HOUSTON STEWART CHAMBERLAIN

Uno dei membri più zelanti della « Società Gobineau » in Germania fu Houston Steward Chamberlain, la cui vita e le cui opere rappresentano una delle ironie più suggestive nell'inesorabile sviluppo storico che condusse al trionfo e alla caduta del Terzo Reich.

Figlio d'un ammiraglio inglese, nipote di un feldmaresciallo britannico, Sir Neville Chamberlain, e di due generali britannici, in seguito genero di Richard Wagner, egli nacque a Portsmouth nel 1855. Era stato destinato all'esercito o alla marina, ma a causa della sua salute cagionevole dovette dedicarsi ad altre attività. Cosi fece i suoi studi in Francia e a Ginevra, tanto che la lingua principale di cui si valse fu il francese. Tra i quindici e i diciannove anni conobbe due tedeschi, e in breve tempo si sentì irresistibilmente attratto dalla Germania, di cui divenne uno dei pensatori più noti, e di cui assunse la nazionalità. Scrisse in tedesco tutti i suoi numerosi libri, parecchi dei quali esercitarono un'influenza decisiva su Guglielmo Il, Adolf Hitler e molte altre figure minori.

Nel 1870, all'età di quindici anni, Chamberlain fu affidato a un precettore d'eccezione, Otto Kuntze, prussiano di vecchio stampo, che per quattro anni inculcò nell'anima sensibile e ricettiva del giovanetto le glorie della Prussia militare e conquistatrice, ma anche - evidentemente senza rendersi conto del contrasto - le opere di molti artisti e poeti, tra cui Beethoven, Goethe, Schiller e Wagner. A diciannove anni Chamberlain s'innamorò perdutamente di Anna Horst, anch'essa prussiana, di dieci anni più vecchia di lui, e come lui alquanto nevrotica. Nel 1882, a ventisette anni, si trasferì da Ginevra, - dove per tre anni si era dedicato a studi di filosofia, storia naturale, fisica, chimica e medicina - (come disse lui stesso), a Bayreuth, dove s'incontrò con Wagner, che divenne il sole della sua vita, e con Cosima, la moglie del compositore, alla quale rimase appassionatamente devoto fino alla sua morte. Fin dal 1885, - epoca in cui andò a vivere a Dresda per quattro anni con Anna Horst, da lui sposata, - s'era fatto tedesco nei pensieri e nella lingua. Nel 1889 si trasferì a Vienna, dove rimase una decina di anni; e infine, nel 1909, a Bayreuth, dove visse fino alla morte, avvenuta nel 1927. Nel 1905 egli divorziò dalla già idolatrata moglie prussiana, che allora aveva sessant'anni ed era fisicamente e mentalmente più malata di lui (la separazione fu cosi terribile che egli disse di avere rasentato la pazzia) e tre anni dopo sposò Eva Wagner, stabilendosi nei pressi di Wahnfried, dove poté vivere vicino alla madre della moglie, l’autoritaria Cosima Wagner, da lui tanto venerata.

 

Ipersensibile e nevrotico, soggetto a frequenti crisi nervose, Chamberlain era convinto d'essere istigato dai demoni a cercare incessantemente nuovi ampi di studio e a sviluppare la sua prodigiosa attività di scrittore. Successive ispirazioni lo fecero passare dalla biologia alla botanica e alle belle arti, poi alla musica, alla filosofia, alla biologia e alla storia. Una volta, nel 1896, di ritorno dall'Italia, il richiamo di un demone fu cosi dispotico che egli dovette fermarsi a Gardone, si rinchiuse in una stanza d'albergo per otto giorni, abbandonò alcune opere musicali da lui iniziate e si dette febbrilmente a scrivere una trattazione biologica, finché scoprì il motivo che doveva dominare tutta la sua opera successiva: il rapporto tra razza e storia.

