Eccidio di Cefalonia

L'eccidio di Cefalonia fu compiuto da reparti dell'esercito tedesco a danno dei soldati italiani presenti su quelle isole alla data dell'8 settembre 1943, giorno in cui fu reso pubblico l'armistizio di Cassibile che sanciva la cessazione delle ostilità tra l'Italia e gli anglo-americani. In massima parte i soldati presenti facevano parte della divisione Acqui, oltre a finanzieri, carabinieri ed elementi della Regia Marina. Analoghi avvenimenti si verificarono a Corfù che ospitava un presidio della stessa divisione Acqui.

La guarnigione italiana di stanza nell'isola greca si oppose al tentativo di disarmo tedesco, combattendo sul campo per vari giorni con pesanti perdite, fino alla resa, alla quale fecero seguito massacri e rappresaglie nonostante la resa incondizionata avesse fatto cessare ogni resistenza. I superstiti furono quasi tutti deportati verso il continente su navi che finirono su mine subacquee o furono silurate, con gravissime perdite umane.

Indice

Premesse [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci campagna italiana di Grecia e armistizio di Cassibile.

Dopo l'entrata in guerra dell'Italia nel 1940 a fianco della Germania, Mussolini decise di condurre una "guerra parallela" per non restare indietro di fronte alle vittorie conseguite dalla Wehrmacht. In particolare decise di invadere la Grecia, per cercare di affermare i Balcani come sfera di influenza italiana. La spedizione in Grecia tuttavia non ebbe l'esito previsto, e le operazioni presto si arenarono. L'esercito greco, più determinato e avvantaggiato dal terreno e dalla conoscenza dei luoghi, riuscì anche a respingere profondamente le truppe italiane in territorio albanese. Nella primavera del 1941, comunque, la superiorità in armi e mezzi del Regio Esercito, unita all'attacco tedesco in Tracia, fece collassare le difese elleniche, costringendo così alla resa gli uomini del generale Papagos. La Grecia fu così sottoposta a occupazione, spartizione e controllo bipartito italotedesco. Agli italiani, in particolare, venne assegnato il controllo delle Isole Ionie ma guarnigioni tedesche erano dislocate in punti strategici a rinforzo dello schieramento italiano.

Gli schieramenti [modifica]

Strategicamente molto importanti, le isole di Corfù, Zante e Cefalonia presidiavano l'accesso a Patrasso e al Golfo di Corinto[3]. La 33ª Divisione fanteria "Acqui" del generale Antonio Gandin fu stanziata nelle isole, col grosso, composto dal 17º e 317º reggimento fanteria (giunto a Cefalonia nel maggio 1942), dal 33º reggimento artiglieria, dal comando e dai servizi divisionali a Cefalonia e il 18º reggimento fanteria a presidio di Corfù[3].

A Cefalonia oltre alla Acqui era presente la 2ª Compagnia del VII Battaglione Carabinieri Mobilitato più la 27ª Sezione Mista Carabinieri, da reparti del I° Battaglione finanzieri mobilitato, dai marinai che presidiavano le batterie costiere (una da 152 mm ed una da 120 mm) ed il locale Comando Marina, dal 110º Battaglione mitraglieri di corpo d'armata, tre ospedali da campo ed altre unità tra le quali il 188º Gruppo artiglieria di corpo d'armata (con tre batterie da 155/14) ed il 3º Gruppo contraereo da 75/27, per un totale di circa 12.000 uomini. Fino a fine agosto, organica alla divisione era anche la 27ª Legione CC.NN. d'Assalto, che aveva sostituito la 18ª Legione già con la Acqui durante la campagna di Grecia[4], ma la caduta del fascismo ne comportò il richiamo in patria.

Il generale della Luftwaffe Alexander Löhr, comandante dello Heeresgruppe E

Le batterie di artiglieria in funzione antinave, armate con pezzi di preda bellica tedesca di provenienza francese e belga, ma affidate a personale italiano della Regia Marina, furono dislocate sulle coste dell'isola ed in particolare nella penisola di Paliki e nei pressi di Argostoli[5]. I reparti presenti a Cefalonia dipendevano dall'VIII corpo d'armata, a difesa dell'Etolia-Acarnaia, mentre il 18º reggimento dipendeva dal XXVI corpo d'armata dispiegato in Epiro ed Albania[6]. Questi due corpi d'armata comprendevano forze italotedesche in Grecia ed erano inquadrati sotto la 11ª armata con comando ad Atene, dipendente a sua volta dallo Heeresgruppe E tedesco; l'armata in quel momento era comandata dal generale Carlo Vecchiarelli[7]. In questa stessa armata erano inquadrate la 104. Jäger-Division (VII corpo d'armata) e 1. Gebirgs-Division (XXVI corpo d'armata) che prenderanno parte ai successivi avvenimenti.

Progressivamente i tedeschi dispiegarono un loro presidio composto dal 966º Reggimento Granatieri da fortezza su due battaglioni (909º e 910º), al comando dell'oberstleutnant (tenente colonnello) Hans Barge, e dalla 2ª batteria del 201º Battaglione Semoventi d'assalto[7], composta da otto StuG III con cannone da 75 mm, più uno StuH42 da 105 mm. Questi ultimi si posizionarono insieme ad una compagnia del 909º nel pieno centro di Argostoli, il capoluogo dell'isola[8]. L'operazione tedesca faceva parte di una progressiva manovra di "incapsulamento" dei reparti dell'11ª Armata di stanza in Grecia, per prevenire eventuali defezioni o cedimenti in caso di sbarco angloamericano.

La Acqui era composta da personale inesperto, come il 317º Reggimento neocostituito e composto da personale richiamato o che non combatteva da due anni come il 17º fanteria e il 33º artiglieria che avevano preso parte alla campagna di Grecia, mentre il 966º Reggimento tedesco era forte di circa 1.800 uomini[9]. Lo svantaggio italiano si faceva anche sentire a livello di artiglieria, dove i pezzi, tranne quelli di preda bellica e i 75/27 contraerei, erano quasi tutti obsoleti. Praticamente assente era la Regia Aeronautica, mentre la Regia Marina - oltre a reparti di terra - aveva solo unità di naviglio sottile, tra cui alcuni MAS e dragamine.

I fatti di Cefalonia [modifica]

Il precipitare della situazione [modifica]

Fino ai primi mesi del 1943 la convivenza tra soldati italiani e tedeschi nell'isola non aveva presentato problemi e vennero anche svolte esercitazioni comuni di difesa; le cose cambiarono radicalmente dall'8 settembre di quello stesso anno, quando venne reso noto che il governo Badoglio aveva firmato un armistizio con i britannici e gli statunitensi, denunciando di fatto l'alleanza tra Italia e Germania.

8 settembre [modifica]

Le prime reazioni da parte della Divisione Acqui furono di grande stupore ma anche di gioia, nell'illusione che la guerra stesse per finire. Dopo i festeggiamenti, comunque, alle 20:15 vengono mandate fuori le pattuglie di vigilanza[10]. Un atto ostile viene compiuto dai tedeschi quando uno dei semoventi ad Argostoli punta il suo cannone contro il dragamine Patrizia, all'ancora, che per risposta punta a sua volta le mitragliere di bordo[11].

Alle 21:30 dell'8 settembre il generale Vecchiarelli (come comandante dell'11ª armata) inviò un messaggio a Gandin che testualmente riportava[12]:

  « Seguito conclusione armistizio, truppe italiane 11ª armata seguiranno seguente linea condotta. Se tedeschi non faranno atti di violenza armata, italiani non, dico non, faranno causa comune con ribelli né con truppe anglo-americane che sbarcassero. Reagiranno con forza a ogni violenza armata. Ognuno rimanga al suo posto con i compiti attuali. Sia mantenuta con ogni mezzo disciplina esemplare. Firmato generale Vecchiarelli »
   

I tedeschi avevano comunque iniziato l'attuazione dell'Operazione Achse, consistente nel disarmo forzoso ed internamento delle truppe italiane. Poco dopo le 22:30, viene ricevuto l'ordine per le navi presenti ed in grado di muoversi di raggiungere immediatamente Brindisi, ancora in mano agli italiani[13].

9 settembre [modifica]

Secondo gli ordini di Gandin della sera prima, il II battaglione del 17º reggimento, in riserva a Mazarakata, insieme a tre batterie del 33º reggimento, venne spostato ad Argostoli a protezione del quartier generale; le tre batterie sono la 1ª da 100/17 comandata dal capitano Amos Pampaloni, la 3ª da 100/17 del capitano Renzo Apollonio e la 5ª da 75/13 del capitano Abele Ambrosini[14]. Gandin inviò anche una compagnia di fanteria, l'11ª del 17º comandata dal capitano Pantano, a presidiare il bivio di Kardakata, posizione strategicamente importante in quanto situata su delle alture che dominano le coste ad est dell'isola[15]. Alle 5 del mattino, una autocolonna tedesca con vari plotoni di rinforzo proveniente da Lixuri, la parte nord dell'isola dove era acquartierato il grosso del 966º, tentò di passare; gli italiani puntarono le armi costringendo i tedeschi a tornare indietro. Alle 7 una colonna di rifornimenti scortata da cannoni anticarro venne bloccata alla periferia di Argostoli dai cannoni della 3ª batteria, ma il comando di divisione ordina poi di lasciarli passare[15]. Alle 9 Gandin ricevette il tenente colonnello Barge per discutere della situazione. Il tedesco chiese di ottemperare alle disposizioni di Vecchiarelli, che sono arrivate anche ai reparti tedeschi della 11ª armata, relative alla non belligeranza contro i tedeschi. Alle 09:50 venne ricevuto un ulteriore dispaccio, sempre da parte del comando di Atene, in cui si ordinava di cedere tutte le armi collettive a disposizione[16]:

  « Seguito mio ordine dell'8 corrente. . Presidi costieri devono rimanere attuali posizioni fino a cambio con reparti tedeschi non oltre però ore 10 giorno 10 ... Siano lasciate ai reparti tedeschi subentranti armi collettive e tutte artiglierie con relativo munizionamento ... Consegna armi collettive per tutte Forze Armate Italiane in Grecia avrà inizio a richiesta Comandi tedeschi a partire da ore 12 di oggi. Generale Vecchiarelli »

Sulla base di questo messaggio iniziarono a manifestarsi tra gli ufficiali diverse correnti di pensiero sulla linea di condotta da tenere, con alcuni decisamente antitedeschi ed altri (i tenenti colonnelli Uggè e Sebastiani) che invece ritennero di dover continuare a combattere insieme ai tedeschi. In mezzo, molti altri vorrebbero la cessione delle armi ai tedeschi e ritengono impraticabile una seria resistenza[17].

10 settembre [modifica]

Le posizioni a Cefalonia all'8 settembre 1943

La discussione tra i soldati italiani sul da farsi ferve, anche a causa di volantini diffusi dalla resistenza greca che riportano: "Soldati italiani! È giunta l'ora di combattere contro i tedeschi! I patrioti ellenici sono al vostro fianco Viva l'Italia libera! Viva la Grecia libera!"[18]. In realtà i patrioti ellenici, pur facendosi consegnare armi a questo scopo, non daranno nessun appoggio alla lotta, come gli italiani scopriranno a loro spese. Nel frattempo il comando e la truppa della Acqui vengono informati dal sergente Baldessari, proveniente dal presidio di Santa Maura che il presidio è stato catturato dai tedeschi, ed il suo comandante colonnello Ottalevi e due ufficiali sono stati uccisi. Secondo alcuni i tedeschi richiesero la consegna delle armi individuali dopo aver ottenuto la consegna delle armi pesanti[19] mentre secondo altre i tedeschi furono "provocati"[20]

Durante l'incontro tra Gandin e Barge entrambe le parti prendono tempo; da parte italiana si aspetta un chiarificarsi della situazione ed istruzioni dettagliate dal Comando Supremo con possibili rinforzi ignorando che lo stesso Comando non è in grado di operare per la fuga a Brindisi del re Vittorio Emanuele III e dello stato maggiore, mentre i tedeschi cercano ancora di ottenere il disarmo in modo incruento. I tedeschi però programmano comunque la fucilazione degli eventuali resistenti: un telegramma dello Heeresgruppe E ai comandanti delle grandi unità dipendenti dice testualmente[21]

« Dove vi sono reparti italiani o nuclei armati che oppongono resistenza bisogna dare un ultimatum a breve scadenza. Nell'occasione occorrerà dire con veemenza che gli ufficiali responsabili di questo tipo di resistenza verranno fucilati quali franchi tiratori se, alla scadenza dell'ultimatum, non avranno dato alle loro truppe l'ordine di consegnare le armi. »

Ma tra le truppe italiane molti soldati e anche vari ufficiali inferiori sono per la resistenza ai tedeschi, principalmente Apollonio, Pampaloni ed Ambrosini tra gli ufficiali del 33º reggimento artiglieria, manifestando dubbi su Gandin, insignito di croce di ferro dai tedeschi per le sue azioni sul fronte russo e con relazioni personali nell'OKW; anche la quasi totalità dei marinai a cominciare dal loro comandante capitano di fregata Mastrangelo ed i suoi ufficiali[22]. Gandin invece ha valutato che la superiorità numerica locale non compensa la presenza di oltre 300.000 tedeschi tra Epiro e Jugoslavia e la numerosa aviazione germanica e cerca ancora di trattare una resa onorevole, non avendo alcuna evidenza di un possibile aiuto alleato al combattimento o all'evacuazione. Per questo consulta i suoi ufficiali dello stato maggiore e i comandanti di reggimento in merito, alla ricerca di un parere sulla eventuale cessione delle armi; il colonnello Romagnoli, comandante del 33º reggimento artiglieria, e Mastrangelo sono per la resistenza mentre il generale Gherzi, vicecomandante della divisione e comandante della fanteria, il tenente colonnello Fioretti, capo di stato maggiore della divisione, il tenente colonnello Cessari, comandante del 17º reggimento fanteria, e il maggiore Filippini, comandante del genio divisionale, sono per la cessione delle armi pesanti secondo le richieste tedesche[21].

