L'AFFONDAMENTO DELLA CORAZZATA SANTO STEFANO

La “Szent István” (nella storiografia italiana nota anche come“Santo Stefano”) era la quarta unità della potente nuovissima classe “Viribus Unitis” della K.u.K. (Kaiserlich-und-Königlich) Kriegsmarine (Imperiale e Regia Marina da Guerra austro-ungarica), che comprendeva le corazzate gemelle “Viribus Unitis”,“Prinz Eugen” e “Tegetthoff “.Commissionata al cantiere navale fiumano “Danubius” in virtù di un compromesso con la classe politica ungherese (Fiume apparteneva allora alla parte ungherese della duplice monarchia austro-ungarica), la corazzata fu costruita a partire dal 1912 e ultimata due anni dopo. Durante il varo, avvenuto il 17 gennaio 1914, una catena d’ancora colpì due

operai del cantiere, uccidendone uno. La costruzione dell’unità richiese notevoli investimenti per il cantiere, non adeguatamente attrezzato per la costruzione di navi di questa stazza. In un apposito bacino la “Szent István” venne in seguito dotata degli armamenti necessari, ed allo scoppio della Prima guerra mondiale fu trasferita nell’arsenale militare di Pola per essere ultimata. Entrò in servizio soltanto il 17 novembre 1915, con 17 mesi di ritardo sul programma originario. Il nome, in onore di Santo Stefano d’Ungheria, venne attribuito alla nave solamente il 13 dicembre 1915.

Nel corso della guerra la “Santo Stefano” ricoprì un ruolo molto marginale e rimase spesso alla fonda nella base di Pola. Le prime operazioni risalgono ai mesi di novembre e dicembre 1915, quando la corazzata effettuò diverse uscite di prova, saggiando la potenza del suo armamento nel canale di Fasana (appena fuori Pola, vicino alle isole Brioni).Il 23 dicembre la nave fu ufficialmente attribuita alla 1a Squadriglia e il 10 febbraio successivo ripeté l’uscita con le corazzate gemelle. Eccetto un paio di esercitazioni effettuate in mare in marzo (nell’Adriatico) e in agosto (nel canale di Fasana), per tutto il 1916 la “Santo Stefano” rimase ancorata a Pola, senza che le ripetute incursioni aeree italiane potessero rappresentare un pericolo per la possente corazzata. Il nuovo imperatore Carlo I d’Austria, succeduto a Francesco Giuseppe, visitò la corazzata il 15 dicembre 1916, mentre il 12 dicembre 1917 fu la volta dell’imperatore Guglielmo II di Germania. Per tutto il 1917 la nave proseguì nella propria solita routine, tra uscite per esercitazioni e attacchi aerei italiani. Nel 1918, prima dell’affondamento nei pressi dell’isola di Premuda, in Dalmazia, uscì una sola volta dalla unitissima rada di Pola, quando, assieme alla “Viribus Unitis”, si diresse verso l’isoletta di San Giovanni in Pelago (a sud di Rovigno) per le ultime prove di tiro.

L’impresa di Premuda

 

Durante la Prima guerra mondiale lo scontro tra la flotta austriaca e quella italiana aveva come pri ncipale teatro

il mare Adriatico. Gli austriaci, con le basi principali di Pola e Trieste, con porti ben muniti e una costa, quella dalmata,

difficilmente accessibile per la sua conformazione geografica, erano praticamente inattaccabili. Gli italiani, dal canto loro, avevano creato un forte sbarramento nello stretto Otranto-Corfù disseminato di torpedini e con un immenso sipario sottomarino costituito da una rete d’acciaio lunga 66 km e profonda 50 metri, volta ad impedire qualsiasi uscita dall’Adriatico di unità della K.u.K. Kriegsmarine. Il 27 febbraio 1918 il Capo di Stato Maggiore della Marina austro-ungarica contramammiraglio Nikolaus Horthy (futuro dittatore dell’Ungheria) decide di organizzare un forzamento in grande stile con la distruzione degli sbarramenti italiani sullo stretto di Otranto. Per un’azione radicale, più incisiva e su più ondate, vengono mobilitati grandi mezzi: dai sottomarini alle potenti corazzate in rada a Pola. Numerosi mezzi insidiosi erano in agguato, pronti a fermare le unità italiane o alleate che avessero tentato di uscire per azioni di contrasto da Brindisi o Valona: in tale eventualità anche le corazzate sarebbero intervenute. Si pensa addirittura alle riprese cinematografiche, tanta è negli austriaci la sicurezza della vittoria. Alle ore 22.15 del 9 giugno 1918 il gruppo (una delle numerose ondate previste dall’ammiraglio Horthy), comprendente le grandi corazzate “Santo Stefano” e “Tegetthof”, salpa da Pola e prende il mare. Da Ancona, nel pomeriggio dello stesso giorno erano usciti in missione i

