LA REPUBBLICA PARTIGIANA DELL'OSSOLA

Per comprendere meglio che cosa abbia rappresentato la Resistenza nel VCO occorre
prima di tutto considerarne un aspetto geografico complessivo.
Le valli dell Ossola, a nord del Lago Maggiore, rappresentano un area di circa 1.500
kmq. rappresentando una specie di grande triangolo che si incunea nel territorio
elvetico e dal quale è separato verso nord-ovest dalla catena delle alpi (Monte Rosa
Passo del Sempione) dietro le quali sta il Cantone Vallese mentre sul lato di nord-est
la frontiera con il Canton Ticino è molto più agevole ed anzi attraverso la Val
Vigezzo non supera i 700 metri di quota, tanto da poter essere raggiunta anche in
ferrovia.
La vallata principale del fiume Toce è ampia, pianeggiante, oggi molto antropizzata,
e si dirama in numerose vallate minori che salgono a raggiera verso le Alpi ed hanno
il loro centro economico e geografico in Domodossola.
Questa indicazione geografica è importante perché allontanandosi dal fondovalle e
quindi dai paesi principali cominciano (ancora oggi) prima i boschi e poi le
montagne. Quelle valli e quelle montagne negli anni 40 erano molto più abitate di
oggi, ma non mancavano ampie zone pressochè disabitate, attraverso le quali è
sempre relativamente facile passare in Svizzera.
Anche con i mezzi dell epoca, era parimenti molto semplice il controllo delle
comunicazioni dall Ossola verso il Verbano e l allora bassa provincia di Novara.
Relativamente facile era quindi bloccare il cordone ombelicale verso sud
controllando e bloccando l area di Ornavasso là ove la valle del Toce si restringe
o la stretta ed impervia Valle Cannobina che rappresenta la seconda ed unica via
d accesso all area Ossolana.
Ricordando che la Svizzera era durante la seconda guerra mondiale una nazione
neutrale si evidenzia ciò per sottolineare l impossibilità di aggirare le valli da nord
e quindi, pur disponendo di mezzi militari limitati, era in qualche modo possibile
impedire l accesso a tutta l Ossola a forze nemiche provenienti dalla pianura padana,
così come era possibile per quelle stesse forze bloccare un ingrandimento verso sud
dell area che fu controllata dalla Resistenza. Liberando Domodossola, insomma, era
quasi conseguente controllare facilmente tutta l area circostante che però era di fatto
bloccata verso sud allo sbocco della regione ossolana
Per contro l area allora come oggi popolata da circa 80.000 persone, ma che ora si
concentrano molto di più nel fondovalle, mentre molti comuni alpini e soprattutto gli
alpeggi si sono notevolmente spopolati non disponeva di risorse alimentari od
agricole sufficienti e dipendeva totalmente quindi dagli approvvigionamenti da sud
essendo trascurabile la produzione propria rispetto alle necessità della popolazione.
Zona allora molto industrializzata rispetto alla media italiana, l Ossola esporta
ancora oggi energia idroelettrica e prodotti metallurgici di trasformazione, ma che
necessitano di approvvigionamenti costanti di materia prima.
Dal punto di vista militare e strategico l area non era assolutamente come invece lo
erano ad esempio il Trentino o l Alto Adige una via di comunicazione nord-sud
terminando appunto- almeno per il periodo bellico - a fondo cieco con un confine
svizzero chiuso ai belligeranti e quindi non necessitava di presidi particolari.
Peraltro la frontiera svizzera era (ed è) molto permeabile al passaggio di singole
persone od unità e quindi era possibile con poche ore di marcia mettersi in salvo al di
là del confine. Anche questo aspetto è importante perché l area dell Ossola nel 1944
ha rappresentato una via di fuga per migliaia di persone (ebrei, resistenti, prigionieri
di guerra, espatriati in cerca di sicurezza) ma permettendo anche in senso inverso unaì possibilità di rifornimento d emergenza com è avvenuto di carattere umanitario.
L attività di contrabbando fiorente fino agli anni 70 è stata per decenni una
risorsa economica collaterale di migliaia di famiglie della zona e proprio quella
logica dimestichezza con sentieri e passaggi è stata fondamentale per il movimento
delle bande partigiane e le conseguenti operazioni di rastrellamento.
Va ricordato anche che l ampio polmone verde centrale della provincia ora Parco
Nazionale della Val Grande era allora abitato da numerosi montanari ed esistevano
molti alpeggi presso i quali era possibile trovare rifugi di emergenza, in buona parte
distrutti nel rastrellamento del giugno 1944.
Allora più di oggi, visto l attuale addensamento urbanistico, va sempre ricordato che
il bosco finiva spesso a pochi passi dalle case anche dei centri maggiori.
Pochi hanno fino ad ora considerato che quindi era possibile da una parte organizzare
colpi di mano anche contro località importanti (Domodossola, Villadossola,
Cannobio) rimanendo coperti fino a poche decine di metri dall obbiettivo (ed
erano quindi facilitate le azioni di guerriglia), ma anche che molte persone che
abitavano nei paesi delle valli o nelle frazioni dei centri maggiori passavano
alternativamente in zone controllate dalle due parti belligeranti anche più volte nello
stesso giorno, rendendo di fatto difficili o superflui i controlli. Era insomma normale
che una corriera di linea che da Domodossola saliva di pochi chilometri una vallata,
fosse controllata e perquisita più volte, superando invisibili confini ma che erano la
realtà di quei mesi, così come molte persone anche per sopravvivere ostentavano
opinioni diverse a seconda si trovassero nel centro urbano o nella frazione di
residenza alternando posizioni ed incarichi spesso antitetici.
La gran parte della gente e me lo hanno sempre ricordato tutti i ricordi di chi visse
quegli anni non stava né di qua ne dilà, semplicemente sperava che la guerra finisse
presto e di riuscire in qualche modo a superare i momenti più duri.
In ogni famiglia, infine, vi erano poi infiniti casi personali: fratelli divisi e militanti
sui due fronti, dissensi, nuclei famigliari divisi dagli eventi.
E la pagina vera e spesso poco conosciuta di un conflitto vissuto con convinzione da
minoranze e sopportato con angoscia dalla gran parte della popolazione che spesso
non aveva mai avuto occasione di conoscere altro che il fascismo e la sua martellante
azione propagandistica.
Così come ogni azione partigiana rischiava di ripercuotersi sulla popolazione civile
creando lutti, rappresaglie, vendette che come avvenne soprattutto dopo il 25 aprile
poco o nulla avevano di politico quanto di conflitto od odio personale.


