Operazione Quercia ( La liberazione di Mussolini) 2^ parte

Non era stato creduto e perciò lo avevano forzatamente reclutato come pedina chiave dell’Operazione Quercia.
Ha detto il maggiore Mors: «C’è un episodio, in questa vicenda, che non amo ricordare. Si tratta dell’utilizzazione del generale italiano Soleti in qualità di ostaggio. Non fu un bel gesto. Andare all’assalto contro una postazione nemica spingendo avanti degli ostaggi non fa parte della regola. Per la verità, l’idea di servirsi del generale Soleti, per impedire agli italiani di aprire il fuoco, fu di Skorzeny e del suo aiutante Radl. Essi rapirono l’ufficiale italiano alla maniera, diciamo, dei gangster e lo caricarono a forza su uno degli alianti: un modo di agire tipicamente delle SS. Io ero all’oscuro di questo episodio; quando avvenne il kindnapping avevo già iniziato, con i miei uomini, la marcia verso Assergi. Scoprii la presenza del generale Soleti soltanto quando giunsi a Campo Imperatore e me ne rammaricai. Fui anche sorpreso dal fatto che il generale Student avesse permesso a Skorzeny di attuare quel degradante stratagemma».

Ricorda il tenente tedesco Elimar Meyer: «Solo quando gli alianti scesero a 150 metri in linea obliqua verso l’Hotel, vedemmo tante persone affluire come formiche da un’uscita. I soldati laggiù non assumevano alcun atteggiamento ostile. Qualcuno aveva il fucile o il mitra. Tutti si limitarono a guardare con stupore gli aerei sconosciuti. La situazione era visibilmente più favorevole di quanto ci si potesse aspettare. Il posto prescelto in precedenza per l’atterraggio si era però rivelato molto ripido. Eravamo scesi a 30 metri dall’Hotel. Velocemente mi slacciai le cinture per uscire fuori quando vidi un soldato italiano che alzò la mano tentennante e fece un timido cenno di saluto. Fu chiamato l’interprete. Lui ed il generale dei Carabinieri (Soleti) non erano riusciti a slacciarsi le cinture rapidamente. Una volta spinto fuori l’italiano, in pochi istanti comunicò con i soldati, invitandoli a non sparare. Mentre gli altri alianti atterravano nei dintorni, il primo gruppo con Skorzeny si diresse verso l’ingresso più in basso dell’albergo. Vidi sparire dietro l’edificio un aliante con il paracadute frenante; nel timore che l’atterraggio non fosse andato liscio andai verso destra ed arrivai all’entrata principale. Qui c’era una guardia che non aveva capito nulla di quanto stava accadendo, ma che stava togliendo la sicura dal mitra; in quel mentre, dall’altro lato, sopraggiunse un paracadutista dell’aliante appena atterrato. Anch’io avevo tolto la sicura della mia pistola, quando da una finestra si udì una frase in italiano; la guardia rivolse la sua attenzione verso l’alto e la distolse dal mitra. L’uomo alla finestra sollevò la testa e riconobbi in lui il Duce, che finora conoscevo solo per averlo visto sulle riviste e nei cinegiornali. Nello stesso momento era arrivato all’ingresso principale anche Skorzeny che salì le scale di corsa. Nessuno tra gli italiani pensò più a opporre la minima resistenza. Forse avevano creduto che gli alianti fossero americani e quando l’interprete con il generale italiano si trovò di fronte ai soldati questi si accorsero dell’errore. Si attennero agli ordini di questo ufficiale e furono tutti contenti che la faccenda si fosse conclusa in pace».

Così lo Skorzeny descrive lo svolgimento della sua missione, parlando per persona interposta: «Nell’aliante il capitano delle SS si agitava nervoso. Incurante dell’aria gelida che entrava a fiotti, con un temperino si era creato uno spiraglio nella tela per meglio vedere la zona sottostante. Osservava quella sottile lingua di terra di forma triangolare sulla quale il fragile aliante, mollato il cavo di rimorchio, compiva silenziosi giri nell’aria rarefatta e trasparente».
Ecco la sua descrizione del viaggio aereo e l’atterragio sul pianoro di Campo Imperatore.
E’ lui, questa volta, a parlare in prima persona: «Al di sotto di noi, già spunta il nostro obiettivo: l’albergo montano del Gran Sasso. Su mio ordine, gli uomini fissano i soggoli. Poi impartisco l’ordine: ‘Sganciate i rimorchi!’. Un istante dopo, un improvviso silenzio ci avvolge: non si sente più che il fruscio del vento contro le nostre ali. Il pilota inizia una larga virata e cerca ansiosamente, quanto me, il posto preciso previsto per il nostro atterraggio sul prato in pendio.
Un atterraggio planato su quella scarpata è impossibile, me ne rendo conto immediatamente. Anche il pilota lo capisce e si volta verso di me. Con i denti stretti, mi dibatto in un terribile conflitto con la mia coscienza, ma la mia decisione è presa: atterraggio in picchiata vicino all’albergo più che sia possibile! Senza la minima esitazione, il pilota stringe il volantino e derapa sull’ala sinistra, lanciandosi in una picchiata folle. Il fischiare del vento aumenta, diventa un urlo, mentre la terra si avvicina a vista d’occhio».

«Vedo il tenente Meyer far scattare i freni di picchiata, una violenta scossa, qualche cosa si schianta e si fracassa. Istintivamente chiudo gli occhi. Poi un’altra scossa ancora più forte di quelle antecedenti. Eccoci, abbiamo toccato terra. Già il primo dei miei uomini esce dalla porta, il cui battente è stato divelto, e io mi lascio scivolar fuori con le armi in mano. Siamo a quindici metri dall’albergo. Intorno a noi sono le innumerevoli rocce che hanno fermato bruscamente il nostro aliante. Dobbiamo aver percorso, scivolando a terra, tutt’al più una ventina di metri prima di fermarci. Vicino ad una piccola altura, proprio all’angolo dell’albergo, sta diritto il primo Carabiniere. Visibilmente colto da stupore non si muove: cerca ancora di capire come abbiamo potuto cadere così improvvisamente dal cielo. Mi slancio verso il fabbricato: mentre corro mi rallegro con me stesso di aver ordinato formalmente ai miei uomini di non fare in alcun caso uso delle armi, fino a che io stesso non abbia sparato il primo colpo. Così la sorpresa sarà totale. Al mio fianco, sento ansare i miei uomini. So che mi seguono e che posso contare su di loro».