Mas 15 e 21, comandati dal capitano di corvetta Luigi Rizzo e dal guardiamarina di complemento Giuseppe Aonzo. Già

sulla via del rientro, verso le 3.15 del 10 giugno, dopo una lunga ed infruttuosa ricognizione, mentre si trovava di fronte all’isola di Premuda, Rizzo nota una grossa colonna di fumo proveniente da nord: era quello delle corazzate austriache.

I due Mas invertono immediatamente la rotta dirigendo sul nemico a bassa velocità per evitare i “baffi” bianchi che li avrebbero fatti scoprire.

Si era in prossimità dell’alba, la vigilanza sarebbe stata meno attenta dopo la tensione della notte. Giunti all’altezza di Premuda, di fronte all’isolotto di Lutrošnjak, i Mas avvistano la squadra navale austro-ungarica. Ma i barchini devono avvicinarsi il più possibile agli obiettivi perché i loro siluri, tarati ad 1 metro e mezzo di profondità,siano efficaci. La manovra riesce, col favore dell’oscurità e grazie ad un varco apertosi fortuitamente nello schermo protettivo delle grandi navi:Rizzo punta la “Santo Stefano”, Aonzo la gemella “Tegetthof”. Alle 3.30 circa la “Santo Stefano”, che stava procedendo ad una velocità di 14 nodi, viene colpita dal lato di tribordo dai due siluri del Mas 15 lanciati da Rizzo da una distanza di 600 metri, mentre uno solo dei siluri del Mas 21 colpisce la “Tegetthoff”, senza però esplodere.

Il primo siluro di Rizzo centra la “Santo Stefano” tra il primo e il secondo fumaiolo, mentre il secondo la colpisce all’altezza di quello di poppa. Tra nuvole di fumo e di acqua, la corazzata comincia ad imbarcare grandi quantità

d’acqua e a sviluppare incendi nella zona caldaie. Nel tentativo di porla in salvo (due caldaie erano ancora funzionanti),

il comandante Heinrich Seitz modifica la rotta, puntando alla velocità di 4,5 nodi verso l’isola di Melada. La “Tegetthoff”

prende poi la corazzata colpita in traino, ma per il pericolo di rovesciamento le funi devono essere sciolte. Alle 6.05 la “Santo Stefano” inizia a rovesciarsi, e nel giro di sette minuti scompare tra i flutti.

La tragedia, che paga un tributo di vite umane relativamente modesto (4 ufficiali e 85 marinai, grazie al fatto che tutti i marinai della Marina austriaca dovevano imparare a nuotare prima di entrare in servizio), viene fotografata da

bordo della impotente sorella. Nel frattempo, le navi scorta austriache si erano gettate alla caccia dei piccoli assalitori,

i quali, manovrando al limite delle possibilità dei loro mezzi e con una buona dose di fortuna, riescono a disimpegnarsi.

Alle 7.30 i due Mas vittoriosi, con la bandiera nera al picco, venivano avvistati dal faro di Ancona. Il successo della missione è clamoroso: un piccolo barchino aveva affondato la più potente corazzata dell’Impero austro-ungarico.

Il contraccolpo psicologico dell’azione di Premuda avrà ripercussioni morali talmente forti da impedire

nel corso della Grande Guerra qualsiasi altra operazione navale alla monarchia mitteleuropea. Tale fu la portata, che l’anniversario dell’impresa sarà scelto nel 1939 per celebrare la festa della Marina Militare italiana. Oggi, il Mas 15 di Rizzo è conservato nel Sacrario del Museo Vittoriano di Roma, mentre il relitto sommerso della “Santo Stefano” è ancora lì dove si adagiò novantadue anni fa, sottoposto alla attenta tutela del governo della Repubblica di Croazia.