LE PRIME ATTIVITA DELLA RESISTENZA


Quanto sopra solo per sottolineare come tutta l Ossola rappresentasse un area di
difficile controllo per le autorità fasciste che nell autunno del 1943 avevano dato vita
alla Repubblica Sociale Italiana. In molti paesi si erano conseguentemente ripristinate
le precedenti strutture fasciste (Casa del Fascio, Podestà ecc.) e la presenza militare
era soprattutto all inizio molto modesta, anche perché l area era lontana dal fronte
italiano (i reparti fascisti si opponevano agli alleati che molto lentamente risalivano
dal sud la nostra penisola) e quindi considerata relativamente tranquilla, tanto da
essere base praticamente solo di distaccamenti della Milizia confinaria che
controllava la frontiera svizzera.
Esistevano anche reparti della G.N.R. ( Guardia Nazionale Repubblicana ) composta
però o da persone anziane o soprattutto da giovanissimi, con poca esperienza militare.
Scrive Carlo Mazzantini nel suo I balilla andarono a Salò (Marsilio editore, 1995)
che la gran parte dei componenti delle truppe fasciste o era gente già abbastanza
anziana o si trattava invece di reclute che non raggiungevano la maggiore età. Gente
inquadrata frettolosamente e quasi sempre senza radici ideologiche:
( Riflettendo sulle cause che sospinsero i giovani usciti dal ventennio fascista su questa o quell altra strada, Italo Calvino ha scritto che in quei giorni di generale disorientamento bastò spesso un nulla per decidere di un esistenza: l essersi trovati in un luogo rispetto ad un altro, l aver fatto questa o quella esperienza personale, un amicizia, un incontro personale, la lettura di un libro Ragazzi comunque in gran parte giovanissimi, poco più che adolescenti, che rappresentano rabbia e delusione, speranze e rifiuti Mazzantini op. citata- pagg. 36 e seg.)
Erano comunque limitati i presidi fuori Domodossola e forti ciascuno di 15-20
uomini, spesso poco motivati dal punto di vista bellico, sistemati di solito in ex
caserme dei R.Carabinieri od in piccoli edifici moderatamente protetti. Vi erano
inoltre fortini e postazioni in aree prossime ai numerosi posti di blocco posti sulle
strade ed ai margini dei principali centri urbani.
Pochi erano anche i reparti tedeschi in zona, composti per lo più da militari anziani o
richiamati, quasi tutti austriaci. Non risultano presenti nel 44 in Ossola reparti
speciali o di SS, salvo che in occasione dei rastrellamenti di cui poi si dirà.
All inizio non vi furono azioni degne di nota, anche se si raccoglievano in montagna
a volte sperando di poter passare facilmente in Svizzera nuclei di civili
provenienti da diverse zone del nord Italia, ma poi sempre più frequentemente
militari sbandati dopo l 8 settembre, renitenti alla leva di Salò, primi nuclei di
resistenti. Anche in questo caso spesso ragazzi giovanissimi che, come avveniva
sull altro fronte, si trovavano improvvisamente adulti davanti allo sfascio della
nazione avvenuto l 8 settembre. Da sottolineare come molti giovani partigiani
salivano in montagna per sfuggire alla chiamata alle armi della repubblica fascista o
instradati da amici, parroci, compagni di studi.
Spesso la circostanza mi era stata confermata qualche anno fa dal comandante
Arca , al secolo Armando Calzavara, mio amico personale Questi ragazzi arrivavano
in treno a Domodossola o in battello ad Intra dalla Lombardia e cercavano di capire dove fossero i partigiani per poi mettersi in strada, a piedi, verso le montagne. Prima o poi li trovavano, ma innanzitutto rischiavano di brutto e poi non avevano alcuna idea di cosa fosse sul serio fare la guerra. Tante volte li ho rimandati a casa, chissà se ci sono tornati
Ma tra i partigiani insieme agli adolescenti vi erano anche militari che si erano dati
alla macchia dopo l armistizio e che invece avevano una lunga esperienza di guerra e
che quindi formarono le prime bande sui monti mutando la propria esperienza bellica.
La prima azione degna di nota fu la battaglia di Villadossola avvenuta l 8 e 9
novembre del 43 quando un gruppo di circa 20 partigiani ( tanti secondo Giorgio Pisanò nella sua Storia della Guerra Civile in Italia cap. 8 vol. 1 mentre altre fonti parlano fino a 80 - 100 partigiani complessivamente coinvolti in azione) entrarono in paese scendendo dalla impervia e boscosa Valle Antrona senza attaccare almeno in un primo tempo - il presidio fascista, ma piuttosto razziando l ufficio postale e la direzione di due stabilimenti metallurgici cittadini dai quali furono prelevati fondi cospicui e dove fu anche ucciso uno dei dirigenti.
Gli attaccanti respinsero un primo gruppo di militari fascisti spintisi da Domodossola
alla notizia dell attacco, ma nella serata dello stesso 8 novembre Villadossola venne
circondata ed il mattino dopo rastrellata dai reparti nazi-fascisti mentre un aereo
tedesco mitragliava alla cieca alla periferia della cittadina causando alcune vittime.
I partigiani si disimpegnavano il giorno stesso risalendo la vallata e lasciando sul
terreno alcuni morti, oltre ad uccidere alcuni tedeschi sulla via della ritirata, atto che
nei giorni successivi diede vita ad una sanguinosa rappresaglia.
Il risultato militare fu minimo, ma senz altro spezzò il periodo di relativa calma che si
era protratto da settembre, preoccupò i gruppi fascisti posti a presidio dei singoli
paesi (e spesso facilmente isolabili) ed alla popolazione diede un forte segnale di
presenza partigiana nella zona.
Un episodio simile si ebbe anche ad Omegna il 30 novembre, ma questa volta
l attacco fu opera di due reparti partigiani molti diversi tra di loro: un reparto di
Garibaldini (comunisti) provenienti dalla Valsesia ed un altro di Autonomi al
comando dell ex ufficiale dell esercito, l architetto Filippo Beltrami, un
professionista milanese sfollato nella zona.
Mentre i primi si limitarono ad una puntata in città prelevando armi e derrate
alimentari, Beltrami assunse invece per qualche giorno il comando in città dove pur
restarono, indisturbati ma consegnati in caserma, alcuni reparti fascisti - arrivando
(l episodio non è segnalato solo da Giorgio Pisanò nella sua già citata Storia della
Guerra Civile in Italia ma confermato anche dalle fonti antifasciste) a telefonare al
comandante fascista della provincia di Novara, il prefetto Dante M. Tuninetti, per
annunciargli di tenere la piazza .
Un esempio che ci introduce alla personalità di Beltrami, ufficiale di vecchio stampo
borghese, cavalleresco e generoso. Una figura luminosa e che ebbe grande ascendente sull opinione pubblica locale e tra quegli ambienti cattolici e liberali che temevano i gruppi comunisti.
Beltrami ebbe rapporti addirittura amichevoli con Tuninetti ed altre autorità fasciste
tanto che i due si incontrarono a lungo arrivando ad una sorta di armistizio di fatto
per l assistenza alla popolazione locale che attraversava un periodo di grave penuria
di generi alimentari.
Ritiratosi presto sulle montagne sovrastanti Omegna, Beltrami fu considerato un
traditore da parte delle brigate garibaldine di Moscatelli per questi suoi buoni rapporti con le autorità nemiche e quando, poco tempo dopo, si ritrovò come vedremo - circondato da forze soverchianti nell abitato di Megolo (centro della bassa
Valdossola, amministrativamente oggi nel comune di Pieve Vergonte) nessuno corse
in suo soccorso, tanto che morì insieme a numerosi suoi compagni (tra i quali
Antonio Di dio, fratello di Alfredo) dopo una dura lotta durata diverse ore, senza
accettare le intimazioni di resa.
Fascisti e tedeschi che l avevano circondato resero ai caduti e l episodio è
veramente anomalo in una guerra civile l onore delle armi.
La morte di Beltrami fu favorita dal capo partigiano comunista Cino Moscatelli?
E uno dei tanti capitoli tuttora aperti e controversi della guerra civile, anche se a
guerra finita (dicembre 1946) ma era già iniziato il dibattito politico tra
democristiani e comunisti un giornale vicino alla DC ( La Verità ) accusò
apertamente il capo comunista non solo di non essere intervenuto a rompere
l accerchiamento dell alleato, ma addirittura avrebbe ucciso la staffetta che Beltrami
aveva inviato per chiedere rinforzi e - se lo scontro si protrasse fino all ultimo - lo
sarebbe stato anche perché quest ultimo riteneva imminente l arrivo di rinforzi.
Limitiamoci però all essenza politica, ovvero al chiaro tentativo da parte di
Moscatelli - che prese corpo progressivamente dalla fine del 43 - non solo di ridurre
l influenza di una banda concorrente ma soprattutto di un leader come Beltrami
capace di calamitare intorno a se numerosi giovani borghesi che salirono in montagna (d inverno !) pieni di entusiasmo ed idealità, ma anche senza valutarne le
conseguenze e soprattutto senza una adeguata preparazione.
Le brigate comuniste si dimostrarono invece da subito superiori per inquadramento e disciplina, ma soprattutto perché alla lotta armata faceva da contraltare un profondo lavoro politico ed anche una costante verifica ideologica degli organici.
E un aspetto importante in vista di quanto avverrà nei mesi successivi: i
Garibaldini non esitano nei colpi di mano esponendo la popolazione civile alle
rappresaglie, i gruppi cattolici e Badogliani sembrano invece avere una propria
etica nelle azioni, tenendo senz altro in maggior conto le conseguenze della reazione
fascista e tedesca.
Nei mesi successivi e prima del fatale scontro di Megolo (13 febbraio 1944),
Beltrami unisce le proprie forze a quelle di un altro leader della resistenza cattolica, il
maggiore dell esercito Alfredo Di Dio, ed insieme cominciano a rappresentare di
fatto una potenziale una minaccia per l egemonia comunista della zona.
L 8 gennaio del 1944 Beltrami si incontra per alcune ore ad Armeno (NO)
addirittura contestualmente con il capo della provincia (il già ricordato prefetto Dante Tuninetti), il Vescovo mons. Ossola ed il Questore di Novara. Presente è anche l altro capo partigiano, Alfredo Di Dio, e questo silenzioso mutuo riconoscimento tra le
parti crea scompiglio e reazioni nel campo della Resistenza.
Si parla a lungo di un accordo per la gestione del territorio ed all ipotesi di creare una
zona smilitarizzzata ai piedi delle alpi, ma è impossibile sapere quale strada avrebbe
preso questo tentativo di accordo: Beltrami verrà ucciso a Megolo solo un mese
dopo.


ALFREDO DI DIO E LA VALTOCE


Alfredo Di Dio - già responsabile militare della brigata Beltrami dopo
l unificazione delle due unità - si salvò a Megolo perché detenuto nel carcere di San
Vittore, a Milano, dove era stato intercettato dalla polizia fascista. Era infatti giunto
nel capoluogo lombardo con un salvacondotto emesso dalle autorità fasciste di
Novara e con l impegno dichiarato (gli accordi sembra fossero stati presi proprio ad
Armeno, ma nelle fonti si parla anche di un secondo lungo colloquio tra le parti
svoltosi ad Ameno località vicina ad Armeno, ai piedi del Mottarone il 20
gennaio 44) di verificare la possibilità di creare altre zone franche ai piedi delle Alpi
in altre province.
In effetti Di Dio fu liberato il 6 marzo e tornò subito in Valstrona dove riorganizzò
una propria unità di impronta democristiana e cattolica, in evidente contatto con il
clero locale. Di Dio era anche un militare di carriera con una propria vivace impronta
culturale ed era soprattutto notoriamente un cattolico anticomunista tanto che la
sua formazione Valtoce raccolse molti esponenti dell Azione Cattolica lombarda e
novarese che salivano dalla pianura ed erano avviati in montagna da esponenti del
clero e della chiesa cattolica.
Una presentazione della sua linea è chiara traendola da un documento programmatico edito il 27.9.44, proprio durante la Repubblica dell Ossola e pochi giorni prima della sua morte:
Innanzitutto siamo dei militari. Non vogliamo rilevare il nomignolo di Opera pia che talora sentiamo serpeggiare nei nostri confronti. Ma se quei signori (l allusione è alle formazioni partigiane comuniste ndr) con Opera pia intendono alludere alla dirittura morale del nostro Comando oppure all assidua protezione ed all interessamento che da sempre abbiamo inteso per la popolazione civile, allora noi ne siamo fieri.
Noi non discutiamo le varie tendenze politiche ed i vari colori ( ) ne facciamo una questione di onestà e serietà. Definire il nostro programma è semplice e breve e si riassume nel motto della nostra formazione: la vita per l Italia . Per ora siamo solo dei militari e non vogliamo avere alcuna ingerenza di partito


DIONIGI SUPERTI E LA VALDOSSOLA


La terza delle formazioni Autonome operanti nell allora Alto Novarese (ora
provincia di Verbania - V.C.O. dal 1992 ndr) fu il Battaglione Valdossola al
comando del maggiore Dionigi Superti.
La caratteristica principale dell unità fu anche in questo caso una assoluta
indipendenza da qualsiasi partito politico pur ammettendo Superti che chiunque dei
suoi membri facesse una eventuale propria propaganda politica all interno dell unità - e questo atteggiamento fu guardato con profonda diffidenza anche dai vertici del
CLN di Milano che la consideravano politicamente sospetta . D'altronde la figura di
Superti è emblematica e controversa: aviatore della squadriglia Baracca nella prima
guerra mondiale, legionario fiumano, mai iscritto al PNF, probabilmente agente
segreto italiano (qualche autore lo ritiene invece agente del SIS inglese), residente
all estero dal 1936 al 1940, massone, Superti raccolse l eredità di Beltrami ed
insieme a Bruno Rutto ricostituì una unità nella primavera del 44 (chiamata proprio
Beltrami ) politicamente rigidamente autonoma, ma collegata operativamente con la
Valdossola .


