Guerra del Pacifico

 

La guerra del Pacifico , fu un conflitto svoltosi nella metà occidentale dell'oceano Pacifico, nel sud-est asiatico e nella Cina occupata dall'Esercito imperiale giapponese. Venne combattuta tra l'Impero giapponese, facente parte dell'Asse[5], e le potenze Alleate, ovvero gli Stati Uniti con le Filippine, facenti parte del Commonwealth americano; il Regno Unito assieme all'India, sua colonia; la Cina, l'Australia, l'Olanda e la Nuova Zelanda.[6][7][8] L'Unione Sovietica, che nel maggio del 1939 aveva sconfitto i giapponesi in una serie di scontri al confine con la Manciuria (Battaglia di Khalkhin Gol),[9] rimase neutrale fino al 1945 quando giocò un ruolo importante per la parte alleata negli ultimi giorni di guerra, irrompendo nel Manciukuò.[10][11] Cronologicamente viene inclusa nella seconda guerra mondiale, in quanto ne comprende alcune tra le più importanti battaglie e campagne[6][7][8], ma ha le sue radici nel conflitto fra Cina e Giappone che si sviluppò negli anni tra il 1937 e il 1945.[12] Questa guerra esacerbò i rapporti tra il Giappone e le potenze occidentali, e insieme a motivi economici e politici spinse l'Impero giapponese all'attacco a sorpresa di Pearl Harbor del 7 dicembre 1941, seguito dalla fulminea espansione nel Pacifico e nelle isole del Sud-Est asiatico a spese di territori e colonie statunitensi, olandesi, britannici e australiani. Il Giappone fu appoggiato anche dalla Thailandia, politicamente già sottomessa[13], e da vari movimenti indigeni nazionalisti.[14][15] L'enorme ma effimero dominio che il Giappone si costruì con le conquiste militari prese il nome di Sfera di Prosperità Comune.[16]

Dopo sei mesi di ininterrotte vittorie la potenza militare del Giappone subì un duro ed improvviso arresto a Midway (giugno 1942).[6][7][8] Da allora iniziò un susseguirsi di disfatte aeronavali[6][7][8] e di sanguinose sconfitte su atolli ed isole[6][7][8], mentre si intensificavano i bombardamenti aerei sul suolo metropolitano, iniziati nell'inverno del 1944 e culminati con il lancio della prima bomba atomica su Hiroshima (6 agosto 1945) e di una seconda su Nagasaki (9 agosto 1945).[17]

Con il paese sull'orlo del collasso totale, l'imperatore Hirohito impose la sua decisione di cessare le ostilità al clan militarista e ai generali più intransigenti.[18] Dopo un breve ammutinamento dei soldati più fanatici, la mattina del 15 agosto l'imperatore radiodiffuse la resa senza condizioni del Giappone agli Alleati.[19] Il documento vero e proprio fu firmato il 2 settembre sulla corazzata Missouri, ancorata nella Rada di Tokyo.[20]

Tra il 1942 e il 1945 ci furono quattro principali teatri alleati nella guerra contro il Giappone: Cina, l'area oceanica del Pacifico, il sud-est asiatico e l'area del Pacifico sud occidentale. Le fonti statunitensi indicano due teatri principali nell'ambito di questa guerra: il teatro di operazioni del Pacifico e il teatro di operazioni del sud-est asiatico. Comunque per la maggior parte della guerra il comando statunitense divise il controllo operazionale delle proprie forze tra i comandanti dell'area oceanica del Pacifico, dell'area sud-occidentale del Pacifico e del teatro birmano-cinese (CBI, "Cina-Birmania-India"). Le forze statunitensi nell'area erano tecnicamente sotto il comando operativo del Comando del sud-est asiatico o di quello del generalissimo Chiang Kai Shek. Per brevi periodi di tempo, sia nel 1939 che nel 1945, ci fu un altro teatro operativo: la Mongolia e il nord-est della Cina, dove le forze sovietiche ingaggiarono anch'esse quelle giapponesi.[senza fonte]

Indice [nascondi]
1 Prima espansione giapponese in Asia
2 La svolta militarista
3 Seconda guerra sino-giapponese
4 Successi politici giapponesi prima del conflitto
5 Scoppia la guerra del Pacifico
6 Gli Stati Uniti entrano in guerra
7 L'espansione giapponese
7.1 Il sud-est asiatico
7.1.1 Hong Kong
7.1.2 Catastrofe nel Golfo di Kuantan
7.1.3 La Malesia e Singapore
7.1.4 La Birmania
7.1.5 L'Oceano Indiano e Ceylon
7.2 Il Pacifico centrale
7.2.1 Guam e Wake
7.3 Il Pacifico sud-occidentale
7.3.1 Le Filippine
7.3.2 Le Indie Orientali Olandesi
7.3.3 La Nuova Britannia e la Nuova Irlanda
7.3.4 Le Isole Salomone e la Nuova Guinea
7.3.5 L'attacco all'Australia
8 Organizzazione dei comandi e prime reazioni americane
9 Il Mar dei Coralli e Midway bloccano il Giappone
9.1 L'incursione Doolittle su Tokyo
9.2 Battaglia del Mar dei Coralli
9.3 La battaglia decisiva a Midway
9.3.1 La conquista delle Aleutine
10 L'iniziativa passa agli Alleati
10.1 Stallo giapponese in Birmania
10.2 L'epopea di Guadalcanal
10.3 Nuova Guinea sudorientale
11 Perdite e disfatte giapponesi nel 1943
11.1 Birmania
11.2 Mare di Bismarck
11.3 La morte di Yamamoto
11.4 Isole Aleutine
11.5 Nuova Guinea orientale
11.6 Le Isole Salomone
11.7 Isole Gilbert
11.8 MacArthur nella Nuova Britannia
11.9 Avvenimenti politici
11.9.1 Stati Uniti e Alleati
11.9.2 Impero giapponese
12 Gli stadi finali della guerra
13 Attacchi giapponesi contro gli Stati Uniti continentali
14 Note
15 Bibliografia
16 Voci correlate
17 Altri progetti
18 Collegamenti esterni
 
 Prima espansione giapponese in Asia[modifica] Per approfondire, vedi le voci Prima guerra sino-giapponese e Guerra russo-giapponese.

Alla fine del XIX secolo il continente asiatico era quasi completamente caduto sotto l'influenza dell'Occidente. L'impero cinese era in preda al caos politico, ma la sua estensione lo difendeva da tentativi di annessione o conquista, e quindi solo sulle sue coste si sviluppò il colonialismo europeo. Solo il Giappone, grazie alla nuova politica intrapresa dall'imperatore Mutsuhito, era riuscito in capo a trent'anni a divenire una forte nazione sul modello dei paesi europei. Il processo di modernizzazione fu appoggiato vigorosamente dal clan militarista Satsuma, i cui membri intuivano gli enormi vantaggi bellici che sarebbero derivati dalla industralizzazione del paese: infatti riuscirono a ottenere che il Giappone impegnasse gran parte dei nuovi capitali per armare un forte e numeroso esercito oltre a una moderna flotta.[21]

A causa di dispute territoriali in Corea, il Giappone attaccò nel 1894 la Cina, decidendo in poche battaglie la sconfitta del grande paese asiatico. Con il trattato di Shimonoseki l'Impero nipponico annesse l'isola di Formosa ed espanse la sua influenza economica e politica in Corea, divenuta indipendente.[22] Nel 1900 il Giappone intervenne con le potenze europee contro la rivolta dei Boxer, acquisendo ulteriore importanza internazionale: fu firmato, infatti, un trattato con la Gran Bretagna (1902).[22] La successiva vittoria nella guerra russo-giapponese del 1904-1905 consentì al Giappone di occupare integralmente la penisola (poi annessa nel 1910), la metà dell'isola di Sakhalin e di porre le basi per una successiva penetrazione economico-militare in Cina.[23] Questa espansione del potere nipponico venne aiutata dal fatto che per il primo decennio del XX secolo la Cina aveva subito una profonda trasformazione politico-istituzionale, divenendo nel 1912 una repubblica con presidente Sun Yat-sen (fondatore del Kuomitang), ma la debolezza del cui governo provocò in capo a pochi anni la frammentazione del potere, assunto dai vari governatori militari chiamati signori della guerra.

Durante la prima guerra mondiale il Giappone si schierò con l'Intesa e conquistò rapidamente le concessioni territoriali tedesche in Cina e l'impero coloniale della Germania nel Pacifico (Isole Caroline, Marianne, Marshall); sempre nel corso del conflitto il Giappone impose alla Cina sconquassata dalle lotte politiche le Ventun Richieste. In questo periodo l'Impero nipponico conobbe una grande crescita economica e produttiva ed espanse i suoi mercati in Estremo Oriente.[24]

 La svolta militarista[modifica] Per approfondire, vedi la voce Manciukuò.
 L'imperatore Hirohito nelle vesti tradizionali: salito al trono nel 1926, mantenne un atteggiamento ambiguo e talvolta indifferente verso lo strapotere dei militari e i loro piani di conquistaFinito il primo conflitto mondiale il Giappone si vide riconoscere le conquiste effettuate sottoforma di mandato con i trattati di pace nel 1919. D'altronde l'Impero del Sol Levante godeva ormai di notorietà internazionale, tanto che occupava un posto fisso nell'assemblea della Società delle Nazioni, mentre la potenza della sua flotta lo posizionava terzo dopo Stati Uniti e Regno Unito.[25] Nel 1920-21, però, la crisi industriale postbellica guastò la floridezza economica di cui il Giappone godeva: le sue esportazioni caddero di colpo mentre le importazioni di alimenti, acciaio e petrolio provocarono un grave deficit statale.[26] È in questo momento che si ha una frattura nella dirigenza del paese: da una parte le personalità della finanza e della politica intendevano superare la crisi con un'onesta concorrenza commerciale. Dall'altra i capi militari, ispirandosi all'antico culto dello spirito egemonico Yamato,[27] propugnano guerre d'aggressione di stampo imperialista per assicurarsi materie prime e mercati dove smerciare le eccedenze di produzione; inoltre a sostegno di questa tesi affiancano il tema di una "missione civilizzatrice" del popolo nipponico verso gli altri paesi asiatici, per affrancarli dalla dominazione occidentale e guidarli sulla via dello sviluppo.[26] L'intransigente linea dei militari anche se riscuote successo venne rifiutata, e tranne per la creazione, nel 1926, dello stato indipendente del Manciuria, strappata alla Cina e posta sotto la guida del generale e signore della guerra Zhang Xueliang, il Giappone si attenne a una espansione commerciale pacifica. Il nuovo indirizzo fu seguito anche perché concideva con le opinioni personali dell'imperatore Hirohito, divenuto sovrano del Giappone il 25 dicembre 1926 con il nome Showa.[28]

La Grande Depressione determinò però un brusco cambio di vedute: il crollo dei mercati, l'inflazione, la disoccupazione, le gravi condizioni dei ceti contadini dettero ancor più credito alle proposte dei militari, i quali iniziarono a godere di vasti consensi e ad assumere cariche nel governo civile; il potere che riunirono tra il 1929 e il 1932 permise loro di agire indipendentemente dallo Stato, e qualche sporadica protesta da parte di esponenti moderati o velate critiche dell'imperatore non fermarono i progetti d'espansione dell'esercito e della Marina, che spesso andavano contro i bisogni primari nazionali. Sempre nei primi anni '30 si scatenarono feroci lotte politiche e un'ondata di omicidi o attentati a esponenti dei movimenti moderati, spesso compiuti da società segrete tradizionaliste e affiliate ai militari.[26][29]