11 settembre [modifica]

L'ordine inviato da Brindisi a Antonio Gandin l'11 settembre 1943

I tedeschi presentarono un ultimatum in nove punti a firma di Barge, imponendo il disarmo totale della divisione con la consegna delle armi nella piazza centrale di Argostoli entro il 12 settembre alle ore 18 davanti all'intera popolazione (punti 1 e 3), proibendo altresì (punto 5) la consegna di materiale alla "popolazione" greca; il punto 6 minacciava un intervento "senza riguardo" in caso di sabotaggi o violenze contro i tedeschi mentre il punto 7 prometteva genericamente "agli ufficiali e soldati disarmati un trattamento cavalleresco"[23]. Gandin rispose con una lettera con oggetto "Richiesta di chiarimenti" dove tra l'altro sottolineava l'impossibilità di adempiere nei tempi richiesti alla consegna dei materiali. A quel punto la quasi totalità dell'artiglieria della Divisione Acqui (non solo il 33º ma anche l'artiglieria divisionale) e i reparti della Regia Marina, venuta a conoscenza delle condizioni di resa, si rifiutò categoricamente di accettare l'ultimatum, preparando un piano di azione contro i tedeschi, designando gli obiettivi e cercando accordi con i partigiani greci dell'ELAS[24]. La nuova richiesta di Barge, che come unica concessione prevedeva la consegna delle armi in luogo "nelle vicinanze di Argostoli" per evitare il disonore di una resa pubblica, pervenne al quartier generale ma non fa alcun cenno al trasferimento in Italia della divisione[25]. Nella giornata, anche se vi sono dubbi sull'ora dell'esatta ricezione e per alcuni sopravvissuti anche del giorno (il 13 invece dell'11), arriva un radiomessaggio del generale Rossi, vice del capo di stato maggiore generale Ambrosio: "Considerare le truppe tedesche nemiche"[26]. Gandin alle 17 incontrò i sette cappellani della divisione, ai quali illustrò la situazione e chiese anche a loro un parere; tranne uno, tutti invitarono Gandin a cedere le armi. Alle 17:30 Gandin incontrò poi Barge chiedendogli una dilazione fino all'alba; per tranquillizzare i tedeschi che già stavano sbarcando rinforzi nella parte dell'isola vicina alla costa e sotto il loro parziale controllo, propone il ritiro dei reparti che presidiano le alture di Kardakata, dalla quale si dominano le spiagge dove questi reparti sbarcavano e le due strade che lì si incrociavano facendone uno snodo strategico per spostarsi sull'isola[27]. Questo ritiro però non si estende all'artiglieria dislocata sulla penisola di Paliki e presso Fiskardo, le cui batterie saranno quindi sotto la minaccia tedesca senza la protezione della fanteria.

Nel frattempo i quattro dragamine ancorati a Fiskardo salpano verso l'Italia dopo aver legato il loro comandante; Fioretti e Barge iniziano un lungo colloquio per specificare i dettagli del disarmo.

12 settembre [modifica]

Il sottotenente Battista Actis, co-autore del libro Cefalonia: l'ultima testimonianza, fotografato sull'isola nel 1943

In seguito all'ordine di arretramento su Razata inviato al II battaglione del 317º, molti soldati contestano e si rifiutarono di caricare le munizioni sui mezzi e due mitragliatrici vennero puntate sugli autocarri; dopo l'intervento di alcuni ufficiali inferiori, arrivò il maggiore Fanucchi, comandante del battaglione e fu ferito di striscio da un colpo di fucile. Il fatto ebbe l'effetto di placare gli animi e la protesta rientrò. Nel frattempo il piano di sbarazzarsi con la forza dei tedeschi veniva dettagliato e le batterie del 33º entrano in stato di allarme, senza l'avallo del comando di divisione[28]. La stazione radio della Marina si mise in contatto con le forze navali alleate a Malta con un radiogramma in chiaro, che viene intercettato dai tedeschi come tutto il traffico in entrata e uscita dall'isola. Nella risposta, il comando alleato ricordò (ma il fatto non era a conoscenza dei militari sull'isola) che la corazzata Roma era stata affondata e che i tedeschi dovevano essere considerati come nemici[29]. Esiste un'altra versione, raccontata nel documentario RAI Tragico e glorioso 1943 del 1973, secondo la quale questa informazione sarebbe stata trasmessa dalla sala radio della corazzata Vittorio Veneto sempre a Malta. Le parole usate nel video furono "La Roma è stata affondata; non cedete le armi". I tedeschi nel frattempo annullarono il previsto bombardamento su Argostoli, ma mentre Barge era ancora convinto di poter effettuare il disarmo, le spinte insurrezionali aumentarono di ora in ora; un ufficiale, il capitano Gazzetti, venne ucciso per aver rifiutato di consegnare immediatamente il camion col quale stava trasferendo delle suore ad alcuni marinai che volevano trasportare armi[30].

Mentre Barge alle 16 riprendeva i colloqui con il comando della Acqui, i tedeschi disarmarono e presero prigioniero il personale delle batterie costiere che da San Giorgio (2ª batteria da 105/28 dell'artiglieria divisionale) e da Chavriata (2ª batteria da 100/27 del 33º reggimento), nella penisola di Paliki, controllavano dal nord la baia di Argostoli e lo stesso comando tedesco a Lixuri[31]. Un semovente tedesco della 201ª batteria punta il suo cannone contro la 3ª batteria, ma immediatamente viene puntato da un pezzo della stessa e dai pezzi della 5ª batteria di Ambrosini e deve andarsene. Inoltre vi furono richieste molto pressanti da parte di alcuni ufficiali del 33º Reggimento artiglieria, tra i quali Amos Pampaloni e Renzo Apollonio, che arrivarono addirittura, secondo i resoconti del tenente colonnello Fioretti, appartenuto allo stato maggiore della divisione, al limite dell'ammutinamento tanto che lo stesso li apostrofò "Siete venuti qui in veste di comandanti di reparto o come capibanda?", al fine di iniziare le ostilità contro i tedeschi[32].

Ci furono anche gesti di intolleranza nei confronti di Gandin, e in un episodio un carabiniere lanciò addirittura una bomba a mano verso la vettura nella quale stava transitando il generale, ma l'ordigno non esplose[33].

13 settembre [modifica]

Una motozattera, la F456, simile a quelle coinvolte nel combattimento di Argostoli

Alle 2 del mattino il tenente colonnello Siervo, comandante del II/317º, informò di persona Pampaloni che dietro ordine di Gandin il suo battaglione doveva essere spostato presso il cimitero di Argostoli; questo implicava che le tre batterie (1ª, 3ª e 5ª) che presidiavano il porto non avrebbero avuto alcuna copertura di fanteria per difendersi da eventuali attacchi[34]. Immediatamente Pampaloni si consultò con Siervo il colonnello Romagnoli, comandante del 33º, chiedendo di far revocare l'ordine ma Romagnoli, sentito Siervo sull'affidabilità sotto il fuoco del suo battaglione, non ritenne di poter acconsentire; il II/317º si spostò presso la nuova posizione[35].

Alle 6 del mattino, il colonnello Ricci assistette al bombardamento da parte di velivoli tedeschi di piroscafi italiani partiti da Patrasso[35]. Ad Argostoli, Pampaloni svegliò Apollonio comunicandogli che due motozattere tedesche, secondo una sua valutazione "zeppe di uomini e mezzi", stavano per attraccare alla banchina, a pochissima distanza dal comando di divisione e dalla guarnigione tedesca in città comandata da Fault[36][37]. Apollonio osservò ed allertò anche la 5ª batteria di Ambrosini, peraltro già con i serventi ai pezzi di loro propria iniziativa. Come più anziano in grado, Apollonio diede l'ordine di aprire il fuoco, ma le due mitragliere Breda da 20mm rimosse dal dragamine Patrizia ed aggregate alla 3ª batteria iniziarono autonomamente a sparare sui due pontoni[36]. Le due motozattere, la F494 e la F495, vennero quindi colpite dal fuoco ravvicinato di mitragliere, cannoni da 100/27 e 75/13 dell'esercito e ben presto dai pezzi da 120mm e 152mm della Marina posti a Lardigò (attualmente Ammes) e Minies (ora Avithos). Un mezzo affondò, l'altro attraccò protetto da una cortina fumogena stesa dai cannoni tedeschi che sparano dalla penisola di Paliki e dai semoventi della 2ª batteria del 201º battaglione di Argostoli[36]. I tedeschi dopo aver fatto approdare la motozattera, ricevettero ordine da Barge di cessare il fuoco mentre questi contattò il quartier generale della Acqui per chiedere altrettanto, ma quando il capitano Postal, aiutante maggiore di Romagnoli, notificò l'ordine di Gandin a Pampaloni, ma "la linea cade in continuazione"[38][39]; la 5ª batteria rifiutò di eseguire un ordine che venga da "traditori" e non da Apollonio. Presentatosi direttamente alla 3ª batteria, intimò di cessare il fuoco, ma Apollonio rispose che i tedeschi stanno ancora sparando. Dopo assicurazione di Postal che anche i tedeschi hanno ricevuto analogo ordine, non ordinò il cessate il fuoco se non dopo una minaccia di Postal con le testuali parole "Guarda che qui va a finir male"[38][39][40]. Durante lo scontro, la 411ª batteria del 94º gruppo di artiglieria abbandonò la posizione per sbarrare l'accesso al comando di divisione[41]. Alla fine i tedeschi conteranno 5 morti e 8 feriti, mentre gli italiani un ferito grave, ma i fanti del 17º e del 317º non erano in alcun modo intervenuti nel combattimento anche quando i tedeschi avevano assaltato le batterie al porto[42].

Dopo l'episodio i tedeschi, che ancora non avevano disponibile un numero sufficiente di truppe sull'isola, tentarono un ulteriore negoziato, promettendo un imbarco per l'Italia controllata dai tedeschi a condizione che le truppe avessero ceduto le armi e si fossero concentrate nei porti di Sami e Poros, già sapendo che questo non sarebbe mai avvenuto, in ottemperanza alle disposizioni di Hitler contenute nel piano Achse; il negoziatore nella circostanza, tenente colonnello della Luftwaffe Hermann Busch, chiese anche di conoscere i nomi degli ufficiali che avevano aperto il fuoco con le motozattere[43]. Nel frattempo il numero degli ufficiali fautori della resistenza ai tedeschi aumentava, comprendendo anche il tenente colonnello Deodato ed il capitano dei carabinieri Gasco, da cui dipendava il militare che aveva lanciato la bomba a mano verso la macchina di Gandin. Mentre Gandin diffonde un messaggio alle truppe che recita[44].:

  « A tutti i Corpi e Reparti dipendenti. Comunico che sono in corso trattative con rappresentanti il Comando Supremo Tedesco allo scopo di ottenere che alla Divisione vengano lasciate le armi e le relative munizioni. Il generale di Divisione Comandante Gandin »

Contemporaneamente il generale Lanz decollò da Giannina per Cefalonia con un idrovolante, ma mentre tentava di ammarare ad Argostoli venne preso di mira dalla contraerea italiana e scese a Lixuri, da dove telefonò a Gandin; non vi sono tracce scritte della conversazione, ma mentre Lanz testimonierà al processo di Norimberga che il generale italiano era stato informato di quell'ordine senza scampo (la fucilazione in caso di resistenza), così come Barge, nessun sopravvissuto tra gli italiani accennò ad un simile fatto, tanto meno si evince dall'ultimatum inviato da Lanz a Gandin in quell'occasione, che ammonisce solo che (punto 2) se non verranno cedute le armi, le forze armate tedesche costringeranno alla cessione. e dichiara che (punto 4) la divisione che ha fatto fuoco su truppe e navi tedesche ... ha compiuto un aperto ed evidente atto di ostilità[45]. Nel contempo, una ulteriore provocazione veniva fatta dai tedeschi che nella piazza principale di Argostoli, piazza Valianos, ammainavano la bandiera italiana, ma venivano prontamente disarmati dai soldati della Acqui che issavano nuovamente la bandiera sul pennone[46]. Nel frattempo a Corfù un battaglione della divisione Edelweiss che tentava di sbarcare veniva respinto con poche perdite ma gravi danni ai mezzi da sbarco, il che poneva i tedeschi in difficoltà nel tentativo di sopraffare la Acqui, mentre il negoziatore sul posto, maggiore Harald von Hirschfeld, relazionava sulle possibili ulteriori modalità di attacco all'isola[47]. Il maggiore sarà in seguito pesantemente coinvolto nel massacro[48]

Mentre durante la giornata Apollonio, Pampaloni ed Ambrosini erano stati convocati al comando di divisione, ed il vice di Gandin, Gherzi, era arrivato ad apostrofare Pampaloni dicendo tu sei una testa calda, e questi rispondeva che tra le truppe si parla di tradimento da parte del comando di divisione[37], la possibile resa si trasforma in decisione di resistenza; ulteriori fatti, come il pesante bombardamento di Corfù ed in particolare il capoluogo Kerkira da parte della Luftwaffe, la ricezione di un messaggio da Zacinto che annunciava la resa del generale Paderni e quattrocento militari italiani, prontamente spediti in Germania, e la certa (a questo punto) ricezione del radiomessaggio a firma Ambrosio che invita a considerare truppe tedesche come nemiche e regolarvi di conseguenza fanno si che Gandin riposizioni i due reggimenti di fanteria in funzione del combattimento, con uno schieramento orientato verso la costa greca e il presidio tedesco di Argostoli[49]. Infine secondo alcune fonti Gandin avrebbe promosso un referendum tra le truppe per saggiare la loro volontà di combattere i tedeschi[50], mentre altre fonti mettono pesantemente in discussione questa ipotesi[51][52].

14 settembre [modifica]

Radiomessaggio del luogotenente Thuns, del 14 settembre

Il 14 settembre alle ore 12 Gandin informò i tedeschi del risultato del "referendum" effettuato tra i soldati della Divisione, rimarcando sulla scarsa fiducia che i soldati avevano nelle promesse dell'ex alleato di rimpatriarli accontentandosi delle armi pesanti e collettive; nella versione tedesca della lettera Gandin disse tra l'altro "La divisione si rifiuta di eseguire l'ordine di radunarsi nella zona di Sami perché teme di essere disarmata, contro tutte le promesse tedesche ... la divisione preferirà combattere piuttosto che subire l'onta di una cessione delle armi ..."[53]. Di questa lettera esistono diverse versioni, riportate da padre Romualdo Formato e dal capitano Bronzini, con toni più ultimativi ma di analogo contenuto[53].

Nel frattempo i tedeschi (il tenente colonnello Barge) avevano già spostato il 910º battaglione granatieri da fortezza sulle alture di Kardakata che Gandin aveva abbandonato come segno di buona volontà e dato disposizione alle truppe presenti ad Argostoli (parte del 909º battaglione e i semoventi d'assalto) di tenersi pronti ad attaccare il comando della Acqui e le batterie di artiglieria italiane[54].

Mentre i tedeschi continuano a fare affluire truppe sull'isola, gli italiani compiono operazioni di tipo difensivo come il brillamento di cariche esplosive su crocevia e strade per renderle impraticabili, ma impedendo anche il passaggio dei propri rifornimenti e rinforzi[55]. Non è ancora noto alla divisione che gli Alleati hanno deciso di non inviare alcun aiuto a Cefalonia per ragioni politiche, cioè non danneggiare i rapporti con l'Unione Sovietica che ritiene di fatto i Balcani una sua esclusiva zona di influenza[55].

Inizia la battaglia [modifica]

Radiomessaggio di Hans Barge, l'ufficiale tedesco con cui Gandin trattò la resa prima che la situazione degenerasse, del 15 settembre

Il 15 settembre i tedeschi, in quel momento inferiori di numero, fecero pervenire sull'isola nuove forze: il 3º battaglione del 98º Reggimento da montagna e il 54º Battaglione da montagna, appartenenti alla 1. Gebirgs-Division (1ª Divisione da montagna) Edelweiss, il 3º battaglione del 79º Reggimento artiglieria da montagna, e il 1º battaglione del 724º Reggimento cacciatori, quest'ultimo inquadrato nella 104. Jäger-Division (104ª Divisione cacciatori)[7], coadiuvati dalla presenza dell'aviazione tedesca con i suoi Stuka alla quale gli italiani potevano opporre solo il fuoco di alcune mitragliere contraeree da 20 mm e il tiro contraereo dell'unico gruppo da 75/27 e di pezzi di artiglieria da campagna.
La precedente decisione di abbandonare le alture al centro dell'isola assunta da Gandin come segno pacificatore verso i tedeschi si trasformò in un cruciale svantaggio tattico, in quanto da quelle alture si sarebbero potuti battere i punti di sbarco ostacolando notevolmente i rinforzi tedeschi. Ciononostante, le truppe italiane si batterono tenacemente, contendendo per una settimana il terreno ai tedeschi.