LE BRIGATE GARIBALDINE


In campo partigiano vi erano però altre forze chiaramente impostate politicamente ad iniziare dalle Brigate Garibaldi , formalmente autonome ma di fatto strettamente
collegate al P.C.I. e che in Ossola vedranno impegnati numerosi esponenti di quel
partito. A guerra finita, alcuni diventeranno noti leader politici comunisti: da
Amendola a Pajetta, da Secchia a Moscatelli. Queste unità Garibaldine si
svilupparono inizialmente in Valsesia dove di fatto controllarono l intera vallata e di
qui si spinsero poi verso Omegna e la Valstrona per poi spandersi in Ossola,
soprattutto dopo la scomparsa del capitano Beltrami.
Inquadrate da commissari politici, efficaci nella diffusione della stampa clandestina,
collegate strettamente con i G.A.P. della pianura e che nelle città effettuavano audaci
colpi di mano ed eliminazioni fisiche di esponenti fascisti, i Garibaldini non
esitarono a tenere rapporti anche duri con le popolazioni delle zone da loro
controllate, né mostrarono clemenza con i nemici catturati, adottando spesso il
metodo del terrore anche nei confronti delle popolazioni civili.
Numerosi furono a questo proposito gli scontri e le divergenze tra le diverse
formazioni partigiane anche se nella primavera del 44 si cercò - con tutta una serie di
incontri e non senza la continuità di profonde divergenze di predisporre un piano
insurrezionale comune.
Difficile dare una valutazione numerica delle singole unità partigiane perché furono
sempre di numero estremamente variabile e legato sia alle contingenze stagionali sia
anche al passaggio di uomini da questa o quella formazione.. Si può parlare
comunque di diverse centinaia di uomini dei quali però solo una parte combattenti e
dei quali le brigate Garibaldi rappresentavano da sole un 50% . Una stima attendibile
fa ascendere a 1000 1200 i partigiani operanti complessivamente in Valdossola
all inizio di settembre del 44
Ho riportato questi dettagli perché mi sembrano essenziali nel procedere degli eventi
che culmineranno appunto con l instaurarsi della repubblica ossolana.


IL RASTRELLAMENTO DEL GIUGNO 44


Un breve passo indietro: con il ritorno della buona stagione la presenza di gruppi
partigiani - che nell autunno del 43 44 si erano molto ridotti negli effettivi,
numericamente riprese vigore con uno stillicidio di azioni che impegnarono
duramente le guarnigioni fasciste e tedesche le quali, soprattutto nei piccoli paesi,
sopportarono attacchi cruenti.
Inoltre il 25 maggio era scaduto il termine per presentarsi alla chiamata di leva da
parte dei giovani della classe 1925 e le autorità della Repubblica Sociale si erano rese
conto che molti non avevano aderito alla chiamata imboscandosi o salendo in
montagna.
Nel mese di giugno le autorità nazifasciste decisero così di organizzare un vasto
rastrellamento di tutta l area ossolana impegnando almeno 3.000 uomini appoggiati
da mezzi notevoli.
Furono due settimane di autentico calvario per le formazioni partigiane intrappolate
sulle montagne e negli alpeggi, senza rifornimenti e circondate da forze soverchianti.
Il rastrellamento si concluse con la cattura di alcune centinaia di partigiani molti dei
quali vennero passati per le armi ( a Verbania Fondotoce 43 furono fucilati il 17
giugno ed uno solo il quarantatrè , tuttora vivente - si salvò).
Il grande rastrellamento di giugno fu una operazione sanguinosa, ma non risolutiva
per le forze fasciste, anche poiché buona parte dei reparti partigiani riuscirono
comunque a sganciarsi riparando in Svizzera e poche settimane dopo la situazione
organizzativa e numerica delle bande era ritornata a livello dei mesi precedenti.
Il rastrellamento ebbe però gravi effetti sul territorio: baite, alpeggi, interi paesi
bruciati, dure rappresaglie portando così comunque la popolazione civile a sentirsi
più vicina al movimento partigiano.


GLI ACCORDI DI OMEGNA


Ad agosto vi furono una serie di abboccamenti tra i diversi reparti partigiani con un
accordo di massima per la spartizione territoriale e per il controllo delle diverse
vallate ossolane.
Non solo: si iniziò a parlare di una azione concentrica e coordinata contro i vari
capisaldi fascisti, ipotizzando un successivo concentramento verso Domodossola e
con l obbiettivo di liberare l intera area.
Rimasero peraltro profonde divergenze: scrive Superti l 8 agosto ad alcuni amici
svizzeri Ho sostenuto una lotta fortissima con i comunisti di Moscatelli e Pippo, pur trattando con loro e definendo intese. Con Marco Di Dio e Rutto invece accordo completo.
Ma il 31 agosto Superti è su posizioni ancora più caute su una possibile collaborazione con le brigate Garibaldi : La collaborazione non viene da subito...chi dice di un progettato organismo unico con loro (i comunisti - ndr) dice cose ancora sulla carta, le polemiche ed i malintesi sono ancora numerosi (Barlassina-Tagliarino in Cattolici ed Azzurri , ISRN, Novara 1973, pag. 66) .
Nello stesso giorno avviene un fatto abbastanza anomalo e poco ricordato: un
accordo ufficiale tra le formazioni autonome ed i tedeschi per la creazione di una
zona franca intorno agli stabilimenti industriali di Omegna in cambio
dell approvvigionamento di materie prime ed alimentari alle popolazioni della zona
che le autorità della R.S.I. avevano bloccato da due settimane sostenendo che la gran
parte delle derrate andassero a finire nelle mani dei partigiani.
Venne redatto un vero e proprio trattato fra le parti ( accordo concluso senza
l intervento delle autorità fasciste) volto a riconoscere in modo indiretto l effettiva
sovranità partigiana sulle alture circostanti.
Contestualmente da una parte i tedeschi si impegnavano a non più operare con azioni
di controguerriglia, ma i partigiani parimenti a non disturbare più le truppe tedesche
del Cusio.
Avuto conoscenza dell accordo (preso senza interpellarli) i Garibaldini insorsero e
la tensione crebbe tra i diversi gruppi partigiani e divenne ancor più acuita quando la
direzione nazionale del CNL di Milano bollò l iniziativa come politicamente
insostenibile e ne chiese la revoca.
Sta di fatto che alla fine di agosto del 44 la presenza delle brigate Garibaldi era
preponderante in Valsesia ma nell Alto Novarese piuttosto ridotta limitandosi al
controllo della Valle Antrona sopra Villadossola ed ad alcuni reparti in Valle
Cannobina, al comando di Mario Muneghina, che dette vita alla formazione
Valgrande Martire .


LA LIBERAZIONE DI DOMODOSSOLA


Lo svolgersi delle operazioni che portarono alla liberazione di Domodossola e
conseguentemente alla nascita della Repubblica dell Ossola furono causa di grosse
polemiche all epoca dei fatti ed anche successivamente fino agli anni 70, quando
l interesse per questi avvenimenti venne a scemare anche per la progressiva
scomparsa dei diretti protagonisti.
E indubbio infatti che Domodossola non venne liberata con una azione militare, ma dopo una serie di accordi tra gli esponenti locali fascisti ed i tedeschi da una parte e le brigate partigiane autonome dall altra, con il diretto intervento del clero locale.
I Garibaldini, fedeli alla direttiva del CNL con il nemico non si tratta ma si combatte sollevarono immediatamente ed anche in seguito grosse riserve su questo modo di agire, gli Autonomi ribatterono sempre che la necessità di risparmiare alla città ed alla popolazione una battaglia prevedibilmente cruenta li aveva spinti a tale risoluzione ( Mario Giarda la Resistenza nel Cusio Verbano Ossola pag. 120)
Un esame accurato degli avvenimenti porta addirittura a pensare che l obbiettivo
principale di questa azione sia stato proprio quello di estromettere i garibaldini dalla
occupazione della città prendendoli in contropiede anche sui tempi - per limitarne
poi la loro presenza militare e politica in tutta la zona.
Secondo una documentazione proposta dall Istituto Storico della Resistenza di
Novara, si avrebbe conferma di questo da alcuni documenti peraltro non specificati
conservati anche dall Archivio di Stato di Washington.
Siamo comunque ai primi giorni di settembre del 44: si stringe progressivamente la
morsa intorno ai piccoli presidi fascisti dei paesi di fondovalle ed a poco a poco le
varie teste di ponte nelle vallate minori vengono abbandonate ed i militari della RSI
ripiegano sul fondovalle principale a Domodossola, Villadossola, Premosello,
Masera.
A Borca di Macugnaga a comandare il presidio c è un giovane tenente di cui si
sentirà parlare, Giorgio Almirante, che nelle sue memorie ricorda lo sganciamento
avvenuto senza sparare un colpo ed il ridispiegamento del suo reparto alla periferia
di Verbania. ( Memorie di un fucilatore ed. Il Borghese 1974)
La Valle Formazza viene evacuata dai fascisti, poi il 4 settembre è la volta della Valle
Antigorio (vi è uno scontro presso Baceno ed i partigiani vengono respinti, ma poi la
locale caserma viene abbandonata ed il presidio arretra su Crodo e da qui scende a
Domodossola).
Da alcuni giorni la Valle Antrona era già nelle mani dei partigiani (della brigata
Garibaldi) ed alla fine si arrendono anche il presidio di Santa Maria Maggiore e
Toceno (Valle Vigezzo) i cui militari fascisti e tedeschi ottengono di poter passare in
Svizzera e da qui alcuni vengono rimpatriati in Italia da Locarno, via lago.
Il 5 settembre, oltre a Domodossola, restano presidi italo-tedeschi consistenti solo a
Santa Maria Maggiore in Valle Vigezzo, nell abitato di Masera alle porte di
Domodossola, ed a Villadossola, Piedimulera e Premosello.


