La storia della Russia

Storia della Russia fino all'VIII secolo d.C.

La Storia della Russia prima della formazione della Rus' di Kiev è caratterizzata da un numero innumerevole di migrazioni all'interno di quella vastissima porzione di terra che in seguito sarà chiamata Rus' dal nome dato dalle popolazioni locali ai Variaghi che la invasero a partire dal IX - X secolo.

Mappa della Russia nel IX secolo

Già in epoca preistorica è possibile trovare tracce di insediamenti umani. In Crimea, Ucraina e Russia meridionale sono infatti stati rinvenuti innumerevoli Kurgani (sorta di tumuli sepolcrali) che gli storici fanno risalire al periodo neolitico e all'età del bronzo. All'inizio del IV secolo a.C. la Russia meridionale fu occupata dai Celti che ivi si stabilirono spingendosi fino alle sponde del Volga. Nel 250 a.C. fu la volta dei Sarmati, genti Scite di ceppo iranico, che dal meridione invasero Russia e Ucraina e rintrodussero l'uso dei Kurgani. Nel III secolo d.C. l'Ucraina viene invasa prima dai Goti e quindi, nel 375, dagli Unni che soggiogarono i precedenti abitatori. Mentre il sud subiva tali invasioni nel settentrione si insediarono tribù di ceppo ugro-finnico, quali i Merja o i Vepsi.

Gli Slavi penetrarono in Russia solo nel VII secolo, provenienti dai Carpazi, incontrando nella propria migrazione altre entità statali, formatesi sul territorio più o meno recentemente, quali quelle dei Khazari, dei Lituani e dei Bulgari del Volga. Fu tuttavia solo nel IX secolo, quando i primi mercanti vichinghi incominciarono ad affacciarsi con le loro imbarcazioni sui fiumi russi, che iniziarono a porsi le basi per la formazione dei Principati russi, primo fra tutti la Rus' di Kiev.

Khaganato di Rus'

Il Khaganato di Rus' fu un'ipotetica entità politica che si formò durante un periodo scarsamente documentato della storia dell'Europa Orientale (a grandi linee tra la fine dell'ottavo secolo e la metà del nono)[1].Predecessore della dinastia Rurik e della Rus' di Kiev, il Khaganato di Rus' potrebbe aver rappresentato uno Stato (o un'unione di città Stato) probabilmente fondato dai Variaghi in quella che è oggi la parte settentrionale della Russia. La popolazione della regione in quel periodo era composta da slavi, finnici e norreni; erano inoltre presenti sul territorio avventurieri, mercanti e pirati scandinavi. I Variaghi venivano in quel tempo chiamati con l'appellativo di Rus' o Rhos.

Secondo fonti coeve, i centri abitati della regione, a cui si possono includere i proto-villaggi di Holmgard (Novgorod), Aldeigjuborg (Ladoga), Lyubša, Alaborg, Sarskoe Gorodišče e Timerevo, erano sotto il controllo di un monarca chiamato con il titolo di Antico turco di Kagan[2][3][4]. Durante il Khaganato di Rus' nacque di fatto una nuova etnia, la Rus'. I successori di questo ipotetico Stato includono la Rus' di Kiev e le entità statali che le succedettero, fino ad arrivare al moderno Stato russo.

Indice

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Prove storiche [modifica]

Colui che governava la Rus' è stato menzionato con il titolo di "Khagan" in innumerevoli fonti storiche. La maggior parte di queste sono testi stranieri del IX secolo mentre tre sono fonti slave dell'XI e XII secolo.

Le più antiche prove europee dell'esistenza del Khaganato risalgono agli Annali di San Bertin di origine franca. Questi ultimi riferiscono di un gruppo di norreni, che chiamavano loro stessi Rhos (qui se, id est gentem suam, Rhos vocari dicebant) che visitarono Costantinopoli intorno al 838.[5] Decidendo di non ritornare alle proprie terre attraverso la steppa, poiché li avrebbe resi vulnerabili agli attacchi dei Magiari, questi cavalieri viaggiarono attraverso la Germania accompagnati dall'ambasciatore bizantino dell'imperatore Teofilo. Interrogati a proposito dall'Imperatore Franco Ludovico I a Ingelheim, lo informarono che il loro leader era noto con l'appellativo di chacanus (termine latino per "Khagan")[6] e che vivevano a est della penisola scandinava. Gli Annali riferiscono tuttavia che l'imperatore intuì che il loro primitivo luogo di origine era la Svezia (comperit eos gentis esse sueonum).[7]

Visitatori da oltremare, un dipinto del 1899 di Nikolaj Roerich raffigurante i primi esploratori Variaghi in Russia.

Trenta anni dopo, nella primavera del 871, i due sovrani dell'Impero Bizantino e del Sacro Romano Impero Germanico, Basilio I e Ludovico II, si scontrarono per il controllo di Bari, che era stata conquistata agli arabi in seguito all'attacco coordinato degli eserciti delle due potenze. L'imperatore d'oriente inviò una lettera dai toni aspri alla sua controparte occidentale, accusandolo di usurpare il titolo di Imperatore. Sosteneva infatti che i governanti franchi erano semplici reges, mentre il titolo imperiale era appannaggio solo del Signore supremo dei Romani, che individuava in sé stesso. Puntualizzò inoltre che ogni nazioni possiede il proprio titolo per la qualifica di rex: ad esempio il titolo di chaganus era usato dai regnanti degli Avari, dei Cazari (Gazari), e degli "Uomini del Nord" (Nortmanno). Su questo punto, Ludovico replicò che era informato unicamente sui khagan avari, mentre nulla sapeva riguardo a quelli dei Cazari e dei Normanni.[8][9] Il contenuto della lettera di Basilio, oggi andata persa, è ricostruito in base alla risposta di Ludovico, riportata interamente nelle Chronicon Salernitanum.[10] La corrispondenza tra i due Imperatori indica che almeno un gruppo di scandinavi aveva un sovrano chiamato "Khagan".

Ahmad ibn Rusta, un geografo persiano del X secolo, scrisse che il Khagan dei Rus' ("khaqan rus") viveva sopra un'isola in un lago.[2][11]. Il geografo musulmano menziona solo due khagan nel suo trattato — quello di Khazaria e quello di Rus'. Una fonte coeva, redatta da al-Yaʿqūbī nel 889 o nel 890, riferisce che le popolazioni montanare del Caucaso, quando furono attaccate dagli arabi nel 854, chiesero aiuto al signore (sāhib) di al-Rum (Bisanzio), alla Cazaria, e agli al-Saqaliba (Slavi).[12] Hudud al-Alam, un anonimo testo geografico arabo scritto alla fine del X secolo, parla del sovrano dei Rus' come "rus-khaqan".[13] Poiché l'autore sconosciuto di Hudud al-Alam fece uso nella sua opera di numerose fonti del IX secolo, incluso ibn Khordadbeh, è possibile che il suo riferimento al Khagan di Rus' sia stato copiato da testi anteriori.[14] Infine il geografo persiano dell'XI secolo Abu Sa'id Gardizi menziona il "khaqan-i rus" nel suo libro Zayn al-Akbar. Come altri geografi musulmani, Gardizi si riportò alla tradizione risalente al IX secolo.[15]

Ci sono molti indizi che fanno ritenere il titolo di "Khagan" ancora facente parte della tradizione politico-giuridica della Rus' di Kiev dopo la conversione al Cristianesimo. Il Metropolita Ilarione di Kiev utilizza tale titolo scrivendo di Vladimir I di Kiev e Jaroslav il Saggio nel più antico testo esistente di letteratura antico russa, Slovo o Zakone i Blagodati ("Sermone sulla Legge e sulla Grazia"), scritto intorno al 1050.[16] definendo Vladimir come "il grande khagan della nostra terra" (velikago kagana našea zemlja, Vladimera) e a Jaroslav come "il nostro devoto khagan."[17] Un'incisione nella galleria settentrionale della Cattedrale di Santa Sofia recita "O Signore, salva il nostro khagan", riferendosi apparentemente a Sviatoslav II (1073-1076)[18]. Alla fine del XII secolo il Canto della schiera di Igor in un passo parla del "kogan Oleg",[15] tradizionalmente identificato con Oleg di Tmutarakan.[19]

Contesto temporale [modifica]

La Runa di Kälvesten risalente al IX secolo è la più vecchia runa conosciuta che con riferimenti alle spedizioni Variaghe a oriente.

Le fonti primarie esistenti rendono plausibile la circostanza che il titolo di Khagan fu applicato ai governanti della Rus' durante un periodo relativamente breve, approssimativamente tra l'ambasciata Variaga a Costantinopoli (838) e la lettera di Basilio I (871). Tutte le fonti bizantine successive a tale data si riferiscono ai governanti di quel territorio con l'appellativo di arconti. Successivamente gli autori della Rus' di Kiev, menzionati sopra, sembrano aver riportato in auge il termine "Khagan" come una attestazione di lode ai knjaž regnanti piuttosto che come un titolo politico.[20]

Il lasso temporale in cui il Khaganato sarebbe esistito è stato oggetto di un lungo dibattito tra gli storici e rimane ad oggi incerto. Omeljan Pritsak ritiene che lo stesso sia stato fondato tra il 830 e il 840. Negli anni venti del secolo scorso lo storico russo Pavel Smirnov ipotizzò che il Khaganato di Rus' sopravvisse solo per poco tempo intorno al 830 e fu presto distrutto dalla migrazione verso i Carpazi di Magiari e Kabar.[21] Queste teorie partono dal dato storico che non ci sono fonti primarie che menzionano i Rus' o il loro Khagan prima del 830.[22]

Eguale dibattito è sorto in passato in relazione alla disintegrazione del Khaganato. Il titolo di Khagan non è menzionato nei trattati Rus'-bizantini (907, 911, 944), o nel De Ceremoniis, un'opera contenente la meticolosa elencazione delle procedure cerimoniali e dei titoli dei sovrani stranieri, quando tratta del ricevimento di Olga alla corte di Costantino VII nel 945. Inoltre ibn Fadlan, nel suo dettagliato resoconto sui Rus' (922), disegnò il loro leader supremo con l'appellativo di malik ("re"). Da questo dato di fatto, Peter Golden concluse che il Khaganato cessò di esistere tra il 871 e il 922.[23] Zuckerman, inoltre, sostenne che l'assenza del titolo di "Khagan" dal Trattato Rus'-Bizantino del 911 comprova che il Khaganato si era dissolto prima del 911.[24]

Contesto territoriale [modifica]

Mappa raffigurante gli insediamenti dei Rus' (in rosso) e il posizionamento delle tribù slave (in grigio), durante la metà del IX secolo. I territori sotto l'influenza cazara sono quelli ricompresi all'interno della linea blu.

La localizzazione del Khaganato è stata oggetto di una intensa indagine storiografica che ha portato a conclusioni discordanti e contrapposte. Una teoria minoritaria individua il luogo di residenza del khagan di Rus' in Scandinavia o a Walcheren.[25] In netto contrasto, George Vernadsky ha ritenuto che il khagan avesse il proprio quartiere generale nella parte orientale della Crimea o nella penisola di Taman e che l'isola descritta da Ibn Rustah fosse probabilmente situata lungo l'estuario del fiume Kuban'.[26] Entrambe le teorie non hanno avuto un gran numero di sostenitori poiché gli archeologi non hanno rinvenuto alcuna traccia di insediamenti slavo-variaghi in Crimea e non ci sono fonti coeve che documentino la presenza di un khagan in Scandinavia.[27]

La storiografia sovietica, rappresentata da Boris Rybakov e Lev Gumilev, individuò la residenza del khagan a Kiev, città governata, secondo quanto contenuto nel Manoscritto Nestoriano, da Askold e Dir, gli unici khagan di cui sia pervenuto il nome. Michail Artamonov aderì alla teoria di Kiev capitale del Khaganato di Rus', e continuò a propugnarla negli anni novanta del secolo scorso.[28]

Gli storici occidentali, tuttavia, si sono sempre contrapposti a tali risultanze. Non è stata infatti rinvenuta alcuna prova della presenza di un insediamento nel luogo ove oggi sorge la capitale ucraina prima dell'anno 889. [29] I ritrovamenti archeologici nelle vicinanze di Kiev databili periodi anteriori sono quasi inesistenti. Particolarmente problematico è inoltre il mancato rinvenimento di monete risalenti a tali periodi sul corso del Dnepr, circostanza che sarebbe stata in grado di provare che, quello che sarebbe stato l'asse principale del commercio nei secoli successivi, era utilizzato nel IX secolo. [30] Basandosi sull'esame delle prove archeologiche, Zuckerman ha ritenuto che Kiev originariamente fosse una fortezza cazara sul confine con la Levedia e che solo dopo la partenza dei magiari per l'occidente nel 889 i territori circostanti il Dnieper abbiano iniziato a svilupparsi economicamente.[31]

Alcuni storici invece, primo fra tutti Vasilij Bartold, hanno creduto che la posizione del Khaganato fosse da individuarsi più a nord.[2] Tendendo a enfatizzare la testimonianza di ibn Rustah come unica prova storica in grado di individuare la localizzazione della residenza del Khagan.[32] Recenti ricerche archeologiche, condotte fra gli altri da Dmitrij Mačinskij, hanno fatto avanzare l'ipotesi che il Khaganato fosse situato lungo il fiume Volchov e avrebbe incluso il lago Ladoga, Ljubša, Novye Duboviki, Alaborg e Holmgard.[33] "Molti di loro erano inizialmente piccoli insediamenti, probabilmente non più che stazioni per riposarsi e rifocillarsi, che funzionavano altresì come luogo di scambio e di redistribuzione di beni che venivano trasportati lungo il fiume o lungo le rotte carovaniere"[34]. Se l'anonimo viaggiatore citato da ibn Rustah è credibile, i Rus' del periodo del Khaganato facevano un intenso uso delle rotte lungo il fiume Volga per commerciare con il Medio Oriente, forse tramite l'intermediazione di Bulgari e Cazari.La sua descrizione delle isole della Rus' fa allora ritenere che il loro centro fosse a Holmgard, il cui nome tradotto dal variago significa "il castello dell'isola sul fiume". La Prima Cronaca di Novgorod descrive una rivolta a Novgorod prima che Rurik fosse invitato a governare la regione negli anni 860. Johannes Brøndsted, riferendosi a tale fonte,ritiene che Holmgard-Novgorod fu la capitale del Khaganato per alcuni decenni prima dell'arrivo di Rurik, incluso il periodo della ambasciata bizantina nel 839.[35] Machinskij ha accettato questa teoria ma crede che, prima dell'ascesa di Holmgard-Novgorod, il centro politico ed economico dell'area fosse situato ad Aldeigja-Ladoga.[36]

Origini [modifica]

Vascello costruito nella terra degli Slavi; un dipinto del 1903 di Nikolaj Roerič raffigurante la costruzione di una nave in stile vichingo nella Rus'.

Le origini del Khaganato di Rus' non sono chiare. I primi colonizzatori scandinavi si stabilirono sul basso corso del fiume Volchov all'incirca nella metà del VIII secolo. Il territorio da loro occupato comprendeva le moderne Oblast' di San Pietroburgo, Novgorod, Tver', Jaroslavl', e Smolensk, ed era conosciuto nelle fonti antico-scandinave come Garðaríki, la terra delle fortezze. I signori della guerra variaghi, noti alle popolazioni di origine turca che abitavano nelle steppe con l'appellativo di "köl-beki" (re dei mari), arrivarono a sottomettere le regioni abitate da finno-ugrici e slavi, particolarmente nelle regioni lungo il Volga, che fungeva da collegamento tra il Mar Baltico e il Mar Caspio e Serkland.[37]

Come riguardo all'origine dei Rus', la ricerca storiografica non è concorde nell'individuare l'identità e l'origine dei Khagan. Potrebbero infatti essere stati di razza scandinava, o nativi Slavi o Finni, oppure (molto probabilmente) il frutto di un incrocio tra questi tre popoli.[38] Omeljan Pritsak ipotizzò che un khagan cazaro noto con il nome di Khan-Tuvan Dyggvi, esiliato dopo essere stato sconfitto nel corso di una guerra civile, si fosse stabilito con i suoi sostenitori nell'insediamento slavo-variago di Sarskoe Gorodišče, poco distante dall'odierna Rostov, unendosi in seguito con una donna della nobiltà scandinava e dando così inizio alla dinastia dei khagan dei Rus'[39] Zuckerman ha ritenuto la teoria di Pritsak una tesi senza alcun fondamento. [40]. Tuttavia non è stato ad oggi rinvenuto alcun documento attestante la presunta fuga di un khagan cazaro presso i Rus'.[41]

Ciononostante, la teoria di una possibile connessione cazara con i primi monarchi Rus' è supportata dall'uso di un tridente stilizzato tamga, o sigillo, dagli ultimi governanti della Rus' di Kiev come Svjatoslav I; simili tamga sono stati trovati in rovine archeologiche cazare.[42] La connessione genealogica tra i khagan di Rus' del IX secolo e i successivi governanti della dinastia Rurik è però ad oggi incerta.[43]

Molti storici sono concordi nel sostenere che i Rus' abbiano utilizzato il titolo di "khagan" facendo riferimento al corrispettivo cazaro, incerte sono tuttavia le circostanze che hanno determinato tale passaggio. Peter Benjamin Golden ha ipotizzato che il Khaganato di Rus' non fosse null'altro che uno Stato fantoccio istituito dai cazari sul corso del fiume Oka allo scopo di dirottare su quest'ultimo i ricorrenti attacchi magiari;[44] nessuna fonte attesta tuttavia che i Rus' fossero stati sottomessi dai cazari nel corso del IX secolo.

Inoltre, per gli osservatori stranieri (come Ibn Rustah) non vi era alcuna differenza sostanziale tra il titolo di khagan e quello di sovrano di Rus'[45]. Anatolij Novosel'cev ha ritenuto che tale titolo fosse stato istituito per supportare le pretese dei Rus' di eguaglianza nei confronti dei cazari.[46] A questa teoria fa eco quella di Thomas Noonan, che ha ipotizzato che i leader dei Rus' stabilirono di giurare fedeltà a un unico signore supremo e di conferire allo stesso il titolo di khagan al fine di legittimarlo agli occhi dei propri sottoposti e a quello degli Stati confinanti [47]. Secondo quest'ultima tesi tale appellativo era inoltre segno che il sovrano agiva per mandato divino.[48]

Economia [modifica]

Sergej Vasil'evič Ivanov (1864-1910), Commercio di schiavi nell'Europa orientale alto medievale.

Il perno dell'economia del Khaganato di Rus' era la rotta commerciale sul fiume Volga. In Scandinavia sono venute alla luce numerosi dirhem del IX secolo, monete coniate nel Califfato Abbaside e in altri Stati musulmani, a volte divise in pezzi più piccoli e incise con simboli runici;[49] inoltre, più di 228.000 monete arabe sono state rinvenute nella Russia europea e nelle regioni baltiche e si stima che almeno il 90% di quest'ultime siano lì giunte tramite le carovane fluviali che transitavano dal Volga. A testimonianza degli intensi scambi commerciali coi califfati è inoltre opportuno rilevare che il dirhem venne in seguito adottato come base del sistema monetario della Rus' di Kiev.[50]

Il commercio era la maggior fonte di introiti dei Rus', che secondo Ibn Rustah non praticavano l'agricoltura:

  « Non hanno campi coltivati ma dipendono per i loro rifornimenti da quanto riescono ad ottenere dagli as-Saqaliba (slavi). Non hanno proprietà terriere, villaggi o campi; il loro unico lavoro è il commercio delle pelli di zibellini, scoiattoli e di altri animali e le monete ottenute con queste transazioni le ripongono nelle loro cinte.[51] »
   

I mercanti della Rus' viaggiavano lungo il corso del Volga, pagando tributi ai bulgari e ai cazari nei porti di Gorgan e di Abaskun sulla costa meridionale del Mar Caspio; occasionalmente intraprendevano viaggi fino a Baghdad.[15]

Ordinamento interno [modifica]

Scrivendo nel 922, Ibn Fadlan descrisse i sovrani di Rus' (allo stesso modo dei khagan Cazari), come detentori di ben poca autorità. Invece il potere politico e militare era esercitato da un suo delegato, che "comanda le truppe, attacca i nemici e agisce in qualità di rappresentante nei confronti dei suoi sottoposti."[52] Il Re della Rus', d'altro canto, "non ha altri doveri che unirsi carnalmente con le proprie schiave, bere, e dedicarsi ai pacieri della vita."[52] Era sorvegliato da 400 uomini, "che morirebbero per lui... Questi 400 siedono dietro il trono reale: a piattaforma grande e ricoperta di gioielli che ospita anche le 40 schiave del suo harem." Ibn Fadlanscrisse che il sovrano quasi non avrebbe mai voluto allontanarsi dallo stesso e che persino quando andava a cavallo, al suo ritorno, "l'animale lo riporta fino al trono."[53] Ibn Rustah riferisce tuttavia che il khagan era l'autorità di ultima istanza nel decidere le controversie sorte tra i suoi sudditi. Le sue decisioni non erano però vincolanti: se una parte disobbediva alla sentenza reale la disputa era decisa con un duello che avveniva "alla presenza di un consanguineo di ciascun contendente che non sfodera la spada; e l'uomo che ha la meglio dal duello ha il diritto di decidere sulla controversia"[54]

La dicotomia tra la relativa assenza di potere del sovrano e la grande autorità di uno dei suoi sottoposti riflette la struttura del governo cazaro, con l'autorità secolare nelle mani di un Khagan Bek solo formalmente subordinato a un khagan, ed è conforme con il sistema politico tradizionale tribù germaniche dove era presente una netta distinzione tra il Re e il capo militare. L'istituzione di un simile sistema gerarchico è stato anche messo in luce per quel che concerne la Rus' di Kiev nelle relazioni politiche tra Oleg e Igor', ma è dubbio se tale circostanza sia un'impronta del khaganato su di uno Stato che gli è succeduto cronologicamente o sia stata importata successivamente da un'altra tradizione. I primi principati della Rus' di Kiev esibivano infatti certe caratteristiche politiche, militari e giuridiche differenti rispetto al khaganato: alcuni storici ritengono che tali differenze siano state introdotte nella Rus' di kiev dai Cazari piuttosto che dal khaganato.[55]

Costumi sociali e religiosi [modifica]

Oleg pianto dai suoi guerrieri, un dipinto del 1899 di Viktor Vasnetsov. Il rito di seppellimento con i tumuli funerari è tipico delle usanze sia scandinave che delle popolazioni nomadi euro-asiatiche.

A seguito degli scavi archeologici condotti negli anni 1820 a Ladoga e in altre località del nord della Russia, gli studiosi hanno potuto affermare che le usanze e i rituali dei Rus' erano influenzati da quelli degli scandinavi. Tale dato coincide con quanto riferito nelle opere di ibn Rustah e ibn Fadlan. Il primo compilò una breve descrizione della sepoltura di un nobile Rus', che fu posto in una "tomba ampia come una grande casa", insieme a cibo, amuleti, monete, altri accessori e, per ultimo, la propria moglie prediletta. "Quindi la porta veniva sigillata e lei vi moriva dentro."[56] Ibn Fadlan lasciò invece una descrizione dettagliata dell'usanza di cremare i nobili sopra una nave, durante la quale era solito si celebrassero sacrifici umani e di animali. Quando moriva un uomo povero veniva parimenti messo su una piccola barca e bruciato su di essa. Per quel che concerne il funerale delle persone altolocate il viaggiatore musulmano fornisce questa descrizione: i possedimenti del morto erano divisi in tre parti: una per la propria famiglia, una per pagare il rito funebre e una per produrre birra da consumarsi il giorno della cremazione di quest'ultimo.[57] Una delle schiave del morto si immolava volontariamente al fine di potersi riunire con il proprio padrone in paradiso. Il giorno della cremazione il morto veniva disotterrato dalla propria tomba, vestito di tutto punto e posizionato su di una barca costruita per l'occasione. La schiava veniva dunque uccisa (dopo che i parenti e gli amici del morto avevano fatto sesso con lei) e posta sull'imbarcazione prima che il parente più prossimo del deceduto desse fuoco al vascello. Il funerale finiva con l'edificazione di un tumulo rotondo.[58]

Gli storici medievali nel descrivere gli usi dei Rus' si soffermarono particolarmente sui modi duri e spartani con cui venivano educati i giovani[15] Ibn Rustah scrive: "Quando nasce un bambino il padre va verso il neonato con la spada in mano, la getta per terra e dice: 'Non ti lascerò alcun bene: avrai solo quello che riuscirai a procurarti con quest'arma!'"[59]. Al-Marwazi nel confermare che i figli maschi non avevano diritto ad alcuna eredità riferì che, alla morte del padre, tutti i beni diventavano proprietà delle figlie. Un altro esempio del loro estremo individualismo è dato dal loro trattamento verso gli ammalati. Secondo quanto tramandato da Ibn Fadlan, "se uno dei Rus' si ammala gli altri lo lasciano da solo in una tenda procurandogli giornalmente cibo e acqua. Tuttavia non lo visitano né parlano con lui, specialmente se è un servo. Se il malato si riprende si riunisce alla comunità, se muore lo bruciano. Se ciò accade a un servo, tuttavia, lasciano il suo cadavere come cibo per cani e avvoltoi"[60]. Le fonti descrivono i Rus' come estremamente di larghe vedute in materia sessuale. Ibn Fadlan scrisse che il re dei Rus' non si vergognava ad avere rapporti sessuali in pubblico con le schiave. Quando i commercianti Rus' arrivavano a destinazione erano soliti fare sesso con le schiave appena comprate alla presenza dei loro compagni e, alle volte, tali spettacoli si trasformavano in orge.[61]

Gli Idoli, un dipinto di Nikolaj Roerich (1901).

Sia ibn Fadlan che ibn Rustah dipinsero i Rus' come devoti pagani. Ibn Rustah e, dopo di lui, Garizi scrisse che lo sciamano dei Rus' (attiba) deteneva un grande potere sulla gente comune. Secondo ibn Rustah gli sciamani si comportavano "come se possedessero ogni cosa". Loro sceglievano quali uomini, donne, o animali dovevano essere sacrificati e non era possibile opporsi alle loro decisioni [62]. Ibn Fadlan lasciò una descrizione di mercanti che pregavano per il successo delle loro operazioni commerciali davanti "un grande idolo di legno con le sembianze di un essere umano, circondato da figure più piccole e dietro a questi grandi pali conficcati nel terreno." Se il commercio non andava a buon fine venivano fatte ulteriori offerte; se i guadagni rimanevano limitati, il commerciante portava altri doni agli idoli minori. Quando il commercio si rivelava particolarmente vantaggioso, sacrificava in ringraziamento agli idoli bestiame e pecore, le cui carni venivano poi distribuite in elemosina[63].

Fonti bizantine riportano tuttavia che i Rus' adottarono il Cristianesimo verso la fine degli anni 860. In un'enciclica datata 867 il Patriarca Fozio I di Costantinopoli informò gli altri Patriarchi Orientali che il popolo russo, presso cui aveva inviato un proprio vescovo, stava accogliendo la novella cristiana con particolare entusiasmo [64]. Costantino VII attribuì la conversione al proprio avo Basilio I e al Patriarca Ignazio I piuttosto che ai loro predecessori Michele III e Fozio. Constantino descrisse come i Bizantini convertirono i Rus' utilizzando parole persuasive e ricchi regali, tra cui oro, argento e pietre preziose. Tramandò inoltre che i pagani furono particolarmente impressionati da un miracolo: un vangelo gettato dall'arcivescovo in un forno non venne danneggiato dal fuoco [65]. Ibn Khordadbeh scrisse alla fine del IX secolo che i Rus' che arrivavano nelle terre musulmane "si dichiaravano Cristiani".[15] Gli storici moderni sono tuttavia oggi divisi riguardo all'entità della conversione al Cristianesimo del Khaganato di Rus'. Infatti i tentativi di introdurre tale religione in quei popoli non sembrarono avere conseguenze durature, tanto è vero che sia il Manoscritto Nestoriano che le altre fonti slave antiche descrissero la Rus' del X secolo come decisamente orientata al paganesimo

Politica estera [modifica]

Come già ricordato, nel 838 il Khaganato di Rus' inviò un'ambasciata all'iImpero Bizantino che fu registrata negli Annali di San Bertin: la ragione di questo avvenimento ha dato adito a pareri discordanti tra gli storici. Aleksej Šachmatov ritenne che l'ambasciata avesse come obiettivo quello di stabilire un rapporto diplomatico con i Bizantini [66]. Constantine Zuckerman ipotizzò invece che gli ambasciatori del Khagan fossero lì giunti per negoziare un trattato di pace a seguito del loro intervento militare negli anni 830[67]. George Vernadskij collegò la loro missione con la costruzione della fortezza di Sarkel nel 833. Tuttavia questa ambasciata non è riportata nelle fonti bizantine e nel 860 il Patriarca Pozio si riferì ai Rus' come "genti sconosciute".[68]

Secondo Vernadskij, i Cazari e i Greci eressero la fortezza di Sarkel vicino al passaggio tra il Don e il Volga al fine di difendere tale punto strategico dai Rus'[69]. Altri storici, tuttavia, ritennero che quest'ultima fosse stata costruita per difendersi o monitorare i Magiari e altre tribù della steppa e non i Rus'[70]. Lo studioso ucraino Mychailo Hruševskyj non esitò a dichiarare che le fonti esistenti sono contrstanti su questo punto[71]. John Skylitzes scrisse che Sarkel fu un "valido baluardo contro i Peceneghi" ma non riuscì a identificare lo scopo per i quale era stato eretto[72].

Nel 860, i Rus' assediarono Constantinopoli, con una flotta di 200 navi. L'esercito e la flotta bizantina erano lontani dalla capitale, lasciando quest'ultima vulnerabile a un attacco. La tempistica della spedizione fa supporre che i Rus' fossero ben informati della situazione interna dell'impero grazie grazie alle relazioni commerciali e diplomatiche intervenute a seguito dell'ambasciata del 838. I guerrieri Rus' devastarono i dintorni di Costantinopoli prima di allontanarsene improvvisamente il 4 agosto.[73]

Il Khaganato di Rus' aveva stretti rapporti commerciali con la Cazaria. Ibn Khordadbeh riferì che "loro vanno tramite il fiume slavo (il Don) fino a Khamlidj, una città dei Cazari, dove il governante di quest'ultimi riscuote un dazio da loro."[74] Alcuni commentatori moderni inferiscono dalle parole dello storico arabo che la cultura politica dei Rus' fu oltremodo influenzata dai contatti con la Cazaria.[75] Dall'inizio del periodo Rurikide, nella prima decade del X secolo, tuttavia, le relazioni tra Rus' e Cazari peggiorarono sensibilmente.

Declino [modifica]

Poco tempo dopo l'annuncio del Patriarca Fozio riguardante la Cristianizzazione dei Rus', tutti i centri del Khaganato presenti nell'odierna Russia Nord-Occidentale furono distrutti da incendi. Gli archeologi hanno rinvenuto prove precise e concordanti che Holmgard, Aldeigja, Alaborg, Izborsk e altri insediamenti locali furono rasi al suolo dalle fiamme negli anni 860 o 870. Alcuni di questi centri furono abbandonati definitivamente dopo gli incendi. Il Manoscritto Nestoriano descrive la rivolta degli Slavi e dei Finni pagani nei confronti dei Variaghi, che dovettero secondo tale fonte ritirarsi oltremare nel 862. La Prima Cronaca di Novgorod, considerata da Šachmatov più affidabile, non individua temporalmente la rivolta in una data specifica. La cinquecentesca Cronaca di Nikon attribuisce la cacciata dei Variaghi a Vadim il Coraggioso. Lo storico ucraino Mychailo Braičevskyj considerò la ribellione di Vadim "una reazione pagana" contro la Cristianizzazione della Rus'.[76] A tali eventi seguì un periodo di anarchia, individuato da Zuckerman nel lasso temporale che va dal 875 al 900. L'assenza di monete databili gli anni 880 e 890 suggerisce infatti che il Volga cessò di essere una via commerciale: ne conseguì "la prima crisi dell'argento europea".[77]

Dopo la recessione conseguita al periodo di sconvolgimenti politici, la regione fu oggetto di una ripresa economica intorno al 900. Zuckerman ha associato tale ripresa con l'arrivo di Rurik e dei suoi uomini, i quali incentrarono i propri commerci non più sul Volga ma sul Dnieper, per ragioni ancora incerte. Gli insediamenti scandinavi di Ladoga e Novgorod iniziarono a crescere rapidamente. Durante la prima decade del X secolo, un grande avamposto commerciale sul Dnieper fu costruito a Gnezdovo, nei pressi della moderna Smolensk. Un altro insediamento sul Dnieper, Kiev, si trasformò in un importante centro urbano all'incirca in quel periodo[78][79].

Il destino del Khaganato di Rus' e il processo attraverso il quale evolse o fu soppiantato dalla Rus' di Kiev non è chiaro. I Kieviani sembrarono in seguito avere vaghe nozioni sulla precedente esistenza del Khaganato. Le fonti slave non menzionano neppure la Cristianizzazione della Rus' avvenuta nel 860 o la spedizione Paphlagoniana del 830. Il racconto della spedizione dei Rus' contro Constantinopoli negli anni 860 fu tratto dagli autori del Manoscritto Nestoriano da fonti greche, suggerendo la completa assenza di una tradizione vernacolare riguardo tali accadimenti[80].

Khazaria

Massima estensione del khanato di Kazaria, intorno all´anno 820 d.C. In blu scuro le zone direttamente controllate dalla Kazaria; in blu chiaro la sfera di influenza. In rosso scuro i confini di altre entità alleate del khanato di Kazaria: i khanati turchi dell´Eurasia e del Danubio, l'Impero Bizantino.

Il Khanato di Khazaria (6521016) deriva il suo nome dai Khazari, una popolazione di origine asiatica e di idioma turco che si era insediata nelle steppe del sud-est russo a partire dal VII secolo. Il Khanato confinava a sud-ovest con l'impero Bizantino, a nord-ovest con il Rus' di Kiev, a nord con le terre abitate dai Bulgari del Volga ed a sud-est con l'Azerbaijan.

Posto quindi in un punto strategico (qui passavano le rotte fluviali che dal Mar Nero conducevano sul Mar Baltico, qui arrivavano mercanti norreni, greci, arabi, bulgari, persiani diretti al Nord e ad Ovest), il Khanato di Khazaria fu un importante centro economico e politico, luogo di incontro e di reciproco influsso tra lingue, culture e religioni diverse (Islam, Cristianesimo, Animismo, Ebraismo).

Tra l'VIII secolo ed il IX secolo, consistenti nuclei di Ebrei semiti, dopo aver attraversato il Caucaso entrarono in contatto con i Khazari. I sovrani di quest'ultimo popolo imposero, per motivi di stabilizzazione politica, la conversione del Khanato alla religione ebraica. Questo fatto è stato alla base dell'elaborazione di diverse teorie, la più nota delle quali vuole gli Ebrei Askenaziti discendere direttamente dai Khazari (il romanziere ebreo Arthur Koestler sostenne in modo particolare questa tesi). Recenti studi genetici sembrano però dimostrare che elementi genetici originari del Medio Oriente dominano la linea maschile degli Askenazi (il cosiddetto cromosoma Y Aaron), ma la linea femminile potrebbe avere una storia diversa. Da ciò alcuni hanno dedotto che uomini del Medio Oriente abbiano sposato donne locali[1], il che significa che gli Askenazi non sono imparentati con i Khazari o che questi rappresentano solo una parte degli antenati degli attuali Askenaziti. Ciò conferma la tesi del professor Gumilev esposta suo nel libro "From Ancient Russia To Imperial Russia" ("Ot Rusi k Rossii" in russo)[2] , secondo cui gli attuali ebrei ashkenaziti non sono kazari di stirpe, ma che invece discendono da un gruppo di ebrei armeni (ashkenaz sta per armeno) mescolati alla nobilta kazara. In effetti solo una piccola parte dei kazari collaborazionisti si è realmente convertita all'ebraismo, mentre il resto ha continuato a professare il proprio credo animistico e pagano, con una piccola minoranza di cristiani e musulmani.

Nell'anno 965 il principe di Novgorod e Kiev, il variago Svjatoslav, in alleanza con la tribù dei Peceneghi invase il corso meridionale del Don provocando il collasso del Khanato e la dispersione dei superstiti Ebrei Khazari nella Russia occidentale e in Polonia.

Bulgaria del Volga

La Bulgaria del Volga (o Idel Bolğaristan) è stato un khanato fiorito tra il VII e il XIII secolo, nel territorio dell'attuale Russia attorno alla confluenza del fiume Kama nel Volga.

Indice

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Storia [modifica]

Origine [modifica]

Le fonti storiche primarie sulla Bulgaria del Volga sono piuttosto scarse e disparate: nessun archivio bulgaro originale è stato infatti conservato, e la maggior parte delle nostre informazioni vengono da fonti dell'epoca arabe, persiane, indiane o russe. Alcune informazioni provengono dallo studio di reperti archeologici.

Si pensa che nel territorio della Bulgaria del Volga si fossero insediati originalmente popoli finno-ugrici. I Proto-bulgari vi si stabilirono verso il 660, provenienti dalla regione del mar d'Azov, guidati da Kotrag, Khan figlio di Kubrat Khan; giunsero nell'Idel-Ural nel corso dell'VIII secolo, e divennero la popolazione dominante alla fine del IX secolo, quando si unirono ad altre tribù di diversa origine che vivevano in quell'area[1]. Alcune tribù di Proto-bulgari, comunque, continuarono la marcia verso occidente e dopo molte vicende si stabilirono lungo il Danubio, nel territorio della moderna Bulgaria, dove si unirono con popolazioni slave, adottarono la lingua slava meridionale e la fede cristiana ortodossa.

La maggior parte degli studiosi sono d'accordo nel ritenere che i Bulgari del Volga fossero inizialmente tributari dei Cazari[2]. Poco dopo l'800[3] lo stato diviene indipendente, capitale divenne Bolğar (o Bolgary), situata circa 130 km a sud della moderna città di Kazan'.

Sviluppo [modifica]

Un evento molto importante fu l'adozione dell'Islam come religione di stato nei primi del X secolo con l'emiro Almış. Nel 922-3 Ahmad ibn Fadlan fu inviato dal califfo abbasside al-Muqtadir per stabilire relazioni e portare qadi e insegnanti della legge islamica nella Bulgaria del Volga, così come vennero forniti aiuti nel costruire un forte e una moschea[4]. Poiché era controllato il fiume Volga nel corso medio, i bulgari del Volga controllavano la maggior parte dei traffici commerciali tra l'Europa e l'Asia prima delle Crociate (le quali attivarono vie commerciali differenti). La capitale Bolğar divenne una città prospera, che rivaleggiava in dimensioni e ricchezza con i più grandi centri del mondo islamico. Partner commerciali di Bolğar erano Vichinghi, Bjarmaland, Yugra e Nenci nel nord, Bagdad e Costantinopoli a sud, e i territori fra l'Europa occidentale a la Cina.

Altre città importanti, oltre alla capitale Bolğar, erano Bilär (più tardi anch'essa capitale), Suar, Qasan (Kazan') e Cukätaw (Juketaw). Le moderne città di Kazan' e Alabuğa hanno origine da fortezze di frontiera della Bulgaria del Volga. Altre città bulgare, come Aşlı (Oshel), Tuxçin (Tukhchin), İbrahim (Bryakhimov), Taw İle, sono ricordate in fonti russe, ma non sono state ancora identificate. Alcuni di esse furono distrutte in seguito all'invasione dei Mongoli dell'Orda d'Oro.

L'unica minaccia militare seria per la Bulgaria del Volga era costituita dai principati russi. Nell'XI secolo il paese fu devastato spesso da numerose incursioni russe da occidente. Fra il XII e il XIII secolo, i governanti di Vladimir, in particolare Andrej Bogoljubskij e Vsevolod III, ansiosi di difendere il loro confine orientale, saccheggiavano sistematicamente le città bulgare. A causa della pressione slava da ovest, i Bulgari dovettero trasferire la capitale da Bolğar a Bilär.

Declino [modifica]

Nel settembre 1223 la Bulgaria del Volga fu invasa nei pressi di Samara dall'avanguardia dell'esercito di Gengis Khan, sotto il comando di Uran figlio di Subedei, e fu sconfitta nella battaglia di Samara. Nel 1236 i Mongoli ritornarono, ma occorsero cinque anni per soggiogare l'intero paese il quale in quel periodo aveva sofferto una guerra intestina. Da allora in poi la Bulgaria del Volga divenne parte dell'orda di Djuci, più tardi nota come Orda d'Oro. Secondo alcuni storici, l'80% della popolazione fu uccisa durante l'invasione. La popolazione rimanente si trasferì soprattutto nelle aree settentrionali, nei territori dei moderni Ciuvasci e nel Tatarstan). Il territorio fu diviso fra numerosi principati autonomi, ciascuno dei quali divenne vassallo dell'Orda d'Oro. Dopo il 1430 il più importante di questi principati fu il Khanato di Kazan'. Nel 1552 Kazan' venne conquistata da Ivan IV (il Terribile) e la Bulgaria del Volga entrò a far parte della Moscovia (che poi diventerà la Russia attuale).

Rus' di Kiev

La Rus' di Kiev (Киевская Русь, Київска Русь, Kievskaja Rus') fu uno stato medievale monarchico sorto verso la fine del IX secolo della dinastia dei Rjurik in parte del territorio della odierna Ucraina, Russia occidentale, Bielorussia; Polonia, Lituania, Lettonia e Estonia orientali, considerata il più antico stato organizzato slavo-orientale, del quale Kiev fu a lungo la capitale. Nelle fonti medievali viene chiamato Rus' oppure Terra di Rus'; il nome Rus' di Kiev fu introdotto dallo storico russo Nikolaj Karamzin.

Lo stato della Rus' di Kiev nasce verso la fine del IX secolo lungo le sponde del fiume Dnepr, come risultato dello stanziamento, avvenuto a partire dal secolo precedente, di alcune tribù variaghe, chiamate Rus', in alcune zone dell'Europa nordorientale abitate da tribù slave, finniche e lituane. Verso l'anno 880 dei Rus', capitanati (secondo il Manoscritto Nestoriano, principale cronaca russa riferita a quegli anni) da Rjurik, prendono il potere sull'intera zona, spostando il centro della loro attività a Kiev, allora importantissimo centro commerciale sulla via per Costantinopoli.

