STORIA MILITARE ITALIANA DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Durante la seconda guerra mondiale (1939-1945) il Regno d'Italia ebbe una storia tumultuosa e del tutto particolare. Sebbene, per molti anni e soprattutto tra le nazioni vincitrici del conflitto, fosse stata opinione diffusa la debolezza e l'incompetenza delle forze italiane di fronte alla guerra, da qualche decennio a questa parte gli storici tendono a rivalutare il contributo e l'operato dell'esercito italiano nella seconda guerra mondiale[senza fonte], considerando gli insuccessi come conseguenze del cattivo e obsoleto armamento, dell'inefficienza dei leader militari, di particolari circostanze, ecc.

Indice

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[modifica] Dalla "non belligeranza" all'intervento

[modifica] L'invasione della Polonia

Alle ore 4.45 del 1º settembre 1939 i carri armati tedeschi varcarono il confine polacco, offrendo al mondo atterrito la dimostrazione pratica del Blitzkrieg ("guerra-lampo"), basato sulla stretta collaborazione delle forze corazzate e dell'aviazione. Alla sera l'aviazione polacca era stata distrutta a terra dalla Luftwaffe. Il 3 settembre Gran Bretagna e Francia dichiararono guerra alla Germania, ma i polacchi vennero lasciati soli a combattere contro un avversario più forte e la loro resistenza venne sopraffatta in poche settimane senza che si fosse verificata la sperata offensiva alleata sul fronte occidentale. Alla dichiarazione di guerra Francia e Gran Bretagna non fecero seguire alcuna azione concreta che alleggerisse subito la pressione delle forze armate tedesche sull'agonizzante Polonia: infatti le 110 divisioni francesi schierate lungo la linea Maginot non tentarono neppure di attaccare le 23 divisioni tedesche rimaste a difendere il confine occidentale della Germania, e grazie a questa totale passività i tedeschi poterono concentrare il grosso delle proprie forze sul fronte orientale. Il 7 settembre la IV armata tedesca proveniente dalla Pomerania si riunì con la III giunta dalla Prussia orientale tagliando il corridoio di Danzica e lasciando la Polonia senza sbocco al mare. Il 17 settembre Varsavia venne accerchiata e capitolò dopo dieci giorni di incessanti bombardamenti. La ritirata delle forze polacche venne impedita dall'Armata Rossa, che varcò il confine orientale: circa 217.000 polacchi vennero fatti prigionieri dai russi e 694.000 dai tedeschi. Le perdite tedesche nella guerra polacca, secondo i dati ufficiali, furono di 10.572 morti, 30.322 feriti e 3.400 dispersi.

[modifica] "Non belligeranza" italiana

Nel frattempo l'Italia si era dichiarata "potenza non belligerante": dopo l'aggressione all'Etiopia e all'Albania, e la martellante propaganda bellicista del regime, il fascismo palesò una clamorosa impreparazione militare. L'Italia, nonostante il Patto d'Acciaio, non solo non era stata avvertita tempestivamente delle intenzioni dei tedeschi né delle loro trattative con i russi, ma aveva anzi firmato quel Patto soltanto dopo che von Ribbentrop aveva assicurato al suo collega italiano, il ministro degli esteri Galeazzo Ciano, che la guerra non sarebbe iniziata prima del 1942. L'Italia poté dunque dichiarare la propria non belligeranza, senza che nessuno osasse parlare di tradimento; si era però allo stesso tempo schierata con la Germania, pur senza intervenire immediatamente nel conflitto.

Nel periodo della "non belligeranza" Hitler capì l'assoluta necessità del Reich di avere Mussolini come alleato: sebbene l'Italia militarmente non sarebbe stata di grande aiuto, un'Italia passata al campo avversario avrebbe significato il ritorno allo schieramento del '14-18 e al blocco marittimo che, da solo, aveva piegato la Germania del Kaiser Guglielmo II. Mussolini era pertanto un personaggio chiave della grande manovra politica tedesca, e Hitler decise di accattivarselo, soddisfacendone le vanità, impressionandolo con i segni della potenza e ricattandolo al momento giusto sul terreno economico. Per dargli un vistoso successo diplomatico il Führer cedette definitivamente sulla questione del Sud-Tirolo, arrestando e invertendo nell'Alto Adige la corrente pangermanista che egli stesso aveva rimesso violentamente in moto. Alla fine del '39 i sudtirolesi furono chiamati a optare per l'una o per l'altra nazione: sui 229.000 abitanti della provincia di Bolzano, 166.488 scelsero la Germania impegnandosi a lasciare l'Italia entro due anni; 22.712 optarono per l'Italia e 32.000 non si pronunciarono e restarono nello stato di allogeni.

[modifica] I successi nazisti

Nell'aprile 1940 i tedeschi, per procurarsi delle basi sul Mare del Nord e per assicurarsi le vie di rifornimento del ferro svedese, invasero la Danimarca e la Norvegia: il 9 aprile iniziò l'invasione della Danimarca che, del tutto impreparata a un conflitto, si arrese sotto la minaccia tedesca del bombardamento di Copenaghen e venne occupata in un solo giorno; in Norvegia, poi, fallito un tentativo anglo-francese di contrastarne la conquista ai tedeschi, fu insediato il governo fantoccio del nazista norvegese Vidkun Quisling. Il 10 maggio 1940, alle ore 5.35, tutto il fronte tedesco a occidente si mise in movimento: il Führer sferrò l'attacco a fondo contro la Francia e l'offensiva tedesca evitò la poderosa linea fortificata Maginot rivolgendosi contro l'Olanda, il Belgio e il Lussemburgo (violando quindi la neutralità di quei paesi e ripetendo all'incirca la manovra attuata durante la prima guerra mondiale). I tedeschi penetrarono nel suolo francese, vinsero le due battaglie delle Somme e dell'Aisne (6-10 giugno 1940) e si avviarono verso sud, prendendo alle spalle la linea Maginot.

[modifica] L'intervento italiano

  « Combattenti di terra, di mare, e dell'aria! Camicie Nere della Rivoluzione e delle Legioni, uomini e donne d'Italia, dell'Impero e del Regno di Albania. Ascoltate! [...] La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia [...] La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere! E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al mondo. »
 
(Dall'annuncio della dichiarazione di guerra, 10 giugno 1940)

Di fronte agli straordinari ed inaspettati successi della Germania nazista tra l'aprile e il maggio del 1940, Mussolini ritenne che gli esiti la guerra fossero oramai decisi, e, sia per poter ottenere eventuali compensi territoriali, sia per timore di un'eventuale invasione nazista dell'Italia se quest'ultima non si fosse schierata apertamente al fianco della Germania (come ebbe poi a spiegare lo stesso Mussolini[senza fonte]), il 10 giugno dichiarò guerra alla Francia ed alla Gran Bretagna. Alla contrarietà e alle rimostranze di alcuni importanti collaboratori e militari (fra cui Pietro Badoglio, Dino Grandi, Galeazzo Ciano e il generale Enrico Caviglia) Mussolini avrebbe risposto (ma l'autenticità di queste parole è stata molto spesso contestata):

  « Mi serve qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo delle trattative.[1] »
   

Con riserve di munizioni sufficienti per appena due mesi[2] e con sole 19 divisioni in grado di combattere, il paese venne trascinato nel conflitto senza una logica coerente con la politica di aggressione del regime. Sperando di ottenere una vittoria militare contro un paese esausto e cospicui vantaggi territoriali al tavolo delle trattative, il Duce fece ammassare le truppe italiane sul fronte occidentale per poter attaccare la Francia. L'11 giugno l'Italia, per dimostrare che la dichiarazione di guerra era una cosa seria, fece bombardare dalla sua aviazione Port Sudan e Aden; nella notte dello stesso 11 giugno aerei italiani bombardarono la base navale inglese di Malta in 8 diverse incursioni[3].

[modifica] La guerra "parallela"

I vertici del fascismo si illusero che la guerra sarebbe stata breve e che l'Italia sarebbe stata in grado di condurre una guerra "parallela" a quella del Reich in piena autonomia dal proprio alleato.

[modifica] La battaglia delle Alpi

La frontiera italo-francese era stata fortificata da entrambe le parti tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento, poi negli anni Trenta. Per gli alti comandi italiani un'offensiva francese su Torino era stata la minaccia più temuta; non pareva invece possibile un'offensiva italiana perché dopo le fortificazioni francesi bisognava attraversare altri rilievi montuosi prima di arrivare alla pianura e a obiettivi importanti. Tutti i piani dell'esercito italiano, dall'Ottocento al 1940, prevedevano quindi una difensiva sulle Alpi e cercavano eventuali sbocchi offensivi in altre direzioni, sul Reno in appoggio ai tedeschi o nel Mediterraneo. Gli italiani concentrarono alla frontiera 22 divisioni, 300.000 uomini e 3.000 cannoni, con grosse forze di riserva nella pianura padana.

Il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt definì l'attacco italiano alla Francia, noto come "battaglia delle Alpi Occidentali", una pugnalata nella schiena[4]:

  « Oggi, 10 giugno 1940, la mano che teneva il pugnale lo ha calato nella schiena del vicino. Oggi 10 giugno 1940, noi inviamo al di là dei mari a coloro che continuano con un magnifico coraggio la lotta per la libertà i nostri voti e le nostre preghiere. »
 

Lo storico antifascista Gaetano Salvemini lo giudicò invece come:

  « Non tradimento, ma colpo inferto a uno che si trova sul letto di morte[5]. »
 

Del resto, "pugnalate" del genere sono tutt'altro che rare nella storia, e nella seconda guerra mondiale ci sono altri esempi: l'URSS, ad esempio, colpì la Polonia quando già i panzer tedeschi l'avevano travolta, e il Giappone nell'intervallo tra il lancio delle due atomiche, un mese prima della sua resa.

Nella notte fra il 12 e il 13 giugno i bombardieri italiani si diressero su Francia meridionale, Tunisia e Corsica e colpirono Saint-Raphaël, Hyères, Biserta, Calvi, Bastia e la base navale di Tolone.

Il 14 giugno le truppe tedesche entrarono a Parigi e il 17 il maresciallo Pètain chiese la resa. Mussolini si era illuso di ottenere guadagni grandiosi (l'occupazione del territorio francese fino al Rodano, la Corsica, la Tunisia, Gibuti, addirittura la cessione della flotta, degli aerei, degli armamenti pesanti[6]) senza sparare un colpo, poi dovette rendersi conto che avrebbe ottenuto soltanto il terreno occupato dalle sue truppe: soltanto allora diede l'ordine di attaccare, dieci giorni dopo la dichiarazione di guerra.

L'offensiva italiana dei giorni 21-24 giugno non diede i risultati prevista e l'unica località di un certo rilievo ad essere occupata dalle truppe italiane fu Mentone. Il 23 giugno cominciarono le trattative a Roma per l'armistizio italo-francese, condotte separatamente da quelle della Germania. Le condizioni imposte furono: il territorio francese raggiunto dalle truppe italiane doveva essere smilitarizzato per tutta la durata dell'armistizio; le forze armate di terra, aria e mare francesi dovevano essere disarmate, fatta eccezione per quelle necessarie a mantenere l'ordine pubblico. Alle 19:15 del 24 giugno il generale Charles Huntziger e il maresciallo Badoglio, con la firma dell'armistizio di Villa Incisa, posero fine al conflitto diretto con la Francia. L'armistizio previde l'occupazione da parte italiana di alcuni territori francesi di confine, la smilitarizzazione del confine franco-italiano e libico-tunisino per una profondità di 50 chilometri, nonché la smilitarizzazione della Somalia francese (odierno Gibuti), e la possibilità da parte italiana di usufruire del porto di Gibuti e della ferrovia Addis Abeba-Gibuti. Le ostilità sulle Alpi cessarono alle 0:35 del 25 giugno.

Durante la battaglia delle Alpi occidentali, gli italiani ebbero 631 morti (59 ufficiali e 572 soldati), 616 dispersi, 2.631 tra feriti e congelati; i francesi catturarono 1.141 prigionieri che restituirono immediatamente dopo l'armistizio di Villa Incisa[7] . I francesi ebbero 37 morti, 42 feriti e 150 dispersi[8].

[modifica] L'impero in guerra

L'entrata in scena dell'Italia nel secondo conflitto mondiale portò la guerra anche sul continente africano, dove il Paese possedeva un impero coloniale costituito dalla Libia italiana e dall'Africa Orientale Italiana.

All'inizio delle ostilità il comando superiore dell'Africa settentrionale era affidato al maresciallo dell'aria Italo Balbo. In Libia si trovavano due armate: la Quinta, comandata dal generale Italo Gariboldi, al confine con la Tunisia e composta da 8 divisioni, 500 pezzi d'artiglieria di medio calibro, 2.200 autocarri e 90 carri leggeri da 3 tonnellate; al confine egiziano c'era invece la Decima Armata del generale Berti, con 5 divisioni, 1.600 pezzi d'artiglieria, 1.000 autocarri e 184 carri leggeri. In totale 220.000 uomini[9]. La 5ª squadra aerea, agli ordini del generale Porro, era costituita da 315 aerei da guerra. I francesi avevano 4 divisioni al confine tunisino, subito tolte alla lotta dal crollo della nazione; le forze inglesi in Egitto ammontavano, secondo le stime, a 36-42.000 uomini[10]. La resa della Francia e quindi la possibilità di rifornimenti regolari alla Libia, nonché la guerra parallela di Mussolini, imposero la necessità di un'offensiva verso l'Egitto. A Balbo, abbattuto dalla contraerea italiana il 28 giugno, succedette Rodolfo Graziani, subito richiesto da Mussolini di un'avanzata in Egitto. Il 13 settembre 1940 le forze italiane di stanza in Libia lanciarono un'offensiva entrando in territorio egiziano dopo un violento bombardamento dell'artiglieria. Gli inglesi si ritirarono senza combattere. Il 16 settembre, le truppe italiane entrarono a Sidi el Barrani, a circa 95 km dal confine con la Libia; poi Graziani si trincerò sulle nuove posizioni. Non ci fu battaglia: gli inglesi persero 50 uomini, gli italiani 120[11].

In Africa Orientale gli italiani attaccarono su tutti i fronti cogliendo ovunque gli inglesi di sorpresa. Nella prima metà di luglio si ebbero degli attacchi locali sia in Sudan, nelle zone di Cassala e lungo i corsi del Nilo Azzurro e del Nilo Bianco, sia nel Kenia, nel "triangolo" che si insinua tra la parte meridionale della Somalia e l'Etiopia[12].
Al confine con il Sudan, il 3 luglio 1940 furono gli inglesi a prendere l'iniziativa attaccando la cittadina eritrea di Metemma, ma venendone respinti.[13]. Ma già il 4 luglio 1940 il contrattacco italiano portò alla conquista di Cassala (a 20 km dalla frontiera con l'Eritrea) difesa dalla Sudan Defence Force. Gli Italiani inoltre presero il piccolo forte britannico di Gallabat, appena oltre il confine da Metemma, circa 320 km (200 miglia) a sud di Cassala. Vennero conquistati anche i villaggi di Ghezzan, Kurmuk e Dumbode sul Nilo Azzurro.
Dopo i successi nel Sudan, le truppe italiane passarono all'offensiva sulla frontiera del Kenia, per eliminare il pericoloso saliente di Dolo. Nella zona la difesa britannica fu particolarmente accanita. In Kenia gli italiani presero "Fort Harrington" a Moyale e conquistarono Moyale e il saliente di Mendera, spingendosi verso l'interno per oltre 100 chilometri[14]. Alla fine di luglio le forze italiane raggiunsero Debel e Buna. Quest'ultima località, a un centinaio di chilometri dal confine, segnò la punta massima della penetrazione italiana nel Kenia.
A est il 3 agosto iniziò la conquista della Somalia britannica; le forze italiane, comandate dal generale Guglielmo Nasi, portarono a compimento la campagna con l'occupazione di Berbera, la città principale, il 19 agosto.

[modifica] "Spezzare le reni" alla Grecia

I soldati italiani durante l'inverno in Albania.

