Battaglia di Cheren

« "Cheren si sta dimostrando una noce dura da schiacciare, il nemico ci sta contrattaccando ferocemente e ripetutamente e, anche se le sue perdite sono state eccessivamente pesanti, non vi sono segni immediati di cedimenti". »

(Comunicazione del generale Archibald Wavell a Winston Churchill)
Battaglia di Cheren
Parte della Campagna dell'Africa Orientale Italiana (1940-1942)
Data 2 febbraio - 27 marzo 1941
Luogo Cheren, Eritrea
Esito Iniziale vittoria italiana (prima fase), successivemente vittoria Alleata (seconda fase)
Schieramenti
bandiera Regno d'Italia bandiera Regno Unito
Bandiera dell'India India


Bandiera della Francia Francia libera

Comandanti
Nicolangelo Carnimeo
Orlando Lorenzini
Luigi Frusci
William Platt
Noel Beresford-Peirse
Effettivi
40.000 uomini Indian 4th Infantry Division
Indian 5th Infantry Division
Sudan Defence Force
Perdite
12.437 morti tra italiani ed ascari[1]
21.700 feriti tra italiani ed ascari[1]
536 morti e 3.229 feriti (truppe britanniche)[1]
4000-5000 morti (truppe indiane)[1]
L'avanzata delle truppe di Platt in Eritrea
Schema del campo di battaglia di Cheren (non in scala)

La Battaglia di Cheren si riferisce ad uno scontro tra le truppe italiane e le forze britanniche e del Commonwealth, avvenuto durante la seconda guerra mondiale nella zona di Cheren, in Eritrea. Nonostante un'organizzata ed eroica resistenza di fronte alla schiacciante superiorità di uomini e mezzi, le forze italiane vennero sconfitte sancendo così l'inizio dello sgretolamento del giovane impero coloniale italiano, iniziato con l'annessione dell'Etiopia durante la guerra d'Etiopia nel 1935 alle altre colonie e la creazione dell'Impero dell'Africa Orientale Italiana.

Indice

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Le forze in campo [modifica]

Italiani [modifica]

All'inizio delle ostilità le forze presenti nell'Africa Orientale Italiana consistevano in 91.000 soldati italiani, comprendenti uomini dell'esercito (alpini, bersaglieri e camicie nere), dell'aviazione e della marina, a cui si sommavano circa 200.000 àscari. Nonostante l'enorme massa di uomini, questi erano disposti in diversi scacchieri, ognuno dei quali, a causa della pressoché totale assenza di collegamenti, era di fatto isolato e impossibilitato ad essere soccorso in caso di attacco.

Vi erano inoltre in dotazione 24 carri armati M11/39, 39 carri armati L3/35, 126 autoblindo e 813 cannoni. Erano altresì disponibili 325 aerei dei quali solo 244 in efficienza.

Britannici e truppe del Commonwealth [modifica]

Le forze britanniche presenti sul teatro di guerra erano[2]:

  • 5ª Divisione indiana[3] (IX e X brigata) (gen. Lewis Heath), giunta in Sudan agli inizi dell'ottobre 1940
  • 4ª Divisione indiana (XI, V e VII brigata, 25º FA regiment, Gazelle Force) (gen. Noel Beresford-Pierse), giunta in Sudan nel gennaio 1941.

Le forze che parteciparono effettivamente alla battaglia di Cheren furono, nella prima fase della battaglia, le brigate della 4ª Divisione indiana[4]. Nella seconda fase intervennero la Briggs Force su 1º Royal Sussex (battaglione), 4º battaglione del 16º Punjabi Regiment, 3º bataillon de marche senegalese (con quadri francesi), 14º bataillon della Légion étrangère[5], reparti misti non specificati[6] e tutte le unità e la 5ª Divisione indiana[7].

Gli antefatti [modifica]

La battaglia [modifica]

Prima fase [modifica]

La prima fase della battaglia di Cheren si concretizzò per la brillante e tenace resistanza italiana sul passo di Dongolaas e sulle montagne vicine.

Il 2 febbraio vi fu il primo attacco da parte di mezzi corazzati britannici che tentarono di forzare il passo, venendo respinti dai reparti italiani. Il giorno successivo, tuttavia, reparti scozzesi riuscirono a prendere quota 1616 al II. battaglione dell'11. Reggimento "Granatieri di Savoia", che, nuovamente attaccato dai reparti indiani dei Punjab e dei Rajputana fu sul punto di crollare; solamente l'arrivo di due compagnie del III battaglione bersaglieri e del XCVII. battaglione coloniale riuscirono ad evitare l'annientamento e a contenere gli attacchi in cruenti corpo a corpo.

Il 10 febbraio, dopo una settimana di scaramucce di scarso rilievo, era ormai chiaro che le forze anglo-indiane stessero preparando un nuovo attacco con l'appoggio di mezzi corazzati e meccanizzati. Per evitare la caduta del passo di Dongolaas, vennero radunati tutti gli uomini abili, compreso il battaglione alpini "Work Amba" appena giunto di rinforzo da Addis Abeba. L'attacco, lanciato il 12 febbraio, e continuato fino al 14 febbraio, vide l'impiego dei temuti battaglioni indiani dei Maharatta e dei Sikh, ma ancora una volta la tenace, e sanguinosa, resistenza delle truppe italiane costrinse il comando inglese a sospendere ogni attacco.

