Fonti di questa pagina: http://www.associazionedecimaflottigliamas.it/xmas/ e http://www.xflottigliamas.it/

Xª Flottiglia MAS (Regno d'Italia)

La [2] Flottiglia MAS[3], anche nota come Decima MAS, Xª MAS, 10ª Flottiglia MAS, o "la Decima", fu un'unità speciale della Regia Marina italiana, il cui nome è legato a numerose imprese belliche di assalto, incursione o guerra insidiosa.

Le imprese dell'unità, soprattutto nella fase iniziale, non furono coronate dal successo e comportarono molte perdite tra gli equipaggi, come nel caso del fallito attacco a Malta. Con il perfezionamento dei mezzi, si giunse a eclatanti successi come quello della Baia di Suda (25-26 marzo 1941) o dell'impresa di Alessandria del 19 dicembre 1941, che privò per un lungo periodo la Royal Navy delle sue navi da battaglia nel Mediterraneo.

Con l'armistizio dell'8 settembre 1943 l'unità rimase in gran parte bloccata a La Spezia, dove con il medesimo nome si riorganizzò in un corpo franco, poi entrato nella Marina Nazionale Repubblicana. Gli elementi rimasti al sud, assieme a numerosi prigionieri rilasciati dai campi di concentramento alleati, riorganizzarono l'unità con il nuovo nome di "Mariassalto": tale unità della Regia Marina, comandata dal capitano di fregata Ernesto Forza e di base a Taranto, continuò le attività belliche agli ordini degli Alleati.

Nel 1954 il gruppo fu ricostituito con il nome di Comsubin (Comando Subacqueo Incursori).

Indice

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Le origini: la prima guerra mondiale [modifica]

Coppia di MAS in esercitazione, 1918 circa

Le prime unità operative risalgono alle fasi iniziali della prima guerra mondiale, quando il cantiere navale veneziano SVAN (acronimo per: Società Veneziana Automobili Navali) fornì alla Regia Marina i suoi primi mezzi speciali denominati MAS, acronimo di Motobarca Armata SVAN. Le prime due unità, MAS 1 e MAS 2 furono completate nel giugno 1915[4].

La Regia Marina si era interessata ai motoscafi siluranti già a partire dal 1906[5], quando venne avviata la definizione di un progetto per una «barca torpediniera mossa da motore a scoppio», com'era definita all'epoca[6], capace di raggiungere una velocità massima di venti nodi e con una lunghezza di circa 15 metri[7]. Tale progetto rimase sulla carta fino al 1914. Lo scoppio della guerra diede nuovo impulso ed alla fine del 1914 la Regia Marina prendeva contatti con alcune ditte statunitensi vagliando contemporaneamente due progetti italiani[8], quello della Maccia Marchini e quello della SVAN, che porterà poi ai modelli di serie ordinati per la prima volta il 16 aprile 1915.

Questi modelli vennero successivamente prodotti anche da altri cantieri come l'Isotta Fraschini e la FIAT. L'acronimo MAS passò a significare Motobarca Armata Silurante, in seguito Motobarca si trasformò in Motoscafo. L'acronimo "MAS" fu sviluppato anche con altre definizioni, fra le quali, il motto Motum Animat Spes, e quella di Gabriele D'Annunzio, che vi fece aderire, come si legge nei suoi Taccuini, il motto Memento Audere Semper (ricordati di osare sempre).

D'Annunzio, che fu nell'equipaggio dei tre MAS che effettuarono la Beffa di Buccari, ebbe sempre una particolare simpatia per il nascente gruppo degli incursori della Marina e la sua influenza a livello politico gli consentì di propugnarne a più riprese il potenziamento. In ogni caso il vero merito alla prosecuzione delle imprese dei MAS e del loro sviluppo dal punto di vista tecnico è da attribuire all'allora capo di Stato Maggiore della Marina Paolo Emilio Thaon di Revel, che intuì subito il potenziale offensivo dei MAS[7]. Al momento dell'armistizio di Villa Giusti le industrie italiane avevano dato alla luce 419 MAS, dei quali 244 entrarono in servizio prima dell'ottobre 1918[7].

Si trattava di motoscafi derivati dai natanti turistici, ai quali venivano applicati apparecchi per il lancio di siluri; imbarcazioni di questo tipo dovevano servire a moltiplicare la potenzialità offensiva navale. Non si investiva, come si era fatto fino ad allora, in poche potentissime navi da guerra, ma si realizzavano molti piccoli, agili, economici natanti, la cui funzione era quella di attaccare le navi nemiche come velocissimi "lanciasiluri", sfruttando l'effetto sorpresa. Il concetto si dimostrò efficace e questi mezzi riportarono diversi successi sotto il comando di Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci, fra i quali l'impresa di Pola.

Oltre ai MAS, da cui derivò poi il nome del reparto, gli anni della prima guerra mondiale videro l'impiego di altri mezzi più vicini a quelli poi effettivamente impiegati nella seconda guerra mondiale, tra questi il barchino saltatore e la torpedine semovente[9].

Fra le incursioni più eclatanti vanno ricordate le imprese di Luigi Rizzo che nel dicembre del 1917 affondò a largo di Trieste la corazzata austriaca Wien e nel giugno del 1918 al largo di Premuda attaccò ed affondò la corazzata Santo Stefano. Si trattò dei due maggiori successi ottenuti dalla Regia Marina nella prima guerra mondiale.

Il forzamento del Canale di Fasana [modifica]

Data la continua inattività della flotta austro-ungarica nel mare Adriatico, il Capo di Stato Maggiore Thaon di Revel continuò a pensare di colpire le navi nemiche direttamente entro i loro porti. Una volta comunicate le sue intenzioni ai sottoposti, il capitano di vascello Morano Pignatti nell'estate 1916 si fece avanti con una proposta per il siluramento di una nave nemica più volte individuata dai ricognitori nel Canale di Fasana, non lontano da Pola: una torpediniera avrebbe preso a rimorchio un MAS e da Venezia si sarebbe avvicinata all'obiettivo contribuendo in seguito ad abbassare le ostruzioni che impedivano l'accesso al canale; una volta fatto questo il MAS sarebbe dovuto entrare nel varco per affondare l'imbarcazione nemica, quindi avrebbe dovuto far ritorno alla "nave-madre" che, con la protezione di un cacciatorpediniere, si sarebbe subito diretta alla città di partenza[10].

L'idea venne approvata da Thaon di Revel e subito iniziarono i preparativi in vista della missione. Il MAS 20 venne dotato di nuovi e più silenziosi motori elettrici, mentre nella torpediniera venne installato un meccanismo che mediante due grandi pesi fissati vicino alla prua era capace di abbassare le reti di ostruzione poste all'ingresso del canale. Nella notte tra l'1 ed il 2 novembre il cacciatorpediniere Zeffiro, la torpediniera e il MAS 20 (comandati rispettivamente da Costanzo Ciano, Domenico Cavagnari e Ildebrando Goiran[11]) erano pronti a salpare comandati da Pignatti, che aveva preso posizione nello Zeffiro.
Una volta arrivato al punto prestabilito il comandante Cavagnari manovrò abilmente la sua nave riuscendo ad abbassare in poco tempo le ostruzioni (formate da catene e cavi d'acciaio); immediatamente il motoscafo oltrepassò il varco, dove si posizionò il marinaio scelto Michelangelo De Angelis munito di lanterna con la quale avrebbe dovuto segnalare al MAS dove dirigersi per trovare facilmente l'uscita. Goiran navigò indisturbato lungo il canale in cerca di un bersaglio valido finché attorno alle ore 3:00 avvistò la sagoma del piroscafo Hars (7.400 t)[12]: Cavagnari lanciò prima un siluro e poi, non udendo nessuno scoppio, fece altrettanto con il secondo, ma neanche questo raggiunse il bersaglio a causa delle doppie reti protettive poste dagli austro-ungarici attorno all'imbarcazione. Non potendo più fare altro avendo esaurito le munizioni, il MAS volse la prua verso l'uscita recuperando il marinaio che li aspettava, e raggiunse lo Zeffiro poco tempo dopo.

Nonostante Pola fosse l'unica grande base dell'Adriatico, nonché centro del Comando Marina, la flotta austro-ungarica non abbandonò le sue posizioni neanche per tentare un'azione vendicativa[13]. Già dopo un anno dall'entrata in guerra la Marina italiana era riuscita a paralizzare la controparte nemica, costretta alla fonda nei suoi porti per timore di perdere le proprie navi.

L'affondamento della corazzata Wien [modifica]

Frammento della prua della Wien recuperato dopo la prima guerra mondiale ed ora esposto al Museo storico navale di Venezia

Nell'agosto 1917 la marina austro-ungarica dislocò due corazzate, la Wien e la Budapest, nel porto di Trieste per appoggiare dalla costa, se necessario, l'Imperial regio Esercito nella sua avanzata in territorio italiano.
La Marina italiana, che aveva alcuni cannoni 381 mm/40 AVS a Grado, e il regio Esercito, che allora comandava anche l'aviazione militare, avrebbero potuto attaccare le due navi da battaglia nemiche, ma il pericolo di danneggiare Trieste obbligò a trovare un'altra situazione, che si concretizzò nell'usare due MAS per svolgere il delicato compito. L'esisto infausto della battaglia di Caporetto ritardò le operazioni italiane di qualche mese, ma dopo la metà del novembre 1917 Morano Pignatti, lo stesso ideatore del forzamento del Canale di Fasana, mise a punto un piano di attacco che prevedeva l'utilizzazione di due torpediniere e due MAS, il numero 9 e 13[14].

Il 9 dicembre il gruppo di natanti italiani salpò da Venezia alle ore 17:00 raggiungendo verso le 22:45 il punto stabilito per il rilascio dei MAS (portati fin qui a rimorchio dalle torpediniere)[15]. Il MAS 9, pilotato da Luigi Rizzo, e il 13, guidato dal sottufficiale Andrea Ferrarini, navigarono silenziosamente fino alle ostruzioni che impedivano l'accesso al porto recidendo le funi metalliche grazie ad una cesoia, quindi entrarono nel vallone di Muggia in cerca delle corazzate da affondare. Una volta individuate i due comandanti si divisero ed alle ore 2:32 vennero lanciati i siluri, seguiti poco dopo da quattro esplosioni: due provenienti dalla Wien dovute al MAS di Rizzo, e due da una banchina vicina alla Budapest, mancata di poco da Ferrarini[16].
Senza perdere tempo i due motoscafi diressero verso l'uscita dove incontrarono le torpediniere che li riportarono a Venezia.

La Wien ora giaceva a 15 metri sotto il livello del mare[17], ma stavolta, diversamente che dopo l'attacco al Canale di Fasana, la marina austro-ungarica tentò un'azione di forza bombardando due volte Cortellazzo, senza procedere ad ulteriori manovre.

La beffa di Buccari [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Beffa di Buccari.

Il primo forzamento di Pola [modifica]

La guerra vide anche impiegati i nuovi barchini saltatori, o meglio uno di essi, soprannominato Grillo una volta uscito dal Regio Arsenale di Venezia[18].

L'obiettivo designato era la più difesa base della k.u.k. Kriegsmarine, cioè quella di Pola. Il 9 marzo 1918 si tentò una sortita con quattro barchini, altrettante torpediniere e numerose unità di scorta, ma la formazione risultò troppo vistosa ed un analogo tentativo con due navi in meno non ebbe seguito perché arrivò tardi alla meta, sorte seguita da un'altra spedizione il 13 aprile 1918[19].
Il 13 maggio 1918 due torpediniere, i MAS 95 e 96 (pilotati da Costanzo Ciano e Andrea Berardinelli) e il Grillo (guidato dal comandante Mario Pellegrini), scortati da cinque cacciatorpediniere, riuscirono ad avvicinarsi velocemente al punto dove il barchino sarebbe dovuto entrare in acqua. Rapidamente Pellegrini navigò con il suo insolito mezzo fino alla prima linea di ostruzioni riuscendo ad agganciare le stesse con le apposite catene di cui era dotato il Grillo, ma subito venne illuminato da un faro nemico. Poco dopo gli italiani vennero raggiunti da colpi di arma da fuoco che tuttavia non gli impedirono di arrivare a superare la quarta ostruzione. A questo punto il comandante notò accorrere verso di lui un'imbarcazione: il tempo necessario a superare l'ultima ostruzione non bastava, e il battello nemico lo avrebbe sicuramente catturato insieme al suo equipaggio ed al barchino; fu così che si decise di affondare il Grillo, ma prima l'equipaggio avrebbe tentato di lanciare i due siluri nella speranza di colpire qualcosa. L'azione non riuscì perché Giuseppe Corrias, il fuochista di bordo, e lo stesso Pellegrini, si dimenticarono di togliere la sicura ai due ordigni[20].
Il tempo stringeva e prima che l'equipaggio potesse compiere altre azioni una cannonata colpì in pieno il barchino capovolgendolo e scaraventando il suo equipaggio in mare.

I tre membri dell'equipaggio (l'altro era il capo silurista Antonio Milani) vennero presi prigionieri e condotti alla base navale dove furono medicati. Terminata la guerra sarebbero tutti tornati in Italia.

L'affondamento della Szent István e della Viribus Unitis [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Impresa di Premuda e Impresa di Pola.

Missioni svolte nella prima guerra mondiale [modifica]

La Szent István affonda dopo essere stata silurata dal MAS del comandante Rizzo

Le tonnellate sotto specificate sono tonnellate di stazza, quindi unità di volume, e non di peso.[21]

  • Durazzo, 7 giugno 1916: - 2 MAS - Berardinelli, Pagano - affondamento piroscafo Lokrum (1.000 t)
  • San Giovanni di Medua, 16 giugno 1916: - 2 MAS - Berardinelli, Pagano - incursione nel porto che risultò privo di navi
  • Durazzo, 26 giugno 1916: 2 MAS - Berardinelli, Pagano - affondamento piroscafo Sarajevo (1.100 t)
  • Canale di Fasana, 2 novembre 1916: MAS 20 - Goiran - vengono lanciati due siluri, che però non superano le reti di protezione della nave presa come bersaglio
  • Trieste, Vallone di Muggia, 9-10 dicembre 1917: MAS 9 e 13 - Luigi Rizzo, Andrea Ferrarini - affondata corazzata Wien (5.600 t)
    • MAS 13: Ferrarini, Origoni, Volpi, Salvemini, Cassisa, Cabella, Dagnino, Piccirillo, Pessina
    • MAS 9: Rizzo, Battaglini, Martini, Foggi, Mazzella, Orsi, Poltri, Camini, Sansolini
  • Beffa di Buccari, febbraio 1918: MAS 94, 95, 96 - Gabriele D'Annunzio, Costanzo Ciano, Luigi Rizzo - azione dimostrativa di forzamento del porto
  • Durazzo, giugno 1918: 2 MAS - Pagano, Azzi - affondato il piroscafo Bregenz (3.900 t)
  • Pola, 13-14 maggio 1918: MAS 95 e 96, 1 barchino saltatore - Ciano, Berardinelli, Pellegrini - superate quattro delle cinque ostruzioni con perdita del barchino e del suo equipaggio
  • Impresa di Premuda, 10 giugno 1918: MAS 15 e 21 - Luigi Rizzo, Giuseppe Aonzo (MAS 21), Armando Gori (MAS 15) - affondata corazzata Szent István (Santo Stefano)
  • Impresa di Pola, 31 ottobre-1 novembre 1918: Raffaele Rossetti, Raffaele Paolucci - forzatura del porto a nuoto con una torpedine semovente e affondamento della corazzata Viribus Unitis (20.000 t) e il vicino piroscafo Wien (7.400 t)

A queste missioni se ne devono aggiungere altre, di minore portata, che avevano vari obiettivi come l'attacco a forze navali, posa di mine e scorta di convogli.

Tra le due guerre mondiali: formazione della 1ª Flottiglia MAS [modifica]

I componenti della 1ª Flottiglia MAS nel 1939. Da sinistra a destra sottotenente di vascello Luigi Durand de la Penne (medaglia d'oro), capitano (GN) Teseo Tesei (medaglia d'oro), capitano Bruno Falcomatà (medaglia d'oro), capitano di fregata Paolo Aloisi (medaglia d'argento), tenente (GN) Gian Gastone Bertozzi (medaglia d'argento), tenente di vascello Gino Birindelli (medaglia d'oro), capitano (AN) Gustavo Maria Stefanini, guardiamarina Giulio Centurione.

Negli anni dopo la fine della prima guerra mondiale la Marina non dedicò molta attenzione ai motoscafi d'assalto, data l'ormai affermata potenza italiana in ambito marittimo e visti i pacifici rapporti esistenti con Gran Bretagna e Francia, i principali "avversari" presenti nel Mediterraneo[22]. L'inizio del grande sviluppo dell'incursione subacquea risale però al 1935, quando la guerra d'Etiopia sconvolse gli equilibri politici fino a quel momento esistenti; è in quell'anno infatti che due ufficiali, Teseo Tesei ed Elios Toschi, iniziarono a mettere mano a un progetto che nei loro intenti doveva servire a colmare la disparità di mezzi tra la Regia Marina e la più potente forza navale dell'epoca, la Royal Navy, in quel periodo fortemente presente nel Mar Mediterraneo. Venne così costituita la 1ª Flottiglia MAS comandata dal capitano di fregata Paolo Aloisi, incaricata di organizzare i mezzi d'assalto della Marina, cosa che iniziò verso la fine dell'aprile 1939 in una tenuta della famiglia Salviati situata nei dintorni della foce del fiume Serchio[23]. Inoltre nel 1936, vennero realizzati i primi esemplari di barchini progettati da Aimone di Savoia-Aosta[24], comandante di GeneralMAS, dalla quale dipendevano sia la 1ª Flottiglia MAS che le motosiluranti.

Il punto di partenza furono le versioni rinnovate dei MAS e i siluri. Nell'idea di Toschi e Tesei il siluro diventava un mezzo di incursione subacquea. Nacque così l'SLC (Siluro a Lenta Corsa): siluri elettrici in grado di trasportare due uomini oltre alla testa esplosiva sganciabile, che veniva fissata dai due operatori alla chiglia della nave nemica.
Questo mezzo è meglio noto con il nomignolo di maiale: l'origine del soprannome è incerta e da una parte vi è la forma goffa del mezzo, dall'altra il fatto che erano mezzi lenti e poco agili. I maiali erano portati sul luogo delle operazioni, generalmente nelle vicinanze di un porto nemico, per mezzo di sommergibili trasportatori, modificati per ospitare alcune di queste unità sul ponte. Inizialmente non era previsto l'utilizzo dei cassoni stagni contenitori dei mezzi d'assalto, ma solo delle staffe di ancoraggio al sommergibile stesso, questo però comportava un'immersione massima per il sommergibile trasportatore di soli 30 metri, quota massima operativa sperimentata per gli SLC. Per ovviare a questa limitazione, che tra l'altro rendeva il sommergibile più facilmente visibile da parte del nemico, si decise di montare sul ponte del sommergibile dei cassoni stagni di forma cilindrica, costruiti nei cantieri OTO Melara di La Spezia

Oltre ai MAS e SLC vennero sviluppati anche gli MTM (Motoscafi da Turismo Modificati): i barchini esplosivi.

La ricerca venne interrotta con la fine della guerra d'Etiopia, per riprendere solo alla fine del 1939. Alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale la Marina decise di riprendere gli studi per l'impiego operativo del maiale e dei barchini. L'attività della flottiglia inizialmente fu tesa alla sperimentazione in segreto delle nuove armi della Marina; diventò quindi un'unità speciale, ad attività riservata.

La seconda guerra mondiale: la Xª Flottiglia MAS [modifica]

Un orologio Radiomir Panerai con quadrante luminoso attraverso una miscela a base di radio, per l'epoca materiale ad alta tecnologia, fornito alla Regia Marina per gli incursori.

Fu confermato l'utilizzo dei mezzi presenti nella 1ª Flottiglia e fu riconosciuta formalmente la specialità degli uomini d'assalto, sommozzatori in grado di nuotare fino a sotto le navi nemiche per collocarvi dell'esplosivo. I mezzi usati per trasportare queste testate esplosive, del peso di circa 300 kg, erano dei siluri modificati, appunto i Siluri a Lenta Corsa. Il reparto subacqueo era ora comandato dal tenente di vascello Junio Valerio Borghese. Nel centro esisteva un Reparto tecnico-sperimentale, comandato dal tenente di vascello Angelo Belloni, per gli studi e le indagini sulle applicazioni di nuove attrezzature, che dovevano migliorare l'efficienza e la sicurezza di tutte le apparecchiature subacquee in dotazione alla flottiglia. Tra gli utilizzatori vi era il Gruppo Gamma, comandato dal tenente di vascello Eugenio Wolk; questo gruppo introdusse l'impiego di pinne e guanti palmati durante gli addestramenti alle future missioni[25].

Quanto ai motoscafi modificati, i barchini esplosivi, essi vennero inquadrati in una unità comandata da Giorgio Giobbe[26], che non venne inizialmente utilizzata perché queste imbarcazioni venivano considerate "mezzi di ripiego"[27]. I "barchini" avevano il loro rifugio alla Spezia e precisamente al "Balipedio[28] Cottrau", sulla via di Porto Venere[29].

Per il successo delle incursioni era necessario anche un equipaggiamento speciale, non solo dal punto di vista dei mezzi offensivi, ma anche dei dispositivi di navigazione (bussole) e degli accessori (profondimetri): il tutto fu oggetto di un attento studio.

Un Operatore Gamma della Xª MAS.

Ma in primo piano veniva sempre la fortissima motivazione con la quale gli incursori andavano in azione, diretta contro il potenziale bellico piuttosto che contro gli uomini.

  « Nel corso di tutta la seconda guerra mondiale i mezzi d’assalto della Marina Italiana hanno subito perdite percentuali elevatissime, hanno inflitto duri colpi al nemico in momenti particolarmente critici della situazione navale nel Mediterraneo, ma non hanno ucciso praticamente nessuno...
...il mezzo d'assalto è stato l'unico mezzo di guerra che mirò unicamente alla distruzione del materiale del nemico... »
 
(dal libro dell'ammiraglio Virgilio Spigai "Cento uomini contro due flotte"[25])

Gli esordi [modifica]

Il sommergibile Gondar in banchina alla Spezia; si notino a prua della falsatorre i due contenitori cilindrici destinati ad ospitare i Siluri a Lenta Corsa

Le prime azioni di attacco si conclusero con risultati poco incoraggianti, a volte disastrosi. Nella prima missione, denominata G.A.1, destinata ad attaccare la rada di Alessandria d'Egitto, il 22 agosto 1940 nel golfo di Bomba il sommergibile Iride, che aveva caricato quattro SLC dalla motonave Calipso, e la motonave Monte Gargano, vennero affondati dagli inglesi con elevate perdite umane. Cinque marinai dell'Iride, silurato da uno Swordfish, vennero salvati proprio da alcuni degli incursori che al momento dell'affondamento del sommergibile erano temporaneamente sulla Monte Gargano.
Una seconda operazione contro Alessandria, la G.A.2, ed una contro Gibilterra, la B.G.1, si conclusero senza esiti positivi, anche se con minori perdite umane[30]: nella missione G.A.2 vi fu un morto e il sommergibile Gondar venne autoaffondato dopo un'agonia di diverse ore, mentre la seconda, condotta dal comandante Borghese sul sommergibile Scirè, venne annullata quando il sommergibile era già alla volta di Gibilterra, perché la squadra navale bersaglio dell'incursione era uscita dal porto[26]. Con l'affondamento del Gondar, oltre all'equipaggio vennero fatti prigionieri dagli inglesi il comandante Giorgini e anche diversi incursori.

La ricostruzione [modifica]

Dopo questi costosi fallimenti iniziali, in seguito alla cattura del comandante Giorgini, il comando dell'intero reparto incursori venne affidato al capitano di fregata Vittorio Moccagatta. Il 15 marzo 1941 la 1ª Flottiglia MAS fu ribattezzata proprio su proposta (fatta il 10 marzo 1941) 10ª Flottiglia MAS[31]. Il nuovo nome fu scelto in riferimento alla legione prediletta di Giulio Cesare, la Legio X Gemina.

Il 29 ottobre 1940 lo Scirè (comandato ancora da Borghese e con tre SLC a bordo), tentò nuovamente un'azione denominata B.G.1 contro Gibilterra, che venne interrotta e ritentata con denominazione B.G.2 il 30 dello stesso mese. La coppia de la Penne - Bianchi venne subito intravista da un'imbarcazione nemica e per non destare sospetti portarono in immersione il loro SLC, che però si guastò non permettendo più la risalita. I due assaltatori lo abbandonarono e raggiunsero a nuoto la costa spagnola. Tesei e Pedretti, che pilotavano un altro SLC, furono capaci di arrivare all'imboccatura del porto, ma al momento dell'immersione constatarono che i loro respiratori non funzionavano, e dovettero desistere affondando il mezzo e nuotando fino alla riva spagnola, da dove vennero rimpatriati assieme a de la Penne e Bianchi[32]. Birindelli e Paccagnini, nonostante problemi di galleggiamento con il loro mezzo, un respiratore bucato e una velocità alquanto ridotta, riuscirono con grande abilità ad arrivare a 70 metri dalla corazzata Barham[33] superando le reti antisiluro poste in sua difesa. A questo punto, inaspettatamente, l'SLC si bloccò sul fondale. Birindelli (rimasto solo in quanto Paccagnini era risalito in superficie per mancanza di ossigeno) tentò di trascinare la testata fin sotto la nave nemica, ma dopo poco tempo dovette abbandonare i suoi propositi in quanto stremato. Risalito in superficie tentò di fuggire, ma venne scoperto e preso prigioniero assieme a Paccagnini dai soldati inglesi.

La missione fu un totale insuccesso, ma almeno era stata dimostrata la capacità degli incursori di penetrare in un porto nemico ben presidiato.

I primi successi [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce attacco alla Baia di Suda.
  « Se la Xª MAS fosse stata pienamente operativa nel giugno 1940, quando gli inglesi non disponevano ancora dell'Ultra né di buoni sistemi di vigilanza nei porti di Alessandria, Gibilterra e La Valletta, la guerra probabilmente avrebbe avuto un esito assai diverso.[34] »
   
Il relitto della HMS York ispezionato da una squadra di marinai della torpediniera Sirio dopo la resa di Creta

La prima azione coronata da successo fu quella del 25 marzo 1941[35]: sei barchini esplosivi presero di mira diverse unità nemiche nella baia di Suda, a Creta, affondando fra l'altro l'incrociatore York. L'incursione, con al comando il tenente di vascello Luigi Faggioni, venne effettuata appunto da sei MTM che riuscirono a forzare durante la notte le ostruzioni della baia e rimasero in attesa fino a che le luci dell'alba permisero di individuare chiaramente le sagome degli obbiettivi ancorati in rada. Un barchino centrò lo York, che si adagiò sul fondale, ma con danni talmente gravi che non venne comunque recuperato; un secondo, pilotato dal sergente cannoniere Emilio Barberi, che per l'azione verrà decorato con la medaglia d'oro al valor militare[36], centrò la petroliera Pericles, ed il terzo mancò il suo bersaglio programmato centrando un molo. Le altre unità ebbero problemi di natura meccanica o relativi ai malesseri dei piloti dovuti alle condizioni estreme nelle quali operavano; gli equipaggi causarono quindi l'affondamento dei loro mezzi.

Alcune operazioni successive, comunque, non andarono a buon fine. Nell'aprile 1941 venne tentata una ricognizione offensiva nelle acque di Corfù (Grecia), precisamente a Porto Edda, comandata dallo stesso Moccagatta. Due MAS, il 539 e il 535, scortarono due MTS[37], il primo con equipaggio il capitano di corvetta Giorgio Giobbe e il sottotenente di vascello Aldo Massarini, ed il secondo con il sottotenente di vascello Renato Iovine ed il 2º capo motorista Enrico Cerruti. La missione venne abortita[30]. Inoltre la notte tra il 25 e il 26 maggio 1941, la missione B.G.3, ancora con obiettivo Gibilterra e basata su tre SLC partiti dal sommergibile Sciré, venne annullata, ma tutti gli operatori rientrarono alla base[30].

L'attacco a Malta e la morte di Tesei [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce attacco a Malta.

Nel maggio successivo fu tentata un'altra missione contro il porto di Gibilterra, ancora con il sommergibile Scirè comandato dal tenente di vascello Junio Valerio Borghese e ancora caratterizzata da un fallimento dovuto a problemi tecnici dei mezzi.

Il Forte Sant'Elmo nel 2008; a destra, il vuoto occupato prima dell'attacco dalle ostruzioni fatte saltare dagli MTM italiani

A luglio un'ambiziosa e temeraria azione contro Malta, denominata Malta 2, finì invece in un disastro. Il 25 e 26 luglio 1941 la Xª MAS provò ad attaccare il possedimento inglese partendo dalla nave appoggio Diana e da due MAS, il 451 del sottotenente di vascello Giorgio Sciolette ed il 452 al comando del tenente di vascello Giobatta Parodi (recante a bordo il capitano di fregata Vittorio Moccagatta ed il capitano medico Bruno Falcomatà); con loro un consistente gruppo di barchini esplosivi e due SLC: il piano operativo prevedeva che durante la notte l'SLC facesse saltare le ostruzioni di ponte sant'Elmo che chiudevano il porto di La Valletta, e immediatamente i barchini avrebbero dovuto irrompere nel varco e colpire le navi all'ancora. L'altro SLC avrebbe dovuto attaccare i sommergibili inglesi in porto.

L'attacco iniziale alle ostruzioni doveva essere portato dal maggiore Tesei, fondatore del gruppo, che visto il ritardo accumulato a causa delle varie avarie ai mezzi si portò con il suo SLC insieme al 2º capo palombaro Alcide Pedretti per far saltare le ostruzioni[38]. Le difese dell'isola erano però entrate in stato di allerta grazie agli avvistamenti radar; Tesei saltò in aria col suo mezzo spolettato a tempo zero (esplosione immediata)[39] facendo crollare una parte del ponte girevole di sant'Elmo, ma ostruendo anche il passaggio; molti degli incursori che si lanciarono in successione contro l'entrata vennero falciati dalle postazioni che difendevano l'imboccatura di una delle due baie che costituiscono il porto, Marsamuscetto (l'altra è il Grand Harbour, o Porto Grande); infine, all'alba, decollarono dagli aeroporti dell'isola (Ħal Far e Luqa) trenta aerei da caccia Hurricane inglesi del 126º, 185º e 251º Squadron che individuarono le navi appoggio italiane e le colpirono duramente, causando anche molti morti e feriti, tra i quali Moccagatta, nonostante venissero contrastati da dieci caccia Macchi MC.200 del 54º Stormo. Nella battaglia aerea secondo gli italiani vennero abbattuti tre Hurricane contro due Macchi, mentre gli inglesi affermarono di aver abbattuto tre Macchi perdendo un solo Hurricane.


Per l'azione a Tesei verrà concessa la medaglia d'oro al valor militare alla memoria, così come a Pedretti (entrambi reduci da una prima missione contro Gibilterra e superstiti all'affondamento del sommergibile Iride durante l'operazione G.A.1), e a Moccagatta[40]. Il bilancio complessivo dell'azione fu di 15 morti, 18 prigionieri e la perdita di due MAS, due SLC e otto MTM.

I fallimenti furono comunque utili per accumulare esperienza e mettere a punto tecniche e materiali. Anche l'episodio di Malta, che avrebbe potuto segnare la fine dell'incursione subacquea, divenne invece lo sprone per fare meglio: nuove risorse furono assegnate ai reparti d'assalto, mentre a quelli subacquei e di superficie si affiancò il nuovo "Gruppo Gamma", costituito da nuotatori d'assalto[41].

Il 20 settembre 1941 finalmente i "maiali" dello Scirè a Gibilterra riuscirono ad affondare due piroscafi e una petroliera militare. Il dicembre successivo la Xª Flottiglia MAS effettuava l'azione più nota, l'affondamento delle navi da battaglia britanniche HMS Valiant e la nave ammiraglia HMS Queen Elizabeth.

L'affondamento della Valiant e della Queen Elizabeth [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce impresa di Alessandria.
  « ...sei Italiani equipaggiati con materiali di costo irrisorio hanno fatto vacillare l'equilibrio militare in Mediterraneo a vantaggio dell'Asse. »
 

La più celebre delle azioni della Xª Flottiglia MAS (operazione G.A.3), l'affondamento delle corazzate inglesi Valiant e Queen Elizabeth e della petroliera Sagona ormeggiate nel porto di Alessandria d'Egitto, venne effettuata il 19 dicembre 1941. Si trattò di una sorta di rivincita delle forze armate italiane per le gravi perdite navali subite nella notte di Taranto (ottobre 1940). È rimasta famosa anche come Impresa di Alessandria.

La notte del 3 dicembre il sommergibile Sciré comandato dal tenente di vascello Junio Valerio Borghese lasciò La Spezia per la missione G.A.3. Dopo uno scalo a Lero, in Egeo, giunti sul posto dopo il trasferimento aereo dall'Italia, per imbarcare gli operatori dei mezzi d'assalto, il 14 dicembre il sommergibile si diresse verso la costa egiziana per l'attacco previsto nella notte del 17. Una violenta mareggiata però fece ritardare l'azione di un giorno. La notte del 18, con condizioni del mare ottimali, approfittando dell'arrivo di tre cacciatorpediniere che obbligarono i britannici ad aprire un varco nelle difese del porto, i tre SLC (Siluro a Lenta Corsa), pilotati ciascuno da due uomini di equipaggio, penetrarono nella base per dirigersi verso i loro obiettivi. Gli incursori dovevano giungere sotto la chiglia del proprio bersaglio, piazzare la carica d'esplosivo e successivamente abbandonare la zona dirigendosi a terra e autonomamente cercare di raggiungere il sommergibile che li avrebbe attesi qualche giorno dopo al largo di Rosetta.

La HMS Queen Elizabeth circondata da reti parasiluri nel porto di Alessandria prima dell'attacco.

L'equipaggio Durand de la Penne - Bianchi sul maiale nº 221 puntò verso la nave da battaglia Valiant. Perso il secondo a causa di un malore, de la Penne trascinò sul fondo il proprio mezzo fino a posizionarlo sotto la carena della nave da battaglia prima di affiorare, essere catturato e portato proprio sulla corazzata. Dopo poco, gli inglesi catturarono anche Bianchi, che era risalito alla superficie e si era aggrappato ad una boa di ormeggio della corazzata, e lo rinchiusero nello stesso compartimento sotto la linea di galleggiamento nel quale avevano portato Durand de la Penne, nella speranza di convincerli a rivelare il posizionamento delle cariche. Alle 05:30, a mezz'ora dallo scoppio, de la Penne chiamò il personale di sorveglianza per farsi condurre dall'ammiraglio Cunningham, comandante della Mediterranean Fleet, ed informarlo del rischio corso dall'equipaggio; ciò nonostante Cunningham fece riportare l'ufficiale italiano dov'era. All'ora prevista l'esplosione squarciò la carena della corazzata provocando l'allagamento di diversi compartimenti mentre molti altri venivano invasi dal fumo, ma il compartimento che ospitava gli italiani rimase intatto e i due vennero evacuati insieme al resto dell'equipaggio[42].

Martellotta e Mario Marino, sul maiale nº 222, costretti a navigare in superficie a causa di un malore del primo, condussero il loro attacco alla petroliera Sagona. Dopo aver preso terra vennero anch'essi catturati dagli egiziani. Intorno alle sei del mattino successivo ebbero luogo le esplosioni. Quattro navi furono gravemente danneggiate nell'impresa: oltre alle tre citate anche il cacciatorpediniere HMS Jervis, ormeggiato a fianco della Sagona, fu infatti vittima delle cariche posate dagli assaltatori italiani.

Esemplare di "Siluro San Bartolomeo" (altro tipo di "siluro a lenta corsa") della seconda guerra mondiale, esposto nel Submarine Museum, Gosport.