Nonostante queste tare, Chamberlain disponeva di vaste e molteplici conoscenze nel campo della letteratura, della musica, della biologia, della botanica, della religione, della storia e della politica. Com'è stato osservato da Jean Réal, v'è una profonda unità d'ispirazione in tutte le opere da lui pubblicate, che mostrano una notevole coerenza. Nonostante sostenesse d'essere spinto dai demoni, sta di fatto che i suoi libri (su Wagner, Goethe, Kant, il cristianesimo e la razza) furono scritti durante terribili attacchi di febbre, in uno stato di vera trance, di autointossicazione; a tal segno che, come egli stesso afferma nella sua autobiografia (Lebenswege), spesso stentava a riconoscere come sue le proprie opere, a tal punto esse trascendevano i suoi propositi. Menti più equilibrate hanno in seguito demolito le sue teorie sulla razza e sulla storia. Per un germanista della statura del francese Edmond Vermeil, le idee del Chamberlain erano fondamentalmente «scadenti». Invece il biografo antinazista di Hitler, Konrad Heiden, pur deplorando l'influenza esercitata dalle dottrine di Chamberlain sulla razza, ha visto in lui « uno dei talenti più sorprendenti nella storia dello spirito tedesco, una vera miniera di conoscenze e di idee profonde ».

Il libro di Chamberlain che esercitò l'influenza più profonda su Hitler, che mandò in visibilio Guglielmo II e favorì molte aberrazioni razziali naziste, fu Le basi del secolo diciannovesimo (Die Grundlagen des neunzehnten Jahrhunderts), opera di circa milleduecento pagine scritta, come le altre, in uno stato di possessione « demoniaca », nello spazio di diciannove mesi, dal l° aprile 1897 al 31 ottobre 1898 a Vienna, e pubblicata nel 1899.

Come per Gobineau, per il quale l'autore nutriva una profonda ammirazione, anche per Chamberlain la chiave della storia e la base della civiltà è la razza. Per poter spiegare il diciannovesimo secolo, cioè il mondo contemporaneo, occorre anzitutto tener conto di ciò che in esso è retaggio dei tempi antichi. Secondo il Chamberlain tale retaggio è costituito da tre elementi: la filosofia e l'arte greca, il diritto romano e la personalità di Cristo. Tre collettività ne sono gli eredi: «due razze pure» - gli ebrei e i tedeschi - e i latini, meticci del Mediterraneo, «caos etnico», come egli li chiama. Soltanto i tedeschi sono degni di quello splendido retaggio. È vero che essi sono comparsi assai tardi nella storia, non prima del tredicesimo secolo; ma già prima,distruggendo l’Impero Romano, essi avevano dimostrato il loro valore.

 

« Non è affatto vero, - scrive Chamberlain, - che i barbari teutonici abbiano provocato la cosiddetta "notte del Medioevo". Quella notte fu invece la conseguenza del crollo intellettuale e morale cagionato dal caos razziale che il morente Impero romano aveva generato; non fosse stato per i teutoni, una notte eterna sarebbe scesa sul mondo ». All'epoca in cui Chamberlain scriveva queste parole, i teutonici rappresentavano per lui la sola speranza del mondo.

Chamberlain includeva tra i « teutonici » i celti e gli slavi; ma i germani, secondo lui costituivano l’elemento principale. Egli è però molto vago nelle sue formulazioni: a un certo punto dice perfino che «chiunque si comporti da teutone è un teutone, qualunque sia la sua origine razziale» - (a questo punto, forse, Chamberlain si rammentò della propria origine non-germanica). In ogni caso l'elemento teutonico sarebbe, per Chamberlain, «l'anima della nostra civiltà. L'importanza di ogni nazione in quanto potenza vivente dipende, ai giorni nostri, dalla proporzione in cui l'autentico sangue teutonico figura nella sua popolazione ... La vera storia ha inizio nel momento in cui il teutone, con la sua mano dominatrice, s'impadronisce del retaggio dell'antichità ».

