Josef Stalin

Iosif Vissarionovič Džugašvili, in russo: Иосиф Виссарионович Джугашвили[?] ascolta[?·info]; in georgiano

იოსებ ბესარიონის ძე ჯუღაშვილი, Ioseb Besarionis Dze Jughašvili (Gori, 21 dicembre 1879, 6 dicembre del calendario giuliano[1]Mosca, 5 marzo 1953), è stato un dittatore e politico sovietico bolscevico conosciuto come Stalin (rus. Сталин, "d'acciaio"), Segretario Generale del Partito Comunista dell'URSS e leader di tale Paese dal 1924 al 1953.

Accanto a Lenin, Trockij e altri, fu uno dei principali artefici del primo Stato socialista del mondo, l'Unione Sovietica. Stalin fu anche un teorico del marxismo; la versione del marxismo-leninismo realizzatasi in via di fatto nei trent'anni del suo governo è nota come stalinismo con caratteristiche in parte divergenti rispetto alla formulazione leninista del marxismo. Egli infatti teorizzò la violenza rivoluzionaria crescente[senza fonte], in contrapposizione con la teoria della violenza rivoluzionaria decrescente di Lenin[senza fonte]: egli infatti riteneva che lo Stato socialista avrebbe dovuto progressivamente rafforzare la sua componente repressiva per vincere la sempre crescente resistenza della borghesia alle conquiste del proletariato[2]. Sotto il suo governo l'URSS venne trasformata da Paese prevalentemente agricolo, fortemente arretrato sia culturalmente che economicamente, in un Paese moderno ed industrializzato[3][4][5]. L'elevamento dell'Unione Sovietica a superpotenza mondiale fu possibile grazie alla pianificazione totale dell'economia attraverso i piani quinquennali i quali permisero di edificare il socialismo nell'Unione Sovietica e di preparare la nazione alla Seconda guerra mondiale, resistendo agli attacchi[senza fonte], ai sabotaggi interni[senza fonte] e al clima di isolamento politico che caratterizzò sempre l'URSS sotto Stalin[4][5]. D'altra parte tali provvedimenti, insieme a numerosi altri fattori[6], causarono numerose carestie che provocarono la morte di milioni di persone[7], insieme alle centinaia di migliaia decedute per la ripetuta opera di sistematica repressione di svariati strati della popolazione sovietica.[8]

Alla fine degli anni trenta, dopo l'assassinio (avvenuto per mano di un militante trotskista) di Kirov, uno dei maggiori esponenti del Comitato centrale del PCUS, Stalin e i suoi collaboratori diedero via alle grandi purghe per epurare il partito comunista da presunti sabotatori, cospiratori o terroristi. Gli accusati vennero imprigionati nei gulag, fucilati o esiliati. Stalin viene inoltre accusato di aver deportato alcune minoranze etniche[9].

Pur colto di sorpresa dall'attacco iniziale tedesco e nonostante alcuni errori di strategia militare nella fase iniziale della guerra contro la Germania, con la quale aveva in un primo momento firmato un patto di non aggressione nel 1939, Stalin seppe riorganizzare il Paese e l'Armata Rossa fino a ottenere, pur a costo di gravi perdite militari e civili, la vittoria totale nella Grande Guerra Patriottica. Ha rivestito un ruolo di grande importanza nella lotta contro il nazismo e nella sconfitta di Hitler; le sue truppe, dopo aver liberato l'Europa Orientale dall'occupazione tedesca, conquistarono Berlino e Vienna, costringendo il Führer al suicidio.

Alla morte di Stalin l'Unione Sovietica era una delle due superpotenze mondiali, dotata di armi nucleari e leader dell'alleanza dei paesi comunisti dell'Europa orientale (il famoso Patto di Varsavia).

Indice

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Carriera iniziale [modifica]

Nacque nel 1879 da Vissarion Džugašvili (1853-1890) e da Ekaterina Geladze (1858-1937), in una famiglia in cui il padre faceva il ciabattino e la madre la lavandaia. Picchiato spesso dal padre, Stalin ebbe per tutta la sua esistenza pessimi rapporti con la propria famiglia e si ritenne anche che tali violenze abbiano provocato in lui diverse turbe psicologiche (a tal riguardo è preziosa l'analisi che fa della sua personalità Erich Fromm che definisce Iosif Stalin, un caso clinico di un sadismo non sessuale [10]); tuttavia, queste affermazioni furono smentite dal diretto interessato che, di fronte a una precisa domanda del biografo Emil Ludwig, rispose: "Assolutamente no. I miei genitori non mi maltrattavano affatto"[11].

Stalin a 16 anni, nel 1894.

L'infanzia di "Soso" (diminutivo georgiano di Josif) non fu priva di momenti critici per la sua salute fisica, dapprima per una forma acuta di varicella e poi quando, a dieci anni, fu investito e travolto da un cavallo nel corso di una festa di paese: rimase gravemente ferito al braccio sinistro, perdendone parte della capacità di articolazione. Giovanissimo poté frequentare, grazie a una borsa di studio, il seminario teologico ortodosso di Tbilisi.

Il contatto, però, con le idee e con l'ambiente dei deportati politici lo avvicinò alle dottrine socialiste. Entrato, così, nel movimento marxista clandestino di Tbilisi nel 1898, allora rappresentato dal Partito socialdemocratico (POSDR), lavorò per qualche tempo al locale osservatorio astronomico. Ma soprattutto cominciò, da allora, un'intensa attività politica di propaganda e di preparazione insurrezionale, che lo portò ben presto a conoscere il rigore della polizia del regime.

