Battaglia di Stalingrado

 

Con il termine battaglia di Stalingrado (in russo: сталинградская битва[?], traslitterato: Stalingradskaja bitva, in tedesco Schlacht von Stalingrad) si intendono i duri combattimenti svoltisi durante la seconda guerra mondiale che, tra l'estate del 1942 ed il 2 febbraio 1943, opposero i soldati dell'Armata Rossa alle forze tedesche, italiane, rumene ed ungheresi per il controllo della regione strategica tra il Don e il Volga e dell'importante centro politico ed economico di Stalingrado (oggi Volgograd), sul fronte orientale. La battaglia, iniziata nella torrida estate 1942 con l'avanzata delle truppe dell'Asse fino al Don e al Volga, ebbe termine nell'inverno 1943, dopo una serie di fasi drammatiche e sanguinose, con l'annientamento della 6ª Armata tedesca rimasta circondata a Stalingrado e con la distruzione di gran parte delle altre forze germaniche e dell'Asse impegnate nell'area strategica meridionale del fronte orientale.

Questa lunga e gigantesca battaglia segnò la prima grande sconfitta politico-militare della Germania nazista e dei suoi alleati e satelliti, nonché l'inizio dell'avanzata sovietica verso ovest che sarebbe terminata due anni dopo con la conquista del palazzo del Reichstag e la morte di Hitler nel bunker della Cancelleria durante la battaglia di Berlino.[7]

Indice

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Operazione Blu[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce operazione Blu.
L'avanzata tedesca durante l'operazione Blu, dal maggio al novembre 1942

Nella primavera del 1942 Hitler era fermamente deciso a riprendere l'iniziativa sul fronte orientale dopo il brusco fallimento della battaglia di Mosca imposto dall'Armata Rossa durante il micidiale inverno russo.[8] Freddo, ghiaccio e neve, uniti ai poderosi e inaspettati contrattacchi sovietici avevano notevolmente indebolito la Wehrmacht che, pur mantenendo la sua coesione e avendo evitato una rotta "napoleonica" (secondo Hitler grazie alla sua tenacia e risolutezza oltre ai suoi ordini categorici di resistenza sul posto), non disponeva più delle forze sufficienti a sferrare una nuova offensiva paragonabile all'operazione Barbarossa dell'estate precedente.

Il 5 aprile 1942 Hitler emanava la fondamentale Direttiva 41 con la quale definiva sin nei dettagli tattici lo sviluppo previsto della nuova grande offensiva delineando, in verità in modo abbastanza nebuloso, gli obiettivi geostrategici della operazione Blu (Blau in tedesco) da cui si aspettava un successo decisivo.[9] L'offensiva tedesca, che avrebbe impegnato due gruppi di armate, oltre 1 milione di soldati con circa 2500 carri armati,[10] supportati da quattro armate satelliti rumene, italiane e ungheresi (altri 600.000 uomini circa)[11] sarebbe stata scatenata nella Russia meridionale con lo scopo di conquistare i bacini del Don e del Volga, mettere fuori causa le importanti industrie di Stalingrado (nodo di comunicazioni ferroviarie e fluviali e centro produttivo meccanico importantissimo) e quindi puntare fino ai pozzi petroliferi del Caucaso, assicurando alla Germania le sufficienti risorse energetiche per proseguire la guerra.[12] Tale ambiziosa direttiva si basava principalmente sull'errato assunto hitleriano di un presunto esaurimento irreversibile, materiale e morale, dell'Armata Rossa dopo le enormi perdite subite nella campagna 1941-42.[13]

Soldati tedeschi nella steppa con l'appoggio di uno Stug III

L'operazione, inizialmente prevista per i primi di maggio, subì notevoli ritardi a causa della aspra resistenza sovietica a Sebastopoli,[14] della necessità di eseguire alcune operazioni preliminari di rettifica del fronte e di opporsi ad alcuni prematuri e velleitari tentativi offensivi sovietici (seconda battaglia di Char'kov[15]). Di fatto, dopo questi successi tedeschi (che costarono oltre 400.000 perdite ai sovietici[16] e favorirono notevolmente il successo iniziale di Blau), l'offensiva iniziò solo il 28 giugno nella regione di Voronež e il 30 giugno in quella del Donec[17] Il successo tedesco fu immediato (favorito anche da grossi errori di informazione e di pianificazione di Stalin e dello Stavka[18]) e portò al rapido sfondamento generale del fronte russo meridionale. In realtà le ambiziose manovre di accerchiamento ideate da Hitler e dai suoi generali riuscirono solo in parte anche a causa dei tempestivi ordini di ritirata diramati da Stalin per evitare nuove catastrofi, ma i guadagni territoriali furono notevoli e rapidissimi.[19] Mentre la ritirata sovietica in direzione del Don, di Stalingrado e del Caucaso rischiava di degenerare in rotta, i due gruppi d'Armate tedeschi procedevano verso est (Gruppo d'Armate "B": generale Maximilian von Weichs) e verso sud (Gruppo d'Armate "A": feldmaresciallo Wilhelm List) occupando in successione Voronež, Millerovo e Rostov.[20] Mentre le truppe di Hitler procedevano nell'assolata steppa estiva, le truppe di appoggio satelliti italiane, rumene e ungheresi si schieravano progressivamente per difendere i fianchi allungati sul Don. A metà luglio la 6ª Armata tedesca, punta di diamante del Gruppo d'Armate "B", si avvicinava alla grande ansa del Don e affrontava le nuove truppe sovietiche affrettatamente impegnate da Stalin per frenare l'avanzata tedesca verso il Don e il Volga.[21] Stalingrado, per la prima volta dall'inizio della Grande Guerra Patriottica, era realmente minacciata e aveva così inizio la grande battaglia.

L'inizio della battaglia[modifica]

L'avanzata tedesca verso il Volga (luglio-settembre 1942)
Friedrich Paulus, l'altero e impeccabile comandante della 6ª Armata tedesca. Il personaggio più controverso della lunga battaglia

Secondo la storiografia sovietica classica la battaglia di Stalingrado inizia il 17 luglio 1942;[22] in questa data il raggruppamento offensivo tedesco del generale Friedrich Paulus (6ª Armata) entrava in contatto nella grande ansa del Don con le forze sovietiche affrettatamente ammassate da Stalin (provenivano dalle riserve strategiche dello Stavka, ben lontane dal settore meridionale del fronte orientale) per sbarrare l'accesso al Volga e alla città che portava il nome del dittatore.

Fin dall'inizio le forze sovietiche (62ª, 63ª e 64ª Armata) pur in parte disorganizzate e demoralizzate dalla vista delle masse di truppe in rotta e dalla fiumana dei civili in fuga, fecero mostra di combattività e cercarono, con i loro scarsi mezzi, di frenare le apparentemente inarrestabili colonne corazzate tedesche che peraltro avevano anche loro grossi problemi di rifornimenti di carburante con conseguente necessità di alcune pause dell'avanzata.[23]

I panzer tedeschi avanzano apparentemente inarrestabili
Relitti di T-34 russi; le perdite sovietiche all'inizio della battaglia furono fortissime
  « Non più un passo indietro! »
 
(Ordine del giorno sovietico, 28 luglio 1942[24])

La città era di fondamentale importanza strategico-economica per l'Unione Sovietica: la sua perdita avrebbe intaccato in modo rilevante le risorse industriali e avrebbe compromesso i collegamenti con il Caucaso e i suoi vitali bacini petroliferi.[25] Per Stalin inoltre costituiva un motivo di propaganda bellica e di prestigio personale giacché era intitolata a lui; Stalin era anche convinto del possibile rischio di un crollo morale dell'Armata Rossa e dell'intero paese nel caso di ulteriori ripiegamenti senza combattere e dell'abbandono di terre della Russia "profonda"[25] Per tutte queste ragioni, dopo le iniziali ritirate estive, Stalin si impegnò con brutale energia in una difesa ad oltranza di Stalingrado e di tutta la regione Don-Volga, richiamando tutte le forze disponibili. A tale scopo decise di impiegare i suoi migliori generali, inviando prima sul posto Vasilevskij e quindi a fine agosto spedendo anche Žukov, e sostituendo continuamente i comandanti sul campo alla ricerca di nuovi uomini più capaci.

Il fronte di Stalingrado, inizialmente al comando di Tymošenko, passò così prima all'incapace Gordov e quindi venne assegnato all'esperto e durissimo Erëmenko; mentre alla 62ª Armata, nucleo forte delle difese sovietiche, il comandante Lopatin venne sostituito a partire dal 12 settembre, quando già l'armata era stata schiacciata dentro Stalingrado, con Vasilij Ivanovič Čujkov.

Le prime fasi della battaglia furono caratterizzate da tenaci sforzi difensivi sovietici, che vennero via via superati dalle forze tedesche dopo duri scontri, e da alcuni tentativi di contrattacco delle magre forze corazzate sovietiche disponibili che vennero schiacciati, con gravi perdite, dalle manovre delle Panzer-Divisionen tedesche (24. e 16. Panzer-Division). Paulus fece piena mostra delle sue qualità di professionista estremamente preparato e di stratega meticoloso e intelligente: a fine luglio le difese sovietiche nella grande ansa del Don erano ormai state disperse o distrutte e le truppe rimaste tentavano di ripiegare combattendo a est del Don, mentre la situazione si aggravava ulteriormente con il profilarsi della minaccia da sud proveniente dalla 4ª Armata corazzata del generale Hermann Hoth, che Hitler aveva dirottato dalla sua iniziale destinazione nel Caucaso per accelerare le operazioni contro Stalingrado da cui il Führer si aspettava un decisivo successo strategico e propagandistico.

