GLI ATTENTATI A HITLER

In fondo il 20 luglio 1944 fu l'epilogo. Ma un epilogo che non concluse nulla. L'attentato a Rastenburg in cui Hitler scampò miracolosamente alla bomba piazzata sotto il tavolo dal colonnello von Stauffenberg non fu altro che l'ultimo di una serie di attentati mal congegnati, mal eseguiti o sventatati prima della loro attuazione, messi in campo a partire dal 1938 da quell'evanescente pattuglia a cui è stato dato il nome di "resistenza" al nazionalsocialismo. Se fosse andato a buon fine, quello del 20 luglio forse non avrebbe cambiato il corso della storia, ma certo avrebbe risparmiato la vita ad alcuni milioni di uomini. Soprattutto al popolo tedesco, che nei nove mesi successivi subì più di quattro milioni di vittime per una guerra il cui esito era segnato da tempo.
La storia dei tentativi di uccidere Hitler è ricostruita in un originale volume di Roger Moorhouse, ricercatore alla London University e collaboratore di BBC History Channel, attraverso un'indagine giocata su un doppio piano: la ricostruzione dei singoli complotti e la contemporanea storia del nazismo. Inclusa naturalmente quella del suo "genio del male", Adof Hitler.
Pochi uomini furono così dominati dal sentimento del pericolo e dalla necessità di innalzare intorno alla propria persona un baluardo di protezione. Ma pochi furono altrettanto convinti della propria invulnerabilità. Fra gli uomini pubblici del suo tempo, Hitler fu uno dei primi che si servì per i suoi spostamenti di vetture blindate, di aerei gelosamente sorvegliati fino al momento della partenza, e di corpi speciali composti da uomini fedeli e pronti a sacrificarsi per la sua sicurezza (su tutte la Leibstandarte, la truppa d'élite delle SS che aveva il compito di sorvegliare la Cancelleria del Reich, i tre aeroporti di Berlino, i ministeri, Berchtesgaden e la casa di Himmler).

Ma Hitler preferiva le vetture scoperte e diede prova, in molte circostanze, di una irresponsabile audacia. Come spiega Moorhouse, il dittatore nazista «preferiva attribuire la propria sopravvivenza alle benevole attenzioni della Provvidenza. Anzi, era notoriamente facile a irritarsi con i suoi più stretti difensori. Aveva un'avversione quasi viscerale per i poliziotti, conseguenza forse dei suoi "anni di battaglia", e non sopportava di sentirsi osservato». Questo soprattutto attorno alla seconda metà degli anni Trenta, quando le misure di sicurezza nei confronti della sua persona non erano ancora state messe a punto nei minimi dettagli. Per un sicario determinato, dotato di intraprendenza e tenacia, esistevano quindi molte possibilità di fare centro. Anche perché fino allo scoppio del conflitto Hitler non lesinò mai le apparizioni in pubblico, i discorsi alle sue platee, le marce legate alle liturgie del regime in cui folle di simpatizzanti avrebbero offerto la confusione ideale per un attentato.
Uno dei primi fu ordito da un cittadino svizzero poco più che ventenne, Maurice Bavaud, fervente cattolico ed ex seminarista che in Hitler aveva riconosciuto il principale pericolo per l'umanità, l'incarnazione di Satana in pieno XX secolo. Il complotto fu messo a punto in totale autonomia e con una buona dose di dilettantismo. Il piano prevedeva che Bavaud, mischiatosi alla folla che assisteva alle celebrazioni della Giornata degli eroi a Monaco nel novembre del 1938, sparasse alcuni colpi di pistola su Hitler. Durante la sfilata, organizzata annualmente per commemorare il fallito putsch della birreria del 1923, il dittatore si sarebbe recato a piedi, tra due ali di folla, a deporre una corona al monumento alla vittime naziste.

Ma la folla assiepata e la selva di braccia tese impedì all'attentatore finanche di esplodere un colpo. In pratica fallì prima ancora di iniziare. Qualche giorno dopo Bavaud si spostò a Berchtestgaden, dove intanto la sua vittima si era trasferita, ma anche qui non riuscì a cogliere l'attimo. Fermato nel corso di un normale controllo della polizia, gli fu scoperta la pistola e il suoi piani sgangherati vennero alla luce. Incriminato per tentato omicidio, fu ghigliottinato nel 1941.
Più determinato, ma altrettanto solitario nel suo agire Georg Elser, un modesto operaio del Württenberg. Abbandonato dalla moglie, disoccupato, viveva quasi ai margini della società (per la sua mancanza di coscienza di classe lo si potrebbe definire, con terminologia marxista, un lumpenproletariat). Poco ideologizzato, nutriva però un profondo odio per Hitler, soprattutto dopo la prova di forza con la Cecoslovacchia del 1938. Fu così che nel 1939 decise di mettere in opera un tentativo di assassinio. Il suo intento era di far saltare la sala della birreria di Monaco dove Hitler l'8 novembre 1939 avrebbe tenuto un discorso. Il tentativo ha del rocambolesco e del metodico al tempo stesso. Per due mesi si intrufolò di notte nei locali chiusi della birreria per scavare una nicchia nel pilastro davanti al quale sarebbe stato allestito il palco. Quando la cavità fu ampia a sufficienza vi nascose un ordigno costruito artigianalmente e collegato a un timer. Ma la sera prevista Hitler tenne sì il suo discorso, ma con mezzora d'anticipo, per non incappare nella nebbia che stava calando sulla città e non compromettere il suo ritorno a Berlino.

La bomba scoppiò puntualmente, causando la morte di otto persone e il ferimento di una settantina. Il dittatore in quel momento era già in viaggio verso la capitale. Dell'attentato il regime incolpò prima i servizi segreti britannici. Poi, dopo aver catturato Elser mentre tentava di varcare il confine con la Svizzera, dovette ricredersi. E con sommo rammarico: perché la sua figura apparteneva a quella dello stereotipo di lavoratore che forniva il nerbo al partito nazionalsocialista: «... a parte un breve flirt con il comunismo, era praticamente astemio, non praticava promiscuità sessuali, non se la faceva con gli ebrei e non era vicino alla Chiesa. In effetti, era esattamente il genere di solido, concreto lavoratore tedesco che ritenevano di aver conquistato, e che, anzi, era diventato la spina dorsale del Partito nazista. Forse semplicemente per questo motivo non riuscivano a credere che avesse operato da solo». L'attentato servì comunque al regime come scusa per liquidare dissidenti e presunti avversari. Hitler ne trasse invece una conferma della sua missione divina. Appena avuta la notizia esclamò: «Il fatto che io abbia lasciato la Bürgerbraükeller prima del solito è una conferma dell'intenzione della Provvidenza di farmi raggiungere il mio obiettivo». Il fallito attentato di Elser lo confermò nella sua megalomania. Il colpevole, rinchiuso a Dachau, fu ucciso dalle SS poche settimane prima che l'Armata Rossa alzasse la sua bandiera sulle rovine del Reichstag.

Ma i piani per l'eliminazione del dittatore non furono solo appannaggio di individui isolati e solitari, provenienti dalle file del popolo. Anche nomi eccellenti delle istituzioni valutarono in più occasioni l'opportunità di giungere a soluzioni estreme per liberare il Paese dalla deriva nazionalsocialista. Fu il caso di Wilhelm Canaris, responsabile del servizio informazioni militari del ministero della Difesa. Dopo un'iniziale appoggio alla politica anticomunista di Hitler e ai suoi piani di espansione, Canaris abbracciò la causa antinazista, denunciando, in ristrette e selezionate cerchie di conoscenti, l'immoralità delle SS e la totale subordinazione dell'esercito al partito. Assieme ad Hans Oster, anch'egli funzionario del servizio informazioni tedesco, ma tenendosi sempre un passo indietro, animò un movimento di resistenza antinazista che nel 1937 iniziò a studiare l'ipotesi di uccidere il dittatore. Il piano sarebbe dovuto scattare nel 1938, non appena il Fürher avesse ordinato la mobilitazione contro la Cecoslovacchia. I congiurati avevano progettato anche un colpo di Stato che avrebbe portato all'occupazione di tutti i ministeri chiave. Ma la politica di appeasement di Chamberlain e la consegna dei Sudeti ruppero le uova nel paniere. Il colpo poteva riuscire solo dimostrando al popolo tedesco che ciò era necessario per impedire a Hitler di scatenare la guerra. Ma venendo incontro alle richieste di Berlino, di fatto le potenze occidentali (e Mussolini) tolsero ai congiurati questo argomento. Le truppe non si sarebbero mai rivoltate contro il loro capo nel momento del massimo successo diplomatico.