Il racconto di Rizzo

 

Con queste parole il comandante Rizzo descriverà poi la grande impresa: «Potevano essere le tre: era ancora notte, ma

non più completamente buio. Avevamo il rampino a mare ed incrociavamo sperando di incocciare qualcosa, ma inutilmente... A lento moto, il tempo non passava mai, sicché per far venire presto l’alba, mi mettevo di tanto in tanto al

timone. Tutto il canale di Lutrošnjak era stato rampinato: nulla. Non ci rimaneva ormai altro da fare che salpare il rampino

e ripiegare sul punto A dove avevamo lasciato le due torpediniere. Così decido: consegno il timone a Gori e gli indico

la rotta per il punto A. Prendo un salvagente avvoltolato come cuscino e mi sdraio sul ponte, con la faccia alle stelle.

La notte è rugiadosa e mi sento intorpidito: col lieve rullio, le stelle corrono da un capo all’altro del bordo: ed io le

inseguo metodicamente, mezzo assopito... Quand’ecco, a dritta, al nord, lontano sull’orizzonte, delle nuvole di fumo!

Dalla parte di Pola? Ma allora non possono essere nostre unità: ad ogni modo è da escludere che siano le nostre torpediniere, perché quelle debbono trovarsi a ponente, verso la nostra prora. E poi sono troppo guardinghe e fumo non ne fanno. Dunque i fumi sono nemici. Subito mi viene il dubbio che dalla stazione di vedetta di Gruica abbiano potuto scorgere i Mas: avranno dato l’allarme a Lussino, ed ecco che hanno inviato dei cacciatorpediniere per darmi

la caccia. Chiamo Gori e gli mostro il fumo che si fa sempre più manifesto, che si avvicina… Noi stiamo navigando

verso il largo e probabilmente chi viene alla nostra ricerca ancora non ci ha scorti, ma io sono impaziente di appurare di che si tratta. Perciò accosto a dritta e dirigo verso il fumo. Noi siamo pronti a tutto: del resto, anche se tentassimo di sottrarci a tutta forza, non potendo sviluppare più di venti miglia, una volta avvistati saremmo inseguiti, cannoneggiati,

affondati... Meglio approfittare della luce ancora incerta e se possibile farsi sotto ed attaccare... A piccolo moto, seguito dal Mas 21, dirigo incontro al fumo, prendendo la rotta di collisione... Aguzzo lo sguardo ed intravedo le

soprastrutture di grosse navi, forse un tutt’intorno delle siluranti! Attento Gori! Avvertire Mas 21 che abbiamo di prua una divisione navale, certamente nemica... Il cuore mi dà un tuffo: c’è da fare buona caccia stamane... Avvicinando il nemico mi accorsi dell’esattezza dell’ipotesi, trattandosi di due grosse navi scortate da otto o diecicacciatorpediniere che le proteggevano di prora, di poppa e sui fianchi. Decisi di eseguire il lancio alla minima distanza possibile e perciò diressi in modo da portarmi all’attacco passando fra i due caccia che fiancheggiavano la prima nave a una distanza di non oltre 300 metri. I due siluri colpivano la nave, scoppiavano quellodi dritta fra il primo e il secondo ciminiere, e quello di sinistra fra il ciminiere poppiere e la poppa, sollevando due grandi nuvole di acqua e fumo nerastro. I siluri, essendo preparati per l’attacco contro siluranti, erano regolati a metri 1,5. La nave non eseguì alcuna manovra per evitare i siluri…».

La medaglia d’oro

 

A riconoscimento dell’eroismo dimostrato in azione, il capitano Luigi Rizzo venne insignito della Croce di Cavaliere

dell’Ordine Militare di Savoia, ma in seguito al suo rifiuto (Rizzo era di ideali repubblicani) l’onorificenza venne commutata in una medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione: «Comandante di una sezione di piccole

siluranti in perlustrazione nelle acque della Dalmazia, avvistava una poderosa forza navale nemica, composta di due corazzate e numerosi cacciatorpediniere e senza esitare, noncurante del grande rischio, dirigeva immediatamente

con la sezione all’attacco. Attraversava con incredibile audacia e somma perizia marinaresca la linea fortissima delle scorte e lanciava due siluri contro una delle corazzate nemiche colpendola ripetutamente in modo da affondarla. Liberavasi con grande abilità dal cerchio di cacciatorpediniere che da ogni lato gli sbarrava

il cammino e inseguito e cannoneggiato da uno di essi, con il lancio di una

bomba di profondità lo faceva desistere dall’inseguimento, danneggiandolo gravemente. Costa Dalmata, notte sul

10 giugno 1918». Fra le tante note curiose è da segnalare che quello della “Santo Stefano” è uno dei soli tre affondamenti filmati di corazzate (primo caso nella storia), assieme a quelli dell’inglese “Barham” e della

statunitense “Arizona”. Nel 1939, l’anniversario dell’affondamento viene scelto per celebrare la festa della Marina Militare italiana. Spostata al 4 dicembre (giorno di Santa Barbara) nel periodo 1950-1964, tornerà in seguito ad essere celebrata il 10 giugno. Il capitano Luigi Rizzo fu l’unico italiano ad essere decorato con due medaglie d’oro nel corso della Prima guerra mondiale (la prima gli era stata conferita per l’affondamento della coraz corazzata“Wien” nel porto di Trieste.