 Franklin Delano Roosevelt, presidente americano dal 1933 e sostenitore dell'entrata in guerra degli Stati Uniti a fianco di Inghilterra e Unione SovieticaAltri radicali cambiamenti si verificarono nello stesso periodo in Cina: nel grande stato asiatico, che pareva destinato a essere preda inerme delle mire giapponesi, era divenuto capo dei nazionalisti Chiang Kai-Shek, succeduto a Yat-sen morto nel 1925. Costoro, fiancheggiati dal partito comunista di Mao Tse-Tung e appoggiati dall'esercito e dai pochi grandi capitalisti, inviarono l'Esercito Rivoluzionario Nazionale a sottomettere i signori della guerra nel settentrione con la famosa spedizione verso il nord (1927-29), per riunificare il paese.[30] Chiang Kai-Shek, eletto presidente nel 1928, preferiva assicurarsi l'alleanza nominale dei signori della guerra della Cina settentrionale invece di abbatterli, come sostenevano i comunisti: la diatriba provocò la guerra tra Chiang e Mao. In questo convulso contesto, i militari nipponici temettero che Zhang Xueliang stesse per dichiarare la sua alleanza con i nazionalisti: l'esercito fu mobilitato e a seguito dell'Incidente di Mukden, organizzato appositamente per l'occasione, fu invaso rapidamente lo stato indipendente della Manciuria (settembre 1931).[31] Al suo posto fu fondato l'Impero del Manchukuo, uno stato fantoccio al cui vertice misero un membro della decaduta monarchia cinese, Henry Pu Yi, che prestò un giuramento di fedeltà a Hirohito. Il governo civile giapponese non poté fare altro che accettare il fatto compiuto, anche considerando che adesso le ricche risorse naturali della Manciuria erano disponibili per l'industria nipponica.

Il leader cinese non reagì però all'invasione straniera, ne inviò truppe quando il Giappone occupò il Jehol, subito a sud della Manciuria. Era infatti impegnato a soffocare il movimento comunista di Mao, che riteneva un problema ben più grave della penetrazione economico-militare nipponica, e a costruirsi un regime di tipo autoritario, processo che accentuò con il procedere della lotta fratricida, durante la quale ottenne alcuni parziali successi.[26]

La violenza dell'azione militare giapponese in Manciuria, in flagrante contrasto con la nozione di autodeterminazione dei popoli e l'impegno a rispettare l'integrità della Cina condussero ad aspre critiche da parte della Società delle Nazioni: per tutta risposta il Giappone lasciò l'organizzazione il 27 marzo 1933.[32] Da parte del neoeletto presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, si ebbe la richiesta di non riconoscere le conquiste effettuate dai nipponici oltre a provvedimenti più severi, ma non seguirono azioni concrete a causa dell'ascesa del nazismo in Europa, che interessava direttamente le potenze occidentali.[33] La condanna scosse il prestigio dei militari, che videro affievolire la loro influenza nella prima metà del 1933. Ma l'improvvisa espansione territoriale del Giappone e la sua politica economica competitiva, basata sulla svalutazione dello yen, su un vasto programma di riarmo e opere pubbliche per combattere la disoccupazione guastarono i rapporti con le altre nazioni, che si affrettarono a bloccare l'emigrazione e a adottare il protezionismo sulle merci nipponiche.[26] Nel 1934 i vertici dell'industria e della finanza si avvicinarono ai militari e organizzarono un'economia di tipo bellico. Gli esponenti dell'esercito avevano approfittato della difficile situazione interna per esasperare il nazionalismo nipponico, propagandare l'importanza delle forze armate, mezzo di difesa per il popolo giapponese e per assicurarsi nuovi territori, diffondere l'idea che il Giappone era destinato a un compito di storica portata, una dominazione mondiale da effettuare per l'imperatore, elevato a rango di semi-dio.[26] Si assistette anche a un incremento di sentimenti antieuropei e ostili all'Occidente in generale, mentre ebbe parallelo sviluppo la credenza che lo sfruttamento e i soprusi compiuti in Cina potessero essere giustificati da teorie razziste.[34]

L'influenza del nazionalismo cinese sull'élite politica e sulla popolazione in generale rese questa strategia sempre più insostenibile.[non chiaro]

All'inizio del 1936 ci fu un tentativo di colpo di stato guidato da ufficiali ultranazionalisti, stroncato dal diretto intervento dell'imperatore che per la prima volta si impose ai militari grazie alla sua presunta natura divina.[35]

Il 25 novembre 1936, a Berlino, il Giappone firmò il Patto anticomintern con la Germania nazista, iniziando ad avvicinarsi alle dittature europee come era stato spesso consigliato dal Ministro degli Esteri Matsuoka.[36]

 Seconda guerra sino-giapponese[modifica] Per approfondire, vedi la voce Seconda guerra sino-giapponese.
 Soldati cinesi nei combattimenti "casa per casa" durante la battaglia di Tai'erzhuangNel 1937 Chiang venne rapito dal generale Zhang Xueliang durante l'Incidente di Xi'an. Come condizione per la sua liberazione Chiang promise di unirsi con i comunisti per combattere i giapponesi. In risposta a questo ufficiali dell'armata del Kwantung, all'insaputa degli alti comandi a Tokyo e del governo civile, il 7 luglio 1937[37] inscenarono l'Incidente del ponte di Marco Polo, che provocò lo scoppio della seconda guerra sino-giapponese;[12] l'esercito imperiale invase le regioni costiere della Repubblica Cinese, conquistando importanti città come Pechino (già in agosto), Tientsin, Canton, Shanghai e Nanchino, capitale dei nazionalisti, dove i soldati giapponesi commisero ogni sorta di nefandezze ai danni della popolazione; nella stessa città fu poi instaurato nel marzo del 1940[38], un governo fantoccio capeggiato da Wang Jingwei;[12][39] stessa cosa fecero i giapponesi a Pechino. Chiang Kai-Shek non cedette però alle proposte di pace nipponiche e, forte dei primi rifornimenti inviatigli da Gran Bretagna e Stati Uniti, trasferì la capitale a Chongqing, da dove diresse le operazioni contro l'invasore.[40] Nonostante il vasto potenziale militare, l'esercito imperiale alla fine dell'anno era sfiancato dalle numerose battaglie sostenute e dalla grande avanzata, per cui fu bloccata ogni iniziativa di vasta portata per riorganizzare le armate.

Nel 1938 in Cina iniziava un guerra fatta di piccole battaglie ed incursioni, preferendo i giapponesi consolidare le loro conquiste per sfruttarne le risorse; al contempo sulla frontiera russo-giapponese si verificarono alcuni combattimenti aerei e terrestri, che vanno sotto il nome di Incidente di Nomonhan.[41]

All'inizio del 1939 forze giapponesi occuparono l'isola di Hainan e l'arcipelago delle Pescadores. In contemporanea, l'esercito del Kwantung cercò di spingersi nell'Estremo Oriente Russo dalla Manciuria, ma fu duramente sconfitto nella battaglia di Khalkhin Gol da una forza mista sovietica e mongola condotta da Georgy Zhukov.[42] Questo fermò l'avanzata giapponese verso nord. Ciononostante, l'avanzata in Cina proseguì e per il 15 novembre 1939 fu conquistato l'ultimo porto dei nazionalisti e completato il blocco marittimo del grande paese asiatico.[43]

 Bambini trucidati durante il massacro di NanchinoLe politiche giapponesi degli anni trenta sono rimarcabili per la loro natura disastrosamente autodistruttiva. La strategia generale del Giappone era basata sulla premessa che non avrebbe potuto sopravvivere ad una guerra contro le potenze europee senza prima assicurarsi fonti di risorse naturali, ma per assicurarsi quelle risorse decise di intraprendere quella guerra che già sapeva che non avrebbe potuto vincere. Inoltre le azioni giapponesi, come la loro brutalità in Cina e la pratica di prima installare e poi rimuovere governi fantoccio in Cina erano chiaramente antitetiche agli obiettivi globali del Giappone, ma nonostante ciò persistette in essi. Infine questa marcia verso l'autodistruzione è sintomatica nel fatto che molti individui nell'élite politica e militare ne realizzavano le conseguenze autodistruttive, ma non riuscirono a fare niente riguardo alla situazione. Pare non esserci stato alcun dibattito riguardo a politiche alternative che avrebbero potuto permettere al Giappone di perseguire ulteriormente i suoi scopi in Cina.[senza fonte]

Per tutti gli anni trenta il Giappone riuscì ad alienarsi l'opinione pubblica occidentale, particolarmente quella statunitense. All'inizio l'opinione pubblica americana era stata moderatamente pro-giapponese: i resoconti della brutalità giapponese, come il massacro di Nanchino, descritti da missionari protestanti, dalla scrittrice Pearl Buck o dai giornalisti di testate occidentali come la rivista Time fecero però pendere l'opinione pubblica americana contro il Giappone, così come favorirono eventi quali l'incidente della Panay, quando una cannoniera statunitense fu attaccata da forze giapponesi che provocarono la morte di alcuni membri dell'equipaggio, causando l'insorgere di un incidente diplomatico.[44]

 Successi politici giapponesi prima del conflitto[modifica]La firma del patto tedesco-sovietico e la denuncia americana (luglio 1939) dei trattati economici firmati con l'Impero giapponese nel 1911 bloccarono momentaneamente l'espansionismo nipponico.[40] Nel luglio del 1940 il Congresso americano accettò, inoltre, il contigentamento delle esportazioni in Giappone, e il 19 il presidente Roosevelt approvava il Two-Ocean Navy Expansion Act, con il quale la flotta americana veniva divisa in Flotta dell'Atlantico e Flotta del Pacifico con un sensibile potenziamento nel numero di unità.[45] La catastrofe degli Alleati in Europa, però, privò le loro colonie di reali difese,[46] per cui il Giappone riprese la sua prepotente politica estera: il 27 settembre 1940, con il consenso forzato della Francia di Vichy, il Giappone ottenne delle basi nell'Indocina settentrionali dalle quali poté dilagare in tutta la regione, dove però mantenne l'amministrazione coloniale francese fino al marzo 1945.[47][48][49] Lo stesso giorno veniva sottoscritto il Patto Tripartito con Germania e Italia.[50] Un successo limitato ma comunque importante il Giappone lo ottenne il 16 luglio 1940, quando il Regno Unito sospese, d'accordo con i nipponici, il proprio sostegno ai nazionalisti per tre mesi.[51]

L'aver aderito all'alleanza militare con i due totalitarismi europei distese in parte i rapporti con l'Unione sovietica, cosa che aiutò l'Impero del Sol Levante a stipulare un patto quinquennale di non aggressione con l'URSS (13 aprile 1941), firmato a Mosca dal Ministro degli Esteri Yosuke Matsuoka. Con la Russia lo stato di pace fu comunque sempre inquieto.[8][47]

 Scoppia la guerra del Pacifico[modifica] Per approfondire, vedi la voce Attacco di Pearl Harbor.