E gli ebrei? Ad essi è dedicato il più lungo capitolo delle Basi. Come abbiamo già visto, Chamberlain pretende che le uniche razze pure rimaste in Occidente siano gli ebrei e i teutoni. E in quel capitolo condanna lo «stupido e disgustoso antisemitismo ». Gli ebrei non sono, secondo lui, « inferiori» ai teutoni, ma soltanto «diversi ». Essi hanno una loro grandezza. Osservano il sacro dovere dell'uomo, che è quello di conservare la purezza della propria razza. Ma procedendo nell'analisi degli ebrei Chamberlain cade proprio nel volgare antisemitismo da lui condannato negli altri, nell'antisemitismo che doveva sboccare nelle trivialità delle caricature di «Der Sturmer », la rivista di Julius Streicher che si pubblicava al tempo di Hitler. In effetti, gran parte delle basi «filosofiche» dell'antisemitismo trae origine dal capitolo del libro di Chamberlain.

L'assurdità delle idee di Chamberlain appare evidente. Dopo aver dichiarato che la personalità di Cristo rappresenta una delle tre grandi componenti dell'eredità trasmessa dal mondo antico alla civiltà moderna, egli si sforza di «dimostrare» che Cristo non era ebreo. Le sue origini galilee, la sua incapacità a pronunciare correttamente i suoni gutturali dell'aramaico sono, per Chamberlain, « prove evidenti» che Cristo aveva « in larga misura, sangue non semitico ». Ed egli giunge a dichiarare categoricamente: «Chiunque sostiene che Cristo era ebreo o è uno stupido, o racconta una menzogna ... Gesù non era un ebreo ».

Che cos'era, allora? Chamberlain risponde: probabilmente un ariano. Se non interamente nel suo sangue, di certo per quel che riguarda il suo insegnamento morale e religioso, cosi opposto al « materialismo e al formalismo astratto» della religione giudaica. Era dunque naturale (almeno, cosi sembrò a Chamberlain) che Cristo dovesse diventare il « dio dei giovani popoli indoeuropei esuberanti di vita », e soprattutto il dio dei teutoni, « perché nessun altro popolo era meglio dotato di quello teutonico per ascoltare la sua voce divina».

 

Segue una fantastica e particolareggiata storia della razza ebraica a partire dal periodo della mescolanza dell'elemento desertico semitico o beduino con quello ittita brachicefalo o dal « naso ebraico », e infine con gli amoriti, che sarebbero stati ariani. Sfortunatamente l'elemento ariano (gli amoriti avevano, secondo Chamberlain, statura alta, erano biondi e magnifici) apparve troppo tardi per poter realmente migliorare il « corrotto» ceppo ebraico. In seguito, in contraddizione con tutta la sua teoria della purezza della razza ebraica, il Chamberlain sostenne che la razza ebraica si presenta come una razza « negativa» e «bastarda », che giustifica il «ripudio» di Israele da parte degli ariani. In effetti, egli accusa gli ariani di aver dato agli ebrei «l’aureola di una falsa gloria ». Sostiene infine che gli ebrei « mancano miseramente di qualsiasi vera religione ».

In ultima analisi la salvezza risiede, secondo Chamberlain, nei teutoni e nella loro civiltà; tra i teutoni, i tedeschi sono i più dotati, avendo ereditato le migliori qualità dei greci e degli indo-ariani. Ciò dà loro il diritto di essere i signori del mondo. «Iddio oggi costruisce soltanto sui tedeschi- scrive Chamberlain in un altro punto. - Questa è la certezza, la sicura verità che ha riempito per anni la mia anima ».