LA VITA IN QUEI GIORNI


Il 7 settembre un episodio dà un esempio del clima del tempo ed anche della casualità di certi fatti: il parroco di Masera don Bandoni ottiene di poter andare con un camion messo a disposizione da una azienda locale fino a Cressa (tra Borgomanero e Novara) per tentare di recuperare della farina per la popolazione che era ridotta veramente alla fame e per farlo ottiene un lasciapassare dal comando tedesco ma, perché il camion non venga saccheggiato dai partigiani, ottiene di poter essere accompagnato ufficialmente in cabina dallo stesso maggiore Superti, capo partigiano di cui abbiamo già parlato e così, con questa sorta di duplice lasciapassare, si passano indenni i contrapposti posti di blocco.
Il camion rientra il successivo giorno 8 settembre ed all arrivo Don Bandoni ha
notizia che nella notte il presidio del paese (18 tedeschi ed 8 fascisti) era stato
attaccato dai partigiani. La situazione era nel frattempo entrata in una fase di stallo:
circondati ma non arresi, i fascisti non vogliono deporre le armi.
Il parroco fa la spola tra le due parti ma alle 18 inizia un violento fuoco contro la
casermetta. Poco dopo gli giunge un biglietto: i partigiani sospenderanno il fuoco ma
tratti la resa. Inizia quindi la trattativa ed alla fine i 18 tedeschi vengono inviati in
Svizzera via treno, i fascisti sono autorizzati a raggiungere Domodossola ed i
partigiani di Arca entrano in paese.
Intanto il prevosto di Domodossola, un suo coadiutore e poi lo stesso Don Bandoni
(Masera e Domo distano tra loro non più di tre chilometri) iniziano una trattativa più
importante con il capo della piazza tedesca, tenente Cleps, che tra l altro era
ricoverato in ospedale, ed il capo locale delle formazioni della milizia fascista, il
maggiore Bronzi.
Sulle prime i due responsabili rifiutano proposte di resa, poi si rendono conto che
Domodossola è in pratica completamente circondata, che verso sud le strade e le due
linee ferroviarie sono bloccate, che resistono solo i presidi all ingresso del
capoluogo.
Passa la notte tra l 8 ed il 9 settembre: la trattativa si allarga al commissario di P.S.
della città dott. Pinelli ed al sig. Maffi, commissario del fascio repubblicano di
Domodossola. Per parte partigiana intervengono il maggiore Superti, il capitano di
Dio ed il comandante Arca della Piave , un gruppo partigiano politicamente
orientato verso il partito liberale che operava in Valle Cannobina sopra Cannobio.
(Armando Calzavara, detto Arca : l ho conosciuto personalmente e con lui ho avuto molti colloqui, come già avanti riportato: lucidissimo anche se anziano è morto improvvisamente pochi anni fa a Roma in un incidente stradale ndr)
Giunge intanto notizia che il presidio fascista di Piedimulera è stato sopraffatto e vi
sono stati 6 morti ma nel contempo che da Verbania Intra i fascisti della San
Marco hanno iniziato a risalire la sponda occidentale del lago Maggiore verso
Cannobio e potrebbero prendere d infilata i partigiani, tanto che Superti abbandona il
tavolo delle trattative per controllare la minaccia.
Prevale il senso della misura e la consapevolezza tra i fascisti che trattare con gli
Autonomi è comunque possibile mentre ben diversa sarebbe la situazione se
davanti a loro ci fossero i comunisti.
Alla fine si preparò un accordo: onore delle armi a fascisti e tedeschi, esodo
autotrasportato dei militi fascisti non verso la Svizzera ma verso sud a cura delle
forze partigiane, libertà della popolazione civile che volesse seguire la colonna
militare a poter abbandonare la zona senza rischi per le persone ed i beni.
Contestualmente le bande Autonome sarebbero scese in città prendendo subito
posizione a difesa dell abitato (da chi ?).
Alle 17.50 iniziò la tregua d armi segnalata da un razzo fumogeno - mentre ai
presidi fascisti di Varzo ed Iselle si dava il permesso di scendere a Domodossola.
L incontro definitivo avvenne poche ore dopo in località Croppo di Trontano,
presenti alcuni capi partigiani tra cui il leader DC Eugenio Cefis ( nome di battaglia
Alberto , Cefis era a quell epoca il vice-comandante della Valtoce . Divenuto poi manager industriale e finanziario ed esponente del mondo cattolico, Cefis è recentemente scomparso in Svizzera, a Lugano, nella primavera di quest anno ndr), il magg. Bronzi con due tenenti tedeschi, tre sacerdoti guidati dal prevosto di Domodossola, don Luigi Pellanda.
L intesa difficile fu sul punto delle armi ma alla fine si raggiunse un accordo: ai
tedeschi si lasciavano solo quelle tedesche, ai militi della G.N.R. (Guardia Nazionale
Repubblicana) l armamento personale ed una mitragliatrice. I mortai disponibili
sarebbero passati ai partigiani che si impegnavano a difendere Domodossola dalla
prevedibile discesa delle bande Garibaldi. L autocolonna doveva essere pronta per
l indomani 10 settembre, alle 6 del mattino.


IL 10 SETTEMBRE


L autocolonna mosse verso le 7.30 con oltre 700 persone tra militari e civili
prendendo la via del lago Maggiore non per la larga e più comoda statale del
Sempione ma attraverso la provinciale di Beura. Il motivo è evidente: i partigiani
comunisti non sapevano nulla degli accordi e la colonna non sarebbe così passata da
Villadossola (ai piedi della Valle Antrona, occupata dalla Garibaldi) ma solo a
qualche chilometro di distanza ed infatti non venne minimamente disturbata tanto da
giungere a Gravellona (25 km. più a sud) nel bel mezzo di uno scontro armato, come
vedremo più oltre.
Il risentimento dei partigiani comunisti fu subito evidente e ben traspare dal libro Il
Monterosa è sceso a Milano scritto dai leaders del PCI Moscatelli e Secchia:
Malgrado precise disposizioni emanate dal CLN che stabilirono di non doversi mai trattare con i tedeschi, i comandanti Alfredo Di Dio e Superti accordarono al nemico, praticamente abbattuto e circondato, delle condizioni di resa che, anche alla luce degli episodi successivi, non possono che essere giudicate gravi e pericolose per i partigiani. Si concesse infatti ai tedeschi di abbandonare Domodossola con gran parte delle proprie armi ( ) e la loro resa venne conclusa non solo in palese contrasto con la disposizioni del comando generale, ma anche contro il parere di altri capi delle unità combattenti (pag. 379 e seg.)
Partiti i fascisti ed i tedeschi da Domodossola, Don Pellanda, don Luigi Zoppetti,
Superti, Di Dio e Cefis decisero di dar immediatamente vita ad una Repubblica
dell Ossola anche per mettere Moscatelli davanti al fatto compiuto e procedettero a
formare una Giunta di Governo con in netta maggioranza (sei membri su sette)
elementi anticomunisti. A farne parte vennero infatti chiamati i componenti del CLN
di Domodossola (uno per partito politico) mentre a Presidente venne designato il
prof. Ettore Tibaldi, un socialista di antico stampo, già primario dell ospedale di
Domodossola ed espatriato clandestinamente in Svizzera nel gennaio precedente.
E il mattino del 10 settembre e subito sui muri cittadini appare un proclama di
Superti che annuncia l avvenuta costituzione della Giunta di governo.
I primi gruppi partigiani entrano in città con la popolazione che è ancora all oscuro di
tutto, anche perché la partenza della colonna di camion verso sud è avvenuta di prima mattina ed in assoluta discrezione.
Esplode dicono le cronache una grande gioia collettiva, ma nessun grave episodio
di violenza né di rappresaglia contro i fascisti locali viene a turbare la giornata.
Nei giorni successivi a Domodossola e nella zona vennero peraltro arrestate circa 250 persone (tra le quali ben 175 donne) e rinchiuse nella colonia estiva di Druogno, in Valle Vigezzo.
E il fronte politico che invece scalpita: i comunisti negano che una giunta stabilita e
nominata dall alto possa interpretare la volontà popolare, il comando del CLNAI da
Milano fa sapere il 12 settembre di non riconoscere la Giunta tanto che Valendosi dei
poteri conferitigli dal Governo nazionale italiano ( il governo del sud, in quel momento la linea del fronte era intorno a Firenze, ndr) si dichiara nullo e privo di ogni effetto l ordine di costituzione della Giunta provvisoria emanato a Domodossola il 10 settembre u.s. dal comandante della divisione Valdossola ( Massara Antologia della Resistenza nella provincia di Novara ISRN ).
Sono dichiarazioni che in Ossola non hanno comunque conseguenze pratiche e la
Giunta inizia subito a deliberare: cambiamento nell intitolazione delle strade,
riforma scolastica, messa al bando di libri fascisti, sovrastampa dei francobolli,
scioglimento dei Carabinieri e della Guardia di Finanza e costituzione al loro posto
di una Guardia nazionale a reclutamento volontario .
Don Pellanda scriverà anni dopo sul suo libro L Ossola nella tempesta : Molto più
difficile di governare fu raggiungere un coordinamento ed un minimo di disciplina tra i diversi gruppi partigiani ( ) si aggiunga che ciascun gruppo o partito aveva forze di polizia proprie che ubbidivano solo ai comandanti delle proprie unità. Ciò era comprensibile forse per chi da mesi viveva in ricoveri di fortuna, ma certo la nuova libertà e gli agi della città metteva a dura prova le loro capacità morali. Si aggiunga che ciascuna formazione ubbidiva alle proprie direttive politiche ed aveva una propria polizia. Insofferente alle limitazioni indicate da parte delle altre (pag. 85).
In campo economico fu emessa una carta moneta che in cittadini dovevano accettare
in cambio delle requisizioni, un prestito di Buoni del Tesoro al 5% con scadenza al
1.1.1948, un decreto per fare versare anticipi sulle future imposizioni tributarie.
In campo politico ed anche questa decisione fu molto criticata dal CNLAI si
sostenne che la Repubblica ossolana avesse il diritto di nominare propri
rappresentanti all estero e di fatto ciò avviò una stretta collaborazione con la
Confederazione Elvetica.
Ma tutto ciò esula da questa ricerca che vuole concentrarsi sui fatti precedenti
all azione di governo ed affrontare un punto fondamentale: quale fu la strategia della
decisione di dar vita ad un governo autonomo ? Fu una decisione programmata o
conseguente ai fatti che abbiamo cercato di descrivere ? Come si inserisce nella
guerra di liberazione: era insomma un fatto positivo oppure non ne ebbe effetti ?
Cominciamo dall ultimo aspetto: non c è dubbio che dal punto di vista militare le
conseguenze furono nulle, ma questo soprattutto perché l'Ossola non aveva
importanza strategica e gli alleati salvo l invio di pochi consiglieri e
probabilmente alcune spie infiltrate sul territorio non dettero quell appoggio
logistico necessario per proseguire nell esperimento.
Furono preparati ad esempio in pochi giorni ben due campi di aviazione uno a
Masera l altro in Valle Vigezzo ma nessun aereo venne ad atterrare inviato dal sud,
né furono effettuati lanci con paracadute di armi o vettovagliamenti.
Alcuni esponenti degli Alleati giunsero dalla Svizzera, ma vi fecero prontamente
ritorno ai primi di ottobre quando si capì che ormai la Repubblica dell Ossola che
visse per 33 giorni aveva i tempi contati.
Secondo la concezione dei gruppi partigiani comunisti (anche sull esperienza di un
analogo tentativo avvenuto in Valsesia alcuni mesi prima) non aveva molto senso
questa attività di autogoverno, limitandosi l obbiettivo delle loro puntate al piano a
rifornirsi di armi e di mezzi, ad eliminare avversari o far colpo sul morale e le
aspettative della popolazione civile.
Il punto fondamentale è la potenziale continuità di questo episodio repubblicano ed
è questo un aspetto ben valutato dai gruppi comunisti: la Repubblica Ossolana poteva
continuare finchè fosse stata tollerata dal nemico, ma non aveva risorse proprie per
difendersi né soprattutto poteva permettere di sfamare una popolazione che non
possedeva un territorio adatto a produrre alimentari in modo sufficiente.
Da questo punto di vista gli aiuti svizzeri ufficiali (a parte alcuni interventi della
Croce Rossa) furono sporadici e fatti pagare letteralmente a peso d oro segno che
oltre le montagne si guardava con una certa diffidenza all Ossola dalla quale
giungevano sempre più numerosi sfollati e rifugiati e quindi nuove bocche da
sfamare in territorio elvetico.
Ma diverse erano anche le considerazioni politiche: appare evidente che solo pochi
giorni prima di inizio settembre nessuno aveva minimamente programmato l azione e
le sue conseguenze, tanto che il governo ossolano pur poi ammantatosi di iniziative
di alto profilo ideale, ma ben poco realizzabili fosse per molti di fatto una
continuità amministrativa, volta ad evitare soprattutto rappresaglie, violenze e
turbamenti all ordine pubblico.
Se consideriamo ancora il diffuso clima anticomunista presente nei comandi delle
autonome ben si comprende l osservazione di Moscatelli pochi giorni dopo il suo
arrivo in Ossola, a proposito della attività della giunta di governo e di quello che
stava succedendo nel territorio:
..Insomma, qui c è questo: un sacco di brava gente appena arrivata dalla Svizzera che ora vuole creare per forza un governino pur di essere loro stessi dei ministrini, quando invece si dovrebbe pensare ad una giunta comunale con il suo bravo sindaco. Inoltre c è in giro tutto un lavorìo per escludere tutto ciò che puzza di rosso in genere, e di partecipazione popolare in specie ( in ISRN, fondo Brigate Garibaldi, b. 5 c. 11 Lettera da Cino a Ciro e Piotr (Secchia), 26.9.44 ndr)
Ne viene complessivamente l impressione che i Garibaldini, pur non disinteressandosi affatto dell aspetto formale della Repubblica, in un certo senso la
scavalcarono dedicandosi con maggiore attenzione alle organizzazioni di base ed al
problema di un comando unificato, considerati essenziali nella concezione di una
guerra di liberazione.
E sotto la spinta comunista che nascono e si sviluppano i Gruppi di difesa della
donna, il Fronte della Gioventù, le assemblee di fabbrica: il PCI inizia subito,
insomma, una penetrazione politica embrione di quello che verrà dopo il 25 aprile.
Pochi giorni dopo il 10 settembre, comunque, la Giunta provvisoria si
autoproclama Governo , allarga da 7 a 14 i propri componenti e pone mano a
moltissimi provvedimenti legislativi.