La successiva storia kievana può essere suddivisa in tre periodi, ciascuno della durata di alcuni decenni o più:[1] il primo, dall'880 al 980, contraddistinto dall'ascesa prepotente dello stato kievano sullo scacchiere esteuropeo del tempo; il secondo, dal 980 al 1054, corrispondente all'incirca ai regni dei principi Vladimiro il Santo e Jaroslav I il Saggio, nella quale la Rus' raggiunse l'acme della sua potenza; un terzo periodo, che si suole far partire dal 1054, caratterizzato dal lento declino, principalmente a causa dei gravi problemi di successione al trono.

Non esiste una data precisa riguardo alla fine della Rus' kievana; alcune date importanti sono il 1169, quando il principe Andrej Bogoljubskij, che aveva già trasferito la capitale dello stato a Vladimir, saccheggiò Kiev, e il 1240, quando Kiev venne rasa al suolo dai Mongoli, che cominciavano in quegli anni il lungo periodo di pesante ingerenza negli affari interni della Rus'.

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Storia [modifica]

Fondazione [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Rus' e Khaganato di Rus'.
Una nave variaga rappresentata nel quadro Ospiti d'oltremare (Заморские гости), di Nikolaj Roerich.

L'inizio della storia dello stato dei russi di Kiev è nebuloso, e su di esso sono state formulate negli anni varie ipotesi. Una delle principali fonti storiche alle quali si è attinto per la ricostruzione delle vicende è il Manoscritto Nestoriano, conosciuto anche come Cronaca di Nestore o Cronaca degli anni passati, documento scritto da Nestor di Pečerska nel primo quarto del XII secolo e riferito agli eventi fra l'850 e il 1100. Sono state tuttavia sollevate decise obiezioni ai racconti degli avvenimenti come descritti nella cronaca di Nestore; in particolare, secondo alcuni la Cronaca Nestoriana sarebbe paragonabile ad un mito relativo alla fondazione dello stato dei russi, analogo nelle sue linee generali alla leggenda della fondazione di Roma da parte di Romolo e Remo.[2]

Il termine Rus' deriva da una parola di probabile origine normanna che significava in origine uomo del timone.[3] Le più antiche testimonianze del nome Rus, ma nella variante Rhos, sono presenti negli Annales Bertiniani, del IX secolo, e nel De administrando Imperio dell'imperatore bizantino Costantino VII Porfirogenito, scritto intorno al 950, in cui si dà notizia di popolazioni svedesi indicate con il nome di variaghi, una tribù dei quali si dà il nome di Rhos. L'origine normanna dello stato kievano (ipotesi normanna) fu postulata per la prima volta da alcuni storici tedeschi del XVIII secolo, che si basavano essenzialmente su quanto esposto nella cronaca nestoriana; in questo periodo di tempo è stata tuttavia contestata da alcuni storici, prevalentemente russi, che descrivevano la Rus' di Kiev come uno stato eminentemente slavo.[4]

La Cronaca di Nestore cita le discordie insorte negli anni fra l'859 e l'862 fra le tribù finniche e slave stanziate nelle regioni intorno ai laghi dei Ciudi, Ilmen e Beloozero e alcuni gruppi di Variaghi (o Varjaghi), chiamati per l'appunto Rus' che, provenienti presumibilmente dall'Europa nordoccidentale,[2] si stanziarono nella zona compresa fra il lago Ladoga e il corso dello Dnepr nell'VIII secolo, dando origine ad una presunta entità statuale chiamata Khaganato di Rus'; una data certa della loro presenza in Rus' è l'anno 861, quando arrivarono ad attaccare l'impero bizantino.

Stando alla fonte storica, i Rus' assoggettarono al tributo queste tribù, che successivamente si ribellarono al loro giogo:

  « 859. Anno 6367. Levarono tributo i Varjaghi d'oltre mare sui Čudi e sugli Slavi, sui Meri e sui Vesi e sui Kriviči. Mentre i Chazari lo riscotevano dai Poliani, e dai Severiani, e dai Vjatiči riscotevano monete d'argento e pelle di scoiattolo per ogni focolare. [...][2] »
   

Successivamente, la cronaca nestoriana narra di come, dopo aver scacciato i Rus', le tribù non riuscirono a governarsi in maniera soddisfacente, a tal punto da arrivare a chiedere ai Rus' di tornare per amministrarli:

  « 862. Anno 6370. Scacciarono i Varjaghi al di là del mare, e non pagarono loro il tributo, e cominciarono da sé a governarsi, e non vi era tra loro giustizia [...] e cominciarono a combattersi essi fra loro stessi. E si dissero: «Cerchiamo un principe, il quale ci governi e giudichi secondo giustizia». E andarono al di là del mare dai Varjaghi, dai Russi. Giacché questi Varjaghi si chiamavano Russi, così come altri si chiamano Svedesi, altri Normanni, Angli, Goti, così anche questi. Dissero ai Russi i Čudi, gli Slavi, i Kriviči e i Vepsi: «La terra nostra è grande e fertile, ma ordine in essa non v'è. Venite a governarci e comandarci!» E si riunirono tre fratelli con la loro gente, e presero seco tutti i Russi, e giunsero [ivi].[2] »
   
Rjurik in una rappresentazione di Hermanus Willem Koekkoek.

Sempre secondo la stessa fonte, i tre fratelli si stanziarono in diverse zone della regione, diventandone i signori:

  « [...] Il più anziano, Rjurik, si insediò a Novgorod; il secondo, Sineo, a Beloozero; il terzo, Truvor, a Izborsk. A causa di questi variaghi, la regione di Novgorod divenne nota quale la terra dei Rus'. Gli attuali abitanti di Novgorod sono discendenti della razza variaga, ma in precedenza erano slavi.[5] »
   

Sempre secondo la cronaca, Sineo (Sineus) e Truvor morirono non molto tempo dopo, lasciando Rjurik (chiamato anche Rurik) sovrano di tutta la terra dei Rus'; a lui viene dunque attribuita la fondazione del primo stato organizzato degli Slavi orientali (con il termine rjurikidi, cioè della dinastia di Rjurik, verranno indicati i sovrani delle terre dei Rus' fino all'avvento dei Romanov nel 1613).

Secondo la Cronaca, Rjurik morì nell'879 o nell'882, lasciando il potere a Oleg reggente in nome di suo figlio Igor. Oleg, intorno all'882, prese possesso di Kiev uccidendo Askold e Dir, membri del seguito di Rjurik e leggendari principi della città fin dall'anno 862;[6] Oleg dichiarò la città madre di tutte le città della Rus', segnando convenzionalmente la nascita dello stato della Rus' kievana.[1][2]

Va sottolineato che la figura di Rjurik è stata messa da più parti messa in dubbio in quanto giudicata leggendaria, facendo presente che nessuna fonte kievana precedente alla Cronaca (che è della prima metà del XII secolo) fa cenno di un governante chiamato Rjurik.[5]

L'ascesa della Rus' di Kiev [modifica]

La tumulazione di Oleg in un dipinto di Viktor Vasnecov.

Alla morte di Rjurik, quindi all'incirca intorno all'880, il potere passò a Oleg, reggente in nome del presunto figlio di Rjurik, Igor', che terrà il potere fino al 913.

Oleg, con il sostegno dei suoi seguaci (la sua družina), estese i suoi domini ai danni di alcune tribù slave che vivevano nei pressi, come i drevliani e i poliani; alcune di queste (come i drevliani) opposero una strenua resistenza, mentre altre vennero sottomesse e sottoposte al tributo più facilmente, o addirittura scelsero esse stesse di pagare tributi a Kiev e allearsi con essa, senza tuttavia riconoscerne la supremazia assoluta. Negli ultimi anni del suo regno, l'esercito della Rus' tentò addirittura un attacco diretto a Costantinopoli, il primo di una serie piuttosto lunga, che a quanto pare fu coronato da successo tanto da portare ad un vantaggioso accordo commerciale nel 911.[7]

Nei primi decenni di storia della Rus' il potere statale sulle zone conquistate era piuttosto labile, tanto che parecchi dei primi sovrani dovettero ripetere, in una certa misura, le imprese compiute dai sovrani precedenti. Il successore di Oleg, Igor', prese il potere nel 913; oltre che nuovamente contro Bisanzio nel 941, tornò anche ad affrontare i drevliani (dai quali fu ucciso nel 945). Nei tre decenni del suo governo lo stato della Rus' si trovò tuttavia ad affrontare anche altri nemici, del tutto nuovi: intorno al 915, secondo la cronaca nestoriana, comparvero i temibili nomadi peceneghi, che avrebbero rappresentato una minaccia per parecchi decenni a venire.[7]

Nel 945, ad Igor' succedette la sua vedova, Olga, reggente in nome del figlio Svjatoslav ancora in fasce. Il suo regno vide nuovamente combattimenti dei kievani contro i drevliani, oltre ad una politica finalizzata a tenere alta l'autorità di Kiev fra le altre tribù slave orientali. Alcuni anni dopo la sua incoronazione, Olga si convertì al Cristianesimo, senza tuttavia portare alla conversione del suo popolo che rimase fedele ai culti pagani.

Nell'anno 962 ad Ol'ga succedette il figlio Svjatoslav, il primo sovrano della rus' con un nome slavo; i dieci anni del suo regno (morì nel 972) furono quelli in cui lo stato della Rus' kievana consolidò la sua struttura e il suo ruolo nell'Europa orientale. La politica espansionistica di Svjatoslav cominciò nel 964, quando intraprese, alla testa del suo esercito, una serie di campagne nelle terre ad est della Rus': sottomise i vjatiči, una tribù slava orientale precedentemente assoggettata dalla Khazaria, successivamente scese lungo la Oka sottomettendo le popolazioni ugro-finniche della zona (merja, meščëra, murom) e, sempre percorrendo il Volga, raggiunse Bolğar, la capitale della Bulgaria del Volga, saccheggiandola.

L'incontro di Svjatoslav con l'imperatore Giovanni, di Klavdij Lebedev.

L'esercito di Svjatoslav (correva il 965) decise a questo punto di rivolgere le sue attenzioni alla Khazaria, un potente stato fondato circa tre secoli prima nella zona compresa fra il basso Volga e il mar Nero e che alcuni decenni prima, con il suo ruolo egemone nella regione, creò condizioni di stabilità politica che avrebbero facilitato la crescita della neonata Rus' di Kiev.[8] Nell'arco di due anni Svjatoslav inferse durissimi colpi allo stato khazaro, mettendone a sacco la capitale Itil' e prendendo possesso di importanti città e fortezze dal Caucaso alle coste del mar Nero.

Queste campagne, coronate da successo, ebbero da un lato il merito di unificare le tribù slave orientali oltre che di assicurarsi il controllo sull'intero corso del Volga, antica e importantissima arteria commerciale che garantiva il collegamento con i paesi rivieraschi del mar Caspio. D'altro canto, però, indebolendo il vicino khazaro, lasciò campo aperto alle orde provenienti dalle steppe centroasiatiche, come i già citati peceneghi che, approfittando delle frontiere poco controllate, lanciarono durissimi attacchi alla Rus' arrivando addirittura ad assediare Kiev nel 969.[7]

Svjatoslav intraprese, nel 968, un'altra importante campagna militare, diretta questa volta a sudovest: dietro invito dell'imperatore bizantino Niceforo Foca, attaccò i Bulgari stanziati nel bacino del Danubio, sconfiggendoli e facendo prigioniero il loro sovrano Boris II. I successi militari di quegli anni misero sull'avviso i bizantini, ormai consci della potenza militare dei loro vicini settentrionali; attaccati nei Balcani, i Rus' reagirono conquistando le città di Filippopoli (l'odierna Plovdiv, in Bulgaria) e minacciando Adrianopoli (odierna Edirne, in Turchia) e Costantinopoli. La reazione dei bizantini, comandati da Giovanni I Zimisce, portò ad alterne vicende belliche, risolte nel 971 in favore dei bizantini che estromiseo i Rus' dai Balcani. Sulla via del ritorno, Svjatoslav trovò la morte ad opera di un piccolo contingente di peceneghi.

Durante le sue lunghe assenze, Svjatoslav, in seguito alla morte della madre Olga nel 969, aveva diviso i compiti di amministrazione dello Stato fra i suoi tre figli: il primogenito Jaropolk ottenne il controllo della zona di Kiev, il secondogenito Oleg venne incaricato di controllare il territorio dei drevliani mentre il terzogenito Vladimir ottenne Novgorod. Alla morte del padre scoppiò una lotta fratricida; vincitore sembrò dapprima Jaropolk, che, caduto in battaglia Oleg, sconfisse Vladimir venendo incoronato principe regnando fino al 980. Vladimir, fuggito all'estero, rientrò dopo alcuni anni, intorno al 980, sconfiggendo il fratello maggiore e diventando nuovo principe di Kiev.

Il culmine della Rus' di Kiev [modifica]

La Rus' sotto Vladimir vide una ulteriore stabilizzazione del suo potere e della sua influenza, minata dagli anni di guerra civile fra Vladimir e i suoi fratelli. Conquistò il territorio della tribù baltica degli jatvingi, raggiungendo lo sbocco sul mar Baltico; dalla parte opposta del suo regno, compì numerose spedizioni contro i peceneghi, mentre espanse a sudovest i suoi domini nella Galizia, a danno dei polacchi. Fu solo sotto Vladimir che la Rus' divenne uno stato realmente unitario, dato che precedentemente era più che altro una unione (piuttosto labile) di popolazione tributarie. Vladimir fece popolare da coloni russi le zone di recente conquista, costruendo numerose città e fortezze e proteggendo le frontiere; diede, inoltre, una forma definitiva alla rudimentale organizzazione amministrativa abbozzata alcuni decenni prima da sua nonna Olga. Divise il regno della Rus' fra i suoi figli, responsabilizzandoli riguardo alla riscossione dei tributi e al mantenimento dell'ordine pubblico nel territorio di loro competenza.

Conversione della Rus'
Il battesimo di Vladimir in un quadro di Viktor Vasnecov

La scelta di Vladimir di aderire alla religione cristiana viene descritta nella Cronaca di Nestore come il risultato di un'accurata ricerca di carattere spirituale e culturale.[9]
Vladimir incontrò rappresentanti delle tre maggiori religioni monoteistiche, inviando al contempo delegati presso le loro capitali per ulteriori indagini; gli inviati a Costantinopoli tornarono entusiasti della cristianità bizantina, conquistati dai loro riti e dalle architetture religiose (in particolare la cattedrale di Hagia Sophia), portando così alla scelta di Vladimir.
Sembra inoltre che Vladimir abbia rifiutato la religione ebraica perché espressione della fede di un popolo sconfitto e senza stato, mentre quella islamica perché proibiva il consumo di alcol, con le celebri parole «bere è la gioia dei russi».[10]

Fu durante il regno di Vladimir che la Rus' abbracciò il cristianesimo; quest'atto, di natura essenzialmente politica, valse a Vladimir, la canonizzazione e l'appellativo di il santo. La grande massa del popolo della Rus' kievana abbracciò la fede cristiana in seguito all'influenza bizantina, all'incirca intorno all'anno 988, anche in considerazione del fatto che tutte le principali popolazioni dell'Europa orientale si erano già convertite al cristianesimo. I rapporti con Bisanzio e con la religione cristiana erano però di più lunga data, anche se prima di quell'anno non arrivarono mai a coinvolgere il popolo ma restarono chiusi entro stretti circoli. Sembra che già nell'867 fosse stata creata una diocesi russa della Chiesa bizantina;[10] risale invece agli anni intorno al 955, come già accennato, la conversione di Olga.

Le motivazioni della conversione alla fede cristiana, nonostante quanto riportato nella cronaca nestoriana, appaiono essenzialmente di ordine pratico. La Rus' si trovava all'epoca ad un crocevia di popoli e culture, essendo confinante (o avendo contatti) con i bulgari del Volga musulmani, con i khazari ebrei e con i bizantini cristiani (all'epoca non si era ancora verificata la separazione fra cattolici e ortodossi, datata 1054); la scelta di aderire ad una particolare delle tre confessioni monoteiste aveva importantissime ripercussioni politiche e culturali, e all'epoca la cristiana Bisanzio era il vicino più potente e prestigioso.

Sembra che la ragione della conversione di Vladimir fosse il desiderio di ottenere la mano della principessa Anna, figlia dell'imperatore Basilio II, da questi promessa in sposa (nel 987) a Vladimir in cambio di un aiuto militare per domare delle rivolte interne. Il matrimonio di Anna con un barbaro pagano sarebbe andato contro le regole del diritto imperiale e Vladimir, desideroso di unirsi in matrimonio con lei, avrebbe organizzato una conversione di massa dei rus' kievani nelle acque del Dnepr. Lo stato di Kiev divenne una metropoli il cui patriarca veniva designato da Costantinopoli.[9]

La conversione dei Rus' alla religione cristiana dei bizantini contribuì a far entrare il loro stato nell'orbita del grande impero bizantino, estraniandoli nel contempo dall'Occidente che sarebbe successivamente diventato cattolico. Gli anni immediatamente successivi alla conversione furono per lo stato kievano un periodo di grosso avanzamento dal punto di vista artistico e culturale, stimolato dall'apporto dei numerosi greci che si erano stabiliti a Kiev come seguito della principessa Anna. La nuova metropolia adottò come lingua liturgica lo slavo ecclesiastico, scritto in un alfabeto cirillico arcaico derivante dall'alfabeto glagolitico, il cui utilizzo portò due importanti conseguenze: da un lato impedì la diffusione successiva non solo del latino (la lingua della Chiesa di Roma), ma anche del greco del cristianesimo bizantino, ma dall'altro contribuì, nei secoli a venire, ad avvicinare la religione al popolo dal momento che usava la sua stessa lingua, o quanto meno una lingua molto vicina.

La morte di Vladimir I, nel 1015, fece ripiombare lo stato di Kiev nella guerra civile. I contendenti erano i suoi figli, che secondo le usanze si erano visti affidare dal padre regnante diverse zone del paese da amministrare. In un primo momento sembrò prevalere il primogenito Svjatopolk, detto successivamente il Maledetto, che prese il potere approfittando di aiuti polacchi; durante il periodo di guerra civile gli vengono attribuiti molti crimini, fra i quali l'uccisione di tre suoi fratelli (Svjatoslav, Boris e Gleb).[10] Svjatopolk regnò per quattro anni, fino al 1019, anno in cui il fratello minore Jaroslav lo sconfisse riuscendo ad ottenere il potere.

Jaroslav il Saggio in una rappresentazione del XVII secolo.

Il regno di Jaroslav, che fu detto il Saggio, durò 35 anni; nonostante venga considerato il periodo in cui lo stato della Rus' di Kiev raggiunse il suo apogeo, i primi anni furono travagliati, analogamente al passato, da pesanti conflitti interni alla sua famiglia. Uno dei fratelli sopravvissuti alla guerra civile degli anni 1015-1019 fu Mstislav, detto il Valoroso, che successivamente assunse il potere sul principato di Tmutarakan', situato fra la foce del Kuban' e il mar Nero; questi continuò tuttavia ad avanzare pretese sul trono kievano, al punto da costringere il fratello ad un accordo, nel 1026:[10] Jaroslav divenne principe di Kiev e dei territori ad ovest dello Dnepr, mentre Mstislav ottenne il dominio sui territori ad est del fiume, con capitale posta a Černigov.

Oltre alle battaglie per il trono, Jaroslav dovette affrontare altri problemi interni, come le periodiche sollevazioni di varie tribù finniche e lituane ed una rivolta in chiave religiosa nella zona di Suzdal', causata da una reviviscenza dei culti pagani praticati prima della conversione al cristianesimo e mai totalmente abbandonati;[10] nell'anno 1031 Jaroslav riannetté alla Rus' alcuni territori che alcuni anni prima erano passati alla Polonia, in cambio dell'aiuto fornito a Svjatopolk il Maledetto nel periodo della guerra civile del 1015-19. Rimasto solo al trono in seguito alla morte di Mstislav nel 1036, intraprese nel 1037 una fortunata campagna contro i nomadi peceneghi, che, stanziati lungo le coste del mar Nero, non avevano mai smesso di rappresentare un pericolo per Kiev; questi attacchi portarono ad un loro drastico ridimensionamento e ad un periodo di circa venticinque anni di pace e relativa stabilità sul confine con le steppe, almeno fino alla comparsa di altri temibili nomadi, i cumani o polovcy.[10]

Il territorio della Rus' kievana sotto Jaroslav il Saggio.

Lo stato kievano raggiunse in questi anni l'acme della sua estensione e della sua importanza politica. La Rus' si estendeva dai Carpazi a sudovest fino alla confluenza della Oka nel Volga a nordest, toccando a nordovest le coste del mar Baltico; il confine sudorientale correva parallelamente al corso del Volga, mantenendosene non lontano. Durante il suo regno i regnanti kievani mantenevano stretti legami con i membri delle altre dinastie regnanti europee; sposato egli stesso ad una principessa svedese, Rogneda di Polock (conosciuta anche come Rogneda Rogvolodovna), combinò per tre dei suoi figli matrimoni con le figlie dei regnanti di Francia, Ungheria e Norvegia, mentre due sue sorelle sposarono principi e regnanti polacchi e bizantini. Altri membri della famiglia regnante strinsero rapporti con sovrani e potenti tedeschi, ungheresi e boemi.

Nonostante questi successi in politica estera, grande parte della fama di cui godette Jaroslav il Saggio gli derivò dalle iniziative in politica interna; durante il suo lungo regno la Rus' di Kiev vide un eccezionale sviluppo della legislazione, dell'arte, dell'architettura e della cultura, oltre che il definitivo affermarsi della religione cristiana. Furono costruite numerosissime chiese in pietra, la più famosa delle quali fu la cattedrale di Santa Sofia a Kiev; ebbe un notevole impulso anche la costruzione di monasteri. Sotto il regno di Jaroslav venne iniziata la compilazione della Russkaja Pravda (giustizia russa), il primo codice di leggi russo; avvalendosi dell'opera di Ilarione, primo metropolita indigeno russo, si procedette inoltre ad una riorganizzazione della Chiesa; verso il 1050 venne prodotto il Sermone sulla legge e sulla grazia, uno dei primi esempi di produzione letteraria russa.

Declino e caduta dello stato kievano [modifica]

La morte di Jaroslav vide, conformemente alle regole di successione in vigore, la spartizione dello stato fra i suoi figli: Izjaslav, il maggiore, si vide assegnato (come da tradizione) il principato di Kiev e quello di Novgorod; Svjatoslav, il secondogenito, fu destinato al governo del principato di Černigov; a Vsevolod, terzogenito, fu assegnato il territorio di Perejaslav; il quarto figlio, Vjačeslav, fu destinato a regnare sul principato di Smolensk, mentre all'ultimo figlio, Igor', Jaroslav diede in eredità il principato di Vladimir-Volynskij.

Le norme consuetudinarie kievane prevedevano che, alla morte del sovrano di Kiev, il suo posto venisse preso non dal figlio, ma da uno dei fratelli, in una sorta di rotazione dei vari fratelli fra i troni dei vari principati che componevano la Rus' di Kiev. In questo periodo di tempo regnarono su Kiev Izjaslav I, dal 1054 al 1073, tranne che per un breve periodo fra il 1068 e il 1069; Svjatoslav II, per un breve periodo fino al 1076, allorquando fu spodestato da Izjaslav che si reinstallò sul trono kievano fino al 1078; Vsevolod, dal 1078 al 1093.[11] Questo periodo fu caratterizzato da uno stato di guerra civile quasi permanente, che contribuì a mantenere lo stato di Kiev in un costante stato di instabilità; tale divenne l'entità del problema che i principi decisero di riunirsi per risolvere una volta per tutte il gravissimo problema di successione. L'incontro ebbe luogo nel 1097 nella città di Ljubeč, ed ebbe come risultato l'adozione di norme di successione da padre a figlio che però non furono regolarmente applicate.

Vladimir il Monomaco mentre riposa con il suo seguito dopo una battaglia, in un dipinto di Viktor Vasnecov.
Rus' di Kiev (1054-1132).

A questi problemi interni si aggiunsero, a partire dalla metà dell'XI secolo, le sempre più frequenti incursioni di un altro popolo della steppa, i cumani (o polovcy, come sono noti agli storici russi). Si trattava di un'altra stirpe di nomadi provenienti dall'Asia centrale, analogamente ai peceneghi che assillarono la Rus' un secolo prima; sostituitisi a questi ultimi nel territorio steppico esteso lungo la costa del mar Nero, assalirono Kiev per la prima volta nel 1061.

In questo periodo di generale indebolimento, lo stato kievano conobbe nuovamente un periodo di relativa unità e potenza sotto il regno di Vladimir II, detto il Monomaco (in greco, che combatte da solo), figlio di Vsevolod, salito al potere nel 1113 succedendo a Svjatopolk II. Secondo le cronache, nei dodici anni del suo regno fu quasi sempre impegnato in battaglia; combatté i Bulgari del Volga, i polacchi e gli ungari nella regione danubiana, oltre che in Livonia e in Finlandia. Dal punto di vista militare, però, i suoi meriti maggiori gli derivarono dalle aspre battaglie combattute contro i cumani, che riuscì, seppure parzialmente e temporaneamente, ad arginare. Lo stato russo, seppure travagliato, mantenne una certa unità anche sotto il regno di due dei suoi figli, Mstislav I (dal 1125 al 1132) e Jaropolk II (dal 1132 al 1139).

La seconda metà del XII secolo vide invece il definitivo tracollo dello stato kievano unitario. Il titolo di gran principe di Kiev era motivo di sanguinose contese di successione, e lo stato appariva sempre più diviso nei vari principati che si avviavano verso una sempre maggiore indipendenza. Anche i dati storiografici si fanno meno certi, tanto che di alcuni sovrani si conosce il nome e poco più.

Nel 1169, il principe di Vladimir-Suzdal' Andrej Bogoljubskij, durante una delle numerose guerre civili, distrusse la città di Kiev e, una volta ottenuta la vittoria, non si installò sul trono kievano preferendo restare al potere a Vladimir e ponendo a Kiev suo fratello minore; questo atto fu il primo di una serie di segnali della perdita di importanza di Kiev rispetto ad altri centri, cominciata in verità già intorno al 1150.[12]

Dopo la battaglia di Igor Svjatoslavič contro i cumani, dipinto di Viktor Vasnecov.

Le basi dell'economia commerciale kievana furono messe a dura prova dalle incursioni dei cumani, riprese con rinnovato furore nella seconda metà del XII secolo; la violenza e la frequenza degli attacchi fu tale che la via commerciale lungo il corso del Dnepr fu abbandonata.[13] Le ripetute sconfitte dell'esercito della Rus', sempre più disunito, contro le schiere cumane furono immortalate in uno dei prodotti più famosi della letteratura russa delle origini, il canto della schiera di Igor, datato 1185.

Un altro colpo molto pesante per il commercio della Rus' arrivò nel 1204, quando Costantinopoli soffrì gravi distruzioni ad opera dei Crociati. Nel 1237, quando la Rus' era ormai diventata di fatto una federazione di principati pressoché indipendenti (in quell'anno se ne contavano 15),[11] irruppero sulla scena russa i mongoli; la loro incursione su Kiev del 1240, che portò la città ad una pressoché completa distruzione, viene tradizionalmente considerata la fine dello stato della Rus' di Kiev.

La formazione di altri centri di potere [modifica]

Il declino della Rus' come stato unitario provocò il sorgere di altri centri di potere locale che erano, a tutti gli effetti, analoghi a stati indipendenti.

I ripetuti attacchi dei popoli nomadi della steppa, come i cumani, avevano provocato, nel corso degli anni, l'esodo di parte della popolazione delle zone sudorientali dello stato (come ad esempio i dintorni di Kiev) verso i territori settentrionali, occidentali e sudoccidentali, che avevano assunto maggiore importanza relativa. Acquisirono particolare peso politico la Galizia e la Volinia a sudovest, il territorio di Novgorod a nordovest e il principato di Vladimir-Suzdal' nel nordest.

È in questa fase che si può porre l'embrione del processo di differenziazione che porterà alla nascita delle tre etnie slave orientali odierne: ucraini (detti anche ruteni) nella parte sudoccidentale, bielorussi (russi bianchi) nel nordovest e russi (grandi russi) nel nordest. La localizzazione geografica portò i primi due gruppi ad avere, nei secoli successivi, profondi contatti con lituani e polacchi, che mancarono invece del tutto ai grandi russi; questi ultimi ebbero invece relazioni di una certa intensità e durata con popoli asiatici, come i mongoli, i loro alleati tatari e, più tardi, le popolazioni autoctone della Siberia.

La tendenza alla parcellizzazione dello stato kievano divenne estrema nei secoli successivi alla sua caduta, soprattutto nelle regioni nordorientali, contraddistinguendo un periodo della storia russa che è stato chiamato periodo degli appannaggi (in russo udel'nyj period); l'origine di questo nome sta in una traduzione del termine udel, che designava la parte di regno che un figlio riceveva alla morte del padre, secondo una tradizione che assimilava il principato (con relativi abitanti) ad un qualunque bene materiale.[14]

Società [modifica]

L'amministrazione della giustizia nella Rus' di Kiev in un quadro di Ivan Bilibin.

Fin dalle sue origini, lo stato kievano ebbe un carattere spiccatamente mercantile; i Rus', la tribù normanna, erano spinti unicamente dal desiderio di controllare interamente la importantissima via commerciale "dai normanni ai greci", cioè il fiume Dnepr, che portava con una certa comodità al mar Nero e a Costantinopoli.

Per lungo tempo la classe dominante variaga dei Rus' (normanna) restò separata dal resto della società, costituito essenzialmente da tribù slave piuttosto autonome e che, in seguito alle vittorie dei Rus', venivano, più che incorporate in uno stato, solamente sottoposte a tributi.

La slavizzazione dei normanni conquistatori venne completata intorno alla metà dell'XI secolo, allorquando il nome Rus' passò ad indicare tutto il neonato ethnos dello stato kievano; in uno dei primi trattati con Bisanzio (che avevano carattere spiccatamente commerciale), datato 912, vengono riportati governanti dai nomi scandinavi (Ingjald, Farulf, Vermud, Gunnar), mentre la Cronaca di Nestore, che risale all'inizio del XII secolo, vede già i nomi in una forma slava (Waldemar divenne Vladimir, Ingwar divenne Igor, e così via).[15]

Al vertice della società kievana (costituita, nel XII secolo, da sette o otto milioni di persone)[16] stava il principe con la sua casata e, a lui sottoposto, il suo seguito, detto družina, distinta, a seconda dell'importanza, in družina maggiore e družina minore; insieme con l'aristocrazia locale, formava una specie di nobiltà, i cui componenti venivano chiamati muži e che, nei secoli successivi, avrebbero costituito un gruppo di grossa influenza sull'economia e sulla politica, i boiari.

Al di sotto di questi venivano i ljudi, una sorta di "classe media" dello stato kievano; la classe sociale più numerosa era costituita da contadini liberi chiamati smerdy. Sembra che nella Rus' kievana delle origini non fosse presente il servaggio, che fece però la sua comparsa in un secondo tempo soprattutto a causa dei debiti contratti da alcuni contadini liberi verso i proprietari.[16] Nonostante questo aumento, comunque, la classe degli agricoltori liberi rappresentò sempre una parte significativa nella società della Rus' kievana. Alla base della piramide della società kievana stavano infine gli schiavi.

Istituzioni [modifica]

Il veče di Pskov in un dipinto di Viktor Vasnecov.

Le principali istituzioni politiche della Rus' erano il principe con la sua družina, la duma, o assemblea dei boiari (i muži, l'aristocrazia del paese) e il veče (viče in ucraino moderno), o assemblea del popolo.

I principi e il loro seguito erano considerati al vertice delle istituzioni kievane, anche se in determinati luoghi e periodi storici dovettero cedere parte di questo potere anche ad altre istituzioni. I principi erano parecchi, in tutto il territorio della Rus' di Kiev, e generalmente indipendenti gli uni dagli altri in una sorta di "federazione"; particolare privilegio aveva tuttavia il principe di Kiev, che durante il XII secolo ebbe il diritto di fregiarsi del titolo di Gran Principe (великий княз, velikij knjaz). Le regole di successione stabilivano che il trono di Kiev passasse dal fratello più anziano a quello più giovane, dallo zio al nipote ed infine da padre a figlio; i membri più giovani della dinastia iniziavano di norma la loro carriera politica come governanti di località minori per poi passare, come un vero e proprio cursus honorum, al governo di città più importanti per competere infine per il trono di Kiev. I principi normanni nella Rus' vivevano sostanzialmente separati dal resto della società, si giudicavano secondo leggi diverse e ricevevano sepoltura separata dal popolo.[17] I compiti dei principi erano la guida degli eserciti (reclutati fra il loro seguito o, in certi casi, tramite un reclutamento forzato di massa), la giustizia e l'amministrazione del territorio; gli ultimi pare che venissero svolti con una certa approssimazione, dati gli scarsi legami fra principi e popolazione.[17]

La duma dei boiari prese origine da alcuni elementi di spicco della družina del principe, sviluppandosi nel corso dei secoli parallelamente allo sviluppo dello stato kievano. Non era assimilabile ad un parlamento, dal momento che non aveva nessun potere legale di opposizione al volere del principe; tuttavia, pare che nella Rus' di Kiev i suoi membri avessero assunto una notevole importanza "informale" come consulenti e consiglieri del principe, e risulta addirittura che in certi casi questa opposizione fu esercitata.[16]

Il veče era l'assemblea degli uomini liberi, alla quale potevano prendere parte tutti i capifamiglia; durante queste riunioni, che si tenevano solitamente sulla piazza del mercato, si decidevano questioni di rilevante importanza per la vita di una città e di un territorio (ad es. dichiarazioni di guerra o trattati di pace, rapporti con principi designati). Le assemblee erano un elemento caratteristico di molte popolazioni che abitavano il territorio della Rus' di Kiev da prima dell'arrivo dei normanni Rus', e fu spesso in frizione con il potere principesco.

Le tre istituzioni, principe, duma e veče, rappresentavano rispettivamente l'aspetto autocratico, aristocratico e democratico della Rus' di Kiev e, a seconda dei tempi e dei luoghi, ebbero diversa importanza relativa. Nei luoghi dove il potere dei principi sorse piuttosto tardi e dovette sovrapporsi ad un preesistente insieme di tradizioni e norme (come nella parte occidentale e sudoccidentale del territorio della Rus'), i principi furono costretti ad operare di concerto con elementi esterni al loro seguito, eletti dalla popolazione, che misero un freno al loro potere indiscriminato. Un caso estremo è rappresentato dal principato di Novgorod, dove il carattere democratico del governo era molto marcato (tanto che si parla frequentemente di Repubblica di Novgorod); il veče era molto potente, ed arrivò addirittura, nel 1136, a cacciare dal trono il principe designato.[18] Dove invece i principi "guidarono" la colonizzazione e il popolamento, precedendo l'insediamento di contadini (come nei territori nordorientali della Rus', nella zona dove attualmente sorge la città di Mosca), l'autorità era pressoché totalmente nelle mani del principe. Sorse così, in queste regioni, un sistema politico di tipo proprietaristico, dispotico e autocratico, che fu esportato in tutto il territorio russo in seguito all'irresistibile ascesa del principato di Mosca a partire dal XIV secolo e che segnerà in maniera indelebile la concezione del potere statale in Russia fino al XX secolo.[19]

Economia [modifica]

Il principe Igor' esige tributi dai Drevliani nel 945, di Klavdij Lebedev.

Nell'economia della Rus' kievana rivestiva particolare importanza il commercio; si può dire anzi che le origini stesse dello stato kievano riposino negli intensi scambi commerciali fra la Scandinavia e i greci di Bisanzio, attivati fin dall'VIII secolo, che portarono alla necessità di ricercare e trovare una via di comunicazione ottimale che fu riconosciuta nel fiume Dnepr, successivo "asse portante" dello stato.

L'anno, nella vita dei principi kievani e dei loro seguiti (družiny), era scandito in maniera abbastanza netta.[20] Nei mesi invernali vivevano sulle terre amministrate, raccogliendo tributi (costituiti da cera, pellicce, miele) dalle tribù sottoposte (occupazione chiamata poljud'e) oppure facendoseli consegnare (povoz); in aprile-maggio, non appena i ghiacci sul Dnepr si spaccavano, cominciavano i preparativi per la grande spedizione annuale fino a Costantinopoli per vendere ai bizantini mercanzie di ogni genere e schiavi, utilizzando navi costruite nei mesi invernali dalle tribù slave tributarie; oltre al principe e al seguito si aggregavano mercanti provenienti da tutte le parti della Rus', che cercavano protezione dalle violente e frequenti incursioni dei popoli della steppa che infestavano il basso corso del fiume. La spedizione partiva in giugno da Kiev e si protraeva poi per tutta l'estate, allorquando, all'inizio dell'autunno, i Rus' tornavano alle loro terre.

Il principe kievano era essenzialmente un mercante, e così tutti i membri della sua družina; una prova dell'importanza estrema attribuita dai Rus' al commercio è data dal fatto che pressoché tutte le guerre da questi sostenute contro i bizantini (negli anni 861, 907, 941, 944, 970, 1043) ebbero origine da aggressioni subite da mercanti russi a Costantinopoli ed ebbero termine solo in seguito alla stipula di accordi commerciali. I mercanti kievani non si spingevano però solo fino a Bisanzio, ma raggiungevano regolarmente città come Baghdad e la Persia.

Le merci che venivano esportate erano, oltre agli schiavi (il cui commercio decadde però nella seconda parte della storia dello stato dei Rus') e alle pellicce, alla cera e al miele provenienti dai tributi esatti dalle popolazioni slave, anche di prodotti agricoli come il lino, la canapa e il luppolo; venivano importati invece cavalli e armi dall'oriente, attrezzature navali da Bisanzio, metalli lavorati e vetreria dall'Europa centrale e occidentale.[20]

Nella Rus' di Kiev, a causa degli intensi traffici, vi era grossa quantità di moneta in circolazione; inizialmente veniva usata come moneta il bestiame nella parte meridionale dello stato e le pellicce nel nord, mentre più tardi, sotto il regno di Vladimiro il Santo, cominciò a essere coniata moneta. In ogni caso, nella Rus' kievana venivano reperite con relativa facilità monete provenienti da Bisanzio e da Baghdad. [20]

Anche se è stato per lungo tempo sottovalutato dagli storici, sembra che anche l'agricoltura avesse un ruolo di una certa importanza nel quadro economico della Rus' di Kiev; pare infatti che il commercio fosse l'occupazione prevalente delle classi sociali più elevate, mentre l'agricoltura rappresentasse l'attività economica assolutamente prevalente fra il grosso della popolazione.[20] Attività agricole sono attestate da periodi ben precedenti la nascita dello stato kievano, soprattutto nelle terre della Rus' meridionale, più calde e occupate dall'area del černozëm, la fertilissima terra nera degli ambienti di steppa; più problematica era l'attività agricola nelle zone settentrionali della Rus' (corrispondenti alle odierne oblast' di Novgorod, Mosca, Vladimir, Ivanovo, Tver'), coperte da foreste di conifere o da foreste miste di latifoglie e conifere, spesso paludose e interessate da suoli acidi di tipo podzolico.

Questa differenziazione faceva sì che l'agricoltura nella zona della steppa avesse carattere più estensivo, al contrario che nella zona delle foreste dove veniva praticata su campi liberati dalla foresta (attività chiamata podseka),[20] coltivati intensivamente per qualche anno e successivamente abbandonati per ristabilire naturalmente la fertilità. Successivamente si affermò la tecnica del perelog, vale a dire l'utilizzo alternato di alcuni lotti di terreno lasciando gli altri a riposo; verso la fine del periodo kievano i contadini cominciarono a praticare la rotazione triennale.[20]

I principali prodotti cerealicoli erano il frumento nel sud, l'avena e l'orzo nel nord più freddo e umido; grossa importanza aveva, nella regione delle foreste, l'attività forestale, la caccia e l'apicoltura. Coltura importante in tutto lo stato era il lino, che veniva intensivamente usata per la fabbricazione di capi di abbigliamento.

Religione [modifica]

Icona medievale raffigurante Boris e Gleb.

La popolazione della Rus' di Kiev ebbe nella sua storia due religioni, il paganesimo e il Cristianesimo.

La fede tradizionale delle popolazioni slave orientali era quella pagana, che comportava la deificazione delle forze della natura e l'adorazione degli spiriti ancestrali; divinità importanti nel pantheon slavo dell'epoca erano Perun (dio del tuono e del lampo), Volos (dio degli armenti e più tardi identificato come divinità protettrice degli affari e dei commerci)[21] e Stribog (divinità considerata come padrone del vento e delle tempeste).[22] Il culto di Perun "assorbì", in seguito all'arrivo dei Rus', il culto scandinavo del dio Thor, per una certa somiglianza concettuale fra le due divinità.[23] La religione pagana degli slavi orientali non comportava la costituzione di clero, era sostanzialmente priva di organizzazione e non aveva alcuna influenza a livello istituzionale.

La conversione al cristianesimo della popolazione dello stato kievano risale alla fine del X secolo, essenzialmente ad opera del Gran Principe Vladimir I, che fu poi canonizzato. Il cristianesimo kievano era debitore in molti dei suoi caratteri al cristianesimo bizantino, che fu poi tuttavia rielaborato in risposta ai costumi della popolazione della Rus'. A Kiev non ebbero importanti sviluppi la teologia e la filosofia, dato che i pochi scritti ricalcavano abbastanza pedissequamente i modelli bizantini e non arrivarono mai a definire un carattere propriamente russo; del pari assente fu il fenomeno del misticismo. Altri caratteri del cristianesimo si identificarono successivamente come più peculiarmente russi, in seguito al grande sviluppo dell'arte e dell'architettura religiosa, alla canonizzazione di santi russi e al grande influsso che la chiesa cristiana ebbe sulla società dei Rus'.

