Operazione Quercia ( La liberazione di Mussolini)

Appena appresa la notizia dell’arresto di Mussolini, avvenuto a Roma, nella residenza estiva del re Vittorio Emanuele III (villa Savoia o villa Ada), il 25 luglio del 1943 alle 5 del pomeriggio, il subitaneo pensiero di Adolf Hitler, la sera del giorno stesso, è stato quello di elaborare un piano per liberare il suo alleato italiano: ventiquattro ore dopo giunge al Quartier Generale di Hitler, la Tana del lupo a Rastenburg (la odierna Ketrzyn, nella Polonia nord-orientale), il capitano delle truppe speciali (un nucleo delle SS) Otto Skorzeny.
La cosiddetta «Tana del lupo» era stata costruita in vista dell’attacco alla Russia e la scelta era caduta su quel posto non solo per la sua vicinanza con il confine sovietico, ma anche per la sua natura aspra e difficilmente accessibile, circondata com’era da laghi e da paludi ed immersa nella tetra foresta di Gierloz.
Il Quartier Generale di Rastenburg, caratterizzato in superficie da piccoli edifici di legno, era in realtà un coacervo di bunker, di gallerie, di campi minati, di stazioni radio e di postazioni antiaeree, inghiottito dalla fitta vegetazione del luogo e costantemente in penombra.
Era, inoltre, presente un piccolo aeroporto e una piccola stazione ferroviaria che permetteva i collegamenti con la madrepatria e, in particolare, con Berlino, con cui Hitler era continuamente in contatto tramite una linea telefonica diretta.
Il Fuhrer si era trasferito in pianta stabile a Rastenburg fin dall’attacco all’Unione Sovietica e vi è rimasto, pressochè ininterrottamente, fino al 20 novembre 1944 quando ha dovuto forzatamente far ritorno a Berlino a causa dell’inarrestabile avanzata dell’armata rossa.
Per tutto questo tempo Hitler ha trascorso le sue giornate tra una riunione militare e l’altra, dalla mattina fino a notte inoltrata.
E’ stato proprio a Rastenburg e precisamente nella sala riunioni, la Lagebaracke, che il leader nazista è sfuggito miracolosamente, il 20 luglio del 1944, all’attentato organizzato ed eseguito dal colonnello antinazista Claus von Stauffenberg.
Otto Skorzeny è un ufficiale di 35 anni.
Aitante, alto quasi due metri, ha una profonda cicatrice sulla guancia sinistra, la mensur, la cicatrice-sfregio che nelle SS denotava coraggio e sprezzo del pericolo.
Nella sua vita aveva fatto ben 15 duelli con la sciabola.
E’ uno «specialista» in azioni di commando.
Era convinto che in Italia il duce si fosse dimesso per motivi di salute.
Non sapeva nulla del golpe effettuato dai «traditori» riuniti nella fatidica seduta del Gran Consiglio fascista tenutasi a Roma la notte tra il 24 e il 25 luglio del 1943.
Raggiunge il Quartier Generale del fuhrer a bordo di uno Junkers 52, con tanto di bar a bordo, partito dall’aeroporto berlinese di Tempelhof.
Al momento d’incontrare il capo supremo del Reich, al giovane e temerario capitano «un terrore irrazionale quasi gli fece perdere le gambe».

Con lo Skorzeny erano stati convocati a Rastenburg altri sei ufficiali tedeschi, tutti di grado superiore al suo.
Giunti al cospetto di Hitler, egli ha posto loro una semplice domanda: «Chi di voi conosce l’Italia, e che ne pensate degli italiani?».
Ognuno ha risposto a modo suo, con frasi del tipo: «Gli italiani sono fedeli all’Asse», e altre simili espressioni di circostanza.
Otto Skorzeny, comandante di un corpo di incursori delle SS di stanza a Friedenthal, sapendo che Hitler rimpiangeva la perdita dell’Alto Adige, la più bella delle regioni alpine (per ragioni politiche aveva permesso che l’Italia la conservasse), ha detto sommessamente: «Fuhrer, io sono austriaco».
Hitler lo ha guardato freddamente, quindi gli ha ordinato di restare, congedando, invece, tutti gli altri graduati.
La concisa risposta del capitano Skorzeny alludeva, con un tocco di drammaticità, alla tradizionale inimicizia esistente tra l’Austria e l’Italia, una rivalità politica e diplomatica che si era acuita subito dopo la fine della prima guerra mondiale.
Nel 1919, in seguito alla sconfitta bellica, l’Austria era stata obbligata a cedere agli italiani parte dei propri territori, tra cui il Sud Tirolo (l’Alto adige) che era allora abitato da 200.000 ex austriaci di lingua tedesca.
Ha scritto Luigi Romersa: «La scelta cadde sul capitano delle SS Otto Skorzeny la cui taglia atletica e la cui sicurezza di modi impressionarono Hitler in maniera particolare. Il corpulento ufficiale, fra l’altro, era conosciuto e raccomandato da un noto gerarca, Ernst Kaltenbrunner, ben visto da Hitler per la sua fedeltà e per il fatto di essere nato in Austria, a Linz, città che al Fuhrer era oltremodo cara».
A Skorzeny Hitler, nella Sala da Tè (zona riservata Sperrkreis I), affida l’incarico di liberare «l’amico Mussolini».
Queste sono state le sue esatte parole: «Desidero affidarle una missione della più alta importanza.