LA BATTAGLIA DI GRAVELLONA


Ma la data del 10 settembre va ricordata anche per un altro fatto, diretta conseguenza dell allontanarsi da Domodossola indisturbata e scortata dai partigiani
dell autocolonna dei fascisti e loro famigliari. Giunti infatti a Mergozzo, ovvero allo
sbocco della Valdossola, si ode un gran clamore di spari ed il via ad una battaglia.
Cos era successo ? Ignari di quanto stava avvenendo più a nord i partigiani di
Moscatelli avevano scatenato proprio quel giorno un offensiva su Gravellona Toce,
importante nodo stradale a tre chilometri di distanza.
Mentre in un primo tempo i partigiani sembrano in grado di sopraffare il locale
presidio fascista ecco che alle loro spalle arriva la colonna da Domodossola che può
prendere di infilata i partigiani che sono così costretti ad arretrare e riguadagnare la
montagna lasciando sul terreno ben 33 morti.
La gravità della concessione fatta a Domodossola a fascisti e tedeschi risulta ancor più evidente se si pensa che si dette loro la possibilità di piombare alle spalle dei partigiani che combattevano a Gravellona, come infatti avvenne, mentre se si fosse trattata la resa della guarnigione tedesca a Domo li si sarebbe almeno obbligati a riparare in Svizzera ( da Il Monterosa è sceso a Milano di Moscatelli e Secchia pag. 380).
Un motivo di più di attrito tra i diversi gruppi, ma anche il conseguente cristallizzarsi
del fronte. Gravellona e Mergozzo resteranno in mano fasciste (anche se in una foto
pubblicata a pag. 792 del libro di Pisanò già citato appare un gruppo di partigiani in posa in una località che è senz altro il lungolago di Mergozzo, quindi almeno per qualche tempo qui i partigiani devono esserci stati ndr) mentre il confine della Repubblica dell Ossola passerà poco più a monte, alle prime case di Ornvasso, là ove ancora ora un cippo ne ricorda l esistenza. Era il 10 settembre 1944: la Repubblica dell Ossola nacque quel giorno e sarebbe vissuta fino al 13 ottobre, quando l ultimo gruppo partigiano della Val Formazza, attraverso Passo San Giacomo, riparò in Svizzera.

 

Fonte: Marco Zacchera

lagnanMilitari svizzeri e partigiani ossolani alla frontiera Iselle - Gondo.
lagnanMilitari svizzeri e partigiani ossolani alla frontiera Iselle - Gondo.