All'epoca della conversione, alla fine del X secolo, la neonata chiesa russa era composta da otto diocesi, che diventarono sedici verso la fine del periodo kievano;[24] il metropolita era sotto il diretto controllo di Costantinopoli, tanto che in tutto il periodo di vita della Rus' solo due metropoliti furono russi: Ilarione, nell'XI secolo, e Clemente, nel secolo successivo. La chiesa russa nel periodo kievano divenne rapidamente titolare di vasti possedimenti terrieri, diventando una figura di primo piano a livello politico; gestiva tutte le problematiche riguardanti la cura dei malati e l'istruzione, e la legislazione canonica non riguardava solo i religiosi, ma estendeva la sua sfera di influenza a tutto il popolo, soprattutto riguardo alle questioni morali.

A fronte di un'indubbia pesante influenza della chiesa sullo stato della Rus', più difficile è la valutazione della reale influenza che la religione cristiana ebbe sulla popolazione russa e sui suoi costumi. Secondo molti studiosi, il carattere pagano della Rus' di Kiev sopravvisse a lungo alla conversione alla religione cristiana, in molti casi sovrapponendosi ad essa. Nei primi secoli dopo la conversione, il carattere cristiano della popolazione rimase piuttosto superficiale (tanto da obbligare il governo all'uso della forza per contrastare le reviviscenze pagane)[24] mentre, successivamente, molte antiche credenze vennero incorporate nel cristianesimo, creando un fenomeno di sincretismo che venne chiamato dvoeverie (doppia fede)[24] e che secondo alcuni, limitatamente agli slavi orientali e ai russi in specie, perdura tuttora.[25]

Sovrani di Kiev (Gran Principe di Kiev) [modifica]

Ol'ga di Kiev.

(gli anni tra parentesi indicano gli anni di regno)

Periodo degli appannaggi

Con l'espressione periodo degli appannaggi (conosciuto anche come età degli appannaggi; in russo, удельный период, udel'nyj period) viene indicata una fase della storia russa compresa fra l'inizio della disgregazione dello stato della Rus' di Kiev (metà del XII secolo) e la definitiva ascesa dello stato moscovita sullo scacchiere russo, datata, a seconda dei vari autori, fra la seconda metà del XV secolo e la prima metà del XVI.[1]

L'origine del nome con cui è noto questo particolare periodo della storia russa sta nella parola appannaggio, traduzione (da alcuni criticata)[2] della parola russa udel', che designava la frazione di territorio che un principe, alla sua morte, divideva fra i figli, i quali divenivano principi di appannaggio.

Il periodo degli appannaggi fu per lo stato russo un periodo di regresso economico, culturale e politico. L'economia agricola scese ad un livello di pura sussistenza, mentre si ridussero fortemente i fruttuosi commerci che caratterizzarono lo stato kievano (o, per meglio dire, ne furono all'origine); l'estrema divisione dal punto di vista politico provocò inoltre la formazione di numerosi principati piccoli e deboli, che non riuscirono ad opporsi agli attacchi delle popolazioni confinanti che spesso estesero i loro domini ai danni dei russi.

Indice

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Centri di potere nel periodo degli appannaggi [modifica]

Durante il periodo degli appannaggi gran parte del territorio russo vide l'invasione da parte dei mongoli, che da Saraj, capitale del khanato dell'Orda d'Oro, spadroneggiavano su buona parte dei territori orientali russi ingerendosi in pressoché tutti gli affari interni dei vari principati.

I territori occidentali e sudoccidentali videro invece l'avanzata di polacchi e lituani, i quali arrivarono a costituire uno stato (conosciuto come granducato di Lituania, in seguito Stato lituano-russo) che si sarebbe successivamente esteso fino al mar Nero e che avrebbe rappresentato un attore importante sulla scena russa del tempo.

Le regioni nordoccidentali dello stato kievano, infine, videro un certo sviluppo in senso democratico, soprattutto a Novgorod e a Pskov.

Il nordovest: la repubblica di Novgorod [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Repubblica di Novgorod.
La partenza di alcuni mercanti di Novgorod in un quadro di Ivan Bilibin.

Nel nordovest, la repubblica di Novgorod prosperò come parte della Rus' di Kiev con funzione di controllo sulla rotta commerciale dal Volga al Mar Baltico; con il declino dello stato centrale Novgorod divenne del tutto indipendente. Il governo della città era retto da una oligarchia locale, nella quale le decisioni di maggior rilievo venivano prese da una assemblea cittadina che, in caso di bisogno, eleggeva un principe come comandante militare. Nel XII secolo divenne sede arcivescovile, segno della sua accresciuta indipendenza ed importanza.

Per la sua struttura politica e la predominanza delle attività commerciali Novgorod assomigliava più alle città nord europee della Lega Anseatica, che tra il XIII ed il XVII secolo controllarono il commercio sul Mar Baltico, che agli altri principati della Rus' di Kiev.

Il nordest: principato di Vladimir-Suzdal' [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Principato di Vladimir-Suzdal'.
La cattedrale dell'Assunzione di Vladimir.

Nel nordest gli Slavi si erano insediati da tempo, nei territori che saranno poi conosciuti come Moscovia, soppiantando le tribù ugro-finniche originariamente presenti nell'area. Numerose sono, in questo periodo di decadenza della Rus' di Kiev, le città importanti nel nordest: Rjazan', Rostov (presso Jaroslavl'), che è il più antico centro del nord-est ma viene presto soppiantato, per importanza, prima da Suzdal' e successivamente da Vladimir che diventa capitale del principato di Vladimir-Suzdal', che nella seconda metà del XII secolo sostituirà Kiev nel dominio della Russia.

Nel 1169 il principe di Vladimir Andrej Bogoljubskij porta un grave colpo al poco stabile potere della Rus' di Kiev quando il suo esercito saccheggia la città; dopo la vittoria, Andrea pone sul trono di Kiev il suo fratello più giovane, mantenendo per sè quello, considerato più importante, di Vladimir-Suzdal' che, a partire da questo momento, assume maggiore importanza sullo scacchiere dello stato russo.

Nel 1299, in piena invasione mongola, il metropolita della chiesa ortodossa si sposta da Kiev alla città di Vladimir spostando così anche il centro della vita religiosa della terre del nordest; questo accresciuto potere di Vladimir è rappresentato dalla costruzione della cattedrale dell'Assunzione di Vladimir, realizzata fra il 1158 e il 1160, che nel secolo successivo diventerà il centro della vita religiosa russa.

Il sudovest: Galizia e Volinia [modifica]

Nel sudovest, le regioni della Galizia e della Volinia si sviluppano molto rapidamente soprattutto grazie ai commerci con polacchi, ungari e lituani e si propongono come un altro possibile successore della Rus' di Kiev. All'inizio del XIII secolo il principe Roman Mstislavič unisce i due principati di Galizia e Volinia, conquista Kiev ed assume il titolo di granduca della Rus' di Kiev. Suo figlio, il principe Danilo (1238 – 1264) è il primo governante della Rus' ad accettare la corona dal Pontefice di Roma, senza peraltro rompere i legami con Costantinopoli. Danilo assume il titolo di "Re della Rus'".

Agli inizi del XIV secolo il patriarca di Costantinopoli della Chiesa Ortodossa accoglie le richieste dei governanti della Galizia-Volinia e concede un metropolita per compensare lo spostamento a Vladimir di quello di Kiev; lo stesso chiederanno e otterranno, poco dopo, i sovrani della Lituania per Novagroduk. All'inizio del XV secolo questa Metropolia è ancora retta da Kiev come "Metropolia di Kiev, Halyč e di tutta la Russia".

Una lunga serie di insuccessi contro i mongoli, combinata con tensioni interne ed interventi esterni portano allo sfaldamento del principato. Con la fine della dinastia degli Mstislavič, nella metà del XIV secolo, la Galizia-Volinia cessa di esistere. La Polonia conquista la Galizia mentre la Lituania, nella battaglia del fiume Irpen', si annette la Volinia, incluso Kiev, i cui nuovi governanti di stirpe lituana verranno da allora elencati come sovrani della Rus'.

Khanato dell'Orda d'Oro

Il Khanato dell'Orda d'Oro (conosciuto anche come Khanato Kipchak) fu un regno turco-mongolo fiorito in Russia nei secoli XIII-XVI, fondato da Batu Khan, un nipote di Gengis Khan. L'Orda d'Oro fu uno dei quattro khanati in cui venne diviso l'Impero Mongolo dopo la morte di Gengis Khan: gli altri furono l'Ilkhanato di Persia, il Khanato Chagatai nell'Asia Centrale e la Dinastia Yuan 元朝 (1271-1368) in Cina.

Indice

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La divisione dell'Impero di Genghis Khan [modifica]

Alla morte di Genghis Khan l'impero da lui costituito venne diviso tra i quattro figli. Djuci, il maggiore, era già morto ed anche la sua paternità venne messa in dubbio, così che a suo figlio Batu furono assegnate le terre più lontane tra quelle conquistate, il sud della Rutenia. Chagatai (secondo in linea di discendenza) era considerato una "testa calda" e ottenne l'Asia centrale ed il nord dell'Iran. Ogodei ottenne la Cina ed il titolo del padre, Gran Khan. Tolui, il più giovane, ricevette le terre natie dei mongoli.

La conquista della Russia [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Invasione mongola della Russia.

Batu cominciò ben presto ad espandere i territori da lui controllati e nel 1236 conquistò la Bulgaria del Volga. Dopo questa prima vittoria ebbe inizio, nel 1237, l'invasione della Russia. I Mongoli conquistarono rapidamente il controllo delle steppe, inglobando le locali popolazioni turche nel loro esercito. L'obiettivo principale era il Rus' di Kiev che, anche se ormai in fase di declino, era comunque il maggiore Stato russo. Nel 1240 i Mongoli conquistarono e saccheggiarono Kiev ponendo fine alla sua prosperità. In breve tutti i principati russi che costituivano lo stato vennero conquistati, eccetto Novgorod che, governata da Alexander Nevsky, riconobbe la supremazia del Khan. A differenza delle steppe dell'Asia centrale, la Rutenia non venne incorporata nell'Orda d'Oro ma lasciata in uno stato di vassallaggio semi-indipendente, dietro pagamento di un tributo. L'Orda continuò a vedere la Ruthenia come un'area periferica di minore interesse a patto che essa continuasse a pagare i tributi.

Invasione di Ungheria e Polonia [modifica]

Durante la conquista della Russia, i Mongoli sconfissero e sottomisero le tribù dei Cumani, una popolazione turca stabilitasi a nord del Mar Nero. Alcuni Cumani però fuggirono e si rifugiarono nel Regno di Ungheria. Quando il Re di Ungheria Bela IV si rifiutò di consegnare i Cumani, Subutai, il comandante delle truppe mongole in Europa, preparò un piano per invadere l'Europa. Nel 1241 due armate principali al comando di Batu Khan e Subutai invasero l'Ungheria mentre un'armata più piccola invase la Polonia come diversivo per evitare che giungessero aiuti agli Ungheresi da nord. Dopo aver saccheggiato gran parte del territorio polacco, i Mongoli si scontrarono il 9 aprile con le forze polacche guidate da Enrico II il Pio Duca di Slesia nella Battaglia di Legnica: Enrico fu ucciso e le sue forze si dispersero mentre i Mongoli si diressero a sud per congiungersi con le altre armate. Appena due giorni dopo le armate del sud sconfissero gli Ungheresi nella Battaglia di Mohi, costringendo la famiglia reale a fuggire. Nonostante l'Ungheria non fosse ancora affatto pacificata, i Mongoli marciarono in direzione di Vienna, probabilmente con l'intenzione di invadere la Germania in inverno, ma proprio allora giunse a Batu Khan la notizia della morte del Gran Khan Ogedei. A questo punto l'invasione fu interrotta e Batu tornò in Mongolia per l'elezione. In seguito, l'Orda fu impegnata su altri fronti e così nessuno più pensò di tentare nuovamente una grande campagna per conquistare l'Europa occidentale.

La fondazione dell'Orda d'Oro [modifica]

L'Orda d'Oro rappresentava la riunificazione di Orda Blu e Orda Bianca, rispettivamente i Khanati Imperiali dei territori occidentali l'uno e orientali l'altro, unificati ai territori centroasiatici nativi dei Mongoli.

Nel 1242 Batu stabilisce la sede dell'Orda a Saraj. Alla sua morte, nel 1255 il khanato viene ereditato dal figlio. L'Orda perde molto rapidamente la sua identità mongola. La maggior parte della sua popolazione è di origine turca, uzbeca ed altri popoli altaici. Rapidamente il nomadismo cede il passo alla sedentarizzazione e Saray diviene una grande e prospera metropoli. L'Orda, sempre a seguito dell'influenza dei popoli assoggettati adotta la religione islamica abbandonando le originali credenze animistiche dei mongoli.

La politica dell'Orda verso la Rutenia (Russia) [modifica]

La politica dell'Orda verso la Rutenia (nome dato alle regioni dell'Europa orientale abitate da popolazioni slave e di origine vichinga -Rus' di Kiev-. ) fu di costante cambiamento di alleanze in modo da mantenerla debole e frammentata. Nel XIV secolo la sollevazione della Lituania nel nord est dell'Europa sfidò il controllo dei Tartari sulla Rutenia. In risposta a ciò il Khan iniziò ad appoggiare Mosca nel ruolo di leader della Rutenia. A Ivan I[1] fu riconosciuto il titolo di Gran Principe e l'incarico di raccogliere i tributi, dovuti all'Orda, tra gli altri principi della Rutenia.

Il disgregamento dell'Orda [modifica]

Nel 1357 il Khan Ganī Bek venne assassinato e l'impero cadde in preda ad una lunga guerra civile in cui ogni nuovo Khan non riusciva a mantenere il suo titolo per più di un anno. In questo periodo Dmitrij Donskoj di Mosca tentò di liberarsi del giogo dei Tartari.

Mamai, un generale tartaro che aspirava al trono, tentò di rinsaldare l'autorità del suo popolo sulla Rutenia ma il suo esercito fu sconfitto nella battaglia di Kulikovo, che fu la prima vittoria ruthena sui Tartari. Poco dopo Mamai scomparve dalla scena e Toktamish, un autentico discendente di Genghis Khan, ricostruì il potere dell'Orda e nel 1382 saccheggiò Mosca come ritorsione per la sua insubordinazione.

Nel 1440 l'Orda fu nuovamente sconvolta dalla guerra civile. Dall'originale impero si erano ormai formati differenti khanati autonomi: il Khanato di Siberia, di Kazan', di Astrachan', di Qasim, di Crimea e di Nogai. Nessuno di questi nuovi Stati fu in grado di reggere il confronto con la Moscovia che quindi si liberò definitivamente del controllo mongolo intorno al 1480.

Conclusione [modifica]

La sorte dei vari khanati fu quella di essere, prima o poi, annessi dalla Russia. Sia Kazan' che Astrachan' furono conquistate da Ivan IV, detto Il Terribile, che, dopo queste annessioni, rinominò il suo Stato "Russia" nel 1550. Entro la fine dello stesso secolo anche il Khanato di Siberia subì la stessa sorte. Il Khanato di Crimea, grazie alla sua alleanza con l'Impero Ottomano, riuscì a mantenere la sua indipendenza dalla Russia fino al regno di Caterina II nella seconda metà del XVIII secolo.

Lista del Khanato [modifica]

L'epico patriarca da cui discende idealmente il potere viene individuato in Genghis Khan, dal quale i Khan reclamano l'investitura più o meno in linea diretta;

Invasione mongola della Russia

L'invasione mongola della Russia fu un evento storico di grande importanza in quanto contribuì alla trasformazione dei principati di tipo feudale fondati dall'aristocrazia variaga in uno stato unitario retto attraverso un governo autocratico. I Mongoli penetrarono in Russia a partire dal 1223 e mantennero la loro influenza fino al 1480. Lo stato da essi fondato nelle steppe russe è conosciuto come Khanato dell'Orda d'Oro.

Il Rus' di Kiev dovette affrontare la minaccia mongola quando già si trovava in una fase di declino. Nel 1223 un esercito russo rinforzato da Polovtsi, affrontò un gruppo di incursori sul fiume Kalka ma venne sconfitto (Battaglia del fiume Kalka). Nel 1237-1238, una forza, molto più grande, invase gran parte del Rus'. Nel 1240 i mongoli saccheggiarono la città di Kiev e si mossero quindi verso ovest, in direzione della Polonia e dell'Ungheria. Dei principati da cui era costituito il Rus' (Kiev, Vladimir, Suzdal', Novgorod e altri), solo la Repubblica di Velikij Novgorod sfuggì all'occupazione ma dovette sottoporsi al pagamento di un tributo. Una parte della forza mongola si ritirò, in seguito, a Saraj nel basso fiume Volga, fondando il Khanato dell'Orda d'Oro. Da qui governò indirettamente sul Rus', attraverso i principi russi, che dovettero fare atto di vassallaggio ed attraverso i suoi esattori delle tasse. L'influenza dell'invasione mongola sui territori russi fu disuguale. Centri come Kiev non si ripresero più dalla devastazione dell'attacco iniziale. La Repubblica di Novgorod invece continuò a prosperare, e una nuova entità, la città di Mosca, iniziò a fiorire sotto i mongoli diventandone il principale punto di riferimento. La situazione rimase immutata per quasi due secoli. Un esercito russo sconfisse l'Orda d'Oro a Kulikovo nel 1380 ma la dominazione mongola, assieme alle richieste di tributi, continuò all'incirca fino al 1480.

Gli storici hanno dibattuto a lungo sull'influenza che il dominio mongolo ha avuto sulla società russa. Gli invasori sono stati incolpati della distruzione del primo stato russo, della frammentazione della nazionalità Russa e dell'introduzione del concetto di "dispotismo orientale". D'altra parte molti storici contestano che il decadimento del Rus' di Kiev era già iniziato prima dell'invasione, e che questa semplicemente ne accelerò l'evoluzione. Gli storici inoltre accreditano al regime dei mongoli un ruolo importante nello sviluppo della Moscovia come stato. Sotto l'influenza mongola, ad esempio, la Moscovia sviluppò la sua rete di strade postali, il censimento, il sistema fiscale e l'organizzazione militare.

Anche la Rus' di Kiev lasciò una potente eredità. I capi della dinastia rjurikide, di origine scandinava, unirono un ampio territorio abitato da slavi orientali, in uno stato importante, anche se instabile. Dopo che Vladimir ebbe accettato l'Ortodossia orientale, la Rus' di Kiev venne a riunirsi sotto un'unica chiesa e sviluppò una sintesi bizantino-slava della cultura, delle strutture statali e dell'arte. Alla periferia nord-orientale del Rus' di Kiev, queste tradizioni vennero adattate per formare lo stato autocratico russo.

Principato di Vladimir-Suzdal'

Il Principato di Vladimir-Suzdal', anche conosciuto come Granducato di Vladimir-Suzdal (Russo: Влади́миро-Су́здальское кня́жество, Vladimiro-Suzdal'skoe knjažestvo), o Rus' di Vladimir-Suzdal' (Влади́мирско-Су́здальская Русь), fu l'organizzazione statale russa più grande dopo il disgregamento della Rus' di Kiev alla fine del XII secolo. Tradizionalmente ritenuto come la culla del linguaggio e della nazionalità russa, il Principato entrò nel XIV secolo a far parte del Granducato di Mosca.

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Origini [modifica]

Il Principato occupava originariamente un vasto territorio situato a nordest della Rus' di Kiev e delimitato dai fiumi Volga, Oka e Dvina settentrionale. Nell'XI secolo la capitale era Rostov la Grande e le città principali includevano Suzdal', Jaroslavl' e Belozersk.

Vladimir il Monomaco, al fine di affermare i propri diritti dinastici sul principato, trasferì nel 1093, la capitale da Rostov a Suzdal. Quindici anni dopo fondò la città di Vladimir sul fiume Kljaz'ma, 31 km a sud di Suzdal'. Suo figlio Jurij Dolgorukij spostò nel 1157 il soglio del Principato a Vladimir. A questa decisione si opposero i boiardi delle due precedenti capitali, che si scontrarono apertamente con Jurij. Seguì una breve guerra civile, terminata con la sconfitta di quest'ultimi.

La Cattedrale dell'Assunzione di Vladimir, costruita tra il 1158 e il 1160 e sede del Metropolita di Russia nel XII secolo.

Nella metà del XII secolo, poiché le terre meridionali della Rus' erano periodicamente sconvolte e razziate dalle invasioni delle popolazioni tatare, si verificò una notevole migrazione verso il Principato. Nelle aree precedentemente occupate da boschi, conosciute con il nome di Zales'e, furono costituiti numerosi insediamenti. Mosca, Pereslavl'-Zalesskij, Kostroma, Dmitrov, Jur'ev-Pol'skij, Ksnjatin e Jaropolč-Zalesski furono fondate (sia per le cronache degli storici russi medievali che per le leggende popolari) da Jurij Dolgorukij, il cui soprannome, "dalle lunghe braccia", alludeva appunto alla sua destrezza nel manovrare i nuovi avvenimenti politici in tutta la Rus' pur rimanendo a Suzdal'.

Apogeo [modifica]

Fu durante il regno di Andrea il Pio, figlio di Jurij, che il Principato raggiunse l'apice del potere politico. Andrea si dimostrò un governante estremamente capace e spregiudicato al punto da trattare con disprezzo gli antichi centri di potere, come Kiev. Dopo aver ordinato al suo esercito di bruciare quest'ultima, rifiutò nel 1169 il trono offertogli dai boiardi locali, su cui instaurò invece il fratello minore. Si insediò quindi a Vladimir, facendola diventare il centro politico più importante dell'intera Rus', ordinando la costruzione di nuove chiese e monasteri nella città. Andrea fu assassinato da un gruppo di boiardi mentre si trovava nella sua residenza di campagna di Bogoljubovo nel 1174.

Dopo un breve interregno, Vsevolod III, fratello del defunto sovrano, salì al trono del Principato. Continuò a seguire il disegno politico del fratello e nel 1203 attaccò e sconfisse nuovamente Kiev. I nemici principali di Vsevolod si dimostrarono tuttavia i Principati di Rjazan', i quali tentarono di seminare discordia tra Vladimir e la confinante entità statale turca della Bulgaria del Volga. Dopo numerose campagne militari Rjazan' fu rasa al suolo e i bulgari furono costretti a pagare tasse al Principato.

Icona della Theotokos di Vladimir.

La morte di Vsevolod, avvenuta nel 1212, precipitò lo Stato in un grave conflitto dinastico. Suo figlio minore Costantino, appoggiato dai boiardi di Rostov e da Mstislav il Coraggioso, cacciò il legittimo erede al trono, Juri dalla capitale; solo sei anni dopo, con la morte del fratello, Juri divenne il nuovo principe di Vladimir. La sua ascesa al trono coincidette con una nuova vittoria sui bulgari e con l'instaurazione nel Principato di Novgorod del fratello Jaroslav. Il suo regno, tuttavia, finì catastroficamente con l'invasione delle Orde mongole guidate da Batu Khan, il quale prese e distrusse Vladimir nel 1238. Le altre città maggiori del principato subirono analoga sorte.

Il giogo mongolo [modifica]

Né Vladimir né le città vicine riuscirono a resistere all'invasione mongola della Russia. Lo stato si disgregò presto in undici principati autonomi: Mosca, Tver, Pereslavl, Rostov, Jaroslavl, Uglič, Belozersk, Kostroma, Nižnij Novgorod, Starodub sulla Kljazma, e Jurev-Polskij. Tutti riconoscevano formalmente la supremazia del Gran Principe di Vladimir, che veniva nominato dallo stesso Gran Khan di Saraj. Persino Aleksandr Nevskij di Perejaslavl' dovette recarsi nella capitale mongola, Karakorum, al fine di farsi riconfermare lo jarliq ricevuto da Saraj di Gran Principe dal Gran Khan dei tatari.

Alla fine del secolo, solo le due città Mosca e Tver' continuarono a contendersi la dignità di sede del Gran Principe (Velikij Knjaz). I loro governanti, una volta saliti al trono del Principato, non lasciavano più la loro città per stabilirsi a Vladimir, ma soltanto per farsi incoronare dal Metropolita e ricevere ufficialmente la nomina dal Gran Baskak (Ulu Baskag) in rappresentanza di Saraj. Quando Pietro I, metropolita di tutta la Russia, spostò il proprio soglio da Vladimir a Mosca nel 1321, risultò chiaro a tutti che il Principato di Mosca era succeduto al Principato di Vladimir come centro di potere principale della Russia nord-orientale.

Lista dei Principi di Vladimir [modifica]

Repubblica di Novgorod

La Repubblica di Novgorod, Terra di Novgorod in russo: Земля новгородская[?] fu uno Stato medievale russo che, tra il XII e il XV secolo, si estendeva dal Mar Baltico agli Urali, avendo come proprio centro la città di Novgorod.

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Storia [modifica]

Durante il periodo sovietico è stato usato a volte dagli studiosi nell’intento di inserire tale entità statale all'interno della periodizzazione storiografica marxista (schiavitùfeudalismocapitalismosocialismocomunismo) [1] l'appellativo "repubblica feudale". Alcuni storici odierni, tuttavia, dubitano che in Russia sia mai esistito un processo feudale analogo a quello verificatasi in occidente.[2] Il termine "repubblica feudale" non fu tuttavia mai utilizzato dagli abitanti di Novgorod (anche perché il termine feudalesimo è stato coniato nel XVII secolo): si riferivano alla propria città-stato come "Sua Maestà Novgorod la Grande" (Государь Господин Великий Новгород), o più spesso "Novgorod la Grande" (Господин Великий Новгород);[3] L'intera regione - la città i suoi grandi possedimenti - era conosciuta come la Terra di Novgorod.

Novgorod è tradizionalmente considerata essere stata sostanzialmente indipendente da Kiev ma, nonostante la città avesse una forma di governo differente da tutte le altre nella Rus' e scegliesse localmente i propri comandanti, era parte integrante del panorama politico e culturale russo. Nel XII secolo i boiardi della città iniziarono a rivestire autonomamente le cariche di posadnik e tysjackij, che fino alla metà del XII secolo erano invece appuntate dal Gran principe di Kiev. Nel 1136, i suoi abitanti espulsero il Principe Vsevolod Mstislavič e nel successivo secolo e mezzo furono abili nel invitare e cacciare un gran numero di principi, anche se le motivazioni dei loro inviti e delle loro espulsioni erano rinvenibili in motivi politici legati alla forza del Principe di Rus' regnante al momento piuttosto che a una rivendicazione di indipendenza.

Città come Staraja Russa, Staraja Ladoga, Toržok e Orešek, erano parte integrante della Repubblica. Secondo alcune fonti, nel XIII secolo era presente in Staraja Ladoga un vicario arcivescovile .

La città di Pskov fu inizialmente parte delle Terre di Novgorod, ma diventò de facto indipendente dalla fine dl XIII secolo. Alcuni Principi come Dovmont e Vsevolod Mstislavič regnarono a Pskov senza ottenere nessun beneplacito né dover rendere conto a Novgorod. L'indipendenza di Pskov fu sancita dal Trattato di Bolotovo nel 1348 (vedi anche Repubblica di Pskov). Persino dopo tale trattato, comunque, l'Arcivescovo di Novgorod fu a capo della Chiesa di Pskov e mantenne il titolo di "Arcivescovo di Novgorod la Grande e Pskov" fino al 1589. Tra il XII e il XV secolo la Repubblica di Novgorod si espanse verso est. Suoi abitanti esplorarono l'area intorno al Lago Onega, alla Dvina Settentrionale, e le coste del Mar Bianco. All'inizio del XIV secolo furono invece solcate le acque dell'Oceano Artico, del Mare di Barents, del Mare di Kara, e del fiume siberiano Ob'.

Le tribù ugriche che abitavano gli Urali settentrionali, erano vassalle di Novgorod e dovevano versare periodicamente un tributo alla stessa. Le terre a nord della città, ricche di animali da pelliccia, di fauna e di sale furono di grande importanza per la Repubblica che combatté per il loro controllo lunghe guerre con la Moscovia nel XIV secolo. La loro perdita comportò il declino economico e culturale per la città e per i suoi abitanti e cagionò la fine della Repubblica.

Organizzazione interna [modifica]

La Repubblica di Novgorod (in rosa) nel XII secolo.

Il preciso ordinamento della Repubblica di Novgorod è incerto, anche se i resoconti storici antichi mostrano un insieme altamente istituzionalizzato di organi quali le veča (singolare veče - assemblee pubbliche), i posadnik (governatori), i tysjackij (originariamente comandanti della milizia cittadina, in seguito funzionari giudiziali e commerciali), i membri delle famiglie aristocratiche e l'arcivescovo di Novgorod. Alcuni studiosi ritengono che quest'ultimo fosse a capo del potere esecutivo anche se è pressoché impossibile determinare le competenze dei vari uffici. Altri studiosi ritengono che un "Consiglio dei Signori" (Совет Господ, Sovet Gospod) fosse retto dall'arcivescovo e si riunisse nel Palazzo arcivescovile,[4] ma recentemente lo storico Jonas Granberg si è detto dubbioso che tale organo sia realmente esistito. Sostiene, infatti, che non sia altro che un'invenzione degli studiosi tratti in inganno dall'estrema eterogeneità delle fonti a cui si devono riferire.[5]

In base ai resoconti storiografici il potere esecutivo (almeno nominalmente) era sempre in capo ai principi di Novgorod, persino quando il loro potere declinò tra il XIII e il XIV secolo. Tuttavia, anche qualora si ritenesse che l'arcivescovo non rivestisse tali poteri, rimaneva comunque uno degli organi cittadini preminenti: oltre a dirigere la Chiesa ortodossa novgorodese a Novgorod, era ambasciatore della Repubblica e ricopriva incarichi secolari, anche se, la maggior parte delle volte, agiva di concerto ai boiardi e mai da solo.

Anche il preciso ruolo della veče è incerto. Composta sia da membri della popolazione cittadina che da contadini, è ancora oggi oggetto di dibattito storiografico se fosse un'istituzione democratica o sotto stretto controllo dei boiardi. I posadnik, i tysjackij, e persino i vescovi e gli arcivescovi di Novgorod (a partire dal 1165) erano sempre eletti o perlomeno acclamati dalla veče. Occorre tener presente che questa assemblea non può essere intesa o compresa secondo i moderni modi di vedere in cui si discute e si formano maggioranze e minoranze e si è d'accordo che il progetto della maggioranza sia quello che poi sarà implementato. In quei tempi si doveva avere per forza l'unanimità su qualsiasi argomento oppure si finiva nei tafferugli, cosa molto sovente nella repubblica novgorodese.

Anche i mercanti e gli artigiani partecipavano attivamente alla vita politica della Repubblica. La storiografia sostiene che la città fosse organizzata in cinque "koncy" (quartieri, cantoni) a loro volta suddivisi al loro interno in ulteriori sottogruppi ossia in chiese. Le strade e i quartieri solitamente indicavano nel loro nome la tipologia dei commerci che lì si svolgevano (ad esempio il quartiere dei Carpentieri o quello delle Ceramiche). I gruppi di commercio e di artigianato libero si dividevano in sotni (сотни) o meglio in confraternite (bràtciny) con un anziano a capo, mentre non è provato che esistessero delle vere gilde analoghe alle organizzazioni occidentali. In ogni strada infatti esistevano organi assembleari che organizzavano gli uomini abili in un'organizzazione militare che facevano capo poi - nei momenti di guerra o come polizia - al Chiliarca (tysjazkii). Tali organizzazioni erano infatti conosciute per la costruzione di chiese e per l'organizzazione del seppellimento dei cadaveri durante i periodi di peste, come guardia nazionale etc. mentre ogni altra attività è incerta.

"Strade" e "quartieri" prendevano parte attiva nelle decisioni politiche supportando le fazioni di boiardi che sostenevano il loro interesse. I nomi dei mercanti "anziani" sono infatti inseriti nel testo di trattati e di altri accordi politici. Tuttavia solo un centinaio di tali documenti sono oggi disponibili: una mezza dozzina sono datati anteriormente al 1262 ma la maggioranza risale posteriormente a tale data[6] .

I principi di Novgorod [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Principi di Novgorod.

Il principe era una figura importante nella vita della Repubblica. Su all'incirca cento Principi che si susseguirono al potere metà fu chiamata o ripudiata dagli abitanti di Novgorod e almeno quattro tra loro furono costretti a siglare un contratto di ingaggio chiamato rjad (ряд) che ne definiva i diritti di fronte ai boiardi della città e riconosceva de facto la parziale indipendenza della stessa.

Economia [modifica]

Novgorod nel XIII secolo, da una scena dell'Aleksander Nevskij di Ejzenštejn
Il mercato di Novgorod.

L'economia della Repubblica di Novgorod includeva una poverissima agricoltura visto il clima e l'allevamento di pochi animali (gli arcivescovi di Novgorod compravano cavalli importati dalla steppa soprattutto per far da guardia d'onore e poi per l'esercito). Un'attività largamente praticata era la caccia degli animali da pelliccia e la pesca che però non era fatta dai novgorodesi, ma dai popoli ugro-finnici che abitavano i Quinti. In molte regioni (i cosiddetti Quinti) della Repubblica altre attività si combinavano alle suddette: il ferro era estratto sulla costa del Golfo di Finlandia, nei pressi di Staraja Russa furono sfruttate le saline. I prodotti della foresta (taigà), come pellicce, cera, miele, colla di pesce, lardo e pece erano venduti nei mercati esteri principalmente.

La vera fonte di ricchezza di Novgorod, infatti, era il commercio delle pellicce pregiate. La città era lo snodo tra la Rus' e l'Europa settentrionale. Rappresentava inoltre l'estremo più occidentale della via della seta e quello più orientale dei commerci della Lega Anseatica[7]. Nei confini nord-orientali della Repubblica, tra il lago Onega, gli Urali e il Mar Bianco c'erano più pelli di quanto ne abbiano stimate i resoconti medievali e "gli animali da pelliccia piovevano dal cielo" [8]. I mercanti di Novgorod intrattenevano rapporti commerciali con le città città commerciali svedesi, danesi e tedesco-anseatiche. Anche se inizialmente avevano aperto rotte commerciali per il Baltico, la Lega Anseatica che considerava il Kontor novgorodese il suo maggior centro logistico costrinse i novgorodesi a desistere dalla navigazione lungo il Baltico e Novgorod volentieri si affidò alle navi anseatiche per il trasporto delle proprie merci e solo verso gli ultimi anni del XV sec. l'Hansa pose un blocco scontrandosi con i novgorodesi e chiudendo loro i porti per breve tempo.

Tra il XIV e il XV secolo più della metà dei possedimenti terrieri nella Repubblica era nelle mani di 30–40 famiglie boiarde. Il diritto di sfruttamento (solo in epoca molto tarda straformatosi in vera proprietà terriera) di vasti latifondi forestati, con le risorse ivi contenute, assicurava la supremazia economica ai nobili. La Chiesa Novgorodese giunse ad essere il maggior detentore di proprietà terriere: la votčina della Cattedrale di Santa Sofia (Дом святой Софии, Dom Svjatoy Sofii) — il tempio più importante di Novgorod — tanto che le regioni economicamente più sviluppate dello Stato novgorodese finirono nelle mani dell'Arcivescovo. Il Monastero di san Giorgio o Juriev, quello di Arkažsky e quello di Antoniev erano noti per possedere grandissime estensioni di terra. Vi erano inoltre i cosiddetti žitie ljudi (житьиe люди), che erano dei proprietari con latifondi meno vasti rispetto ai boiardi e costituivano una classe a sé della città e i piccoli possedenti chiamati svoezemcy (своеземцы) che coltivavano terra propria che invece non abitavano in città. Quest'ultimi erano spesso costretti dalle proprie condizioni economiche a diventare mezzadri. Ad un livello sociale inferiore si trovavano i Cholopy, ossia quelli che noi oggi chiameremmo lavoratori precari che vendevano il proprio lavoro e abilità artigiane per un certo periodo o per tutta la vita ai bojari e vivendo e lavorando nelle loro cascine cittadine dette usad'by. I servi slugi, il cui numero durante l'esperienza repubblicana fu tuttavia in costante decremento eseguivano invece i lavori più bassi. A Novgorod non circolava denaro metallico, ma la cosiddetta moneta fatta in mazzi di pelli e parti di pelliccia pregiata e soltanto nella seconda metà del XV secolo assunse una significativa importanza il pagamento in denaro metallico.

Alcuni studiosi ritengono che i Signori feudali cercassero di legare i contadini alle proprie terre, ma ciò non è reale data l'inesistenza di terre coltivate fuori della cinta della città, ma solo di atrtivitù agricola orticola nei monasteri. Alcune categorie come i davnie ljudi (давние люди), i polovniki [половники), i poručniki (поручники), i dolžniki (должники), furono effettivamente privati legalmente del dritto di lasciare i propri padroni. I boiardi e i monasteri cercarono analogamente di impedire ai contadini di abbandonare i propri signori feudali. Tuttavia, secondo gli usi russi, ai lavoratori era concesso di affrancarsi da tale giogo pagando i propri debiti: questa tradizione fu temporaneamente sospesa solo durante il regno di Ivan IV di Russia, un secolo dopo la conquista moscovita di Novgorod. Tale sospensione non fu più revocata e i servi furono formalmente legati alle terre che coltivavano dal Uloženie (codice legale) del 1649. Naturalmente queste ultime indicazioni sono propvate per altre aree mentre per il territorio novgorodese, a causa dell'agricoltura quasi inesistente, tali categorie sono soltanto immaginabili in tempi molto più tardi.

Gli studiosi marxisti (ad esempio Aleksandr Chorošev) parlarono spesso di "lotta di classe" a Novgorod. Vi furono infatti 80 sommosse nella Repubblica, che spesso si trasformarono in ribellioni armate. Le più importanti fra queste avvennero nel 1136, 1207, 122829, 1270, 1418, e 144647. Tuttavia è improprio riferirsi ad esse come "lotta di classe": molte infatti non erano altro che scontri interni tra le fazioni boiarde e, se una rivolta coinvolgeva mercanti o contadini, non aveva il fine di rovesciare l'ordine sociale esistente, ma solo di quello di imporre le proprie visioni politiche.

Politica estera [modifica]

Novgorod combatté per secoli contro svedesi, danesi e Crociati tedeschi. Durante la Guerra Svevo-Novogordiana, gli svedesi invasero prima la Finlandia e quindi la Carelia, terre le cui popolazioni avevano in precedenza pagato dei tributi a Novgorod. I tedeschi, da parte loro, avevano cercato fin dal XII secolo di conquistare la Regione baltica. Novgorod dovette scontrarsi 26 volte contro gli svedesi e 11 volte contro i Cavalieri Portaspada. I cavalieri tedeschi, insieme ai signori feudali danesi e svedesi, lanciarono una serie di attacchi non coordinati tra il 1240 e il 1242. Tuttavia le loro campagne fallirono dopo la Battaglia della Neva (1240) e la Battaglia del lago ghiacciato (1242). Il 12 agosto 1323 fu siglato il Trattato di Nöteborg, che regolò i confini tra Novgorod e la Svezia, mentre tre anni più tardi venne firmato un analogo trattato con la Norvegia per definire i rispettivi confini.

L'esercito della Repubblica respinse anche successivi attacchi. Novgorod riuscì a salvarsi dagli orrori comportati dall'invasione mongola, non grazie a vittorie militari, ma a causa del timore, da parte dei comandanti mongoli, di impantanarsi nelle paludi che circondavano la città: essi si ritirarono a 100 km da quest'ultima. Nonostante non fosse stata formalmente conquistata, la Repubblica iniziò a pagare tributi ai khan dell'Orda d'Oro. Nel 1259 una rivolta contro gli esattori mongoli costrinse Aleksandr Nevskij a punire i funzionari della città (tagliò loro il naso) per avere sfidato il Gran Principe di Vladimir (che presto diventerà l'esattore del Khan in Russia) e i suoi signori mongoli. Nel XIV secolo le incursioni dei pirati di Novgorod (or uškuiniki),[9] si spinsero fino a Kazan e Astrakhan e sostennero la Repubblica nelle sue guerre contro la Moscovia.

La caduta della Repubblica [modifica]

La distruzione della veče in un dipinto di Lebedev

Tver', Mosca e la Lituania si scontrarono per il controllo delle terre di Novgorod (e per le sue enormi ricchezze) fino dal XIV secolo. Prima di diventare Gran Principe di Vladimir, Michail Jaroslavič di Tver inviò governatori da lui nominati a Novgorod. Una serie di contrasti con questi ultimi fece sì che la città stringesse stretti rapporti con Mosca durante il regno di Jurij di Mosca. La vicinanza con Tver spaventava gli abitanti di Novgorod che temevano che fosse intenzione del Principato annettere la ormai debole Repubblica. Invece Mosca non tenne un atteggiamento espansionistico verso Novgorod e fino a che tale tendenza persistette, i Principi di Moscovia furono accettati dalla popolazione come Principi di Novgorod. Inoltre, oltre a prestare aiuto in caso di bisogno, erano troppo lontani per ingerirsi negli affari interni della Repubblica.

Ma quando la Moscovia iniziò a consolidare la propria posizione nell'area, i principi moscoviti iniziarono a rappresentare una seria minaccia per Novgorod. Ivan Kalita, Simeone Gordiyj e altri monarchi moscoviti cercarono di limitare l'indipendenza della Repubblica. Nel 1397 scoppiò un aspro conflitto tra Novgorod e Mosca quando la prima annesse i territori lungo il corso della Dvina Settentrionale. Queste terre erano cruciali per l'economia della Repubblica perché da lì provenivano la maggior parte delle pelli che esportava [10]. Tali territori tornarono in possesso di Novgorod l'anno successivo.