Nella spartizione delle zone di influenza concordata tra Berlino e Roma, l'Italia cercò una vittoria di prestigio e optò per la strategia della "guerra separata". Mussolini attaccò pertanto il solo alleato rimasto alla Gran Bretagna sul continente europeo: la Grecia. L'aggressione alla Grecia - con cui Roma vuole "spezzare le reni" ad un paese vitale per il controllo del Mediterraneo - fu condotta con improvvisazione e poggiò sull'illusione di una guerra breve. Il 28 ottobre 1940, diciottesimo anniversario della marcia su Roma, le truppe italiane dislocate in Albania varcarono il confine puntando sulla Macedonia e sull'Epiro. All'inizio dell'offensiva, c'erano in Albania 140.000 uomini e otto piccole divisioni, complete di uomini, ma non di mezzi. Ne furono impiegate quattro per l'attacco, tre al centro verso l'Epiro, Kalibaki e Giannina ("Siena" e "Ferrara" di fanteria e la divisione corazzata "Centauro"), più a nord la divisione alpina "Julia" sul massiccio del Pindo. Lungo il litorale muoveva un raggruppamento con un reggimento di granatieri e due gruppi di squadroni. Le altre divisioni avevano compiti difensivi. L'avanzata fu lenta per le pessime strade e le forti piogge, e si arenò dopo sette/otto giorni, senza raggiungere gli obiettivi prefissi. A metà novembre iniziò la controffensiva greca: le truppe elleniche (250.000 uomini) si misero al contrattacco degli invasori, impantanati nel fango e nel gelo delle trincee balcaniche. Gli italiani subirono gravi perdite e ripiegarono con fatica in territorio albanese.

[modifica] La notte di Taranto

"Notte di Taranto": schema di attacco degli aerosiluranti.

La sera dell'11 novembre 1940, 20 aerei (di cui 11 aerosiluranti Swordfish) decollati dalla portaerei Illustrious affondarono nel porto di Taranto la grande corazzata Littorio e le due rimodernate Duilio e Cavour. Fu una clamorosa dimostrazione di inefficienza della marina italiana: la flotta inglese poté avvicinarsi con la sua portaerei senza essere contrastata; la forte difesa contraerea di Taranto (un centinaio di cannoni, duecento mitragliere, oltre cento palloni frenati) riuscì ad abbattere solo due degli aerei inglesi che attaccavano a bassa quota[15]. Il danno fu limitato dai bassi fondali del porto che impedirono l'inabissamento delle corazzate: la Littorio e la Duilio poterono essere recuperate dopo mesi di lavoro.

[modifica] Disastro in Africa settentrionale

Nel dicembre 1940 in Nord Africa scattò la controffensiva inglese. Con appena 35.000 uomini e 275 carri armati, ma con un'abile strategia basata sul movimento, il generale Richard O'Connor aggirò la linea trincerata degli italiani, numericamente superiori ma male equipaggiati. Nel febbraio 1941 la ritirata italiana si arrestò dopo 400 chilometri e la Cirenaica cadde in mano inglese. Due sole divisioni britanniche annientarono 10 divisioni italiane, facendo 130.000 prigionieri. La controffensiva inglese causò scompiglio nelle truppe del generale Graziani, ricacciate ad ovest lungo la rotabile costiera e tallonate dal nemico. In questa operazione, tra il 30 novembre 1940 e l'11 febbraio 1941, gli inglesi avevano avuto 438 morti, 1.200 feriti e 87 dispersi. L'esercito italiano, che aveva perso 1.100 cannoni e 390 carri armati, era ridotto a un corpo di spedizione che affidava le proprie sorti agli occasionali rifornimenti in arrivo dalla Sicilia.

[modifica] La guerra subalterna

La guerra parallela, su cui Mussolini aveva impostato l'intervento italiano, aveva due presupposti: la vicina vittoria tedesca sulla Gran Bretagna e la capacità delle forze italiane di conseguire successi parziali su teatri diversi come base per la rivendicazione di una serie di annessioni al tavolo della pace. Entrambi i presupposti vennero presto meno: la Gran Bretagna non fu conquistata e la guerra parallela italiana finì con tre sconfitte (il fallimento dell'aggressione alla Grecia, l'affondamento delle corazzate a Taranto e il disastro in Africa settentrionale). L'intervento tedesco nei Balcani e soprattutto nel Mediterraneo e in Africa settentrionale permise la continuazione della guerra italiana. Sebbene fosse logico, in una guerra di coalizione, che l'alleato più forte venisse in aiuto di quello più debole, l'alleanza italo-tedesca fu sempre disuguale: Hitler e i suoi generali prendevano le loro decisioni senza consultare l'alleato italiano, le forze tedesche nel Mediterraneo aumentavano o diminuivano secondo le esigenze della guerra tedesca. Si parla di "guerra subalterna" nel 1941-1943[16] perché totalmente dipendente dalle decisioni tedesche.

[modifica] Scende in campo l'Afrikakorps

Rommel, la volpe del deserto.

Lo sbarco a Tripoli di due divisioni tedesche dellAfrikakorps nel febbraio 1941 determinò un capovolgimento degli equilibri in campo tra le forze dell'Asse e gli inglesi. In tre settimane e con un'avanzata di quasi 1.000 chilometri, i reparti al comando del generale Erwin Rommel riconquistarono la Cirenaica (12 aprile) lasciando il nemico asserragliato nella piazzaforte di Tobruk. La fulminea offensiva italo-tedesca arrivò al confine con l'Egitto. Per liberare Tobruk assediata i britannici contrattaccarono, ma lOperazione Battleaxe (che si proponeva di sfondare le linee italo-tedesche e distruggere le forze tedesche) si arrestò di fronte allo sbarramento dei cannoni da 88 mm. (contraerei) impiegati da Rommel in funzione controcarro e piazzati in trincee ben mimetizzate. La schiacciante superiorità numerica delle forze inglesi nulla poté contro la difese mobile e flessibile predisposta dalla "volpe del deserto". Fallita "Battleaxe" Churchill esonerò il generale Archibald Wavell e lo sostituì con Claude Auchinleck, già comandante capo in India.

[modifica] La battaglia di Capo Matapan

Il decisivo intervento tedesco a favore dell'Italia aveva modificato i rapporti tra i due alleati: Hitler pretendeva ora di far pesare la sua opinione anche sui comandi italiani. In quei giorni egli era preoccupato soprattutto della facilità con cui gli inglesi operavano il trasferimento delle truppe dall'Africa settentrionale alla Grecia dove la Wehrmacht si accingeva a intervenire. Era quindi urgente porre un freno a questi intensi traffici e, a tal fine, non esisteva altro mezzo se non l'intervento diretto della flotta italiana. La pressione tedesca per indurre la marina italiana ad assumere una tattica di attacco aumentò di giorno in giorno. Inutili risultarono le scuse avanzate da Supermarina la quale lamentava anzitutto la mancanza di nafta. I "consiglieri" tedeschi si fecero sempre più insistenti insinuando il dubbio che la marina italiana non osasse affrontare il nemico. Era dunque necessario fare qualcosa per dimostrare all'arrogante alleato che non si intendeva evitare il combattimento.

L'azione offensiva nel Mediterraneo orientale, suggerita dai consiglieri tedeschi, fu progettata in un'atmosfera di frustrazione e di nervosismo: per la fretta furono trascurate molte operazioni preliminari, come la ricognizione aerea. La squadra navale italiana, composta dalla corazzata Vittorio Veneto, da 8 incrociatori e 14 cacciatorpediniere, prese il mare la sera del 26 marzo. Quella stessa notte fu anche portata a termine un'ardita impresa dei mezzi d'assalto italiani nella baia di Suda, a Creta, dove sei uomini, comandati dal tenente di vascello Faggioni, erano penetrati a bordo di barchini esplosivi riuscendo ad affondare l'incrociatore pesante York e una petroliera.

Già il giorno seguente le cose mutarono in peggio. Gli aerei tedeschi di scortanon si fecero vivi e comparve invece in cielo un ricognitore britannico che tolse all'ammiraglio Angelo Iachino le speranza di cogliere il nemico di sorpresa; poche ore dopo Supermarina comunicava che, a causa delle condizioni atmosferiche, non poteva essere eseguita la ricognizione su Alessandria dove si trovava il grosso della Mediterranean Fleet. Alle 7 di sera del 27 marzo l'ammiraglio Andrew Cunningham aveva disposto l'uscita in mare della Forza A di base ad Alessandria e della Forza B al Pireo. Secondo le disposizioni di Cunningham le due formazioni dovevano incontrarsi all'alba del 28 a sud-est di Gaudo, ossia più o meno nello stesso luogo dove, secondo le disposizioni di Supermarina, doveva trovarsi a quell'ora la squadra italiana. Alle 8 del mattina gli incrociatori britannici, comandati dall'ammiraglio Pridham-Wippel, vennero a trovarsi di colpo sotto il tiro di quelli italiani (Trieste, Bolzano e Trento), alla guida dell'ammiraglio Sansonetti. Per una curiosa coincidenza, sia Pridham-Wippel sia Sansonetti avevano ricevuto dai rispettivi comandanti il medesimo ordine: ripiegare immediatamente dopo aver scorto il nemico per portarlo sotto il tiro delle corazzate.

Gli inglesi furono i primi a invertire la rotta e l'ammiraglio italiano aprì il fuoco e decise di seguirli convinto che la loro fuga sia dovuta al fatto che le unità britanniche, disponendo di pezzi da 150 mm, temevano e cannoni da 205 mmm degli incrociatori italiani. Alle 8.30 Iachino ordinò a Sansonetti di interrompere l'azione e di rientrare; a questo punto, però, appena gli italiani ripiegano, gli incrociatori inglesi invertono la rotta trasformandosi da inseguiti a inseguitori. Alle 11 la squadra degli incrociatori britannici giunse a tiro della Vittorio Veneto che subito aprì il fuoco con i grossi calibri. Cunningham, prevedendo il pericolo cui andavano incontro i suoi incrociatori, aveva subito ordinato alla portaerei Formidable di lanciare i suoi aerosiluranti nella zona della battaglia. Gli aerei (sei Albacore) comparirono alle 11.30 e gli inglesi, scambiandoli per velivoli italiani, li accolsero con un nutrito fuoco di sbarramento.

L'errore venne commesso anche dagli italiani, che confusero a loro volta gli Albacore con la squadriglia di CR 42 di Rodi di cui era stato assicurato l'intervento. Alle 15.20 una squadriglia composta da tre Albacore, due Swordfish e alcuni caccia, attaccò la Vittorio Veneto, danneggiandola. Alle 19.30 gli aerei britannici piombarono nuovamente sulla squadra italiana; un siluro colpì l'incrociatore Pola immobilizzandolo. Mentre il Fiume, lo Zara e i cacciatorpediniere Alfieri, Gioberti, Oriani e Carducci tornavano indietro verso il Pola per soccorrerlo, la squadra britannica si avvicinva. Le navi italiane finirono nella trappola: sullo Zara si abbatterono le salve da 381 della Warspite, della Valiant e della Barham; il Fiume è centrato a sua volta da due salve della Warspite e da una della Barham; lAlfieri fece in tempo a rispondere al fuoco prima di inabissarsi; venne affondato anche il Carducci, mentre lOriani e il Gioberti riuscirono a fuggire passando, nel buio, in mezzo alle navi nemiche.

Verso le 3 del mattino il cacciatorpediniere Jervis si avvicinò al Pola, ma poiché questo non diede segno di combattività il comandante britannico decise di affiancarlo per trarre in salvo l'equipaggio prima di affondarlo. Alle 3.40, sopo aver preso a bordo l'intero equipaggio, il Jervis si scostò dal Pola e gli indirizzò contro un siluro, facendolo esplodere e colare a picco. Alle 8 del mattino del 29 marzo, oltre ai 258 uomini del Pola, gli inglesi avevano già tratto in salvo 905 naufraghi. A questo punto, però, l'arrivo di una formazione di aerei tedeschi obbligò gli inglesi a interrompere l'operazione.

[modifica] Blitz nei Balcani

Agli inizi del 1941 la disperata situazione delle truppe italiane in Albania costrinse Hitler a rinviare il suo piano di invasione dell'Unione Sovietica. Ottenuto l'appoggio di Romania, Ungheria e Bulgaria (quest'ultima aderì al patto tripartito il 1º marzo 1941), la Germania poteva contare anche sulla benevola neutralità della Jugoslavia per estendere la sua sfera di dominio nei Balcani e assicurarsi un prezioso retroterra per l'apertura del secondo fronte europeo. Il 27 marzo 1941 un colpo di stato militare rovesciò in Jugoslavia il principe reggente Pavle il quale, dopo aver cercato con arditi equilibrismi diplomatici di tenere il paese fuori dal conflitto, aveva aderito qualche giorno prima al patto tripartito. La decisione di Hitler di invadere la Jugoslavia per ottenere il pieno controllo dei Balcani, soccorrere l'alleato in difficoltà e allontanare gli inglesi dalla Grecia sfociò nell'attacco a sorpresa con cui il 6 aprile le forze dell'Asse invasero il paese.

Zone di occupazione italo-tedesche della Jugoslavia.

L'operazione venne affidata alla XII armata del feldmaresciallo Wilhelm List, che partendo dalla Bulgaria si diresse verso Belgrado, mentre la II armata di Weichs varcava il confine jugoslavo da nord. Dall'Ungheria intervenne la III armata ungherese, mentre la II armata italiana del generale Vittorio Ambrosio, schierata alla frontiera giuliana, aveva come obiettivo Lubiana e la discesa lungo la costa dalmata. All'alba del 6 aprile la Luftwaffe di Göring bombardò Belgrado che pure era stata dichiarata "città aperta". Le truppe italiane occuparono la Slovenia, la Dalmazia e il Montenegro e si ricongiunsero con i reparti provenienti dall'Albania. In sole due settimane la resistenza jugoslava venne annientata e il paese venne "cancellato" dalla carta geografica (in base al Nuovo Ordine europeo voluto da Hitler[17]) e smembrato tra i vincitori:

Fu inoltre creato lo Stato Indipendente di Croazia (colore rosso), che comprendeva la maggior parte della Croazia odierna e tutta la moderna Bosnia-Erzegovina, sotto la guida del capo degli ustascia Ante Pavelić. Anche in Serbia venne creato uno stato fantoccio sotto la guida del Generale Milan Nedić.

Gli italiani ottennero anche il protettorato sul Montenegro, paese natale della Regina Elena, mentre l'Albania (occupata dall'Italia sin dal 1939) acquisì buona parte del Kossovo, la parte occidentale della Macedonia jugoslava (Dibrano) e, a spese del Montenegro, estese le sue frontiere a nord, nella regione della Metohija.

La XII armata di List penetrò in Grecia dalla Bulgaria e in breve tempo raggiunse Salonicco, tagliando fuori un grosso contingente greco di stanza in Tracia. La superiorità delle forze dell'Asse ebbe ragione delle truppe greche coadiuvate da quattro divisioni britanniche. Avanzando verso la costa occidentale della Grecia la Wehrmacht tagliò fuori le divisioni greche in Albania. Travolte con rapide manovre di aggiramento le linee difensive britanniche, i tedeschi ottennero il crollo di ogni resistenza.

Tripla occupazione greca.gif
Le zone di occupazione:

 Italiana  Tedesca Bulgara
Possedimenti italiani precedenti alla guerra:
Dodecaneso

Con la firma della resa e la successiva conquista dell'isola di Creta, il paese ellenico venne suddiviso tra le forze italiane, tedesche e bulgare. Come mostra la cartina qui a fianco:

Ad Atene venne instaurato un governo militare greco, sottoposto comunque al controllo della Germania nazista e dell'Italia fascista, guidato dal Generale Tsolakoglu.

[modifica] La fine dell'Impero

In Africa Orientale, intanto, il tempo lavorava a favore degli inglesi: finita l'illusione di una guerra-lampo, rapidissima e vittoriosa, e dopo una parvenza di successo iniziale, l'Italia subì il contrattacco Alleato su più fronti dell'allora Africa Orientale Italiana. Gli inglesi poterono infatti contare sui rinforzi e rifornimenti che giunsero dal loro impero policentrico: non solo dalla madrepatria, ma anche dall'India, dall'Australia, dalla Nuova Zelanda, dal Sudafrica. Nel gennaio 1941 le forze italiane erano ancora in superiorità numerica (nonostante l'AOI fosse isolata dalla madrepatria), anzi erano cresciute numericamente a ben 340.000 uomini grazie al reclutamento di cittadini italiani ed etiopici a seguito dello scoppio della guerra; le forze britanniche invece potevano contare su oltre 250.000 uomini, senza contare le forze della guerriglia etiopica.