Dal 16 al 21 settembre la resistenza fu accanita, soprattutto da parte del 33º Reggimento di artiglieria e delle batterie costiere della Regia Marina, fino a quando non vennero a mancare le munizioni e la glicerina per lubrificare i pezzi. Alcune batterie da campagna dovettero essere abbandonate dopo essere state rese inutilizzabili perché esposte all'avanzata delle truppe tedesche, sempre protette da un efficace mantello aereo.

Il 22 settembre il generale Gandin decise di convocare un nuovo Consiglio di Guerra nel quale si decise di arrendersi ai tedeschi. La tovaglia bianca sulla quale i comandanti mangiavano tutte le sere venne issata sul balcone della casa che era sede del comando tattico in segno di resa.
A questo punto, Hitler in persona ordinò che i soldati italiani fossero considerati come traditori e fucilati. I soldati che erano stati in precedenza catturati e fatti prigionieri furono immediatamente e sommariamente giustiziati; i tedeschi che cercarono di opporsi furono dissuasi con la minaccia di essere a loro volta fucilati. I rastrellamenti e le fucilazioni andarono avanti per tutto il giorno seguente, e si fermarono solo il 28 settembre non risparmiando neanche Gandin, morto la mattina del 24. In particolare, 129 ufficiali furono assassinati presso una villa chiamata Casa Rossa e 7 subirono la stessa sorte il 25 settembre perché, nell'ospedale dove erano ricoverati, il giorno prima si era verificata la fuga di due ufficiali.
Compiuto l'eccidio, i tedeschi cercarono di farne scomparire le tracce: ad eccezione di alcune lasciate insepolte o gettate in cisterne, la maggior parte delle salme furono bruciate e i resti gettati in mare. I superstiti furono caricati su navi destinate in Germania, Unione Sovietica e Polonia (Auschwitz e Treblinka), ma due di esse incapparono in campi minati e affondarono, e la Mario Roselli fu colata a picco da aerei alleati, che non conoscevano il suo carico umano.

Tra i pochissimi scampati all'eccidio e alla successiva prigionia ci fu il cappellano militare Romualdo Formato, autore negli anni cinquanta di un libro intitolato appunto "L'eccidio di Cefalonia", e lo scrittore e conduttore televisivo Luigi Silori.

Corfù e Zacinto [modifica]

Anche le guarnigioni della "Acqui" stanziate a Corfù, Zante (Zacinto) e Santa Maura (Leucade) furono sopraffatte dai tedeschi, quest'ultima quasi subito data l'esiguità del presidio.

A Corfù i fanti del 33º reggimento ed un gruppo di artiglieria, circa 4.500 uomini comandati dal colonnello Luigi Lusignani[56], il 13 settembre, catturarono il presidio tedesco,[56] composto da 450-550 militari della Wehrmacht, dei quali il 21 settembre ne furono fortunosamente trasferiti in Italia 441 (di cui 7 ufficiali), scortati da alcune decine di carabinieri, su pescherecci mobilitati dal locale capo partigiano Papas Spiru: questi furono, in Italia, gli unici prigionieri di guerra tedeschi in mano a Badoglio, ed è verosimile che si debba ad essi, per reciprocità, il mancato eccidio della "Acqui" a Corfù, a differenza di Cefalonia[57].

Il colonnello Lusignani il 12 e 13 settembre aveva già richiesto al Comando Supremo il reimbarco degli uomini con vari fonogrammi ed inviando a Brindisi il maggiore Capra[58].

In ogni caso Lusignani aveva considerato l'ordine di resa del generale Vecchiarelli come apocrifo[56]. A coadiuvare i fanti del 33º si erano affiancati il giorno 13 i fanti del I Battaglione del 49º Reggimento fanteria "Parma" comandati dal colonnello Elio Bettini, ed altri reparti per un totale di 3.500 uomini[56]. Il 21 settembre gli inglesi aviolanciarono su Corfù la missione militare Acheron[56]. Successivamente i rinforzi tedeschi sbarcati il 24 e 25 settembre[56] e dotati di un consistente supporto aereo sopraffecero gli italiani che si arresero il 26 settembre dopo furiosi combattimenti e l'esaurimento delle munizioni. Lusignani venne fucilato il giorno dopo insieme a Bettini e 27 ufficiali, mentre varie centinaia di soldati avevano perso la vita durante i combattimenti[56].

A Lusignani e Bettini verrà concessa la medaglia d'oro al valor militare[56].

 

Le perdite [modifica]

Quando si parla di perdite della Divisione Acqui a Cefalonia è necessario distinguere tra:

  • perdite avvenute durante i combattimenti dal 15 al 22 settembre 1943 (data della resa italiana);
  • perdite avvenute dal 24 al 28 settembre a titolo di "rappresaglia" sui militari prigionieri;
  • perdite avvenute in mare - nei mesi successivi - a causa dell'affondamento di alcune navi che trasportavano i prigionieri in Grecia, tra cui la motonave Ardena[56] di 1098 t e stracarica di 840 prigionieri saltata su una mina il 23 settembre[59], la motonave Mario Roselli e il piroscafo Marguerita, provenienti da Argostoli, e Corfù[4];
  • perdite avvenute in prigionia nei campi di concentramento tedeschi e di altri paesi da questi occupati.

Secondo Giorgio Rochat la Divisione Acqui avrebbe perso in combattimento 1.200 soldati e 5.000 nei massacri seguenti, mentre invece i tedeschi fanno indirettamente salire questo numero (i rapporti indicavano 5.000 soldati italiani sopravvissuti agli scontri) a 6.500. Queste cifre comprendono in ogni caso il generale Gandin e 193 ufficiali, fucilati tra il 24 e il 25 settembre, più altri 17 marinai giustiziati dopo aver seppellito i corpi dei loro commilitoni. I sopravvissuti, quantificati in una sessantina, trovarono rifugio tra la popolazione o tra i partigiani greci[59]. Anche Arrigo Petacco è su questa linea di pensiero, stimando i caduti di Cefalonia in oltre 400 ufficiali e 5.000 soldati oltre ai 2.000 periti in mare, mentre i sopravvissuti furono meno di 4.000[60]. Ancora, l'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia quantifica le perdite complessive dei soldati stanziati a Cefalonia a 390 ufficiali e 9.500 uomini di truppa. I superstiti furono in tutto 2.135[senza fonte] ufficiali e circa 2.000 uomini di truppa, ma la maggior parte di essi fu deportata in Germania e poi in Unione Sovietica, da dove molti non fecero ritorno[61]. Per ultimo, Alfio Caruso nel suo Italiani dovete morire riporta 1.300 italiani morti durante i combattimenti, 5.000 passati per le armi e 3.000 scomparsi in mare[62].
Tutti questi autori usarono come fonte principale un comunicato della Presidenza del Consiglio dei Ministri diramato il 13 dicembre 1945 da Ferruccio Parri[senza fonte], che, sebbene dichiari di poter solo fornire le prime notizie ufficiali, attesta le perdite italiane in 4.750 soldati e 155 ufficiali durante i combattimenti, più altri 260 caduti nei giorni seguenti. A questi numeri vanno aggiunti anche 3.000 naufraghi periti nel viaggio verso la terraferma, per un totale di 9.000 soldati e 415 ufficiali a fronte di 1.500 morti, 19 aerei e 17 mezzi da sbarco distrutti inflitti alla Wehrmacht[63].

I processi legati alla vicenda [modifica]

Processo di Norimberga: Lanz è il terzo da destra nel banco degli imputati

L'eccidio di Cefalonia ha tuttora un solo colpevole: il generale Hubert Lanz, capo del XII Corpo d'armata truppe da montagna della Wehrmacht dall'agosto 1943 all'8 maggio 1945[7], venne infatti condannato dal tribunale di Norimberga a 12 anni di reclusione, sebbene ne abbia poi scontati solo tre. Nel 1957 in Italia furono prosciolti (secondo alcuni per non danneggiare l'immagine dell'esercito[64]) degli ufficiali della Acqui accusati di aver aizzato gli uomini contro i tedeschi dando così origine ai combattimenti e sempre nello stesso anno si iniziò un altro processo nei confronti di 30 ex soldati tedeschi, risoltosi un anno dopo con un nulla di fatto[65].
Nel 1964 anche la Germania aprì un'inchiesta sulla vicenda una volta ricevuto del materiale da Simon Wiesenthal, ma quattro anni dopo la procura di Dortmund archiviò il caso per riaprirlo nel 2001, prendendo in esame sette ex ufficiali della Wehrmacht. Tra questi figurava anche Otmar Muhlhauser, capo del plotone di esecuzione che fucilò Gandin, prosciolto dalla procura di Monaco di Baviera nel settembre del 2007 perché reo di aver commesso un omicidio "semplice", non rientrante nella categoria di crimini di guerra; stessa sorte subirono gli altri sei imputati[65].

Dietro la segnalazione di due donne italiane che persero il padre a Cefalonia, la procura militare di Roma aprì un nuovo fascicolo il 2 gennaio 2009 chiamando al banco degli imputati il solo Muhlhauser, ma non si poté fare molto perché il 1º luglio dello stesso anno l'ex militare tedesco, ormai ottantanovenne, morì, e così il processo terminò il 5 novembre (data del rinvio per accertare le condizioni di salute dell'imputato)[65].
All'inizio del 2010 il tribunale militare di Roma ha iniziato una nuova azione legale nei confronti di Gregor Steffens e Peter Werner, entrambi ottantaseienni ed appartenuti al 966º Reggimento Granatieri da fortezza, accusati di aver ucciso 170 soldati italiani che si erano arresi. Sentiti già dalla procura di Dortmund nel 1965 e nel 1966 alla quale si erano dichiarati innocenti, i due ex militari hanno fatto altrettanto a Roma e al momento le indagini sono ancora in corso[66].

Cerimonie, documentari e copertura mediatica [modifica]

A ricordo della Divisione Acqui è stato eretto un monumento a Verona, e il 21 settembre di ogni anno viene commemorato l'eccidio alla presenza di autorità civili e militari.

  • Il 1º marzo 1953, il Presidente della Repubblica Italiana Luigi Einaudi ha assistito al ritorno dei resti dei soldati, durante una grandiosa cerimonia al porto di Bari.
  • Nel 1993, lo scrittore britannico Louis de Bernières pubblicò il suo romanzo di maggior successo dal nome Captain Corelli's Mandolin ispirato dall'eccidio. Il libro ottenne un ottimo successo di critica e di pubblico e nel 2001 venne portato sullo schermo dal regista John Madden e con la presenza del Premio Oscar Nicolas Cage nel ruolo del Capitano protagonista. Il titolo in italiano scelto per il film, accolto peraltro freddamente da pubblico e critica, è stato Il mandolino del capitano Corelli.
  • Il 1º marzo 2001 il Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi ha visitato Cefalonia pronunciando un discorso sottolineando come "la loro scelta [della Divisione Acqui] consapevole fu il primo atto della Resistenza, di un'Italia libera dal fascismo"[67].
  • Nel 2005 è stata trasmessa su Rai Uno una serie televisiva sull'eccidio intitolata Cefalonia, con la regia di Riccardo Milani e la colonna sonora di Ennio Morricone.
  • Il 25 aprile 2007 il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, dicendo di "ispirarsi al suo predecessore" Ciampi, ha voluto festeggiare il 62º anniversario della Liberazione anche a Cefalonia: si è trattato, oltre che di un omaggio dal notevole valore simbolico, anche della prima volta in assoluto che la ricorrenza del 25 aprile è stata festeggiata da un Presidente della Repubblica in carica al di fuori dei confini nazionali.
  • La serie La Storia siamo noi ha dedicato una puntata ai fatti di Cefalonia intitolata Cefalonia 1943 - La strage nazista della divisione Acqui[68].

Note [modifica]