Il piano fu recuperato nel 1939 quando le nubi di guerra tornarono ad addensarsi sulla Germania. Ma questa volta furono i fulminei successi in Polonia a fare da deterrente. «L'imbarazzante verità sulla questione è che nonostante tutta la sua indignazione morale, determinazione e ingegnosità, la resistenza tedesca si trovò effettivamente azzoppata dai successi diplomatici e militari di Hitler. Solo quando il vento cambiò, nel 1943, furono liberati da questa pesante afflizione». Ma intanto Canaris e Oster erano stati scoperti. Furono uccisi nella primavera del 1945, lo stesso giorno dell'operaio disoccupato che aveva fatto saltare la birreria di Monaco.
Se fino a quel momento l'opposizione a Hitler nei vertici delle istituzioni naziste non aveva dato risultati pratici, perdendosi in iniziative velleitarie o comunque agganciate al verificarsi di situazioni politiche che di fatto limitavano le possibilità di giungere a una svolta contro il dittatore, non meno effimere furono alcune iniziative attribuite al movimento clandestino polacco. La Polonia era stato il primo Paese a cadere, manu militari, sotto il giogo nazista. Ma, nonostante la feroce repressione praticata da tedeschi e russi nelle rispettiva aree di influenza, un movimento di resistenza era riuscito a coagularsi attorno ad alcuni esponenti del disciolto esercito. Moorhouse dà conto di un tentativo per uccidere Hitler negli ultimi giorni del settembre 1939, durante una breve visita nella capitale appena conquistata. Cinquecento chili di tritolo furono sistemati sotto la massicciata stradale, in un incrocio dove la Mercedes scoperta del dittatore sarebbe dovuta transitare.

La parata, però, si svolse ancora una volta senza intoppi. Non è chiaro cosa non abbia funzionato: probabilmente si trattò di un difetto nell'innesco. Fatto sta che Hitler riuscì a salvarsi per l'ennesima volta.

Per nulla sconfortato, il movimento di resistenza polacco, questa volta sostenuto dai servizi segreti inglesi, decise di cambiare strategia e di rivolgere le sue attenzioni al treno personale del dittatore, l'Amerika, a bordo del quale era solito spostarsi dal quartier generale di Rastenburg verso Berlino. La sera dell'8 giugno 1942 il convoglio doveva portare il suo illustre passeggero nella capitale per partecipare ai funerali di Reinhard Heydrich, il gauleiter di Boemia e Moravia ucciso pochi giorni prima dalla resistenza ceca. Il treno doveva esser fatto deragliare e un commando appostato lungo la massicciata avrebbe fatto fuoco sui sopravvissuti. Ma gli organizzatori del piano non valutarono la presenza di un treno civetta che precedeva il convoglio principale e la missione si infranse sull'obiettivo sbagliato.
Alla lunga teoria di attentatori visti fin'ora occorre poi aggiungere anche l'NKVD, la polizia segreta di Stalin. Anche il satrapo sovietico si lasciò lusingare per un certo periodo dall'idea di eliminare il suo emulo tedesco. Sembra che tra il 1938 e il 1939 un agente dell'NKVD avesse messo a punto un piano che prevedeva un attentato, ancora una volta a Monaco, all'interno di un'osteria dove Hitler (che evidentemente si muoveva in totale spregio di qualsiasi regola di sicurezza) era solito pranzare con i suoi seguaci.

Il piano fu però presentato nella sua fase operativa proprio nell'estate del 1939, quando Stalin stava muovendosi in direzione dell'alleanza con la Germania. E fu lasciato cadere.
Non migliore fortuna ebbe un l'idea di creare un commando che avrebbe dovuto attaccare il quartier generale del Fürher allestito nei primi mesi dell'operazione "Barbarossa" nella cittadina di Vinnitsa, nell'Ucraina occidentale. In questo caso le imponenti misure di sicurezza impedirono agli agenti sovietici infiltratisi dietro le linee di portare a termine la missione.
Lo stop finale a qualsiasi impresa fu poi dato dallo stesso Stalin nell'estate del 1943. Con la sconfitta di Stalingrado e la progressiva ritirata tedesca, la vittoria dell'Armata Rossa era solo questione di tempo. Per Stalin «un assassinio in questa circostanza - spiega Moorhouse - poteva rivelarsi addirittura controproducente, portando a una reviviscenza militare della Germania e, eventualmente, a una pace separata con gli Alleati occidentali, che avrebbe lasciato l'Urss a combattere da sola». Paradossalmente, da quel momento Stalin si accorse che il fanatismo di Hitler e la sua volontà di resistenza ad oltranza giocavano a favore dell'Unione Sovietica perché impedivano un accordo a occidente con americani e inglesi.
Inglesi che dal canto loro non erano rimasti inattivi. La storia del coinvolgimento dei servizi segreti di sua maestà (l'M16) in progetti di attentato contro Hitler si scontrò inizialmente con il pittoresco ideale ottocentesco della "spia gentiluomo", cioè dell'agente che doveva carpire segreti ma mai sporcarsi le mani di sangue.

Fu proprio per questo motivo che le reiterate proposte dell'addetto militare britannico a Berlino, Noel Mason-MacFarlane, di imbracciare un fucile di precisione e piazzare uno o più colpi all'indirizzo del dittatore durante una delle numerose parate che si svolgevano proprio sotto la sua abitazione, non trovarono mai sostegno a Londra. Il segretario agli Esteri lord Halifax reagì severamente, ricordando che «non siamo arrivati al punto di dover usare l'assassinio come sostituto della diplomazia». E il volenteroso quanto irruento Mason-MacFarlane fu garbatamente informato che un atto del genere sarebbe stato decisamente "poco sportivo"!
Un più articolato studio di fattibilità per assassinare Hitler (operazione Foxley) fu redatto, sempre dai servizi segreti britannici, attorno al 1944. Tra le ipotesi messe sul tavolo, ancora una volta il deragliamento del treno personale, l'avvelenamento, o il colpo di un tiratore scelto infiltrato nell'area del Berghof, la casa di vacanza nelle Alpi Bavaresi. Quest'ultima opzione rimase in piedi a lungo, perché si pensava di sfruttare la passione del dittatore per le passeggiate pomeridiane, che avvenivano solitamente senza un eccessivo dispiego di misure di sicurezza. Ma, come nel caso di Stalin, i successi alleati sul campo di battaglia resero meno urgente l'operazione. Tanto più che da alcuni ambienti si osservò come l'assassinio avrebbe trasformato Hitler in un mito. E forse dato vita a un'ulteriore leggenda: una Germania che avrebbe potuto vincere se lui fosse rimasto in vita.

In breve, anche l'operazione Foxley fu consegnata agli archivi. Tornando al fronte interno, cioè ai complotti orditi nell'entourage stesso del dittatore, meritano un cenno anche le operazioni organizzate dal colonnello Henning von Tresckow, che progettò di rapire Hitler nel corso di una sua visita in prima linea sul fronte Orientale, o l'ordigno sistemato sull'aereo presidenziale che non si innescò a causa della bassa temperatura. O, ancora, il fallito attentato dinamitardo nel corso di una visita all'armeria di Berlino nel 1944. Le indecisioni, i fallimenti, i contrasti tra gli attori di questo intrigo internazionale iniziato nella seconda metà degli anni Trenta avrebbero poi trovato la loro massima espressione nel ben noto attentato del 20 luglio 1944, del quale l'autore ripercorre le fasi cruciali nonché il drammatico epilogo con la cattura e la fucilazione dei principali congiurati.
Come sarebbe cambiata la storia se Stauffenberg avesse conseguito il suo obiettivo non è dato sapere. Benjamin Disraeli disse un giorno alla Camera dei Comuni che l'assassinio politico «non ha mai cambiato il mondo». Per Moorhouse, invece, la morte violenta del dittatore nazista avrebbe potuto cambiare qualcosa, ma non necessariamente nella direzione voluta dai complottisti. Una cosa è certa: la fede di Hitler nella propria invulnerabilità era ben riposta. L'unica pistola che riuscì ad ucciderlo fu quella impugnata dalla sua stessa mano.

