Battaglia di Vittorio Veneto

 

La battaglia di Vittorio Veneto fu combattuta tra il 24 ottobre ed il 3 novembre 1918, tra Vittorio Veneto e le Alpi Giulie, sul fronte italiano della prima guerra mondiale, tra Italia e Austria-Ungheria.
Seguì di pochi mesi la grande offensiva della battaglia del Solstizio che si infranse contro la linea del Piave e da cui l'esercito austriaco uscì quasi distrutto.
Viene celebrata in Italia come una grande battaglia e una delle più grandi vittorie dell'esercito italiano durante la guerra, ma di fatto fu una battaglia minore in quanto l'esercito avversario era prossimo al collasso e si arrese rapidamente alle truppe italiane in avanzata. L'evento segna la fine della guerra sul fronte italiano.

Secondo la storiografia ufficiale la battaglia riuscì a unire gli sforzi e i sentimenti patriottici di tutti gli italiani, potendo così essere considerata come l'ultimo atto del Risorgimento. Secondo altri studiosi invece, l'allontanamento di Cadorna, le mutate condizioni di vita in trincea, l'abolizione delle fucilazioni per futili motivi ricrearono nel soldato italiano quella voglia di combattere persa con il comandante precedente.

È stato infatti sottolineato come un fattore rilevante nella vittoria finale sia stato l'abbassamento del morale delle etnicamente composite truppe austro-ungariche, che sul finire della guerra non sentivano più la guerra come una difesa del suolo patrio, essendo venuti a conoscenza dei moti secessionisti nelle varie provincie dell'impero. Come successe per l'esercito italiano, anche quello austro-ungarico dovette subire condizioni di vita tremende in trincea: turni massacranti, uniti ad un sempre più scarso approvvigionamento di viveri, minarono il morale, facendo sì, proprio nella battaglia finale, che interi reparti si consegnassero al nemico, o smettessero di combattere in una sorta di sciopero della guerra, mentre le avanguardie italiane iniziavano la riconquista dei territori persi durante la disfatta di Caporetto. Va detto che già nell'estate del 1918 gli austriaci sul Piave ricevevano due etti di pane al dì e 2 etti di carne la settimana. Gli stessi, alle foci del fiume, nella zona di Cavazuccherina (ora Jesolo), morivano di malaria. Anche la qualità dell'armamento era venuta meno e spesso le granate non scoppiavano a causa dell'impoverimento delle polveri da sparo usate.

Indice

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Preludio[modifica]

Dopo anni passati tra inutili attacchi suicidi e l'immobilità del fronte, nella battaglia di Caporetto l'esercito italiano aveva perso più di 300.000 uomini e fu costretto alla ritirata, causando l'esodo di altrettanti civili (spaventati dalla propaganda ufficiale che gridava ai "turchi alle porte"[1]) e la sostituzione del comandante supremo Luigi Cadorna col generale Armando Diaz. Questo riorganizzò le truppe, bloccò l'avanzata nemica e stabilizzò il fronte presso il fiume Piave, resistendo e respingendo sul Piave e sul Monte Grappa l'ultimo disperato attacco austriaco del giugno 1918. La cosiddetta Battaglia del solstizio, infatti, fu una massiccia offensiva che rappresentava per gli austriaci l'ultima opportunità per sfondare il fronte italiano, ma grazie ad una migliore organizzazione tattico-strategica e a un rinnovato spirito di resistenza da parte italiana, si tramutò per l'Impero Austro-Ungarico in una disastrosa disfatta (le perdite austriache furono di circa 150.000 unità fra morti, feriti e dispersi), che lo mise in ulteriore gravissima difficoltà e pose le premesse per la vittoria finale dell'Italia, pochi mesi dopo.

L'attacco[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce seconda battaglia del monte Grappa.

Il 23 ottobre 1918 l'esercito italiano, supportato da un piccolo contingente di truppe alleate, si lanciò all'offensiva. Nella zona Ponte della Priula-Grave di Papadopoli, nei primi giorni l'ingrossamento del Piave in piena travolse le passerelle gettate e non permise un facile sfondamento. Dopo aver attraversato il Piave, il XXIV Corpo d'armata al comando del generale Enrico Caviglia liberò Vittorio Veneto (al tempo il suo nome era solo "Vittorio", "Veneto" fu aggiunto nel 1923), avanzò in direzione di Trento, e mandò i reparti celeri (la cavalleria) all'inseguimento del nemico in ritirata.

Conclusione[modifica]

Il 28 ottobre fu proclamata l'indipendenza della Cecoslovacchia, con conseguente disfacimento dell'Austria-Ungheria, che il 29 ottobre chiese la resa. Il giorno successivo giunse a Villa Giusti la commissione austriaca alla quale furono sottoposte le clausole del testo dell'armistizio. I membri della commissione però, non se la sentirono di assumersi la responsabilità nel sottoscrivere le condizioni imposte. Decisero quindi di prendere tempo, informando il Comando Supremo italiano di dover aspettare ulteriori disposizioni da parte delle autorità austriache. Nello stesso momento l'esercito italiano continuava ad avanzare e ad inseguire quello austriaco in ritirata. L'incertezza però era tale che si arrivò al mattino del 3 novembre senza che fosse stata presa una decisione da parte degli austriaci, mentre al fronte si continuava a morire. A quel punto allora, Diaz avvertì gli austriaci che se per la mezzanotte dello stesso giorno non si fosse giunti alla firma dell'armistizio, le trattative in corso sarebbero state annullate. L'ultimatum perentorio di Diaz contribuì a sbloccare la situazione e alle ore 15 del 3 novembre giunse a Villa Giusti il fonogramma del Capo di Stato Maggiore austriaco Arturo von Arz con il quale venivano accettate senza condizioni le condizioni poste dall'Italia e dall'Intesa. Di conseguenza il cessate il fuoco sarebbe entrato in vigore alle ore 15,00 del 4 novembre. Molti Comandi austriaci però, a causa di inesattezze avvenute nel ricevere o nel trasmettere il comunicato della resa, scambiarono l'ora della firma dell'armistizio con quella della cessazione delle ostilità, invitando i propri soldati a gettare le armi parecchie ore in anticipo. Gli italiani invece che erano ben informati, esercitarono il loro diritto continuando l'offensiva fino alle ore 15,00 del 4 novembre, e catturando gli avversari incontrati nella rapida e travolgente avanzata. Il Comando Supremo austriaco invece accusò violentemente l'Italia di aver trasgredito i patti e giungendo ad affermare che la vittoria italiana era inesistente, in quanto avvenuta su un esercito già arreso. L'onesta condotta dell'esercito italiano fu confermata dallo stesso Governo austriaco che aprì un'inchiesta proprio sulle vicende della guerra in Italia.[senza fonte]

Conseguenze[modifica]

La battaglia segnò la fine delle ostilità sul fronte italiano. La resa dell'Austria-Ungheria inflisse un duro colpo alla Germania, rimasta ormai sola, e che di lì a poco avrebbe chiesto la pace.

 

Fonte:wikipedia