Processo di Verona

 

Il processo di Verona fu un procedimento giudiziario avvenuto, dall'8 al 10 gennaio 1944, nell'omonima città veneta che, all'epoca, era sotto la giurisdizione della Repubblica Sociale Italiana (RSI). Il processo si tenne a Castelvecchio, nella sala da concerto degli Amici della Musica, dove nel novembre dell'anno precedente ebbe luogo il I° Congresso nazionale del Partito Fascista Repubblicano (PFR).

Esso vide sul banco degli imputati i membri del Gran Consiglio del Fascismo che, nella seduta del 25 luglio 1943, avevano sfiduciato Benito Mussolini dalla carica di Presidente del Consiglio, apponendo la loro firma all'Ordine del giorno Grandi e che, non ritenendo di dover temere conseguenze a seguito di questo gesto, dopo l'Armistizio di Cassibile (8 settembre 1943), non cercarono di scappare o di nascondersi.

Indice

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Imputati[modifica]

Gli imputati del processo erano tutti i partecipanti alla seduta del Gran Consiglio del 25 luglio che avevano firmato l'ordine del giorno presentato da Dino Grandi. Gli imputati presenti furono:

Gli imputati assenti, condannati in contumacia furono:

Tribunale[modifica]

Data la natura politica dell'imputazione e lo status degli imputati, il segretario Alessandro Pavolini in questa occasione istituì il Tribunale speciale per la difesa dello Stato della Repubblica Sociale Italiana, dove i giudici vennero nominati direttamente dal Partito Fascista Repubblicano.

Sono designati come giudici nove fascisti "di provata fede" che, come assicurò lo stesso Pavolini, offrirono la garanzia di pronunciare sentenza di morte, soprattutto nel caso di Galeazzo Ciano (principale obiettivo del processo, considerato più colpevole e quindi più traditore degli altri, perché parente e promesso "delfino" del Duce).

Questa la composizione del tribunale:

I giudici furono:

Gli avvocati difensori furono:

  • Arnaldo Fortini di Perugia, per Cianetti;
  • Bonardi di Verona, per Marinelli;
  • Perani di Bergamo, per Gottardi;
  • Bonsebiante di Padova, per Pareschi;
  • Marrosu di Verona, assegnato d'ufficio per De Bono;
  • Tommasini di Verona, assegnato d'ufficio per Ciano.

Legalità del processo[modifica]

Il nuovo ministro della Giustizia Piero Pisenti, dopo aver esaminato gli atti del processo, si pronuncia col Duce sostenendo che il processo eseguito in questi termini non sarebbe stato legale[senza fonte]. Infatti, mancano le prove di connivenza tra i firmatari dell'Ordine del giorno Grandi e la casa reale, la votazione si svolge in modo irregolare e l'accusa di tradimento non è dimostrabile, perché il Duce era a conoscenza dell'Ordine del giorno Grandi. Mussolini sa che il processo è un'assurdità giuridica[senza fonte], ma intende ugualmente andare avanti.

Anzi, egli sembra deciso a far rotolare anche altre teste: consegna infatti a Vecchini il memoriale di Ugo Cavallero, dove è testimoniato un tentativo di presa di potere da parte sua e di Roberto Farinacci. Tuttavia Farinacci non viene processato, questo perché il suo nome non compare tra i firmatari dell'ordine del giorno Grandi e solo ad essi era rivolto il decreto di legge del Tribunale speciale per la difesa dello Stato della Repubblica Sociale Italiana. Ma questo in realtà non è specificato, e Farinacci rientra benissimo tra coloro che hanno complottato per rimettere nelle mani del re il potere esecutivo e politico; tuttavia, il giornalista è protetto dai tedeschi, e non può essere toccato.[senza fonte]

Il caso Ciano[modifica]

Galeazzo Ciano, genero di Mussolini, sposo di Edda, la figlia prediletta del Duce, nei giorni convulsi dell'agosto 1943 fugge a Monaco di Baviera convinto di trovarvi protezione, finendo invece tra le braccia del nemico: Heinrich Himmler gli aveva promesso un aereo per la Spagna in cambio della consegna del suo diario personale, in cui erano annotati tutti i rapporti che i tedeschi avevano avuto coi membri del fascismo. Inoltre è convinto di trovare protezione per aver tenuto informati i tedeschi sugli spostamenti carcerari del Duce.

