Resistenza italiana

 

La Resistenza italiana, comunemente chiamata Resistenza (ma detta anche Resistenza partigiana o Secondo Risorgimento) fu l'insieme dei movimenti politici e militari che in Italia dopo l'8 settembre 1943 si opposero al nazifascismo[1][2] nell'ambito della guerra di liberazione italiana. Gli storici hanno evidenziato più aspetti contemporaneamente presenti all'interno del fenomeno della Resistenza: "guerra patriottica" e lotta di liberazione da un invasore straniero; insurrezione popolare spontanea; "guerra civile" tra antifascisti e fascisti, collaborazionisti con i tedeschi; "guerra di classe" con aspettative rivoluzionarie soprattutto da parte di alcuni gruppi partigiani socialisti e comunisti.[3]

Il movimento della Resistenza – inquadrabile storicamente nel più ampio fenomeno europeo della resistenza all'occupazione nazifascista – fu caratterizzato in Italia dall'impegno unitario di molteplici e talora opposti orientamenti politici (cattolici, comunisti, liberali, socialisti, azionisti, monarchici, anarchici), in maggioranza riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale i cui partiti componenti avrebbero più tardi costituito insieme i primi governi del dopoguerra[4].

La Resistenza costituisce il fenomeno storico nel quale vanno individuate le origini stesse della Repubblica italiana: l'Assemblea Costituente fu in massima parte composta da esponenti dei partiti che avevano dato vita al CLN, i quali scrissero la Costituzione fondandola sulla sintesi tra le rispettive tradizioni politiche ed ispirandola ai princìpi della democrazia e dell'antifascismo.

Il periodo storico individuato comunemente come "Resistenza" inizia, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 (il CLN fu fondato a Roma il 9 settembre) e termina nei primi giorni del maggio 1945. La scelta di celebrare la fine di quel periodo con il 25 aprile 1945 fa riferimento alla data dell'appello diramato dal CLNAI per l'insurrezione armata della città di Milano, sede del comando partigiano.

Indice

[nascondi]

La resistenza prima della resistenza[modifica]

Occorre precisare che le prime azioni partigiane avvengono ben prima dell'armistizio, ovvero nel febbraio 1942, quando il gruppo sotto il comando di Stojan Furlan inizia la guerriglia, facendo saltare i binari nella più lunga galleria che attraversa il Carso nella zona di San Daniele del Carso (ora Štanjel in Slovenia)[senza fonte]. Le autorità decidono di non divulgare la notizia per non mettere in luce che l'antifascismo, che trova sostegno fra la popolazione locale[senza fonte], incomincia a organizzare azioni militari. Il giorno del Corpus Domini del 1942, Giovanni Premoli, ex ufficiale dell'esercito italiano, e Stojan Furlan attaccano il presidio della milizia fascista sempre a San Daniele, procurandosi le armi con cui viene costituita la prima Squadra d'Assalto partigiana. L'evento ha un esito clamoroso e la compattezza antifascista della popolazione rende vane le indagini per la cattura dei responsabili dell'azione malgrado sull'accaduto indaghino sia la questura di Trieste che i carabinieri[senza fonte].

Nel marzo 1942 il Ministero degli Interni istituisce l'Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza per la Venezia Giulia. L'incarico di dirigerlo viene affidato al commissario Giuseppe Gueli, coadiuvato da Gaetano Collotti e Remigio Rebez, che applicheranno sistematicamente la tortura tanto che il gruppo prenderà il nome di "banda Collotti"[5], dal nome del dirigente più "esperto" e caratterialmente portato all'applicare delle torture. Verrà torturato dal Collotti Ercole Miani che nel prosieguo rifiuterà la medaglia d'oro al valor militare proprio a causa di una medaglia d'argento alla memoria data allo stesso Collotti, giustiziato immediatamente dopo la Liberazione dai partigiani.

Di fronte all'intensificarsi della guerriglia che le rappresaglie non frenano, Benito Mussolini il 31 luglio 1942 si reca a Gorizia e convocati i più alti gradi dell'esercito impone di mettere in atto nell'immediato un ordine impartito in precedenza:

  « …fucilare ai minimi sospetti, bruciare le case ed i villaggi dei contadini »
   

[6]

Generalità[modifica]

Alla Resistenza presero parte gruppi organizzati e spontanei di diverse estrazioni politiche, uniti nel comune intento di opporsi militarmente (dove possibile collaborando con le truppe alleate) e politicamente al governo della Repubblica Sociale Italiana (RSI) e degli occupanti della Germania nazista: la "guerra partigiana", si concluse il 25 aprile 1945, quando l'insurrezione armata proclamata dal Comitato di liberazione nazionale dell'Alta Italia (CLNAI) consentì di prendere il controllo di quasi tutte le città del nord del paese. La resa incondizionata dell'esercito tedesco si ebbe il 29 aprile, anche se in alcune città come Genova le forze tedesche si erano già arrese alle milizie partigiane nei giorni precedenti.

La Resistenza affonda le sue radici nel periodo che va dagli anni trenta fino alla fine della guerra, quando già esistevano deboli forme di opposizione alla dittatura di Benito Mussolini. Si può considerare che sia esistito anche un movimento resistenziale ante litteram consistente nell'opposizione anche armata all'ascesa del fascismo e alle azioni delle squadre d'azione, tentata negli anni venti in particolare dalle forze di sinistra (socialisti, comunisti, anarchici, sindacati).[7]

Le opposizioni al regime[modifica]

Dopo l'omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti (1924) e la decisa assunzione di responsabilità da parte di Mussolini, il Regno d'Italia avvia il processo di totalitarizzazione dello Stato che, anche grazie alle efficienti strutture monarchiche[non chiaro], darà luogo ad un sempre maggiore controllo e persecuzioni degli oppositori, a rischio di carcerazione e di confino.

Gli antifascisti si organizzano quindi in clandestinità in Italia e all'estero, creando una rudimentale rete di collegamenti, che però non producono risultati di rilievo, restando frammentate in piccoli gruppi non coordinati, incapaci di attaccare o almeno di minacciare il regime se si esclude qualche attentato realizzato in particolare dagli anarchici. La loro attività si limitava al versante ideologico: era copiosa la produzione di scritti, in particolare tra la comunità degli esuli antifascisti, che però di rado raggiungevano le masse.[senza fonte]

Solo la guerra, e in particolare lo sfascio dello Stato innescato dall'ordine del giorno Grandi e dall'Armistizio di Cassibile dell'8 settembre 1943, offre ai clandestini l'occasione di allacciare e riallacciare legami fra loro, in ciò aiutati dalle forze angloamericane, che provvidero ad armarle ed aiutarle anche per gli aspetti logistici. Gli esponenti della Resistenza comprendevano rappresentanti del popolo, come nelle quattro giornate di Napoli o nella battaglia di Gorizia combattuta dagli operai monfalconesi, militanti dei partiti di sinistra, cattolici (Fiamme Verdi e Brigata Osoppo), repubblicani, popolari e liberali, defenestrati col consolidamento del regime dittatoriale.

Vi era poi una sorta di "resistenza militare", nata dopo l'Armistizio ad opera di reparti del Regio Esercito per ordine superiore (si vedano a proposito i due fonogrammi[8] inviati dal Comando Supremo alla Divisione Acqui prima della battaglia di Cefalonia o per iniziativa di ufficiali a capo di reparti dislocati nei Balcani e in Egeo (come Inigo Campioni e Luigi Mascherpa, protagonisti delle battaglie di Rodi e Lero) o l'unica vera e propria campagna vittoriosamente condotta dalle truppe italiane contro i tedeschi all'indomani dell'8 settembre, la liberazione della Corsica. Da ricordare è anche la difesa di Porta San Paolo ad opera dei Granatieri di Sardegna (e altri reparti) affiancati dalla popolazione civile durante la mancata difesa di Roma. La "resistenza militare" si distingue comunque da quella propriamente detta poiché è portata avanti da componenti delle Forze Armate, riconoscibili come personale in uniforme "sottoposto alla giurisdizione militare",[9] mentre i partigiani sono impegnati nella guerra asimmetrica. Ciò non toglie che diversi militari del Regio Esercito sfuggiti alla cattura da parte dei tedeschi si siano uniti al movimento della Resistenza costituendo formazioni "badogliane"[10] (apolitiche) come quelle capeggiate da Enrico Martini ("Mauri") e Piero Balbo (vedi sotto), il Gruppo "Cinque Giornate" del colonnello Carlo Croce o l'Organizzazione Franchi fondata da Edgardo Sogno.