Il mio amico Mussolini, il nostro fedele compagno di lotta, è stato tradito dal re ed arrestato ieri dai suoi compatrioti. Ora io non posso e non voglio abbandonare nel momento del pericolo il più grande di tutti gli italiani, la personificazione dell’ultimo Cesare romano. Quindi vi incarico di questa missione. Il suo esito favorevole avrà una portata incalcolabile sul futuro sviluppo delle operazioni militari. Se, come vi chiedo, farete tutto il possibile e affronterete tutti i rischi per ottenere il successo, allora avrete anche voi un meritato riconoscimento».
Non era un ordine, era un fuhrerbefehl, un comando assoluto, un imperativo categorico.
Ha scritto lo Skorzeny: «A mano a mano che il Fuhrer mi espose il suo progetto sento aumentare il dominio che la sua personalità esercita su di me. Le sue parole riescono ad infondermi un tale senso di persuasione che non mi venne il minimo dubbio sul successo dell’impresa».

Hitler ha poi aggiunto senza peli sulla lingua, rivolgendo al suo interlocutore «uno sguardo di una potenza quasi irresistibile come quello di un ipnotizzatore: ‘E’ necessario che lei mantenga il silenzio più assoluto. Soltanto lei e cinque altre persone sono al corrente della cosa’».
In quei momenti, a tutti quelli che gli stavano intorno, il Fuhrer ripeteva continuamente: «Mussolini va liberato subito, non si può lasciare il Paese in mano a quel Badoglio che avrebbe cercato da subito l’armistizio con gli angloamericani».
Al generale dei paracadutisti Kurt Student Hitler ha detto: «L’ho fatta venire qui per affidarle un compito della massima importanza. Oggi il duce è stato deposto dal re e fatto prigioniero. Questo significa indiscutibilmente che l’Italia è sul punto di staccarsi da noi per passare al campo nemico. Vada a Roma, al più presto possibile, con tutti i paracadutisti di cui dispone. Uno dei compiti speciali che le impongo è rintracciare e liberare il mio amico Mussolini. Pare infatti che lo vogliono cansegnare agli americani».
Il 28 agosto del 1943, proprio il giorno prima dell’attacco previsto dal capitano Skorzeny per liberare il duce fino ad allora recluso prima a Ponza e poi a villa Weber sull’isola sarda della Maddelena, un idrovolante della Croce Rossa (un Cant Z 506) lascia le acque mediterranee con a bordo il prigioniero: ovviamente la destinazione definitiva è ignota.
Una tappa intermedia è Vigna di Valle sul lago di Bracciano da dove si mette in moto una colonna di sei di macchine: destinazione il Gran Sasso d’Italia, sugli appennini abruzzesi.
Alcuni soldati della Divisione «Ariete», stazionanti in zona, avevano riconosciuto Mussolini e avevano avvertito il loro capitano (Gian Carlo Zuccaro) che si era diretto prontamente all’idroscalo con il proposito di liberare il duce.
Quando è arrivato, l’ex capo del fascismo era già partito e così il salvataggio improvvisato di Mussolini non ha potuto avvenire.
All’idroscalo di Vigna di Valle solo il comandante, il tenente colonnello Aurelio Fisicaro e pochi uomini fidati sanno del piano predisposto per il trasferimento di Mussolini sui monti dell’Abruzzo. Nella base c’è un reparto di volo tedesco che potrebbe creare dei problemi: scoprire il tutto e liberare il duce.
Nell’hangar dell’idroscalo «Badoni» un’ambulanza e due vetture di scorta aspettano nascoste.
Il Fisicaro fa suonare le sirene d’allarme aereo e dagli altoparlanti ordina a tutto il personale di porsi immediatamente al riparo.
Per rendere ancora più verosimile il falso attacco, fa aprire il fuoco alle batterie contraeree.
Ignari di quanto sta realmente accadendo, tutti, italiani e tedeschi, corrono nei rifugi.
Il Cant Z 506 può così avvicinarsi fino allo scivolo di fronte al «Badoni» e Mussolini viene consegnato ai funzionari di Polizia che, in tutta fretta, lo caricano sull’ambulanza e partono a razzo per Campo Imperatore.

Ha scritto Mussolini nel suo diario: «Oggi 27 agosto 1943, il tenente dei Carabinieri Alberto Faiola (comandava il gruppo Carabinieri che dovevano sorvegliare il Duce, ndr), venuto dal Comando Marina, mi ha avvertito di prepararmi ad un nuovo traferimento che inizierà domattina alle quattro. Ha aggiunto che partiremo con l’idrovolante recante vistosi segni della Croce Rossa che galleggia sullo specchio d’acqua antistante la banchina del Comando, ma non ha precistato la destinazione. Circa i motivi della decisione, ha detto di ignorarli. Crede però che sia stata presa perchè la mia detenzione alla Maddalena offre scarsa sicurezza».
Riferisce Arrigo Petacco: «Mussolini lasciò la Maddalena alle 4 del mattino del 28 agosto. Con lui presero posto sull’aereo il tenente Faiola ed il maresciallo Osvaldo Antichi. Assonnato, la barba lunga e gli occhi infossati, appariva assai depresso. ‘Dove mi conducete questa volta?’, chiese il duce al Faiola. ‘Non posso dirvelo’, fu la risposta del tenente. Mussolini non insistette, si aggiustò sul sedile e pochi minuti dopo dormiva prfondamente. Motivi di sicurezza vollero che nei serbatoi dell’aereo fosse versato il carburante strettamente necessario per raggiungere l’aeroscalo di Vigna di Valle, sul lago di Bracciano. Occorreva evitare il rischio che il pilota, non si sa mai, prendesse un’altra direzione. L’accorgimento, per poco, non provocò una disgrazia».