Dal 15 febbraio al 14 marzo, se si eccettua l'attacco inglese intorno a Cubub, si verificarono brevi scaramucce, con entrambe le parti impegnate a riorganizzare le proprie forze, con i battaglioni italiani ridotti spesso a 150-200 uomini (in pratica all'aliquota di una compagnia). Durante questo mese, comunque, furono incessanti i bombardamenti e gli attacchi aerei contro le postazioni difensive italiane.

La piana di Cheren
Il cimitero italiano

Seconda fase [modifica]

Per l'ultima fase della battaglia, l'Alto Comando britannico pianificò due colonne che dovevano convergere poi nella piazzaforte di Cheren. Il piano prevedeva che la 4. Divisione indiana si impadronisse del Sanchil e del monte Forcuto, mentre la 5. Divisione indiana avrebbe dovuto forzare il passo di Dongolaas.

Alle 8,00 del 15 marzo iniziò l'offensiva finale. Tuttavia, a dispetto dei piani inglesi, le truppe britanniche e del Commonwealth vennero respinte da un nutrito lancio di bombe a mano, mentre le poche batterie ancora efficienti riuscirono a bloccare i mezzi corazzati Alleati. Il giorno successivo, il 16 marzo, gli inglesi, forti della loro superiorità di uomini e mezzi iniziarono, seppur a fatica, a compiere i primi significativi progressi.

Anche grazie alla netta superiorità aerea (verso la fine di marzo gli unici aerei ancora efficienti erano 3 bombardieri Savoia-Marchetti S.M.79 e un solo Savoia-Marchetti S.M.81), i contrattacchi italiani sul Sanchil e sul Dologorodoc, vennero fermati. Mentre nel settore nord del fronte l'avanzata britannica era di fatto stata fermata, il settore sud-ovest era ormai sul punto di cedere: nella battaglia di Cheren, in realtà, non vi fu un cedimento improvviso, ma, essenzialmente, la linea difensiva cessò lentamente di esistere per l'esaurimento delle forze disponibili.

Il 27 marzo la battaglia ebbe di fatto termine.

Conseguenze [modifica]

Le truppe italiane più tenaci ed organizzate si ritirarono presso Teclasan. Questa loro nuova posizione era in ogni caso molto meno difendibile della ormai persa Cheren e dovettero comunque capitolare il primo aprile 1941. La settimana successiva vennero perse anche Asmara e Massaua.

Massaua, caduta in conseguenza dell'apertura della breccia di Cheren alle forze britanniche, fu conseguentemente usata come una stazione delle flotte americana e britannica.

La battaglia è ancora oggi ricordata come una delle migliori prove di forza della storia militare italiana recente, nonostante il risultato; questo grazie al coraggio dei soldati italiani e degli Ascari e alla strategia militare del generale Carnimeo. Nel resoconto della battaglia dato nella Eastern Epic, Compton Mackenzie scrisse:


« Cheren è stata una delle più dure battaglie di fanteria mai combattute in questa guerra e ciò per l'ostinazione mostrata dai battaglioni Savoia, dagli Alpini, dai Bersaglieri e dai Granatieri, in una maniera composta e decisa, cosa mai mostrata dai tedeschi in nessuna battaglia recente. Nei primi cinque giorni di battaglia gli italiani hanno contato 5000 soldati colpiti (1135 di questi, mortalmente). Lorenzini questo giovane e coraggioso generale, è stato praticamente decapitato da una serie di colpi sparatigli dall'artiglieria britannica. Egli è stato un grande comandante delle truppe italiane in Eritrea.
L'infelice propaganda di guerra del tempo ha permesso alla stampa britannica di rappresentare gli italiani come soldatini di ventura; ma se escludiamo la divisione paracadutisti tedesca operante in Italia e i giapponesi attivi in Birmania, nessun esercito nemico col quale le truppe britanniche ed indiane hanno dovuto scontrarsi, ha saputo ingaggiare una battaglia più acre ed efficace di quella dei battaglioni Savoia a Cheren. Oltre ciò, le truppe coloniali italiane, fino al momento di capitolare sulle ultime postazioni, hanno combattuto con valore e coraggio e la loro lealtà in campo è stata testimone della eccellente amministrazione italiana e della valida preparazione militare operata in Eritrea. »

La fine dell'Impero [modifica]

Il 31 marzo, dopo un'ultima resistenza si arrendevano le forze impegnate a Teclasan, il successivo 8 aprile cadeva anche Massaua, difesa da poche centinaia di marinai della Regia Marina e da uomini della Guardia di Finanza: l'Eritrea era di fatto in mano degli Alleati.

La resistenza si protrasse comunque nello sterminato territorio dell'Impero, nonostante il 19 maggio si arrendesse, con l'onore delle armi, il viceré Amedeo d'Aosta, dopo un'ultima vana resistenza sull'Amba Alagi. Le ultime sacche di resistenza italiana, comunque, si arresero soltanto il 22 novembre 1941, con la resa degli ultimi difensori di Gondar.