Nel 1941 il Giappone era in una posizione di stallo in Cina. Sebbene avesse occupato la maggior parte della Cina settentrionale e centrale, il Kuomintang si era ritirato nell'interno organizzando una capitale provvisoria a Chongqing mentre il Partito comunista cinese manteneva il controllo di aree base nello Shaanxi. Inoltre il controllo giapponese del nord e della Cina centrale era tenue, dato che in genere controllava le ferrovie e le città principali ma non aveva una presenza militare o amministrativa di rilievo nella vasta campagna cinese. I giapponesi si resero conto che i loro attacchi contro l'esercito cinese in ritirata venivano vanificati dal terreno montagnoso della Cina sud occidentale, mentre i comunisti organizzavano attività di guerriglia e di sabotaggio diffuse nella Cina orientale e centrale dietro le linee del fronte.[senza fonte]

 Il generale Hideki Tojo, divenuto Primo Ministro del Giappone nell'ottobre 1941 e fautore di una politica estera imperialista. Fu tra i principali responsabili dell'inizio della guerraNonostante l'installazione di diversi governi fantoccio il Giappone, con le sue politiche brutali verso la popolazione cinese, il rifiuto di cedere un potere reale ai governi e l'appoggio dato a diversi governi in competizione fra loro, non riuscì a controbilanciare la popolarità relativa del governo di Chiang. Il Giappone era anche contrario a negoziare direttamente con Chiang, né tentò di creare divisioni nel fronte avversario offrendo concessioni che lo avvantaggiassero nei confronti dei signori della guerra a scapito del governo di Chiang.[senza fonte] Sebbene il Giappone fosse profondamente impantanato in questo groviglio politico-militare, la sua reazione alla situazione fu di rivolgersi ad azioni sempre più violente e depravate, incluso l'uso di armi chimiche e biologiche contro la popolazione civile e l'uso di civili per esperimenti e medici o per testare nuove armi, nella speranza che il puro terrore potesse spezzare la volontà della popolazione cinese.[52]

Le risoluzioni giapponesi ebbero il solo effetto di rivolgere contro l'Impero la pubblica opinione mondiale. Tentando di scoraggiare lo sforzo di guerra giapponese in Cina e indignati dall'annuncio nipponico che informava il mondo di un accordo stipulato con l'Indocina per assumerne la "difesa" (chiaramente era una mera invenzione),[47] gli Stati Uniti il 26 luglio 1941 congelarono immediatamente i crediti nipponici e attuarono un embargo sulle esportazioni di materiali strategici (petrolio e rottami di ferro e acciaio), che fu rigidamente rispettato: il Giappone fu privato di più del 90% delle importazioni di carburante. Per continuare a soddisfare l'ingente interna era obbligato a conquistare nuovi territori ricchi di giacimenti di petrolio, che si trovavano a sud, nelle Indie Orientali Olandesi.[53] Il Giappone considerò dunque l'embargo come un atto di aggressione, e congelò a sua volta i crediti americani in patria; il Capo del governo Principe Konoye di tendenze moderate cercò ciononostante di trovare un compromesso con gli americani: l'ambasciatore Nomura propose a Roosevelt l'8 agosto una conferenza con il Primo Ministro Konoe, ma il progetto venne respinto dagli Stati Uniti; ad aggravare la tensione tra i due paesi contribuì il traffico di navi mercantili americane che portavano alimenti e altri aiuti all'Unione Sovietica che da giugno del 1941 stava combattendo disperatamente contro la Germania di Hitler: esse continuarono a violare la teritorialità delle acque giapponesi nonostante la protesta formale inoltrata il 27 agosto dall'Impero nipponico.[54] Le proposte di Konoe furono dunque rifiutate ed egli, ritenuto dai militari debole e incapace, dovette dimettersi. Il suo governo fu rovesciato, e il 18 ottobre 1941 gli succedette l'aggressivo generale Hideki Tojo.[16][55][56]

 L'ammiraglio Isoroku Yamamoto, l'ideatore dell'attacco di Pearl Harbor e comandante in capo delle forze aeronavali giapponesiCostui decise sia di preparare la guerra di conquista nel Pacifico, che di continuare le trattative con gli Stati Uniti. I piani d'espansione erano già stati abbozzati nel 1938[57] e furono ora completati per preparare la conquista della Sfera di Prosperità Comune.[58] Già verso la fine del 1940 il Giappone si era reso conto che gli USA sarebbero scesi in guerra se avesse modificato ulteriormente lo statu quo: per evitare il confronto diretto con la flotta americana di base a Pearl Harbor, l'ammiraglio Yamamoto ideò l'attacco a sorpresa alle navi nemiche ancora nel porto.[59] Subito furono addestrate le unità necessarie all'operazione.

Nel frattempo i negoziati con gli Stati Uniti stavano languendo: il 21 novembre l'ambasciatore Nomura e l'inviato straordinario Saburo Kurusu consegnarono una nota al governo americano, nella quale dichiaravano che il Giappone avrebbe lasciato l'Indocina se gli Stati Uniti avessero annullato l'embargo del petrolio e sospeso ogni aiuto a Chiang Kai-shek. Il 26 novembre il Segretario di Stato Cordell Hull consegnava una controproposta che concedeva molti privilegi economici all'Impero giapponese ma solo se esso rinunciava all'Indocina, a ulteriori conquiste sul continente e all'alleanza con l'Asse. Il generale Tojo respinse sdegnato la nota americana e dette ordine che la flotta preparata per l'attacco alla flotta statunitense partisse.[60][61] La macchina bellica giapponese si era messa in moto.

Tale squadra era stata riunita il 22 novembre nella baia di Tankan dell'isola di Etorofu, nelle Curili, e comprendeva 31 navi tra navi da guerra e petroliere al comando dell'ammiraglio Chuichi Nagumo; tra i primi vi erano ben 6 portaerei, i cui velivoli avrebbero condotto l'attacco vero e proprio. Postulato sul quale si basava l'intera missione era la sorpresa, e a questo scopo fu creato un traffico di messaggi falso, che depistò gli americani, mentre a tutte le navi fu imposto il silenzio radio più rigoroso.[62] La squadra giapponese, preceduta da alcuni sommergibili, salpò il 26 novembre alle 6 di mattina puntando a nord-est: la rotta più settentrionale evitava infatti di incontrare navi mercantili e le tempeste frequenti avrebbero garantito una certa copertura all'avvicinamento a Pearl Harbor.[63] Il 2 dicembre, durante la navigazione, Nagumo ricevette un messaggio già concordato con Tokyo: "Scalate il Monte Niitaka" (in giapponese: Niitaka Yama Nobore). Significava che le trattative con gli americani erano fallite e che l'attacco doveva svolgersi come previsto. Tra il 5 e il 6 dicembre le navi si rifornirono, e la notte del 7 dicembre la flotta giapponese si fermò 230 miglia a nord-est di Oahu, così da far decollare la prima ondata.[64]

 Il campo d'aviazione di Hickam dopo il primo bombardamento giapponese: la decisione di mettere gli aerei ala contro ala per evitare possibili sabotaggi provocò l'evitabile distruzione di molti velivoliIl 7 dicembre, alle ore 7.55 di mattina,[65] i 183 aerei giapponesi della prima ondata, ricevuto il celebre messaggio "Tora! Tora! Tora!", iniziarono il massiccio attacco contro la flotta statunitense ormeggiata a Pearl Harbor, senza preventiva dichiarazione di guerra,[66] seguiti alle 8.54 dai 170 apparecchi della seconda ondata che aggravarono le distruzioni già arrecate alle navi e alle installazioni. Dopo i primi giorni di smarrimento, si poté conoscere il bilancio delle perdite: 2.403 morti o dispersi, 1778 feriti, 3 navi da battaglia (Arizona, Oklahoma, Utah - quest'ultima però era stata riclassificata con pennant number AG-16 come nave da addestramento cannonieri[67]), e un posamine (Oglala) affondati, 178 aerei distrutti, 159 danneggiati e gravi danni alle strutture portuali. Numerose navi che ancora galleggiavano dovevano lamentare danni di varia entità.[68][69][70] Le portaerei americane però non furono mai avvistate: erano uscite dal porto per far atterrare alcuni aerei a Midway e Wake, e sarebbero state di ritorno solo l'indomani; anche i depositi di siluri e carburante non furono bombardati. Il non aver conseguito questi due obiettivi di fondamentale importanza strategica avrà un peso decisivo nella futura sconfitta dell'Impero nipponico.[71]

Pare che il Giappone sapesse già che un conflitto contro l'America sarebbe stato un azzardo: il 27 agosto 1941 il governo giapponese ricevette un rapporto stilato da esperti di economia e da statisti appoggiati da personalità della Marina imperiale tra le quali lo stesso Ministro della Marina, ammiraglio Shimada; vi era scritto che l'industria nipponica non avrebbe potuto sostenere la campagna militare in Cina per altri 5 o 10 anni, andando incontro a una grave crisi; veniva inoltre dichiarato che in caso di guerra con gli Stati Uniti il Giappone non avrebbe avuto speranze alcune di vittoria.[72] Ma la dirigenza nipponica, composta per lo più da esponenti dell'esercito, sembra che non tenne in conto tale documento: le ragioni sono da ricercare nella relativa facilità con la quale si erano svolte tutte le operazioni in Cina e Indocina, nella modernità della flotta, che poteva disporre della miglior componente aeronavale dell'epoca (addirittura superiore a tutte le altre marine militari) e nel poter vantare equipaggi bene addestrati e dotati di mezzi eccellenti, quali il caccia Mitsubishi A6M Zero o sommergibili che coniugavano una vasta autonomia a un numeroso armamento;[73] anche il fatto che il servizio di spionaggio giapponese fosse assai esteso e fornisse informazioni di ogni genere sugli apparati militari dei paesi occidentali e americano in particolare contribuì certo alla decisione di pianificare una guerra di espansione che si preannunciava poco costosa e dai risultati certi e grandiosi, abbandonando ogni prudenza.[74] Infine si nutriva la segreta speranza che di fronte ad una massiccia e improvvisa sconfitta unita alla rapida istituzione di un dominio forte e ben protetto nel Pacifico questi avrebbero negoziato un accordo che permettesse all'Impero del Sol Levante di avere via libera in Cina: la velocità e la rapidità furono perciò alla base delle operazioni militari giapponesi. Gli Stati Uniti, però, si rifiutarono sempre di trattare.[6][48]