La “repubblica” dell’Ossola è certamente la più nota e prestigiosa delle 18 “zone libere” partigiane che ebbero vita tra estate e autunno 1944 in piena occupazione tedesca1. L’esperienza ossolana prese l’avvio con la resa dei presidi nazifascisti2 alle forze partigiane, conclusa nel tardo pomeriggio del 9 settembre 1944 al Croppo di Trontano all’immediata periferia di Domodossola. La trattativa tra ufficiali partigiani (delle formazioni “Valdossola” e “Valtoce”), tedeschi e della Milizia fascista, fu abilmente mediata dai parroci di Masera, don Severino Baldoni, e di Domodossola don Luigi Pellanda. Questi seppero ben rappresentare alla delegazione tedesco-fascista la convenienza di venire a un rapido accordo con le due formazioni “autonome”, considerate moderate, approfittando dell’assenza dei più temibili “garibaldini”. Tali argomenti e una voluta esagerazione del potenziale in uomini e armi dei partigiani risultarono convincenti evitando così la contrapposizione armata tra gli opposti schieramenti, prospettiva che non entusiasmava nessuno.
Così la delegazione partigiana consentì sbrigativamente che gli ufficiali tedeschi conservassero l’arma individuale, che la loro truppa si tenesse anche le armi di accompagnamento di fabbricazione germanica purché tutti abbandonassero la zona. In mano partigiana, garibaldini esclusi, cadde comunque un prezioso quantitativo di armi e munizioni.
Le condizioni della resa vennero poi criticate dagli irritati garibaldini e successivamente anche dal colonnello Giuseppe Curreno della Maddalena (Delle Torri) del “Comando Unico zona Ossola” in una sua relazione al C.V.L. 3.
La liberazione del settembre coronava un periodo di particolare vivacità e combattività delle forze partigiane della zona, malgrado che nel giugno precedente un
La “repubblica” dell’Ossola
Paolo Bologna
pesante rastrellamento condotto da numerose truppe tedesche e fasciste nel comprensorio montano della Val Grande avesse inferto un duro colpo alle formazioni ivi insediate, la “Valdossola” di Dionigi Superti e le meno numerose “Giovane Italia” e “Cesare Battisti”. Su poco meno di 500 partigiani impegnati dagli attaccanti, quasi 300 erano caduti in combattimento o nelle allucinanti fucilazioni (quasi sempre precedute, in questa e in altre occasioni, da sevizie inferte ai prigionieri) seguite al rastrellamento. In dieci giorni, dal 17 al 27 giugno e in nove località diverse i fucilati furono circa un centinaio tra cui, il giorno 20, le quarantadue vittime di Fondotoce. Un 43° prigioniero compreso fra i morituri, il diciottenne Carlo Suzzi di Busto Arsizio riuscì a salvarsi benché ferito, uscendo nottetempo dall’ammasso dei cadaveri dei compagni.
Contrariamente alle previsioni dei nazifascisti, dopo quel sanguinoso rastrellamento le forze partigiane avevano ripreso vigore. La ricostituita “Valdossola”, con circa 150 uomini, si era insediata sulle alture sovrastanti Premosello e controllava la sinistra orografica del Toce da Beura sino a Mergozzo. Nell’Intrese operavano i garibaldini della 85a Brigata “Valgrande martire” (nata da una scissione con la formazione di Superti) comandata da Mario Muneghina. Tra Intra e Cannero e la retrostante Valle Cannobina agivano la “Cesare Battisti” di Armando Calzavara (Arca) con circa 80 uomini e la “Generale Perotti”4 di Filippo Frassati (Pippo) con circa 60. Dall’unione operativa di queste due formazioni nacque nell’agosto la Brigata “Piave”. Sulla destra del Toce era presente la “Valtoce” di Alfredo Di Dio che aveva le sue basi operative sopra Ornavasso.
Verso il Cusio era tradizionalmente insediata la “Filippo Beltrami” al comando di Bruno Rutto, che aveva raccolto l’eredità dell’omegnese capitano Beltrami,caduto a Mégolo nel febbraio precedente. I garibaldini dal canto loro tenevano da tempo i passi alpini di Baranca e del Turlo che dalla Valle Anzasca mettevano in comunicazione con la Val Sesia dove era il comando di tali formazioni, tenuto da Eraldo Gastone (Ciro) e da Vincenzo Moscatelli (Cino). Dalla Val Sesia i loro reparti si erano spinti per l’Anzasca nelle Valli di Antrona, di Bognanco, di Antigorio e assorbiranno poi il battaglione autonomo “Fabbri” organizzato dai fratelli Ugo e Ottavio Scrittori di Villadossola dando vita alla 83a Brigata garibaldina “Comolli”.Con l’aumento degli organici poco prima della liberazione dell’Ossola, venne costituita la 2a Divisione Garibaldi “Redi”5.
Tra l’alta Valle Isorno e le valli Antigorio e Vigezzo era infine presente un’altra formazione autonoma di Pietro Carlo Viglio; diventerà poi la “Brigata Matteotti”. In totale le forze partigiane alla vigilia della liberazione dell’Ossola assommavano a 1500 uomini o poco più, non tutti armati.
Nell’agosto si intensificò la pressione dei partigiani sui presidi nazifascisti, sempre più in difficoltà nel contrastare gli antagonisti delle varie formazioni, che compivano frequenti colpi di mano, controllavano con improvvisi blocchi le strade delle valli e la nazionale del Sempione, interrompevano le comunicazioni ferroviarie e spesso l’erogazione di energia elettrica prodotta nell’Ossola e diretta alle industrie. Occupanti e fascisti si sentirono sempre più isolati, scollegati dai comandi, costretti a rinchiudersi a difesa nei loro alloggiamenti.
I tedeschi incorporavano oltre a un contingente di efficiente polizia militare, parecchi uomini con notevole anzianità di servizio (la Germania era in guerra da 5 anni) di truppa confinaria-doganale, addirittura alcuni reparti di ex prigionieri di guerra dei Paesi dell’Est. La truppa fascista era composta da un coacervo di Milizia Confinaria e ordinaria raggruppate nella G.N.R.6, dalla neonata “Brigata Nera” istituita in luglio, da coscritti dell’esercito regolare con compiti ausiliari. In complesso, un campionario militare che proprio sul finire di quella calda estate accusò rese e diserzioni, individuali e di gruppo, ma ancora capace di pericolose reazioni, che purtroppo si verificarono.
Il 26 agosto un picchetto tedesco passò per le armi nel carcere di Domodossola tre giovani che vi erano stati rinchiusi dalla Milizia; l’esecuzione venne messa in relazione col recente ferimento del comandante del presidio germanico. Ancora, in quegli ultimi convulsi giorni, un operaio padre di tre figli venne colpito a morte da due giovanissimi militi in una via della città, un partigiano vigezzino tratto di prigione e ucciso. Il suo corpo massacrato (frequente il ricorso, da parte dei militi fascisti, all’orrendo vilipendio dei cadaveri) venne abbandonato sulle rive del Toce. Infine a Premosello l’ultimo sanguinoso colpo di coda di fine agosto. Il 29, in risposta alla cattura di un loro motociclista, numerosi tedeschi giunsero in paese e uccisero a fucilate e pugnalate un partigiano e quattro innocenti anziani (di cui due donne), incendiarono alcune case e prelevarono una cinquantina di ostaggi.
Ma nei giorni successivi dal 2 all’8 settembre in rapide sequenze si strinse infine il cerchio attorno a Domodossola. Alcune fortunate azioni forzarono le chiavi di volta della difesa nazifascista ponendo così le premesse per la resa, benchè in città si fosse concentrata una ancor rispettabile forza di almeno 600 uomini, costretti dunque ad alzare bandiera bianca. II 2 settembre la “Piave” riuscì a liberare Cannobio sul Lago Maggiore mentre i garibaldini della “Valgrande Martire” impegnavano a scopo diversivo il munito presidio di Intra, poi il nemico dovette evacuare Oggebbio e quindi tutta la fascia rivierasca dal confine di Piaggio Valmara sino alle porte di Intra. Ancora la “Piave” dalla Cannobina per il Passo di Finero e per la Valle Vigezzo scese nell’Ossola liberando Malesco, raggiungendo da qui il valico di Ponte Ribellasca da un lato, Santa Maria Maggiore e Druogno dall’altro e assediando il giorno successivo Masera dove impegnò combattimento.
L’8 i garibaldini, che avevano già sloggiato tedeschi e milizia dalle altre valli entrarono a Varzo (i tedeschi del presidio ebbero via libera per la vicina Svizzera) e a Crevoladossola, mentre “Valtoce” e “Valdossola” attaccarono e dispersero il presidio di Piedimulera forte di oltre 100 uomini fra tedeschi (che alle prime avvisaglie abbandonarono il campo) e fascisti, che sostennero il peso dell’attacco lasciando sul terreno alcuni morti.
Il capoluogo ossolano fu così completamente isolato e si giunse alla resa del Croppo mentre i partigiani persero Cannobio sul lago Maggiore, rioccupata agevolmente da un forte contingente di fascisti (paracadutisti dell’Aeronautica e allievi ufficiali della G.N.R.) appoggiati da tedeschi e da artiglieria. Dovette quindi venire arretrato al ponte di Falmenta a circa metà della stretta Valle Cannobina il confine della zona libera; e non riuscì poi il tentativo di allargarla sino all’importante e strategico crocevia di Gravellona Toce, obiettivo di un azzardato attacco, dopo che il 12 settembre “Garibaldi” e “Beltrami” erano riuscite a occupare temporaneamente Omegna. Nei furiosi combattimenti protrattisi per due giorni i partigiani subirono perdite dolorose e dovettero infine desistere. Come Cannobio, anche Gravellona rimase così in mano fascista.
Il territorio della zona liberata comprendeva tutta la vallata dell’Ossola, con l’appendice della Cannobina gravitante sul Lago Maggiore. I centri principali della regione in mano partigiana oltre alla stessa Domodossola erano Villadossola, Ornavasso e Mergozzo. In mano nemica restava il lato inferiore del grosso triangolo che configura l’Ossola cioè la fascia rivierasca del Lago Maggiore dal confine italo-svizzero di Piaggio Valmara sino a Verbania-Fondotoce e al nodo stradale di Gravellona Toce.
La liberazione dell’Ossola costituì in pratica il coronamento di un progetto abbozzato e discusso nei mesi precedenti tra il capo della Missione inglese a Lugano (Special Operation’s Service), Mc Caffery ed esponenti del C.L.N.A.I.7 che ipotizzava lo sgombero del territorio ossolano per trasformarlo in una testa di ponte, capace di ricevere anche aviosbarchi alleati, per un attacco alla pianura padana. L’iniziativa era caldeggiata dallo stesso Ettore Tibaldi, noto antifascista e primario dell’ospedale di Domodossola che dopo l’insurrezione di Villadossola dell’8 novembre 1943 si era rifugiato a Lugano. Dal canto suo il comandante garibaldino Ciro (Gastone) aveva proposto l’istituzione di un comando unico per tutte le formazioni partigiane della fascia alpina del Biellese, Valsesia, Ossola e Verbano, come passaggio operativo necessario per giungere alla liberazione delle suddette vallate. Se il progetto alleato non venne ulteriormente approfondito i garibaldini dalla Val Sesia spinsero però la loro penetrazione nelle valli dell’Ossola.
A Domodossola la nascita ufficiale della “repubblica”8 fu annunciata il 10 settembre da un manifesto, che ordinava la costituzione di una Giunta provvisoria amministrativa per la città di Domodossola e territori circostanti. Capo indiscusso della Giunta fu il socialista Tibaldi che all’atto di lasciare Lugano per rientrare in Ossola si preoccupò di intrattenere gli Alleati sollecitandone l’aiuto. Affiancavano il Tibaldi il sacerdote Luigi Zoppetti, il comunista Giacomo Roberti (nei giorni successivi vennero sostituiti rispettivamente da don Gaudenzio Cabalà e da “Oreste Filopanti”, il ferroviere Emilio Colombo), l’indipendente ing. Giorgio Ballarini e il dr. Alberto Nobili, liberale.
