MEIN KAMPF

Il nazionalsocialismo è stato una religione politica. Insieme al comunismo la più potente e devastante delle religioni secolarizzate del Novecento. E questa religione ha fatto costantemente ricorso ad un “testo sacro”, il “Mein Kampf”, scritto dal suo fondatore, Adolf Hitler. Il gerarca nazista Hermann Göring lo definì a ragione «la nostra Bibbia». Hitler scrisse il libro di getto, nel 1924, rinchiuso nella prigione di Landsberg am Lech, tranquilla cittadina della Baviera, mentre stava scontando la condanna per il fallito putsch di Monaco. Nel luglio del 1925, presso i tipi dell’Eher-Verlag di Max Amann, l’editore dei nazionalsocialisti, uscivano le prime copie del “Mein Kampf”. Da quel momento Hitler, tornato in libertà, nei documenti ufficiali cominciò a definirsi scrittore. E la diffusione, sempre più tambureggiante, del “Mein Kampf”, accompagnò di pari passo la crescente fortuna politica di Hitler, sino alla conquista del potere avvenuta nel 1933. Grazie alle vendite Hitler diventò ricco e poté acquistare il Berghof, la celebre residenza alpina.

 

Alla fortuna editoriale del “Mein Kampf” di Adolf Hitler è dedicato l’interessante lavoro di ricostruzione giornalistica di Antoine Vitkine “Mein Kampf. Storia di un libro” (Cairo Editore, p. 279, 16 euro), “riscrittura” di un documentario realizzato dallo stesso autore per la rete franco-tedesca Arte nel 2008. Il libro, chiaro, essenziale e davvero ben strutturato, è una miniera di informazioni, con un solo difetto: la pretesa spesso affiorante qua e là, di scantonare dall’inchiesta giornalistica all’interpretazione storica. Ma i fatti raccontati sono davvero eccezionali. Hitler possedeva uno spiccato talento oratorio. Nessuno sospettava sapesse scrivere. E infatti non sapeva scrivere. Il “Mein Kampf” è una noiosa, prolissa e ripetitiva macchina propagandistica di quella che sarebbe diventata l’ideologia del Terzo Reich. Eppure, al di là della pesantezza del testo, si rimane ancor oggi sorpresi nel verificare la limpida esposizione delle linee guida del nazismo, dal trionfo sino alla caduta finale.

 

Il “Mein Kampf” è composto da due singoli volumi: il primo pubblicato, come detto, nel 1925, di taglio autobiografico; il secondo apparso nel dicembre 1926, dai marcati connotati ideologici. Il testo verrà fuso nel 1930 in un unico volume di 700 pagine, martellante e definitiva redazione di  programma politico annunciato sulla carta, e  messo in atto negli anni successivi, senza tentennamenti. Negli anni di Weimar il “Mein Kampf” è uno dei tanti manifesti politici rivoluzionari, di destra come di sinistra. A destra gli autori della cosiddetta “rivoluzione conservatrice” sono ferrati, agguerriti, anche famosi, come Oswald Spengler, autore di un best-seller imponente e sulfureo, dal titolo che è un programma: “Il tramonto dell’Occidente”. O come l’eroe della prima guerra mondiale e sublime memorialista Ernst Jünger. In quell’epoca, lo ha ricordato recentemente  in un sintetico saggio Ernst Nolte, “La rivoluzione conservatrice nella Germania della Repubblica di Weimar” (Rubbettino, p. 76, 10 euro), si pubblica con successo il manifesto di Arthur Moeller van den Bruck, autore de “Il Terzo Reich”, slogan di grande efficacia del quale si approprierà Hitler. Di loro, e degli altri esponenti famosi o meno collocabili nell’orizzonte della rivoluzione conservatrice, Hitler è certamente lo scrittore  meno dotato. Ma ha un programma chiaro, e lo espone con luciferina limpidezza nel “Mein Kampf”.

Nella Bibbia dei nazisti è spiegato quanto accadrà dal 1933 al 1945, e vedrà per protagonista la Germania. La costruzione di un grande Reich, in grado di  consentire la riunificazione dei popoli di lingua tedesca sparsi in Europa, a cominciare dalla terra natale dell’Austria (l’Anschluss). All’odio nei confronti della modernità liberale e democratica, e la lotta alla democrazia, si mescola nel “Mein Kampf” la fede ingenua nella scienza, e soprattutto la necessità di edificare uno Stato totalitario fondato sulla diseguaglianza razziale e, pertanto, sulla supremazia della vagheggiata razza ariana. Ma come arrivare a tutto ciò. Anche qui il “Mein Kampf” non delude: aggredendo la Francia, principale responsabile di tutti i mali della Germania; espandendo il dominio germanico ad Est, soggiogando e schiavizzando le popolazioni governato dal bolscevismo giudaico; sterminando le razze inferiori, intentando una lotta senza cedimenti agli ebrei.