Ha detto il maggiore Mors: «Durante il volo, Skorzeny assunse dei modi autoritari. Per esempio: Student aveva formalmente proibito agli alianti di scendere in picchiata sull’obbiettivo, dovevano atterrare planando. Tali istruzioni furono rispettate da tutti, tranne che da Skorzeny. Questi riuscì a convincere il pilota del suo aliante, sottotenente Ellmar Meyer Wehner, a scendere in picchiata, disturbando così, in maniera grave, l’ordine di volo. Questo episodio scombussolò l’atterraggio degli altri alianti. Per colpa sua uno dei velivoli finì contro le rocce causando il ferimento di alcuni paracadutisti».
Nel frattempo, il reparto dei paracadutisti tedeschi in avvicinamento da terra, oltrepassato Assergi e girata la curva che precede il chilometro 18, apre il fuoco contro una guardia forestale, Pasqualino Di Tocco, che sta accorrendo per dar mano al posto di blocco effettuato dai militari italiani.
L’uomo è ferito e morirà il giorno dopo all’ospedale civile de L’Aquila.
La stazione di base della funivia viene occupata da un’avanguardia comandata dal tenente Hermann Weber: cade ucciso un Carabiniere, Giovanni Natali, che si trova esposto al fuoco intimidatorio tedesco.
Altri due badogliani sono feriti dalle bombe a mano lanciate dagli assalitori nelle finestre della palazzina adiacente allo sbarramento stradale.
Gli italiani, che attenendosi agli ordini non hanno sparato un colpo, sono disarmati e i tedeschi ne spezzano i moschetti.
Quindi i paracadutisti salgono a gruppi, con la funivia, e raggiungono l’albergo di Campo Imperatore.
In quello stesso momento, sull’altopiano si stavano avvicinando, con quattro muli, gli uomini destinati a condurre Mussolini sulla montagna.
Un intervento che era stato preventivato nel caso l’albergo fosse stato il bersaglio di un assalto da parte di forze nemiche.
Il tenente Faiola ordina al maresciallo capo Oreste Daini di bruciare le carte riservate che conserva in camera.
Il presidio italiano, al quale lo Skorzeny ha intimato una resa formale dandogli un minuto di tempo per la risposta, viene disarmato senza colpo ferire.

Racconta Mors: «La guardia italiana consegna le armi con lentezza e indifferenza. Parecchi degli uomini che la compongono gettano allegramente i loro fucili nell’abisso. Hanno l’aria contenta e scherzano con i soldati tedeschi».
Per festeggiare la riuscita dell’impresa Skorzeny chiede e fa distribuire vino per tutti soldati.
L’albergo è ormai circondato completamente dagli assalitori che disarmano i loro corti mitra.
In cielo si ode il rombo di alcuni aerei: sono i rimorchiatori Henschel 123 che incrociano molto bassi per proteggere dal cielo l’operazione degli uomini a terra.

Ha detto un pilota di questi, il capitano Gerhard Langguth: «Volteggiai attorno all’albergo per dieci, dodici minuti, fino a che non vidi uscire Mussolini e Skorzeny. Solo allora diressi l’Henschel che pilotavo verso l’aeroporto di partenza».
La narrazione del capitano Skorzeni ci illustra meglio quali siano stati i dettagli della sua azione:
«Passiamo di corsa davanti al soldato sempre sbalordito, lanciandogli soltanto un breve ‘Mani in alto!’. Poi raggiungiamo l’albergo. Ci cacciamo dentro ad una porta aperta. Nell’oltrepassare la soglia, vedo una stazione trasmittente e un soldato italiano occupato a trasmettere dei messaggi. Con un violento colpo di piede faccio proiettare la sua sedia, mentre col calcio del fucile mitragliatore spacco l’apparecchio. Ma constatiamo subito che nessuna porta mette in comunicazione questa stanza col resto dell’albergo. Dunque dietro-front. Eccoci di nuovo fuori. Correndo lungo il fabbricato, giriamo l’angolo e arriviamo davanti ad una terrazza, alta da terra circa tre metri. Un mio ufficiale mi fa da scala, gli salto sulle spalle e scavalco la balaustra. Gli altri mi seguono. Con lo sguardo frugo tutta la facciata. A una finestra del primo piano, vedo una testa massiccia, caratteristica: Il Duce! Ora so che la operazione riuscirà. Gli grido di ritirarsi, poi ci precipitiamo verso l’entrata principale. La ci urtiamo contro alcuni Carabinieri, che cercano di uscire. Due mitragliatrici sono in posizione: le rovesciamo. Penetro nella hall. Per il momento sono solo e, dall’altra parte, non so cosa stia accadendo alle mie spalle: non ho nemmeno il tempo di guardarmi indietro. Alla mia destra c’è una scala, che salgo a quattro gradini per volta. Arrivo al primo piano, mi lancio per un corridoio, apro a caso una porta: è quella buona! Nella stanza c’è Benito Mussolini e ci sono due ufficiali italiani, che spingo rapidamente contro il muro. Intanto il tenente Schwerdt mi ha raggiunto. Rendendosi conto immediatamente della situazione, egli fa uscire i due ufficiali, che sono evidentemente troppo sorpresi per pensare a far resistenza. Appena li ha messi fuori, richiude tranquillamente la porta. Intanto, arrampicatisi lungo il parafulmine, due sottufficiali tedeschi raggiunsero il vano della finestra. Saranno i primi paracadutisti di Mors a introdursi nella camera di Mussolini. La prima parte del nostro raid è riuscita: per il momento almeno il Duce è nelle nostre mani. Dal nostro atterraggio tre, o al massimo quattro minuti sono passati. In lontananza si sentono spari isolati che partono, certo, dai posti di guardia italiani sparsi sull’altura. Grido ancora qualche ordine ai miei uomini ammassati davanti all’albergo poi ho finalmente il tempo di volgermi verso Mussolini che, protetto dalle spalle massicce del tenente Schwerdt, sta diritto in un angolo con il viso caratterizzato da una forte apprensione».

La resistenza dei Carabinieri era stata inesistente.
Gli italiani si mostravano alquanto sbigottiti.
Increduli, forse anche contenti, si lasciavano disarmare senza reagire.
Il più stupito di tutti era stato un Carabiniere che, accorso al fracasso fatto dall’aliante di Skorzeny quando ha toccato il suolo, si era trovato improvvisamente di fronte a quel gigante che sbraitava come un ossesso in tedesco.
Tale era stato il suo stupore che non si era nemmeno accorto di come il fucile che teneva imbracciato fosse volato lontano, spazzato via dal calcio dell’arma di un paracadutista tedesco.
Nella confusione immediatamente verificatasi nelle stanze dell’albergo, gli uomini di Student avevano avuto buon gioco.