Durante la prima settimana di agosto Paulus rastrellò metodicamente la regione a ovest del Don e si riorganizzò per attraversare il fiume puntando quindi su Stalingrado mentre Hoth, già a est del fiume, progredì verso nord a partire dalla regione di Kotel'nikovo-Abganerovo sempre in direzione della città, frenato dalla disperata difesa delle truppe sovietiche.[26]

Agosto e settembre, la battaglia nelle rovine di Stalingrado[modifica]

Stalingrado, la "città fatale" sulle rive del Volga
Paulus osserva il profilo della città di Stalin; accanto a lui (a sinistra nella foto) il generale Seydlitz-Kurzbach
Un comandante di panzer della 24. Panzer-Division osserva l'orizzonte: Stalingrado è in vista
  « Stalingrado non è più una città. Di giorno è un'enorme nuvola di fumo accecante. E quando arriva la notte i cani si tuffano nel Volga, perché le notti di Stalingrado li terrorizzano. »
 
(Diario di un soldato sovietico[24])

La fase più drammatica della battaglia dal punto di vista sovietico ebbe inizio il 21 agosto: in quella giornata la 6ª Armata conquistava teste di ponte a est del Don e lanciava le sue forze corazzate concentrate in una puntata diretta nel corridoio Don-Volga in direzione di quest'ultimo fiume nella regione settentrionale della città. Il 23 agosto 1942 la 16. Panzer-Division del generale monco Hans Hube, dopo aver superato una debole resistenza, irrompeva improvvisamente sul Volga a nord di Stalingrado tagliando fuori in questo modo la città dai collegamenti da nord.[27]

La guerra si manifestò per la prima volta agli abitanti di Stalingrado in tutta la sua drammaticità nel pomeriggio di quello stesso 23 agosto, quando la Luftwaffe eseguì il primo devastante e massiccio bombardamento a tappeto, colpendo duramente la popolazione civile. La coraggiosa difesa contraerea di un gruppo di ragazze-soldato rappresentò un primo segnale della disperata volontà di non cedere da parte delle truppe. La popolazione era rimasta in gran parte bloccata dentro la città, sia a causa della rapidità dell'avanzata tedesca, ma anche per la volontà di Stalin di non autorizzare una evacuazione per non scatenare il panico e per dare un segnale di ottimistica tenacia.

Nella notte tra il 23 e il 24 agosto, Stalin intervenne personalmente telefonando ad Erëmenko (passato al comando del fronte di Stalingrado dal 9 agosto) spronandolo brutalmente a resistere, a contrattaccare e a non farsi prendere dal panico.[28] Dietro la maschera di risolutezza, il dittatore sovietico era probabilmente consapevole della drammaticità della situazione, ma in quelle stesse ore egli continuava a mostrare ottimismo durante i burrascosi incontri al Cremlino direttamente con Churchill, giunto a Mosca anche per comunicare al suo alleato l'infausta notizia che non ci sarebbe stato alcun secondo fronte in Europa nel 1942, e che quindi l'Unione Sovietica avrebbe dovuto resistere da sola.[29]

Nei giorni successivi Stalin richiamò a sud dalla regione di Mosca Žukov per organizzare immediati e frettolosi contrattacchi (con truppe e mezzi assolutamente inadeguati) a nord della testa di ponte tedesca sul Volga nella speranza di allentare la presa sulla città; questi contrattacchi, sferrati a più riprese alla fine di agosto e ancora a settembre, fallirono tutti con sanguinose perdite di uomini e mezzi. Le colline a nord di Stalingrado si trasformarono in un vero cimitero di carri armati[30] sovietici distrutti dagli anticarro tedeschi. In questo modo, tuttavia, Stalin riuscì almeno a impedire un'estensione della testa di ponte verso sud e il centro della città, creando problemi ai tedeschi e a Paulus, anch'egli alla ricerca di rinforzi ed equipaggiamenti di rincalzo.

Nei primi giorni di settembre, la situazione sovietica peggiorò ulteriormente con la comparsa da sud della 4ª Armata corazzata di Hoth che, con una abile manovra di aggiramento, superava le precarie difese sovietiche, si collegava il 4 settembre con le truppe della 6ª Armata in avanzata frontale da ovest verso Stalingrado e raggiungeva a sua volta il Volga a sud della città.[31] Ora la 62ª Armata (di cui Čujkov avrebbe assunto il comando il 12 settembre) si trovava, gravemente decimata, isolata da nord dai panzer di Hube, da sud dalle truppe di Hoth, attaccata frontalmente dal grosso della 6ª Armata di Paulus e con le spalle al Volga. In questa fase lo spazio occupato dai sovietici a ovest del fiume era appena di alcuni chilometri.

Proprio il 12 settembre Hitler conferiva con Paulus e Weichs (comandante del Gruppo d'Armate "B" da cui dipendeva la 6ª Armata) al suo Quartier generale ucraino di Vinnycja; a dispetto dei resoconti post-factum[32] sembra che la riunione sia stata caratterizzata da un certo ottimismo generale anche da parte dei generali sul campo prevalentemente preoccupati da aspetti di natura logistica, piuttosto sicuri però di ottenere una definitiva vittoria nell'area e di conquistare la città entro dieci giorni (infatti si parlò a lungo dei piani da eseguire dopo la vittoriosa conclusione della battaglia). Sempre in quello stesso giorno, al Cremlino cominciavano anche le discussioni tra Stalin, Vasilevskij e Žukov, richiamati dal fronte per riesaminare la situazione dopo i fallimentari contrattacchi sovietici, da cui sarebbero scaturiti i primi progetti della successiva controffensiva strategica di novembre (operazione Urano).

Žukov in un francobollo sovietico. Il generale intervenne alla fine di agosto, su ordine di Stalin, per cercare di salvare la situazione. Più tardi, insieme a Vasilevskij, progettò e organizzò la controffensiva sovietica

Il 13 settembre iniziò la fase più sanguinosa: la 6ª Armata (a cui, sotto il comando di Paulus, erano state aggregate operativamente anche le truppe di Hoth che erano posizionate a sud della città) sferrava il primo massiccio attacco frontale contro la città e la battaglia si trasformava in una lotta quartiere per quartiere, palazzo per palazzo, e persino stanza per stanza. La città ormai viveva in uno scenario apocalittico: devastata dai bombardamenti e in preda agli incendi, gli approdi dei battelli per l'oltre-Volga distrutti, la popolazione evacuata nel caos sui battelli colpiti sistematicamente dagli aerei tedeschi, le truppe sovietiche asserragliate nei palazzi in rovina o nelle fabbriche devastate, i quartier generali disposti in precari bunker sul margine del fiume, i depositi di petrolio in fiamme.

V. Čujkov, l'ostinato difensore di Stalingrado (in primo piano a destra), insieme ai suoi ufficiali durante la battaglia

Čujkov posizionò sempre i suoi posti di comando vicinissimo alle prime linee, rischiando spesso la vita. Energico, impavido, impermeabile al pessimismo e pieno di risorse, organizzò la disperata resistenza della sua 62ª Armata con lo scopo di impedire la conquista della città da parte dei tedeschi, di dissanguare le forze nemiche e di guadagnare tempo per permettere allo Stavka e a Stalin di organizzare le forze di riserva necessarie per una grande offensiva invernale (Žukov aveva stabilito in 45 giorni, poi diventati due mesi, il tempo necessario a scatenare il grande attacco durante il quale la 62ª Armata combatté drammaticamente sulle rovine di Stalingrado). A Stalingrado il tempo è sangue, divenne il motto sovietico di quei giorni, parafrasando il più famoso il tempo è denaro.[33]

L'attacco in forze di Paulus del 13 settembre, appoggiato dall'intervento in massa della Luftwaffe, si scatenò violentissimo, con l'impiego diretto nelle vie cittadine dei panzer, nella parte meridionale della città in direzione degli approdi principali sul Volga; era nel progetto del generale tedesco raggiungere il fiume in più punti, conquistare i vari imbarcaderi per i traghetti, frazionare e distruggere separatamente le varie sacche di resistenza, isolandole, se possibile, dal fiume con una avanzata progressiva lungo la riva in direzione nord. Secondo Paulus, la mancanza di mezzi adeguati rendeva impossibile un eventuale piano di attraversamento del fiume (prima ancora di aver schiacciato la 62ª Armata a ovest del Volga) per tagliare fuori completamente le forze sovietiche dagli aiuti che gli giungevano da est per mezzo dei traghetti. I tedeschi si ridussero quindi ad una serie di attacchi frontali, dispendiosi e lenti, per conquistare in successione una via, un palazzo, una piazza, una stazione ferroviaria o una fabbrica dopo l'altra in scontri ravvicinati sempre più violenti, affidandosi principalmente alla loro superiore potenza di fuoco derivante dai carri armati e dall'aviazione.

I primi giorni sembrarono confortare i progetti di Paulus: i tedeschi riuscirono a sfondare e a raggiungere il Volga, bersagliarono i traghetti sovietici, occuparono la stazione ferroviaria principale ed estesero le loro conquiste verso il centro cittadino impossessandosi momentaneamente della celebre Mamaev Kurgan (antica collina sepolcrale che dominava le rive del fiume). Čujkov, convinto della necessità di una difesa aggressiva basata sui contrattacchi e sugli scontri ravvicinati per diminuire il vantaggio di potenza di fuoco dei tedeschi, contrattaccò subito con l'aiuto di rinforzi scelti (13ª Divisione della Guardia del generale Rodimcev) traghettati faticosamente nella notte dall'oltre-Volga. Il contrattacco ebbe successo, frenando la spinta tedesca, riconquistando la Mamaev Kurgan e riprendendo momentaneamente la stazione (che sarebbe stata presto ripersa dopo scontri feroci); tuttavia risultò impossibile allontanare i tedeschi dal Volga.
Il respiro di sollievo fu solo momentaneo: i tedeschi progredirono ancora verso il centro cittadino, la Kurgan continuò a cambiare di mano per numerose settimane, la parte meridionale della città (a sud del torrente Tsaritsa) venne completamente conquistata (dopo i tremendi combattimenti nel famoso silos del grano). Alla fine di settembre Paulus arrivò a piantare la bandiera del Reich sulla Piazza Rossa di Stalingrado nel centro cittadino.