La pubblicazione delle Basi del diciannovesimo secolo fece grande scalpore in Germania e rese subito famoso questo strano inglese. Nonostante la sua innegabile eloquenza e il suo stile raffinato - Chamberlain era un fine artista - la lettura del libro non era facile. Ma l'opera fu presto assimilata dalle classi superiori, che sembra trovassero in essa le idee a cui volevano credere. Nel giro di dieci anni ne uscirono otto edizioni, con un totale di 60.000 copie vendute. Quando scoppiò la prima guerra mondiale, la vendita del libro raggiunse le 100.000 copie. L'opera ebbe una fortuna ancor maggiore sotto il nazismo: nel 1938 raggiunse la la sua ventiquattresima edizione 1938; fino ad allora se n'erano vendute più di 250.000 copie.

Tra i suoi primi ed entusiasti lettori vi fu l'imperatore Guglielmo II. Egli invitò Chamberlain al suo palazzo di Potsdam, e fin dal loro primo incontro nacque fra i due un'amicizia durata sino alla morte dello scrittore, nel 1927. All'incontro fece seguito una fitta corrispondenza: alcune delle quarantatre lettere che Chamberlain scrisse all'imperatore (Guglielmo rispose a ventitré di esse) erano in realtà lunghi saggi che l'imperatore utilizzò in parecchi dei suoi ampollosi discorsi. « È stato Dio ad inviare il vostro libro al popolo tedesco, e ad inviarvi a me personalmente », scrisse il Kaiser in una delle sue prime lettere. A volte il servilismo, l'adulazione esagerata di Chamberlain in tali lettere riescono nauseanti. «La Vostra Maestà e i Vostri sudditi, - scriveva, - sono nati in un sacro tempio », e subito dopo informava il sovrano di aver collocato il suo ritratto nel proprio studio di fronte alla copia del Cristo dipinto da Leonardo, affinché potesse passeggiare, nelle pause del suo lavoro, tra l’immagine del suo salvatore e quella del suo monarca.

 

Tale servilismo non gli impediva di somministrare continuamente i suoi consigli a quel sovrano testardo e petulante. Nel 1908 l'opposizione popolare a Guglielmo giunse a un punto tale che il Reichstag fu costretto a disapprovare il disastroso intervento personale dell'imperatore negli affari esteri. Dal canto suo, Chamberlain lo consigliò a non dar peso all'opinione pubblica, espressione, a suo avviso, di idiozia e di tradimento; Guglielmo rispose che dovevano marciare entrambi uniti: «Voi brandirete la vostra penna, io userò la parola [e] la mia buona spada ».

Lo scrittore inglese non tralasciava mai di ricordare all'imperatore la missione e il destino della Germania. «Una volta che la Germania abbia raggiunto il dominio, - scrisse dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, - e ho fiducia che questo accadrà, essa dovrà cominciare subito ad applicare la politica scientifica del genio. Augusto intraprese la trasformazione sistematica del mondo, e la Germania dovrà fare lo stesso ... Dotata di armi offensive e difensive, organizzata saldamente e senza incrinature co¬me il suo esercito, superiore a tutti nell'arte, scienza, tecnologia, industria, commercio, finanze e in qualsiasi altro campo: in una parola, maestra, pilota e pioniera del mondo, con ogni uomo al suo posto, dando di sé il massimo per la santa causa - la Germania ... conquisterà il mondo, grazie alla sua intrinseca superiorità ».

Per aver annunciato una missione tanto gloriosa per la sua patria d'adozione (egli si naturalizzò cittadino tedesco nel 1916, durante la guerra), Chamberlain ricevette dal Kaiser la Croce di Ferro.

Fu però solo nel Terzo Reich, - instaurato sei anni dopo la sua morte, ma di cui egli aveva già presagito l'avvento, - che l'influenza di questo inglese raggiunse il suo culmine. Le sue teorie razziali e la sua fede nel destino della Germania e dei tedeschi vennero entusiasticamente accolte dai nazisti, che salutarono in lui uno dei loro profeti. Durante il periodo hitleriano una quantità di libri, opuscoli e articoli esaltò il «fondatore spirituale» della Germania nazionalsocialista. Rosenberg, nella sua qualità di mentore di Hitler, cercò spesso di infondere nel Fuhrer il suo entusiasmo per il filosofo inglese. È probabile che Hitler sia venuto a conoscenza degli scritti di Chamberlain prima di lasciare Vienna, giacché essi erano molto popolari nei gruppi pangermanisti e antisemiti, le cui opere, in quei giorni, egli divorava cosi avidamente. È anche probabile che abbia letto alcuni degli articoli sciovinisti scritti da Chamberlain durante la guerra. In Mein Kampf Hitler esprime il dolore provato nel constatare che le idee di Chamberlain non avevano trovato orecchie più attente durante il Secondo Reich.