Sulla Salaria, durante il viaggio verso il Gran Sasso, in occasione di una breve sosta, si è verificato un episodio curioso.
Lo riporta il solito Petacco: «Un passante si avvicinò al finestrino della macchina che ospitava il Duce e, riconosciuto il personaggio, gli disse: ‘Duce, io sono un vecchio fascista bolognese. Hanno dato un colpo di spugna al fascismo, ma non può durare. La gente è stufa di Badoglio e dei suoi. Vuole un Governo che sappia dare la pace’. Cosa facesse quel bolognese a piedi, lungo la Salaria, e come potesse liberamente conversare con Mussolini, sono dettagli non del tutto chiariti. Pare che il viandante fosse proprietario, nei dintorni, di un frantoio».
Skorzeny comunque non getta la spugna e riprende a tessere, pazientemente, la sua tela.
Questa volta la fortuna gli si presenta sotto le vesti di Herbert Kappler, un alto ufficiale delle SS, il quale viene a sapere che attorno al Gran Sasso sono state «ultimate certe misure di sicurezza» (intercettazione di una comunicazione radio inviata a Roma dall’ispettore Giuseppe Gueli, il responsabile capo della custodia di Mussolini sul Gran Sasso.
L’importante incarico gli era stato affidato direttamente dal nuovo primo ministro, il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio).
Kappler aveva avuto conferma della notizia dal capitano delle SS Erikch Priebke che il 7 settembre del 1943 era andato di persona a Campo Imperatore.
Vestito in borghese aveva raccolto le confidenze di un valligiano.
In particolare gli era stato riferito che l’albergo situato a Campo Imperatore era presidiato da Polizia e da Carabinieri.
Anche una bellissima ragazza slava, che da anni lavorava con Kappler, era riuscita a sapere da un alto ufficiale italiano che Mussolini era stato trasferito dalla Maddalena sul Gran Sasso d’Italia.
Queste notizie suscitano l’interesse di Skorzeny che si getta a corpo morto sulla nuova pista, una pista che darà i suoi buoni frutti: nella zona c’è il vasto altopiano di Campo Imperatore, un importante stazione sciistica del centro Italia.
L’albergo-rifugio ivi ubicato è raggiungibile solo tramite una funivia che parte dal piano, dal paesino di Assergi situato al fondo valle.

Un luogo, dunque, questo sul Gran Sasso, facilmente difendibile e difficile da raggiungere.
Ha tutti i requisiti necessari per custodire un personaggio dell’importanza di Mussolini.
Questa è l’ipotesi, ma va verificata: un tentativo fallito, un errore di valutazione può svelare le intenzioni dei tedeschi e mettere sul chi vive le autorità italiane che non tarderebbero a prendere provvedimenti ben più drastici per custodire il loro prezioso ostaggio.
I turisti estivi residenti nell’albergo sono stati fatti sgombrare in fretta e furia, ingenerando una serie di motivati sospetti.
Dopo un breve soggiorno in una villa di Assergi, proprietà dei conti romani Mascitelli, dal primo pomeriggio del 2 settembre Mussolini è, dunque, prigioniero nell’albergo-rifugio di Campo Imperatore, a 2.112 metri di quota, sotto lo sperone roccioso del Gran Sasso d’Italia.
«La più alta prigione d’Italia», come l’ha definita lo stesso ex duce.
Prima di salire sulla funivia il sorvegliato speciale chiede ai guardiani: ‘Siamo sicuri che questo trabiccolo resisterà?’. Subito dopo, avvedendosi della gaffe che avrebbe potuto essere s ambiata per un lato poco eroico della sua personalità, precisa: ‘Non per me, tanto la mia vita è finita, ma per chi mi deve accompagnare’ ».
Ad Assergi il Gueli dice al prigioniero (31 agosto): «I tedeschi stanno scendendo a valanga nel Paese. Le locomotive che arrivano dal Brennero portano sul muso il vostro ritratto. I vagoni sono piene di scritte inneggianti al vostro nome. Si prepara sicuramente un colpo di scena».
Uno degli agenti di guardia ha fatto a sapere a Mussolini che Ettore Muti era stato ucciso e che nel Paese regnava una grande confusione: anche per lui, prima o poi, sarebbe successo qualcosa di grosso.
Bisognava stare sul chi vive: prevedere il peggio o forse, perchè no, aspettarsi un fatto propizio dopo tanto sofferto patire.
Ha scritto Romano Mussolini. «Quel 28 agosto l’albergo era così pieno di turisti che, lì per lì, non si trovò posto per il prigioniero, il quale dovette essere sistemato nella dépendence a valle, sul piazzale di partenza della funivia. Parlo di mistero perchè sembra incredibile che l’albergo non fosse stato sgomberato prima dell’arrivo del Duce. Per un fatto del genere c’è solo una spiegazione: mio padre ‘doveva’ trovarsi a Campo Imperatore, e non altrove, soltanto il 12 settembre, per dar modo ai tedeschi di liberarlo con il piano già meticolosamente definito con il diretto intervento di Hitler. Badoglio era connivente? Non lo escludo. L’alternativa è che le sue decisioni fossero influenzate da qualcuno molto importante, messogli alle costole dal controspionaggio tedesco. Di certo rimane che i venti Carabinieri al comando del tenente Faiola che avevano in custodia mio padre, non avevano la minima idea di quello che sarebbe accaduto».