14 ottobre 1942: fanti tedeschi in attesa dell'assalto alla fabbrica di trattori di Stalingrado
Il caposaldo della fabbrica di trattori di Stalingrado in una fotografia area della Luftwaffe del 1942

Nonostante questi apparenti successi tattici la situazione di Paulus rimaneva complicata (come confermato dalle sue continue richieste di rinforzi e dal suo nervosismo, manifestato anche dall'accentuarsi dal suo vistoso tic al volto e dalla sua gastroenterite somatica): i sovietici apparivano per nulla scoraggiati e riaccendevano continuamente la battaglia con continui contrattacchi che costringevano a riprendere i combattimenti sempre negli stessi posti e per le stesse rovine, le perdite tedesche salivano, il morale delle truppe cominciava a risentire della durezza e dalla lunghezza inattesa degli scontri, i continui contrattacchi sui fianchi dello schieramento lo costringevano a dirottare parte delle forze per proteggersi le spalle, di notte attraverso il Volga il suo avversario continuava a ricevere rinforzi freschi e equipaggiamenti senza che la Luftwaffe o l'artiglieria tedesca riuscissero a interrompere questo traffico vitale. Di fronte a tutti questi problemi il 30 settembre Hitler invece esprimeva pubblicamente per la prima volta la sua ottimistica certezza di vittoria e la sua sicurezza dell'invincibilità delle armi tedesche: il successo a Stalingrado era sicuro e nessuno avrebbe sloggiato più i tedeschi dal Volga.[34]

Ottobre, i tedeschi vicini alla vittoria[modifica]

La situazione di Čujkov appariva certamente molto più tragica (anche lui aveva i suoi problemi di salute, con una brutta dermatite alle mani accentuata dallo stress), sottoposto al continuo martellamento tedesco, in forte inferiorità numerica e di mezzi, con il cielo dominato dalla Luftwaffe, isolato dal resto del fronte russo. Le perdite della 62ª Armata, data la natura degli scontri a distanza ravvicinata e la potenza di fuoco tedesca, furono ingenti; solo grazie al continuo afflusso di divisioni fresche attraverso il Volga con i traghetti notturni il generale sovietico riuscì ancora a sostenere la difesa e a contrattaccare localmente mentre la battaglia progressivamente si spostava, violenta, verso la parte settentrionale della città nei quartieri operai adiacenti alle fabbriche giganti di Stalingrado (Barrikady, Krasnij Oktjabr, Lazur e la fabbrica di trattori, una delle più grandi dell'URSS che produceva carri armati).

Entro i primi di ottobre almeno altre sei divisioni avevano rinforzato le dissanguate truppe di Čujkov (tra cui alcuni reparti siberiani dei generali Batjuk, Gurtev, Gorisnij e Zoludev) permettendo di mantenere un perimetro difensivo oscillante, secondo i settori, tra i 2 km e le poche centinaia di metri a ovest del Volga nelle aree centrali e settentrionali di Stalingrado; la parte meridionale della città era andata completamente perduta.[35]

Soldati sovietici durante gli scontri nella città

I tedeschi sferrarono dentro la città tre grandi offensive in massa (il 13 settembre, il 14 ottobre e l'11 novembre) cercando di ottenere risultati decisivi, ma in realtà gli scontri furono incessanti durante tutta la battaglia con piccoli e grandi combattimenti che si accendevano continuamente in tutti i settori anche in aree apparentemente bonificate; non ci furono mai vere tregue e i tedeschi non ebbero mai respiro né di giorno né di notte (secondo gli intendimenti di Čujkov).[36] I sovietici contrattaccavano soprattutto di notte, per proteggersi dalla Luftwaffe, in piccole colonne d'assalto armate di fucili automatici o armi bianche per attaccare i capisaldi avanzati tedeschi o per colpire i centri di comando nelle retrovie; improvvisi e micidiali scontri ravvicinati esplodevano nelle rovine degli edifici, negli ammassi delle fabbriche o nei condotti di scolo delle acque che conducevano al fiume.[37] In tutti i settori operavano i cecchini delle due parti (moltissimi tiratori scelti sovietici, uomini e donne, diventarono celebri, come nel caso di Vasilij Grigor'evič Zajcev).

Le "fortezze" sovietiche in mezzo alle macerie (spesso costituite solo da pochi uomini e poche mitragliatrici pesanti) si difendevano in tutte le direzioni fino all'ultimo uomo, come nel caso della leggendaria casa di Pavlov (un sergente sovietico che difese questo caposaldo per settimane con poche decine di uomini). Non mancò naturalmente un eccesso retorico della propaganda per magnificare queste imprese, ma nel complesso la 62ª Armata compì veramente un'impresa senza precedenti.[38]

Anche alcuni civili parteciparono agli scontri e vennero incorporati nei reparti; quasi nullo invece fu il sostegno dell'aviazione sovietica, mentre importantissimo fu il ruolo giocato dall'artiglieria pesante posizionata al riparo sulla riva orientale del Volga che, organizzata dal generale Nikolaj Voronov, ripetutamente martellò i concentramenti tedeschi e scatenò a volte dei terribili bombardamenti di sorpresa con effetti distruttivi sui reparti tedeschi colti allo scoperto.[39]

I tedeschi, nonostante tutte le difficoltà, ottennero numerosi e apparentemente decisivi successi e sembrarono più volte sul punto di avere partita vinta; Paulus condusse la battaglia con tenacia, anche se forse in modo troppo schematico e prevedibile (von Richthofen per la verità, sempre caustico, incolpava il generale e le truppe di una certa mancanza di energia combattiva[40]) e i soldati si impegnarono con abilità e disciplina nei duri scontri casa per casa (un tipo di guerra che i tedeschi denominavano spregiativamente Rattenkrieg (guerra dei topi)[41]). Nella prima metà di ottobre il generale schiacciò definitivamente il cosiddetto saliente di Orlovka nella parte settentrionale della città infliggendo dure perdite ai reparti sovietici che vi erano rimasti accerchiati, respinse nuovi tentativi di contrattacco da nord da parte delle truppe di Žukov e riorganizzò il suo dispositivo offensivo per l'attacco decisivo contro la zona delle grandi fabbriche. A questo scopo ottenne finalmente alcune divisioni di rinforzo (ritirate dai fianchi del suo schieramento che quindi furono sempre più affidati alle truppe "satelliti" rumene e italiane) e soprattutto numerosi battaglioni di pionieri d'assalto (provenienti per via aerea dalla Germania e da Creta) esperti negli scontri a distanza ravvicinata.[42]

Truppe d'assalto tedesche

Il grande attacco tedesco del 14 ottobre nella parte settentrionale di Stalingrado ebbe inizio con un nuovo terrificante bombardamento aereo seguito dalla progressione in massa di tre divisioni fresche precedute dai pionieri d'assalto e rinforzate con grandi quantità di carri armati; fu questo il momento più critico per i sovietici e per Čujkov (che subì anche un bombardamento sul suo comando, rischiò di morire bruciato nell'incendio dei depositi di benzina e perse per alcune ore tutti i collegamenti con le sue truppe).[43] Erëmenko, momentaneamente trasferitosi sulla riva occidentale del Volga per osservare personalmente la situazione, fu testimone diretto della gravità della situazione: la divisione siberiana del generale Zoludev, posta a difesa della fabbrica di trattori, aveva subito in pieno l'attacco tedesco ed era stata praticamente distrutta (solo piccoli reparti ancora rispondevano al fuoco dentro la fabbrica); nello squarcio si riversavano le truppe tedesche che, pur continuando a subire gravi perdite specie di mezzi corazzati (spesso vittime di imboscate a distanza ravvicinata nei labirinti delle strade dei quartieri operai e negli intrichi metallici delle fabbriche) stavano progredendo verso il fiume per frazionare nuovamente la 62ª Armata. Effettivamente nella giornata le truppe d'assalto tedesche raggiungevano per la seconda volta il Volga, dividevano in due parti le truppe sovietiche e cominciavano a progredire verso sud lungo la riva in direzione delle altre fabbriche.[44]

Nonostante questi schiaccianti successi, i tedeschi giunsero nuovamente ad un punto morto: l'avanzata verso sud a partire dalla fabbrica di trattori venne fermata dalle truppe di Gurtev e dalla nuova divisione di Ljudnikov (precipitosamente trasportata dall'oltre-Volga), l'artiglieria sovietica martellò sul fianco le colonne tedesche, alcuni disperati contrattacchi ristabilirono la situazione, feroci scontri si prolungarono nelle fabbriche Barrikady e Krasnij Oktiabr (che si rivelarono praticamente imprendibili) esaurendo le forze d'assalto tedesche. I combattimenti si prolungarono quasi fino alla fine di ottobre ma anche questa volta la 62ª Armata (pur con perdite sanguinose e ridotta in due grosse teste di ponte separate) aveva resistito.[45] La situazione tuttavia si era crudelmente aggravata (da cui i continui appelli di Čujkov per avere più rinforzi e rifornimenti): lo spazio di manovra era ormai quasi inesistente, le perdite erano enormi, i feriti si ammassavano abbandonati sulle rive del Volga in attesa di essere traghettati a oriente, i rimpiazzi e i rifornimenti erano resi sempre più precari a causa del fuoco delle armi tedesche che praticamente dominava il corso del fiume. Solo il morale degli uomini apparentemente rimase buono fino alla fine, forse per la consapevolezza dell'importanza della loro missione e della coraggiosa lotta che stavano conducendo.[46]

Anche al centro la situazione era ulteriormente peggiorata dato che i tedeschi avevano riconquistato ancora una volta la Mamaev Kurgan e alcuni capisaldi famosi come la casa a forma di L, la casa dei ferrovieri e la casa degli specialisti, mettendo in difficoltà la 13ª Divisione di Rodimcev; ma queste rudi truppe d'assalto, non scoraggiate, continuarono a battersi nel centro cittadino, spalle al Volga, contrattaccando e riconquistando una parte del terreno perduto.[47]

Durante questi drammatici scontri di ottobre Stalin aveva sollecitato Žukov, Vasilevskij e Erëmenko (in questo periodo ormai impegnati in pieno nell'organizzazione dell'operazione Urano) a non abbandonare Čujkov, a costituire truppe di riserva a est del Volga e a sferrare contrattacchi di diversione sia a nord di Stalingrado (con le truppe di Rokossovskij), sia a sud della città (dalla zona dei laghi salati). Sempre dubbioso della capacità di resistenza delle sue truppe, Stalin temeva ancora che la caduta della città avrebbe causato, oltre alle enormi ripercussioni dal punto di vista politico, morale e propagandistico, anche la rovina dei suoi grandiosi progetti di controffensiva invernali.[48]