OPERAZIONE VALCHIRIA

L'attentato del 20 luglio 1944 fu il tentativo, organizzato da alcuni politici e militari tedeschi della Wehrmacht e materialmente realizzato dal colonnello Claus Schenk von Stauffenberg, di assassinare Adolf Hitler, ed ebbe luogo all'interno della Wolfsschanze, il quartier generale del Führer sito a Rastenburg, nella Prussia Orientale.

Lo scopo dell'attentato era quello di eliminare Adolf Hitler, instaurando un nuovo governo che avesse il compito di negoziare una tregua con l'Inghilterra e gli Stati Uniti, allo scopo di evitare la resa incondizionata, e fu pianificato sfruttando la possibilità che offriva il piano Walküre, ossia la mobilitazione della milizia territoriale, opportunamente modificato dal colonnello von Stauffenberg. L'esplosione dell'ordigno uccise quattro ufficiali, ma Hitler subì solo lievi ferite; la sua sopravvivenza ed il conseguente fallimento del colpo di Stato portarono all'arresto di circa 5.000 persone, molte delle quali furono successivamente giustiziate[1].

Indice

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Premesse [modifica]

Il generale Ludwig Beck, uno tra i principali oppositori in ambito militare di Adolf Hitler e del regime nazista

I primi significativi dissensi al regime hitleriano in ambito militare, che si andarono ad affiancare ad altri di tipo religioso, quali quelli del cardinale Clemens August von Galen e del vescovo Theophil Wurm che protestarono contro l'attuazione del cosiddetto programma eutanasia[2] e civile, promossi da gruppi organizzati quali l'Orchestra Rossa e la Rosa Bianca, iniziarono sommessamente a manifestarsi nel 1938, quando gruppi dell'Abwehr e dello Heer cominciarono a pianificare un rovesciamento del regime di Hitler; i primi che l'ipotizzarono furono i generali Hans Oster e Ludwig Beck ed il feldmaresciallo Erwin von Witzleben, che stabilirono in seguito contatti con numerose autorità politiche, come Carl Goerdeler e Helmuth James Graf von Moltke[3].

I militari, parzialmente soggetti al controllo della Gestapo od all'influenza del partito nazista, avevano espresso notevoli critiche al regime, in particolare durante gli avvenimenti svoltisi tra il 1933 ed il 1938, quando i più alti membri delle gerarchie dell'esercito erano entrati in contrasto con Hitler: il generale Beck rassegnò le dimissioni, ipotizzando già un possibile rovesciamento del regime di Hitler, mentre altri importanti personaggi compirono lo stesso gesto, a seguito sia dell'Anschluss, ossia l'annessione dell'Austria alla Germania, sia dello scandalo Fritsch-Blomberg, che provocò l'allontanamento del generale Werner von Fritsch e del feldmaresciallo von Blomberg[4].

L'opposizione in ambito militare crebbe mano a mano che le sorti del conflitto volgevano a sfavore della Germania, allo scopo di favorire una pace separata con gli Alleati ed evitare così una possibile distruzione del paese[5]; queste idee non si manifestarono mai apertamente, rimanendo sommerse nello scontento degli alti ufficiali, i quali, in virtù del giuramento di fedeltà prestato, non sfociarono in aperta ribellione, consentendo un'azione diretta da parte delle forze armate[6]. Alcuni piani per un rovesciamento del regime e per impedire a Hitler di provocare una nuova guerra mondiale vennero sviluppati nel 1938 e 1939, ma non vennero portati a termine a causa dell'indecisione dei generali dell'esercito Franz Halder e Walther von Brauchitsch e del fallimento delle potenze occidentali nel contrasto alle aggressioni del Führer fino al 1939[4].

Nel 1942, anche a seguito dei primi insuccessi della Wehrmacht, il colonnello Henning von Tresckow, membro dello Stato Maggiore del feldmaresciallo Fedor von Bock, formò un nuovo gruppo di adepti, che divenne presto il centro nevralgico della cospirazione[7]; tuttavia la notevole protezione di cui godeva Hitler rappresentava un evidente problema per la progettazione e l'attuazione di un attentato[8]. Nel 1942 l'adesione del generale Friedrich Olbricht, capo del quartier generale dell'ufficio dell'esercito, che controllava un sistema indipendente di comunicazione delle unità di riserva in tutta la Germania, nel gruppo di resistenza di Tresckow, gettò le basi per l'attuazione di un colpo di Stato.[6]

Tra il 1942 e il 1943, Tresckow, all'epoca capo di stato maggiore dell'Heeresgruppe Mitte, aveva partecipato a tre infruttuosi tentativi: il primo, avvenuto il 17 febbraio a Zaporižžja nel quartier generale dell'Heeresgruppe Süd, ma non realmente concretizzatosi a causa dell'opposizione del feldmaresciallo Erich von Manstein[9], il secondo, avvenuto il 13 marzo a Smolensk, durante la visita di Hitler allo stato maggiore dell'Heeresgruppe Mitte, quando il colonnello Fabian von Schlabrendorff consegnò ad un ufficiale dello stato maggiore che viaggiava in aereo con il Führer un pacchetto, ufficialmente contenente alcoolici, provvisto invece di due piccole cariche esplosive, sufficienti per fare precipitare l'aereo, che tuttavia non esplosero. Il terzo tentativo ebbe luogo il 21 marzo a Berlino, quando al colonnello Rudolf Christoph Freiherr von Gersdorff fu dato incarico di accompagnare Hitler ad una mostra di materiale bellico catturato al nemico; Tresckow chiese a von Gersdorff se fosse disponibile a sacrificarsi facendosi saltare in aria mentre si trovava accanto a lui ma, dopo averne ricevuto l'assenso, la visita del Führer si svolse così rapidamente da non permettere il tempo di azionamento delle spolette, costringendo von Gersdorff ad uscire per disinnescarle.

La pianificazione dell'attentato [modifica]

L'ingresso di Stauffenberg nei cospiratori [modifica]

Il colonnello Claus Schenk von Stauffenberg, esecutore materiale dell'attentato ad Hitler del 20 luglio 1944

Nell'agosto 1943, Tresckow incontrò per la prima volta un giovane ufficiale, il tenente colonnello Claus Schenk von Stauffenberg; questi era stato gravemente ferito in Tunisia, perdendo la mano destra, due dita della mano sinistra e l'occhio destro. Il conte von Stauffenberg era un politico conservatore e nazionalista e cattolico e, dall'inizio del 1942, condivise il pensiero, largamente diffuso tra gli ufficiali dell'esercito, che il proseguimento della guerra avrebbe portato la Germania al disastro e che Hitler sarebbe dovuto essere rimosso dal potere del paese; inizialmente, i suoi scrupoli religiosi gli avevano impedito di giungere alla conclusione che l'assassinio sarebbe stato l'unico modo per raggiungere questo scopo ma cambiò idea dopo la sconfitta della 6ª armata nella battaglia di Stalingrado, nel dicembre 1942, ed il conseguente fallimento della seconda offensiva estiva sul fronte orientale[10].

Una volta terminata la convalescenza, venne contattato dai cospiratori, accettando di unirsi al complotto; dopo avere ricevuto la nomina di capo di stato maggiore dell'esercito territoriale, sotto il diretto comando del generale Olbricht, rielaborò, insieme a von Tresckow ed al maggiore Hans-Ulrich von Oertzen, la strategia del colpo di stato, modificando radicalmente gli ordini di mobilitazione della riserva nel caso della morte di Hitler, per agire in seguito contro le più alte personalità del Reich e le SS; la scelta su chi dovesse compiere materialmente l'attentato cadde proprio sul colonnello von Stauffenberg, in virtù dell'opportunità che questi aveva di avvicinare il Führer durante le riunioni alla Wolfsschanze[8].