 

Antoine Vitkine pone insistentemente una domanda ingenua: ma se il “Mein Kampf” era così chiaro negli intendimenti (e lo era), perché nessuno prese sul serio il contenuto del libro, dai 12 milioni di tedeschi che ne possedettero una copia ai più importanti personaggi politici che negli anni Trenta ne ebbero una realistica traduzione fra le mani? La storia non si può scrivere partendo dal “Mein Kampf” per completare il percorso arrivando a Hitler, poiché noi conosciamo la fine della storia, mentre i contemporanei consideravano l’uomo politico tedesco in base ai valori e ai comportamenti della propria epoca. Hitler, e prima di lui Lenin e Stalin, Gabriele D’Annunzio di Fiume  e Benito Mussolini della marcia su Roma, avevano scoperto una nuova arte di sedurre le masse: la propaganda, la retorica al tempo stresso nazionale e rivoluzionaria, il messianismo politico, la secolarizzazione del fenomeno religioso maneggiata come ideale ideologico. Hitler nel “Mein Kampf” mescolava il razzismo biologico, gravido di livore antisemita del francese Gobineau, con il mito della ricerca di un’anima nordico-occidentale propria degli eroi sassoni, non meno antisemita e anticristiana di Alfred Rosenberg. Hitler elaborava così un prodotto del suo tempo, a cominciare dall’antisemitismo, una tradizione assai diffusa in Europa.  Paese per certi versi più antisemita della Germania, la Francia è violentemente attaccata nel “Mein Kampf”. Ma quando si tratta di vendere i diritti di traduzione del libro ai francesi, l’editore (su mandato di Hitler) si rifiuta. Anzi, fa di più. All’apparizione in commercio di una traduzione integrale non autorizzata, Hitler intenta una causa all’editore, rivendicando la palese violazione del diritto d’autore. E un tribunale francese nel 1934 gli dà ragione. I nazisti vieteranno la diffusione del “Mein Kampf” in Francia anche durante l’occupazione.

L’editore tedesco del “Mein Kampf” aveva favorito la diffusione internazionale del libro di Hitler. Le prime edizioni inglese e americana del “Mein Kampf” furono addomesticate, smussando gli angoli più dolorosi, relative all’antisemitismo e alle invettive sulle società mercantili dominate da banchieri ebrei. In Italia il libro venne pubblicato da Bompiani, nel 1934 (la seconda parte) e nel 1938 (la prima, in concomitanza col viaggio di Hitler in Italia).

Oggi il “Mein Kampf” è reperibile in quasi tutte le lingue. L’edizione critica italiana, curata con grande rigore da Giorgio Galli nel 2002, la pubblica un editore di aperte simpatie comuniste, KAOS. Qualche anno fa il “Mein Kampf” è stato un best-seller in Turchia, schizzando in testa nelle classifiche dei libri più venduti. Su Amazon per 300 $ si può comprare una bella copia intonsa, in lingua tedesca, del 1943, un esemplare simile alla Bibbia rilegato in pelle nera e con la dedica di un borgomastro (il libro veniva regalato a tutti gli sposi alla fine della celebrazione). Anche attraverso il modernissimo Kindle si può avere una copia in digitale a 8 $ e una, la migliore, a 12,64. Basta un collegamento, il numero della carta di credito, e in pochi minuti arriva il testo. I tedeschi si ostinano ancora a proibirne la diffusione in Germania. La Baviera, a cui spetta la tutela legale dei diritti di Hitler, ha un apposito ufficio per intimare il divieto ed esercitare eventualmente azioni legali. Il fantasma di Hitler fa ancora paura, ma è un tabù destinato col tempo a sparire. I conti con la storia, anche la più criminale, vanno necessariamente fatti. E farli con la carte in mano, tutte le carte in mano, è un passaggio imprescindibile.

 

Fonte:  http://www.loccidentale.it/articolo/storia+politica+ed+editoriale+del+mein+kampf,+la+bibbia+dei+nazisti.0091229