Il nervosismo, in realtà, era il sentimento predominante anche tra i tedeschi: Paulus era segnato psichicamente e fisicamente dalla lunga lotta e in parte anche dalle tacite critiche a lui rivolte; le truppe erano esasperate ed esaurite dalle perdite e dalla terribile durezza degli interminabili scontri; anche nell'opinione pubblica tedesca, dopo l'euforia iniziale di settembre, al di là della facciata di ottimismo ostentata dalla propaganda regnava ormai un sentimento di ansiosa attesa e di preoccupazione per l'esito della lontana battaglia.[49]

Novembre, gli ultimi scontri dentro la città[modifica]

Soldato tedesco armato con PPSh-41 russo durante gli scontri tra le rovine della città
  « Ho voluto raggiungere il Volga nella stessa città che porta il nome di Stalin, e questa città l'abbiamo conquistata ad eccezione di due o tre isolotti insignificanti. Lascio a piccoli elementi d'assalto il compito di completare la conquista. »
 
(Adolf Hitler, 8 novembre 1942[24])

L'8 novembre 1942 Adolf Hitler, durante la tradizionale cerimonia di commemorazione del Putsch della birreria a Monaco, tornava a far sentire la sua voce sull'argomento Stalingrado. Nonostante le notizie sfavorevoli provenienti dal Nordafrica (la battaglia di El Alamein finita con la sconfitta di Rommel e lo sbarco angloamericano in Algeria e Marocco), egli proclamò nuovamente la certezza della vittoria e anzi dichiarò virtualmente vinta la battaglia di Stalingrado.[50] Quel che rimaneva da fare era solo rastrellare le ultime sacche di resistenza, il risultato era ormai definitivamente segnato a favore della Germania Nazista. A parte le clamorose dichiarazioni pubbliche, i sentimenti di Hitler in questo periodo erano certamente molto meno trionfalistici: mostravano in realtà una grande preoccupazione per l'avvicinarsi dell'inverno e per il continuo dissanguamento delle truppe tedesche sul fronte Orientale. A Paulus e alle truppe i suoi incitamenti mirarono a rinsaldare il morale, a mostrare le difficoltà ancor maggiori dei sovietici ed a invitare a sfruttare l'imminente congelamento del Volga per fare ancora un ultimo sforzo.[51]

Ai primi di novembre grosse lastre di ghiaccio cominciavano a formarsi nel grande fiume rendendo progressivamente più difficile la navigazione con una ulteriore drammatica riduzione dei rifornimenti per la 62ª Armata abbarbicata alla sua precaria testa di ponte; inoltre in questo periodo le quote di rimpiazzi e rifornimenti assegnati a Čujkov vennero ancora ridotte per decisione dello Stavka a favore della costituzione delle due masse offensive per l'operazione Urano. Per Čujkov, pur a conoscenza dei progetti dell'Alto Comando Sovietico, la situazione diventava sempre più difficile («Eravamo all'ultimo respiro», avrebbe detto anni dopo, ricordando quelle terribili giornate[52]).

Scontri tra le macerie

L'11 novembre Paulus, seguendo gli incitamenti del Führer e sperando di sfruttare le difficoltà di rifornimento dei sovietici, sferrava la sua ultima offensiva generale con l'impiego di tutte le sue truppe più fresche e con lo scopo di schiacciare le ultime teste di ponte e ributtare nel fiume i resti della 62ª Armata. Per un momento l'attacco sembrò avere successo: i tedeschi si spinsero nel cuore delle residue difese sovietiche al centro, frantumarono la divisione di Ljudnikov, conquistarono una parte della fabbrica Krasnij Oktiabr e raggiunsero per la terza volta le rive del Volga, provocando una ultima crisi nel comando sovietico. Ma, nei giorni seguenti, anche quest'ultima offensiva si esaurì di fronte a nuove gravi perdite, a feroci contrattacchi dei resti della divisione di Ljudnikov e all'inesauribile capacità di resistenza degli ultimi capisaldi russi. I tentativi di Paulus continuarono ancora per alcuni giorni; il 19 novembre 1942 la 62ª Armata di Čuikov era ormai confinata in tre teste di ponte separate. A nord della fabbrica di trattori quella al comando del colonnello Gorokhov, al centro la piccola sacca di Ljudnikov e a sud il grosso delle truppe di Čujkov a est della Mamaev Kurgan con i resti delle divisioni di Rodmicev, Batjuk, Gurtev e Gorisnij; la profondità massima di terreno occupato dai sovietici era di un chilometro e mezzo e in alcuni punti si riduceva a poche centinaia di metri.

Ma proprio il 19 novembre Paulus, apparentemente a pochi passi dalla vittoria, riceveva la stupefacente comunicazione proveniente dal comando del gruppo di Armate di interrompere tutte le azioni offensive a Stalingrado e di disimpegnare forze mobili da impiegare a ovest verso il Don. Era cominciata l'operazione Urano.

Operazione Urano[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce operazione Urano.
Nikolaj Vatutin, l'energico comandante del Fronte Sud-Ovest
Mappa dello svolgimento della operazione Urano

Mostrando notevoli capacità organizzative, Stalin e lo Stavka riuscirono ad organizzare un piano (operazione Urano, in russo Операция «Уран») molto semplice nella sua articolazione fondamentale ma di grande complessità per le dimensioni, gli obiettivi previsti e le forze da impiegare per ottenere lo sperato risultato decisivo non solo per l'esito della battaglia di Stalingrado, ma anche per i destini dell'intero fronte orientale.

Si trattava di predisporre un'operazione risolutiva di grande ampiezza per accerchiare con una manovra a tenaglia il raggruppamento dell'Asse tra il Don e il Volga: un piano apparentemente prevedibile, ma reso più efficace dall'assoluta segretezza in cui venne concepito e attuato. In aiuto dei sovietici vennero anche le decisioni della dirigenza politica e militare tedesca che, contrariamente a considerazioni prudenziali che avrebbero consigliato una ritirata invernale dalle posizioni raggiunte nella regione di Stalingrado (vista l'impossibilità di conquistare definitivamente la città e di stabilirsi saldamente sul Volga), decise invece di mantenere le posizioni conquistate.

Hitler, l'OKW (Alto Comando della Wehrmacht) e anche l'OKH (Alto Comando dell'Esercito) avevano deciso di tenere tenacemente le loro posizioni dentro e attorno a Stalingrado, senza predisporre una ritirata prima dell'inverno. In primo luogo erano convinti che le risorse dell'Armata Rossa, ancora efficaci in fase difensiva, non fossero assolutamente in grado di organizzare e condurre una controffensiva di ampiezza strategica (valutazione condivisa anche da Reinhard Gehlen, l'esperto capo del Servizio segreto dell'Esercito sul fronte orientale[54]); per Hitler, inoltre, era una decisione necessaria per rinforzare il proprio prestigio personale, dopo le sue ripetute affermazioni di sicura vittoria, per mantenere la coesione dei suoi alleati e per controbilanciare a livello internazionale gli effetti della controffensiva anglosassone in Nordafrica.[55]

La disperata resistenza della 62ª Armata sovietica ebbe quindi due importanti conseguenze: innanzitutto impedì appunto alla Wehrmacht di attestarsi saldamente sul Volga interrompendo i collegamenti sovietici con i campi petroliferi caucasici; in secondo luogo, diede allo Stavka (lo Stato maggiore russo) il tempo necessario a portare in linea e organizzare metodicamente forze adeguate alla gigantesca manovra programmata. La pianificazione sovietica si sviluppò a partire dalla famosa riunione al Cremlino del 13 settembre 1942 tra Stalin, Vasilevskij e Žukov.[56] Dopo questa riunione il progetto prese corpo, con la vigorosa supervisione personale di Stalin (desideroso di prendersi finalmente la rivincita su Hitler ma preoccupato fino all'ultimo della fattibilità per l'Armata Rossa di un simile grandioso piano), coordinato dai due generali e con gli importanti contributi di Nikolaj Vatutin e Erëmenko (comandanti sul campo) che, molto fiduciosi, spinsero per un ulteriore ampliamento del progetto e per un grande potenziamento delle masse corazzate da impiegare.[57]

Durante la lunga fase preparatoria (quasi due mesi) i corpi corazzati e meccanizzati, affluiti dalle retrovie o ricostituiti dopo le catastrofiche perdite estive, vennero equipaggiati con i moderni carri armati T-34 e riorganizzati per condurre avanzate veloci in profondità. Secondo la nuova direttiva di Stalin dell'ottobre 1942,[58] il compito dei nuovi corpi meccanizzati doveva d'ora in poi consistere nello sfruttamento in profondità, alla massima velocità e alla massima distanza, degli sfondamenti ottenuti con la fanteria e il massiccio intervento dell'artiglieria concentrata, disgregando le riserve del nemico, seminando il panico e la confusione nelle retrovie e nei comandi avversari. Naturalmente queste tattiche avrebbero provocato forti perdite e enormi difficoltà logistiche, ma nel complesso risultarono efficaci sorprendendo e disorientando almeno inizialmente i comandi e le truppe tedesche. Nella fase iniziale sarebbero stati impegnati sette corpi corazzati o meccanizzati (circa 1500 carri armati[59])

Gli equipaggi dei carri armati sovietici T34 si preparano per l'operazione Urano

I concentramenti per gli attacchi principali si svolsero lentamente (anche per carenze logistiche) nel massimo segreto e utilizzando vari stratagemmi di mascheramento per evitare la loro precoce individuazione da parte dei tedeschi e quindi il rischio di attacchi aerei; in particolare i corpi corazzati furono portati avanti solo all'ultimo momento per sfruttare al massimo un paralizzante effetto sorpresa.[60] I raggruppamenti avvennero a 200 km a nord-ovest di Stalingrado sul Fronte di sud-ovest (Nikolaj Vatutin) e sul Fronte del Don (Konstantin Konstantinovič Rokossovskij), e a 100 km a sud della città sul cosiddetto fronte di Stalingrado (Andrej Ivanovič Erëmenko) nella regione dei laghi salati.

Erano questi i tratti del fronte difesi prevalentemente dalle deboli forze rumene, scarsamente dotate di armi anticarro, con un morale non del tutto saldo e con riserve mobili insufficienti o ancora in fase di avvicinamento (XXXXVIII[61] Panzerkorps tedesco, con circa 200 carri armati[62]).