I Carabinieri che accorrevano di qua e di là venivano immediatamente disarmati.
Ogni resistenza era già stata stroncata sul nascere, polverizzata dalla decisione dei tedeschi e dal perfetto funzionamento di un piano che non aveva lasciato nulla al caso o all’improvvisazione.
Skorzeny in caccia frenetica di Mussolini aveva poi avuto una fortuna davvero sfacciata.
Tallonato dal tenente Schwerdt si era precipitato per una porta essendogli parso d’intravedere a una finestra dei piani superiori la testa rasata del duce del fascismo.
Ne era stato anzi tanto sicuro che aveva urlato: «Si tiri indietro, via dalla finestra!».
Poi come un fulmine si era precipitato su per le scale.
Spalancata con una spallata la prima porta che si era trovato dinanzi aveva visto proprio lui Mussolini in compagnia di due ufficiali.
Nel frattempo dietro i vetri dall’esterno erano apparse le facce truci di due uomini di Student arrampicatisi lungo le grondaie: un rumore di vetri infranti e i due erano balzati alle spalle degli ufficiali immobilizzandoli.
Schwerdt a sua volta era volato loro addosso sotto lo sguardo allucinato di Mussolini.
Impacchettati a dovere i due venivano trascinati fuori mentre con un notevole senso del comico Skorzeny batteva i tacchi in un perfetto saluto nazista dicendo a Mussolini con il fiato che gli mancava per la corsa, di essere venuto per ordine del Fuhrer.
Da quel momento il Duce era formalmente libero.

Dopo l’atterraggio degli alianti le cose sono andate così: gli uomini di Skorzeny, impadronitisi delle mitragliatrici che erano state posizionate ai lati della porta d’ingresso dell’albergo, si sono avviati in gruppo verso la stanza del duce.
Giunto il Soleti a circa trenta metri dall’edificio, grida ad un Carabiniere affacciato ad una finestra: «Dov’è il commendator Gueli? Dov’è il Gueli?».
Gueli si affaccia e il generale, concitato, lo diffida dal fare sparare, altrimenti sarà un massacro.
Anche Skorzeny, servendosi di un interprete, grida: «Il Duce è vivo?».
«Vivo», gli ribattono il Gueli e il Faiola sopraggiunti col maresciallo Antichi.
«Subito da Mussolini», ha gridato Skorzeny al Faiola.
Questi, fuori di sé, gli risponde tra i denti: «Ho avuto l’ordine in questo momento di consegnarvelo».
Giunto in presenza di Mussolini, Skorzeny, sudante e commosso, si è messo sull’attenti e ha detto: «Il Fuhrer, che dopo la vostra cattura ha pensato per notti e notti al modo di liberarvi, mi ha dato questo incarico. Io ho seguito con infinite difficoltà giorno per giorno le vostre vicende e le vostre peregrinazioni. Oggi ho la grande gioia, liberandovi, di aver assolto nel modo migliore il compito che mi fu assegnato».
Parla come un invasato.
La stanzetta si riempie di gente.
Mussolini, con la barba di tre giorni, è descritto dal maresciallo Antichi «stanco, avvilito, tutt’altro che entusiasta» per la piega presa dagli avvenimenti.
Sta seduto sulla sponda del letto e, senza alzarsi, replica in tedesco, usando una fraseologia che gli italiani non comprendono.
Il Duce pare che abbia risposto: «Ero convinto sin dal principio che il Fuhrer mi avrebbe dato questa prova della sua amicizia. Lo ringrazio e con lui ringrazio voi, capitano Skorzeny, e i vostri camerati che hanno con voi tanto osato».
Ha detto Romano Mussolini: «Per esprimergli la sua gratitudine e per sdebitarsi il Duce invitò più di una volta Skorzeny a Gargnano durante i seicento giorni della Repubblica di Salò».

Intanto al pianterreno Carabinieri e agenti fraternizzavano con i nazisti.
Alcuni di loro, rimasti non gravemente feriti durante l’atterraggio, avevano accettato di buon grado un goccio di vino.
I paracadutisti, data la straordinaria facilità con cui senza colpo ferire avevano portato a termine l’impresa, erano al colmo dell’euforia.
Anche qualche Carabiniere, essendo finalmente terminata la gatta da pelare di custodire un uomo al quale fino a pochi giorni prima avevano obbedito ciecamente, si sentiva allegro e contento di brindare con i «camerati» tedeschi piovuti dal cielo.
Scherzi del destino.
A Karl Radl, un subalterno di Skorzeny, Mussolini ha chiesto con enfasi: «E cosa fanno i miei romani?».
Radl è stato brutalmente chiaro ed esplicito: «Saccheggiano, duce».
Mussolini irritato ha aggiunto: «Non intendo quelli, gli sciacalli, intendo i veri fascisti».
E Radl di rimando: «Non ne abbiamo incontrato neppure uno e dire che li abbiamo cercati con il lanternino».
Alle 15 tutto era pronto per la partenza.
Skorzeny, irrigidito sull’attenti, chiede al Duce dove vuole essere condotto.
Testimonia l’Antichi: «Il prigioniero non si attendeva quella domanda. Sollevò lo sguardo, ebbe un attimo di incertezza poi disse: ‘Alla Rocca delle Caminate’ (Predappio, in provincia di Forlì, ndr)».
Dà la risposta in italiano sebbene parli correntemente il tedesco.
Il Soleti aggiunge: «Mussolini confidò ai presenti che sentiva prepotente il desiderio di rientrare in seno alla famiglia, presso la quale chiedeva ai tedeschi di essere accompagnato, e che intendeva stabilirsi alla Rocca delle Caminate, essendo suo desiderio di ritirarsi a vita privata. Gli ufficiali tedeschi lo assicurarono che sarebbe stato accontentato».
Per la verità, i tedeschi non possono accontentarlo.
Lo sa bene Skorzeny che, allora, lo informa di quanto sta accadendo a donna Rachele ed ai suoi figli minori, Romano e Anna Maria, alloggiati sotto custodia alla Rocca delle Caminate, la casa in Romagna posseduta dal Duce: «Nello stesso momento in cui giungevamo qui, dichiara il capitano dei corpi speciali, un secondo commando, composto di uomini della mia unità, doveva effettuare un’altra operazione per liberare la vostra famiglia. Sono sicuro che attualmente1a liberazione è già avvenuta».
Non aggiunge, però, che i familiari del prigioniero hanno come destinazione la Germania dove si trovano già i figli Vittorio ed Edda, quest’ultima accompagnata dal marito Galeazzo Ciano.

Il piano tedesco prevede, infatti, che il duce ed i suoi intimi debbano andare da Hitler.
Mussolini risponde: «Allora tutto è in ordine» e, stringendo la mano a Skorzeny, aggiunge: «Vi ringrazio di tutto cuore».
Skorzeny chiede se gli italiani dispongano di una macchina.
C’è quella di Gueli.
L’autista si presenta. «Lei prenderà la roba del Duce e la porterà alla Rocca delle Caminate», ordina il capitano tedesco.
Ha dichiarato l’Antichi: «Un Carabiniere raduna gli appunti e le poche lettere del prigioniero, la scarsa biancheria, i libri, il ritratto del figlio Bruno, che era stato accanto al suo letto fin dai giorni di Ponza e della Maddalena, e ne fa un pacco che lega sommariamente con uno spago».
I diari di Mussolini vengono presi in consegna dallo Skorzeny.
Soltanto a Salò il duce ne rientrerà in possesso dopo averli espressamente richiesti a Hitler.