Il piano Walküre [modifica]

Carl Friedrich Goerdeler avrebbe dovuto ricoprire nel nuovo Governo la carica di Cancelliere del Reich

L'idea di un attentato ai danni del Führer nacque in un incontro, avvenuto nel settembre del 1943, tra il feldmaresciallo Günther von Kluge, il generale a riposo Ludwig Beck, il dottor Carl Friedrich Goerdeler ed il generale Friedrich Olbricht, riunitisi presso l'appartamento di quest'ultimo[11]. Goerdeler era stato sindaco di Lipsia e, per un certo periodo, commissario del Reich per il controllo dei prezzi ed era uno dei maggiori oppositori alla politica del Führer, nonché fautore di una nuova forma di governo, nel quale egli stesso avrebbe dovuto ricoprire la carica di Cancelliere, mentre il generale Beck, ex capo di stato maggiore dell'esercito, dal quale aveva dato le dimissioni nel 1938, sarebbe dovuto divenire il nuovo Capo di Stato.[6][12] Il motivo della riunione risiedeva nella richiesta del feldmaresciallo von Kluge, comandante dal 16 dicembre 1941 al 27 ottobre 1943 dell'Heeresgruppe Mitte sul fronte orientale, di un incontro con il generale Beck per esprimere la sua preoccupazione sull'andamento della guerra e sull'impossibilità di proseguirla quanto meno su due fronti ed in merito alla necessità di prendere una decisione per eliminare Hitler dalla scena politica e militare, ritenendo che questo avrebbe impedito la distruzione del paese e l'invasione sovietica della Germania.[13]

Il feldmaresciallo Günther von Kluge (a sinistra) insieme ad Adolf Hitler, in un'immagine del 1940, durante l'occupazione della Francia

Le condizioni per la realizzazione di un attentato tuttavia peggioravano sempre di più poiché Hitler non appariva quasi più in pubblico e raramente si recava a Berlino[8]; egli infatti, dal 24 giugno 1941, due giorni dopo l'inizio dell'operazione Barbarossa, aveva spostato il suo quartier generale a Rastenburg, nella Wolfsschanze, la "tana del lupo", andando occasionalmente al Berghof, la sua residenza estiva nell'Obersalzberg, nei pressi di Berchtesgaden; Heinrich Himmler e la Gestapo inoltre nutrivano sospetti sulla possibilità di un complotto contro Hitler, sospettando un coinvolgimento da parte degli ufficiali dello Stato maggiore generale.

Nel 1943, Olbricht aveva presentato una nuova strategia per la realizzazione di un colpo di Stato; l'esercito territoriale, l'Ersatzheer, aveva un piano operativo denominato piano Walküre, utilizzabile in caso di rivolta interna o nei territori occupati. I vertici militari avevano infatti considerato l'ipotesi che la mancanza di ordine, dovuta alla distruzione delle città a causa dei bombardamenti, e di controllo, a causa delle difficoltà di conservare le strutture necessarie a trattenere i milioni di lavoratori forzati occupati nelle fabbriche tedesche, sarebbe potuta sfociare in una ribellione o in una insurrezione; Olbricht suggerì che questo piano avrebbe potuto essere utilizzato per mobilitare l'esercito territoriale non contro la minaccia preventivata ma viceversa contro le SS ed i vertici del partito.

Wolf-Heinrich von Helldorf, alla sinistra di Heinrich Himmler, capo della polizia di Berlino; garantì la collaborazione delle forze dell'ordine della capitale durante il colpo di Stato

Il nuovo piano Walküre fu redatto da von Tresckow tra l'agosto ed il settembre del 1943, introducendo nuovi ordini supplementari, per l'occupazione dei ministeri del governo di Berlino, del quartier generale di Himmler nella Prussia orientale, delle stazioni radio e le centrali telefoniche, oltreché per la liberazione dei campi di concentramento[14][15]. L'operazione Valchiria poteva essere messa in atto esclusivamente dal generale Friedrich Fromm, comandante dell'esercito territoriale, che, di conseguenza, avrebbe dovuto partecipare alla congiura o essere arrestato insieme agli altri funzionari governativi ed ai militari che fossero rimasti fedeli ad Hitler.

Il generale Friedrich Fromm (quarto da sinistra), comandante dell'esercito territoriale

Il ruolo di Stauffenberg era indispensabile per il colpo di Stato che avrebbe seguito la morte del Führer e, di conseguenza, il piano prevedeva che, dopo l'esplosione della bomba, egli avrebbe dovuto fare immediatamente ritorno a Berlino per prendere il comando della milizia territoriale mentre il capo ufficio segnalazioni, il generale Erich Fellgiebel, avrebbe dovuto telefonare a Berlino per dare la notizia della morte di Hitler e, ricevuta la notizia, il generale Friedrich Olbricht, insieme al suo nuovo capo di Stato Maggiore, il colonnello Albrecht Mertz von Quirnheim, e ad altri ufficiali favorevoli al rovesciamento del governo avrebbero avviato il piano Walküre. Questo era tuttavia debole in diversi punti: il generale Fromm era a conoscenza del complotto ma, fino a quel momento, non aveva fatto nulla per fermarlo e tra i congiurati si era fatta largo la convinzione che parimenti non avrebbe fatto nulla per ostacolarlo; egli tuttavia aveva condizionato la sua adesione alla riuscita del colpo di Stato, ossia non ne avrebbe preso parte fino a quando il successo non fosse stato assicurato[16] e quindi, in caso di fallimento, era lecito pensare che si sarebbe schierato contro i partecipanti ed il suo eventuale rifiuto di inoltrare gli ordini relativi al piano avrebbe impedito ai comandanti dei distretti militari la loro conferma, con il pericolo che questi avrebbero potuto opporre il rifiuto di eseguirli.

La verifica della morte di Hitler era un'altra delle variabili essenziali alla riuscita del piano, poiché, se l'attentato fosse fallito, le possibilità di iniziare l'operazione Valchiria erano praticamente inesistenti, dato che i comandanti dei distretti non avrebbero obbedito ad ordini provenienti dalla milizia territoriale, se questi si fossero basati sulla notizia inesatta della morte del Führer. Il tempo necessario a Stauffenberg per fare ritorno a Berlino, pari a circa tre ore, aggiungeva difficoltà al piano, poiché gli ordini per la mobilitazione della riserva territoriale erano firmati da Olbricht e da von Quirnheim; tuttavia, se dai distretti militari fosse pervenuta la richiesta, questi avrebbero dovuto essere confermati da Fromm, e di conseguenza Stauffenberg non avrebbe potuto confermare nessun ordine prima del suo ritorno a Berlino. Inoltre se gli ordini non fossero partiti o se il blocco delle comunicazioni non avesse retto, lo stato maggiore di Hitler avrebbe potuto emanare i relativi contrordini[17].

L'attentato [modifica]

L'adesione di Rommel e la decisione dei congiurati [modifica]

Nell'estate del 1944, la Gestapo era a conoscenza di un piano per assassinare Hitler. Inoltre vi era la sensazione che anche sul campo di battaglia rimanesse poco tempo prima della definitiva disfatta della Germania, poiché il fronte orientale era in rotta e gli Alleati erano sbarcati il 6 giugno in Francia; circa un mese prima il feldmaresciallo Erwin Rommel era stato informato dal generale Hans Speidel dei preparativi di un attentato al Führer e questi aveva formalmente aderito ed, anche se nulla fu deciso riguardo alla sua posizione nel nuovo governo, la notizia rafforzò la determinazione dei congiurati, in quanto Rommel godeva in Germania di una grande popolarità e di una grande stima da parte della popolazione e la sua presenza avrebbe potuto spostare l'equilibrio del consenso a favore di Stauffenberg. Il feldmaresciallo sostenne che si doveva "venire in soccorso della Germania" ma, allo stesso tempo, riteneva che uccidere Hitler ne avrebbe fatto un martire, preferendo l'idea di arrestarlo e trascinarlo davanti a un tribunale militare per i suoi molteplici crimini[18].

Quando Stauffenberg mandò, attraverso il tenente Heinrich Graf von Lehndorff-Steinort, un messaggio a Tresckow chiedendo se vi fosse ancora qualche motivo per tentare di assassinare Hitler, in quanto nessun fine politico sarebbe servito alla Germania; Tresckow rispose: "L'assassinio deve essere tentato, coûte que coûte (ad ogni costo). Anche qualora il tentativo fallisse, dobbiamo procedere nell'operazione Valchiria a Berlino. Ai fini pratici non è più alcuno scopo; quello che conta adesso è che il movimento di resistenza tedesco deve fare un grande passo davanti agli occhi del mondo e della storia. Rispetto a questo, nient'altro ha importanza[19]."