Gli ultimi giorni prima dell'inizio dell'offensiva furono drammatici: a Stalingrado Paulus aveva ripreso i suoi sforzi offensivi, Cujkov era in situazione disperata, i concentramenti offensivi erano ancora in corso, Stalin più ansioso che mai, alcuni generali sul campo dubbiosi. Žukov e Vasilevskij, più ottimisti, rassicurarono il dittatore sulla completezza dei preparativi, sulla prontezza e il morale delle truppe, sulle buone possibilità di successo. Il coordinamento operativo dei tre raggruppamenti d'attacco di Vatutin, Rokossovskij e Erëmenko spettò a Vasilevskij, l'abile stratega che era ormai diventato il principale collaboratore militare del dittatore a capo dell'Unione Sovietica;[63] Žukov, dopo aver giocato un ruolo fondamentale durante la preparazione dell'offensiva, si sarebbe invece portato sul fronte di Ržev per sferrare il 25 novembre l'operazione Marte (che sarebbe poi fallita).

Il 19 novembre 1942, la parola in codice sirena dava finalmente il via all'operazione Urano.

La caratteristica fondamentale dell'attacco fu la straordinaria velocità della progressione delle colonne corazzate sovietiche soprattutto sul fronte di Vatutin (5ª Armata corazzata e 4º Corpo corazzato). Dopo una coraggiosa resistenza le truppe rumene in prima linea vennero travolte o accerchiate;[64] in mezzo alla nebbia e al nevischio i corpi corazzati sovietici progredirono in profondità[65] (incuranti della scarsa visibilità e del terreno irregolare) travolgendo le retrovie tedesco-rumene, spargendo il panico nei comandi e negli improvvisati reparti di blocco affrettatamente costituiti dai tedeschi, e respinsero o aggirarono le poche truppe mobili di riserva tedesche disponibili. In particolare il XXXXVIII Panzerkorps tedesco (generale Ferdinand Heim), su cui Hitler aveva puntato tutte le sue speranze di contenere l'offensiva sovietica, si disgregò nell'oscurità per carenza di collegamenti e comunicazioni e incappò alla cieca nelle colonne corazzate sovietiche in rapida progressione, finendo per ripiegare senza aver ottenuto alcun risultato.[66]

Truppe e mezzi corazzati russi avanzano verso Kalač

I carri armati russi (circa 500 macchine[67]), senza lasciarsi agganciare e arrestare dai pochi panzer tedeschi disponibili[68] affrontarono le riserve mobili nemiche con solo una parte delle forze, mentre altre colonne le superarono, le aggirarono e minacciarono le loro linee comunicazioni con le retrovie.[69] La formazione corazzata rumena, rimasta completamente isolata, finì in mezzo alle forze corazzate sovietiche in rapida avanzata e venne praticamente distrutta;[70] mentre le riserve meccanizzate tedesche (22. e 14. Panzer-Division del XXXXVIII Panzerkorps) vennero costrette, dopo essersi battute coraggiosamente e aver subito dure perdite, a ritirarsi precipitosamente per evitare di essere completamente accerchiate.
Già il 21 novembre i corpi corazzati sovietici erano pericolosamente vicini ai ponti sul Don e addirittura minacciavano il Comando tattico della 6ª Armata del generale Paulus.[71] Il 22 novembre le truppe del 26º Corpo corazzato sovietico conquistavano di sorpresa il fondamentale ponte di Kalač[72] (nell'oscurità vennero scambiati dai posti di guardia al ponte per mezzi corazzati tedeschi in addestramento), attraversavano il Don, respingevano i tentativi tedeschi di contrattacco e progredivano a sud del fiume per ricongiungersi con le colonne russe del fronte di Stalingrado di Erëmenko che, a partire dal 20 novembre, aveva sferrato la sua offensiva con un devastante bombardamento di artiglieria. In questo settore la resistenza rumena fu ancor più debole e il fronte venne rapidamente travolto; il 4º Corpo meccanizzato sovietico (il più potente dell'intero schieramento sovietico) venne gettato nel varco e travolse definitivamente le difese nemiche puntando verso ovest in direzione del Don. Anche in questo settore i tentativi di contrattacco tedeschi non riuscirono a fermare l'avanzata del 4º Corpo e quindi non ottennero alcun risultato decisivo.[73]

Il giorno decisivo fu il 23 novembre: nel primo pomeriggio, guidati da razzi di segnalazione di colore verde, le colonne corazzate sovietiche provenienti da nord (fronte di Vatutin, 26º e 4º Corpo corazzato) e da sud (fronte di Erëmenko, 4º e 13º Corpo meccanizzato) si congiungevano nella località di Sovetskij a sud del Don alcuni chilometri a sud-est di Kalač.[74] Le scene di gioia e gli scambi di vodka e salsicce salutarono la riuscita dell'impresa.[75] A questo punto la 6ª Armata e gran parte della 4ª Armata corazzata tedesche erano accerchiate tra il Don e il Volga; le truppe rumene erano completamente disgregate e praticamente inutilizzabili; le riserve mobili tedesche non disponibili o già esaurite; i comandi di retrovia in fuga nel panico;[76] Paulus dentro la sacca; Weichs, Zeitzler e Hitler abbastanza confusi e sconvolti.

In quattro giorni Stalin e l'Armata Rossa avevano ottenuto la tanto sospirata svolta decisiva della guerra da un punto di vista strategico-operativo ma anche dal punto di vista morale e politico-propagandistico. La guerra cambiava completamente volto.[77]

La sacca[modifica]

La 6ª Armata in trappola

I ruoli furono improvvisamente e drasticamente ribaltati. Gli assedianti si erano ora trasformati in assediati ed i difensori in attaccanti. Si calcola che tra i 250 ed i 280 000 soldati dell'Asse[79] si siano trovati intrappolati in quella che sarebbe poi passata alla storia come "Sacca di Stalingrado" (per i soldati tedeschi era il Kessel "il calderone" e per Hitler la Fortezza Stalingrado a sottolineare il carattere di risoluta e incrollabile difesa assunto, nelle sue aspettative, dalle truppe "momentaneamente" accerchiate): 20 divisioni tedesche, di cui tre corazzate e tre motorizzate, 2 divisioni rumene, un reggimento croato e numerosi reparti logistici o di retrovia oltre a reparti specializzati di artiglieria e del genio. Vi furono anche non meno di 79 italiani, per lo più autieri, inviati in città per trasportare materiali nel momento più aspro della battaglia.[80]

Operazione Tempesta Invernale[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce operazione Tempesta Invernale.
Il tentativo fallito di sbloccare la 6ª Armata (operazione Tempesta Invernale)

Dopo la chiusura della sacca (23 novembre 1942) Hitler si ritrovò a dover scegliere tra le due sole decisioni possibili: 1) ordinare un ripiegamento immediato delle sue truppe anche a costo della perdita di una parte dei materiali e delle truppe (feriti o debilitati); 2) ordinare la resistenza sul posto, organizzando una difesa in tutte le direzioni in attesa di un soccorso dall'esterno da parte di truppe tedesche fresche opportunamente richiamate da altri fronti. A livello di comando sia i generali sul posto (innanzitutto Paulus e i suoi subordinati Arthur Schmidt, capo di Stato Maggiore dell'armata, e i cinque comandanti di corpo d'armata) sia Weichs (Gruppo d'Armate "B"), sia Zeitzler (capo dell'OKH) fecero enorme e ripetuta pressione su Hitler a favore di una immediata ritirata, mettendo in dubbio la possibilità di resistenza delle truppe accerchiate in inverno e sottolineando la difficoltà di organizzare una pronta ed efficace controffensiva di salvataggio.[81] Tuttavia i tentativi di convincere il Führer della pericolosità della situazione fallirono di fronte alla sua ostinata risolutezza nel tenere la Fortezza Stalingrado.

Le motivazioni, sanzionate definitivamente con il suo Ordine tassativo diramato alla 6ª Armata il 24 novembre, non derivarono solo dalla sua nota ostinazione o dalle già ricordate ragioni di prestigio personale di fronte all'opinione pubblica mondiale, ma anche da alcune valutazioni strategiche: 1) una ritirata in massa e repentina della gran quantità di truppe e materiali era molto difficoltosa e poteva degenerare nel caos con conseguente perdita di truppe e materiali insostituibili per contenere l'offensiva sovietica; 2) la perdita del fronte sul Volga avrebbe compromesso i risultati già raggiunti dall'offensiva tedesca d'estate (in particolare sarebbe stata a rischio la copertura del fronte caucasico da cui Hitler sperava ancora di strappare le preziose risorse petrolifere di cui aveva bisogno); 3) precedenti battaglie invernali nel 1941-42, in cui grossi reparti tedeschi avevano resistito con successo benché accerchiati (battaglie di Demjansk e di Cholm), davano fiducia sulla possibilità di una difesa efficace e prolungata fino all'arrivo di una colonna di soccorso; 4) ottimistiche speranze erano riposte in un rifornimento regolare per via aerea delle truppe accerchiate nella sacca (dove erano disponibili almeno due grossi aeroporti: Pitomnik e Gumrak). In questo caso un ruolo decisivo ebbe la superficialità e l'arroganza di Göring (sostenuto almeno in parte anche da Hans Jeschonnek, capo di SM della Luftwaffe) che diede piene assicurazioni sulla fattibilità del ponte aereo nonostante le carenze organizzative e le prevedibili intemperie invernali. Grande scetticismo manifestò invece von Richthofen, comandante sul posto dei reparti aerei tedeschi; 5) La costituzione di un forte raggruppamento strategico offensivo con numerose divisioni corazzate (inizialmente era previsto l'impiego di quattro nuove Panzer-Divisionen richiamate dalla Francia o da altri settori del fronte Est) avrebbe potuto permettere una potente controffensiva e una rottura dell'accerchiamento; la nomina del prestigioso e capace feldmaresciallo Erich von Manstein alla testa del nuovo Gruppo d'Armate del Don con l'incarico di ristabilire la situazione e sbloccare l'armata accerchiata dava una concreta possibilità di strappare un nuovo successo anche dalla situazione difficile verificatasi. Von Manstein, in effetti, almeno inizialmente fece mostra di grande fiducia e supportò la decisione di Hitler di mantenere la 6ª Armata nella sacca di Stalingrado almeno fino a primavera ma, dopo pochi giorni, di fronte alla massa e alla potenza delle forze sovietiche e alle difficoltà logistiche e operative evidenziatesi (ed anche al ritardo e all'incompletezza dei rinforzi inizialmente promessi) il feldmaresciallo perse molta della sua baldanzosa sicurezza.