La Giunta rifletteva nella sua composizione le diverse forze politiche impegnate nella lotta di liberazione. Nei giorni successivi, anche su suggerimento del C.L.N.A.I. che desiderava una maggiore articolazione e rappresentatività dei Partiti, vennero cooptati altri commissari: il socialista prof. Mario Bonfantini, l’azionista ing. Severino Cristofoli, il democristiano avv. Natale Menotti e la comunista Gisella Floreanini. In aiuto al segretario avv. Oreste Barbieri, un funzionario a riposo del Comune di Domodossola, venne nominato un “aggiunto” nella persona di Umberto Terracini.
Ogni membro si occupava di diversi settori della vita amministrativa, dalle finanze ai trasporti, dal lavoro all’istruzione sino ai collegamenti col C.L.N. e con l’autorità militare di occupazione (sic), cioè le formazioni partigiane. Fra le attribuzioni del Presidente c’era anche quella dei rapporti con l’Estero e ciò provocò una pronta lagnanza della delegazione luganese del C.L.N.A.I. che ritenne inammissibile un ministero degli Esteri così come censurò l’ordine di costituzione emanato dal Superti dichiarandolo nullo e privo di effetto perché di competenza del C.L.N. e non dei comandanti militari del C.V.L.
Gli scogli furono superati (abbiamo provveduto a mettere le cose a posto scriveva la delegazione luganese del C.L.N.A.I. il 18 settembre) con buon senso ma nel rispetto della legalità. La nomina della Giunta venne ratificata non appena il verbale di costituzione e di insediamento dell’11 settembre giunse a Lugano, mentre per i contatti con l’estero (in pratica con la Svizzera) il conflitto venne composto con la nomina di un rappresentante della Giunta nella persona dell’on. Cipriano Facchinetti residente a Lugano. Tramite la Legazione d’Italia a Berna la Giunta prese contatto col legittimo governo nazionale di Roma ricevendone un entusiastico telegramma a firma di Bonomi (un secondo messaggio venne inviato al comando partigiano) con assicurazioni e promesse che poi il precipitare degli avvenimenti vanificò completamente.
Intanto in città si ricostituiva il C.L.N., composto dal liberale avv. Tito Chiovenda, dal socialista avv. Ugo Porzio Giovanola, dall’azionista prof. Gianfranco Contini, dal comunista Giuseppe Marchioni e dal sacerdote prof. Luigi Zoppetti per la D.C. Si formava la Giunta comunale con cinque membri (sindaco il socialista geom. Carlo Lightowler) e anche negli altri comuni della zona nascevano i C.L.N. e si nominavano sindaci in sostituzione dei destituiti podestà.
A breve distanza dall’entrata dei partigiani nel capoluogo gli organismi civili si dettero così una struttura operativa. Nel clima di entusiasmo che aveva pervaso gli ossolani si organizzarono il Fronte della Gioventù a Domodossola, Villadossola e Varzo, l’Unione Donne Italiane col Gruppo difesa Donne, le Camere del Lavoro a Domodossola e a Villadossola. Si elessero commissioni interne di fabbrica destituendo quelle nominate durante il fascismo. Risorsero i sindacati liberi che chiesero, come prima rivendicazione, un miglioramento salariale di 3 lire giornaliere e aumenti di stipendi per i dipendenti del pubblico impiego. Furono tenuti vari comizi e la stampa ebbe un eccezionale sviluppo. A cura della Giunta uscirono quattro numeri del settimanale Liberazione e parecchi numeri del Bollettino di informazione. I garibaldini pubblicarono Unità e libertà. L’Unità e L’Avanti! uscirono con un numero speciale, la formazione di Di Dio dette alle stampe Valtoce e la “Matteotti” di recente costituzione pubblicò un numero de Il Patriota. L’installazione di una emittente radiofonica (se ne erano occupati l’ing. Bruno Zamproni di Domodossola e il radiotecnico Benvenuto Trischetti) dovette arrestarsi alle prove tecniche per la sopravvenuta rioccupazione nazifascista della zona.
Nelle dodici sedute tenute nel capoluogo ossolano e nella 13a ed ultima a Premia quando Domodossola era già stata evacuata, la Giunta deliberò in materia di economia e di finanza, sociale e assistenziale, valutaria, in merito all’approvvigionamento dei viveri necessari alla popolazione civile e ai reparti armati; si occupò della toponomastica cittadina per il cambiamento di denominazione di vie e piazze dedicate a personaggi o avvenimenti fascisti, approvò la stampigliatura dei francobolli correnti istruendo regolare pratica con l’U.P.U. (Unione Postale Universale) di Ginevra. Vennero anche istituite la commissione di epurazione per esaminare la posizione di iscritti al P.R.F.9, militi fascisti, collaborazionisti ecc. rimasti in zona e rinchiusi nelle carceri cittadine, poi, rivelatesi queste insufficienti, nel teatro “Galletti” e infine trasferiti nel più ampio campo di concentramento istituito a Druogno nella “colonia estiva” della località. La sorveglianza dei detenuti, il cui numero salì in pochi giorni a più di 250, era affidata alla “Guardia Nazionale”, un organismo di polizia costituito nella seduta del 14 settembre, che raggruppava gli elementi già appartenenti a Carabinieri, Finanza, Pubblica Sicurezza, Forestale oltre a volontari locali. Il nuovo Corpo era agli ordini del colonnello Attilio Moneta e doveva, tra l’altro, evitare interferenze e iniziative delle varie polizie militari delle singole formazioni, che in quei giorni agirono senza coordinamento, causando lagnanze che la Giunta fece proprie e cui cercò di porre rimedio. L’amministrazione della giustizia fu affidata all’avvocato milanese Ezio Vigorelli, socialista, con l’incarico di consulente legale e giudice straordinario. Vigorelli, i cui due giovani figli Bruno e Adolfo nel giugno precedente erano morti nel rastrellamento della Val Grande, dette prova di serena prudenza giuridica e di onestà personale. I reggitori della “repubblica” non consentirono vendette né ordinarono alcuna esecuzione, anche se nell’arco temporale della liberazione ossolana i tribunali delle formazioni partigiane (sottratti alla giurisdizione del giudice straordinario) eseguirono alcune fucilazioni. Vigorelli non fu il solo consulente esterno cui la Giunta si rivolse nel suo esperimento di libero governo: in altri campi dettero la loro collaborazione oltre al già citato Facchinetti, Luigi (Gigino) Battisti, figlio dell’eroe trentino, che curava i rapporti economici con la Svizzera e che tentò inutilmente di ottenere dal governo elvetico una partita di armi, i commercialisti Mario Malvestiti e Luigi Padoin per l’amministrazione della Giunta e la formazione del bilancio, il prof. Carlo Calcaterra e il direttore didattico locale Alcide Bara che collaborarono con il commissario all’istruzione alla stesura di un progetto di riforma della scuola. L’ordinamento proposto prevedeva una scuola unica di tre anni, detta ginnasio inferiore, valida per l’ammissione a tutte le scuole medio - superiori (ginnasio superiore di 2 anni, liceo di 3, istituto magistrale di 4). Le scuole professionali dovevano essere strutturate su corsi biennali di avviamento, su una scuola triennale di avviamento professionale industriale, sull’avviamento professionale commerciale di tre anni e sulla scuola tecnica industriale di due anni. La commissione proponeva anche l’abolizione dei libri di testo improntati allo spirito del passato regime e poneva le basi per impedire che la scuola fosse esclusivamente classica o aristocratica.
A cura di Mario Bonfantini si iniziarono anche i corsi di una “università popolare” sulla storia dell’Europa moderna. Dirigenti e operai delle industrie locali dettero entusiasticamente la loro opera progettando e approntando rudimentali bombe a mano, un carro blindato, alcuni lanciafiamme e il carburante occorrente all’autoparco civile e militare con ingredienti disponibili in loco.
Il grave problema dell’approvvigionamento alimentare della popolazione civile e delle formazioni partigiane venne affrontato mediante accordi commerciali con la Svizzera, avviati da Gigino Battisti. Si ottenne subito una cessione di 20 tonn. giornaliere di patate attraverso la Croce Rossa Svizzera e si concordò con il governo di Berna un sistema di compensazioni per ottenere dal Paese confinante forniture alimentari contro prodotti industriali degli stabilimenti ossolani che avevano in giacenza partite interessanti l’economia elvetica quali pirite, acido solforico, abrasivi, cloro liquido, eccetera. Il crollo della “repubblica” anche in questo caso impedì il perfezionamento delle trattative.
Le cure della Giunta provvisoria dovettero anche rivolgersi alle questioni militari connesse alla difesa del territorio. Il 18 settembre si decise di dare vita a un comando militare unico con compiti di coordinamento fra le varie formazioni. La responsabilità di tale comando venne affidata al colonnello Federici (avv. Giov. Battista Stucchi di Monza). Alla costituzione formale si giunse solo dopo diverse trattative che videro spesso posizioni di netto contrasto fra i capi partigiani, gelosi delle proprie prerogative e condizionati dalle differenti collocazioni politiche. Anche se il comando unico non riuscì a svolgere i compiti che si era prefisso, tanto che lo stesso Federici lo definì una barca che fa acqua da tutte le parti, costituì comunque un momento di unità politicamente interessante e la formula verrà ripresa e migliorata all’inizio del 1945, negli ultimi mesi di lotta.
Già nei primi giorni di ottobre si era saputo che i nazifascisti stavano organizzando la riconquista dell’Ossola convogliando a ridosso del “confine” truppe e armamenti. La notizia dell’attacco che si stava delineando servì quanto meno a smussare attriti e rivalità tra i comandanti partigiani che ritrovarono univoca volontà di reazione che si trasmise ai reparti dove i motivi di sfiducia non mancavano. Fonte di rammarico e di critica fu soprattutto l’atteggiamento degli Alleati, che non sostennero i difensori dell’Ossola, dove erano stati predisposti due campi per i lanci di materiale bellico, uno a S. Maria Maggiore in Valle Vigezzo e l’altro alla periferia di Domodossola.
Gli Alleati effettuarono due unici lanci di armi alla sola “Valtoce”. La loro aviazione leggera era anche intervenuta verso fine settembre nel Verbano affondando, e provocando vittime, tre battelli in navigazione: il “Torino”, il “Milano”, carico di truppa fascista e il “Genova”, con truppa e passeggeri civili. Questa azione servì, nei giorni successivi, a intimorire i giovani militari dei Corpi neofascisti impegnati nella riconquista dell’Ossola, che avanzarono con la costante preoccupazione di venire attaccati dall’aviazione alleata, cosa che non avvenne.
I comandanti avevano intanto consolidato lo schieramento che le formazioni avevano assunto sin dai primi giorni della liberazione mantenendo in pratica il controllo delle zone del vecchio insediamento precedente alla resa. Alla difesa erano interessate anche la “Beltrami” sul Cusio e la la e 2a “Garibaldi”, quest’ultima prevalentemente in riserva a disposizione del Comando unico.
La riconquista fascista dell’Ossola fu affidata, dal generale tedesco Willy Tensfeld che da Monza dirigeva le operazioni contro i ribelli nel settore “Oberitalien-West”, al ten. col. Ludwig Buch comandante del 15° SS-Polizei-Regiment il cui piano aveva l’obiettivodi stroncare la resistenza con pronto impiego di tutte le armi e di impossessarsi delle centrali elettriche e della linea internazionale del Sempione. Il corpo di spedizione, con una forza complessiva valutabile in circa 5.000 armati era articolato in 5 gruppi d’attacco, ognuno con compiti e itinerari ben precisi e tutti guidati da ufficiali tedeschi. La truppa era composta di tedeschi (in prevalenza della polizia militare SS) e di italiani di diversi Corpi: SS italiane, paracadutisti dell’Aeronautica e della G.N.R., X Mas, Milizia “Venezia Giulia” e altri reparti. Le armi di accompagnamento erano numerose: cannoni di vario calibro, mitragliere pesanti; le fanterie erano inoltre appoggiate da carri armati medi, da autoblinde, da un treno blindato in retrovia e da (scarsa, ma temibile) aviazione.