Campo Imperatore, chiamato anche piccolo Tibet, è un patrimonio naturale di incommensurabile bellezza.
La vasta zona è protetta e incontaminata da luci parassite.
Oggi ci si arriva per una strada a tratti tortuosa che sale sul monte dopo aver abbandonato l’autostrada Roma-L’Aquila.
Superata Fonte Cerreto si fa un tragitto di una ventina di chilometri che si incunea tra le montagne del Gran Sasso.
La strada termina su un piazzale situato, a 2.126 metri di altezza, proprio davanti all’arrivo della funivia la cui base di partenza è ad Assergi, il paesino ubicato sul fondovalle.
La funivia, inaugurata nel 1934, è lunga 3.240 metri e supera un dislivello di oltre 1.000 metri.
Prima di arrampicarsi sul piazzale della funivia, la rotabile, nel suo tratto finale, sale a svolte e si allunga fra prati gialli, valloni e dossi erbosi.
Attraversa un altopiano verde e dolce di teatrale bellezza che ha le rocce del Gran Sasso come sfondo alle sue spalle.
Nel 1943 l’arteria stradale per raggiungere il pianoro era assai più sconnessa rispetto a quella di oggi e quindi poco transitata.
L’acrocoro è deserto, non passa una macchina se non ogni mezz’ora.
In certi periodi dell’anno si affolla di mucche al pascolo.
Sui prati verdissimi (la vicinanza del mare garantisce un apporto di umidità anche in piena estate) si possono raccogliere mazzetti di stelle alpine appenniniche, una specie rara che è reperibile quasi esclusivamente in questa zona del Gran Sasso e in alcuni prati della Majella e dei monti Sibillini.
Ancora oggi sono a disposizione dei villeggianti gli alloggi che hanno ospitato il duce prigioniero.
E’ la stanza numero 201.
I mobili e le suppellettili sono stati recuperati in una scuola di Assergi nel 1992.
Una decina d’anni fa c’era gente che non ne voleva sapere di parlare del duce recluso sull’appenino abruzzese.
C’era persino chi negava il fatto che il dittatore fosse mai stato ospite forzato sul Gran Sasso.
E’ stato il discorso pacificatore di Luciano Violante (12 ottobre del 2003) a consentire che si ricominciasse a discutere anche del soggiorno mussoliniano a Campo Imperatore e a rendere meno imbarazzante l’apertura della stanza 201 alla curiosità dei turisti.
L’albergo di Campo Imperatore ha la forma grossolana di una D.
Un progetto, mai realizzato, prevedeva altri due alberghi, uno a forma di V e l’altro di X.
Dal cielo si sarebbe potuto leggere la parola DVX incastonata tra le vette più alte dell’appenino centrale.
La sorte ha voluto che l’albergo nato per cerebrarlo sarebbe diventato per il Duce la sua prigione.
L’albergo-rifugio di Campo Imperatore, un’ampia costruzione littoria a tre piani con avancorpo semicircolare, guarda la grande spianata e offre l’ovest sottostante alle finestre della sala ristorante.
A Mussolini, come sappiamo, è stato destinato l’appartamento 201, al secondo piano: camera, salottino, bagno, ingresso e un ambiente destinato ai custodi.
Piccole finestre si aprono sul davanti.
Oggi gli ospiti possono dormire nel letto del Duce, sedere alla sua scrivania con vista sul Gran Sasso e fare un tuffo nel passato.
Gli oggetti nella stanza sono quelli originali: l’armadio dove Mussolini appendeva i suoi abiti, lo stesso letto a cassettone, il tavolo, le sedie, le poltrone di pelle rossa e la scrivania.
Tutto è come allora, anche la vasca da bagno con i piedini lavorati.

Nel settembre del 1943, l’edificio era sorvegliato da un presidio armato dislocato all’ingresso.
Dieci sentinelle, in altrettanti posti di guardia, circondavano l’albergo come due anelli.
La notte il numero delle guardie veniva raddoppiato.
Vi erano poi pattuglie destinate a perlustrare l’ambito esterno.
La sorveglianza poteva disporre anche di un’unità cinofila con sei cani da guardia.
Ha scritto Mussolini: «La vigilanza attorno alla mia persona è stata rinforzata e alcune mitragliatrici sono state piazzate davanti all’albergo-rifugio e sulle alture circostanti. Interrogato in merito il Gueli mi ha risposto in modo evasivo, ma mi è sembrato di capire che lui e il Faiola temono un colpo di mano tedesca per liberarmi».
Al Gran Sasso la sorveglianza è meno rigida se paragonata a quella a cui era sottoposto il duce durante il suo soggiorno alla Maddalena.
Di solito Mussolini consuma i suoi pasti da solo nell’appartamentino che lo ospita e nel pomeriggio esce dall’albergo per fare quattro passi sempre accompagnato da un sottoufficiale.
Sul Gran Sasso il buio scendeva presto e all’improvviso cancellando, come con un colpo di spugna, le vette ridotte a roccia nuda.
Le giornate s’annunciavano tutte uguali anche se l’atteggiamento irrequieto degli uomini di guardia faceva supporre che prima o poi qualcosa sarebbe inevitabilmente accaduto.