Paulus durante i drammatici giorni invernali dentro il Kessel
L'abile feldmaresciallo Erich von Manstein, lo stratega a cui Hitler affidò il compito di salvare la 6ª Armata

Questi elementi permettono di spiegare almeno in parte i motivi per cui Paulus obbedì diligentemente all'ordine di Hitler, contro il parere di alcuni subordinati che lo sollecitavano a sganciarsi, e la 6ª Armata si seppellì nella sacca, abbandonando tutti i piani di ritirata, organizzando una difesa in tutte le direzioni, cercando di razionalizzare al massimo le scarse risorse logistiche e di vettovagliamento disponibili (mal reintegrate dal ponte aereo della Luftwaffe che fin dall'inizio ottenne risultati estremamente deludenti[82]) e attendendo il promesso soccorso dall'esterno.[83]

Anche dal punto di vista sovietico, per la verità, la situazione non era priva di problemi e di decisive questioni operative da risolvere. Dopo l'euforia iniziale del 23 novembre, Stalin si trovava di fronte alla necessità di riorganizzare il piano operativo complessivo dell'offensiva invernale. Questa prevedeva, secondo il progetto originario delle successive offensive "planetarie" (nomi in codice astronomici: Urano, Saturno, Marte, Giove, Stella ecc...), l'immediata distruzione delle truppe tedesche accerchiate (erroneamente calcolate dal servizio informazioni sovietico in soli 80.000 uomini invece di oltre 250.000) al fine anche di liberare e rendere disponibili le truppe sovietiche impegnate sul fronte della sacca per rafforzare altre offensive e il proseguimento, nel tempo più breve possibile, dell'offensiva con l'esecuzione del progetto Saturno: un gigantesco attacco diretto principalmente contro la debole VIII Armata italiana (ARMIR), puntando direttamente su Rostov per isolare e distruggere l'intero raggruppamento tedesco avventuratosi nel Caucaso.

Gli eventi che imposero a Stalin e allo Stavka una profonda revisione dei piani inizialmente progettati e che resero la battaglia ancor più accanita, prolungata e combattuta furono: 1) la prevista immediata distruzione delle truppe tedesche accerchiate nella sacca di Stalingrado si dimostrò impossibile e quindi grandi forze russe (almeno sette armate al comando di Rokossovskij) rimasero impegnate nel blocco della sacca. Le truppe tedesche, almeno fino al Natale 1942, mantennero un morale sorprendentemente alto, fiduciose nelle promesse di Hitler, e combatterono in difensiva con il massimo accanimento a dispetto del crescente peggioramento della situazione dei rifornimenti e dell'inclemente inverno russo; 2) i tedeschi riuscirono fortunosamente a ricostituire, con affrettati reparti di blocco, un precario fronte difensivo impedendo una immediata ripresa dell'avanzata sovietica (grazie soprattutto alle improvvisazioni organizzative del generale Walther Wenck ed anche all'afflusso dei primi rinforzi); 3) si manifestarono i primi segni del raggruppamento di una nuova massa offensiva tedesca per sbloccare la Fortezza Stalingrado, con conseguente necessità di impedire a tutti i costi il ricongiungimento con le truppe accerchiate e quindi il fallimento dei piani sovietici.

Di fronte a questi complessi problemi strategico-operativi le discussioni al livello di Stavka e di comandi campali furono particolarmente aspre, con Vatutin desideroso di proseguire ugualmente con l'ambizioso piano Saturno originale a differenza di Vasilevskij e Erëmenko, prudentemente concentrati invece sull'imperiosa necessità di rafforzare l'anello d'accerchiamento e di bloccare la tentata controffensiva di von Manstein. Le decisioni finali di Stalin, come sempre irascibile e pericolosamente oscillante tra euforia e preoccupazione, furono militarmente giuste: 1) interrompere gli inutili e costosi attacchi contro la sacca di Stalingrado, al momento ancora ben salda, e limitarsi a sigillare al massimo il perimetro di accerchiamento per impedire sortite da parte della 6ª Armata; 2) dirottare grandi forze di riserva (principalmente la potente 2ª Armata della Guardia del generale Rodion Malinovsky) sul fronte di Erëmenko per bloccare la controffensiva di von Manstein; 3) ridurre la portata strategica di Saturno, trasformandola in operazione Piccolo Saturno (in russo операция «Малый Сатурн») diretta principalmente a distruggere l'VIII Armata italiana e a mettere in pericolo (con una progressione delle colonne corazzate sovietiche verso sud-est invece che direttamente verso sud) le retrovie e le spalle del nuovo raggruppamento di von Manstein.[84]

Dicembre, il tentativo di attacco tedesco[modifica]

Dopo una fase preparatoria particolarmente difficoltosa e piuttosto lenta a causa delle enormi difficoltà logistiche per effettuare gli spostamenti di truppe previsti per rafforzare la nuova massa offensiva destinata, nelle speranze di Hitler, a sbloccare la 6ª Armata accerchiata nel Kessel, l'offensiva di von Manstein (nome in codice "operazione Tempesta Invernale", in tedesco Wintergewitter) ebbe inizio solo il 12 dicembre a partire dalla regione di Kotelnikovo. Le forze radunate erano in realtà fortemente ridotte rispetto agli ottimistici piani iniziali (il nucleo forte era costituito solo da tre Panzer-Divisionen abbastanza incomplete: 6. proveniente dalla Francia, 23. ritornata dal Caucaso e 17. dirottata dal Gruppo d'Armate "Centro") principalmente a causa delle continue necessità di rinforzi provenienti da altri settori del fronte est (per la crescente pressione delle forze sovietiche in tutti i settori dell'immenso fronte orientale) e anche per la decisione di Hitler di non abbandonare il Caucaso da cui avrebbero potuto essere teoricamente recuperate forze notevoli da impiegare nella regione di Stalingrado.[85]

Hermann Hoth (al centro nella foto, a colloquio con il feldmaresciallo von Bock nella estate 1941) guidò i suoi carri armati nella disperata missione di salvataggio

Nonostante queste carenze, l'offensiva (diretta sul campo dall'esperto generale Hermann Hoth) inizialmente ottenne risultati incoraggianti e colse piuttosto di sorpresa i sovietici, ancora impegnati nei complessi riposizionamenti di truppe previsti da Stalin. Nel giro di quattro giorni le colonne corazzate tedesche si spinsero, in mezzo alla neve, fino a portata tattica dalla sacca di Stalingrado, dopo aver respinto aspri contrattacchi sovietici.[86] Gli elementi di punta della 6. Panzer-Division giunsero a 48 km dal perimetro della sacca (18 dicembre). L'avanzata tedesca aveva però ormai esaurito la sua energia propulsiva e di fronte alla crescente resistenza dei sovietici le possibilità di un'ulteriore marcia in avanti si ridussero a zero. A questo punto, l'ultima speranza di salvezza per Paulus sembrò risiedere in una sortita autonoma dalla sacca da parte della stessa 6ª Armata (con l'abbandono dei materiali non mobili e dei feriti) in direzione delle colonne di Hoth ferme ad una cinquantina di km dal perimetro dell'accerchiamento (opzione operazione Colpo di Tuono, in tedesco Donnerschlag). In questa fase il processo decisionale tedesco risulta particolarmente confuso, con Hitler che rifiutò fermamente di autorizzare la sortita (apparentemente perché convinto dell'impossibilità tecnica di questa operazione allo scoperto e d'inverno) e Paulus e Manstein ugualmente dubbiosi sul da farsi, pronti a scaricarsi reciprocamente le responsabilità della conduzione di un'operazione di ripiegamento così rischiosa da parte di un'intera armata ormai già vistosamente logorata da un mese di accerchiamento.[87] Alla fine, di fronte a queste indecisioni e conflittualità, la 6ª Armata finì per rimanere ferma dentro la "sacca", in attesa del suo triste destino, in mezzo all'inverno russo.

Va anche sottolineato che, di fronte agli sviluppi (catastrofici per i tedeschi e le forze dell'Asse) dell'operazione Piccolo Saturno, iniziata dai sovietici il 16 dicembre, ormai il problema della 6ª Armata per l'OKH, von Manstein ed anche Hitler passava in secondo piano, eclissato dalla necessità di salvare da una disfatta definitiva il resto dello schieramento tedesco nel sud e nel Caucaso. In questo senso, a partire da questo momento (intorno al Natale 1942), il ruolo dell'Armata accerchiata (ormai considerata virtualmente perduta dall'Alto Comando tedesco e dallo stesso von Manstein) fu di fatto soprattutto quello di mantenere attivo il più a lungo possibile un nucleo di resistenza che tenesse impegnate il massimo di forze sovietiche, che altrimenti avrebbero potuto essere impiegate per rafforzare l'offensiva generale sovietica, allora in pieno e vittorioso svolgimento.[88] Quanto ad Hitler, sembra che egli abbia preferito continuare a illudersi (a gennaio ancora fantasticava di un nuovo tentativo di salvataggio con divisioni Waffen-SS richiamate dalla Francia), confidando nella sua buona stella per evitare la catastrofe a Stalingrado; da ultimo, ormai cosciente della inevitabile perdita della 6ª Armata, preferì trasformare con artifici propagandistici la sconfitta in un esempio epocale della incrollabile resistenza fino all'ultima cartuccia e all'ultimo uomo della Germania nazista (da qui i suoi ripetuti incitamenti alla resistenza ad oltranza e il suo rifiuto ad accettare una resa formale).[89]

Operazione Saturno[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci operazione Saturno e operazione Piccolo Saturno.
Le direttrici dell'operazione Piccolo Saturno

L'operazione Piccolo Saturno (opportunamente ridimensionata rispetto all'originario grandioso progetto Saturno adottato da Stalin e Vasilevskij in novembre) ebbe inizio il 16 dicembre principalmente contro la debole VIII Armata italiana e le residue truppe rumene combattenti. La resistenza iniziale italiana fu tenace (nonostante le evidenti carenze di armi anticarro e di equipaggiamenti invernali idonei nonché la totale mancanza di riserve corazzate) ma già il 19 dicembre il fronte della VIII Armata cominciò a cedere per poi crollare completamente nei giorni successivi di fronte all'irruzione in massa delle ingenti truppe corazzate impegnate dai sovietici (cinque corpi corazzati o meccanizzati con un totale di circa 1000 carri armati).[90] I generali Vatutin (fronte sud-ovest) e Filipp Golikov (fronte di Voronež) che conducevano questa offensiva, spinsero in profondità le loro colonne per aggirare e isolare i residui capisaldi nemici e minacciare le retrovie del raggruppamento di von Manstein.