I giorni precedenti l'attentato [modifica]

Il colonnello Claus Schenk von Stauffenberg (a sinistra), durante l'incontro con Adolf Hitler alla Wolfsschanze, il 15 luglio 1944, alla sinistra del Führer il feldmaresciallo Wilhelm Keitel e, di spalle, il generale Karl-Heinrich Bodenschatz

Sabato 1 luglio 1944, Stauffenberg venne nominato capo di stato maggiore del generale Fromm presso la sede dell'esercito territoriale al Bendlerblock, nel centro di Berlino; il nuovo incarico permise a Stauffenberg di partecipare alle riunioni informative di Hitler, sia alla Wolfsschanze che a Berchtesgaden, offrendogli la possibilità di uccidere personalmente Hitler con una bomba o con una pistola. Nel frattempo nuovi elementi si aggiunsero alle fila dei congiurati e tra questi vi era il generale Carl-Heinrich von Stülpnagel, comandante militare in Francia, il quale, dopo la morte di Hitler, avrebbe preso il controllo di Parigi, con l'intento di negoziare un armistizio con le forze Alleati[20].

Il 7 luglio il generale Stieff ebbe la possibilità di uccidere Hitler durante una mostra di nuove divise presso il castello di Klessheim, vicino a Salisburgo, senza tuttavia riuscire ad agire, mentre l'11 luglio Stauffenberg partecipò ad una conferenza alla presenza di Hitler, portando una bomba nella sua valigetta, ma, a causa della precedente decisione dei cospiratori, che ritenevano imprescindibile uccidere il Führer senza eliminare contemporaneamente Hermann Göring ed Heinrich Himmler, l'attentato non venne realizzato a causa della mancata presenza di quest'ultimo[8].

Quando Stauffenberg, il 15 luglio, si recò nuovamente alla Wolfsschanze, la decisione di uccidere Hitler insieme ad Himmler era stata abbandonata ed il piano di Stauffenberg consisteva nel posizionare la valigetta con la bomba, dotata di un innesco a tempo, all'interno del bunker di cemento dove usualmente si tenevano le riunioni, uscire con un pretesto, attendere l'esplosione per poi fare ritorno a Berlino dove, dal Bendlerblock, l'edificio del ministero della guerra eletto a quartier generale della cospirazione, si sarebbe stato dato il via all'operazione Valchiria. Anche in questa occasione tuttavia, nonostante alla riunione fossero presenti sia Himmler che Göring, l'attentato non poté essere realizzato in quanto Hitler venne chiamato fuori dalla stanza all'ultimo momento[8].

Il 20 luglio 1944 [modifica]

Il mattino del 20 luglio 1944, von Stauffenberg si recò nuovamente alla Wolfsschanze; egli era stato convocato allo scopo di riferire sulle divisioni che la milizia territoriale stava creando in previsione dell'avanzata sovietica ed avrebbe dovuto presentare il suo rapporto ad Hitler durante la riunione quotidiana che questi teneva insieme al suo stato maggiore. In compagnia del colonnello vi erano il tenente Werner von Haeften ed il generale Hellmuth Stieff; sia Stauffenberg che von Haeften portavano una bomba nelle rispettive borse, ognuno dei due ordigni, preparati da Wessel Freytag von Loringhoven, era composto da circa un chilogrammo di esplosivo al plastico, avvolto in una carta di colore marrone; questi avrebbero dovuto essere innescati a tempo, attraverso un detonatore formato da una sottile molla di rame che sarebbe stata progressivamente corrosa da un acido[21].

Mappa del complesso della Wolfsschanze, la "tana del lupo". L'edificio contrassegnato con il numero 6 è la sala delle conferenze dove avvenne l'attentato

Una volta giunto a Rastenburg, von Haeften ordinò al pilota di tenersi pronto a ripartire per la capitale da mezzogiorno in avanti e, lasciato l'aeroporto, i tre si diressero in automobile alla Wolfsschanze; il dispositivo di sorveglianza del quartier generale di Hitler era formato da tre anelli, difesi da campi minati, casematte e barriere di filo spinato, superabili attraverso tre posti di blocco ed ogni ufficiale aveva a disposizione un lasciapassare, valido una sola volta, e tutti dovevano essere soggetti alla perquisizione da parte di un ufficiale delle SS; i due cospiratori, convocati personalmente da Hitler, riuscirono facilmente ad oltrepassare il dispositivo, presentandosi all'interno della "tana del lupo" intorno alle ore 11.00[22].

Adolf Hitler (in blu) si trovava al centro della sala congressi della Wolfsschanze; le persone decedute (in rosso) si trovavano alla sua destra, in prossimità della bomba

La riunione in cui avrebbe dovuto essere presente il Führer era in programma per le 13.00 ed i due ufficiali, dopo una breve colazione, si recarono dal generale Fellgiebel che, insieme al generale Stieff, avrebbe dovuto trasmettere la notizia della morte di Hitler e, immediatamente dopo, bloccare qualunque comunicazione verso l'esterno, per dare tempo ai cospiratori di avviare l'operazione Valchiria. Poco dopo le ore 12:00, von Stauffenberg si recò dal feldmaresciallo Wilhelm Keitel per sottoporgli il contenuto della sua relazione e, dopo averne ottenuto l'approvazione, venne informato dell'anticipo della riunione alle 12.30 a causa dell'arrivo di Benito Mussolini, che sarebbe giunto in visita nel pomeriggio. Il cambiamento di orario rese necessario accelerare l'operazione di innesco degli ordigni e von Stauffenberg chiese al feldmaresciallo il permesso di ritirarsi per qualche minuto per lavarsi e cambiarsi la camicia, chiedendo di essere accompagnato dal suo attendente. Il nervosismo di von Haeften tuttavia rischiò di compromettere l'operazione, poiché, mentre von Stauffenberg era a colloquio con gli ufficiali, egli lasciò l'esplosivo, avvolto in una camicia, incustodito e visibile attraverso la borsa, su di una scrivania, tanto che un sottufficiale delle SS gli chiese di cosa si trattasse, ma l'arrivo di von Stauffenberg risolse la situazione[23].

Una volta rimasti soli, i due iniziarono la preparazione dei due ordigni ma, dopo l'innesco del primo, vennero richiamati dal feldmaresciallo Keitel poiché la riunione era già iniziata: un sergente bussò alla porta e fece ingresso nella stanza, vedendo i due ufficiali manipolare un oggetto e, dopo che Keitel disse ad alta voce "Stauffenberg si sbrighi", il sottufficiale rimase davanti alla porta aperta fino a che il colonnello non uscì con la borsa sotto il braccio, non riuscendo quindi ad innescare la seconda bomba. Per non attirare troppo l'attenzione su di sé Stauffenberg rinunciò a proseguire i preparativi, ritenendo erroneamente che il calore prodotto dall'esplosione di uno degli ordigni avrebbe fatto deflagrare anche il secondo. Una volta diretto verso la sala riunioni, l'attendente di Keitel cercò di prendergli la borsa per affrettarsi ma il colonnello non glielo permise e percorse velocemente i 500 metri che separavano la baracca dove aveva sostato dalla sala dove era in svolgimento la riunione, diversamente dalle informazioni in possesso di von Stauffenberg che riteneva che questa si sarebbe tenuta nel bunker di cemento, che avrebbe amplificato la potenza dell'esplosione[23].

Un soldato mostra i pantaloni di Hitler, distrutti dalla deflagrazione della bomba

La sala riunioni era un comune edificio in mattoni e legno, con larghe finestre, protette da serrandine di acciaio per proteggere i presenti dalle schegge, che, a causa del caldo opprimente di quel giorno, erano tutte aperte; von Stauffenberg iniziò a pensare che la carica potesse essere insufficiente ma a quel punto era impossibile fermarsi. All'interno dell'edificio, il colonnello chiese all'attendente di Keitel di essere posizionato vicino al Führer a causa dei suoi problemi di udito; l'ufficiale diede il suo assenso ed appoggiò la cartella di von Stauffenberg dietro al tenente generale Adolf Heusinger, che in quel momento stava presentando il suo rapporto in merito al fronte orientale. Si presume che il colonnello Heinz Brandt, che era in piedi accanto a Hitler, spinse con il piede la cartella dietro la gamba del tavolo, evitando così l'uccisione di Hitler, ma causando la propria morte[24].