Il loro comportamento denotava un’attesa fatalistica o forse una rassegnata volontà ad accettare passivamente le svolte dell’inevitabile destino.
Il 13 agosto Mussolini ha domandato al Gueli: « ‘Avete un’idea del motivo per il quale io sono qui?’ ».
L’Ispettore ha risposto: «Voi siete considerato un detenuto comune».
Al che Mussolini: «Ed il vostro compito qual’ è?».
Di rimando il Gueli: «Sempre uguale: vigilare perchè non siate tentato di allontanarvi e soprattutto perchè nessuno tenti di liberarvi o di farvi del male».
Così ragionava il Duce in quei momenti, ripensando a quanto era successo: «Non doveva apparire strano che il mio annuncio delle dimissioni non fosse stato accompagnato da una parola di apprezzamento e di riconoscimento per l’opera che avevo prestato? Qui non si allude alle solite lettere autografe che il re mandava ai generali in certe determinate occasioni: ma un uomo che aveva servito per ventun’anni lo Stato ed il re, in pace ed in guerra, ed al quale era stata data, dopo la conquista dell’Etiopia, la più alta onorificienza non meritava nemmeno una parola che non si nega talora persino ad un mediocre domestico? E se nel comunicato non c’era nulla perchè non mi veniva concesso di rivolgere un saluto alle truppe, di farmi in qualche modo sentire dal popolo?, perchè non si parlava minimamente di un passaggio dei miei poteri al nuovo capo del Governo?
Perchè questo improvviso silenzio? Perchè questa completa separazione?».
Come si vede non compariva nel pensiero di Mussolini, privato di ogni libertà, alcun sentimento di rivalsa e di astio nei confronti dei nuovi detentori del potere.
Passano dei greggi saliti in primavera sin dall’agro romano a pascolare sui pianori del Gran Sasso.

Un pastore si avvicna al Duce e gli dice: «Noi della campagna siamo rimasti tutti fascisti. Io credo che i tedeschi vengano a liberarvi. Adesso porto giù le mie pecore e glielo dirò io dove siete. Quando dirò a mia moglie che vi ho visto dirà che sono impazzito. Ora viene il maresciallo; a buon rivederci».
Secondo altri il pastore non si sarebbe affatto commosso alla sua vista perchè gli avrebbe detto:
«Ci ha fatto passare un sacco di guai, mo li passi tu».
Tra i custodi di Mussolini, ha detto Bruno Gatta, «c’erano molti giovani che non nascondevano la loro simpatia per il Duce, ma ve n’erano quattro o cinque, dallo sguardo sfuggente e torbido, che avevano l’aspetto interno ed esterno dei sicari».
Il riposo, la solitudine, la vita all’aria aperta e l’alta montagna giovano alla depressione psicologica mussoliniana nella quale lo aveva gettato lo sforzo nervoso degli ultimi due mesi.
Sta meglio e pare che abbia ritrovato il suo equilibrio mentale.
Continua però ad apparire terribilmente invecchiato.
Anche moralmente è scosso.
E’ inquieto a motivo del silenzio e del segreto nei quali è costantemente tenuto.
Si domanda quali potrebbero essere le intenzioni finali nei suoi riguardi da parte dei dirigenti del regime badogliano.
Si rende conto che il re e Badoglio lo hanno ingannato.
Ne deduce che devono aver paura di lui e pensa al proverbio italiano: «La paura è una cattiva consigliera».
Si consola, comunque, scrivendo: «Il Gran Sasso presenta, se ci si pone da un punto di vista rigorosamente estetico, un aspetto veramente affascinante. Per chi l’abbia contemplato una volta, il profilo altero di questa montagna alta più di due mila metri rimane indimenticabile. Il suolo è roccioso e arido, ma ai piedi della cima principale si estende un altipiano, chiamato Campo Imperatore, che è ideale per gli sport invernali».
Come già accennato all’albergo di Campo Imperatore, il duce mangiava nel suo salotto, raramente scendeva al piano terra nella sala comune.
Si nutriva sempre con le solite cose: riso bollito, uova, verdure, frutta fresca, il tutto accompagnato da acqua minerale.
Se qualcuno accendeva la radio e questa, come puntualmente avveniva, parlava di lui o di Hitler, di Vittorio Emanuele III o di Badoglio continuava impassibile a far finta di niente, mentre gli altri tendevano l’orecchio con viva attenzione.
Non lo ha scosso, apparentemente, nemmeno la notizia della fuga del re e del nuovo primo ministro a Pescara (9 settembre del 1943).
Cosa che, invece, ha gettato nel panico i suoi guardiani: da chi, ora, avrebbero preso gli ordini se il re ed il governo erano fuggiti?

Al duce, la sera, oltre ad ascoltare la radio, veniva talvolta concesso di giocare a carte con i funzionari addetti alla sua sorveglianza.
I bollettini di guerra, nonostante l’arzigogolo delle frasi, non potevano più nascondere la gravità della situazione.
Ad accentuare l’atmosfera di precarietà, già abbastanza pesante, concorrevano due fatti che a Mussolini certamente non erano sfuggiti: la sistemazione di alcune mitragliatrici a difesa dell’albergo e una esercitazione a fuoco compiuta dagli agenti di guardia sulle cime attorno al pianoro di Campo Imperatore.
La prigionia aveva fisicamente trasformato Mussolini e aveva scavato una profondità nel suo animo.
Di intatto aveva soltanto quei suoi grandi occhi roteanti che mettevano lo scompiglio negli interlocutori con cui scambiava ogni tanto qualche rara parola.