Sul fronte nord, le pressioni britanniche indussero gli italiani ad evacuare la città di Cassala, conquistata pochi mesi prima e a ripiegare in Eritrea sulle posizioni fortificate prima di Agordat (Battaglia di Agordat), poi di Cheren[18]. Lo scontro decisivo con gli inglesi si ebbe nella Battaglia di Cheren, dove le truppe italiane riuscirono a tenere le posizioni dal 3 febbraio al 27 marzo. Intanto, riconquistata la Somalia dai britannici nel marzo 1941, le truppe italiane furono respinte verso il centro dell'Etiopia sino a giungere alla resa con l'onore delle armi di Amedeo duca d'Aosta viceré d'Etiopia sulle alture dell'Amba Alagi (Seconda battaglia dell'Amba Alagi).

Il 6 aprile Haile Selassie entrò a Debra Marcos e venne informato che le avanguardie di Alan Gordon Cunningham erano giunte alle porte della capitale dell'impero. A Combolcià, pochi chilometri a sud di Dessiè, si trovavano postazioni difensive italiane; il raggruppamento di brigata sudafricana del generale Dan Pienaar impegnò l'artiglieria italiana con i suoi cannoni, mentre la fanteria raggiungeva le alture sui 1.800 metri. I sudafricani impiegarono 3 giorni per raggiungere gli obiettivi e, dopo che gruppo di guerriglieri etiopici si erano uniti a loro, presero d'assalto le postazioni italiane (22 aprile). I sudafricani ebbero 9 morti e 30 feriti e fecero 8.000 prigionieri[19].

Ad Addis Abeba, dove vivevano ben 40.000 civili italiani, i britannici affidarono l'amministrazione pubblica ai reparti della PAI (Polizia dell'Africa Italiana) che, spinti dal terrore e dalla rabbia, provocarono incidenti e agitazioni: spararono sui prigionieri etiopici non ancora liberati uccidendone 64, mentre un gruppo di ausiliari reclutati tra i civili uccise altri 7 etiopi durante una rissa[20]. A questo punto gli inglesi sono costretti a disarmare i soldati italiani e ad affidare l'ordine pubblico all'appena ricostituita polizia etiope. La vittoria finale dell'Etiopia e la sua liberazione sono dipese molto anche dall'opposizione continua degli etiopi alla dominazione italiana, con una guerra (e guerriglia) che effettivamente non si fermò per tutti cinque anni fino alla totale liberazione. Il 5 maggio 1941 il Negus Haile Selassie entra ad Addis Abeba su un'Alfa Romeo scoperta, preceduto dal colonnello Wingate su un cavallo bianco.

Anche dopo la conquista alleata di Addis Abeba e l'episodio dell'Amba Alagi, resistette ancora per mesi interi la guarnigione italiana di Gondar, forte di circa 40.000 uomini [21] e comandata dal generale Guglielmo Nasi. Il generale amministrò egregiamente il suo avamposto: ridusse le razioni, organizzò un mercato indigeno, una sezione recuperi per sfruttare ogni materiale, una sezione pesca sul lago Tana. Così fino a ottobre la razione dei soldati italiani fu buona: 300 grammi di pane, 400 di carne, 200 di pesce al giorno e verdure in abbondanza. Ma ormai anche per Nasi si avvicinava la fine. Dopo la caduta del presidio di Uolchefit e del presidio di passo Culqualber il 27 novembre si scatenò la battaglia di Gondar e poco poterono i soldati italiani contro i carri armati britannici: le forze di Nasi, dopo essersi comportate egregiamente, si arresero e pagarono con 4.000 morti (3.700 ascari e 300 italiani) e 8.400 feriti la sconfitta finale. Il Generale Nasi e le sue ultime truppe ottennero gli onori militari dagli inglesi.

[modifica] Gli italiani in Russia

Con l'Operazione Barbarossa, scatenata da Hitler all'alba del 22 giugno 1941, il conflitto registrò una svolta destinata ad avere conseguenze decisive sulla storia del mondo. L'operazione ebbe inizio esattamente un giorno prima dell'anniversario dell'invasione napoleonica del 1812. Hitler riuscì a spingersi in territorio sovietico per una distanza doppia rispetto a quella coperta dalle armate francesi e a restarvi tre anni invece di poche settimane, ma, a differenza di Napoleone, non riuscì a conquistare Mosca. L'invasione tedesca avrebbe dovuto iniziare ai primi di maggio, ma era stato rinviato al 22 giugno a causa della necessità di correre in Grecia in aiuto degli italiani. L'attacco cominciò all'alba su tutta la linea dal mare del Nord al Mar Nero; le forze tedesche comprendevano 3.200.000 uomini (suddivisi in 153 divisioni, di cui 19 corazzate e 15 motorizzate), 3.400 carri armati, 250 semoventi, 7.150 cannoni, 600.000 automezzi, 625.000 cavalli e 3.900 aerei. Si aggiunsero 690.000 soldati alleati: finlandesi, rumeni, ungheresi, slovacchi e italiani[22].

Soldati dell'ARMIR in URSS nel 1942

La decisione di Hitler di invadere l'Unione Sovietica risaliva al 18 dicembre 1940, ma Mussolini ne fu informato a cose fatte, quando l'attacco stava iniziando. La sua immediata decisione di partecipare all'offensiva si iscrive nel quadro della guerra subalterna, malgrado Hitler non avesse richiesto un concorso italiano, anzi avesse tentato di rifiutarlo ("l'aiuto decisivo, duce, lo potrete però sempre fornire rafforzando le vostre forze nell'Africa settentrionale"). L'invio nell'estate 1941 dello CSIR (Corpo di spedizione italiano in Russia) agli ordini del generale Giovanni Messe (tre divisioni, 62.000 uomini,, 5.500 automezzi, 4.600 quadrupedi, 220 pezzi di artiglieria, 83 aerei) aveva un valore politico: non influiva se non minimamente sui rapporti di forza della campagna; rappresentava invece la volontà di Mussolini di difendere il suo ruolo di primo degli alleati di Hitler in quella che si prospettava come la trionfale e decisiva vittoria. Pochi mesi dopo il quadro era cambiato: l'offensiva tedesca aveva conseguito successi grossi, ma non decisivi; fu quindi la Germania a richiedere un aumento delle forze italiane in Russia per il 1942. Mussolini teneva molto a rafforzare la presenza italiana e nell'estate 1942 alle tre divisioni dello CSIR se ne aggiunsero altre sei (più una di nuova costituzione con forze ridotte per le retrovie) con grossi quantitativi di artiglieria e automezzi. Nell'autunno 1942 l'VIII armata, conosciuta come ARMIR (armata italiana in Russia), contava 230.000 uomini, 16.700 automezzi, 1.150 trattori di artiglieria, 4.500 motomezzi, 25.000 quadrupedi, 940 cannoni e 64 aerei.

Le divisioni dello CSIR giunsero in ferrovia fino alla frontiera russa, poi avanzarono in Ucraina parte a piedi e parte in autocarro. Furono inserite nel gruppo corazzato Von Kleist, poi I armata corazzata, e impiegate in autunno nella regione dei fiumi Dnepr e Donec per l'eliminazione delle sacche di resistenza che la progressione delle forze motocorazzate tedesche si era lasciate alle spalle. Poi furono schierate sul fronte con compiti di difesa statica, a fine dicembre e poi in gennaio respinsero brillantemente gli attacchi di alleggerimento delle fanterie russe. I mesi successivi videro soltanto combattimenti minori. Le perdite fino al 30 luglio 1942 furono 1.792 tra morti e dispersi e 7.878 tra feriti e congelati. Al comando dello CSIR si distinse il generale Messe, capace di contemperare l'obbedienza dovuta ai comandi tedeschi con la difesa delle sue truppe. Sarebbe stato logico che nell'estate 1942 passasse a comandare l'ARMIR, ma un calcolo delle relative anzianità gli fece preferire il generale Gariboldi. Le nuove divisioni italiane giunsero nell'estate 1942, in ferrovia fino alla zona di Karkov, poi fecero da 500 a 1.000 km fino al fronte con i loro mezzi, a piedi e in autocarro.

[modifica] I mezzi d'assalto

Nella guerra subalterna fu la Flottiglia MAS a dare agli italiani l'unica autentica vittoria. I sei barchini MTM portati in vicinanza della baia di Suda, a Creta, da due cacciatorpediniere, il Crispi e il Sella il 15 marzo 1941 volarono a 32 miglia all'ora contro le navi inglesi alla fonda; l'incrociatore York colpito a centro nave affondò, la cisterna Pericles, gravemente danneggiata, venne abbandonata durante il rimorchio ad Alessandria[23]. I sei piloti vennero catturati dagli inglesi, con uno dei barchini intatto.

Nell'estate del 1941 si assiste ai grandi colpi di scena sul mare, agli incredibili mutamenti: a metà maggio la squadra italiana era surclassata dal nemico; sette mesi dopo, l'ecatombe nelle acque di Creta, una lunga serie nera e l'impresa degli assaltatori italiani avevano praticamente distrutto la flotta inglese. Un convoglio britannico, partito da Gibilterra con la protezione della forza H, venne sorpreso dall'aviazione italiana i cui reparti siluranti avevano finalmente raggiunto un buon grado di addestramento: colarono a picco il caccia Fearless e due mercantili, vennero inoltre danneggiati i caccia Manchester e Fireback[24]. Un nuovo successo il 27 settembre, quando andarono all'attacco di un convoglio inglese nelle acque della Sardegna 25 aerosiluranti; la vittoria fu di tutto rilievo: la nave da battaglia Nelson fu colpita a prora e solo la fortuna la salvò dall'affondamento.

Poi entrarono in scena i sommergibili tedeschi. Gli U-Boote giunsero nel Mediterraneo il 10 novembre 1941. Erano reduci dalla battaglia dell'Atlantico e disponevano di equipaggi eccezionalmente addestrati. Il loro intervento arrecò subito un duro colpo alla flotta britannica. Il 13 novembre l'U 81 del tenente di vascello Guggemberger mandò a picco la portaerei Ark Royal: la flotta inglese del Mediterraneo era senza ali, essendo la Illustrious e la Formidable in cantiere in America e l'Indomitable finita su una secca mentre dirigeca verso il Mediterraneo. Il 24 novembre la squadra di Alessandria, uscita con la Queen Elisabeth, la Valiant e la Barham, venne attaccata dall'U 331 del tenente di vascello von Theivenhausen. La Barham colpita si inclinò sul lato sinistro e in un minuto esplose trascinando nel gorgo 56 ufficiali e 812 uomini dell'equipaggio. Non si era ancora spenta l'eco per la tragedia della Barham ed ecco che la forza K di base a Malta andò alla distruzione in un campo di mine: affondato l'incrociatore Neptune e il caccia Kandahar, gravemente danneggiati gli incrociatori Penelope e Aurora, affondato dall'U 557 l'incrociatore Galatea.

Lo Scirè con i contenitori per tre mezzi d'assalto sul ponte di coperta.

La sera del 18 dicembre, la stessa in cui la forza K inglese scomparì nel canale di Sicilia, lo Scirè comandato dal capitano di corvetta Junio Valerio Borghese strisciò sul fondo del mare dinanzi ad Alessandria, alle 18.40 era a un miglio dal fanale del molo di ponente. Si staccarono dal sommergibile 3 maiali, uno comandato dal tenente di vascello Luigi Durand de la Penne, l'altro dal capitano del genio navale Antonio Marceglia, il terzo dal capitano delle armi navali Vincenzo Martellotta. Il mare era calmo; dopo due ore di cauta navigazione i maiali erano al traverso del faro el-Tin, rasentavano il molo; 3 cacciatorpediniere si presentarono davanti al porto, l'ostruzione retale venne aperta, i 3 SLC passarono nella scia delle unità nemiche. Dentro agirono separati. De la Penne fu il primo ad avvistare il suo obiettivo, la gigantesca sagoma scura di una nave da battaglia di 30mila tonnellate. Superate la rete parasiluri superficiale si trovò alle 2.19 del 19 dicembre, con il secondo Emilio Bianchi, a trenta metri dalla nave: ma il maiale cominciò a non rispondere ai comandi, urtò contro lo scafo, fece un breve giro e affondò in 17 metri d'acqua. De la Penne emerse, ridiscese per mettere in moto il motore ma non ci riuscì, spinse il maiale sollevando con i piedi il fondo fangoso, in una oscurità totale, guidato dal rumore di una pompa entrata in funzione sulla corazzata. Piazzata la carica, messe in moto le spolette, l'assaltatore riemerse, si allontanò a nuoto ma sulla nave vigilavano: avevano avvistato da poco Bianchi, i riflettori rischiararono a giorno lo specchio d'acqua e De la Penne fu portato a bordo. Così ricorderà lo stesso De la Penne:

  « Chiedo dove siamo e mi dicono che siamo fra le due torri, ritengo quindi che la carica sia proprio sotto di noi. Gli uomini di scorta sono piuttosto pallidi e molto gentili [...] dai nastri dei berretti dei marinai constato che sono sulla corazzata Valiant. Quando mancano circa 10 minuti all'esplosione chiedo di parlare con il comandante [...] vengo allora portato a poppa, gli dico che fra pochi minuti la sua nave salterà, che non vi è più niente da fare e che se vuole è ancora in tempo per mettere in salvo l'equipaggio. Il comandante mi chiede ancora dove ho messo la carica e poiché non rispondo mi fa riaccompagnare nella cala. Mentre attraverso i corridoi sento gli altoparlanti che danno l'ordine di abbandonare la nave che è stata attaccata dagli italiani e vedo gente che corre verso poppa. Rinchiuso nuovamente nella cala dico a Bianchi che è andata male e che per noi è finita e che malgrado tutto dobbiamo essere soddisfatti perché abbiamo portato a termine la missione. Bianchi non mi risponde [...] Passano alcuni minuti e avviene l'esplosione. La nave ha una fortissima scossa, le luci si spengono, il locale è invaso dal fumo [...] non riporto ferite, solo un ginocchio che mi duole [...] salgo su una scaletta e trovato il portello aperto mi avvio verso poppa; solo solo. A poppa vi è ancora gran parte dell'equipaggio che si alza in piedi al mio passaggio, proseguo e vado dal comandante, in quel momento sta dando gli ordini per la salvezza della nave e gli chiedo dove ha messo il mio palombaro. Non mi risponde e l'ufficiale di guardia mi dice di tacere. La nave è sbandata di circa 4 o 5 gradi ed è ferma. Vedo da un orologio che sono le sei e un quarto. Mi dirigo a poppa dove si trovano molti ufficiali e mi metto a guardare la Queen Elisabeth che è a circa 500 metri. Passano pochi secondi e anche la Queen Elisabeth salta[25]. »
 
(Tenente di vascello Luigi Durand De la Penne)

La Valiant ebbe uno squarcio di venticinque metri, fino a tutto il 1942 rimase fuori combattimento. Marceglia e il palombaro Spartaco Schergat, gli affondatori della Queen Elisabeth, riuscirono a sfuggire per qualche ora alla caccia degli inglesi; Martellotta e il palombaro Mario Marino affondarono una grossa petroliera e danneggiarono l'incrociatore Jervis.

[modifica] La controffensiva britannica

Ai primi di agosto del 1941 la situazione in Africa era peggiorata: rallentata l'offensiva tedesca in Russia, incerta la posizione di Vichy, in crescita la resistenza gaullista, la posizione degli italiani si era fatta precaria. Il 15 agosto il generale Rommel assunse il comando di tutte le forze italo-tedesche. Nell'estate del '41 le forze italiane in Africa settentrionale toccarono i 200.000 uomini con 7 divisioni, una delle quali, l'Ariete, corazzata; i tedeschi avevano 67.000 uomini e 250 carri armati. L'attacco inglese scattò il 18 novembre, di sorpresa, con largo aggiramento dell'ala destra italiana e susseguente puntata in direzione di Tobruk.