La festa della Marina

 

10 giugno, festa della Marina militare italiana. La scelta di questa data richiede una piccola nota storica. Dicembre 1917:

dopo la disfatta di Caporetto l’esercito si difende arroccato disperatamente lungo il Piave. Il morale del Paese è a terra.

Arrivano in quel momento alcune azioni della Marina che lo risollevano. Protagonisti sono i nuovi barchini motosiluranti,

i Motoscafi Anti Sommergibili, i MAS, sigla che d’Annunzio interpreta a suo modo in “Memento Audere Semper”

(Ricordati di osare sempre). L’Italia ne ha ben 400. Sono unità geniali, una tattica di guerra per mare assolutamente

innovativa. In pratica la flotta austriaca evita di farsi vedere. Non si deve pensare a macchine perfette, i Mas ovviamente

non lo erano. Avevano sì dei motori silenziati, ma… insomma… non certo tanto silenziosi da non essere uditi. Luigi Rizzo riesce ad entrare nel porto di Trieste controllato dagli austriaci e il 10 dicembre del 1917 affonda la corazzata Wien, ancorata nel vallone di Muggia. Non si tratta di un colpo di fortuna: Rizzo studiava attentamente ogni azione. Era riuscito già alcune volte ad entrare nel porto di Trieste la notte, aveva persino preso una pietra dal molo a testimonianza

della sfida alle difese austriache. Poi venne la beffa maggiore: Buccari, il 10 gennaio 1918. A bordo dei

Mas, Luigi Rizzo, Gabriele d’Annunzio e Costanzo Ciano superano le difese austriache percorrendo tutta la profonda

baia, lasciano delle bandierine italiane e un messaggio del poeta dentro alcune bottiglie, e beffano di nuovo gli austriaci

ritornando sani e salvi alla base. Il 10 giugno del 1918 la situazione italiana è ancora molto grave. Gli austriaci premono per sfondare sul Piave. Organizzano anche un attacco navale, con l’obiettivo di attanagliare la flotta italiana. Infatti, l’ammiraglio Horty, al comando della flotta austriaca, aveva preparato un piano con due gruppi di attacco costituiti dagli “esploratori”, belle unità, moderne per l’epoca, di 3500 tonnellate, che avrebbero dovuto attaccare lo sbarramento

del canale d’Otranto e Otranto stessa proprio per stanare le forze italiane. Le unità maggiori della flotta austriaca

erano già state predisposte nel basso Adriatico pronte per accerchiarle qualora fossero uscite. Ma sempre Rizzo, in

missione con due Mas, sorprende vicino all’isola di Premuda la corazzata austriaca “Santo Stefano”, la colpisce con due

siluri e la affonda. Blocca così l’attacco della Kriegsmarine. Gli austriaci hanno, pronto con la sua macchina, un cineoperatore per testimoniare il successo della trappola che stanno preparando per la flotta italiana. Invece quel cameraman si trova a riprendere il successo dell’attacco italiano, con le clamorose agghiaccianti immagini della “Santo Stefano” che affonda… inesorabilmente… con i marinai che si buttano a mare nel tentativo di salvarsi… provano anche a prenderla a rimorchio ma la velocità con cui si inclinava li fa desistere… in quell’immagine del filmato c’è il ribaltamento della “Santo Stefano”… gli austriaci si tolgono il cappello… per omaggio… Rizzo diventò ammiraglio, ottenne la seconda medaglia d’oro e anche il titolo di conte di Grado e Premuda. Ma forse il riconoscimento più alto è il fatto che, in ricordo dell’impresa di Premuda, il 10 giugno di ogni anno si celebra la “Festa della Marina militare italiana”.