Chamberlain fu uno dei primi intellettuali della Germania a predire un grande avvenire per Hitler e nuovi orizzonti per i tedeschi se l'avessero seguito. Hitler s'incontrò con lui nel 1923 a Bayreuth, e benché fosse ammalato, semiparalitico e deluso dalla disfatta tedesca e dalla caduta dell'impero degli Hohenzollern – era il crollo di tutte le sue speranze e profezie!- lo scrittore si sentì sollevato dall’eloquenza del giovane austriaco.

 

All'indomani del loro incontro, Chamberlain scrisse a Hitler: «Vi attendono grandi campiti che dovete portare a compimento. La mia fede nel germanesimo non ha vacillato un solo istante, anche se le mie speranze - lo confesso -erano assai calate. In un istante voi siete riuscito a mutare il mio stato d'animo. Il fatto che nell'ora del massimo bisogno la Germania sia stata capace di generare un Hitler, è una prova della sua vitalità, proprio come la forza che egli irradia; giacché questi due elementi -la personalità e l'ascendente - vanno sempre insieme ... Dio vi protegga! »

Questa lettera risale all'epoca in cui Adolf Hitler, coi suoi baffetti alla Chaplin, coi suoi modi grossolani e il suo estremismo violento e fuori luogo, veniva ancora preso in giro dalla maggior parte dei tedeschi. Certamente aveva già dei seguaci, ma l'ipnotico magnetismo della sua personalità ebbe un effetto immediato sul filosofo, vecchio e ammalato: rinnovò la sua fede nel popolo tedesco che egli esaltava. Chamberlain s'iscrisse al giovane partito nazista e cominciò a scrivere sui pressoché sconosciuti periodici del partito nella misura in cui la salute glielo consentiva. In uno di questi articoli, apparso nel 1924, egli salutò in Hitler, allora in prigione, l'uomo destinato da Dio a condurre e dirigere il popolo tedesco. Il destino aveva già prescelto Guglielmo II, ma questi aveva fallito; ora era la volta di Hitler. Il 5 settembre 1925, nel suo settantesimo compleanno, questo interessante scrittore inglese ebbe cinque colonne di elogi dal giornale nazista «Volkischer Beobachter », che definì le sue Basi « il vangelo del movimento nazionalsocialista». Chamberlain mori sei mesi dopo, l'11 gennaio 1927, dopo aver sperato ardentemente che tutti i suoi insegnamenti e le sue previsioni fosero messi in pratica sotto l'egida divina del nuovo messia tedesco.

Tolto un principe in rappresentanza di Guglielmo II - al quale era stato vietato di ritornare sul suolo tedesco - Hitler fu l'unico uomo politico di rilievo ad assistere al suo funerale. Nel dare l'annuncio della morte di Chamberlain, il «Volkischer Beobachter» dichiarò che il popolo tedesco aveva perduto «uno dei suoi grandi forgiatori di armi, di armi non ancora usate in tutta la loro potenza nella nostra epoca ». Né quel vecchio semiparalitico, ormai in fin di vita, né Hitler, né nessun altro in Germania avrebbero potuto prevedere, in quell'oscuro mese di gennaio del 1927, nel momento in le fortune del partito nazista avevano toccato il fondo, che presto, molto presto, le armi forgiate dall'inglese rinnegato sarebbero state adoperate fino in fondo; e nemmeno prevederne le spaventose conseguenze.