Resistette bene il presidio dei Giovani fascisti di Bir el-Gobi e l'Ariete, a costo di perdere 43 carri, respinse la prima ondata avversaria, ma poi tutti vennero coinvolti in una battaglia confusa. Rommel ne approfittò per togliere agli italiani anche il comando del corpo d'armata di manovra, l'unico che restasse loro.

Gli italo-tedeschi si ritirarono su El Gazala, e poi su Mechili, Derna, Aghedabia. Tobruk venne liberata dal lungo assedio. Dopo poche settimane Rommel ripassò all'offensiva, avendo ricevuto rinforzi in carri e in artiglierie.

[modifica] L'America in guerra

Il 7 dicembre 1941, alle 7.49 del mattino, un'impressionante pioggia di fuoco si abbatté dal cielo sul naviglio americano nella base di Pearl Harbor: il Giappone aveva attaccato di sorpresa la flotta americana all'ancora nelle Hawaii. La prima ondata d'assalto (181 tra aerosiluranti e bombardieri in picchiata decollati dalle portaerei scortati dai caccia Zero) distrusse o inflisse gravi danni alle corazzate Utah, Arizona, Oklahoma e California. Nonostante le segnalazioni dei radar, gli americani vennero colti di sorpresa. La seconda ondata (180) aerei arrivò due ore dopo e distrusse 11 unità navali minori. Il bilancio delle perdite americane fu disastroso: 3 corazzate affondate e 6 gravemente danneggiate, 5 incrociatori messi fuori combattimento, 188 aerei distrutti e altri 159 danneggiati; le perdite umane ammontarono a 2.403 morti americani (2.008 della Marina, 109 dei Marine, 218 dell'Esercito, 68 civili) e 1.178 feriti. Solo 29 aerei giapponesi vennero abbattuti e i morti da parte nipponica furono 64 di cui 55 aviatori.

La sera del 7 dicembre 1941 i capi delle nazioni in guerra in Europa vennero informati per radio che il conflitto si era esteso al mondo. Hitler, colto di sorpresa, reagì con un senso d'invidia per i giapponesi: il 14 del mese, consegnando una onorificenza all'ambasciatore giapponese, gli disse: "Avete fatto la dichiarazione di guerra che ci voleva! Questa è proprio la maniera giusta[26]." Ribbentrop sulle prime non volle crederci, si mostrò seccato con i collaboratori che lo avevano svegliato per una notizia "evidentemente falsa"; poi telefonò nella notte a Ciano e lo trovò "raggiante per l'attacco giapponese all'America[27]."

Alle 14.30 dell'11 dicembre l'incaricato d'affari americano Wadsworth, convocato da Ciano si sentì dire: "Vi ho chiamato per comunicarvi, nel nome del mio re e del governo italiano, che da oggi l'Italia si considera in guerra con gli Stati Uniti". "Signor ministro" fu la risposta "non occorre dirvi che sono molto addolorato[28]."

[modifica] La guerra sporca di Mussolini

Dal giugno 1940, al settembre 1943, l'esercito italiano combatté la stessa guerra di aggressione della Germania nazista.
Il modello occupazionale italiano non fu difforme a tanti altri modelli occupazionali del tempo, senza dimenticare che esso fu applicato in regioni dove gli italiani erano percepiti dalla popolazione locale come aggressori e come tali furono osteggiati e contrastati.

La lotta contro i "banditi" slavi o greci, fu condotta con modalità di guerra dure, talvolta spietate, che in Grecia furono rese ancor più aspre dalla penuria alimentare, mentre in Jugoslavia furono rese drammatiche da feroci contrasti etnico-politici che contrapponevano ustascia, cetnici e titoisti alla ferrea volontà italiana di trasformare in suolo patrio, territori non abitati da italiani (se non in una esigua parte della Dalmazia).

Le autorità greche segnalarono stupri di massa. Il comando tedesco in Macedonia arrivò a protestare con gli italiani per il ripetersi delle violenze contro i civili. Il capo della polizia di Elassona, Nikolaos Bavaris, scrisse una lettera di denuncia ai comandi italiani e alla Croce rossa internazionale: "Vi vantate di essere il Paese più civile d'Europa, ma crimini come questi sono commessi solo da barbari". Fu internato, torturato, deportato in Italia.

Il 16 febbraio 1943 a Domenikon, un piccolo villaggio della Grecia centrale situato in Tessaglia, l'intera popolazione maschile tra i 14 e gli 80 anni venne trucidata. Nei dintorni di Domenikon, poco prima della strage, un attacco partigiano aveva provocato la morte di 9 soldati italiani. Il generale della divisione Pinerolo Cesare Benelli, ordinò la repressione: centinaia di uomini circondarono il villaggio, rastrellarono la popolazione e catturarono più di 150 uomini dai 14 agli 80 anni. Li tennero in ostaggio fino a che, nel cuore della notte, procedettero alla fucilazione[29]. L'episodio rappresenta uno dei più efferati crimini di guerra commessi dall'Italia durante la Seconda guerra mondiale.
Questo episodio non fu sporadico: secondo la storica Lidia Santarelli fu il primo di una serie di episodi repressivi nella primavera-estate 1943 conseguenti a una circolare del generale Carlo Geloso, comandante delle forze italiane di occupazione, in cui per ciò che concerne la lotta ai ribelli si adottò il principio cardine della responsabilità collettiva[29]; per annientare il movimento partigiano, quindi, andavano annientate le comunità locali.

A partire dal luglio 1942 in Jugoslavia le divisioni italiane, con grandi operazioni di rastrellamento alla caccia delle formazioni partigiane, svuotano il territorio in cui queste erano più presenti, deportando la popolazione dei villaggi in campi di concentramento costituiti appositamente. Si trattava soprattutto di donne, bambini ed anziani, poiché gli "uomini validi" fuggivano nei boschi alla vista dei reparti italiani, per evitare di essere presi come ostaggi e fucilati nelle quotidiane rappresaglie decretate dai tribunali militari di guerra. Ma dai documenti degli stessi generali italiani emerge anche la determinazione per cui le rappresaglie contro i civili dovevano essere un'arma di pressione contro i partigiani del Fronte di Liberazione, che tenevano in scacco una grossa parte dell'esercito italiano. Tra l'estate del 1942 e quella del 1943 furono attivi sette campi di concentramento per civili sotto il controllo della II Armata (che aveva la competenza su Slovenia e Dalmazia). Stabilire oggi il numero dei deportati risulta assai difficile, sia per la frammentarietà degli archivi consultabili, sia perché le stesse autorità italiane scrivevano di non avere un quadro delle situazione. Secondo alcune stime si conterebbero almeno 20.000 civili sloveni internati. Mentre un documento del Ministero degli interni italiano, databile alla fine dell'agosto 1942, indica un complesso di 50mila elementi circa, sgombrati dai territori della frontiera orientale in seguito alle operazioni di polizia in corso, di cui la metà donne e bambini. La causa principale delle morti nei campi era la fame e il freddo. Già nel maggio 1942 una lettera di un dirigente cattolico di Lubiana segnala alle autorità militari italiane, che "nel campo di concentramento di Gonars ... gli internati soffrono atrocemente la fame".
Nel luglio 1942, il regime d'occupazione italiano instaurò ad Arbe (più esattamente nella località di Campora), un campo di concentramento per i civili slavi delle zone occupate della Slovenia (vi furono internati anche alcuni civili della vicina Venezia Giulia). In seguito vi furono ospitati anche ebrei fuggiaschi dalla Croazia. Complessivamente vi furono internati più di 10.000 civili, in massima parte vecchi, donne e bambini, cifra che non comprende coloro che passarono in transito verso altri campi, nei territori occupati o nel Regno d'Italia.[30] Il campo si caratterizzò per la durezza del trattamento riservato agli internati di etnia slava, dei quali un gran numero perì di stenti e malattie. Secondo il Centro Simon Wiesenthal il campo ospitò 15.000 prigionieri e 4.000 morirono. Il numero complessivo di vittime non è accertato, ma si stima che soltanto nell'inverno 1942-1943 intorno a 1.500 persone persero la vita[31] a causa della denutrizione, del freddo, delle epidemie e dei maltrattamenti. Il campo di Arbe fu gestito completamente da italiani.

Secondo fonti slovene e jugoslave, in 29 mesi di occupazione italiana della Provincia di Lubiana, vennero fucilati o come ostaggi o durante operazioni di rastrellamento circa 5.000 civili, ai quali furono aggiunti 200 bruciati vivi o massacrati in modo diverso, 900 partigiani catturati e fucilati e oltre 7.000 (su 33.000 deportati) persone, in buona parte anziani, donne e bambini, morti nei campi di concentramento. In totale quindi si arrivò alla cifra di circa 13.100 persone uccise su un totale di circa 340.000, quindi il 2,6% della popolazione totale della provincia[32].

[modifica] La battaglia di El Alamein

Agli inizi del 1942 la situazione del Nord Africa vide gli inglesi e le truppe dell'Asse schierate gli uni davanti agli altri lungo il confine della Cirenaica, cioè nella stessa posizione di un anno prima. In giugno Rommel anticipò l'offensiva britannica e penetrò in profondità per 500 km, costringendo l'avversario a una veloce ritirata. Due corpi d'armata italiani e l'Afrikakorps ottennero a Tobruk una schiacciante vittoria, fecero 26.000 prigionieri e costrinsero gli inglesi a ripiegare ancora una volta in Egitto. Il 30 giugno 1942 l'avanzata delle forze dell'Asse in Nord Africa si arrestò ad El Alamein, villaggio a circa 80 chilometri a ovest di Alessandria d'Egitto; gli italo-tedeschi avevano finora catturato 60.000 prigionieri e distrutto un migliaio di carri armati nemici.

Nella prima metà del '42 la situazione appariva particolarmente difficile per gli Alleati, soprattutto per la Gran Bretagna. Il Canale di Suez, via di comunicazione fondamentale per gli inglesi, era ormai a portata degli italo-tedeschi; la minaccia era ovvia: se Rommel fosse avanzato oltre Il Cairo e la VI Armata tedesca impegnata in Russia si fosse aperta un varco attraverso il Caucaso, le forze dell'Asse avrebbero chiuso la tenaglia sul Medio Oriente, privando gli Alleati delle vitali risorse petrolifere. Inoltre, anche l'India era in pericolo, poiché i giapponesi si stavano avvicinando da Oriente; se gli italo-tedeschi e i giapponesi fossero riusciti ad incontrarsi in Medio Oriente o in India, sarebbe sicuramente stata una catastrofe per gli inglesi: sarebbero stati bloccati i collegamenti attraverso l'Iran e probabilmente in India sarebbe scoppiata la rivolta.

Targa commemorativa che delimita il punto di massima avanzata dell'esercito italiano.
Targa del Sacrario militare italiano di El Alamein che riporta una frase della "volpe del deserto" in onore ai soldati italiani.

Tra il 23 ottobre e il 4 novembre 1942 si svolse a El Alamein la più furiosa battaglia mai combattuta nel continente africano. Fu uno scontro ancora all'antica, con il tradizionale ricorso alla "preparazione dell'artiglieria e all'azione della fanteria", terribili mischie in trincea, combattimenti all'arma bianca. Nonostante le insistenze di Churchill, il generale Bernard Montgomery era deciso a sferrare l'attacco soltanto nel momento in cui fosse sicuro di ottenere sul campo un successo schiacciante. Le ragioni della pressione di Churchill erano di natura strategica, oltre che politica: il premier inglese voleva infatti realizzare l'offensiva inglese prima dello sbarco alleato in Nord Africa (Operazione Torch) programmato per gli inizi di novembre.

Il successo su Rommel avrebbe inoltre spinto i francesi dell'Africa del nord ad accogliere con favore gli Alleati e dissuaso il dittatore spagnolo Franco dal permettere l'arrivo di truppe tedesche nel Marocco spagnolo e in Spagna. L'attacco venne dunque sferrato quando Montgomery disponeva di un vantaggio numerico e qualitativo eclatante. La superiorità aerea inglese servì a ostacolare i movimenti e i rifornimenti alle truppe dell'Asse. Queste ultime erano afflitte da una carenza di carburante che limitò il raggio d'azione della Panzerarmee e la costrinse a disperdere i suoi reparti mobili. Gli inglesi stabilirono il giorno esatto dell'offensiva tenendo conto del ciclo lunare: una buona dose di luce permise di sferrare l'attacco nella notte, aprendo al contempo preziosi varchi per il passaggio dei blindati inglesi nei campi minati. Al momento dell'attacco Rommel si trovava in convalescenza in Austria, e rientrò precipitosamente due giorni dopo, quando ormai le forze dell'Asse avevano perso metà dei loro blindati.

Enorme era inoltre la disparità nel numero di uomini nel momento in cui un uragano di fuoco aprì la strada all'attacco della fanteria inglese: 200.000 britannici contro 105.000 italo-tedeschi. Gli inglesi erano superiori anche in armamenti: più di un migliaio di carri armati (tra cui i nuovi Churchill da 40 tonnellate e gli Sherman americani che potevano neutralizzare da grande distanza i cannoni anticarro tedeschi) contro 540 (di cui ben pochi dotati di un armamento paragonabile a quello inglese[33]), 1.000 cannoni contro 480, 530 aerei contro 350, 1.400 pezzi anticarro contro 744 dell'Asse. Ma il numero non basta a dire la superiorità schiacciante degli inglesi nelle forze corazzate. I 285 Sherman e i 246 Grant che Montgomery aveva in linea potevano essere contrastati solo dai Mark IV tedeschi, che erano 38; le armi controcarro italiane erano impotenti contro il 66% dei mezzi corazzati nemici, quasi tutti con corazze da 75 millimetri[34].

I PARACADUTISTI DELLA DIVISIONE FOLGORE
Quando, il 23 ottobre 1942, iniziò l'attacco britannico ad El Alamein, quattro divisioni Alleate (la 7ª Divisione, la 44ª Divisione fanteria, la 50ª Divisione fanteria britanniche e la brigata della Francia Libera) attaccarono le linee della Divisione italiana Folgore. I paracadutisti italiani respinsero ripetuti attacchi, sbaragliando i francesi e respingendo i britannici. Dopo tre giorni di duro combattimento, i britannici abbandonarono il loro assalto sul fronte meridionale delle linne dell'Asse, dove si trovava la Folgore, e si concentrarono sul fianco opposto. Sfondarono le linee dell'Asse nel settore tedesco.