Antonio Marceglia e Schergat sul maiale nº 223, in una «missione perfetta»[43], «da manuale»[44] rispetto a quelle degli altri operatori, attaccarono invece la Queen Elizabeth, alla quale agganciarono la testata esplosiva del loro maiale, quindi raggiunsero terra e riuscirono ad allontanarsi da Alessandria, per essere catturati il giorno successivo, a causa dell'approssimazione con la quale il nostro servizio segreto militare, il SIM, aveva preparato la fuga: vennero date agli incursori banconote che non avevano più corso legale in Egitto e per cercare di cambiare le quali l'equipaggio perse tempo. Nonostante il tentativo degli italiani di spacciarsi per marinai francesi appartenenti all'equipaggio di una delle navi in rada, vennero riconosciuti e catturati[45].

Sebbene l'azione fosse stata un successo, le navi si adagiarono sul fondo, e non fu immediatamente possibile avere la certezza che non fossero in grado di riprendere il mare. Nonostante tutto, le perdite di vite umane furono molto contenute: solo 8 marinai persero la vita.[46]

L'azione italiana costò agli inglesi, in termini di naviglio pesante messo fuori uso, come una battaglia navale perduta e fu tenuta per lungo tempo nascosta anche a causa della cattura degli equipaggi italiani che effettuarono la missione. La Valiant subì danni alla carena in un'area di 20 x 10 m a sinistra della torre A[47], con allagamento del magazzino munizioni A e di vari compartimenti contigui. Anche gli ingranaggi della stessa torre vennero danneggiati e il movimento meccanico impossibilitato, oltre a danni all'impianto elettrico. La nave dovette trasferirsi a Durban per le riparazioni più importanti che vennero effettuate tra il 15 aprile ed il 7 luglio 1942[48]. Le caldaie e le turbine rimasero però intatte. La Queen Elizabeth invece fu squarciata sotto la sala caldaie B con una falla di 65 x 30 m che passava da dritta a sinistra, danneggiando l'impianto elettrico ed allagando anche i magazzini munizioni da 4,5", ma lasciando intatte le torri principali e secondarie. La nave riprese il mare solo per essere trasferita a Norfolk, in Virginia, dove rimase in riparazione per 17 mesi.

Per la prima volta dall'inizio del conflitto, la flotta italiana si trovava in netta superiorità rispetto a quella britannica, a cui non era rimasta operativa alcuna corazzata (la HMS Barham era stata a sua volta affondata da un sommergibile tedesco il 25 novembre 1941). La Mediterranean Fleet alla fine del 1941 disponeva solo di quattro incrociatori leggeri e alcuni cacciatorpediniere[49].

L'ammiraglio Cunningham per ingannare i ricognitori italiani decise di rimanere con tutto l'equipaggio a bordo dell'ammiraglia che, fortunatamente per lui, si appoggiò sul fondale poco profondo. Per mantenere credibile l'inganno nei confronti della ricognizione aerea, sulle navi si svolgevano regolarmente le cerimonie quotidiane, come l'alzabandiera[42]. Poiché l'affondamento avvenne in acque basse le due navi da battaglia furono recuperate negli anni successivi, ma la sconfitta rappresentò un colpo durissimo per la flotta britannica, che condizionò la strategia operativa anche ben lontano dal teatro operativo del Mediterraneo. A questo proposito, Churchill scrisse[50]:

  «  Tutte le nostre speranze di riuscire a inviare in Estremo Oriente delle forze navali dipendevano dalla possibilità d’impegnare sin dall’inizio con successo le forze navali avversarie nel Mediterraneo »
   

Tuttavia contrasti tra gli Stati Maggiori dell'Asse non permisero di sfruttare questa grande occasione di conquistare il predominio aeronavale nel Mediterraneo e occupare Malta.[51].

Durante il periodo dell'armistizio de la Penne venne decorato con la medaglia d'oro al valor militare[52] che gli venne appuntata dal commodoro sir Charles Morgan, ex comandante della Valiant. Stessa decorazione venne concessa agli altri cinque incursori[53].

Dietro le linee [modifica]

Infiltrazione a Malta [modifica]

Una delle attività meno note del reparto fu quella di infiltrazione/esfiltrazione di sabotatori e membri dei servizi segreti dietro le linee nemiche. Uno dei casi più importanti fu quello di Carmelo Borg Pisani, sottocapomanipolo[54] della Milizia Marittima di origine maltese, irredentista venuto in Italia ed iscrittosi al Partito Nazionale Fascista per contribuire alla lotta antibritannica[55][56] [57][58] ed alla conseguente unione di Malta all'Italia.[59][60] [61] [62]

Nella notte tra il 17 e il 18 maggio 1942 Borg Pisani, che aveva seguito un corso di infiltrazione e tecniche di sabotaggio, si imbarcò come "sabotatore-informatore" ad Augusta sul MTSM (Motoscafo da Turismo Silurante Modificato) 214 in forza alla Xª Flottiglia Mas. Questo mezzo dipendeva dalla squadriglia di MTSM di base ad Augusta che svolgeva una intensa attività nelle acque di Malta, al comando del tenente di vascello Ongarillo Ungarelli. La notte dello sbarco Ungarelli accompagnò di persona la missione, che serviva a preparare il programmato sbarco a Malta, l'Operazione C3, che poi non venne effettuato. Data l'importanza della missione, il mezzo d'assalto, che procedeva di conserva col MTSM 218, fu scortato dalla torpediniera Abba (una torpediniera della classe Pilo, detta tre pipe) e dai MAS 451 e 452 fino a una distanza di sicurezza rispetto agli impianti radar dell'isola.

Separatesi dalla scorta, gli MTSM 214 e 218 proseguirono con i motori al minimo e in prossimità della costa inviarono dapprima un battello del MTSM 218 con un esperto nuotatore, che però fu trascinato dalle correnti e fatto prigioniero il giorno dopo. Successivamente l'MTSM 214 proseguì la sua navigazione silenziosa fino a circa 150 metri dalla scogliera, nella cala di Ras Id Dawara, verso il punto di approdo prescelto, posto sulla costa sud-ovest di Malta in una zona rocciosa presso l'isolotto di Filfola. Il luogo era stato scelto dallo stesso Borg Pisani, in virtù della sua conoscenza dei luoghi. Dopo l'approdo, però, l'ufficiale non riuscì a scalare la parete rocciosa e perse il battello con l'attrezzatura a causa dei marosi. Dopo due giorni di tentativi fu scorto da una vedetta inglese di pattuglia, processato ed impiccato; a Borg Pisani venne concessa la medaglia d'oro al valor militare alla memoria[63].

Azioni in Turchia [modifica]

Un altro sommozzatore che agì dietro le linee nemiche fu Luigi Ferraro, entrato negli operatori gamma nel 1942.

Nello stesso anno la sconfitta italo-tedesca nella seconda battaglia di El Alamein portò Ferraro ad ideare una missione che doveva svolgersi a Tripoli: egli avrebbe dovuto raggiungere la capitale libica prima degli inglesi e assumere i panni di normale cittadino per poi, una volta che la Royal Navy fosse entrata nel porto, compiere azioni di sabotaggio. Per far questo però egli chiese di portare con sé, come aiuto, sua moglie Orietta Romano[64]. Eugenio Wolk, suo comandante, dopo un'iniziale incertezza si convinse a dare il nulla osta alla missione, e così Ferraro partì alla volta di Sfax, in Tunisia[65].
Gli eventi della guerra imposero all'italiano di rinunciare alla missione, in quanto Tripoli venne conquistata dagli inglesi prima che egli potesse raggiungerla.

Tornato in Italia, Junio Valerio Borghese, succeduto a Ernesto Forza nel comando della Xª Flottiglia MAS il 1º maggio 1943[66], gli affidò un'altra missione segreta: nel porto di Alessandretta gli Alleati praticavano da tempo un traffico di cromo[67], e lui avrebbe dovuto limitarlo affondando le navi che trasportavano il minerale, prestando la massima attenzione a non farsi scoprire in quanto la Turchia si era dichiarata neutrale.
Con dei falsi documenti che attestavano il suo status di diplomatico presso il consolato italiano, Ferraro raggiunse la sua destinazione verso la metà del maggio 1943. Dopo circa un mese passato a fingere di essere un normale diplomatico con addirittura la paura dell'acqua[68], il sommozzatore italiano (aiutato dall'agente del SIM Giovanni Roccardi) entrò in azione la sera del 30 giugno 1943[69]: al largo stazionava il piroscafo Orion (7.000 t[70]) che Ferraro raggiunse a nuoto portando con sé le cariche esplosive[71], si immerse per attaccare gli ordigni alla chiglia della nave, e ritornò a riva raggiungendo il consolato senza farsi scoprire. Il 7 luglio l'Orion saltò in aria insieme al suo carico.
Azioni simili vennero effettuate a Mersin ai danni dei piroscafi Kaituna (9 luglio) e Sicilian Prince (30 luglio), rispettivamente di 10.000 t e 5.000 t[70], e di nuovo ad Alessandretta contro la motonave Fernplant (1 agosto; 5.274 t[72]): la prima venne solamente danneggiata e un'ispezione inglese trovò una carica inesplosa, la seconda fu oggetto di controlli prima di salpare e gli ordigni vennero disinnescati, mentre la terza colò a picco[73].

Terminati i "bauletti" Ferraro con la scusa di una malattia tornò nell'Italia del nord e fu preso prigioniero dagli anglo-americani. Per le sue azioni gli vennero conferite quattro medaglie d'argento al valor militare, una per ogni azione. Nel dopoguerra queste gli vennero commutate con la medaglia d'oro al valor militare[74].

L'attività sino all'armistizio [modifica]

Lo Scirè con i contenitori per tre mezzi d'assalto sul ponte di coperta

Un secondo tentativo condotto contro Alessandria nel maggio del 1942 non ebbe esito. Intanto i tedeschi richiesero l'invio di un reparto di Incursori per bloccare i porti del Mar Nero, e cinque barchini siluranti e altrettanti esplosivi con i loro equipaggi si avviarono verso la Crimea a bordo di autocarri.

Altri barchini partirono per il nord Africa, dove operarono lungo la costa in appoggio alle operazioni terrestri. Intanto lo Scirè, del quale Borghese aveva ceduto il comando al tenente di vascello Bruno Zelich, venne affondato davanti ad Haifa: trasportava alcuni nuotatori d'assalto, che dovevano attaccare il porto. Il 27 luglio 1942 lo Scirè lasciò la Spezia con a bordo un gruppo di incursori, facendo tappa alla base italiana di Lero nel Dodecaneso per acquisire anche i risultati della ricognizione aerea. Ripartito il 6 agosto, non diede più notizie di sè. Si saprà poi che il 10 agosto 1942 lo Scirè era stato individuato ed affondato dal peschereccio armato inglese HMS Islay proprio nei pressi di Haifa, senza alcun superstite. I corpi di due degli incursori, il tenente di vascello Egil Chersi ed il capo Del Ben vennero recuperati sulla spiaggia e tumulati dagli inglesi con gli onori militari. Allo Scirè venne concessa una delle tre medaglie d'oro al valor militare conferite ad unità navali durante la guerra[44][75].

A partire dal luglio 1942 a Gibilterra il ruolo dello Scirè venne assunto dal piroscafo Olterra e come osservatorio, da Villa Carmela, basi segrete della Xª Flottiglia MAS in territorio spagnolo, neutrale. All'organizzazione delle due basi partecipava anche il SIM, con personale delle tre forze armate; tra questi il maggiore Ranieri di Campello, che dopo l'8 settembre 1943 partecipò alla campagna d'Italia nel Primo Raggruppamento Motorizzato[76]. Queste basi, dalle quali nuotatori e subacquei uscivano per attaccare le navi in rada, permisero al gruppo denominato Squadriglia dell'Orsa Maggiore e successivamente ad altri gruppi una serie di operazioni coronate da successo.

L'andamento sfavorevole del conflitto costrinse a ridurre progressivamente il numero delle missioni.

Vennero comunque valutate e pianificate azioni a Freetown (importante scalo per gli Alleati) e fino nel fiume Hudson a New York, ma non vennero mai realizzate. Era in programma anche un'azione per forzare il porto di Gibilterra in pieno giorno. In particolare l'azione contro il porto di New York venne valutata sia come azione in solitario della Xª Flottiglia MAS, che nella prospettiva di missione di supporto per l'azione della Regia Aeronautica denominata Operazione S. In questo caso un sommergibile della Decima avrebbe dovuto effettuare un rifornimento in pieno oceano Atlantico come scalo tecnico per l'idrovolante CANT Z.511. L'idea venne giudicata troppo azzardata, e la Regia Aeronautica optò successivamente per una missione senza scalo con un quadrimotore Savoia-Marchetti S.M.95, ma l'azione non venne mai compiuta[77]. L'azione in solitario della Xª Flottiglia MAS prevedeva, dopo la traversata atlantica iniziata a Bordeaux, l'avvicinamento al porto di New York da parte del sommergibile Leonardo da Vinci che, opportunamente modificato tramite la rimozione del cannone di bordo, avrebbe dovuto trasportare un mini sommergibile. Questo mini sommergibile, denominato CA, avrebbe poi risalito il fiume Hudson da Hamilton[78] fino al porto di New York per rilasciare gli operatori del Gruppo Gamma che avrebbero attaccato un grattacielo in città. L'attacco sarebbe stato di forte importanza dal punto di vista psicologico, si trattava infatti di dimostrare agli americani che non erano sicuri nemmeno in casa propria, ma anche questa missione rimase allo stadio di progetto a causa dell'armistizio.[79]

Fuori dal Mediterraneo [modifica]

La flottiglia operò alcuni dei suoi mezzi anche al di fuori del teatro del Mediterraneo, precisamente in Finlandia e nel Mar Nero.

All'inizio del 1942 vennero trasferiti in Finlandia i quattro MAS della 12ª Squadriglia[80], comandata dal capitano di corvetta Bianchini. L'unità, forte di 17 ufficiali, 19 sottufficiali e 63 tra sottocapi e comuni, iniziò ad operare dal 25 luglio 1942[80]. I mezzi operarono per 90 giorni durante la guerra di continuazione con personale italiano e furono infine ceduti ai finlandesi[81] tra il 5 e il 26 giugno 1943[82]. Erano quattro mezzi della classe 500 - seconda serie, precisamente il 526, 527, 528 e 529; ognuno di essi aveva dieci uomini di equipaggio[83]. L'unità era a sua volta parte del Distaccamento navale internazionale K (Laivasto-osasto K- LOs.K.), formato il 17 maggio 1942 da tedeschi, italiani e finlandesi, che tentò senza successo di interrompere il flusso dei rifornimenti russi attraverso il lago Ladoga in direzione della città di Leningrado assediata fin dal settembre 1941, nonostante alcuni successi locali[84]. Nel Mar Nero, invece, le operazioni furono molto più proficue e compresero l'attacco portato, ancorché senza successo a causa della mancata esplosione di un siluro, al modernissimo conduttore di flottiglia Tashkent[85], il grave danneggiamento dell'incrociatore Molotov e quello lieve del cacciatorpediniere Kharkov, l'affondamento del sommergibile Qquoka, attacchi a motozattere, cannoniere e navi mercantili.

Affondamenti e danneggiamenti di naviglio sino all'armistizio [modifica]

Con degli MTM come questo venne effettuato l'attacco alla baia di Suda

Missioni compiute dagli incursori della Xª Flottiglia MAS durante la seconda guerra mondiale sino all'armistizio; anche in questo caso le tonnellate sotto specificate sono tonnellate di stazza, quindi unità di volume, e non di peso[86].

  • Baia di Suda - 25-26 marzo 1941: affondamento dell'incrociatore York (8.250 t) e grave danneggiamento della nave cisterna Pericles (8.324 t)
  • Alessandria - dicembre 1941 (operazione G.A.3): poste fuori servizio le due navi da battaglia Queen Elizabeth e Valiant; danneggiamento della nave cisterna Sagona (7.750 t) e del cacciatorpediniere Jervis (1.690 t)
  • Sebastopoli - 10 giugno 1942: affondamento di una motonave da 5.000 t
  • Sebastopoli - 12 giugno 1942: danneggiamento di un piroscafo da 10.000 t successivamente affondato da aerei tedeschi
  • Sebastopoli - 18 giugno 1942: danneggiamento dell'incrociatore Molotov da 10.230 t e affondamento di due imbarcazioni armate
  • Sebastopoli - 19 giugno 1942: affondamento del sommergibile Qquoka
  • Sebastopoli - 1 luglio 1942: nell'occasione della capitolazione di Sebastopoli le unità della flottiglia svolsero un'intensa attività di rastrellamento, sostenendo scontri con motovedette e cannoniere. Affondamento di una motovedetta
  • Gibilterra - luglio 1942: danneggiamento dei piroscafi Meta (1.575 t), Shuma (1.494 t), Empire Snipe (2.497 t) e Baron Douglas (3.899 t).
  • Acque del Mar Nero: il tenente di vascello Emilio Legnani attaccò un incrociatore e un cacciatorpediniere affondando l'unità maggiore; venne decorato con medaglia d'oro al valor militare il 3 agosto 1942[87]
  • Algeri - dicembre 1942: affondamento dei piroscafi Ocean Vanquisher (7.147 t) e Berto (1.493 t); danneggiamento dei piroscafi Empire Centaur (7.041 t) e Armattan (6.587 t)
  • Gibilterra - maggio 1943: grave danneggiamento dei tre piroscafi Pat Harrison (7.000 t), Mashud (7.500 t) e Camerata (4.875 t).
  • Sebastopoli - 19 maggio 1943: danneggiamento, dopo aspro combattimento, di due motovedette sovietiche.
  • Alessandretta e Mersin - giugno, luglio e agosto 1943: affondamento dei piroscafi Orion (7.000 t) e Fernplant (5.274 t) e danneggiamento del piroscafo Kaituna (10.000 t)[88]
  • Gibilterra - agosto 1943: affondamento della petroliera Thorshov (10.000 t) e dei piroscafi Stanridge (6.000 t) e Harrison Gray Otis (7.000 t).

Per le attività svolte, il reparto fu decorato di medaglia d'oro al valor militare[89] con la motivazione:

  « Erede diretta delle glorie dei violatori di porti che stupirono il mondo con le loro gesta nella prima guerra mondiale e dettero alla Marina Italiana un primato finora ineguagliato, la X Flottiglia M.A.S. ha dimostrato che il seme gettato dagli eroi nel passato ha fruttato buona messe. In numerose audacissime imprese, sprezzante di ogni pericolo, fra difficoltà di ogni genere create, così, dalle difficili condizioni naturali, come nei perfetti apprestamenti difensivi dei porti, gli arditi dei reparti di assalto della Regia Marina, plasmati e guidati dalla X Flottiglia M.A.S., hanno saputo raggiungere il nemico nei più sicuri recessi dei muniti porti, affondando due navi da battaglia, due incrociatori, un cacciatorpediniere e numerosi piroscafi per oltre 100.000 tonnellate.

Fascio eletto di spiriti eroici, la X Flottiglia M.A.S. è rimasta fedele al suo motto: "Per il Re e la Bandiera".

Mediterraneo, 1940 - 1943 »
   

I mezzi impiegati durante la seconda guerra mondiale [modifica]

Un Siluro a Lenta Corsa, probabilmente al Varignano, in una foto dell'epoca
  • Avvicinatori - qualunque natante modificato per il trasporto e le operazioni di mezzi d'assalto. Tra i tanti: sommerigibili Scirè, Ambra; motopescherecci Cefalo, Sogliola; cacciatorpediniere Granatiere, Crispi, Sella, Grecale; avviso Diana; motoveliero Costanza
  • «Canguri» - due motosiluranti, classe CRDA 60 t. 2ª serie, gli MS 74 e MS 75, modificati per trasporto, messa in mare e recupero di mezzi d'assalto e SLC
  • Caproni CA e Caproni CB: sommergibili tascabili
  • M.A.S. - Motoscafo Anti Sommergibile
  • M.S. - Motosilurante
  • M.T.L. - Motoscafo Turismo Lento: unità per trasporto, messa in mare e recupero di due Siluri a Lenta Corsa; 6 unità consegnate all'armistizio[90].
  • Scafo «R» - piccolo kayak in alluminio; disponeva di una carica staccabile a prua e di un'elica propulsa da motore elettrico, in aggiunta ai remi; 4 unità consegnate all'armistizio[90].
  • Barchino esplosivo - circa 100 unità complessive tra[91]
    • M.A. - Motoscafo d'Assalto
    • M.A.T. - Motoscafo Avio Trasportato: motoscafo con la prua riempita di tritolo che avrebbe dovuto essere portato nel luogo dell'azione per via aerea, attaccato alla fusoliera di un idrovolante. L'interessamento di Domenico Cavagnari fece sì che nel febbraio 1936 venisse ordinato il primo M.A.T, collaudato prima della fine dell'anno con esito discreto. Nel 1937 un altro motoscafo era pronto e il 28 settembre dello stesso anno ne vennero ordinati dodici, ma successivamente la Regia Marina revocò l'ordine in quanto il M.A.T. presentava troppe incognite[92]
    • M.T.M. - Motoscafo Turismo Migliorato/Modificato, la serie principale
    • M.T.R. - Motoscafo Turismo Ridotto
    • M.T.R.M. - Motoscafo Turismo Ridotto Modificato
  • Motoscafi siluranti - circa 90 unità complessiva[91]
    • M.T.S. - Motoscafo Turismo Silurante, 4 unità consegnate
    • M.T.S.M. - Motoscafo Turismo Silurante Modificato, 32 unità consegnate
    • M.T.S.M.A. anche abbreviato in 'S.M.A.[91] - Motoscafo Turismo Silurante Modificato Allargato, ordinati 83 esemplari all'armistizio, di questi solo 3 consegnati; successivamente 97 ordinati dalla Kriegsmarine di cui circa 40 consegnati
  • V.A.S. - Vedetta Anti Sommergibile

Dopo l'Armistizio [modifica]

L'armistizio di Cassibile, reso noto l'8 settembre 1943, divise in due parti la Xª Flottiglia MAS. Quando l'ammiraglio Raffaele De Courten andò a chiedere consiglio al grande ammiraglio Paolo Thaon di Revel, questi rispose:

  « ...In momenti così delicati è doveroso lasciare massima libertà alle coscienze, purché esse siano sinceramente rivolte al bene del Paese »
   

Nella Regia Marina [modifica]

Con questi presupposti una parte, tra cui il capitano di vascello Ernesto Forza, rimase fedele al Regno d'Italia formando l'unità speciale denominata Mariassalto. A questi si unì Luigi Durand De La Penne una volta rimpatriato nel 1944, dopo la sua prigionia in India in seguito alla cattura avvenuta la notte dell'azione di Alessandria. Questa unità partecipò ad azioni al fianco delle unità alleate corrispondenti, in particolare per mantenere aperto il porto della Spezia, insieme ad omologhe unità inglesi, contro il tentativo dei tedeschi di affondare delle navi alla sua entrata. In particolare vennero effettuate due operazioni di rilievo. La prima, denominata QWZ[93], nella notte del 21 giugno 1944 nel porto di La Spezia portò all'affondamento dell'incrociatore pesante Bolzano, ultimo superstite della sua classe ed all'ulteriore danneggiamento dell'incrociatore Gorizia, già in riparazione per i danni subiti in un bombardamento. L'incursione, partita dal cacciatorpediniere Grecale e dalla motosilurante 74 appoggiati da un M.T.S.M., venne diretta dal capitano di vascello Forza che con due operatori gamma, i guardiamarina Francesco Berlingieri ed Andrea De Angelis, un pilota di SLC, il sottocapo nocchiero Corrado Gianni ed il sottotenente di vascello della Royal Navy Causer, penetrò nel porto con i chariot, i corrispondenti inglesi degli SLC, attaccando i due incrociatori[93]. Per questa azione verranno conferite tre medaglie d'argento al valor militare, tre di bronzo ed una croce di guerra al merito.

La portaerei Aquila dopo la seconda guerra mondiale in attesa della demolizione

La seconda, denominata Toast, venne svolta nella notte del 19 aprile 1945 da un gruppo di incursori, tra cui il sottotenente di vascello Nicola Conte[94] e il sottocapo Evelino Marcolini, ed aveva come obiettivo l'affondamento nel porto di Genova di quella che sarebbe dovuta diventare la prima portaerei italiana[95], l'Aquila, per impedire che venisse affondata dai tedeschi bloccando così l'ingresso del porto. Per l'affondamento dell'Aquila il sottocapo Marcolini e il sottotenente Conte vennero decorati di Medaglia d'Oro al Valor Militare[96]. Come menzionato nelle motivazioni del conferimento delle medaglie, gli incursori utilizzarono del materiale di dubbia efficacia, residuato delle operazioni precedenti, poiché non esisteva alcuna possibilità di rimpiazzo visto che i luoghi deputati alla ricerca, allo sviluppo e alla produzione erano tutti nelle mani dei tedeschi.

In questo gruppo era inquadrato anche il reparto NP (Nuotatori Paracadutisti) del reggimento San Marco, che effettuò numerose operazioni di infiltrazione dietro le linee nemiche, sbarcando da MAS italiani o da sommergibili, di norma autonomamente ma a volte portando un ufficiale di collegamento alleato[97]. Il reparto venne ricostituito a Taranto, inizialmente con una cinquantina di uomini sotto il comando del tenente di vascello statunitense Kelly[98]. Inizialmente l'attività venne concentrata su sbarchi e recuperi di informatori, rifornimento di materiali a gruppi partigiani e sabotaggi. Gli incursori venivano portati in zona sui mezzi della Regia Marina, poi raggiungevano la costa con battelli in gomma. Una zona dove vennero effettuate frequenti infiltrazioni era il delta del Po. A volte vennero portate a termine anche operazioni di dragaggi di mine in prossimità di punti presidiati dai tedeschi.

Tra gli esponenti più rappresentativi di questa unità figura il sottotenente Angelo Garrone. Questo ufficiale guidò molte spedizioni dietro le linee tedesche, come ad esempio quella del 20 luglio 1944 quando, sbarcati dal MAS 61 presso Ortona, fecero saltare un tratto di strada per interrompere il traffico sulla statale 16 Adriatica[99]; ancora il 18 novembre 1944 un altro sabotaggio partendo da un mezzo statunitense, conclusosi con la scoperta tedesca del gruppo e una rapida fuga; nel dicembre 1944 furono eseguite altre due missioni: la prima nella notte tra il 4 e il 5 dicembre con la Patrol Torpedo Boat statunitense Rebel, per rifornire i partigiani ed alcuni informatori, Montanino e Maletto; alla testa di 12 NP italiani era il capo di 3ª classe Vittorio Fanchin, subordinato agli ordini dell'ufficiale statunitense Crislow[100][101]. Altra missione in novembre nei pressi di Ancona, quando un gruppo di 15 NP al comando del sottotenente Ambrosi, trasportato sul MAS 31, con l'obiettivo di far saltare dei ponti (due ponti stradali ed uno ferroviario) fallisce l'obiettivo[99].

Gli NP furono il primo reparto alleato ad entrare in Venezia il 30 aprile 1945, dove si trovavano alcuni reparti tedeschi che non avevano ottemperato all'ordine di resa. Alle ore 17 del 27 aprile, in seguito ad una offensiva di reparti partigiani iniziata il 22, gli NP sbarcavano sull'isola di Bacucco (oggi chiamata Isolaverde), che si trova alla foce del Po di Goro e divide la sacca dello stesso dal mare[102]. Preso contatto con un gruppo di tedeschi, gli NP li impegnano in combattimento catturandone 14, dopodiché i tedeschi si diedero alla fuga. Lasciati i prigionieri sotto sorveglianza, il gruppo comandato dal sottotenente Garrone inseguì i fuggiaschi e ne catturò 12 unitamente ad un barcone a motore, armi, una tonnellata di viveri e 5 cavalli[103]. Il giorno dopo agli avamposti degli incursori si presentarono degli ucraini arruolati dai tedeschi per trattare la resa del loro reparto nelle mani di una formazione regolare e non di partigiani. Accettata la resa, con la condizione che i prigionieri non sarebbero stati restituiti ai russi, alle ore 8:00 del 28 aprile gli incursori sbarcano a Chioggia acclamati dalla popolazione; il 30 il reparto arriva a Venezia[103].

Nella RSI [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Xª Flottiglia MAS (RSI).
Uomini della RSI appartenenti alla Xª Flottiglia MAS

Un'altra parte, nella confusione e nello sbandamento delle forze armate causato dalle circostanze dell'armistizio, decise di continuare la guerra contro gli angloamericani, scegliendo l'alleanza con la Germania nazista. Junio Valerio Borghese, continuando ad utilizzare il nome e il simbolo della Xª MAS, creò una unità militare principalmente di fanteria di marina e con reparti di naviglio sottile dotati di MAS, con l'obiettivo di continuare la lotta contro gli Alleati, ma i cui reparti furono anche impiegati nella lotta antipartigiana (Liguria, Langhe, Carnia, Val d'Ossola etc.), talora macchiandosi di efferatezze come la cattura di ostaggi fra i civili, torture sui prigionieri e fucilazione sommaria di partigiani (o civili ritenuti tali) catturati. Sugli altri fronti la Decima di Borghese combatté contro gli Angloamericani ad Anzio, in difesa della Linea Gotica e poi della Linea Verde a Lugo e nel Polesine, lungo il fiume Senio. Sul fronte orientale mantenne forti nuclei che operarono sia come difesa dall'invasione iugoslava (ad esempio nella battaglia di Tarnova) sia come affermazione del diritto italiano su quelle terre contro i tentativi delle autorità d'occupazione tedesche di snazionalizzare la Venezia Giulia ed il Friuli - amministrati come "Zona d'operazioni del Litorale adriatico" (Operationzone Adriatische Küstenland) - per annetterli al Reich (o, verso la fine del conflitto, ad una rinata "Grande Austria" da presentare come "vittima" della Germania[104]).

Durante tutto il periodo seguente all'armistizio, fra la Decima MAS della Repubblica Sociale e Mariassalto del Regno d'Italia si mantennero comunque stretti rapporti segreti, volti in particolare ad evitare che i due reparti potessero scontrarsi direttamente sul fronte, a gestire i prigionieri dell'una e dell'altra parte all'insaputa dei comandi rispettivamente tedeschi e angloamericani, e infine a coordinare un ipotetico tentativo di sbarco di truppe regie in Istria con il supporto dei reparti locali della Decima repubblicana per evitare l'invasione della Venezia Giulia da parte dei partigiani comunisti di Tito.[105]

Il dopoguerra [modifica]

Nel dopoguerra l'attività degli Assaltatori riprese sotto la copertura delle operazioni di bonifica e sminamento dei porti. Gli Alleati avevano infatti stabilito, fra le clausole del trattato di pace di Parigi che la Marina Militare italiana non potesse più possedere - fra l'altro - reparti di incursori ed assaltatori. Terminata dunque la loro utilizzazione da parte delle Nazioni Unite nella guerra contro l'Asse - secondo le clausole dell'Armistizio Lungo - il reparto fu sciolto. Tuttavia, già con il Foglio d'Ordine nº 66 del 15 ottobre 1947[31] la Marina ricostituisce surrettiziamente un reparto subacquei ed incursori nominato MARICENTROSUB. E - lentamente - con il trasferimento semiclandestino dei pochi mezzi superstiti da Venezia al Varignano, l'attività riprese sino a saldarsi con quella di oggi.

Nel 1952 il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, ammiraglio Pecori Giraldi, incaricò l'ex comandante di Mariassalto, tenente di Vascello Aldo Massarini, di iniziare a studiare la possibile ricostituzione di un reparto di incursori subacquei. Con il Foglio d'Ordine nº 44 del 30 maggio 1952 nacque quindi alla Spezia il Gruppo Arditi Incursori della Marina Militare (GRUPPARDIN).

Lo stemma del COMSUBIN

Negli anni successivi i vari reparti di subacquei incursori e arditi incursori subirono una progressiva fusione, che portò nel 1961 alla costituzione del Raggruppamento Subacquei e Incursori “Teseo Tesei”, conosciuto anche con il nome di Comsubin (Comando Subacqueo Incursori).