  1. ^ http://www.ossimoro.it/cefalonia.htm
  2. ^ This Day in History, History.com.
  3. ^ a b Alfio Caruso, Italiani dovete morire. p. 15
  4. ^ a b Regio Esercito 33ª Divisione di fanteria "Acqui" in regioesercito.it. URL consultato il 6 ago 2010.
  5. ^ Alfio Caruso, Italiani dovete morire.
  6. ^ Alfio Caruso, Italiani dovete morire. p. 18
  7. ^ a b c d (EN) XXII Gebirgs-Armeekorps in axishistory.com. URL consultato il 18 apr 2010.
  8. ^ Alfio Caruso, Italiani dovete morire. p. 20
  9. ^ Italiani dovete morire, p. 18
  10. ^ Italiani dovete morire, p. 24
  11. ^ Italiani dovete morire, p. 29
  12. ^ Italiani dovete morire, p. 26
  13. ^ Italiani dovete morire, p. 28
  14. ^ Italiani dovete morire, p. 30
  15. ^ a b Italiani dovete morire, p. 35
  16. ^ Italiani dovete morire, p. 41
  17. ^ Italiani dovete morire, p. 42
  18. ^ Italiani dovete morire, p. 44
  19. ^ Santi Corvaja, mensile “STORIA ILLUSTRATA” - settembre 1984
  20. ^ Il reduce del 33º Reggimento artiglieria serg. magg. Baldessari racconta... in cefalonia.it. URL consultato il 22 set 2010.
  21. ^ a b Italiani dovete morire, p. 48
  22. ^ Italiani dovete morire, p. 52
  23. ^ Italiani dovete morire, pp. 55-56
  24. ^ Italiani dovete morire, pp. 59-60
  25. ^ Italiani dovete morire, pp. 61-62
  26. ^ Italiani dovete morire, p. 63
  27. ^ Italiani dovete morire, p. 69
  28. ^ Italiani dovete morire, p. 77
  29. ^ Italiani dovete morire, pp. 76-77
  30. ^ Italiani dovete morire, p. 79
  31. ^ Italiani dovete morire, p. 81
  32. ^ Italiani dovete morire, p. 83
  33. ^ Italiani dovete morire, p. 87
  34. ^ Italiani dovete morire, p. 90
  35. ^ a b Italiani dovete morire, p. 91
  36. ^ a b c Italiani dovete morire, p. 92
  37. ^ a b Video icon 1.png Amos Pampaloni, Renzo Apollonio, Gennaro Tomasi. , a 00:20. RAI - Radiotelevisione Italiana - RaiStoria - ReStore, . URL consultato il 12settembre 20101973.
  38. ^ a b Italiani dovete morire, p. 93
  39. ^ a b "la tragedia di Cefalonia - una verità scomoda" IBN ed. Roma 2004, p. 98
  40. ^ http://www.storiain.net/arret/num123/artic7.asp Storia in rete - I fucilati di Cefalonia giacciono ancora sotto le false verità
  41. ^ Italiani dovete morire, p. 94
  42. ^ Italiani dovete morire, p. 95
  43. ^ Italiani dovete morire, p. 97
  44. ^ Italiani dovete morire, p. 100
  45. ^ Italiani dovete morire, p. 101
  46. ^ Italiani dovete morire, p. 102
  47. ^ Italiani dovete morire, p. 104
  48. ^ Lexicon der Wehrmacht - von Hirschfeld, Harald. URL consultato il 23 set 2010.Im September 1943 war er in das Massaker von Kefalonia verstrickt.
  49. ^ Italiani dovete morire, pp. 105-106
  50. ^ Italiani dovete morire, p. 106
  51. ^ http://www.divisioneacqui.com/ LA RESISTENZA DELLA DIVISIONE "ACQUI" A CEFALONIA E CORFU' NEL SETTEMBRE DEL 1943 E GLI ECCIDI PERPETRATI DALLA WEHRMACHT
  52. ^ http://www.cefalonia.it/ CEFALONIA - LA VERITA' SUI FATTI E SULLA MENZOGNA DEI 9 - 10.000 MORTI
  53. ^ a b Italiani dovete morire, p. 111
  54. ^ Italiani dovete morire, p. 108
  55. ^ a b Italiani dovete morire, p. 113
  56. ^ a b c d e f g h i La resistenza della divisione "Acqui" a Cefalonia e Corfù nel settembre del 1943 e gli eccidi perpetrati dalla Wehrmacht. URL consultato il 20 lug 2010.
  57. ^ E. Zampetti, 1945, 1984 - C. Sommaruga, Stadium, 1995 e Il Risorgimento, 2005, cit. in Claudio Sommaruga, Nuove prospettive di ricerca sugli IMI, Giornata di studio: "GLI INTERNATI MILITARI ITALIANI" , 25 maggio 2005.
  58. ^ La resistenza della divisione "Acqui" a Cefalonia e Corfù nel settembre del 1943 e gli eccidi perpetrati dalla Wehrmacht. URL consultato il 20 lug 2010. "Nella notte tra il 9 e il 10 settembre il colonnello Lusignani inviò il maggiore Capra a Brindisi allo scopo di stabilire un contatto con la madrepatria e chiese con due radiogrammi, uno per la 7ª Armata e l’altro per il Comando Supremo, di essere evacuato dall’isola con il presidio al completo."
  59. ^ a b Giorgio Rochat. Introduzione al libro "La Divisione Acqui a Cefalonia. Settembre 1943" in isral.it. URL consultato il 18 apr 2010.
  60. ^ Arrigo Petacco, La nostra guerra 1940-1945, p. 181, 1995
  61. ^ Cefalonia - Un tragico bilancio di sangue in anpi.it. URL consultato il 18 apr 2010.
  62. ^ Caruso Alfio - Italiani dovete morire in ibs.it. URL consultato il 18 aprile 2010.
  63. ^ Testo completo visibile in: Pietro Imperio. Alla gloria imperitura della Divisione Acqui in italia-reale.alleanza-monarchica.com. URL consultato il 18 apr 2010.
  64. ^ Massimo Filippini. I fucilati di Cefalonia giacciono ancora sotto le false verità. URL consultato il 20 apr 2010.
  65. ^ a b c La mattanza della divisione 'Aqui' in ansa.it. URL consultato il 18 apr 2010.
  66. ^ Cefalonia: due nuovi indagati in ansa.it. URL consultato il 18 apr 2010.
  67. ^ Cefalonia. Ciampi: "Qui cominciò la Resistenza" in rainews24.rai.it. URL consultato il 23 apr 2010.
  68. ^ Cefalonia 1943 - La strage nazista della divisione Acqui in lastoriasiamonoi.rai.it. URL consultato il 22 set 2010.

 

Fonte: wikipedia

LA STORIA

Parafrasando il titolo di un famoso film: “Il postino bussa sempre due volte ”, si può affermare che il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio scappa sempre due volte!... La prima volta nel 1917 da Caporetto, la seconda il 9 settembre 1943 da Roma. In Italia, Sardegna compresa, c’erano più di un milione di uomini in armi. In Provenza e Corsica duecentotrentamila, in Jugoslavia trecentomila, altrettanti in Albania e Grecia, più di cinquantamila nelle isole dell’Egeo. Di quasi due milioni di soldati che erano minacciati dai tedeschi, ma che a loro volta li potevano minacciare, nessuno a Roma, sembrò ricordarsi. Le truppe italiane in Italia e fuori dai confini furono abbandonate al loro destino. L'armistizio fu annunciato e realizzato, ai vertici dello Stato, in un'atmosfera di panico e di viltà. La dissoluzione dell'esercito si consumò nel breve volgere di tre giorni (9, 10 e 11 settembre). Dapprima sintomi di sbandamento seguiti da allontanamenti dai reparti; poi, generale disorientamento.  Il tutto dominato da un confuso senso di attesa dell'arrivo degli anglo-americani o di ordini del Governo e del Comando Supremo. Il comandante tedesco in Italia, maresciallo Kesselring, si proponeva una rapida ritirata fino al Po per la superiorità delle forze italiane, ma chi avrebbe dovuto a quelle forze impartire ordini si precipitò invece verso Pescara e Ortona per trovare posto sulla nave "Baionetta" con la quale la famiglia reale, Badoglio, e le più alte gerarchie militari raggiunsero Brindisi. Appena furono giunti “ in porto ”, a Brindisi, fecero tutti “ la faccia feroce ”, a cominciare dai generali Ambrosio e Roatta. “…Ambrosio e Roatta, non appena messo piede  -  scrive R. Zangrandi - sul ‘piccolo lembo’ di Brindisi, avvertirono una schiarita di mente, come se si fosse aperto un velario…dagli uffici del Comando supremo e dello Stato Maggiore alfine sistemati in un punto fermo, elaborarono quelle disposizioni che, per due giorni e mezzo, non erano riusciti a formulare e a trasmettere. Attesta Roatta, e tutti gli autori militari gliene danno atto, fino ad oggi, di aver diramato ai Comandi periferici ‘l’ordine generale di considerare le truppe germaniche come nemiche’ l’11 mattina. Con quest’ordine, egli assicura, ‘si tagliava la testa al toro’, perché esso ‘costituiva una vera dichiarazione di guerra militare alle forze germaniche, tanto più perché trasmesso per radio e per aereo (a mezzo volantini) in chiaro ". Il primo ordine venne diramato il 10 settembre -  come scrive Maria Grasso Tarantino : “…Alle ore 23,45 di quel giorno (10 settembre 1943) dal Comando del 15° Reggimento Costiero venne trasmesso al Comando del Presidio (di Barletta, nda) il seguente fonogramma (n. 1256): «La Germania ha dichiarato guerra all’Italia. Regolarsi conseguenza. Firmato Colonnello Aiello. Trasmette Campione. Riceve Dellaquila "..." Una conferma sicura arrivò subito: alle ore 2 dell’11 settembre 1943 dal Comando Territoriale del IX Corpo d’Armata, venne trasmesso al Distretto ed al Comando del Presidio Militare di Barletta il seguente fonogramma (n. 42 O.P.): “ Urgentissimo: per ordine superiore considerate truppe germaniche come truppe nemiche ed agite in conseguenza. Firmato Generale Caruso. Trasmette Scarretta. Riceve Dellaquila ”. Scriveva nel 1946 il gen. Francesco Rossi, vice Capo di Stato Maggiore del Comando Supremo: ” L’ordine di considerare i tedeschi come nemici fu diramato l’11 settembre da Brindisi…e potè giungere soltanto ad un numero  limitatissimo di scacchieri (Sardegna, Corsica, Corfù, Cefalonia, Lero) a mezzo dei collegamenti della Regia Marina ”. La Divisione Acqui presidiava Cefalonia con circa 12.000 uomini al comando del generale di divisione Antonio Gandin, e l’isola di Corfù con una forza di circa 4.500 uomini al comando del colonnello Luigi Lusignani.  Alcuni reparti della Acqui erano di stanza anche a Zante e Santa Maura (Leukade). La sera del 9 settembre i due presidi ricevettero dal gen. Vecchiarelli, comandante dell’XI Armata, arresosi ai tedeschi senza combattere, l’ordine di cedere loro le armi con la falsa promessa del rimpatrio. Sia il gen. Gandin che il col. Lusignani considerarono l’ordine apocrifo, oppure dettato sotto minaccia, e non lo eseguirono. Nella notte tra il 9 e il 10 settembre il colonnello Lusignani inviò il maggiore Capra a Brindisi allo scopo di stabilire un contatto con la madrepatria e chiese con 2 radiogrammi, uno per la VII Armata e l’altro per il Comando Supremo, di essere evacuato dall’isola con il presidio al completo. Tra il 9  e il 10 settembre il gen. Gandin ordinò al III battaglione del 317°reggimento fanteria di ritirarsi dal nodo strategico di Kardakata per cederlo all’ex alleato e il 10 settembre ebbe dal ten. colonnello Barge, comandante del presidio tedesco, l’ordine perentorio di cedere le armi senza condizioni, secondo le direttive dell’OKW (Comando Supremo Tedesco), nell'ambito  del "Piano Asse", che prevedevano l’immediato disarmo di tutti i militari italiani ed il loro internamento nei campi di concentramento. Sulla presenza a Cefalonia nel mese di settembre di una missione militare alleata non vi sono dubbi. Secondo lo storico greco Spyros Loukatos due emissari dell'Alto Comando inglese in Medio Oriente, il cap. Galiatsatos e il ten. Migliaresis che fungeva da interprete, si incontrarono il 10 settembre con il gen. Gandin, offrendogli l'appoggio aereo degli Alleati qualora avesse deciso di attaccare subito i tedeschi. Nella notte dell’11 o al massimo nelle prime ore del 12 settembre il colonnello Lusignani ricevette prima dalla VII armata e dopo dal Comando Supremo l’ordine di considerare le truppe tedesche nemiche e di opporsi ad un loro eventuale tentativo di sbarco. Il giorno 11 settembre anche il gen. Gandin chiese al Comando Supremo  di essere evacuato dall'isola con l’intera Divisione e con un successivo radiogramma chiese ordini sul comportamento da tenere di fronte alle richieste tedesche. Ambedue gli ordini del Comando Supremo per il gen. Gandin, firmati " Marina Brindisi ", di " considerare le truppe tedesche nemiche " e di " resistere con le armi all’intimazione di disarmo a Cefalonia, Corfù e nelle altre isole ", allegati al Diario storico del CS, sono datati 11 settembre, e secondo la testimonianza del s. ten. di vascello Vincenzo Di Rocco, che decrittò personalmente i radiogrammi, il primo sarebbe pervenuto a Cefalonia intorno alle ore 11,00 dell'11 settembre e consegnato immediatamente dal Comandante della Regia Marina cap. Mario Mastrangelo al gen. Gandin. E’ da ritenersi comunque verosimile che non più tardi del giorno 12 settembre il presidio di Cefalonia fosse  a conoscenza degli ordini del CS, dal momento che, secondo il ten. Giovanni Pampaloni, reduce da Corfù, quel giorno il col. Lusignani ebbe un colloquio telefonico con il gen. Gandin. Nei giorni 11 e 12 settembre il colonnello Lusignani, attenendosi agli ordini ricevuti, respinse le intimazioni di resa del comandante tedesco dell’isola e dell’inviato del comando del gruppo armate E, maggiore Hirschfeld, ed il 13 settembre non solo respinse un tentativo di sbarco di truppe tedesche, ma catturò l’intero presidio germanico dell’isola. Alla luce della documentazione conservata negli archivi tedeschi, nei giorni 11, 12 e 13 settembre il gen. Gandin, fidando sui suoi ottimi rapporti con gli ex alleati (egli conosceva personalmente Hitler e i capi dell'OKW, maresciallo Keitel e generale Jodl), trattò con i tedeschi il ritorno di una parte della Divisione nell’Italia occupata dai tedeschi, conservando parte delle armi. Infatti alle 20,30 dell’11 settembre il comandante del presidio tedesco di Cefalonia ten.col. Barge aveva comunicato al gen. Lanz: “ La maggior parte della Acqui sarà disarmata. Il resto della formazione italiana continuerà a combattere sotto il comando tedesco. La consistenza di quest’ultima parte verrà in seguito comunicata ”. Agli atti del processo contro il gen. Lanz a Norimberga c'è questa dichiarazione del gen. Horst von Buttler, capo del settore operazioni del Comando Supremo Operativo della Wehrmacht: "...Il gen. Gandin passa per un fedele amico della Germania e così pure del capo del Comando operativo della Wehrmacht, gen. Jodl e dell'addetto militare a Roma, gen. von Rintelen...". Scriveva don Romualdo Formato, cappellano militare del 33° artiglieria: "... D'altra parte la figura del generale Gandin era simpaticamente conosciuta ed apprezzata in Germania, sia negli ambienti vicino ad Hitler sia nelle alte sfere dello stato maggiore tedesco. Era decorato della Croce di Ferro. Era stato una personalità di primo piano nello scambio di vedute tra i due stati maggiori e nella campagna di Russia. Benemerenze che la Germania non poteva dimenticare, ora che gli eventi bellicosi internazionali - bruscamente cambiati - facevano piombare il generale Gandin e la sua divisione nella più critica situazione. Egli dunque sperava - fondandosi sul reale prestigio che godeva tra gli alti capi militari e politici di Germania - che a lui e alla sua divisione sarebbe stato concesso un trattamento di favore. Quale? L'isola di Cefalonia doveva essere ceduta all'incondizionato dominio delle truppe tedesche, che già ne presidiavano una parte. Ma alle truppe italiane bisognava concedere la possibilità di raggiungere pacificamente la Patria dove avrebbero deposto le armie così perchè non più combattenti. Sperava, in altri termini, di ottenere il rimpatrio e la smobilitazione pacifica dei suoi uomini...“. Scriveva il cap. Bronzini, dello Stato Maggiore della Divisione: "... La mia impressione è che il gen. Gandin, fiducioso nel proprio prestigio presso i tedeschi – conosceva personalmente i capi tedeschi, presso i quali aveva svolto delicati incarichi e dai quali era stimato – sperasse con abili trattative di riuscire ad ottenere per la situazione della Acqui una soluzione onorevole sotto tutti i punti di vista e conveniente per tutti, quale forse non erano riusciti ad ottenere per le loro divisioni altri generali nel continente greco...”. Inoltre, il cap. Tomasi, dello Stato Maggiore e interprete ufficiale della Divisione, dichiarava : ”… (Gandin, nda) cercava di ottenere in tutti i modi, basandosi pure sulla sua personale conoscenza di generali tedeschi che alla Acqui venisse fatto un trattamento di particolare riguardo. E precisamente voleva che la Divisione ritornasse in patria con tutte le sue armi che aveva quando ne era partita. Ai tedeschi si sarebbero eventualmente cedute le artiglierie di preda bellica e quelle anticarro che in definitiva avevamo avuto da loro...”.  Intanto, il prolungarsi delle trattative che favoriva unicamente il progressivo rafforzamento del presidio tedesco dell'isola, la propaganda greca sempre più insistente, con la diffusione di notizie fantasiose circa un imminente sbarco anglo-americano e l’offerta di centinaia, se non migliaia, di volontari patrioti pronti a far causa comune con gli italiani, la certezza che, una volta eliminato l'esiguo presidio tedesco, nulla si sarebbe opposto al desiderato ritorno in patria, alimentarono un’atmosfera di aperta e crescente insofferenza verso il gen. Gandin e lo Stato Maggiore della Divisione . Essa si manifestò specialmente nei reparti dell’Artiglieria, della Marina, dei Carabinieri e parzialmente nei due reggimenti di Fanteria, provocando il ferimento e la morte ( alcune testimonianze riferiscono di un colpo di pistola partito accidentalmente ) del cap. Gazzetti. Secondo la testimonianza resa nel 1944 da due carabinieri, Scanga e Appetecchi, il s.ten. dei carabinieri Orazio Petruccelli, MOVM, il 14 settembre aveva deciso di arrestare per tradimento il gen Gandin ma  poi aveva desistito da tale proposito, e lo stesso gen. Gandin era stato fatto oggetto del lancio, da parte di un carabiniere, tale Nicola Tirino, di una bomba a mano che non esplose. Nè da parte del generale comandante nè degli altri comandanti di corpo vennero adottate misure volte a reprimere tali atti di insubordinazione. La mancata adozione di misure disciplinari, anche estreme, attribuita da molti ad una presunta "debolezza" del gen. Gandin e del suo Stato Maggiore, confermerebbe invece che gli ordini del Comando Supremo Italiano di “ considerare le truppe tedesche nemiche “ e di " resistere con le armi all’intimazione di disarmo a Cefalonia, Corfù e nelle altre isole ", fossero giunti a Cefalonia già l'11 o al massimo il 12 settembre, creando così quell’insanabile frattura tra il gen. Gandin e una parte degli ufficiali propensi da subito a combattere i tedeschi. In entrambi i presidi furono liberati i prigionieri politici e furono distribuite armi ai patrioti greci. A Cefalonia il 13 settembre i capitani di artiglieria Renzo Apollonio, Amos Pampaloni ed il tenente Abele Ambrosini, appoggiati dalle batterie della Regia Marina, presero a cannonate due o più motozattere tedesche con truppa, armi e rifornimenti  che stavano per attraccare al porto di Argostòli, provocando tra i tedeschi 5 morti e 8 feriti. Precedentemente i tedeschi, a partire già dal giorno 9, avevano aggredito e disarmato alcune nostre postazioni di artiglieria e preso a cannonate alcune imbarcazioni che cercavano di allontanarsi dal porto di Argostòli. Nella notte tra il 13 e il 14 il gen. Gandin, che nel frattempo aveva certamente ricevuto gli ordini da Brindisi, dispose una consultazione che interessò una parte della divisione ( 5 battaglioni si stavano spostando da Argostòli verso le zone di raccolta come previsto dagli accordi di resa ), il cosiddetto “referendum”, proponendo 3 opzioni - con i tedeschi, cessione delle armi o contro i tedeschi - in cui  prevalse a larga maggioranza  la scelta di combattere contro i tedeschi. Il 14 settembre mentre Corfù ( dove il giorno 13 erano sbarcati, provenienti dall'Albania, il I btg. del 49° reggimento fanteria Parma, al comando del col. Bettini, ed altri reparti per un totale di 3.500 uomini che si affiancheranno nei combattimenti agli uomini della Acqui ) era sottoposta a continui bombardamenti  tedeschi che, rinunciando per il momento ad un nuovo tentativo di sbarco sull’isola, stavano concentrando tutti gli sforzi su Cefalonia, il gen. Gandin, alle ore 12,00, inviò al ten. col. Barge una “notifica” in cui dichiarava in sostanza che la divisione Acqui si era ammutinata (*): “ La divisione si rifiuta di eseguire il mio ordine di concentrarsi nella zona di Sami poiché essa teme, nonostante tutte le promesse tedesche, di essere disarmata o di essere lasciata sull’isola come preda per i Greci o ancora peggio di essere portata non in Italia ma sul continente greco per combattere contro i ribelli. Perciò gli accordi di ieri con lei non sono stati accettati dalla Divisione. La divisione vuole rimanere nelle sue posizioni fino a quando non ottiene assicurazione, con garanzie che escludano ogni ambiguità - come la promessa di ieri mattina che subito dopo non è stata mantenuta -  che essa possa mantenere le sue armi e le sue munizioni e che solo al momento dell’imbarco possa consegnare le artiglierie ai tedeschi. La divisione assicurerebbe, sul suo onore e con garanzie, che non impiegherebbe le sue armi contro i tedeschi. Se ciò non accadrà, la divisione preferirà combattere piuttosto di subire l’onta della cessione delle armi ed io, sia pure con dolore, rinuncerò definitivamente a trattare con la parte tedesca, finchè rimango al vertice della mia divisione. Prego darmi risposta entro le ore 16,00. Nel frattempo le truppe provenienti da Lixuri non debbono essere portate ulteriormente avanti e quelle di Argostoli non debbono avanzare, altrimenti ne possono derivare gravi incidenti. Il Generale comandante della Divisione Acqui  gen. Gandin ”. Nonostante l’affondamento dei 2 pontoni da sbarco tedeschi, le trattative non si interruppero ma proseguirono fino alle 10,00 del 15 settembre. Alle 22,00 del 14 il tenente Thun aveva comunicato al comandante del XXII corpo d’armata a Ioannina, gen. Lanz: “ Trattative ancora in corso. Il Comandante (Barge, nda) è ancora presso il gen. Gandin. Attacco preparato in collegamento con l’ufficiale responsabile degli Stukas ”. Alle 5,30 del 15 il ten.col. Barge aveva comunicato al gen. Lanz : ” Il gen. Gandin si e' dichiarato pronto a cedere solo le armi pesanti fisse. Egli vuole passarci l'artiglieria mobile e la contraerea solo al momento dell'imbarco. I nostri preparativi per l'attacco sono ultimati. Il momento piu' favorevole per l'inizio dell'attacco e' alle ore 14,00...". Secondo la testimonianza del cap. Angelo Longoni: “ Verso le 10 del 15 settembre nella solita casetta in prossimità del porto può aver luogo il convegno decisivo. Gli animi sono eccitatissimi. Il gen. Lanz accettava le condizioni del comando italiano ma a sua volta chiedeva come garanzia la consegna di 11 ostaggi, tra cui un generale e alcuni ufficiali superiori. Gli italiani replicavano che se i tedeschi insistevano nella richiesta noi pretendevamo analoga garanzia. Le trattative, già compromesse dall'ammaraggio di grossi apparecchi da trasporto tedeschi si arenavano. Il ten. Fauth prendeva tempo, ancora una volta per l'estremo tentativo e si allontanava. Tutte le richieste italiane vennero accettate...Gli italiani accettavano di ritirarsi nella zona delimitata in attesa dell'imbarco. Ai tedeschi sarebbero andati i pezzi di preda bellica ceduti agli italiani. La firma del gen. Lanz a garanzia dell'accordo ". Per i tedeschi invece era scoccata l’ora di passare all’attacco e di procedere con la forza al disarmo della divisione italiana. Alle 14,00 del 15 settembre la divisione Acqui fu attaccata con incursioni incessanti di Stukas e sbarchi continui di truppe. Alle 15,20 il gen. Gandin comunicò al comando della VII armata: ” Prego informare autorità competente che oggi sono stato costretto aprire at Cefalonia ostilità con tedeschi Alt Generale Gandin ”. Quindi arrivò l’ordine criminale del Führer di eliminare sistematicamente tutti i prigionieri, feriti compresi. Il gen. Lanz dichiarò nel corso del processo di Norimberga del 1947: " Per quanto ricordi, era un ordine molto breve che diceva che tutti gli italiani della divisione di Gandin dovevano essere fucilati per ammutinamento ". Il 21 settembre gli Inglesi lanciarono sull'isola di Corfù la missione "Acheron" e sembra che tra il 24 e il 25 settembre, a sbarco tedesco ormai avvenuto, si fossero decisi a fornire il loro appoggio aereo. Dopo sanguinosi combattimenti il 22 settembre ci fu la richiesta di resa del gen. Gandin. Dal 17 al 22 gli “alpini” della Wehrmacht trucidarono nel corso dei combattimenti alcune migliaia di prigionieri , sia ufficiali che graduatati e soldati. Alle 7 del 24 settembre il gen. Gandin fu fucilato da un  plotone comandato dal sottotenente del III battaglione del 98° reggimento  “ Cacciatori delle alpi “, Otmar Mühlhauser. Ricordava don Formato: " - Conosco bene i tedeschi! -  aveva detto (Gandin, nda) qualche giorno prima, durante il combattimento, ad alcuni suoi ufficiali - se perderemo questa lotta, ci fucileranno tutti! ". Fu poi  la volta  di altri 129 ufficiali, fucilati alla "Casetta Rossa". Il 24 settembre il Comando supremo tedesco dichiarò: " La divisione italiana ribelle sull’isola di Cefalonia è stata distrutta ".  Il 25 settembre furono fucilati altri 7 ufficiali, prelevati dal 37°ospedale da campo dove erano ricoverati e/o rifugiati, per rappresaglia per la fuga di due ufficiali dal medesimo ospedale. Il peggiore eccidio di soldati fatti prigionieri che il secondo conflitto mondiale ricordi. Corfù venne attaccata in forze dal 23 al 26 settembre ed anch’essa, dopo aspri combattimenti, fu costretta alla resa. Il 27 settembre vennero fucilati i colonnelli Lusignani e Bettini con altri 27 ufficiali. Alcune centinaia di soldati e graduati vennero uccisi durante i combattimenti e non tutti dopo essere stati fatti prigionieri, come a Cefalonia.

