Fronte italiano (prima guerra mondiale)

 

Fronte italiano (in tedesco Gebirgskrieg, guerra di montagna) è il nome dato all'insieme di operazioni belliche e di battaglie combattute dall'Esercito italiano e i suoi alleati contro le armate di Austria-Ungheria e Germania nell'Italia nord orientale durante la prima guerra mondiale. Questo conflitto, conosciuto anche con il nome di "guerra italo-austriaca"[1], o "quarta guerra di indipendenza"[2], vide l'Italia impegnata a fianco alle forze della Triplice Intesa contro gli Imperi Centrali e in particolare contro l'Austria-Ungheria, dalla quale avrebbe potuto acquisire la provincia del Trentino, Trieste e altri territori quali il Sud Tirolo, l'Istria e la Dalmazia. Nonostante l'Italia intendesse sfruttare l'effetto sorpresa per condurre una veloce offensiva, volta ad occupare le principali città austriache, il conflitto si trasformò ben presto in una sanguinosa guerra di posizione, simile a quella che si stava combattendo sul fronte occidentale.

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Le cause[modifica]

Sebbene l'Italia fosse un membro della Triplice Alleanza con Austria-Ungheria e Germania, non entrò in guerra nell'agosto 1914, sostenendo che nessuno dei suoi alleati era stato attaccato direttamente. L'Italia aveva inoltre una forte rivalità con l'Austria-Ungheria che risaliva al congresso di Vienna del 1815, dopo le guerre napoleoniche, quando città a maggioranza italiana vennero cedute all'Austria. Nelle prime fasi del conflitto l'Italia venne incoraggiata dai diplomatici alleati ad entrare in guerra, giungendo infine alla firma del patto di Londra del 26 aprile 1915 in cui l'Italia si svincolava dagli obblighi della Triplice Alleanza. Il 23 maggio, l'Italia dichiarò guerra all'Austria-Ungheria.

Campagne del 1915-1916[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci guerra bianca in Adamello e battaglia di monte Piana.

All'alba del 24 maggio il Regio Esercito sparò la prima salva di cannone contro le postazioni austro-ungariche asserragliate a Cervignano del Friuli che, poche ore più tardi, divenne la prima città conquistata. All'alba dello stesso giorno la flotta austro-ungarica bombardò la stazione ferroviaria di Manfredonia; alle 23:56, bombardò Ancona. Lo stesso 24 maggio cadde il primo soldato italiano, Riccardo di Giusto.

I primi scontri sull'Isonzo[modifica]

La prima mossa dell'Italia fu un'offensiva mirata a conquistare la città di Gorizia, di là del fiume Isonzo. L'esercito italiano era però scarsamente dotato di artiglieria, mezzi e munizioni. All'inizio della guerra, l'esercito disponeva solamente di 600 veicoli per il trasporto truppe. I cavalli erano ancora il principale mezzo di trasporto e avevano serie difficoltà a spostare i rifornimenti nell'aspro terreno alpino. Inoltre, il nuovo comandante in capo italiano, Luigi Cadorna, non aveva esperienza sul campo ed era poco popolare tra le truppe.

Il comando delle forze armate italiane fu affidato al generale Luigi Cadorna. Il nuovo fronte aperto dall'Italia ebbe come teatro l'arco alpino dallo Stelvio al mare Adriatico e lo sforzo principale tendente allo sfondamento del fronte fu attuato nella regione della valli isontine, in direzione di Lubiana. Anche qui, dopo un'iniziale avanzata italiana, gli austro-ungarici ricevettero l'ordine di trincerarsi e resistere. Si arrivò così a una guerra di trincea simile a quella che si stava svolgendo sul fronte occidentale: l'unica differenza consisteva nel fatto che, mentre sul fronte occidentale le trincee erano scavate nel fango, sul fronte italiano erano scavate nelle rocce e nei ghiacciai delle Alpi, fino ed oltre i 3.000 metri di altitudine.

Nei primi mesi di guerra l'Italia sferrò quattro offensive contro gli austro-ungarici ad est. Queste furono:

In quest'ultime le perdite italiane ammontarono a oltre 60.000 morti e più di 150.000 feriti, il che equivaleva a circa un quarto delle forze mobilitate. Degna di menzione è l'offensiva nell'alto Cadore sul Col di Lana tendente a tagliare una delle principali vie di rifornimento al settore Trentino attraverso la Val Pusteria. Questo teatro di operazioni fu secondario rispetto alla spinta ad est, tuttavia ebbe il merito di bloccare, in seguito, contingenti austro-ungarici: la zona di operazioni si avvicinava infatti più di ogni altro settore del fronte a vie di comunicazione strategiche per l'approvvigionamento del fronte tirolese e trentino.