 Gli Stati Uniti entrano in guerra[modifica] La corazzata USS Arizona bruciò per due giorni dopo essere stata colpita da una bomba giapponese nell'attacco di Pearl HarborFino all'attacco contro Pearl Harbor, gli Stati Uniti erano rimasti fuori dal conflitto europeo e asiatico. L'opinione pubblica si era fino a quel momento opposta ad ogni intervento americano nel vecchio continente come anche nei combattimenti in Asia, nonostante gli Stati Uniti fornissero dall'inizio 1940 aiuti militari al Regno Unito[75] e, successivamente, all'Unione Sovietica mediante il programma Affitti e prestiti; analogo appoggio l'America dava alla Cina nazionalista, sia per frenare l'espansionismo giapponese, sia in funzione anticomunista.[76] Inoltre il Giappone era sì percepito come una minaccia, ma non nella misura con la quale gli americani vedevano il Terzo Reich, e si pensava che il potenziale militare nipponico fosse assai basso e addirittura incapace di attaccare l'Indonesia o le Filippine.[77] Per questi motivi non si era neanche provveduto ad accrescere gli effettivi delle truppe nelle Filippine, a Guam e Wake né a dotarle di moderni armamenti, sebbene occupassero posizioni eminentemente strategiche. L'opposizione alla guerra negli Stati Uniti svanì però dopo il devastante attacco; applicando le clausole del Patto Tripartito la Germania, seguita subito dall'Italia, dichiarava l'11 dicembre la guerra agli Stati Uniti, obbligandoli a uno scontro su due fronti. Il 7 dicembre fu indicato come il Giorno dell'Infamia, durante il discorso del presidente Roosevelt dell'8 dicembre, dove, tra l'altro, gli USA dichiaravano guerra all'Impero giapponese.[75]

 L'espansione giapponese[modifica]Il Giappone allineava un formidabile schieramento di forze aeronavali e terrestri per le simultanee offensive nel Pacifico e in Asia. Le forze anglo-australiane al contrario erano già a corto di personale e materiali dopo due anni di guerra contro la Germania e pesantemente impegnate nel Medio Oriente e in Nordafrica; gli Stati Uniti avevano tardivamente inviato qualche moderno appoggio alle truppe dislocate nelle Filippine, mentre il Regno dei Paesi Bassi dovette fare affidamenti su obsolete unità da guerra e armamenti superati. Perciò gli Alleati furono capaci di opporre solo una scarsa e disordinata resistenza alle temprate truppe giapponesi, soffrendo molte e umilianti sconfitte nei primi sei mesi di guerra.[78][79]

 Il sud-est asiatico[modifica] Hong Kong[modifica] Per approfondire, vedi la voce Battaglia di Hong Kong.
 Soldati giapponesi a Hong Kong dopo la fine della battagliaLa città di Hong Kong era praticamente l'unico centro sulla costa cinese non conquistato dai giapponesi; essa era però vicina a Formosa e rappresentava un pericolo per le flotte aeree là dislocate, pronte all'attacco delle Filippine. Per cui, in contemporanea all'attacco di Pearl Harbor, anche se tecnicamente l'8 dicembre 1941 a causa di differenze di fuso orario, le forze giapponesi attaccarono la colonia britannica: già il 13 dicembre le truppe inglesi avevano dovuto ripiegare sulle isole della concessione, dove dal 18 furono prese sotto il tiro dell'artiglieria pesante nipponica. I giapponesi sbarcarono facilmente e spezzarono in due la difesa inglese. Il pomeriggio del 25 dicembre il governatore e il generale di Hong Kong si arresero.[80][81]

 Catastrofe nel Golfo di Kuantan[modifica] Per approfondire, vedi la voce Affondamento della Prince of Wales e della Repulse.

Il 2 dicembre 1941 le due navi da battaglia Repulse e Prince of Wales erano giunte a Singapore a causa degli ultimi inquietanti eventi prima dello scoppio del conflitto. Al comando dell'ammiraglio Tom Phillips, le due unità e 4 cacciatorpediniere salparono la notte dell'8 dicembre per sventare gli sbarchi che si diceva i giapponesi stessero effettuando in Malesia, ma non avendo scoperto nulla la mattina del 10 dicembre Phillips fece rotta su Singapore. Fu però intercettato da un centinaio di apparecchi giapponesi che, con lievi perdite, colarono a picco le due corazzate, infliggendo un gravissimo colpo all'impero britannico.[82][83]

 La Malesia e Singapore[modifica] Per approfondire, vedi le voci Campagna di Malesia e Battaglia di Singapore.
 Un reparto nipponico sfila vittorioso nel centro di Singapore dopo la fine dei combattimentiIl convoglio d'invasione della Malesia era partito già prima dell'attacco e Pearl Harbor e trasportava la 25ª Armata del generale Tomoyuki Yamashita. Il mattino dell'8 dicembre Singapore fu bombardata dai giapponesi, provocando più di sessanta morti, mentre truppe nipponiche sbarcavano incontrando scarsa resistenza a Singora in Thailandia, il cui governo si sottomise. Il 9 altri reparti mettevano piede nella Malesia settentrionale e conquistavano gli aeroporti locali.[13] Gli inglesi avevano fortificato Singapore più per respingere uno sbarco che per fermare una discesa attraverso la Malesia: per cui i giapponesi non si imbatterono in postazioni campali e progredirono celermente. Il 19 dicembre Penang era caduta, e il 7 gennaio 1942 il fronte era già a meno di 200 chilometri da Singapore. Sebbene a metà gennaio un convoglio americano avesse portato rinforzi in armi e uomini, la situazione era drammatica: il 23 gennaio le forze alleate ripiegarono sull'isola di Singapore, il cui argine fu distrutto. Dopo giorni di incursioni aeree, l'8 febbraio le truppe nipponiche sbarcarono e in capo a tre giorni metà dell'isola era nelle loro mani.[84][85] I combattimenti infuriarono ancora fino al 15 febbraio 1942, quando il generale Arthur E. Percival si arrese a Yamashita: i giapponesi fecero circa 103.000[86][87] prigionieri tra soldati indiani, australiani e britannici.[88]

 La Birmania[modifica] Per approfondire, vedi la voce Campagna della Birmania.

Dopo che gli inglesi avevano respinto un'inizio di penetrazione il 15 dicembre, i giapponesi dettero inizio all'invasione della Birmania il 20 gennaio 1942, appoggiati dalla Thailandia. Sebbene riuscissero a fermare per circa un mese la spinta giapponese, i britannici cedettero infine alle truppe nipponiche che si irradiarono in tutto il paese: Rangoon cadde il 18 marzo, Mandalay il 1° maggio e Myitkyina l'8. Inoltre, con la conquista di Lashio avvenuta il 29 aprile, l'Impero giapponese raggiungeva uno dei suoi principali obiettivi con l'interruzione della strada della Birmania, togliendo così ai cinesi il supporto logistico degli Alleati. Per la metà di maggio 1942 l'esercito imperiale minacciava i confini dell'India e solo nell'estremo nord della Birmania resistevano truppe cinesi rifornite da un ponte aereo.[89][90]

 L'Oceano Indiano e Ceylon[modifica] Per approfondire, vedi la voce Incursione giapponese nell'Oceano Indiano.

Al fine di proteggere i movimenti di navi indispensabili al rifornimento delle truppe impegnate in Birmania, la Marina imperiale inviò una forte squadra nel Golfo del Bengala, con la priorità di distruggere la flotta inglese a protezione dei traffici mercantili nell'Oceano Indiano e che avrebbe potuto attaccare i trasporti nipponici. La flotta di Kondo attaccò ai primi di aprile con aerei imbarcati Colombo e Trincomalee sull'isola di Ceylon, ma le navi inglesi erano già al largo e solo una parte fu raggiunta ed affondata: infatti l'ammiraglio James Somerville, comandante navale del settore, disperse le sue unità nelle varie basi sulle coste africane e indiane. La puntata giapponese provocò comunque timori tra i capi inglesi e fece pesare minacce sulle rotte britanniche in quest'aerea di grande importanza strategica.[91][92]

 Il Pacifico centrale[modifica] Guam e Wake[modifica] Per approfondire, vedi le voci Battaglia di Guam (1941) e Battaglia delle isole Wake.

Le basi statunitensi su Guam, nelle Marianne, e Wake non avevano ricevuto nessun tipo di rinforzo durante i mesi carichi di tensione precedenti la guerra. Quando Guam fu bombardata il 7 dicembre 1941, il governatore George MacMillin si preparò con le misere risorse di cui disponeva a respingere i giapponesi, che sbarcarono senza difficoltà il 10 dicembre e conquistarono in poche ore l'isola.[93][94] Wake, attaccata anch'essa il 7, dette invece luogo ad una resistenza più coordinata che sventò il primo tentativo nipponico dell'11 dicembre. Gli americani subirono allora numerosi bombardamenti aerei e navali, e il 22 dicembre i giapponesi toccarono terra senza difficoltà. Dopo alcuni scontri il 23 dicembre Wake si arrese.[95][96]

 Il Pacifico sud-occidentale[modifica] Le Filippine[modifica] Per approfondire, vedi la voce Campagna delle Filippine (1941-42).
 La base navale di Cavite, nelle Filippine, dopo l'attacco aereo giapponese del 10 dicembreLe Filippine, colonia degli Stati Uniti dal 1898, erano in stato di allarme fin dall'inizio di dicembre, ma gli americani al comando di Douglas MacArthur non presero nessuna iniziativa quando si apprese del disastro di Pearl Harbor. La mattina dell'8 dicembre 1941 circa 200 aerei giapponesi decollarono da Formosa e bombardono gli aeroporti Clark e Iba, provocando gravissimi danni. Mentre altre incursioni provavano gli americani e l'esercito filippino, i giapponesi sbarcarono il 10 dicembre nel nord di Luzon, e tra il 20 e il 21 misero piede a terra nel settore occidentale. Le truppe nipponiche avanzarono rapidamente sfondando le improvvisate linee di difesa, tanto che la capitale Manila dovette essere abbandonata: essa cadde il 2 gennaio 1942.[97][98] Americani e filippini si ritirarono nella penisola di Bataan, ove continuarono i combattimenti fino all'inizio di aprile: il 9 si arresero e in circa 80.000 furono fatti prigionieri.[99][100][101] Il generale MacArthur, che si era asserragliato nell'isola di Corregidor, aveva lasciato le Filippine il 10 marzo su ordine del presidente Roosevelt.[102] Anche quest'ultimo baluardo, però, capitolò l'8 maggio 1942 dopo pesanti bombardamenti consegnando tutte le Filippine ai giapponesi.[103][104]

 Le Indie Orientali Olandesi[modifica] Per approfondire, vedi la voce Campagna delle Indie Olandesi.
 L'incrociatore britannico Exeter sotto attacco aereo durante la prima battaglia del mare di GiavaLe colonie olandesi erano il vero obiettivo della campagna nipponica nel Pacifico a causa dei ricchi giacimenti di petrolio che vi si trovavano. Le operazioni ebbero inizio il 17 dicembre, dopo bombardamenti aerei preliminari: il Borneo inglese subì quattro successivi sbarchi e l'11 gennaio 1942 era conquistato. Il giorno dopo truppe giapponesi conquistarono con un attacco anfibio Tarakan, nel Borneo olandese, e sebbene ostacolate da una rapida azione americana[105] sbarcarono anche a Balikpapan; per la metà di febbraio tutte le coste dell'isola erano in mani nipponiche.[106] Frattanto gli Alleati si erano organizzati unificando i loro comandi nell'ABDA (American-British-Dutch-Australian) per impiegare al meglio i mezzi di cui disponevano e suddividendosi il controllo delle armi.[107]