( * ) A qualsiasi ufficiale tedesco non era mai capitato in quattro anni di guerra di leggere una lettera con un inizio del genere: "La divisione si rifiuta di ubbidire al mio ordine...". I quattro autori che in questi 60 anni hanno pubblicato la vera lettera di Gandin (Ghilardini, Apollonio, Giraudi e Caruso) hanno lasciato capire che quel documento avrebbe potuto essere una delle spiegazioni della strage. Soprattutto i superstiti non hanno avuto il coraggio di commentare la lettera. Perosa ammetteva che i tedeschi li chiamavano "franchi tiratori", ma non si chiedeva perché: "Se Badoglio avesse subito dichiarato guerra alla Germania, i tedeschi non avrebbero potuto comportarsi con l'efferatezza che abbiamo conosciuto, dietro l'alibi di considerarci, non so se a torto o a ra­gione, "Freischàrlers" "franchi tiratori", come ci dicevano dopo la battaglia". Brignoli scriveva: "Erano bolzanini, parlavano italiano meglio di noi. Ci chiamavano banditi...". L'allora ten. Nicola Ruscigno raccontava che "gli alpini al nostro passaggio per le strade di Argostoli ci investono con frasi ingiuriose". Perché mai questi tedeschi che conoscevano il significato delle parole italiane usarono l'espressione banditi e non traditori? Se le parole hanno un senso, se i tedeschi si rivolgevano verso i superstiti chiamandoli "franchi tiratori", cioè ribelli senza divisa, questa scelta di vocaboli poteva venire solo dal fatto che i comandanti avevano riferito loro dell'ammutinamento della divisione. Comprendiamo le reazioni stupefatte di Perosa, Brignoli, Ruscigno e Pampaloni. Quest'ultimo, quando gli abbiamo mostrato la lettera, ci dichiarava:"Ma siamo sicuri che la traduzione sia esatta?Che Gandin non abbia usato un condizionale invece del presente?". No, la responsabilità del massacro dei prigionieri di guerra non è di Badoglio o del traduttore tedesco, purtroppo ricade indirettamente sul nostro generale Gandin. Se Hitler non avesse letto quelle espressioni, Cefalonia sarebbe rimasta l'isola del miele, di fronte alla patria di Ulisse e De Bernières non vi avrebbe ambientato il suo romanzo. Che lo stesso Gandin sia rimasto vittima della sua stessa lettera vuol dire solo che il generale sbagliò i suoi calcoli: sperava di salvarsi denuncian­do la ribellione, perché lui era per la resa e la cessione delle armi non era potuta avvenire per il rifiuto della divisione. Il massacro è la dimostrazione che la lettera era arrivata fino in alto, troppo in alto per rimanere ignorata; perché nessun ufficiale tedesco aveva mai sentito che un generale ne­mico desse del ribelle alla propria divisione. La risposta del Fuhrer fu folle e impietosa: nessun prigioniero, quindi compreso il comandante. Anzi, il primo che doveva pagare doveva essere proprio lui, perché portava la croce di ferro tedesca e aveva tradito, mettendosi alla guida dei suoi franchi tiratori contro la Germania. I soldati di Cefalonia non vennero massacrati perché si erano opposti con le armi ai tedeschi ma perché si erano ribellati agli ufficiali italiani. Atteggiandosi a giudice italiano, Hitler giudicò quei soldati passibili di immediata fucilazione. Il primo generale della Seconda Guerra Mondiale a riferire al nemico che la sua divisione si era ribellata ai suoi ordini fu Gandin. Hitler ne prese atto e ne trasse le sue orrende conseguenze. Se in tutta la Seconda Guerra Mondiale solo i soldati di Cefalonia vennero passati per le armi, l'unica spiegazione che riusciamo a trovare sta in quella lettera e in quelle informazioni di Gandin. (Paolo Paoletti, I traditi di Cefalonia, Fratelli Frilli 2003)

 

Fonte: http://www.divisioneacqui.com

A Cefalonia e Corfu' 16 mila soldati italiani appartenenti alla 33^ divisione da montagna "Acqui" combatterono contro i tedeschi, divenuti dopo l'8 settembre del 1943, nemici ed oppressori dell'Italia. A Cefalonia e, in proporzioni  minori, a Corfu' avvenne la piu' grande eliminazione di massa di prigionieri di guerra della seconda guerra mondiale. La divisione “Acqui” subi' una sorte tanto tragica perche' i tedeschi, considerandoli ammutinati, trucidarono migliaia (*) di Soldati, Graduati e Ufficiali, eseguendo l'ordine speciale di non fare prigionieri, emanato da Hitler in persona solo per la Divisione "Acqui". A Cefalonia e Corfù, come ha affermato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 25 aprile 2007, "... si manifestò un impulso nobilissimo e destinato a dare i suoi frutti. Si può ben cogliere un forte legame ideale fra quell'impulso e la successiva maturazione dello spirito della Resistenza. Molto si continua a scrivere e a discutere sul clima che si creò in seno alla Divisione Acqui in quei terribili giorni. Ma non c'è polemica storiografica o pubblicistica che possa oscurare l'eroismo e il martirio delle migliaia di militari italiani che scelsero di battersi, caddero in combattimento, furono barbaramente trucidati. Anche qui si creò la premessa essenziale per la costruzione di una nuova Italia democratica...". La resistenza della Divisione "Acqui" a Cefalonia e Corfu' rappresenta l'esempio piu' eclatante della resistenza militare antitedesca e, pertanto, uno dei primi atti  del Movimento di Liberazione Nazionale. La ricostruzione di quei tragici avvenimenti si basa sui documenti conservati negli archivi italiani, tedeschi ed inglesi, sugli atti del processo di Norimberga contro il generale Lanz e sulle memorie dei protagonisti sopravvissuti.