All'inizio delle offensive, l'Italia aveva una superiorità numerica sugli austriaci di 2 a 1, ma non riuscì a sfondare le potenti linee difensive sulle Alpi, poiché gli austriaci potevano difendersi da postazioni più elevate, e gli attacchi dovevano essere condotti arrampicandosi sulle pareti rocciose. Due settimane più tardi, gli italiani tentarono un altro assalto, sostenuti stavolta da un numero maggiore di pezzi d'artiglieria, ma furono respinti ancora. Fu effettuato un altro attacco, dal 18 ottobre al 4 novembre con 1.200 pezzi d'artiglieria, ma non vi furono risultati apprezzabili.

Offensiva italiana sul Col Basson[modifica]

L'offensiva del Basson fu una breve ma intensa battaglia combattuta sul fronte italiano nell'agosto del 1915. Se sull'Isonzo le prime offensive lanciate dall'esercito italiano non ottennero risultati significativi, la prima, e forse l'unica, vera e propria offensiva italiana nel Trentino si rivelò un totale disastro. Nelle settimane precedenti alla battaglia, i comandi militari italiani (visto i deludenti risultati degli attacchi sull'Isonzo) avevano studiato rapidamente una nuova offensiva che avrebbe dovuto sfondare le linee austriache sull'Altopiano di Luserna e spianare così all'esercito italiano la strada per Trento. Ma l'attacco iniziale fu mal progettato e soprattutto mancarono informazioni cruciali sulla consistenza e sul numero dei difensori.

Nonostante tutto, il 25 agosto alle ore 23.00 il generale Pasquale Oro ordinò l'attacco. Tale attacco si concentrò soprattutto in due parti del fronte: contro le forze austriache dei forti di Cima Vezzena e Busa Verle (per l'appunto denominate difese del Vezzena-Verle) e contro le postazioni sul col Basson. Le prime fasi dell'attacco videro un leggero successo italiano: i fanti della Brigata Ivrea riuscirono ad occupare le prime trincee nemiche e a guadagnare qualche chilometro lungo il fronte. Tuttavia la micidiale difesa del Vezzena-Verle poté ritirarsi senza gravi perdite e a riorganizzarsi nel bosco di Varagna proprio sotto il forte Vezzena. Qui si arrestò la prima ondata di attacco. Nonostante l'operazione non si stesse volgendo come previsto, l'attacco contro le postazioni austriache del col Basson fu ordinato. Fu una decisione cruciale per l'esito dell'offensiva: senza un obbiettivo preciso e una tattica ben studiata, i soldati italiani avanzarono disordinatamente sotto l'incessante fuoco nemico.

Mano a mano che salivano il colle le difese austriache si facevano sempre più fitte e strenue. Si andò avanti così fino all'alba successiva, quando il tenente col. Riveri ricevette l'ordine di ritirata mentre gli austriaci, compresa la situazione di disordine degli attaccanti, uscivano dalle loro postazioni per una provvisoria controffensiva. Comunque gli italiani anche se avessero superato il colle si sarebbero ritrovati addosso le linee nemiche della malga Millegrobbe prima del forte Luserna.

L'offensiva su Asiago[modifica]

In seguito al fallimento delle offensive italiane, gli austriaci cominciarono a preparare una controffensiva (Strafexpedition, ovvero spedizione punitiva) che, partendo dal Trentino, sarebbe stata diretta verso l'altopiano di Asiago. L'offensiva iniziò l'11 marzo 1916, quando 15 divisioni sfondarono le linee italiane. Il comandante delle forze italiane nel territorio era stato avvertito di un imminente attacco, ma scelse di portare avanti degli attacchi di minore portata piuttosto che preparare le difese. Il risultato fu che gli italiani si trovarono impreparati all'attacco ed il disastro venne evitato solamente spostando nel settore delle operazioni altre truppe, sottratte ad altri fronti.

Successive battaglie dell'Isonzo[modifica]

A giugno gli austro-ungarici sfondarono in Trentino arrivando ad occupare tutto l'altopiano di Asiago; l'esercito italiano riuscì a fatica a fermare l'offensiva e gli austro-ungarici si ritirarono tornando a rinforzare le loro posizioni sul Carso. L'offensiva fu significativamente chiamata Battaglia degli Altipiani. Il 4 agosto iniziò la Sesta battaglia dell'Isonzo che portò il 9 agosto alla conquista della città di Gorizia che, pur non essendo di importanza strategica, verrà presa ad un prezzo altissimo (20.000 morti e 50.000 feriti). L'anno si concluse con altre tre offensive:

Anche queste tre battaglie, che pure contarono 37.000 morti e 88.000 feriti, non portarono a conquiste significative. Nell'ultima parte dell'anno gli italiani riuscirono ad avanzare di qualche chilometro in Trentino, ma per tutto l'inverno del 1916-1917, sul fronte dell'Isonzo, tra il Carso e Monfalcone, la situazione rimase stazionaria.