Non sa che, nel frattempo, Vittorio Mussolini, Roberto Farinacci e Alessandro Pavolini accusano alla radio i traditori del fascismo ed in particolare lui, che diventa il bersaglio principale. Mussolini, liberato dai tedeschi dalla prigionia sul Gran Sasso, incontra Ciano a Monaco, mentre Hitler decide di lasciarlo fare: ai tedeschi importa solo di recuperare il diario, e per questo, il giorno dell'arresto di Galeazzo, lo fanno accompagnare da Frau Beetz, l'unica persona con cui Ciano potrà parlare durante il suo isolamento in attesa del processo.[senza fonte]

Contro Ciano si scagliarono soprattutto le accuse di Giovanni Preziosi, particolarmente apprezzato dai nazisti perché estremamente antisemita.[senza fonte]

Gli arresti[modifica]

Gli imputati furono trasferiti tutti nel carcere degli Scalzi e alloggiati in singole celle. Ciano fu incarcerato il 19 ottobre 1943 e Marinelli, Cianetti, Gottardi e Pareschi il 4 novembre. Emilio De Bono invece per tutta la durata dell'istruttoria, per disposizione di Mussolini, fu lasciato nella propria casa a Cassano d'Adda, e solo all'inizio del processo fu trasferito a Verona in una camera a pagamento del locale ospedale. Gli imputati furono sottoposti alla consueta sorveglianza ad eccezione di Ciano davanti alla cella del quale, la N° 27, stavano due SS tedesche.[1] Allo stesso giudice istruttore Vincenzo Cersosimo, recatosi agli Scalzi il 14 dicembre fu ostacolato dai militari tedeschi quando volle raccogliere da Ciano la propria testimonianza nella fase istruttoria del processo. Questione che fu poi risolta quando le proteste di Cersosimo arrivarono al comando SS di Verona.[2]

8 gennaio - Prima udienza[modifica]

Il processo si aprì l'8 gennaio alle 9.00 del mattino: in aula fu ammesso il pubblico[3], mentre all'esterno il servizio di vigilanza armato era demandato alla Polizia di Stato affiancata dalla Polizia federale fascista sotto il comando del questore Pietro Caruso. Dopo l'esposizione dei capi d'accusa e l'elenco degli imputati presenti ed assenti, l'avvocato Perani, difensore di Gottardi, pose una eccezione: la competenza del processo doveva essere demandata ad un tribunale militare, poiché molti degli imputati erano militari in servizio.

  « Considerato che tra i 19 imputati rinviati a giudizio di questo Tribunale Ecc.mo., figurano presenti persone quali il Maresciallo d'Italia Emilio De Bono, il ten. col. di aviazione Galeazzo Ciano, il capitano Tullio Cianetti, che ai sensi dell'art. 7 del Codice Penale Militare di guerra hanno qualità di militari;(...)Si eccepisce la incompetenza di questa giustizia e si chiede che gli atti vengano trasmessi all'autorità giudiziaria militare, giudice naturale competente »
 
(Avvocato Perani difensore di Gottardi[4])

Questa richiesta scatenò la reazione del pubblico ministero Fortunato: "Da questo banco parte un monito per la difesa: che essa sia all'altezza dell'ora. Non è sollevando questioni pregiudiziali che si aiuta la causa della Patria e della Storia".

La richiesta fu rigettata dalla corte, dopo che questa si era ritirata in camera di consiglio per una ventina di minuti. Si passò quindi ad ascoltare le dichiarazioni degli imputati. Primo fu Emilio De Bono, poi Pareschi e tutti gli altri. Ultimo fu Ciano.

Poi furono convocati i teste a deporre. Primo Carlo Scorza, poi Enzo Galbiati e Ettore Frattari.