 fu sfortunatissima perche' nel giugno del 1943 il comando della Divisione fu affidato al gen.  Antonio Gandin e perche', come scriveva nel 1946 il gen. Francesco Rossi, vice Capo di Stato Maggiore del Comando Supremo: ''...L'ordine di considerare i tedeschi come nemici fu diramato l'11 settembre da Brindisi e pote' giungere soltanto ad un numero  limitatissimo di scacchieri (Sardegna, Corsica, Corfu', Cefalonia, Lero) a mezzo dei collegamenti della Regia Marina...''. Gli altri generali italiani, dopo l'8 settembre 1943, si erano arresi subito (molti) o si erano opposti (pochi) ai tedeschi. Il gen. Gandin scelse una terza via, trattando con i tedeschi non un ritorno nel Regno del Sud che sarebbe stato teoricamente e praticamente inattuabile, ma il ritorno in armi di una parte della Divisione nell'Italia occupata dai nazisti, come risulta evidente dal rapporto inviato alle ore 20,30 dell'11 settembre dal ten.col. Barge al gen. Lanz: "La maggior parte della Acqui sarà disarmata. Il resto della formazione italiana continuerà a combattere sotto il comando tedesco. La consistenza di quest'ultima parte verrà in seguito comunicata". In realtà furono queste le cosiddette "trattative" per una  "resa onorevole" intavolate dal gen. Gandin con i tedeschi. La conferma si trova in due punti della richiesta di chiarimenti inviata dal gen. Gandin al comandante del presidio tedesco Johannes Barge:  2) "Cosa si deve intendere per esclusione dal disarmo di quelle unità che danno garanzia di continuare a combattere sotto il comando e al fianco delle truppe tedesche. Dovranno forse venir sostituiti gli attuali comandanti?" e 5) "Sarebbero comunque necessari chiarimenti sui punti seguenti: Trattamento dei gradi di servizio eguali o inferiori per quanto riguarda comportamento e rispetto reciproco. Trattamento economico, retribuzione e compensi in natura (stipendio o paga, viveri, oggetti di vestiario, ecc.) Verrebbero lasciate le assegnazioni di viveri, medicinali, combustibile solido e liquido, mezzi di trasporto? Alloggiamenti degli ufficiali e della truppa". Un generale che tratta la resa è consapevole che il suo destino e quello della sua Divisione sarà un campo di concentramento nazista e non chiede se "verranno sostituiti gli attuali comandanti", come sarà "il vitto, l'alloggio e lo stipendio" e se avrà "una macchina a disposizione".....

 

                                        

                                                 

CEFALONIA: UNA MEDAGLIA D'ORO DI TROPPO?

Questa è la motivazione della Medaglia d'Oro al V.M. concessa al gen. Gandin: " In difficile situazione politico-militare, quale comandante della difesa di un'isola attaccata con forze preponderanti dal mare e dal cielo, riusciva con poche forze a sua disposizione in primo tempo a stroncare l'azione nemica, successivamente a contendere palmo a palmo l'avanzata dell'avversario sempre crescente in forze, animando col valore e con la capacità personale le sue truppe, fino alle estreme possibilità di resistenza. Catturato dal nemico coronava col supplizio stoicamente sopportato l'eroismo e l'alto spirito militare di cui aveva dato sì luminosa prova in combattimento". ( Cefalonia, 11-23 settembre 1943 ).

Quando fu concessa la MOVM al gen. Gandin non era ancora noto il contenuto della notifica delle 12,00 del 14 settembre al ten. col. Barge: ''La divisione si rifiuta di eseguire il mio ordine di concentrarsi nella zona di Sami poiche' essa teme, nonostante tutte le promesse tedesche, di essere disarmata o di essere lasciata sull'isola come preda per i Greci o ancora peggio di essere portata non in Italia ma sul continente greco per combattere contro i ribelli. Percio' gli accordi di ieri con lei non sono stati accettati dalla Divisione. La divisione vuole rimanere nelle sue posizioni fino a quando non ottiene assicurazione, con garanzie che escludano ogni ambiguita' - come la promessa di ieri mattina che subito dopo non e' stata mantenuta -  che essa possa mantenere le sue armi e le sue munizioni e che solo al momento dell'imbarco possa consegnare le artiglierie ai tedeschi. La divisione assicurerebbe, sul suo onore e con garanzie, che non impiegherebbe le sue armi contro i tedeschi. Se cio' non accadra', la divisione preferira' combattere piuttosto di subire l'onta della cessione delle armi ed io, anche se con dolore, rinuncero' definitivamente a trattare con la parte tedesca, finche' rimango al vertice della mia divisione. Prego darmi risposta entro le ore 16,00. Nel frattempo le truppe provenienti da Lixuri non debbono essere portate ulteriormente avanti e quelle di Argostoli non debbono avanzare, altrimenti ne possono derivare gravi incidenti. Il Generale comandante della Divisione Acqui  gen. Gandin ''. Solo una volta nella plurimillenaria storia universale un generale ha notificato  al nemico, peraltro mentendo!!!, che la Divisione ai suoi ordini si e' ammutinata:  "...Vi comunico  che i miei 11.500 '' figli di mamma' '' si sono ammutinati..." .

                 

                   Il capitano Renzo Apollonio, divenuto generale di C.d'A.            

  

 

  

   La "notifica" del 14 settembre 1943 del gen. Gandin ai tedeschi

 

IL DIAVOLO FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI .......

A proposito della notifica del gen. Gandin delle ore 12,00 del 14 settembre, nella pubblicazione del 1945 ''Cefalonia'' del ten. col. Giuseppe Moscardelli, incaricato della stesura dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, viene riportata la versione inventata dal cap. Ermanno Bronzini: ''Per ordine del Comando Supremo italiano e per volonta' degli ufficiali e dei soldati, la Divisione Acqui non cede le armi. Il Comando Superiore tedesco, sulla base di questa decisione, e' pregato di presentare una risposta definitiva entro le ore 9 di domani 15 settembre''. Nel 1946 don Romualdo Formato, nella prima edizione de ''L'eccidio di Cefalonia'', ne riportava una versione simile ma non uguale: ''La Divisione Acqui non cede le Armi. Il Comando Superiore tedesco provveda all'immediato sgombero di tutte le truppe dall'isola di Cefalonia. Faccia conoscere le sue decisioni entro le 9 di domani 15 settembre''. Nella terza edizione del 1974 del libro ''Sull'arma si cade ma non si cede'' don Luigi Ghilardini, dopo aver scoperto la copia conservata nell'archivio militare tedesco di Friburgo, ne pubblicava alcuni passaggi significativi ma non il testo integrale. Solo nel 1986 il gen. Renzo Apollonio pubblicava integralmente il testo tedesco, con accanto la sua traduzione.

Nessuno in 67 anni ha ancora spiegato come e perchè è potuto accadere che nel 1948 si onorasse con la stessa medaglia d'oro al valor militare la memoria di due ufficiali della stessa divisione che si erano comportati in maniera opposta, come il gen. Gadin, comandante a Cefalonia, ed il colonnello Lusignani, comandante a Corfù. Il primo si accordò per la resa dopo sei giorni di trattative e poi fu costretto a combattere perchè attaccato dai tedeschi, mentre il secondo, suo subordinato, si schierò contro i tedeschi e contrastò l'inevitabile reazione nemica sin dal primo momento.

A Cefalonia la Patria "ostinatamente tace"? Il gen. Gandin fu lasciato senza ordini? Davvero i radiogrammi del C.S. trasmessi l'11 settembre da Brindisi furono ricevuti a Cefalonia solo tra il 13 e il 14 settembre, con un ritardo di 48-72 ore, sovvertendo così tutte le leggi fisiche che regolano la propagazione delle onde radio nell'etere?  

Il giorno 11 settembre 1943 il Comando Supremo invio' tramite Marina Brindisi 2 radiogrammi a Marina Cefalonia per il gen. Gandin:

 1)  N.1027/CS. Risposta 41414 data 11 corrente /./  Truppe tedesche devono essere considerate nemiche /./ Marina Brindisi  

2) N.1029/CS. Comunicate at Generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo a Cefalonia et Corfu' et altre isole /./ Marina Brindisi 

  

        

  

                 Il radiogramma del CS inviato da Marina Brindisi alle ore 9,45 dell'11 settembre

  

Il primo radiogramma, secondo la testimonianza del s. ten. di vascello Vincenzo Di Rocco che lo decritto' personalmente, venne consegnato dal comandante della Marina, cap. Mario Mastrangelo, al gen. Gandin verso le 11,00 dell'11 settembre 1943.

Due testimonianze del cappellano militare don Formato confermano, anche se indirettamente, l'arrivo a Cefalonia  l'11 settembre 1943 degli ordini inequivocabili del Comando Supremo:

"...Verso le 11(dell'11 settembre, nda), improvvisamente, fu comunicata 'all'erta' a tutti i reparti dell'isola. Mi trovavo allora in una delle mie Batterie. L'ordine del Comandante 'Serventi ai pezzi' fu accolto da un urlo selvaggio di tutti gli Artiglieri che saltando per la gioia, imprecando contro i tedeschi, corsero ai pezzi..." ( Lettera di don Formato al Papa del 06.12.1943, USSME, fondo don Formato)

"...Avendo io richiesto al sign. generale se non si potesse trascurare l'ultimatum( presentato dal ten. col. Barge il 10 settembre, nda) per un'intesa che s'accordasse con gli ordini del Comando Supremo, mi risponde di no e che bisognava decidersi e presto...Comunque ci accordammo per la cessione delle armi. Riuniti più tardi riconfermammo e per iscritto la nostra scelta". (Dichiarazione di don Formato al SIM/CSDIC del 5 gennaio 1945)

 A Corfù' la Patria ordina e i colonnelli Lusignani e Bettini eseguono gli ordini:

Questo e' il primo ordine  per il col. Lusignani, comandante del Presidio militare dell'isola di Corfu': N. 2/8424 - Da 7^ Armata a Comando Militare Isola Corfu' / Risposta vostro 3836 data 10 corrente alt Opponetevi con la forza at qualsiasi tentativo sbarco reparti germanici alt Generale Arisio / (radiogramma delle ore 9,45 dell'11 settembre 1943).

  

 

Il col. Luigi Lusignani del 18^ Reggimento Fanteria Divisione Acqui, comandante del Presidio di Corfu', Medaglia d'Oro al V.M.

Motivazione della Medaglia d'Oro al V.M. al col. Luigi Lusignani: "Comandante militare dell'isola di Corfu', fedele alle leggi dell'onore militare, opponeva un reciso rifiuto all'intimazione di cedere le armi e, di propria iniziativa, organizzava la difesa dell'isola. Per dodici giorni resisteva ai violenti attacchi aerei e terrestri tedeschi dando ai propri dipendenti esempio costante di valore. Infine tramontata ogni speranza di aiuto, decimati ormai i reparti e quasi del tutto privi di artiglieria, veniva sopraffatto dal nemico preponderante. Catturato dai tedeschi veniva passato per le armi". (Corfu' 8-25 settembre 1943)

  

 

Il col. Elio Bettini del 49° Rgt. Ftr. “Parma”, rifugiatosi dall'Albania  a Corfù il 13 settembre, Medaglia d'Oro al V.M.

 

Motivazione della Medaglia d’Oro al V.M. al col. Elio Bettini: “Comandante di valore, per non cedere le armi e mantenere integro l’onore della Bandiera, si rifugiava dall’Albania a Corfù con parte dei suoi reparti, e nell’isola, in unione alle altre forze del Presidio, resisteva strenuamente ai continui bombardamenti e agli attacchi tedeschi, pur conoscendo che nessun aiuto poteva essergli inviato. Dopo12 giorni di strenua, impari lotta sostenuta stoicamente con reparti decimati, veniva catturato dai tedeschi e passato per le armi. Esempio eroico nelle tristi giornate di quanto possa il sentimento del dovere e l’amore verso la patria”. (Corfù 13-25 settembre 1943)

CEFALONIA: la mattina dell'11 settembre il gen. Gandin rifiuta le offerte d'aiuto alleate...

Tutto si può imputare al gen.Gandin tranne che non sia stato un comandante coerente. Nella "Relazione sui fatti di Cefalonia", scritta dal testimone oculare Vittorio Seganti, console (fascista) dell'isola, si legge che: "..Il Generale Gandin si era compiaciuto di affermare pubblicamente e solennemente che mai gli inglesi avrebbero posto piede nell' isola ". Scriveva lo storico Rusconi: "A complicar (sic!) le cose, si presenta a Gandin un ufficiale greco Andreas Galiatsatos, che a nome del Comando Alleato nel Medio Oriente gli assicura l'appoggio aereo inglese nel caso la Acqui resista efficacemente ai tedeschi ". Il giornalista greco George Karayorgas, nel dicembre 1952, in una serie di articoli che riportavano un’intervista al capo della missione alleata a Cefalonia scriveva: "…Il generale Gandin accolse Galiatsatos gentilmente e chiese il parere ufficiale del Quartier Generale del Medio Oriente. Galiatsatos comunicò nuovamente con la radio... e il Cairo promise che avrebbe trasportato tutto l'esercito italiano, con i propri mezzi in Italia. Dovevano solo pazientare e aspettare lo sbarco delle truppe inglesi. Il gen. Gandin ascoltò le proposte inglesi preso da grande commozione e turbamento. Era stato sorpreso ed aveva perso del tutto il controllo. Ma all'inizio accettò con gioia la proposta britannica senza mostrare alcun dubbio. Pregò tuttavia Galiatsatos di permettergli prima di consultarsi con il suo Stato Maggiore"…"Il giorno successivo (11 settembre) Galiatsatos ricevette un messaggio dal Cairo e informò gli italiani di attaccare subito per neutralizzare i tedeschi prima che comprendessero bene cosa stava succedendo... Gandin, invece, anziché attaccare come un fulmine, chiese ai tedeschi di venire a trattative con lui... Fuori dì sé Galiatsatos urlò: 'II Cairo ha detto di attaccare"… "Dal momento che Gandin tardò ad ordinare l'attacco generale... Galiatsatos riferì gli sviluppi al Quartiere Generale. La risposta fu laconica: “ Non interessatevi più dell' impresa ”.

Il 14 settembre 1943, ad Argostòli, il s. ten. dei CC.RR. Orazio Petruccelli, Medaglia d'Oro al V.M., aveva deciso di arrestare il gen Gandin per tradimento....