LA CORAZZATA SANTO STEFANO ( SMS Szent István)

La SMS Szent István (nella storiografia italiana nota anche come Santo Stefano) fu una corazzata della k.u.k. Kriegsmarine (Imperiale e Regia Marina austro-ungarica). La nave, che doveva il suo nome a Santo Stefano d'Ungheria, faceva parte assieme alle altre corazzate Viribus Unitis, Prinz Eugen e Tegetthoff della classe Viribus Unitis.

Impiegata di rado nel corso della prima guerra mondiale, la Szent István fu affondata il 10 giugno 1918 nei pressi dell'isola di Premuda in Dalmazia in seguito ad un attacco di motosiluranti italiane, operazione in seguito celebrata come Impresa di Premuda.

Indice

Costruzione

La costruzione della nave venne commissionata al cantiere navale fiumano "Danubius" in virtù di un compromesso con la classe politica ungherese che pretese la costruzione di una corazzata a Fiume, che all'epoca apparteneva alla parte ungherese della Duplice Monarchia.

La costruzione della corazzata venne avviata 1912 e la nave ultimata due anni dopo. Durante il varo, avvenuto il 17 gennaio 1914, una catena d'ancora colpì due operai del cantiere, uccidendone uno.

La costruzione dell'unità richiese investimenti per il cantiere non attrezzato per la costruzioni di navi di questa stazza.

In seguito la nave venne dotata degli armamenti necessari in un apposito bacino ed allo scoppio della prima guerra mondiale venne trasferita nell'arsenale militare di Pola per essere ultimata.

L'unità entrò in servizio soltanto il 17 novembre 1915, con 17 mesi di ritardo sul programma originario. Il nome Santo Stefano, in onore del Re fondatore dello stato ungherese, venne attribuito solamente il 13 dicembre 1915 dopo l'entrata in servizio.

Servizio

Nel corso della guerra la Szent István ricoprì un ruolo decisamente marginale e rimase spesso alla fonda nell'arsenale di Pola. Le prime operazioni risalgono ai mesi di novembre e dicembre 1915, quando la corazzata effettuò diverse uscite di prova, saggiando la potenza del suo armamento nel canale di Fasana (appena fuori Pola, vicino all'isola di Brioni). Il 23 dicembre la nave fu ufficialmente attribuita alla 1ª squadriglia e il 10 febbraio seguente ripeté l'uscita con le sue navi sorelle. Eccetto un paio di uscite per esercitazioni a marzo (Adriatico) ed agosto (canale di Fasana), per tutto il 1916 la Szent István rimase ancorata nel golfo di Pola; le ripetute incursioni aeree italiane sul porto di Pola non rappresentarono un pericolo per la nave.

Il 15 dicembre 1916 il nuovo imperatore Carlo I d'Austria visitò la corazzata, mentre il 12 dicembre 1917 fu il turno dell'imperatore Guglielmo II di Germania. Per tutto il 1917 la nave proseguì la propria monotona esistenza tra uscite per esercitazioni e attacchi aerei italiani.

Il 1918 vide la Szent István uscire una sola volta dalla rada prima dell'affondamento, quando assieme alla nave sorella Viribus Unitis si diresse verso l'isoletta di San Giovanni in Pelago (a sud di Rovigno) per le sue ultime prove di tiro.

L'affondamento

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Impresa di Premuda.

Il 27 febbraio 1918 l'ammiraglio Miklós Horthy era stato nominato comandante della flotta austro-ungarica. In seguito alla sua decisione di impiegare le nuove corazzate in una grandiosa operazione nell'Adriatico meridionale (per forzare lo sbarramento navale del Canale d'Otranto), il giorno 8 giugno la Viribus Unitis e la Prinz Eugen uscirono dal golfo di Pola con sette navi d'appoggio, seguite l'indomani dalla Szent István e dalla Tegetthoff con un cacciatorpediniere e sei torpediniere. Dato che per ragioni di segretezza il presidio a difesa del porto non era informato dell'uscita delle navi, l'uscita dal porto non poté avvenire che alle 22.15 anziché alle 21.00 come preventivato.

La notte del 10 giugno 1918 i due motosiluranti italiani MAS 15 e MAS 21, comandati dal capitano di corvetta Luigi Rizzo e ancorati nei pressi dell'isolotto di Lutrošnjak di fronte a Premuda, notarono verso le ore 3.15 una grossa colonna di fumo proveniente da nord. Resisi conto che si trattava di navi nemiche, col favore dell'oscurità si fecero strada a bassa velocità tra le navi del convoglio. Alle 03.30 circa la Santo Stefano, che stava procedendo a una velocità di 14 nodi, venne colpita a dritta da due siluri del MAS 15 lanciati da una distanza di 600 metri, mentre uno dei siluri del MAS 21 colpì la Tegetthoff, ma la mancata esplosione del siluro risparmiò agli austriaci la perdita di una seconda corazzata. Entrambe le motosiluranti riuscirono poi a portarsi in salvo ad Ancona.