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  « Gli italiani si sono battuti molto bene ed in modo particolare la divisione Folgore, che ha resistito al di là di ogni possibile speranza. »
 
(BBC, 8 novembre 1942)


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  « I resti della divisione Folgore hanno resistito oltre ogni limite delle possibilità umane. »
 
(Radio Londra, 11 novembre 1942[35])


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Il discorso di Winston Churchill alla Camera dei Comuni, 21 novembre 1942: «We really must bow in front of the rest of those who have been the lions of the Folgore Division»

«Dobbiamo davvero inchinarci davanti ai resti di coloro che furono i leoni della Folgore»


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BBC, 3 dicembre 1942: «The last survivors of Folgore have been gathered without forces in the desert, none of them surrendered, no one left his weapon»

«Gli ultimi superstiti della Folgore sono stati raccolti nel deserto esanimi e con le armi in pugno, nessuno si è arreso, nessuno si è fatto disarmare»

Ciò nondimeno, molte unità offrirono una caparbia resistenza, come i carristi della Divisione corazzata Ariete. All'alba del 3 novembre l′Ariete, tornata a nord, si preparò a chiudere il varco aperto nella linea italo-tedesca, il 4 novembre alle 8 del mattino le forze corazzate britanniche (tutta la 7ª Divisione Corazzata ed aliquote della 10ª Divisione Corazzata) iniziarono ad attaccarla, nel pomeriggio la posizione dell′Ariete fu aggirata, alle 15.30 il comando di divisione lanciò questo messaggio ai comandi superiori:

  « Carri armati nemici fatta irruzione a sud. Con ciò Ariete accerchiata. Trovasi circa cinque chilometri nordovest Bir el Abd. Carri Ariete combattono! »
 
(El Alamein, 3 novembre 1942, ore 15.30[36])

Un carro italiano si lanciò in fiamme contro i mezzi inglesi, colpendone uno di essi in pieno; i componenti dell'equipaggio erano tutti morti, ma il carrista conducente prima di spirare aveva fermato con un filo l'acceleratore del mezzo cingolato, lanciandolo così verso i nemici[37][38]. Durante il combattimento, i carri italiani si sacrificarono fino all'ultimo: furono annientati tutti i battaglioni carri, tranne il XIII, il reggimento bersaglieri e le batterie di semoventi, ma gli Inglesi pagarono un prezzo altissimo, in uomini e mezzi. Il 6 novembre, presso Fuka, anche il 13º Battaglione Carristi M, l'unico "sopravvissuto" agli scontri dei giorni precedenti (non allineava più d'una ventina di carri) venne impegnato da forze nemiche soverchianti e distrutto. Sul sacrificio dell′Ariete Rommel scriverà nelle sue memorie:

  « Con l′Ariete perdemmo i nostri più anziani camerati italiani, ai quali, bisogna riconoscerlo, avevamo sempre chiesto più di quello che erano in grado di dare con il loro cattivo armamento »
 
(Feldmaresciallo Erwin Rommel in Guerra senza odio[39])

Il comportamento eroico della divisione Folgore durante la battaglia di El Alamein, dove resistette all'attacco portato da ben quattro divisioni nemiche, tre britanniche (la 7ª Divisione Corazzata, i famosi Desert Rats, veterani di tante battaglie africane, e due di fanteria, la 44ª e la 50ª) e una francese, per un totale di circa 50.000 uomini, 400 pezzi di artiglieria, 350 carri e 250 blindati[40][41], suscitò il rispetto e l'ammirazione anche da parte degli stessi nemici britannici. I paracadutisti della Folgore si batterono infatti eroicamente per giorni e giorni subendo gravi perdite ed infliggendone al nemico anche di maggiori, in un susseguirsi di assalti frontali inglesi fermati sempre dai folgorini che combatterono strenuamente, spesso lanciandosi in contrattacchi corpo a corpo, brandendo i fucili come bastoni[42]. Combatterono i corazzati britannici con mezzi di fortuna, quali bottiglie incendiarie e cariche di dinamite, avendo solo oltre a queste pochi e obsoleti[senza fonte] cannoni anticarro 47/32 con poche munizioni. Esaurite anche queste risorse, i paracadutisti si nascosero in buche scavate nel terreno e attaccarono mine anticarro sotto lo scafo dei mezzi corazzati britannici in movimento[43][44]. In 5 giorni di combattimento, tra la sera del 23 ottobre e quella del 28, la divisione Folgore perse 39 ufficiali e 560 tra sottufficiali, graduati e paracadutisti caduti o feriti; su 12 comandanti presenti in linea, 8 erano morti e 2 feriti. Davanti alle loro posizioni gli inglesi avevano lasciato 70 carri distrutti, più di 600 caduti e 197 prigionieri, di cui 23 ufficiali[45]. Un ufficiale superiore inglese, preso prigioniero dai paracadutisti nei combattimenti del 27 ottobre, presentandosi al comandante del 187º reggimento della Folgore gli disse: «Credevamo di doverci battere contro degli uomini, per quanto famosi, e ci siamo urtati a dei macigni. Ogni vostro soldato, Signore, è un eroe»[46]. Dal fronte di El Alamein i paracadutisti della Folgore si ritirarono il 3 novembre 1942, alle 2:00 di notte, privi di tutto, senza autocarri, senza acqua e trasportando a braccia i propri pezzi anticarro e le poche mitragliatrici. Verso le 2 del pomeriggio vennero accerchiati dagli inglesi che offrirono loro la resa; i paracadutisti risposero con il grido "Folgore!" ed aprirono il fuoco mettendoli in fuga[47]. Dopo due giorni di marcia nel deserto, alle 14:35 del giorno 6, dopo aver esaurito tutte le munizioni ed aver distrutto le armi, ciò che restava della Divisione si arrese alla 44º divisione fanteria britannica del generale Hugues, ma senza mostrare bandiera bianca e senza mai alzare le mani ai nemici[48]; i paracadutisti ottennero dai britannici l'onore delle armi e dopo la resa il generale Hugues volle ricevere il generale Enrico Frattini ed i colonnelli Bignami e Boffa, complimentandosi per il comportamento della divisione e stringendo la mano al generale Frattini[49]: «Si era sparsa la voce che il comandante della Folgore fosse caduto», disse Hugues, «Ho saputo che non è vero, e voglio dirle che sono contento»; Frattini ringraziò; «Volevo dirle anche che nella mia lunga vita militare mai avevo incontrato soldati come quelli della Folgore»[50].

Dei 5.000 paracadutisti della divisione Folgore ne tornarono in Italia solo 294 (32 ufficiali e 262 soldati)[33][51]. Dopo la battaglia di El Alamein alla Folgore verrà conferita la Medaglia d'Oro al Valor Militare[52][53].

Molte sono le testimonianze sul valore delle truppe italiane ad El Alamein; il 25 ottobre, appena tornato ad El Alamein, al colonnello Westphal che lo ragguagliava sulla situazione, Rommel chiese: «[...] e gli italiani, cosa fanno gli italiani?»; il colonnello rispose: «Signor Generale Feldmaresciallo, gli italiani si battono oltre il limite dell'inverosimile»[54].

Anche le unità tedesche combatterono ai limiti delle loro possibilità ma, avendo le divisioni di fanteria una propria dotazione di mezzi di trasporto, diversamente dalle divisioni italiane, riuscirono a sganciarsi; inoltre la brigata paracadutisti Ramcke, appiedata ed a ranghi ridotti dagli estenuanti combattimenti, riuscì ad assaltare un convoglio britannico ed a procurarsi così i mezzi necessari per lo sganciamento[55].

Il 4 novembre le forze dell'Asse, non più in grado di opporre resistenza organizzata, iniziavano il ripiegamento; per le divisioni di fanteria italiane, non motorizzate, era preclusa ogni via di fuga: in mano inglese caddero 20.000 italiani e 10.724 tedeschi[56] (compreso il comandante dell'Afrika Korps, generale von Thoma). Molti di più riuscirono però a ripiegare, sia per le capacità tattiche di Rommel, che per l'estrema prudenza di Montgomery, che non voleva cadere vittima di una delle brillanti invenzioni delle quali il suo avversario si era mostrato più volte capace.

Alla fine della battaglia di El Alamein l'Armata Corazzata italo-tedesca aveva subito 10.000 morti, 15.000 feriti e 34.000 prigionieri[57], perso circa 450 carri armati ed un migliaio di cannoni, anche se le varie stime divergono leggermente (quella più prudente parla di 30.000 perdite in tutto tra morti, feriti e prigionieri). Gli inglesi persero invece 13.560 uomini, tra morti, dispersi e feriti[58], 97 aerei (77 britannici e 20 statunitensi)[59] e 600 carri armati distrutti oppure messi fuori combattimento[60]. Andarono persi anche circa 100 cannoni[61]. Vista l'enorme sproporzione di forze in uomini e mezzi all'inizio della battaglia, le perdite inglesi sono da ritenersi troppo alte[62][63].

[modifica] La disfatta in Russia

L'ARMIR prese parte all'offensiva estiva tedesca, denominata Operazione Blu. Schierata alle dipendenze del Gruppo di Armate B tedesco, venne destinata alla protezine del fianco sinistro delle truppe impegnate nella battaglia di Stalingrado. L'armata venne quindi schierata lungo il bacino del Don, tra la 2ª Armata ungherese a nord e la 3ª Armata romena a sud. Il 20 agosto 1942, truppe sovietiche attaccarono il settore difeso dal XXXV Corpo d'Armata, riuscendo a stabilire una testa di ponte oltre il Don. Il contrattacco italiano lanciato il 23 (durante il quale si svolse il celebre episodio della carica di Isbuscenskij) riuscì in qualche modo a contenere l'azione dei sovietici, che tuttavia furono in grado di consolidare le posizioni conquistate.

Settembre e ottobre trascorsero tranquillamente, con le truppe italiane disposte a difesa di un tratto di fronte lungo 270 km: l'ampiezza era tale che tutte le divisioni erano schierate in prima linea, con l'eccezione della Vicenza (impegnata a contrastare i partigiani nelle retrovie) e del Raggruppamento Barbò (giudicato inadatto al ruolo di difesa statica). Il 19 novembre, l’Armata Rossa lanciò una massiccia offensiva (Operazione Urano) volta ad accerchiare le truppe tedesche bloccate a Stalingrado. L'azione portò all'annientamento della 3ª Armata romena, schierata a sud dell'ARMIR. Il 16 dicembre, l'offensiva sovietica (Operazione Piccolo Saturno) si scatenava anche contro le linee tenute dal II e XXXV Corpo dell'ARMIR. Il primo attacco russo fu contenuto, ma il 17 i sovietici impiegarono le loro truppe corazzate, travolgendo le linee degli italiani e obbligandoli alla ritirata. Quasi prive di mezzi di trasporto, le divisioni di fanteria dell'ARMIR finirono in gran parte annientate.

L'offensiva sovietica non coinvolse il Corpo d'Armata alpino, che continuò a tenere le sue posizioni sul Don. La Divisione Julia, sostituita sulla linea del fronte dalla Divisione Vicenza, fu rischierata sul fianco destro del Corpo alpino insieme al XXIV Corpo d'Armata tedesco, riuscendo a contenere lo sfondamento nemico. Il 13 gennaio 1943, i sovietici attaccarono e travolsero la 2ª Armata ungherese, completando l'accerchiamento del Corpo d'Armata alpino. L'ordine di ripiegare dal Don venne dato (con molto ritardo) solo il 17 gennaio. In dieci giorni, le tre divisioni alpine, la Divisione Vicenza, alcune unità tedesche del XXIV Corpo e una gran massa di sbandati italiani, ungheresi e romeni, coprirono più di 120 km in ritirata, in condizioni climatiche proibitive (neve alta e temperature tra i -35º e i -42º), con pochi mezzi di trasporto e vestiario insufficiente, sottoposte ad incessanti attacchi di truppe regolari e di partigiani sovietici. Il 26 gennaio, la Divisione Tridentina riusciva finalmente a rompere l'accerchiamento sovietico presso Nikolajewka, mentre le divisioni Julia, Cuneense e Vicenza finivano pressoché annientate nella sacca.

Quando il 30 gennaio 1943 i sopravvissuti si raccolsero a Schebekino dove poterono finalmente riposare dopo 350 chilometri di marce estenuanti e dopo tredici battaglie, la Campagna di Russia ebbe termine per le truppe italiane. Gravissime in particolare le perdite delle divisioni alpine: dei 57.000 alpini partiti per la Russia, ne ritornarono solo 11.000: tutti gli altri giacevano nella desolata steppa russa oppure perirono di fame, stenti e privazioni nei gulag sovietici.

[modifica] La fine in Africa

Subito dopo la sconfitta di El Alamein il maresciallo Rommel, che ormai i vignettisti anglosassoni definivano l'"ex volpe del deserto", fece sapere a Berlino e Roma che la cosa più saggia da fare era abbandonare l'Africa al suo destino e salvare il salvabile di uomini e materiali per concentrarsi sull'Europa. Ma Hitler e Mussolini non vollerlo ascoltarlo. Rommel diede così inizio alla sua "ritirata combattuta", inseguito senza troppa fretta dalle truppe di Montgomery.

Il comando della Kriegsmarine non riuscì a impedire lo sbarco alleato nell'Africa settentrionale, prima dislocando 60 U-Boote troppo a sud, nelle acque di Dakar, poi vedendoseli respinti con gravi perdite dagli inglesi di base a Gibilterra. Dall'8 novembre 1942 le forze anglo-americane presero terra ad Algeri, Orano, Casablanca incontrando la sporadica resistenza dei francesi di Vichy, presto cessata per l'accordo tra gli invasori e l'ammiraglio Darlan.

Spartizione dei territori francesi dopo l'occupazione

La reazione dell'Asse fu rapida: Hitler ordinò l'occupazione dei territori francesi metropolitani (Operazione Anton), mentre la Tunisia veniva occupata dall' Afrikakorps e dai reparti italiani in Nord Africa. La resistenza francese fu poco più che rappresentativa. L'obiettivo primario degli italo-tedeschi era la cattura della flotta francese nel porto di Tolone, e l'Operazione Lila fu messa in pratica per acquisire intatto più naviglio possibile. Il comandante navale francese, l'ammiraglio Jean de Laborde, riuscì tuttavia a negoziare una piccola tregua, necessaria per far partire le navi di nascosto: i tedeschi non poterono che guardare mentre le navi si autoaffondavano al largo e nel porto della città. Il naviglio perso ammontava a 3 corazzate, 7 incrociatori, 28 cacciatorpediniere e 20 sommergibili. Gli italiani utilizzarono i resti della flotta francese affondata come materiale da fusione.

All'Operazione Anton presero parte anche i reparti del Regio Esercito: il VII corpo d'armata occupò la Corsica e la IV armata occupò le regioni francesi fino al Rodano, comprese le città di Tolone, Aix-en-Provence, Grenoble, Avignone, Chambéry, Marsiglia. La IV armata in Francia constava di quattro divisioni di fanteria, due alpine, tre divisioni costiere ed altri reparti, per un totale di 6.000 ufficiali e 136.000 soldati al 31 maggio 1943. Il VII corpo d'armata in Corsica era invece costituito da due divisioni di fanteria, una costiera e altri reparti, per un totale di 3.000 ufficiali e 65.700 soldati alla stessa data[64]. L'occupazione di questi territori si protrasse fino all'8 settembre 1943, anche se in alcune regioni gli italiani si ritirarono spontaneamente nella primavera 1943.

Il 23 gennaio 1943 cadde Tripoli e il 3 febbraio la Libia era definitivamente abbandonata; l'essere riusciti a costituire una testa di ponte in Tunisia e i primi favorevoli contrattacchi agli anglo-americani avanzanti dall'Algeria, non trassero d'inganno gli esperti della guerra: ormai era chiaro che i giorni dell'Asse in Africa erano contati. Circondato dalle forze Americane e del Commonwealth, Erwin Rommel si impegnò in una serie di operazioni difensive, la più importante e famosa delle quali fu la Battaglia del Passo di Kasserine, che portarono la guerra ad una situazione di stallo, con le forze Alleate incapaci di prevenire ed arrestare gli attacchi tedeschi. Tuttavia la mancanza di uomini, di mezzi e soprattutto di rifornimenti avevano segnato la sorte delle forze in Tunisia. Dopo aver sfondato le posizioni italo-tedesche sulla linea del Mareth, gli Alleati posero fine alla resistenza delle forze dell'Asse in Africa facendo oltre 275.000 prigionieri. Gli Alleati strinsero la tenaglia e in aprile passarono all'offensiva, tardivamente contrastati dai reparti corazzati di Hermann Goering. Premute da un nemico preponderante per numero e mezzi, le divisioni tedesche ripiegarono; nei giorni 5 e 6 la situazione si fece drammatica, sia sul fronte di Tunisi che su quello di Biserta; il 7, caduta Tunisi, ci si preparò all'imbarco e intanto si scatenava a sud l'attacco della Prima Armata che resistette tenacemente fino al 12. La fine della guerra in Africa venne annunciata agli italiani il 13 maggio: "La Prima Armata ha cessato stamane la resistenza per ordine del Duce [65]". Messe venne promosso maresciallo mentre si consegnava prigioniero al generale Freyberg.

[modifica] Verso la guerra civile

[modifica] Operazione Husky

La perdita della Tunisia lasciò l'Italia in prima linea di fronte a un avversario strapotente che poteva attaccarla dove voleva, disponendo di 35 divisioni perfettamente attrezzate alla guerra motorizzata, di una flotta da battaglia che comprendeva 6 navi di linea, 25 incrociatori, più di 100 cacciatorpediniere, 1.800 mezzi da sbarco e di una flotta mercantile di 2 milioni di tonnellate di stazza.

L'attacco all'Italia fu deciso da americani ed inglesi durante la Conferenza di Casablanca del 14 gennaio 1943 (a tal proposito, celebre rimase la definizione dell'Italia di Winston Churchill: «L'Italia è il ventre molle dell'Asse») e la pianificazione e l'organizzazione venne affidata al generale Dwight Eisenhower.

In giugno gli inglesi sbarcarono nelle isole di Pantelleria e Lampedusa.