I carristi sovietici si riforniscono di carburante durante l'operazione Piccolo Saturno

In pochissimi giorni la situazione dell'Asse si aggravò in maniera catastrofica con l'irruzione del 17º Corpo corazzato sovietico a Kantemirovka[91] (importante centro di comando italiano) in mezzo alle disperate colonne italiane in rotta a piedi nella neve e la spericolata penetrazione isolata del 24º Corpo corazzato che si spinse, il 24 dicembre, fino alla regione degli aeroporti di Tacinskaja e Morozovsk (da dove partivano gli aerei della Luftwaffe che cercavano di rifornire la sacca di Stalingrado).[92] La precipitosa evacuazione degli aerodromi e il tempestivo intervento delle riserve corazzate di von Manstein (in parte richiamate proprio dal raggruppamento Hoth sul fronte di Stalingrado, il che provocò il definitivo fallimento di Tempesta Invernale ed anche la conseguente impossibilità di un'eventuale operazione Colpo di Tuono) permisero di salvare in parte la situazione e di contenere in qualche modo la progressione sovietica ma come conseguenza l'Alto Comando Tedesco dovette abbandonare qualsiasi speranza di salvataggio della 6ª Armata, ripiegare ulteriormente e cominciare anche l'evacuazione del Caucaso (autorizzata dopo numerose tergiversazioni da Hitler il 30 dicembre 1942).[93] Fu questa la svolta decisiva che suggellò il destino della 6ª Armata ormai isolata, affamata (a causa del completo fallimento del rifornimento aereo tanto magnificato da Göring[94]), senza speranza di aiuto e destinata ad immolarsi in una disperata difesa fino all'ultimo per agganciare ancora il massimo di forze sovietiche e aiutare in questo modo l'Alto comando tedesco a ristabilire un fronte più arretrato.

Paulus, dopo aver eseguito disciplinatamente tutti gli ordini di Hitler (prima quello di rinchiudersi dentro la Fortezza Stalingrado e poi di non effettuare una disperata sortita solitaria), ora accettò anche questo ruolo finale di sacrificio e, almeno esteriormente e nei proclami finali alle truppe accerchiate, mantenne fiducia in Hitler e nel risultato finale.[95] Un sentimento di amara delusione si diffuse peraltro ormai tra le truppe e anche nei comandi (Paulus e Schmidt inclusi) di fronte alle sempre maggiori difficoltà di vettovagliamento, al moltiplicarsi delle sofferenze, all'imperversare del clima invernale e alla coscienza di come fosse ormai impossibile ricevere aiuti dall'esterno.[96]

Gennaio, la battaglia finale[modifica]

Gennaio 1943; fanti probabilmente sovietici in uniforme mimetica invernale armati con il mitragliatore PPSh-41
I sovietici schiacciano le ultime resistenze

Il 10 gennaio 1943 iniziava l'ultimo atto dell'interminabile battaglia di Stalingrado. Mentre Hitler, Kurt Zeitzler (OKH) e Manstein (Gruppo d'Armate del Don) erano alle prese con le apparentemente inesauribili offensive sovietiche dirette ad isolare il raggruppamento tedesco del Caucaso, ora in ripiegamento verso nord, e con tutte le residue forze dell'Asse impegnate nel settore meridionale del fronte orientale (il 12 gennaio 1943 iniziava una nuova travolgente offensiva sovietica - offensiva Ostrogorzk-Rossoš - che in pochi giorni avrebbe schiacciato l'armata ungherese e il Corpo d'armata alpino italiano posizionati sul corso superiore del Don[97]), Stalin e il comando sovietico scatenavano finalmente, dopo numerosi rinvii dovuti all'evolversi della situazione generale e alla necessità di raggruppare le forze necessarie per distruggere la massa di truppe tedesche accerchiate, l'offensiva finale per eliminare la sacca di Stalingrado (operazione Anello, in russo операция «Кольцо»).

Operazione Anello (Kolzò): la fine della 6ª Armata

Le ripetute sollecitazioni di Stalin indirizzate a Rokossovskij e a Nikolaj Voronov (comandanti sul campo) per accelerare al massimo questa operazione finale[98] confermano l'importanza, anche per lo stesso dittatore, di liberare il più presto possibile truppe da impiegare nell'offensiva principale a sud, ed evidenziano anche la giustezza militare (nonostante la cinica inumanità per le truppe ridotte allo stremo) della decisione di Hitler, ed in parte anche di Manstein e di Paulus, di impedire una resa prematura della 6ª Armata che continuò così ad ostacolare il dispiegamento delle forze sovietiche in altri fronti. Inutile risultò quindi la presentazione da parte dei comandi sovietici di un ultimatum, formalmente corretto, per invitare alla resa la 6ª Armata prima dell'attacco finale e per evitare un ulteriore spargimento di sangue. La lotta finale, che si svolse dal 10 gennaio al 2 febbraio, venne condotta dalle due parti con particolare accanimento fino all'ultimo: i sovietici fecero uso in massa dell'artiglieria per polverizzare i nuclei di resistenza delle truppe tedesche straordinariamente indebolite dal lungo assedio; le successive linee di arroccamento predisposte dai tedeschi per prolungare al massimo la resistenza vennero travolte. Con la conseguente perdita degli aerodromi si verificarono i primi episodi di panico collettivo e di dissoluzione dei reparti (per via aerea durante l'assedio erano infatti stati evacuati almeno 30.000 soldati tra feriti, specialisti e ufficiali superiori).[99] La maggior parte dei soldati furono annientati sul posto. Chi scampò alla morte si riversò assieme a feriti e sbandati verso le rovine di Stalingrado dove si sviluppò l'ultima tragica resistenza. Dopo la divisione in due parti della sacca e il congiungimento il 26 gennaio 1943 tra le forze sovietiche in avanzata da ovest e le truppe di Čujkov che tenevano ancora tenacemente la linea del Volga, ogni ulteriore resistenza risultò impossibile. Paulus, isolato nella sacca meridionale, venne catturato il 31 gennaio 1943 dalle truppe del generale Šumilov (64ª Armata) senza opporre ulteriore resistenza e senza una resa formale; gli ultimi nuclei tedeschi nella sacca settentrionale, nell'area delle grandi fabbriche (al comando del generale Strecker) si arresero definitivamente il 2 febbraio 1943.

La 6ª Armata e tutte le truppe inizialmente accerchiate nella sacca erano state completamente distrutte. I prigionieri nella fase finale furono circa 90.000.[100] Paulus, insieme alla maggior parte dei generali comandanti, condivise la resa dei superstiti e rifiutò il tacito invito di Hitler al suicidio per suggellare epicamente con un esempio di fedeltà nibelungica l'epopea tedesca di Stalingrado,[101] nonostante questo lo avesse promosso feldmaresciallo pochi giorni prima della resa finale.

La vittoria sovietica[modifica]

La fine. Paulus e il suo Stato Maggiore si arrendono il 31 gennaio 1943
Prigionieri tedeschi in marcia nella neve verso i campi di raccolta nelle retrovie

Spento anche l'ultimo nucleo di resistenza, nel pomeriggio un aereo da ricognizione nazista sorvolò la città, non riportando alcun segno di combattimento. La grande battaglia era finita, con esiti disastrosi per l'invasore tedesco.

Il computo delle perdite dalle due parti risulta particolarmente difficile e dipende naturalmente anche dal periodo cronologico preso in considerazione (visto che la battaglia inizia, secondo la storiografia sovietica, addirittura il 17 luglio 1942 e termina il 2 febbraio 1943). Le perdite umane da parte sovietica sono dettagliatamente riportate nelle recenti opere storiche edite dopo l'apertura degli archivi segreti di Mosca: da questa nuova documentazione prima riservata risulta un totale di 478.000 morti o dispersi (323.000 fino al 18 novembre 1942 e 154.000 dopo l'inizio della controffensiva sovietica) e 650.000 feriti.

Il calcolo delle perdite umane dell'Asse risulta particolarmente difficile. In termini di divisioni i tedeschi ne uscirono con 20 distrutte completamente a Stalingrado ed almeno altre 10-15 nelle battaglie del teatro meridionale del fronte orientale; i Rumeni persero circa 15 divisioni, gli Italiani 10 e gli Ungheresi altrettante (per un totale di circa 65-70 divisioni, cioè almeno 900.000 soldati). Le perdite dentro la sacca furono di 140.000 morti e dispersi e 100.000 prigionieri (sarebbero tornati in Germania dopo la guerra solo 6000 soldati), ma a questi prigionieri devono aggiungersene altri presi al di fuori della sacca (almeno altri 50.000 soldati) e i prigionieri rumeni (circa 100.000), ungheresi (60.000) e italiani (altri 50.000). Il totale dei prigionieri dell'Asse ammonta dunque a 360.000 uomini, la maggior parte dei quali non fece più ritorno in patria. Mancano poi i dati delle perdite dell'Asse durante la fase offensiva d'estate (minimo altri 200.000 uomini sembra una cifra prudente).
In conclusione l'Asse dovrebbe aver perso complessivamente oltre 1.100.000 soldati di cui circa 400.000 prigionieri.