Dice il Romersa: «Il maggiore Mors, dal basso, con il binocolo ha visto gli alianti atterrare e, dando un’occhiata al suo orologio, ha notato che erano le 14 e 17 minuti. In quell’istante, un ufficiale del Genio gli ha comunicato che l’operazione era perfettamente riuscita. A mia volta, mi raccontò Mors, domandai in che stato era il prigioniero: ‘Vivo o morto ?’. ‘Vivo!’ fu la risposta. ‘Stazione del Monte occupata’, mi annunciò un’altra voce. E io: ‘Resistenza?’. ‘Nessuna’, ribatté il tenente von Berlepsch. ‘Perdite?’, chiesi ancora. ‘Nessuna! Mussolini sta preparando le valigie’, mi disse il mio sottoposto dopo aver occupato l’albergo».
Il maggiore dei paracadutisti tedeschi Harald Mors, giunto alla stazione di base della funivia e saputo via radio che l’esito dell’operazione è stato un successo completo comunica il buon esito dell’impresa al generale Student che attende impaziente a Pratica di Mare.
Poi, con la funicolare, accompagnato da una ventina di uomini, sale all’albergo.
L’Antichi lo descrive come un «biondino basso, esile, l’opposto di Skorzeny».
Alla stazione superiore d’arrivo lo aspetta il tenente von Berlepsch: i due, con passo tranquillo, si avviano all’edificio dov’è Mussolini appena liberato da Skorzeny e dai paracadutisti aviotrasportati.
Quando Mors sale al secondo piano trova un Mussolini ben diverso da quello che aveva visto nel l937.
Il Maggiore Mors comunica al Gran Quartier Generale di Hitler: «Ordine eseguito. Duce arriva in aereo».
In un preciso rapporto, il tenente von Berlepsch riferisce al maggiore Mors come si è svolta l’operazione, non nascondendo il modo autoritario e arrogante assunto dal capitano delle SS nel corso del blitz eseguito dai suoi paracadutisti.
Questa è l’impressione che ha avuto il maggiore Mors quando ha incontrato Mussolini: «Oggi scorgevo un uomo malato, stanco, irriconoscibile, con le guance scavate e mal rasate, sconvolto dagli avvenimenti degli ultimi mesi, indeciso di fronte ai soldati tedeschi che l’acclamavano e di cui sapeva solo che volevano liberarlo. Mi avvicino e mi presento a lui come il comandante responsabile delle truppe impegnate nell’azione. Gli annuncio che lo condurremo immediatamente da Hitler, al Gran Quartier Generale. Mi tende la mano, mi ringrazia in tedesco con parole calme e gentili. Aggiunge: ‘Sapevo che il Fuhrer non mi avrebbe abbandonato’. Quando gli chiedo di uscire dall’albergo e di farsi fotografare, non sono affatto sorpreso della sua risposta: ‘Fate di me ciò che volete’. Mi sembra di capire bene che con questa liberazione non è la libertà che gli viene resa, e neppure la possibilità di decidere».

A Luigi Romersa Mors ha detto: «Mussolini indossava un cappotto scuro su un abito blu gualcito e lucido. In testa portava un cappello con la tesa tirata sugli occhi. Il suo aspetto, così dimesso e affaticato, mi fece impressione. Era pallido, aveva l’espressione dell’uomo avvilito e sofferente. Mi presentai e gli dissi: ‘Dobbiamo portarvi al più presto al Quartier Generale del Fuhrer’. Mi guardò e mi stese la mano. Ripeté quasi a se stesso, con una voce che era un soffio: ‘Sapevo, sapevo che Hitler non mi avrebbe abbandonato!’. Scrollò un attimo il capo e aggiunse: ‘Il mio rammarico è di essere stato liberato da soldati germanici, anziché da combattenti italiani’ ».
Con Marco Patricelli il Mors si è così espresso: «Provai al momento dell’incontro con Mussolini un senso di pietà verso di lui, restituito alla guerra, alla politica, alla Storia. Ed era stato riconsegnato allo scenario internazionale da soldati tedeschi, non dai suoi connazionali, che invece lo avevano imprigionato. Non poteva avvertire questo fatto. E credo che ne fosse amareggiato. Forse si era già reso conto che con la liberazione non aveva ottenuto la sua libertà e la sua autonomia».
La fine del duce comincia nel momento stesso in cui viene liberato dai paracadutisti del maggiore Mors.
E’ in questo preciso istante che consegna il suo destino e quello dell’Italia nelle mani di Hitler.
La libertà che il fuhrer apparentemente gli ha restituito in realtà lo condanna a precipitare assieme a lui nella terribile sconfitta.

Anche a Skorzeny il duce è apparso: «Molto invecchiato (stark gealtert). A prima vista, sembra colpito da una grave malattia. La barba è lunga e gli occhi sono irrequieti e nervosi. Per la verità l’uomo in piedi dinnanzi a me, vestito di un abito civile visibilmente troppo ampio per lui, e privo di qualsiasi eleganza, non rassomiglia molto alle fotografie che conoscevo e nelle quali figurava sempre in uniforme. I lineamenti del volto non sono però mutati. Porta una barba grigia non fatta da tre giorni. Gli occhi neri e ardenti sono invece sempre quelli suoi, del Duce. Mentre parla ho l’impressione che il suo sguardo penetri direttamente nel mio».
Ha detto Filippo Giannini: «Lo stato fisico del Duce era da tutti giudicato assai precario: a nessuno sembrò veramente contento di essere stato liberato e tanto meno che pensasse a riprendere la lotta».
Fra i tedeschi che lo sostengono, il capo del fascismo appena liberato scende al piano terra dell’albergo.
Non ha cappotto.
Corre a prenderlo la cameriera Lisé (Lisetta) Moscardi.
Quando glielo consegna, Mussolini «nel ringraziarmi, racconta la donna, mi abbracciò fortemente, salutandomi con cordiali espressioni. Non seppi trattenere il pianto».
All’uscita saluta sia i tedeschi che gli italiani.
Si fa avvicinare da questi ultimi, a loro volta prigionieri dei sopravvenuti tedeschi, ed a molti di essi stringe la mano con sincera amicizia.
Testimonia il Mors: «Mentre avanza con un sorriso stanco, mi chiede di fargli un piacere. Sono lieto di fare qualcosa per lui. ‘La prego’, mi dice, ‘metta in libertà le mie guardie. Sono state buone con me’. Glielo prometto e lui mi ringrazia con aria assente».
La Moscardi lo vede rivolgersi ai carabinieri e agli agenti di Pubblica Sicurezza che, sul piazzale, gli stanno intorno.
A loro il duce dice: «Figlioli, Dio vi benedica. Mi ricorderò sempre di voi tutti».
Sulla porta Bruno von Kayser, corrispondente di guerra dell’Illustrierte Beobachter, riprende la scena con una macchina cinematografica.
Scatta anche alcune fotografie a Mussolini che sorride di malavoglia.
A richiesta di Skorzeny, Mussolini risponde che desidera essere accompagnato dal Gueli, dal Soleti e dal Faiola.
Quest’ultimo, nonostante l’insistenza del duce, non accetta neppure di seguirlo alla Rocca delle Caminate.
Anche l’Antichi rifiuta di partire al suo seguito. «Va bene, caro Antichi, va bene. Mi ricorderò di te», ribatte in tono benevolo Mussolini.
Il Soleti, invece, lo accompagnerà in Germania.
Il Gueli si farà vivo solo a Salò.
Occuperà un posto chiave nell’ambito di un’organizzazione poliziesca che aveva compiti antiguerriglia.