Al fine di resistere all'espansionismo moscovita, il governo repubblicano strinse un'alleanza con l'Unione Polacco-Lituana. Secondo la tradizione, la leader della fazione boiarda, chiamata partito lituano, favorevole a un'alleanza con l'Unione, fu Marfa Boretskaja, la moglie del Posadnik Isak Boretskii. Si racconta che la Boretskaja invitò nella città il Principe lituano Michail Olelkovič chiedendogli di divenire suo marito e Signore di Novgorod. Concluse al pari un'alleanza con Casimiro, Gran Duca di Lituania. La prospettiva di concludere un accordo con il Regno di Polonia e il Granducato di Lituania comportò insurrezioni nello Stato. Janet Martin e Gail Lenhoff hanno recentemente sostenuto che la Boretskaya fu sgozzata, probabilmente per ordine dell'Arcivescovo Feofil, al fine di allontanare dallo stesso i sospetti di tradimento relativi all'inadempimento dei termini del Trattato di Jaželbitsij, che negava a Novgorod la possibilità di condurre delle trattative con l'estero senza la previa autorizzazione del Gran Principe.[11]

Poiché vi furono ulteriori tentativi di accordo tra la Repubblica e il Regno di Polonia [12], le autorità moscovite dichiararono guerra a Novgorod. La decisiva vittoria conseguita dall'esercito di Mosca nella battaglia del fiume Šelon nel luglio del 1471 limitò seriamente la libertà d'azione della Repubblica che mantenne tuttavia l'indipendenza formale. Nel 1478, Ivan III inviò le proprie truppe ad occupare la città. Nel contempo arrestò un gran numero di boiardi e abolì la veče. La Repubblica di Novgorod aveva così cessato di esistere.

Moscovia

Moscovia in russo: Моско́вия[?] è lo stato che si forma in Russia nel XIII secolo dopo la disgregazione del Rus' di Kiev nel XII secolo.

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Nascita della Moscovia [modifica]

Quando i mongoli invadono le terre del Rus' di Kiev, Mosca è solo un insignificante avamposto commerciale appartenente al Principato di Vladimir-Suzdal. La posizione remota in una regione di foreste offre una certa protezione nei confronti dell'attacco e dell'occupazione da parte degli invasori mentre l'abbondanza di fiumi garantisce i collegamenti con il Mar Baltico a nord e con il Mar Nero nella regione del Caucaso. Ancora più importanti della posizione geografica, per la trasformazione di Mosca in stato della Moscovia è il ruolo giocato da numerosi suoi principi che furono ambiziosi, determinati e fortunati.

Il primo a fregiarsi del titolo di Principe di Mosca è Daniel Aleksandrovich, figlio di Alexander Nevsky che porta così sul trono una linea di quella dinastia Rurik che ha governato il Rus' di Kiev dalla sua fondazione. Suo figlio, Ivan I, conosciuto come Ivan Kalita ( Ivan borsellino), ottiene il titolo di Gran Principe di Vladimir dagli occupanti mongoli. Egli coopera strettamente con loro nella raccolta di tasse e tributi dagli altri principati russi. Questa politica permette ad Ivan di aumentare l'influenza nella regione soprattutto nei confronti della principale rivale del momento: la città di Tver, a nord di Mosca. Nel 1327 il metropolita ortodosso trasferisce la propria residenza da Vladimir a Mosca aumentando così ulteriormente il prestigio del nuovo principato.

Nel XIV secolo i principi di Mosca sono ormai abbastanza potenti per tentare di opporsi ai Tartari, travagliati dalla guerra civile, e li sconfiggono nel 1380 nella Battaglia di Kulikovo. Malgrado una ripresa della potenza tartara che giungono a saccheggiare Mosca a partire da questo momento il principato di Mosca, si trasforma fino a divenire un grande stato, espandendosi lentamente, a partire dal XV secolo, sempre più ad est in Asia.

Espansione della Moscovia [modifica]

Nel corso del XV secolo i gran principi di Mosca iniziano la riunificazione sotto di sé tutte le terre russe che crescono in popolazione e ricchezza sotto il loro governo. Il maggior artefice di questa politica fu Ivan III, detto il Grande, che regna dal 1462 al 1505. Ivan III conquista Velikij Novgorod, nel 1478, e Tver', nel 1485. La Moscovia conquista la piena sovranità sulla Russia tra il 1480, quando cessa ufficialmente la sovranità del Canato dell'Orda d'Oro, e l'inizio del XVI secolo. Per eredità Ivan ottiene parte della provincia di Rjazan' ed i principi di Rostov e Yaroslavl si sottomettono volontariamente. Solo la città di Tver, nel nord-ovest rimane ancora indipendente e viene conquistata poi da Vassili III, figlio di Ivan. Ivan ha nel Granducato di Lituania un potente avversario per quanto riguarda il controllo dei principati un tempo facenti parte del Rus' di Kiev nel bacino dell'alto Dnepr e del Donetz. Grazie alla defezione di alcuni principi e dopo schermaglie di frontiera ed una inconcludente guerra con la Lituania, che termina nel 1503, Ivan riesce a spingere verso ovest la sua influenza.
Alla sua morte lascia una Moscovia tre volte più estesa che al momento della sua salita al trono. Ivan III si ispira al mito della "Terza Roma", secondo il quale, caduta la "Seconda Roma" (cioè Costantinopoli) in mano ai Turchi (1453), l'eredità ideale, politica e religiosa dell'Impero d'Oriente dev'essere raccolta dai principi di Mosca.
L'espansione territoriale continua per opera di Ivan IV il Terribile (Ivan Vasilevič Gròžnyj 1533-1584).

Ivan IV e i suoi successori assumono il titolo di Zar, ossia di "Cesare". Il riferimento a Costantinopoli e alla civiltà romana serve a consolidare il prestigio di Mosca, che comincia ad esercitare in Russia la stessa azione unificatrice svolta in Occidente dalle grandi monarchie. Anche le forze che ostacolano questo nuovo processo sono simili: in Occidente i re devono combattere contro i grandi feudatari; in Oriente gli zar dovono sottomettere i nobili boiari e i piccoli principi, ossia i signori locali, già indipendenti, che erano stati progressivamente subordinati al potere di Mosca, ma che pretendono di limitare l'autorità degli zar.

Evoluzione del concetto di autocrazia [modifica]

Il consolidamento interno corrisponde all'espansione verso l'esterno dello stato. Nel XV secolo i governanti della Moscovia considerano tutto il territorio della Russia come loro proprietà collettiva. Svariati principi semi-indipendenti vantano ancora il controllo di specifici territori ma Ivan III forza i principi di minor importanza a riconoscere il Gran Principe di Mosca ed i suoi discendenti come indiscussi governanti con il completo controllo sulle questioni militari, giuridiche e di affari esteri.
Gradualmente il signore di Mosca emerge come un potente, autocratico governante, uno zar. Nell'assumere tale titolo il principe di Mosca sottolinea che egli è un governante supremo, o imperatore, alla pari con l'imperatore bizantino ed il khan mongolo.
In effetti dopo il matrimonio di Ivan III con Sophia Paleologa, nipote dell'ultimo imperatore bizantino la corte di Mosca adotta linguaggio, rituali, titoli ed emblemi di stile bizantino come ad esempio l'aquila bicipite.
Si inizia persino a riferirsi alla città di Costantinopoli come a Tzargrad ed indicando come obiettivo il suo ritorno alla cristianità.
Inizialmente il termine autocrate ha il solo significato letterale di sovrano indipendente ma durante il regno di Ivan IV assume il generico significato di governante. Ivan IV si incorona con il titolo di zar e quindi viene riconosciuto, almeno dalla chiesa Ortodossa come imperatore.
Un monaco ortodosso predica che essendo ormai Costantinopoli in possesso dell'Impero Ottomano lo zar di Moscovia è il solo legittimo sovrano ortodosso e Mosca è la Terza Roma succedendo così a Roma e Costantinopoli come centro della cristianità.

Organizzazione dello Stato [modifica]

In Russia, però, non esiste una classe borghese paragonabile qualitativamente e quantitativamente alla borghesia occidentale, perciò gli zar trovano la base del loro potere non nella borghesia, ma nella cosiddetta gente di servizio, i cui componenti forniscono la loro opera come ufficiali dell'esercito, partecipano alla Duma (una specie di parlamento consultivo) e svolgono molteplici funzioni statali. Come contropartita, la gente di servizio riceve terre in possesso condizionato (pomestje), che non può vendere né trasmettere in eredità, ed esercita sui contadini dipendenti un'autorità sempre più completa ed estesa, destinata a trasformarsi in una vera e propria sovranità.

I commercianti e gli artigiani delle città sono obbligati ad iscriversi alle rispettive corporazioni, fatto che comporta per essi l'impegno a svolgere determinati compiti nel campo amministrativo e finanziario. Tutta la popolazione è ripartita in classi, ciascuna delle quali ha verso lo Stato obblighi specifici e particolari.

Malgrado tutto, nel XVI secolo, come entità statale unitaria, la Moscovia, è ancora più un'ipotesi che una realtà, e anzi all'inizio del XVII secolo, durante la fase storica detta periodo dei torbidi, esso è temporaneamente sopraffatta dagli intrighi dei boiari e dei piccoli principi, dalle ribellioni delle masse contadine, dai tentativi polacchi di penetrare nel territorio russo e di impadronirsi della stessa corona moscovita.

Principi di Mosca [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Principi di Mosca.

(fino al 1598; da Ivan IV Zar; tra parentesi gli anni di regno)

Zarato russo

Zarato russo (in russo: Царство Русское, Tsarstvo Russkoye[?]) fu il nome ufficiale[1] del governo e dello Stato russo dall'assunzione del potere da parte dello zar Ivan IV nel 1547 all'avvento di Pietro il Grande fondatore dell'Impero russo nel 1721.

Alcuni ricercatori russi considerano la diffusione del termine Zarato moscovita in Europa occidentale come risultato di interesse politico del Regno di Polonia.[1] Anche se Voltaire si riferì allo Zarato chiamandolo Moscovita nella sua opera Storia di Carlo XII, re di Svezia (1731). Il termine, comunque, è anche usato da storici russi[2] ed è considerato da essi autenticamente russo.[1] Lo Zarato non ebbe la "bandiera russa", ma la "bandiera imperiale", un'aquila bicipite dorata portante il blasone di san Vladimiro, su sfondo rettangolare giallo, insegna degli Zar.[3]

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Il periodo dei torbidi (smútnoe vremja, 1589 - 1613) [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Periodo dei Torbidi.

Ad Ivan IV, che aveva assunto per primo il titolo di Zar, succede il figlio Fëdor, mentalmente instabile. Il potere è, in realtà, nelle mani del cognato, il boiaro Boris Godunov. L'evento di maggior importanza del regno di Fëdor è l'elevazione di Mosca a patriarcato nel 1589; questo evento è il punto culminante nel processo di totale indipendenza della Chiesa ortodossa russa. Nel 1598 Fedor muore senza lasciare eredi ponendo così termine alla dinastia dei Rurik. Boris Godunov allora convoca uno Zemskij Sobor, un'assemblea di boiari, religiosi e borghesi che lo proclama Zar benché varie fazioni si rifiutino di riconoscere tale decisione. Tra il 1601 ed il 1603 la Moscovia è colpita da una grave carestia che provoca notevoli sconvolgimenti interni; approfittando dei quali un uomo che afferma di essere Dimitri, il figlio di Ivan IV morto nel 1591, avanza le sue pretese al trono. Questo pretendente, che è ricordato come il Falso Dimitri I, ottiene l'appoggio del Regno di Polonia e marcia su Mosca raccogliendo seguaci tra i boiari dissidenti.
Gli storici hanno a lungo speculato su come Godunov avrebbe potuto superare questa crisi in quanto la sua morte, avvenuta nel 1605, non gli permise di eseguire nessuna azione. Come risultato il Falso Dimitri I entra in Mosca ed è incoronato Zar lo stesso anno, dopo aver fatto uccidere Fëdor II, figlio di Godunov
Immediatamente dopo questi fatti la Moscovia entra in un periodo di caos conosciuto come l'era dei torbidi. La guerra civile che si scatena per il controllo del trono, tra le varie fazioni dei boiari, è aggravata dalle interferenze del Regno di Polonia e dell'Impero svedese e dal diffuso malcontento popolare.
Il Falso Dmitriy I e la guarnigione polacca sono rovesciati ed un boiaro, Vassili Ščuiškij, viene proclamato Zar nel 1606. Il nuovo zar, per consolidare la sua posizione, si allea con l'impero svedese. Come risposta la Polonia si allea con un Falso Dimitri II. Questo nuovo pretendente viene proclamato zar ed i polacchi occupano nuovamente Mosca. La presenza polacca porta ad un risorgere del nazionalismo tra i russi ed un nuovo esercito finanziato dai mercanti del nord e benedetto dalla chiesa ortodossa scaccia i polacchi. Nel 1609 la Polonia interviene ufficialmente (la precedente invasione era stata condotta con un esercito privato) e nel 1610 i boiari firmano un trattato di pace con cui riconoscono Ladislao, figlio del re di Polonia Sigismondo Vasa come zar. Le fazioni che si oppongono vengono sconfitte dell'esercito polacco nella battaglia di Kluszyn.
Nel 1612 i polacchi sono infine respinti definitivamente anche se riescono a mantenere alcuni territori compresa Smolensk. Nel 1613 una nuova assemblea proclama zar il boiaro Michele Romanov dando inizio ai 300 anni di regno di questa famiglia.

Avvento dei Romanov [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Romanov.

Nel 1613 sale al trono Michele Romanov, iniziatore della dinastia che reggerà la Russia sino alla rivoluzione del 1917. Il primo obiettivo della nuova dinastia è il ristabilimento dell'ordine interno. Fortunatamente per la Moscovia i suoi maggiori nemici: Polonia e Svezia, sono impegnati in un aspro conflitto tra loro cosa che le permette di sottoscrivere la pace con la Svezia nel 1617 e di raggiungere una tregua con la Polonia nel 1619. Dopo un infruttuoso tentativo di riconquistare la città di Smolensk, nel 1632, nel 1634 la Moscovia firma la pace con la Polonia. Il re di Polonia Wladislaw IV, il cui padre e predecessore Sigismondo III era stato eletto zar dai boiari russi durante il periodo dei torbidi, rinuncia a tutti i diritti ed al titolo in cambio della pace. I primi Romanov sono governanti deboli. Sotto Michele gli affari dello stato sono in mano al padre dello zar, Filarete Romanov, che nel 1619 diviene patriarca della Chiesa ortodossa russa. In seguito suo figlio Alessio si appoggia al boiaro Boris Morozov per governare. Questi abusa della sua posizione facendosi appoggiare dal popolino e nel 1648 Alessio lo allontana in seguito ad una sollevazione della popolazione di Mosca.

La nascita dell'aristocrazia statale [modifica]

Il principio dell'autocrazia sopravvive al periodo dei torbidi ed al debole governo degli zar corrotti solo in forza della burocrazia del governo centrale. I funzionari governativi continuano a servire a prescindere dalla legittimazione del governante o da quale fazione di boiari controlli il trono. Nel corso del XVII secolo la burocrazia si espande drammaticamente. Il numero di dipartimenti governativi (prikazy) aumenta dai ventidue del 1613 agli ottanta della metà del secolo. Benché questo generi sovrapposizioni di potere e conflitti di giurisdizione, il potere centrale, attraverso i governatori provinciali, riesce comunque a controllare i vari gruppi sociali, il commercio, la produzione manifatturiera e spesso anche la Chiesa.

Il codice del 1649 e l'introduzione della servitù della gleba [modifica]

Il codice civile e penale introdotto nel 1649 è un buon esempio dell'aumentato controllo che lo stato possiede sulla società russa. Nel secolo precedente si è progressivamente ridotta la possibilità per i contadini di passare da un signore ad un altro, il codice del 1649 ufficializza il vincolo dei contadini alla terra. Con questo atto lo stato sanziona la servitù della gleba rendendo reato il lasciare le terre del proprio signore. I nobili esercitano un controllo totale sui contadini che possono essere acquistati, venduti o ipotecati. I contadini vivono organizzati in comunità responsabili, verso il signore delle terre, del pagamento delle tasse e degli altri servizi. Anche le classi medie urbane composte da mercanti ed artigiani, sono sottoposte a tassazione ed anche i loro membri non possono liberamente cambiare residenza. Tutti gli strati della popolazione vengono assoggettati al servizio militare ed al pagamento delle tasse straordinarie. Vincolando la maggior parte della popolazione della Moscovia al domicilio il codice del 1649 subordina il popolo agli interessi dello stato.

Sotto i Romanov non si manifestano più crisi gravi come quella del periodo dei torbidi. Il potere degli zar riesce ad aver ragione della piccola nobiltà e delle jacqueries (sollevazioni contadine) ed estende verso sud la propria sfera di influenza.

Prima Guerra del Nord [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Prima Guerra del Nord.

Nel 1653 la debolezza ed il disordine in cui si trova la Polonia a causa della guerra contro i cosacchi convincono Alessio che è giunto il tempo di recuperare i territori russi in mano ai polacchi ormai da secoli. Il 1º ottobre 1653 una assemblea nazionale si riunisce a Mosca per sanzionare la guerra e nell'aprile 1654 l'esercito è benedetto da Nikon (ora patriarca di tutta la Chiesa ortodossa russa). La campagna del 1654 è un trionfo ininterrotto e numerose città compresa l'importante fortezza di Smolensk cadono nelle mani dei russi. Durante la guerra l'atman ukraino Bodman Chmelnitskyj chiede allo zar aiuto e protezione contro il Regno di Polonia e firma il trattato di Perejaslav che legherà l'Ucraina alla Russia sino al 1991.

Nel gennaio 1655 la sconfitta nella battaglia di Ochmatov arresta l'avanzata russa me nell'estate dello stesso anno l'improvvisa entrata in guerra dell'Impero svedese guidata da Carlo X mette completamente fuori gioco la Polonia. I russi, senza trovare resistenza occupano tutto ciò che non è ancora stato occupato dagli svedesi e quando infine la Polonia accetta di negoziare la pace la richiesta minima di Alessio è l'intero Granducato di Lituania.

Fortunatamente per i polacchi lo zar di Russia ed il re di Svezia iniziano a questionare tra loro sulla divisione delle spoglie dello sconfitto ed alla fine del maggio 1656 Alessio, incitato dall'imperatore e da altri nemici della Svezia dichiara guerra a Carlo X. La guerra contro la Svezia inizia con molte speranze che vengono però presto vanificate. Dorpat viene conquistata ma tutti i tentativi in direzione di Riga falliscono; nel medesimo tempo la Polonia si riprende e torna ad essere un nemico pericoloso come la Svezia. Rendendosi conto dell'impossibilità di combattere su due fronti Alessio decise di cercare una composizione con la Svezia. Con la pace di Kardis (2 luglio 1661) la Russia rinuncia a tutte le conquiste effettuate durante la guerra.

La guerra con la Polonia si trascina ancora per sei anni per concludersi con una tregua, formalmente della durata di trent'anni, a cui seguono trattative per una pace duratura. Con la pace di Andrusovo (11 febbraio 1667) Vitebsk, Polock e la Livonia polacca ritornano alla Polonia ma Smolensk e Kiev rimangono in mano ai russi insieme a tutta la riva orientale del Dnepr.

Questo trattato è una realizzazione di Atanasij Orduin-Naščokin, il primo diplomatico e cancelliere russo in senso moderno che diviene primo ministro dello zar dalla caduta in disgrazia di Nikon fino al 1670 quando viene sostituito dall'egualmente abile Artamon Matveev la cui influenza domina gli ultimi anni del regno di Alessio I.

L'acquisto dell'Ucraina non fu tuttavia semplice per Russia, che subito deve affrontare un grande moto di ribellione (1667-1671), guidato dal cosacco Stepan Timofeevič Razin (detto Stenka).

La rivolta capeggiata da Sten'ka Razin [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Rivolta cosacca del 1670.

Razin suscita l'entusiasmo delle masse contadine promettendo che, eliminati i nobili, i boiari e i funzionari governativi, avrebbe fondato una comunità egualitaria, ispirata a principi libertari. Sten'ka Razin è catturato e ucciso nel 1671. Il moto di Stenka, come altri analoghi precedenti e successivi, ha la sua causa oggettiva nelle condizioni intollerabili dei contadini, sottoposti a vincoli di servaggio sempre più pesanti, per i quali non vi è speranza di libertà se non nella ribellione, o nella fuga verso le regioni periferiche dell'impero dove l'autorità effettiva degli zar è quasi inesistente. Il lavoro servile, del resto, è alla base di tutte le attività produttive ed edilizie, che solo in piccola parte sono affidate a lavoratori liberi stipendiati, e sono, per lo più, svolte dai contadini dipendenti direttamente dallo stato, da reclute dell'esercito, da criminali comuni condannati ai lavori forzati.

Verso l'impero [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Impero russo.

Rispetto all'Occidente europeo, la Russia è alla fine del '600 un Paese molto arretrato, dove il popolo è troppo ignorante per concepire un coerente programma rivoluzionario, mentre le minoranze dirigenti più illuminate mirano ad importare la cultura e le tecniche dell'Occidente, ma non si preoccupano di legare il progresso produttivo e organizzativo al miglioramento delle condizioni dei servi. Sulla strada delle riforme imposte dall'alto, che sarebbe stata percorsa con successo da Pietro il Grande, si pone per prima la sorella Sofia, reggente dal 1682 decisa ad usurpare il potere. Il disegno di Sofia era però destinato ad infrangersi di fronte alla reazione del giovanissimo zar, che nel 1689 la costringe ad abbandonare la reggenza e a ritirarsi in convento.

Zar [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Sovrani di Russia.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Romanov.

Impero russo

L'Impero russo (in russo, ortografia del tempo: Pоссiйская Имперiя; traslitterazione ISO 9:1968: Российская империя, Rossijskaja imperija) fu l'organismo statale che governò la Russia zarista dal 1721 fino alla deposizione di Nicola II a seguito della rivoluzione nel 1917. Venne preceduto dallo Zarato russo e seguito dall'Unione Sovietica. Tutti gli zar dell'Impero appartennero alla famiglia dei Romanov. La Russia del periodo in questione viene spesso indicata con il nome di Russia imperiale.

L'Impero russo, dal punto di vista territoriale, fu tra i più grandi della storia: nel 1866 si estendeva su tre continenti, Europa, Asia e Nord America, confinando con il mar Baltico e con l'oceano Pacifico, tanto con la Prussia, quanto con il Canada.

Indice

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Storia [modifica]

È possibile suddividere questo periodo storico in più fasi:

Inizi dell'Impero [modifica]

Governo dell'Impero [modifica]

Trasformazione della Russia nel XIX secolo [modifica]

Gli ultimi anni dell'autocrazia [modifica]

Le istituzioni [modifica]

Lo Zar imperatore [modifica]

Pietro I di Russia o "Pietro il Grande", fu il fondatore dell'Impero russo.

L'Impero russo nel 1913 era una monarchia costituzionale governata da uno Zar autocratico ed ereditaria nella posterità maschile (primogenita) della dinastia Romanov-Holstein-Gottorp. Dopo l'estinzione della linea maschile, trasmissibile alla discendenza femminile[2].

Prima del 1905 le leggi fondamentali della Russia descrivevano il potere dello Zar come "autocratico e illimitato". Dopo l'apertura della Duma nel 1906, l'appellativo del sovrano divenne "imperatore ed autocrate di tutte le Russie" e l'attribuzione dell'aggettivo "illimitato" al suo potere scomparve. Non per questo la Russia era divenuta una monarchia costituzionale. Unicamente l'autocrazia si era autolimitata, sebbene non fu mai chiaro, negli anni dal 1906 al 1917, se questa limitazione fosse definitiva o revocabile a discrezione del sovrano.

Pietro il Grande cambiò il suo titolo da Zar a Imperatore di tutte le Russie nel 1721. Anche se i successori mantennero il titolo imperiale, l'autocrate fu comunemente noto come zar o zarina fino alla caduta dell'Impero a seguito della Rivoluzione di febbraio del 1917.

Fino al 1905 il potere dell'imperatore era limitato da due sole condizioni: l'appartenenza alla Chiesa ortodossa russa e l'obbedienza alle leggi di successione stabilite da Paolo I.

Nell’ottobre del 1905 la situazione cambiò. L'imperatore Nicola II, con la firma del cosiddetto "Manifesto di ottobre" (o Manifesto imperiale) autolimitò il proprio potere legislativo, decretando che nessuna legge sarebbe entrata in vigore senza l'approvazione del Consiglio dell'Impero e della Duma dell'Impero[3].

Grazie alle leggi del 1906 lo Zar rimase comunque l'unica fonte del potere esecutivo, anche se un Consiglio dei ministri lo avrebbe assistito nell'amministrazione, mantenne il potere assoluto sulla politica estera e di difesa, oltre che il diritto esclusivo di introdurre modifiche costituzionali. L'imperatore poteva anche emanare decreti d'emergenza (che la Duma avrebbe dovuto successivamente approvare) quando l'assemblea non era in sessione.

Il Consiglio dell'Impero: la camera alta [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Consiglio di Stato dell'Impero russo.
Il Consiglio dell'Impero riunito. Al centro, sotto il quadro che lo ritrae, lo zar Nicola II.[4]

Il Consiglio dell'Impero aveva funzioni legislative della camera alta associato alla Duma che invece rappresentava la camera bassa.

Veniva convocato ogni anno per decreto imperiale e secondo la legge organica del 7 maggio 1906 era composto da membri nominati dall’Imperatore e da 98 membri eletti nel seguente modo:

  • 6 dal clero ortodosso;
  • 40 dalle assemblee provinciali dei zemstvo, 10 dalle assemblee dei proprietari terrieri dove i zemstvo non erano ancora istituiti e 6 dalle assemblee dei proprietari terrieri polacchi;
  • 18 dalla nobiltà;
  • 6 dall’accademia delle scienze;
  • 12 da organizzazioni di commercio e dell’industria.

I membri nominati dall’Imperatore non dovevano eccedere di numero quelli eletti. Questi ultimi dovevano avere almeno 40 anni e rimanevano in carica per 9 anni e rieletti per un terzo ogni 3 anni per ciascuna delle categorie. Ai componenti spettavano 25 rubli (nel 1912) di indennità per ogni giorno di sessione del Consiglio[5].

I dipartimenti [modifica]

Nell'ambito della Camera alta era il Senato (Pravitel’stvuûŝij senat, cioè senato dirigente o governante), fondato in origine da Pietro I. Era formato da membri nominati dall'imperatore.
Le sue funzioni, che non riguardavano il potere legislativo, erano estremamente varie ed erano svolte dai differenti dipartimenti in cui era diviso.

Il Primo dipartimento si occupava dei crimini e dei delitti commessi dai membri del Consiglio dell'Impero e della Duma, dai ministri e dalle alte cariche dello Stato nell'esercizio delle loro funzioni, e di questioni di diritto amministrativo. Il Secondo dipartimento si occupava di questioni finanziarie, ferrovie, ecc[6].

La Duma: la camera bassa [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Duma di Stato (Impero russo).

La Duma dell'Impero formava la camera bassa del parlamento.

Si componeva, così come previsto dalla legge organica del 5 marzo 1906 e dalle leggi elettorali del 19 agosto e 24 dicembre 1905 e del 16 giugno 1907 di 442 membri eletti per 5 anni da un suffragio indiretto nei governatorati e nelle città principali. Per essere eletto ed eleggibile bisognava avere almeno 25 anni di età, non far parte delle forze armate e non esercitare funzioni retribuite dallo Stato (fatta eccezione per i ministri). Ai membri della Duma spettava un’indennità di 10 rubli (nel 1912) per ogni giorno di sessione[7].

Il sistema elettorale [modifica]

Lo zar Alessandro II (1818-1881), sotto il quale l’Impero russo raggiunse la sua massima espansione.

Il sistema elettorale era abbastanza complicato, elaborato per garantire, da un lato una rappresentanza maggiore alle classi di proprietari terrieri e, dall'altro, la preponderanza dei russi sugli altri popoli dell'Impero. Ogni governatorato, eccetto quelle dell'Asia centrale, eleggeva un certo numero di deputati fissato caso per caso in modo da dare maggior peso all'elemento russo. Alcune grandi città eleggevano deputati supplementari.

In ogni governatorato (o provincia) i deputati della Duma venivano eletti da collegi elettorali, i cui membri erano a loro volta eletti, come i membri degli zemstvo, da assemblee delle tre curie (o classi): proprietari terrieri, abitanti delle città e contadini. Nelle assemblee della prima curia, i proprietari maggiori sedevano direttamente, i proprietari minori erano rappresentati da delegati. Gli abitanti delle città votavano nelle loro assemblee divisi in due categorie, a seconda della ricchezza sottoposta a tassazione. Anche qui il sistema avvantaggiava la parte più ricca della popolazione. Le assemblee di contadini erano elette dagli elettori di volost. Gli operai votavano separatamente dalle tre classi: ogni complesso industriale che impegnava almeno cinquanta dipendenti eleggeva uno o più delegati, che entravano a far parte del collegio elettorale, formando una curia separata.

Nel collegio il voto a scrutinio segreto era maggioritario; e poiché con questo sistema la maggioranza dei votanti era formata da elementi conservatori (i latifondisti e i delegati urbani avevano la maggioranza degli elettori), gli elementi progressisti – anche se fossero stati predominanti nel paese – non avevano molta possibilità di rappresentanza, eccetto per la disposizione che un membro almeno di ogni governatorato doveva provenire da ciascuna delle classi rappresentate nel collegio.
Stando così le cose, anche se un minimo fisso dei delegati agricoli doveva essere eletto, era molto probabile che non rappresentassero affatto l'opinione dei contadini.

Il Consiglio dei ministri [modifica]

Nel 1905 fu istituito il Consiglio dei ministri (Komitet Ministrov) per assistere lo Zar nelle funzioni di amministrazione dello Stato. Lo componevano tutti i ministri e i capi delle principali amministrazioni e, per la prima volta nella storia russa, era presieduto da un primo ministro. I ministri erano i seguenti:

  • Corte Imperiale, che amministrava gli appannaggi, i palazzi e i teatri imperiali, l'Accademia imperiale delle Arti e le onorificenze.
  • Esteri.
  • Guerra e Marina.
  • Finanze.
  • Commercio e industria (istituito nel 1905).
  • Interno (aveva competenza su polizia, sanità, censura, stampa, poste e telegrafi, religioni diverse da quella ortodossa, statistica).
  • Agricoltura.
  • Strade e comunicazioni.
  • Giustizia.
  • Affari spirituali e educazione nazionale.

Il Santo Sinodo [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Santo Sinodo.

Il Santo Sinodo (fondato da Pietro I nel 1721) era il supremo organo di governo della Chiesa ortodossa in Russia. Era presieduto da un rappresentante dell'imperatore e comprendeva i tre metropoliti di Mosca, San Pietroburgo e Kiev, l'esarca della Georgia e un certo numero di altri ecclesiastici, scelti a rotazione tra i vescovi ortodossi dell'impero.

Amministrazione provinciale [modifica]

Per l'amministrazione provinciale, a partire dal 1914, la Russia fu divisa in 81 governatorati (gubernija), in 20 regioni (oblast') e un distretto (okrug). I territori sottoposti a vassallaggio e i protettorati dell'Impero Russo includevano i territori di Bukhara, di Khiva e, dopo il 1914, di Tuva. Di questi, 11 governatorati, 17 regioni e un distretto (Sakhalin) appartenevano alla Russia Asiatica.
Per il resto 8 governatorati erano nel Granducato di Finlandia e 10 nel Granducato di Varsavia. La Russia Europea abbracciava così 59 governatorati e una regione (quella del Don).
La regione del Don era sotto la giurisdizione diretta del Ministero della Guerra; le altre regioni avevano ognuna un governatore e un vicegovernatore, con quest'ultimo che presiedeva il consiglio amministrativo.
Inoltre vi erano governatori generali, generalmente competenti su diversi governatorati e muniti di poteri molto vasti che di solito includevano il comando delle truppe entro i limiti della loro giurisdizione. Nel 1906 c'erano governatori generali in Finlandia, a Varsavia, Vilnius, Kiev, Mosca e Riga. Le città più grandi (San Pietroburgo, Mosca, Odessa, Sebastopoli, Kerč, Nikolayev, Rostov) avevano un sistema amministrativo proprio, indipendente dai governatorati; in questi il capo della polizia fungeva da governatore.

Cronologia degli Imperatori [modifica]

(tra parentesi gli anni di regno)

Rivoluzione russa

La Rivoluzione russa è stato un evento sociopolitico che ha influenzato la storia mondiale di tutto il XX secolo.

L'Unione Sovietica, nata dalla Rivoluzione, fu il primo tentativo, su scala nazionale, di applicazione pratica delle teorie sociali ed economiche di Karl Marx e Friedrich Engels.

All'inizio del 1917 l'Impero russo, che da tre anni combatteva nella prima guerra mondiale come membro della triplice intesa, era stremato. Le perdite ammontavano a più di sei milioni tra morti, feriti e prigionieri e tranne alcune vittorie sul fronte austriaco, ormai vanificate dagli eventi, la Russia aveva subito una grave serie di sconfitte che avevano comportato la perdita del Regno del Congresso, portando così il fronte all'interno dei suoi stessi confini.

Nelle città mancavano viveri e combustibile, anche a causa dello stato disastroso in cui versava il sistema ferroviario, e nelle campagne l'inquietudine dei contadini aumentava a causa del sempre maggior numero di reclutati per la guerra.

Il regime zarista, chiuso a riccio nella difesa del principio dell'autocrazia, aveva ormai perso del tutto il contatto con la realtà della Russia, al punto che anche molti degli elementi più conservatori delle classi tradizionalmente alleate del regime stavano prendendo coscienza che solo un'uscita di scena di Nicola II, e forse dello stesso zarismo, avrebbero loro permesso di mantenere il controllo dello stato.

Indice

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Contesto storico [modifica]

La Russia tra i due secoli [modifica]

Lo Zar Alessandro II che abolì la servitù della gleba

Guidato da un sistema autocratico e assolutistico incentrato sulla figura dello zar, l'Impero russo negli ultimi anni del XIX secolo era attraversato da profonde contraddizioni sociali. Nel 1815 la popolazione russa era composta da 45.000.000 abitanti e gran parte di essa (80%) era composta da servi della gleba o contadini di terre direttamente di proprietà dello Zar. Nel 1861 lo zar Alessandro II, salito al trono nel 1855 migliorò questa condizione abolendo la servitù della gleba e dando la possibilità ai contadini di affrancarsi se questi erano in grado di riscattare la terra in cui lavoravano, ma nel 1881 il 51% di questi contadini doveva ancora finire di pagare per la loro libertà. Nello stesso anno Alessandro II rinnovò il sistema giudiziario, dando maggior autonomia ai tribunali, migliorò l'istruzione e attenuò la censura, avviando così una circolazione di idee che era stata fino a quel al momento sconosciuta in Russia, mentre nelle altre nazioni europee era già presente da molto tempo. Se l'industrializzazione anche in questa parte del mondo iniziava il suo cammino, procedeva tuttavia con modalità che i paesi europei avevano sperimentato già all'inizio dell'Ottocento e ormai superato.

La Russia, il paese di enorme estensione che fungeva da cerniera tra Europa e Asia, era dunque lo stato europeo più arretrato. Al contempo era anche il paese asiatico più avanzato, dove esistevano grossi agglomerati urbano-industriali, in cui l'Europa investiva ingenti capitali (nel 1914 pari a quelli diretti verso gli Stati Uniti, dove la modernizzazione procedeva a grandi passi, tra il 1888 e il 1913 la rete ferroviaria raddoppiò e quella telegrafica quadruplicò), le esportazioni di cereali e manufatti continuavano a crescere, gli apparati amministrativi si ampliavano adeguandosi, sul modello di quelli occidentali, ai mutamenti di una società in rapida trasformazione.

In quel periodo maturò presso larghi settori della borghesia e degli intellettuali un fenomeno di politicizzazione in relazione alla scoperta delle classi popolari e delle loro durissime condizioni di vita. Da tale orientamento si originò, negli anni settanta dell'Ottocento, il movimento populista, composto da molte correnti di pensiero, alcune orientate verso la prospettiva di un rovesciamento, anche violento, dello zarismo e dell'aristocrazia. Uno di questi gruppi ("Volontà del popolo") organizzò l'assassinio di Alessandro II (1º marzo 1881), che pure a partire dagli anni sessanta dell'Ottocento aveva introdotto alcune caute riforme. I suoi successori (Alessandro III e Nicola II) tentarono di ristabilire il potere autocratico e sostennero una politica di controriforme e repressione politica, denunciata con forza tra gli altri dallo scrittore Lev Tolstoj nel 1902, in una lettera inviata allo stesso Zar.

I populisti riponevano grande fiducia nelle potenzialità del popolo russo, e in particolare del ceto rurale: essi prospettavano una rivoluzione contadina e guardavano quindi alla comunità di villaggio (obščina) come a un'organizzazione sociale ideale, nella speranza di evitare al loro paese i mali del capitalismo che dilaniavano l'occidente. Il Partito Socialista Rivoluzionario russo, fondato nel 1901, si sarebbe ispirato a tale orientamento. Alcuni populisti in esilio (Georgij Valentinovič Plechanov, Pavel Aksel'rod, Vera Zasulic) si avvicinarono invece al marxismo, dando vita nel 1883 a Losanna alla prima organizzazione marxista russa, chiamata "Emancipazione del lavoro". Negli anni successivi nacquero numerosi circoli marxisti: nel 1895 a San Pietroburgo fu fondata l'"Unione di lotta per la liberazione della classe lavoratrice" e nel 1898 a Minsk il "Partito socialdemocratico del lavoro".

Gli aderenti a questo partito, contrariamente ai populisti, auspicavano una rivoluzione mondiale, così come era stato teorizzato da Marx sulla base della contrapposizione, tipica del sistema capitalistico, tra borghesia e classe operaia. Diffidenti verso i contadini, i socialdemocratici erano quindi favorevoli a uno sviluppo industriale del paese tale da favorire la formazione di un vasto proletariato e dunque da alimentare la prospettiva di allargamento della lotta di classe, dal quale sarebbe sorto il movimento rivoluzionario.

La Rivoluzione del 1905 [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Rivoluzione russa del 1905.
Nicola II, l'ultimo Zar; guidò l'Impero Russo dal 1896 fino alla Rivoluzione del 1917

All'inizio del ventesimo secolo le condizioni di vita nelle campagne erano notevolmente peggiorate. A ripetute sommosse contadine erano seguite manifestazioni di protesta di ferrovieri e operai. Aveva inoltre ripreso vigore il terrorismo rivoluzionario: nel 1901 era stato assassinato il ministro dell'istruzione, nel 1902 quello degli interni e nel 1904 il successore di quest'ultimo. In quello stesso anno scoppiava la guerra con il Giappone. La Russia zarista viveva insomma un momento particolarmente difficile, e il tradizionale sistema di potere autocratico rivelava tutta la sua debolezza: il conflitto russo-giapponese si concluse infatti con una sconfitta per i Russi.

Le trasformazioni politico-sociali in corso nel paese non risolsero le tensioni sociali, e manifestazioni operaie e popolari sempre più frequenti indebolivano il regime. In una di queste, seguita a uno sciopero generale cui avevano aderito 250.000 lavoratori, che ebbe luogo la domenica del 9 gennaio 1905, decine di migliaia di persone scesero pacificamente davanti al Palazzo d'Inverno, inneggiando allo Zar. Essi erano convinti che lo Zar, qualora fosse stato a conoscenza delle loro difficili condizioni di vita, avrebbe tentato di migliorarle. Per questo i manifestanti portavano una petizione con oltre 130.000 firme, in cui si chiedeva l'attuazione di riforme economiche e politiche: la riduzione dell'orario di lavoro a otto ore, il salario minimo giornaliero, la convocazione di un'assemblea costituente. Per tutta risposta, i fucili delle truppe imperiali fecero fuoco sulla folla, lasciando sul terreno oltre duemila feriti e centinaia di morti e per questo viene ricordata domenica di sangue. Così scomparve definitivamente anche la fiducia che il popolo russo aveva da sempre riposto nello Zar.

Lo sdegno suscitato da questo episodio moltiplicò nel paese le manifestazioni di protesta. I socialdemocratici, pur divisi in due fazioni (bolscevichi e menscevichi), già dal loro secondo congresso (1903) tentarono di porsi a capo del moto popolare. Consigli di operai (soviet) si formarono a Mosca, San Pietroburgo e in altre città, mentre nelle campagne dilagarono le rivolte contro i proprietari terrieri. Era generale la richiesta di una maggiore rappresentatività del Governo, che rifletteva la nuova spinta alla mobilitazione del popolo. Stavano nascendo infatti nuovi partiti.

Prigionieri russi durante la prima guerra mondiale

La Prima guerra mondiale [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Prima guerra mondiale.

Nel 1914 l'Impero Russo scese in guerra a fianco degli stati dell'Intesa contro gli Imperi centrali. Dopo alcuni iniziali successi, venne alla luce l'arretratezza del sistema economico e nel 1915 ci fu la Grande ritirata, dove la Russia perse il controllo della Galizia e della Polonia. L'anno successivo i russi ottennero comunque un'importante vittoria nella cosiddetta Offensiva Brusilov, dal nome del generale che la eseguì, contro i tedeschi e gli austro-ungarici, ma ormai il malumore serpeggiava tra le truppe, causa l'ingente numero di perdite subite e di prigionieri catturati, e nel paese, per le crescenti difficoltà economiche a cui dovette far fronte la popolazione.[1]

La Rivoluzione di febbraio [modifica]

Manifestazione di soldati a Pietrogrado nel febbraio del 1917; l'appoggio dell'esercito fu fondamentale per il successo della Rivoluzione
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Rivoluzione di febbraio.

All'inizio del 1917, la Russia era un paese in preda ad una forte tensione sociale, causata dall'andamento della guerra. Oltre che per i soldati al fronte, le condizioni di vita erano difficili anche per la popolazione civile, in quanto il sistema di approvvigionamento aveva perso efficacia. Il rapporto con l'autocrazia era reso ancora più difficile dalla decisione dello zar, Nicola II, di condurre personalmente le campagne militari dal fronte, isolandosi in questo modo dagli eventi che avrebbero preso forma nella capitale, e perdendo la possibilità di controllare efficacemente le forze disponibili.