9 gennaio - Seconda udienza[modifica]

Fu subito data lettura del "Memoriale Cavallero".[5] poi il giudice Enrico Vezzalini pose alcune domande agli imputati. Al termine dell'udienza si alza il pubblico accusatore Fortunato, autore di una durissima arringa in cui richiese sei condanne a morte, senza attenuanti per nessuno. Verso la fine dell'arringa, rivolto agli imputati, concluse così:

  « Così ho gettato le vostre teste alla storia d'Italia; fosse pura la mia, purché l'Italia viva. »
 
(Il Pubblico Accusatore Andrea Fortunato rivolto agli imputati[6])

A seguire gli interventi degli avvocati difensori, che sostennero che nessuno degli imputati avesse tradito e che il voto espresso era una interpretazione errata degli obbiettivi dell'ordine del giorno Grandi.[7]

Rigetto della grazia a Ciano

L'udienza si chiuse alle 18:00, mancava solo l'intervento del difensore di Cianetti, l'avvocato Arnaldo Fortini, spostato al giorno seguente.

10 gennaio - Terza udienza[modifica]

L'udienza riprese alle 10.00, prese subito la parola Arnaldo Fortini l'avvocato di Cianetti che ricordò la volontà di non votare alcun ordine del giorno che avrebbe potuto causare la caduta del fascismo e la lettera subito scritta a Mussolini l'indomani mattina per ritirare il voto. Gli altri imputati risposero negativamente alla richiesta di Vecchini di voler aggiungere dichiarazioni. A questo punto la corte decise di ritirarsi per la sentenza mentre gli imputati vengono accompagnati in un'altra stanza.

Le votazioni[modifica]

Sul metodo di voto le testimonianze sono discordi: secondo la tesi più accreditata esse avvennero tramite foglietti. Si votò una prima volta per decidere se l'imputato fosse "colpevole" o "non colpevole", una seconda volta per decidere se concedere o meno le attenuanti generiche. Alla prima votazione tutti vengono dichiarati colpevoli, con l'unica concessione delle attenuanti generiche a Tullio Cianetti, condannato a trent'anni (che si ridurranno a pochi mesi, data l'evolversi della guerra).

In serata tutti e cinque i condannati a morte compilarono la loro domanda di grazia, compreso Ciano che la firmò dopo numerose sollecitazioni; per decisione di Pavolini le richieste di grazia non furono mai inoltrate a Mussolini. Esse, dopo un procedimento assai contorto, furono formalmente respinte dal console Italo Vianini.

Le condanne a morte furono eseguite l'11 gennaio 1944 al poligono di tiro di Porta San Procolo da un plotone di 30 militi fascisti comandati da Nicola Furlotti: di tale esecuzione resta anche un filmato.

Note[modifica]

  1. ^ Vincenzo Cersosimo, Dall'istruttoria alla fucilazione, Edizioni Garzanti, Milano, 1961, pag.51
  2. ^ Vincenzo Cersosimo, Dall'istruttoria alla fucilazione, Edizioni Garzanti, Milano, 1961, pag.60: "Dopo circa una decina di minuti arrivò in motocicletta un tenente delle SS; accompagnò personalmente Ciano nell'ufficio ove io aspettavo mettendolo a mia disposizione per tutta la fase istruttoria."
  3. ^ Vincenzo Cersosimo, Dall'istruttoria alla fucilazione, Edizioni Garzanti, Milano, 1961, pag.197: "L'accesso era libero a tutti, purché forniti di un documento di riconoscimento e disarmati."
  4. ^ Vincenzo Cersosimo, Dall'istruttoria alla fucilazione, Edizioni Garzanti, Milano, 1961, pag.199-200
  5. ^ Silvio Bertoldi, Ciano, punizione di famiglia, su Storia illustrata n° 250, Settembre 1979, pag. 115: "Si co0mincia leggendo il memoriale del generale Cavallero..."
  6. ^ Vincenzo Cersosimo, Dall'istruttoria alla fucilazione, Edizioni Garzanti, Milano, 1961, pag.209-210
  7. ^ Vincenzo Cersosimo, Dall'istruttoria alla fucilazione, Edizioni Garzanti, Milano, 1961, pag.210: "Tutti sostennero che nessuno, non solo non aveva tradito, ma non aveva avuto mai la lontana idea di tradire, e che il voto espresso doveva considerarsi una errata interpretazione del contenuto dell'ordine del giorno Grandi; errore quindi, non coscienza e volontà di nuocere."

 

Fonte:wikipedia