Restano solo pochi minuti per fare una fotografia ricordo: in mezzo ai tedeschi impettiti e sorridenti, Mussolini non fa certo una gran figura infagottato com’è in un pastrano nero che gli sta grande e lo fa apparire più piccolo di quello che è in realtà.
Tra il bavero alzato e la tesa bassa di un feltro scuro, ha l’espressione incerta, quasi allucinata. Comincia a rendersi conto che è sfuggito da una prigione per finire in un’altra e non riesce a rendersi conto quale sia la peggiore.
Il duce, dopo le fotografie d’obbligo nelle quali appare con la barba lunga e gli occhi lucidi, pronuncia una delle sue solite frasi storiche davanti agli emozionati paracadutisti: «Sapevo che il mio amico, Adolf Hitler, non mi avrebbe abbandonato. Abbraccio affettuosamente chi mi ha liberato».
Intanto italiani e tedeschi ripuliscono dalle pietre la pista dov’è atterrata la «Cicogna» che ora si appresta a decollare.
Gerlach, il pilota personale del generale Student, dall’alto aveva costantemente sorvegliato l’andamento delle operazioni pronto a dare l’allarme in caso di intoppi.
A cose fatte, il marconista del maggiore Mors, messosi in contatto radio con lui, gli aveva comunicato l’ordine di atterrare.
Freneticamente alcuni paracadutisti e parecchi Carabinieri si prodigavano per preparare una specie di pista d’atterraggio, levando i massi più grossi e più sporgenti.
Con abilità davvero incredibile il capitano Gerlach si è avvicinato fino a terra, ha fatto cabrare un poco l’aereo, ha dato gas ed è sceso con il ruotino di coda, mentre ora l’una, ora l’altra delle ruote anteriori sbattevano contro il suolo.
A quel punto con dolcezza la «Cicogna» si è fermata al limite del campo, puntando di muso.
Contro ogni evidenza, Romano Mussolini ha detto che il pilota della «Cicogna» non era Heinrich Gerlach, ma bensì un tale di nome Otto Wilhelm Martens.
Il figlio di costui, Oliver, lo ha garantito per iscritto.
Romano Mussolini è stato un ottimo pianista jazz, ma un mediocre analista storico.
Mentre il duce si dirige verso la «Cicogna» coloro che mezz’ora prima gli facevano da carcerieri gli si affollano intorno e lo salutano festanti con il braccio alzato.
Quando Mussolini ha raggiunto l’aereo, ne scende il pilota.
Gli si avvicina e si presenta.
E’ giovanissimo.
Il duce lo abbraccia.
Parlano.
E’ con loro anche il maggiore Mors.

Testimonia il Gerlach: «Quando il maggiore Mors mi presentò a Mussolini e gli disse che lo avrei portato in volo a Pratica di Mare, il Duce non sembrò entusiasta dell’idea. Espresse, infatti, il desiderio di scendere a piedi all’Aquila. Gli dissi che era impossibile, perché all’Aquila si trovavano soldati badogliani. Acconsentì, allora, a salire sull’aereo. Fu a questo punto che venni avvicinato da un ufficiale delle SS, che seppi più tardi essere Otto Skorzeny. Mi pregò di prenderlo a bordo».
La richiesta è respinta energicamente dal pilota perchè la ritiene irrealizzabile: pensa che sia quasi impossibile che il piccolo ricognitore riesca a decollare con tre persone di cui una con la stazza fisica del capitano delle SS.
Quest’ultimo gli ribatte che si tratta di una consegna esplicita di Hitler.
L’intervento di Mors è stato determinante: «Capitano Gerlach! Questi sono gli ordini del generale Student. Parta al più presto, portando a bordo il capitano Skorzeny!».

Ha detto il Gerlach: «Ricordo quanto Skorzeny mi disse per convincermi: ‘Caro camerata, tu ora ti stai prendendo una grande responsabilità. Non si sa mai che cosa può succedere. In casi come questi è meglio essere in due. Un ufficiale delle SS al tuo fianco può sempre essere utile’. Mi lasciai convincere da quelle parole».
Sul web troviamo annotato: «Gerlach balzò fuori. Skorzeny gli si avvicinò, lo salutò calorosamente e poi gli suggerì il suo piano. Gerlach scuoteva continuamente la testa, quello che gli si proponeva di fare era semplicemente pazzesco. In sostanza Skorzeny, che pesava un quintale, voleva salire con Mussolini su un aereo adatto a due persone. Non solo. Pretendeva anche che la ‘Cicogna’ si levasse in volo su un pezzo di terra grande quanto un fazzoletto, tutto bitorzoluto, insufficiente come lunghezza e con crepacci di qua e di là. Follia, anzi suicidio in tre. Ma Skorzeny non voleva sentire ragioni. Se per disgrazia avesse lasciato andare Mussolini da solo con lui e se per ipotesi le cose fossero andate per il verso peggiore, che cosa avrebbe potuto fare se non spararsi un colpo nella tempia? Mai Hitler avrebbe accettato una cosa simile. Mai avrebbe lasciato in vita l’austriaco Skorzeny. Gerlach è costretto ad accettare. Alla peggio si muore in tre, ma occorrevano almeno dodici uomini. Arrivati i dodici, Gerlach diede ordine che si mettessero ai lati e in coda al piccolo apparecchio. Quattro avrebbero trattenuto il timone di coda. Gli altri avrebbero abbrancato i montanti delle ali. Mentre l’elica saliva di giri, Mussolini e Skorzeny salirono a bordo pigiandosi nell’angusto abitacolo. Mussolini era davanti, Skorzeny dietro, la mano è appoggiata sulla spalla del dittatore».