Un'attività meno nota di alcuni degli uomini che fecero parte della Xª Flottiglia MAS fu quella di addestramento di unità speciali. Tra questi Fiorenzo Capriotti che addestrò il reparto speciale della marina israeliana, che con le tattiche sviluppate dalla Xª durante la seconda guerra mondiale affondò, il 22 ottobre 1948 l'ammiraglia egiziana El Amir Faruk[106]. Il 22 ottobre 1992 Capriotti fu insignito dall'ammiraglio Amihai Ayalon del grado di "comandante onorario" della 13ª Flottiglia (Shayetet 13).[107]

Documentari e filmografia [modifica]

Oltre a diversi documentari, in gran parte basati sul materiale d'archivio dell'Istituto Luce, le azioni della Xª MAS fino all'armistizio del settembre 1943 hanno fornito spunto per i seguenti film:

Decorati con la medaglia d'oro al valor militare [modifica]

Gli appartenenti alla Xª MAS o a Mariassalto decorati della medaglia d'oro al valor militare furono[109][110]:

Nome e cognome Grado Luogo e data di riferimento della medaglia
Mario Arillo Capitano di corvetta Mar Mediterraneo, maggio-dicembre 1942
Emilio Barberi Sergente cannoniere P.S.[111] Suda, 26 marzo 1941
Lino Beccati 2° capo meccanico Suda, 26 marzo 1941
Emilio Bianchi Capo palombaro di 3ª classe Alessandria, 18-19 dicembre 1941
Fernando Berardini Tenente guastatore (Regio Esercito) 3 aprile 1942-20 novembre 1944
Gino Birindelli Tenente di vascello Gibilterra, 30 ottobre 1940
Ettore Bisagno Sottotenente di vascello Mar Nero, giugno 1942
Junio Valerio Borghese Capitano di corvetta Mediterraneo occidentale, 21 ottobre-3 novembre 1940
Carlo Bosio Sottotenente di vascello Malta, 26 luglio 1941
Angelo Cabrini Sottotenente di vascello Suda, 26 marzo 1941
Aristide Carabelli Sottotenente A.N. Malta, 26 luglio 1941
Nicola Conte Sottotenente di vascello Genova, 19 aprile 1945
Alessio De Vito Capo cannoniere di 3ª classe Suda, 23 marzo 1941
Luigi Durand de la Penne Tenente di vascello Alessandria, 18-19 dicembre 1941
Luigi Faggioni Tenente di vascello Suda, 26 marzo 1941
Bruno Falcomatà Capitano medico Malta, 26 luglio 1941
Luigi Ferraro Capo manipolo MILMART Mediterraneo, 7 luglio-4 agosto 1943
Roberto Frassetto Sottotenente di vascello Malta, 26 luglio 1941
Giorgio Giobbe Capitano di corvetta Malta, 26 luglio 1941
Emilio Legnani Tenente di vascello Mar Nero, 3 agosto 1942
Giovanni Magro Sottocapo palombaro Gibilterra, 9 dicembre 1942
Gerolamo Manisco Guardiamarina Gibilterra, 22 dicembre 1942
Antonio Marceglia Capitano G.N. Alessandria, 18-19 dicembre 1941
Evelino Marcolini Sottocapo palombaro Genova, 19 aprile 1945
Mario Marino Capo palombaro di 3ª classe Alessandria, 18-19 dicembre 1941
Vincenzo Martellotta Capitano A.N. Alessandria, 18-19 dicembre 1941
Vittorio Moccagatta Capitano di fregata Malta, 26 luglio 1941
Alcide Pedretti 2º capo palombaro Malta, 26 luglio 1941
Spartaco Schergat Palombaro Alessandria, 18-19 dicembre 1941
Tullio Tedeschi Capo motorista navale di 3ª classe Suda, 26 marzo 1941
Teseo Tesei Maggiore G.N. Malta, 26 luglio 1941
Salvatore Todaro Capitano di corvetta Mediterraneo, giugno 1942-dicembre 1942
Guido Vincon Sottocapo silurista Malta, 26 luglio 1941
Licio Visintini Tenente di vascello Gibilterra, 8 dicembre 1942

Note [modifica]

  1. ^ Motivazione della MOVM alla bandiera della Decima MAS sul sito della Marina Militare
  2. ^ La marca di numero ordinale apposta al numero romano (di per sé già ordinale), pur essendo un errore, fu nondimeno usata dai costitutori del corpo.
  3. ^ L'unità mutò ufficialmente la propria denominazione da "Flottiglia M.A.S. Speciale" in "10^ Flottiglia M.A.S." in data 14 marzo 1941, a tal proposito si vedano le foto: (1) e (2)
  4. ^ cfr. p. 117 de: Erminio Bagnasco, I MAS e le motosiluranti italiane, collana Le navi d'Italia, Vol. 6º, 2ª Edizione, Marina Militare, Stato Maggiore - Ufficio Storico, Roma, 1969
  5. ^ E fu la prima Marina Militare a fare questo. Germania e Regno Unito si mossero solamente nel 1914, con fini di polizia marittima la prima e creando grossi motoscafi antisommergibile la seconda. In particolare la Royal Navy impiegherà per la prima volta i propri motoscafi il 30 aprile 1917. Vedere Spigai 2007, pp. 27-28
  6. ^ cfr. p. 3 de: Erminio Bagnasco, I MAS e le motosiluranti italiane, collana Le navi d'Italia, Vol. 6º, 2ª Edizione, Marina Militare, Stato Maggiore - Ufficio Storico, Roma, 1969
  7. ^ a b c Spigai 2007, p. 27
  8. ^ Cfr. p. 6 de: Erminio Bagnasco, I MAS e le motosiluranti italiane, collana Le navi d'Italia, Vol. 6º, 2ª Edizione, Marina Militare, Stato Maggiore - Ufficio Storico, Roma, 1969
  9. ^ La Torpedine Semovente (Mignatta) sul sito della Marina Militare
  10. ^ Spigai 2007, pp. 37-38
  11. ^ Spigai 2007, p. 39
  12. ^ Spigai 2007, pp. 46-47
  13. ^ Spigai 2007, p. 50
  14. ^ Spigai 2007, p. 51
  15. ^ In realtà le torpediniere, a causa di una fitta nebbia, si erano fermate più a sud-est. Vedere cartina presente in Spigai 2007, p. 52
  16. ^ Spigai 2007, pp. 53/56
  17. ^ Spigai 2007, p. 57
  18. ^ Franco Favre, La Marina nella Grande Guerra , Udine, Gaspari editore, 2008.
  19. ^ Nell'ultima sortita due barchini furono affondati dagli italiani per evitare che l'alba imminente li rivelasse al nemico. Su queste ed altre missioni preliminari, cfr. Spigai 2007, p. 71
  20. ^ Spigai 2007, p. 74
  21. ^ Elenco delle azioni compiute sul sito dell'ammiraglio Agostino Straulino
  22. ^ Spigai 2007, pp. 105/107
  23. ^ Spigai 2007, p. 114
  24. ^ AvantiSavoia - Decima Flottiglia Mas. URL consultato il 02 feb 2010.
  25. ^ a b Sito web dell'Associazione Nazionale Arditi Incursori
  26. ^ a b Il Duce.net
  27. ^ "All’ultimo quarto di luna” di Luigi Romersa
  28. ^ "Balipedio" è un termine propriamente militare indicante l'area destinata a poligono sperimentale per armi balistiche e di artiglieria
  29. ^ Balipedio Cottrau. Il sito cita il libro di Beppe Pegolotti Gli assaltatori della Xª Flottiglia MAS, redatto dall'Associazione Amici di Teseo Tesei nel 2007
  30. ^ a b c Relazione schematica sull'attività dei mezzi d'assalto della R.M. nella guerra dal 1940 all'8 Settembre 1943 e dall'8 Settembre 1943 a termine conflitto. URL consultato il 13 gen 2010.
  31. ^ a b Evoluzione del Comando dei mezzi d'assalto dal 1935 in poi Documento: SUPERMARINA nota interna nº229
  32. ^ Un agente segreto aspettava gli italiani per aiutarli nelle operazioni di rimpatrio. Vedere Spigai 2007 pp. 134-135
  33. ^ Spigai 2007 pp. 136-137
  34. ^ James J. Sadkovich, The Italian Navy in World War II, Greenwood, Westport, Connecticut, 1994, p. 25., Cit. in Jack Greene, Alessandro Massignani, Il principe nero - Junio Valerio Borghese e la X MAS, Mondadori, Milano, 2007, p. 32, ISBN 978-88-04-53720-5
  35. ^ Storia del G.O.I.
  36. ^ Emilio Barberi sul sito della M.M.
  37. ^ Museo Tecnico Navale di La Spezia, principali mezzi d'assalto. URL consultato in data 14 gen 2010 Tabella con le definizioni delle sigle relative ai mezzi d'assalto della Regia Marina
  38. ^ Teseo Tesei sul sito della Marina Militare
  39. ^ In Spigai 2007 l'autore insiste due volte (a p. 191 e nelle pp. 193-194) sul fatto che, dagli studi tecnici effettuati, la regolazione minima delle spolette era di trenta minuti, pertanto Tesei non avrebbe potuto farsi esplodere all'istante. Spigai ipotizza che dopo aver regolato la spoletta al minimo, l'assaltatore sia stato colpito da un malore (e sarebbe quindi esploso insieme al mezzo trenta minuti dopo) o direttamente da un proiettile nemico che avrebbe fatto saltare in aria lui e l'ordigno
  40. ^ Vittorio Moccagatta sul sito della Marina Militare
  41. ^ Gli Uomini Gamma su gruppogamma.org
  42. ^ a b Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna - Vol. VII - "L'impresa di Alessandria"
  43. ^ Borghese 1950, p. 198
  44. ^ a b Sergio Nesi, Scirè, storia di un sommergibile e degli uomini che lo resero famoso, Lo Scarabeo, Bologna
  45. ^ Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna - Vol. VII - "L'impresa di Alessandria"
  46. ^ (EN) Elenco delle perdite della Royal Navy nella seconda guerra mondiale
  47. ^ la prima torre binata da 381 mm a partire da prua; gli inglesi denominavano le torri principali A,B, X ed Y, per le navi con 4 torri principali e le lettere intermedie per le torri secondarie
  48. ^ (EN) Origini della Regia Marina
  49. ^ E. Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. IV, ed. DeAgostini, Novara, 1971, pp. 292.
  50. ^ La frase che segue è tratta da: Winston Churchill, La seconda guerra mondiale, vol. IV, ed. Mondadori, Verona, 1959, pp. 508)
  51. ^ I complessi preparativi e la pianificazione del Comando Supremo e del generale Cavallero in particolare, per l'invasione di Malta (Operazione C3 o Herkules nella terminologia tedesca) vennero più volte rinviati e quindi abbandonati dopo i successi apparentemente decisivi di Rommel nella primavera 1942. Vero è anche che l'assenza di portaerei italo-tedesche nel Mediterraneo e il progressivo rafforzamento aereo angloamericano non avrebbero assicurato ugualmente un rapido e totale controllo del mare e non avrebbero comunque permesso una agevole conquista dell'isola. Cfr. Spigai 2007, p. 239
  52. ^ Luigi Durand de la Penne sul sito della Marina Militare
  53. ^ Biografia di Luigi Durand de la Penne sul sito della Marina Militare
  54. ^ un grado della milizia corrispondente a quello di sottotenente dell'esercito
  55. ^ Carmelo Borg Pisani e i fascisti maltesi. URL consultato il 10 gen 2010.«Malta non è inglese che per usurpazione ed io non sono suddito britannico che per effetto di questa usurpazione. La mia vera Patria è l’Italia. È dunque per lei che devo combattere»
  56. ^ Laurence Mizzi, Per il sogno della sua vita – Il sacrificio di C. Borg Pisani irredento maltese, Volpe Editore, Roma,, 1981. p. 34: nel 1935 il governo inglese proibì ai maltesi di iscriversi alle OGIE. Il 4 giugno 1936 furono prese misure repressive anche contro l’Istituto Italiano di Cultura
  57. ^ Stefano Fabei, Carmelo Borg Pisani, 1915-1942, eroe o traditore?, Lo Scarabeo, Bologna, 2007. p. 19. Fabei ha ripreso ancora l’argomento sugli irredenti maltesi e su Carmelo Borg Pisani in un altro suo volume: La «legione straniera» di Mussolini, Mursia, Milano, 2008, pp. 270 e ss.
  58. ^ Gli inglesi occuparono Malta facendone un protettorato nel 1800, dopo che Napoleone nel 1798 l'aveva occupata ponendo fine al governo dei Cavalieri Ospitalieri, meglio conosciuti come Cavalieri di Malta e dei quali è successore l'attuale Sovrano Militare Ordine di Malta; le origini dell'irredentismo maltese in favore dell'unione dell'isola al Regno d'Italia risalgono ai primi anni del novecento, e questo movimento si intensificò nel 1919 quando le truppe britanniche spararono su un corteo di cittadini che manifestavano contro nuove tasse, precisamente nella data del sette giugno, che è attualmente una delle feste nazionali di Malta
  59. ^ Carmelo Borg Pisani e i fascisti maltesi
  60. ^ (EN) Political Agitation and Problems of Over-Population. URL consultato il 10 gen 2010.
  61. ^ (EN) The 1919 riots. URL consultato il 10 gen 2010.
  62. ^ (EN) Banconota maltese che commemora il sette giugno sul sito centralbankmalta.org. URL consultato il 10 gen 2010.
  63. ^ Carmelo Borg Pisani sul sito della Marina Militare
  64. ^ Orietta Romano sarà l'unica donna che prestò servizio tra gli operatori gamma. Su questo e sui preparativi della missione, vedi Pegolotti 2007, pp. 171-172
  65. ^ La moglie restò in Italia in quanto i piani prevedevano che raggiungesse il marito dopo qualche giorno, ma in realtà non partì mai in quanto la resistenza italo-tedesca in Nordafrica fu più breve del previsto
  66. ^ Pegolotti 2007, p. 172
  67. ^ Il cromo è un metallo molto utile per la sua caratteristica di rendere il ferro (o l'acciaio) resistente alla corrosione, e pertanto usato nelle leghe a base di ferro
  68. ^ Sull'ingegnosa copertura assunta da Ferraro, cfr. Pegolotti 2007, pp. 174-175
  69. ^ Ferraro si era portato con sè quattro valigie con dentro gli esplosivi da applicare alle navi, nascoste via via nella cabina che aveva affittato al mare, facendo credere che dentro vi fossero attrezzi sportivi. Cfr. Pegolotti 2007, pp. 174-175
  70. ^ a b Le tonnellate sono tonnellate di stazza, quindi unità di volume, e non di peso
  71. ^ Gli ordigni erano chiamati "bauletti". Pesavano circa 12 kg e il loro congegno di esplosione era diverso da quello degli SLC: una piccola elica veniva azionata solo quando la nave raggiungeva una determinata velocità, e dopo un certo numero di giri il "bauletto" esplodeva, facendo sì che l'imbarcazione affondasse in mare aperto inducendo l'equipaggio a credere di essere stati attaccati da un sommergibile. Vedere Pegolotti 2007, p. 176
  72. ^ Le tonnellate sono tonnellate di stazza, quindi unità di volume, e non di peso. Vedere (EN) M/S Fernplant su warsailors.com. URL consultato il 14 gen 2010.
  73. ^ Pegolotti 2007, p. 177
  74. ^ Luigi Ferraro sul sito della Marina Militare. URL consultato il 14/01/2010.
  75. ^ Il sommergibile Scirè sul sito regiamarina.net. URL consultato il 12/01/2010.
  76. ^ Dal Don a Montelungo, il maggiore Ranieri Campello. URL consultato il = 05/11/2009.
  77. ^ Operazione S - Obiettivo Manhattan - Novembre 1942 – Settembre 1943 in Luigi Romersa. Le armi segrete di Hitler, Mursia, 2005
  78. ^ Il progettato attacco a New York sul sito espresso.repubblica.it. URL consultato il 30/01/2010.
  79. ^ Ricciotti Lazzero, La Decima MAS, Rizzoli, 1984
  80. ^ a b cfr. p. 341 de: Erminio Bagnasco, I MAS e le motosiluranti italiane, collana Le navi d'Italia, Vol. 6º, 2ª Edizione, Marina Militare, Stato Maggiore - Ufficio Storico, Roma, 1969
  81. ^ MAS sul lago Ladoga. URL consultato il 12/01/2010.
  82. ^ cfr. p. 333 de: Erminio Bagnasco, I MAS e le motosiluranti italiane, collana Le navi d'Italia, Vol. 6º, 2ª Edizione, Marina Militare, Stato Maggiore - Ufficio Storico, Roma, 1969
  83. ^ Motosiluranti, motovedette e MAS. URL consultato il 12/01/2010.
  84. ^ (EN) L'assedio di Leningrado. URL consultato il 12/01/2010.
  85. ^ M. Brescia, L'esploratore Tashkent, in Storia Militare nº 189, giugno 2009
  86. ^ Elenco delle missioni compiute dalla flottiglia sul sito della Marina Militare. URL consultato il 08/01/2010.
  87. ^ Emilio Legnani sul sito della Marina Militare
  88. ^ Pegolotti 2007, pp. 174-177
  89. ^ Medaglia d'oro al Valor Militare alla Xª Flottiglia MAS
  90. ^ a b cfr. p. 614 de: Erminio Bagnasco, I MAS e le motosiluranti italiane, collana Le navi d'Italia, Vol. 6º, 2ª Edizione, Marina Militare, Stato Maggiore - Ufficio Storico, Roma, 1969
  91. ^ a b c cfr. Capitolo XLVIII de: Erminio Bagnasco, I MAS e le motosiluranti italiane, collana Le navi d'Italia, Vol. 6º, 2ª Edizione, Marina Militare, Stato Maggiore - Ufficio Storico, Roma, 1969
  92. ^ Spigai 2007, pp. 109/112
  93. ^ a b Anaim.it Resoconto dell'attività di Mariassalto
  94. ^ L'affondamento dell'Aquila sul sito della Marina Militare
  95. ^ Biografia di Marcolini sul sito della Marina Militare
  96. ^ Motivazioni della MOVM a Conte sul sito della Marina Militare
  97. ^ Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna - vol. XIII - "Una patria, due marine"
  98. ^ Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna - vol. XIII - "Una patria, due marine", p. 48
  99. ^ a b Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna - vol. XIII - "Una patria, due marine", p. 49
  100. ^ Decima MAS Network - Gli NP del nord e gli NP del sud
  101. ^ Zarotti, NP NUOTATORI PARACADUTISTI, Auriga Milano. p. 194
  102. ^ Foto del faro di Bacuddo da Panoramio.com
  103. ^ a b Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna - vol. XIII - "Una patria, due marine", p. 51
  104. ^ Arrigo Carner, Lo sterminio mancato, Mursia, 2000
  105. ^ Giorgio Pisanò, Gli ultimi in Grigioverde; Nesi 2004; Bordogna 2003
  106. ^ (EN) Operazione "Yoav"
  107. ^ vedi: Fiorenzo Capriotti. Diario di un fascista alla Corte di Gerusalemme, 2002; vedi anche Gianni Scipione Rossi, Un fascista ingaggiato dal Mossad (con il consenso di De Gasperi) in Storia in rete nº 2, novembre 2005
  108. ^ Dati essenziali del film "I sette dell'Orsa maggiore"
  109. ^ http://www.marina.difesa.it/storiacultura/storia/medaglie/Pagine/decimamas.aspx
  110. ^ I nomi evidenziati rappresentano medaglie d'oro assegnate alla memoria.
  111. ^ Puntatore Scelto.

Xª Flottiglia MAS (Repubblica Sociale Italiana)

La [1] Flottiglia MAS era un corpo militare indipendente, ufficialmente parte della Marina Nazionale Repubblicana della Repubblica Sociale Italiana attivo dal 1943 al 1945. Venne fondato in seguito all'armistizio da Junio Valerio Borghese che mantenne il nome dalla precedente unità della Regia Marina di cui era capo dopo essere subentrato a Ernesto Forza nel maggio 1943.

Durante i due anni che seguirono operò in coordinazione coi reparti tedeschi sia per contrastare l'avanzata alleata dopo lo sbarco di Anzio e sulla Linea Verde e nel Polesine, sia in operazioni antipartigiane, attività durante la quale l'unità impiegò metodi di repressione violenti e terroristici e si è macchiò di crimini di guerra[2], e infine nel tentativo di difendere i confini nordorientali dalla controffensiva jugoslava, cercando anche di affermare l'italianità di quelle regioni di fronte alle politiche annessionistiche dell'occupante tedesco[3][4][5] sostenuto da elementi collaborazionisti serbi, croati e sloveni[6]. Peraltro questi tentativi velleitari non ottennero risultati ed i reparti inviati in Friuli furono presto fatti trasferire oltre il Piave, a Thiene, dal Gauleiter Rainer, deciso a mantenere il controllo totale della regione[7].

La Xª Flottiglia MAS si arrese il 26 aprile 1945 ai rappresentanti del CLN nella caserma di piazzale Fiume dopo la cerimonia dell'ammaina bandiera.[8]

Indice

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L'armistizio [modifica]

Gruppo di soldati della Xª Flottiglia MAS

A seguito dell'armistizio di Cassibile, reso noto alla sera dell'8 settembre 1943, anche la Xª Flottiglia MAS come quasi tutti i reparti delle Regie forze armate si sbandò. Parte di essa, confluita in una unità denominata Mariassalto, partecipò nel 1944 e nel 1945 ad un paio di azioni, al fianco di omologhe unità britanniche, per mantenere aperto il Porto della Spezia, contro il tentativo dei tedeschi di affondare delle navi alla sua entrata. Alla prima di queste azioni prese parte Luigi Durand De La Penne una volta rimpatriato dalla prigionia.

Tuttavia, nella confusione e nello sbandamento delle forze armate causato dalle circostanze dell'armistizio e dalla fuga del re Vittorio Emanuele III da Roma, alcuni ufficiali della Xª MAS, rimasti alla sede della Spezia, con a capo Junio Valerio Borghese decisero di continuare la guerra al fianco del Terzo Reich.

Egli avrebbe poi spiegato tale azione dicendo di avere fatto questo «per riscattare l'onore militare dell'Italia, riconquistare la stima della Germania e ricondurre le due nazioni sul piano dell'alleanza» (secondo le sue stesse parole tratte da una intervista rilasciata nel dopoguerra al giornalista e storico Ruggero Zangrandi). La Decima assunse, almeno ufficialmente, atteggiamento del tutto apolitico ed apartitico, tanto che per essere inquadrati nei marò della Xª MAS occorreva non essere iscritti ad alcun partito politico.

Borghese strinse dunque il 12 settembre direttamente con il Capitano di vascello Berninghaus della Marina da guerra germanica, la Kriegsmarine, una singolare alleanza che permetteva la continuazione dell'attività della Xª MAS con il Terzo Reich, conservando bandiera (a cui era stato tolto l'emblema dei Savoia) e divisa italiane, seppur sotto il controllo operativo tedesco.

Accordo Borghese-Berlinghaus
14 settembre 1943

La Spezia, 14-9-1943

1) La Xª Flottiglia M.A.S. è un'unità complessa appartenente alla Marina militare italiana, con completa autonomia nel campo logistico, "organico", della giustizia e disciplinare, amministrativo;

2) È alleata delle Forze Armate germaniche con parità di diritti e doveri;

3) Batte bandiera da guerra italiana;

4) È riconosciuto a chi ne fà parte il diritto all'uso di ogni arma;

5) È autorizzata a ricuperare e armare, con bandiera ed equipaggi italiani, le unità italiane trovantisi nei porti italiani; il loro impiego operativo dipende dal comando della Marina germanica;

6) Il Comandante Borghese ne è il capo riconosciuto, con i diritti e i doveri inerenti a tale incarico.

Berninghaus
Capitano di Vascello
J. V. Borghese
Comandante

Al progetto di Borghese alla metà di settembre aderirono circa metà dei duecento ufficiali presenti alla sede della Spezia. Gli altri chiesero regolare licenza, concessa dal comandante[9]. Ben presto si unirono a quello che avrebbe formato il nucleo della futura formazione autonoma della Decima Mas nella Repubblica Sociale i trecentocinquanta marò al comando del capitano di corvetta Umberto Bardelli.

Fin dai primissimi giorni dopo l'armistizio iniziarono a giungere giovani volontari, spesso minorenni, attratti dalla leggenda delle gesta eroiche dei "maiali" e dalla fama del comandante Borghese, celebrati dai manifesti di propaganda che tappezzarono le città italiane. I ruolini della Decima giunsero quindi a contare complessivamente 20.000 uomini, l'entità di una divisione di fanteria.[4].

Junio Valerio Borghese in divisa della X^

Altri elementi che diedero presso i giovani della Repubblica Sociale popolarità notevole al corpo furono il cameratismo che esisteva tra gli ufficiali e i marinai (istituzione del rancio unico per marinai e ufficiali e dell'uniforme di panno uguale) e il suo non conformismo (saluto meno formale rispetto ai canoni tradizionali della marina) e la promozione guadagnata sul campo e non con l'anzianità o i concorsi. Il regolamento della Decima - rivoluzionario per le Forze Armate italiane dell'epoca - era una derivazione del volontarismo garibaldino e del particolare tipo di cameratismo dei sommergibilisti, dalle cui fila provenivano Borghese, Bardelli ed altri capi del corpo.

L'ideologia fondante del corpo era basata sul nazionalismo e sul combattentismo, in cerca della "bella morte" in battaglia e dell'eroismo «per riscattare l'onore della nazione italiana» (agli occhi dei volontari che si arruolavano, tradito dall'armistizio dell'otto settembre, conclusosi con il crollo dell'Esercito, la consegna delle navi della Marina e la fuga del sovrano e di Badoglio al sud, lasciando il paese nel caos). Ciò trovava espressione nel motto del corpo «Per l'onore e la bandiera d'Italia» e nello scudetto in cui era disegnata una X sormontata da un teschio con una rosa in bocca e nell'Inno della Decima, scritto dalla moglie di Borghese sulle note di una canzone d'operetta.[10] L'immagine del teschio con la rosa in bocca veniva dal capitano di corvetta Salvatore Todaro: poco prima di morire aveva espresso il desiderio di un distintivo per la Xª che rendesse l'idea che la morte in combattimento era una cosa bella, profumata.

Nonostante la premessa di voler partecipare solo alla guerra per la "liberazione dell'Italia invasa" ben presto i reparti della Decima furono coinvolti dai tedeschi nelle operazioni di controguerriglia, ma gli ufficiali furono lasciati liberi di congedarsi senza conseguenze qualora avessero rifiutato di sollevare le armi contro altri italiani[11]. L'esasperazione e la ferocia cui giunse la guerra civile condussero alcuni elementi della Decima a macchiarsi di crimini di guerra, come la fucilazione di prigionieri, la cattura di ostaggi fra i civili, la tortura di partigiani (o civili presunti tali) catturati. Venne comunque applicata la convezione dell'Aja che permetteva la fucilazione di prigionieri, la cattura di ostaggi fra i civili per diritto di rappresaglia. D'altro canto, vi furono anche diversi episodi di accordi fra i reparti partigiani e quelli della Decima in funzione antitedesca ed antijugoslava, soprattutto (ma non solo) al confine orientale. In molti casi si giunse a regolari scambi di prigionieri, e in un caso un ufficiale traditore della Decima - passato ai partigiani con la cassa del reparto - fu fucilato da un plotone d'esecuzione misto di resistenti e marò.

La Xª MAS di Borghese aumentò rapidamente i suoi numeri, sia con arruolamenti regolari sia accettando nelle proprie file disertori di altri reparti (e perfino ex-partigiani), attratti dalla paga migliore, dal regolamento peculiare della Decima e soprattutto dalla prospettiva di poter colà combattere contro gli angloamericani. Per contro, la Decima fu una delle unità della RSI che soffrì meno per le diserzioni (invece epidemiche nelle altre unità, soprattutto nell'Esercito Nazionale Repubblicano). Borghese aveva sancito la pena di morte per la diserzione e la codardia in faccia al nemico ben prima che tale pena fosse estesa alle altre Armi e Forze Armate della RSI.[12]

Rapporti fra Xª MAS e RSI [modifica]

Numerosi furono i problemi organizzativi che si erano materializzati per il nuovo corpo, sia per le oggettive condizioni economiche e militari dell'Italia settentrionale, sia a causa delle difficoltà sollevate dalle autorità tedesche e repubblicane.

1944:Marò della Decima MAS

Borghese negoziò direttamente con la Germania nazista i termini della sua collaborazione con l'Asse. Questo dal punto di vista della legittimità del corpo e del suo successivo inserimento nell'organico della RSI pose non pochi problemi, e caratterizzò i rapporti fra Borghese e RSI, tanto che alcuni autori stentano a considerare la Xª MAS di Borghese un corpo della Repubblica Sociale Italiana, bensì un vero e proprio corpo franco o compagnia di ventura inserita nell'ambito delle forze dell'Asse: in realtà, la Xª e la RSI mantenevano rapporti difficili, perché le autorità politiche della RSI cercavano faticosamente di ricondurre tutte le varie forze armate e di polizia sotto il suo controllo centralizzato (in quanto solo allo stato è concesso il monopolio dell'uso della forza, secondo il diritto). D'altro canto, Borghese aveva ottenuto legittimazione dai tedeschi, attraverso il capitano di vascello Berlinghaus della Kriegsmarine, con il riconoscimento a combattere sotto bandiera italiana, ottenendo ampia autonomia. Pur rispondendo, in pratica, al comando tedesco e amministrativamente dal Ministero della Difesa repubblicano, la Xª MAS era formalmente equiparata alla Wehrmacht, e in pratica era una corpo franco, ai cui appartenenti tra l'altro era vietata l'iscrizione al Partito Fascista Repubblicano.[13]

Il comportamento apertamente autonomistico contro le autorità repubblicane (fino alla strafottenza) - alle quali formalmente la Decima avrebbe dovuto appartenere e da cui amministrativamente dipendeva, avendo i suoi uomini giurato secondo la formula prevista dal governo repubblicano - causò molti attriti con altri organismi della Repubblica Sociale e perfino la ventilata possibilità che Borghese tentasse un colpo di stato contro Mussolini. In seguito alle voci circolanti su questa eventualità, Borghese, convocato a Gargnano, fu posto agli arresti il 14 gennaio 1944. La voce dell'arresto di Borghese, attraverso circostanze fortuite, arrivò al comando della Decima, che valutò addirittura l'ipotesi di marciare su Salò. Probabilmente l'incidente fu risolto anche con la mediazione dei tedeschi, che non volevano una lotta intestina tra i loro alleati.[14] Tutto venne risolto in tempi brevi con il rilascio di Borghese e il seguente licenziamento del sottosegretario alla Marina, Ferruccio Ferrini, da parte di Mussolini, che lo sostituì con il contrammiraglio Giuseppe Sparzani. Borghese divenne sottocapo di Stato Maggiore ed ebbe ai suoi ordini tutte le attività operative di Marina[15]

All'origine di questi rapporti tesi stavano anche leggere divergenze ideologiche rispetto al fascismo mussoliniano: infatti Borghese non si iscrisse mai al Partito fascista repubblicano, e fra i requisiti essenziali per l'arruolamento alla Decima vi era la rinuncia all'appartenenza a qualsiasi partito, ivi compreso quello Fascista Repubblicano. Borghese, d'altronde, aveva sempre ostentato disprezzo nei confronti dei partiti e aveva la propensione per un modello di società organicista e militarista secondo il modello che realizzò con la Decima. Nella Xª MAS di Borghese non venne mai fatto il "saluto al Duce", ma solo il saluto "Decima marinai! Decima Comandante!" (di questo lo stesso Borghese venne accusato da parte di chi lo voleva esautorare dal comando della Decima).

Struttura della Xª MAS [modifica]

Regolamento della Decima
  • Il rancio è unico per tutti, ufficiali, sottufficiali e marinai
  • Il panno della divisa è uguale per tutti
  • Sono sospese tutte le promozioni fino alla fine della guerra, tranne che quelle per merito di guerra sul campo
  • Il reclutamento è esclusivamente volontario
  • Vige la pena di morte per i militari della "Decima" che vengano riconosciuti colpevoli di furto o saccheggio, diserzione, o codardia in faccia al nemico
Arruolamenti a La Spezia nel 1944
  • Comando Xª MAS
    • Ufficio Stampa e propaganda [16]
    • Servizio Ausiliario Femminile (SAF) [17]
    • Servizio Amministrativo
    • Servizio Sanitario
    • Servizio Approvvigionamento
    • Servizio Genio Armi navali
    • Servizio Polizia interna
    • Servizio Informazioni
    • Ufficio Assistenza
  • Reparti di terra successivamente raggruppati nella "Divisione Decima", su:
    • Battaglione "Maestrale" poi "Barbarigo" [18]
    • Battaglione "Lupo" [19]
    • Battaglione Nuotatori-Paracadutisti (NP) [20]
    • Battaglione Bersaglieri "Fulmine" [21]
    • Battaglione Guastatori Alpini "Valanga" [22]
    • Battaglione "Sagittario" [23]
    • 3° Reggimento artiglieria di marina "Condottieri",[24] su:
      • Gruppo artiglieria "San Giorgio" [25]
      • Gruppo artiglieria "da Giussano" [26]
      • Gruppo artiglieria "Colleoni" [27]
      • Batteria contraerea leggera (20/65) [28]
    • Battaglione del Genio "Freccia" " [29]
    • Battaglione "Castagnacci" [30]
  • Reparti di terra autonomi:
    • Gruppo d'Ardimento "Medaglia d'Oro Giobbe" " [31]
    • Battaglione "Longobardo" " [32]
    • Battaglione "Pegaso" " [33]
    • Battaglione "Risoluti" " [34]
    • Battaglione "San Giusto" " [35]
    • Battaglione "Scirè" " [36]
    • Battaglione "Serenissima" " [37]
    • Battaglione "Vega" [38]
    • Distaccamento "Umberto Cumero" (successivamente assorbito nel Distaccamento "Torino") [39]
    • Distaccamento "Milano" [40]
    • Distaccamento "Roma" [41]
    • Distaccamento "Torino" [42]
    • Compagnia "Adriatica" [43]
    • Compagnia "d'Annunzio" [44]
    • Compagnia "Mai Morti" [45]
    • Compagnia operativa "O" (successivamente assorbita nel Distaccamento "Milano") [46]
    • Compagnia "Sauro" [47]
    • Gruppo contraereo "Q" [48]
  • Reparti di mare, su:
    • Reparti mezzi d'assalto di superficie "Medaglia d'Oro Moccagatta", su:
      • Comando e reparto comando
      • Gruppo "Medaglia d'Oro Todaro"
      • Base operativa di collegamento
      • Base operativa sud
      • Base operativa ovest
      • Base operativa est
    • Scuola sommozzatori
    • Gruppo operativo SSB
    • Gruppo "Gamma"
    • Gruppo trasporto mezzi d'assalto "Aradam"
    • Squadriglia MAS "Comandante Castagnacci"
    • Squadriglia sommergibili CA
    • Squadriglia sommergibili CB/CM

Impiego operativo della Xª MAS [modifica]

Marzo 1944. Aspirante guardiamarina della Decima MAS durante un'ispezione a Roma presso viale Carso (quartiere della Vittoria) in occasione del dispiegamento del reparto sul fronte della testa di ponte alleata ad Anzio - Nettuno.
Uomini della Xª MAS (forse del Barbarigo) prendono parte al rastrellamento nazista di civili innocenti davanti Palazzo Barberini del 23 marzo 1944: alcuni di essi saranno poi trucidati alle Fosse Ardeatine

Dopo l'alleanza coi tedeschi, il nuovo corpo si trovò a impiegare i propri reparti in maniera disorganica, e prevalentemente nelle retrovie, combattendo contro i partigiani.

Nel maggio 1944[senza fonte] il battaglione "Barbarigo" (il primo reparto di fanteria della marina, guidato da Bardelli) venne impiegato contro gli Alleati sul fronte di Anzio-Nettuno, alle dipendenze della 175ª divisione tedesca.

Dopo la rotta seguita allo sfondamento di Cassino, i reparti della Decima furono impiegati in operazioni di polizia e di controguerriglia in Italia settentrionale, mentre sul fronte della Linea Verde venivano inviati nel 1945 il "Lupo", il "Nuotatori Paracadutisti" o "NP" (Polesine), e il gruppo d'artiglieria "Colleoni" (sul fiume Senio). Questi reparti ebbero pesanti perdite in combattimento durante l'ultima offensiva nemica, e ricevettero numerose decorazioni dai tedeschi; il "Lupo" e l'"NP", dopo il crollo della linea Verde, riuscirono a ripiegare su Venezia, dove rimasero fino all'arrivo degli alleati, a cui si arresero con l'onore delle armi.

Nel 1945 Borghese riorganizzò la Divisione Decima nel Veneto su due Gruppi di Combattimento (di cui uno a ranghi incompleti, perché, come abbiamo visto, due battaglioni e un gruppo d'artiglieria erano aggregati alle divisioni tedesche sulla Linea Verde). L'obbiettivo era quello di costituire una grossa massa di manovra da spostare a Trieste e Fiume per evitare alle città la prevedibile occupazione titina, mentre si intensificavano i contatti con i servizi segreti regi, americani ed inglesi per favorire uno sbarco italo-inglese in Istria. Tuttavia il precipitare degli eventi e il completo controllo del cielo da parte alleato impedì alla Divisione Decima di raggiungere le posizioni previste (né d'altro canto vi fu il promesso sbarco italo-inglese). I reparti così rimasti immobilizzati si arresero alle truppe alleate con l'onore delle armi fra il 29 aprile ed il 2 maggio 1945.

I reparti navali [modifica]

Un MTM in servizio alla X^

Reparti di naviglio sottile della Decima furono impiegati contro le forze di sbarco e di rifornimento angloamericane. Impiegati quasi esclusivamente MAS e motoscafi veloci modificati in siluranti, gli MTM. I reparti navali erano di stanza a Genova (Comando Tirreno) insieme agli "uomini Gamma" (sommozzatori), mentre la 1^ e 2^ squadriglia MAS era di stanza a La Spezia.

È accreditato l'affondamento di un incrociatore, un trasporto, una cannoniera e numeroso naviglio, soprattutto nella zona di Anzio.[49]

Il "Comando Tirreno" alla fine della guerra prese contatti con il locale CLN, prendendo efficaci contromisure a contrasto dell'opera dei guastatori tedeschi che intendevano far saltare in aria le installazioni portuali. I sommozzatori del reparto disarmarono le 80 cariche di demolizione predisposte dai germanici e autoaffondarono le loro unità MAS e VAS e si consegnarono ai partigiani.[50]

Il fronte orientale [modifica]

Subito prima della costituzione della Repubblica Sociale, i tedeschi avviarono una politica di annessione delle Tre Venezie, riunendo le province di Bolzano, Trento, Belluno, al Gau dell'Alto Tirolo, dietro il pretesto della costituzione di una zona d'operazioni nota con il nome di Alpenvorland, e quelle di Udine, Gorizia, Lubiana, Trieste, Pola e Fiume al Gau della Carinzia nell'ambito della zona d'operazioni chiamata Adriatisches Küstenland (rimase Zara, pur sotto occupazione militare tedesca, sotto il controllo delle autorità della RSI).

Soprattutto le terre orientali, già minacciate di annessione dagli ustascia croati alleati dei nazisti, furono teatro di aspri scontri coi partigiani di Tito, che - organizzati in formazioni di notevoli dimensioni e potenziale bellico - cercavano di sconfinare nella Venezia Giulia per poter reclamare, giusta il principio dell'uti possidetis, l'annessione di questa alla Jugoslavia.