          

 

    

Il disegno ricostruisce l'episodio accaduto ad Argostoli, durante il quale il s. ten. dei CC. Orazio Petruccelli ammaino', sotto gli occhi di numerosi militari tedeschi, la bandiera con la croce uncinata ed innalzo' il Tricolore (www.assocarabinieri.it)

"''...Noi sottoscritti, ammoniti a dire la verita', solamente la verita', dichiariamo quanto segue: il giorno 14 mattina, visto che nonostante l'azione dell'artiglieria il Generale Gandin non si voleva ancora decidere ad iniziare le operazioni, il S. Ten. dei CC.RR. Petruccelli riuniti circa una ventina di Carabinieri decise di andare ad arrestare il Generale dicendo che ormai si trattava di aperto tradimento. Tali venti carabinieri si misero volontariamente a sua disposizione. Ma il S. Ten. Petruccelli fu impedito nell'esecuzione del suo piano dal fatto che a Procopata presso il Comando Tattico un carabiniere (presumibilmente Tirino Nicola) aveva lanciato una bomba a mano contro il Generale mentre stava scendendo dalla macchina. Allora il Generale Gandin, non fidandosi piu' dei carabinieri, tolta la pattuglia di CC.RR. che presidiavano il suo Comando, la sostitui' con elementi di fanteria dotati di mitragliatrici che furono subito puntate contro il vicino accampamento di CC.RR. La fiducia del Generale nei CC. era anche scemata per fatto che i CC. si erano rifiutati di collaborare con una pattuglia tedesca onde mantenere l'ordine pubblico in Argostoli. Consta che allorche' il Capitano Gasco comunico' al Generale che i suoi carabinieri non lo volevano piu' ascoltare il Generale Gandin abbia detto: '' Ma voi, non siete padrone della vostra compagnia?'' alla qual cosa il Capitano Gasco rispose: '' Come voi siete padrone della vostra Divisione io sono padrone della mia compagnia...!''. (Dichiarazione dei CC.RR. Francesco Scanga e Attilio Appetecchi  del 31 ottobre 1944)

La massima ricompensa al valor militare  e' stata conferita al s. ten. dei CC.RR. con questa motivazione: "Comandante di un plotone carabinieri della Divisione " Acqui ", si rivelava tra i primi accesi e tenaci assertori della lotta contro il tedesco a Cefalonia. Mentre perduravano ancora le trattative, sfidando un picchetto armato tedesco - sorpreso da tanta audacia - ammainava la bandiera germanica issata oltraggiosamente dal nemico nella piazza di Argostoli innalzando nuovamente la bandiera italiana. Durante la aspra e sanguinosa battaglia, sempre presente dove maggiore era il pericolo, confermava in ogni circostanza il suo militare ardimento, trascinando con l'esempio i suoi uomini ad epica lotta. Catturato dai tedeschi e sottoposto a fucilazione affrontava la morte con fierezza e dignita' di soldato. Fulgido esempio di fedelta' alla Patria ed attaccamento al dovere".

IL COSIDDETTO "REFERENDUM", SVOLTOSI TRA IL 13 E 14 SETTEMBRE E CONTRABBANDATO DALLA VULGATA STORICO-MILITARE COME UN ATTO RIVOLUZIONARIO DI UN COMANDANTE "DEMOCRATICO",  ALTRO NON FU CHE LA "CONTA" DELLE FORZE DISPOSTE A PASSARE CON I TEDESCHI, IN OTTEMPERANZA ALLA RICHIESTA CONTENUTA NEL LORO ULTIMATUM  DELL' 11 SETTEMBRE E NELLA RISPOSTA DATA AI CHIARIMENTI RICHIESTI DAL GEN. GANDIN:

 * punto 2) : " Sono esclusi dal disarmo quei reparti che, sulla base di un accurato controllo, daranno garanzie di continuare a combattere agli ordini ed al fianco delle truppe tedesche ". ( ultimatum tedesco dell'11 settembre );

 * " Per il punto 2: le unità o i reparti di truppa fino alla forza di un reggimento conservano per ora oltre alle proprie armi anche i propri ufficiali e comandanti, se questi vogliono continuare a combattere sotto gli ordini tedeschi " ( risposta alla lettera di chiarimenti del gen. Gandin );

 * " Per il punto 6: i soldati e le unità che sono pronte a continuare a combattere sotto il comando e a fianco delle truppe tedesche devono essere segnalati numericamente, divisi in ufficiali, sottufficiali e truppa, entro il 12.9.43, alle ore 17, eventualmente anticipando per telefono " ( risposta alla lettera di chiarimenti del gen. Gandin ).

Nonostante le numerose testimonianze rese dai reduci, attestanti la conta ( il cosiddetto referendum) effettuata nella notte tra il 13 e 14 settembre, qualche irriducibile dottor Azzeccagarbugli si ostina ancora oggi, a 67 anni dai fatti, a negarne l'avvenuto svolgimento. Eppure la prova è contenuta nella frase ad effetto ("...Per ordine del Comando Supremo italiano e per volonta' degli ufficiali e dei soldati, la Divisione Acqui non cede le armi"), inventata ad arte dal cap. Bronzini nel tentativo di nascondere il vero incipit della "notifica" del gen. Gandin ai tedeschi del 14 settembre: ''La divisione si rifiuta di eseguire il mio ordine...".

A Cefalonia il 15 settembre i Comandi non vogliono sapere di attaccare........

Alle 9,40 del 15 settembre il Comandante della Regia Marina cap. Mario Mastrangelo, servendosi del ponte radio di Corfù, inviò il seguente messaggio a Marina Brindisi:

"N. 1342 - Qui situazione sempre incerta i Comandi non vogliono sapere di attaccare".

 

Il Capitano di Fregata Mario Mastrangelo, Comandante della Marina di Cefalonia, Medaglia d'Oro al V.M., che alle 11 dell'11 settembre del 1943 consegnò al gen. Gandin il radiogramma del C. S. di Brindisi che intimava al generale di "considerare le truppe tedesche nemiche".l

Motivazione della Medaglia d'Oro al V.M. al cap. Mario Mastrangelo: "Comandante di Marina a Cefalonia, all'atto dell'armistizio, eseguiva con decisione e senza esitazione alcuna gli ordini relativi allo sgombero del naviglio. Intuita tra i primi la possibilita' e l'utilita' di una pronta azione contro i tedeschi, ne fu strenuo assertore presso il Comando dell'isola. In un ambiente quanto mai eccitato per la divisione degli animi, manteneva salda la disciplina tra i reparti di Marina a Lui affidati e, presa l'iniziativa di reagire con le proprie batterie, quantunque in minorate condizioni fisiche, manteneva il comando, dando prova di attaccamento al dovere ed elevato spirito aggressivo durante lunghi ed accaniti combattimenti. Catturato, veniva barbaramente trucidato dal nemico che vedeva in Lui uno dei promotori di quella disperata ed eroica resistenza. Faceva cosi' olocausto della vita alla Patria, tenendo alto l'onore delle armi e lasciando ai posteri fulgido esempio di alte virtu' militari". (Argostoli - Cefalonia, 8-24 settembre 1943)

Il gen. Gandin tratto' fino a poche ore prima dell'attacco tedesco del 15 settembre:

"Trattative ancora in corso. Il comandante  (Barge, nda)  e' ancora presso il gen. Gandin. Attacco preparato in collegamento con l'ufficiale responsabile degli Stukas..." (Radiogramma del ten. Thun, partito da Cefalonia alle 22,00 del 14.09.1943 e diretto al XXII Corpo d'Armata del gen. Lanz) 

"Il gen. Gandin si e' dichiarato pronto a cedere solo le armi pesanti fisse. Egli vuole passarci l'artiglieria mobile e la contraerea solo al momento dell'imbarco. I nostri preparativi per l'attacco sono ultimati. Il momento piu' favorevole per l'inizio dell'attacco e' alle ore 14,00..." (Radiogramma del ten. col. Barge, partito da Cefalonia alle 5,30 del 15.09.1943 e diretto al XXII Corpo d'Armata del gen. Lanz)

 

  

   Il cap. Angelo Longoni, incaricato dal gen. Gandin di trattare la resa con i tedeschi la mattina del 15 settembre

"Verso le 10 del 15 settembre nella solita casetta in prossimità del porto può aver luogo il convegno decisivo. Gli animi sono eccitatissimi. Il gen. Lanz accettava le condizioni del comando italiano ma a sua volta chiedeva come garanzia la consegna di 11 ostaggi, tra cui un generale e alcuni ufficiali superiori. Gli italiani replicavano che se i tedeschi insistevano nella richiesta noi pretendevamo analoga garanzia. Le trattative, già compromesse dall'ammaraggio di grossi apparecchi da trasporto tedeschi si arenavano. Il ten. Fauth prendeva tempo, ancora una volta per l'estremo tentativo e si allontanava. Tutte le richieste italiane vennero accettate...Gli italiani accettavano di ritirarsi nella zona delimitata in attesa dell'imbarco. Ai tedeschi sarebbero andati i pezzi di preda bellica ceduti agli italiani. La firma del gen. Lanz a garanzia dell'accordo". (Testimonianza del cap. Angelo Longoni)

3 ore dopo questo "accordo", intorno alle 13,30 del 15 settembre, Argostòli venne attaccata dagli Stukas. Dopo 2 ore il gen. Gandin informo' il CS di essere stato costretto ad aprire (sic!) le ostilità con i tedeschi:

"Prego informare autorità competente che oggi sono stato costretto aprire at Cefalonia ostilità con tedeschi Alt Generale Gandin". (Radiogramma inviato al Comando 7^ Armata dal gen. Gandin il 15 settembre 1943 alle ore 15,20)

* * *

Cefalonia, indizi su Mussolini - 1

 

 

il ten. col. Johannes Barge, comandante del presidio tedesco di Cefalonia fino al 16 settembre 1943.

Come mandante dell’ultimo atto della strage di Cefalonia, la fucilazione degli italiani intorno alla Casetta Rossa il 24-25 settembre 1943, c’è un indiziato nuovo: Benito Mussolini. Ad accusarlo è il tenente colonnello Johannes Barge, che era stato il comandante tedesco a Cefalonia fino al 16 settembre 1943, poi destituito dal gen. Lanz . Come risulta da un verbale di interrogatorio della prima inchiesta aperta in Germania sull’eccidio, risalente agli anni sessanta, Barge dichiarava il 4 novembre 1964 al procuratore di Dortmund, Obluda: “Prima che io lasciassi l’isola di Cefalonia, ho saputo di un telegramma di Mussolini, il quale aveva ordinato che gli ufficiali della divisione Acqui, che egli definiva ammutinati, dovessero essere fucilati come punizione per la loro diserzione… Io non ero più a Cefalonia quando gli ufficiali vennero fucilati. Anche Hirschfeld [il nuovo comandante] rimase sbalordito come me. Egli sollevò dubbi sulle modalità d’esecuzione di un tale ordine di fucilare oltre 100 ufficiali e sull’opportunità di gettare i corpi dei fucilati in una fossa comune o di farli affondare in mare. Vorrei aggiungere che nell’ordine di fucilazione di Mussolini erano stati espressamente esclusi i cappellani militari”… Mussolini sapeva di non poter dare ordini ai tedeschi. Ma forse proprio per la sua debolezza, voleva dimostrare a Hitler la sua determinazione nel riprendere in mano lo Stato e l’esercito. (dal Corriere della sera 24 novembre 2007 riportiamo  il documento e la riflessione conclusiva dell’autore Paolo Paoletti)

Cefalonia, indizi su Mussolini - 2

Nella sentenza di archiviazione del tribunale di Dortmund è riportata questa dichiarazione dell''ex caporale Werner Helmbold, della 4a compagnia del 910° battaglione del 966° reggimento di stanza a Lixouri: "Già all'inizio delle ostilità sono venuto a sapere da feriti della 4a compagnia che erano stati portati da me in infermeria che c'era un ordine di Hitler e Mussolini secondo cui non dovevano essere fatti prigionieri. Tutti gli uomini della divisione "Acqui" dovevano essere fucilati".

Nel link  http://www.repubblica.it/infografica/cefalonia/index.html si puo' leggere la sentenza di archiviazione del tribunale militare di Dortmund.

Cefalonia: morto l' ultimo imputato caso chiuso senza colpevoli

A 66 anni dall'eccidio della Divisione Acqui, scompare l'ex ufficiale nazista Otmar Muhlhauser

Nessun colpevole. A 66 anni dall'eccidio di Cefalonia, la morte dell'ex ufficiale nazista Otmar Muhlhauser, unico imputato nel processo in corso davanti al tribunale militare di Roma per la strage dei soldati italiani, chiude, senza condanne, il procedimento. Muhlhauser, infatti, è morto nella sua abitazione in Baviera. Il prossimo 8 settembre avrebbe compiuto 89 anni. L'ultima inchiesta sulla strage dei soldati della Divisione Acqui fu aperta dalla procura militare di Roma che, lo scorso gennaio, chiese il rinvio a giudizio di Muhlhauser con l'accusa di aver ordinato la fucilazione del generale Antonio Gandin e di altri ufficiali italiani. Il 5 maggio, alla prima udienza del processo, la difesa di Muhlhauser sostenne che l'imputato era incapace di intendere e di volere. Il giudice dispose una perizia psichiatrica, rinviando al prossimo 5 novembre. Ma la morte di Muhlhauser cancella questa scadenza. Dell'ufficiale nazista restano questa parole: "Tra gli ufficiali tedeschi si parlava della divisione italiana solo come dei traditori. Con l'ordine del Fuhrer era già chiaro che coloro che appartenevano alla divisione italiana andavano trattati completamente da traditori. Al tradimento vi era solo una risposta: l'esecuzione". Dunque, la vicenda giudiziaria per il peggior eccidio di militari italiani prigioneri compiuto dai tedeschi nella Seconda guerra mondiale si conclude senza colpevoli. Se si esclude, infatti, la condanna 'simbolica' inflitta dal tribunale di Norimberga al generale Hubert Lanz (12 anni, ma ne scontò solo tre) tutti i numerosi processi che si sono svolti in Italia e in Germania si sono conclusi con un niente di fatto. "Ancora una volta ha trionfato la ragion di Stato - ha affermato Marcella De Negri, figlia di Francesco De Negri, ufficiale fucilato a Cefalonia - Muhlhauser non ha mai avuto alcun segno di pentimento ed ora è morto, tranquillo, nel suo letto".