Mussolini prende quindi posto con Skorzeny sulla «Cicogna» (monomotore biposto Fieseler 156, Storch), un piccolo velivolo giunto espressamente a Campo Imperatore per ordine di Student.
Il capitano che lo pilota è un giovanissimo asso della Luftwaffe.
E’ questo il motivo per cui il generale Student lo aveva scelto come suo aviatore personale.
Prima di salire sull’apparecchio, Mussolini si è voltato a salutare il gruppo dei suoi sorveglianti: sembravano attoniti.
Molti erano sinceramente commossi.
Alcuni avevano persino le lacrime agli occhi.
Vedendolo salire sullo Storch, il vicebrigadiere dei Carabinieri Giuseppe Acetta ha scorto nel duce: «Un mesto sorriso. Il sorriso di un uomo liberato da mano straniera e consapevole di aver trascinato nel baratro la Patria».
Ha detto lo Skorzeny: «Il Duce rientrò nell’albergo e ne uscì con un soprabito nero ed un cappello floscio. Gli feci strada fino all’aereo. Salendo il Duce mi parve titubante, ma ci sistemammo alla meglio ed il velivolo iniziò la sua breve corsa. I dubbi di Mussolini, anch’egli pilota, erano più che fondati e anzi, mi sembrò che bisbigliasse: ‘Se il Fuhrer vuole così…’ ».
Un vento impetuoso soffiava verso la valle, rendendo quasi impossibile la manovra per il decollo.
Lo spazio sul quale la «Cicogna» doveva involarsi era veramente esiguo.
Allora è stata fatta arretrare per guadagnare qualche metro.
A1 termine del pianoro vi era un salto abbastanza profondo.
Il pilota ha preso posto sull’apparecchio.
Dietro di lui Mussolini e quindi lo Skorzeny che ha stentato ad installarsi nel vano bagagli.
Lo Storch che avrebbe dovuto trasportare Skorzeny a Roma era rimasto danneggiato durante l’atterraggio sulla piana di Assergi.
Il capitano delle SS, volendo a tutti i costi scortare Mussolini, doveva assolutamente condividere con lui l’angusto spazio a disposizione sulla «Cicogna» di Gerlach.

Ha detto quest’ultimo: «Sistemare Skorzeny è stato un problema. Era grande e grosso: pesava più di cento chili. Per salire a bordo dovette incastrarsi dietro Mussolini in una posizione molto scomoda».
Parlando del decollo, lo Skorzeny ha raccontato: «La ruota sinistra del carrello d’atterraggio urta ancora una volta violentemente contro il suolo. L’apparecchio si inclina leggermente sul davanti e ci troviamo all’improvviso al limite della spianata. Slittando verso sinistra, la ‘Cicogna’ precipita per un istante nel vuoto. Davanti a noi il baratro. La paura mi fa chiudere gli occhi. Con abile maestria il Gerlach riesce a far riprendere al velivolo l’assetto orrizontale».
Così ha descritto il decollo della «Cicogna» il maggiore Mors: «Il motore del piccolo aereo era al parossismo. Tutto il velivolo vibrava come una foglia, mentre le sue strutture cigolavano paurosamente. I dodici uomini che lo trattenevano erano al limite dalla resistenza. Avevano i calcagni affondati spasmodicamente nel suolo e le braccia doloranti per lo sforzo. Finalmente Gerlach diede il segnale, abbassò il braccio e come liberata da una molla la ‘Cicogna’ ebbe un balzo in avanti: rullò pesantemente sul pezzetto di terra e prese velocità lungo il pendio, oscillando come una barca in tempesta. Urtò più volte contro le pietre che affioravano dal terreno ma, alla finre, riuscì ad alzarsi in volo».
Mussolini sembra estraneo a quanto accade: è moralmente molto abbattuto.
Poco dopo il decollo si rivolge al Gerlach e gli dice come se volesse rincuorare se stesso: «Anch’io sono pilota. In Russia ho guidato l’aereo del Fuhrer».

Parla un tedesco sommario e l’altro stenta a capirlo.
Bisogna sottolineare un fatto: alla cloche della «Cicogna» c’era un asso dell’aviazione militare tedesca.
E’, infatti, miracolosamente riuscito a riportare il fragile velivolo in assetto di volo e a fargli riprendere quota con abile maestria.
L’avventura era davvero finita nel migliore dei modi.
Quelli rimasti in trepida attesa sul pianoro hanno tirato un sospiro di sollievo.
Tutti avevano temuto l’irreparabile.
Radl l’aiutante di Skorzeny era addirittura svenuto per l’emozione.
Mussolini stesso, sospinto in qua e in là dal disordinato moto della «Cicogna», si era visto perduto.
Si era sbiancato in viso, mentre Skorzeny tentava disperatamente di bilanciare le oscillazioni del piccolo aereo, spostando violentemente il peso del proprio corpo ora a destra, ora a sinistra.
Era davvero il successo della pervicace cocciutaggine del capitano delle SS che non ha mai desistito dal fermo proposito di liberare il duce a tutti i costi.

Ha affermato il duce: «Ora dovevamo lasciare Campo Imperatore al più presto. Ci trovammo davanti ad un ultimo ostacolo imprevisto: Skorzeny, che era un uomo gigantesco, volle infatti ad ogni costo salire con me nell’angusta cabina della ‘Cicogna’ atterrata sul pianoro dopo gli alianti. Lo spazio su cui rullare prima del decollo era davvero esiguo ed il pilota giudicò che non ce l’avrebbe fatta con i novanta chili di Skorzeny a bordo. Pretese quindi che scendessimo dall’aereo e lo aiutassimo ad arretrarlo di qualche metro in modo di aumentare lo spazio utile per il decollo. Ricordo che erano le tre in punto del 12 settembre quando il piccolo aeroplano si mosse. Percorse rapidamente lo spazio sassoso e vidi venirci incontro il burrone senza che il velivolo si staccasse da terra. Credo che mancasse meno di un metro dall’abisso quando il pilota riuscì a sollevare il muso dell’aereo. Udii i tedeschi e gli italiani gridare. Il fatto che la ‘Cicogna’, carica com’era, non fosse precipitata nel dirupo aveva qualcosa di miracoloso. Mi voltai indietro e sul pianoro, che era ancora poco sotto di noi, vidi molte braccia che si agitavano. Poi, a suggelare il prodigio che si era compiuto, subentrò il silenzio dell’alta atmosfera. Dopo pochi minuti sorvolammo l’Aquila e, un’ora più tardi, la ‘Cicogna’ atterrava tranquillamente a Pratica di mare».
Ha scritto Mussolini in tono impersonale: «Nella Storia di tutti i tempi e di tutti i popoli vi è la narrazione di fughe e di liberazioni drammatiche, romantiche, talora rocambolesche: ma quella di Mussolini appare anche oggi, a distanza di tempo, come la più audace, la più romantica ed al tempo stesso la più ‘moderna’, dal punto di vista dei mezzi e dello stile. Veramente, essa è già leggendaria».