Perciò la Decima Mas ebbe un notevole impiego sul fronte dell'Istria e del Carso e nelle retrovie dell'esercito tedesco soprattutto nel 1944, collaborando con i tedeschi nello scontro contro i partigiani titini (insieme agli altri cinque reggimenti italiani inquadrati nelle Forze Armate germaniche come Milizia Difesa Territoriale e ai reparti e batterie di difesa costiera). Gli scontri con i titini assumevano spesso l'aspetto tipico della guerriglia, con azioni crudeli ed atrocità alle quali seguivano altrettanto crudeli rastrellamenti da parte nazifascista, mentre solitamente le truppe titine rifiutavano la battaglia in campo aperto, dove ancora non potevano avere ragione dei tedeschi e dei loro alleati.

Sulla frontiera orientale i battaglioni Sagittario, Barbarigo, Lupo, appoggiati dai gruppi d'artiglieria San Giorgio ed Alberto da Giussano e da parte dei battaglioni Nuotatori Paracadutisti, guastatori Valanga e genio Freccia furono coinvolti nell'Operazione Aquila (Adler Aktion) per la distruzione delle forze del IX Corpus jugoslavo, e quindi il Fulmine fu impiegato per arginare i tentativi di invasione jugoslava della Venezia Giulia, rimanendo coinvolto in un aspro scontro con gli slavi nella Battaglia di Tarnova, dove fu quasi distrutto, riuscendo tuttavia a sbarrare il passo alle forze nemiche.

In seguito le autorità tedesche pretesero da Mussolini che i reparti della Decima fossero ritirati dalla Venezia Giulia, dove si erano verificati scontri anche sanguinosi con i collaborazionisti slavi[51] e con lo stesso gauleiter Rainer. Rimasero solo alcune unità minori che presidiavano le isole del Carnaro e Trieste.[52]

In Istria perciò rimasero solo alcune centinaia di uomini della Decima dislocati in vari presidi a fianco dei reparti tedeschi, perlopiù catturati dai titini durante l'occupazione della Venezia Giulia insieme ai tedeschi e altri soldati della RSI e massacrati nelle tristemente note foibe, o deportati nei campi di prigionia iugoslavi.

Gli altri morirono a fianco degli ultimi nuclei di resistenza tedeschi nei combattimenti che divampavano contemporaneamente all'avanzata dei titini verso il Friuli e la Venezia Giulia. Essi, insieme a questi resti dell'esercito tedesco, dovevano resistere per coprire la ritirata del grosso delle truppe tedesche acquartierate nell'Istria e nella Slovenia verso l'Austria. Il caos che sconvolse le truppe tedesche prive di ordini univoci e divise nel tentare di resistere oppure ritirarsi trascinò anche i reparti repubblicani, e fra questi ovviamente quelli della Decima.

Gli ultimi focolai di resistenza che proseguirono fino agli inizi di maggio vennero tutti schiacciati dai titini, combattendo oppure - più spesso - promettendo salva la vita in caso di resa. Tra questi ultimi combattimenti, degno di nota quello che si svolse a Pola. Qui, dopo la firma della resa delle ultime truppe tedesche affiancate da alcuni reparti della Decima decimati dalla battaglia alle forze iugoslave l'8 maggio 1945, l’ammiraglio tedesco che aveva firmato la capitolazione venne subito dopo fucilato insieme ad un gruppo di suoi ufficiali, insieme a una decina di ufficiali italiani della Decima Mas.

Poco prima dell'occupazione dell'Istria da parte iugoslava, Borghese cercò un'improbabile alleanza con gli Alleati per fronteggiare l'esercito jugoslavo di Tito, che stava rapidamente avanzando: in quei tempi, era viva in molti gerarchi nazisti e fascisti la speranza di arrivare a un armistizio con gli alleati occidentali per poter continuare la guerra contro l'Unione Sovietica e il bolscevismo in generale.[53]

Analogamente, fra il settembre ed il dicembre del 1944 furono presi approfonditi contatti con la brigata partigiana Osoppo, al fine di costituire un corpo misto che potesse organizzare una difesa comune di quel fronte, ma il comando inglese a cui faceva riferimento la Osoppo, seppur con qualche tentennamento, rifiutò l'offerta. Poco tempo dopo a Porzûs tutti i principali esponenti della brigata partigiana furono uccisi in quanto sospettati di tradimento e per aver dato ospitalità ad una giovane, Elda Turchetti, denunciata come spia da Radio Londra, su segnalazione di agenti inglesi e il tentativo di collaborazione non ebbe séguito.

Negli ultimi mesi del conflitto, al fine di difendere l'italianità dell'Istria, Borghese avviò contatti con la Regia Marina al sud (ammiraglio De Courten) per favorire uno sbarco italo-alleato in Istria e salvare le terre orientali dall'avanzata delle forze iugoslave[54]. Lo sbarco studiato dalla marina italiana del Sud si sarebbe avvalso dell'appoggio delle formazioni fasciste e della Decima, con o senza l'intervento Alleato[55]. L'opposizione inglese fece fallire questo piano[56], non volendosi inimicare Stalin dopo l'accordo di Yalta[57] e favorendo così l'avanzata degli iugoslavi, che ebbero peraltro anche l'attivo sostegno della Royal Navy britannica.

Comportamento in guerra e diserzioni [modifica]

Le truppe coinvolte nelle operazioni di "grande polizia" o controguerriglia contro le forze partigiane italiane sono state oggetto di numerose critiche. La Xª MAS fu attiva in operazioni di grande polizia nel Monferrato, nelle Langhe, nel Canavese, in Carnia, in Val di Susa e in Val d'Ossola. Gli uomini della Decima si macchiarono di crimini di guerra, come torture, rappresaglie, fucilazioni sommarie.

Le operazioni di rastrellamento contro i civili causarono malcontento tra alcuni soldati che si erano arruolati per combattere gli Alleati e si registrarono numerose diserzioni e perfino ammutinamenti tra i marò dei reparti impiegati contro i partigiani, anziché contro gli Alleati.

Alcuni appartenenti alla Decima Mas si distinsero anche in azioni di saccheggio e furto a danno della popolazione civile, perseverando nell'abuso della loro autorità tanto da far preoccupare le autorità legittime e non militari:

  « Continuano con costante preoccupazione le azioni illegali commesse dagli appartenenti alla Xª Mas. Furti, rapine, provocazioni gravi, fermi, perquisizioni, contegni scorretti in pubblico, rappresentano quasi la caratteristica speciale di questi militari. Anche il 12 novembre 1944, tra l'altro, verso le ore 20 quattro di essi si sono presentati in un magazzino di stoffe: dopo aver immobilizzato il custode ne hanno asportato quattro colli per un ingente valore [...]. La cittadinanza, oltre ad essere allarmata per queste continue vessazioni, si domanda come costoro, che dovrebbero essere sottoposti ad una rigida disciplina militare, possano agire impunemente e senza alcuna possibilità di punizione [...]. Sarebbe consigliabile pertanto, che tutto il reparto, comando compreso, sia fatto allontanare da Milano. »
(Appunto per il Duce di Mario Bassi, prefetto di Milano[58])

Nella sentenza di rinvio a giudizio del processo contro Junio Valerio Borghese, le accuse erano di aver effettuato, tra le altre cose:

  « continue e feroci azioni di rastrellamento di partigiani e di elementi antifascisti in genere, talvolta in stretta collaborazione con le forze armate germaniche, azioni che di solito si concludevano con la cattura, le sevizie particolarmente efferate, la deportazione e la uccisione degli arrestati, e tutto ciò sempre allo scopo di contribuire a rendere tranquille le retrovie del nemico, in modo che questi più agevolmente potesse contrastare il passo agli eserciti liberatori [... ] ingiustificate azioni di saccheggio ed asportazione violenta ed arbitraria di averi di ogni genere, ciò che il più delle volte si risolveva in un ingiusto profitto personale di chi partecipava a queste operazioni »
(Dalla sentenza di rinvio a giudizio del processo contro Borghese, articolo del sito dell'ANPI[59])

Sergio Nesi, ufficiale della Xa autore di numerosi libri che difendono la stessa, sostiene che Borghese la Decima avrebbero tenuto un comportamento coraggioso ed intrepido nei confronti del nemico (ne parla al riguardo delle battaglie sul fronte di Anzio, sulla Linea Verde, durante l'Operazione Aquila e nella Battaglia di Tarnova)[60] e asserisce che nel complesso le diserzioni della Decima sarebbero state sensibilmente inferiori a quelle registrate in altre forze armate e reparti della RSI.[61] Molte azioni di furto e saccheggio attribuite a reparti della RSI o tedeschi sarebbero, secondo lui, invece da attribuirsi alle numerose bande di criminali comuni che infestavano il territorio, i quali mascherati dietro uniformi della Decima che sarebbero riusciti ad ottenere durante lo sbandamento dell'8 settembre 1943, taglieggiavano la popolazione civile con relativa impunità. Sempre secondo quanto riportato da Nesi, operazioni dello stesso genere - a scopo di propaganda antifascista - sarebbero state condotte, sempre con uniformi della Decima in qualche modo trafugate, da nuclei partigiani (secondo Nesi, nella zona della Liguria e del Cuneense)[62].

Nesi sostiene poi che taluni rapporti di polizia proverrebbero da uffici e comandi repubblicani ostili alla Decima, i quali avrebbero perseguito non lo scopo di riparare i numerosi torti subiti dai civili, ma quello di metterla in cattiva luce presso gli alti comandi nonché lo stesso Mussolini nell'ambito delle feroci lotte per il potere che caratterizzarono la Repubblica Sociale. Questi rapporti sarebbero stati comunque ingigantiti ed esagerati.[63] Infatti, per finanziare la guerra contro gli angloamericani, fu anche impiegato il mercato nero, acquistando armi in Svizzera tramite contrabbando di beni calmierati. Lo stesso prefetto di Milano espresse preoccupazione per le numerose azioni illegali commesse dai marò.

Sempre secondo l'ex ufficiale, nei confronti dei tedeschi la Decima non è stata, come sostenuto da altri, servile e collaborazionista, ma avrebbe invece seguito sempre un atteggiamento di furbesco doppiogioco, cercando di sottrarre all'alleato ogni tipo di rifornimento e materiale con ogni mezzo (compresa la corruzione, il furto, l'ubriacatura e l'inganno). Secondo l'ex ufficiale è da inquadrare in quest'ottica anche il pestaggio l'arresto del gauleiter Reiner, episodio che portò all'espulsione quasi totale delle forze di Borghese dalla Venezia Giulia, sottoposte a "zona d'operazione".[64].

Il coinvolgimento nella guerra civile [modifica]

La Decima, nata per proseguire la guerra contro gli angloamericani, fu inizialmente risparmiata dalle azioni partigiane e gappiste, fino al 23 gennaio 1944, quando un attacco dinamitardo fece saltare alla Spezia il tram che collegava il centro cittadino colla sede della Decima nella Caserma San Bartolomeo, provocando la morte di tre marò e due cittadini.

A questo punto però i suoi appartenenti furono posti di fronte alla libera scelta di congedarsi o continuare con la guerra civile

Manifesto del 1944 inneggiante ad una "pacificazione" fra partigiani e forze della Decima

In seguito a questo episodio, la Decima inviò dei reparti in supporto ai tedeschi per un rastrellamento nelle montagne prospicienti La Spezia, durante il quale non si ebbero scontri a fuoco, ma solo sequestri d'armi.

La prima rappresaglia compiuta dalla Decima risale invece al marzo 1944, quando il treno Parma-La Spezia fu bloccato dai partigiani e tutti i suoi occupanti militari (fra cui tre marò della Decima) furono passati per le armi sebbene disarmati.[65]. La Decima ordinò un rastrellamento, durante il quale 13 partigiani furono sorpresi: quattro morirono nello scontro a fuoco e altri nove furono portati alla Spezia. Di questi, un minorenne fu rilasciato, e gli altri otto furono fucilati.

Spostate le unità in Piemonte alla Decima fu sempre più spesso richiesta la partecipazione alle operazioni di grande polizia, richieste alle quali la formazione aderì sempre con riluttanza e mettendo a disposizioni nuclei di entità inferiore alla compagnia[66].

Per fronteggiare le sempre più frequenti azioni dei partigiani, viene costituita una speciale "Compagnia O" (operativa), composta da 120 uomini al comando di Umberto Bertozzi, un uomo che alcune fonti definiscono sadico e crudele. Non è chiaro invece il suo rapporto con Borghese e coi comandi della Decima: pare piuttosto plausibile che detta compagnia "O" sia stata maltollerata quanto necessario per venire incontro alle urgenze della primavera-estate 1944, e appena possibile sciolta e i suoi elementi inviati nel Distaccamento "Milano"[67].

Tuttavia, il 4 luglio 1944 l'episodio dell'uccisione del comandante Umberto Bardelli spinse Borghese a tornare sulla sua decisione di non impiegare i suoi uomini nella controguerriglia. Così dall'autunno 1944 anche la Decima fu massicciamente coinvolta nella guerra civile contro i partigiani italiani, dispiegando una forza ed una violenza impressionante.

  « mentre le altre formazioni operavano in funzione antipartigiana, la Decima attese che i partigiani attaccassero per poi procedere, con riluttanza, alla guerra antipartigiana. La differenza è tuttavia assai sottile, vista la guerra civile. In ogni caso, almeno nei vertici e nelle intenzioni, la Decima non voleva combattere contro altri italiani, bensì portare a termine l’impegno d’onore verso la nazione concludendo la guerra anche con una sconfitta. Ciò determinò, in qualche caso, momenti di cavalleria e di rispetto fra le due parti in lotta e persino qualche momentaneo accordo politico »
(Prefazione di Giuseppe Parlato al volume di Sergio Nesi, "Junio Valerio Borghese", cit.)

L'8 luglio 1944 Bardelli si recò personalmente alla ricerca del guardiamarina Oneto, disertore del "Sagittario" che era fuggito con la cassa del battaglione. Giunto nel borgo di Ozegna con una scorta, si trovò faccia a faccia coi guerriglieri della formazione "Matteotti" al comando del partigiano Piero Urati, detto Piero Piero. Per evitare uno scontro fratricida, Bardelli depose le armi e ordinò ai suoi di fare lo stesso. Iniziarono così a parlamentare coi partigiani per ottenere la consegna del disertore, in un clima di crescente tensione. Dopo aver concordato lo scambio del disertore Oneto con dei prigionieri partigiani, Bardelli lasciò il convegno con Piero Piero, ma si trovò circondato da uomini della "Matteotti". Piero Piero intimò la resa al comandante repubblicano, il quale rifiutò urlando "Barbarigo non si arrende ! Fuoco !". Nel rapido scontro a fuoco che ne seguì Bardelli e 10 marò furono uccisi. Le salme furono ricomposte nell'attuale oratorio del paese e i feriti curati da alcune religiose del posto. I marò prigionieri, invece, furono catturati dai partigiani e portati "in montagna", dove sarebbero stati sottoposti a varie pressioni (fra cui la "falsa fucilazione") per indurli a disertare e passare con la "Matteotti". Furono poi rilasciati una settimana dopo, a seguito di uno scambio con prigionieri partigiani.

Caddero anche sette partigiani ed un civile[68].Secondo l'ufficio propaganda della Decima il corpo di Bardelli fu rinvenuto privo di due denti d'oro, mentre due caduti furono rinvenuti dai paesani ammassati contro un muro e imbrattati di sterco e con della paglia in bocca (secondo alcuni a causa del trasporto con un carretto sporco, ma tale versione risulta respinta da altra storiografia[69]).

La salma del comandante Umberto Bardelli ucciso dai partigiani della "Matteotti" di Piero Urati detto Piero Piero il 4 luglio 1944: secondo l'ufficio propaganda della Decima, che ha diffuso l'immagine, si noterebbe la mancanza di due denti d'oro strappati al cadavere
Le salme dei marò Fiaschi e Grosso, imbrattate di sterco

In seguito a questo evento Borghese radunò lo stato maggiore della Decima comunicando la sua decisione e ribadendo il carattere volontario della Decima. Chiunque non avesse voluto rimanere nella Decima, che era nata per combattere al fronte gli anglo-americani, e che da quel momento si trovava coinvolta nella guerra civile, avrebbe ottenuto il congedo illimitato: quindici ufficiali su duecento chiesero ed ottennero d'essere messi in congedo per non dover partecipare alla guerra civile.[70]

Dopo altri due mesi di imboscate e rastrellamenti si giunse ad un nuovo abboccamento fra i reparti della Decima e della formazione di Piero Piero che portò alla costituzione, caso più unico che raro, di un plotone d'esecuzione misto per l'esecuzione del disertore Oneto. Oneto dopo essere stato degradato viene fucilato nei pressi di Configlietto Val Soana da un picchetto comandato dal Tenente di Vascello Montanari formato da sei marò del battaglione Barbarigo e sei partigiani della Brigata De Franchi il 4 settembre 1944. All'esecuzione assistette un picchetto di venti marò della Decima e di venti partigiani.[3][69].

Nonostante questo episodio (che ebbe come strascico l'arresto di Piero Piero per ordine di altri capi partigiani, anche in seguito alle esazioni compiute dal gruppo in Valchiusella. Il malcontento della popolazione sfociò in un'inchiesta da parte dei partigiani dell'area che fecero cessare le requisizioni e i furti di cibo e bestiame.), la Decima si trovò coinvolta sempre più profondamente nella guerra civile. Subendo - in quanto forza militare alleata dei tedeschi e al pari delle forze militari di questi - attacchi, catture ed imboscate[71] in numero crescente, i suoi uomini reagirono sempre più violentemente, fino a perpetrare veri e propri crimini di guerra contro le popolazioni civili.

Fra gli episodi più significativi si inquadra l'esecuzione sommaria del partigiano garibaldino Ferruccio Nazionale, detto "Carmela", il cui corpo, immortalato in una macabra foto, è divenuto uno dei simboli della ferocia cui si giunse durante la guerra civile. Ad Ivrea il partigiano Nazionale decise di attentare alla vita del cappellano militare della Decima, don Augusto Bianco. Bloccato con una bomba a mano in pugno, proprio un istante prima che potesse scagliarla, fu sommariamente giustiziato il 29 luglio tramite impiccagione nella piazza del municipio[72]. Il corpo, lasciato appeso con cartello al collo divenuto tristemente famoso per una foto scattata da un marò (vedi foto), sarebbe dovuto rimanere appeso quale monito per la popolazione, che venne raggruppata e fatta sfilare davanti al suo cadavere[73]. Secondo le testimonianze di alcuni partigiani (raccolte però successivamente ai fatti), al momento dell'impiccagione Nazionale era praticamente già morto a causa delle torture subìte da parte dei marò della compagnia "O", generalmente ritenuta la più violenta della Decima, e, sempre secondo queste testimonianze, nell'ambito delle torture gli sarebbe anche stata mozzata la lingua[74][75]. Tuttavia, dopo poche ore, un ufficiale del battaglione "Fulmine", non ritenendo compatibile un simile spettacolo di ferocia con l'onore del proprio reparto, ordinò che il corpo fosse deposto, e cristianamente sepolto nel cimitero cittadino, alla presenza di un picchetto di marò.[3].

Ferruccio Nazionale, partigiano biellese impiccato dalla Xª MAS sulla piazza del municipio di Ivrea il 9 luglio 1944

La particolare crudezza che caratterizzò le azioni della Decima durante le operazioni antipartigiane è stata spiegata così dallo storico Renzo De Felice:

  « Tipici in questo senso sono i tre stadi che spesso sono riscontrabili nel loro atteggiamento […] primo, la Decima combatte per l’onore della patria; la sua guerra è contro il nemico invasore dell’Italia e non ideologica e di partito, che divide gli italiani invece di unirli nel nome della patria, e, dunque, la Decima non combatte contro i partigiani; secondo, se però i partigiani si accaniscono contro di essa, vendichi i suoi morti; terzo, ogni forma di clemenza verso i partigiani dettata dal governo o dal PFR da considerazioni di ordine politico non può essere accettata e non riguarda la Decima, i nemici attivi della patria, coloro che uccidono chi ne difende l’onore e il territorio non possono trovare clemenza. »
(Renzo de Felice, Mussolini l'alleato, Einaudi)

I crimini di guerra e contro l'umanità della Xª MAS si svolsero essenzialmente in paesi e frazioni, dove era concentrata l'attività partigiana. Sono stati citati i seguenti episodi a carico della Decima durante il processo al suo comandante nel dopoguerra:

  • Forno (frazione di Massa), 13 giugno 1944: 68 persone (tra le quali il maresciallo dei carabinieri Ciro Siciliano, che cercò di impedire il rastrellamento), per lo più civili e qualche partigiano, vennero uccise da un reparto di SS e da uomini della Compagnia "O" della Decima al comando di Bertozzi (che secondo alcune fonti fu colui che selezionò chi tra i prigionieri sarebbe stato fucilato).[76][77]
  • Borgo Ticino (NO), 13 agosto 1944: in collaborazione con le SS, fucilazione di 12 civili, saccheggio e incendio del paese. Per la prima volta viene applicato il bando Kesselring di rappresaglia per il ferimento di quattro soldati tedeschi (al paese venne chiesto un risarcimento di 300.000 lire a compensazione del fatto[78] e per evitare l'esecuzione, ma dopo aver riscosso la cifra, come ammesso anche al processo dal Capitano Krumhar che guidava il gruppo delle SS, la fucilazione e le successive violenze avvennero ugualmente).[79][80]
  • Guadine (fraz. di Massa), 24 agosto 1944: rappresaglia sulla popolazione civile, ritenuta fiancheggiatrice dei partigiani, con alcune decine di civili uccisi. Il paese e le sue frazioni furono quasi completamente bruciati e distrutti. L'operazione probabilmente aveva anche lo scopo di bloccare eventuali fuggitivi dalla contemporanea azione della 16. SS-Freiwilligen-Panzergrenadier-Division Reichsführer SS, agli ordini del maggiore Walter Reder e degli uomini della Brigata Nera di Massa, che si stava svolgendo a Vinca (comune di Fivizzano).[81][82]
  • Castelletto Ticino (NO), 2 novembre 1944, dopo l'uccisione da parte dei partigiani del sottotenente di vascello Leonardi, pubblica esecuzione esemplare: un ufficiale della Xª MAS fa fucilare in pubblico cinque partigiani "garibaldini" detenuti ad Arona[83], dopo aver raccolto una folla obbligata ad assistere.[84]
  • Valmozzola (PR): fucilazione sommaria di otto partigiani presi prigionieri in seguito ad azioni di guerra.[85]
  • Crocetta del Montello (TV): tortura su partigiani catturati tramite fustigazione e ustioni con stracci imbevuti di benzina e accesi, nonché sei esecuzioni sommarie.[86][87]

Nel processo che Borghese subì dopo la guerra, una testimonianza suggerì anche che in alcune delle rappresaglie di cui furono protagonisti, gli uomini della Decima indossassero uniformi tedesche, probabilmente per farle attribuire esclusivamente all'esercito nazista.[80]. Tuttavia nel dispositivo della sentenza, Borghese fu condannato a 12 anni di carcere ed esclusione dai pubblici uffici solo per "collaborazione militare" coi tedeschi, escludendo il suo coinvolgimento nei crimini di guerra come la sua partecipazione ai reati di omicidio e saccheggio[88].

Durante gli anni sessanta seicentonovantacinque fascicoli riguardanti le stragi nazifasciste in Italia vennero "archiviati provvisoriamente" dal procuratore generale militare, principalmente per ragioni di convenienza politica, e i vari procedimenti furono bloccati, garantendo quindi l'impunità per i responsabili ancora in vita. Successivamente, nel 1994, durante la ricerca di prove a carico di Erich Priebke per la strage delle Fosse Ardeatine, venne scoperta l'esistenza di questi fascicoli (trovati in quello che giornalisticamente è stato definito l'Armadio della vergogna): tra di questi ve ne erano diversi riferiti a fatti compiuti da personale della Decima Mas di Borghese.[89].

Antisemitismo nel Corpo [modifica]

L'antisemitismo, autoctono ma anche consono all'alleanza con i nazisti (e in generale dell'intero fascismo repubblicano, come il Manifesto di Verona dimostra), fu un tema più volte toccato della propaganda dei giornali della Decima (e talora dei suoi stessi membri). La rivista della Decima, L'Orizzonte, conteneva articoli fortemente antisemiti, come quelli di Giovanni Preziosi in cui si propugnava la teoria del complotto giudaico. Preziosi cominciò un articolo con queste parole:

  « È storicamente dimostrato che l'attuale guerra fu voluta, attuata e preparata dal giudaismo, che ha avuto come strumento principale la massoneria... »

Il giornale ebbe problemi di distribuzione legati ai difficili rapporti tra Xª MAS e la Repubblica Sociale.[90]

Scioglimento, ultimi scontri e perdite [modifica]

Verso la fine della guerra, la Xª MAS di Borghese spostò il suo quartier generale in Piemonte. Il 26 aprile, primo dei tre giorni di insurrezione che portarono alla Liberazione, Borghese sciolse la Decima presso la caserma di piazzale Fiume (odierna piazza della Repubblica) a Milano.

I vari reparti della Decima seguirono invece diversi destini, a seconda del luogo e del nemico a cui si arresero[91][4].

  • I battaglioni "Barbarigo", "Lupo", "NP" e "Freccia" e il gruppo artiglieria "Colleoni", impiegati a difesa della Linea Verde dopo aver subito perdite esiziali nella battaglia contro le forze inglesi e del Commonwealth si ritirarono in piccoli nuclei oltre l'Adige verso Padova ad Albignasego ("Lupo" e "Barbarigo") dove si arresero quando furono raggiunte dal nemico, ottenendo da questo l'onore delle armi. Il "Freccia" e il "Colleoni" furono totalmente distrutti nella battaglia, e cessarono di agire come unità organiche già dagli ultimi giorni di aprile 1945, ripiegando disordinatamente.
  • I reparti indivisionati nella Divisione Decima in territorio vicentino ("Sagittario", "Fulmine", "Valanga", "Castagnacci", "san Giorgio", "Alberto da Giussano", "Pegaso", "Vega") attesero l'arrivo del nemico arma-al-piede, dopo un iniziale tentativo di raggiungere la Venezia Giulia per arginare l'invasione iugoslava, frustrato dal totale controllo dell'aria da parte delle aviazioni alleate. Anche questi reparti si arresero con l'onore delle armi. I reparti concentrati a Bassano del Grappa invece si confrontarono coi partigiani, a volte combattendo a volte arrendendosi: in quest'ultimo caso gli uomini che si consegnarono furono spesso oggetto di feroci vendette.
  • I reparti di Fanteria di Marina a Venezia (btg. "Serenissima" e Nuotatori Paracadutisti -NP- ed altri) si arresero con l'onore delle armi agli Alleati il 30 aprile 1945, presso l'ex collegio navale della GIL a Sant'Elena[92].
  • I reparti territoriali a Torino e Milano seguirono la sorte delle altre unità repubblicane ivi presenti. Quelli di Torino non riuscirono a ripiegare verso la "zona franca" di Ivrea per arrendersi agli americani il 5 maggio successivo, e seguitarono a combattere nella caserma assediata dai partigiani. Dopo aver finito le munizioni si arresero, e oltre 60 dei superstiti furono fucilati sommariamente. Quelli di Milano subirono l'urto dell'insurrezione partigiana il 26 aprile.
  • I reparti nel novarese (btg. "Scirè") furono coinvolti in scontri a fuoco coi partigiani. Quelli che si arresero dietro promessa d'aver salva la vita furono in gran parte passati per le armi.
  • I reparti in Istria, a Fiume e sulle isole del Carnaro furono sistematicamente annientati dagli iugoslavi. Il battaglione "San Giusto" di Trieste invece riuscì a raggiungere via mare Venezia dove si arrese agli Alleati il 30 aprile.
  • I reparti di marina a Sanremo uscirono il 26 aprile per un'ultima missione contro i franco-americani, dopodiché affondarono i propri mezzi e dispersero gli uomini. Quelli che furono catturati dai partigiani furono sommariamente uccisi.

I caduti accertati in operazioni belliche e di controguerriglia della Decima assommano a oltre 600. A questi vanno aggiunti gli uomini uccisi sommariamente al termine delle ostilità dopo aver ceduto le armi, in numero non precisato (si ricorda, ad esempio, l'eccidio di Valdobbiadene dei Nuotatori Paracadutisti della Decima, NP, nel maggio del 1945, ove furono trucidati 50 prigionieri di guerra).

Decorazioni [modifica]

Un totale di almeno 466 militi della Xª Flottiglia MAS della Marina Repubblicana furono insigniti di decorazioni al Valore Militare della Repubblica Sociale Italiana. Tra di loro:

  • 3 Medaglie d'oro al Valor Militare [93] (tutte concese alla memoria)
- Guardiamarina Alessandro Tognoloni [94] , Battaglione "Barbarigo", Cisterna 24/5/1944
- Alfonso Guadagni, Servizio Informazioni Xa MAS, Nisida 14/6/1944
- Capitano Genio Navale Umberto Bardelli, Battaglione "Barbarigo", Ozegna 8/7/1944
Al momento della resa della RSI erano ancora al vaglio della commissione di assegnazione altre quattro proposte, ossia :
- S.Ten. Sergio Denti, Mezzi d'Assalto - Mare Tirreno 1944-45
- Marò Giorgio Agostini, Casale Nenci 25/12/44
- Marò Eugenio Bampi, Tarnova 18/1/45
- S.Ten. Giovanni Biggio, Castelnuovo Perna 20/3/45
  • 96 Medaglie d'argento al Valor Militare
  • 122 Medaglie di bronzo al Valor Militare
  • 245 Croci al Valore Militare

A cui si aggiungono 122 encomi solenni, sempre concessi dalla RSI.

Riferimenti postali storici [modifica]

Al Comando X Flottiglia Mas venne assegnata[95]: Fp. 80015 (dal 4.5.44) e la Fp 81200 (dal 5.3.45); a La Spezia PdC.781; a Milano PdC.795; a Lonato (BS) PdC.755.

Note [modifica]