Una prima scintilla fu l'anniversario della domenica di sangue del 1905, quando ancora una volta la polizia sparò sulla folla in varie città, uccidendo diversi manifestanti. Nonostante la riapertura della Duma, il 14 febbraio, dal 18 febbraio cominciarono scioperi nelle principali fabbriche della capitale Pietrogrado. Nei giorni successivi al 23 febbraio venne proclamato uno sciopero generale, mentre le file dei manifestanti erano sempre più folte. Nicola II ordinò di reprimere queste manifestazioni, opponendosi a qualsiasi concessione ai rivoltosi.

Arresto di alcuni poliziotti in abiti civili

Nei giorni seguenti la situazione precipitò: gran parte della guarnigione di Pietrogrado si unì agli scioperanti, distribuendo loro delle armi. La Duma, le cui sedute lo zar aveva sospeso, formò un Comitato, che si riunì nel palazzo di Tauride, per proporre alternative di governo. La contemporanea riunione del soviet di Pietrogrado diede origine ad un dualismo di poteri: la Duma elettiva da una parte, o meglio, il suo Comitato, ed i Soviet dall'altra, espressione dei soldati e degli operai. Mentre a Pietrogrado i rivoltosi occupavano i principali luoghi di controllo, a Mosca scoppiò la rivolta, che portò in breve la città a cadere in mano agli insorti.

A questo punto la situazione era sostanzialmente decisa, e compromessa per l'autocrazia: Nicola II fece un tentativo di concedere ampie riforme ed un'Assemblea Costituente, ma il 2 marzo il Comitato ed i Soviet si accordarono per la deposizione dello zar, e l'istituzione di un governo provvisorio per avviare una fase costituente. Il nuovo governo era formato da rappresentanti dei cadetti, menscevichi e socialisti rivoluzionari.

La notte successiva, Nicola II abdicò in favore del fratello, il granduca Michail, il quale rinunciò a salire sul trono, secondo un manifesto del governo provvisorio. L'intera famiglia imperiale venne tratta in arresto, ponendo fine al regno della dinastia Romanov.

Il rientro di Lenin e le tesi d'aprile [modifica]

Le donne e la Rivoluzione
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Con la Rivoluzione nacquero anche i primi battaglioni formati di sole donne; nella foto il "Battaglione della morte" guidato da Maria Bochkareva, fedele al governo provvisorio di Kerenskij; vestita di bianco si riconosce Emmeline Pankhurst, esponente del movimento suffragista femminile inglese.
Le donne acquisirono estrema importanza durante la guerra, in quanto dovettero sostituire gli uomini sul lavoro, favorendo così il processo di emancipazione. Tra le protagoniste della Rivoluzione vi fu Aleksandra Kollontaj che, nel 1918, divenne la prima donna al mondo a guidare un ministero, "Commissario del popolo per l'assistenza sociale", ed in seguito prima donna a divenire ambasciatrice, dal 1923, presso la Norvegia, il Messico ed infine la Svezia. Grazie anche alle sue forti pressioni, le donne ottennero alcune conquiste come il diritto all'elettorato attivo (votare) e passivo (farsi eleggere), il diritto all'istruzione, l'assistenza alla maternità, la parificazione dei salari con gli uomini (anche se solo formalmente, nella prassi continuavano le differenze) ed infine la possibilità di divorziare (1918) e di abortire (1920), quest'ultimo punto venne in seguito cancellato durante lo stalinismo.[2][3]

I Bolscevichi e la rivoluzione di febbraio [modifica]

Attacco alla polizia zarista durante i primi giorni della rivoluzione

I Bolscevichi non avevano avuto un ruolo da protagonisti nella rivoluzione di febbraio; infatti, il partito, praticamente clandestino, benché avesse cinque rappresentanti alla Duma, era privo dei suoi dirigenti migliori, tutti in volontario esilio all'estero o deportati in Siberia. Anche nei soviet che si andavano ricostituendo in tutta la Russia, dopo l'esperienza del 1905, la maggioranza era quasi sempre costituita da Menscevichi e Socialisti Rivoluzionari.

Il vagone piombato [modifica]

Non appena appreso dei fatti di febbraio Lenin, capo del partito, che da alcuni anni si trovava in Svizzera, decise di tornare in Russia. Sia la Francia che la Gran Bretagna rifiutarono di concedergli il visto di transito per raggiungere la Svezia e di lì, attraverso la Finlandia, la Russia. Le potenze dell'Intesa sapevano infatti che uno degli obiettivi dei bolscevichi era l'immediata apertura di trattative con la Germania per giungere ad una pace mentre era loro interesse che la Russia continuasse ad impegnare sul fronte orientale parte dell'esercito tedesco.

Per gli stessi motivi la Germania concesse invece il permesso di transito. Lenin era perfettamente conscio che il tornare in patria attraverso la Germania lo avrebbe esposto all'accusa di essere un agente del nemico ma, insieme a trenta altri esuli russi, decise comunque di tornare con il famoso vagone piombato, ossia su una carrozza ferroviaria che aveva porte e finestrini sigillati in modo da evitare qualsiasi contatto con l'esterno. Il 3 aprile Lenin arrivò alla stazione di Pietrogrado: ad attenderlo vi era una folla enorme a riprova della rilevanza che le tesi dei bolscevichi cominciavano ad avere all'interno del movimento rivoluzionario.

Le tesi di aprile [modifica]

Il giorno seguente, 4 aprile 1917, alla conferenza del partito bolscevico Lenin espose quelle che sarebbero diventate le linee guida del partito per i mesi futuri, conosciute come le "Tesi di Aprile". Il proletariato doveva porre fine al dualismo dei poteri, abbattendo il governo provvisorio, di ispirazione borghese, trasferendo tutto il potere ai soviet.

Lenin arringa il popolo

I contadini dovevano occupare le terre dei grandi latifondisti. La guerra doveva essere immediatamente fermata per giungere ad una pace senza profitti per alcuna delle parti. Nelle stesse tesi Lenin propose anche al partito di cambiare nome, dato che ufficialmente questo era ancora "frazione bolscevica (maggioranza) del Partito Socialdemocratico Russo", assumendo quello di Partito Comunista Russo, in modo da differenziarsi del tutto dalla Seconda Internazionale.

La situazione politica [modifica]

Nel frattempo la politica registrava un violento scontro tra il governo provvisorio ed il soviet di Pietrogrado; in una nota il ministro degli Esteri Pavel Miljukov aveva garantito alle altre potenze dell'Intesa che gli obiettivi bellici della Russia sarebbero rimasti immutati: questa riconferma della politica imperialista del passato regime causò una levata di scudi da parte della sinistra, costringendo il governo prima ad una smentita e poi ad un profondo rimpasto. La conseguenza fu che altri dirigenti menscevichi e della Sinistra Rivoluzionaria, oltre Kerenskij, che divenne ministro della giustizia, entrarono nel gabinetto pur restando sempre in minoranza di sei contro nove nei confronti dei rappresentanti della borghesia.

Le giornate di luglio [modifica]

Con il passare dei mesi le contraddizioni insite nella complessa situazione della Russia dopo il febbraio 1917 si facevano sempre più evidenti. Un moto spontaneo di operai che chiedevano condizioni di vita migliori, di soldati che chiedevano la fine della guerra e di contadini che rivendicavano il possesso della terra, aveva portato al potere uomini che intendevano continuare la guerra, tenendo fede agli accordi con le potenze dell'Intesa e che non avevano alcuna intenzione di cedere le proprietà personali.

Anche i membri del governo appartenenti alla sinistra, primo fra tutti Kerenskij, erano coinvolti nella politica della borghesia.

Un gruppo di marinai anarchici russi della nave Petropavlovsk ad Helsinki, allora ancora sotto controllo russo, estate 1917
L'esercito del governo provvisorio spara sui manifestanti a Pietrogrado, 4 luglio 1917

Il fronte [modifica]

Il 18 giugno, mentre a Pietrogrado si svolgeva una grande manifestazione che, negli intenti degli organizzatori, ma non di molti partecipanti, doveva essere filogovernativa, ebbe inizio un'offensiva militare sul fronte russo-tedesco, offensiva che doveva principalmente servire per dimostrare alle potenze dell'Intesa la volontà russa di continuare la guerra.

Malgrado i discorsi di Kerenskij, che percorse tutto il fronte per rilanciare nelle truppe lo spirito di patria, l'offensiva dopo modesti successi iniziali, grazie anche alle lotte intense portate avanti dai bolscevichi, si trasformò in una nuova rotta.

Le città [modifica]

La situazione nelle città peggiorava di giorno in giorno, i rifornimenti di viveri erano sempre più aleatori ed i prezzi di quei pochi disponibili crescevano a vista d'occhio provocando una pesante inflazione della moneta.

Nelle campagne le occupazioni di terre aumentavano, nel mese di giugno si registrarono 875 espropri illegali.

A tutto ciò va aggiunto che tra i lavoratori si faceva sempre più strada la consapevolezza che, malgrado l'economia fosse allo sfascio, i profitti delle imprese impegnate nella produzione bellica crescevano in modo vertiginoso.

Tutti questi fattori contribuirono nel portare sempre più lavoratori e soldati a prestare orecchio alla propaganda dei bolscevichi che affermavano, senza mezzi termini, la necessità di abbattere il governo e di trasferire tutto il potere ai soviet, ossia ai consigli dei delegati degli operai dei soldati e dei contadini.

Il governo, nel tentativo di aumentare il suo controllo sulla capitale, decise, nel frattempo, di trasferire al fronte, poco alla volta, per non destare sospetti, le unità della guarnigione che avevano partecipato alla rivoluzione di febbraio, per sostituirle con truppe maggiormente fedeli.

La fallita rivoluzione di luglio [modifica]

I soldati di stanza a Pietrogrado si resero conto di questo tentativo ed insorsero contro il governo; il 3 luglio, dopo aver ottenuto l'appoggio degli operai dei grandi complessi industriali della città, si recarono, nell'ambito di una manifestazione di protesta, alla sede del partito bolscevico chiedendo l'abbattimento del governo provvisorio.

I bolscevichi, pur ritenendo prematura l'azione, non osarono opporsi al volere delle masse e diedero inizio ad un tentativo rivoluzionario, che venne però rapidamente represso.

In seguito a questi fatti il partito bolscevico venne messo praticamente fuori legge ed i suoi dirigenti arrestati o costretti alla fuga. Lenin riparò in Finlandia, ad Helsinki, accusato dal governo Kerenskij di aver preso soldi dall'imperatore tedesco per finanziare un colpo di stato bolscevico in Russia, e di conseguenza, il ritiro delle truppe russe dalla guerra.

Il fallimento del tentativo rivoluzionario di luglio, fallimento dovuto in primo luogo al rifiuto del Soviet di Pietrogrado di scavalcare il governo provvisorio accentrando su di sé tutto il potere convinse quest'ultimo, e le forze che lo sorreggevano, che ormai il momento rivoluzionario era concluso.

Il governo Kerenskij [modifica]

Il principe Georgij Evgen'evič L'vov, presidente del Consiglio, chiese al governo una più incisiva azione contro i contadini che occupavano illegalmente le terre dei latifondisti e pretese le immediate dimissioni di Cĕrnov, socialrivoluzionario e ministro dell'agricoltura, affermando che invece di reprimerle incoraggiava tali azioni. La resistenza degli altri ministri appartenenti alla sinistra a forzare Cĕrnov alle dimissioni porta il governo allo scioglimento. Presentandosi come l'unico in grado di salvare il paese Kerenskij ebbe buon gioco a farsi attribuire l'incarico di primo Ministro con ampi poteri su varie giurisdizioni. La repressione delle azioni contadine, la soppressione della propaganda bolscevica e le misure per riportare all'obbedienza le truppe, tra cui la reintroduzione della pena di morte, ma soprattutto la volontà di continuare la guerra contro i tedeschi a fianco delle potenze dell'Intesa fecero rapidamente perdere a Kerenskij il credito che fino a quel momento aveva avuto presso le masse. Nello stesso tempo le forze più reazionarie e conservatrici incominciarono a pensare che fosse giunto il momento per una più incisiva manovra di normalizzazione. Nei circoli politici di destra sempre più frequentemente si faceva il nome del generale Kornilov, che Kerenskij aveva nominato, su pressioni delle altre potenze dell'Intesa, comandante in capo dell'esercito, come dittatore militare.

Il Consiglio di Stato [modifica]

Il 12 agosto, nel Teatro Grande di Mosca, si riunì, per volere del governo, un'assemblea di circa 2000 persone, scelte dal governo stesso, a cui venne attribuita il nome di “Consiglio di Stato”. Erano presenti tutti i partiti tranne quello bolscevico e più della metà dei presenti erano grossi proprietari terrieri, industriali, commercianti e banchieri. Fu una passerella di discorsi senza dibattito o votazioni. L'intervento di Kornilov fu uno dei momenti culminanti. Egli chiese apertamente poteri dittatoriali allo scopo di salvare la Russia dai bolscevichi rinfacciando al governo di non rifornire a sufficienza l'esercito e di non essere capace di riportare la calma nel paese.

Malgrado tutta la stampa di matrice borghese avesse, dopo i fatti di luglio, descritto i bolscevichi come “agenti tedeschi” ormai privi di qualunque influenza, questi, che nel frattempo avevano tenuto, segretamente, il loro sesto congresso a Pietrogrado, riuscirono ad indire a Mosca, come risposta alle parole di Kornilov al Consiglio di Stato, uno sciopero che portò in piazza quattrocentomila persone.

Il tentativo di Kornilov [modifica]

Il generale Kornilov

Il 19 agosto Kornilov abbandonò, praticamente senza combattere, Riga all'esercito tedesco, mettendo così in pericolo la stessa capitale Pietrogrado, e cominciò a raccogliere, alle spalle del fronte, truppe ritenute fedeli con lo scopo di farle marciare sulla capitale.

Kerenskij a questo punto, resosi conto delle intenzioni del generale lo destituì atteggiandosi a salvatore della rivoluzione, ma il bluff durò poco, Kornilov non accettò gli ordini di Kerenskij ed ordinò al generale Krymov di far marciare un corpo di cavalleria cosacca su Pietrogrado. La città cadde nel caos più assoluto, il governo provvisorio non aveva truppe con cui difendersi e furono i bolscevichi ad organizzare la difesa: in breve tempo venne creato un “Consiglio di guerra per la difesa di Pietrogrado” che organizzò venticinquemila operai nella Guardia Rossa. I lavoratori delle officine Putilov prolungarono volontariamente l'orario a sedici ore ed in due giorni costruirono duecento cannoni; le unità dell'esercito coinvolte nelle giornate di luglio, che erano state disarmate, tornarono ad essere operative ed a loro si unirono alcune migliaia di marinai provenienti dalla base navale di Kronstadt. Tutta la rete ferroviaria venne sabotata e resa inutilizzabile dagli stessi ferrovieri. Mentre le unità al comando di Krymov erano nel caos più completo, emissari del “Consiglio di guerra” presero contatto con alcune di esse, riuscendo a staccarle dall'azione. Era la fine del tentativo contro rivoluzionario. Kornilov, Krymov, Denikin ed altri ufficiali vennero arrestati (ma non processati, per non far venire alla luce i collegamenti con il governo provvisorio, e vennero poi tutti rilasciati prima di ottobre).

Kerenskij riuscì a mantenersi al governo ma senza più alcuna credibilità verso le classi popolari mentre il partito Bolscevico si affermava come forza trainante.

La Rivoluzione d'ottobre [modifica]

L'incrociatore Aurora, nella foto, sparò il colpo che diede inizio alla Rivoluzione d'Ottobre
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Rivoluzione d'ottobre.

L'esito del tentativo rivoluzionario abortito di luglio e la vicenda di quello controrivoluzionario di Kornilov, portarono a radicali decisioni sui programmi futuri sia nel campo governativo, sia nel campo dei rivoluzionari.

Il governo, guidato da Kerenskij, si decise a stabilire la data (il 28 novembre) e le regole secondo cui si sarebbero tenute le elezioni per l'Assemblea Costituente, mentre i bolscevichi decisero che l'autunno sarebbe stato il limite massimo per tentare il colpo di mano. L'importanza dei soviet diventava via via maggiore, in quanto in molti casi il loro controllo permetteva il controllo delle guarnigioni militari. Questa forza venne notevolmente sottovalutata dal governo provvisorio.

Fra la metà di settembre e la metà di ottobre del 1917, Lenin riuscì a convincere anche le parti meno convinte del proprio partito, della necessità di tentare la presa del potere prima delle elezioni per la Costituente. Anzi, stabilì che la cosa migliore sarebbe stata ottenerlo prima dell'apertura del Secondo Congresso dei Soviet, che avrebbe potuto così legittimare il nuovo ordine. Il controllo, da parte del neocostituito Consiglio Militare Rivoluzionario, della guarnigione di Pietrogrado e dei marinai della flotta del Baltico, si sarebbe rivelato fondamentale per rovesciare con uno sforzo relativamente modesto, il governo provvisorio. Quest'ultimo disponeva in città di poche centinaia di uomini delle scuole ufficiali.

L'assalto al Palazzo d'Inverno nella ricostruzione del film October (1927)

Il 24 ottobre (O.S.) i bolscevichi cominciarono ad occupare i punti nevralgici della capitale, senza incontrare quasi resistenza. Il passaggio della città nelle mani degli insorti fu quindi abbastanza pacifico, ed avvenne senza che la cittadinanza (e nemmeno il governo) se ne rendessero conto. Nella giornata del 25 la situazione era ormai disperata per Kerenskij, che fuggì dalla città per cercare rinforzi nelle caserme lontane dalla capitale. I ministri invece si barricarono nel Palazzo d'Inverno, ma la loro resistenza venne sopraffatta in poche ore. La maggior parte di loro venne arrestata e condotta alla fortezza di Pietro e Paolo. La sera dello stesso giorno, 25 ottobre (O.S.), Lenin poté annunciare la presa del potere al Secondo Congresso dei Soviet, di cui fino a quel momento si era cercato di rallentare i lavori. In questa sede vennero quindi approvati i primi provvedimenti, come il trasferimento del potere ai soviet, ed i provvedimenti sulla pace con la Germania e la distribuzione della terra ai contadini.

Nei giorni successivi a Pietrogrado veniva creato il Consiglio dei Commissari del Popolo (così venivano denominati coloro che occupavano incarichi di tipo ministeriale). Pochi giorni dopo, sotto la minaccia di uno sciopero di tutti i lavoratori ferroviari, il consiglio subì un primo rimpasto, grazie al quale ai bolscevichi si affiancarono alcuni socialrivoluzionari di sinistra, in un governo di coalizione che non avrà vita lunga. Nel frattempo, scontri più sanguinosi si ebbero a Mosca, dove la resistenza terminò solo il 2 novembre (O.S.). Ora il nuovo governo controllava i due centri principali, anche se la diffusione della rivoluzione negli altri territori, in gran parte contadini, avrebbe richiesto un tempo molto più lungo.

Il consolidamento della rivoluzione [modifica]

Lenin (al centro), Trotsky (a sinistra) e Kamenev (a destra); quest'ultimi due costituiranno in seguito l'Opposizione Unificata per contrastare Stalin, che li farà giustiziare entrambi; Trotsky sarà ucciso da un sicario in Messico, Kamenev dopo un processo farsa a Mosca

Mentre la rivoluzione si diffondeva, il nuovo governo sovietico (inteso come espressione del Congresso dei Soviet e non come governo dell'Unione Sovietica che ancora non esisteva) muoveva i suoi primi passi ed emetteva i suoi primi atti formali.

Primi atti del governo dei Soviet [modifica]

Come già annunciato da Lenin il 26 ottobre (calendario giuliano) il decreto sulla terra prevedeva l'immediata distribuzione, senza indennizzo, delle terre dei pomeščiki (i proprietari terrieri) ai contadini privi di terra. Con il decreto sulla pace si proponeva a tutti i belligeranti l'apertura immediata di trattative per una pace "giusta e democratica", accompagnate da un immediato armistizio di almeno tre mesi. Al vecchio sistema giudiziario si sostituivano i tribunali del popolo inizialmente di tipo elettivo; la polizia veniva sostituita da una milizia composta prevalentemente di operai; veniva realizzata la completa separazione tra stato e chiesa; veniva introdotto il matrimonio civile, con uguali diritti per entrambi i coniugi, e il divorzio; la donna otteneva la totale parità di diritti rispetto all'uomo; si introduceva la giornata lavorativa di otto ore. Riguardo all'esercito venivano cancellate la differenze di trattamento fra soldati e ufficiali. Sul fronte dell'economia venivano nazionalizzate tutte le banche private; il commercio estero diventò monopolio dello stato; flotta mercantile e ferrovie diventavano statali, mentre le fabbriche venivano affidate direttamente agli operai. Il nuovo governo denunciò anche tutti gli accordi internazionali compresi quelli segreti e sospese il rimborso dei prestiti ottenuti all'estero dal regime zarista.

Rivoluzione e controrivoluzione [modifica]

Trotsky e Lenin (al centro in piedi) in una foto scattata con alcuni soldati di Pietrogrado

Le forze contrarie all'azione bolscevica cercavano nel frattempo di riorganizzarsi. Kerenskij, dopo la precipitosa fuga da Pietrogrado si recò presso la Stavka ossia il quartier generale dell'esercito a Mogilëv, dove si erano rifugiati anche alcuni altri membri del disciolto governo provvisorio. Mentre si formava, anche se con vita effimera, un nuovo governo provvisorio con a capo il socialista-rivoluzionario Viktor Michajlovič Černov, Kerenskij, che da settembre aveva anche assunto il grado di generalissimo, ritirò dal fronte circa 20000 cosacchi che affidò al generale Krasnov con l'ordine di marciare su Pietrogrado. Una parte di queste truppe si sbandò durante l'avvicinamento alla capitale, anche in seguito all'intervento di emissari bolscevichi che convinsero i soldati ad unirsi alla rivoluzione; il resto venne battuta a Pulkovo e Gatčina dalla Guardia Rossa, la milizia operaia organizzata da Trotsky (presidente del soviet di Pietrogrado e ministro degli esteri).

I bolscevichi, oltre a difendere militarmente la loro rivoluzione, si trovarono anche a confrontarsi con il sistematico sabotaggio operato da tutto l'apparato burocratico. Erano necessarie settimane, quando non mesi, perché i Commissari del Popolo potessero prendere possesso degli uffici dei Ministeri o delle banche.

L'Assemblea Costituente [modifica]

Assemblea dei Soviet a Pietrogrado nel 1917
I diplomatici degli Imperi centrali e della Russia al momento della firma del Trattato di Brest-Litovsk, 3 marzo 1918. Lenin commentò: "Abbiamo alzato ora la bandiera bianca della resa; innalzeremo più tardi, su tutto il mondo, la bandiera rossa della nostra rivoluzione"[4]

A partire dal 12 novembre 1917, nel pieno dell'insurrezione bolscevica, fu convocata l'elezione per l'Assemblea Costituente mediante una legge elettorale definita dal precedente, ormai deposto, Governo Provvisorio di Kerenskij, primo ministro ad interim. Ad essa si presentarono quattro differenti liste; in ordine: bolscevichi, menscevichi, Partito cadetto e socialisti rivoluzionari (Kerenskij). Le elezioni si svolsero a suffragio universale, ma ciò non evitò un forte astensionismo che provocò un'esigua partecipazione alle stesse: i voti risultarono inferiori al 50% degli aventi diritto. Nell'esito prevalsero i socialisti rivoluzionari con un netto 58%, seguirono i bolscevichi con 25%, il Partito Cadetto a quota 14% ed infine i menscevichi con un misero 4%. La rilevanza politica dei socialisti rivoluzionari va ricercata nel loro pieno controllo dei soviet dei contadini nelle campagne che si stavano formando negli ultimi mesi. I bolscevichi raggiunsero invece nelle grandi città ed al fronte (in comitati militari rivoluzionari) risultati fino al 40%, mentre si consolidò la loro fiducia nel soviet di Pietroburgo (di cui presidente fu Trockij, menscevico, poi bolscevico dal luglio 1917) raggiungendo picchi di consenso fino al 60%. Dei 715 deputati eletti all'assemblea 370 erano socialisti rivoluzionari, 175 bolscevichi, 40 socialisti rivoluzionari di sinistra (corrente di sinistra fuoriuscita dai socialisti rivoluzionari), 16 menscevichi, 17 cadetti. Il 5 gennaio 1918 si ufficializzò in via definitiva l'apertura dell'Assemblea. Intanto la corrente politica dei socialisti rivoluzionari di sinistra decise di unirsi ai bolscevichi, scelta che portò all'unione tra il Comitato esecutivo dei Soviet contadini (socialista rivoluzionario di sinistra) e il Comitato esecutivo dei Soviet degli operai e dei soldati (bolscevico), dando vita a quello che viene conosciuto come Comitato esecutivo centrale panrusso (VCIK). Nella prima seduta (lo stesso 5 gennaio) l'Assemblea costituente fu proclamata autorità suprema di tutta Russia, non riconoscendo il potere dei soviet dei lavoratori (operai, contadini e soldati). I bolscevichi e i socialisti rivoluzionari di sinistra chiesero all'assemblea di ratificare tutti gli atti e i decreti emessi dai Commissari del Popolo (bolscevichi) riguardo al decreto sulla terra per la distribuzione delle terre ai contadini, l'apertura immediata di trattative per una pace con i paesi belligeranti, la completa separazione tra stato e chiesa, l'introduzione del matrimonio civile con uguali diritti per entrambi i coniugi, il libero divorzio, totale parità di diritti della donna rispetto all'uomo, l'introduzione della giornata lavorativa di otto ore, l'abbattimente delle differenze di trattamento fra soldati e ufficiali nell'esercito, le nazionalizzazioni dell'economia e della finanza. L'area di destra dell'assemblea (Partito cadetto e parte dei menscevichi) e persino i socialisti rivoluzionari rifiutarono la richiesta ed in segno di protesta bolscevichi e socialisti rivoluzionari abbandonarono l'aula. Il 7 gennaio Sverdlov, presidente del Comitato Esecutivo centrale panrusso (VCIK) decretò lo scioglimento dell'Assemblea costituente, e come alternativa ad esso furono convocati il III Congresso panrusso dei deputati operai e soldati e il III Congresso panrusso dei deputati contadini che, unificati, approvarono il pieno scioglimento dell'Assemblea costituente e la "Dichiarazione dei diritti dei lavoratori".

Il problema delle nazionalità [modifica]

La rivoluzione di febbraio e gli avvenimenti dei mesi che seguirono rinvigorirono tutta una serie di fermenti nazionalistici da sempre presenti nella complessa struttura politico-sociale della Russia. Già a luglio 1917 Kerenskij concesse un'ampia autonomia all'Ucraina. A novembre il governo dei Soviet riconobbe l'indipendenza della Finlandia e pubblicò una risoluzione che sanciva i diritti delle minoranze nazionali: uguali diritti per tutti i popoli, diritto di autodecisione, compreso il diritto di staccarsi dalla Russia per fondare stati indipendenti, diritto al libero sviluppo di tutte le minoranze nazionali e gruppi etnici. Da questa dichiarazione nacquero prima la Federazione Russa e poi l'Unione Sovietica.

La pace di Brest Litovsk [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Trattato di Brest-Litovsk.

L'inizio della guerra civile [modifica]

Truppe bolsceviche impegnate in combattimento durante la guerra civile
Truppe straniere, qui in parata a Vladivostok (1918), accorsero da vari paesi per contrastare la Rivoluzione a fianco dei contro-rivoluzionari, in prevalenza zaristi e nazionalisti
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Guerra civile russa.

Il periodo immediatamente successivo alla firma del trattato di pace con gli Imperi Centrali sembra voler concedere al giovane potere dei soviet il tempo di consolidarsi al punto che il 23 aprile 1918 Lenin può dichiarare "la guerra civile è, per l'essenziale, finita". In questo caso la previsione del principale dirigente bolscevico risulta errata: due mesi dopo la guerra infuria su decine di fronti ed il nuovo potere giunge, più volte, alla soglia della distruzione. Tra le molte cause che si possono riconoscere per tali avvenimenti due sono quelle forse di maggior peso, una di ordine esterno ed una di ordine interno. Nel giugno 1918 la Legione Ceco-Slovacca, in fase di trasferimento verso Vladivostok, dove avrebbe dovuto imbarcarsi per essere trasferita sul fronte occidentale, spinta da agenti delle Potenze Occidentali, che cercavano un pretesto per intervenire in Russia, e in parte anche dagli ordini diretti che provenivano da Parigi, dove si trovava un governo cecoslovacco in esilio, dà inizio a una rivolta che coinvolge tutta la Russia Asiatica e fa da attrattore per numerosi altri gruppi di oppositori al nuovo regime. Nel suo rapido avanzare verso le regioni interne della Russia, spinge il commissario bolscevico Jakov Jurovskij, detentore del deposto zar Nicola II, a fucilare, il 17 luglio, quest'ultimo e tutta la sua famiglia. Sul fronte interno la politica del nuovo governo deve registrare una gravissima crisi tra le due forze trainanti della rivoluzione di ottobre: gli operai ed i contadini. Lo scontro avviene sul grave problema dei rifornimenti di grano alle città. La speranza dei bolscevichi che la distribuzione della terra ai contadini fosse una misura sufficiente per risolvere i problemi alimentari della Russia si rivela illusoria. Molti contadini, non più costretti a lavorare per produrre un surplus producono solamente per il loro fabbisogno; in primavera il governo è costretto a dare inizio alle requisizioni di grano allo scopo di rifornire le città le cui scorte sono ormai esaurite. Anche se le requisizioni, almeno all'inizio, colpiscono principalmente i contadini più agiati i cosiddetti kulak sono spesso alla base di vere e proprie rivolte, talvolta dirette dai rivoluzionari socialisti.

Approfondimenti sociali [modifica]

Lenin arringa i soldati dell'Armata Rossa, 5 maggio 1920; sulla destra, a lato del palco, si riconoscono Kamenev e Trotskij
Assemblea degli operai nella fabbrica Putilov di Pietrogrado, 1917

Gli eventi della Rivoluzione Russa sono collocati nella particolare struttura sociale ed economica della Russia. All'inizio del XX secolo la popolazione della Russia era, dal punto di vista anagrafico, per quattro quinti contadina[5].

La questione contadina [modifica]

Non si può capire la dinamica e le ragioni della Rivoluzione Russa senza capire la mentalità dei contadini, o senza conoscere il loro mondo. La società contadina ruotava attorno a tre pilastri: il nucleo familiare (dvor); il villaggio (selo); e la comunità (mir o obščina). Il mondo contadino era un mondo chiuso, separato dalla vita sociale ed economica cittadina. Il contadino era fedele esclusivamente al proprio villaggio, non aveva senso di identità nazionale. L'unica figura a cui andava la devozione del contadino era la figura dello Zar, divinizzata e mistificata nell'immaginario collettivo. La naturale propensione conservatrice del mužik (il contadino russo) aveva spinto la classe dirigente russa a credere che fosse essenziale per la stabilità del paese l'alleanza tra campagna e corona, e che proprio il mužik fosse il modello del suddito rispettoso dell'autocrazia russa. I fatti smentirono una simile idea, nata dal fraintendimento della mentalità del contadino. Le campagne erano infatti lente ad infiammarsi ma volubili. Il contadino rispettava la legge solamente per paura della punizione. La stessa idea della legge e dello stato era differente rispetto al modello occidentale. L'unica cosa che faceva stare al proprio posto i mužik era il mito dello zar buono e la speranza della spartizione della terra. Una volta cadute entrambe le speranze, le campagne si trasformarono in una distesa di focolai rivoluzionari.

La questione operaia [modifica]

La minoranza della popolazione proletaria, rappresentata dagli operai, era concentrata in pochi centri industrializzati, quale ad esempio era San Pietroburgo, città che allora prendeva nome di Pietrogrado. La figura dell'operaio è la figura principale, secondo la tesi Marxista, di una rivoluzione Comunista, in quanto gli operai vivendo gli stessi problemi, vivendo tutti insieme in condizioni estreme di lavoro che portano all'alienazione, non sentono lo stesso attaccamento alla terra come i mužik (i contadini russi), ma sono maggiormente preposti all'attuazione di quella che era per il filosofo l'espressione naturale della lotta tra classi: la rivoluzione. Contrariamente a quanto ritenuto da Marx, la rivoluzione non si attuò per prima in uno stato a sistema capitalistico fortemente industrializzato, bensì in uno stato contadino dove la classe dirigente era composta per la grande maggioranza da grandi proprietari terrieri; ciò nonostante l'incipit della rivoluzione va comunque ricercato in un nucleo operaio: quello dei cantieri navali di San Pietroburgo. I primi scioperi cominciarono proprio in questa città nel gennaio del '17.

La questione nazionale [modifica]

Cronologia [modifica]

Nota: le date sono basate sul calendario giuliano, in vigore all'epoca in Russia, e non sul calendario gregoriano, quello che è ed era in vigore nella maggioranza dei paesi europei.

Gennaio
Scioperi e agitazioni a Pietrogrado
Febbraio
Rivoluzione di febbraio
26 -- 50 dimostranti vengono uccisi in Piazza Znamenskaja
27 -- Le truppe si rifiutano di sparare sui dimostranti, diserzioni. Prigioni, tribunali e il palazzo dell'Ochrana vengono incendiati. Le guarnigioni si uniscono ai rivoluzionari. Si forma il Soviet di Pietrogrado.
Marzo
1 -- Ordine Nr.1 del Soviet di Pietrogrado
2 -- Nicola II abdica. Si forma un governo provvisorio sotto il Primo Ministro Georgij Evgen'evič L'vov
Aprile
3 -- Ritorno di Lenin in Russia. Pubblica le sue Tesi di Aprile.
20 -- Viene pubblicata la nota di Miljukov. Cade il governo provvisorio
Maggio
5 -- Si forma un nuovo governo provvisorio. Kerenskij ministro della guerra e della marina
Lenin in un manifesto della propaganda bolscevica; le scritte, tratte da un poema di Majakovskij, significano Lenin visse, Lenin vive, Lenin vivrà
Giugno
3 -- Primo Congresso Pan-russo dei Soviet a Pietrogrado. si chiuderà il 24.
16 -- Kerenskij ordina l'offensiva contro le forze Austro-Ungariche. Successo iniziale
Luglio
2 -- Termina l'offensiva russa. Trotzkij si unisce ai Bolscevichi
4 -- Dimostrazioni anti-governative a Pietrogrado
6 -- Contrattacco tedesco e austro-ungarico. I russi si ritirano nel panico, saccheggiando la città di Tarnopol. Viene ordinato l'arresto dei capi Bolscevichi
7 -- L'vov si dimette. Kerenskij è il nuovo Primo Ministro
22 -- Trockij e Lunačarskij arrestati
Agosto
26 -- Finisce il secondo governo di coalizione
27 -- Il Generale Kornilov tenta un Colpo di stato che fallisce, Kornilov viene arrestato e imprigionato.
Settembre
1 -- La Russia viene dichiarata una Repubblica
4 -- Trotzkij e altri vengono liberati. Trotzkij diventa il capo del Soviet di Pietrogrado
25 -- Si forma il terzo governo di coalizione
Ottobre
10 -- Il Comitato Centrale Bolscevico si riunisce ed approva la rivolta armata
11 -- Congresso dei Soviet delle regioni settentrionali, fino al 13
20 -- Primo incontro del Comitato Rivoluzionario Militare di Pietrogrado
25 -- Inizio della rivolta a Pietrogrado. Kerenskij abbandona Pietrogrado
26 -- Presa del Palazzo d'Inverno. Secondo Congresso dei Soviet. Gran parte dei delegati menscevichi e i socialisti rivoluzionari di centro e di destra se ne vanno in segno di protesta contro l'esautoramento del governo Kerenskij. Decreti sulla pace e la riforma terriera. Dichiarato il governo dei Soviet - il Consiglio dei Commissari del Popolo - dominato dai bolscevichi con Lenin come presidente
Dicembre
20 -- Feliks Dzeržinskij, appena nominato commissario degli affari interni, fonda la Commissione Straordinaria Combattente per la Controrivoluzione e il Sabotaggio, la Čeka.

Rivoluzione di febbraio

Gli eventi noti come rivoluzione di febbraio, che portarono alla caduta del regime zarista, avvennero nel 1917 principalmente a Pietrogrado, l'allora capitale dell'Impero russo. Per quanto riguarda le date bisogna tenere presente che fino all'aprile del 1918 nell'Impero russo era ancora in vigore il calendario Giuliano, indietro di 13 giorni rispetto a quello corrente (calendario Gregoriano).

La rivoluzione di febbraio, fu un movimento spontaneo della popolazione di Pietrogrado e delle truppe stanziate nella città, nel senso che nessuno pianificò ed organizzò la protesta o ne definì gli scopi. Ovviamente dopo i primi momenti molti cercarono di guidarla verso diversi obiettivi. La spontaneità del movimento non può essere interpretata, però, come assenza di condizioni rivoluzionarie. La guerra e le privazioni a cui erano sottoposte le classi lavoratrici, unite alla politica conservatrice dei governi che impedivano quasi del tutto la libertà di espressione e di organizzazione (si tenga conto che ad esempio molti dirigenti del partito bolscevico, che era costretto ad operare nella clandestinità, si trovavano in esilio all'estero e non rientrarono in Russia che dopo i fatti del febbraio) avevano creato, nella popolazione, uno stato d'animo di attesa di un cambiamento non più rinviabile.

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Gli inizi [modifica]

I prodromi di ciò che sarebbe accaduto si ebbero il 22 gennaio del 1917, anniversario della domenica di sangue, in molte città ebbero luogo grandi dimostrazioni contro la guerra. La polizia intervenne pesantemente nei confronti dei dimostranti e si ebbero numerosi morti e feriti. La riapertura della Duma il 14 febbraio non servì certamente a calmare gli attacchi contro Nicola II ed il suo governo. Il 18 febbraio, a Pietrogrado, gli operai delle officine Putilov, una delle maggiori industrie della città, iniziarono uno sciopero in seguito ad un conflitto con la direzione che dopo cinque giorni dichiarò la serrata dello stabilimento.

Gli operai scendono in piazza [modifica]

Il 23 febbraio gli operai della Putilov, a cui si erano uniti altri lavoratori, scesero in piazza e si giunse a proclamare lo sciopero generale, che si svolse in contemporanea ad una grande manifestazione pacifista organizzata per la giornata internazionale della donna[1]. Le manifestazioni continuarono anche nei giorni seguenti e la sera del 25 lo zar, dal quartier generale dell'esercito a Mogilëv, ordinò al comandante della guarnigione di Pietrogrado di "...liquidare domani stesso..." i disordini, "...inammissibili in un difficile momento di guerra come questo". Nel pomeriggio del 26 il reggimento della guardia di Volinia sparò sulla folla lasciando sul terreno più di sessanta manifestanti ma questo non bastò per riportare la calma in città. Lo stesso giorno il presidente della Duma Rodzianko, in un tentativo di riprendere il controllo della situazione inviò un telegramma allo zar chiedendo concessioni che potessero calmare la popolazione ma non ottenne nessuna risposta se non l' ukase (ordine) di aggiornare le sedute.

L'esercito si ribella [modifica]

Il 27 febbraio Il reggimento della guardia di Volinia, il reggimento della guardia Preobraženskij ed il reggimento Litovskij, che costituiscono il grosso della guarnigione di Pietrogrado si uniscono agli operai a cui distribuiscono anche parte delle armi. Sul fronte politico, malgrado l'ordine di sospensione delle sedute, la maggior parte dei deputati della Duma si riunì nella sede di questa, il Palazzo di Tauride, dando vita ad un comitato che aveva il compito di elaborare lo schema di un nuovo governo. Del comitato, oltre a elementi liberali e menscevichi faceva parte anche Aleksandr Kerensky appartenente ai Socialisti Rivoluzionari.

Il primo Soviet [modifica]

Sempre il 27, nel pomeriggio, anche la Duma fu occupata dagli insorti che permisero però al comitato di cercare un contatto con lo zar. La sera stessa, sempre nel Palazzo di Tauride, si riunì il primo soviet di Pietrogrado. Composto da rappresentanti degli operai (uno ogni mille) e da quelli dei soldati (uno per ogni compagnia) il soviet, in cui i Socialisti Rivoluzionari avevano la maggioranza, cercò inizialmente di sottrarre l'iniziativa politica al Comitato della Duma e fallito questo tentativo si orientò su quello che verrà poi chiamato il "dualismo dei poteri" con il Comitato. Si tratta di un sistema nel quale il soviet detiene il potere senza responsabilità, e il Governo Provvisorio le responsabilità senza il potere. Frattanto la situazione precipita, a Pietrogrado gli insorti controllano ormai le poste, i telegrafi, le ferrovie ed anche le basi militari. Zarskoe Zelo, dove si trova la famiglia imperiale, viene occupata intorno al 1/2 marzo. Il 28 febbraio la rivolta scoppia anche a Mosca con esiti analoghi a quelli di Pietrogrado. Nel frattempo lo zar, tagliato fuori dagli eventi e ancora convinto di trovarsi di fronte a manifestazioni pilotate, ordina senza alcun effetto lo stato d'assedio nella capitale e nomina un dittatore militare per "sedare le agitazioni".

La fine dello zarismo [modifica]

Nella notte tra il primo ed il due marzo, lo zar Nicola II, impossibilitato a comunicare con gran parte delle linee telegrafiche e bloccato nel tentativo di raggiungere la famiglia a Zarskoe Zelo, firma un manifesto che promette una Costituzione e la formazione di un gabinetto responsabile verso la Duma, ma quello che poche settimane prima avrebbe avuto un notevole peso ora si rivela privo di valore.

Il 2 marzo Soviet e Comitato della Duma raggiungono un accordo sulla deposizione dello zar e sulla formazione di un governo provvisorio che indica le elezioni per l'Assemblea Costituente. Lo stesso giorno viene presentato l'elenco dei nuovi ministri. Il nuovo governo, retto dal principe Georgij Evgen'evič L'vov, è composto principalmente da figure provenienti dalle file del partito di centro dei "Cadetti" e dai menscevichi oltre che da alcuni socialisti rivoluzionari come Aleksandr Fëdorovič Kerenskij e Viktor Michajlovič Černov rispettivamente ministro della giustizia e dell'agricoltura. Nella notte tra il 2 ed il 3 marzo Nicola II abdica in favore del fratello, il Granduca Mikhail, ma questi lo stesso giorno rinuncia al trono. Il passaggio dei poteri dal granduca al Governo e l'arresto immediato di Nicola II suggellano la fine della monarchia in Russia e di tre secoli di dominio della dinastia Romanov.