Stalin a 24 anni, nel 1902.

Arrestato nel 1900 e continuamente sorvegliato, Stalin nel 1902 lasciò la sua città per stabilirsi a Batumi, dove però venne subito imprigionato e condannato a un anno di carcere, seguito da un triennio di deportazione in Siberia. Fuggito nel 1904, tornò a Tbilisi e nei mesi successivi partecipò con energia e notevole capacità organizzativa al movimento insurrezionale, che vide la formazione dei primi soviet di operai e di contadini. Nel novembre del 1905, dopo aver pubblicato il suo primo saggio, A proposito dei dissensi nel partito, divenne direttore del periodico Notiziario dei lavoratori caucasici e in Finlandia, alla conferenza bolscevica di Tampere, incontrò per la prima volta Lenin, accettandone le tesi sul ruolo di un partito marxista compatto e rigidamente organizzato come strumento indispensabile per la rivoluzione proletaria.

Spostatosi a Baku, dove fu in prima linea nel corso degli scioperi del 1908, Stalin venne di nuovo arrestato e deportato in Siberia; riuscì a fuggire ma fu ripreso e internato nel 1913 a Kurejka sul basso Jenisej, dove rimase per quattro anni, fino al marzo del 1917. Nei brevi periodi di attività clandestina, riuscì progressivamente ad imporre la sua personalità pragmatica e le sue capacità organizzative (nonostante un approccio talvolta eccessivamente "ruvido" che i compagni di partito gli rimproveravano) e ad emergere come dirigente di livello nazionale, tanto da essere chiamato da Lenin nel 1912 a far parte del Comitato centrale del partito.

Nello stesso anno contribuì a far rinascere a Pietroburgo la Pravda, mentre definiva, nel saggio Il marxismo e il problema nazionale, le sue posizioni teoriche (non sempre, però, in linea con quelle di Lenin, di cui non comprendeva la battaglia contro i deviazionisti, né la decisione di prender parte alle elezioni per la Duma). Tornato a San Pietroburgo (nel frattempo ribattezzata Pietrogrado) subito dopo l'abbattimento dell'assolutismo zarista, Stalin, insieme a Lev Kamenev e a Murianov, assunse la direzione della Pravda, appoggiando il governo provvisorio per la sua azione rivoluzionaria contro i residui reazionari. Ma questa linea fu sconfessata dalle Tesi di aprile di Lenin e dal rapido radicalizzarsi degli eventi. Nelle decisive settimane di conquista del potere da parte dei bolscevichi Stalin, membro del comitato militare, non apparve in primo piano e solo il 9 novembre 1917 entrò a far parte del nuovo governo provvisorio (il Consiglio dei commissari del popolo) con l'incarico di occuparsi degli affari delle minoranze etniche. A lui si deve l'elaborazione della Dichiarazione dei popoli della Russia, che costituisce un documento fondamentale del principio di autonomia delle varie nazionalità nell'ambito dello Stato sovietico.

Membro del Comitato esecutivo centrale, Stalin fu nominato, nell'aprile del 1918, plenipotenziario per i negoziati con l'Ucraina. Nella lotta contro i generali "bianchi", fu incaricato di occuparsi del fronte di Tsaritsyn (poi Stalingrado, oggi Volgograd) e, successivamente, di quello degli Urali; in queste circostanze diede prova di grande coraggio, ma anche di notevole insensibilità e rozzezza nei rapporti umani e di eccessiva presunzione e schematismo nel valutare le vicende dello scontro tra le forze contrapposte[senza fonte]. Proprio questo sollevò le esplicite riserve di Lenin nei suoi confronti, manifestate nel testamento politico in cui accusava Stalin di anteporre le proprie ambizioni personali all'interesse generale del movimento. Lenin era preoccupato che il governo perdesse sempre più la sua matrice proletaria, e diventasse esclusivamente un'ala dei burocrati di partito, sempre più lontani dalla generazione vissuta tanto tempo in clandestinità prima delle rivolte del 1917. Oltretutto intravvedeva un futuro dominio incontrastato del Comitato Centrale, ed è per questo che propose nei suoi ultimi scritti una riorganizzazione dei sistemi di controllo, auspicandone una formazione prevalentemente operaia che potesse tenere a bada la vasta e nascente nomenclatura di funzionari di partito.[12]

Stalin e Lenin, nel 1919.

Nominato nel 1922 segretario generale del Comitato centrale, Stalin, unitosi a Zinov'ev e Kamenev (la famosa troika), seppe trasformare questa carica, di scarso rilievo all'origine, in un formidabile trampolino di lancio per affermare il suo potere personale all'interno del partito dopo la morte di Lenin (1924). Fu allora che nel contesto di una Russia devastata dalla guerra mondiale e dalla guerra civile, con milioni di cittadini senza tetto e letteralmente affamati, diplomaticamente isolata in un mondo ostile, scoppiò violento il dissidio con Lev Trockij, ostile alla Nuova Politica Economica e sostenitore dell'internazionalizzazione della rivoluzione. Stalin sosteneva al contrario che la "rivoluzione permanente" fosse una pura utopia e che l'Unione Sovietica dovesse puntare sulla mobilitazione di tutte le proprie risorse al fine di salvaguardare la propria rivoluzione (teoria del "socialismo in un Paese solo").