Il primo siluro centrò la nave tra la prima e la seconda ciminiera, mentre il secondo all'altezza della ciminiera poppiera. Tra nuvole di fumo e di acqua la nave cominciò a imbarcare grandi quantità d'acqua e a sviluppare incendi nella zona caldaie. Nel tentativo di porre in salvo la nave (le due caldaie anteriori di sinistra erano ancora funzionanti) il comandante Heinrich Seitz modificò la rotta, puntando alla velocità di 4,5 nodi verso l'isola di Melada a SE. La Tegetthoff prese poi la corazzata in traino, ma per il pericolo di rovesciamento le funi dovettero essere sciolte. Alle 6.05 la nave iniziò a rovesciarsi, e nel giro di sette minuti scomparve tra i flutti. L'affondamento della Szent István fu facilitato dai difetti intrinseci della nave: un basso dislocamento e alto centro di gravità, unito all'enorme peso dei cannoni. Tuttavia, il tributo di vite umane fu relativamente modesto (quattro ufficiali e 85 marinai) grazie al fatto che tutti i marinai austriaci dovevano imparare a nuotare prima di entrare in servizio.

La perdita della Santo Stefano fu un duro colpo per la Marina Austro-Ungarica, che da quel momento sospese ogni azione sul mare. In Italia, l'Impresa di Premuda, una delle più audaci operazioni nella storia della Marina italiana, ebbe vasta eco e servì a rafforzare il morale delle truppe al fronte.

A riconoscimento dell'eroismo dimostrato in azione, il capitano Rizzo venne insignito della Croce di Cavaliere dell'Ordine militare di Savoia, ma in seguito al suo rifiuto (Rizzo era di ideali repubblicani) l'onorificenza venne commutata in una medaglia d'oro al valor militare con la seguente motivazione:


« Comandante di una sezione di piccole siluranti in perlustrazione nelle acque della Dalmazia, avvistava una poderosa forza navale nemica, composta di due corazzate e numerosi cacciatorpediniere e senza esitare, noncurante del grande rischio, dirigeva immediatamente con la sezione all'attacco. Attraversava con incredibile audacia e somma perizia marinaresca la linea fortissima delle scorte e lanciava due siluri contro una delle corazzate nemiche colpendola ripetutamente in modo da affondarla. Liberavasi con grande abilità dal cerchio di cacciatorpediniere che da ogni lato gli sbarrava il cammino e inseguito e cannoneggiato da uno di essi, con il lancio di una bomba di profondità lo faceva desistere dall'inseguimento, danneggiandolo gravemente.
Costa Dalmata, notte sul 10 giugno 1918
 »

Curiosità

  • Assieme alla HMS Barham e all'USS Arizona, la Szent István è una delle tre corazzate il cui affondamento è stato filmato (primo caso nella storia).
  • L'anniversario dell'affondamento della Szent István è celebrato come festa della Marina Militare Italiana. Tale ricorrenza, istituita nel 1939, venne spostata al 4 dicembre (giorno di Santa Barbara) nel periodo 1950-1964, ma è in seguito tornata ad essere il 10 giugno.
  • Il capitano Luigi Rizzo fu l'unico ufficiale italiano ad essere stato decorato con due medaglie d'oro nel corso della prima guerra mondiale: precedentemente all'Impresa di Premuda, Rizzo era stato infatti decorato per via dell'affondamento della corazzata SMS Wien nel porto di Trieste.
  • Una delle sue ancore è tutt'oggi esposta davanti alla facciata del Museo storico navale di Venezia, insieme a quella della gemella Tegetthoff.
La corazzata Santo Stefano
La corazzata Santo Stefano
Il capitano di corvetta Luigi Rizzo, comandante del Mas 15.
Il capitano di corvetta Luigi Rizzo, comandante del Mas 15.
II CC Luigi Rizzo con gli equipaggi dei M.A.S. 15 e 21
II CC Luigi Rizzo con gli equipaggi dei M.A.S. 15 e 21
l'AFFONDAMENTO DELLA CORAZZATA
l'AFFONDAMENTO DELLA CORAZZATA