Dopo la partenza del duce dal Gran Sasso c’è stato un rilassamento generale.
I paracadutisti di Student si sono scatenati nel fare foto ricordo.
Su richiesta del cineoperatore che eseguiva i filmati, alcuni hanno ripetuto la scena dell’uscita dagli alianti.
Alla fine ne hanno smontato le console di guida e li hanno incendiati.
Tutto il gruppo di combattimento compresi i feriti è sceso poi a valle con la funicolare.
Afferma Marco Patricelli: «L’effetto sorpresa e la determinazione degli assalitori lasciarono di sasso gli italiani. ‘Erano armati fino ai denti’ ricorderà nel 1993 Ivreo Greghi, poliziotto in servizio a Campo Imperatore ‘e non ci passò minimamente per la testa l’idea d’ingaggiare battaglia. Con il loro arrivo per noi era finito l’incubo della custodia di Mussolini. Forse anche noi saremmo finalmente tornati a casa’ ».
Lo Skorzeny ha avuto una determinazione incredibile nel perseguire il suo obiettivo: ha insistito, persino minacciando, per salire sul leggero apparecchio Fieseler Storch che doveva condurre Mussolini all’aeroporto di Pratica di Mare e da lì in Germania.
Lo Storch (velivolo da ricognizione pensato per appena due occupanti) ha corso un enorme rischio, decollando dopo una breve rincorsa gravato com’era dal peso del pilota, del corpulento Mussolini e del colosso Skorzeny.
Ad ogni modo essendo l’ufficiale delle SS presente in tutte le foto scattate al duce appena liberato
la propaganda di Joseph Goebbels ha catapultato il capitano tedesco in una massiccia campagna di propaganda che lo ha reso l’esclusivo protagonista dell’Operazione Quercia.
Il tutto a danno del generale Kurt Student e del maggiore Harald Mors, i veri programmatori ed esecutori materiali del piano organizzato per liberare il duce.
Ciò è stato definitivamente sancito durante un convegno storico, intitolato «Il Gran Sasso e Mussolini», che si è tenuto, nel 1993, a Fonte Cerreto e che è stato organizzato dal Centro Turistico Gran Sasso d’Italia.
Si è, inoltre, saputo che alle 11 del 12 settembre lo Skorzeny ha telefonato in Germania al gerarca nazista Ernst Kaltenbrunner il quale ha avuto tutto il tempo necessario per allestire la propaganda che ha creato il mito intorno al capitano delle SS.

Sul sito internet www.italia-rsi.org si legge: «Al solo scopo di rispettare la verità dei fatti, abbiamo raccolto la testimonianza del signor Domenico Antonelli, reduce dal fronte greco dove era stato decorato e poi congedato per ferita in combattimento. Aveva ripreso il suo incarico di istruttore di sci a Campo Imperatore e, in quei giorni, in assenza del titolare, aveva assunto le funzioni di direttore dell’albergo sul Gran Sasso. Come tale fu spettatore attento di quanto si svolse dal momento dell’arrivo degli alianti sino a quando, seguendo dappresso il personaggio che appariva il comandante dell’operazione, giunse con lui nella stanza dove Mussolini era in attesa. Ricordando con estrema lucidità ogni particolare, il signor Antonelli precisa che il convincimento sul ruolo avuto da Skorzeny nelle rapide fasi dell’azione derivava dal fatto che era lui a dare gli ordini. Tutti si affrettavano ad eseguirli. Fu il primo ad entrare nell’albergo e poi nella camera di Mussolini. Anche l’Antonelli entrò nella camera e assistette al colloquio, svoltosi in tedesco, in un’atmosfera di grande commozione. La sua statura, l’essere il più elevato in grado tra gli attaccanti, la fama che l’accompagnava, l’appartenenza ai servizi speciali, l’incarico direttamente affidatogli da Hitler, avevano naturalmente determinato sul campo una precisa gerarchia, tanto che il tenente Faiola, che comandava i Carabinieri di guardia, a lui offrì del vino, quale omaggio offerto al vincitore».
Lo Skorzeny ha, dunque, abilmente sfruttato alcune situazioni a lui favorevoli e si è così imposto all’attenzione del mondo a discapito di chi, il generale Student ed il maggiore Mors, aveva pianificato nei dettagli ed condotto a buon fine l’impressa denominata Operazione Quercia, il meccanismo messo in moto da Hitler per liberare il «suo amico Mussolini».
«Se avesse un giorno bisogno di un aiuto o se fosse in pericolo, può essere certo che gli resterò fedele, qualunque cosa accada, quand’anche tutto il mondo gli fosse contro».
Così aveva promesso Hitler a Mussolini nel 1938.

Nell’estate del 1943 era giunto il momento di tener fede alla parola data e il fuhrer ha rispettato i suoi impegni senza deflettere e nel migliore dei modi.
Potremmo dire, riassumendo, che l’Operazione Quercia è stata il frutto di un’intensa collaborazione-competizione tra la Wehrmacht e le SS: la prima rappresentata dal maggiore Harald Mors, responsabile dell’Operazione Quercia, dal generale Kurt Student, la mente operativa che ha studiato il piano, e dal tenente dei paracadutisti barone Georg von Berlepsch, l’esecutore materiale dell’impresa.
Le seconde incarnate dal gigante Otto Skorzeny, lo spavaldo capitano delle SS, il prototipo del superuomo nazista, duro, spregiudicato e audace, che considerava la guerra un palcoscenico su cui esibirsi.
Il «liberatore» di Mussolini, un viennese e quindi un tedesco del Sud, ha dimostrato un vero talento nell’arte di arrangiarsi.
E’ stato un combattente la cui personalità e la cui vita oltrepassano l’immaginabile e dimostrano come la realtà superi, a volte, la più fervida fantasia.
A conti fatti, però, il vero artefice della missione non è stato tanto il capitano Skorzeny, quanto il freddo e metodico generale Student.
La storia, per uno dei suoi tanti misteriosi capricci, si è poi incaricata di tramandare solo le gesta del primo a discapito del secondo il quale è stato oscurato dalla popolarità che il rivale ha saputo conquistarsi, grazie anche alla invadente propaganda di Goebbels.
Hitler ordina, il generale Student coordina, il maggiore Mors elabora ed esegue, il capitano Skorzeny diventa eroe.
C’è un passaggio di troppo nella sintesi in quattro mosse dell’Operazione Quercia, il piano orchestrato per liberare di Mussolini sul Gran sasso d’Italia.
Nasce qui la favola, ha detto Mors, ingigantita e consolidata col tempo nell’opinione pubblica e sulla stampa mondiale.
Con il risultato che oggi il nome di Skorzeny continua ad essere quello del liberatore di Mussolini.
Una menzogna.
La fama di Skorzeny è del tutto immeritata.
In realtà lui ha avuto solo l’incarico da Hitler di scoprire il luogo dove gli italiani tenevano prigioniero Mussolini.
Le sue competenze si limitavano a questo.
Dietro ai citati personaggi, aleggia comunque la terribile agonia del Terzo Reich hitleriano che nel rimettere in gioco Mussolini cerca un ultimo sussulto di vitalità prima della catastrofe finale.