Il Comitato di Liberazione Nazionale e altre formazioni autonome[modifica]

Bandiera del CLN
  « Abbiamo combattuto assieme per riconquistare la libertà per tutti: per chi c'era, per chi non c'era e anche per chi era contro... »
 

Il movimento partigiano, prima raggruppato in bande autonome, fu successivamente principalmente organizzato dal Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), guidato da Ivanoe Bonomi, diviso in CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), con sede nella Milano occupata, e il CLNC (Comitato di Liberazione Nazionale Centrale). Il CLNAI, presieduto dal 1943 al 1945 da Alfredo Pizzoni, coordinò la lotta armata nell'Italia occupata, condotta da formazioni denominate brigate e divisioni, quali le Brigate Garibaldi, costituite su iniziativa del partito comunista; le Brigate Matteotti, legate al partito socialista; le Brigate Giustizia e Libertà, legate al Partito d'Azione; le Brigate Autonome, composte principalmente di ex-militari e prive di rappresentanza politica, talvolta simpatizzanti per la monarchia.

Operanti al di fuori del CLN ma di qualche importanza, dal punto di vista militare, agivano formazioni partigiane anarchiche anche se localistiche come le Brigate Bruzzi Malatesta (che talvolta mantenevano i rapporti di intervento armato solo con certe formazioni di impostazione politica legate a Giustizia e Libertà e al PSI come le Brigate Matteotti e alla formazione romana sempre di Giustizia e Libertà al comando di Vincenzo Baldazzi, per esempio). Dove i libertari non riuscivano a far formazioni autonome confluivano nelle Brigate Garibaldi, esemplare è il caso di Emilio Canzi, soprannominato il colonnello anarchico comandante unico delle XIII zona operativa del piacentino[12]. Altre formazioni che agivano militarmente fuori o non direttamente agli ordini del CLN furono Bandiera Rossa Roma che ebbe 68 militanti trucidati alle fosse Ardeatine, numero rilevantissimo essendo poco meno di un quinto del totale degli uccisi[13], (numericamente la più forte formazione partigiana che agiva nella capitale di cui furono riconosciuti in modo ufficiale 1.185 miliziani[14]). I partigiani di Bandiera Rossa Roma agivano spesso con quelli della "banda del gobbo" (il "Gobbo" era legato politicamente al PSI nella persona di Pietro Nenni).

Inoltre ancora al di fuori del CLN (mantenendo o meno collegamenti per questioni operative) per quanto riguarda i partigiani anarchici agivano molte formazioni libertarie che operavano nell'alta Toscana come il Battaglione Lucetti e la Elio Lunense[15], ad esempio, e diverse formazioni autonome SAP di indirizzo libertario operavano a Genova e nel ponente ligure. A Genova l'inizio armato delle ostilità verso i nazifascisti è da ascrivere, con altissima probabilità, ad un gruppo ancora non organizzato di comunisti libertari di Sestri[16], altresì completamente al di fuori del CLN operavano gli autonomi di Mauri del 1º Gruppo Divisioni Alpine, e la XI Zona Patrioti guidata dal Comandante Manrico Ducceschi "Pippo", dichiaratamente impostata in maniera apolitica con il solo denominatore comune della lotta ad oltranza contro i nazifascisti.

Il generale Giuseppe Castellano (in borghese) ed il generale Eisenhower si stringono la mano dopo la firma dell'armistizio a Cassibile, il 3 settembre 1943.
Nella foto, Panzer tedeschi occupano Torino dopo l'annuncio dell'armistizio

Dotate di scarso equipaggiamento, tutte queste formazioni non adottavano divise, vestivano in modo disparato e utilizzavano fazzoletti colorati di riconoscimento: rossi nelle formazioni garibaldine, verdi nei reparti di Giustizia e Libertà, azzurri nei gruppi autonomi. Le armi e le munizioni non erano abbondanti; fornite dai lanci dagli aerei alleati o dal bottino catturato al nemico, consistevano principalmente nei fucili e moschetti mod. 91, nei mitra MP tedeschi, MAB38, Sten britannico; raramente erano disponibili carabine M1 americane e mitra Marlin o Thompson. Tra le armi di squadra erano disponibili mitragliatrici leggere Breda e qualche Bren, mortai 81, totalmente assenti erano le armi pesanti e le artiglierie[17].

Dall'8 settembre 1943 (data della proclamazione dell'armistizio e conseguente proclama Badoglio) al 25 aprile 1945 il territorio italiano occupato dai nazisti visse una vera e propria guerra nelle retrovie. L'azione della Resistenza italiana come guerra patriottica di liberazione dall'occupazione tedesca, implicava anche la lotta armata contro i fascisti e gli aderenti alla RSI che sostenevano gli occupanti.

Il ruolo giocato nella guerra[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Repubbliche partigiane.
  « Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione. »
 
(Piero Calamandrei, Discorso ai giovani sulla Costituzione nata dalla Resistenza. Milano, 26 gennaio 1955)

L'inizio vero e proprio della Resistenza è difficile da individuare e dipende dall'impostazione storica che si vuol dare: se puntualizzante sul periodo resistenziale o comprendente le fasi di antifascismo sia militare che clandestino che precedettero il periodo dell'8 settembre del 1943, certo è che gli scioperi operai del marzo del 1943 dimostrarono che era possibile opporsi al regime fascista arrivando a minare in modo pesantissimo la credibilità di Mussolini e ciò fu il preludio della sua messa fuori gioco del 25 luglio. È chiaro che furono proprio le sofferenze e privazioni sopportate dalle fasce meno abbienti della popolazione a causa della guerra, ad innescare il meccanismo dei grandi scioperi. D'altro canto molti storici indicano come inizio della Resistenza la fase della Guerra di Spagna[18] o ancora la lotta antifascista militare temporalmente a cavallo degli anni venti ed il successivo "fuoriuscitismo" (ovvero emigrazione forzata per evitare carcere o peggio) che giust'appunto mantenne vivo il fermento antifascista e confluì, in larga parte, nella milizia antifascista nella guerra di Spagna.

Ad essere coinvolti in quella che viene anche chiamata guerra partigiana, si calcola siano stati dalle poche migliaia nell'autunno del 1943 fino ai circa 300.000 dell'aprile del 1945 gli uomini armati che, specialmente nelle zone montuose del centro-nord del Paese, svolsero attività di guerriglia e controllo del territorio che via via veniva liberato dai nazifascisti.

I gruppi partigiani, parte dei cui armamenti ed equipaggiamenti erano stati forniti dalle forze alleate grazie ad opportuni lanci, impegnarono fino a sette divisioni tedesche, e, con le insurrezioni di Genova, Milano e Torino a partire dal 23 aprile 1945, ottennero la resa diretta di due di queste.[19]

Nell'Italia centro-meridionale il movimento partigiano non ebbe altrettanta crucialità militare, sebbene nelle aree conquistate dagli Alleati nella loro avanzata verso settentrione si riunissero i principali esponenti politici che da lontano coordinavano le azioni militari partigiane, insieme alle armate alleate. Infatti l'esercito angloamericano aveva sospinto sulla linea Gustav già dal 12 ottobre 1943 le forze tedesche che risalivano verso il nord.

Sandro Pertini (nella foto) e Giuseppe Saragat furono liberati dal carcere di Regina Coeli grazie a un'operazione dei GAP

Con mezza penisola liberata e la restante parte ancora da liberare, con violente tensioni sociali ed importanti scioperi operai che già nella primavera del 1944 avevano paralizzato le maggiori città industriali (Milano, Torino e Genova), le popolazioni dell'Italia settentrionale si preparavano a trascorrere l'inverno più lungo e più duro, quello del 1945. Sulle montagne della Valsesia, sulle colline delle Langhe e sulle asperità dell'Appennino Ligure e dell'Appennino Tosco-Emiliano le formazioni partigiane erano ormai pronte a combattere.