 
 
 
 
 
 
       

     

 

 

  

Argostoli-Cima Telegrafo: Il Monumento ai Caduti della Divisione Acqui (fotografia di Silvio Lenza)

    

 (*) CEFALONIA: i numeri dell'eccidio

          

        

"...Dei 525 ufficiali del presidio di Cefalonia, ne furono fucilati, dal 22 al 24 settembre, circa 370; degli 11 mila uomini di truppa, circa 3 mila..." ( da "Cefalonia" - Ministero della Difesa, Stato Maggiore Esercito, Ufficio Storico - 1947)

"...Nell’isola di Cefalonia, l’8 settembre 1943, stanziavano 2.000 tedeschi della Wermacht e 8.000 italiani della Divisione Acqui... ”. ( da "Il Calendesercito" 2004)

Per fornire un numero approssimativo dei Caduti italiani a Cefalonia, quello esatto non sarà mai possibile definirlo,  bisognerebbe innanzitutto stabilire quanti fossero realmente gli effettivi della divisione Acqui  e dei Reparti ad essa aggregati, presenti a Cefalonia dopo l'8 settembre del 1943. L'ultimo dato ufficiale della forza della divisione è quello dell'Archivio dell'Ufficio storico dell'Esercito ed è riferito al 15 novembre 1942. Gli effettivi della divisione Acqui, dislocati a Corfù, Cefalonia, Itaca, Phanos, Praxos, Zante, Santa Maura (Leucade) e Strofadi, erano 708 ufficiali e 15.759 tra sottufficiali e truppa, per un totale di 16.467 uomini. La letteratura del dopoguerra ha tradizionalmente fornito per Cefalonia un numero di effettivi di poco più di 11.500 soldati  di cui 525 ufficiali. Questo dato contrasta però in maniera evidente con quello fornito nella pubblicazione dell'Esercito del 2004: 8.000 uomini. Quest' ultimo dato, se ne  fosse accertata l' autenticità, potrebbe, una volta per tutte, fare chiarezza sul numero (sempre approssimativo e mai esatto) dei soldati italiani Caduti (morti in combattimento, trucidati per rappresaglia, annegati in mare) a Cefalonia nel settembre del 1943. Dai verbali delle esumazioni, redatti dal Cappellano militare Don Luigi Ghilardini, sebbene molti cadaveri si erano decomposti ovvero erano stati bruciati  o gettati in mare, risultano esumati e traslati 1139 cadaveri nel 1944 , altri 687 nel 1952 e  nel 1953 in 2 cisterne di Troianata c’erano forse ancora circa 600 morti da recuperare, per un totale di circa 2.400 soldati italiani morti. Se a questi soldati morti in battaglia e trucidati per rappresaglia dai tedeschi si aggiungono quelli annegati durante i trasporti da Cefalonia a Patrasso, sarebbe verosimile il numero di circa 4.000. Dalle carte della marina tedesca risultano imbarcati circa 6.350 italiani prigionieri di cui circa 2.550 provenienti da Zante e circa 3800 del presidio di Cefalonia. A Cefalonia restarono sull'isola fino al 1944 circa 1.300 prigionieri del presidio italiano. Pertanto,  i prigionieri fatti a Cefalonia dai tedeschi sarebbero circa 5000. Questo dato è confermato dai documenti tedeschi, anche se il numero dei prigionieri, secondo altri documenti tedeschi, potrebbero essere di circa  4.000. In definitiva  i circa 4.000 Caduti sommati ai 4.000/5000 prigionieri  ridurrebbero ad  8.000 (al massimo 9.000) gli effettivi della divisione Acqui presenti a Cefalonia dopo l'8 settembre 1943. Nella "Relazione sui fatti di Cefalonia" che il console fascista Vittorio Seganti scrisse ed invio' il 10 gennaio 1944 - a poco piu' di tre mesi dai fatti - al  Segretario Generale del Ministero degli Esteri di  Salo', Serafino Mazzolini si legge :"...Fu cosi' che interi reparti vennero mitragliati e venne anche ordinata la fucilazione di tutto il comando della divisione. Solo una quarantina di Ufficiali, su oltre 500, sono scampati all'eccidio, qualche altro, forse, vive tuttora alla macchia o confuso fra i soldati nei campi di concentramento. Ad aggravare tale dolorosa situazione, vi sono stati parecchi battelli che sono saltati in aria sulle mine durante il trasporto dei prigionieri in terra ferma, tanto che si possono valutare a circa 6.000 i morti italiani in Cefalonia...".  

 

         Reparti della Divisione Acqui entrano a Corfu'         

       

          Ufficiali della Divisione Acqui a Zante

 

Ho citato il console fascista Seganti, testimone oculare della tragica vicenda della Divisione "Acqui" a Cefalonia, perche' per le sue convinzioni filonaziste avrebbe potuto  negare l'entita' degli eccidi perpetrati dalla Wehrmach  o, quanto meno, minimizzarne la portata. Ancora oggi diversi epigoni nazi-fascisti negano l'esistenza dei campi di sterminio ed il conseguente genocidio di oltre 6 milioni di ebrei. Inoltre, le fonti tedesche riportano in riferimento al numero dei militari italiani della Divisione "Acqui" caduti prigionieri (sempre a Cefalonia),  dopo la fine della battaglia  (22 settembre), la cifra di 5.030 uomini, rinchiusi nella caserma Mussolini. Questa cifra è confermata dal cap. Angelo Longoni, del 33° Rgt. Art., che nella sua "Relazione sui fatti di Cefalonia", scrive: "...La crudezza delle cifre ci apparve nella sua realtà ed in tutto il suo orrore quando nel campo di concentramento di Argostòli ci contarono: poco più di 5000 su un totale di circa 12.000 uomini che presidiavano l'isola: Circa un migliaio era caduto in combattimento...".

 

  

                            

                             Fanti italiani all'attacco durante la battaglia di Cefalonia

 Lo storico militare tedesco Gerhard Schreiber, citando il Diario di guerra dell'OKW, scrive: "...contiene, circa il massacro avvenuto sull'isola, le notizie che seguono...:"A Cefalonia il comandante italiano e 4.000 uomini furono trattati [...] in modo conforme all'ordine del Fuhrer poiche' avevano opposto resistenza". Nel Diario di guerra del Comando supremo del gruppo di armate E, citato sempre da Schreiber, nelle annotazioni del 23  e del 24 settembre 1943,  il numero dei prigionieri italiani sarebbe appena di 4.000 unita': "...A parte 4.000 uomini, che cedettero le armi a tempo debito, la massa della divisione ribelle fu distrutta in combattimento, assieme al suo stato maggiore...". Nella puntata del 25 marzo 2001 di History, programma di storia della Zdf, che la seconda rete pubblica tedesca ha dedicato al massacro di Cefalonia, sono stati presentati ampi stralci dei diari degli "alpini" Waldemar Taudtmann e Alfred Richter. "...Non si faranno prigionieri, tutto cio' che appare davanti agli occhi verra' abbattuto...", annota Taudtmann sul suo quaderno, la mattina del 20 settembre. "...Fucilati, abbattuti, calpestati con gli scarponi da montagna, gli uomini dell'artiglieria costiera giacciono ancora ai loro posti...", annota Richter il 21 settembre, nel vedere i corpi senza vita dei soldati di una postazione italiana. Una giornata tragica, la prima dell'autunno 1943. Al mattino, il 98^ reggimento del III battaglione degli alpini tedeschi riceve l'ordine di attaccare la citta' di Dilinata e neutralizzare le due compagnie italiane che la controllano.

                     

                          gen. Lanz                

 magg. Hirschfeld          

magg. Klebe

 

Ecco il racconto di Richter: "...Vengono sparati soltanto pochi colpi, poi gli italiani agitano i fazzoletti bianchi e cominciano a venir fuori a gruppi, correndo. Ma quando noi raggiungiamo l'altura, li troviamo tutti per terra, morti, sono tutti stati colpiti alla testa. Quelli del 98^  li hanno dunque uccisi dopo che si erano arresi...". Ma l'esperienza peggiore e' quella del pomeriggio, quando il battaglione di Richter accetta la resa di altre due compagnie dell'Acqui: "...Non vogliono combattere contro di noi e pensano di aver salvato la vita arrendendosi. Torniamo a Frankata e consegniamo i prigionieri. Ma qui li attende una sentenza terribile. Li portano vicino al ponte, nei campi recintati da muri fuori dalla citta', e li fucilano. Rimaniamo due ore sul posto e per tutto il tempo sentiamo i colpi senza interruzione..., le grida arrivano fin nelle case dei greci. Anche medici e preti partecipano alle esecuzioni... Un gruppo di soldati bavaresi prova a rifiutarsi, ma un ufficiale li minaccia di mettere anche loro al muro...". Nella sentenza di archiviazione del marzo 2007 del procuratore di Dortmund Maaß sono ricostrui i fatti, come sono emersi dalle ricerche di archivio, dalla documentazione italiana acquisita, dalle rogatorie e dalle deposizioni di centinaia di nuovi testimoni tedeschi, italiani e greci. Le dimensioni del massacro sembrano confermate rispetto all'elevato numero di vittime, fatto nei rapporti tedeschi dell'epoca (circa 4.000). Forse bastano otto stragi come Troianata, (questo il commento del procuratore tedesco: "E' fuori di dubbio che in quest'area vennero eseguite fucilazioni di massa di grosse dimensioni "), Frankata, Kardakata, Prokopata, Kutzuli, Stephata, Valsamata e Capo S.Teodoro a raggiungere quella cifra.

 

                                 

Il caporale Adino Mariotti, fucilato a Troianata il 22 settembre 1943 e la comunicazione informale alla famiglia del cappellano militare don Ghilardini. (Da Facebook - Amici della "Divisione Acqui" in memoria del Caporale Adino Mariotti - di Valerio Mariotti).

Il caporalmaggiore Emil Schmid ha dichiarato: "Poco dopo la fine dei combattimenti i 100-200 prigionieri italiani presi dall'11^ compagnia furono fucilati con mitragliatrici su ordine del capitano Göller da un plotone di esecuzione della 11^ compagnia". Il maresciallo capo Johann Weinsteiger ha dichiarato: "Questa esecuzione fu fatta presumibilmente da appartenenti alla 11^ compagnia...il comandante era anche sul posto...si trattava del capitano Göller ....ricordo che costui, come io stesso ho sentito, rimproverava aspramente alcuni mitraglieri della sua compagnia che evidentemente non potevano o non volevano più eseguire alcuna fucilazione e tra l'altro diceva che erano troppo deboli ".

 

   

                     l'ex ten. Sigwart Göller, uno dei "macellai" della Wehrmacht a Cefalonia

Al "macellaio" Göller il 17.11.1943 pervenne questa " lettera di elogio" di Hitler: "Esprimo al tenente Sigwart Göller il mio particolare riconoscimento per le sue eccezionali prestazioni sul campo di battaglia di Dilinata il 21/09/1943 ". Spiros Garbis, un testimone oculare greco, ha indicato al procuratore Maaß almeno nove posti intorno al villaggio di Frankata dove furono fucilati soldati italiani. Il procuratore tedesco elenca molte località di massacri mai indicate finora: 62 soldati a Divarata, un numero imprecisato a Pontikos. Scrive il procuratore: "Una settantina di prigionieri, la maggior parte dei quali portava al braccio la fascia con la croce rossa, venne allineata lungo la facciata della scuola elementare di Dilinata e falciata con due mitragliatrici". Finora si sapeva solo che 67 uomini della 44° sezione di sanità militare erano stati fucilati presso Frankata. Colpisce in particolare il massacro di circa 200 soldati nella cava di pietra di Stephata, di cui nessuno aveva mai parlato prima. Il soldato Ernst Köhler vide che "circa 200-250 soldati furono portati contro una parete di roccia e mitragliati". Finora le località dei massacri erano tredici, ora si scopre che il filo di sangue lasciato è in realtà una ragnatela rossa che copre tutta la parte centro settentrionale dell'isola. Viene confermato quanto aveva scritto il prof. Paoletti nel libro "Cefalonia 1943: una verità inimmaginabile", ovvero che il "19 settembre per ordine di un alto ufficiale italiano vennero fucilati una ventina di soldati italiani, che avevano ripreso le armi dopo che le avevano deposte". Il procuratore di Dortmund Maaß  precisando che: “Nello sforzo di comprendere i fatti nella loro interezza, è possibile che si sia giunti a diverse descrizioni di una stessa esecuzione", sottolinea che: "Le informazioni che le esumazioni ci hanno fornito, che vanno a completare le testimonianze presenti nell’ordinanza di archiviazione del 17.09.1968 circa il numero degli italiani che hanno trovato la morte, ci mostrano che fino ad oggi non è possibile determinare neanche approssimativamente l’esatto numero dei morti”.

 

 S. Ten.  Emilio Micheli, addetto all' Ufficio Tiro del Comando Artiglieria.

Nato a Milano il 12.06.1916, laureato in Ingegneria, iscritto ad un secondo corso di laurea in Matematica, si era sposato nel 1942 durante il conflitto. Fu fucilato alla “Casetta Rossa” il 24.09.1943 ( La fotografia è stata gentilmente concessa dal nipote Emilio Micheli )

testimoni oculari e  SIAMO A CORTO DI CORDA SPINOSA.....

  

                           

                            gen. Antonio Gandin

Il gen. Gandin, non ancora comandante della Divisione ACQUI, nel marzo del '43 si preoccupava di reperire corda spinosa per i prigionieri di guerra e gli internati civili (donne, vecchi e bambini) "ospiti" nei campi di concentramento dell'Italia fascista, secondo le direttive impartite da  Mussolini: "...La costituzione di numerosi campi e distaccamenti di lavoro per pg. (prigionieri di guerra, nda) risponde a precise direttive impartite dal Duce. Il fabbisogno minimo di corda spinosa per le esigenze di sicurezza dei campi di cui e' cenno sopra e di quelli di concentramento per pg. e ic. (internati civili, nda) e' stato calcolato in misura inferiore alle effettive necessita'. Il quantitativo assegnato corrisponde a meno della meta' di quello richiesto e in mancanza dell'assegnazione richiesta si dovrebbe contenere in proporzioni relativamente modeste l'attuazione del piano unitario d'impiego dei prigionieri di cui trattasi...'' (Alessandra Kersevan, Un campo di concentramento fascista - Gonars 1942-1943 / AUSSME, U.P.G. Diari marzo 1943, All. n. 63 - Comunicazione del gen. Gandin all'Ufficio Prigionieri di Guerra del 17 marzo 1943 )

MEDAGLIA D'ORO AL MERITO DELLA RESISTENZA !!!

 

                                                   

Il Capitano Cappellano Capo  Romualdo Formato,  insignito della Medaglia d'Oro al Merito della Resistenza

".... Ancor piu' grottesco e offensivo per i partigiani combattenti e' che il frate che aveva accettato il soldo nazista abbia ricevuto anche una Medaglia d'Oro commemorativa della Resistenza Italiana. Cos'aveva a che spartire questo sacerdote con la Resistenza che non fece almeno fino al 31 dicembre 1944? Crediamo che don Formato sia uno dei pochi volontari della RSI che sia riuscito a ricevere la medaglia d'Oro al Merito della Resistenza dalla parte politica opposta..." (P. Paoletti - Il Capitano Renzo Apollonio, l'eroe di Cefalonia)

***

I RAGAZZI DI CEFALONIA E CORFU' CHE SONO TORNATI

 

  Fausto Beretta, 1940                     

Fausto Beretta, 1955

Fausto Beretta, Roccafranca (BS) 21.06.1920 - Ghedi (BS) 28.09.2009. Partito il 16 marzo del '40 per la campagna di Grecia, è stato uno dei protagonisti della Resistenza della Divisione Acqui a Cefalonia con il 17° Reggimento Fanteria. (Le fotografie sono state gentilmente concesse dalla nipote dott.ssa Sabrina Penocchio)

 

Fonte: http://www.divisioneacqui.com/

La 33a Divisione da montagna "ACQUI ", fedelissima alla Patria,