Più familiari erano, invece, i rapporti tra Mussolini e la cameriera Lisetta Moscardi.
L’aveva conosciuta la sera del suo arrivo a Campo Imperatore quando Lisetta era stata incaricata di portargli un caffè.
La ragazza era emozionatissima ed il vassoio le tremava tra le mani.
Mussolini, accortosene, l’ha aiutata a posarlo sul comodino.
Le ha chiesto: «Come vi chiamate?». «Lisetta», ha risposto la ragazza arrossendo.
«Non dovete aver paura», ha detto il Duce per tranquillizzarla.
«Ditemi, piuttosto: questo non sarà mica vero caffè? Sapete, io sono malato da almeno diciott’anni e non posso bere vero caffè».
«State traquillo signor Duce», ha detto la cameriera. «Di questo ne potete bere quanto volete! Non vi farà male. E’ caffè d’orzo».
Nell’albergo era rimasto solo il personale, tutta gente sulla quale si poteva fare affidamento:
il cuoco Silvio Giusti, il dispensiere Guido Cifani, l’amministratrice Flavia Iurato, la domestica Lisetta (Lisé) Moscardi, il cameriere personale del duce Italo Grevetto ed un maestro di sci Domenico Antonelli.
La sua presenza lascia aperta una sola ipotesi: avrebbe potuto condurre Mussolini e la sua scorta lungo i sentieri di montagna nel caso in cui l’albergo fosse stato attaccato da militari che volevano liberare il recluso.
Nel frattempo, alla figlia del duce Edda Ciano Mussolini arrivata fuggiasca in Germania, Hitler, con le lacrime agli occhi, ha fatto una solenne promessa: «Sarà liberato (Mussolini, ndr). Non sappiamo ancora dove lo tengono prigioniero, ma l’informazione non può tardare. E allora, ve lo prometto, ricorrerò a qualsiasi mezzo per liberarlo. State tranquilla che ve lo restituirò sano e salvo, lui e tutta la vostra famiglia».
La certezza che le supposizioni di Skorzeny siano vere viene data loro dal tenente medico nazista Leo Krutoff.
Era stato incaricato di recarsi a Campo Imperatore per un sopralluogo.
Per un periodo di convalescenza, i soldati tedeschi feriti o malati di malaria (questo è almeno quanto viene detto all’ignaro ufficiale medico) avrebbero potuto usufruire del clima salubre che offre agli ospiti la montagna appenninica abruzzese.
Quando il sanitario dei tedeschi giunge ad Assergi per prendere la funivia, viene bloccato da alcuni Carabinieri: la zona del Gran Sasso è stata dichiarata «zona militare».
Impossibile salirvi.
E’ quanto voleva sapere Skorzeny che, seduta stante, prepara un audace manovra: l’atterraggio sul pianoro, dietro l’albergo, di alcuni alianti (DFS 230) con a bordo un centinaio di paracadutisti (operazione Quercia, Eiche in tedesco).
Impresa rischiosissima data la natura accidentata del terreno e la brevità della «pista» per il decollo dell’aereo che doveva imbarcare Mussolini dopo che era stato liberato.

Ricorda lo scrittore e giornalista Luigi Romersa: «Come fosse congegnata l’operazione per liberare Mussolini me lo raccontò il responsabile militare, il maggiore paracadutista Harald Mors che, finita la guerra, incontrai a Esslingen, dove viveva da civile, facendo il maestro di ballo. A quell’epoca, disse, comandavo un gruppo di paracadutisti, nella zona di Frascati; il mio battaglione faceva parte delle forze che erano alle dipendenze del generale Kurt Student. Alle 15 del giorno 11 settembre del 1943, nella tenda del comandante, nel parco del collegio Mondragone, squillò a lungo il telefono. Per ordine del generale dovevo presentarmi al comando. Appena arrivato, Student mi comunicò che all’indomani mattina, alle sette, avrei dovuto recarmi nella zona del Gran Sasso per liberare Mussolini: ‘Con due compagnie, mi disse il generale, scendete nella vallata di Assergi, e successivamente, provvedete ad attaccare l’albergo che si trova appollaiato sui dirupi della vetta. Avete assoluta libertà di movimento’. Tracciati a grandi linee i presupposti dell’operazione, toccava a me curarne i particolari. Il tempo a disposizione era poco. Andai all’ufficio informazioni e seppi, fra l’altro, che l’azione era stata battezzata ‘Bruno Meyer’ (in realtà era stata denominata operazione Eiche, Quercia). Date le asperità della zona, i rischi erano molti e in particolare per la sua posizione, l’albergo si prestava ad essere difeso da ogni lato come un vero e proprio fortino. Passai la notte ad approntare il reparto. Seppi, in quella circostanza, dell’arrivo a Pratica di Mare di Skorzeny, un ufficiale delle SS, addetto al servizio di sicurezza di Hitler, specialista nel risolvere situazioni ingarbugliate e nel compiere colpi di mano come quello che ci accingevamo a realizzare. Con Skorzeny, erano arrivati anche una trentina di soldati delle Waffen SS che vennero aggregati al mio battaglione».