Trockij accusava Stalin e il Partito, assieme alla crescente opposizione creatasi in seno al partito (tra cui i Decei, critici del Centralismo Democratico), che ci volesse invece un rinnovamento democratico all'interno degli organi dirigenti, che sempre più venivano scelti su matrice non elettiva, dall'alto verso il basso, contrariamente agli spiriti che accesero la rivoluzione. Espresse queste sue posizioni al XIII congresso del partito, ma la sua accusa venne respinta e Trockij venne sconfitto, oltretutto accusato da Stalin e dal "triumvirato" (Stalin, Kamenev, Zinov'ev) di "frazionismo", tendenza contraria alla direzione "monolitica" presa dal partito dal X congresso. Trockij venne isolato anche a causa delle norme di emergenza (prese precedentemente dallo stesso Lenin nel pieno della guerra civile sempre nell'ambito del X congresso) tese a strutturare un partito compatto, eliminando le tendenze frazionistico-scissioniste.

Le tesi di Stalin trionfarono soltanto nel 1926, quando infine il Comitato centrale si schierò sulle posizioni staliniane isolando Trockij (con il quale, nel corso del dibattito, avevano finito per associarsi anche Kamenev e Zinov'ev).

Nel corso di questi anni sia l'Opposizione Operaia di Aleksandra Kollontaj, che si batteva per il ritorno alla democrazia dei Soviet contro la burocratizzazione, sia l'Opposizione di Sinistra, guidata da Trockij, e la sua momentanea trasformazione in Opposizione Unificata, con Kamenev e Zinov'ev, che poi capitolarono, furono sconfitte con i metodi più brutali di intimidazione e di persecuzione, dalla propaganda perniciosa di falsità da parte dell'apparato del partito dominato dagli staliniani, all'irruzione nelle sedi di partito, che ospitavano riunioni ed assemblee, con la devastazione delle stesse ed il pestaggio degli intervenuti.

Lo psichiatra russo Vladimir Bechterev nel 1927 visitò Stalin e gli diagnosticò una sindrome paranoide, poco tempo dopo morì in circostanze non chiarite. Stalin avrebbe ordinato l'assassinio del medico perché non d'accordo con la diagnosi.[13]

Cenni storici: l'era staliniana [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Stalinismo e Grandi purghe.
Francobollo sovietico anni cinquanta: "La pace sconfiggerà la guerra". Fa parte delle raffigurazioni del dopoguerra. Sul manifesto c'è scritto: "Grazie, caro Stalin, per i nostri bambini felici".

Con il 1928 iniziò la cosiddetta "era di Stalin". Da quell'anno infatti la vicenda della sua persona si identificò con la storia dell'URSS, di cui fu l'onnipotente artefice fino alla morte. Dopo aver posto bruscamente termine alla NEP con la collettivizzazione forzata e la meccanizzazione dell'agricoltura e soppresso il commercio privato (i kulaki arricchiti furono declassati a semplici contadini dei kolchoz e quelli che si opponevano avviati a campi di lavoro), fu dato avvio al primo piano quinquennale (1928-32) che dava la precedenza all'industria pesante. Circa la metà del reddito nazionale fu dedicata all'opera di trasformazione di un Paese povero e arretrato in una grande potenza industriale. Furono fatte massicce importazioni di macchinari e chiamate alcune decine di migliaia di tecnici stranieri. Sorsero nuove città per ospitare gli operai (che in pochi anni passarono dal 17 al 33% della popolazione), mentre una fittissima rete di scuole debellava l'analfabetismo e preparava i nuovi tecnici.

Anche il secondo piano quinquennale (1933-37) diede la precedenza all'industria che compì un nuovo grande balzo in avanti; ma non altrettanto brillante fu il rendimento agricolo per cui, in concomitanza con l'entrata in vigore di una nuova Costituzione (1936), ne fu modificata la troppo rigida struttura. A quest'opera indubbiamente gigantesca corrisposero tuttavia un ferreo autoritarismo e un'implacabile intransigenza: ogni dissenso ideologico fu condannato come "complotto".

Furono le terribili "purghe" degli anni trenta (successive al misterioso assassinio di S. Kirov) che videro la condanna a morte o a lunghi anni di carcere di quasi tutta la vecchia guardia bolscevica, da Kamenev a Zinov'ev a Radek a Sokolnikov a Jurij Pjatakov; da Bucharin e Rykov a G. Jagoda e a M. Tuchačevskij (1893 - 1938), in totale 35.000 ufficiali su 144.000 che componevano l'Armata Rossa [14].

Secondo le stime del KGB (1960, rese note dopo la caduta dell'URSS) 681.692 persone vennero condannate a morte nel 1937-38 (353.074 nel 1937 e 328.018 nel 1938), 1.118 nel 1936 e 2.552 nel 1939 per reati politici. Il totale di condanne a morte politiche tra il 1930 e il 1953 è, sempre secondo queste stime, di 786.098, anche se molti storici le considerano sottostimate per diversi motivi.

Certo all'origine del bagno di sangue che spazzò via dal PCUS ogni residuo frazionismo (operazione che privò fra l'altro l'Armata Rossa di oltre la metà dei suoi comandanti più prestigiosi) ci fu anche l'effettivo timore di complotti e di moti reazionari, nonché la presenza di una "quinta colonna" nei vertici dell'esercito.

Ammessa alla Società delle Nazioni nel 1934, l'URSS avanzò proposte di disarmo generale e cercò di favorire una stretta collaborazione antifascista sia fra i vari Paesi sia al loro interno (politica dei "fronti popolari"). Nel 1935 concluse patti di amicizia e reciproca assistenza con la Francia e la Cecoslovacchia; l'anno successivo appoggiò con aiuti militari la Spagna repubblicana contro Franco. Ma il Patto di Monaco (1938) costituì un duro colpo per la politica "collaborazionista" di Stalin che a Litvinov sostituì Vjačeslav Molotov (1939) e alla linea possibilista alternò una politica puramente realistica.