Piano di sbarco e dislocazione delle forze dell'Asse in Sicilia.

Preceduto da intensi bombardamenti, il 10 luglio 1943 iniziò lo sbarco in Sicilia della VII armata americana del generale George Patton e dell'VIII armata inglese di Montgomery (rispettivamente nel golfo di Gela e in quello di Siracusa). In un giorno 3.000 mezzi da sbarco riversarono sulle coste siciliane più di 150.000 uomini. A presidiare l'isola c'era la VI armata italiana, rafforzata da un contingente tedesco - una divisione corazzata e una di paracadutisti - a cui Hitler aveva ordinato di combattere in autonomia dall'alleato. Alle pendici dell'Etna Montgomery incontrò più resistenza del previsto nel suo cammino verso Messina, mentre Patton avanzava celermente verso le coste settentrionali dell'isola. Sul piano militare l'operazione Husky non fu un successo: quando più di un mese dopo gli Alleati entrarono a Messina, la maggior parte dei contingenti dell'Asse avevano già attraversato indisturbati lo stretto. La conquista della Sicilia costò agli Alleati circa 22.000 uomini: per gli USA 2.237 morti e 6.544 tra feriti e dispersi; gli inglesi ebbero 2.721 morti e 10.122 tra feriti e dispersi; le perdite canadesi ammontarono invece a 2.410, di cui 562 morti e 1.848 tra feriti e dispersi. Di tutt'altra portata furono invece le conseguenze politiche di un'invasione che darà l'ultimo scossone a un regime da tempo in bilico.

[modifica] Bombe su Roma

Il quartiere San Lorenzo, duramente colpito dalle bombe.

Nove giorni dopo lo sbarco in Sicilia, il bombardamento di Roma ebbe un doppio scopo, militare e politico: colpire la capitale sarebbe stato il segno evidente che il regime fascista aveva ormai perso tutto. Lunedì 19 luglio 1943, 1.134º giorno di guerra, arrivò su Roma la più grande flotta aerea che mai avesse solcato i cieli italiani, 662 bombardieri scortati da 268 caccia: in tutto 930 aerei, tra i quali i famosi B-17 Flying Fortress, i B-24 Liberator, i B-26 Marauder, i caccia P-38 Lightning, strumenti poderosi, quanto di meglio sfornasse l'industria bellica degli Stati Uniti. Arrivarono sulla capitale alla quota di 20.000 piedi, equivalenti a oltre 6.000 metri. Roma rimase sotto le bombe per 152 minuti, dalle 11.03 alle 13.35[66]. San Lorenzo fu il quartiere più colpito dal primo, sino ad allora, bombardamento degli alleati mai effettuato su Roma, insieme al quartiere Tiburtino, al Prenestino, al Casilino, al Labicano, al Tuscolano e al Nomentano. Le 4.000 bombe (circa 1.060 tonnellate) sganciate sulla città, provocarono circa 3.000 morti ed 11.000 feriti di cui 1.500 morti e 4.000 feriti nel solo quartiere di San Lorenzo. A quegli aerei superarmati, supercorazzati, scortati da velocissimi caccia, gli italiani opposero una contraerea superata, con pezzi che risalivano talvolta alla Prima guerra mondiale, e un pugno di aerei pilotati da autentici eroi. Si alzarono in volo sapendo di avere buone probabilità di non tornare. Gli americani avevano preventivato perdite intorno all'1 per cento; furono in realtà persino inferiori: 0,26[66].
Al termine del bombardamento Papa Pio XII si recò a visitare le zone colpite, benedicendo le vittime sul Piazzale del Verano.

[modifica] Il crollo del regime fascista

L'ordine del giorno Grandi fu uno dei tre O.d.G. presentati[67] alla seduta segreta del Gran Consiglio del Fascismo convocata per sabato 25 luglio 1943[68], che sarebbe stata anche l'ultima. L'O.d.G. fu approvato e provocò la caduta di Benito Mussolini aprendo l'ultima fase del regime fascista, caratterizzata dalla Repubblica Sociale Italiana.

Il Gran consiglio del fascismo si riunì alle 17 del 24 luglio.I consiglieri erano tutti in uniforme fascista con sahariana nera. Il segretario del partito fascista, Carlo Scorza chiamò l'appello, ma per il resto della seduta l'attività di segreteria fu svolta dallo staff della Camera dei fasci e delle corporazioni al seguito di Dino Grandi, presidente di quel ramo del Parlamento [69].

Dopo che Mussolini ebbe riassunta la situazione bellica, Grandi e Farinacci illustrarono i loro O.d.G. In sostanza entrambi chiedevano il ripristino "di tutte le funzioni statali" e invitavano il Duce a restituire il Comando delle Forze armate al Re.

Presero la parola alcuni gerarchi, ma non per affrontare gli argomenti degli O.d.G., bensì per fare chiarimenti o precisazioni. Si attendeva un intervento incisivo del Capo del governo. Mussolini, invece, affermò impassibile di non avere nessuna intenzione di rinunciare al Comando militare. Si avviò il dibattito che si protrasse fin oltre le undici di sera. Grandi diede un saggio delle sue grandi capacità oratorie: dissimulando abilmente lo scopo reale del suo O.d.G., si produsse in un elogio sia di Mussolini che del Re.

Successivamente Carlo Scorza diede lettura di due missive indirizzate a Mussolini in cui il segretario del partito chiedeva al Duce di lasciare la direzione dei ministeri militari. I presenti rimasero molto colpiti, sia dal contenuto, sia dal fatto stesso che Mussolini avesse autorizzato Scorza a leggerle in quella sede. Quando si era arrivati ben oltre le undici di sera, la seduta venne sospesa. Alla ripresa, Bottai si espresse a favore dell'O.d.G. Grandi. Poi prese la parola Carlo Scorza, che invece invitò i consiglieri a non votarlo e presentò un proprio O.d.G. a favore di Mussolini.

I 28 componenti del Gran Consiglio furono chiamati a votare per appello nominale.Dopo l'approvazione dell'O.d.G. Grandi, Mussolini ritenne inutile porre in votazione le altre mozioni e tolse la seduta. Alle 2.40 i presenti lasciarono la sala. L'indomani, 25 luglio, Mussolini si recò a colloquio con il Re, che gli comunicò la sua sostituzione con il Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio. Alle 22,45 dello stesso giorno la radio interruppe le trasmissioni e diffuse il seguente comunicato:

  « Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo ministro e Segretario di Stato, presentate da S.E. il Cavaliere Benito Mussolini, e ha nominato Capo del Governo, Primo ministro e Segretario di Stato, S.E. il Cavaliere Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio. »
   

Badoglio, per non destare sospetti nei confronti dei tedeschi, pronunciò, in un discorso radiofonico alla nazione, queste parole:

  « […] La guerra continua a fianco dell'alleato germanico. L'Italia mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni […]. »
   

[modifica] L'annuncio dell'armistizio

Dopo il crollo del regime fascista, il governo italiano avviò trattative segrete con gli Alleati. Il 3 settembre venne firmato l'armistizio di Cassibile, che venne reso noto dalla radio l'8 settembre:

  « Il governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.

La richiesta è stata accolta.

Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.

Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza »
   

I vertici militari, il Capo del Governo Pietro Badoglio, il Re Vittorio Emanuele III e suo figlio Umberto abbandonarono la Capitale e compirono una fuga ignominosa dapprima verso Pescara, poi verso Brindisi. L'esercito italiano venne lasciato senza ordini e si sbandò; il paese venne abbandonato in balia delle truppe naziste, che il 9 settembre varcarono il Brennero. Lo stesso giorno gli antifascisti diedero vita al Comitato di liberazione nazionale, chiamando il popolo "alla lotta e alla resistenza". Per l'esercito italiano l'annuncio dell'armistizio fu uno sfacelo: oltre 600.000 uomini vennero deportati nei campi di lavoro in Polonia e in Germania; fra i superstiti, molti fuggirono verso casa, molti altri diedero vita a bande partigiane che animeranno poi la Resistenza.

[modifica] I tedeschi occupano l'Italia

Anche se l'annuncio dell'armistizio parve cogliere di sorpresa i tedeschi, essi in realtà avevano già preparato le opportune contromisure ed evitarono di fare passi intempestivi fino alla mezzanotte dell'8 settembre. Ma, quando si mossero partirono dal Brennero e dall'Alto Adige regolando i loro spostamenti a mano a mano che giungeva il segnale di via libera. Così, mentre i soldati italiani erano in attesa di ordini, i tedeschi avanzavano con regolarità e puntualità cronometrica. La prima conseguenza di questo fu che la mattina del 9 settembre i grandi nodi stradali e ferroviari, nonché le zone di confine, erano ormai saldamente in mano tedesca. Assicuratisi le spalle e le piattaforme dalle quali prendere le mosse, i tedeschi si apprestarono a disarmare i soldati italiani, privi di ordini e demoralizzati, all'interno del paese. Non mancarono tuttavia numerosi casi di eroismo di cui furno protagonisti ufficiali e soldati italiani.

Il 9 settembre, per esempio, era già morto a Eboli il generale Ferrante Gonzaga che si era rifiutato di consegnare le armi. Nella stessa zona le divisioni "Mantova" e "Piceno" fronteggiarono le truppe corazzate tedesche in marcia verso Salerno[70]. A Bitetto i tedeschi tentarono di interrompere le comunicazioni con Bari, ma il comando del 9º corpo d'armata inviò un reparto di fanteria agli ordini del capitano Riccardo D'Ettore e la minaccia venne sventata. A Barletta la resistenza fu tenace benché i tedeschi attaccassero con artiglieria e perfino con aerei per occupare la città: anche qui 2 battaglioni italiani costrinsero i tedeschi a ritirarsi[70]. A Canosa un reggimento costiero venne invece costretto a ripiegare, ma soltanto dopo avere impegnato duramente i tedeschi e averli costretti a chiedere rinforzi. A Trani, durante uno scontro, un ufficiale, un sottufficiale e un soldato del 9º reggimento Genio caddero, uno dopo l'altro, impegnati alla stessa mitragliatrice e altri 16 soldati si fecero ammazzare, ma i tedeschi non riuscirono a passare[70]. A prezzo di simili atti di eroismi il re Vittorio Emanuele III e il capo del governo Badoglio riuscirono a trovare Brindisi libera da presenze tedesche.

10 settembre 1943: soldati italiani cercano di contrastare i tedeschi presso porta San Paolo.

Nonostante l'incertezza degli ordini, che favorirono la sorpresa e la penetrazione tedesca verso Roma, i reparti delle Divisioni sistemate a difesa attorno alla città contrastarono e respinsero i reiterati attacchi germanici infliggendo notevoli perdite.
Durante la notte fra l'8 e il 9 settembre si combatté a Roma, in particolare alla Magliana e all'ottavo chilometro della Ostiense, dove era schierato il primo reggimento della divisione Granatieri di Sardegna. Tre quarti d'ora dopo l'annuncio dell'Armistizio, un reparto di paracadutisti tedeschi investì il caposaldo numero 5 presidiato dai granatieri al ponte della Magliana, nei pressi di un deposito di carburante, in località Mezzocamino. È l'inizio della battaglia per Roma. Giungeva intanti verso la capitale, da Ostia e Fiumicino, il grosso della 2º divisione Fallschirmjäger e, poco dopo l'una di notte del 9 settembre, uno dei suoi tre kampfgruppe era già in grado di tentare un attacco frontale al ponte della Magliana. Al caposaldo giunsero rinforzi dei carabinieri e agenti della PAI. La postazione fu perduta e rinconquistata. Caddero 38 italiani e 22 tedeschi[71]. La giornata del 9 settembre registrò ancora molti scontri.

La divisione corazzata Ariete, schierata sulla Cassia, resistette a un duro attacco nella zona di Monterosi, dove stava apprestando un caposaldo difensivo, a protezione del quale il sottotenente Ettore Rosso e un gruppo di genieri del CXXXIV Battaglione misto genio stavano posando un campo di mine. All'arrivo del kampfgruppe Grosser [72] della 3a Panzergrenadier-Division, costituito da una trentina di carri e due battaglioni di fanteria motorizzata (l'equivalente circa di un reggimento) Rosso mise due autocarri di traverso sulla strada a bloccare il passo. I tedeschi intimarono allora di sgombrare la strada entro quindici minuti: Rosso, invece di obbedire, utilizzò il tempo per ultimare lo sbarramento e, all'avanzare dei tedeschi, aprì il fuoco e poi fece brillare lo sbarramento insieme a quattro volontari, i genieri scelti Pietro Colombo, Gino Obici, Gelindo Trombini e Augusto Zaccanti, che aveva tenuto con sé dopo aver rimandato indietro il resto del reparto; nel tempo impiegato dai tedeschi per riorganizzarsi, il caposaldo venne apprestato alla difesa. Nello scontro che ne seguì, il II Reggimento Cavalleggeri di Lucca ed il III Gruppo del 135º Reggimento Artiglieria su obici da 149/19 contrastarono l'avanzata tedesca, con perdite da ambo le parti; il bilancio fu di 4 carri persi, 20 morti e una cinquantina di feriti da parte italiana, altrettanti uomini circa e qualche carro in più da parte tedesca; l'avanzata tedesca fu fermata per il resto della giornata. Per l'episodio, al tenente Rosso fu conferita la Medaglia d'oro al valor militare[73].

La divisione Piave combatté a Monterotondo e a Mentana costringendo alla resa un battaglione di paracadutisti tedeschi[74]. Tuttavia la resistenza spontanea dei soldati italiani era destinata a infrangersi di fronte all'assalto dei panzer tedeschi. Il 10 l'azione tedesca si fece più violenta. Porta San Paolo divenne il centro dell'ultima resistenza accanita. Ai combattimenti parteciparono anche i civili ai quali i comandanti dei reparti avevano distribuito le armi. Ma alla fine della giornata gli ultimi capisaldi furono sopraffatti: il 10 settembre i tedeschi ottennero la resa dei contingenti italiani posti a difesa di Roma e accettarono la capitolazione limitandosi al disarmo dei militari.
I reparti che di propria iniziativa si opposero all'invasore non si risparmiarono nella difesa estrema della città: si contarono 1.167 caduti tra i militari (tra essi, 10 furono decorati con medaglia d'oro al valor militare, e 27 con medaglia d'argento al valor militare) e circa 120 tra i civili, incluse decine di donne e persino una suora impegnata come infermiera in prima linea[75].

La liberazione del Duce sul Gran Sasso; al centro da sinistra: il maggiore Harald-Otto Mors, il capitano delle SS Otto Skorzeny e Benito Mussolini.

Il 12 settembre un reparto di paracadutisti tedeschi, comandato dal maggiore Otto Skorzeny, liberò Mussolini, che era stato confinato sul Gran Sasso, e lo condusse in Germania.

[modifica] Lo sbarco di Salerno

La stessa sera dell'8 settembre, dopo che Badoglio aveva annunciato l'armistizio, una poderosa forza navale alleata puntava verso il golfo salernitano. A bordo delle 463 unità che erano salpate dai porti dell'Algeria e della Sicilia i 100.000 soldati inglesi e i 70.000 americani che componevano il corpo da sbarco affidato al comando del generale americano Mark Wayne Clark erano completamente all'oscuro di quanto era accaduto in quei giorni ed erano tutti convinti che lo sbarco avrebbe incontrato la tenace resistenza degli italiani e dei tedeschi. A Salerno, quel giorno, era stata colpita dall’ennesimo bombardamento: alle 19:45 tutti i residenti vennero rinchiusi nei rifugi anti-aerei, dove appresero dalla radio e dal maresciallo Pietro Badoglio che il governo italiano aveva chiesto un armistizio al generale Dwight D. Eisenhower ed aveva firmato la resa incondizionata. La notizia fu appresa anche dai soldati che componevano il corpo di sbarco: essa suscitò grandi manifestazioni di gioia ed ebbe sfortunate conseguenze psicologiche, in quanto i soldati si erano convinti che a Salerno avrebbero trovato folle in festa. Furono gli ufficiali ad attenuare lo smisurato e fuori luogo calo di tensione, che avrebbe potuto causare conseguenze inimmaginabili al momento dello sbarco.