«Sapevamo che al Gran Sasso erano state disposte sentinelle con l’ordine di aprire il fuoco contro chiunque avesse tentato di avvicinarsi all’albergo in cui tenevano rinchiuso Mussolini. Il piano che preparai era piuttosto semplice: una compagnia, al comando del tenente von Berlepsch, la migliore del reparto, doveva calarsi nei pressi dell’albergo e, con una azione di sorpresa, liberare il Duce. Altre forze dovevano invece impadronirsi della stazione a monte della funivia mentre il grosso del battaglione, al mio comando, aveva il compito di occupare la vallata di Assergi e la stazione di partenza della funicolare. Su suggerimento di Skorzeny, per evitare sorprese da parte dei guardiani, fu deciso di aggregare ai paracadutisti un generale della Polizia italiana e la scelta cadde sul generale Fernando Soleti. Conclusa l’operazione, proseguì il maggiore Harald Mors, dovevamo rientrare a Roma. Il tragitto da percorrere per raggiungere il posto di raccolta si aggirava sui 240 chilometri. L’ordine era di tener celato il più possibile il movimento. Quando mi recai da Student per esporgli il piano, il generale in linea di massima l’approvò, ma non fu d’accordo per quanto riguardava il trasferimento di Mussolini che io volevo portare nella capitale con una delle mie macchine blindate. ‘Vi darò il capitano Gerlach, il mio pilota, disse il generale, Con una ‘Cicogna’ atterrerà vicino all’albergo e caricherà il Duce. Il viaggio deve avvenire per via aerea. Fra l’altro, il Fuhrer vuole vedere al più presto Mussolini e mi ha ordinato di tenere segretissima la cosa. Per questa ragione, neppure il Feldmaresciallo Kesserling ne è stato informato’. ‘E il capitano Skorzeny?’, domandai a Student. ‘Sarà il vostro consigliere politico. Non dobbiamo dimenticare che è stato mandato direttamente dal Quartier Generale del Fuhrer’. ‘E i suoi uomini?’, domandai ancora. ‘Sedici del suo gruppo, rispose il generale, verranno aggregati ai vostri parà’. La cosa mi dispiacque perchè dovevo rinunciare ad utilizzare un numero equivalente dei miei paracadutisti. Alle 23 e trenta del giorno 11 settembre, al comando di Student e nella mia tenda, si discuteva ancora su chi avrebbe dovuto accompagnare Mussolini, a bordo dell’aereo di Gerlach. Fu Student che decise per Skorzeny motivando la sua decisione con il fatto che l’ufficiale delle SS era conosciuto da tutti gli alti personaggi del seguito di Hitler».

Il 6 settembre del 1943, a Roma, si sono rammentati dell’esistenza del prigioniero relegato in vetta al Gran Sasso d’Italia.
Badoglio in persona, in preda a cupi presagi di sciagure, ha convocato l’ispettore di Polizia Giuseppe Gueli, il responsabile della «custodia» di Mussolini.
Al Gueli, precipitatosi a Roma perchè l’invito di recarsi nella capitale proveniva direttamente dal primo ministro, il maresciallo ha chiesto notizie del duce e ha domandato, soprattutto, se non fosse il caso di trasferirlo in altro luogo dal momento che non era più un segreto la sua presenza a Campo Imperatore: «Che si trovi lassù, ha detto infatti il nuovo capo del Governo, lo sanno ormai tutti e la notizia è stata diffusa dai villeggianti dopo che sono stati costretti a lasciare l’albergo e a scendere a valle precipitosamente».
Il Gueli lo ha rassicurato circa le misure di sicurezza che erano state prese intorno al Gran Sasso ed il primo ministro, persuaso dall’ispettore carceriere, non ha aggiunto e non ha preteso nient’altro.
Tanto meno ha modificato l’ordine impartito a suo tempo di far fuoco sul prigioniero se qualcuno avesse tentato di liberarlo.
Quel «qualcuno», non c’è dubbio, si riferiva soltanto ai tedeschi.
L’8 settembre, narra Mussolini, «è salito improvvisamente l’ispettore Gueli per darmi una tremenda, luttuosa notizia: con un proclama Badoglio ha annunciato alla radio che l’Italia ha concluso un armistizio con gli angloamericani e che quindi la guerra è finita. Sono rimasto annichilito».
Lo stesso giorno, un mercoledì alle ore 18,30, con un laconico comunicato il generale Eisenhower rende nota al mondo, via radio, la capitolazione dell’Italia: «L’Esercito italiano ha capitolato senza condizioni. Ho concesso un armistizio le cui condizioni sono state approvate da Gran Bretagna, dagli Stati Uniti e dalla Russia Sovietica. Ho pertanto agito nell’interesse delle Nazioni Unite. Il Governo italiano ha dichiarato di sottomettersi a queste condizioni senza riserve. L’armistizio è stato firmato da un mio plenipotenziario e da un plenipotenziario di Badoglio ed entra subito in vigore. Le ostilità tra le Forze Armate delle Nazioni Unite e quelle dell’Italia vengono immediatamente sospese. Tutti gli italiani che coopereranno ad allontanare l’aggressore tedesco dal territorio italiano otterranno l’aiuto delle Nazioni Unite».
Al Viminale, la mattina del 9 settembre, il capo della Polizia Carmine Senise, uno dei pochissimi ancora rimasti a Roma, discute la sorte del duce con il ministro degli Interni Umberto Ricci.
I due concordano di consigliare al Gueli di regolarsi «con prudenza»: la formula in pratica invita a non uccidere il prigioniero in caso di intervento germanico inteso a liberarlo.
All’uopo, l’ispettore è convocato d’urgenza nella capitale.