I GAP e le SAP[modifica]

  « Chi furono i gappisti? Potremmo dire che furono "commandos". Ma questo termine non è esatto. Essi furono qualcosa di più e di diverso di semplici "commandos". Furono gruppi di patrioti che non diedero mai "tregua" al nemico: lo colpirono sempre, in ogni circostanza, di giorno e di notte, nelle strade delle città e nel cuore dei suoi fortilizi... Sono coloro che dopo l’8 settembre ruppero con l'attendismo e scesero nelle strade a dare battaglia, iniziarono una lotta dura, spietata, senza tregua contro i nazisti che ci avevano portato la guerra in casa e contro i fascisti che avevano ceduto la patria all'invasore, per conservare qualche briciola di potere. Gli episodi più straordinari e meno conosciuti di questa lotta si svolsero nelle grandi città, dove il gappista lottava solo e braccato contro forze schiaccianti e implacabili; sono coloro che colpirono subito i nazisti sfatando il mito della loro supremazia e ricreando fiducia negli incerti e nei titubanti i quali ripresero le armi in pugno. »
 
(Giovanni Pesce, Senza tregua - La guerra dei GAP, Prefazione, Feltrinelli, ristampa 2005)

Nelle città cominciarono a costituirsi nuclei partigiani clandestini denominati GAP (Gruppi di azione patriottica) formati ognuno da pochi elementi pronti a svolgere azioni di sabotaggio e di guerriglia nonché di propaganda politica. Una delle azioni più eclatanti dei GAP avvenne il 25 gennaio 1944. Difatti nell'ottobre del 1943, Sandro Pertini e Giuseppe Saragat furono catturati dalle SS e condannati a morte per la loro attività partigiana. Tuttavia la sentenza non venne eseguita grazie all'azione dei GAP che permisero loro la fuga durante la detenzione nel carcere di Regina Coeli. L'azione, dai connotati rocamboleschi, fu organizzata da Giuliano Vassalli, che si trovava presso il tribunale militare italiano, con l'aiuto di diversi partigiani socialisti, tra cui Giuseppe Gracceva, Massimo Severo Giannini, Filippo Lupis, Ugo Gala e il medico del carcere Alfredo Monaco[20][21]. Si riuscì così prima a far passare Saragat e Pertini dal "braccio" tedesco a quello italiano e quindi a produrre degli ordini di scarcerazione falsi, redatti dallo stesso Vassalli, per la loro liberazione (a conferma dell'ordine arrivò anche una falsa telefonata dalla questura, fatta da Marcella Monaco, moglie di Alfredo Monaco[22]). I due furono dunque scarcerati insieme a quattro ufficiali badogliani, prelevati da membri dei GAP travestiti da militari.

Accanto ad essi, nei principali centri urbani sorsero all'interno delle fabbriche le SAP (Squadre di azione patriottica), ampi gruppi di sostegno alle formazioni partigiane belligeranti, con l'obiettivo specifico di rendere più ampia possibile la partecipazione popolare al momento insurrezionale. Attriti sorsero, però, a questo punto su quale sarebbe stato per il movimento partigiano l'interlocutore privilegiato, politico o militare che fosse, italiano oppure alleato.

Retata tedesca dopo l'attacco di via Rasella

Sotto questo aspetto a poco era servita la militarizzazione "ufficiale" dei partigiani, avvenuta nel giugno 1944 con l'istituzione – riconosciuta sia dai comandi militari alleati che dal governo nazionale – del Corpo volontari della libertà. A capo dei circa 200 000 combattenti che formavano il nuovo esercito italiano era stato posto il generale Raffaele Cadorna Jr, con vicecomandanti l'esponente del Partito Comunista Italiano Luigi Longo e quello del Partito d'Azione Ferruccio Parri.

Mentre si cominciava comunque a guardare al futuro, un altro punto di contrasto era costituito, appunto, da quello che sarebbe accaduto nel dopoguerra, che veniva avvertito ormai come prossimo. Se da un lato la guerra di liberazione accomunava diverse forze politiche, sia pure nella clandestinità e nella diversità ideologica, l'obiettivo successivo – la nuova Italia – era fonte di divergenza: i partiti della sinistra – peraltro divisi al loro interno – paventavano particolarmente un ripristino dello stato liberale prefascista; il partito comunista mirava alla creazione di una democrazia popolare o progressiva [23]; dal canto suo, il Partito d'Azione sosteneva la necessità che alle organizzazioni partigiane venisse attribuito un ruolo di rilievo nell'edificazione di una nuova democrazia in grado di sovvertire il vecchio ordinamento monarchico. La monarchia, sebbene minata nel proprio prestigio e popolarità per via del suo coinvolgimento quale corresponsabile del fascismo nell'aver gettato l'Italia in guerra e per la fuga del re Vittorio Emanuele da Roma, continuava tuttavia a raccogliere un significativo sostegno popolare diffuso in modo variabile e trasversale anche presso alcuni gruppi partigiani di ispirazione monarchica, cattolica e liberale, oltre che presso militari dell'esercito.

Dall'insurrezione alla liberazione[modifica]

  « Bisogna dire alle masse che la libertà va conquistata con le nostre forze e non ricevuta in dono dagli alleati »
 
(Proclama del CLNAI, aprile 1945[24])
  « Era giunta l'ora di resistere; era giunta l'ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini. »
 

Il 19 aprile 1945, mentre gli Alleati dilagavano nella valle del Po, i partigiani su ordine del CLN diedero il via all'insurrezione generale. Dalle montagne, i partigiani confluirono verso i centri urbani del Nord Italia, occupando fabbriche, prefetture e caserme. Nelle fabbriche occupate venne dato l'ordine di proteggere i macchinari dalla distruzione. Le sedi dei quotidiani furono usate per stampare i giornali clandestini dei partiti che componevano il CLN.

Mentre avveniva ciò, le formazioni fasciste si sbandavano e le truppe tedesche allo sfacelo battevano in ritirata. Si consumava il disfacimento delle truppe nazifasciste, che davano segni di cedimento già dall'inizio del 1945 e i cui vertici si preparavano alla resa agli Alleati.

La mattina del 14 aprile, in un'Imola che sembrava deserta, entrò per primo l'87º Reggimento Fanteria del Gruppo di Combattimento "Friuli"[26] a cui, però, fu subito comandato di dirigersi verso Bologna. Poco dopo giunse la divisione Carpatica polacca, comandata dal generale Wladyslaw Anders insieme ai soldati del Gruppo di Combattimento "Legnano"[27], che furono accolti dagli imolesi che, nel frattempo, erano usciti dai loro rifugi. Ancora la mattina del 21 aprile, fu il "Friuli" ad entrare per primo[28] a Bologna, passando per la Porta Maggiore, nel tripudio dei bolognesi. In giornata giunsero anche i polacchi, il "Legnano" e altri gruppi. Gli americani liberarono Modena il 22 aprile, Reggio Emilia il 24 e Parma il 25. Il 24 aprile, a Genova, inizia l'insurrezione, che porterà il generale tedesco Günther Meinhold ad arrendersi formalmente al CLN ligure il 25 aprile.

Partigiani in festa a Milano
Bologna festeggia la Liberazione
La brigata Buranello sfila a Sestri Ponente (Genova)

Milano e Torino furono liberate il 25 aprile: questa data è stata assunta quale giornata simbolica della liberazione di tutta l'Italia dal regime nazifascista e, denominata Festa della Liberazione, viene commemorata annualmente in tutte le città italiane.

Le truppe alleate arrivarono nelle principali città liberate nei giorni seguenti. La liberazione di molte città, inclusi centri industriali di importanza strategica, prima dell'arrivo degli alleati rese l'avanzata di questi più rapida e meno onerosa in termini di vite e rifornimenti. In molti casi avvennero drammatici combattimenti strada per strada; i resti dell'esercito tedesco e gli ultimi irriducibili fascisti della Repubblica Sociale Italiana sparavano asserragliati in vari edifici o appostati su tetti e campanili su partigiani e civili, agendo come franchi tiratori. Tra essi e le forze partigiane avvennero talvolta vere e proprie battaglie (come a Firenze nel settembre 1944), ma solitamente la loro resistenza si ridusse a una disorganizzata guerriglia, per esempio a Padova, a Parma e a Piacenza.

La notte tra il 25 e il 26 aprile 1945 Benito Mussolini, con i suoi gerarchi e famiglie pernotta a Grandola ed Uniti nell'hotel Miravalle nella frazione di Cardano.