Le perdite di materiale bellico sono ancor più difficili da computare. Tutto il materiale della 6ª Armata fu distrutto (tra cui circa 350-400 carri armati e 1800 cannoni); le perdite sovietiche di carri armati furono certo altissime, visto il loro impiego spericolato: ammonterebbero a circa 1500 mezzi nella fase difensiva e ulteriori 2900 in quella offensiva (solo l'Armata Rossa era in grado di subire tali perdite e mantenere ugualmente la coesione e l'efficienza offensiva dei reparti grazie alle continue nuove forniture provenienti dalle fabbriche degli Urali); le perdite di aerei sono calcolate a circa 2800 velivoli. Le perdite dell'Asse, come al solito, sono di difficile calcolo: i Rumeni avevano circa 200 carri armati che furono tutti distrutti, gli italiani e gli ungheresi un altro centinaio di mezzi che andarono ugualmente perduti; i tedeschi (oltre ai 350-400 carri armati della 6ª Armata) persero almeno altri 700-800 carri armati nella fase difensiva invernale (un rapporto dell'OKH calcola 2500 carri distrutti da novembre a febbraio su tutto il fronte Orientale[102]) e alcune centinaia anche in estate (totale molto approssimativo: 1800-2000 mezzi corazzati perduti); il computo delle perdite aeree dell'Asse è praticamente impossibile; sicura è soltanto la perdita di ben 488 aerei da trasporto durante la fase del rifornimento aereo della sacca.[103]

La spinta al morale della coalizione anti-hitleriana data dalla sconfitta tedesca fu grande particolarmente in Unione Sovietica ma anche nei Paesi alleati. Il mito dell'invincibilità della Germania e di Hitler venne distrutto per sempre, mentre tra le potenze dell'Asse le ripercussioni politico-morali furono enormi sia a livello di opinione pubblica sia di quadri dirigenti (in Ungheria, Italia, Romania e anche nella Turchia non belligerante). La battaglia di Stalingrado rimane la più grande e decisiva sconfitta militare, politica e morale della Germania nella seconda guerra mondiale, nonché, in assoluto, una delle più grandi catastrofi della storia tedesca.[104]

2 febbraio 1943, la bandiera sovietica sventola sulla Piazza Rossa: l'Armata Rossa ha vinto

Storici e memorialisti sovietici hanno sempre considerato questa battaglia il punto di svolta decisivo non solo della guerra sul fronte orientale ma di tutto il secondo conflitto mondiale. La vittoria sul Nazionalsocialismo apparve per la prima volta possibile (anche se non in tempi così immediati come in un primo tempo Stalin sembra aver creduto). "Eravamo convinti che le maggiori difficoltà fossero ormai alle nostre spalle", dirà Vasilevskij, uno dei grandi artefici della vittoria.[105]

Il maresciallo Vasilevskij, capo di Stato Maggiore generale dell'Armata Rossa e artefice principale della vittoria sovietica

Valutazioni storiografiche[modifica]

Per molti la battaglia di Stalingrado resta il simbolo della disfatta tedesca sul fronte orientale.[106] In tempi recenti, tuttavia, una parte della storiografia occidentale, riprendendo vecchie argomentazioni della propaganda bellica, ha nuovamente proposto una interpretazione della battaglia che ne riduce in parte l'importanza storica nel contesto complessivo della guerra mondiale.[107]
L'argomentazione si basa sul ruolo delle truppe accerchiate anche nelle fasi finali della battaglia e sull'importanza strategica globale della loro resistenza: la 6ª Armata tedesca da sola teneva impegnate sette armate russe[108] che di fatto non potevano essere impiegate per ulteriori offensive e quindi erano bloccate sul posto. Se queste forze non avessero dovuto tenere accerchiato Paulus avrebbero potuto lanciarsi contro il precario fronte tedesco e sfondarlo.

Uno sfondamento in quelle condizioni avrebbe decretato la fine del fronte sud tedesco. Con la 6ª Armata che resisteva a Stalingrado le altre forze della Wehrmacht, dopo il tentativo di Manstein, si stavano riassestando su un fronte più difendibile, anche se ci sarebbe voluto del tempo. Il fronte così accorciato avrebbe permesso di resistere con le forze disponibili.[109]

Il concetto che la resistenza della 6ª Armata fosse necessaria (e per certi versi anche "decisiva") per mantenere agganciate cospicue forze sovietiche che altrimenti avrebbero potuto riversarsi contro il fronte tedesco e provocare un crollo definitivo non è nuova, ma risale addirittura ad Hitler in persona che lo utilizzò per motivare la sua spietata decisione di impedire sia una sortita dell'ultima ora (a fine dicembre) delle truppe accerchiate sia una loro resa a suo avviso prematura.[110] Questo ragionamento apparentemente non privo di logica e in parte condiviso da von Manstein è stato criticato in sede di analisi storiografica, al di fuori del fatto puramente umano legato alle sofferenze inflitte alle truppe accerchiate senza speranza di scampo. In primo luogo, secondo questi storici, è indimostrabile il presunto effetto risolutivo di queste truppe sovietiche impegnate contro la sacca, in ragione della loro non eccezionale consistenza numerica (circa 250.000 uomini[111]), delle enormi difficoltà logistiche invernali anche per i sovietici e degli errori strategici che anche Stalin e lo Stavka spesso compivano (quando queste truppe furono impegnate dopo la resa del 2 febbraio, vennero dirottate malamente e con grande difficoltà sul fronte centrale e non ottennero alcun risultato di rilievo).[112] In secondo luogo, è altrettanto vero che se Hitler avesse disimpegnato prontamente la 6ª Armata già in novembre invece di mantenerla a tutti i costi nella Fortezza, oppure avesse sganciato il raggruppamento del Caucaso già agli inizi di dicembre, senza aspettare le catastrofi dell'operazione Piccolo Saturno, si sarebbe ottenuto un rafforzamento del fronte tedesco molto più cospicuo con conseguente maggiore solidità difensiva (oltre a salvare i soldati accerchiati).[113]

In realtà l'argomento hitleriano (ripreso a volte da una parte della storiografia occidentale) serviva al dittatore tedesco soprattutto per giustificare alcuni suoi chiari errori di valutazione strategica e per trasformare epicamente il significato della resistenza della sacca di Stalingrado anche a futura memoria.[114]
Una parte della storiografia occidentale[115] ha utilizzato questo argomento (ed anche dati statistici incompleti) per ridimensionare il significato storico della battaglia, accentuando invece la rilevanza di operazioni anglosassoni come la battaglia di El Alamein (dove furono impegnati in tutto non più di 40.000 soldati tedeschi e 60.000 italiani[116]); la resa in Tunisia (la cosiddetta Tunisgrado), con perdite complessive dell'Asse di circa 250.000 uomini[117](ovvero meno di un quarto di quelle della battaglia di Stalingrado) o la stessa campagna di Normandia combattuta quasi due anni più tardi, con la Wehrmacht ormai decimata dalle campagne sul fronte sovietico e ridotta ad impiegare anche i prigionieri di guerra.[118]

Ovviamente l'importanza storico-politica delle vittorie anglosassoni in Africa, in Europa nord-occidentale e nel Pacifico non va sminuita in senso contrario. Tuttavia dal punto di vista militare la lunga campagna di Stalingrado, come affermano ormai la maggior parte degli storici, anche occidentali[119] rimane senza paragoni e sostanzialmente decisiva nella storia della seconda guerra mondiale in Europa.

La Wehrmacht, anche dopo la sconfitta di Stalingrado, continuò a battersi tenacemente in difensiva e a contrattaccare, ottenendo un successo a Char'kov nel febbraio-marzo 1943 e tentando di prendersi la rivincita a Kursk (luglio 1943). La guerra sul fronte orientale sarebbe durata ancora, durissima, fino al maggio 1945 con il crollo finale del Terzo Reich.

La battaglia di Stalingrado nella cultura popolare[modifica]

Letteratura[modifica]

In letteratura diversi autori hanno affrontato l'argomento sotto diversi aspetti. Qui una lista di alcune opere:

Cinematografia[modifica]

La battaglia, per la sua importanza storica, ha suggerito la trama o ha fatto da sfondo a film e documentari, alcuni distribuiti solo in Germania o nella ex-Unione Sovietica. Tra le opere cinematografiche di finzione i titoli principali ad avere avuto una distribuzione internazionale sono stati:[120]

Tra le opere documentaristiche si possono citare:

Dei primi film dell'elenco, girati negli anni quaranta e negli anni anni cinquanta, solo quello del 1959 ha ricevuto buona accoglienza dalla critica ed è stato premiato con il Deutscher Filmpreis alla regia, il più importante premio cinematografico tedesco, nell'anno stesso della sua uscita. In Italia è circolato con il nome Stalingrado, ma il titolo originale, tradotto letteralmente, significa "Cani, volete vivere per sempre?"; racconta la battaglia attraverso gli occhi dei soldati tedeschi accerchiati, che vedono progressivamente uccidere i loro ufficiali e infine si arrendono per avviarsi ai campi di prigionia.[121] Bisogna attendere oltre trent'anni per un nuovo film di rilievo a diffusione internazionale sulla battaglia. Nel periodo intercorso, oltre a documentari e film a distribuzione limitata, una menzione particolare merita il film francese Lettres de Stalingrad del 1969, meglio noto per aver preceduto il successivo libro Ultime lettere da Stalingrado, nel quale il regista-sceneggiatore Gilles Katz ha raccolto le 39 lettere autentiche di soldati tedeschi sfuggite alla censura su cui era basato il film e che ha avuto vasta circolazione mondiale.[122]

Dopo la lunga pausa e un film sovietico di maniera del 1989 (Stalingrad diretto dal Yuri Ozerov) è stato nuovamente un film tedesco del 1993, dal titolo Stalingrad a riscuotere un buon successo, compresa la vittoria dell'altro principale premio cinematografico tedesco: il Bayerischer Filmpreis, il premio del festival del cinema bavarese. Nominato anche per la premiazione al festival cinematografico di Mosca, il film narra le vicende di un gruppo di Sturmpioniere (pionieri d'assalto).[123] Ultimo nell'elenco è il film USA del 2001 Il nemico alle porte (Enemy at the Gates) ispirato dalla storia vera del cecchino sovietico Vasilij Grigor'evič Zajcev che partecipò alla battaglia e che, secondo alcuni fantasiosi resoconti di cui è ormai accertata la falsità storica, si sarebbe confrontato con il miglior tiratore tedesco, fatto venire appositamente dalla Germania per contrastarlo.[124]

 

Fonte:wikipedia