  1. ^ La marca di numero ordinale apposta al numero romano (di per sé già ordinale), pur essendo un errore, fu nondimeno usata dai costitutori del corpo.
  2. ^ G. Bocca, Storia dell'Italia partigiana, p. 478.
  3. ^ a b c Guido Bonvicini, Decima Marinai! Decima Comandante!, Mursia, Milano
  4. ^ a b c Giorgio Pisanò, Gli ultimi in grigioverde, CED, 1967
  5. ^ Giorgio Pisanò, Storia della guerra civile in Italia, CED, 1964 et. al.
  6. ^ De Gasperi: anche quelli di Salo' difendevano Trieste - Corriere della Sera 11 ottobre 1996. URL consultato il 19-08-2008.
  7. ^ G.Bocca, Storia dell'Italia partigiana, p. 479-480.
  8. ^ Jack Greene e Alessandro Massignani, Il principe nero, Junio Valerio Borghese e la Xª MAS, Oscar Mondadori, 2008, pag. 198
  9. ^ Cfr. Giorgio Pisanò, op. cit. «Chi vuole rimanere con me a difendere la Flottiglia, resti. Io non me ne vado. Ma chi di voi ha motivi validi per cercare di raggiungere le famiglie me lo dica. Sarà posto in licenza immediata, salvo il richiamo che farò non appena le circostanze lo permetteranno.»
  10. ^ Emanuele Mastrangelo, I canti del Littorio, Lo Scarabeo, Bologna, 2005
  11. ^ G. Bonvicini, op. cit., pag. 79. Quindici ufficiali chiesero ed ottennero da Borghese regolare foglio di congedo per non dover partecipare ai rastrellamenti antipartigiani.
  12. ^ Emanuele Mastrangelo, I disertori nella RSI, su Il Secondo Risorgimento, III/2004
  13. ^ Un estratto dal libro di Aurelio Lepre, La storia della Repubblica di Mussolini. Salò: il tempo dell'odio e della violenza, Mondadori, 1999, ISBN 88-04-48141-2
  14. ^ Intervista a Piero Vivarelli.
  15. ^ Sergio Nesi, Decima Flottiglia nostra..., Mursia, Milano, 1986, pag. 59
  16. ^ L'Ufficio Stampa e Propaganda fu costituito alla Spezia il 9 settembre 1943 e disciolto a Milano il 26 aprile 1945. Il responsabile fu il sottotenente di vascello Pasca Piredda.
  17. ^ Comandante : Ausiliaria Fede Arnaud- Costituito a Roma nel 1944 come centro assistenza per i feriti in afflusso dal fronte di Anzio, venne successivamente trasferito a La Spezia e poi a Sulzano per un corso d'addestramento. Un secondo corso venne tenuto a Grandola, ed un terzo a Col di Luna.
  18. ^ Costituito nel novembre 1943 (C.C. Umberto Bardelli), si distinse in combattimento sul fronte di Anzio e nella difesa di Roma. Partecipò successivamente ai combattimenti contro i partigiani yugoslavi nelle zone del Bosco di Cansiglio, nel Goriziano e nella Selva di Tarnova. Nel marzo 1945 fu inquadrato nel 1° Gruppo di Combattimento della "Divisione Decima"
  19. ^ Costituito a La Spezia tra gennaio ed aprile 1944 (C.C. Corrado de Martino). Operò in funzione antipartigiana in Garfagnana, Lunigiana e Piemonte, prima di essere trasferito al fronte sulla linea del Senio come parte del 1° Gruppo di Combattimento della "Divisione Decima"
  20. ^ Costituito a La Spezia nell'ottobre 1943 (Cpt.G.N. Nino Buttazzoni). Inizialmente suddiviso in distaccamenti (1ª Cp. a difesa del Ministero della Marina a Montecchio Maggiore, 4ª Cp. in Val d'Intelvi, Cp."Ceccacci" a Treviso per addestramento sabotatori, Compagnia comando ad Asiago) partecipò poi ad azioni antipartigiane in Piemonte, ai combattimenti contro i partigiani yugoslavi in Friuli e Venezia Giulia, e Nel marzo 1945 fu inquadrato nel 1° Gruppo di Combattimento della "Divisione Decima"
  21. ^ Costituito a La Spezia nel marzo 1944 (Com. Corallo). Operò in funzione antipartigiana in Valle d'Aosta, Piemonte, Veneto e Friuli, distinguendosi in combattimento contro i partigiani yugoslavi nella Selva di Tarnova. Era parte del 2° Gruppo di Combattimento della "Divisione Decima"
  22. ^ Costiuito a Pavia nel Settembre 1943 con personale brevettato alla Scuola Guastatori del Genio di Banne (Cpt. Manlio Morelli). Il reparto si aggregò alla Xª nel marzo 1944, partecipando con il resto della divisione ai rastrellamenti nella zona di Ivrea per poi trasferirsi in Friuli nel goriziano e nella zona del Meduna, distinguendosi in combattimento contro i partigiani yugoslavi. Era parte del 2° Gruppo di Combattimento della "Divisione Decima"
  23. ^ Costituito a La Spezia nell'aprile 1944 (C,C, Bernardino Fumai), a partire dalla Compagnia autonoma "Mai Morti". Partecipò ai grandi rastrellamenti antipartigiani in Piemonte per poi trasferirsi in Friuli contro i partigiani yugoslavi nella zona di Salcano, distinguendosi nei combattimenti di Casale Nenzi. Era parte del 2° Gruppo di Combattimento della "Divisione Decima"
  24. ^ Costituito a partire dal febbraio 1944 a La Spezia (Magg. Guido Borielllo)
  25. ^ Il gruppo partecipò ai combattimenti sul fronte di Anzio, in supporto al Battaglione "Barbarigo", per poi operare nel settore Veneto e Friulano
  26. ^ Il gruppo operò in supporto alle unità della Divisione contro i partigiani yugoslavi, ed entrò successivamente a far parte del 1° Gruppo di Combattimento della "Divisione Decima".
  27. ^ Il gruppo non divenne mai pienamente operativo
  28. ^ parte del 1° Gruppo di Combattimento della "Divisione Decima".
  29. ^ Costituito nel 1944 (C.C. Filippo di Bernardo) nel quadro della costituzione delle unità di supporto divisionali. Sostenne le attività dei reparti da combattimento contro i partigiani yugoslavi, ed entrò successivamente a far parte del 1° Gruppo di Combattimento della "Divisione Decima".
  30. ^ costituito inizialmente come unità di guarnigione a protezione degli enti territoriali della Marina Repubblicana dislocati sul Lago Maggiore. Operò in funzione antipartigiana in Valdossola e Valle Strona, per poi venire assorbito nella "Divisione Decima" come Battaglione complementi. Entrò successivamente a far parte del 2° Gruppo di Combattimento della "Divisione Decima".
  31. ^ costituito a La Spezia nel febbraio 1944, operò nell'addestramento del personale dei reparti speciali della Divisione prima al Lido di Camaiore, poi a Piacenza ed a Portese sul Garda ".
  32. ^ costituito nel giugno 1944 a Bordeaux (Francia) con personale in esubero di Betasom. Rientrò in Italia nell'agosto 1944".
  33. ^ costituito a Montecchio Maggiore nel gennaio 1945, operò come guarnigione delle locali sedi comando della Marina Repubblicana ".
  34. ^ costituito a Genova nel marzo 1944 su iniziativa del Capo di I Classe Felice Bottero, rimase fino alla fine inquadrato da soli sottufficiali con l'eccezione dell'ufficiale medico e di due tenenti dell'Esercito. Operò nella difesa costiera (comprese le batterie di Sturla, San Remo e Sampierdarena) e fornì rincalzi ai battaglioni "Lupo" e "Barbarigo" . ".
  35. ^ costituito a Trieste nel dicembre 1944, rimanendo sempre parte della guarnigione della città.
  36. ^ costituito ad Arona nel maggio 1944, a difesa della Scuola Mezzi d'Assalto "
  37. ^ costituito a Venezia nel febbraio 1944, con compiti di guarnigione. Una compagnia fu distaccata in supporto del battaglione "Valanga in Val Neduna e nella Selva di Tarnova
  38. ^ costituito a Montorfano nel maggio 1944 come unità di supporto ed addestamento per il battaglione "NP"
  39. ^ costituito a Torino nel marzo 1944, a difesa degli stabilimenti FIAT
  40. ^ costituito a Milano nel giugno 1944 per la difesa del comando della Xa in Piazza Fiume, e successivamente rinforzato con una compagnia del Battaglione "Risoluti"
  41. ^ costituito a Roma nel 1944 per compiti amministrativi, servì da comando tappa per il Battaglione "Barbarigo" e da centro reclutamento.
  42. ^ costituito a Torino nel giugno 1944 sulla forza di una Compagnia con compiti di guarnigione, assorbì successivamente il distaccamento "Umberto Cumero" ed altre unità fino ad assumere la consistenza di un Battaglione.
  43. ^ costituita a Ravenna, servì come guarnigione dell'isola di Cherso
  44. ^ costituita a Fiume nel maggio 1944 con compiti di guarnigione
  45. ^ costituita a Trieste nell'ottobre 1943, venne successivamente trasferita a Novara e successivamente sciolta a La Spezia per motivi disciplinari.
  46. ^ costituita a La Spezia nel luglio 1944 a difesa del comando della X. Quando il comando si trasferì a Milano, venne assorbita dal locale Distaccamento.
  47. ^ costituita a Pola con personale in esubero del 3° Reggimento "San Marco" della RSI per la protezione della locale Base Sommergibili CB
  48. ^ costituito a Gavirate, servì inizialmente a difesa dello Stato Maggiore della marina Repubblicana a Lonato e poi a difesa del comando della Xa a Milano
  49. ^ [1]
  50. ^ [2]
  51. ^ Pier Arrigo Carnier, Lo sterminio mancato, Mursia, p. 113
  52. ^ Nino Arena, Storia delle Forze Armate della RSI, vol.3
  53. ^ Aga Rossi, Bradley Smith. Operazione Sunrise, Mondadori; Pier Arrigo Carnier, Lo sterminio mancato, Mursia
  54. ^ Jack Greene e Alessandro Massignani, Il principe nero, Junio Valerio Borghese e la Xª MAS, Oscar Mondadori, 2008, pag. 180"La graduale avanzata dei comunisti di Tito in Istria spiega perché, a un certo punto, Borghese fece delle aperture agli Alleati, in particolare alla marina italiana del Sud...."
  55. ^ Jack Greene e Alessandro Massignani, Il principe nero, Junio Valerio Borghese e la Xª MAS, Oscar Mondadori, 2008, pag. 182-183:"Il SIS, guidato dal capitano di vascelo Agostino Calosi, aveva ricevuto istruzioni precise dall'ammiraglio De Courten, divenuto capo di stato maggiore della marina. L'idea era quella di sbarcare in Istria senza avvalersi dell'aiuto degli Alleati, in modo da non turbare i rapporti con Tito."
  56. ^ Jack Greene e Alessandro Massignani, Il principe nero, Junio Valerio Borghese e la Xª MAS, Oscar Mondadori, 2008, pag. 180"In ogni caso, gli Alleati respinsero queste avance, forse con una certa avventatezza"."
  57. ^ Sergio Nesi, Junio Valerio Borghese. Un principe, un comandante, un italiano, p.403, Lo Scarabeo, Bologna, 2004 "Roosvelt e Eisenhower non volevano rompere assolutamente con "l'amico Stalin" di cui avevano massima stima e inoltre non si potevano buttare all'aria gli accordi di Yalta".
  58. ^ Le "imprese" della Decima MAS - Una carriera di furti e rapine, dal sito dell'ANPI
  59. ^ Le "imprese" della Decima MAS, dal sito dell'ANPI
  60. ^ Sergio Nesi, Decima flottiglia nostra..., Edizioni Mursia, Milano, 1986, pag. 303
  61. ^ cfr. infra
  62. ^ Cfr, National Archives and Recording administration, RG226 Records of OSS, faldoni vari; Sergio Nesi, Junio Valerio Borghese, Lo Scarabeo, Bologna
  63. ^ Cfr. Sergio Nesi, ibidem
  64. ^ Sergio Nesi, Decima flottiglia nostra..., Lo Scarabeo, Bologna, 2008
  65. ^ Sergio Nesi, Junio Valerio Borghese. Un principe, un comandante, un italiano, Lo Scarabeo, Bologna, 2004
  66. ^ Massimiliano Capra Casadio, La Decima Mas di Junio Valerio Borghese, i comandi tedeschi e le formazioni partigiane, in I sentieri della ricerca, n. 5, Centro Studio Piero Ginocchi
  67. ^ ibidem; nonché Pisanò, op. cit.
  68. ^ targa commemorativa sul posto
  69. ^ a b Sergio Nesi, Ozegna, 8 luglio 1944, Lo Scarabeo, Bologna, 2008
  70. ^ Mario Bordogna, Junio Valerio Borghese e la Xª Flottiglia MAS, Mursia, Milano, 2007.
  71. ^ Circa le catture o - secondo il gergo militare di allora "prelevamenti" di militari in libera uscita o in licenza - si veda Giorgio Pisanò, Gli ultimi in grigioverde, cit., voll. I e II, in particolare riguardo alle disposizioni del gen. Farina in materia di sicurezza dei militari in libera uscita
  72. ^ Ricciotti Lazzero, "La Decima MAS", p.95-96, Garzanti, Milano, 1984
  73. ^ Ferruccio Nazionale "Carmela"
  74. ^ Itinerari della memoria, dal sito ANPI di Ivrea
  75. ^ Articolo del settimanale Panorama sul libro "Guerra civile 1943-1945-1948. Una storia fotografica", di Chessa Pasquale
  76. ^ A proposito di Decima Mas, dal sito di denuncia dell'operato della formazione digilander.libero.it/ladecimamas
  77. ^ La battaglia e la strage di Forno, dal sito resistenzatoscana.it
  78. ^ Ricciotti Lazzero, "La Decima MAS", p.104-105, Garzanti, Milano, 1984
  79. ^ Strage di Borgo Ticino, dal sito di denuncia dell'operato della formazione digilander.libero.it/ladecimamas
  80. ^ a b L'eccidio di Borgo Ticino (NO), dal sito dell'ANPI
  81. ^ Strage di Guadine (MS), dal sito di denuncia dell'operato della formazione digilander.libero.it/ladecimamas
  82. ^ Le stragi di civili in Toscana (aprile-settembre 1944), dal sito Centro studi della Resistenza
  83. ^ L'eccidio di Castelletto Ticino (NO), dal sito dell'ANPI
  84. ^ Strage di Castelletto Ticino riporta estratti di un rapporto dell'ufficiale della Decima coinvolto e l'intero rapporto di un testimone partigiano
  85. ^ L'eccidio di Valmozzola (PR), dal sito dell'ANPI
  86. ^ L'eccidio di Crocetta del Montello (TV), dal sito di denuncia dell'operato della formazione digilander.libero.it/ladecimamas
  87. ^ L'eccidio di Crocetta del Montello (TV), dal sito dell'ANPI
  88. ^ Atti del processo contro Junio Valerio Borghese e altri, Corte di Assise di Roma, 21-22 gennaio 1949 ""La Corte, visti gli articoli...dichiara Junio Valerio Borghese, Ungarelli Ongarillo, Del Giudice Guido e Marinucci Filippo, colpevoli del reato di collaborazione militare. Esclusa per Valerio Borghese la partecipazione ai fatti di omicidio di Borgo Ticino, Castelletto Ticino, Crocetta di Montello, nonché a quello di saccheggio". Questi ultimi erano i fatti imputati per i crimini di guerra. "Condanna il Borghese a 12 anni di reclusione,[...]. Condonati: 9 anni a Junio Valerio Borghese".
  89. ^ Si veda l'estratto dall'elenco reperito nel 1994 presso la Procura Generale Militare in Italia per le sole posizioni che richiamano a militari della Decima Mas, riportato sul sito di denuncia dell'operato della formazione digilander.libero.it/ladecimamas
  90. ^ http://digilander.libero.it/ladecimamas/orizzonte.htm
  91. ^ Carlo Cucut, Le Forze Armate della RSI, Gruppo Modellismo Trentino di studio e ricerca storica</ref name="Bonvicini" />
  92. ^ G.Bonvicini, Decima marinai! Decima Comandante! La fanteria di Marina 1943-1945, Milano, Mursia, 1998, p.183
  93. ^ http://www.repubblicasocialeitaliana.eu/pagine/storia/rsi%20la%20guerra%20in%20italia/volume3%201945/pagine/079.htm
  94. ^ Questa MOVM della RSI fu concessa alla memoria, ma il GM Tognoloni, progioniero degli americani, era in realtà sopravvissuto alle gravissime ferite riportate
  95. ^ La "Decima Flottiglia MAS". xflottigliamas



Quando pareva vinta Roma antica
sorse l'invitta Decima Legione;
vinse sul campo il barbaro nemico
Roma riebbe pace con Onore.
Quando all'ignobil 8 di settembre,
abbandonò la Patria il traditore,
sorse dal mar la Decima Flottiglia
e prese le armi al grido
 "Per l'Onore".

Decima, flottiglia nostra,
che beffasti l'Inghilterra,
vittoriosa ad Alessandria,
Malta Suda e Gibilterra.
Vittoriosa già sul mare,
ora pure sulla terra,
vincerai!
 



Navi d'Italia che ci foste tolte
non in battaglia ma col tradimento,
nostri fratelli prigionieri o morti,
noi vi facciao questo giuramento.
Noi vi giuriamo che ritorneremo
là dove Dio volle il tricolore;
noi vi giuriamo che combatteremo
fin quando avremo pace con onore.


Decima, flottiglia nostra,
che beffasti l'Inghilterra,
vittoriosa ad Alessandria,
Malta Algeri e Gibilterra.
Vittoriosa già sul mare,
ora pure sulla terra,
vincerai!

 



"perché per noi la morte in combattimento è una cosa bella, profumata"

Salvatore Todaro


Lo Scudetto della Xa Flottiglia M.A.S. fu disegnato in ricordo del C.te Salvatore Todaro, esempio di vivo ardimento italiano, e racchiude in se l'essenza della "bella morte", del sacrificio dell'uomo verso la propria Patria.
La morte, raffigurata da un teschio, tiene in bocca una rosa rossa, simbolo della bellezza, che "sfida" la morte stessa e la svuota del suo significato negativo poichè ricorda all'uomo che morire per un Ideale o per la propria Patria è, in realtà, "una cosa bella, profumata".

Degli Scudetti della Xa Flottiglia M.A.S. se ne conoscono almeno 4 modelli:

1) Rosa corta con teschio inclinato in zama nichelata, vernice blu intenso;

2) Rosa corta con teschio inclinato in zama nuda con vernice azzurra. Questo modello è, con buona probabilità, successivo a quello in zama nichelata per via della mancata operazione di nichelatura; il condizionale è tuttavia d'obbligo in quanto l'unica certezza che si ha è che man a mano che la guerra volgeva al termine, i processi di produzione venivano razionalizzati e semplificati. Del resto anche l'aspetto esteriore dei due modelli sembra confermare questa ipotesi: il modello in zama nichelata presenta una verniciatura blu più omogenea, curata, mentre il modello in zama nuda ha una verniciatura più chiara e più grossolana.

3) Rosa lunga in ottone con vernice a smalto molto probabilmente usato dai reparti imbarcati e dal comando;

4) Modello Bregonzio (nome della ditta produttrice) in zama nuda con vernice blu intenso. Si tratta di fondi di magazzino ma di sicura produzione bellica.

5) Modello Divisione con teschio grande in zama, placcatura bronzata e vernice blu. Distribuito verso la fine del conflitto in pochi esemplari è sicuramente il piu' raro di tutti.

 

IL DECALOGO

1) Stai zitto


E' indispensabile mantenere il segreto anche nei minimi particolari e con chiunque, anche con gli amici e parenti cari. Ogni indiscrezione è un tradimento perché compromette la nostra opera e può costare la vita a molti dei nostri compagni.





2) Sii serio e modesto


Hai promesso di comportarti da Ardito. Ti abbiamo creduto. Basta così. E' inutile far mostra della tua decisione con parenti, amici, superiori e compagni. Non si fa, di una promessa così bella, lo sgabello per la tua vanità personale. Solo i fatti parleranno.





3) Non sollecitare ricompense


La più bella ricompensa è la coscienza di aver portato a termine la missione che ci è affidata. Le medaglie, gli elogi, gli onori rendono fieri chi li riceve per lo spontaneo riconoscimento di chi giudica, non chi li sollecita o li mendica.





4) Sii disciplinato


Prima del coraggio e dell'abilità ti è richiesta la disciplina più profondamente sentita: dello spirito e del corpo. Se non saluti, se non sei educato, se non obbedisci nelle piccole cose di ogni giorno, se il servizio di caserma ti pesa e ti sembra indegno di te, se non sai adattarti a mangiare male e dormire peggio: non fai per noi.





5) Non aver fretta di operare, non raccontare a tutti che non vedi l'ora di partire


Potrai operare solo quando il tuo cuore, il tuo cervello e il tuo corpo saranno pronti. Se sei impaziente, non sei pronto. Devi imparare a conoscere perfettamente la tua arma e ad impiegarla in ogni contingenza in maniera perfetta. L'addestramento non è mai eccessivo. Devi appassionarti ad esso. Devi migliorarti ogni giorno. Solo chi ti comanda è giudice insindacabile delle tue possibilità.





6) Devi avere il coraggio dei forti, non quello dei disperati


Ti sarà richiesto uno sforzo enorme, solo al di là del quale sta il successo. Per compierlo, hai bisogno di tutte le tue energie fisiche e morali. La tua determinazione di riuscire ad ogni costo deve perciò nascere dal profondo del tuo cuore, espressione purissima del tuo amore per la Patria, e non deve essere il gesto di un disperato di un mancato o di un disilluso. La tua vita militare e privata deve essere perciò onesta , semplice e serena.





7) La tua vita è preziosa. Ma l'obbiettivo è più prezioso


Devi ricordartelo nel momento dell'azione. Ripetilo a te stesso cento volte al giorno e giura che non fallirai la prova.





8) Non dare informazioni al nemico


Non devi far catturare le armi ed il materiale a te affidato. Se dopo aver operato cadi prigioniero, ricordati che al nemico devi comunicare solo le tue generalità e il tuo grado.





9) Se prigioniero, sii sempre fiero di essere italiano, sii dignitoso


Non ostentare la tua appartenenza ai Mezzi d'Assalto. Cerca, nelle tue lettere ai familiari, di comunicare come meglio potrai e saprai, tutto quanto conosci dell'azione a cui hai partecipato e sul nemico in genere. Cerca sempre, se possibile, di fuggire.





10) Se cadrai mille altri ti seguiranno: da gregario diventerai un capo, una guida, un esempio


I REPARTI

Gruppo artiglieria Da Giussano

Breve storia del Da Giussano


In breve:


2° Gruppo di Combattimento


Gruppo art. da Campagna "DA GIUSSANO"


Agli ordini: Cap. Pirri


Costituito nella primavera 1944 a La Spezia.


Si componeva:


-Comando e Batt. Comando


-4a, 5a, 6a Batteria


Si radunò in Piemonte con gli altri reparti della "Divisione Xa" e quindi trasferito nel Veneto. A Bassano del Grappa, il 25 aprile 1945.


Seguì la sorte del "Valanga".





Gruppo primogenito del 3° Reggimento Artiglieria Marina "I Condottieri", costituitosi nel febbraio 1944 a La Spezia.


Composto dai Gruppi di artiglieria "Colleoni", "Da Giussano" e "San Giorgio".





Il gruppo artiglieria campale “Da Giussano”, nominalmente costituito nella primavera 1944 a La Spezia-San Bartolomeo, e comandato dal capitano Pirri.


Si componeva di Batteria Comando e 4a, 5a, 6a Batteria.





La divisa del gruppo portava le mostrine della Fanteria di Marina, già in uso nella Regia Marina, ovvero gli alamari pentagonali, differenziati in più combinazioni di colori e fregi: gli alamari erano bianchi per i reparti navali, rossi e poi azzurri (con la sola eccezione del Barbarigo) per la Fanteria di Marina, gialli per l'Artiglieria (vedi immagine).


Nella primavera del 1944 viene dislocato in Piemonte ad Ivrea e partecipa a operazioni antipartigiane.


Nel novembre 1944 il “Da Giussano” si sposta a Bassano del Grappa e Marostica assieme al Battaglione “Valanga” (capitano Morelli) e nuclei dei Gruppi di artiglieria “San Giorgio” (capitano Pietracosta)


Il 18 dicembre 1944, la Divisione Decima si spostò a Gorizia, nel vero e proprio territorio dell'Adriatisches Kustenland, stanziando i suoi reparti in città e nei dintorni. Oltre al gruppo artiglieria Da Giussano, vi pervennero i battaglioni "Sagittario", "Fulmine", "Barbarigo", "NP", "Freccia", ed i gruppi d'artiglieria "San Giorgio".


Nel febbraio 1945 la Divisione Decima fu riorganizzata e divisa in due gruppi di combattimento: il I° gruppo, comandato dal capitano di corvetta Antonio Di Giacomo, comprendeva i battaglioni "Lupo", "Barbarigo", "NP", il gruppo artiglieria "Colleoni" e una parte del battaglione genio collegamenti "Freccia"; il II° gruppo, comandato dal capitano di corvetta Corrado De Martino, era formato dai battaglioni "Fulmine", "Sagittario", "Valanga", dai gruppi di artiglieria "San Giorgio" e "Da Giussano" e dalla rimanente parte del battaglione "Freccia".


Ai primi di Aprile, Il II° gruppo di combattimento ricevette l'ordine di concentrarsi a Thiene, per poi muovere verso la Venezia Giulia, ma i vari reparti, che per un insieme di circostanze si diressero su Thiene con un certo ritardo, furono sorpresi dal precipitare degli eventi e si arresero, il 30 aprile, in questa cittadina o nelle sue immediate vicinanze, come fece il Da Giussano a Marostica. Per il gruppo Da Giussano iniziava la dura fase della prigionia.

 

Gruppo Artiglieria Campale Colleoni

 

 

colleoni.jpg


La storia e gli uomini





Il motto del Colleoni: "Veloce e Veemente".


In breve:


Gruppo Art. da Campagna "COLLEONI"


Agli ordini: Magg. Boriello


Costituito nel marzo 1944 a La Spezia.


Si componeva:


- Comando e Batt. Comando


- 1a, 2a, 3a Batteria





Nel luglio 1944 si trovava in Piemonte inquadrato nella "Divisione Xa".


Trasferito nel Veneto a Conegliano si spostò verso Adria ed il Fronte nell'aprile 1945. Venne coinvolto nella ritirata verso l'Adige.


Si sciolse a Padova il 30 aprile 1945.





Il gruppo artiglieria campale “Colleoni”, nominalmente costituito nel marzo 1944 a La Spezia - San Bartolomeo dal Magg. Guido Borriello, si articolò su 3 batterie con pezzi da 75/13 e 100/17.


Prese il nome dell'Incrociatore "Bartolomeo Colleoni" del quale ereditò anche il motto "Veloce e Veemente". Il suo fregio era quello dei Marò della Decima con la caratteristica di due cannoni incrociati, in alto sopra la nave.





La divisa del gruppo portava le mostrine della Fanteria di Marina, già in uso nella Regia Marina, ovvero gli alamari pentagonali, differenziati in più combinazioni di colori e fregi: gli alamari erano bianchi per i reparti navali, rossi e poi azzurri (con la sola eccezione del Barbarigo, che continuò con le mostrine rosse) per la Fanteria di Marina, gialli per l'Artiglieria.





Nella primavera del 1944, la positiva prova fornita dal Barbarigo sul fronte di Nettuno e l'afflusso costante di volontari permettevano di costituire una divisione Fanteria di Marina, strutturata in un comando divisionale, composto da 2 battaglioni; 2 reggimenti di Fanteria di Marina con 3 battaglioni ciascuno, ed un reggimento di artiglieria con 3 gruppi fra i quali il gruppo artiglieria campale “Colleoni”.





Dato l’incedere degli eventi, il comando della Decima Flottiglia MAS prese la decisione di abbandonare la sede di La Spezia per trasferirsi in Piemonte allo scopo di tenere sotto controllo i passi alpini che, in caso di sbarco alleato sulle coste liguri o nelle regioni meridionali della Francia, avrebbero certamente subito la pressione francese.


Inoltre, il concentramento dei vari battaglioni nella zona dell’Alto Piemonte serviva a dare forma organica al grande progetto di unificazione che prevedeva la creazione della Divisione Decima; il periodo piemontese sarebbe quindi servito come un necessario addestramento in vista di un futuro invio al fronte orientale. Nel centro direttivo della Decima Flottiglia MAS cominciava infatti a prendere corpo l’idea di inviare l’intera unità in Venezia Giulia con l’obiettivo dichiarato di tenere, anche autonomamente, la linea difensiva che si sarebbe dovuta opporre all’avanzata delle forze jugoslave, in modo da proteggere i confini italiani duramente conquistati nella Grande Guerra.





Successivamente ai reparti del 1° e 2° reggimento, anche il gruppo artiglieria Colleoni raggiunse a fine giugno 1944 la zona prescelta per il concentramento, ovvero la città di Ivrea e la sua zona circostante,


La zona era piuttosto calda, perché in essa operavano numerosi reparti partigiani.


Il 31 luglio la Decima si dovette difendere da incursioni partigiane nella valle dell’Orco, e lo stesso giorno il gruppo di artiglieria “Colleoni” perse 4 uomini in uno scontro con i partigiani. Nei giorni seguenti i marò fecero la loro comparsa nei paesi di Pont Canavese, Lanzo e Alpette, puntando poi, su Sparone, Ribordone, Prascondù e in Val Soana. I partigiani, che si erano già preparati nei giorni precedenti, si ritirarono sopra Noasca. Gli unici scontri di qualche significato videro l’intervento dei pezzi da 75/13 del “Colleoni”, che in un paio di occasioni spararono alcuni colpi in direzione delle montagne. Per le forze della Decima le difficoltà cominciarono a partire dal 5 agosto, a causa di un periodo di piogge fastidiose e di una serie di frane provocate dai partigiani sopra Noasca. Poi, venerdì 11 agosto, ci fu l’episodio più importante di tutta l’operazione, con il ferimento del Comandante Borghese e Pavolini, ovvero il combattimento di Ceresole Reale.





Nell’ottobre 1944, presa la decisione di inviare la Divisione Decima nel Venezia Giulia, e dopo successivi incontri con Rahn e con Wolff, la Divisione Decima lasciò a scaglioni il Piemonte per trasferirsi nel Veneto Orientale a Conegliano Veneto assieme al Fulmine (tenente di vascello Orrù). Le prime operazioni compiute in questa zona ebbero un carattere di lotta antipartigiana.





Alla fine del dicembre 1944 giunse finalmente la notizia che il reparto doveva procedere ad altro tipo di azioni, questa volta nei dintorni di Gorizia: si trattava di azioni di guerra contro il IX Korpus sloveno.


Dopo la Battaglia di Tarnova, il gruppo sarebbe partito per il fronte del Senio





A metà marzo giunse al Battaglione l'ordine di trasferimento sul fronte sud. Il reparto partì da Vittorio Veneto il giorno 20 diretto a Rovigo. Il giorno 26 passò da Ferrara, Argenta e Imola. Il giorno successivo entrò in linea alle dipendenze del comando "I° Gruppo di combattimento Decima".





Nella zona di Imola, dal 28 marzo al 4 aprile del 1945, il Battaglione fu impegnato in un'intensa attività di pattuglia catturando numerosi prigionieri. Il 20 aprile, per l'arretramento del fronte, il Battaglione iniziò il ripiegamento verso nord attraversando il fiume Po in località Oro. A Santa Maria Fornace, i marò sostennero un violento scontro con reparti del Regio Esercito del Sud (in uniforme britannica).





Successivamente venne schierato nel settore di Lugo di Romagna a diretto sostegno del Battaglione "Lupo", seguì poi le sorti del "I Gruppo di Combattimento Decima" che, ricevuto l'onore delle armi, si sciolse il 30 aprile 1945 a Padova e si costituì in prigionia di guerra agli inglesi.





Lodevole di nota l’intervento di un ufficiale del Colleoni, il Tenente Malvezzi, che successivamente alla data dell’armistizio intervenne in un progetto del 1943 della ditta SPA (Società Piemontese Automobili, FIAT dal 1926) circa lo studio di un autocannone da 90/53 su telaio dell’autocarro SPA Dovunque 41 con cabina blindata. Il Tenente Malvezzi curò personalmente l'allestimento di un esemplare di questo veicolo, che venne consegnato al Gruppo stesso nell'autunno del 1944. L'autocannone fu utilizzato sul fronte del Senio. Non si hanno informazioni relative a questo autoveicolo, e non si hanno fotografie del mezzo operativo con la Decima.

Battaglione N.P.

Breve storia Battaglione N.P.: i Nuotatori Paracadutisti

I Nuotatori Paracadutisti


(N.P.)






distintivi


(Nella foto i distintivi degli NP prima e dopo l'8 settembre.


Fonte: I Nuotatori Paracadutisti, di Armando Zarotti)






Il motto del battaglione: 'Più buio di mezzanotte non viene'.


(Il motto fu suggerito sal S.T. di Vascello Palomba Enrico della 5° compagnia).





In breve


Agli ordini: Cap. G.N. Nino Buttazzoni


Costituito il 27 ottobre 1943 a La Spezia.


Si componeva:


- Comando e Comp. Comando


- 1a, 2a, 3a, 4a, 5a Comp.


- Comp. Sabotaggi - NESGAP “ Ceccacci”. I Nuotatori, Esploratori, Sabotatori, Arditi, Guastatori e Paracadutisti furono un gruppo a sé stante autonomo, in contatto e distribuiti negli altri reparti N.P.


Si decentrò a Jesolo per l'addestramento ed operò in funzione antipartigiana (solo ed unicamente quando veniva attaccato) sino ad Asiago. Si spostò in agosto in Val d'Intelvi (insieme al Vega) e quindi in momentaneamente Piemonte ove venne inquadrato nella 'Divisione Xa'. Rientrato nel Veneto (a Palmanova per continuare l’addestramento) ed in Venezia Giulia, il battaglione 'N.P.' operò contro gli Slavi. Nel marzo del 1945 entrò in linea sul fronte in Romagna (per la testa di ponte necessaria per la ritirata dell’esercito tedesco) ripiegando a fine aprile per Goro fino a Venezia ove si arrese il 2 maggio, con l'onore delle armi da parte del nemico inglese.





Prima dell'(ignobil) 8 settembre 1943


In vista della preparazione all’Operazione C3, ovvero il progettato sbarco sull’isola di Malta la Regia Marina predispone reparti di nuotatori e paracadutisti sabotatori il cui compito è quello di attaccare, giungendo dal mare o dal cielo, le infrastrutture portuali dell’isola, le installazioni difensive costiere e il naviglio nemico alla fonda.


Il primo reparto a nascere è il battaglione “N” (nuotatori). Il reparto ha sede a Villa Letizia, presso Livorno. Si prevede che i nuotatori vengano trasportati in prossimità dell’isola da un mezzo avvicinatore (mas o sommergibile) e il loro compito primario, dopo essere stati avvicinati, è quello di nuotare fino agli obiettivi assegnati e di minarli con cariche esplosive subacquee magnetiche o fissabili meccanicamente agli scafi nemici.


Oltre alle cariche di sabotaggio la dotazione di questi uomini prevede: bussola, apparecchio per la respirazione subacquea, cinghia in gomma con anelli per l’aggancio della dotazione di esplosivi contenuta in custodie impermeabili, pinne per mani e piedi e un battellino gonfiabile, detto tacchino, che può essere per quattro operatori, oppure del tipo a materassino, capace quest’ultimo di tenere a galla un solo “N”. Il vestiario comprende una muta con pantalone e camisaccio a mezza manica in gomma che viene indossata sopra un maglione di lana antiassideramento.


L’addestramento tende a portare gli uomini ai limiti delle loro possibilità fisiche e morali. Sono previste prove di sbarco, uso degli esplosivi e soprattutto lunghe ed estenuanti nuotate. L’addestramento al nuoto, oltre che dalla fatica, viene reso ancor più impossibile dal fatto che il materiale di vestiario non è quanto di meglio si possa desiderare. Infatti, la muta in dotazione lascia filtrare l’acqua e dopo poco il maglione indossato sotto diviene zuppo. Ottime si dimostrano, invece, le pinne che, all’epoca, costituiscono una vera e propria dotazione segreta della Regia Marina. Di buona qualità si dimostrano gli ordigni esplosivi a disposizione per attaccare le navi che sono chiamati in gergo “mignatte” o “cimici ”. Questi aderiscono alla carena a mezzo di una ventosa, contengono una carica esplosiva di circa 2 kg ed hanno una spoletta ad orologeria. Oltre alle mignatte, la Regia Marina impiegherà anche i “bauletti esplosivi” che sono di maggiori dimensioni delle “cimici”, e quindi portano una carica di maggior potenza e vengono applicati dal guastatore subacqueo con due morse all’aletta di rollio della nave.


Successivamente al reparto di nuotatori verrà costituito il battaglione “P” (Paracadutisti della Regia Marina), i cui uomini, addestrati alla Scuola di Paracadutismo di Tarquinia, troveranno alloggio in una colonia marina della Gioventù Italiana del Littorio a Porto Clementino, località distante da Tarquinia circa due chilometri.


Lo scopo dei Paracadutisti di Marina non è solo quello di effettuare attacchi alle installazioni e alle difese portuali nemiche ma costoro hanno tra i propri obiettivi anche i bacini idrici, le dighe, le centrali elettriche, le chiuse, i ponti ed, inoltre, se ne prevede l’impiego per la costituzione di teste di ponte.


I primi ad arrivare alla Scuola di Tarquinia, nell’ottobre ’41, sono una ventina tra marinai e sottufficiali comandati dal Ten. M. Bisanti. Il numero dei primi arrivati è piuttosto modesto in quanto nell’intendimento di Supermarina ci sarebbe di costituire un’unica compagnia di Paracadutisti. Solo in seguito, a fronte dell’elevato numero di domande per accedere al reparto, l’organico sarà portato a quello di un battaglione che viene messo al comando del tenente di Vascello Giulio Cesare Conti della Regia Marina e Comandante per la formazione del Battaglione P, diventato successivamente N.P.  (segnaliamo che durante la creazione di questo Reparto il Comandante Conti era il diretto superiore del Comandante Buttazzoni).


Gli uomini hanno un equipaggiamento piuttosto ricco. Oltre all’elmetto con paranaso, stivaletti di lancio, ginocchiere, guanti di lancio, pistola, pugnale bombe a mano, vari tipi di esplosivo, micce e detonatori, si deve considerare che, come arma lunga, viene dato in dotazione il MAB (Moschetto Automatico Beretta) della Beretta mod 38A., dotato di più caricatori che vengono custoditi in un corpetto a gilè denominato “samurai”.


L’addestramento dei Paracadutisti, alla pari di quello dei Nuotatori, è ostico in quanto sono previsti lanci a terra, diurni e notturni, ma soprattutto lanci in acqua. La durezza della preparazione è dettata dal fatto che bisogna preparare uomini che siano in grado, una volta arrivati in acqua, di liberarsi del paracadute, gonfiare il “tacchino”, montare su questo e raggiungere la riva. Una volta a terra, si è appena all’inizio dell’opera. Necessita raggiungere a piedi l’obiettivo, che può distare anche decine di chilometri dalla costa, e una volta eseguito il sabotaggio, c’è da fare rifare a piedi il percorso a ritroso sino alla costa per attendere il sottomarino o il MAS che dovranno riportarli a casa. Gli “N” ed i “P” confluiscono nel Reggimento San Marco che è gerarchicamente dipendente da GENERALMAS che, comandata dall’ammiraglio Aimone di Savoia Aosta, ha alle dipendenze anche la X° MAS e le Motosiluranti. Nel marzo del 1942, unità del “San Marco”, quale prova generale dell’efficacia operativa raggiunta, effettuano una articolata esercitazione a fuoco alla presenza del generale Ramke.


MA l’Operazione C3 non verrà mai effettuata e gli splendidi reparti saranno impiegati come ordinaria fanteria.  Annullata l’operazione su Malta, nel novembre 1942, I paracadutisti di Marina e gli uomini del battaglione Nuotatori, verranno impiegati come truppa presidiaria a Tolone, in seguito all’occupazione italiana di parte del sud della Francia e della Corsica.


Alla base di Tolone, con tre treni provenienti da Livorno, giungeranno quindi, oltre a altri reparti, anche il battaglione Paracadutisti del S. Marco costituito circa da 500 uomini ed il reparto Nuotatori Guastatori composto da circa 300 elementi.


I battaglioni Paracadutisti e Nuotatori del S. Marco saranno poi ritirati dalla Provenza nel febbraio 1943 e ridestinati in Italia.


All’inizio del 1943, le due specialità, “N” e ”P”, verranno fuse in modo tale da poter impiegare squadre miste, comandate da un ufficiale e composte 13/15 uomini che provengono sia dai Nuotatori che dai Paracadutisti. Purtroppo, benché l’idea sia buona giungerà piuttosto in ritardo e le squadre, così composte, troveranno impiego per modeste operazioni di sabotaggio nel Nord Africa oramai completamente in mano agli anglo americani. In vista di un oramai certo sbarco sulla penisola, saranno destinate alcune squadre di NP in Sardegna e in Sicilia. Queste hanno il compito di svolgere attività antiparacadutista ma, soprattutto, a sbarco avvenuto devono farsi sorpassare dal nemico avanzante per poi effettuare azioni di disturbo attaccandolo alle spalle. In queste azioni gli NP dovrebbero rifornirsi in depositi occultati precedentemente predisposti. Mentre le squadre di NP stanziate in Sardegna non entreranno in azione, differentemente, quelle predisposte in Sicilia effettueranno attacchi ai convogli angloamericani sbarcati sull’isola.