Per lunghi mesi nel 1939 l'Unione sovietica tentò di stringere accordi con l'Inghilterra e la Francia[15], per giungere a un patto che garantisse l'aiuto delle due nazioni all'Unione Sovietica in caso di invasione tedesca, ma le due potenze occidentali inviarono a Mosca solo delegazioni di secondo grado senza il potere di stringere alcun accordo. Così, di fronte alle tergiversazioni occidentali e temendo il sostegno di Francia e Inghilterra alla Germania per costruire un unitario fronte anticomunista, Stalin preferì la "concretezza" tedesca (Patto Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939) che, secondo lui, se non era più in condizione di salvare la pace europea, poteva almeno momentaneamente assicurare la pace all'URSS e prepararlo a quella che poi verrà chiamata la Grande Guerra Patriottica[4][5][16]. Una diversa interpretazione storiografica è, tuttavia, quella che vede il Patto Molotov-Ribbentrop come un tentativo di Stalin di far uscire l'URSS dall'isolamento internazionale in cui si trovava da almeno un biennio, reso palese dalla Conferenza di Monaco del 29-30 settembre 1938 cui l'Unione Sovietica non era stata invitata. Una ulteriore interpretazione storiografica (ad esempio, quella dello storico russo marxista-leninista Roy Medvedev, che ha scritto diverse opere su Stalin) vede uno Stalin in attesa degli eventi, pronto a schierarsi dalla parte del vincitore appena si fosse palesato come tale. La spartizione della Polonia (1939) e l'annessione di Estonia, Lettonia e Lituania e la guerra alla Finlandia (1940) rientrarono nella stessa concezione: garantire al massimo le frontiere sovietiche "calde". In seguito al patto di non aggressione con la Germania, il Comintern strettamente controllato da Stalin, riesumò il vecchio slogan leniniano della guerra tra opposti imperialismi, attribuendo le maggiori responsabilità a Francia e Inghilterra.[17] Tale linea provocò non poco scompiglio e disorientamento tra le file dei comunisti molti dei quali erano approdati alle idee del comunismo proprio in funzione dell'anti-nazismo e dell'antifascismo.[18]

La Grande Guerra Patriottica [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci seconda guerra mondiale, battaglia di Stalingrado e Fronte Orientale.

 

  «  Quando volgo indietro lo sguardo, mi permetto di dire che nessun'altra direzione politico-militare di qualsiasi paese avrebbe retto a simili prove, né avrebbe trovato una via d'uscita dalla situazione eccezionalmente grave che si era creata [...] [19] »
   

La successiva guerra contro i paesi dell'Asse nazifascista (1941-1945) costituì una pagina importantissima e decisiva della vita di Stalin. Dopo un crollo psicologico iniziale, di fronte alla sorpresa dell'attacco tedesco, seppe organizzare e guidare l'Armata Rossa e l'Unione Sovietica nella tremenda lotta mortale contro la Germania nazista, che metteva in pericolo la sopravvivenza stessa dello stato bolscevico ma anche delle popolazioni sovietiche (destinate allo sterminio, alla schiavitù e alla deportazione secondo i piani di Hitler). Durante la seconda guerra mondiale, l'URSS subì enormi perdite (quantificabili in circa 9.000.000 di militari e 12.000.000 di civili) in parte a causa delle catastrofiche sconfitte iniziali e in parte a causa dei dispendiosi metodi operativi adottati (di fronte alle potenti forze tedesche) e delle straordinarie dimensioni delle battaglie e delle campagne di guerra del fronte orientale (le più grandi della storia). La Germania impiegò sempre il grosso delle sue forze armate in Russia e subì anch'essa perdite enormi (quasi 4 milioni di militari: oltre 80% del suo totale su tutti i fronti). Stalin, usando spesso i suoi metodi violenti e brutali, specie contro collaborazionisti ed etnie a suo parere infide, diresse la lotta con ferrea determinazione e grande energia, anche se non senza alcuni momenti di disperazione (specie a Mosca nel 1941 e a Stalingrado nell'estate 1942). Col tempo si costruì anche una notevole competenza militare strategica (per ammissione degli stessi esperti occidentali che lo conobbero[20]) e coordinò nel complesso con abilità le grandi operazioni strategiche ideate e pianificate da alcuni suoi competenti generali, a cui col tempo diede fiducia (come Žukov, Rokossovskij, Vasilevskij, Konev e Vatutin). Stalin e l'Armata Rossa svolsero un ruolo decisivo nella sconfitta di Hitler e del Nazismo, prima respingendo l'attacco nazista, con la battaglia di Mosca del dicembre 1941; poi con la decisiva vittoria di Stalingrado dell'inverno 1942-43 e il gigantesco scontro di mezzi corazzati a Kursk; infine con le grandi offensive degli anni 1943-45 (i famosi dieci colpi di maglio, secondo la terminologia staliniana dell'epoca[21]), che frantumarono la potenza della Wehrmacht, fino alla conquista finale della capitale tedesca a seguito della battaglia di Berlino e del suicidio di Hitler.[22] Durante la guerra il nome in codice di Stalin nelle direttive segrete e nelle comunicazioni con i vari comandi era Vasilev.[23]

Oltre al suo apporto - notevole e decisivo - alla conduzione della guerra, fu comunque estremamente significativo anche il ruolo di Stalin come grande diplomatico, evidenziato dalle conferenze al vertice: un negoziatore rigoroso, logico, tenace, non privo di ragionevolezza.[24] Fu assai stimato da Franklin Delano Roosevelt, meno da Winston Churchill, cui fece velo la vecchia ruggine anticomunista.[senza fonte]