Il 27 aprile 1945 Benito Mussolini, che indossava una divisa da soldato tedesco, fu catturato a Dongo, in prossimità del confine con la Svizzera, mentre tentava di espatriare assieme all'amante Claretta Petacci. Riconosciuto dai partigiani, fu fatto prigioniero e giustiziato il giorno successivo 28 aprile a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como; il suo cadavere venne esposto impiccato a testa in giù, accanto a quelli della stessa Petacci e di altri gerarchi, in piazzale Loreto a Milano, ove fu lasciato alla disponibilità della folla, che infierì sul cadavere per ore. In quello stesso luogo otto mesi prima i nazifascisti avevano esposto e dileggiato, quale monito alla Resistenza italiana, i corpi di quindici partigiani uccisi.

Il 29 aprile la resistenza italiana ebbe formalmente termine, con la resa incondizionata dell'esercito tedesco, e i partigiani assunsero pieni poteri civili e militari.

Il 30 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia ebbe a commentare che "la fucilazione di Mussolini e dei suoi complici è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro paese ancora coperto di macerie materiali e morali."

Il 2 maggio il generale britannico Alexander ordinò la smobilitazione delle forze partigiane, con la consegna delle armi. L'ordine venne in generale eseguito e le armi in gran parte consegnate, in tempi diversi nei vari luoghi in dipendenza dell'avanzata dell'esercito alleato, della liberazione progressiva del territorio nazionale, e del conseguente passaggio di poteri al governo italiano; una parte delle forze partigiane fu arruolato nella polizia ausiliaria ad hoc costituita.

Alcune cifre sulla Resistenza[modifica]

Secondo alcune fonti il numero di partigiani, partendo dalle poche migliaia dell'autunno del 1943, raggiunse ai primi di marzo del 1945 la consistenza di circa 80.000 combattenti; nelle settimane successive si assistette ad un grande aumento di questi effettivi dovuto anche all'afflusso di elementi entusiasti ma in pratica non combattenti od entrati nel movimento anche per motivi opportunistici[29]. Ad aprile 1945 lo stesso comando generale del CVL calcolò una forza attiva di 130.000 partigiani; mentre nei giorni dell'insurrezione si raggiunse ufficialmente un numero di circa 250.000-300.000 uomini e donne. In realtà dal punto di vista operativo nei giorni dell'insurrezione le forze partigiane effettivamente attive e combattenti ammontarono a circa 100.000 uomini e donne, con le formazioni più numerose in Piemonte (30.000), Lombardia (9.000), Veneto (12.000), Emilia (12.000). Di questi 100.000 combattenti attivi, circa 51.000 appartenevano alle formazioni comuniste delle Brigate Garibaldi[30].

Va ricordato poi che dopo il bando del febbraio 1944, che prevedeva la pena di morte per i renitenti alla leva e ai disertori, seguito nell'aprile dello stesso anno da un altro decreto che estendeva la pena di morte anche a chi aveva dato appoggio o rifugio alle brigate partigiane, e dopo diversi casi di arruolamenti forzati da parte di soldati della RSI, molti giovani preferirono cercare rifugio tra le formazioni partigiane piuttosto che partire per una guerra ritenuta ormai persa o rischiare di essere catturati e giustiziati in città insieme ai propri familiari colpevoli di aver dato loro rifugio, pur non condividendo sempre gli orientamenti politici che animavano chi aveva dato vita a queste formazioni.

Alla lotta partigiana in Italia aderirono anche alcuni gruppi di disertori tedeschi, il cui numero è difficile da valutare in quanto, per evitare rappresaglie contro le loro famiglie residenti in Germania, usavano nomi fittizi e spesso venivano considerati dai loro reparti d'origine come dispersi e non disertori per una questione di propaganda. Un caso emblematico di adesione alla lotta partigiana è quello del capitano Rudolf Jacobs. In certe zone vi fu anche la presenza, notevole, di soldati sovietici passati con i partigiani dopo la fuga dai campi di prigionia. Casi eclatanti sono Fëdor Andrianovič Poletaev, Nikolaj Bujanov, Danijl Varfolomeevic Avdveev, il “Comandante Daniel”[31], tutti decorati con medaglia d'oro al valor militare[32]. Il numero dei partigiani sovietici è stimabile con cifra di 5.000/5.500, di cui oltre 700 in Piemonte[33].

Il numero dei caduti partigiani[modifica]

Lapide ad ignominia

Piero Calamandrei, presso il Comune di Cuneo, 1952
Lo stesso testo appare dal 12 agosto 1993 su una lapide nella piazza di Sant'Anna di Stazzema, luogo dell'eccidio del 12 agosto 1944.


Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
Più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

Monumento al partigiano di Parma

Secondo alcune fonti i caduti per la Resistenza italiana (in combattimento o uccisi a seguito della cattura) sarebbero stati complessivamente circa 45.000; altri 20.000 sarebbero rimasti mutilati o invalidi[34]; i soldati regolari morti dopo l'8 settembre in Italia, nei Balcani e nei campi di detenzione tedeschi furono circa 85.000, tra cui 3.000 caduti nelle formazioni che combatterono accanto agli Alleati nella Campagna d'Italia[35].;

Le donne partigiane combattenti sarebbero state 35 mila[36], mentre 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della donna; 4.653 di loro furono arrestate e torturate. 2.750 furono deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate; 1.070 caddero in combattimento; 15 vennero decorate con la medaglia d'oro al valor militare.

Dei circa 40.000 civili deportati, per la maggior parte per motivi politici o razziali, ne torneranno solo 4.000.[senza fonte] Gli ebrei deportati nei lager furono più di 10.000; dei 2.000 deportati dal ghetto di Roma il 16 ottobre 1943 tornarono vivi solo in quindici.

Tra i soldati italiani che dopo l'Armistizio di Cassibile dell'8 settembre decisero di combattere contro i nazifascisti sul territorio nazionale continuando a portare la divisa morirono in 45.000 (esercito 34.000, marina 9.000 e aviazione 2.000), ma molti dopo l'armistizio parteciparono alla nascita delle prime formazioni partigiane (che spesso erano comandate da ufficiali)[37].

Secondo studi autorevoli ed aggiornati, furono invece da 30 a 50.000 i militari italiani che morirono nei lager nazisti, su un totale di circa 650.000 che fu internato in Germania e Polonia dopo l'8 settembre[38] e che, per la maggior parte (il 90% dei soldati e il 70% di ufficiali), rifiutarono le periodiche richieste di entrare nei reparti della RSI in cambio della liberazione[39].

Si stima che in Italia nel periodo intercorso tra l'8 settembre 1943 e l'aprile 1945 le forze tedesche (sia la Wehrmacht che le SS) e le forze della Repubblica Sociale Italiana compirono più di 400 stragi (uccisioni con un minimo di 8 vittime), per un totale di circa 15.000 caduti tra partigiani, simpatizzanti per la resistenza, ebrei e cittadini comuni[40].

Processi e copertura ai nazifascisti nel dopoguerra[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci CIA: Arruolamento di ex nazifascisti e amnistia Togliatti.

Per diversi motivi molti procedimenti giudiziari relativi a queste stragi non furono mai portati avanti, in parte a causa di tre successive amnistie. La prima intervenuta il 22 giugno 1946 detta "amnistia Togliatti"[41]; la seconda approvata il 18 settembre 1953 dal governo Pella che approvò l'indulto e l'amnistia proposta dal guardasigilli Antonio Azara per tutti i reati politici commessi entro il 18 giugno 1948[42]; la terza approvata il 4 giugno 1966[43]. Inoltre la Germania Ovest era dal 1952 alleata con l'Italia sotto l'ombrello della NATO, per cui non risultava politicamente opportuno dare risalto ad episodi ormai ritenuti parte del passato coinvolgenti cittadini tedeschi.

Entrata delle Fosse Ardeatine, luogo del famigerato eccidio nazista

C'era poi il rischio giudicato imbarazzante per le istituzioni italiane che il precedente di un processo in cui si chiedeva la consegna dei criminali di guerra tedeschi avrebbe poi obbligato l'Italia a consegnare a Stati esteri o a processare internamente i responsabili di crimini di guerra commessi dalle forze italiane durante il ventennio fascista e il periodo della Repubblica Sociale Italiana, sia in territorio nazionale che straniero, molti dei quali dopo la guerra erano stati riassorbiti all'interno dell'esercito o delle pubbliche amministrazioni.