La speranza dell'Intesa era che con l'entrata in guerra degli italiani si indebolisse l'esercito degli Imperi Centrali, che sarebbe stato impegnato su tre fronti, ma questo avvenne solo in parte, anche a causa dell'indebolimento della Russia sul fronte interno. Del resto, proprio l'indebolimento russo rese più rilevante l'intervento italiano, importante, tra l'altro, perché permetteva la chiusura dell'accerchiamento degli Imperi Centrali ed il blocco dei loro rifornimenti: il che portò al finale crollo del loro "fronte interno".

1917: Caporetto e la partecipazione della Germania[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Undicesima battaglia dell'Isonzo.
La battaglia di Caporetto e la ritirata Italiana verso il Piave.

In seguito ai modesti guadagni ottenuti nella Decima battaglia dell'Isonzo, gli italiani diressero due attacchi contro le linee austriache a nord e a est di Gorizia. L'avanzata a est venne bloccata senza troppa difficoltà, ma le forze italiane sotto il comando di Luigi Capello riuscirono a rompere le linee nemiche e a penetrare nell'altopiano di Bainsizza. Le truppe italiane erano quasi riuscite a ottenere la vittoria, ma furono costrette alla ritirata perché le linee di rifornimento non riuscivano a stare al passo dei reparti in prima linea.

Dopo l'Undicesima battaglia dell'Isonzo, gli austriaci, stremati, ricevettero l'ausilio delle divisioni tedesche arrivate dal fronte russo in seguito al fallimento dell'offensiva del generale russo Kerenskij (luglio 1917). I tedeschi introdussero l'utilizzo di tattiche di infiltrazione oltre le linee nemiche e aiutarono gli austriaci a preparare una nuova offensiva. Nel frattempo, le truppe italiane erano decimate dalle diserzioni e il morale era basso: i soldati erano costretti a vivere in condizioni disumane e a ingaggiare sanguinosi combattimenti che portavano ben pochi risultati.

La disfatta di Caporetto[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Battaglia di Caporetto e Battaglia di Caporetto (storiografia).

Visti gli esiti dell'ultima offensiva italiana, austro-ungarici e tedeschi decisero di contrattaccare. Il 24 ottobre gli austro-ungarici e i tedeschi sfondarono il fronte dell'Isonzo a nord convergendo su Caporetto e accerchiarono la 2ª Armata italiana, in particolare il IV ed il XXVII Corpo d'armata, comandato dal generale Pietro Badoglio.

Da lì gli austriaci avanzarono per 150 km in direzione sud-ovest raggiungendo Udine in soli quattro giorni. La disfatta di Caporetto provocò il crollo del fronte italiano sull'Isonzo con la conseguente ritirata delle armate schierate dall'Adriatico fino alla Valsugana, oltre alle perdite umane e di materiale; in due settimane andarono perduti 350.000 soldati fra morti, feriti, dispersi e prigionieri, ed altri 400.000 si sbandarono verso l'interno del paese [3]. La ritirata venne prima effettuata portando l'esercito lungo il Tagliamento, ed in seguito fino al Piave, l'11 novembre 1917, quando tutto il Veneto (Venezia compresa) sembrava potesse andare perduto.

In seguito Cadorna, invitato a far parte della Conferenza interalleata a Versailles, venne sostituito, per volere del nuovo presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando, dal generale Armando Diaz, l'8 novembre 1917, dopo che la ritirata si stabilizzò definitivamente sulla linea del monte Grappa e del Piave.

Gli austro-ungarici e i tedeschi chiusero il 1917 con le offensive sul Piave, sull'Altipiano di Asiago e sul monte Grappa, la ritirata sul fronte del Grappa-Piave però consentì all'esercito italiano, ora in mano a Diaz, di concentrare le sue forze su un fronte più breve e soprattutto, con un mutato atteggiamento tattico, più orgoglioso e determinato.
Gli austro-ungarici fermarono gli attacchi in attesa della primavera del 1918, preparando un'offensiva che li avrebbe dovuti portare a penetrare nella pianura veneta. La fine della guerra contro la Russia fece sì che la maggior parte dell'esercito impiegato sul fronte orientale potesse spostarsi a ovest.

L'offensiva austro-ungarica arrivò il 15 giugno: l'esercito dell'Impero attaccò con 66 divisioni nella cosiddetta battaglia del solstizio, che vide gli italiani resistere all'assalto e infliggere al nemico pesantissime perdite. Gli austro-ungarici, per i quali la battaglia del solstizio era l'ultima possibilità per dare una svolta al conflitto e ribaltarne le sorti, persero le loro speranze [4], e con i popoli dell'impero asburgico sull'orlo della rivoluzione, l'Italia anticipò ad ottobre l'offensiva prevista per il 1919, impedendo la prosecuzione dell'offensiva.