 Soldati nipponici su bicicletta avanzano nell'interno di GiavaConquistate le Molucche e Celebes, i giapponesi iniziavano i bombardamenti aerei su Giava e fermavano una puntata navale alleata; il 15 febbraio sbarcavano poi a Sumatra, che nel giro di una settimana cadeva. Pochi giorni Bali era invasa e conquistata, seguita il 20 febbraio da Timor. Il 14 febbraio era però accaduto un grave avvenimento per gli Alleati: i componenti dell'ABDA tornarono quasi tutti in patria, per cui sui soli olandesi gravò il compito della difesa. Mentre gli sbarchi giapponesi si susseguivano rapidamente nelle isole vicine a Giava, l'eterogenea flotta alleata veniva parzialmente distrutta il 27 febbraio dalle navi da guerra nipponiche che precedevano i trasporti destinati all'invasione di Giava.[108] Gli ammiragli olandesi e americani sull'isola decisero di mandare le superstiti navi in Australia, ma quasi nessuna vi riuscì: esse furono affondate tra il 28 febbraio e il 1°marzo o nello Stretto della Sonda o al largo di Giava mentre tentavano di fuggire.[109][110]

Contemporanenamente i comandanti olandesi a terra stavano combattendo contro le truppe giapponesi sbarcate senza opposizione sull'isola di Giava. I combattimenti si trascinarono fino al 9 marzo, quando il generale Hein ter Poorten si arrese. Con la sua capitolazione l'Impero nipponico si assicurava un ricco e vasto dominio e gli essenziali rifornimenti di carburante.[111]

 La Nuova Britannia e la Nuova Irlanda[modifica]I piani di conquista giapponesi progettavano la conquista dell'arcipelago delle Isole Bismarck, ovvero della Nuova Britannia e della Nuova Irlanda, sia per creare uno scudo orientale a difesa dell'Indonesia sia per appropriarsi di basi da dove iniziare l'espansione nelle Salomone, quindi nella Nuova Guinea e infine attaccare l'Australia, agognato obiettivo che affascinava molti degli ufficiali nipponici. La flotta dell'ammiraglio Nagumo fiaccò le simboliche difese australiane con alcuni bombardamenti, seguiti il 23 gennaio dallo sbarco in forze delle truppe, che occuparono facilmente la base australiana di Rabaul, futura grande piazzaforte nipponica; nei giorni seguenti anche Kavieng, sulla punta nordoccidentale della Nuova Irlanda, veniva conquistata rapidamente e anch'essa sarebbe divenuta un importante scalo dell'Impero.[112][113]

 Il più importante settore del Pacifico sud-occidentale: l'arcipelago delle Bismarck, le Isole Salomone e, a sinistra, la Nuova Guinea orientale nel 1942, prima degli sbarchi americani a Guadalcanal, che avrebbero dato il via alla riconquista alleata Le Isole Salomone e la Nuova Guinea[modifica] Per approfondire, vedi la voce Invasione giapponese della Nuova Guinea.

Scudi insulari del grande continente australe, le Isole Salomone e la Nuova Guinea dovevano inevitabilmente scatenare la cupidigia giapponese: tali isole erano ottimi avamposti per la protezione di Rabaul e al contempo trampolini di lancio verso l'Australia, bastione alleato da dove sarebbero potute partire controffensive avversarie. Le prime operazioni nel settore iniziarono il 22 gennaio 1942 con lo sbarco di reparti della Marina Imperiale a Bougainville, che dopo brevi scaramucce contro i rari distaccamenti anglo-australiani conquistarono l'isola.[114]

A metà febbraio la flotta dell'ammiraglio Nagumo bombardò le posizioni australiane sulla costa settentrionale delle Nuova Guinea, dove l'8 marzo sbarcavano incontrastati reparti dell'esercito imperiale presso Lae e Salamua, per poi dilagare sia verso ovest che verso sud-est travolgendo le trascurabili guarnigioni australiane; Port Moresby, sul litorale sud, fu l'unica base che rimase in mani alleate: i nipponici iniziarono a costruire aeroporti destando timore e preoccupazione negli ambienti politico-militari sul continente.[115][116]

Nel mese di marzo i giapponesi avanzarono nelle Salomone centrali senza difficoltà; ad aprile occuparono l'isola di Tulagi e infine il 3 luglio mettevano piede a Guadalcanal, ove cominciarono immediatamente i lavori per un aeroporto sito a Punta Lunga, nel nord dell'isola, strategicamente importante in quanto all'imbocco del Mar dei Coralli.[117][118]

 L'attacco all'Australia[modifica] Per approfondire, vedi la voce Bombardamento di Darwin.
 Devastazioni durante il bombardamento giapponese di Darwin, che sembrò spianare la strada per la conquista dell'AustraliaI comandanti giapponesi avevano compreso che solo l'Australia poteva fungere da base di ripiego e dispensatrice di soccorsi per gli Alleati in difficoltà; in particolare alcune navi del comando unificato ABDA erano già fuggite nei porti australiani, e i nipponici era decisi a non permettere che le unità avversarie continuassero a poter usufruire di tale appoggio: a tal fine la flotta di portaerei dell'ammiraglio Nagumo, già presente nel settore, fu impiegata per bombardre Port Darwin, unica città della costa nord ad avere un porto attrezzato. L'incursione aerea giapponese colpì duramente il 19 febbraio 1942, devastando sia gli edifici che le navi ancorate nel porto e provocando la fuga della popolazione.[119] Il 3 marzo un secondo attacco portato dalle portaerei ai danni della città di Broome distrusse quasi tutti i velivoli e gli idrovolanti Do.24 e Catalina che erano giunti nei giorni precedenti da Giava e da altre isole olandesi.[120]

In capo a cinque mesi il Giappone era dilagato nel Pacifico e nel sud-est asiatico conquistando importanti basi strategiche e preziose risorse, maldestramente contrastato dalle arretrate forze alleate, le quali erano state ricacciate in India, Australia e Nuova Guinea sudorientale senza la speranza di poter riequilibrare la situazione. Degno di nota il fatto che tutte le operazioni giapponesi si svolsero simultaneamente, ognuna con le proprie truppe e mezzi[121].

 Organizzazione dei comandi e prime reazioni americane[modifica]Mentre il Giappone inziava la sua espansione militare, gli Stati Uniti si impegnarono per ricostruire Pearl Harbor, ancora distrutta: la prima azione concreta in tal proposito fu la nomina a Comandante in capo della flotta del Pacifico (CINCPAC) dell'ammiraglio Chester Nimitz, che giunse ad Oahu il 15 dicembre 1941 subito dedicandosi alla ricostruzione e alla rivitalizzazione della base. La marina statunitense fu dunque divisa nei due sottoteatri d'operazioni: quello centro-settentrionale, al comando dell'Frank Jack Fletcher e comprendente le distese marittime e di atolli dell'Oceano Pacifico; quello meridionale, al comando di William F. Halsey.[75] Il 30 dicembre Nimitz ricevette dall'ammiraglio Ernest King, Comandante in capo della Marina (COMINCH), l'ordine di proteggere a qualunque costo le Hawaii e le comunicazioni tra Stati Uniti ed Australia.[122]

Alcuni mesi dopo, svanita ogni speranza di difendere con successo le Filippine, MaArthur era stato costretto a lasciare l'arcipelago per rifugiarsi in Australia, ove ricevette la nomina a Comandante Alleato Supremo per il Pacifico Sud Occidentale, ponendo il suo quartier generale a Brisbane. La sua nuova posizione lo portò a lavorare in stretto contatto con l'ammiraglio Halsey, che dirigeva le operazioni navali nel settore.[123]

 Il Mar dei Coralli e Midway bloccano il Giappone[modifica] La situazione ad agosto 1942: in blu scuro il Giappone, la Corea e la Manciuria; in blu chiaro i territori dell'Indocina e la Cina occupata; in azzurro la Thailandia, alleata del Giappone; in azzurro chiaro i territori conquistati durante la guerra. In rosso i territori delle potenze alleate non occupatiAll'inizio del 1942 i governi delle potenze minori iniziarono a far pressioni per stabilire un concilio di guerra intergovernativo Asia-Pacifico, basato in Washington D.C.. Un concilio di guerra venne stabilito a Londra, con un corpo sussidiario a Washington, ma le prime, insoddisfatte, continuarono a fare pressioni. Il Pacific War Council ("Consiglio di guerra del Pacifico") venne formato a Washington l'11 aprile 1942 e suoi membri erano il presidente degli Stati Uniti Roosevelt, il suo consigliere chiave Harry Hopkins e rappresentanti di Regno Unito, Cina, Australia, Olanda, Nuova Zelanda e Canada, a cui si aggiunsero in seguito anche rappresentanti delle Indie britanniche e delle Filippine. Il concilio non ebbe mai un controllo operativo diretto e tutte le sue decisioni vennero rimesse al Combined Chiefs of Staff statunitense-britannico, anch'esso con sede in Washington[124].

In campo giapponese, frattanto, era sorta nel marzo una disputa tra la marina e l'esercito: la prima, appoggiata dalle personalità politiche, sosteneva che bisognava concentrarsi sullo sfruttamento e rafforzamento della neocostituita Sfera di Prosperità Comune, usando la flotta aeronavale per parare ogni offensiva alleata; il secondo invece invocava il proseguimento dell'espansione che così fulmineamente aveva portato il Giappone a governare un ottavo del pianeta.[125] Le discussioni furono violente e durarono parecchi giorni. L'ultima parola fu data a Yamamoto, che consigliò di procedere nelle conquiste, approfittando dei vantaggi strategici acquisiti con le ostilità e del morale, altissimo, delle forze armate.[126] Altre riunioni si ebbero per scegliere l'obiettivo della nuova spinta, e alla fine si optò per l'Australia, che i capi giapponesi intuivano essere la piattaforma dalla quale sarebbe partita una controffensiva americana. Condizione necessaria era però l'eliminazione di Port Moresby, che continuava ad arginare i giapponesi nella Nuova Guinea settentrionale, lasciando la parte sudorientale dell'isola in mano agli australiano-americani comandati da MacArthur, che aveva fatto della città la principale base e piazzaforte alleata a difesa del continente australe.[127]

I giapponesi adottarono perciò l'Operazione Mo: lo spiegamento di forze programmato era vasto e quindi la battaglia si preannunciava relativamente facile per l'Impero del Sol Levante, che sperava di chiudere una volta per tutte la partita in Nuova Guinea e di adoperare l'isola come trampolino per invadere le province settentrionali dell'Australia, scongiurando ogni azione offensiva alleata a sud della Sfera di Prosperità Comune.[128]

 L'incursione Doolittle su Tokyo[modifica] Per approfondire, vedi la voce Incursione aerea su Tokyo.
 Il colonnello James Doolittle, promotore dell'attacco a Tokyo mediante bombardieri lanciati da portaereiMentre i giapponesi mettevano a punto i piani per una nuova espansione, gli Stati Uniti avevano deciso già dall'inizio del 1942 che era necessaria un'azione spettacolare per rialzare il morale americano e più in generale alleato: immediatamente i comandanti pensarono che solo il bombardamento di Tokyo avrebbe potuto ottenere grandi risultati in campo psicologico, ma la perdita di tutte le basi vicine all'arcipelago nipponico rendeva impossibile questo progetto,[129] e certo le azioni condotte nel mese di febbraio e marzo contro i territori insulari appena conquistati dall'Impero nipponico non erano state decisive.[130] Un colonnello, James "Jimmy" Doolittle, propose allora un piano che quasi tutti i generali giudicarono grottesco: condurre l'attacco alla capitale giapponese imbarcando su portaerei dei bombardieri B.25 che, dopo l'incursione, sarebbero atterrati in territorio cinese amico. Solo grazie a un alto ufficiale, suo amico, Doolittle ebbe via libera per organizzare la parte tecnica della missione.[131]