Ristabilito l'ordine a bordo, poche ore dopo ebbero inizio le operazioni. L' Operazione Avalanche prevedeva due sbarchi, a nord e a sud del fiume Sele. I commando britannici dovevano occupare l'aeroporto di Montecorvino, Battipaglia e i passi che conducono a Napoli, mentre i ranger americani dovevano impadronirsi delle strade principali onde stabilire il contatto con l'armata di Montgomery che, sbarcata in Calabria il 3 settembre, stava risalendo la penisola. L’ora X scattò alle 3:30 del 9 settembre, momento di massima oscurità, utile per l’occultamento della forza da sbarco, anche se, d'altro canto, svantaggiosa per le manovre di avvicinamento alla costa. Furono ben 40 i chilometri di costa interessati dall'operazione Avalanche. I soldati presero terra con relativa facilità e senza contrasti, ma improvvisamente e con loro grande sorpresa si scatenò violentissima la reazione tedesca. L'aviazione tedesca (la Luftwaffe) diede inizio ad una serie di attacchi aerei sulle navi in rada e sui mezzi da sbarco, provocando gravi perdite tra le file alleate. Il VI Corpo d’Armata e la 36ª Divisione riuscirono però a superare quei duri attacchi e i Commandos della Special Service Brigade sbarcarono senza difficoltà a Marina di Vietri. Nel frattempo anche l’altro corpo speciale, i Rangers, era sbarcato a Maiori. All’apparire dell’alba gli alleati erano arrivati alle porte di Cava de' Tirreni ed una loro pattuglia ebbe un primo scontro a fuoco con i tedeschi sul ponte di San Francesco.

L’11 settembre il colonnello Lane assunse possesso del governo militare, ma due giorni dopo i tedeschi sferrarono il contrattacco, riconquistando Eboli, Battipaglia ed Altavilla Silentina. Il generale Clark decise allora di far intervenire i paracadutisti dell’82ª Divisione Aviotrasportata statunitense ma senza i risultati attesi.L’offensiva finale vide la luce il 23 settembre: in quel giorno, fu superato con le armi il Passo di Molina di Vietri, lungo la SS18, per giungere a liberare l’Agro Nocerino Sarnese e portare l’ultimo attacco verso Napoli. La resistenza tedesca fu decisa, specialmente quando, oltrepassata Molina, le unità alleate si diressero verso Cava de’ Tirreni. Proprio la mattina del 23 settembre, un carro armato tedesco si accingeva a salire verso la Badia per un'azione di rappresaglia contro la popolazione ivi rifugiata; ma nella strettoia che la strada compie a Sant'Arcangelo, non potette proseguire oltre. Alcuni sconsiderati si fermarono a guardare, ed i tedeschi del carro armato, adirati dall’inconveniente o forse nell’intento di compiere egualmente la rappresaglia, scaricarono su quegli sconsiderati una sventagliata di mitragliatrice.

Prima di abbandonare Cava, i tedeschi provvidero a far saltare il ponte di San Francesco sulla strada nazionale e il ponte sulla ferrovia presso Villa Alba, allo scopo di ritardare l’avanzata degli anglo-americani, i quali però in poche ore buttarono un ponte di ferro e legno sul ponte San Francesco ristabilendo immediatamente la comunicazione con Salerno, mentre per l’avanzata dei loro carri armati si erano serviti della strada ferrata che i tedeschi non avevano toccata. Altre mine furono poste dai tedeschi agli altri ponti di Cava e sugli incroci stradali, ma non ebbero il tempo di farle brillare.

Il 28 settembre la battaglia di Cava era conclusa e gli Alleati, procedendo verso l’Agro e superandolo, dopo ventidue giorni e 54 chilometri di combattimenti, alle ore 9:30 del 1º ottobre ‘43, entrarono a Napoli: l’operazione Avalanche era conclusa.

[modifica] Il massacro di Cefalonia

Con l'armistizio dell'8 settembre 1943 le truppe italiane dislocate nei Balcani restarono senza ordini precisi da parte del governo e del comando supremo. La capitolazione ai tedeschi avvenne a volte dopo trattative, a volte dopo scontri impari, che portarono alla morte e alla cattura dei soldati italiani. L'episodio più eroico, finito in tragedia, fu quello della divisione Acqui, di stanza nell'isola di Cefalonia nel Mar Jonio, i cui circa 10.000 uomini, con un plebiscito svoltosi il 13 e il 14 settembre, decisero di inviare al comando tedesco un comunicato in cui si faceva significamente riferimento alla volontà collettiva: "Per ordine del comando supremo e per volontà degli ufficiali e dei soldati la divisione Aqui non cede le armi". Nei terribili scontri dei giorni seguenti gli italiani opposero una dura resistenza, senza ricevere alcun aiuto dell'esercito, e vennero decimati. Quasi tutti i superstiti vennero fucilati tra il 22 e il 24 settembre. Coloro che riuscirono a salvarsi si unirono alla resistenza greca.

[modifica] La guerra di liberazione

Il fenomeno della Resistenza italiana si sviluppò in contemporanea con l'occupazione tedesca dell'Italia. La lotta partigiana fu portata avanti da un variegato fronte antifascista, composto da comunisti, democratici, cattolici, socialisti, liberali e anarchici. La guerriglia partigiana nacque in maniera spontanea e disordinata, ma in seguito la Resistenza fu coordinata dal Comitato di Liberazione Nazionale (CLN). Al Nord nacque il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI). Il CLNAI, presieduto dal 1943 al 1945 da Alfredo Pizzoni, coordinò la lotta armata nell'Italia occupata, condotta da formazioni denominate brigate e divisioni, quali le Brigate Garibaldi, costituite su iniziativa del partito comunista; le Brigate Matteotti, legate al partito socialista; le Brigate Giustizia e Libertà, legate al Partito d'Azione; le Brigate Autonome, composte principalmente di ex-militari e prive di rappresentanza politica, talvolta simpatizzanti per la monarchia, riportate come badogliani[senza fonte].

[modifica] Le quattro giornate di Napoli

Mappa della città con indicati i luoghi dell'insurrezione

Con il nome di Quattro Giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) si indica l'insurrezione della popolazione che, con l'apporto di militari fedeli al cosiddetto Regno del Sud, riuscì a liberare la città di Napoli dall'occupazione delle forze armate tedesche, coadiuvati da fascisti fedeli al neonato Stato Nazionale Repubblicano.L'avvenimento, che valse alla città di Napoli il conferimento della Medaglia d'Oro al Valor Militare, consentì alle forze alleate di trovare al loro arrivo, il 1 ottobre 1943, una città già libera dall'occupazione nazista, grazie al coraggio e all'eroismo dei suoi abitanti, ormai esasperati ed allo stremo per i lunghi anni di guerra. Napoli fu la prima, tra le grandi città italiane, ad insorgere contro l'occupazione nazista[76].

Quando giunse la notizia che gli Alleati erano sbarcati a Salerno, i soldati italiani, ritenendo ormai prossima la liberazione, resistettero ai tedeschi a Castel dell'Ovo, a Forte Sant'Elmo, al Palazzo dei telefoni. Accanto a loro combatterono nuclei di civili che, senza alcuna organizzazione, si mobilitarono per la lotta. Poi, il 27 settembre, ebbe inizio un'ampia retata dei tedeschi: le strade vennero bloccate e tutti gli uomini, senza limiti d'età, furono caricati a forza sui camion per essere avviati al lavoro forzato in Germania. A questo punto, per i napoletani non c'erano alternative: se volevano sfuggire alla deportazione dovevano combattere contro i tedeschi e impedire che attuassero i loro piani.

I napoletani uscirono allo scoperto nelle prime ore del 28 settembre: erano armati alla meglio, con vecchi fucili, pistole, bombe a mano, bottiglie incendiarie che avevano subito imparato a costruire e qualche mitragliatrice leggera nascosta nei giorni dell'armistizio. Altre armi se le procurarono combattendo. Resistettero al nemico artisti, poeti, scrittori, e cantanti come Sergio Bruni (che fu ferito)[77]. Il primo scontro fu quello presso la masseria Pagliarone a via Belvedere, nel Vomero: un gruppo di persone armate fermò un'automobile tedesca uccidendo il maresciallo che era alla guida. Poi altri episodi, dapprima al quadrivio tra via Cimarosa e via Scarlatti (ove una motocarrozzetta germanica fu ribaltata provocando la morte dei due occupanti e la rappresaglia tedesca), quindi in piazza Vanvitelli, dove una decina di giovanissimi vomeresi, dopo che era giunta al Vomero la notizia della morte di un marinaio, freddato con un colpo di pistola da un nazista, usciti da un bar attaccarono tre soldati tedeschi che occupavano una camionetta, li costrinsero a scendere ed incendiarono il mezzo[78].

A Porta Capuana un gruppo di 40 uomini si insediò, con fucili e mitragliatori, in una sorta di posto di blocco, uccidendo 6 soldati nemici e catturandone altri 4, mentre combattimenti si avviarono in altri punti della città come al Maschio Angioino, al Vasto e a Monteoliveto. I tedeschi procedettero ad altre retate, questa volta al Vomero, ammassando 47 civili all'interno del Campo Sportivo del Littorio sotto minaccia di morte. Il 29 settembre nei pressi dell'aeroporto di Capodichino, una pattuglia tedesca uccise 3 avieri italiani e costituì un posto di blocco al centro di Piazza Ottocalli: da un palazzo uscirono una ventina di giovani che ingaggiarono un combattimento con i tedeschi. La sparatoria fu fitta, lo scontro breve e si concluse con la morte dei tedeschi[79]. Più tardi, i cadaveri dei tre avieri vennero caricati sul cassone di un camioncino e portati in processione per le strade della città: la vista dei morti e il racconto delle atrocità commesse dai tedeschi suscitarono nuova commozione, ingigantirono l'odio e alimentarono la rivolta. Nelle ore che seguirono l'insurrezione dilagò: si combatteva ormai in periferia e al centro, e a combattere erano uomini di ogni età e di ogni ceto sociale, donne e persino ragazzi.

Nelle stesse ore, presso il quartier generale tedesco al corso Vittorio Emanuele (tra l'altro ripetutamente attaccato dagli insorti), avvenne la trattativa tra il Colonnello Walter Schöll e il Tenente Enzo Stimolo per la riconsegna dei prigionieri del Campo Sportivo del Littorio; con uno stratagemma gli insorti fanno credere ai tedeschi di essere in numero preponderante e così, dopo lunghe trattative, il Colonnello Walter Scholl fu costretto ad ordinare l'abbandono della città. I 47 ostaggi vennero liberati e i tedeschi ricevettero in cambio la garanzia di poter evacuare Napoli a cominciare dalle 7 del mattino seguente senza ulteriori molestie. Era la prima volta in Europa che i tedeschi sconfitti venivano costretti a trattare la resa con gli insorti.

[modifica] La Repubblica Sociale Italiana

Soldati della Repubblica Sociale Italiana, ispezionati da un generale tedesco a Nettuno (Roma) nel marzo 1944.

La liberazione di Mussolini dalla prigionia sul Gran Sasso fu il preludio alla creazione, nell'Italia del nord, di uno stato fantoccio controllato dal Reich tedesco: nacque così, il 23 settembre 1943, la Repubblica Sociale Italiana (RSI), comunemente detta Repubblica di Salò, dal nome della località sul lago di Garda che ne ospitava alcuni uffici e dove era la residenza di Mussolini. Guidata formalmente dal governo presieduto dal Duce- che con la creazione del Partito fascista repubblicano (il cui segretario era Alessandro Pavolini) tentò di proporre un fascismo rinnovato - la RSI non era in realtà uno stato sovrano: il territorio era quello controllato dall'amministrazione militare tedesca, gli atti del governo necessitavano dell'approvazione di due consiglieri tedeschi, e i militari tedeschi ne controllavano di fatto gli uffici centrali e periferici. Hitler decise persino l'annessione al Reich di parte dell'Italia nordorientale, concedendo ai Gauleiter del Tirolo e della Carinzia di annettersi molte zone del Triveneto mascherando il tutto dietro la "facciata" di due zone di operazioni: quella delle delle Prealpi o Alpenvorland (costituita dalle province di Trento, Bolzano e Belluno) e quella del Litorale Adriatico o Adriatisches Küstenland (province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume, Lubiana). Il 15 novembre, a Verona, il congresso del partito approvò il manifesto programmatico del nuovo regime, che ai temi nazionalfascisti e repubblicani affiancava demagogici contenuti socialisteggianti e auspicava un ritorno al fascismo delle origini. Con la chiamata alle armi del novembre 1943 si tentò di ricostruire un esercito, ma solo il 40% dei giovani rispose, e molti di essi disertarono in seguito. Nel complesso, considerando anche le altre formazioni militari, la RSI poté contare inizialmente su circa 200.000 uomini in armi. Una delle vicende più emblematiche dei 600 giorni si Salò riguarda gli ebrei italiani, considerati stranieri e nemici nel manifesto di Verona. Le autorità fasciste collaborarono attivamente con i nazisti per la loro deportazione verso i campi di sterminio, e presero iniziative proprie: il 30 novembre 1943 il ministro degli Interni decise la creazione di appositi campi di concentramento in Italia.

[modifica] La linea Gustav

Sfruttando la conformazione orografica della penisola italiana la X armata tedesca del feldmaresciallo Albert Kesselring si dispose lungo la catena appenninica e sui contrafforti che scendono verso l'Adriatico e il Tirreno. L'avanzata alleata lungo il Belpaese incontrò la tenace resistenza tedesca: i reparti britannici risaliti dalla Calabria e ricongiuntisi alla testa di ponte americana a Salerno entrarono a Napoli il 1º ottobre. Abbandonata l'ipotesi di uno sbarco alleato sulle coste orientali italiane, il principale teatro delle operazioni fu la fascia di territorio tra Napoli e Roma, dove l'Organizzazione Todt aveva eretto la linea Gustav. Quest'ultima era costituita da un insieme di punti fortificati che correvano dall'Adriatico al Tirreno (si estendeva dalla foce del Garigliano alla foce del fiume Sangro, a sud di Pescara, passando per Cassino) e tagliava in due l'Italia: a Nord di essa vi erano i tedeschi, a Sud gli Alleati. Le teste di ponte alleate a nord di Napoli non riuscirono a piegare i tedeschi asserragliati nell'abbazia di Montecassino. Inoltre le condizioni atmosferiche, la morfologia del terreno e il rallentamento delle operazioni provocato dai numerosi corsi d'acqua in piena impedirono agli Alleati di muovere rapidamente su Roma che, alla fine del 1943, restava ancora a più di 100 chilometri dalla linea del fronte.

[modifica] Rappresaglia a Roma

Entrata alle fosse Ardeatine

Il 23 marzo 1944, alle ore 15 circa, un gruppo di 16 partigiani appartenenti ai GAP (Gruppi di Azione Patriottica) attuò, in pieno giorno, un clamoroso attentato contro un reparto armato di 160 SS in marcia lungo Via Rasella. Una carica esplosiva, nascosta in un carretto, venne fatta esplodere al centro della colonna tedesca, mentre altri partigiani lanciavano bombe e sparavano raffiche di mitra verso la coda del reparto. Nell'immediatezza dell'evento rimasero uccisi 32 militari tedeschi e 110 rimasero feriti, oltre a 2 vittime civili. Dei feriti, uno morì poco dopo il ricovero, mentre era in corso la preparazione della rappresaglia, che fu dunque calcolata in base a 33 vittime germaniche. Nei giorni seguenti sarebbero deceduti altri 9 militari feriti, portando così a 42 il totale dei caduti.[80]. I nazisti vollero attuare subito una spaventosa rappresaglia per punire e terrorizzare tutta la città: Hitler intimò la fucilazione, entro le 24 ore, di dieci italiani per ogni tedesco ucciso.

Il massacro fu organizzato ed eseguito da Herbert Kappler, all'epoca ufficiale delle SS e comandante della polizia tedesca a Roma, già responsabile del rastrellamento del Ghetto di Roma nell'ottobre del 1943 e delle torture contro i partigiani detenuti nel carcere di via Tasso. L'ordine di esecuzione riguardò 320 persone, poiché inizialmente erano morti 32 soldati tedeschi. Durante la notte successiva all'attacco di via Rasella morì un altro soldato tedesco e Kappler, di sua iniziativa, decise di uccidere altre 10 persone. Erroneamente, causa la "fretta" di completare il numero delle vittime e di eseguire la rappresaglia, furono aggiunte 5 persone in più nell'elenco ed i tedeschi, per eliminare scomodi testimoni, uccisero anche loro. I tedeschi, dopo aver compiuto il massacro, infierendo sulle vittime, fecero esplodere numerose mine per far crollare le cave ove si svolse il massacro e nascondere, o meglio rendere più difficoltosa, la scoperta di tale eccidio.