Dopo la liberazione di Mussolini il capitano Skorzeny è stato promosso al grado di SS-Sturmbannfuhrer e decorato con la Croce di Cavaliere.
Da Mussolini ha ricevuto in dono un prestigioso orologio da polso con incisa sulla cassa la data del 12 settembre 1943.
A lui è stato successivamente affidato il comando della sezione S (Operazioni speciali) del Sicherheitsdienst.
Al comando del SS-Fallschirmjäger Bataillon 500, nell’aprile del 1944 ha collaborato con Himmler alla pianificazione dell’operazione, poi fallita, che aveva come scopo quello di catturare il comandante iugoslavo Tito.
Lo Skorzeny ha potuto mettersi di nuovo in luce in seguito al fallito attentato a Hitler eseguito da Claus von Stauffenberg il 20 luglio del 1944 a Rastenburg (Prussia orientale).
E’ stato, infatti, l’organizzatore di un’unità speciale delle SS che a Berlino ha prontamente iniziato la repressione contro gli esecutori del tentato golpe antinazista.
Nell’ottobre del 1944, con un altro colpo di mano, ha rapito a Budapest il figlio del reggente d’Ungheria, ammiraglio Miklos Horthy, occupando la sede del Governo magiaro e impedendo a quest’ultimo di siglare un accordo di armistizio con le forze sovietiche.
Per questo successo il 22 ottobre, a Rastenburg, è stato promosso SS-Obersturmbannfuhrer e incaricato, nell’ambito dell’Operazione Wacht am Rhein (l’Offensiva delle Ardenne), di occupare i ponti di Amay, di Huy e di Ardenne sulla Mosa (Operazione Greif).
L’unità da lui stesso organizzata e diretta, la Panzerbrigade 150, includeva nei suoi ranghi anche soldati tedeschi in uniforme americana, reclutati dalla marina mercantile, che sapevano parlare l’inglese con accento e slang tipicamente yankee.
Molte azioni militari compiute dall’ufficiale delle SS sono diventate oggetto di studio nelle accademie militari di Paesi europei e non solo.
Lo Skorzeny è stato catturato nel maggio del 1945 dagli americani che lo hanno portato in tribunale per crimini di guerra (1947).
Il processo degli Alleati fondava l’accusa su di lui per l’impiego illecito di uniformi nemiche durante l’Operazione Greif.
La difesa si è battuta sulla liceità dell’utilizzo di divise degli avversari per accostarsi a quest’ultimi, purché ci si sbarazzi della falsa uniforme quando iniziano i combattimenti.

Cosa in ogni caso compiuta anche dagli Alleati: in Ungheria erano stati catturati ufficiali britannici con monture tedesche e non sono stati fucilati.
La stessa cosa avevano fatto gli americani ad Aachen.
Sull’utilizzo di travestimenti e carte d’identità nemiche da parte degli Alleati ha testimoniato, infatti, al processo contro lo Skorzeny anche un ufficiale inglese, il comandante Forrest Yeo-Thomas.
Un gesto cavalleresco raramente compiuto nel dopoguerra: un inglese veniva a testimoniare a favore di un tedesco, un ex-nemico, cosa che ha dato grande popolarirà al processo e una tensione notevole a tutto il suo svolgimento.
Thomas ha affermato che gli inglesi avevano usato non solo travestimenti, ma anche distintivi nemici, armi nemiche, falsi documenti, tutto ad uno scopo: vincere la guerra e, parole testuali, «far fuori l’altro».
Lo Skorzeny è stato così assolto e, sebbene formalmente trattenuto in Austria, è riuscito a fuggire in Spagna.
Nel 1948 è stato accolto alla corte del caudillo Francisco Franco di cui lo Skorzeny è stato sempre un accanito ammiratore.
In Spagna è stato un attento osservatore degli eventi politici internazionali.
Con il banchiere nazionalsocialista svizzero Maurice Juneau, ha partecipato a diverse azioni in favore del Medio Oriente e della Palestina.
L’antisemitismo di Franco e il suo odio nei confronti di Israele lo porteranno a sostenere infatti, in sede ONU, alcune risoluzioni in favore della Palestina anche se il leader palestinese, Yasser Arafat, era ideologicamente molto diverso da lui.

Otto Skorzeny ha cooperato, nel frattempo, con Nasser per creare reparti scelti di incursori egiziani.
Si suppone che lo Skorzeny abbia avuto parte attiva nell’organizzare la fuga di ex gerarchi delle SS dalla Germania sconfitta (Organizzazione Odessa).
Stante la segretezza di tale organizzazione, non si sa niente di preciso in proposito.
Sembra comunque accertato che molte manovre d’espatrio clandestino siano state avallate e favorite dal diretto intervento del Vaticano e della CIA americana che ha ampiamente utilizzato, per i suoi fini, personale tedesco espatriato che aveva trascorsi nazisti.

C’è anche chi dice che lo Skorzeny abbia contribuito, fatto strano, ad organizzare il Mossad, il Servizio Segreto israeliano.
Sul sito internet www.lastoriasiamonoi.rai.it c’è scritto: «Nel 2005, Adriano Monti (direttamente implicato nel golpe orchestrato dal principe Junio Valero Borghese) esce da un trentennale silenzio per dichiarare, alle telecamere di ‘La Storia siamo noi’, il proprio diretto coinvolgimento nella trama cospirativa, in qualità di mediatore deputato a sondare le disponibilità della classe dirigente americana allora facente capo a Nixon. A questo scopo si sarebbe incontrato a Madrid con Otto Skorzeny, già protagonista con un commando di SS della liberazione di Mussolini dalla prigione del Gran Sasso nel 1943, assoldato dalla CIA nel dopoguerra. Secondo Monti, l’intelligence americana richiese come garanzia la nomina di Giulio Andreotti a capo del Governo, ma non è possibile appurare se il diretto interessato, che ha smentito la circostanza, ne fosse consapevole».
Lo Skorzeny è morto a Madrid nel 1975 dove svolgeva un’attività commerciale di copertura.
Arrigo Petacco ha avuto modo di incontrare lo Skorzeny in Spagna dove il nazista si era rifugiato dopo la guerra.
Ha cenato con lui nell’albergo che lo ospitava.
L’ex capitano delle SS era accompagnato dalla sua amante di allora, una bionda e prosperosa subrette tedesca.
Il Petacco non era solo.
Con lui c’era un ex ufficiale dei Carabinieri.

Lo Skorzeny, dopo aver abbondantemente bevuto vino bianco ghiacciato, ha espresso pareri poco edificanti sui militari italiani che custodivano Mussolini nell’albergo-rifugio del Gran Sasso.
Li ha definiti pusillanimi e codardi.

 

Fonte : http://firewolfdossier.blogspot.it/2008/08/la-liberazione-di-mussolini-sul-gran.html