Nella stanza si trovavano 24 persone ed il feldmaresciallo Keitel richiamò l'attenzione di Hitler dicendogli "Stauffenberg è arrivato, non vuole sentirlo su questo punto?" ma questi, dopo avere salutato il colonnello con un cenno del capo, rispose "più tardi, lasciamo finire Heusinger"; immediatamente dopo von Stauffenberg chiese all'attendente di Keitel di potere uscire per fare una telefonata ed i due lasciarono insieme la stanza e, una volta giunti all'apparecchio telefonico, von Stauffenberg chiese di essere messo in comunicazione con il generale Fellgiebel; l'attendente fece ritorno nella stanza mentre il colonnello, sollevato e riagganciato il ricevitore, uscì dall'edificio[25].

Adolf Hitler, scampato all'attentato, visita insieme a Benito Mussolini ciò che resta della sala riunioni

Mentre von Stauffenberg stava percorrendo a piedi i circa 300 metri che lo separavano dall'automobile che lo attendeva, il generale Heusinger stava terminando la sua relazione e la sua frase "se non facciamo ritirare immediatamente il nostro gruppo di armate che si trova accanto al lago Peipus, una catastrofe...", fu interrotta dall'esplosione che avvenne alle 12.42[24][26]. Il colonnello, insieme al tenente von Haeften, salì in macchina ed ordinò all'autista di partire; egli ritenne che l'attentato fosse riuscito ma, nella confusione e nella fretta, non era riuscito a vedere nulla di quanto fosse realmente accaduto, mentre il generale Fellgiebel vide un uomo barcollante uscire dall'edificio distrutto, appoggiato al braccio di Keitel e quell'uomo era Adolf Hitler, sopravvissuto quasi incolume all'attentato; egli riportò infatti solo alcune bruciature alla gambe e la perforazione del timpano destro.[24] Lo scoppio della bomba aveva invece ucciso tre ufficiali, tra cui il colonnello Brandt, e lo stenografo[26].

Von Stauffenberg, dopo aver udito l'esplosione e visto il fumo che si levava dalle finestre dell'edificio colpito, presupponendo la morte di Hitler, salì sulla sua auto personale con il tenente von Haeften; alle 12.44 riuscì ad uscire dalla tana del lupo, telefonando ad un ufficiale dello stato maggiore con cui aveva fatto colazione, per convincere il sottufficiale di guardia a lasciarlo passare[27], ed a recarsi all'aeroporto; durante il tragitto von Haeften riuscì a liberarsi della seconda bomba, che fu in seguito ritrovata dalla Gestapo, ed entrambi si imbarcarono sull'aereo messogli a disposizione dal generale Eduard Wagner, anch'egli partecipante al complotto, per fare ritorno a Berlino[28].

Le conseguenze [modifica]

L'inizio dell'operazione Valchiria [modifica]

Dopo l'esposione, il generale Fellgiebel, che si trovava a Rastenburg, doveva informare Berlino dell'accaduto ma i segnali a sua disposizione erano solo due, ossia quello di avvio dell'operazione Valchiria e quello di arresto; non era stata presa in considerazione l'ipotesi che la bomba scoppiasse, dando quindi avvio al colpo di Stato, ma che Hitler potesse comunque sopravvivere all'attentato[29]. Nell'impossibilità di contattare von Stauffenberg, ormai uscito dal complesso, le comunicazioni con l'ufficio del generale Olbricht furono confuse ed il generale, per non compromettere definitivamente il colonnello, parlando con il generale Fritz Thiele, disse semplicemente "è successa una cosa terribile, il Führer è vivo"[30]. La conseguenza della confusione delle informazioni fu quella che la milizia territoriale non venne messa in movimento fino all'arrivo a Berlino di von Stauffenberg che diede il via al piano comunicando a tutti i distretti la morte del Führer, nonostante il rifiuto del generale Fromm a collaborare[31]; questi infatti aveva parlato personalmente con il feldmaresciallo Keitel, il quale gli aveva riferito che il Führer era vivo; Hitler aveva ripreso il controllo della situazione e in quel momento si trovava in compagnia del Duce.

Nonostante il ritardo nell'avvio delle operazioni, rimaste sospese fino alle ore 16.00, furono diramate per radio le nomine per il nuovo regime, tra le quali quella del feldmaresciallo Erwin von Witzleben, posto a capo di tutte le forze armate del Reich, ma queste comunicazioni iniziarono ad essere smentite dai messaggi provenienti da Rastenburg; la lentezza e le esitazioni nell'attuazione delle operazioni, unite alla sopravvivenza di Hitler, furono fatali ai cospiratori.

La repressione [modifica]

Verso le 18.00, il comandante del III gruppo della difesa, il generale Joachim von Kortzfleisch fu convocato al Bendlerblock ma lui rifiutò di obbedire agli ordini di Olbricht, sostenendo che il Führer non era morto, venendo così arrestato e tenuto sotto sorveglianza; al suo posto venne nominato il generale Karl Freiherr von Thüngen, che tuttavia non fu in grado di mobilitare le sue truppe, mentre il generale Fritz Lindemann, che avrebbe dovuto leggere alla radio un proclama al popolo tedesco, non si presentò[32]. Inoltre non venne occupata nè la radio, nè il quartier generale della Gestapo.

Alle 18.45 la radio tedesca iniziò a diffondere ripetutamente un messaggio che spiegava che il Führer era stato oggetto di un attentato ma che era rimasto illeso e che era in atto un colpo di stato; inutilmente von Stauffenberg cercò di smentire la notizia ed a Praga e Vienna i comandanti territoriali, che avevano iniziato ad arrestare le SS, liberarono i prigionieri ristabilendo l'ordine. Alle 19:00 circa, Hitler effettuò diverse telefonate mentre il ministro della propaganda Joseph Goebbels si attivò per smentire la notizia della sua morte; il maggiore Otto Ernst Remer, che si era presentato per arrestarlo, fu da lui messo in comunicazione con Hitler, che lo rassicurò sulle sue condizioni, lo promosse colonnello, ordinandogli di fermare il colpo di stato e di arrestare i cospiratori[31].

Soldati ed SS nel cortile interno del Bendlerblock, quartier generale e luogo della fucilazione dei congiurati

Il colonnello Remer, prima di assolvere il suo compito, ricevette la notizia che un'unità corazzata si era radunata nella Fherbeliner Plaatz agli ordini del generale Heinz Guderian; egli si mise immediatamente in contatto con essa, in virtù dell'autorità di comando di tutte le forze armate disponibili nella capitale che Hitler gli aveva conferito, ricevendo tuttavia la risposta che l'unità avrebbe in ogni caso obbedito solo agli ordini di Guderian e l'eventuale intervento di un'unità corazzata avrebbe messo i cospiratori in una condizione di vantaggio rispetto alla divisione Großdeutschland da lui comandata; tuttavia la situazione venne risolta dal tenente colonnello Gehrke che convinse gli equipaggi dei panzer della stabilità della situazione, richiamando la loro fedeltà al Führer[33].

Il colonnello Remer ordinò alle sue truppe di circondare ed isolare il Bendlerblock, senza entrare nell'edificio[34]. Alle ore 20:00, Witzleben arrivò ​​al Bendlerblock, dove discusse con Stauffenberg, che insisteva ancora sul proseguimento del colpo di stato. Nello stesso momento, il sequestro del governo di Parigi venne interrotto quando il feldmaresciallo Günther von Kluge venne a sapere che Hitler era vivo. Alle 20.30 il feldmaresciallo Keitel diffuse un messaggio in cui si affermava che Heinrich Himmler era stato nominato comandante dell'esercito territoriale al posto di Fromm e che da quel momento si sarebbe dovuto obbedire solo agli ordini che provenivano da lui; alle 22.30, dopo una breve sparatoria all'interno del Bendlerblock, i principali congiurati vennero arrestati dal generale Fromm. Poco dopo la mezzanotte del 21 luglio, il colonnello Claus von Stauffenberg, il generale Friedrich Olbricht, il colonnello Albrecht Mertz von Quirnheim ed il tenente Werner von Haeften, vennero, su ordine del generale Fromm, arrestati e fucilati nel cortile del Bendlerblock; pochi minuti dopo lo Standartenführer Otto Skorzeny arrivò con una squadra di SS e, dopo avere vietato altre esecuzioni, arrestò i congiurati rimasti e li consegnò alla Gestapo, che immediatamente si attivò per scoprire tutte le persone coinvolte nell'attentato[31].