I sopravvissuti del Polizeiregiment "Bozen", si rifiutarono di vendicare in quel modo i propri compagni uccisi.[81] L'esecuzione iniziò dopo sole 23 ore dall'attacco di Via Rasella, e venne resa pubblica ad esecuzione avvenuta. La stessa segretezza avvolse la notizia ufficiale dell'attentato subito dalle truppe occupanti, notizia diffusa assieme a quella della rappresaglia per ragioni propagandistiche secondo una direttiva del Minculpop.[82]

[modifica] La liberazione di Roma

Per gli ultimi mesi del 1943 la Linea Gustav rappresentò il principale ostacolo nell'avanzata verso nord degli Alleati, bloccandone, di fatto, lo slancio iniziale. Nel tentativo di sbloccare tale impasse, gli Alleati sbarcarono alcune forze presso Anzio (Operazione Shingle), non riuscendo comunque a cogliere gli obiettivi sperati. Il fronte venne rotto solo in seguito ad un attacco frontale a Monte Cassino, nella primavera del 1944, e con la successiva presa di Roma in giugno. Il 5 giugno gli americani entrarono a Roma dichiarata "città aperta", ed evacuata dai tedeschi senza alcuna distruzione e con i suoi ponti intatti. L'operazione "Diadem" che portò alla liberazione di Roma era costata 18.000 perdite agli americani, 14.000 agli inglesi e 11.000 ai tedeschi[83]. Nella Roma occupata dagli Alleati Vittorio Emanuele III abdicò in favore del figlio Umberto II che assunse la luogotenenza generale, e il dimissionario Badoglio venne sostituito dall'antifascista Ivanoe Bonomi alla guida del governo, espressione dei partiti riuniti nel Comitato di liberazione nazionale.

[modifica] L'Italia liberata

Piazzale Loreto, 29 aprile 1945. I corpi di Mussolini (secondo da sinistra) e della Petacci (riconoscibile dalla gonna) esposti a Piazzale Loreto. Il primo cadavere a sinistra è Nicola Bombacci. Gli ultimi due a destra sono Pavolini e Starace.

Alla fine del 1944 gli Alleati erano attestati a ridosso della linea Gotica con la 5ª Armata statunitense e l'8ª armata britannica.

Favoriti da una netta supremazia aerea, gli Alleati beneficiarono anche delle operazioni di disturbo agli occupanti da parte delle formazioni partigiane. Il corpo canadese dell'8ª armata prese Ravenna e si spinse sul fiume Senio, la 5ª armata era invece ferma nei pressi di Bologna, mentre sul versante tirrenico gli americani di Mark Wayne Clark erano già a Pisa. La ritirata dei tedeschi - che spesso compirono veri e proprio massacri della popolazione civile come ritorsione per le azioni dei partigiani - costò agli Alleati un alto numero di perdite: le condizioni del terreno favorivano la difesa degli occupanti, e la marcia alleata procedette ovunque con lentezza (anche perché con la decisione dello sbarco in Normandia il teatro di guerra italiano assunse per gli Alleati un'importanza secondaria).

Dopo mesi di stallo e il parziale fallimento dell'Operazione Olive, durante la primavera del 1945, gli Alleati iniziarono l'offensiva finale contro le truppe tedesche e quelle della repubblica di Salò, per conquistare l'Italia settentrionale. A metà di aprile 1945 i mezzi corazzati americani sfondarono le linee di difesa tedesche e gli Alleati dilagarono nella pianura padana e raggiunsero il Po. La trattativa avviata con gli americani dal comando delle SS in Italia Karl Wolff per evitare l'insurrezione partigiana, salvaguardare gli impianti industriali del paese e garantire un indolore passaggio dei poteri non diede alcun esito.

Parallelamente il fascismo repubblicano e Mussolini tentarono di trovare una "soluzione politica" all'andamento della guerra, ma si scontrarono con la diffidenza alleata e con la fermezza dei capi politici della Resistenza, che esigevano la resa immediata e senza condizioni. Nei convulsi giorni che seguirono il dilagare delle truppe alleate nell'Italia del nord, giunse all'epilogo la vicenda della repubblica di Salò e su consumò la tragedia personale di Mussolini. Caduta ogni possibilità di negoziato con la Resistenza, mentre le formazioni partigiane scatenarono l'insurrezione generale, Mussolini lasciò Milano diretto in Svizzera, ma venne fermato a un posto di blocco presso Como per poi essere giustaziato dai partigiani il 28 aprile.

Il 29 aprile del 1945 a piazzale Loreto a Milano, la città che era stata la culla del fascismo, all'angolo con corso Buenos Aires, vennero esposti i cadaveri di Benito Mussolini, Claretta Petacci e altri esponenti della Repubblica Sociale.[84]. Con questo macabro avvenimento si chiusero per sempre per l'Italia vent'anni di dittatura, cinque anni di guerra e due anni di occupazione nazista. Il 29 aprile i tedeschi firmarono la resa incondizionata.

[modifica] Voci correlate

[modifica] Note

  1. ^ Si veda Pietro Badoglio (L’Italia nella seconda guerra mondiale, Milano, Mondadori, 1946, p. 37) che riporta questa affermazione come ricevuta direttamente da Mussolini durante un loro colloquio avvenuto il 26 maggio 1940
  2. ^ Storia illustrata della seconda guerra mondiale, Giunti; pagina 59
  3. ^ Martin Gilbert, La grande storia della seconda guerra mondiale, Mondadori; pagina 107
  4. ^ Giorgio Bocca, Storia d'Italia nella guerra fascista 1940-1943, Mondadori; pagina 144
  5. ^ Le ragioni dell'ingresso in guerra dell'Italia>
  6. ^ Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta, Einaudi; pagina 249
  7. ^ Giorgio Bocca, Storia d'Italia nella guerra fascista 1940-1943, Mondadori; pagina 161
  8. ^ Arrigo Petacco, La nostra guerra 1940-1945. L'avventura bellica tra bugie e verità, Mondadori; pagina 20
  9. ^ Giorgio Bocca, Storia d'Italia nella guerra fascista 1940-1943, Mondadori; pagina 172
  10. ^ Giorgio Bocca, Storia d'Italia nella guerra fascista 1940-1943, Mondadori; pagina 174
  11. ^ Giorgio Bocca, Storia d'Italia nella guerra fascista 1940-1943, Mondadori; pagina 185
  12. ^ Andrea Molinari, La conquista dell'Impero. 1935-1941 La guerra in Africa Orientale; Hobby & Work, pagina 114
  13. ^ Laura Marengo Impero addio, Ed. Fratelli Melita Editori - La Spezia 1988, capitolo. Il provvisorio ritorno a Cassala, pag. 111 "1940, primi giorni di guerra. Il bollettino n.25 annuncia:"...Nell'Africa Orientale, le nostre truppe, respinto l'attacco su Metemma, sono passate alla controffensiva occupando la posizione fortificata di Gallabat, in territorio del Sudan anglo-egiziano. Più a nord, superata una tenace resistenza, è stata occupata Cassala."
  14. ^ Arrigo Petacco, La nostra guerra 1940-1945. L'avventura bellica tra bugie e verità, Mondadori; pagina 30
  15. ^ Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta, Einaudi; pagina 292
  16. ^ Giorgio Rochat, Appunti sulla direzione politico-militare della guerra fascista 1940-1943, in "Belfagor", 1977, n.1
  17. ^ Arrigo Petacco, La nostra guerra 1940-1945. L'avventura bellica tra bugie e verità, Mondadori, pagina 62
  18. ^ Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna, Ed. Ferni - Ginevra 1975, libro I, pag. 143
  19. ^ II Guerra Mondiale - La perdita dell'Africa Orientale Italiana>
  20. ^ Giorgio Bocca, Storia d'Italia nella guerra fascista 1940-1943, Mondadori; pagina 315
  21. ^ Battaglia di Gondar
  22. ^ G. Schreiber, La seconda guerra mondiale, po. 67-68
  23. ^ USM, I mezzi d'assalto, pag. 88
  24. ^ C.V.Roskill, History of the Second World War, UK Military Series, The War at Sea, pag. 336
  25. ^ USM, I mezzi d'assalto, pag. 161
  26. ^ W. L. Shirer, Storia del Terzo Reich, pag. 968
  27. ^ G. Ciano, Diario, pag. 478
  28. ^ H. L. Matthews, I frutti del fascismo, pag. 359
  29. ^ a b Articolo dell'espresso sulla strage
  30. ^ Storia del XXI Secolo - ANPI Roma
  31. ^ http://www.romacivica.net/ANPIROMA/DEPORTAZIONE/deportazionecampi1a.htm
  32. ^ «Quaderni della Resistenza» n.10, Comitato Regionale Anpi del Friuli Venezia-Giulia a cura di A. Nuvoli, pagina 27
  33. ^ a b Storia illustrata della seconda guerra mondiale, Giunti; pagina 82
  34. ^ Giorgio Bocca, Storia d'Italia nella guerra fascista 1940-1943, Mondadori; pagina 433
  35. ^ L'11 novembre 1942, a battaglia ormai conclusa, "Radio Londra" trasmise questo famoso comunicato: The remnants of the Folgore division put up a resistance beyond every limit of human possibility
  36. ^ Citato da Tullio Marcon. L' Ariete nel deserto Storia Militare N° 61 ottobre 1998 pag 16
  37. ^ Paolo Caccia Dominioni, Alamein 1933-1962, Milano, Longanesi & C, 1962
  38. ^ La battaglia di El Alamein>
  39. ^ Dalle memorie del generale Rommel: «A sud del comando si vedevano grandi nuvole di polvere. Qui si svolgeva la disperata lotta dei piccoli e scadenti carri armati italiani contro circa 100 carri pesanti britannici [...]. Come riferì più tardi il maggiore von Luck, da me mandato sul posto, gli italiani combatterono con straordinario valore [...] uno dopo l'altro i carri armati esplodevano o si incendiavano. Verso le 15:30 giunse l'ultimo messaggio radio dell′Ariete: "Carri armati nemici fatta irruzione a sud dell′Ariete; con ciò Ariete accerchiata. Trovasi a circa 5 km a nord-ovest di Bir el Abd. Carri Ariete combattono". La sera del 4 novembre il Corpo d'Armata Corazzato Italiano, dopo valorosa lotta, era annientato. Con l′Ariete perdemmo i nostri più anziani camerati italiani, ai quali, bisogna riconoscerlo, avevamo sempre chiesto più di quello che erano in grado di dare con il loro cattivo armamento»
  40. ^ Folgore>
  41. ^ La Folgore nella battaglia di El Alamein: il coraggio opposto alla forza>
  42. ^ Divisione Folgore ed El Alamein>
  43. ^ La distruzione di Folgore, Ariete e dei Bersaglieri ad El Alamein>
  44. ^ La battaglia di El Alamein>
  45. ^ Battaglia di El Alamein>
  46. ^ Battaglia di El Alamein>
  47. ^ Battaglia di El Alamein>
  48. ^ La brigata paracadutisti "Folgore">
  49. ^ Arrigo Petacco, L'armata del deserto. pag. 212,213
  50. ^ Battaglia di El Alamein - La fine della Folgore>
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  53. ^ Divisione Folgore ed El Alamein>
  54. ^ Grandi Battaglie nella Storia. Battaglia di El Alamein - La fine della Folgore>
  55. ^ David Irving, La pista della volpe, Milano, Mondadori, 1978, pag. 252.
  56. ^ Battaglia di El Alamein>
  57. ^ E. Krieg, La guerra nel deserto - vol. 2 - La battaglia di El Alamein, Ginevra, Edizioni di Crémille, 1969, pag. 217. (ISBN non disponibile)
  58. ^ 2.350 morti, 8.950 feriti e 2.260 dispersi. I britannici ebbero il 58% delle perdite, gli australiani il 22%, i neozelandesi il 10%, i sudafricani il 6%, gli indiani l'1% e il resto degli Alleati il 3%
  59. ^ Ian Stanley Playfair, The Mediterranean and Middle East, Volume IV: The Destruction of the Axis Forces in Africa - History of the Second World War United Kingdom Military Series (in inglese), pag. 78. ISBN 1-84574-068-8
  60. ^ La battaglia di El Alamein>
  61. ^ E. Krieg, La guerra nel deserto - vol. 2 - La battaglia di El Alamein, Ginevra, Edizioni di Crémille, 1969, pag. 209-210.
  62. ^ La battaglia di El Alamein>
  63. ^ Qattara - storia recente>
  64. ^ Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta, Einaudi; pagina 376
  65. ^ Bollettino di guerra n. 1038 del 13 maggio 1943
  66. ^ a b Corrado Augias, I segreti di Roma, Mondadori, pagina 34
  67. ^ Gli ordini del giorno erano a firma di (1) Grandi; (2) Farinacci; (3) Scorza. Tutti e tre avevano praticamente lo stesso contenuto. Dopo che l'O.d.G. di Grandi fu accolto, Mussolini dispose di non mettere ai voti gli altri due.
  68. ^ La seduta era iniziata alle 17,15 del 24 luglio, la votazione avvenne alle 2,30 del 25 luglio. Non esiste alcun verbale della seduta
  69. ^ Uno stenografo della Camera aveva preso appunti stenografici dell'intera seduta, ma non se ne trovò mai traccia.
  70. ^ a b c Arrigo Petacco, La nostra guerra 1940-1945. L'avventura bellica tra bugie e verità, Mondadori, pagina 189
  71. ^ La battaglia per Roma
  72. ^ Il kampfgruppe è un gruppo da combattimento di dimensione variabile, che usualmente prendeva il nome dal suo comandante
  73. ^ http://www.arsmilitaris.org/pubblicazioni/eroe.pdf
  74. ^ Arrigo Petacco, La nostra guerra 1940-1945. L'avventura bellica tra bugie e verità, Mondadori, pagina 171
  75. ^ Cenni Storici sull'8 settembre a Roma dal sito ufficiale del comune di Roma
  76. ^ (PDF)Senato.it - Resoconto sommario della seduta del 7 marzo 1946, pag.336
  77. ^ Avalanche e le 4 giornate di Napoli>
  78. ^ Le quattro giornate di Napoli>
  79. ^ Arrigo Petacco, La nostra guerra 1940-1945. L'avventura bellica tra bugie e verità, Mondadori; pagina 193
  80. ^ Cassazione - Sezione I Penale sent. n. 1560/99, par. IV, num. 6, lett. a, ove si legge: «L'azione fu attuata facendo esplodere, mediante detonatore collegato ad una miccia, 18 kg. di tritolo contenuti in un carretto per la spazzatura, in coincidenza del passaggio, usuale e previsto, di una compagnia del battaglione "Bozen". Secondo la ricostruzione del consulente tecnico della parte offesa Zuccheretti, riportata nel provvedimento impugnato (pag. 14), l'esplosione dell'ordigno ebbe a determinare la morte di 42 soldati tedeschi (dei quali 32 morti quasi immediatamente e gli altri), e di almeno due civili italiani, il minore Pietro Zuccheretti e Antonio Chiaretti.»
  81. ^ Dopo la liberazione di Roma, il reparto fu impiegato nelle attività di controguerriglia, repressione della Resistenza e contro i civili nella zona che da Firenze conduce alla Val di Susa sia di quella che dalla Valsugana porta al Cadore. (Vedi: Christopher R. Browning. Uomini comuni. Torino, Einaudi 1995. XVIII-258 pp.). Più in generale molte unità dell'Ordnungspolizei vennero impiegate come unità di supporto nella persecuzione degli ebrei
  82. ^ Ribadito dalla sentenza della Corte di Cassazione del 7 agosto 2007
  83. ^ Storia illustrata della seconda guerra mondiale, Giunti; pagina 205
  84. ^ La pompa di benzina dove furono appesi i corpi di Mussolini e degli altri fascisti non esiste più

 

Fonte: Wikipedia