Infine durante gli anni sessanta seicentonovantacinque fascicoli riguardanti le stragi nazifasciste in Italia vennero, per le ragione sopraesposte, "archiviati provvisoriamente" dal procuratore generale militare e i vari procedimenti furono bloccati, garantendo quindi l'impunità per i responsabili ancora in vita. Solo nel 1994, durante la ricerca di prove a carico di Erich Priebke per la strage delle Fosse Ardeatine, venne scoperta l'esistenza di questi fascicoli (trovati in quello che giornalisticamente è stato definito l'Armadio della Vergogna) e alcuni dei procedimenti furono riaperti, ad esempio quello a carico di Theodor Saevecke, responsabile della strage di Piazzale Loreto a Milano, ove furono fucilati per rappresaglia 15 tra partigiani ed antifascisti. La maggior parte delle indagini e delle denunce contenute nei fascicoli non portarono tuttavia ad un processo, poiché molti degli indagati risultarono essere non perseguibili in quanto già morti o per l'intervenuta prescrizione dei reati loro ascritti.

La transizione tra la fine delle guerra e l'elezione del nuovo parlamento[modifica]

Con l'avanzare del territorio liberato il potere fu assunto dai partiti riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale, che coordinava la resistenza, una coalizione di sei partiti: azionisti, comunisti, democristiani, demolaburisti[44].

Il Partito Comunista Italiano fu ricostituito sotto la guida del segretario generale Palmiro Togliatti all'interno dell'esperienza della Terza Internazionale e quindi strettamente legato all'Unione Sovietica di Stalin, considerata la vincitrice del Nazismo, la Patria del socialismo e il modello di società comunista. Il Partito Socialista Italiano venne ricostituito principalmente intorno alla figura di Pietro Nenni; Alcide De Gasperi costituì la Democrazia Cristiana, di fatto una continuazione del Partito Popolare Italiano. Esso rappresentava un equilibrio nella politica italiana, un partito tra conservazione e progresso.

Il 4 giugno 1942 Ferruccio Parri aveva costituito il Partito d'Azione; durante la riunione organizzativa vennero stabiliti i seguenti sette punti:

  1. costituzione di una repubblica parlamentare regolata dalla divisione dei tre poteri:
  2. decentramento politico-amministrativo con la creazione delle regioni
  3. nazionalizzazione dei grandi gruppi industriali
  4. riforma agraria
  5. realizzazione della libertà sindacale
  6. separazione tra Stato e Chiesa
  7. costituzione di una federazione europea di stati democratici.

Il Comitato esprimeva i governi e attraverso il Comando unificato coordinava la Resistenza. I governi che guidarono l'Italia nel trapasso furono i governi di Ivanoe Bonomi, presidente del Consiglio dal 18 giugno 1944 al 26 aprile 1945 e Ferruccio Parri, presidente dal 21 giugno 1945 al 4 dicembre 1945 preposti dal Comitato di Liberazione Nazionale CLN. Nell'Italia liberata questi governi ottennero progressivamente il controllo dell'apparato civile e militare dello stato, in aggiunta al controllo delle forze della Resistenza di cui ab origine. A latere di queste forze politiche vi erano i monarchici, maggiormente presenti nelle aree meridionali della penisola e tra le forze armate italiane cobelligeranti a fianco delle truppe alleate.

Le esecuzioni post-conflitto e le tensioni in seno alla Resistenza[modifica]

Palmiro Togliatti, in qualità di Ministro della Giustizia firmò l'omonima amnistia per i reati politici

Il numero degli uccisi di parte fascista dopo il 25 aprile è stato oggetto di un acceso dibattito, più politico che storico: va tenuto presente, tuttavia, che quella del "25 aprile" è una data simbolica. Secondo le Convenzioni dell'Aia e di Ginevra, infatti, le Forze Armate della Repubblica sociale italiana risultarono sconfitte solo il 29 aprile, con la Resa di Caserta, mentre il termine effettivo delle ostilità con le Forze Armate tedesche, con cui la RSI era alleata, si ebbe solo il 3 maggio. Gli uccisi di parte fascista tra il 25 aprile e il 3 maggio, quindi, andrebbero considerati come morti durante il conflitto e non in seguito ad esso.

Da parte neofascista, l'ex ufficiale della Xª Flottiglia MAS e poi senatore eletto con il Movimento sociale italiano Giorgio Pisanò ha parlato di 34.500 morti di parte fascista[45], mentre Bruno Spampanato, aderente alla Repubblica sociale italiana, primo direttore del Secolo d'Italia e deputato dell'MSI, ha parlato addirittura di 300 000 morti[46]. Queste cifre non sono mai state giustificate da fonti ritenute attendibili. A questo proposito, durante la seduta parlamentare dell'11 giugno 1952, il ministro dell'Interno Mario Scelba, democristiano, ha affermato: «in merito ai "trecentomila" assassinati al nord, devo dire che si tratta di una delle menzogne più spudorate della propaganda del movimento sociale e secondo il metodo del peggiore fascismo. Io cerco di mantenere un tono di estrema obiettività e serenità anche in confronto alle manifestazioni del M. S. I., ma di fronte alle menzogne per speculare sui morti insorgo perché vi vedo il più triste gioco del fascismo! [...] Durante la campagna elettorale, in un pubblico discorso, ho detto che, secondo un'inchiesta fatta dal Governo, sulle persone scomparse dopo la liberazione (non parliamo dei morti durante la guerra guerreggiata, che appartengono ad un'altra categoria) e che si potevano presumere uccise, per motivi politici, il loro numero e risultato accertato in 1.732. E posso dire che non sono forse neppure 1.732 perché in quell'elenco sono comprese persone non soppresse, ma squagliatesi per timore di incorrere in rappresaglie. Ma fossero 1.732, fossero pure 2000 o 3000 (io deploro l'uccisione arbitraria anche di un solo cittadino, ma non di questo si parla), si tratterebbe sempre di una cifra, che di fronte a quella di trecentomila crea un problema di moralità politica di fondamentale importanza».[47].

Dichiarazione di Luciano Lama
sugli eccidi del secondo dopoguerra
Il desiderio di vendetta non è un crimine, è un risentimento. Ricordo bene quando mi dissero che avevano fucilato mio fratello. La rabbia ti sale alla testa, te la senti nelle mani quando imbracci un fucile. Qualcuno ha resistito altri no. Magari volevi vendicarti, ma non potevi, non dovevi...
Nessuno vuole giustificare i delitti del dopoguerra. Prima di giudicare però si deve sapere cosa accadde davvero. Una guerra qualunque può forse finire con il "cessate il fuoco". Quella no. La Resistenza fu una battaglia terribile, disperata e atroce. Vivevamo nascosti nelle buche dei campi di granoturco, eravamo circondati da nemici: non erano solo tedeschi e fascisti, c'erano le spie, ti potevano tradire in ogni momento. Vedevamo sparire i nostri compagni, fucilavano famiglie intere.
Eravamo sopraffatti dal dolore, dalla rabbia... Altrimenti non avremmo potuto... Non saremmo riusciti a sparare a chi ci guardava in faccia. Una cosa è tirare una cannonata, un'altra è uccidere chi ti sta di fronte. Ripugna. Si può fare solo se ci si crede ciecamente. Aiutano l'odio, la paura, l'utopia.
Concita De Gregorio, Ora è il momento di ricordare,
la Repubblica, 8 settembre 1990

La cifra di 1732 uccisi di parte fascista citata dal ministro Scelba è inspiegabile: nel 1952, infatti, il governo aveva già quella che è a tutt'oggi l'unica cifra dello Stato italiano sui morti di parte fascista subito dopo il 25 aprile, che però non è mai stata resa nota. Secondo un'indagine della Direzione generale di Pubblica sicurezza svolta alla fine del 1946, infatti, le persone uccise perché "politicamente compromesse" con il regime fascista sono state 8197, a cui vanno aggiunte le 1167 "prelevate e presumibilmente soppresse", per un totale di 9364[48]. Questi dati, scrisse il capo della polizia inviandoli al ministero, vanno considerati "approssimativi, per le evidenti difficoltà che incontrano i relativi accertamenti. Dopo queste ultime indagini sono pervenute, infatti, altre segnalazioni per quanto non numerose"[49]. La portata di queste cifre si accorda con l'entità di quelle dichiarate nel 1948 al Senato da Ferruccio Parri, quando affermò che "i caduti dall'altra parte, compresi quelli caduti in combattimento, potevano assommare ad una cifra tra 10.000 e 15.000"[50], secondo le indagini da lui fatte condurre quando era al governo.