Il Dopoguerra e la morte [modifica]

Si sostiene che stimasse Chiang Kai-shek più di Mao Zedong[senza fonte] (che tra l'altro aveva di lui un'ottima opinione, come testimonia la visita che fece allo statista sovietico il 21 dicembre 1949, in occasione del suo compleanno nonché gli onori che gli tributò nei giorni successivi alla sua scomparsa) e solo con riluttanza smise di pensare che la Cina poteva essere governata dal Kuomintang con l'adesione dei comunisti[senza fonte]. Ad ogni modo, durante la guerra civile cinese l'URSS fornì al Partito Comunista Cinese un contributo in materiale bellico e un certo numero di consiglieri; fin dall'agosto del 1945 inoltre, dopo la sua dichiarazione di guerra al Giappone, appoggiò i maoisti conquistando la Manciuria e lasciando al PCC il bottino ottenuto.

Per ciò che concerneva la Germania, Stalin fu un assertore della divisione in due Stati: Repubblica Federale Tedesca capitalista e Repubblica Democratica Tedesca comunista. Quando le potenze occidentali decisero unilateralmente di introdurre il Marco Tedesco al posto della valuta di occupazione, per convincere Stalin a lasciar riunificare la Germania, il leader georgiano rispose con il blocco della città: il 24 giugno 1948 l'URSS impedì gli accessi ai tre settori occupati da americani, inglesi e francesi di Berlino, tagliando tutti i collegamenti stradali e ferroviari che attraversavano la parte di Germania sotto controllo sovietico. Gli americani risposero con il celebre ponte aereo che convinse l'Unione Sovietica a togliere il blocco il 12 maggio 1949 (ma le missioni aeree USA perdurarono fino al 30 settembre).

Il dopoguerra trovò l'URSS impegnata nuovamente su un doppio fronte: la ricostruzione all'interno e l'ostilità verso l'Occidente all'esterno, il quale però non usòla bomba atomica che l'Unione Sovietica sperimentò nel 1949. Furono gli anni della Guerra Fredda, che videro Stalin irrigidire ancor più il monolitismo del Partito comunista fuori e dentro i confini, di cui è espressione evidente la creazione del Cominform e la "scomunica" della deviazionista Iugoslavia.

In occasione della Guerra di Corea Stalin offrì all'alleato Kim Il Sung l'appoggio di 26.000 soldati sovietici (un apporto molto moderato, se confrontato con quello concesso invece da Mao pari a 780.000 militi) e regalò delle forniture alimentari e di mezzi corazzati ai nordcoreani, ma fu sempre restio a intervenire direttamente nel conflitto. Durante la guerra civile greca rispettò i patti firmati con le potenze alleate e non supportò i comunisti ellenici, lasciando che Gran Bretagna e USA, sempre nel rispetto dei patti che dividevano l'Europa in aree d'influenza, a rotazione dessero aiuti determinanti al governo di Atene nella repressione dell'insurrezione comunista. In sostanza Stalin lasciava mano libera agli occidentali in Grecia ed in Italia, ma pretendeva i medesimi diritti su tutta l'Europa orientale.

Stalin, ormai in età avanzata, subì un colpo apoplettico nella sua villa suburbana di Kuntsevo la notte tra il e 2 marzo 1953, ma le guardie di ronda davanti alla sua camera da letto non osarono forzarne la porta blindata fino alla mattina dopo, quando Stalin era già in condizioni disperate: metà del corpo era paralizzata e aveva perso l'uso della parola. Morì all'alba del 5 marzo, dopo aver dato per diverse volte segnali di miglioramento. Drammatico è il racconto dell'ultimo istante di vita del dittatore fatto dalla figlia Svetlana: convinto di essere vittima di una congiura, Stalin maledisse i leaders comunisti riuniti attorno al divano sul quale giaceva. Alcuni storici hanno accettato l'ipotesi dell'assassinio, ipotesi categoricamente smentita dal grande storico Roy Medvedev.

Il suo funerale fu imponente, con una partecipazione stimata in un milione di persone[25]: il corpo, dopo essere stato imbalsamato e vestito in uniforme, fu solennemente esposto al pubblico nella Sala delle Colonne del Cremlino (dove era già stato esposto Lenin). Almeno 500 persone morirono schiacciate nel tentativo di rendergli omaggio.[26] Fu sepolto accanto a Lenin nel mausoleo sulla Piazza Rossa.

Quando Stalin morì, la sua popolarità come capo del movimento di emancipazione delle masse oppresse di tutto il mondo era ancora intatta: ma bastarono tre anni perché al XX Congresso del PCUS (1956) il suo successore, Nikita Chruščёv, denunciasse i crimini da lui commessi contro gli altri membri del partito dando il via al processo di "destalinizzazione". Primo provvedimento di tale nuova politica fu la rimozione della salma di Stalin dal Mausoleo di Lenin, accanto al quale il dittatore era stato deposto subito dopo la morte. Da allora egli riposa in una tomba poco distante, sotto le mura del Cremlino.

Tra le opere di Stalin hanno notevole importanza ideologica e politica: La questione nazionale (1912); Materialismo dialettico e materialismo storico (1938); Questioni del leninismo (1941); Il marxismo e la linguistica (1950); Problemi del socialismo in URSS (1952).

Commemorazioni [modifica]

La commemorazione su L'Unità [modifica]

  « Stalin è morto.

Gloria eterna all'uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell'umanità.