Rivoluzione d'ottobre

Con Rivoluzione d'ottobre si intende la sollevazione rivoluzionaria per opera dei bolscevichi contro il governo provvisorio della Repubblica Russa guidato dal menscevico Kerenskij.

Dopo il tentativo controrivoluzionario di Kornilov, sventato dall'azione degli operai di Pietrogrado e dalle unità militari della guarnigione della città, i bolscevichi si convincono che bisogna stringere i tempi per realizzare il passaggio del potere dal governo provvisorio, nato dalle giornate di febbraio ed emanazione della proprietà terriera e della borghesia industriale, ai soviet, rappresentanti le masse operaie e contadine. Nel settembre 1917 la diffusione dei soviet nella Russia è disomogenea e comunque le due componenti, operaia e contadina, rimangono ancora separate. Nei soviet degli operai e soldati (che provengono per la stragrande maggioranza dalle campagne) che si vanno formando nelle città i bolscevichi vedono aumentare costantemente la loro influenza mentre i soviet contadini sono saldamente nelle mani dei socialrivoluzionari.

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La preparazione [modifica]

Il 15 settembre 1917 Lenin, ancora nascosto a Helsinki in Finlandia dopo il fallito tentativo rivoluzionario di luglio, scrive al Comitato Centrale del partito affinché venga iniziata la preparazione del passaggio dei poteri ai soviet. Lenin rientra in segreto a Pietrogrado il 10 ottobre, grazie all'intervento dei servizi segreti dell'Impero tedesco che lo appoggiano in previsione di una uscita della Russia dalla guerra, e vince le ultime resistenze interne al proprio partito sull'insurrezione. Solo Zinov'ev e Kamenev ritengono azzardata la mossa e consigliano di aspettare l'apertura dell'Assemblea Costituente, apertura che il governo di Kerenskij ha fissato, dopo numerosi rinvii, al 28 novembre. Lenin è convinto che il momento sia propizio non solo per la Russia ma anche per le altre nazioni europee che, sempre secondo il dirigente bolscevico, la guerra sta spingendo in una fase pre-rivoluzionaria. Il 12 ottobre viene creato il Comitato militare rivoluzionario con sede nell'Istituto Smolnyj, che ha il compito di dirigere l'insurrezione; a presiederlo viene chiamato Trotsky. Il Comitato può contare, a Pietrogrado, su circa dodicimila Guardie Rosse, trentamila soldati della guarnigione e sugli equipaggi delle navi della flotta del Baltico. Il governo provvisorio dispone, in città, di settecento allievi ufficiali e di un battaglione femminile.

La rivoluzione d'ottobre [modifica]

L'insurrezione prende il via la sera del 6 novembre (24 ottobre del calendario giuliano in uso al tempo nell'impero russo): la sera vengono occupate prima tutte le tipografie; la notte del giorno dopo 7 novembre (25 ottobre) i punti più importanti di Pietrogrado: poste, telegrafi, stazioni ferroviarie, banche, ministeri. Il governo provvisorio praticamente cessa di esistere senza alcuna resistenza. Kerenskij fugge verso il fronte e gli altri ministri si rinchiudono nel Palazzo d'Inverno, che verrà attaccato alle 21.45 e definitivamente conquistato alle 2 del mattino dopo (8 novembre/26 ottobre).

La sera del 7 novembre (25 ottobre del calendario giuliano) si riunisce il Secondo Congresso dei Soviet, ed è a questo organo che i bolscevichi consegnano il potere appena conquistato. Quella notte la discussione prosegue senza sosta ed alle due del mattino dell'8 novembre, mentre si arrendono le ultime sacche di resistenza nel Palazzo d'Inverno, viene decretato il passaggio del potere ai soviet. Come primo atto il congresso rivolge a operai soldati e contadini un proclama in cui afferma che il governo sovietico, in via di creazione, avrebbe offerto ai tedeschi la pace immediata ed avrebbe consegnato la terra ai contadini.

Nei giorni che seguono, mentre la rivoluzione si diffonde e si scontra con i primi tentativi di resistenza, viene organizzato il primo governo sovietico che prende il nome di Soviet dei commissari del popolo, o Sovnarkom. Alla presidenza va Lenin, Trotsky agli Esteri, gli altri incarichi vanno ad altri membri del partito bolscevico, tra cui Stalin al quale viene affidata la commissione per le questioni delle nazionalità. Il 15 novembre (2 novembre del calendario giuliano) il governo sovietico subisce un rimpasto in seguito all'ingresso dei socialrivoluzionari di sinistra, con Kolegaev che diviene commissario del popolo per l'Agricoltura.

Una delle più dettagliate e avvincenti cronache dei giorni della Rivoluzione d'Ottobre è contenuta nell'opera I dieci giorni che sconvolsero il mondo, opera del giornalista americano John Reed.

Il resto della Russia [modifica]

A Mosca la rivoluzione inizia il 26 ottobre (calendario giuliano: 8 novembre del calendario gregoriano) e gli scontri si concludono solo il 2 novembre con la resa del Cremlino. Nel frattempo Kerensky ha raggiunto il comando dell'esercito, la Stavka, e da lì cerca di organizzare una controffensiva. Tutto quello che riesce a riunire sono circa ventimila cosacchi che affida al generale Krasnov. Una parte di questi si sbanda o si unisce alle truppe del governo sovietico; il resto viene sconfitto a Pulkovo dalle Guardie Rosse. Kerensky, a questo punto, fugge in Inghilterra. Nel resto della Russia la rivoluzione si diffonde in modo non uniforme ma a seconda dei rapporti di forza locali. I bolscevichi non hanno potuto definire un piano concertato per la rivoluzione in tutto il resto del paese e si affidano, almeno in parte, allo spontaneismo, convinti che l'esempio di Pietrogrado, e poi di Mosca, faccia da motore.

Trattato di Brest-Litovsk

Il trattato di Brest-Litovsk fu un trattato di pace stipulato tra la Russia e gli imperi centrali il 3 marzo 1918 in Bielorussia, presso la città Brėst (un tempo conosciuta come "Brest-Litovsk").

Esso sancì l'uscita della Russia dalla prima guerra mondiale. Anche se la fine della guerra portò a esiti diversi rispetto a quanto previsto dal trattato, esso fu, seppur non intenzionalmente, di fondamentale importanza nel determinare l'indipendenza di Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia.

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La pace "giusta e democratica" [modifica]

Uno dei primi atti del nuovo governo nato nelle giornate della rivoluzione d'ottobre fu la proposta rivolta a tutti i belligeranti di un immediato armistizio generale per giungere entro breve tempo ad una conferenza per una pace "giusta e democratica".
Tutte le iniziative che il governo bolscevico prende riguardo alla guerra subito dopo la rivoluzione per essere comprese devono essere inquadrate nella convinzione, di Lenin e di quasi tutti gli altri dirigenti, che la rivoluzione mondiale (o almeno europea) è ormai imminente.

Comunque nessuno degli altri belligeranti, tranne la Germania, dà segno di aver ricevuto la proposta russa e quindi il nuovo governo procede in modo autonomo e nel dicembre del 1917 concorda con la Germania un armistizio e l'apertura di trattative di pace. La Germania da parte sua ha tutto l'interesse a trarre dalla situazione russa tutti i vantaggi possibili. Le richieste che sono avanzate durante le trattative sono sempre a svantaggio della Russia anche utilizzando il concetto di "autodeterminazione dei popoli" che fa parte dei primi pronunciamenti del governo dei Commissari del Popolo.

La situazione al fronte [modifica]

Per comprendere appieno i fatti che seguono è necessario avere almeno una visione complessiva dello stato dell'esercito russo nel 1917. Al momento della rivoluzione d'ottobre la Russia ha sotto le armi quasi dieci milioni di uomini, nella stragrande maggioranza di provenienza contadina, di cui circa sei milioni distribuiti sui vari fronti. Si tratta di un esercito in via di dissoluzione dove le diserzioni sono un fenomeno quotidiano. I soldati, insieme agli operai dell'industria bellica, sono uno dei pilastri della rivoluzione che hanno appoggiato proprio in nome della pace e della speranza di poter ricevere, al ritorno a casa, quella terra che è sempre stato il sogno dei contadini russi.

L'importanza del fronte orientale è andata diminuendo per tutto il 1917 permettendo agli Imperi Centrali di distoglierne truppe da inviare in rinforzo ad altri fronti di maggior rilevanza (l'offensiva Austriaca sul fronte italiano dell'autunno 1917 è una diretta conseguenza di ciò). Una delle prime decisioni del nuovo governo russo riguardo all'esercito è l'abolizione di tutti i gradi e l'elezione dei comandanti da parte dei soldati in modo da togliere potere alla "casta" degli ufficiali (tutti di estrazione nobile o borghese) e quindi potenzialmente nemici della rivoluzione proletaria.

Le condizioni per la pace [modifica]

I diplomatici degli imperi centrali e della Russia al momento della firma

Le condizioni che la Germania pone per la pace sono molto pesanti e per nulla "democratiche", con grosse perdite territoriali, sia per cessione diretta alla Germania sia per concessione dell'indipendenza, come nel caso dell'Ucraina, dove la Rada (controllata dai latifondisti) aveva stipulato un accordo di pace separato. Da parte russa le trattative sono condotte inizialmente da Trotzky che sfrutta tutta la sua capacità di eloquenza nel tentativo di non cedere alle richieste della Germania.

La crisi arriva il 27 gennaio 1918 (calendario giuliano) quando la Germania pone il diktat sulla firma della pace. Tra i bolscevichi le posizioni sono diverse e contrastanti: la sinistra, appoggiata anche dai socialisti-rivoluzionari di sinistra propone di non accettare e di portare ad oltranza la guerra rivoluzionaria facendo appello alle masse dei paesi occidentali affinché aderendo anch'esse alla rivoluzione pongano fine all'aggressione imperialista; questa tesi ha in Nikolai Bucharin il maggior sostenitore.

Anche Trotsky è contrario alla pace alle condizioni del diktat ma vede una via d'uscita nel rifiuto unilaterale di combattere da parte della Russia. Secondo questa visione i generali tedeschi sarebbero stati impossibilitati a continuare la guerra a causa dell'opposizione interna. Solo Lenin ritiene che la pace vada firmata ad ogni costo.

Le condizioni per la Russia sono durissime: oltre a dover pagare una cospicua indennità di guerra, perde la Polonia Orientale, la Lituania, la Curlandia, la Livonia, l'Estonia, la Finlandia, l'Ucraina e la Transcaucasia; complessivamente la pace di Brest-Litovsk strappa alla Russia 56 milioni di abitanti (pari al 32% della sua popolazione) e la priva di un terzo delle sue strade ferrate, del 27% del reddito nazionale, del 73% dei minerali ferrosi e dell'88% della produzione di carbone.

La pace di Brest-Litovsk [modifica]

Il 28 gennaio (10 febbraio) è proprio Trotsky ad annunciare la decisione russa di non combattere più e di smobilitare l'esercito. In risposta a ciò il 18 febbraio (calendario gregoriano – dal 1º febbraio giuliano la Russia adotta il calendario gregoriano) l'esercito tedesco riprende l'avanzata sfondando le sguarnite linee russe.

Malgrado eroici tentativi di difesa da parte di reparti di volontari appena costituiti la situazione è disperata e Lenin ottiene, dietro minaccia di dimissioni, l'autorizzazione dal Comitato Centrale del Partito Bolscevico a firmare la pace, nonostante le nuove condizioni siano ancora più gravose delle precedenti: cessione di Estonia e Lettonia oltre a tutti i territori occupati dalle truppe tedesche, riparazioni economiche e cessioni all'Impero Ottomano nella Transcaucasia, la pace viene firmata a Brest-Litovsk nel marzo 1918.

Conseguenze della pace [modifica]

La storiografia sovietica ha definito quella firmata a Brest-Litovsk una "pace imperialista", poiché nega uno dei principi enunciati coi decreti dell'ottobre, quello sull'autodeterminazione dei popoli. In effetti, ferme restando le ingerenze tedesche a livello locale, è una pace che vede la fine dell'impero russo e delle spinte imperialistiche che i soviet avevano ereditato. Con il trattato ha inizio il processo di affrancamento dei vari popoli oppressi dall'imperialismo russo. Tale affrancamento sarà molto breve a causa degli attacchi bolscevichi alle varie nazioni che si andavano formando, attacchi che culminarono con l'alleanza con la Germania Nazista nel 1939 e i successivi proditori attacchi ai danni dei vicini.

L'Ucraina è occupata dall'esercito tedesco che installa un governo fantoccio con la funzione di coprire il prelievo di materie prime e grano necessari per lo sforzo bellico tedesco ad occidente. In Finlandia, che aveva ottenuto l'indipendenza dall'ottobre 1917 i tedeschi inviano truppe in appoggio ad una controrivoluzione che rovescia il governo socialdemocratico. Anche in Lituania ed Estonia ai governi dei soviet ne vengono sostituiti altri appoggiati direttamente dall'esercito tedesco. La Bessarabia viene annessa alla Romania mentre l'Impero Ottomano occupa porzioni di territorio nella regione transcaucasica.

In ogni caso, il trattato di Versailles cancellerà Brest-Litovsk, e richiamerà in patria le truppe tedesche che si trovano nei nuovi stati nati dalla fine dell'impero russo verranno rimpatriate, lasciando queste nazioni nel caos della guerra civile russa.

Guerra civile russa

La Guerra civile russa scoppiò subito dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi (novembre 1917), tra questi ultimi, detti "Rossi", e vari gruppi che si opponevano ai risultati della Rivoluzione d'Ottobre, detti "Bianchi". In base alla storiografia russa, la guerra civile si protrasse fino al 1921 con la vittoria dei "Rossi", ma in realtà i combattimenti proseguirono fino al 1923. Quindi l'arco di tempo in cui la guerra civile russa si svolse è 1918 - 1923.

A seguito del successo della Rivoluzione russa i comunisti russi avevano deciso di stipulare la pace separata con la Germania: con il Trattato di Brest-Litovsk che venne ratificato il 6 marzo 1918. Questa decisione, oltre a rispecchiare il programma propagandato dai bolscevichi dal febbraio del 1917, avrebbe garantito, secondo Lenin e Trockij, maggiori possibilità di estendere la rivoluzione comunista nel cuore dell'Europa (in particolare in Germania) e di garantire più tempo al giovane potere comunista all'interno del paese.

Questo trattato insieme allo scioglimento dell'Assemblea Costituente regolarmente eletta nel 1918 ebbe tuttavia anche l'effetto di galvanizzare un numero di gruppi anti-comunisti, sia all'interno che all'esterno della Russia, che intrapresero azioni contro il nuovo regime. Winston Churchill dichiarò che il Bolscevismo doveva essere "strangolato nella culla".

Indice

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Quadro d'insieme [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Cronologia dell'Europa orientale dopo la Grande Guerra.

La guerra civile fu combattuta tra i "Rossi" (comunisti e rivoluzionari), e i "Bianchi" (monarchici, reazionari, democratici e conservatori) che si opponevano al regime bolscevico. Ci furono anche elementi stranieri, coinvolti a supporto dei Bianchi, nella loro lotta al Bolscevismo. Ci fu anche un insieme di socialisti moderati, nazionalisti e anarchici che combatterono contro tutti e due: questa fazione era conosciuta come i "Verdi" che poi si divisero aggregandosi a Rossi e Bianchi. Nettamente limitata come forza militare era quella costituita da soli anarchici ossia un migliaio di Guardie Nere che volevano organizzare l'Armata Nera ma questi anarchici combattendo l'armata rossa furono presto sopraffatti.

La guerra venne combattuta attraverso tre fronti principali - orientale, meridionale e nord-occidentale. Può anche essere divisa approssimativamente in tre periodi.

Il primo periodo andò dalla Rivoluzione all'armistizio. Il conflitto iniziò con i gruppi russi dissidenti, la forza principale era l'appena formata Armata dei Volontari, nella regione del Don, a cui si unì in seguito la Legione Cecoslovacca in Siberia. Ad est c'erano altre due amministrazioni anti-bolsceviche, il Komuč a Samara e il governo nazionalista siberiano basato a Omsk. La maggior parte dei combattimenti, in questo primo periodo fu sporadica, coinvolse solo piccoli gruppi in mezzo a uno scenario strategico fluido e mutevole. I principali antagonisti erano i Ceco-Slovacchi e i Lettoni pro-bolscevichi.

La seconda fase della guerra fu la fase chiave, durò solo da marzo a novembre del 1919. Inizialmente le armate Bianche avanzarono con successo da sud (Anton Denikin), nord-ovest (Nikolaj Nikolaevič Judenič) ed est (Aleksandr Vasilevič Kolčak), costringendo l'Armata Rossa ad arretrare e avanzando su Mosca. Comunque, sotto la guida di Lev Trockij l'Armata Rossa venne riformata e spinse indietro le forze di Kolčak a partire da giugno, e le armate di Denikin e Judenič da ottobre. Le forze combattive di Kolčak e Denikin vennero spezzate quasi simultaneamente a metà novembre.

Il periodo finale del conflitto vide la vasta sconfitta delle forze Bianche in Crimea. Pëtr Nikolaevič Vrangel' aveva raccolto i resti delle armate di Denikin e queste avevano fortificato le loro posizioni in Crimea. Con l'Armata Rossa che combatteva in Polonia, nella Guerra Russo-Polacca, già dal 1919 (o anche prima), i Bianchi tennero le loro posizioni finché quella guerra terminò. Quando la piena forza dell'Armata Rossa venne rivolta contro di loro, vennero rapidamente sopraffatti, e le truppe restanti vennero evacuate a Costantinopoli nel novembre del 1920.

Gli inizi [modifica]

Un gruppo di bolscevichi in azione durante la guerra civile

Regno Unito, Francia e Stati Uniti intervennero tutti nella guerra civile. Dopo che gli Alleati sconfissero le Potenze Centrali nel novembre 1918, continuarono il loro intervento nella guerra contro i comunisti, allo scopo di allontanare quella che temevano potesse divenire una rivoluzione socialista mondiale. Lenin fu sorpreso dallo scoppio della guerra civile, e inizialmente sottostimò la portata delle forze che sorgevano contro la sua nuova nazione. I primi successi nella regione del Don, invece, lo resero troppo fiducioso. Ad oriente venne creata la Repubblica dell'Estremo Oriente per frapporsi tra bolscevichi e Giapponesi.

Il gruppo che si oppose contro i comunisti fin dall'inizio era composto principalmente da generali controrivoluzionari e dalle locali armate cosacche, che avevano dichiarato la loro lealtà al governo provvisorio; tra le figure di spicco troviamo Aleksej Maksimovič Kaledin (Cosacchi del Don), Alexander Dutov (Cosacchi di Orenburg) e Nikolaj Nikolaevič Semenov (Cosacchi del Baikal). In novembre, il Generale Mikhail Vasilevič Alekseev, il vecchio Comandante in Capo Zarista, iniziò ad organizzare un'Armata di Volontari a Novočerkassk; a lui si unì in dicembre Lavr Georgevič Kornilov, Denikin e numerosi altri. Aiutati da Kaledin presero Rostov nello stesso mese. Ad ogni modo, i Cosacchi non erano intenzionati a combattere, quando in gennaio la controffensiva sovietica iniziò, sotto il comando di Vladimir Aleksandrovič Antonov-Ovseenko, i Cosacchi abbandonarono rapidamente Kaledin, che si suicidò. Le forze di Antonov ripresero rapidamente Rostov e per la fine di marzo del 1918 venne dichiarata la Repubblica Sovietica del Don. L'Armata dei Volontari venne evacuata a febbraio e fuggì nel Kuban dove si unì ai Cosacchi del Kuban per montare un assalto fallimentare a Ekaterinodar. Kornilov venne ucciso il 13 aprile e il comando passò a Denikin, che si ritirò fino al Don. I soviet erano riusciti ad alienarsi la popolazione locale e l'Armata dei Volontari trovò molte nuove reclute.

Non fu fino alla primavera del 1918 che i Menscevichi e i Socialisti Rivoluzionari si unirono alla lotta armata. Inizialmente essi si erano opposti alla rivolta armata dei Bolscevichi, ma il trattato di pace e l'introduzione di alcune dure misure dittattoriali cambiarono la loro opinione. In teoria avrebbero potuto essere una seria minaccia, in quanto avevano un certo livello di supporto popolare e l'autorità data dalla vittoria nelle elezioni per l'Assemblea Costituente Russa del 1918. Il nuovo problema per loro, era il bisogno di supporto armato. Un primo tentativo da parte dei socialisti rivoluzionari, di reclutare truppe lettoni, nel luglio 1918, si rivelò un disastro. Fortunatamente la Legione Ceco-Slovacca si mostrò un gruppo più affidabile, nell'aiuto alla "contro-rivoluzione democratica".

La Legione Ceco-Slovacca era stata parte dell'esercito zarista e nell'ottobre del 1917 contava circa 30.000 uomini, in gran parte ex-prigionieri di guerra e disertori dell'esercito Austro-Ungarico. Incoraggiata da Tomas Masaryk, la Legione venne ribattezzata Corpo d'Armata Ceco-Slovacco e sperava di poter continuare a combattere i tedeschi. Un accordo con il governo sovietico per un passaggio via mare attraverso Vladivostok, collassò a causa del tentativo di disarmare ampiamente il Corpo e, nel giugno 1918, questi si ribellò mentre si trovava a Čeljabinsk. Nel giro di un mese i Ceco-Slovacchi controllavano gran parte della Siberia Occidentale, e parte delle regioni del Volga e degli Urali. Per agosto avevano esteso il loro controllo ulteriormente, separando la Siberia (e i suoi preziosi rifornimenti di grano) dal resto della Russia.

Poster propagandistico anti-bolscevico dell'Armata Bianca che paragona Trockij ad un demonio. Il titolo significa: «Pace e libertà in Sovdepia». "Sovdepia" era il nome dato dai contro-rivoluzionari alla Russia sovietica.

I Menscevichi e i socialisti rivoluzionari appoggiarono l'azione dei contadini contro il controllo dei Soviet sulle forniture di grano. Nel maggio 1918, con l'appoggio dei Ceco-Slovacchi, presero Samara e Saratov, fondando il Comitato dei membri dell'assemblea costituente (Komuch). Per luglio l'autorità del Komuch si estendeva sopra l'area controllata dai Ceco-Slovacchi. Intendevano riprendere le operazioni contro i tedeschi e iniziarono a formare il loro esercito popolare. Implementarono anche un programma di riforme socialiste, ma senza gli impopolari cambiamenti economici che erano perseguiti dai Soviet. Ad ogni modo, il Komuch fu una dittatura, e poteva essere spietato come i Soviet che tanto deprecava.

Come reazione all'avanzata dei Ceco-slovacchi nelle regioni centrali, il Soviet degli Urali con sede a Ekaterinburg, ordinò al commissario Jakov Jurovskij, detentore del deposto zar Nicola II, l'eliminazione dell'ex-sovrano e di tutta la sua famiglia. Il 17 luglio la sentenza fu eseguita ed i corpi occultati nei boschi presso Ekaterinburg, pochi giorni prima che i bianchi prendessero la città.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce La fine dei Romanov.

Ci furono anche dei "governi" conservatori e nazionalisti che vennero formati dai Bashkiri, dai Kirghizi e dai Turco-tatari così come un Governo Regionale Siberiano ad Omsk. Nel settembre 1918 tutti i governi non-sovietici si riunirono ad Ufa e concordarono di formare un nuovo Governo Provvisorio Russo ad Omsk, guidato dal Direttorio dei Cinque, tre socialisti rivoluzionari (Avksentiev, Boldyrev e Zenzinov) e due Cadetti (Vinogradov e Volgogodskij). Il nuovo governo cadde rapidamente sotto l'influenza del Governo Regionale Siberiano e del suo nuovo Ministro della Guerra, il Contrammiraglio Aleksandr Vasilevič Kolčak. Il 18 novembre un colpo di stato istituì la dittatura di Kolčak. I membri del Direttorio vennero arrestati e Kolčak si auto-promosse Ammiraglio e si proclamò "governante supremo". Per i sovietici questo cambio di controllo fu un problema militare, ma una vittoria politica, la quale confermava che i loro avversari erano dei reazionari. Kolčak, come temevano i sovietici, si dimostrò inizialmente un'abile comandante. A seguito di una riorganizzazione del suo Esercito Popolare, le sue forze catturarono Perm ed estesero il loro controllo in territorio sovietico.

In territorio sovietico, a luglio, a seguito del quinto Congresso dei Soviet due socialisti rivoluzionari di sinistra assassinarono l'ambasciatore tedesco a Mosca, il Conte Mirbach, in un tentativo di provocare i tedeschi e fargli riprendere le ostilità. Altri socialisti rivoluzionari di sinistra catturarono diversi esponenti Bolscevichi e tentarono di sollevare l'Armata Rossa contro il regime. I sovietici riuscirono a smontare le sollevazioni locali organizzate dai socialisti rivoluzionari e dagli anarchici, poi Lenin in persona si scusò con la Germania per l'assassinio, anche se una rappresaglia tedesca era improbabile a causa della situazione sul fronte occidentale. Ci furono arresti in massa di socialisti rivoluzionari di sinistra e, a seguito di altri due atti terroristici avvenuti il 30 agosto, l'assassinio del presidente della Ceka di Pietrogrado e il ferimento di Lenin in un altro attentato, venne scatenato il terrore rosso. I Menscevichi e i socialisti rivoluzionari vennero espulsi dai Soviet e chiunque fosse sospettato di attività controrivoluzionarie poteva essere imprigionato o giustiziato senza processo.

A causa degli scarsi risultati contro i tedeschi, l'Armata Rossa venne riorganizzata sotto un nuovo Consiglio Militare Supremo, guidato da Lev Trockij — Le molte differenti unità vennero omogeneizzate e ex-ufficiali dell'esercito vennero rimessi in servizio come "specialisti militari". Nel maggio 1918 con il numero di soldati fermo a 450.000 la coscrizione obbligatoria venne reintrodotta. Questa fu seguita da una purga dei comandanti dell'esercito, a luglio, che aveva lo scopo di non introdurre comunisti, ma di ripristinare ufficiali capaci. A settembre venne passata una risoluzione che diresse l'intera Russia Sovietica verso misure militari, Tročkji venne nominato capo di un nuovo Consiglio Militare Rivoluzionario della Repubblica, con poteri molto ampi.

Unione Sovietica

L'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) (in russo: Союз Советских Социалистических Республик - CCCP[?] ascolta[?·info], [sʌjus sʌ'vʲɛtskɪx səʦɪəlɪ'stiʧɪskɪx rʲɪ'spublɪk], Sojuz Sovetskich Socialističeskich Respublik - SSSR, nelle altre lingue parlate nelle repubbliche sovietiche, si veda Nomi ufficiali dell'Unione Sovietica), anche nota come Unione Sovietica (in russo: Сов́етский Со́юз[?], [sʌ'vʲɛtskɪj sʌjus], Sovetskij Sojuz), fu uno stato federale comunista dell'Eurasia nordorientale. Sorse il 30 dicembre 1922 sulle ceneri del vecchio Impero zarista, e si sciolse ufficialmente il 26 dicembre 1991.

La lista delle repubbliche costituenti la federazione subì nel corso del tempo numerose variazioni. Negli anni precedenti il suo scioglimento ne facevano parte 15 Repubbliche Socialiste Sovietiche (RSS).

La più grande per superficie, economia e popolazione e la più importante sul piano politico era la Repubblica Socialista Sovietica Russa, l'odierna Russia. Anche il territorio dell'Unione Sovietica subì vari mutamenti, e nel periodo più recente corrispondeva approssimativamente a quello del tardo Impero Russo, senza tuttavia Polonia, Finlandia e con l'occupazione di Estonia, Lettonia e Lituania. L'organizzazione politica del paese prevedeva un solo partito politico ufficialmente riconosciuto, il Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS), guidato da un segretario generale e dal Politburo.

Indice

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Storia [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Storia dell'Unione Sovietica e Costituzione dell'Unione Sovietica.

La Russia era uno dei pochi paesi europei a non avere vissuto nel corso del XIX secolo una trasformazione politica, oltre che economica e sociale, in senso democratico.

Le tensioni tra le esigenze di cambiamento espresse da una parte della popolazione ed un modello politico statico, basato su una monarchia autocratica, furono all'origine di tre rivoluzioni. La prima, senza esito, ebbe luogo nel 1905, successiva alla sconfitta nella guerra contro il Giappone. La seconda e la terza avvennero invece nel 1917, rispettivamente a marzo (febbraio secondo il calendario giuliano, seguito dalla Chiesa ortodossa e, ai tempi, in vigore in Russia) e novembre (ottobre), innescate da gravi problemi politico-sociali, da un diffuso malcontento nei confronti della monarchia e dalla tremenda crisi sofferta dalla Russia durante la prima guerra mondiale.

La rivoluzione di febbraio [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Rivoluzione di febbraio.

Nel febbraio 1917 Pietrogrado insorse contro il regime zarista e venne costituita la Duma (un governo provvisorio multipartitico), presieduta dal principe L'vov, che rimase in carica solo alcuni mesi. Fu la Rivoluzione di Febbraio. Il 15 marzo lo Zar Nicola II fu costretto ad abdicare.

Il 7 maggio durante la VII conferenza panrussa del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, la componente bolscevica propose di trasferire tutto il potere ai soviet degli operai, dei soldati e dei contadini che nel frattempo si andavano formando in tutto il paese. Si formò poi un nuovo governo guidato da Kerenskij, mentre fallì il tentativo controrivoluzionario del generale Kornilov.

La rivoluzione d'ottobre [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Rivoluzione d'ottobre.

La terza rivoluzione, iniziata con la presa del Palazzo d'Inverno il 7 novembre 1917, ebbe successo e passò alla storia sotto il nome di Rivoluzione Russa o, più precisamente, di Rivoluzione d'ottobre. Venne formato un governo rivoluzionario, il Consiglio dei commissari del popolo, presieduto da Lenin.

Il 18 gennaio 1918 venne sciolta l'assemblea costituente e il 3 marzo venne firmata la pace di Brest-Litovsk, che portava il paese fuori dalla prima guerra mondiale. La decisione di firmare la pace provocò tensioni all'interno del Partito Operaio che si trasformò in Partito Comunista Russo e provocò altresì le dimissioni dei commissari non bolscevichi.

Sempre nel 1918 nacque l'Armata rossa, che sostituì il vecchio e disgregato esercito. La reazione delle forze escluse dal potere e delle potenze straniere non si fece attendere. Nella primavera del 1918 gli inglesi occuparono i porti di Murmansk e Arcangelo, mentre i giapponesi si impadronirono del porto di Vladivostok. In seguito intervennero anche Francia e Stati Uniti. In Ucraina, Finlandia, Estonia, Lettonia e Lituania si instaurarono regimi nazionalistici con l'aiuto tedesco, mentre in Russia nacquero ben 18 governi opposti al governo sovietico. La guerra civile, che durò dal 1918 al 1921, vide l'Armata rossa, guidata da Trockij, combattere in particolare contro gli eserciti dell'Armata bianca, guidati dall'ammiraglio Kolčak in Siberia e del generale Denikin nella Russia meridionale.

A partire dal 1919 l'Armata rossa riuscì a prevalere, conquistando la Crimea alla fine del 1920 e nel 1921 il Caucaso settentrionale, la Georgia, l'Armenia e l'Azerbaijan. La guerra civile durò però fino al 1923 con la sconfitta degli ultimi eserciti contadini, detti "verdi". Mentre dovette soccombere in Estonia, Lettonia e Lituania che diventeranno stati indipendenti, anche se poi verranno occupati e forzatamente annessi all' Urss, dalla fine della seconda guerra mondiale al 1991

Dalla fondazione alla morte di Stalin [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Storia dell'Unione Sovietica (1922-1953).

La guerra finì con la vittoria dell'Armata Rossa e la fondazione dell'Unione Sovietica, il primo stato socialista del mondo, il 30 dicembre 1922, sotto la guida di Lenin. L'Unione Sovietica succedette all'Impero Russo, ma la sua estensione fu inferiore a causa dell'indipendenza di Polonia, Finlandia e degli stati baltici: Estonia, Lettonia e Lituania. Lenin mise in atto una politica per la quale a queste cinque ex-province dell'Impero Russo venne garantita l'indipendenza, mentre a molte altre entità venne concessa un'ampia autonomia.

Dopo la morte di Lenin, nel 1924, ci fu una lotta per la conquista del potere all'interno della leadership del partito tra chi sosteneva la necessità di un allargamento della rivoluzione ad altri paesi (Germania, (soprattutto) e chi teorizzava la possibilità e la necessità (dai primi ritenuta incoerente con il principio marxista dell'internazionalismo) del "socialismo in un solo paese". Il segretario del Partito Iosif Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin, fautore del socialismo nazionale, emerse come nuovo capo contrapponendosi a Lev Trockij, leader dell'Opposizione di sinistra.

Stalin avviò un programma di rapida industrializzazione e di riforme agricole forzate, utilizzando lo stato come leva dell'accumulazione capitalistica russa, mantenendo un'impalcatura ideologica socialista. Per fare ciò ampliò drasticamente la portata della polizia segreta di stato (prima NKVD, poi GPU, e infine KGB), e fece sì che, durante il suo governo, decine di milioni di persone che non appoggiavano la sua politica, venissero uccise o mandate nei Gulag. Particolarmente famoso è il periodo 1936-1939, conosciuto come periodo delle Grandi purghe.

Tra il 1938 e il 1940 l'Unione Sovietica, dopo aver firmato il patto segreto Molotov - Ribbentrop con la Germania nazista, aggredì ed invase e occupò le repubbliche baltiche di Estonia, Lettonia, Lituania, e alcuni territori di Finlandia, Polonia, Romania, e Mongolia. Sotto Stalin, l'Unione Sovietica uscì dalla seconda guerra mondiale (conosciuta in Unione Sovietica come la grande guerra patriottica) come una delle principali potenze mondiali, con un territorio che inglobava forzatamente gli Stati baltici, che riusciranno a tornare nuovamente indipendenti solo nel 1991, e una porzione significativa della Polonia ante-guerra, unitamente ad una sostanziale sfera d'influenza nell'Europa orientale (vedi Impero Sovietico). Il confronto politico tra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti persistette per molti anni e viene denominato con il termine di guerra fredda.

Da Khruščёv a Brežnev [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Storia dell'Unione Sovietica (1953-1985).

Dopo la morte di Stalin si scatenò una nuova lotta per il potere, della quale Nikita Chruščёv risultò vincitore.

Uno dei momenti peggiori nelle relazioni USA-URSS fu la crisi dei missili di Cuba, quando Khruščёv iniziò ad installare missili nucleari a medio raggio sull'isola di Cuba, in cui era da poco stato instaurato un regime socialista simile a quello sovietico.

Khruščёv, che per tutto il suo periodo al potere oscillò tra i poli opposti di una radicale destalinizzazione (conosciuta come distensione) e di una difesa del vecchio ordine (come nel caso dell'invasione dell'Ungheria nel 1956), fu rimosso nel 1964 da un blitz interno al partito, guidato da Leonid Brežnev, che prese il potere e governò fino alla morte nel 1982. Questo evento inaugurò quella che sarebbe stata conosciuta negli anni seguenti come "epoca della stagnazione".

Perestrojka e glasnost' [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Storia dell'Unione Sovietica (1985-1991), Perestrojka e Glasnost'.

Il presidente Michail Gorbačëv, negli anni ottanta, riformò drasticamente la natura oppressiva del governo sovietico con il suo programma di aperture detto glasnost, grazie al quale ad esempio la popolazione non veniva più imprigionata per aver esercitato diritto di parola contro la politica statale. Le sue riforme economiche, dette perestrojka (ristrutturazione), significarono la fine dell'espansionismo russo; l'esercito russo si ritirò dall'Afghanistan, negoziò con gli Stati Uniti una riduzione degli armamenti, e il governo russo cessò di interferire negli affari degli altri Paesi est-europei, i cui regimi comunisti furono rimpiazzati, tra la fine del 1989 e la prima metà del 1990, da governi democratici. I Paesi baltici: Estonia, Lettonia e Lituania inglobati forzatamente nel dopoguerra e ancora occupati dai sovietici, poterono esprimere apertamente il loro dissenso all' annessione. Anche la Germania Est, dopo la caduta del Muro di Berlino, si staccò dall'influenza sovietica e dai suoi vecchi accordi (Comecon, Patto di Varsavia), e nel 1990 confluì nella Repubblica Federale.

Il 1º luglio 1991 venne sciolto ufficialmente il Patto di Varsavia.

Dissoluzione dell'Unione Sovietica [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Putsch di Mosca e Dissoluzione dell'Unione Sovietica .
L'ultimo presidente sovietico Michail Gorbačëv

Nell'agosto 1991 (fra il 19 ed il 21), l'Unione Sovietica si dissolse dopo un fallito colpo di stato, tentato da alcuni elementi dei vertici militari e dello Stato(Janaev,Jazov ed altri), che osteggiavano la direzione verso cui Gorbačëv stava guidando la nazione ed il nuovo patto federativo delle repubbliche sovietiche che doveva essere siglato dopo poche settimane. Forze politiche liberali e democratiche guidate da Boris Eltsin usarono il colpo di stato per mettere in un angolo Gorbačëv (che era formalmente impegnato contro gli ideali dello stalinismo), bandendo il Partito Comunista e spezzando l'Unione. L'8 dicembre 1991 i presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia firmarono a Belavezha il trattato che sanciva la dissoluzione dello Stato sovietico.

In seguito l'Unione Sovietica venne sciolta formalmente dal Soviet Supremo, il 26 dicembre 1991. Il giorno prima Gorbačëv aveva rassegnato le proprie dimissioni da presidente dell'URSS.

Già in precedenza, prima l'11 marzo 1990 la Lituania, e poi nel corso del 1991, dapprima furono le repubbliche baltiche occupate per quasi cinquant'anni dai sovietici e finalmente ora libere di autodeterminarsi, poi le altre repubbliche, avevano dichiarato la propria indipendenza:

L'eredità politica e militare dell'Unione Sovietica fu raccolta dalla Russia, tanto da subentrarle già nel 1991 nelle Nazioni Unite e nel suo Consiglio di Sicurezza come membro permanente.

Politica [modifica]

Dopo la rivoluzione il Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS) mise fuori legge tutti gli altri partiti politici. Il governo della nazione doveva, in teoria, essere portato avanti da soviet locali e regionali eletti democraticamente. In pratica, invece, ogni livello di governo era controllato da un corrispondente gruppo del Partito (vedi centralismo democratico). Il più alto organo legislativo era il Soviet supremo. Il più alto organo esecutivo era il Politburo. (Ulteriori informazioni sulle organizzazioni politiche dell'URSS si possono trovare nell'articolo: Partito Comunista dell'Unione Sovietica).

Il capo del Partito Comunista era il Segretario Generale del PCUS (dal 1953 al 1966 il capo fu il Primo Segretario, il quale a partire da Stalin divenne l'effettivo capo dell'Unione Sovietica nonostante l'esistenza del Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo (poi Presidente del Consiglio dei ministri), carica che poteva talvolta ricoprire così come quella di Presidente dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Capi di governo e di Stato dell'Unione Sovietica [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce capi di governo e di Stato dell'Unione Sovietica.

In ordine cronologico, i leader dell'Unione Sovietica furono:

  1. Vladimir Il'ic Uljanov "Lenin" (1917-1924)
  2. Josif Vissarionovic Dzhugashvili "Stalin" (1924-1953)
  3. Georgij Maksimilianovič Malenkov (marzo - settembre 1953)
  4. Nikita Sergeevič Chruščëv (1953-1964)
  5. Leonid Il'ič Brežnev (1964-1982)
  6. Jurij Vladimirovič Andropov (1982-1984)
  7. Konstantin Ustinovič Černenko (1984-1985)
  8. Mikhail Sergeevič Gorbačëv (1985-1991)

Repubbliche [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce repubbliche dell'Unione Sovietica.
Mappa delle Repubbliche sovietiche


Nei decenni finali della sua esistenza l'Unione Sovietica era costituita da 15 Repubbliche Socialiste Sovietiche (RSS).
La tabella contiene l'evoluzione delle repubbliche sovietiche, gli stati attuali e l'anno della loro adesione ad organismi sovranazionali.

Bandiera dell'URSS Repubblica dell'URSS Stato attuale Bandiera della CSI CSI Bandiera dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico NATO Bandiera dell'Europa EU EURASEC GUUAM OSC
Flag RSFSR 1918.svg
RSS Russa
1922–56 Flag of Russian SFSR.svg
RSS Russa
1956–91 Flag of Russia.svg
Russia
1991 2002 1996
Flag of the Karelo-Finnish SSR.svg
RSS Carelo-Finlandese
1940–56
Flag of Byelorussian SSR.svg
RSS Bielorussa
1922–91 Flag of Belarus.svg
Bielorussia
1991 2002
Flag of Estonian SSR.svg
RSS Estone
1940-41/1944–91 per occupazione Flag of Estonia.svg
Estonia
2004 2004
Flag of Latvian SSR.svg
RSS Lettone
1940-41/1944–91 per occupazione Flag of Latvia.svg
Lettonia
2004 2004
Flag of Lithuanian SSR.svg
RSS Lituana
1940-41/1944–91 per occupazione Flag of Lithuania.svg
Lituania
2004 2004
Flag of Moldavian SSR.svg
RSS Moldava
1940–91 Flag of Moldova.svg
Moldavia
1991 Oss. 1997
Flag of Ukrainian SSR.svg
RSS Ucraina
1922–91 Flag of Ukraine.svg
Ucraina
1991 Oss. 1997
Flag of Transcaucasian SFSR.svg
RSS Transcaucasica
1922–36
Flag of Armenian SSR.svg
RSS Armena
1936–91 Flag of Armenia.svg
Armenia
1991 Oss.
Flag of Azerbaijan SSR.svg
RSS Azera
1936-91 Flag of Azerbaijan.svg
Azerbaijan
1991 1997
Flag of Georgian SSR.svg
RSS Georgiana
1936–91 Flag of Georgia.svg
Georgia
1993-08 1997
Flag of Kazakh SSR.svg
RSS Kazaka
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Kazakistan
1991 2002 1996
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RSS Kirghiza
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Kirghisistan
1991 2002 1996
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RSS Tagica
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Tagikistan
1991 2002 1996
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RSS Turkmena
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Turkmenistan
1991-05
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RSS Uzbeca
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Uzbekistan
1991 1999–05 2001

Geografia [modifica]

L'Unione Sovietica copriva l'area delle 15 nazioni menzionate nella sezione precedente, per una superficie totale di 22 402 200 chilometri quadrati (in totale circa un sesto delle terre emerse del pianeta), e si estendeva su undici fusi orari. I paesi baltici erano stati occupati ed annessi forzatamente, nel 1940. Il territorio sovietico era esteso 5.571.000 km² in europa e 16.831.000 km² in asia. L'U.R.S.S. era composta da 15 repubbliche. L'Unione Sovietica, con oltre 271 milioni di abitanti, era un mosaico di popoli di oltre cento diverse nazionalità differenti tra loro per origine, storia, cultura, tradizioni, e caratteristiche fisiche.Fra i tanti gruppi etnici, appartenenti alla razza dei bianchi e dei mongolidi, predominava quello degli slavi, che raggruppava più del 75 per cento della popolazione.