I governi espressione della Resistenza adottarono una serie di provvedimenti per identificare i responsabili di abusi (o presunti tali) ed efferatezze commesse negli anni di guerra. Nel dopoguerra fu creato un organo di indagine e tribunali specifici per giudicare e sanzionare tali comportamenti, denominati Corti d'Assise Straordinarie, sotto la presidenza di un giudice di ruolo nominato dai presidenti delle Corti d'Appello (anche Oscar Luigi Scalfaro ne fece parte). Esse agirono con prontezza e severità, si ebbero numerose condanne a morte (eseguite) e irrogazione di lunghe pene detentive[51]. I governi dell'Italia liberata furono spesso scavalcati dal comportamento di partigiani che non volevano smobilitare, non accettando una normalizzazione che dava impunità a numerosi criminali fascisti: essi usarono il potere locale, che si erano guadagnati nella lotta di liberazione, autonomamente e spesso in contrasto con le direttive del governo espressione del Comitato di Liberazione Nazionale per effettuare una serie di esecuzioni, che proseguirono circa fino al 1949.

Successivamente alla "normalizzazione" postbellica, anche alcuni partigiani vennero sottoposto a processi per presunte "stragi" e "assassinii" compiuti nella Liberazione: il tema della persecuzione dei partigiani da parte della magistratura e delle forze politiche su cui si fondava la giovane Repubblica divenne un argomento di discussione ricorrente per molte forze di sinistra, soprattutto causa il contrasto con l'impunità di cui godettero la maggior parte degli ex fascisti che si erano macchiati di reati ben maggiori (uno per tutti, il caso di Rodolfo Graziani).

Le ragioni di questi comportamenti sono molteplici; si può ritenere che i partigiani temessero da parte dello Stato una punizione poco efficace o peggio una totale impunità verso i gerarchi fascisti che si erano macchiati di efferate azioni contro il popolo italiano, da cui nacque la sensazione di una Resistenza tradita.

Questi timori risultarono spesso fondati (quasi sempre nel caso degli organi militari e di polizia), in quanto i governi successivi effettuarono una de-fascistizzazione molto blanda soprattutto nella pubblica amministrazione, provocata da necessità politiche di pacificazione nazionale che ebbero il loro culmine nell'amnistia firmata dall'allora Ministro di Grazia e Giustizia[52] Togliatti il 22 giugno 1946, seguita, il 7 febbraio 1948, da un decreto del sottosegretario alla presidenza Andreotti con cui si estinguevano i pochi giudizi ancora in corso dopo l'amnistia. Molti dei gerarchi e degli uomini di governo legati al fascismo, condannati a decenni di carcere o alla pena capitale nei mesi successivi alla liberazione, videro successivamente le loro pene grandemente ridotte se non completamente cancellate[53]. Si possono citare tra i tanti esempi il caso del fascista commissario-torturatore Gaetano Collotti (capo della famigerata "banda Collotti" attiva nel Nord-Est), premiato dopo la guerra con un'onorificenza militare (per questo motivo Ercole Miani, torturato proprio da Collotti, rifiutò la medaglia d'oro al valor militare, che gli fu pertanto assegnata postuma); il caso del funzionario di polizia che aiutò a stendere gli elenchi per la strage delle fosse Ardeatine che fece carriera dopo la Liberazione; il caso analogo dei funzionari fascisti che collaborarono alla cattura di Giovanni Palatucci (il commissario di polizia che aiutò la fuga di migliaia di ebrei); il caso del comandante della Xª Flottiglia MAS Junio Valerio Borghese, i cui uomini si erano macchianti di numerosi ed efferati crimini durante la repressione della lotta partigiana, che venne condannato a soli dodici anni di carcere per "collaborazionismo" di cui nove furono condonati per interessamento e pressioni dei servizi segreti statunitensi che lo avevano arruolato, permettendo la sua scarcerazione subito dopo il processo e il suo ingresso nella vita politica del paese come presidente onorario del MSI.

Secondo l'ex partigiano cattolico Ermanno Gorrieri alla fine della guerra «molta rabbia si era accumulata negli animi. Era impossibile che non esplodesse dopo il 25 aprile. Violenza chiama violenza. I delitti che hanno colpito i fascisti dopo la Liberazione, anche se in parte furono atti di giustizia sommaria, non sono giustificabili, ma sono comunque spiegabili con ciò che era avvenuto prima e con il clima infuocato dell'epoca. I fascisti non hanno titolo per fare le vittime[54]».

Va anche ricordato che numerose bande armate fasciste operanti durante la RSI furono composte essenzialmente da efferati criminali e che numerosi effettivi delle forze armate fasciste si fecero strumento dei nazisti, talora al di là degli stessi desideri dei loro padroni, consumando innumerevoli atti di indicibile ferocia.[senza fonte]

Un'altra scuola di pensiero invece parla di questa reazione partigiana post 25 aprile come un atto di vendetta per motivi politici mirata a creare le condizioni per l'avvento del regime comunista che faceva riferimento all'Unione sovietica[senza fonte]. Inoltre vi sono numerose dichiarazioni, testimonianze e sentenze [senza fonte] che una parte dei delitti commessi da questi partigiani erano delitti a sfondo personale, ma fatti passare per politici in modo da avere una copertura.

Le diverse anime della Resistenza[modifica]

Va sottolineato che la Resistenza antinazista fu un fenomeno generale, presente in quasi tutti i paesi controllati dalla Germania, a partire dalla Francia e che la parte finale della guerra vide il convergere sulla Germania dei sovietici da est e degli Alleati da ovest.

Nella fase finale della guerra essi erano ancora alleati, ma si vedevano chiare le tensioni per la suddivisione dell'Europa post-bellica in sfere di influenza, sia militare sia economica sia ideologica e di concezione della forma dello Stato. Nei paesi liberati dai sovietici si impose sempre il loro modello, nei paesi liberati dagli angloamericani si impose sempre il loro.

Un'immagine della Conferenza di Jalta: da sinistra, Churchill, Roosevelt e Stalin

Non sempre la divisione fissata con gli accordi di Jalta era accettata dalle parti in causa. In due paesi liberati dagli angloamericani, la Grecia e l'Italia, le maggiori forze della Resistenza erano orientate verso il modello sovietico, del quale tra l'altro non erano all'epoca noti alcuni aspetti. Sia in Grecia sia in Italia queste aspirazioni dei comunisti vennero frustrate dall'instaurazione di uno Stato più o meno democratico basato su un'economia di tipo capitalistico.

Viceversa in Jugoslavia l'esercito partigiano guidato da Tito instaurò un regime di tipo comunista nonostante il Paese fosse stato a Jalta parzialmente attribuito al blocco occidentale.

Nella Resistenza italiana vi erano (in forma più o meno esplicitata) due correnti maggiori di pensiero: una che vedeva la Resistenza come braccio armato di un "nuovo Risorgimento" avente lo scopo di espellere dall'Italia i tedeschi e rovesciare i loro alleati fascisti, ripristinando il regime pre-fascista o comunque liberale e democratico, basato su una democrazia parlamentare di tipo occidentale, ed una più decisamente orientata a sinistra, in genere filosovietica, che considerava (pur in contrasto con le indicazioni ufficiali delle direzioni nazionali dei principali partiti di sinistra) la vittoria militare solo un presupposto per un nuovo ordine politico in Italia basato su qualche forma di comunismo o socialismo, in sostanza di "dittatura del proletariato" come si pensava sarebbe avvenuto nei paesi assegnati a Jalta all'area di influenza sovietica.

In verità, questa ultima interpretazione della Resistenza non era condivisa da tutti i dirigenti del Partito Comunista Italiano, in particolare Palmiro Togliatti, aveva impresso a partire dal 1944 (e non senza incontrare una certa opposizione di alcuni elementi della base) una forte moderazione della linea politica del PCI arrivando addirittura (con la cosiddetta svolta di Salerno dell'aprile 1944) a dichiarare secondaria la questione repubblica-monarchia che divideva in quel periodo il fronte antifascista.

Era tuttavia diffusa tra i militanti comunisti l'idea dell'"ora X", ossia l'illusione che dietro l'atteggiamento togliattiano di accettazione della democrazia capitalista si nascondesse un'astuta manovra tattica volta a scatenare, al momento opportuno (l'ora X), un'insurrezione comunista. Questa parte "rivoluzionaria" della Resistenza, in molti casi militarmente maggioritaria, non considerava finita la sua funzione armata con la vittoria dell'aprile 1945 e la battaglia continuava, assumendo il carattere di lotta rivoluzionaria, eventualmente in forme nuove, con un parziale spostamento dell'identità degli avversari.