Gli N.P. dopo l’(ignobil) 8 si settembre





bandiera1





(Nella foto la Bandiera di combattimento degli NP dopo l'8 settembre.


La Bandiera fu consegnata nella cerimonia di Valdobbiadene (TV) l'11 Marzo 1945;


l'alfiere fu il S. Ten. Gaspare Rozzano promosso ufficiale per meriti di guerra.


Fonte: I Nuotatori Paracadutisti, di Armando Zarotti, Iwan Bianchini)
.










PREGHIERA DEGLI N.P.





ETERNO IMMENSO IDDIO, CHE CREASTI GLI ETERNI SPAZI E


NE MISURASTI LE MISTERIOSE PROFONDITA’. GUARDA BENIGNO


A NOI PARACADUTISTI, NUOTATORI E ARDITI D’ITALIA, CHE


NELL’ADEMPIMENTO DEL DOVERE, CI LANCIAMO NELLA VASTITA’


DEI CIELI E FENDIAMO GLI SCONFINATI SPAZI DEI MARI E


SFIDIAMO LA MORTE NELLE LINEE VIOLATE DAL NEMICO.





MANDA GLI ANGELI TUOI A NOSTRI CUSTODI. GUIDA E


PROTEGGI L’ARDIMENTOSO VOLO, SOSTIENI LE NOSTRE FORZE


FRA I FLUTTI INSIDIOSI DEL MARE, RINSALDA IL NOSTRO


CUORE NELL’ORA DELL’AUDACIA CHE DECIDE LA NOSTRA VITA.





LA NOSTRA GIOVANE VITA E’ TUA O SIGNORE! SE E’SCRITTO


CHE CADIAMO, SIA, MA DA OGNI GOCCIA DEL NOSTRO SANGUE


BALZINO GAGLIARDI FIGLI E FRATELLI INNUMERI ORGOGLIOSI


DEL NOSTRO PASSATO; SEMPRE DEGNI DEL NOSTRO


IMMANCABILE AVVENIRE.





BENEDICI, SIGNORE, LA NOSTRA PATRIA, LE FAMIGLIE, LE


NOSTRE MAMME. LE SPOSE, LE SORELLE E FIDANZATE, SIGNORE, I


NOSTRI CARI! PER LORO NELL’ALBA E NEL TRAMONTO, SEMPRE


LA NOSTRA VITA!





E PER NOI, O SIGNORE, IL TUO GLORIFICANTE SORRISO


E COSI’ SIA





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Valdobbiadene (TV), lapide presso il cimitero. Foto fatta in data 14/2/2010.





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 Documenti storici in possesso della Segreteria Nazionale di Milano sul Btg. NP





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Servizio Ausiliario Femminile

Breve storia del SAF


S.A.F.


Servizio Ausiliario Femminile





ausiliarie








Introduzione


Il decreto legge che ha consentito alle donne d'intraprendere la carriera militare nelle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana, ha avuto un gran risalto in questi ultimi tempi, ma i mass media hanno tralasciato di menzionare il Servizio Ausiliario Femminile durante la seconda guerra mondiale.


Questo è un fenomeno rimasto unico nella nostra storia, e accadde nell'ultimo periodo del secondo conflitto mondiale, quando le truppe angloamericane risalivano la penisola italiana.


Ad eccezione delle crocerossine e delle "vivandiere", impiegate già durante la Grande Guerra, non esistevano precedenti con donne in mezzo ai soldati.


Nel nostro paese, fin dall'inizio della guerra, l'apporto femminile era limitato a quelle mansioni da sempre ritenute più adatte al gentil sesso: visite ai feriti negli ospedali militari, confezione d’indumenti e pacchi dono per i soldati, attività di sostegno morale per i combattenti, per il più esplicata in forma epistolare (lettere) dalle cosiddette "madrine di guerra".


Le donne, nate e cresciute durante il ventennio fascista, si sentivano preparate ad affrontare prove più impegnative, e parecchie di loro, soffrivano di questa non parità con gli uomini che combattevano per la Patria. Fin da bambine avevano militato nelle organizzazioni civili delle Figlie della Lupa e Piccole Italiane, apprendendo il senso del dovere, del sacrificio, della disciplina ma soprattutto dell'amor di patria. I disagi della guerra (il razionamento dei viveri, le restrizioni di vario genere, l'oscuramento, i frequenti bombardamenti) avevano contribuito a temprarle, rendendole consapevoli di vivere un gran momento storico.





Dopo l'8 settembre


Dopo l'8 settembre 1943, quando fu annunciato l'armistizio e fu chiaro il tradimento della Monarchia Sabauda e di Badoglio nei confronti dell'alleato germanico, in molte giovani esplose vivissima l'indignazione che alimentò quel fermento patriottico, incanalandolo verso una più concreta forma di ribellione e di partecipazione alla difesa della nostra Patria. L'adesione al ricostituito governo di Mussolini fu entusiastica ed immediata.


Durante la Repubblica Sociale Italiana, le future ausiliarie non si sentivano più paghe nel ruolo d’appassionate assistenti, che offrivano ai soldati soltanto un aiuto morale.


Spetta al Ministro Segretario del P.F.R., Alessandro Pavolini, il merito di aver favorito l'attuazione di un Servizio Ausiliario Femminile e di aver scelto per realizzarlo nel più breve tempo possibile una donna di comprovata esperienza, Piera Gatteschi Fondelli, Ispettrice Nazionale dei Fasci Femminili.


Non c’erano precedenti, il S.A.F. era tutto da inventare, eppure Piera Gatteschi (Comandante Generale, unica donna col grado equiparato a Generale di Brigata), avvalendosi delle proprie notevoli capacità e circondandosi di collaboratrici più che valide, riesce in breve e nelle condizioni eccezionali dovute allo stato di guerra, a dar vita ad un corpo che lo stesso Pavolini definiva "una delle istituzioni più serie ed utili fra tutte quelle che abbiamo".





Piera Gatteschi nasce a Pioppi in Toscana all’inizio del Novecento. Suo padre muore prima della sua nascita; si trasferisce a Roma con la mamma alla vigilia della Grande Guerra. Le vicende del dopoguerra la coinvolgono a tal punto che, fin dal 1921, s’iscrive al Fascio di Combattimento di Roma; il 19 ottobre 1922 prende parte al congresso che si svolge a Napoli e il 28 ottobre la ventenne Piera è a capo di un gruppetto di venti donne che formano la “squadra d’onore di scorta al gagliardetto” e con loro partecipa alla Marcia su Roma. Le sue doti organizzative la portano a diventare ispettrice della Federazione dell’Urbe, occupandosi dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, della Croce Rossa, delle colonie estive.


Nel 1936 parte per l’Africa con l’ingegner Mario Gatteschi che ha sposato e che dirige i lavori della Strada Assab-Addis Abeba. Tre anni dopo, quando rientra in Italia, Mussolini la nomina Fiduciaria dei Fasci Femminili dell’Urbe che conta 150.000 iscritte. Nel 1940 diventa Ispettrice Nazionale del Partito. Caduto il fascismo, Piera si rifugia dai suoceri nel Casentino, mentre il marito, tornato in Africa come combattente, è in Kenia prigioniero degli inglesi. Quando viene informata che Mussolini è stato liberato e ha fondato la Repubblica Sociale Italiana nel Nord, Piera Matteschi si trasferisce a Brescia e avvia una nuova collaborazione con Alessandro Pavolini, il segretario del partito. Qui, alla fine del 1943, la Gatteschi manifesta al Duce il desiderio delle donne fasciste di avere un ruolo più incisivo nella difesa del paese. Il progetto è appoggiato da Pavolini e accettato da Graziani. Servono uomini per la guerra e le donne diventano necessarie per assisterli e per sostituirli nei tanti ruoli lontani dalla prima linea.





Il Decreto Legislativo che istituisce il S.A.F. porta la data del 18 Aprile 1944 - XXII - n.447 ed è pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 1 agosto 1944. L'arruolamento è assolutamente volontario, numerosi i requisiti richiesti, particolarmente rigida la disciplina.


L'iniziativa mussoliniana riscosse un grande successo: presentarono domanda di arruolamento nel S.A.F. oltre 6.000 donne appartenenti ad ogni ceto sociale e provenienti da ogni parte dell'Italia: c’erano tante ragazze quasi maggiorenni, molte spose, parecchie madri.. All’interno del S.A.F. ogni dipendente era soggetta alla giurisdizione penale militare. Le reclute prestavano giuramento, secondo la formula stabilita per le forze armate, in seguito erano impiegate in servizio effettivo presso i reparti di destinazione, che prendevano in forza le ausiliarie, sia amministrativamente, che disciplinarmente. Le ausiliarie erano infatti militarizzate a tutti gli effetti, i loro fogli matricolari erano regolarmente trasmessi ai distretti militari e costantemente aggiornati. Lo stipendio oscillava tra le 700 Lire del personale di concetto e le 350 Lire del personale di fatica.


Si trattava in sostanza di tre grandi filoni: il Servizio Ausiliario Femminile, le Brigate Nere e la Decima Mas, nella quale ci si poteva arruolare anche avendo solo quindici anni. La Xa Flottiglia Mas ebbe il S.A.F. autonomo da quello per l'Esercito e per la Guardia Nazionale Repubblicana; fu inquadrato alle dipendenze del Sottosegretario alla Marina da Guerra Repubblicana.





I Corsi di addestramento organizzati dal Comando generale S.A.F. di Piera Gatteschi furono sei (Italia, Roma, Brigate Nere, Giovinezza, Fiamma e 18 Aprile) ed ognuno veniva frequentato da circa trecento reclute che, preordinate alla loro missione e prestato giuramento, venivano dislocate nei Centri militari e nei Reparti per essere scelte.


II 1° corso “Italia” del 1 maggio 1944 ed il 2° “Roma” del 1 luglio durarono 48 giorni, il 3° “Brigate Nere” 65 giorni e si svolse al Lido di Venezia (presso l'Hotel Dees Bains), ma venne concluso a Como, dove si tennero poi il 4° “Giovinezza” del 5 novembre (43 giorni), il 5° “Fiamma” del 1 gennaio 1945 (58 giorni) ed il 6° “18 Aprile” del 1 marzo (48 giorni). Nel 1944 a Trieste nacque la Brigata Nera "Norma Cossetto" dal nome della studentessa di Parenzo uccisa dai partigiani jugoslavi di Tito. Le brigatiste indossavano la camicia nera con un teschio sul petto.


Non essendo possibile per motivi logistici far frequentare a tutte le volontarie i Corsi Nazionali, vennero attivati numerosi Corsi Provinciali nelle città in cui esse già prestavano servizio. Contemporaneamente ai corsi di Venezia, l'Opera Ballila - di cui era a capo il Generale Renato Ricci - istituì, per le ragazze non ancora diciottenni tre corsi di addestramento nazionali: uno a Noventa Vicentina (VI), uno a Castiglione Olona (VA) e il terzo a Milano. Un corso si era tenuto anche a Moncalieri (TO), su istanza della professoressa Anna Maria Bardia, un corso per volontarie che vennero impiegate presso la Guardia Nazionale Repubblicana (G.N.R.) di Frontiera, la cosiddetta “Confinaria".





Anche la formazione militare comandata dal Principe Junio Valerio Borghese, la DECIMA MAS, ebbe a fianco un nutrito drappello di volontarie.


Nella caserma S. Bartolomeo di La Spezia, il S.A.F. della Decima (1° marzo 1944) anticipò di cinquanta giorni l'istituzione legislativa del Servizio Ausiliario e, durante il periodo della R.S.I., arruolò 250 volontarie, che seguirono, a loro volta, i Corsi Autonomi di Addestramento denominati “Nettuno”, “Anzio” e “Fiumicino” che si svolsero a Sulzano (Bs), Grandola (Co) e Col di Luna (TV) con perfezionamenti nell'educazione fisica, in contegno e morale, nelle norme igieniche, di regolamento e disciplina, sino alla severità di un codice d'impegno che non consentiva deroghe. Alcuni reparti di ausiliarie (tra cui Fulmine, Nuotatori-Paracadutisti, Sagittario, Valanga e Nembo) della Decima erano armati, come nel caso del Barbarigo. Un nucleo di ausiliarie ha combattuto accanto ai marò del Battaglione Lupo per contrastare a Nettuno l'avanzata delle truppe anglo-americane che erano sbarcate ad Anzio.





Il Comandante Valerio Borghese designò alla sua guida Fede Arnaud Pocek (veneziana, classe 1921). Nel 1943 Fede Arnaud era già responsabile del settore sportivo femminile del G.U.F. (Gruppi Universitari Fascisti). Il 19 luglio di quell'anno si verificò il primo bombardamento di Roma che colpì, a San Lorenzo, case popolari intensamente abitate mietendo molte vittime. Fede Arnaud prese la direzione delle operazioni, ed organizzò i primi soccorsi trascinando con l'esempio gli uomini storditi ed esitanti. Instancabile ed efficiente, senza soste, partecipò, guidandolo, al lavoro di sterro per recupero di morti e feriti con grave rischio di crolli; ottenne e distribuì i primi aiuti stimolando capacità di resistenza e speranza nei sopravvissuti sconvolti dal dolore per i cari scomparsi ed i poveri beni perduti.


Fede Arnaud era nella Xa Mas quando il 18 febbraio del '44, a Cuneo, la banda partigiana di «Mauri» cattura il tenente di vascello Betti, il sottotenente di vascello Cencetti, il guardiamarina Federico Falangola e un marò, tutti del «Maestrale» che sta completando l'addestramento per trasferirsi - cambiando il nome in «Barbarigo» - sul fronte di Nettuno. Al comando è Umberto Bardelli che tenta di evitare lo scontro fratricida per liberare i suoi uomini: accetta la proposta di Fede Arnaud che sola, si avvia alla ricerca dei partigiani. Finalmente, in un paesetto di montagna, incontra una prostituta che accetta di accompagnarla in prossimità della loro base a condizione di non riferire la fonte dell'informazione. Localizzati i partigiani si fa catturare e condotta davanti al loro capo, esegue un perfetto saluto romano. L'uomo è Folco Lulli, un toscano sanguigno, buon attore cinematografico, che aveva lavorato con lei, allora giovane aiuto-regista, prima della guerra. Lulli non è comunista, apprezza il coraggio di Fede Arnaud, accetta il confronto delle opinioni e degli ideali e decide di rilasciare i quattro prigionieri perché raggiungano il fronte con i loro compagni.


Dopo l’armistizio, divenne funzionario del Ministero dell'Economia Corporativa. Personaggio romantico, Fede Arnaud Pocek rimase al comando fino al 26 aprile del 1945 (dopo la guerra diresse una società di doppiatori cinematografici di attori americani).


Dalla corrispondenza tra Fede Arnaud e il Comandante Borghese durante il suo esilio in Spagna e da documenti originali dell'epoca si rileva che dopo la condanna a dodici anni e la degradazione (che non può comprendere la revoca del conferimento della Medaglia d'Oro), si è tentato di distruggere la figura morale con un altro processo addebitandogli reati comuni di carattere amministrativo.


Il Presidente del Tribunale giudicante si chiamava Renato Squillante ed il Pubblico Ministero Claudio Vitalone; questi si dimetterà poi dalla Magistratura per diventare stretto collaboratore di Giulio Andreotti, Ministro della Difesa in carica il 26 agosto 1974 quando, tornate da Cadice le spoglie mortali del Comandante, impediva che venissero resi gli onori che per legge spettano alle Medaglie d'Oro al Valor Militare.





Le volontarie fasciste prestavano la loro attività "militante" negli ospedali e negli uffici, nei presidi e nelle caserme, nei posti di ristoro e nella difesa antiarea, come aerofoniste e marconiste. Pubblicavano anche un loro periodico. "Donne in grigioverde". Seguirono le truppe al fronte e combatterono contro gli invasori anglo americani a Nettuno o sulla Linea Gotica, così come contro i partigiani titini nella Venezia Giulia. Tra i loro compiti c'era anche quello casalingo di tener in ordine e rammendare le uniformi dei combattenti. Il fascismo non voleva che si dimenticasse completamente il ruolo della donna di casa. C'era nei confronti di questo esercito femminile l'ossessione della moralità. La divisa, era realizzata con panno grezzo grigioverde per l'inverno, tela kaki per l'estate, e doveva avere la gonna a quattro centimetri sotto il ginocchio. La giacca aveva il collo come quella degli uomini e due tasche alla sahariana. Il gladio era il simbolo a cui le ausiliarie erano più attaccate. In testa portavano un basco grigioverde con la fiamma ricavata in rosso. Le calze erano lunghe e grigioverdi, il cappotto di tipo militare.


Il rispetto della disciplina era considerato fondamentale ed il Generale di Brigata Piera Gatteschi Fondelli, a cui era stato affidato il comando delle 6.000 donne, aveva personalmente elaborato un regolamento comportamentale.


Il regolamento voluto da Piera, nominata generale di brigata, è rigido: niente pantaloni, niente trucco, niente fumo, nessuna concessione al cameratismo. Era inoltre d'obbligo il "voi" che Mussolini aveva istituito in luogo del "lei".


La Gatteschi vuole che nessuno pensi alla sue ragazze come a delle esaltate o le ritenga di facili costumi: patriottismo e moralità sono le basi su cui intende costruire la nuova realtà delle donne soldato che però vuole femminili.





Alle ausiliarie venivano affidate anche vere operazioni di sabotaggio. Molti uomini e donne di questo corpo vennero, alla fine della guerra, fucilati o condannati a morte.


Durante il corso di addestramento tenuto dai Tedeschi, si mostravano filmati, s'istruivano sulle divise del nemico, sul tipo d'armamento, sui carri armati, si allenavano agli interrogatori, a rispondere sulle false identità, si spiegava come reagire alla tortura ed alle altre sevizie e come si potesse tentare un'evasione.


Le "Volpi Argentate" era un servizio speciale di guastatori, sabotatori ed assaltatori. Il loro nome nacque dall'insegna che era posta all'ingresso del comando di reparto a Milano: Allevamento Volpi Argentate del Dottor De Santis (colonnello che comandava il servizio, vera identità Tommaso David). Uno dei loro compiti era quello d'individuare l'entità e le caratteristiche delle forze alleate, specie per quanto riguardava mezzi motorizzati e corazzati.


Le "Volpi Argentate" e gli altri reparti dove trovavano impiego le reclute Secondo il decreto firmato da Mussolini, i compiti delle ausiliarie (che dovevano essere italiane, ariane, di età fra i 18 ed i 45 anni) erano modesti: pulitrici e cuciniere, dattilografe, infermiere, telefoniste. Questo non toglieva che il loro addestramento e la loro disciplina fossero militarmente duri.





Dopo il 25 aprile 1945 il S.A.F. si sciolse, e Pavolini suggerì di distruggere tutta la documentazione per evitare vendette. Piera Matteschi cercò di mettere in salvo le sue ragazze, ma lei stessa visse in clandestinità per circa un anno, prima in un convento, poi in un manicomio. Si trasferirà successivamente in Abruzzo con il marito, nel frattempo tornato dalla prigionia; il coniuge morirà nel 1947. Negli anni Sessanta si dedicò all’organizzazione di viaggi turistici per i giovani del Movimento Sociale Italiano. Era solita leggere molto; ebbe una vasta cultura e fu appassionata di pittura. Tentò anche la gestione di un ristorante ma senza successo. E’ deceduta nel 1985.





Quante furono le ausiliarie? In un rapporto al Duce, la Comandante Gatteschi, il 28 ottobre 1944, fa presente che 1.237 si trovano già in servizio, mentre 5.500 sono in addestramento nei vari corsi provinciali. Se a queste aggiungiamo gli ultimi tre corsi nazionali, le ausiliarie della Xa MAS e delle altre formazioni autonome, si può stimare il loro numero a circa 10.000.


Mussolini aveva la massima fiducia nel Servizio Ausiliario, come testimoniano le parole rivolte alle volontarie del corso "Giovinezza", adunate nel Castello Sforzesco di Milano il 18 Dicembre 1944, per prestare giuramento in sua presenza.


Consapevoli di essere pari a i combattenti della R.S.I., le ausiliarie ne condivisero le sorti fino all'ultimo giorno. Come gli uomini, subirono prigionia e campi di concentramento - quelle catturate dagli americani furono considerate a tutti gli effetti P.O.W. (Prisoner of War).





Com'è noto dopo il 25 aprile, a guerra finita ed armi deposte, si scatenò contro gli aderenti alla R.S.I. tutta una serie di vendette, in quelli che ormai sono definiti "i giorni dell'odio"; in proporzione al numero degli effettivi, il S.A.F. è stato il reparto che ha pagato il più alto tributo di sangue.


L'albo d'oro delle ausiliarie si fregia di due medaglie alla memoria: una d'oro a Franca Barbier, Medaglia d'oro al Valor Militare, 20 anni, nata a Saluzzo, figlia di un colonnello degli alpini in Dalmazia, sorella di un volontario della R.S.I., uccisa con un colpo alla nuca dal comandante partigiano "Mèzard" a Champorcher (Valle d'Aosta) il 25 luglio 1944 dopo che il plotone d'esecuzione si era rifiutato di eseguire l'ordine di fuoco. Una d'argento ad Angelina Milazzo, uccisa a Garbagnate Milanese il 21 gennaio 1945 durante un attacco aereo nemico a un treno delle Ferrovie Milano Nord, mentre faceva scudo con il proprio corpo ad una giovane donna incinta. Inoltre 14 proposte di medaglie al valore. Questo per il periodo che va dall'aprile ‘44 all'aprile ‘45.

Gruppo Artiglieria San Giorgio

Breve storia del San Giorgio


sangiorgio





La storia e gli uomini





Il Battaglione in breve 

Venne inviato sul fronte di Nettuno (Littoria) alle dipendenze del "Barbarigo", rientrando quindi a La Spezia.


In Piemonte venne incorporato nella "Divisione Xa"e quindi inviato nel Friuli. 




Si sciolse a Thiene il 30 aprile 1945.





IL SAN GIORGIO NASCE AL FRONTE 




Il 19 febbraio 1944 il Maestrale, divenuto Barbarigo (in onore del sommergibile comandato da Enzo Grosso), lasciava La Spezia per raggiungere Roma. Successivamente, nel marzo del 1944, il Barbarigo (840 uomini, organizzati in un comando e quattro compagnie, ma senza armi pesanti, pezzi controcarro e antiaerei) entrava in linea nella testa di ponte tra Anzio e Nettuno (assegnato al fronte meridionale). Sarà affiancato dalla XIV Panzerarmee tedesca e come parte della 715a Panzergrenadiere Division. Grazie all'incontro tra il comandante Bardelli e il generale Hildebrandt (comandante della divisione tedesca), nacque l'idea da parte di quest'ultimo di costituire un reparto di artiglieria su due batterie di cannoni da 105 mm (il compito fu facilitato dalla presenza nel Barbarigo di alcuni artiglieri e cannonieri di marina). Il Barbarigo con questa nuova formazione assunse l'organico di un vero e proprio gruppo di combattimento. Nasceva sul campo il primo nucleo di un Gruppo di Artiglieria, a cui poi sarebbe stato dato il nome di San Giorgio, nel ricordo dell'unità navale impiegata nella difesa di Tobruk (unità che si autoaffondò dopo la perdita del porto di Tobruk). Le due batterie che componevano il gruppo, saranno poi chiamate Speranza e Fulmine. A Sermoneta le 4 compagnie del Barbarigo forniranno l'organico al San Giorgio: 30 uomini (erano inclusi tutti coloro che avevano già prestato servizio come artiglieri, o anche chi aveva frequentato istituti o facoltà a carattere tecnico ognuno delle quattro compagnie passerà nel San Giorgio). Il 7 marzo gli artiglieri giungevano in linea; le 2 erano così schierate nella zona di Littoria:







•  SPERANZA: in un primo momento a sud ovest della città, per battere il settore compreso tra il mare e Borgo Bainsizza. 




•  FULMINE: nordovest dell'abitato, per coprire la zona alta del fronte. 

La tattica utilizzata era quella di usare 3 dei 4 cannoni e utilizzare il quarto come pezzo fantasma per attirare su di sé il fuoco nemico. 







Dopo dei giorni di corso veloce da parte dei tedeschi, il 12 marzo i pezzi iniziano i primi tiri, sotto il controllo di ufficiali tedeschi. Questi pezzi della V Compagnia Cannoni sono la prima artiglieria da campagna dell'R.S.I. che entrano in combattimento. Una settimana dopo le compagnie sono dirette da ufficiali italiani. Il 20 marzo con l'arrivo dal comando della Decima dei complementi, si costituiva il Gruppo Comando. Il reparto passa sotto il comando del Ten. Di Vascello Renato Carnevale.Il Gruppo di Combattimento Barbarigo era quindi costituito ed era composta da il battaglione di Fanteria ed il reparto d'artiglieria, ed era inserito nel Kampfgruppe Von Scheller; le batterie erano invece inquadrate nel 1° del 671° Reggimento d'Artiglieria germanico.Due date sono fondamentali a questo punto: il 16 aprile (ad ogni batteria è affiancato un ufficiale germanico di collegamento) il 1 maggio 1944. In questa data 2 compagnie italiane e la V Compagnia Cannoni del Barbarigo, con una tedesca, riuscirono a contrastare con successo un raid di mezzi corazzati americani contro degli avamposti. Volendo fare una stima dell'attività delle singole batterie (fine aprile 1944), si può vedere che la prima batteria sparò circa 2300 colpi, la prima circa 1800. Le cose di complicarono tra il 1 e il 6 aprile: la prima batteria fu abbattuta dal tiro del nemico (e quindi fu poi trasferita) e la seconda era stata spostata dopo aver subito per tre volte l'incendio delle riserve di munizioni. Questa manovra non servì a molto, in quanto anche nelle nuove postazioni subì dei danni. 







LA RITIRATA A ROMA E SUBITO DOPO IL PRIMO SCIOGLIMENTO 



Alla fine del maggio 1944 iniziava la controffensiva americana, con le direttrici d'attacco sia da sud dopo lo sfondamento della line di Cassino sia dalla testa di ponte. Il Barbarigo e il San Giorgio corsero il rischio di rimanere accerchiati e distrutti.Il Barbarigo era diviso tra la linea del fronte mantenuta dalla Ia e IVa Compagnia, la difesa costiera di Terracina (IIIa Compagnia) e dei lavori nelle retrovie (a Norma), dalla IIa Compagnia. Proprio la IIa fu la prima compagnia ad entrare in contatto con il nemico. Le altre invece non essendo raggiunte dal nemico furono raggiunte invece dall'ordine di ripiegamento (24 maggio 1944). 

Il gruppo artiglieria era così diviso: 







•  COMANDO GRUPPO: presso il comando del 1° Battaglione, 671° Reggimento Granatieri tedesco (Tor tre ponti e Littoria: 3 ufficiali, 9 sotto ufficiali e 23 marinai).







•  1a BATTERIA SPERANZA: con 4 pezzi da 75/27 era a 1 Km da nord est di Littoria (3 ufficiali, 7 sotto ufficiali e 59 marinai). 







•  2a BATTERIA FULMINE: 4 pezzi da 105/32 era a circa 2 Km (nord-nord est) da Littoria (4 ufficiali, 7 sotto ufficiali e 59 marinai). 






Il San Giorgio ricevette in tarda mattinata l'ordine di coprire con i suoi cannoni le ritirate delle compagnie di fucilieri: alle 15,00, dal comando del 1° Battaglione, 671° Reggimento Granatieri tedesco giunse invece il preavviso per il ripiegamento su Cori. Il comandante T.V. Renato Carnevale si accordò con il comando tedesco per continuare l'azione di fuoco di copertura fino ad esaurimento delle munizioni. Per le statistiche la 1a Batteria sparò in quelle ore circa 350 colpi, la 2a 390. Alle ore 19.25 i pezzi furono fatti saltare, insieme al materiale non trasportabile. Alle ore 20.20 il Gruppo San Giorgio al completo lasciò la linea raggiungendo Cori: qui il Ten. Di Vascello Carnevale non trovando il collegamento con i tedeschi, avviò gli uomini a Giulianello, tornando poi in prossimità di Boccagerga per cercare i dispersi. Non trovando successivamente neanche i tedeschi nella zona di San Cesareo, e sulla scorta di ordini ricevuti dal Comando del Gruppo di Combattimento tedesco, il San Giorgio mosse verso Roma (e vi entrò il 30 maggio). Alla fine della ritirata con un totale di 19 marinai caduti, il gruppo era formato da: 







•  COMANDO GRUPPO: 3 ufficiali, 9 sottoufficiali e 23 marinai. 




•  1a BATTERIA SPERANZA: 3 ufficiali, 7 sottoufficiali e 50 marinai. 




•  2a BATTERIA FULMINE: 4 ufficiali, 7 sottoufficiali e 49 marinai. 

Al rientro a La Spezia, il Gruppo si sciolse e gli uomini tornarono al Barbarigo. 






IL SAN GIORGIO SI RICOSTITUISCE IN PIEMONTE:


PRIME OPERAZIONI IN CARNIA 





Ufficiali e artiglieri del disciolto San Giorgio tornano al Barbarigo (IVa compagnia). Successivamente, la Fanteria di Marina della neonata Divisione Decima si trasferiva in Piemonte (giugno 1944) in quanto era il punto più pericoloso alla spalle della Wehrmacht: nido di antifascisti in città e di ribelli in montagna. La zona del dislocamento era tra la zona di Ivrea e verso la valle d'Aosta. Qui venne presa la decisione di far rinascere il Gruppo Artiglieria San Giorgio, nell'ambito del 3° Reggimento Artiglieria della Divisione. 

La Divisione Decima era così formata: 







1 COMANDO DIVISIONALE 




1 BATTAGLIONE GENIO: Freccia 




1° REGGIMENTO FANTERIA DI MARINA: Barbarigo, NP e Lupo 




2° REGGIMENTO FANTERIA DI MARINA: Fulmine, Sagittario e Valanga. 




3° REGGIMENTO ARTIGLIERIA: Gruppi San Giorgio, Colleoni e da Giussano. 







Inizialmente, il reparto ebbe come base la caserma Montegrappa di Torino e fu un'appendice del Gruppo Artiglieria Colleoni. Era formato da una quarantina di marinai e 3 obici da 75/13. L'8 luglio Bardelli viene informato che il guardiamarina Oneto ha disertato con 10 marò armati, rubando la paga del battaglione. Si organizza la squadra con a capo Bardelli e un gruppo di marò per il recupero: si rastrella la zona dove dovrebbe trovarsi il fuggitivo e si occupa la piazza di Ozegna. Oneto è alla stazione (a circa 200 mt) che sta vendendo armi e altri oggetti per disfarsene, per racimolare denaro per tornarsene a casa. Qualche partigiano interviene per trattenere i "venditori", in quanto ha già avvisato un distaccamento di matteottini. La volante di Piero Piero (con il rinforzo di due squadre della 6a GL), vuole dare attaccare il gruppetto del Barbarigo ad Agliè. Ma a Ozegna la volante si blocca, perché avvertita della volontà di Bardelli di recuperare i disertori. I partigiani bloccano gli accessi alla piazza e circondano sul piazzale i disertori che si arrendono. Piero Piero si fa avanti per parlamentare. Non si sa quello che lui e Bardelli si dissero. Bardelli (essendo circondato) da l'ordine in segno di pacificazione di disarmare le armi e butta la sua a terra. Mai partigiani stringono il cerchio intorno ai marò e agli ufficiali e puntano chiaramente a raccogliere le armi. Bardelli capisce di essere caduto in una imboscata. Intimata la resa Bardelli risponde "Barbarigo non si arrende". L'imboscata tesa dai partigiani costò ai marò altri nove morti e numerosi feriti. Al cadavere di Bardelli i partigiani strapparono due denti d'oro e gli altri marò uccisi vennero rinvenuti lordati di letame. Nei primi giorni dell'ottobre 1944, il "Barbarigo" mosse all'attacco dei partigiani attestati nella zona di Rimordono (Torino). I marò sbaragliarono le formazioni avversarie, costringendo le bande a riparare in territorio francese. Successivamente in questo periodo i 2 gruppi parteciparono alla presa di Alba (Ottobre 1944). Arriverà poi l'ordine di mobilitazione. La nuova destinazione era il Veneto per la difesa dei confini orientali minacciate dalle bande di Tito. Il San Giorgio si mosse per Conegliano Veneto (preceduto dal STV Abelli e dal GM Rubini), dove riuscì a contare una sessantina di marinai. L'organico era composto da 17 ufficiali, 4 sotto ufficiali e 55 sottocapi e marò (tot 76 persone). Qui va ricordato che il battaglione continuò l'addestramento al turo dei marò e ricevette un quarto obice. 

Il 18 novembre del 1944 alcune unità della Decima parteciparono ad operazioni di controguerrglia nella Carnia: tre colonne (Barbarigo, Fulmine e Valanga) dovevano raggiungere con alcune unità tedesche la zona della Val Meduna e Tramontina, dove risiedevano alcune brigate partigiane. Il Comando del Valanga chiese il supporto dell'artiglieria. Essendo già impegnati i gruppi del Colleoni e del Giussano, toccò al piccolo gruppo del San Giorgio: i pezzi furono messi in Batteria in un campo alla periferia di Meduno, mentre la pattuglia OC, Osservazione e Controllo (G.M. Tafel) si occupava della direzione e dell'osservazione del tiro. Dopo due colpi di aggiustamento il bersaglio fu inquadrato e quattro pezzi spararono a volontà anche durante la notte. Dopo l'azione di fuoco il gruppo rimane alcuni giorni nel paesino senza seguire l'avanzata degli altri reparti; rientrato poi a Conegliano il reparto continuò l'addestramento. Qui, per via dell'intensa azione aerea nemica, l'addestramento comprese anche il tiro contraereo con armi personali. 