Il Capo dei lavoratori di tutto il mondo si è spento ieri sera a Mosca alle 21:50 »
 
(L'Unità, 6 marzo 1953, prima pagina[27])

Cinquantenario [modifica]

Il 2 marzo 2003 il partito marxista-leninista italiano ha organizzato a Firenze una commemorazione pubblica in occasione del cinquantesimo anniversario della sua morte[28].

Il tributo di sangue [modifica]

Berlino est, 1951: Statua di Stalin nella Karl Marx Allee.

Buona parte degli storici concorda sul fatto che, tenendo in considerazione oltre al terrorismo di stato (deportazioni e purghe politiche), le carestie (tra cui la grande tragedia dell'Holodomor) e la mortalità in prigione e nei campi di lavoro, Stalin e i suoi collaboratori furono direttamente o indirettamente responsabili della morte di un numero di persone compreso tra 20 e 60 milioni. Secondo Aleksandr Jakovlev, che diresse la Commissione per la riabilitazione delle vittime delle repressioni, creata dal presidente Eltsin nel 1992, i morti causati dal regime di Stalin furono oltre 20 milioni. Secondo quanto affermato da Robert Conquest nel suo libro "Il grande terrore" i morti nei Gulag e nei campi di lavoro sarebbero stimabili tra i 13 e i 15 milioni, su una popolazione di 30 milioni di internati.[29] Conquest aveva affermato che i dati d'archivio che sarebbero stati rilasciati dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica avrebbero corroborato le sue analisi,[30] tuttavia Viktor N. Zemskov, uno degli storici che hanno potuto visionare gli archivi desecretati del NKVD/MVD, ha pubblicato dati fortemente contrastanti con le supposizioni di Conquest:[31]

Confronto tra i dati ricavati dagli archivi dell'NKVD/MVD e le stime esterne[31]
  arresti nel '37-'38 popolazione dei gulag nel '38 popolazione dei gulag e delle carceri nel '38 popolazione dei gulag nel '52 morti nei gulag nel '37-'38 esecuzioni nel '37-'38 esecuzioni totali tra il '21 ed il '53
A. Antonov-Ovseenko 18,8 milioni   16 milioni       7 milioni
R. A. Medvedev 5-7 milioni         0,5-0,6 milioni  
O. Shatunovskaia 19,8 milioni         7 milioni  
D. Volkogonov 3,5-4,5 milioni            
R. Conquest 7-8 milioni ~7 milioni ~8 milioni 12 milioni 2 milioni 1 milione  
Accertati ~2,5 milioni ~1,9 milioni 2,0 milioni 2,5 milioni 160.084 681.682 799.455

La discrepanza tra le stime di Conquest ed i dati d'archivio ha portato lo storico Stephen G. Wheatcroft a sostenere un'aspra diatriba con il collega: mentre Conquest sostiene che gli archivi del NKVD sono inaffidabili e presentano dati palesemente contraffatti,[32] Wheatcroft afferma che l'analisi di Conquest abbia esagerato il numero di prigionieri e di morti nei campi di lavoro e sia in contraddizione con le analisi demografiche, gli studi condotti sull'uso dei lavori forzati in URSS ed i dati d'archivio desecretati.[33] Sulle cifre esiste quindi un ampio dibattito. Gli archivi sovietici, del tutto incompleti ed approssimativi, riferiscono che molte delle vittime vennero condannate a morte tra il 1930 e il 1953 per motivi politici. Tra questi 681,692 nel 1937 e 1938, durante le "grandi purghe"; tuttavia non tutte le condanne a morte sentenziate durante questo periodo vennero eseguite. Infatti, gli arrestati furono oltre 42 milioni e buona parte di essi morirono nei gulag. Inoltre risulta che tra il 1921 e il 1954 ulteriori 2,400,000 persone furono deportate nei gulag per reati politici (uno dei capi di imputazione più frequenti era l'incitamento a sovvertire od indebolire lo Stato). Vi furono anche circa 40 milioni di arrestati per reati comuni, parte dei quali arrestati per motivi ideologici o solo in quanto sospettati, spesso senza alcuna prova o riscontro nella realtà, di attività sovversive o di apologia di capitalismo.

Molti ritengono le cifre fornite dagli archivi sovietici sottostimate. Lo storico e demografo russo John Ehrlichman ha stimato 1.500.000 persone giustiziate (ove gli archivi riportano solo 786,098 persone ), 4.300.000 morti nei campi di concentramento amministrati dal Gulag ed in prigione (agli 1.900.000 ufficiali riportati nell'archivio ne ha aggiunti 2.400.000; tale cifra sale a 5 milioni considerando i 700.000 morti nei campi di lavoro tra il 1922 e il 1929), 1.700.000 morti nelle deportazioni (su un totale di 7.500.000 deportati) ed un milione di civili e prigionieri stranieri morti a causa dell'Armata Rossa, per un totale di 8.500.000 morti causati da Stalin. In Georgia circa 80.000 persone vennero giustiziate nel 1921, 1923–24, 1935–38, 1942 e 1945-50, e più di 100.000 vennero deportate nei campi di lavoro.

I confronti tra il censimento del 1926 e quello del 37 suggeriscono un numero di 5-10 milioni di morti in eccesso rispetto a quanto sarebbe stato normale per quel periodo, dovuti principalmente alla carestia del 193134 (Holodomor). Il censimento del 1926 fissa la popolazione dell'Unione Sovietica a 147 milioni, mentre quello del 1937 registra una popolazione compresa tra i 162 e i 163 milioni. Quest'ultima cifra è di 14 milioni inferiore a quanto atteso dalle proiezioni. Il censimento del 1937 venne invalidato come "censimento disfattista" e i responsabili vennero puniti severamente. Un nuovo censimento venne eseguito nel 1939, ma la cifra pubblicata di 170 milioni viene in genere attribuita direttamente ad una decisione di Stalin. Si noti che la cifra di 14 milioni non implica 14 milioni di morti in più, poiché fino a 3 milioni possono essere ricondotti a nascite mai avvenute a causa di una riduzione della fertilità o per scelta.