 La portaerei Hornet durante le operazioni di involo; si scorgono i B.25 allineati sul ponteL'addestramento degli equipaggi fu completato entro la fine di marzo, e all'inizio di aprile i 16 bombardieri che dovevano condurre il raid furono posti nella stiva della portaerei Hornet. Dopo che le nave fu salpata, Doolittle informò finalmente gli aviatori dell'obiettivo della missione. Il 14 aprile la portaerei si unì alla sua scorta e la flotta così formata, agli ordini dell'ammiraglio William F. Halsey, diresse verso il Giappone.[132]

La mattina del 18 aprile la squadra americana era arrivata vicino le coste giapponesi, ma si scoprì che la zona era fittamente pattugliata da piccole navi ed incrociatori ausiliari: era chiaro che i giapponesi avevano scoperto o intuito le intenzioni americane, anche basandosi sulle precedenti incursioni nel Pacifico. Nonostante l'aumentata distanza che i bombardieri avrebbero dovuto percorrere, Doolittle ordinò di decollare, anche se una nave pattuglia giapponese aveva lanciato l'allarme poco prima di essere affondata.[133]

I sedici B.25 nel frattempo, con Doolittle in testa alla formazione, avevano passato le coste giapponesi e portatisi a 460 metri d'altezza, sganciarono il carico di bombe da 500 chili ciascuna, poi puntarono subito verso est alla massima velocità.[134] L'incursione di Doolittle fu sì un bombardamento simbolico e operativamente trascurabile del Giappone, ma provocò grande costernazione tra gli ambienti delle forze armate nipponiche e contribuì ad affrettare i preparativi dell'Operazione Mo, oltre a far dileguare le ultime opposizioni alla sortita generale della flotta imperiale contro gli Stati Uniti, circostanza che avrebbe provocato lo scontro aeronavale più fatidico della guerra del Pacifico.[135]

 Battaglia del Mar dei Coralli[modifica] Per approfondire, vedi la voce Battaglia del Mar dei Coralli.
 L'ammiraglio Frank J. Fletcher, responsabile del teatro del Pacifico settentrionale e comandante della Task Force 17 durante la battaglia del Mar dei CoralliSecondo le direttive dell'Operazione Mo, le forze giapponesi incaricate di sbarcare a Port Moresby, di conquistare le Isole Louisiade e la Nuova Caledonia si suddivisero in 4 flotte distinte al comando dell'ammiraglio Inoue e partirono dalle basi nelle Salomone. In campo alleato si sospettava che il Giappone avrebbe tentato, dopo la prima grande espansione, una nuova offensiva: dopo giorni di elucubrazioni l'ammiraglio Nimitz concluse che il solo obiettivo plausibile era Port Moresby. Furono dunque inviate nel teatro del Pacifico sudoccidentale due Task Forces al comando dell'ammiraglio dell'ammiraglio Fletcher. La battaglia, che si svolse prevalentemente nel Mar dei Coralli, vide numerose confusioni nella localizzazione e ricognizione da parte di entrambi gli schieramenti: infatti, sebbene iniziata il 4 maggio 1942, solo tra il 7 e l'8 dello stesso mese si svolsero i principali scontri.[136]

Alla fine del combattimento le perdite dei due schieramenti erano più o meno equivalenti, ma i giapponesi non avevano raggiunto nessuno degli obiettivi che si erano prefissi: Port Moresby e l'Australia erano per ora al sicuro.[137]

L'importanza della battaglia del Mar dei Coralli risiede anche nel fatto che fu la prima del suo genere, in quanto fu combattuta esclusivamente tra apparecchi imbarcati o tra essi e le navi dell'avversario, senza che i cannoni delle due flotte sparassero un solo colpo contro unità di superficie: rappresenta dunque una delle più importanti battaglie aeronavali della guerra del Pacifico e la novità della portaerei, nave strategicamente superiore alla corazzata.[138]

 La battaglia decisiva a Midway[modifica] Per approfondire, vedi la voce Battaglia delle Midway.
 Lo svolgimento complessivo delle azioni nippo-americane durante la battaglia delle MidwayLa realizzazione della Sfera di Prosperità Comune era stata così rapida che il Gran Quartier Generale imperiale non aveva ancora pronti piani da utilizzare per continuare razionalmente l'espansione. Le forze armate nipponiche avevano la possibilità di attaccare l'India, l'Australia o le Hawaii, tutti e tre obiettivi di grande importanza strategica: le riunioni tenute in merito furono però infruttuose, in quanto gli opposti sostenitori delle varie opzioni non vennero ad un accordo. Fu richiesto il parere dell'ammiraglio Isoroku Yamamoto, il quale godeva di grande popolarità ed autorevolezza a cuasa alle strepitose vittorie raccolte dall'Impero giapponese grazie ai suoi piani: egli affermò che era di vitale importanza attaccare a est, verso le Hawaii, per eliminare quell'incomodo e troppo attivo bastione americano; all'inizio le sue proposte non incontrarono grandi entusiasmi e solo il 5 aprile cominciarono gli studi dell'operazione, ma l'incursione di Doolittle fece sparire ogni opposizione o ripensamento negli ambienti militari giapponesi.[139]

La Marina giapponese in totale allineò circa 200 navi e 589 aerei suddivisi in sei gruppi, ognuno con diversi incarichi,[140] mentre gli Stati Uniti poterono schierare solo 26 navi: sembrava dunque che il Giappone dovesse riscuotere una grande vittoria, ma i servizi segreti americani contribuirono non poco ad avvantaggiare la modesta flotta statunitense, mentre alcuni imprevisti ed indecisioni inficiarono la fattibilità del piano nipponico.[141]

L'incertezza giapponese, la scoperta tardiva delle forze navali statunitensi e le affrettate decisioni dell'ammiraglio Nagumo provocarono una disfatta terribile: il 4 giugno 1942 4 moderne portaerei furono affondate dagli americani, che con perdite assai meno gravi vinsero clamorosamente la battaglia.[142]

Lo scontro rivestì un'importanza capitale: la flotta combinata nipponica, la più esperta al mondo, era andata perduta privando il Giappone di navi all'avanguardia, centinaia di aerei e piloti ed equipaggi bene addestrati, che mai più furono ricostituiti. Le perdite americane furono minori: una portaerei, circa 150 aerei e qualche centinaio di uomini.[143] L'Impero giapponese perse l'iniziativa bellica e subì un grave contraccolpo psicologico per la sconfitta patita, tanto che molti ufficiali arrivarono a criticare le decisioni di Yamamoto. Furono imposte draconiane misure di sicurezza perché la vastità del disastro non trapelasse e soprattutto perché la popolazione civile non ne venisse a conoscenza[144]

 La conquista delle Aleutine[modifica]L'unico successo che i giapponesi ottennero si ebbe prima della battaglia vera e propria, quando il gruppo dell'ammiraglio Moshiro Hosogaya iniziò le operazioni nelle Isole Aleutine: dal 3 al 5 giugno furono bombardate le istallazioni americane, e il 7 giugno reparti dell'esercito imperiale sbarcavano sull'isola di Kiska, seguita l'8 da quella di Attu: le due isole, conquistate entrambe il 10 giugno, furono gli unici territori degli Stati Uniti a essere invasi e occupati dalle truppe giapponesi.[145][146]

 L'iniziativa passa agli Alleati[modifica] Stallo giapponese in Birmania[modifica]Nel sud-est asiatico i giapponesi erano arrivati ai confini dell'India, ma non riuscirono a penetrare nella colonia inglese; la parte settentrionale della Birmania era invece in mano a truppe cinesi male armate ma numerose, rifornite precariamente da aerei da trasporto che partivano dall'Assam. Volendo completare la gigantesca manovra a tenaglia per isolare la Cina, i giapponesi iniziarono la costruzione di ponti sul fiume Salween per poi dilagare nella Cina meridionale, ma i loro piani fallirono in quanto le Tigri Volanti vanificarono ogni loro sforzo, tanto che i nipponici nel mese di agosto rinunciarono, permettendo così ai cinesi di presidiare saldamente il fiume.[147]

Riorganizzatisi dalla disastrosa ritirata compiuta a maggio, gli anglo-indiani lanciarono un'offensiva nella zona dell'Arakan, nella parte sud-occidentale della Birmania, ma le operazioni che si protassero tra dicembre 1942 e i primi di febbraio del 1943 ottennero risultati limitati a fronte di feroci combattimenti e perdite abbastanza pesanti.[148][149]

 L'epopea di Guadalcanal[modifica] Per approfondire, vedi la voce Campagna di Guadalcanal.
 L'isola di Guadalcanal, per la quale si svolsero feroci combattimenti a terra e in mare. Nella mappa, in alto a sinistra è rappresentata l'isola e in senso antiorario: le zone dello sbarco e le prime teste di ponte; gli attacchi del settembre 1942; la controffensiva giapponese al MatanikauLa catastrofe giapponese a Midway fece passare l'iniziativa in mano agli alleati, ai quali si offrivano molteplici direttrici d'attacco e obiettivi: si scelse di sbarcare sull'isola di Guadalcanal, in quanto vicina all'Australia, con una guarnigione relativamente esigua rispetto alle sue dimensioni e soprattutto perché era stato scoperto, il 4 luglio, che i giapponesi stavano costruendo un aeroporto nella parte settentrionale, che poteva minacciare le comunicazioni tra America e Australia[150]. Anticipati i preparativi per l'Operazione Watchtower (nome in codice dell'attacco), forze americane sbarcarono quasi incontrastate il 7 agosto sull'isola di Guadalcanal[151]. Entrambi gli schieramenti riversarono gran parte delle proprie risorse nei combattimenti per Guadalcanal, che si protrassero per i sei mesi seguenti in una crescente battaglia di attrito, vinta infine dagli Stati Uniti, in quanto i giapponesi, resisi conto che l'isola era perduta, evacuarono le loro forze[152][153][154]. In questo modo terminò una delle più lunghe battaglie dello scacchiere del Pacifico[155][156].

 Nuova Guinea sudorientale[modifica] Per approfondire, vedi la voce Campagna di Nuova Guinea.

Il Giappone non aveva ancora rinunciato alla distruzione di Port Moresby, per cui decise di effettuare un attacco terrestre attraverso i Monti Owen Stanley. Iniziata a metà agosto, l'offensiva nipponica andò incontro a ogni genere di difficoltà in questo selvaggio territorio, e giunte vicino la base alleata le truppe furono respinte dagli australiano-americani di MacArthur, il quale riconquistò entro la fine di dicembre Buna e Gona, e per il mese di gennaio l'intera Nuova Guinea sudorientale era in mano agli Alleati. Il generale MacArthur si dedicò allora a pianificare una nuova offensiva[157].