GORIZIA E LA BATTAGLIA DI SELVA DELLA TARNOVA 




Nel dicembre 1944, con l'inizio dell'operazione ADLER, il Gruppo è a Gorizia. Oltre che a truppe tedesche e a vari reparti slavi filo tedeschi un ruolo importante fu assegnato ai reparti della Decima. Il piano era complesso: accerchiare il IX° Corpus jugoslavo negli altopiani di Bainsiza e Tarnova, facendo muovere contemporaneamente dieci colonne. Il 18 dicembre 1944 il Sagittario muove verso Tarnova, insieme alla pattuglia OC del San Giorgio (comandata dal S.T.V. Abelli). Il 19 il San Giorgio partì su un camion a rimorchio. Non raggiunse il punto prefissato per il fatto che, dove ci doveva essere un ponte in effetti non c'era perché fatto saltare dai partigiani dopo il loro passaggio. Il camion cadde nel canalone senza troppi danni né ai mezzi, né agli uomini (a differenza di un camion del Valanga saltato su una mina). Fu necessario tornare indietro e trovare un ricovero per la notte. La mattina successiva il gruppo raggiunse Tarnova e schierò i suoi pezzi dietro la chiesa per battere alcuni obiettivi non del tutto visibili. Il 25 dicembre giunse la notizia che il Sagittario era accerchiato a Casal Nemci e che chiedeva aiuto: il San Giorgio non poté intervenire, in quanto a corto di munizioni e privo di coordinate per il tiro. Avvisato il comando divisione Decima si iniziò la manovra di soccorso; mentre la riserva della divisione Decima si muoveva (IIIa Compagnia degli NP, comandante Ciappi), il C.C. Rodolfo Scarelli decise di creare una seconda unità di soccorso con gli artiglieri del San Giorgio e di mettersi al comando del gruppo. Due squadre di venti uomini comandati dal S.T.V. Abelli e dal G.M. Rubini partivano per Tarnova. La squadra di Abelli, a cui si era unito il C.C. Scarelli, su muovevano per la strada principale e quella di Rubini la fiancheggiava, camminando per il bosco. Dopo 30 minuti, circa le squadre arrivarono a Tarnova. La strada principale però era bloccata da una pattuglia slava cheavvistata la squadra di Abelli, inziò a nascondersi nel bosco. Ma il movimento fu notato dalle due squadre di Rubini e Scarelli, che iniziarono l'attacco. Dopo mezz'ora gli slavi si ritirarono anche per l'arrivo nel vallone di Chiapovano degli NP. Grazie a questi soccorsi ed a una manovra a tenaglia il Sagittario si salvò, perdendo cinque uomini.La colonna della Decima ritornò a Tarnova e quella sera gli uomini parteciparono alla messa di Natale. L'operazione ADLER finì il 29 dicembre del ‘44 con un nulla di fatto. Quasi come continuo dell'operazione, si decise di costituire un presidio a Selva di Tarnova. Il San Giorgio vi rimase fino ai primi del gennaio 45: in questo periodo i pezzi del gruppo artiglieria operarono un paio di volte con altri reparti (ricordiamo il gruppo OC di Tafel in azione con il battaglione NP). Rientrato a Gorizia il San Giorgio si mosse con rapidità per la Sella Dol la mattina del 20 gennaio 1945, visto che il Fulmine era assediato dal giorno prima a Tarnova ed erano iniziate le manovre di soccorso. Gli slavi si erano organizzati e stringevano l'assedio da una parte interna e dall'altra esterna, bloccava ogni rinforzo minacciando anche la calata su Gorizia, ed i primi tentativi di reazione da parte del Valanga e Sagittario erano stati bloccati. Si voleva forzare quella interna per attaccare l'esterna. Il fulcro della zona era il monte San Gabriele, alla cui sommità gli slavi bloccavano la strada per Tarnova e controllavano le zone abitate di Salcano e Gorizia. L'ordine di conquistarlo era stato dato al Barbarigo, che ebbe come appoggio il fuoco della compagnia del San Giorgio (come già era avvenuto sul fronte di Nettuno). Quindi, mentre il Barbarigo risaliva le pendici innevate, il San Giorgio iniziò il tiro. I 75/13 batterono e distrussero le zone dei bersagli individuati, e le zone di fuoco. Grazie a questo il Barbarigo riuscì nell'assalto finale. Alle 12 la montagna era in mani italiane. L'operazione continuò con i battaglioni del Valanga e del Sagittario che, muovendo verso sud, rastrellavano le zone rimaste delle pendici del San Gabriele e del Monte San Daniele. Tra il 20 e il 21 il Barbarigo trincerato sulla cima del San Gabriele respingeva le varie ondate di slavi: nello stesso tempo una parte del Fulmine forzava l'assedio e lasciava Tarnova, rientrando nelle linee amiche dopo aver lasciato due capisaldi isolati. Il mattino del 21 gennaio una colonna tedesca riuscì a raggiungere il villaggio e a trovare i superstiti del Fulmine che combattevano ancora. I supersiti furono salvati. Terminava così l'operazione di salvataggio e il Gruppo rientrò a Gorizia. A metà febbraio, per continui scontri con il comando tedesco, la divisione Decima rientrò in Veneto. 

  







IL RIENTRO IN VENETO: IL GRUPPO SI SCIOGLIE 




Il San Giorgio raggiunse la nuova sede a Bassano del Grappa. Qui proseguì l'addestramento in vista dell'impiego sul fronte adriatico. Facevano parte del Gruppo undici ufficiali, sei sottoufficiali e 114 sottocapi e marò. L'armamento era formato da 20 mitra MAB con 800 colpi, 141 fucili modello '91 con 1.520 colpi, 100 elmetti, 2 mitragliatrici con 10.000 proiettili, ma non c'erano mezzi di trasporto.Verso la fine del conflitto il San Giorgio si vide destinare a Marostica per raggiungere il Valanga. Secondo i piani, una volta ceduto il fronte gli uomini avrebbero dovuto riunirsi nel vicentino, giungere a Gorizia, difendere la città e aspettare l'arrivo degli americani per arrendersi. Ma per mancanza di mezzi di trasporto, il San Giorgio si fermò a Marostica dove iniziarono le trattative con i partigiani.Il gruppo si sciolse il 29 aprile del 1945, quando per l'ultima volta gli artiglieri intonarono la canzone della Decima e fu ammainata la bandiera dell'R.S.I. 







ADLER AKTION IN BREVE 19 DICEMBRE 1944 




Il comando Decima ha stabilito di prendere parte a una grossa operazione che ha come obiettivo quello di distruggere il IX° Corpus jugoslavo che è schierato tra le valli e i valloni di tra Tarnova e Chiapovano. I tedeschi hanno previsto 10 colonne che devono avanzare partendo da Gorizia, Idria, Hotdrisca, Postumia, Sesana, Opacchiasella e arrivare ad Aidùssina, superando Selva di Tarnova. Oltre alla Decima. si aggregano all'operazione alcuni reggimenti di polizia germanica, ustascia, domobranci e cetnici. Non fa parte dell'operazione invece la 188a divisione di montagna tedesca. Come mai il comando tedesco scelse la zona di Tarnova per l'operazione? Soprattutto per la posizione geografica molto avanzata nei confronti dei nemici, delle sue vie di comunicazioni e delle posizioni di difesa in caso di sbarco angloamericano sulla costa adriatica. L'operazione però ha un inzio difficile in quanto il vicecomandante della Decima Luigi Carallo cade il terzo giorno delle operazioni. Tragica morte per opera degli jugoslava: ma il dramma però è che Carallo ha con sé una borsa di documenti, tra cui i piani dell'operazione Adler. In particolare, i ribelli scoprono la cartina geografica con le direttive di marcia delle dieci colonne. Gli jugoslavi ora sanno tutto ciò che dovrà accadere.





L'inno del battaglione






Rinasce ora la nuova artiglieria 



con il nome glorioso del “San Giorgio” 



dalla torretta che il mare spazza via 
i


rrompe forte il grido e va lontan. 



Dell'Italia Repubblicana rinata 



primi siamo noi degli artiglieri 



fedeli siamo alla parola data 



di aver ripreso l'armi noi siam fieri. 
  






“San Giorgio” sull'attenti 



salutiamo i nostri morti 



lo giuriam sarem forti 



pronti al fuoco e al sacrificio. 
  






Lo giuriamo sui nostri pezzi 



ridaremo l'onore a noi l'onore 



ed il barbaro invasore 



con la forza annienterem: 
 






lo giuriamo sui nostri morti 



lo giuriam, combatterem.


Battaglione Freccia

Breve storia del Battaglione Freccia


freccia





La storia e gli uomini





Il motto del battaglione: "Deliberato di toccare il segno" 







Agli ordini: 



Capitano Bruno Bellipanni (aprile - settembre 1944) 

T


enente Ferruccio Buonaprole (settembre - dicembre 1944) 




Maggiore Filippo di Bernardo Amato (dicembre 1944 - aprile 1945) 




Costituito nel marzo 1944 a La Spezia su 3 compagnie.





Inquadrato nella "Divisione Xa" in Piemonte e nel Veneto ove la sua compagnia svolse compiti differenti tra il goriziano e le retrovie del Fronte sud.


Due compagnie erano a Thiene il 25 aprile 1945 e il Btg. si sciolse in zona a fine mese. 
La formazione del Btg. Freccia inizia a La Spezia nella prima decade di Marzo, quando ci fu la necessità di inquadrare i vari battaglioni di fanteria di marina, in una grande unità operativa. 
Il Freccia è costituito nella caserma Valcancino d'Ivrea, ed è posto agli ordini del capitano del Genio Navale Bruno Bellipanni. Il Freccia non era solo un reparto di collegamenti ma come tutti i btg. del genio divisionali, doveva, per necessità logistiche, comprendere nel suo organico tutte le specialità dell'arma (R.T., telegrafisiti, artiglieri, minatori ecc ecc). 
Il Freccia era diviso su due compagnie: la prima era composta da da radiofonisti, radiotelegrafisti e telefonisiti (al comando del tenente Mario Ferrucci veterano del fronte Greco Albanese). La seconda era composta da pionieri-guastatori, artieri e artificieri (al comando il sottotenente Romeo Mezzani veterano del fronte russo.) 
A fine maggio del 1944 l'equipaggiamento era così composto:






4 mitra Mab 38A e 6 moschetti 91/38 per ogni squadra di 10 uomini 



1 fucile mitragliatore Breda 30 per plotone 
2


mitragliatrici Breda 37 



3 mitragliatori Breda 30 (in riserva al comando battaglione) 



pistola e mitra per ogni ufficiale 



pugnale per tutti 



Apparati radio: quattro R3, centralini telefonici e da campo. 






TRASFERIMENTO IN PIEMONTE 



Ad Aprile il Freccia è trasferito ad Ivrea: qui il battaglione ebbe maggiori possibilità di istruire i giovani marò nelle varie specialità e inoltre tutto il battaglione venne addestrato al combattimento come qualsiasi altro reparto di fanteria di marina. 



Dopo il vile attentato che costò la vita a Bardelli (vedi storia del btg. Barbarigo peri dettagli), il 30 giugno arriva l'ordine per tutti i reparti del Freccia di muoversi verso è per dare supporto agli altri reparti impegnati in quella zona (azioni di contro guerriglia). A Ivrea rimarrà solo l'ufficio amministrativo, il reparto comando, la restante aliquota della prima compagnia, tre ufficiali e gli istruttori capi Rt. In questa occasione fu composto un reparto misto (3/4 della prima compagnia e da tutta la seconda con comando in mano al tenente Buonaprole). Il 31 la compagnia era giunta a Cuorgnè con un'unica autocolonna con il Btg. Fulmine (che poi proseguì per Ponte Canavese). Tra i vari impegni del Freccia durante questo periodo oltre che a fornire il supporto logistico necessario, fu anche impegnato nella costruzione di un ponte per il transito dei mezzi leggeri sul torrenete Gallenca (vicino a Cuorgnè). Il reparto fu spezzettato tra vari plotoni già sul campo e tra l'altro partecipò al combattimento di Ceresole Reale dove verrà ferito Pavolini (e subirà anche le prime perdite). Nel mese di ottobre tutto il btg. di trasferì dal Piemonte al Veneto (con sede a Conegliano), dove ebbe modo di riorganizzarsi. Il comando fu affidato al ten. Buonaprole (visto il ricovero del capitano Bellipanni). 







IN VENETO 



A fine novembre, la Decima fu impegnata in una operazione ad ampio raggio a sud della Carnia, con lo scopo di disperdere alcune formazione garibaldine (formazioni comuniste), che insieme ad altre osovane controllavano le zone dell'alto Tagliamento.


I battaglioni impegnati erano: il Valanga, il Fulmine, e una parte del Barbarigo, con l'appoggio del San Giorgio (artiglieria). Il Freccia dopo aver stabilito il proprio comando operativo a Maniago impegnò la prima e metà della seconda compagnia, con compiti di supporto e collegamento con altri battaglioni (in queste azioni fu scoperto e distrutto un campo di aviazione in località Pradileva). In una settimana la zona fu bonificata e il battaglione ritornò a Conegliano. Iniziò poi la riorganizzazione dell'organico per due importanti esigenze operative: 
Il dispiegamento della Divisione Decima a Gorizia (con una parte del Freccia sotto il comando del magg. Di Bernardo). 
Il trasferimento del Btg. Lupo e del Colleoni (artiglieria), e una parte del Freccia (al comando del ten. Buonaprole) sul fronte del Senio. 



Il grosso del Freccia prese parte a tutte le operazioni di guerra che il secondo gruppo di Combattimento della Decima sostenne contro gli slavi del IX° Korpus. La base operativa con altri reparti fu a Salcano e da lì prestò diercsri servizi: supporto radio con i comandi operativi dei vari battaglioni: a Tarnova con il San Giorgio e poi con il Valanga, e in gennaio il Fulmine. Al Barbarigo (20-21 gennaio '45) fornì comunicazioni a Chiapovano, a Gargaro e sul monte San Gabriele.


Volendo tirare le somme per quanto riguarda l'impiego di Fulmine possiamo dire che durante l'intero ciclo di operazioni il Btg fornì il supporto logistico inteso come trasporto di munizioni, rifornimenti e tutto l'occorrente per la buona riuscita delle operazioni. Nei primi giorni di febbraio giunse l'ordine al Btg. di muoversi a Thiene. Verso la fine di marzo. il Brg. inviò altri uomini per ingrandire l'organico della Divisione Decima. Il 30 giugno arrivò a Schio, passando per Marostica, una formazione (Fulmine e altri reparti del secondo gruppo di combattimento Decima) con alla testa il comandante Scarelli. Qui visto che non era possibile una azione difensiva, fu stipulato un preliminare di resa, con la concessione dell'onore delle armi. La resa fu accettata e firmata a Vicenza dal comandante Sestini e da un ufficiale americano. Il 1 maggio '45 il Freccia, il Sagittario e quello che rimaneva del Fulmine furono condotti al campo di concentramento di Rossore (poi Coltano). 
Invece il gruppo destinato al fronte sud si riorganizzò prima a Conegliano nella stessa caserma del Colleoni (a cui era aggregato), e poi a Bassano del Grappa (al comando del tenente Buonaprole). Tra il 9 e il 10 marzo 1945 il gruppo arrivò a Santa Maria di Fabriago (con il tragitto Bassano del Grappa, Vicenza, Padova e Rovigo. Superò il Po, fece tappa a Conselice). Qui si stabilì il comando, il servizio di maggiorità e i depositi. Il Colleoni (tre batterie) nel mentre si dislocò a metà strada tra il fiume e la base appena costituita nella direzione Cà del Senio. I genieri del Freccia assicurarono i collegamenti tra i vari reparti (30 km di filo approntati in due giorni). Il 9 aprile iniziò l'offensiva alleata con un bombardamento terrestre. Nella notte giunse l'ordine di ripiegamento oltre il Santerno al Colleoni e al Freccia. Nel viaggio di ritorno (con meta finale le valli di Comacchio), ci fu il ricongiungimento con un'altra parte del Btg. Freccia aggregato al Barbarigo. Giunti poi nella sezione di San Giuseppe il Colleoni mise i pezzi in linea e il Freccia nel giro di due sole ore aveva collegato con apparati radio le varie compagnie con l'osservatorio avanzato e il comando degli NP a Comacchio. La 56a Divisione Inglese fece un attacco in grande stile: da terra per tentare di gettare i ponti sul canale e dal mare con mezzi anfibi a nord di San Giuseppe. L'azione fu respinta grazie agli NP, ma fu poi ripetuta in forze all'alba del 21 dopo due giorni di fuoco intensivo dal mare e da terra. In serata il Freccia e il Colleoni lasciarono la zona per arrivare a Codigoro. Il 23 erano a Mezzogoro dove superarono ad Ariano il Po di Goro sul ponte ferroviario (con gli NP e il Barbarigo schierati a coprire la ritirata). Con l'arrivo del Lupo (nel mentre Freccia e il Colleoni arrivarono poi a superare il Po di Levante a Bottrighe) era presente in zona l'intero primo gruppo da combattimento della divisione Decima. Le truppe superarono l'Aadige in direzione di Padova raggiunta il 28 aprile. Il mattino successivo dopo una disperata assemblea (il gruppo era stato circondato) fu decisa la resa: il Freccia con gli altri reparti entrò a Padova inquadrati, con l'onore delle armi concesso da un reparto neozelandese.


Battaglione Lupo

Il Lupo si forma nel gennaio-aprile 1944 a La Spezia. Il nome ricorda e gesta della torpediniera “Lupo”.


LUPO_LOGO





La storia e gli uomini





Il motto del battaglione: FOSSE ANCHE LA MIA – PURCHE' L'ITALIA VIVA 







“Ho combattuto alcune guerre, ho ubbidito e a volte ho ordinato a uomini in uniforme di seguirmi; ho il ricordo di molti e molti reparti, ma un ricordo sovrasta tutti gli altri, quello del mio battaglione Lupo”


Tenente di vascello Dante Renato Strippoli.







Il Lupo in breve 





Gennaio 1944 
Battaglione “Lupo” 
La Spezia. Comandante : capitano di corvetta Corrado De Martino. Cinque compagnie (la prima, la seconda, la terza, la quarta mortai e la quinta armi accompagnamento), più la compagnia comando. 







Agli ordini: CC.De Martino e successivamente TV. Stripoli  
Costituito nel gennaio 1944 a La Spezia.   
Si componeva:





    - Comando e Comp. Comando


    - 1a, 2a, 3a, 4a, 5a Comp.





Inizia il suo ciclo di addestramento con la Divisione "Hermann Göring" in provincia di Pisa e viene poi impegnato in azioni antipartigiane negli Appennini apuani. In agosto giunse nel Canadese, ove partecipò alla presa di Alba. Rientrato a Torino, venne inviato al fronte sul Senio (dicembre), ove perse la metà degli effettivi nel periodo sino al 26 febbraio. A Vicenza il Btg. venne completato con i complementi ed inviato sul Po fino al 25 aprile 1945. Si arrese a Padova il 30 aprile 1945.





Il Lupo si forma nel gennaio-aprile 1944 a La Spezia. Il nome ricorda e gesta della torpediniera “Lupo”. Ne è comandante il capitano di corvetta Corrado De Martino, ufficiale di sommergibili. 
E' la seconda unità di fanteria di marina schierata sul fronte italiano (dopo il Barbarigo, battutosi per la difesa di Roma e di Nettuno): un battaglione d'assalto, agile, autonomo, motorizzato. In poche parole del Lupo si può dire: “Quello e' il tuo settore, il nemico ha sfondato a sette km, bisogna conquistare le posizioni”. Formato da volontari, conta nelle sue file giovani, ma anche reduci di tutte le campagne. 
Era intenzione che il Lupo portasse il cambio al Barbarigo sul fronte di Nettuno. Ma non fu così. 
Uno degli ultimi giorni dell'ottobre 1944, mentre la divisione “X” stava lasciando il Piemonte per andare a combattere contro il IX corpus jugoslavo in Venezia Giulia, fu chiesto al comandante Borghese uno dei battaglioni di Fanteria di Marina “X” per schierarlo sul fronte sud. Borghese designò il battaglione Lupo. 
Il Lupo andò a conoscere di prima persona la guerra nell'Appennino e di li' poi in Romagna in un punto caldo, su un piccolo corso d'acqua (900 graduati e marò, 30 ufficiali e 70 sottouffciali; accanto al comando di battaglione vi sono tre compagnie di fucilieri, una di armi pesanti e servizi). 
A tenere la linea del Senio, il Lupo rimase fino a che le sue unità non si ridussero a pochi uomini in grado di non tenere nulla. 
Lo riportano in dietro, si rimise in sesto e l'incontro con la guerra lo trovò su un altro fiume: il Po. 







Addestramento


1944 (seconda decade di aprile): il Lupo si trasferisce via ferrovia in provincia di Pisa (alle spalle della Linea Gotica. Si tratta di un presidio armato in paesi già bombardati che comincia dalla provincia di Pisa). Comando battaglione e servizi a Villa Saletta, prima compagnia a Forcoli, seconda a Piccioli, terza ad Alica e quarta a La Bianca. Come mentori (e come riforintori) hanno la divisione Hermann Goering. Da qui poi il battaglione si sposta sulla Chiavari-Parma, arriva a Marasco in provincia di Genova dove termina la preparazione. Si stabilisce poi a Torino, caserma Monte Grappa. 







IL "LUPO" VA AL FRONTE 
IN PIEMONTE 



Giugno-Agosto 1944: La Decima fa convergere i reparti nell'alto Piemonte in una zona compresa tra il Canavese e gli imbocchi delle valli verso il Gran Paradiso e il Rocciamelone. Si muovono le truppe dopo lo sfondamento di Cassino ed Anzio e l'arretramento della linea Gotica. I tedeschi pensavano che dopo la Normandia la zona palpabile per un nuovo sbarco potesse essere la Liguria. Per difendere le coste liguri e le Alpi occidentali, venne costituita l'armata Liguria su due corpi d'armata: il LXXV (divisioni tedesche: 148a fanteria, 90a granatieri corazzati, 157a cacciatori delle alpi) e il C.d.A. Lombardia (zona da Ventimiglia a La Spezia ): San Marco e Monterosa e dalle tedesche 34° fanteria, 42° cacciatori, gruppo Mainhold. 
La zona della Decima ha però due difetti: è lontana dal fronte ed è piena zeppa di partigiani. In particolare ad Alba il partigiano Mauri aveva restaurato l'auotorità del governo del sud. La riconquista di Alba era ritenuta dallo Stato Maggiore non priva di difficoltà. Parteciparono alla riconquista il Lupo e il Reparto Arditi Ufficiali in prima schiera (Fulmine in seconda schiera, il Colleoni e Leonessa della GNR in appoggio. Brigate Nere in riserva) 
La città fu presa, senza sparare un colpo, e alla fine dell'azione un voce disse nella piazza: “Nel nome del Duce dichiaro in Alba la Repubblica Sociale Italiana”. 
In serata pervenne al Lupo insieme con l'elogio del Comandante Borghese, la notizia dell'invio al fronte. 







APPENNINO


Lo schieramento fu attuato nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 1944: 3a compagnia e reparto mitragliere da 20 a sbarrare la valle del Reno. 2a compagnia sul Monte Abelle, 1a compagnia e comando battaglione sul Monte Caprara, compagnia mortai sulle pendici dello stesso monte, rifornimenti e infermeria a Sparticano, servizi e autoreparto a Monte San Pietro e Zola Predosa. 
Su un fronte ampio 200 KMm, dove si scontrano due gruppi d'armata, il Lupo portava in linea i suoi circa 700 uomini, in uno dei più tristi periodi della storia italiana. 







VENEZIA GIULIA 



Con il comandante Borghese arrivò sul Monte San Pietro l'eco delle azioni della Decima in Venezia Giulia. Il giorno di Natale del 1944 gli uomini del Lupo seppero che i battaglioni di fanteria di marina e d'artiglieria erano impegnati contro la pressione slava (zona di Gorizia). 
I pochi giorni passati in linea sul Caprara, sull'Abelle e nella valle del Reno avevano portato qualche disagio e qualche pericolo. Gli uomini si sentivano pronti perche' ora toccava a loro. 







ROMAGNA E FRONTE DEL SENIO 



Il 27 dicembre del ‘44 il Lupo era nel retrofronte del Senio mentre la 16a Divisione Panzergrenadier stava rilevando la posizione della 98a Divisione Fanteria. La 3a compagnia del Lupo fu schierata sull'argine del Senio. Le altre compagnie (IVa mortai) furono per alcuni giorni spostate in tutto l'arco di linea della divisione. 
Il 26 dicembre una formazione mista italo tedesca attaccava il settore della 92a Div. Buffalo. A sostegno dell'azione furono spostate sei batterie di medi calibri e due battaglioni tedeschi. 
La Buffalo dopo il primo scontro si ritirò (in trenta ore fu conquistato un fronte di circa 15 km ): fu fermata dunque l'avanzata in quanto si era raggiunto lo scopo di dare uno scrollare il fronte. 
Le contromisure americane furono quelle di trasferire allo sbocco della valle del Serchio la 1a div. corazzata americana e due di fanteria. 
Nei giorni successivi sul fronte Romagna, il 1° corpo d'armata canadese iniziò le operazioni per cercare di sgombrare i tedeschi dai settori a sud del Serchio, e a sud delle valli di Comacchio (a oggi nelle forze speciali inglesi un battaglione è denominato Comacchio Group in ricordo di quelle battaglie). 
I tedeschi tentarono di arginare l'offensiva spostando le scarse difese: la 1a e la 2a Compagnia del Lupo andavano su e giù per le diverse zone, senza però mai essere effettivamente impegnate. 
Alla fine il tratto di fronte affidato al Lupo era quello del punto di sutura tra le zone di Fusignano e di Alfonsine: Alfonsine era un territorio di circa 5 Km , con l'80% di case distrutte e circa 1.000.000 di mine disseminate. Le tre compagnie di fucilieri tenevano la linea intervallate da compagnie tedesche. I canadesi erano ben armati: armi automatiche, innumerevoli bombe armate e barilotti di esplosivi al fosforo (ricordiamo che nella notte del 1 gennaio 1945 ci fù una delle più grosse offensive subite da Lupo e qui persero la vita i comandanti Strada e Sannucci). 
La 1a compagnia era ad est di Fusignano, di fronte alle Case Tasselli. Un posto tremendo: battuto dal tiro dei cecchini ed esposto alle incursioni dei carri armati. La pressione avversaria si alleggerì dopo l'azione del 13 gennaio, ovvero dopo la conquista dello stretto avamposto vicino alle case sotto l'argine. Il posto avanzato tenuto dei canadesi, venne tenuto sempre sotto tiro di cariche anticarro. 
La 3a compagnia era sul tratto di fronte più esteso ( La Rossetta frazione di Alfonsine). Conquistò la notte del 26 Gennaio una fetta di territorio a sud del Senio che allargò la testa di ponte di Alfonsine (dalla Madonna delle Grazie a Casa Perazzini). 
Alle spalle della linea erano stazionate in appoggio i fucilieri di 3 plotoni della IVa Mortai, i depositi, l'infermeria e il comando erano sulla via per Pratolungo, ed infine ricordiamo le mitragliere antiaerei tra Pratolungo e la linea del fronte. 
Alla fine di Gennaio le tre compagnie del Lupo erano ridotte all'osso. La 2a aveva sostituito tre volte il suo comandante, la 3a ne aveva perduti due, la 1a tre ufficiali subalterni. 
La notte del 26 febbraio i tedeschi rilevarono il Lupo al fronte. A Boccalone gli uomini sono passati in rassegna da un generale tedesco. A fine febbraio il Lupo è in una caserma di Vicenza.







IL PRIMO GRUPPO DI COMBATTIMENTO "DECIMA" 



Nel febbraio 45 la Divisione Decima era stata distinta in 2 gruppi di combattimento. Il lupo fu nel primo con il Barbarigo, gli NP, il Colleoni (ricordiamo che alla fine della campagna del Senio il Colleoni era armato con pezzi da “ 76” risalenti alla Grande Guerra del 15-18, e spesso sparava con sparo alzo 0) e il Freccia. 
Il comando predispose per il mese di marzo l'avviamento al fronte degli NP e del Barbarigo, con l'affiancamento del Lupo (appena fosse stato ricostituito). 
La situazione generale però stava peggiorando: gli alleati imperversano su più fronti. Era iniziata l'offensiva finale: il comando dell'VIIIa Armata inglese aveva scelto come zona di sfondamento quella a sud di Lugo dove il Senio disegna un'ansa, in modo da aprire due direttive dell'attacco: avanzare per Massalombarda e Budrio verso Bologna o puntare verso nord est per forzare il passaggio per Argenta. 
L'unico reparto della Decima sul fronte era il Colleoni, che una volta constatata l'impossibilità di tenere il fronte insieme al Barbarigo e all'NP iniziarono la ritirata. 
I reparti arrivarono sul Po dove dal 23 Aprile si trovava pure il Lupo, e da qui tra il 24 e il 25 Aprile passarono il fiume. Le forze del 1° Gruppo combattimento Decima erano quindi riunite. Lo stesso 25 Aprile, il Generale Conte von Schwerin, comandante del LXXVI° Corpo d'armata corazzato con alle sue dipendenze i reparti della Decima si arrendeva al 27° Lancieri inglese (Ottava Armata Britannica). 
La notte tra il 28 e il 29 Aprile il Lupo si sciolse. Arrivarono ufficiali Neozelandesi. Il comandante De Giacomo salutò i rappresentati dell'esercito vincitore, poi si rivolse agli uomini schierati. Ricordo' i caduti, i feriti, ricordò le ragioni che indussero gli uomini a combattere una guerra impossibile da vincere. 
Ora che tutto era finito il comandante sciolse gli uomini dal loro giuramento e salutò le truppe… 



DECIMA MARINAI! VIVA L'ITALIA 



E tutti in una unica sola voce


DECIMA COMANDANTE! VIVA L'ITALIA.





L'inno del battaglione





Il Lupo va dove si lotterà. 



Noi siamo gli arditi del Battaglione Lupo, 



il nostro sangue al Duce si immola. 



Il nome d'Italia la bocca fa gioir, 



vogliam per la Patria o vincere o morir. 



Maggiore De Martino, guidaci tu all'assalto, 



terremo sempre in alto il nostro Tricolor. 



"Iterum Rudit Leo" è il nostro motto; 



serriamoci più sotto, salviamo il nostro onor. 



Guardateci il verde, noi siamo la speranza. 



Vedete qui il rosso, è il sangue dei fratelli 



che gridano vendetta dal bel, profondo mar. 



Noi siamo fanteria, noi siamo marinar. 



Maggiore De Martino, guidaci tu all'assalto, 



terremo sempre in alto il nostro Tricolor. 



"Iterum Rudit Leo" è il nostro motto;



serriamoci più sotto, salviamo il nostro onor.






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Battaglione Barbarigo

Breve storia del Btg. Barbarigo.


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La storia e gli uomini






Il motto del battaglione: "Siamo quelli che siamo".







"Nessuno di voi è morto finchè noi non moriremo tutti. E fino a quando sarà in piedi uno del 'Barbarigo' lo sarete anche voi".


C.C. M.O.V.M. Umberto Bardelli, 1944. 







In breve:


costituito a La Spezia nel novembre 1943 come "Battaglione Maestrale", venne inviato a Cuneo, da qui rientrò a La Spezia nel gennaio 1944 ed assunse la definitiva denominazione. Il 20 febbraio lasciò La Spezia per il fronte di Nettuno ove si schierò il 4 marzo a fianco del 235° Reggimento tedesco. Agli ordini del C.C. Bardelli poi, Cap. Vallauri e succesivamente T.V. Cencetti. Organico: Comando e Compagnia Comando, Plotone arditi esploratori, 1a Compagnia "Decima" poi "Bardelli", 2a Compagnia "Scirè", 3a Compagnia "Iride", 4a Compagnia "Tarigo" poi "San Giorgio", 5a Compagnia cannoni, Compagnia Volontari "L'ultima", Cpt. di formazione Mauro Berti, creata con 109 volontari, per intervenire sulla Tuscolana, Cinecittà.





Il battaglione "Barbarigo", inizialmente denominato "Maestrale", fu il primo reparto di Fanteria di Marina della "Decima" ad essere costituito. Nacque a La Spezia, nella caserma di San Bartolomeo, nel novembre del 1943. Ne assunse il comando il capitano di corvetta Umberto Bardelli. Nel gennaio 1944, nel ricordo del sommergibile del comandante Enzo Grossi, gli fu attribuito il nome di "Barbarigo". 







Delle quattro compagnie su cui era ordinato, la 2a e la 4a erano state addestrate a San Bartolomeo, mentre la la e la 3a erano state trasferite per l'addestramento a Cuneo, alla caserma San Dalmazzo. Alla metà di febbraio il battaglione si riunì nuovamente a La Spezia. Il 19 ricevette dal comandante Borghese la bandiera di combattimento e il giorno 20 partì per Roma. A Roma sosta di alcuni giomi presso la caserma "Graziosi Lante". 







Il Barbarigo è un insieme di 1180 uomini; pochi mezzi scarsa preparazione e scarso armamento: qualcuno verrà fotografato al fronte con le stellette regie al posto del gladio. Un capitano dei granatieri, Alberto Marchesi, diede modo al comandante Bardelli di completare l'equipaggiamento e l'armamento del battaglione attingendo dalla caserma "Ferdinando di Savoia'. Il battaglione entra in linea a fine febbraio, settore sud, e viene inserito nella 715a divisione tedesca di fanteria. Il nemico di fronte è super addestrato: Rangers americani e canadesi. 







Il "Barbarigo" è al fronte mentre era in corso la seconda controffensiva, e sostò per breve tempo a Sermoneta: dalla collina si vedevano le linee nemiche, pioveva, e il tempo rimase perturbato fino alla fine di marzo. Il terreno, piatto e paludoso, era percorso da un groviglio di canali, fossi di bonifica e di irrigazione. La compagnia fu schierata sul tratto alto del Canale Mussolini (oggi Canale Italia), la 3a tra il fosso del Gorgolicino e la Strada Lunga, la 4a di qui fino al margine delle paludi: la 2a fu rimandata a Sezze per un corso di addestramento all'uso del panzerfaust e della mitragliatrice MG 42. 







La prima ad essere attaccata fu la 3a compagnia. Gli americani impegnarono i marò con un attacco frontale, seguiti dai più aggressivi canadesi. La 2a compagnia diede il cambio alla 3a. Alla fine di marzo, il battaglione SS italiane "Degli Oddi" rilevò lungo il Canale Mussolini la 1a compagnia, spostata a Terracina per addestramento e sorveglianza costiera. La 3a compagnia tornò in linea davanti al Cerreto Alto, tra la strada Nascosa e la litoranea. Nel frattempo il "Barbarigo" provvedeva a dotarsi di una sua artiglieria, formando la 5a compagnia Cannoni, armata con pezzi da accompagnamento 65/17, prelevati dal Museo dei Granatieri. A La Spezia si stava costituendo il Gruppo Artiglieria "San Giorgio" dotato di pezzi someggiati da 75/13. Il comando della Decima inviò al fronte di Nettuno il tenente di vascello Carnevali, comandante del Gruppo "San Giorgio", per organizzare un gruppo di artiglieria da campagna. Formarono il gruppo una batteria da 105/28, una da 105/32 e una da 75/27. 







Il 15 aprile ci fu un attacco di mezzi corazzati canadesi nel settore del fronte tenuto dalla 2a compagnia che perse i capisaldi "Erna" e "Dora". Lo stesso giorno, al comando del tenente Giulio Cencetti, i marò riconquistarono i capisaldi persi nel precedente attacco. Il 19 aprile ci fu un altro attacco sul fronte della 2a compagnia. Ai primi di maggio nuovi cambi in linea: la 4a compagnia sostituiva la 2a, la 1a dava il cambio alla 3a che si trasferiva a Terracina per sorvegliare la costa. Il 26 aprile il comandante Bardelli venne richiamato a La Spezia per assumere un incarico superiore. Il tenente di vascello Vallauri sostituì Bardelli al comando del battaglione. 







Ancora un attacco americano al fosso del Gorgolicino, tenuto dalla 4a compagnia. I marò resistettero agli assalti e contrattaccarono il nemico. Il 24 maggio il battaglione "Barbarigo" e il Gruppo d'artiglieria "San Giorgio" ricevettero l'ordine di ritirarsi. Le tre compagnie in linea si sganciarono in direzione di Sermoneta e Bassiano. La 2a fu attaccata da mezzi corazzati nei pressi di Cisterna, la 4a resistette agli attacchi nemici nell'abitato di Norma. Gli artiglieri del "San Giorgio", dopo aver esaurito tutte le munizioni a loro disposizione, fecero saltare le bocche da fuoco. La 3a compagnia ripiegava da Terracina ricongiungendosi al resto del battaglione. La postazione del plotone comandato dal guardiamarina Alessandro Tognoloni (251 compagnia) venne accerchiata da carri Sherman americani. Al grido di "Decima! Barbarigo!", i marò andarono all'assalto dei carri. Tognoloni lanciò una bomba a mano e cadde colpito squarciato nel torace. Prima di perdere i sensi scaricò i colpi della sua pistola e, vuoto il caricatore, la lanciò contro il carro avanzante. Per gli atti di valore compiuti sul fronte di Nettuno gli fu concessa la Medaglia d'Oro. 







Il 31 maggio il "Barbarigo" giunse a Roma e si radunò nella caserma di Maridist, in Piazza Randaccio. La sera del 4 giugno le avanguardie della 5a Armata americana entrarono in città (a porta San Paolo la folla era già in strada ad applauidire gli anglo-americani), primo fra tutti il l° Distaccamento della Special Service Force a cui il "Barbarigo" si era opposto strenuamente per tre mesi. La mattina del 5 giugno i resti del "Barbarigo" si inquadrarono e, divisi in piccoli gruppi, marciarono in direzione di La Spezia. La gente li vide, li riconobbe... ci fù il gelo... un marò ebbe l'idea di lanciare in aria una manciata di caramelle alla folla. Altri lo imitarono. La gente iniziò a battere le mani... fu così che i resti del battaglione lasciarono la città... città che non li amava e per la quale si erano battuti, senza che gle lo avesse chiesto... Roma era stata per mesi alle loro spalle, muta ed ostile. 