L’attacco iniziò il 9 ottobre e fu accompagnato sino alla sua conclusione da una gelida pioggia autunnale che mise in evidenza la sommarietà dell’equipaggiamento dei partigiani, alcuni completamente sprovvisti di indumenti pesanti. La pressione nemica aumentò gradatamente di intensità su tre direttrici: verso la Valle Cannobina, difesa dalla “Piave”, la Valle Strona (“Beltrami”) e infine lungo l’asse principale della valle del Toce, tenuto dalla “Valdossola” e dalla ”Valtoce” con qualche reparto garibaldino.
L’attacco nazifascista riuscì ad avere ben presto ragione della “Piave”. Il giorno 12 alla galleria di Finero caddero sotto il fuoco delle avanguardie avversarie due prestigiosi capi partigiani: i comandanti della “Valtoce” Alfredo Di Dio, e della “Guardia nazionale” Attilio Moneta. L’affacciarsi della colonna nemica al Passo di Finero mise in crisi tutto il dispositivo di difesa, scardinato nel suo fianco sinistro. Lo schieramento della bassa Ossola a cavallo della linea Mergozzo-Ornavasso cedette verso il tramonto del giorno 13, anche per lo scarso munizionamento dei reparti partigiani che peraltro opposero fiera resistenza, rinunciando poi ad attestarsi su una linea arretrata di difesa fra Anzola e Vogogna. Il sabato 14 gli ultimi difensori abbandonarono Domodossola che venne rioccupata nel pomeriggio di quel giornodalle avanguardie avversarie (SS tedesche e italiane, paracadutisti della G.N.R. e militi del “Venezia Giulia”) tutti al comando dell’Hauptmann Fritz Noweck.
Per i partigiani, sfuggiti alla “tenaglia” prevista dal piano tedesco, non restava che cercare la salvezza nella vicina Svizzera. Con loro anche i membri del governo attraverso il Passo di San Giacomo abbondantemente innevato il 22 ottobre ripararono nel Ticino preceduti da una cinquantina di prigionieri fascisti e da una ventina di militi del “Folgore”, tra cui una donna, catturati dalle retroguardie partigiane negli ultimi disperati combattimenti di qualche giorno prima.
Un buon numero di garibaldini (tra essi Gisella Floreanini che aveva fatto parte della Giunta di governo), meno provati dalla battaglia di sfondamento perché tenuti prevalentemente di riserva, e alcune squadre della “Valtoce”, rifiutarono di espatriare e con una lunga marcia per erti passi alpini si portarono penosamente verso il Cusio e la bassa Val Sesia, dove vennero riorganizzati. Oltre ai partigiani e alla Giunta una vera folla di abitanti dell’Ossola cercò scampo oltre confine. Alcuni avevano preso parte in diverso modo alle vicende della “repubblica”, altri avevano congiunti tra i partigiani, altri infine fuggivano semplicemente davanti alla rioccupazione fascista e al timore di rappresaglie che il prefetto di Novara Enrico Vezzalini aveva preannunciato e che si conobbero in Ossola.
Numerosi treni speciali delle due linee internazionali — Sempione e Centovalli — portarono in salvo gli esuli preceduti dai numerosi feriti che trovarono assistenza negli ospedali d’oltre confine e da circa 2500 bambini ospitati dalla Croce Rossa svizzera presso famiglie elvetiche. Quell’esodo impressionante (una fonte svizzera ufficiosa valuta, addirittura, in circa 30.000 gli ingressi di quei giorni, tra combattenti e civili) svuotò la zona presentando al prefetto, che volle entrare tra i primi in Domodossola nel tardo pomeriggio del 14 ottobre, una città deserta.
I fascisti furono così costretti a tenere un atteggiamento prudente, rinunciando a rappresaglie, anche se non mancarono di sfogare il loro livore nei confronti dell’antico Ginnasio-Liceo tenuto dai Padri Rosminiani. Il 23 ottobre, mentre era in corso la cerimonia di apertura dell’anno scolastico, lo stesso Vezzalini la interruppe bruscamente annunciando la soppressione dell’Istituto e la contemporanea apertura di corsi statali. Una settimana dopo il superiore generale dei Rosminiani, sacerdote Giuseppe Bozzetti, venne incarcerato a Novara e ivi trattenuto pretestuosamente sino al Natale.
Mentre le colonne di rastrellamento rioccupavano le vallate laterali, spesso impegnate in scontri a fuoco con le retroguardie partigiane (a Bagni di Craveggia, a Goglio, a Cimamulera, Ceppomorelli e Macugnaga), che causarono altre numerose vittime, si concludeva la breve esistenza della “repubblica” ossolana.
L’esigenza di costituire e difendere un vero e proprio “fronte” convertendo mentalità e modi di impiego di combattenti abituati alla guerriglia, per di più con armamento inadeguato, portò inevitabilmente all’impossibilità di conservare con operazioni militari il territorio liberato. Come si è visto, mancò l’aiuto degli Alleati che avrebbero potuto forse mutare le sorti della “repubblica” sia pure a prezzo di una costosa e rischiosa operazione basata su costanti e cospicui rifornimenti aerei. Ma ciò non era più evidentemente nei propositi dei loro Comandi, la cui attenzione era rivolta ad altre operazioni sullo scacchiere europeo, né vi era concordanza tra Inglesi e Americani sul ruolo della Resistenza italiana.
L’esperienza ossolana fu una battaglia decisamente persa per il governo di Salò e la sua immagine, fu e resta altamente apprezzabile per la sua specificità che le venne riconosciuta subito, grazie alla vicinanza con la Svizzera che servì a proiettarne positivamente l’immagine nel mondo libero. I “quaranta giorni della repubblica di Domodossola” vennero seguiti dalla stampa d’oltre confine, specialmente del Ticino più vicino alle cose italiane per lingua e tradizioni, che si mobilitò a favore dell’Ossola, per cui la vicenda assunse un valore altamente significativo per la democrazia ancora soffocata, in quell’autunno 1944, da nazismo e fascismo.
Pure fra gli inevitabili dissensi e contrasti ideologici, la Giunta operò in modo tale da costituire un positivo esempio di governo democratico. Ognuno si sforzò di compiere il proprio lavoro al meglio e con notevole apertura. Per la prima volta nella storia recente del nostro Paese una donna (la Floreanini) ebbe su piano paritario responsabilità di governo. I membri del governo, oltre al normale e gravoso lavoro amministrativo seppero dibattere e risolvere, anche se talvolta solo in parte, argomenti di grande incisività politica che servirono a coinvolgere la popolazione particolarmente attenta e quanto si andava svolgendo sotto i propri occhi.
Ovviamente non mancarono attriti, polemiche, prese di posizione. Come i garibaldini, e quindi i dirigenti comunisti, lamentarono di essere stati ignorati all’atto della resa tedesca, anche i democristiani si sentirono penalizzati nella composizione iniziale della GPG, tanto che a rappresentare il loro partito solo in un secondo tempo entrò al governo un loro esponente (l’avvocato Menotti). Così vi furono contrasti tra i comandanti militari, pronti a criticare e contestare di volta in volta i colleghi stessi, il governo e la Guardia Nazionale e a ritardare in definitiva la costituzione del Comando unico. Ciò nondimeno, anche per la personalità dei membri del Governo, segnatamente del presidente Tibaldi e del segretario Terracini, i dissidi restarono contenuti. Ognuno fece il suo dovere e “il banco di prova” dell’esperienza ossolana resse all’avversa fortuna e al tempo. In proposito, giova riportare il lucido sintetico giudizio che, a distanza di anni (1989) ne dette il nostro massimo filologo e critico letterario, il domese Gianfranco Contini: La Resistenza Ossolana è stata un movimento di popolo, sia nei momenti della clandestinità, sia in quello palese della collaborazione al Governo provvisorio. La misura della partecipazione pubblica, in cui ognuno ebbe qualcosa da pagare o da perdere (e poi da non re-clamare), fu un fatto civile di rara e non abbastanza sottolineata rilevanza.
Note
1 Le “zone libere” che ebbero vita nel 1944 oltre all’Ossola furono, cronologicamente: Val Ceno (alto Parmense) dal 10-6 all’11-7; Valsesia da 11-6 a 10-7; Val d’Enza e Val Parma, giugno e luglio; Val Taro (fra Parma e La Spezia) dal 15-6 al 24-7; Montefiorino (Modena) dal 17-6 all’1-8; Val Maira e Val Varaita (CN), fine giugno - 21.8; Valli di Lanzo, dal 25-6 a fine settembre; Friuli Orientale, 30-6 - fine settembre; Bobbio (Piacenza) dal 7-7 al 27-8; Torriglia (Liguria) primi di luglio - fine agosto; Carnia metà luglio-metà ottobre; Cansiglio (Belluno) luglio - settembre; Imperia, fine agosto - metà ottobre; Alba, dal 10 ottobre al 2 novembre; Alto Monferrato, settembre - 2-12; Varzi fine settembre - 29-11; Alto Tortonese, settembre - dicembre.
2 Col termine “nazifascisti” si intendono comunemente e complessivamente le truppe tedesche e italiane, queste organizzate dalla Repubblica sociale (fascista) vissuta tra il settembre 1943 e il 25-4-1945. Tanto la Germania di Hitler quanto la Repubblica di Mussolini, rette con un sistema totalitario, ammettevano un partito politico unico: il nazionalsocialista in Germania, abbreviato in “nazismo” e quello fascista in Italia. Da qui, riduttivamente, la voce “nazifascista” per indicare organismi o truppe, operanti congiuntamente, dei due Stati.
3 Corpo (dei) Volontari (della) Libertà, cioè l’insieme delle Bande o formazioni partigiane che agivano bellicosamente nel territorio occupato dai tedeschi e sottoposto all’autorità della Repubblica sociale italiana di Mussolini. Gli appartenenti (“patrioti” o più comunemente “partigiani”) non erano tutelati dalla Convenzione di Gi-nevra come i militari degli eserciti regolari belligeranti, essendo considerati “franchi tiratori”.
4 II generale di Brigata del Genio Giuseppe Perotti (Torino 1895, ivi 1944) componente del primo “comitato militare” della Resistenza piemontese venne catturato a Torino il 30-3-1944 e dopo un sommario processo fucilato con altri membri del Comitato, il 5 aprile successivo al poligono di tiro del Martinetto.
5 Redi era il nome di battaglia, o di copertura, dell’avv. Gianni Citterio (Monza, 1908, Pieve Vergonte 1944), caduto a Megolo di Pieve Vergonte col capitano Filippo Beltrami e altri partigiani il 13-2-1944, nel corso di un combattimento sostenuto contro forze tedesche e di milizia fascista.
6 G.N.R. La “Guardia nazionale repubblicana” istituita dalla Repubblica sociale italiana di Mussolini raggruppava le forze di polizia, i carabinieri e le varie “Milizie”: confinaria, forestale, ferroviaria ecc.
7 C.L.N. (A.I.) Comitato di Liberazione Nazionale (Alta Italia) costituito a Roma dai partiti antifascisti all’indomani dell’armistizio dell’8-9-1943, fu in pratica l’ente di collegamento fra il governo legittimo rimasto nell’Italia meridionale, non toccato, per l’andamento delle operazioni belliche degli Alleati, dall’occupazione tedesca e i territori dell’Italia settentrionale. Il C.L.N. assunse anche autorità e rappresentatività ufficiale nelle province italiane del Nord man mano liberate dall’avanzata alleata.
8 Ma più propriamente “territorio liberato” dell’Ossola cioè considerato come facente parte dello Stato italiano il cui governo legittimo era a Roma, anche se forzatamente con soluzione di continuità territoriale. In pratica una situazione simile all’enclave di Campione, comune italiano a tutti gli effetti anche se completamente inserito in territorio svizzero.
9 Partito Repubblicano Fascista, che sostituiva il P.N.F. (Partito Nazionale Fascista) cessato il 25-7-1943. La nascita del nuovo P.R.F., la cui direzione venne assunta da Mussolini, fu da questi annunciata da Radio Monaco (Germania) il 18-9-1943.

 

Paolo Bologna