Il processo [modifica]

Il processo ai partecipanti del complotto del 20 luglio, presieduto dal giudice nazista Roland Freisler

Nelle settimane successive, la Gestapo catturò quasi tutti coloro che avevano la più remota connessione con l'attentato; la scoperta di lettere e diari nelle case e negli uffici degli arrestati rivelò i piani dei congiurati dal 1938, portando ad una serie di arresti, tra cui quello di Franz Halder, condotto poi in un campo di concentramento. Seguendo il cosiddetto Sippenhaft, l'arresto per motivi di parentela, vennero arrestati tutti i parenti dei principali congiurati. Alla fine furono circa 5.000 le persone arrestate dalla Gestapo e circa 200 i giustiziati;[35] non erano tutti collegati con la congiura, tuttavia la polizia politica colse l'occasione per regolare i conti con molte altre persone sospettate di avere simpatie con l'opposizione nazista[36].

Carl Friedrich Goerdeler durante un momento del processo

I partecipanti al complotto vennero processati dal Volksgerichtshof, presieduto dal giudice Roland Freisler, che condannò a morte tutti gli imputati a seguito di processi brevissimi, svolti il 7 e l'8 agosto, praticamente in assenza di difesa[37]; pochissimi tra i congiurati cercarono di fuggire o di negare le loro colpe. I processi vennero condotti senza alcun riguardo nei confronti delle persone accusate, obbligandoli a presentarsi privati di cinture ed in abiti troppo grandi,[6] allo scopo di renderli grotteschi[38]. Hitler stesso aveva ordinato che i colpevoli venissero "impiccati e appesi come bestiame al macello"[39][40].

Il tentativo di Fromm di sopravvivere, ordinando l'esecuzione di Stauffenberg e degli altri congiurati, fu infruttuoso; infatti anche lui venne arrestato il 21 luglio e in seguito condannato a morte dal Tribunale del Popolo[31]. Nonostante il suo coinvolgimento nella cospirazione, venne accusato esclusivamente di scarso rendimento nelle sue funzioni, venendo ucciso a Brandeburgo sulla Havel; Hitler in persona commutò la condanna a morte per impiccagione alla "più onorevole" fucilazione. Anche Erwin Planck, il figlio del famoso fisico Max Planck, venne giustiziato per il suo coinvolgimento[41].

Il feldmaresciallo Erwin Rommel, qui insieme al generale Hans Speidel (a sinistra) che lo informò del complotto contro Adolf Hitler, fu indotto a suicidarsi per la sua adesione, seppure solo formale, alla congiura

Pochissimi riuscirono a sfuggire al Tribunale del Popolo dandosi la morte, tra questi il feldmaresciallo von Kluge ed i generali Wagner e von Tresckow che si suicidarono; quest'ultimo prima della sua morte, disse a Fabian von Schlabrendorff: "Il mondo intero ora ci diffamerà, ma io sono ancora del tutto convinto che abbiamo fatto la cosa giusta. Hitler è l'acerrimo nemico non solo della Germania, ma del mondo intero.[42]" Durante un interrogatorio, Karl-Heinrich von Stülpnagel fece il nome del feldmaresciallo Erwin Rommel; pochi giorni dopo, il consigliere personale di Stülpnagel, Cesare von Hofacker ammise sotto tortura che Rommel era un membro attivo della cospirazione e, nonostante non vi fosse stata nessuna formale adesione nè alcuna partecipazione diretta da parte sua, fu costretto a togliersi la vita il 14 ottobre 1944[18].

La stanza delle esecuzioni per i congiurati, nel carcere berlinese di Plötzensee

L'esecuzione delle prime condanne avvenne nel carcere di Plötzensee, a poche ore dalla lettura della sentenza: i condannati vennero impiccati con filo di ferro ed i loro corpi appesi poi a ganci da macellaio.[43] Tutte le esecuzioni furono filmate in maniera meticolosa e dettagliata per un totale di circa quattro ore di filmato, mostrato ad Hitler, che lo aveva commissionato; successivamente venne visto da altri gerarchi, non pochi dei quali si sentirono male e dovettero abbandonare la sala di proiezione. Il filmato venne proiettato per l'ultima volta nel 1950 e da allora occultato a Berlino[37].

Altri congiurati, tra cui l'ammiraglio Wilhelm Canaris, ex capo dell'Abwehr, il servizio segreto militare tedesco, ed il generale Hans Oster furono arrestati e giustiziati il 9 aprile 1945 nel campo di concentramento di Flossenbürg. I parenti dei congiurati, arrestati secondo le norme del Sippenhaft, vennero internati nei campi di concentramento e tra questi vi furono dieci membri della famiglia Stauffenberg, tra i quali uno dei fratelli, Berthold, che fu processato e giustiziato, otto della famiglia Gordeler più molti altri familiari dei congiurati, alcuni dei quali persero la vita. Dal momento del loro arresto e del loro internamento, mano a mano che gli alleati avanzavano, essi vennero spostati da un campo all'altro fino alla loro liberazione, avvenuta in Tirolo da parte degli americani il 28 aprile 1945[44]. Oggi a Berlino, nella prigione dove furono eseguite le sentenze di morte, c'è un museo commemorativo per le vittime del processo.

I protagonisti della vicenda [modifica]

I partecipanti alla riunione del 20 luglio [modifica]

In corsivo i personaggi che rimasero uccisi nell'esplosione.

I cospiratori direttamente coinvolti [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce elenco di membri del complotto del 20 luglio.

Molte personalità militari che ricoprivano posizioni importanti nell'ingranaggio militare tedesco ed importanti esponenti dell'imprenditoria industriale, appartenevano a circoli antinazisti, segretamente od a titolo personale, anche se non tutti concordavano sull'eliminazione fisica di Hitler e dei principali gerarchi; molti erano i simpatizzanti che non avrebbero agito concretamente, o, appellandosi al giuramento di fedeltà, disposti a mostrare i loro veri sentimenti solo dopo la morte del Führer.

Fra coloro che parteciparono direttamente all'attentato vi furono:

Claus Schenk von Stauffenberg

« Sento il dovere di fare qualcosa per salvare la Germania. Noi tutti, ufficiali dello Stato Maggiore, dobbiamo assumere la nostra parte di responsabilità. »
 
(Da una lettera indirizzata alla moglie.[1])
Claus Philipp Maria Schenk Graf von Stauffenberg
Claus Schenk Graf von Stauffenberg small.jpg
15 novembre 1907 - 21 luglio 1944
Nato a Jettingen-Scheppach
Morto a Berlino
Cause della morte fuciliazione, per aver progettato l'attentato contro Adolf Hitler
Dati militari
Nazione servita Flag of the NSDAP (1920–1945).svg Germania nazista
Forza armata Wehrmacht
Grado Colonnello
Guerre Seconda guerra mondiale
Campagne Campagna di Polonia
Campagna del Nord Africa

[senza fonte]

voci di militari presenti su Wikipedia

Claus Philipp Maria Schenk Graf von Stauffenberg (Jettingen-Scheppach, 15 novembre 1907Berlino, 21 luglio 1944) è stato un ufficiale tedesco che svolse un ruolo di primo piano nella progettazione e successiva esecuzione dell'attentato del 20 luglio contro Adolf Hitler e nel successivo tentativo di colpo di stato. Il suo cognome completo era Schenk Graf von Stauffenberg, in quanto la famiglia Stauffenberg aveva aggiunto il termine Graf (conte) come parte del cognome, dopo l'abolizione dei titoli nobiliari da parte della Repubblica di Weimar.

Indice

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Biografia [modifica]

Francobollo raffigurante von Stauffenberg
Stauffenberg a Rastenburg, il 15 luglio 1944 sulla sinistra, con Hitler (al centro) e Wilhelm Keitel (a destra). Stauffenberg stava trasportando una bomba a tempo, che poi decise di non far esplodere.

Claus Schenk von Stauffenberg nacque a Jettingen-Scheppach, in Baviera, nel 1907; proveniente da una aristocratica famiglia cattolica, inizialmente aderì entusiasticamente al Nazismo, pur non condividendone alcuni aspetti, per poi rigettare la propria fede nel Governo Hitler quando la guerra volse per il peggio. Intrapresa la carriera militare nella Wehrmacht, allo scoppio della seconda guerra mondiale prestò servizio nel corpo di rifornimento dell’esercito, in Polonia, dal settembre 1939 al giugno 1940, quando fu trasferito al comando supremo di Berlino.
Successivamente fu inviato in Africa come ufficiale di Stato Maggiore della 10. Panzer-Division col grado di tenente colonnello[2], ma, il 7 marzo 1943, venne ferito gravemente durante un attacco aereo inglese; il famoso chirurgo Ferdinand Sauerbruch riuscì a salvargli la vita, ma non poté impedire la perdita della mano destra, dell'occhio sinistro e due dita (anulare e mignolo) della mano sinistra. Nell’ottobre del 1943 venne promosso colonnello ed assegnato allo Stato Maggiore della riserva a Berlino, sotto il comando del generale Friedrich Olbricht.