Anche da ciò derivò l'elevato numero delle vittime, principalmente fasciste, ma anche appartenenti a brigate partigiane di diverso colore politico (fiamme verdi, democristiani, liberali), preti e in molti casi semplici esponenti delle classi sociali a loro non favorevoli in caso di scontro aperto (perciò si è parlato di una forte componente di lotta di classe all'interno del movimento resistenziale).

Nei mesi seguenti si ebbero fatti sanguinosi, che con intensità calante proseguirono per alcuni anni. Talvolta i responsabili o i semplici accusati di questi omicidi nel dopoguerra trovavano rifugio o venivano fatti espatriare in paesi filosovietici come la Cecoslovacchia o la Jugoslavia.

Tuttavia i sovietici, rispettando le spartizioni tra i due blocchi prese a Jalta, non promisero alcun appoggio ad un tentativo di presa armata del potere e il risultato negativo del tentativo rivoluzionario in Grecia smorzò molto il movimento. Lo scontro all'interno della sinistra comunista perdurò fino alla elezioni del 18 aprile 1948, quando fu del tutto chiaro che l'Italia era ormai saldamente inserita nel blocco occidentale, contrapposto a quello sovietico nell'ambito della nascente Guerra Fredda.

Episodi particolari di scontri all'interno del movimento resistenziale[modifica]

  • L'uccisione del comandante Libero Riccardi, avvenuta nella tarda primavera del 1944, da parte di una fazione di partigiani romagnoli che non condivideva le modalità di conduzione della lotta armata sin lì adottate da Libero e ne giustificò l'eliminazione con accuse (da alcune fonti considerate infondate) di diserzione e furto.
  • Esecuzione di Dante Castellucci, avvenuta il 22 luglio 1944 su accuse, secondo le ultime ricerche, di un probabile infiltrato OVRA[55] nelle file del movimento partigiano. Ciò corrisponderebbe alle dichiarazioni di Laura Seghettini, fidanzata di Facio[56].
  • La Strage della Missione Strassera, avvenuta il 26 novembre 1944. È da rimarcare che il più noto imputato (e presunto mandante) della strage Francesco Moranino venne graziato dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, ottenendo il riconoscimento che l'episodio di cui era stato accusato era da considerare un "atto di guerra" (nell'ambito della guerra di Liberazione) e quindi giuridicamente legittimo.
  • Eccidio di Porzûs, avvenuto il 7 febbraio 1945. Le testimonianze di monsignor Aldo Moretti, medaglia d'oro della Resistenza e fra i comandanti della Osoppo, riportate su Famiglia Cristiana nel 1997 e in seguito sui siti ANPI hanno gettato un po' di luce sui tragici fatti dell'Eccidio di Porzus, commesso secondo la testimonianza di Aldo Moretti, in collegamento all'intervento dei servizi segreti stranieri in Italia, allo scopo di ledere l'unità delle forze partigiane ed evitare che nel dopoguerra in zona potesse prendere predominanza politica una unione fra cattolici e comunisti.
  • L'omicidio di Mario Simonazzi, il comandante Azor[57][58], cattolico militante nelle Squadre di Azione Patriottica (SAP), ucciso probabilmente a causa della sua popolarità, quasi certamente qualche giorno prima della liberazione (il corpo venne ritrovato alcuni mesi dopo) e l'agguato subito il 27 gennaio 1946 dal giornalista Giorgio Morelli, che accusò dell'omicidio Azor i comunisti locali. Morelli morì poco tempo dopo, in seguito alle ferite riportate nell'attentato del quale era rimasto vittima.

Episodi particolari di esecuzioni sommarie dopo la fine della guerra[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce triangolo rosso.

Il 15 maggio 2006, nel discorso di insediamento come Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ha parlato della resistenza, esaltandone i valori, ma parlando anche di "episodi oscuri" avvenuti nell'ambito di essa.[60]

Città decorate per il contributo dato alla guerra di liberazione[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Città decorate al valor militare per la guerra di liberazione e Città decorate al merito civile.

Alla fine della guerra di liberazione la neonata Repubblica ha sentito l'obbligo di segnalare come degni di pubblico onore gli autori di atti di eroismo militare (come riporta il Regio Decreto 4 novembre 1932, n. 1423 e successive modificazioni, oltre che ai singoli combattenti, anche alle istituzioni territoriali, le Città, i Comuni, intere Regioni, Università, con la decorazione al valor militare.

Anche medaglie al merito civile, istituite con L. 20 giugno 1956, n, 658, modificata dalla L. 15 febbraio 1965, n. 39, sono state conferite a città e province per il contributo dato alla guerra di liberazione.

Note[modifica]

  1. ^ Resistenza in Enciclopedie on line Treccani
  2. ^ Vedi anche il lemma "Resistenza in Europa" dal Dizionario di storia moderna e contemporanea Paravia Bruno Mondadori, che ne indica come primo significato l'attività detta "Resistenza", e non solo il soggetto della medesima: "Lotta popolare, politica e militare condotta durante la Seconda guerra mondiale nei paesi europei occupati dalle potenze dell'Asse...".
  3. ^ C. Pavone, Una guerra civile, pp. 169-412; G. Oliva, La resistenza, passim.
  4. ^ G.Bianchi, La Resistenza, in: AA.VV., Storia d'Italia, vol. 8, pp. 368-369.
  5. ^ Gaetano Collotti e l'Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza
  6. ^ http://www.arengario.net/poli/poli371.html
  7. ^ Valerio Gentili, Roma combattente, Castelvecchi, 2010.
  8. ^ N° 1023/CS (10 settembre) ordinava di "considerare le truppe tedesche come nemiche"; n°1029/CS recitava testualmente "Comunicate at generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo at Cefalonia, Corfù et altre isole".
  9. ^ Regio Decreto datato da Firenze il 13 dicembre 1871 e tuttora in vigore.
  10. ^ qui non inteso in senso dispregiativo.
  11. ^ "[...] respingiamo l'interpretazione che considera la Guerra di Liberazione come una guerra civile per la conquista di centri di potere. La Lotta di Liberazione fu un movimento popolare di partigiani e partigiane sostenuto da una grande solidarietà popolare, con i militari delle tre Forze Armate, che hanno combattuto assieme per riconquistare la libertà per tutti: per chi c'era, per chi non c'era e anche per chi era contro, con una generosità non sempre conosciuta in altre epoche storiche. Questo è il grande dato storico, che va sottolineato anche per rendere omaggio a tutti i Caduti e a quanti della nostra generazione sono scomparsi, e che ci hanno lasciato un nobilissimo testamento che non può essere dimenticato. [...]" (Arrigo Boldrini al Teatro Lirico di Milano il 24 giugno 1994 in occasione del 50º anniversario della costituzione del C.V.L..
  12. ^ Lassù sull'Appennino di Franco Sprega
  13. ^ che poteva avvalersi di comandanti militari come Vincenzo Guarniera Stella di bronzo americana, nome di battaglia Tommaso Moro, Orfeo Mucci, Aladino Govoni Medaglia d'oro al valor militare, e lo stesso Gobbo.
  14. ^ Unico Guidoni, ex alunno del Virgilio, trucidato alle Fosse Ardeatine
  15. ^ Giovanni Mariga vicecomandante di una delle formazioni operanti in zona fu decorato medaglia d'oro al valor militare, da lui rifiutata per coerenza con l'ideologia libertaria
  16. ^ nelle formazioni del genovesato e del savonese militavano Arrigo Cervetto e Lorenzo Parodi
  17. ^ G.Bocca, Storia dell'Italia partigiana, pp. 342-343.
  18. ^ Piero Ambrosio, Direttore della rivista "L'impegno" e membro della segreteria della Conferenza dei direttori degli Istituti associati all'Insmli dal 1992 al 1995, sottolinea in Antifascismo e guerra di Spagna il filo rosso che lega le vicissitudini degli antifascisti italiani nella guerra di Spagna e la Resistenza; Carlo Rosselli in Spagna lanciò alla radio di Barcellona il 13 novembre 1936 lo slogan "Oggi qui (in Spagna), domani in Italia"; in: [1]
  19. ^ (EN) The OSS and Italian Partisans in World War II, articolo del Center for the Study of Intelligence della CIA, scritto dall'ex agente dellOffice of Strategic Services Peter Tompkins
  20. ^ Giuliano Vassalli e Massimo Severo Giannini, Patria Indipendente, Pubblicazione ANPI
  21. ^ Davide Conti (cur.), Le brigate Matteotti a Roma e nel Lazio, Roma, Edizioni Odradek, 2006. ISBN 88-86973-75-6
  22. ^ Marcella Monaco - I protagonisti della Resistenza a Roma
  23. ^ Giampaolo Pansa, I vinti non dimenticano, Rizzoli, 2010
  24. ^ G. Oliva, I vinti... cit. p. 545
  25. ^ Dal discorso tenuto al Teatro Lirico di Milano il 28 febbraio 1954, in Uomini e città della Resistenza. Discorsi scritti ed epigrafi, Bari, Laterza, 1955.
  26. ^ Il Gruppo di Combattimento "Friuli" non era negli "Alleati" ma era "cobelligerante"
  27. ^ Il gruppo "Legnano" e il gruppo "Folgore" erano inseriti negli "Alleati" con la 5ª Armata degli Stati Uniti)
  28. ^ Nonostante l'alto comando avesse richiesto che fossero i polacchi ad entrare per primi
  29. ^ G.Bocca, Storia dell'Italia partigiana, p. 493.
  30. ^ G.Bocca, Storia dell'Italia partigiana, pp. 493-494.
  31. ^ il battaglione Stalin,
      « Sono proprio i partigiani sovietici che li attaccano frontalmente al grido di "Hurrah Stalin" ed assieme agli altri partigiani rioccupano Piandelagotti, infliggendo grandi perdite al nemico. »
       