Il 5 marzo 1940 Stalin e altri alti funzionari sovietici firmarono l'ordine di esecuzione di 25.700 cittadini polacchi, tra cui 14.700 prigionieri di guerra. Questo episodio è noto come Massacro di Katyn. Il 20 agosto dello stesso anno un agente dell'NKVD assassinò l'antico avversario di Stalin Lev Trockij, su suo personale ordine, esiliato in Messico.

Oltre alla morte nei lager Stalin è accusato di aver provocato in Ucraina la morte di diversi milioni di persone per fame (Holodomor): le stime oscillano tra un milione e mezzo di vittime (stima ufficiale degli archivi sovietici) e 10 milioni. Occorre precisare che Stalin è considerato direttamente responsabile di questi decessi, poiché negli archivi sovietici sono numerosi i documenti che confermano la pianificazione della carestia tramite la confisca del grano dei contadini.[34] Nella vigilia della 61esima sessione dell'Assemblea generale dell'ONU nell'estate 2006 il ministro degli esteri ucraino Boris Tarasiuk dichiarò: "lo sterminio di massa pianificato appositamente dal regime totalitario comunista dell'epoca ha causato la morte di una cifra oscillante tra i 7 e 10 milioni di uomini, donne e bambini innocenti, cioe' di circa un quarto della popolazione ucraina dell'epoca".

Le missive scritte dai contadini agonizzanti dalla fame ai propri parenti arruolati nell'Armata Rossa non giungevano mai ai rispettivi destinatari, in quanto venivano regolarmente intercettate dalla censura militare affinché le voci relative a ciò che stava effettivamente accadendo nelle zone colpite dalla carestia non si diffondessero per tutto il paese, e tantomeno al di fuori dell'URSS.

Tra le testimonianze dell'epoca:

  • Lettera scritta ad un artigliere dalla sorella residente a Krylovskaja, provincia di Rostov.
  « Non ti puoi nemmeno immaginare l'orrore che stiamo vivendo al paese. La gente sta morendo di fame e quando qualcuno entra in casa per chiedere un pezzo di pane se non glielo dai rischi che ti taglino il collo. Se vedessi quante persone affamate, ammalate e gonfie dalla fame ci sono adesso...è una cosa spaventosa. La gente è affamata sino al punto che mangia carne di cavallo putrefatta. »
   
  • Lettera scritta dai genitori al soldato dell'Armata Rossa Jurčenko da Novo-Derevjanovskaja, Caucaso del Nord.
  « Quanta gente muore di fame; i cadaveri giacciono fino a 5 giorni lungo le strade senza che nessuno si preoccupi di sotterrarli. La gente ha fame, le forze per scavare le fosse non le ha più. Fa paura persino a guardare chi è ancora vivo...le facce stravolte, gli occhi piccoli e prima della morte il gonfiore diminuisce, diventando di un colore giallastro. Non sappiamo che ne sarà di noi, ci attende la morte per fame... »
   

Al riguardo vi sono le seguenti affermazioni, che però sono totalmente prive di fonti storicamente accettabili in base agli standard storiografici internazionali, e perciò possono essere frutto di elaborazioni ideologiche di parte: "Per i villaggi, che ogni anno dovevano consegnare una parte del raccolto allo Stato, furono fissate quote altissime, proprio in un periodo di raccolti magri. Di fronte al mancato rispetto delle quote, Stalin inviò la polizia politica a requisire l'intero raccolto. «Arrivavano, cercavano dappertutto e si portavano via anche il cibo cotto nelle pentole», racconta Dmytro Kalenyk, 88 anni, uno dei due sopravvissuti in una famiglia di 14 persone. I contadini, ai quali era vietato lasciare i villaggi, erano condannati. «Per una spiga di grano si veniva fucilati sul posto», racconta ancora il vecchio agricoltore). Interi villaggi vennero cancellati. Quando anche l'ultimo abitante era morto, issavano una bandiera nera e qualcuno arrivava a seppellire i morti. Chi ci riusciva, abbandonava i figli alle stazioni, sperando che le autorità li avrebbero portati in orfanotrofio. «Uccidemmo i gatti, cucinammo i cani; poi le persone iniziarono a mangiarsi fra di loro», racconta Anna Vasilieva, 85 anni. Tale tragedia provocata dal dittatore Stalin non riguardò solo l'Ucraina. L'Izvestija ha pubblicato la lettera inviata dalla figlia che abitava a Rostov sul Don a un certo Rostenko: «Ero andata a cercare pane e ho visto che tutti correvano in vicolo Nikolaevskij. C'era un mucchio di gambe e braccia buttate nel catrame. Poi ho saputo che una donna è stata arrestata al mercato perché vendeva salame di carne umana»."

Di fronte a tale situazione, il Comitato Centrale del partito comunista sovietico, in data 22 gennaio 1933, proibì l'esodo di massa dei contadini dalle loro terre.