Nonostante le sue condizioni von Stauffenberg, per spirito di fedeltà alla Patria, continuò a prestare servizio nell'esercito, ma con animo risoluto a liberare la Germania dal malgoverno di Hitler, dopo essersi reso conto che questi stava portando il proprio paese verso la distruzione; il suo pensiero fu esposto in una lettera che inviò alla moglie nel marzo del 1943: "Sento il dovere di fare qualcosa per salvare la Germania; noi tutti, ufficiali dello Stato Maggiore, dobbiamo assumere la nostra parte di responsabilità".

Il complotto del 20 luglio [modifica]

Fu così che venne ordita la congiura degli ufficiali tedeschi contro il Führer, ed al complotto parteciparono, insieme a lui, anche altri alti militari, tra i quali il generale Ludwig Beck, già capo di Stato Maggiore della Wehrmacht, ed il generale Henning von Tresckow, esperto in strategia. L'attentato fu fissato per il 20 luglio 1944 e si sarebbe realizzato nella sede del quartier generale di Hitler, la cosiddetta tana del lupo, a Rastenburg e venne denominato "Operazione Valkiria": la bomba, contenuta all'interno di una valigetta, fu posizionata vicino ad Hitler dallo stesso von Stauffenberg, ma venne spostata da qualcuno qualche metro più lontano; questo fatto, insieme ad altre sfortunate circostanze – per il forte caldo, la riunione si svolse in un edificio in legno con le finestre aperte e non nel bunker dove l'esplosione, non potendosi sfogare all'esterno, sarebbe stata enormemente più devastante; Stauffenberg aveva predisposto originariamente due bombe, ma a causa dell'anticipazione della riunione di 30 minuti, nella fretta riuscì ad armarne solo una; il tavolo della riunione, costruito in solido legno di quercia, attutì ulteriormente la forza d'urto dell'esplosione - fece fallire l'attentato.

Immediatamente dopo lo scoppio Stauffenberg, come pianificato, fece ritorno a Berlino per assumere il comando militare dell'operazione in Bendlerstrasse, per condurre da quella sede il colpo di Stato. Hitler tuttavia sopravvisse quasi incolume all’esplosione e Stauffenberg, Beck, Olbricht, il capo di stato maggiore colonnello Albrecht ed altri congiurati vennero fatti arrestare dalle SS e dalla Gestapo, così come tutti coloro che in qualche modo erano venuti a contatto con loro. Gli arrestati furono torturati per ottenere rivelazioni, poi vennero trucidati, spesso senza nemmeno un processo.

Anche von Stauffenberg fu arrestato e fucilato assieme agli altri congiurati nella stessa notte del 20 luglio 1944 nel cortile del Bendlerblock, sede del Comando Supremo dell'Esercito a Berlino. Fu poi detto che prima di essere ucciso, Stauffenberg avesse gridato: "Lunga vita alla Sacra Germania". Su ordine del Führer, tutti i membri delle famiglie dei colpevoli dovevano essere eliminati: questo portò anche all'arresto, alla deportazione e uccisione di molti innocenti, che avevano la disgrazia di condividere il nome, anche senza essere parenti, dei congiurati. Per quanto riguarda la famiglia von Stauffenberg il fratello maggiore, Berthold, fu giustiziato; la moglie di Stauffenberg, Nina, ed i suoi quattro figli (la donna era incinta della quinta figlia, Konstanze, che sarebbe nata il 17 gennaio 1945 a Francoforte sull'Oder, durante la prigionia) furono arrestati dalle SS; i quattro figli furono messi, sotto falso nome, in un orfanotrofio in Bassa Sassonia. Successivamente e fino alla fine della guerra, Nina venne tenuta prigioniera in provincia di Bolzano. Liberati dall'arrivo delle truppe alleate, tutti i membri della famiglia poterono finalmente riunirsi dopo la fine della guerra. Nina è morta il 2 aprile 2006.

Nel Dopoguerra, a Berlino, la Bendlerstrasse fu ribattezzata Stauffenbergstrasse. Vi è stato eretto un monumento alla Resistenza tedesca e nelle vicinanze un museo (aperto nel 1994) onora tutti i partecipanti al “complotto di luglio” insieme ad altri oppositori al nazismo.

L'ideologia di Stauffenberg [modifica]

Sebbene la moderna cultura popolare raffiguri Stauffenberg come un radicale oppositore all'intero apparato ideologico del Terzo Reich (ad esempio nel film del 2008 di Bryan Singer a lui dedicato, Operazione Valchiria), ciò non è del tutto corretto storicamente[3].

Uno dei più attivi membri del movimento anti-hitleriano, Hans Bernd Gisevius, descrive il Colonnello Stauffenberg, che incontrò nel Luglio 1944, come un uomo tutt'altro che condizionato da un'ideologia anti-nazionalista. Nella sua autobiografia Bis zum bitteren Ende (it. "Fino all'amara fine"), Gisevius scrive:

  « Stauffenberg voleva mantenere tutti gli elementi totalitari, militaristici e socialisti del Nazionalsocialismo. Ciò che aveva in mente era la salvezza della Germania da parte di generali che potessero spazzare via la corruzione e la cattiva amministrazione, che potessero instaurare un governo militarmente ordinato e che inspirasse il popolo a compiere un ultimo grande sforzo. Ridotto ad un motto, voleva che la nazione rimanesse militarizzata e socialista. [...]

Stauffenberg era motivato dalle impulsive passioni dell'uomo militare disilluso, i cui occhi erano stati aperti dalla sconfitta delle armate Tedesche. Stauffenberg era passato alla ribellione solo dopo Stalingrado. [...]

La differenza tra Stauffenberg, Helldorf e Schulenberg - tutti e tre conti - era che Helldorf era entrato nel Movimento Nazista come un rivoluzionario primitivo, quasi apolitico. Gli altri due erano stati attratti anzitutto da un'ideologia politica. Quindi, era possibile per Helldorf rovesciare tutto in una volta: Hitler, il Partito, il sistema intero. Stauffenberg, Schulenberg e la cricca non volevano alcun disordine che non fosse assolutamente necessario; poi avrebbero dipinto la nave di stato di color grigio militare e l'avrebbero nuovamente varata.[4] »
   

Questo sembra trovare conferma in una lettera a sua moglie Nina, dove descrive la Polonia in termini dispregiativi: "la popolazione qui è solo plebaglia, un gran numero di Ebrei e molte persone di sangue misto. Un popolo che sta bene solo sotto la frusta".[5] D'altra parte, però, Stauffenberg non approvava le persecuzioni religiose ed etniche, che riteneva contrarie alla propria spiritualità cattolica.[6]

In caso di riuscita del complotto, Stauffenberg progettava di non acconsentire alla richiesta di resa incondizionata, come Roosevelt e Churchill avevano stabilito ad Arcadia nel 1941, e voleva invece che i territori acquisiti fino al 1939 (Austria, Boemia e Moravia, Polonia occidentale) fossero assegnati alla Germania dopo la fine delle ostilità, e che il Nord-Italia restasse sotto influenza tedesca (essendo all'epoca il resto del territorio occupato dalle truppe americane). Voleva inoltre che Alsazia e Lorena divenissero regione autonoma all'interno del Reich, e che le province di Bolzano e Merano, nel '44 gestite dall'Alpenvorland, venissero annesse dal Reich. Tra le richieste non-territoriali vi era il rifiuto di qualsiasi occupazione della Germania da parte degli Alleati, come anche il rifiuto di trasferire alle autorità nemiche i criminali di guerra, asserendo il diritto delle nazioni di giudicare da sè i propri criminali. Tutte queste proposte erano dirette agli Alleati Occidentali - Stauffenberg voleva che la Germania si ritirasse dai territori occupati ad ovest, sud e nord, mantenendo invece il controllo dei territori acquisiti contro l'Unione Sovietica e la Polonia.[7][8]