Economia [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Economia dell'Unione Sovietica.
Un rublo sovietico

L'Unione Sovietica fu la prima nazione a basare la sua economia sui principi del comunismo, in cui lo stato possedeva tutti i mezzi di produzione e l'agricoltura era collettivizzata.

Dai primi articoli della costituzione si ha un'idea precisa di come funzionava il sistema economico in Unione Sovietica:

  « ARTICOLO 4 - La base economica dell'U.R.S.S. è costituita dal comunismo allo stadio primario e dalla proprietà socialista degli strumenti e mezzi di produzione, affermatisi in seguito alla liquidazione del sistema capitalista, all'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e scambio ed all'eliminazione dello sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo.

ARTICOLO 5 - La proprietà socialista nell'U.R.S.S. ha la forma di proprietà di Stato oppure la forma di proprietà cooperativa.

ARTICOLO 6 - La terra, il sottosuolo, le acque, i boschi, le officine, le fabbriche, le miniere, le cave, i trasporti ferroviari, acquei ed aerei, le banche, i mezzi di comunicazione, le grandi aziende agricole organizzate dallo Stato e così pure le aziende comunali e la parte fondamentale del patrimonio edilizio nelle città e nei centri industriali, sono proprietà dello Stato sovietico.

ARTICOLO 7 - Le aziende sociali dei colcos e delle organizzazioni cooperative, con le loro scorte vive e morte, la produzione fornita dai colcos e dalle organizzazioni cooperative, come pure i loro immobili sociali, sono proprietà socialista, dei colcos e delle organizzazioni cooperative. In conformità con lo statuto dell'artel agricolo, ogni famiglia appartenente a un colcos, oltre al provento fondamentale dell'economia collettiva del colcos, ha in godimento personale un piccolo appezzamento di terreno attinente alla casa, e ha in proprietà personale l'impresa ausiliaria impiantata su tale appezzamento, la casa d'abitazione, bestiame produttivo, animali da cortile e l'attrezzamento agricolo minuto.

ARTICOLO 8 - La terra occupata dai colcos viene loro attribuita in godimento gratuito e per una durata illimitata, cioè in perpetuo.

ARTICOLO 9 - Accanto al sistema socialista dell'economia, che è la forma economica dominante nell'U.R.S.S., è ammessa dalla legge la piccola azienda privata dei contadini non associati e degli artigiani, fondata sul lavoro personale, escludente lo sfruttamento del lavoro altrui.

ARTICOLO 10 - Il diritto di proprietà personale dei cittadini sui proventi del loro lavoro e sui loro risparmi, sulla casa di abitazione e sull'impresa domestica ausiliaria, sugli oggetti dell'economia domestica e di uso quotidiano, sugli oggetti di consumo e di comodo personale, come pure il diritto di eredità della proprietà personale dei cittadini - sono tutelati dalla legge.

ARTICOLO 11 - La vita economica dell'U.R.S.S. viene determinata e diretta da un piano statale dell'economia nazionale, allo scopo di aumentare la ricchezza sociale, di elevare costantemente il livello di vita materiale e culturale dei lavoratori, di consolidare l'indipendenza dell'U.R.S.S. e di rafforzare la sua capacità di difesa. »
 
(dalla Costituzione dell'URSS)

Demografia [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce demografia dell'Unione Sovietica.

L'Unione Sovietica fu una delle nazioni più diversificate del mondo, dal punto di vista etnico, con oltre 100 distinte etnie nazionali che vivevano all'interno dei suoi confini. La popolazione totale venne stimata a 293 milioni nel 1991. L'Unione Sovietica era talmente estesa che anche dopo che tutte le sue repubbliche ottennero l'indipendenza, la Russia rimase la più grande nazione per superficie, ed è ancora abbastanza differenziata dal punto di vista etnico, comprendendo ad esempio minoranze di Tatari, Udmurti, e molte altre etnie non russe.

Religione [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce religione in Unione Sovietica.

La separazione tra Stato e Chiesa venne decisa in URSS il 23 gennaio 1918 dai soviet. Lo Stato divenne ufficialmente ateo (vedi ateismo di Stato) e di conseguenza per esso era come se gli ecclesiastici e la religione non esistessero: la religiosità venne ridotta a semplice scelta privata e la chiesa ortodossa costretta a rinunciare a tutti i privilegi come l'esenzione dalle tasse e dal servizio militare ecc. Con la Costituzione sovietica del 1918 venne permesso di svolgere "propaganda religiosa e non-religiosa", ma solo quest'ultima veniva finanziata dallo Stato.

Coloro i quali non svolgevano lavori socialmente utili (ecclesiastici, privati, ecc.) venivano esclusi dal voto e non pagati. Quindi questi ultimi una volta esaurite le risorse di cui erano dotati, dovettero svolgere un altro lavoro per sostentarsi. Venne introdotta infine l'obbligatorietà del matrimonio civile, vennero distrutte le chiese che occupavano suolo pubblico e lasciate solo quelle che sorgevano in desolate campagne, vennero inoltre abolite tutte le feste religiose come ad esempio il Natale.

Con Stalin il processo di laicizzazione dello Stato fu completato. Le costituzioni del 1924 e del 1936 non affermarono più la libertà di propaganda religiosa e antireligiosa, ma solo la libertà di culto in privato. Inoltre Stalin stabilì che il condividere superstizioni religiose (ovvero fare processioni, credere ai miracoli, ecc....) era punito con la prigione, o con la deportazione nei gulag (nel caso di reiterazione), o con la fucilazione se nei gulag il prigioniero opponeva resistenza (quest'ultima regola valida per tutti i deportati). Infine solo in alcune località remote venne concesso di svolgere cerimonie religiose. Ne derivò che delle 54.000 chiese presenti nel territorio dell'URSS nel 1917, nel 1939 ne rimanevano 700. Durante la seconda guerra mondiale Stalin diede una tregua alla campagna antireligiosa e chiese al patriarca Sergio I di Mosca (in seguito ad un incontro avvenuto tra i due) di supportare moralmente i soldati al fronte contro i nazisti. Nello stesso periodo Sergio I rientrò a Mosca e morì nel 1944.

Con Nikita Khruščёv riprendono le misure più restrittive verso la Chiesa, e si riprende l'ateismo di Stato dopo la tregua iniziata nel 1943 e durata sino al 1954. Soltanto negli anni '80 vi fu una tregua nella lotta antireligiosa. La situazione perdurò fino al 1990, ovvero fino a quando Gorbačëv permise la libera propaganda religiosa. Il governo sovietico non fece mai delle ricerche sulla percentuale di popolazione religiosa presente sul territorio.

Cultura [modifica]

Scienza e tecnologia [modifica]

Il primo satellite artificiale sovietico, lo Sputnik 1

L'Unione Sovietica possedeva un ben organizzato sistema educativo. Molti furono gli scienziati formatisi negli istituti universitari statali, e 16 cittadini sovietici furono nel corso degli anni insigniti del Premio Nobel.

Nel 1957 l'Unione Sovietica realizzò e mise in orbita il primo satellite artificiale nella storia dell'umanità: lo Sputnik 1.

Nel 1961 il sovietico Jurij Gagarin fu il primo uomo nello spazio. L'Unione Sovietica vantava anche un moderno esercito, anche se spesso carente di fondi. Le unità antiaeree e corazzate probabilmente erano tecnologicamente superiori a quelle statunitensi nella seconda metà della guerra fredda. Negli anni 80' l'Unione Sovietica mise in orbita la prima vera e propria stazione spaziale a lunga durata: la MIR, che in russo significa sia mondo che pace.

La MIR era stata progettata per durare massimo 5 anni, ma nonostante i carenti fondi e le mille difficoltà la MIR rimase in orbita per ben 15 anni. Gli ICBM sovietici (come quelli russi oggi) erano i più potenti e potevano coprire distanze maggiori di qualsiasi altro missile.

L'Unione Sovietica fu a lungo all'avanguardia anche nello sfruttamento civile dell'energia nucleare e varò nel 1957 la prima nave di superficie a propulsione atomica, il rompighiaccio Lenin. Come in altri campi della scienza e della tecnologia anche in quello nucleare il declino economico dell'URSS provocò ritardi e malfunzionamenti che culminarono, almeno a livello mediatico, nel disastro di Černobyl' del 1986.

Festività [modifica]

Data Nome italiano Nome locale Note
1º gennaio Capodanno Новый Год  
23 febbraio Giorno dell'esercito sovietico День Советской Армии и Военно-Морского Флота Rivoluzione di febbraio 1917,

costituzione dell'Armata Rossa, 1918

8 marzo Giornata Internazionale della Donna Международный Женский День  
12 aprile Giorno del primo volo nello spazio День Космонавтики Il giorno in cui Jurij Gagarin fece il primo volo nello spazio.
1 maggio Festa del lavoro Первое Мая - День Солидарности Трудящихся  
9 maggio Giorno della vittoria День Победы Capitolazione della Germania Nazista, 1945
7 ottobre Giorno della Costituzione dell'URSS День Конституции СССР Proclamazione della nuova Costituzione sovietica nel 1977
7 novembre - 8 novembre Grande Rivoluzione Socialista di ottobre Седьмое Ноября La Rivoluzione d'Ottobre 1917; viene attualmente chiamata День Примирения (Giorno della Riconciliazione)

Storia dell'Unione Sovietica (1922-1953)

La Storia dell'Unione Sovietica dal 1922 al 1953 venne caratterizzata da quattro eventi politici fondamentali: il consolidamento della rivoluzione d'ottobre, la morte di Vladimir Lenin e il dominio di Josif Stalin che andò ad intrecciarsi con il secondo conflitto mondiale e la grande guerra patriottica.

L'uomo d'acciaio cercò di rimodellare la società sovietica con un'aggressiva programmazione economica, dando particolare rilevanza ad una radicale collettivizzazione dell'agricoltura ed allo sviluppo dell'industria, in particolare quella pesante. Inoltre egli dotò l'URSS di una polizia segreta molto efficiente e di un partito in grado di avere un'enorme influenza nel paese; gli oppositori del dittatore georgiano puntano il dito contro le sue celebri "purghe" che eliminarono un elevato numero di oppositori del regime.

Alla morte di Stalin, l'URSS era ormai diventata una grande potenza mondiale: non solo esercitava il ruolo di stato-guida del mondo comunista, ma aveva anche creato un'alleanza di stati comunisti (il patto di Varsavia) che si frapponevano frontalmente e dichiaratamente agli Stati Uniti e al mondo capitalista. La forza militare dimostrata nello scontro contro il Terzo Reich e il possesso della bomba atomica, fatta esplodere per la prima volta nel 1948, furono due elementi che resero ancora più accesa la guerra fredda URSS-USA.

Indice

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La NEP (Nuova Politica Economica) [modifica]

Questa voce è parte della serie
Storia della Russia

Durante la guerra civile, Lenin adottò il comunismo di guerra, una politica economica che comportava la suddivisione delle proprietà terriere e la confisca dei surplus agricoli. La rivolta di Kronstadt segnalò la crescente impopolarità del comunismo di guerra nelle campagne: nel marzo 1921, alla fine della guerra civile, i marinai disillusi, principalmente contadini che erano stati inizialmente dei convinti sostenitori dei Bolscevichi, sotto il governo provvisorio, si rivoltarono contro il nuovo regime. Anche se l'Armata Rossa, comandata da Lev Trotsky, attraversò il Mar Baltico congelato e soffocò rapidamente la rivolta, questo segno di crescente malcontento costrinse il Partito, alla cui guida era Lenin, ad incoraggiare una vasta alleanza con la classe operaia e i contadini (che erano l'80% della popolazione), anche se i Marxisti-Leninisti ortodossi favorivano un regime rappresentativo unicamente degli interessi del proletariato rivoluzionario.

Lenin, di conseguenza pose fine al comunismo di guerra e istituì la Nuova Politica Economica (NEP) incoraggiata anche da un altro eminente membro del partito, Nikolaj Ivanovič Bucharin, nel quale lo stato permetteva l'esistenza di un mercato limitato. Vennero consentite piccole imprese private, la possibilità di assumere manodopera da parte di queste ultime (sia industriali, sia contadine) e la possibilità per investitori esteri di partecipare ad alcune attività economiche.

La NEP Sovietica (1921-1929) fu essenzialmente un periodo di "socialismo di mercato", simile a quello della riforma di Deng nella Cina comunista dopo il 1978, in quanto entrambi prevedevano un ruolo per l'impresa privata e un mercato basato sul commercio e i prezzi, piuttosto che sulla pianificazione centralizzata. Come interessante aneddoto, durante il primo incontro, agli inizi degli anni ottanta, tra Deng Xiaoping e Armand Hammer, un industriale americano e prominente investitore nell'Unione Sovietica di Lenin, Deng premette su Hammer per ottenere più informazioni possibili sulla NEP.

Con i nuovi incentivi di mercato che aumentavano la produttività, le rendite agricole non solo recuperarono i livelli ottenuti prima della Rivoluzione Bolscevica, ma migliorarono molto. La frammentazione delle proprietà terriere quasi feudali dell'era Zarista diede ai contadini grandi incentivi per massimizzare la produzione. Essendo in grado di vendere il loro surplus sul mercato libero, le spese dei contadini diedero una spinta al settore manifatturiero delle aree urbane. Come risultato del NEP, e della frammentazione della proprietà terriera, mentre il Partito Comunista consolidava il suo potere, l'Unione Sovietica divenne il primo produttore di grano del mondo. La NEP però ebbe però enormi limiti. L'industria russa era terribilmente debole, e i suoi prodotti, che erano scarsi sul mercato, avevano prezzi molto più alti rispetto a quelli agricoli. Questo determinò che i contadini non spendessero le eccedenze per comprare quei prodotti, ma preferivano accumularle, oppure utilizzarle per aumentare i propri consumi. Questo accadeva perché i contadini, abituati a politiche spietate, temevano che da un momento all'altro il governo alzasse il prezzo dei prodotti agricoli. Tutto questo non aiutò Lenin nel suo programma di sviluppo dell'industria, perché egli aveva previsto che, con la NEP, si potesse creare un'alleanza (per così dire) fra agricoltura e industria, che permettesse a quest'ultima di equipaggiare gradualmente l'agricoltura con mezzi più evoluti ed efficienti, così da permettere l'aumento della produttività, e liberare le risorse per l'acquisizione e la produzione dall'estero di attrezzature per l'industria.

L'agricoltura, comunque, si sarebbe ripresa dalla guerra civile più rapidamente dell'industria pesante. Le fabbriche, gravemente danneggiate dalla guerra civile e dal deprezzamento del capitale, erano molto meno produttive. In aggiunta, l'organizzazione delle imprese in cartelli o sindacati, rappresentanti un particolare settore dell'economia, avrebbe contribuito al disequilibrio tra l'offerta e la domanda associata ai monopoli. A causa della mancanza di incentivi portati dalla competitività dei mercati, i cartelli erano invogliati a vendere i loro prodotti a prezzi più alti.

La più lenta ripresa dell'industria pose alcuni problemi ai contadini, che costituivano circa l'80% della popolazione. Poiché l'agricoltura era relativamente più produttiva, gli indici relativi dei prezzi per i beni industriali erano più alti di quelli dei prodotti agricoli. Il risultato di questo fu che Trotsky parlò di Crisi delle forbici a causa della forma a forbice dei grafici rappresentanti i movimenti negli indici di prezzo relativi. In maniera più semplice, i contadini dovevano produrre più grano per acquistare i beni di consumo delle aree urbane. Come risultato, alcuni contadini trattennero gli eccessi di produzione in attesa di prezzi più alti, contribuendo a lievi carenze nelle città. Questo è il comportamento di un mercato speculativo ed alcuni degli esponenti di vertice del Partito Comunista, che non condividevano l'economia di mercato, censurarono questo fenomeno, considerandolo uno sfruttamento dei consumatori urbani.

Nel frattempo il Partito fece dei passi costruttivi per compensare la crisi, tentando di abbassare i prezzi dei beni manifatturieri e di stabilizzare l'inflazione, tramite l'imposizione del controllo dei prezzi sui beni industriali fondamentali e spezzando i cartelli allo scopo di incoraggiare la competizione del mercato.

La morte di Lenin [modifica]

Il Partito si divide in fazioni [modifica]

Poiché i meccanismi di successione non erano stati stabiliti nelle procedure del Partito, la morte di Lenin, avvenuta nel 1924, sollevò una feroce lotta tra fazioni. Questa "lotta per la successione" coinvolgeva principalmente due esponenti, Lev Trockij e Stalin.

Trockij sosteneva che la rivoluzione dovesse essere una "rivoluzione permanente", cioè che si dovessero cogliere tutte le occasioni per organizzare e provocare la rivoluzione proletaria in tutto il mondo, specialmente in Europa; Stalin, al contrario, lanciò la formula opposta del "socialismo in un solo paese", cioè sostenne la possibilità di costruire in Russia una società socialista, anche senza che vi fosse una rivoluzione proletaria anche negli altri paesi dell'Occidente. Più che una diversità di tattica, il contrasto rivelava una completa differente concezione della società socialista. Mentre per Stalin, in sostanza, il socialismo di configurava come l'abbattimento delle classi capitalistiche e all'industrializzazione del paese, per Trockij il problema era assai più complesso.

Sotto il punto di vista economico, l'ala radicale guidata da Trockij si era da tempo opposta al NEP per ragioni ideologiche, e sfruttò la "crisi della forbice" per guadagnarsi un capitale ideologico sull'ala moderata del partito, che appoggiava il NEP, guidata da Nikolaj Ivanovič Bucharin. Inizialmente, Stalin si unì alla fazione Bukhariniana per sconfiggere Trockij. In seguito però si schierò contro i moderati che appoggiavano il NEP, una volta che Trockij venne esiliato, allo scopo di consolidare il suo controllo sul Partito e sullo Stato.

Stalin consolida il potere [modifica]

Busto bronzeo di Stalin

Allo scopo di escogitare un pretesto per abbandonare la NEP, Stalin si mosse per sfruttare i problemi associati con la "crisi della forbice". In aggiunta a ciò, egli si indirizzò all'ascesa dei "Nepmen"(piccoli commercianti che traevano profitto dal fiorente commercio urbano-rurale) e dei "Kulaki" (la classe media emergente dei contadini e allevatori) sotto la NEP, come a nuove classi capitaliste, ostili al monopolio sul potere da parte del Partito. Poiché l'economia della NEP era un'economia mista, egli fu in grado di riconoscere nell'inflazione e disoccupazione i mali del mercato.

Stalin si mosse da un lato all'altro e liberò il Partito da entrambe le fazioni forgiando un percorso di sviluppo che integrava le idee di entrambi i campi. Adattò la posizione "di sinistra" che si opponeva all'agricoltura di mercato allo scopo di produrre rapidamente le basi materiali del comunismo nonostante le condizioni sfavorevoli. Ma appoggiò anche la nozione propria della fazione "di destra", che favoriva il concentrarsi sullo sviluppo economico invece che esportare la rivoluzione. Riguardo a questo, favorì anche la massiccia esportazione di grano e materie prime; le entrate ottenute dagli scambi con l'estero permisero all'Unione Sovietica di importare la tecnologia straniera necessaria allo sviluppo industriale.

A quel tempo, Stalin aveva una reputazione come rivoluzionario, "bolscevico devoto" e "braccio destro" di Lenin. In realtà Lenin diffidava di Stalin, e prima della sua morte aveva scritto una lettera al congresso dei soviet, nota come "Testamento di Lenin" in cui affermava che Stalin era "rude", "intollerante" e "capriccioso". Stalin e i suoi fiancheggiatori avevano fatto sparire queste lettere, che saltarono fuori solo dopo la morte di Stalin nel 1953.

Industrializzazione stalinista [modifica]

Al Quindicesimo Congresso del Partito, nel dicembre 1927, Stalin, ora inamovibile dittatore, abbandonò la NEP. Avvertendo i delegati di un imminente accerchiamento capitalista, sottolineò che la sopravvivenza e lo sviluppo potevano avvenire solo perseguendo il rapido sviluppo dell'industria pesante. Stalin rimarcò che l'Unione Sovietica era "da cinquanta a cento anni più indietro, rispetto alle nazioni avanzate" (Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito, ecc.), e che bisognava quindi assottigliare "questa distanza in dieci anni". In un forse sinistro presagio della seconda guerra mondiale, Stalin dichiarò, "O riusciamo a farcela o verremmo schiacciati". L'abbandono della NEP da parte di Stalin, con il primo Piano Quinquennale steso dal GOSPLAN nel 1929 fu il punto di svolta della storia Sovietica, stabilendo una pianificazione centrale orientata verso una rapida industrializzazione pesante come base delle decisioni economiche.

Per sorvegliare la radicale trasformazione dell'Unione Sovietica, il Partito, sotto la direzione di Stalin, fondò il GOSPLAN (la Commissione Statale di Pianificazione Generale), un organo del Partito Comunista responsabile della guida dell'economia socialista verso un'industrializzazione accelerata. Nell'aprile 1929 il GOSPLAN rilasciò due bozze congiunte che diedero inizio al processo che avrebbe industrializzato una nazione principalmente agricola. Questo rapporto di 1700 pagine divenne la base del primo Piano Quinquennale per la Costruzione Economica Nazionale, o "Pjatiletka", che chiamava per il raddoppio delle scorte di capitale dell'Unione Sovietica tra il 1928 e il 1933. Passando dalla NEP di Lenin, il Piano Quinquennale sarebbe stato il rapido, incredibile processo di trasformazione di una nazione principalmente agricola, composta da contadini e che emergeva dall'assolutismo zarista, in una superpotenza industriale. In effetti, gli obiettivi iniziali erano quelli di gettare le basi per una futura, crescita economica esponenziale.

Breve panoramica sulla pianificazione economica [modifica]

Il nuovo sistema economico spinto dal Piano Quinquennale comportava una serie complicata di arrangiamenti della pianificazione. In un piano ideale, il Politburo inviò la sua lista di priorità per il Piano Quinquennale al Consiglio dei ministri, che la elaborò e la inviò alla Commissione di Pianificazione Statale o GOSPLAN, il quale disaggregò le priorità per i suoi dipartimenti. I dipartimenti lavorarono sulle bozze delle varie parti del piano, che vennero riaggregate in una bozza completa dal GOSPLAN. Questa bozza del piano sarebbe stata mandata al Consiglio dei ministri, al Politburo del Partito e al Segretariato del Comitato Centrale. Il Consiglio dei ministri avrebbe scomposto il piano in compiti per i vari ministeri, quindi in unità ancor più piccole, eventualmente al livello della singola impresa.

Le imprese quindi valutavano la fattibilità degli obiettivi e stimavano i contributi necessari, il che rappresentava la fase più intensa di contrattazione del processo decisionale della pianificazione economica. Le stime fatte dopo questo processo di contrattazione venivano riaggregate al Consiglio dei ministri, che le inviava revisionate al GOSPLAN. La ristesura del piano veniva quindi inviata al Consiglio dei ministri, al Politburo del Partito e al Segretariato del Comitato Centrale per l'approvazione. Il Consiglio dei ministri sottometteva il Piano al Soviet Supremo e il Comitato Centrale sottometteva il piano al Congresso Nazionale del Partito, per un'approvazione senza discussioni. In quel momento il processo era completo e il piano diventava legge.

Il primo Piano Quinquennale si concentrò sulla mobilitazione delle risorse naturali, per costruire la base dell'industria pesante nazionale, incrementando la produzione di carbone, ferro, e altre risorse vitali. Pagando un alto prezzo umano, questo processo ebbe ampiamente successo, forgiando un'importante base per uno sviluppo industriale più rapido di quello di qualsiasi altra nazione della storia. Comunque, con l'economia che divenne più complessa negli anni dopo Stalin, la prudenza del processo decisionale di pianificazione economica si sarebbe rivelato meno adatto a raggiungere la crescita attraverso l'innovazione tecnologica e i miglioramenti nella produttività, risultando così in una stagnazione associata agli ultimi anni precedenti alla dissoluzione dell'Unione Sovietica.

Collettivizzazione e industrializzazione in pratica [modifica]

Con la NEP, l'abbandono della requisizione del surplus agricolo del periodo del Comunismo di Guerra (1917-1921), diede ai contadini incentivi individuali per incrementare la produttività agricola, permettendogli di vendere l'eccesso di produzione sul mercato libero. Il processo di collettivizzazione, comunque, supervisionato dal primo Piano Quinquennale, abbandonò questa politica. Al suo posto i contadini vennero costretti a cedere i loro appezzamenti privati, lavorare per le fattorie collettive, e vendere i loro prodotti allo stato per un basso prezzo imposto da quest'ultimo.

Ora che lo stato era in grado di accaparrarsi il surplus agricolo, era anche in grado di esportare grano in cambio della valuta straniera di cui aveva bisogno per importare la tecnologia necessaria per l'industrializzazione pesante. Ad ogni modo, i contadini si opposero amaramente a questo processo, e in molti casi uccisero il proprio bestiame piuttosto che darlo alle fattorie collettive. Nonostante le aspettative, la collettivizzazione portò a un crollo nella produzione agricola, che non riprese i livelli del NEP fino al 1940. Gli svantaggi della collettivizzazione russa peggiorarono le condizioni della carestia in un periodo di siccità, specialmente in Ucraina e nella regione del Volga. Il numero di persone che morirono per queste carestie è stimato tra i due e i cinque milioni. Il reale numero di vittime è ancora oggi al centro di dure dispute.

Ad ogni modo, la mobilitazione delle risorse da parte della pianificazione statale aumentò la base industriale della nazione. La produzione di ghisa, necessaria per lo sviluppo di un'infrastruttura industriale non esistente, crebbe da 3,3 milioni a 10 milioni di tonnellate all'anno. Il carbone, il prodotto che alimentava le economie moderne e l'industrializzazione comunista, passò con successo da 35,4 milioni a 75 milioni di tonnellate, e la produzione di minerali ferrosi crebbe da 5,7 milioni a 19 milioni di tonnellate. Numerosi complessi industriali come a Magnitogorsk e Kuzneck, le fabbriche di automobili di Mosca e Gor'kij, le industrie di macchinari pesanti degli Urali e di Kramatorsk, e le fabbriche di trattori di Charkiv, Stalingrado e Čeljabinsk, erano state costruite o in costruzione.

Basandosi quasi esclusivamente su queste cifre, il Piano Quinquennale era stato completato al 93,7% in soli quattro anni, mentre le parti riguardanti l'industria pesante furono soddisfatte al 108%. Stalin, nel dicembre 1932, dichiarò al Comitato Centrale che il Piano era stato un successo, poiché gli incrementi nella produzione di carbone e ferro avrebbero alimentato il futuro sviluppo economico. Alcuni storici hanno addirittura suggerito che il primo Piano avrebbe avuto ancora più successo se l'URSS non avesse dovuto affrontare la crisi economica presente all'estero, che era fuori dal suo controllo.

Secondo Robert C. Tucker, il Piano quinquennale venne rallentato "solo a causa del rifiuto di stipulare patti di non aggressione da parte delle nazioni confinanti e da complicazioni nell'estremo oriente", come l'occupazione giapponese della Manciuria cinese nel 1931, che faceva presagire la guerra e costrinse l'URSS a convertire alcune fabbriche alla produzione di munizioni, per colmare la distanza nel potenziale difensivo.

Anche se indubbiamente segnò un incredibile salto nella capacità industriale, il Piano Quinquennale, ovviamente, fu molto duro per gli operai; le quote di produzione erano estremamente difficili da raggiungere, richiedendo ai minatori di fare giornate lavorative di 16-18 ore. Il fallimento nel soddisfare le quote poteva risultare in accuse di tradimento. Le condizioni di lavoro erano povere, e anche rischiose. Secondo alcune stime, 127.000 operai morirono durante i quattro anni dal 1928 al 1932. A causa dell'allocazione di risorse per l'industria, associata al decremento di produttività introdotto dalla collettivizzazione, si ebbe una carestia. Anche l'uso del lavoro forzato non deve essere trascurato. Nella costruzione dei complessi industriali, i detenuti dei campi di lavoro vennero usati come risorse spendibili.

Dal 1921 fino al 1954, durante il periodo dell'industrializzazione forzata, guidata dallo stato, si sostiene che 3,7 milioni di persone vennero condannate per supposti crimini contro-rivoluzionari, in queste cifre sono compresi 600.000 condannati a morte, 2,4 milioni di condannati ai campi di lavoro e 700.000 condannati all'espatrio. Altri stimano che queste cifre furono molto più alte. Così come per le carestie, le prove a supporto di queste cifre elevate sono disputate da alcuni storici, anche se rappresentano un'opinione di minoranza.

Cambiamenti nella società sovietica: modernizzazione [modifica]

Stemma dell'Unione Sovietica

Le politiche industriali di Stalin migliorarono ampiamente la qualità della vita per la maggioranza della popolazione, anche se il discusso numero di vittime provocate da tali politiche macchia il risultato ottenuto.

L'occupazione, ad esempio, crebbe notevolmente; 3,9 milioni era la cifra attesa per il 1923, ma la cifra fu in realtà un incredibile 6,4 milioni. Per il 1937, il numero crebbe ancora, a circa 7,9 milioni, e nel 1940 era di 8,3 milioni. Tra il 1926 e il 1930, la popolazione urbana aumentò di 30 milioni di unità. La disoccupazione era stata un problema durante il periodo degli Zar e anche sotto il NEP, ma non fu un fattore principale dopo l'implementazione del programma di industrializzazione Stalinista. La mobilitazione di risorse per industrializzare la società agricola creò il bisogno di forza lavoro, il che significò che la disoccupazione andò virtualmente a zero. Vennero iniziati diversi progetti ambiziosi, e questi fornirono materie prime, non solo per gli armamenti, ma anche per i beni di consumo.

Le fabbriche di automobili di Mosca e Gor'kij producevano automobili che il pubblico poteva utilizzare, e l'espansione dell'industria pesante e della produzione di acciaio, rese possibile costruire un grande numero di automobili. La produzione di camion e auto, ad esempio, raggiunse le 200.000 unità nel 1931. Poiché gli operai dell'industria necessitavano di educazione, il numero di scuole aumentò. Nel 1927, 7,9 milioni di studenti frequentavano 118.558 scuole. Questi numeri salirono a 9,7 milioni di studenti e 166.275 scuole per il 1933. In aggiunta, 900 dipartimenti specialistici e 566 istituzioni vennero costruiti ed erano funzionanti per il 1933.

La popolazione sovietica beneficiò anche di un certo livello di liberalizzazione sociale. Le donne ricevevano un'educazione adeguata e paritetica, e avevano gli stessi diritti per l'impiego, accelerando il miglioramento delle condizioni di vita delle donne e delle famiglie. Lo sviluppo stalinista contribuì anche al progresso della sanità, che aumentò di molto le aspettative di vita per il tipico cittadino sovietico, e la sua qualità della vita. Le politiche di Stalin garantirono ai sovietici un accesso universale all'educazione e alla sanità, permettendo a questa generazione di essere la prima a non temere tifo, colera e malaria. Il numero di casi per queste malattie scese ai minimi storici, aumentando l'aspettativa di vita di decenni.

Le donne sovietiche nel periodo di Stalin, furono anche la prima generazione di donne in grado di partorire con sicurezza negli ospedali, con accesso alle cure prenatali. L'educazione fu anch'essa un esempio di miglioramento della qualità della vita conseguente allo sviluppo economico. La generazione nata durante il governo di Stalin fu la prima quasi completamente alfabetizzata. Gli ingegneri venivano inviati all'estero per apprendere la tecnologia industriale, e centinaia di ingegneri stranieri vennero portati in Russia per lavorare a contratto. Anche i trasporti vennero migliorati, con la costruzione di molte nuove ferrovie. I lavoratori che eccedevano la loro quota di produzione, gli Stakhanovisti, ricevevano molti incentivi per il loro lavoro. Potevano quindi permettersi di comprare beni che venivano prodotti in massa dall'economia sovietica in rapida espansione.

Naturalmente, queste conquiste complessive non erano universali. I Kulak (i contadini benestanti), vennero insediati forzosamente in Siberia (gran parte dei kulak servì nei campi di lavoro forzato). Nel 1975, Abramov e Kocharli stimarono che 265.800 famiglie di kulak vennero inviate nei Gulag nel 1930. Nel 1979, Roy Mendvedev usò le stime di Abramov e Kocharli per calcolare che 2,5 milioni di contadini vennero esiliati tra il 1930 e il 1931, ma egli sospetta di aver sottostimato il numero totale. Tragicamente, la Siberia era sia scarsamente popolata, che il luogo dove si trovavano la maggior parte delle risorse naturali dell'Unione Sovietica. Il lavoro forzato, in larga misura, spiega i livelli incredibilmente alti nello sfruttamento delle risorse naturali di base, durante le prime fasi dello sviluppo industriale.

Grandi purghe [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Grandi purghe.

Mentre si svolgeva questo processo, Stalin consolidò un potere quasi assoluto con le Grandi purghe contro i suoi supposti oppositori politici e ideologici, soprattutto nel gruppo scelto e nelle file del Partito Bolscevico. Questo recente consolidamento del potere può essersi reso necessario considerando il livello di malcontento risultante dalla collettivizzazione dell'agricoltura. Le misure adottate contro gli oppositori e i sospetti oppositori andavano dall'imprigionamento nei campi di lavoro (Gulag) all'assassinio (come quello di Lev Trotsky e forse di Sergei Kirov). Il periodo del 1936-1937 viene spesso chiamato il Grande terrore, con migliaia di persone (anche solo vagamente sospettate di opporsi al regime di Stalin) che vennero uccise o imprigionate. Si reputa che Stalin abbia firmato personalmente 40.000 condanne a morte di sospetti oppositori politici.

Durante questo periodo, le pratiche dell'arresto di massa, della tortura e dell'imprigionamento degli oppositori al regime di Stalin divenne comune. Secondo stime proprie del KGB, 681.692 persone vennero giustiziate solo nel periodo 1937-38 (anche se molti storici ritengono che questo numero sia sottostimato), e milioni di persone vennero deportate nei Gulag.

Diversi processi spettacolo vennero tenuti a Mosca, per servire da esempio per i processi che le corti locali dovevano portare avanti in altre parti della nazione. Ci furono quattro processi chiave dal 1936 al 1938, il processo dei sedici fu il primo (dicembre 1936); quindi il processo dei diciassette (gennaio 1937); il processo ai generali dell'Armata Rossa, compreso il maresciallo Tuchačevskij (giugno 1937); e infine il processo dei ventuno (compreso Bucharin) nel marzo 1938.

A dispetto dell'apparenza progressista della costituzione di Stalin, emanata nel 1937, il potere del Partito era in realtà subordinato alla polizia segreta, il meccanismo tramite il quale Stalin si assicurò la sua dittatura attraverso il terrore di stato.

Repressione [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Gulag.

Sin dal 1921, quando a Kronstadt ci fu la rivolta antisovietica dei marinai anarchici, socialisti rivoluzionari, menscevichi e anche bolscevichi (lo storico Nicolas Werth ritiene che circa la metà dei duemila bolscevichi della cittadina parteciparono all'insurrezione) contro il sistema sovietico, i dirigenti sovietici progettavano il superamento della dittatura del proletariato con forme crescenti di quella che definivano una democrazia proletaria, democrazia socialista o democrazia popolare. La democrazia popolare si rivelava ben presto non il governo della maggioranza degli ex-oppressi ma ancora una volta quello di una minoranza che concentrava nelle sue mani tutti i poteri: politico, economico, ideologico; l'ispirazione democratica volta a promuovere l'interesse delle masse popolari restò il fine dichiarato e sostanzialmente falso dei dittatori comunisti.

In particolare Lenin diede inizio al terrorismo di Stato sovietico: nei presupposti dottrinari di quel tipo di pratica terroristica appariva evidente l'ambivalenza del terrorismo, inteso come strumento repressivo di ogni tentativo contrario ma pure come arma intimidatoria verso eventuali carenze di consenso o eccessi di libertà verificantesi tra le masse. Lo Stato sovietico era inteso come totale preminenza degl'interessi e dei diritti dello Stato-partito quindi come rigido finalismo statale subordinante l'esigenze e le attività dei singoli cittadini o gruppi sociali. La dittatura del partito comunista sul popolo russo fu attuata da Lenin con la rivoluzione bolscevica; l'opposizione di gruppi organizzati nell'àmbito del partito fu vietata nel 1921 dalle decisioni del X congresso. Stalin organizzò il passaggio dalla dittatura al totalitarismo; Stalin eliminò uno dopo l'altro i capi del partito che potessero reggere per prestigio e autorità al suo confronto e instaurò un regime di autocrazia personale detto anche stalinismo.

Mediante la collettivizzazione agricola e l'industrializzazione promossa dallo stato a ritmo serratissimo, Stalin ammodernò l'economia e l'apparato statale istituendo il più efficace strumento che mai si fosse visto nella storia russa per controllare le vite degli operai e dei contadini. I mezzi per la diffusione delle notizie tra le masse vennero impiegati per diffondere una sola ed esclusiva verità che, pur potendo improvvisamente mutare da un giorno all'altro, aveva sempre un carattere impegnativo e perentorio per tutti i sudditi sovietici. Questa verità era rivelata dal capo onnisciente ossia Stalin, la cui immagine, resa sempre più simile a quella di un dio, era venerata ogni giorno davanti agli occhi di tutti. Il culmine dell'accentramento dei poteri nelle mani dell'autocrate fu raggiunto con le grandi purghe ossia l'assassinio di molti dirigenti sovietici nel periodo 1936-1938.

Il regime di Stalin era totalitario per tre aspetti d'importanza fondamentale che distinguono il totalitarismo dalla dittatura: mentre la dittatura esercita un potere negativo dicendo ai sudditi che cosa non debbono fare o dire, il totalitarismo attua anche un potere positivo prescrivendo che cosa i sudditi debbono fare, dire e pensare. La dittatura suole distinguere tra vita pubblica e vita privata esigendo fedeltà solo nell'àmbito della prima; il totalitarismo non riconosce simili distinzioni investendo l'intera vita dei sudditi. La dittatura è spietata per quel che riguarda il potere politico ma ammette un àmbito della vita morale da non invadere; per i totalitari invece l'unico criterio morale è la sottomissione al volere del capo.

La polizia dell'Unione Sovietica svolgeva numerose attività. La polizia in uniforme corrispondente a quella degli altri stati moderni costituiva la milizia; altri grandi reparti di polizia indipendenti dal comando dell'esercito regolare avevano tuttavia armi moderne, compresi carri armati e aerei. Uno di questi reparti era formato dalle Guardie di frontiera che vigilavano i confini sovietici contro il contrabbando, gl'ingressi ed espatri non autorizzati. Altre truppe formavano il reparto di sicurezza ossia un corpo speciale di formazione politica scelta dipendente dal ministero dell'Interno o dal ministero della Sicurezza di Stato. A questo corpo speciale erano affidati il controspionaggio e lo spionaggio con una rete di agenti che controllavano tutte le grandi istituzioni della nazione, le fabbriche, i centri ferroviari, gli uffici governativi centrali e locali.

Gli ufficiali di questo corpo speciale avevano il compito di controllare segretamente la condotta dei militari di qualsiasi grado e di arruolare informatori. I danni che derivavano al morale e all'efficienza dell'esercito erano considerati necessari per garantire al regime totalitario il completo controllo sui propri soldati. Sempre questo corpo aveva il compito di scoprire qualsiasi attività contraria al regime, conoscere le opinioni della gente, persino su argomenti estranei alla politica, indirizzare tutte le attività secondo schemi preordinati. Non si poteva fare alcunché all'insaputa o senza l'approvazione della polizia. Sarebbe stato impossibile costituire una società per caccia alle farfalle escludendo la presenza di agenti che dovevano riferire sul comportamento dei soci.

La polizia era effettivamente lo strumento di polverizzazione della società, tipica dei governi totalitari: ogni individuo doveva essere isolato, doveva trovarsi solo davanti al potere immenso dello stato e i suoi rapporti con gli altri individui della comunità potevano avvenire esclusivamente nell'ambito di organizzazioni promosse dallo stato per fini politici generali. La polizia disponeva anche di risorse economiche autonome, di un proprio territorio statale nell'àmbito dello stato, particolarmente nelle lontane regioni forestali e minerarie, dove enormi contingenti di manodopera formata da prigionieri politici lavoravano in condizioni che avrebbero reso impossibile l'impiego di lavoratori liberi senza il ricorso a salari elevati e antieconomici. Nel 1954 il reparto di sicurezza diventò dipendente dal Comitato di stato per la sicurezza ossia KGB.