 Perdite e disfatte giapponesi nel 1943[modifica]All'inizio del 1943 il Giappone, sebbene avesse subito perdite più o meno pesanti nei ranghi dell'aviazione navale e della Marina, si fosse dovuto ritirare dalle Salomone meridionali e avesse dovuto rinunciare all'invasione dell'Australia, manteneva comunque un dominio vasto, ricco e fortificato[158][159], che gli Alleati si prepararono ad attaccare da tutti i lati: si decise di iniziare con la neutralizzazione della base di Rabaul mediante una duplice offensiva, i cui aeroporti rendevano pericoloso il movimento di navi e davano appoggio tattico alle truppe giapponesi in Nuova Guinea.[160].

 Birmania[modifica] Una colonna di Chindit in marcia durante l'azione di guerriglia nella Birmania occupata, messa a punto dal generale Orde WingateIn Birmania l'offensiva giapponese, che era riuscita a cacciare l'esercito indo-britannico di Wavell anche dal nord ovest del paese, perse slancio a metà del maggio 1942, in quanto le linee di comunicazione e d'approvvigionamento si erano incredibilmente allungate e gli effettivi erano insufficienti per controllare un così vasto territorio[161]. Mentre i giapponesi si riorganizzavano, attestandosi a pochi chilometri dall'India, un generale inglese, Orde Wingate, riuscì a costituire[162] un reparto con il quale si proponeva di condurre una guerriglia nelle retrovie nipponiche in Birmania, per rendere possibile una controffensiva alleata e scuotere la sicurezza giapponese[163].

Partiti il 10 febbraio 1943 da Imphal, i Chindit[164] si divisero in colonne, ognuna con obiettivi propri, penetrando in Birmania quasi senza essere individuati dal nemico; riforniti il 16 febbraio da aerei da trasporto, continuarono ad avanzare nella giungla[165]. Fermati da un blocco giapponese alle pendici dei Monti Mingin, giunsero all'inizio di marzo alla linea ferroviaria Rangoon-Myitkyina, che interruppero in 25 punti per centinaia di metri[166]; Wingate intendeva proseguire oltre il fiume Irrawaddy, ma l'imminenza dei monsoni e la stanchezza dei Chindit fecero sì che Wavell gli ordinasse, il 26 marzo, di ritornare. La ritirata durò mesi, ma a giugno i due terzi dei Chindit erano in salvo, in Cina o in India, e la ferrovia birmana era stata gravemente danneggiata, rendendo assai difficile ai giapponesi le comunicazioni e i rifornimenti[167].

 Mare di Bismarck[modifica] Per approfondire, vedi la voce Battaglia del Mare di Bismarck.

L'isola della Nuova Guinea rivestiva ancora grande importanza strategica per i giapponesi: fungeva da scudo occidentale per Rabaul e controllava numerosi stretti e passaggi tra l'Oceano Pacifico centrale e quello meridionale; inoltre l'aviazione lì dislocata poteva ancora contrastare le operazioni alleate che avevano come centro logistico l'oramai munita base di Port Moresby. Fu deciso che gli aeroporti di Lae e Salamua dovevano essere massicciamente riforniti mediante un grande convoglio, in quanto si sapeva di una prossima offensiva alleata, ma il tentativo si trasformò in un massacro.[168][169]

 La morte di Yamamoto[modifica]Il disastro nel mare di Bismarck impressionò i comandi giapponesi, e lo stesso ammiraglio Yamamoto riconobbe che la situazione nel Pacifico meridionale si era fatta difficile, tanto più che gli americani si preparavano a una nuova avanzata:[170] recatosi a Rabaul, ideò l'Operazione A (I-go Sakusen in giapponese), ovvero una grande offensiva aerea da scatenarsi nelle Salomone per infliggere gravi danni agli statunitensi.[171]

 Il bombardiere che stava portando l'ammiraglio Yamamoto dopo l'abbattimentoIl 7 aprile iniziavano gli attacchi a Guadalcanal, e l'11 alle baie della Nuova Guinea, affollate di navi americane, ma i risultati di tali azioni aeree furono grami.[172] Yamamoto, male informato da rapporti erronei, pianificò operazioni dello stesso genere, preparò le difese nelle Salomone centrali e, volendo supervisionarle, decise di passare in rassegna le posizioni più importanti, anche per rialzare il morale dei soldati.[173]

Le trasmissioni radio giapponesi furono però intercettate e decifrate dagli americani il 17 aprile, che vennero così a sapere dei progetti dell'ammiraglio giapponese. Il segretario di stato Frank Knox propose di organizzare un attacco durante gli spostamenti aerei che il comandante nipponico avrebbe fatto: subito 18 P.38 furono riuniti per condurre l'imboscata,[174][175] che avvenne il 18 aprile nei cieli delle Salomone, mentre l'ammiraglio stava dirigendosi a Balalle; il bombardiere Betty che trasportava Yamamoto fu abbattuto ed egli rimase ucciso.[176] Il colpo al morale fu gravissimo, in quanto Yamamoto rappresentava da sempre la potenza delle forze armate giapponesi e della Marina soprattutto; i funerali in suo onore furono solenni e vi parteciparono milioni di giapponesi costernati.[177] Fu sostituito dall'ammiraglio Mineichi Koga, nominato comandante delle forze aeronavali il 21 aprile.[178]

 Isole Aleutine[modifica] Cadaveri di soldati giapponesi dopo la carica Banzai del 29-30 maggio Per approfondire, vedi la voce campagna delle Isole Aleutine.

Relegate in questa remota parte del globo dal giugno 1942, le guarnigioni giapponesi nelle Isole Aleutine subivano dall'inizio dell'anno bombardamenti navali e aerei, mentre altre forze americane affondavano i rari trasporti o sottomarini che tentavano di rifornire le isole di Attu e Kiska.[179] Il viceammiraglio Moshiro Hosogaya, preoccupato della situazione, inviò un convoglio scortato dalla 5ª flotta, che arrivò indenne a destinazione[180]; soddisfatto, ripeté l'operazione il 26 marzo, ma le sue navi s'imbatterono nella squadra americana del contrammiraglio Charles H. MacMorris che in inferiorità numerica respinse i giapponesi ottenendo un'importante vittoria tattica.[181] Gli americani completarono il blocco delle due isole, riducendole alla fame, per poi sbarcare l'11 maggio ad Attu, fanaticamente difesa da 2380 soldati giapponesi.[182][183] Conquistata l'isola il 30 maggio, gli americani sbarcarono il 15 agosto a Kiska, ma non ci furono combattimenti, in quanto era stata già sgomberata dai giapponesi alla fine di luglio.[184]

 Nuova Guinea orientale[modifica] Per approfondire, vedi la voce Campagna di Nuova Guinea.

I timori delle alte sfere giapponesi riguardo una prossima offensiva in Nuova Guinea erano fondati: il 30 giugno, in contemporanea all'offensiva di Halsey nelle Salomone[185][186], MacArthur dette avvio a un massiccio bombardamento aereo sulle basi giapponesi in Nuova Guinea, subito seguiti da una serie di sbarchi: l'obiettivo era conquistare le importanti basi aeree di Lae e Salamua. Si verificarono diversi combattimenti e scontri, che videro anche l'unica grande azione aviotrasportata da parte degli Stati Uniti. Per l'inizio di ottobre l'esercito imperiale era stato ricacciato a nord, e solo alcune posizioni resistevano sulle alture vicino Finschhafen[187]: MacArthur era così riuscito a porsi in una eccellente posizione strategica per andare all'attacco della Nuova Britannia, dove si trovava Rabaul, inportante base nipponica[188].

 Le Isole Salomone[modifica] Per approfondire, vedi la voce Campagna delle Isole Salomone.

La sconfitta a Guadalcanal aveva fatto retrocedere il perimetro difensivo giapponese nelle Salomone centrali, facendo definitivamente sfumare ogni progetto offensivo verso l'Australia, che comunque era ormai irrealistico nonostante la foga con cui era difeso dai capi dell'esercito imperiale. Il Giappone era però certo di poter bloccare qui la marcia degli Alleati, grazie alla munita base di Rabaul e al grande numero di isole, la cui conquista avrebbe richiesto molto tempo, del quale si sarebbe approfittato per rafforzare i territori dietro la linea del fronte e riunire una grande flotta per sferrare un colpo mortale agli americani. Le cose non andarono però come previsto: l'ammiraglio Halsey, in contemporanea al generale MacArthur, iniziò il 30 giugno 1943 una massiccia offensiva nelle Salomone con obiettivo finale Rabaul: le operazioni durarono fino al febbraio del 1944 quando, dopo diverse battaglie navali, scontri aerei e sbarchi, che videro l'applicazione della nuova strategia del salto della rana, la base giapponese fu resa inoffensiva[189].

 Isole Gilbert[modifica] Per approfondire, vedi la voce Campagna delle Isole Gilbert.

La preponderanza numerica e qualitativa di cui ormai gli Alleati e più in particolare gli americani godevano fece prendere in esame all'ammiraglio Nimitz la possibilità di attaccare anche da est l'Impero giapponese. La nuova offensiva (Operazione Galvanic) fu fissata per il 10 novembre e fu rivolta contro l'arcipelago delle Gilbert, un gruppo di atolli a nord-est delle Salomone e abbastanza vicino all'Australia. La campagna delle Gilbert aprì la lunga serie di spettacolari ma sanguinose operazioni anfibie nel Pacifico con la micidiale battaglia di Tarawa, combattuta sull'isola di Betio. Anche qui gli americani applicarono il salto della rana, conquistando solo l'atollo di Tarawa, quello di Makin e quello di Abemama[190].

 MacArthur nella Nuova Britannia[modifica]Per sostenere efficacemente le azioni di Halsey nelle Salomone, il generale MacArthur pianificò uno sbarco da effettuarsi nella parte occidentale della Nuova Britannia, da dove giapponesi potevano ancora rifornire le loro forze in Nuova Guinea; inoltre si sarebbe potuto interrompere ogni aiuto alla base di Rabaul, obiettivo finale dell'offensiva. Gli americani sbarcarono a Capo Gloucester e dopo tre mesi di feroci battaglie contro la guarnigione nipponica MacArthur era ormai in possesso di punti chiave che resero indifendibile Rabaul, martoriata dalle incursioni delle portaerei di Halsey. Per il mese di febbraio 1944 l'arcipelago delle Bismarck era passato sotto il controllo americano, e le guarnigioni nipponiche saltate rimasero inoffensive per il resto della guerra.[191]

 Avvenimenti politici[modifica] Stati Uniti e Alleati[modifica] Per approfondire, vedi la voce Conferenza del Cairo.

Durante il 1943 gli Alleati erano dunque riusciti a spingersi profondamente nelle difese giapponesi, rendendo i tempi di conquista molto meno dispendiosi in termini di tempo e uomini grazie all'incredibile schieramento di mezzi bellici forniti copiosamente dall'industria americana e a nuove strategie, che lasciavano sconcertati i comandanti nipponici.