1918: La guerra termina[modifica]

La battaglia del Piave[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Prima battaglia del Piave.

A causa della loro veloce avanzata, gli austriaci avevano perso i contatti con le loro linee di rifornimento e furono costretti a fermarsi e a riunirsi. Gli italiani furono costretti a ripiegare fino alle linee difensive presso Venezia, sul Piave, dopo aver subìto perdite per circa 600.000 uomini dall'inizio della guerra. Nel novembre 1917, le truppe francesi e britanniche cominciarono ad affluire sul fronte italiano in maniera consistente. Nella primavera del 1918, la Germania ritirò le proprie truppe per utilizzarle nell'imminente offensiva di primavera sul fronte occidentale. I comandi austriaci cominciarono allora a cercare un modo per porre fine alla guerra in Italia. C'era infatti disaccordo tra i generali austro-ungarici su come condurre l'offensiva finale. L'Arciduca Giuseppe Augusto d'Asburgo-Lorena decise di condurre un attacco su due direttive.

La Battaglia del Piave iniziò con un attacco diversivo presso il passo del Tonale, fu facilmente respinto dagli italiani. Gli obiettivi dell'offensiva erano stati rivelati agli italiani da alcuni disertori austriaci, permettendo ai difensori di spostare due armate direttamente nelle zone prestabilite dal nemico. Gli attacchi sull'altra direttiva, condotti dal generale croato Svetozar Boroević von Bojna, ottennero qualche successo nelle prime fasi finché le linee di rifornimento austriache non furono bombardate e non arrivarono i rinforzi austriaci.

Il fronte italiano nel 1918 e la battaglia di Vittorio Veneto.

La battaglia decisiva: Vittorio Veneto[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Battaglia di Vittorio Veneto.

La battaglia del Piave non fu seguita da alcuna controffensiva, cosa che irritò gli alleati dell'Italia. L'esercito italiano aveva infatti subito ingenti perdite, e un'offensiva generale era considerata troppo rischiosa. Il nuovo Capo di Stato Maggiore Armando Diaz decise così di attendere che nuovi rifornimenti arrivassero dal fronte occidentale. Nell'ottobre 1918, l'Italia aveva finalmente abbastanza truppe per scatenare un'offensiva. Gli attacchi vennero concentrati su Vittorio Veneto, oltre il Piave. Le divisioni austriache combatterono coraggiosamente ma furono sopraffatte dalla superiorità numerica degli Alleati. Gli italiani sfondarono le linee nemiche presso Sernaglia della Battaglia, e vi impegnarono i rinforzi che distrussero il fronte difensivo austriaco. Il 3 novembre, 300.000 soldati austriaci si arresero. Il giorno seguente l'Austria-Ungheria, sfiancata dalla Battaglia di Vittorio Veneto, firmò l'armistizio che pose fine alla guerra sul fronte italiano.

Il Bollettino della Vittoria[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Bollettino della Vittoria.

Il Bollettino di Guerra del 4 novembre 1918, redatto dal generale Siciliani e firmato da Armando Diaz, Capo di stato Maggiore del Regio Esercito, tra le altre, diceva:

  « Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12

La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta.
[...]
I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.

Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, generale Diaz »
   

Il giorno seguente, mentre il generale Armando Diaz annunciava la vittoria, venivano occupate Rovigno, Parenzo, Zara, Lissa e Fiume, quest'ultima pur non prevista tra i territori nei quali sarebbero state inviate forze italiane venne occupata, come previsto da alcune clausole dell'Armistizio, in seguito agli eventi del 30 ottobre 1918 quando il Consiglio Nazionale, insediatosi nel municipio dopo la fuga degli ungheresi, aveva proclamato, sulla base dei principi wilsoniani, l'unione della città all'Italia. L'esercito italiano forzò la linea del Trattato di Londra intendendo occupare anche Lubiana, ma fu fermato poco oltre Postumia dalle truppe serbe.

Note[modifica]

  1. ^ Regio Esercito - Medaglia Guerra 1915-1918. URL consultato il 21-06-2011.
  2. ^ essendo da alcune fonti, visto come una sorta di conclusione simbolica del Risorgimento. vedi: archiviodistatopiacenza
  3. ^ Mario Silvestri, Caporetto, una battaglia e un enigma, pag. 3
  4. ^ visto che il paese era ormai a un passo dal baratro, assillato dall'impossibilità di continuare a sostenere lo sforzo bellico sul piano economico e soprattutto su quello morale, data l'incapacità della monarchia di farsi garante dell'integrità dello stato multinazionale asburgico.

 

Fonte: wikipedia