  « Il Comitato centrale del partito comunista sovietico ed il Soviet dei commissari del popolo sono stati informati in merito ad un esodo di massa in corso nelle zone del Kuban e dell'Ucraina da parte di contadini alla ricerca "di pane" che si dirigono nelle zone del Volga, della provincia di Mosca, nel Caucaso ed in Bielorussia. Sia il Comitato centrale del partito comunista sovietico che il Soviet dei commissari del popolo non dubitano minimamente che si tratti di un atto simile a quello dell'anno scorso avvenuto in Ucraina e pianificato da nemici del potere sovietico ed agenti polacchi allo scopo di organizzare agitazioni "attraverso i contadini" nelle zone settentrionali dell'Unione Sovietica contro i kolchoz e soprattutto contro il potere sovietico. L'anno scorso sia gli organi di partito che quelli della polizia militare ucraina non si sono rivelati in grado di opporsi a questo atto contro-rivoluzionario organizzato nei confronti del potere sovietico. Quest'anno non verranno in nessun modo tollerati errori del genere.

Per tanto il Comitato centrale del partito comunista sovietico ed il Soviet dei commissari del popolo dell'Unione Sovietica ordinano alle autorità di polizia militare del Caucaso del Nord e dell'Ucraina di contrapporsi all'esodo di massa dei contadini locali in altre zone. Il Comitato centrale del partito comunista sovietico ed il Soviet dei commissari del popolo dell'Unione Sovietica ordinano altresì alle autorità di polizia militare della provincia di Mosca, della Bielorussia e del Volga innanzitutto di arrestare sul posto i contadini ucraini e caucasici che in qualche modo siano già riusciti a penetrare nei territori soprindicati e, in secondo luogo, una volta che gli elementi controrivoluzionari siano stati individuati, provvedere al rientro di tutti gli altri nei rispettivi luoghi di residenza.

Il presidente del Soviet dei commissari del popolo dell'Unione Sovietica,

V.M. Molotov

Il segretario generale del Comitato centrale del partito comunista dell'Unione Sovietica,

I.V. Stalin »
 

Coloro che negano che le vittime del periodo staliniano siano statisticamente rilevanti si basano soprattutto sul confronto tra i censimenti della popolazione. Infatti, in base ai dati del censo russo,[35] se si confronta la popolazione dell'Unione Sovietica nel gennaio del 1959 che è di 208.827.000 mentre nel 1913, negli stessi confini, era di 159.153.000, si può stabilire che l'incremento annuale della popolazione è dello 0,60%. Se confrontiamo questi dati con altri paesi otteniamo:

Stalin a pochi mesi dalla morte

Crescita della popolazione, in migliaia[35]

Paese 1920 1960 Aumento annuo
Regno Unito 43.718 52.559 0,46%
Francia 38.750 45.684 0,41%
Germania 61.794 72.664 0,41%
  17.241
2.199
53.224
 
URSS 159.153 208.827 0,68%

Come si vede, la popolazione dell'Unione Sovietica, nonostante nel calcolo, a differenza degli altri stati, sia compreso il periodo della prima guerra mondiale e della guerra civile, e nonostante i 26 milioni di morti nella seconda guerra mondiale, ha registrato un incremento demografico corrispondente ad un tasso medio di aumento annuale del 50% superiore agli altri stati menzionati nella tabella. Angus Maddison, nel suo libro "Economic growth in Japan and the USSR", presenta risultati simili, citando un incremento di popolazione tra il 1913 ed il 1953, aggiustato alle variazioni territoriali, del 23% per l'Unione Sovietica, del 19% per la Gran Bretagna e del 2% per la Francia.[36] Va però tenuto in conto che l'Unione Sovietica, tra il 1939 e il 1945, estese i propri confini nazionali inglobando la Carelia, gli Stati baltici, parte della Polonia e della Prussia orientale, la Bessarabia e l'isola di Sakhalin, aumentando di diverse decine di milioni la propria popolazione; ciò rende ancora più difficile accertare il numero delle vittime del dittatore basandosi esclusivamente su dati demografici.

Nella cultura popolare [modifica]

  • Una frase erroneamente attribuita a Stalin è "La morte di un uomo è una tragedia, la morte di milioni è statistica" che si ritiene riportata da Churchill alla Conferenza di Potsdam del 1945. In realtà la frase, della quale non c'è traccia nei discorsi e negli scritti di Stalin, è tratta da un romanzo di Erich Maria Remarque, L'obelisco nero (1956).
  • Gli anticomunisti italiani lo chiamavano "Baffone". Questo soprannome venne usato anche da don Camillo nel film: Don Camillo e l'Onorevole Peppone (Carmine Gallone, 1955). Infatti in una scena il prete, interpretato da Fernandel, conia questo slogan per diffamare l'avversario: «Lista Peppone, lista Baffone!».

Famiglia [modifica]

Mogli [modifica]

Figli [modifica]

Curiosità [modifica]

  • Sebbene le fotografie e i manifesti gli conferissero un aspetto di imponenza, era alto solo 164 cm[38].
  • Stalin aveva varie patologie fisiche: il braccio sinistro semiparalizzato e più corto del destro di 5 cm in seguito a un incidente nell'infanzia; la faccia butterata da una malattia, sempre nell'infanzia; due dita del piede sinistro erano fuse insieme. A causa di questi handicap venne scartato alla visita di leva per la Prima guerra mondiale dalla commissione zarista.
  • È l'ultimo Capo di Stato della storia ad aver inviato ufficialmente una dichiarazione di guerra: ciò accadde l'8 agosto del 1945, quando scese in campo contro l'Impero giapponese.
  • A Varsavia la città vecchia e l'antica cattedrale di San Giovanni sono stati ricostruiti e riportati al loro antico splendore negli anni Cinquanta, gli anni di Stalin. Oggi il centro storico di Varsavia fa parte del patrimonio mondiale dell'UNESCO.