Considerando che la situazione era ormai sotto controllo e volendo affrettare il crollo dell'Asse, Inghilterra e Stati Uniti organizzarono di incontrarsi in una conferenza per discutere problemi di carattere militare riguardo il teatro europeo e quello del Pacifico: il luogo scelto fu il Quebèc. Churchill e Roosevelt, affiancati dal presidente canadese Mackenzie King, decisero che bisognava ristabilire i contatti terrestri con la Cina di Chiang Kai-Shek mediante una forte offensiva in Birmania, e che la flotta britannica sarebbe interevnuta appena possibile nella lotta contro il Giappone. La conferenza durò dal 17 al 24 agosto e furono trattati altre questioni quali lo sbarco da effettuare in Francia, il comportamento da mantenere con de Gaulle, l'imposizione della resa senza condizioni alle potenze del Tripartito.[192]

Una seconda conferenza si tenne al Cairo dal 22 al 25 novembre. Il presidente Roosevelt, il generale Chiang Kai-Shek e il primo ministro Winston Churchill si coordinarono per le future azioni militari da intraprendere nel Pacifico al fine di fiaccare la resistenza giapponese e per far capitolare l'Impero nipponico senza condizioni.[193]

Il più importante incontro che si ebbe tra i vertici alleati si svolse a Teheran, in quanto vi parteciparono Winston Churchill, Roosevelt e Stalin, che per la prima volta dalla presa del potere in URSS lasciava il suo paese: i Tre Grandi, tra il 28 novembre e il 1° dicembre, si accordarono per la data dello sbarco in Francia e perché i russi intrevenissero nella guerra contro il Giappone.[194]

 Impero giapponese[modifica]Il 1943 era stato un anno assai negativo dal punto di vista militare per il Giappone: le Salomone e le Gilbert erano perdute, e la base di Rabaul era ormai sempre più indifendibile e provata dalle incursioni nemiche; i sommergibili americani stavano facendo strage dei mercantili e petroliere, aggravando la situazione già precaria della disponibilità di carburante e del sostentamento della popolazione civile. Ma Tojo e i militari in genere credevano ancora che fosse possibile ristabilire la supremazia dell'Impero e battere gli Stati Uniti, e d'altronde non avevano affatto rinunciato ai piani relativi alla creazione della Sfera di Prosperità Comune intesa come insieme di nazioni "liberate" e guidate dal Giappone.[195]

In questo contesto dev'essere inserita la fondazione della Repubblica delle Filippine il 14 ottobre, la creazione del Governo Provvisorio dell'India libera guidato da Chandra Bose il 21 ottobre e l'annuncio dell'indipendenza della Birmania grazie al sostegno nipponico:[196] i nuovi stati-fantoccio siglavano trattati di assistenza e alleanza con l'Impero giapponese. Il 5 novembre 1943 i territori dipendenti dal Giappone o le nazioni da esso istituite e appoggiate si riunirono nella Conferenza per la Grande Asia Orientale a Tokyo. Durante la riunione, terminata l'8 dello stesso mese, era stata decisa la reciproca collaborazione tra gli Stati costituenti la Grande Asia (governi delle Filippine, della Birmania, del Manciukuò, della Thailandia e di Nanchino), oltre all'intangibilità dei rispettivi confini e sovranità, delle culture particolari di ogni nazione e soprattutto uno sforzo comune per sviluppare l'economia di ogni paese membro.[197]

Tutti questi progetti rimasero ad uno stato embrionale e spesso furono disattesi dagli stessi giapponesi, che sfruttavano i territori conquistati come colonie, provocando risentimenti e disillusioni nei movimenti nazionalisti e antieuropei che prima appoggiavano loro.[198]

Nell'agosto 1943 gli alleati occidentali formarono il nuovo South East Asia Command (SEAC, "Comando del sud est asiatico") per rilevare il generale Wavell dalle responsabilità strategiche del teatro; infatti divenne vicerè delle Indie nel giugno[199]. La riorganizzazione della struttura di comando richiese circa due mesi e nell'ottobre 1943 Winston Churchill incaricò l'ammiraglio Lord Louis Mountbatten come Comandante Supremo Alleato del SEAC. Lavorando a stretto contatto con il generale William Slim, Mountbatten diresse la liberazione di Burma e di Singapore nella Campagna di Birmania. Il generale Stilwell nel CBI sotto il SEAC, fornì aiuti alle forze cinesi di Chiang Kai-shek e aiutò a coordinare gli attacchi cinesi contro i giapponesi a supporto della 14a Armata britannica in Birmania.

Fu solo nell'ottobre 1944 che sarebbe iniziata la riconquista delle Filippine, con lo sbarco alleato nell'isola di Leyte e la battaglia del Golfo di Leyte, da alcuni considerata la più grande battaglia navale della storia[200]

 Gli stadi finali della guerra[modifica] La situazione al momento della capitolazione del GiapponeLe dure battaglie di Tarawa, Iwo Jima, Okinawa e altre causarono elevate perdite a entrambe le parti, ma fecero arretrare il Giappone. Per rimediare alla perdita dei suoi piloti più esperti, i giapponesi ricorsero inoltre a tattiche kamikaze nel tentativo di frenare l'avanzata statunitense. Nell'ultimo ed estremo tentativo di fermare l'avanzata americana, oltre 4000 kamikaze, in maggioranza coscritti con un minimo di addestramento necessario a pilotare il velivolo, si immolarono a bordo dei loro aerei, nell'estremo tentativo di colpire le navi nemiche procurando elevate perdite umane e materiali alla United States Navy.

Verso la fine della guerra e con l'accresciuto ruolo del bombardamento strategico venne creato un nuovo comando per supervisionare tutti i bombardamenti strategici statunitensi nell'emisfero, l'U.S. Strategic Air Forces in the Pacific sotto il comando del generale dell'USAAF Curtis LeMay[201]. Le città giapponesi soffrirono gravi danni a causa degli attacchi aerei dei bombardieri statunitensi. Nella sola notte del 9 marzo-10 marzo circa 100.000 persone rimasero uccise nella tempesta di fuoco causata da un attacco su Tokyo, condotto da ben 333 B-29[202].

 Il fungo nucleare della esplosione atomica sopra Nagasaki che sale nell'aria fino a 18 chilometri di altezza nel mattino del 9 agosto 1945.Il 3 febbraio 1945 anche l'Unione Sovietica accettò in linea di principio di entrare nel conflitto del Pacifico, ma la sua dichiarazione di guerra arrivò l'8 agosto[203][204], circa tre mesi dopo la fine della guerra in Europa, così da soddisfare gli obblighi dell'Unione Sovietica verso gli alleati. Con un devastante colpo al morale del popolo giapponese gli Stati Uniti attaccarono due città con armi nucleari: Hiroshima il 6 agosto 1945 e Nagasaki il 9 agosto. Più di 200.000 persone morirono come conseguenza diretta di questi due bombardamenti[205].

Il 9 agosto l'Unione Sovietica iniziò i combattimenti contro il Giappone lanciando l'Operazione August Storm[10][11]. Una forza di un milione di soldati, veterani dei combattimenti contro i tedeschi, vennero trasferiti dall'Europa per attaccare le forze giapponesi in Manciuria e rapidamente sconfissero l'esercito del Kwantung; contemporaneamente vennero occupate le isole Curili, che non vennero più restituite al Giappone originando una disputa territoriale ancora aperta.

In Giappone il 14 agosto viene considerato il giorno del termine della guerra del Pacifico. Comunque l'Impero Giapponese si arrese formalmente il 15 agosto. L'ordine di resa non venne immediatamente inviato alle forze giapponesi in Manciuria, che continuarono a combattere i sovietici fino al 19 agosto. La resa formale del Giappone venne firmata il 2 settembre 1945 alle ore 8 sulla nave da battaglia USS Missouri, ancorata nella Baia di Tokyo. La resa venne firmata dal generale Douglas MacArthur come Supremo Comandante Alleato, alla presenza di rappresentati di ogni nazione alleata e da una delegazione giapponese guidata da Mamoru Shigemitsu[20][206]

 Douglas MacArthur firma il documento di resa formale del Giappone a bordo della USS Missouri, 2 settembre 1945.

Combattimenti di piccola entità, con tattiche di guerriglia, continuarono a occorrere per tutto il Pacifico, in alcuni casi per molti anni. Le guarnigioni giapponesi che seppero della resa del loro paese, infatti, non credettero alla notizia, pensando che si trattasse di un colossale inganno degli americani. L'ultimo caso registrato di soldato giapponese che continuò a combattere, ignaro della fine del conflitto, fu quello del tenente in seconda Hiroo Onoda, che si arrese il 9 marzo del 1974 sull'isola di Lubang, nelle Filippine; negli anni successivi furono registrati altri casi, ma si trattava di giapponesi che erano comunque a conoscenza della resa, ma che si erano uniti a gruppi di guerriglia indigena per altri motivi.[207]

Una cerimonia di resa separata tra la Cina e il Giappone venne tenuta a Nanchino il 9 settembre 1945.

Successivamente MacArthur stabilì basi in Giappone per supervisionare lo sviluppo post-guerra della nazione. Questo periodo è conosciuto nella storia giapponese come occupazione. Il presidente statunitense Harry Truman proclamò ufficialmente la fine delle ostilità il 31 dicembre 1945. Il trattato di pace verrà firmato a San Francisco solo nel 1951[208].

 Attacchi giapponesi contro gli Stati Uniti continentali[modifica] Per approfondire, vedi la voce Attacchi sul Nord America durante la seconda guerra mondiale.

Durante la guerra ci furono timori di bombardamenti giapponesi del territorio americano e furono tenute esercitazioni per prepararsi a questa eventualità. Il Giappone tentò di attaccare gli Stati Uniti continentali, ma furono velleità trascurabili: il 9 settembre 1942 un idrovolante smontabile Yokosuka E14Y-1, armato di due bombe incendiarie, fu lanciato dal sommergibile I.25 vicino Capo Blanco e appiccò il fuoco in una foresta in Oregon[209]. L'operazione fu ripetuta, ma le peggiorate condizioni climatiche impedirono di continuare questi (vani) attacchi[209]. Si passò poi all'uso di palloni bomba tra il 1944 e il 1945[210]. Questi palloni erano dei grandi involucri di carta pergamena stratificata, tenuta assieme da colla naturale; potevano trasportare una bilancia barometrica, quale mezzo di regolazione dell'altitudine, e 45 chili di bombe[210]. I palloni venivano liberati e i venti che spiravano verso est e nord-est li trasportavano verso gli Stati Uniti, dove secondo le previsioni giapponesi avrebbero dovuto provocare panico e vittime tra la popolazione americana. Tale tipo di arma si rivelò, però, un espediente fallimentare: le uniche perdite causate avvennero quando uno di questi esplose nelle vicinanze di Lakeview in Oregon uccidendo cinque bambini e una donna quando questi lo trascinarono fuori dai boschi[211]. Queste furono le uniche morti causate dal Giappone sul territorio continentale degli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale. Dopo la guerra l'interrogatorio del generale Sueyoshi Kusaba, responsabile del programma di costruzione e impiegi dei curiosi ordigni, rivelò che in totale furono prodotti e lanciati fino al maggio 1945 ben 9000 palloni, ma solo il 10% raggiunse i territori americani[211][212]. Altri attacchi giapponesi contro il territorio continentale degli Stati Uniti inclusero il bombardamento di un campo petrolifero in California[213].

 

Fonte:wikipedia