IL "BARBARIGO" IN PIEMONTE. 




Il punto più pericoloso alla spalle della Wehrmacht è il Piemonte, nido di antifascisti in città e di ribelli in montagna. Nel giugno 1944 la "Decima" concentrò i suoi battaglioni nell'alto Piemonte. Il "Barbarigo" è il battaglione che ha combattuto ad Anzio e che ha subito un duro salasso in tre mesi di linea. All'inizio i rapporti tra soldati e civili sono buoni, i marò fanno servizi di guardia e di ronda e il morale è alto. Le genti dei villaggi ribelli del Canavese assistono stupiti all'arrivo di questi strani fascisti che non sembrano accorgersi della minaccia che li circonda, che entrano in 2 in 3 nelle taverne, nelle osterie dove da un momento all'altro possono arrivare i matteottini di Piero o i giellisti di Monti. 







L'8 luglio Bardelli viene informato che il guardiamarina Oneto ha disertato con 10 marò armati, rubando la paga del battaglione. Si organizza la squadra con a capo Bardelli e un gruppo di marò per il recupero: si rastrella la zona dove dovrebbe trovarsi il fuggitivo e si occupa la piazza di Ozegna. Oneto è alla stazione (a circa 200 mt.) che sta vendendo armi e altri oggetti per disfarsene e per racimolare denaro per tornarsene a casa. Qualche partigiano interviene per trattenere i "venditori" in quanto ha già avvisato un distaccamento di matteottini. La volante di Piero Piero (con il rinforzo di 2 squadre della 6a GL), vuole dare l'attacco al Barbarigo a Agliè. Ma a Ozegna la volante si blocca perchè avvertita della volontà di Bardelli di recuperare i disertori. I partigiani bloccano gli accessi alla piazza e circondano sul piazzale i disertori che si arrendono. Piero Piero si fa avanti per parlamentare. Non si sa quello che lui e Bardelli si dicano. Bardelli (essendo circondato) da l'ordine in segno di pacificazione di disarmare le armi e butta la sua a terra. Ma i partigiani stringono il cerchio intorno ai marò e agli ufficiali e puntano chiaramente a raccogliere le armi. Bardelli capisce di essere caduto in un'imboscata. Intimata la resa Bardelli risponde "Barbarigo non si arrende". 







L'imboscata tesa dai partigiani costò ai marò altri nove morti e numerosi feriti. Alla salma di Bardelli i partigiani strapparono due denti d'oro e gli altri marò uccisi vennero rinvenuti lordati di letame. Nei primi giorni dell'ottobre 1944, il "Barbarigo" mosse all'attacco dei partigiani attestati nella zona di Rimordono (Torino). I marò sbaragliarono le formazioni avversarie, costringendo le bande a riparare in territorio francese. 








SUL FRONTE ORIENTALE


Appena la Decima arrivò a Gorizia, ricevette dal comando tedesco i piani dell'operazione "Aquila": manovra complessa che prevede l'impiego di diverse colonne contemporaneamente per circondare e distruggere il IX Korpus (nella zona, era gravissima la situazione determinata dalla pressione esercitata contro la frontiera italiana e sulla città di Gorizia dai partigiani sloveni del "IX Corpus" appoggiati da bande comuniste italiane). I reparti della Decima impegnati erano il "Sagittario", il "Barbarigo", il "Fulmine" e l'N.P., oltre ad una parte del genio "Freccia" e dell'"Alberto da Giussano" (artigleria). Il "Barbarigo" (le azioni iniziarono il 19 dicembre) fu il primo reparto ad essere impiegato contro gli slavi, risalì la Biasima occupando l'abitato malgrado la strenua resistenza opposta dai partigiani. Poi occupò Cal di Canale, Localizza e Chiappavano. 







Ai primi di febbraio 1945 la divisione "Decima" (nel mentre fu riorganizzata e divisa in 2 gruppi di combattimento. Il Barbarigo fu nella primo gruppo comandato dal capitano di corvetta Antonio Di Giacomo) lasciò Gorizia, ma il battaglione "Barbarigo" restò ancora qualche settimana nella zona a difesa dei confini orientali della Repubblica e sui monti San Marco e Spino respinse gli attacchi dei partigiani sloveni. Con un contrattacco, che impegnò tutte le compagnie del battaglione, ancora una volta i marò sconfissero il nemico.





IL FRONTE SUD


A metà marzo giunse al battaglione l'ordine di trasferimento sul fronte sud. Il reparto partì da Vittorio Veneto il giorno 20 diretto a Rovigo. Il giorno 26 passò da Ferrara, Argenta e Imola. Il giorno successivo entrò in linea alle dipendenze del comando "I° Gruppo di combattimento Decima", comprendente oltre al "Barbarigo" il battaglione "Lupo", il battaglione NP (Nuotatori Paracadutisti), il battaglione "Freccia" (Genio e Trasmissioni) e il Gruppo d'artiglieria "Colmino". 







Nella zona di Imola, dal 28 marzo al 4 aprile, il battaglione fu impegnato in un'intensa attività di pattuglia catturando numerosi prigionieri, appartenenti al gruppo "Friuli" dell'Esercito Regio. Il 20 aprile, per l'arretramento del fronte, il battaglione iniziò il ripiegamento verso nord attraversando il fiume Po in località Oro. A Santa Maria Fornace, i marò sostennero un violento scontro con reparti della brigata "Cremona" del Regio Esercito del sud (in uniforme britannica). 

Il 27 aprile il "Barbarigo" toccò Mondonovo giungendo in serata a Conserve. Il giorno dopo il reparto proseguì verso Allignassero in direzione di Padova, affrontando presso il ponte del Basassero una postazione partigiana che fu sgominata dai marò della 2a compagnia. 








L'ONORE DELLE ARMI AL "BARBARIGO"


Nella notte del 29 aprile il "Barbarigo" si schierò per ascoltare le parole del comandante del "I° Gruppo di combattimento Decima", capitano di corvetta Di Giacomo, e di un ufficiale inglese rimase allucinato da quelle parole, volle intervenire per dire che anche lui aveva conosciuto un momento simile al loro, quando era stato fatto prigioniero a Tobruk. 

Gli uomini del "Barbarigo", dopo una notte praticamente insonne, inquadrati dai loro ufficiali, la mattina seguente entrarono a Padova armati, passando fra i reparti di carristi inglesi e neozelandesi che resero loro l'onore delle armi. Il 30 aprile il battaglione si concentrò nella caserma "Pra della Valle" e venne considerato disciolto. I marò furono avviati al 209 POW Camp di Afragola presso Napoli, dove rimasero circa un mese; da qui il 5 giugno furono trasferiti a Taranto e imbarcati sulla "Duchessa of Richmond" diretta in Algeria, destinazione il 211 POW Camp di Cap Matifou ad una trentina di chilometri da Algeri, in prigionia.





L'inno del battaglione





Sul mare per la Patria combattemmo 



la buona guerra contro l'oppressore; 



sul mare i nostri morti deponemmo 



con ciglio asciutto, fieri nel dolore. 



Ma Giuda cambia in oro il miglior sangue, 



cadono i lauri al vento che li schioma! 



Un Uomo s'erge ancora, insonne, esangue, 



con l'occhio fisso sull'eterna Roma. 



Barbarigo, Barbarigo, 



battaglione dell'onore! 



Brucia ed arde la tua fede, 



la vendetta rugge in cuore. 



Se la morte ci dà un bacio 



caldo e rosso come un fiore, 



sorridiam tra le sue braccia 



alla Patria che non muore. 



Vendute da un re vil le nostre navi, 



da fanti a terra combatteremo noi! 



Latraron nelle fogne i servi ignavi, 



dal ciel ci benedissero gli Eroi. 



Siamo quelli che siamo, e da nessuno 
v


ogliamo onori o mendichiam l'alloro. 



Di noi parlano i morti di Nettuno, 



Al mare ed alle stelle, e tra di loro. 



Barbarigo, Barbarigo,



battaglione dell'onore!



Brucia ed arde la tua fede, 
l


a vendetta rugge in cuore. 



Se la morte ci dà un bacio 



caldo e rosso come un fiore, 



sorridiam tra le sue braccia 



alla Patria che non muore. 



Il nome di Bardelli è un'ostia pura 
c


he d'oro splende con la sua medaglia; 



egli non dorme nella sepoltura, 



ma marcia in testa a noi nella battaglia. 



E dell'aspro Gianicolo le zolle 



repubblicano han sangue che risplende; 



e il nostro amore incendierà quel colle 



dove ci chiama Garibaldi e attende. 



Barbarigo, Barbarigo, 



battaglione dell'onore! 



Brucia ed arde la tua fede, 



la vendetta rugge in cuore. 



Se la morte ci dà un bacio 



caldo e rosso come un fiore,



sorridiam tra le sue braccia 



alla Patria che non muore.

Battaglione Valanga

“A voga arrancata – A spada tratta”


 “ La specialità dei guastatori: di reparti d'assalto dotati di particolari tecniche, basate principalmente sull'impiego di esplosivo”.








valanga





La storia e gli uomini






 


Il motto del battaglione: “A voga arrancata – A spada tratta”


 


“ La specialità dei guastatori: di reparti d'assalto dotati di particolari tecniche, basate principalmente sull'impiego di esplosivo”.


 


In breve:


fu costituito il 29 settembre 1943 a Pavia nella caserma Umberto I. Comandante: capitano Manlio Mario Morelli, reduce dalla Russia. Dal gruppo iniziale di 200 uomini, tutti del genio, si passerà a 4 compagnie (la prima “Aquila”, la seconda “Uragano”, la terza “Armi accompagnamento”, la quarta “Serenissima”) più la compagnia di comando. Denominato "Tarigo", prese la denominazione alpina nell'ottobre 1944. Dopo un breve periodo in Piemonte partecipò alle operazioni in Carnia (novembre-dicembre 1944) e giunse nel goriziano in tempo per partecipare all'operazione per sbloccare i reparti del "Fulmine" a Tarnova. A Bassano del Grappa nel marzo-aprile 1945 dove incorporò un reparto di ex-partigiani. Si arrese il 30 aprile 1945.





 


29 SETTEMBRE 1943 - SI FORMA IL REPARTO


Nell'estate del ‘43 si procede a ricostituire i due battaglioni guastatori del Genio Alpino. Gli uomini arrivano dai reduci e i superstiti della Russia e dall'Africa Settentrionale. Il XXX° (il comando del battaglione si era formato nel marzo del 1941 a Verona presso il 4° reggimento Genio, dove inquadra la 5a, la 6a e la 9a compagnia; il 20 luglio del 1942 furono messe alla dipendenze del Corpo d'Armata Alpino destinato alla Russia, le compagnie 6a Tormenta e 9a Valanga), e il XXXI° (le compagnie 1a Giaguaro, 2a Lupo, 7a Tigre e 8a Leone, riunite il 18 aprile del 1941 nel XXXI° Battaglione che, dalla Jugoslavia, venne trasferito in Africa Settentrionale vicino a El Adem, per l'azione di sfondamento su Tobruk).





Il comando del XXX° dovrebbe essere affidato al cap. Astrella (guidava in Russia la 6a) e al maggiore Paolo Caccia Dominioni.





Tutto però va allo sbando dopo l'8 settembre 43, per mancanza di ordini... Si arriva alla data del 21 settembre dove il colonnello Mario Ferrari (organizzatore della Scuola Guastatori del Genio di Banne), lancia l'appello ai guastatori per riprendere le armi, contro gli Alleati. L'appello è accolto da molti che si ritrovano a Pavia nella caserma Umberto I°. Dopo pochi giorni sono già circa duecento gli uomini a disposizione e si pensa di costituire un battaglione al comando del capitano Manlio M. Morelli. Il nome del battaglione e' Valanga (in ricordo della 9a Compagnia Guastatori che Morelli aveva comandato sia sul fronte greco, poi albanese e pin seguito russo).


 


20 MARZO 1944 - IL VALANGA E' NELLA DECIMA


Dopo aver prestato giuramento alla R.S.I., il capitano Morelli chiese al colonnello Ferrari (responsabile 19° Comando provinciale) l'autorizzazione di arruolare l'intero Valanga nella Decima Mas, comandata da Borghese. Avuto l'approvazione da Ferrari, Morelli chiese colloquio a Borghese per proporgli l'ingresso del Valanga nella Decima: Borghese diede dunque il suo consenso (20 marzo 1944). A fine mese il Valanga lasciò Pavia per recarsi per pochi giorni a La Spezia.


 


15 APRILE - 12 AGOSTO 1944 - JESOLO


Il battaglione arriva a Jesolo nell'ex-colonia DUX (già presenti a Jesolo alcuni reparti degli N.P. e del gruppo di artiglieria Colleoni). Il morale del reparto e' altissimo, e ai primi di giugno ogni uomo (nuove reclute comprese) è in grado di far brillare una carica e di sostenere l'urto provocata da 3 kg di tritolo che esplode a tre metri di distanza. In questo periodo il Valanga viene impiegato in compiti di difesa costiera.


Sempre qui arriva l'ordine di cambiare il nome del battaglione da Valanga a Tarigo. In questo modo si voleva ricordare il sacrificio del comandante e dell'equipaggio del cacciatorpediniere Luca Tarigo, affondato nel 1941 nelle secche di Kerkennah dopo aver abbattuto, a sua volta, un cacciatorpediniere inglese.


 


12 AGOSTO - 30 OTTOBRE 1944 - PIEMONTE


Nel mese di giugno nasce la divisione Decima. Il Tarigo (Valanga), è nel secondo gruppo di combattimento con il Fulmine e il Sagittario.





La divisione fu spostata in Piemonte nella zona di Ivrea e in altri piccoli centri del Canavese, perché la paura dei tedeschi era quella di una possibile invasione per quelle zone.





Il Valanga (o Tarigo), arrivò a Ivrea (dove i rapporti con la popolazione erano buoni) ai primi di agosto, un mese dopo i fatti di Ozegna (dove per un vile agguato, al grido di “Barbarigo non si arrende”, cadde il Comandante Bardelli con altri marò), e si insediò sia nella caserma Val Calcino, sia in un'altra ubicata in periferia. Come primo compito fu assegnato al battaglione di assicurare il controllo della vecchia statale n°11 (Torino Ivrea), nel tratto tra Ivrea e Catellamonte . Pur non essendo stati addestrati a queste azioni, i guastatori si immedesimarono subito nella parte e bloccarono più di una volta le azioni di bande ostili (il Valanga dovrà lamentare i suoi primi caduti e qualche ferito).





A circa metà agosto nelle zone presidiate dalla Decima era stato raggiunto un buon controllo: rimaneva solo una zona non controllata nell'alta valle dell'Orco. Qui l'11 agosto una colonna delle Brigate Nere fu bloccata sulla strada di Ceresole Reale (fu ferito anche Borghese ad un braccio). Reparti della Decima erano prontamente intervenuti (NP, Fulmine e Colleoni) e i banditi ritirarono verso il confine francese. Il Valanga venne inviato a controllare i versanti dei monti Unghiasse (2.939m) e Tovo (2.673m).





A metà settembre gli uomini sfoderarono il cappello d'alpin, stituito con il basco di ordinanza quando il battaglione cambiò nome. Morelli convinse Borghese che l'anima del battaglione era alpina e, pur con tutto il rispetto al cacciatorpediniere Luca Tarigo e al suo equipaggio, il battaglione voleva un nome alpino. Indi, il nome tornò ad essere Valanga.





Nelle zone presidiate dai ribelli si iniziò una nuova operazione in val d'Ala di Viù: l'azione doveva essere svolta in contemporanea tra il Lupo (nella val di Viù) e il Valanga (rinforzato dalla seconda compagnia degli NP) era assegnata la val d'Ala: zona che fu occupata interamente a fine settembre, con la perdita però di alcuni alpini.


Dopo aver lasciato la val d'Ala, il Valanga si spinse, senza nessun contatto con i banditi, a Pian della Mussa (1.752 m).





Il 6 ottobre il Valanga (2 feriti) dopo 5 ore di combattimento raggiunsero le zone dei Laghi della Rossa (2.718 m) del rifugio Gastaldi (2.659 m): rifugio che fu bruciato per evitare il reinsediamento dei ribelli. Nei giorni successivi (2) il Valanga mandò pattuglie per recuperare eventuali materiali abbandonati. Le pattuglie dei guastatori si spinsero fino ai piedi dell'Uia di Ciamarella (.3676 m), rinvenendo tra l'altro due autocarri, tre auto e alcuni quintali di viveri.





Dopo poco la situazione generale mutò: gli alleati non volevano passare per il Piemonte e i tedeschi permisero solo al Lupo di essere schierato sul fronte appeninico. Tutti gli altri reparti vennero trasferiti nel Veneto orientale: il Valanga tra il 20 e il 30 Ottobre raggiunse Vittorio Veneto (si sistemò nella scuola Francesco Crispi).


 


30 OTTOBRE 1944 - A VITTORIO VENETO


La difesa del territorio della Venezia Giulia da parte delle truppe repubblicane costituisce forse la parte più saliente delle operazioni del nord Italia; contro questa azione ci sono tre grossi “nemici”: gli Slavi tutti, gli Alleati che simpatizzano per Tito o forse per il reuccio Pietro II piuttosto che mostrare “comprensione” per l'Italia e i Tedeschi (o meglio gli Austriaci), i quali prendendo il controllo di quelle zone, volevano vendicarsi di Vittorio Veneto e azzerare i risultati (in parole povere strappare all'Italia i frutti della vittoria del 1918).





Il Valanga giunse in diversi scaglioni a Vittorio Veneto. Riprese quasi subito il monotono lavoro di pattugliamento: la zona era quella a Fadalto, alle pendici del Consiglio, a sud, fino a Conegliano (dove era dislocato il comando della divisione).


Nel mese di novembre, giunse a Vittorio Veneto una compagnia di marò al comando del STV Busca. Si addestrò e rimane fino alla fine con il Valanga e divenne la 4a Compagnia del Battaglione (ma conservò il nome di Serenissima).


 


29 NOVEMBRE - 18 DICEMBRE IN CARNIA


Il comando Divisione DECIMA decise che la prima operazione doveva essere verso la cosiddetta “Zona libera della Carnia” (territorio tra le valli di Medusa e dell'Arzino).





Zona sottocontrollo di bande di banditi della Garibaldi e della Osoppo. Il comando DECIMA diede ordine al Fulmine di attaccare la zona della valle dell'Arzino, rastrellare i partigiani e occupare Toppo e Travesio.





Al Valanga toccò la zona delle valli del Medusa, che raggiunse in data 28 novembre. Il 29 iniziò l'attacco su 3 direttrici: 1a e 4a Compagnia Serenissima a sinistra, la 2a Compagnia al centro, e a sinistra parte della 3a Compagnia (sulle pendici occidentali del monte Chiarandeit). Le due colonne laterali non ebbero gravi difficoltà ad prendere la zona ma la 3a fu bloccata a Ponte Racli fino a che non fu raggiunta dal rimante gruppo della 3a, e riuscì a scacciare i ribelli (al costo di tre feriti del Valanga).





Il 30 tutto il battaglione si spostò a Tridis, e il 31 fu attaccata Tramonti di Sotto (Val Meduna).Una volta liberata la zona il Valanga iniziò il pattugliamento notturno diurno delle zone della valle del Medusa, del Silisia e del Chiarzò. Ci furono degli scontri e quello più impegnativo fu quello a Palcoda dove una pattuglia della 2a Compagnia sorprese diversi ribelli in una baita, che fece prigionieri (con qualche perdita tra i ribelli).





A metà dicembre il Valanga, dopo aver reso inutilizzabile il campo volo di Pradilera, ritornò a Vittorio Veneto.


 


24 DICEMBRE 1944 - 29 GENNAIO 1945 - OPERAZIONI NEL GORIZIANO


Il 24 dicembre due compagnie del Valanga (1a e 4a), vennero trasferite a Gorizia per dare il cambio a 2 compagnie di N.P. che rientravano da Valdobbiane. Il giorno dopo la 4a (Serenissima) lasciò Gorizia per costituire un caposaldo sul monte Santo, vicino all'abitato di Britovo. La 1a invece andò a presidiare Selva di Tarnova: ma la zon, vista la conformazione geografica, non era in grado di assicuare la necessaria protezione al battaglione. Il cap. Satta fece presente ciò al Comando chiedendo rinforzi. Il Comando inviò per alcuni giorni una unità del Barbarigo e una batteria del San Giorgio. Successivamente il 9 gennaio arrivò il Fulmine (tre compagnie) per sostituire le due del Valanga.





Dopo dieci giorni da quanto previsto dal cap. Satta ebbe luogo: alle 4,00 del mattino iniziò l'attacco del IX Corpus a Tarnova. Prima fuoco di mortai poi un migliaio di uomini attaccarono le posizioni del Fulmine (che perse alcune posizioni ed ebbe 12 morti e 25 feriti, contro grosse perdite degli attaccanti). Per vari problemi di comunicazione, il comando Decima mandò due compagnie del Valanga (cap Rota) e il Sagittario in soccorso al Fulmine (circa 600 uomini). Ma raggiungere la zona non fu semplice. Dei cinque autocarri, due esplosero su un campo minato e il resto fu sottoposto a violento fuoco di sbarramento (a circa 8 km da Tarnova). Gli uomini del Valanga reagirono prontamente e gli attaccanti ripiegarono. Una parte del battaglione tornò a Gorizia con i feriti e l'altra parte a piedi proseguì agli ordini del S. Ten. Pasella. Gli ordini erano cambiati: le due compagnie del Valanga e una del Barbarigo (arrivato da Gorizia) dovevano attaccare gli slavi sul monte s. Gabriele e s. Daniele, per lasciare una via di fuga al Fulmine da Tarnova a Aisovizza o Salcano.





All'indomani del 20 Gennaio, gli salvi ripresero a martellare Tarnova. Il Fulmine mantenne le posizioni ma con un grave costo in fatto di uomini: 62 caduti e 27 feriti. Si persero anche un gran numero di armi e mezzi. Le perdite inflitte ai ribelli furono stimate in circa 180 caduti certi, 150 probabili e 300 feriti.





Il 21 la situazione del Fulmine era tragica (anche a causa della scarsità delle munizioni): le fiamme avevano quasi del tutto raso al suolo Tarnova e si decise per una sortita. Una colonna di 81 marò con una sortita spezzò l'accerchiamento e arrivò al presidio tedesco di Aisovizza. Restavano a Tarnova solo 48 uomini (13 feriti). Questi ultimi resistettero fino alla fine. Nel mentre dopo l'attacco delle 4 del mattino il Barbarigo e il Valanga conquistarono il monte san Daniele. Il Valanga, insieme alla colonna tedesca Meit, raggiunse i difensori rimasi a Tarnova. Nell'ultima giornata dei combattimenti il Fulmine perse nove uomini.





Successivamente a seguito degli attriti con le unità politico militari tedesche, la Divisione Decima lasciò Gorizia.





Il 29 gennaio rientrarono a Vittorio Veneto le due compagnie del Valanga.


 


19 DICEMBRE 1944 - 15 MARZO 1945


Al suo rientro dalla zona della Carnia a Vittorio Veneto, il Valanga trovò una situazione peggiorata, in quanto i banditi avevano rialzato la testa. Diversi marò caddero a seguito di imboscate.





Ripresero dunque i pattugliamenti ma il Valanga era molto ridotto nei suoi organici (la 1a e 4a Compagnia Serenissima erano nel Goriziano): tutto ciò non impedì di continuare l'attività addestrativa.





A metà febbraio un nuovo ordine di muoversi nella zona di Bassano del Grappa. Nel mentre del movimento arrivò l'ordine di assicurare la protezione del passo di san Boldo: la truppa (cap, Barbesino) stazionò a Sottocorda. Compito assegnato fu quello di coprire il passaggio di un battaglione di alpini diretti a Belluno. Nel successivo trasferimento per prendere posizione sul monte Cimone (da lì si controllava il Passo) ci fu uno scontro con una pattuglia di ribelli: dopo due ore il Valanga perse quattro uomini mettendo in fuga i superstiti dei banditi, raggiunse il Passo e assicurò il passaggio.


 


GENNAIO - FEBBRAIO 1945 - CADORE: MISSIONE MORELLI


Il compito di Morelli, su ordine di Borghese, era quello di verificare le voci relative al fatto che i tedeschi avevano preso possesso di una nuova zona del territorio italiano. La zona comprendeva la provincia di Bolzano e quasi tutte quelle di Trento e Belluno (Alpenvorland).





Con uno stratagemma Morelli si fece ricoverare a Cortina d'Ampezzo (all'istituto ortopedico Codevilla), e da lì fece dei viaggi nelle zone limitrofe.


Quello che poi riferì segretamente a Borghese non fu nulla di buon, in quanto esisteva una propaganda per indurre le genti locali a chiedere l'annessione all'Austria (zone da Vipiteno, Brunico, Cortina e San Candido) .


 


16 MARZO - 27 APRILE 1945 A BASSANO DEL GRAPPA


E LA FINE DELLA GUERRA


Con l'arrivo a Bassano, il morale del battaglione era alto in quanto era stato promesso al battaglione l'invio al fronte; nello stesso periodo tra una esercitazione e l'altra proseguivano i bombardamenti e i guastatori diedero una mano a trarre in salvo la popolazione sotto le macerie.





Un fatto da ricordare è quello che si aggregò al battaglione una compagnia di circa 70 persone che catturate dalla Banda Carità che per non andare deportati in Germania si arruolarono nella RSI.





Il 21 aprile gli americani dopo aver sfondato la linea gotica, erano a Bologna. Le città di Milano, Torino e Genova erano sotto il controllo partigiano.





Il 28 il Valanga si era spostato a Marostica dove a Thiene sarebbe dovuto unirsi al 2° gruppo di combattimento. Ma qui ci si rese conto che non si poteva più raggiungere Venezia. Nella notte Marostica fu circondata dai partigiani, e le strade erano intasate dai tedeschi in fuga, e battute dagli aerei americani.





Le scarse informazioni davano la Decima sciolta su ordine di Borghese. Morelli allora prese contatto con il comitato di liberazione ma si rifutò di passare dall'altra sponda: si preoccupò quindi della sorte dei suoi uomini. Fece sì che, dopo la consegna delle armi da parte del battaglione, questo si spostasse a Bassano. I partigian, da parte loro, non attaccarono il Valanga e Morelli rimase come prigioniero.





Il Battaglione al grido di DECIMA GUASTATORI! DECIMA COMANDANTE, si sciolse il 28 aprile 1945 (una parte di essi il 2 maggio si consegnò a Trento all'arcivescovo).





Morelli dopo l'ultimo alzabandiera si consegnò ai partigiani; non ricevette nessun salvacondotto e dopo aver difeso i confini dell'Italia, subì la cancellazione del grado, delle medaglie e una condanna a 12 anni di carcere.





Nel maggio 1945 molti guastatori riuscirono ad arrivare a casa: alcuni furono catturati dagli americani e dopo mesi di prigionia tornarono a casa. Ma i più sfortunati, due guastatori persero la vita uccisi dai partigiani





L'inno del battaglione





Leggenda del Valanga



L'isba calda fu lasciata 



nel villaggio presso il Don, 



cominciò la ritirata 



e rombavano i cannon. 



Quando a Rossoch siam arrivati 



General non c'era più, 



tutti quanti erano scappati 



guastator pensaci tu. 



Alle sette del mattino



il Maggiore ci adunò,



su Kalitua c'è il “Cervino” 



e a soccorrerlo si va.



Prigionieri tutti quanti 



ma l'Alpino disse no, 



su, “Valanga”, avanti avanti



e all'assalto si scagliò.




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Battaglione Fulmine

Breve storia del Btg. Fulmine della Xa Flottiglia Mas

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La storia e gli uomini





Il motto del battaglione: “Scatto Travolgo Vinco”







Il Battaglione in breve 



La Spezia. Comandanti: tenenti di vascello Sergio Scordia, Agostani Giuseppe, Orrù Giuseppe, Bini Elio. Il Btg. è composto dalla Compagnia Comando e da tre Compagnie: la Ia, la IIa e la IIIa compagnia Volontari di Francia; il 29 luglio questa, da compagnia autonoma “Volontari di Francia” (5° compagnia del Barbarigo) diventa la IIIa Compagnia del Fulmine”). 



Si forma nel marzo 1944 a La Spezia, e si scioglie a Schio il 30 aprile 1945.





MARZO 1944 SI FORMA IL BATTAGLIONE,


PRIMI IMPIEGHI NEL PIEMONTE 




Il Fulmine si forma a La Spezia nell'entusiasmante clima della Decima Mas. Inizialmente il nome del battaglione è Bersagliere, ma poi prende il nome di Fulmine, in ricordo del caccia torpediniere affondato il 13 giugno 1941. 




Alla fine del marzo del 1944 si trasferisce in provincia di Lucca (Pietrasanta), per iniziare l'addestramento. Addestramento che poi prosegue ad Orio Canadese nel Piemonte. A giugno c'è un nuovo trasferimento in Val D'Aosta a Saint Vincent, poi infine il battaglione raggiunge Ivrea. 




Tra il luglio e l'agosto del ‘44 il battaglione in Piemonte partecipa ad azioni contro i ribelli: pattugliamento nella Valle dell'Orco (nel Canavese), presidia Curgnè, e azioni ad Alette, Pont Canadese, Locana, Punta Marola, Nasca, Ceresole, Chiapali, Passo della Crocetta, Frassinetto, in Val Saona, in Val Chiusello vicino al confine francese per evitare la calata dei senegalesi e dei marocchini nelle valli alpine.




A Torino il battaglione giunge il 29 ottobre, dove riceve la fiamma di combattimento. Nello stesso giorno viene anche consegnata l'insegna alla IIIa Compagnia del Fulmine (i Volontari di Francia).




Il 5 novembre del 44 il Fulmine partecipa alla presa di Alba: in particolare ad Alba il partigiano Mauri aveva restaurato l'auotorità del governo del sud. La riconquista di Alba era ritenuta dallo Stato Maggiore non priva di difficoltà. Parteciparono alla riconquista il Lupo e il Reparto Arditi Ufficiali in prima schiera (Fulmine in seconda schiera, Colleoni e Leonessa della GNR in appoggio. Brigate Nere in riserva).




La città fu presa e alla fine dell'azione una voce disse nella piazza: “Nel nome del Duce dichiaro in Alba la Repubblica Sociale Italiana”. 

Dopodichè il Fulmine partecipa alle ultime operazioni in Valle Orco e Locana. 

 







INVIO IN FRIULI-VENEZIA GIULIA


PER LA DIFESA DEI CONFINI ORIENTALI





Il progetto del Comandante Borghese era quello di creare una difesa contro l'invasione slava. Il Fulmine parte per Conegliano Veneto.


Qui è subito impiegato in azioni anti guerriglia in Carnia, in Alto Adige. 

Il 19 dicembre il Fulmine è a Gorizia. Inziano le operazioni contro le bande slave del IX° Corpus di Tito.


All'operazione “Adler Aktion” partecipano con truppe tedesche e unità slave anticomuniste i battaglioni della Decima Barbarigo, N.P. (Nuotatori - Paracadutisti), Valanga, Freccia, Sagittario, Fulmine, gruppi artiglieria S. Giorgio, da Giussano , il btg. Bersaglieri Mussolini, gli alpini del Tagliamento e i reparti di difesa della milizia territoriale (M.D.T.). 

Il compito del Fulmine è di presidiare Sleppe d'Istria: da qui partono le azioni per Tribussa, Basinizza, Santa Lucia e altre zone del Goriziano. Dopo queste azioni il Fulmine rientra a Gorizia (il 31 dicembre il comando passa G.M. Elio Bini della IIa). 




Nel gennaio del 1945 le bande di Tito si sono rafforzate e premono su Gorizia e sulla linea dell'Isonzo. Il comando della Decima decide di ridurre il fronte occupato dalle bande slave. Il presidio di Selva di Tarnova è affidato al Fulmine (raggiunto il 9 gennaio del 45). Così facendo il battaglione blocca la statale 307 che è una delle vie di comunicazioni più importanti. 

La battaglia (19 gennaio) che segue dopo è intensissima: 2.000 slavi contro 241 del Fulmine, collegati al comando solo via radio. 

Il comando della Decima tenta di soccorrere il Fulmine.


Il 19 gennaio il Barbarigo, il Valanga, il Sagittario, il San Giorgio e il Da Giussano attaccano la cima del monte S. Gabriele. Il 20, durante la notte, gli slavi attaccano il Barbarigo. Il Fulmine però resiste fino all'arrivo dei rinforzi. I superstiti rientrano poi a Gorizia: caduti 86, feriti 56. Perdite del nemico: 300 morti, 500 feriti. 

Il sacrifico del Fulmine, dirà poi per esempio il G.M. Antonio Minervini, servì a impedire il dilagare delle orde slave sulla città di Gorizia. 

Lo stato maggiore della marina concederà la Medaglia d'argento al Valor Militare alla stendardo del battaglione Fulmine. 

Il 24 aprile del 45 il Fulmine riceve l'ordine di rientrare a Thiene: il 29 è a Schio. Viene respinta una intimazione di resa del CLN. Vengono avviati contatti con gli angloamericani per cessare le ostilità. Alle ore 20 del 30 aprile, il Fulmine si schiera per ricevere l'onore delle armi da parte di una compagnia corazzata americana e si costituisce prigioniero di guerra. 

Alla fine, alcuni dei marò del Fulmine verranno tradotti nei campi di prigionia, altri rientreranno a casa dopo alterne vicende. Tutti subiranno le conseguenze della scelta fatta per l'Onore dell'Italia. 

  







ADLER AKTION IN BREVE 19 DICEMBRE 1944 




Il comando Decima ha stabilito di prendere parte a una grossa operazione che ha come obiettivo la distruzione del IX° Corpus jugoslavo che è schierato tra le valli e i valloni di tra Tarnova e Chiapovano. I tedeschi hanno previsto dieci colonne che devono avanzare partendo da Gorizia, Idria, Hotdrisca, Postumia, Sesana, Opacchiasella e arrivare ad Aidùssina, superando Selva di Tarnova. Oltre che alla Decima, partecipano all'operazione alcuni reggimenti di polizia germanica, ustasica, domobranci e cetnici. Non fa parte dell'operazione invece la 188a divisione di montagna tedesca. 




Come mai il comando tedesco scelse la zona di Tarnova per l'operazione?


Soprattutto per la posizione geografica molto avanzata nei confronti dei nemici, per le vie di comunicazioni e per le posizioni di difesa in caso di sbarco angloamericano sulla costa adriatica. 

L'operazione non inizia sotto buoni auspici: il vicecomandante della Decima Luigi Carallo cade il terzo giorno delle operazioni. Tragica morte per mano jugoslava, ma il dramma è che Carallo ha con sé una borsa di documenti, tra cui i piani dell'operazione Adler.


In particolare i ribelli scoprono la cartina geografica con le direttive di marcia delle dieci colonne. Gli jugoslavi ora sanno tutto ciò che dovrà accadere.





L'inno del battaglione





Santa Gorizia le campane scioglie
e


suona a gloria a darci il suo saluto 



le donne ci sorridon dalle soglie



come chi trova un dolce amor perduto.



Ma i migliori di noi non son tornati



li abbiam sepolti in una fredda sera



sotto Tarnova, e dormono placati



nel sogno, avvolti dalla lor Bandiera.



FULMINE! Scatto, travolto e vinco...



Ove sei marinaio che l'orrore 



di una resa infamante tu deridi 



e respingi la vita oltre l'Onore



gridando "ITALIA, DECIMA!" e t'uccidi?


La vita è senza peso. Pura, eccelsa 



a Patria è fiamma al nostro invitto Amore.



Vale solo la spada, se con l'elsa
la


mano chiusa, sa impugnare il cuore.



FULMINE! Scatto, travolto e vinco..