    Alberto Gatti Il Partigiano Dartagnan e la Repubblica di Montefiorino
  32. ^ Mauro Galleni, Ciao, russi. Partigiani sovietici in Italia, 1943-1945, Venezia, Marsilio Editori, 2001. ISBN 88-317-7772-6.
  33. ^ da fondazione Giuseppe Lattanzi nome di battaglia Saetta
  34. ^ G.Bocca, Storia del'Italia partigiana, p. 536.
  35. ^ G.Rochat, Le guerre italiane, 1935-1943, p. 443.
  36. ^ IL RUOLO DELLE DONNE NELLA RESISTENZA - Lotta partigiana e inclusione nei partiti di Tiziana Bagnato.
  37. ^ Il contributo dei militari alla Guerra di Liberazione in Italia
  38. ^ I più aggiornati dati convergono con quelli indicati nella voce nei lavori di Lutz Klinkhammer, Giovanna Procacci, Gehrard Schereiber, Gabriele Hammermann e nella pubblicazione "I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich", Ufficio Storico SME, Roma, 1992, citati in Santo Peli, Storia della Resistenza in Italia, Einaudi, Torino, 2006, ISBN 88-06-18092-7, p. 16. Secondo le cifre fornite dall'Ufficio storico dello Stato Maggiore italiano vi furono 41.432 caduti su circa 600.000 internati militari italiani (Istituto centrale di statistica morti e dispersi per cause belliche anni 1940/1945, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, Commissariato generale C.G.V., Ministero della Difesa, Edizioni 1986)
  39. ^ Marco Palmieri e Mario Avagliano, Breve storia dell’internamento militare italiano in Germania - Dati, fatti e considerazioni
  40. ^ [2]
  41. ^ Tale amnistia promulgata con il D.P.R. 22 giugno 1946, n. 4, comprendeva i reati comuni e politici, compresi quelli di collaborazionismo con il nemico e reati annessi ivi compreso il concorso in omicidio, pene allora punibili fino ad un massimo di cinque anni. I reati commessi al Sud dopo l'8 settembre 1943 e l'inizio dell'occupazione militare alleata al Centro e al Nord. [3] [4]
  42. ^ D.P.R 19 dicembre 1953, n. 922
  43. ^ D.P.R. 4 giugno 1966, n. 332
  44. ^
      « Nel frattempo, già il 9 settembre il Comitato che riunisce i partiti antifascisti si costituisce in Comitato di liberazione nazionale (CLN) e dirama un appello “alla lotta e alla resistenza”. Il nuovo organo si propone immediatamente con un carattere nazionale delegando, il successivo ottobre, a una Giunta militare la direzione della resistenza cittadina: ne fanno parte Giuseppe Spataro per la Democrazia cristiana, Manlio Brosio per i liberali, Mario Cevolotto per i demolaburisti, Giorgio Amendola per i comunisti, Sandro Pertini per i socialisti e Riccardo Bauer per il Partito d'azione, liberali e socialisti. »
       
    itinerari storicoculturali Lazio
  45. ^ Tra le molteplici pubblicazioni di Pisanò su questo tema, si può vedere, ad esempio, G. Pisanò, Sangue chiama sangue, Pidola, Milano 1965, p. 299. Le cifre riportate da Pisanò sono state oggetto di molte critiche, per mancanza di fonti o per i criteri dubbi con cui alcune persone uccise sono state inserite nei suoi elenchi nominativi. A questo proposito, N. S. Onofri, Il triangolo rosso (1943-1945), Sapere 2000, Roma 1994, pp. 52-53
  46. ^ B. Spampanato, Contromemoriale, Roma 1974, volume quarto, p. 1577.
  47. ^ Atti Parlamentari, Camera dei deputati, 1952, Discussioni, 11 giugno 1952, p. 38736.
  48. ^ ACS, Min. Int., Gab., 1950-1952, Gab., 1950-1952, busta 33, f. 11430/16.
  49. ^ Ibidem.
  50. ^ Atti Parlamentari, Senato, 1948, Resoconti delle sedute plenarie, I, p. 563.
  51. ^ Il Partigiano Foglio di informazione dell'ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia)
  52. ^ Il Ministero di Grazia e Giustizia cambiò la propria denominazione che aveva sin dalla sua nascita con l'entrata in vigore della riforma Bassanini sull'organizzazione del Governo quando, con il D.P.R. 6 marzo 2001 n. 55, assunse quella attuale di Ministero della Giustizia
  53. ^ Salò Storie di sommersi e salvati, articolo de Il Corriere della Sera, del 16 dicembre 1996
  54. ^ Ermanno Gorrieri, con Giulia Bondi, Ritorno a Montefiorino. Dalla Resistenza sull'Appennino alla violenza del dopoguerra, Bologna, il Mulino, 2005, p. 183.
  55. ^ Partigiano Facio, un delitto dell'Ovra?
  56. ^ Laura Seghettini, nata a Pontremoli il 22/1/1922, partigiana. Di famiglia antifascista, dopo l'8 settembre diffonde la stampa clandestina e raccoglie gli aiuti per le prime bande partigiane. Ricercata dai fascisti, sale ai monti e si unisce al battaglione garibaldino Picelli diventando una partigiana combattente. Nell'estate del 1944, dopo l'uccisione del comandante del Picelli, Dante Castellucci "Facio", si sposta nel parmense dove continua la lotta partigiana fino alla liberazione. (estratto da museo della Resistenza), Laura Laura Seghettini Al vento del Nord. Una donna nella lotta di Liberazione, Carocci
  57. ^ Massimo Storchi, Sangue al bosco del Lupo. Partigiani che uccidono partigiani. La storia di Azor, Reggio Emilia, Alberti, 2005. ISBN 978-88-7424-059-3.
  58. ^ Daniela Anna Simonazzi, AZOR La Resistenza incompiuta di un comandante partigiano Dettaglio
  59. ^ Arruolatosi nelle Brigate Nere nelle ultime fasi della Seconda Guerra Mondiale, venne catturato a Tortona dai partigiani, nei giorni immediatamente successivi alla fine del conflitto, mentre tentava di ricongiungersi con la famiglia. Rinchiuso nella ex-caserma dei Carabinieri di Castelnuovo Scrivia, dopo essere stato torturato ed esposto alla gogna pubblica da un balcone di quell'edificio, fu ucciso la notte tra il 28 ed il 29 maggio 1945 (cit. in G. Pansa, Sconosciuto 1945, Sperling & Kupfer, 2005).
  60. ^ Repubblica.it - Discorso di insediamento di Giorgio Napolitano. URL consultato il 21 ottobre 2009

 

Fonte:wikipedia