Al principio del decennio 1930-1940 l'ondata di collettivizzazione delle terre era terminata in un compromesso. I contadini, benché non potessero esimersi dall'obbligo di far parte delle fattorie collettive, avrebbero potuto d'allora in poi conservare un piccolo podere, vicino casa, ove era consentito produrre quanto bastava al fabbisogno familiare. Inoltre, dopo la consegna all'ammasso delle quote fissate, i contadini erano autorizzati a trattenere l'eccedenze per il proprio consumo e per la vendita al mercato libero. Quei poderi assolvevano un compito importante nell'economia agricola poiché su di essi viveva circa metà del bestiame dell'Unione Sovietica, dopo la seconda guerra mondiale:in quegli anni il partito cercò d'indurre i contadini a impegnarsi maggiormente nelle fattorie collettive ossia kolchoz.

Le contrastanti esigenze di lavoro delle fattorie collettive e dei poderi ricordavano il contrasto tra l'esigenze dei latifondisti e quelle dei contadini piccoli proprietari nel periodo del servaggio in Russia prima del 1861. Nel 1967 la quantità di fattorie collettive dei contadini era diminuita notevolmente. Le difficoltà dell'agricoltura sovietica rimasero insolute. Teoricamente si sarebbe potuta incrementare la produzione consentendo la proprietà individuale e il libero mercato ma questo sarebbe stato capitalismo e si doveva respingere per ragioni di principio. I contadini non potevano diventare imprenditori né potevano avere un salario come gli operai dell'industria: i contadini salariati erano solo quelli delle fattorie di stato ossia sovchoz. Il bilancio dello stato non poteva garantire salari e assicurazioni sociali ai contadini delle fattorie collettive.

"La Grande Guerra Patriottica" (seconda guerra mondiale) [modifica]

La guerra e lo sviluppo stalinista [modifica]

L'industrializzazione pesante contribuì alla vittoria sovietica sulla Germania Nazista. L'Armata Rossa capovolse da sola l'espansione dei nazisti verso est, con il punto di svolta sul Fronte orientale che fu rappresentato dalla battaglia di Stalingrado. Anche se l'Unione Sovietica ricevette aiuti ed armi dagli Stati Uniti, la sua produzione bellica era maggiore di quella della Germania Nazista, a causa della rapida crescita della produzione industriale sovietica tra le due guerre. Il Secondo Piano Quinquennale portò la produzione di acciaio a 18 milioni di tonnellate e quella del carbone a 128 milioni. Prima che venisse interrotto, il Terzo Piano Quinquennale produsse 18 milioni di tonnellate d'acciaio e 150 milioni di tonnellate di carbone. Durante la guerra, gli alleati furono in grado di superare la Germania Nazista nella produzione di materiale bellico, in alcuni casi di dieci volte. La produzione di carri armati, ad esempio, era pari a 40.000 all'anno per gli alleati, contro i soli 4.000 dei tedeschi.

Mentre è ingenuo de-enfatizzare l'assistenza degli USA durante la seconda guerra mondiale, la produzione industriale sovietica aiutò a fermare l'iniziale avanzata dei nazisti, e tolse loro il vantaggio di cui disponevano. Secondo R. Hutchings, "Uno può difficilmente dubitare che se ci fosse stata una costruzione più lenta dell'industria, l'attacco avrebbe avuto successo e la storia mondiale si sarebbe evoluta in maniera abbastanza differente". Per i lavoratori coinvolti nell'industria, comunque, la vita era difficile. Gli operai erano incoraggiati a raggiungere e superare le quote di produzione attraverso la propaganda, di cui è un classico esempio il Movimento Stakhanovista. Alcuni sostengono che tra il 1933 e il 1945, sette milioni di civili morirono a causa del lavoro stancante. Tra il 1930 e il 1940, 6 milioni di persone passarono attraverso il sistema dei lavori forzati.

Gli storici anti-sovietici, ad ogni modo, interpretano la mancanza di preparazione a difendersi dell'Unione Sovietica come una pecca della pianificazione economica Stalinista. Shearer arguisce che ci fu "un'economia a comando amministrativo" ma che non fu "di tipo pianificato". Egli sostiene che l'Unione Sovietica soffrì per lo stato caotico del Politburo nelle sue politiche, a causa delle grandi purghe, ed era completamente impreparata per l'invasione Nazista. Quando l'Unione Sovietica fu invasa nel 1941, Stalin ne fu in effetti sorpreso. L'economista Holland Hunter, in aggiunta, sostiene che una serie "di percorsi alternativi era disponibile, per tirarsi fuori dalla situazione alla fine degli anni '20 ... che avrebbero prodotto risultati parimenti buoni rispetto a quelli raggiunti ad esempio nel 1936, ma con molto meno turbolenza, spreco, distruzione e sacrificio".

Mentre non si trattò assolutamente di un'economia "ordinata" o efficiente, il Piano Quinquennale non progettò un'offensiva ma, poiché l'Unione Sovietica era sotto attacco, la situazione richiedeva una risposta difensiva. Il risultato, come puntualizza Shearer, fu che l'economia di comando dovette venire rilassata in modo che venisse raggiunta la necessaria mobilitazione. Sapir appoggia questo punto di vista, sostenendo che le politiche di Stalin svilupparono un'economia mobilizzata (che era inefficiente), con tensioni tra i centri di decisione locali e quello centrale. Le forze del mercato divennero più importanti delle restrizioni dell'amministrazione centrale. Questa visione, ad ogni modo, viene confutata da Stephen Lee, il quale sostiene che la "pesante industrializzazione si tradusse in definitiva nella sopravvivenza".

Sviluppi del tempo di guerra [modifica]

La seconda guerra mondiale (conosciuta in tutta l'ex-URSS come la Grande Guerra Patriottica) colse impreparati i militari sovietici. Una convinzione ampiamente sostenuta è che questo avvenne a causa del grande numero di ufficiali anziani spediti in prigione dalle grandi purghe del 1936-1938. Per assicurare l'influenza sovietica sull'Europa orientale e guadagnare del tempo, Stalin organizzò il Patto Molotov-Ribbentrop, un patto di non-aggressione con la Germania Nazista, il 23 agosto 1939. Un protocollo segreto compreso nel patto dava Polonia orientale, Lettonia, Estonia e Finlandia all'URSS, e Polonia occidentale e Lituania alla Germania Nazista. La Germania invase la Polonia il 1º settembre, l'URSS la seguì il 17 settembre. Il 30 novembre, l'Unione Sovietica attaccò la Finlandia in quella che venne chiamata la Guerra d'Inverno.

Il 22 giugno 1941, comunque, Hitler ruppe il patto e invase l'Unione Sovietica (vedi Operazione Barbarossa). Si disse che inizialmente Stalin si rifiutò di credere che la Germania Nazista avesse rotto il trattato. Ad ogni modo, nuove prove mostrano che Stalin tenne delle riunioni con diversi membri del governo sovietico e dell'esercito, compresi Molotov (Commissario del Popolo agli Affari Esteri), Tymošenko (Commissario del Popolo alla Difesa), Žukov (Capo di Stato Maggiore dell'Armata Rossa), Kuznecov (Comandante dei distretti militari del Baltico e del Caucaso settentrionale), e Shaposhnikov (Vice-commissario del Popolo alla Difesa). In totale, il primo giorno dell'attacco, Stalin tenne riunioni con più di 15 membri del governo e dell'esercito.

Si è sostenuto, da parte di alcuni, che la Germania Nazista ricevette avviso di un attacco pianificato dall'Unione Sovietica. Anche alcuni militari russi hanno recentemente dichiarato che l'Armata Rossa di Stalin era in posizione offensiva e pronta a colpire la Germania Nazista.

Le truppe tedesche raggiunsero la periferia di Mosca nel dicembre 1941, ma vennero fermate da un inverno precoce e dalla controffensiva sovietica. Alla battaglia di Stalingrado del 1942-43, dopo aver perso un numero di uomini stimato in 1 milione, nella battaglia più sanguinosa della storia, l'Armata Rossa fu in grado di riprendere l'iniziativa della guerra. Le forze sovietiche furono presto in grado di riguadagnare il territorio perduto e spingere l'esercito tedesco, le cui linee di rifornimento si erano troppo allungate, indietro nella Germania stessa.

Dalla fine del 1944 al 1949 gran parte della Germania orientale finì sotto l'occupazione dell'Unione Sovietica e il 2 maggio 1945, la capitale tedesca, Berlino, venne presa, mentre oltre 15 milioni di tedeschi vennero rimossi dalla Germania orientale e spinti nella Germania centrale (in seguito chiamata Repubblica Democratica Tedesca) e in quella occidentale (che sarebbe diventata la Repubblica Federale Tedesca). Russi, Ucraini, Polacchi, Cechi, ecc. vennero quindi spostati sul territorio tedesco.

I sovietici sostennero l'urto della seconda guerra mondiale e l'occidente non aprì un secondo fronte in Europa fino al D-Day. Approssimativamente 21 milioni di sovietici, tra cui 7 milioni di civili, vennero uccisi nell'"Operazione Barbarossa", l'invasione dell'Unione Sovietica da parte della Germania Nazista. I civili vennero rastrellati e furono bruciati o fucilati, in molte città conquistate dai nazisti. Molti credono che siccome gli Slavi erano considerati "subumani", questo fu un omicidio di massa su base etnica. Comunque, l'esercito sovietico in ritirata aveva l'ordine di fare 'terra bruciata', ovvero di distruggere le infrastrutture civili russe e le scorte di cibo, di modo che le truppe naziste non potessero farne uso.

Come menzionato, i sovietici sopportarono le perdite più pesanti della seconda guerra mondiale. Queste perdite possono spiegare molto del comportamento russo dopo la guerra. L'Unione Sovietica continuò a occupare e dominare l'Europa orientale, usandola come "zona cuscinetto" per proteggere la Russia da un'altra invasione da ovest. La Russia era stata invasa tre volte nei 150 anni precedenti la Guerra Fredda: durante le Guerre Napoleoniche, nella prima e nella seconda guerra mondiale, soffrendo decine di milioni di vittime.

La rottura della pace nel dopoguerra [modifica]

Retroterra: relazioni USA-URSS [modifica]

L'alleanza del tempo di guerra tra Stati Uniti ed Unione Sovietica fu un'aberrazione nel normale tenore delle relazioni USA-URSS. La rivalità strategica tra le due grandi nazioni risale agli anni 1890 quando, dopo un secolo di amicizia, americani e russi divennero rivali nello sviluppo della Manciuria. La Russia Zarista, incapace di competere industrialmente, cercò di isolare e colonizzare parti dell'Asia orientale, mentre gli americani richiedevano la competizione aperta per i mercati. Nel 1917 la rivalità si fece intensamente ideologica. Gli americani non dimenticarono mai che il governo sovietico negoziò una pace separata con la Germania nella prima guerra mondiale, lasciando gli alleati a combattere da soli le Potenze Centrali.

La duratura diffidenza russa aveva le sue radici nello sbarco di truppe statunitensi nella Russia sovietica nel 1918, che vennero coinvolte, direttamente e indirettamente, nell'assistenza ai Bianchi anti-bolscevichi, durante la Guerra Civile Russa. In aggiunta, i sovietici non dimenticarono le ripetute assicurazioni di Roosevelt che Stati Uniti e Regno Unito avrebbero aperto un secondo fronte sul continente europeo; ma l'invasione alleata non occorse fino al giugno 1944, più di due anni dopo la prima richiesta di Stalin. Nel frattempo, i russi soffrirono notevoli perdite, attorno ai 20 milioni di morti. Stalin accusava Roosevelt di aver di proposito ritardato lo sbarco in Francia, costringendo i sovietici ad assorbire l'urto della forza tedesca; tuttavia, si potrebbe vedere già nella Campagna d'Italia la riapertura del fronte occidentale, trattandosi oltretutto dell'attacco ad uno dei tre paesi fondatori del Patto Tripartito. Va inoltre tenuto conto che già nel 1942 gli Alleati avevano tentato uno sbarco nella Francia Settentrionale col Raid di Dieppe, che si era risolto in un misero fallimento e aveva indotto i generali anglo-americani ad una tattica più prudente.

La seconda guerra mondiale provocò distruzioni enormi nelle infrastrutture e nelle popolazioni di tutta l'Eurasia, dall'Atlantico al Pacifico, quasi nessuna nazione tra quelle coinvolte rimase indenne. L'Unione Sovietica venne colpita in particolar modo a causa della distruzione di massa della base industriale che aveva costruito fino agli anni trenta. L'unica potenza industriale del mondo ad emergere intatta (grazie alla distanza geografica dai paesi dell'Asse), e addirittura fortemente rafforzata da un punto di vista economico, furono gli Stati Uniti, che si mossero rapidamente per consolidare la loro posizione.

Quando la guerra finì in Europa, l'8 maggio 1945, le truppe sovietiche e occidentali (USA, Gran Bretagna e Francia) erano collocate lungo la linea del fiume Elba, concordata diversi mesi prima alla Conferenza di Jalta; a parte diversi aggiustamenti minori, la linea da Stettino a Trieste sarebbe diventata la "cortina di ferro" della Guerra Fredda. Yalta implicò l'assoluta libertà d'agire ad ambedue le parti nelle rispettive sfere d'influenza. Questo tacito accordo si applicava anche all'Asia, come si evince dall'occupazione statunitense del Giappone e dalla divisione della Corea. Politicamente, quindi, fu un accordo sullo status quo del dopoguerra, nel quale l'egemonia dell'Unione Sovietica regnava su un terzo del mondo e gli Stati Uniti sugli altri due terzi, almeno fino all'emergere della Cina di Mao e della decolonizzazione afro-asiatica.

C'erano contrasti fondamentali tra le visioni di Stati Uniti e Unione Sovietica, tra capitalismo e comunismo. E questi contrasti erano stati semplificati e raffinati nelle ideologie nazionali per rappresentare due stili di vita, ognuno dei quali era stato confermato nella sua correttezza, nel 1945, dai precedenti disastri. I modelli conflittuali di autarchia contro esportazione, pianificazione statale contro impresa, si sarebbero contesi la lealtà del mondo sviluppato e in via di sviluppo negli anni del dopoguerra. Anche così, comunque, la Guerra Fredda nel 1945 non era ovviamente inevitabile.

Nonostante i mezzi degli Stati Uniti per portare avanti una visione differente dell'Europa del dopoguerra, Stalin vide il riemergere di Germania e Giappone, e non degli Stati Uniti, come minaccia principale della Russia. Stalin assunse che il campo capitalista avrebbe presto ripreso la rivalità interna sulle colonie e i commerci e non avrebbe posto una minaccia alla Russia. I consiglieri economici come Eugen Varga rinforzarono questa visione, prevedendo una crisi di sovrapproduzione nelle nazioni capitaliste che sarebbe culminata per il 1947-1948 in un'altra grande depressione.

Le tendenze nelle spese federali degli Stati Uniti confermarono le aspettative di Stalin. Soprattutto a causa dello sforzo bellico, nel primo anno di pace (1946), le spese federali ammontavano ancora a 62 miliardi di dollari, o il 30% del PIL, rispetto al 3% del PIL nel 1929, prima della Grande depressione, del New Deal, e della seconda guerra mondiale. Stalin quindi assunse che gli americani avrebbero avuto bisogno di offrirgli aiuto economico, necessitando di mantenere le spese statali. Quindi, le prospettive di un fronte Anglo-Americano contro di lui sembravano scarse dal suo punto di vista. Ad ogni modo, non ci sarebbe stata nessuna crisi di sovrapproduzione e, come Stalin aveva anticipato, questa venne evitata mantenendo all'incirca gli stessi livelli di spese statali, che però vennero mantenute in maniera molto differente.

In conclusione, il governo statunitense del dopoguerra avrebbe somigliato molto al governo del tempo di guerra, oltre che per i livelli di spesa, anche per il forte accento sulla sicurezza militare della nazione.

Due visioni del mondo [modifica]

Guerra Fredda tra URSS e USA, con l'aggiunta della Cina

Gli Stati Uniti, guidati dal presidente Harry S. Truman fin dall'aprile 1945, erano determinati a dare forma al mondo del dopoguerra aprendo i mercati mondiali al commercio capitalista, secondo i principi stesi dallo Statuto Atlantico: auto-determinazione, accesso economico paritario, e un'Europa capitalista ricostruita che poteva nuovamente servire come fulcro degli affari mondiali. Franklin Roosevelt non aveva mai dimenticato l'eccitazione con cui aveva accolto i principi dell'idealismo wilsoniano durante la prima guerra mondiale, e vide la sua missione negli anni quaranta come quella di portare al mondo una pace duratura e una genuina democrazia.

Ma questa era egualmente una visione di interesse nazionale. Come principale potenza industriale, e una delle poche nazioni non sconvolte dalla guerra, gli Stati Uniti finirono col guadagnare più di ogni altro dall'apertura del mondo intero al commercio senza restrizioni. Gli Stati Uniti ebbero un mercato globale per le loro esportazioni, e ebbero accesso illimitato alle materie prime fondamentali. Determinato ad evitare un'altra catastrofe economica come quella degli anni trenta, Roosevelt vide la creazione dell'ordine postbellico, come un modo per assicurare la prosperità degli USA.

Una tale Europa richiedeva una Germania in salute al suo centro. Truman poté portare avanti questi principi grazie a una potenza che produceva la metà dei beni industriali mondiali e una forza militare che aveva il monopolio della nuova bomba atomica. Questi obiettivi erano al centro di quello che l'Unione Sovietica si sforzava di evitare, mentre la rottura dell'alleanza continuava a procedere.

Il collasso della pace postguerra [modifica]

I mezzi impiegati dagli Stati Uniti per promuovere una differente visione del mondo postguerra erano in conflitto con gli interessi sovietici che motivavano la loro determinazione a dar forma all'Europa del dopoguerra. La sicurezza nazionale era stata la vera chiave di volta della politica sovietica fin dagli anni venti, quando il Partito Comunista adottò il "socialismo in un solo paese" di Stalin e rifiutò le idee di Trotsky di una "rivoluzione mondiale". Prima della guerra, Stalin non era interessato a spingere i confini nazionali oltre i limiti dell'Impero Zarista.

Dopo la guerra, gli obiettivi dell'Unione Sovietica non erano quelli dell'espansionismo aggressivo, ma il tentativo di assicurare i confini occidentali della nazione, devastati dalla guerra. Stalin, assunse che Giappone e Germania potevano ancora una volta minacciare l'Unione Sovietica entro gli anni sessanta, e quindi impose rapidamente dei governi dominati da Mosca nei trampolini di lancio dell'attacco nazista: Polonia, Romania, e Bulgaria.

I disaccordi sui piani del dopoguerra si incentrarono inizialmente sull'Europa centrale e orientale. Avendo perso 20 milioni di vite durante la guerra, sofferto l'invasione tedesca e nazista, e subito decine di milioni di vittime a causa degli attacchi provenienti da ovest per tre volte nei 150 anni precedenti, l'Unione Sovietica era determinata a distruggere la capacità tedesca di dichiarare un'altra guerra. Gli obiettivi statunitensi erano apparentemente opposti, in quanto richiedevano una Germania in salute al centro dell'Europa.

Winston Churchill, da lungo tempo un viscerale anti-comunista, condannò Stalin per aver bordato il nuovo impero russo con una "cortina di ferro". Successivamente, Truman si rifiutò di cedere gli impianti industriali della Germania Ovest all'Unione Sovietica devastata, come riparazioni di guerra, Stalin si vendicò sigillando la Germania Est in uno stato comunista.

La storica mancanza di uno sbocco al mare da parte della Russia, una perenne preoccupazione della sua politica estera da molto prima della Rivoluzione Bolscevica, fu anch'essa un punto in cui divergevano gli interessi di est e ovest. Stalin fece pressione sui turchi per un maggiore accesso al Mar Nero attraverso lo Stretto dei Dardanelli, che avrebbe permesso ai sovietici il passaggio verso il Mar Mediterraneo. Churchill aveva in precedenza riconosciuto le pretese sovietiche, ma ora britannici ed americani costrinsero l'Unione Sovietica a desistere.

Ma quando la sicurezza sovietica non era a rischio, Stalin non dimostrò intenti aggressivi: l'Unione Sovietica si ritirò dall'Iran settentrionale, su ordine anglo-americano; Stalin osservò il suo accordo del 1944 con Churchill e non aiutò i comunisti nella loro lotta contro il debole e autoritario governo greco che era appoggiato dai britannici; in Finlandia accettò un amichevole governo non-comunista; e le truppe russe vennero ritirate dalla Cecoslovacchia entro la fine del 1945.

Risposta sovietica alle provocazioni [modifica]

Mentre l'Unione Sovietica acconsentiva ai disegni Anglo-Americani volti a impedirle l'accesso al Mediterraneo (un obiettivo della politica estera britannica fin dalla Guerra di Crimea degli anni 1850), gli Stati Uniti riscaldarono la loro retorica; la volontà Anglo-Americana di puntellare l'autocrazia greca divenne la lotta per proteggere i popoli "liberi" dai regimi "totalitari". Ciò venne esposto nel discorso sulla Dottrina Truman del marzo 1947, nel quale si argomentava come gli Stati Uniti avrebbero dovuto spendere 400 milioni di dollari negli sforzi per "contenere" il comunismo.

Aiutando con successo la Grecia, Truman creò anche il precedente per l'aiuto statunitense ai regimi, non importa quanto ripugnanti, che erano anti-comunisti e pro-capitalisti. La politica estera americana prese le mosse dalle argomentazioni del Segretario di Stato George Kennan, secondo cui l'Unione Sovietica doveva essere "contenuta" usando "una forza di contrapposizione inalterabile in ogni punto", fino all'avverarsi del crollo del potere sovietico.

Dopo aver posto queste preoccupazioni dinnanzi all'opinione pubblica, gli Stati Uniti lanciarono un massiccio sforzo di ricostruzione economica, prima in Europa occidentale e quindi in Giappone (così come in Corea del Sud e a Taiwan). Il Piano Marshall iniziò a pompare 12 miliardi di dollari nell'Europa occidentale. La motivazione logica era ovvia: Qual era lo scopo di avere una soverchiante superiorità produttiva se il resto del mondo non era in grado di produrre una domanda adeguata? Il programma venne presentato come uno scambio finanziario; ricostruendo rapidamente queste nazioni, gli USA potevano porre fine alla loro dipendenza dagli aiuti e ripristinarli come partner commerciali. La Germania, la nazione più industrializzata e ricca di risorse dell'Europa, era di particolare importanza in questo sforzo. Inoltre, la ricostruzione economica aiutò a creare un'obbligazione clientelistica da parte delle nazioni che ricevevano l'aiuto statunitense; questo senso di impegno dovuto, incoraggiò la volontà a entrare in alleanza militare e, cosa ancor più importante, in alleanza politica.

Stalin, temendo una Germania rivitalizzata dal Piano Marshall, rispose bloccando l'accesso a Berlino, che si trovava in profondità all'interno della zona sovietica anche se era assoggettata al controllo delle quattro potenze, sperando di ottenere concessioni in cambio dalla fine del blocco. Il confronto militare incombeva mentre Truman si imbarcò in un impressionante mossa che aveva anche lo scopo di umiliare l'Unione Sovietica sul piano internazionale: trasportare in volo i rifornimenti durante il Blocco di Berlino del 1948-1949.

Gli Stati Uniti unirono a sé altre undici nazioni nella NATO, la prima alleanza che vincolava gli Stati Uniti all'Europa in 170 anni. Stalin rispose a queste mosse provocatorie integrando le economie dell'Europa orientale nella sua versione del Piano Marshall, facendo esplodere il primo ordigno atomico sovietico nel 1949, firmando un accordo con la Cina comunista nel febbraio 1950, e formando il Patto di Varsavia, la controparte dell'Europa orientale della NATO.

Confrontati con il crescente successo sovietico nel rispondere alle azioni provocatorie occidentali, gli ufficiali statunitensi si spinsero rapidamente ad un'escalation ed un'espansione del "contenimento". Nell'NSC-68, un documento segreto del 1950, proposero il rafforzamento del loro sistema di alleanze, la quadruplicazione delle spese per la difesa, e l'imbarco in un'elaborata campagna di propaganda per convincere gli americani a combattere una costosa guerra fredda. Truman ordinò lo sviluppo della bomba all'idrogeno; all'inizio del 1950, gli USA si imbarcarono nel sorreggere il colonialismo nell'Indocina Francese, di fronte ad una crescente e popolare resistenza, guidata dai comunisti; e gli Stati Uniti si imbarcarono in una clamorosa violazione dei trattati del tempo di guerra, pianificando la costituzione di un esercito della Germania Ovest.

Il periodo immediatamente successivo al 1945 può essere stato il punto più alto nella popolarità dell'ideologia comunista. I partiti comunisti vinsero grandi fette di voto nelle elezioni libere di nazioni come Belgio, Francia, Italia, Cecoslovacchia, e Finlandia e vinsero un significativo supporto popolare in AsiaVietnam, India, e Giappone — e in tutta l'America Latina. In aggiunta ottennero largo supporto in Cina, Grecia, e Iran, dove le elezioni libere rimasero assenti o limitate, ma dove i partiti comunisti godettero di un fascino diffuso.

In risposta, gli Stati Uniti sostennero una massiccia offensiva ideologica. Gli USA miravano ad interferire negli affari interni e nella sovranità di altre nazioni o ad imporre la loro volontà sugli altri, mascherandola sotto "libertà", "democrazia" e "diritti umani". In retrospettiva, questa iniziativa appare largamente di successo: Washington brandì il suo ruolo come guida del "mondo libero" in maniera altrettanto efficace di quella con cui l'Unione Sovietica brandiva la sua posizione di guida del campo "progressista" e "anti-imperialista".

Storia dell'Unione Sovietica (1953-1985)

La morte di Stalin e la direzione collegiale [modifica]

All'inizio del 1953, l'Unione Sovietica pareva avviata verso un nuovo periodo di purghe e di riorganizzazione del potere. Alla fine del 1952, Stalin aveva previsto profonde modifiche alla composizione degli organi direttivi, con un aumento dei membri del Comitato Centrale e del relativo Presidium, ed un minore potere assegnato ai suoi collaboratori degli ultimi anni. Ma all'inizio di Marzo del 1953, Stalin fu vittima di un malore, e dopo alcuni giorni di agonia, morì il 5 marzo.

Le manovre dei suoi collaboratori per gestirne la successione erano cominciate già al capezzale del dittatore morente e videro protagonisti L. P. Berija, V. M. Molotov, N. S. Chruščëv, G. M. Malenkov, N. A. Bulganin, A.I.Mikojan, L. M. Kaganovič e K. E. Vorošilov. Emerse quindi una prima direzione collegiale, detta anche triumvirato, in cui i personaggi in maggiore evidenza erano Malenkov, che divenne primo ministro, Berija, che divenne Ministro degli Interni (poco dopo riunificato al Ministero per la Sicurezza dello Stato) e Molotov, che rappresentava una sorta di continuità ideale con il periodo di Stalin, anche se non aveva molto potere reale nel suo ruolo di Ministro degli Esteri. Chruščëv rimase segretario del Comitato Centrale, dove cominciò a lavorare per estendere la sua influenza sull'apparato burocratico. Kaganovič, insieme a Berija e Molotov, venne nominato primo vicepresidente del Consiglio dei ministri, mentre Bulganin e Mikojan divennero vicepresidenti. Vorošilov divenne presidente del Presidium del CC.

Il primo atto della nuova direzione fu quello di annullare le riforme introdotte da Stalin negli ultimi tempi: il Presidium del CC tornò ad essere di 10 membri e 4 candidati. Seguirono provvedimenti che avevano l'obbiettivo di migliorare le condizioni di vita della popolazione e rendere più popolare la dirigenza del partito e dello stato. Il 1º Aprile si definirono nuovi e ridotti prezzi per molti generi di largo consumo, cui seguirono timidi miglioramenti nelle condizioni di vita dei contadini, pur mantenendo in vigore molte delle strutture create nel periodo staliniano. La pubblica ammissione che il cosiddetto Complotto dei Medici era stato un caso creato ad arte dagli organi di sicurezza, venne visto come un allentamento del regime poliziesco degli anni precedenti, cui fece seguito l'arrivo di migliaia di domande di riabilitazione da detenuti o loro parenti. Alla fine di marzo venne promulgata un'ampia amnistia, applicata ai detenuti comuni e non a quelli politici: quella che pareva essere una misura per dimostrare il cambiamento rispetto al precedente regime poliziesco si trasformò però in un boomerang per l'autorità, in quanto le città divennero molto pericolose a causa delle bande di criminali liberati. In alcuni campi scoppiarono rivolte, sedate duramente, che ottennero comunque come risultato la concessione di migliori condizioni di lavoro per i detenuti.

Ci furono anche interventi importanti per le questioni riguardanti le minoranze nazionali delle repubbliche non russe: il Presidium del CC stabilì che il primo segretario di ogni repubblica doveva essere un dirigente locale e non un russo. Sul piano della politica estera, si aprì una fase di distensione con la Jugoslavia e con l'Occidente, propiziata dall'armistizio della Guerra di Corea (27 luglio) e da una fase nuova nei rapporti con gli Stati Uniti.

In questi mesi di direzione del primo triumvirato, Chruščëv era stato in grado di portare sulle sue posizioni diversi membri del Presidium del CC, oltre che ottenere il supporto delle forze armate, dirette da G. K. Žukov, all'epoca viceministro della Difesa e I. A. Serov, vice di Berija. Alla seduta del Presidium del 26 giugno 1953, Chruščëv pose all'ordine del giorno le attività criminali di Berija, che venne immediatamente arrestato da Žukov, processato e fucilato, in condizioni su cui ancora oggi gli storici non hanno opinioni concordi. I giornali pubblicarono il 10 luglio la notizia del suo arresto, mentre il processo e la successiva esecuzione avvennero ufficialmente nel dicembre successivo. Berija venne comunque accusato di tutta una serie di crimini, tra cui lo spionaggio e le attività controrivoluzionarie. Insieme a lui vennero arrestati e poi condannati a morte i suoi principali collaboratori, fra cui M. D. Rjumin e V. S. Abakumov. Si approfittò dell'eliminazione di un personaggio tanto scomodo, anche per gli altri membri del Presidium, per rendere gli apparati di sicurezza più controllabili dal partito: molti dirigenti vennero destituiti, il Ministero della Sicurezza divenne un Comitato presso il Consiglio dei ministri (KGB, Komitet Gosudarstvennoj Bezopasnosti), quindi i dirigenti nazionali e locali erano subordinati ai rappresentanti del partito. A capo del nuovo organo venne posto Serov.

Chruščëv venne eletto Primo Segretario del CC al plenum del settembre 1953, mentre nel luglio del 1954 la celebrazione del processo a Rjumin portò all'attenzione del pubblico il ruolo che Malenkov aveva avuto nella vicenda. Questi, criticato pesantemente per la gestione dell'industria al plenum del gennaio 1955, rassegnò le dimissioni in febbraio e divenne uno dei vice del nuovo Presidente del Consiglio dei ministri, Bulganin, un fedelissimo di Chruščëv. Seguirono altre variazioni nella compagine governativa, sempre tese ad inserire persone legate a Chruščëv, mentre ad alcuni ex ministri furono dati incarichi di ambasciatori in sedi particolarmente prestigiose, con l'obbiettivo di limitare ulteriormente il potere reale di Molotov, ultimo rimasto della precedente gestione.

Nikita Chruščëv e la destalinizzazione [modifica]

Dopo la morte di Stalin, Nikita Chruščëv scioccò i delegati del XX Congresso del PCUS, il 23 febbraio 1956 denunciando pubblicamente Stalin come un tiranno con un elaborato "culto della personalità". Questa mossa fece si che Chruščëv si alienasse gli elementi più conservatori del Partito.

Chruščëv divenne premier il 27 marzo 1958, dopo una lunga e complessa serie di manovre, soprattutto la cruciale rimozione dell'ovvio successore di Stalin, Berija, capo del KGB. Anche prima di quel discorso epocale, comunque, la nuova leadership aveva dichiarato un'amnistia per alcune persone che stavano scontando pene detentive per reati criminali, aveva annunciato dei tagli ai prezzi, e rilassato le restrizioni sugli appezzamenti privati. La destalinizzazione mise anche la parola fine al ruolo che aveva nell'economia il lavoro forzato.

Il periodo di dieci anni che seguì la morte di Stalin testimoniò anche il riaffermarsi del potere politico sui mezzi di coercizione. Il Partito divenne l'istituzione dominante sulla polizia segreta e l'esercito.

Chruščëv surclassò i suoi rivali stalinisti, ma fu guardato dai suoi nemici politici - specialmente la casta emergente dei tecnocrati professionisti - come un contadino bifolco che interrompeva i suoi interlocutori per insultarli.

Chruščëv venne deposto nel 1964, in gran parte a causa della sua scarsa gestione della crisi dei missili di Cuba, per i suoi vezzi personali e per la sua posizione riformista sulla pianificazione economica centrale, che allarmarono la dirigenza del partito e i burocrati statali.

L'era di Brežnev [modifica]

Dopo il 1964, il Primo Segretario del Partito Leonid Brežnev e il Premier Aleksej Kosygin, emersero come quadri più influenti della nuova dirigenza collettiva. Smaniosi di evitare i fallimenti di Chruščëv, Brežnev e Kosygin, che rappresentavano una nuova generazione di tecnocrati professionisti post-rivoluzionari, condussero gli affari di stato e del Partito in maniera cauta e discreta.

Per la metà degli anni sessanta, l'Unione Sovietica era una società complessa e industrializzata, con un'intricata divisione del lavoro e una complicata interconnessione di industrie sopra una vastissima area geografica, e aveva raggiunto la parità militare con le potenze occidentali.

Quando il primo Piano Quinquennale steso dal GOSPLAN, stabilì la pianificazione centralizzata e le basi del decisionismo economico, l'Unione Sovietica era ancora largamente basata sull'agricoltura, e mancava delle complessità di uno stato altamente industrializzato. Quindi il suo scopo, ovvero aumentare la base industriale della nazione, fu quello di una crescita estensiva, cioè una mobilitazione delle risorse. Pagando un alto prezzo umano, dovuto in gran parte al lavoro forzato, e con un efficace militarizzazione delle fabbriche, l'Unione Sovietica forgiò un'economia moderna e altamente industrializzata più rapidamente di ogni altra nazione in precedenza.

Sotto la tutela di Brežnev, l'economia sovietica non aveva ancora esaurito la sua capacità di crescita. L'Unione Sovietica migliorò ancora gli standard di vita raddoppiando i redditi urbani e aumentando quelli rurali del 75%, costruendo milioni di appartamenti mono-familiari, e producendo grandi quantità di beni di consumo ed elettrodomestici.

Anche la produzione industriale aumentò del 75%, e l'Unione Sovietica divenne il primo produttore mondiale di petrolio e acciaio. I venti anni seguenti alla morte di Stalin, nel 1953, furono il miglior periodo nella storia della Russia per il cittadino comune in termini di innalzamento della qualità della vita, di stabilità e di pace.

Terrore, carestie, e guerra mondiale rimasero ricordi orrendi, mentre la marea della storia sembrava volgersi in favore dell'Unione Sovietica. Gli Stati Uniti erano impantanati nella recessione economica provocata dall'embargo sul petrolio deciso dall'OPEC e dalle eccessive spese governative per la guerra del Vietnam, per non menzionare il caos che quella guerra suscitava. Nel frattempo, i regimi filo-sovietici stavano facendo grandi sforzi, specialmente quelli del Terzo Mondo. Il Vietnam aveva sconfitto gli USA, diventando uno stato unito ed indipendente, sotto un governo comunista, mentre altri governi comunisti e insurrezioni filo-sovietiche si spargevano rapidamente attraverso Africa, Sudest Asiatico, e America Latina.

Problemi nel comando amministrativo dell'economia [modifica]

Stemma dell'URSS

Ad ogni modo, durante gli ultimi anni di Brežnev, l'economia iniziò a stagnare e la popolazione iniziò a chiedere sempre maggiori quantità di beni di consumo.

Negli anni del dopoguerra, l'economia sovietica era entrata in un periodo di crescita intensiva (basata su miglioramenti della produttività), con un nuovo insieme di sfide, diverse da quelle della crescita estensiva (mobilitazione dei capitale e della forza lavoro) dell'epoca stalinista.

Quando l'economia sovietica divenne più complessa, richiese una più complessa disaggregazione delle cifre di controllo (obiettivi pianificati) e dei fabbisogni delle fabbriche. Poiché questo richiedeva maggior comunicazione tra le imprese e i ministeri della pianificazione, e il numero di imprese, fondi e organi ministeriali si moltiplicava, l'economia sovietica iniziò a stagnare. L'economia sovietica fu incredibilmente fiacca quando si trattò di rispondere al cambiamento; adottando tecnologie per la riduzione dei costi, e fornendo incentivi a tutti i livelli per incrementare crescita, produttività ed efficienza.

Al livello delle imprese, i gestori erano spesso più preoccupati del carrierismo istituzionale che dell'incremento di produttività. Questi ricevevano dei salari fissi e ricevevano incentivi solo per il soddisfacimento dei piani, sulle basi della sicurezza del lavoro, di bonus, e di benefici come cliniche speciali e dacie private. I manager ricevevano tali benefici quando gli obiettivi venivano superati, ma quando, ad esempio, venivano superati di molto, vedevano solo aumentare le cifre per l'anno successivo.

Quindi, c'erano incentivi a superare gli obiettivi, ma non di molto. Le imprese spesso sottostimavano la loro capacità, allo scopo di trattare pianificazioni o figure di controllo più vantaggiose con i ministeri (obiettivi che, naturalmente, erano facili da soddisfare).

La pianificazione inoltre era molto rigida; i gestori delle fabbriche non erano in grado di deviare dalla pianificazione e vedevano allocati certi fondi per certe risorse. Come risultato, i direttori delle fabbriche non potevano migliorare la produttività licenziando i lavoratori superflui a causa dei controlli sulla forza lavoro. C'era una sostanziale sottoccupazione dovuta ai controlli nei piani stesi durante la contrattazione collettiva tra imprese e ministeri.

A livello di impresa, mancavano gli incentivi per l'applicazione di tecnologie per la riduzione dei costi. I pianificatori premiavano spesso i consumatori con prezzi bassi, amministrativamente imposti, piuttosto che premiare le imprese per i loro guadagni nella produttività. In altre parole, l'innovazione tecnologica falliva spesso nel rendere l'industria più profittevole per coloro che ne avevano un interesse.

Gli anni di Chruščëv e Brežnev videro concessioni ai consumatori: le paghe dei lavoratori erano relativamente alte, mentre i prezzi venivano tenuti artificialmente bassi. Ancora, i livelli di reddito crebbero più rapidamente dei prezzi, nonostante i lenti guadagni nella produttività. Come risultato, le carenze negli approvvigionamenti erano sempre più comuni, e la moneta nazionale si svalutava inesorabilmente (seppur da Mosca continuavano a voler considerare il rublo con un tasso di cambio pari al dollaro americano, in realtà al mercato nero il dollaro valeva quasi cento volte di più).

La Guerra Fredda fu un altro drenaggio per l'economia dei consumatori. Con un'economia molto più piccola di quella statunitense, i sovietici fronteggiarono un fardello impari nella corsa agli armamenti, costringendo la nazione a dedicare una fetta molto più alta delle risorse della nazione al settore della difesa.

Richieste di riforma [modifica]

Mentre l'atmosfera politica gradualmente si spostava verso una maggior rilassatezza, fin dalla destalinizzazione, un movimento di riforma, che arrivava fin nelle file superiori del Partito fu in grado di sopravvivere all'estromissione di Chruščëv del 1964. Notevolmente, le riforme orientate al mercato del 1965, basate sulle idee dell'economista sovietico Evsei Liberman, e appoggiate dal Primo Ministro sovietico Aleksej Kosygin, furono un tentativo di rinnovare il sistema economico e affrontare i problemi sempre più evidenti a livello delle imprese. Le riforme di Kosygin chiedevano di dare alle imprese industriali più controllo sulla loro produzione e qualche flessibilità sugli stipendi. Inoltre, cercarono di rivolgere gli obiettivi economici delle imprese verso la produzione di profitto, permettendo di reinvestirne una parte nei propri fondi.

Fino ai tardi anni sessanta l'Unione Sovietica stava ancora sostenendo tassi di crescita superiori a quelli delle potenze occidentali Tenendo questo in mente, alcuni specialisti sovietici e russi hanno sostenuto che le riforme di Kosygin del 1965 - non quelle di Gorbačëv degli anni ottanta - furono l'ultima possibilità per la dirigenza sovietica di amministrare l'economia e risparmiare alla popolazione le durezze degli ultimi venti anni.

Comunque, lo stile della nuova dirigenza pose alcuni problemi alla sua stessa politica di riforma. La dirigenza collettiva cercò di riconciliare gli interessi di molti differenti settori dello stato, del partito, e della burocrazia economica. Come risultato, i ministeri di pianificazione e i militari - i settori più minacciati dalle riforme di Kosygin - furono in grado di ostruire gli sforzi per delle considerevoli riforme.

Temendo un allontanamento dalla pianificazione centrale dettagliata e dal controllo dall'alto, i ministeri di pianificazione - il cui numero proliferava rapidamente - reagirono e protessero il loro potere. I ministeri controllavano le scorte e premiavano i rendimenti, e furono quindi un formidabile elemento della società sovietica. Per mantenere la loro presa sull'industria, i pianificatori iniziarono a emanare istruzioni sempre più dettagliate che ritardavano le riforme, impedendo la libertà d'azione delle imprese.

Kosygin, intanto, mancò della forza e del supporto per contrastare la loro influenza. Poiché queste riforme erano indirizzate ad incrementare la produttività mettendo da parte la forza lavoro in eccesso, il supporto dei lavoratori fu minimo. Anche se la gestione delle imprese finì per essere quella che guadagnava di più dalle riforme, il suo supporto fu tiepido, data la paura che le riforme fossero eventualmente fallite.

Infine, nel 1968, ci fu lo sfortunato esempio della Primavera di Praga, in Cecoslovacchia. Nei primi anni '70, il potere del Partito, messo faccia a faccia con la burocrazia economica e i militari, venne indebolito considerevolmente. Il vigore delle riforme economiche e politiche rallentò considerevolmente, fino all'ascesa di Michail Gorbačëv nella metà degli anni ottanta