Sospettando che il tenente Faiola abbia l’ordine di sopprimere il dittatore, fatto che non intende permettere, il Gueli fa orecchie da mercante e resta a vigilare sul Gran Sasso, infischiandosene dell’invito che gli era giunto dalle autorità della città capitolina.
A questo punto il Gueli confida a Mussolini che l’avrebbe consegnato ai tedeschi solo nel caso «che fosse arrivato l’ordine di consegnarvi agli inglesi».
L’idea viene poi scartata in quanto l’ispettore pensava che ne poteva derivare un conflitto con i Carabinieri del Faiola che, secondo lui, aveva l’ordine di uccidere Mussolini se qualcuno avesse tentato di liberarlo.
I rapporti tra il Faiola ed il Gueli non sono mai stati completamente chiariti.
Una controversia verteva sull’ordine di uccidere Mussolini, ordine che secondo alcuni doveva essere eseguito dal Faiola nel caso i tedeschi, o chiunque altro, avessero tentato di liberare il duce.
L’undici settembre, Mussolini scrive, «tutte le notizie e le voci che giungevano da Roma indicavano che la confusione era al colmo, mentre procedeva l’occupazione di tutto il territorio da parte delle truppe tedesche».

Secondo la testimonianza di un sottufficiale dei Carabinieri, il 9 e il 10 settembre sono stati, per il duce, giornate pesanti ed agitate.
Ad attimi di disinteresse, addirittura di assenza da quanto lo circondava, succedevano momenti di viva preoccupazione e l’ansia gli si leggeva sul suo volto segnato dall’apprensione.
A qualcuno, infatti, ha detto: «Nella mia disgrazia può ancora accadermi qualcosa di peggio di quanto fin qui ho sofferto. Purtroppo, ho l’impressione che, a tradimento, vogliano consegnarmi agli inglesi, ma gli inglesi non mi avranno vivo».
In una lettera alla sorella Edvige, il duce accennava a questi preoccupazioni e, particolare interessante, le comunicava di essersi ormai riaccostato alla religione cattolica sin dai giorni di Ponza.
Parlava anche di un suo testamento, redatto nel maggio del 1943, che si trovava in una cartella posta sul tavolo che era nel suo studio di palazzo Venezia.
Tra l’altro confidava all’affezzionata sorella: «Nato cattolico, apostolico romano tale intendo morire. Non voglio funerali e onori funebri di nessuna specie».
Nei Pensieri del Gran Sasso d’Italia il 9 settembre Mussolini ha annotato: «Radio Monaco ha lanciato un proclama agli italiani, in cui si attacca violentemente Badoglio e si annuncia che è stato costituito un governo nazionale fascista, il quale opera in mio nome. La cosa mi ha lasciato del tutto indifferente. Molto mi ha turbato, invece, la notizia, diramata da radio Stoccolma, secondo la quale sarebbe previsto il mio trasporto in aereo nell’Africa del Nord per essere consegnato al nemico».
Un’altra sua amara confessione è questa: «Per quanto mi riguarda io mi considero un uomo per tre quarti defunto. Il resto è un mucchio di ossa e muscoli in fase di deperimento organico da dieci mesi a questa parte. Del passato non voglio dire una parola. Anch’esso è morto. Non rimpiango niente, non desidero più niente».
Dal Gran Sasso, tramite l’ispettore Gueli, Mussolini ha fatto pervenire alla moglie questa lettera: «Cara Rachele tu avresti meritato un uomo diverso da me, che ti ha sempre dato amarezze e preoccupazioni. Ti prego di mandarmi un vestito pesante perchè non ho con me che quello col quale andai a corte il 25 luglio. Anche le scarpe che ho cominciano ad essere troppo consumate, e gradirei averne un paio con suola più consistente. Dirai a Romano e ad Anna Maria che non si preoccupino per la scuola: hanno il tempo per riguadagnare il tempo perduto. Dirai a Vittorio di presentarsi all’ambasciatore di Germania eccellenza Von Mackensen, chiedendo di arruolarsi nella Luftwaffe. Ti abbraccio con tutti i nostri cari, tuo Benito».

A Campo Imperatore il corpo di guardia badogliano era composto almeno da una novantina di uomini tra ufficiali, sottufficiali, Carabinieri ed agenti di Pubblica Sicurezza.
Tutti avevano un armamento individuale.
La forza italiana disponeva, inoltre, di quattro mitragliatrici, di otto fucili mitragliatori «Breda 30» e più di trenta mitra.
Gli ultimi ordini sono ambigui: il capo del Governo è fuggito e si è a conoscenza che i tedeschi tenteranno un colpo di mano.
Gueli, non intendendo ostacolare in alcun modo l’azione germanica, non ha dato istruzioni particolari ai suoi uomini.
Ha fatto, anzi, accantonare le armi automatiche, chiuse nelle guaine e incappucciate, ed ha ordinato di riunire le munizioni, poche, ma non si è curato di chiederne altre, in una stanzetta del terzo piano dell’albergo.
Ha, inoltre, disposto che i cani da guardia restassero alla catena negli angoli morti del fabbricato.
Quando il 10 settembre mattina era parso, per qualche ora, che i tedeschi avessero difficoltà ad occupare Roma, dopo aver saputo che l’Italia aveva firmato l’armistizio con gli angloamericani, il capo della Polizia Senise ha telefonato a Campo Imperatore e ha avvertito l’ispettore Gueli che, da come si mettevano le cose, era opportuno considerare ancora valida la disposizione riguardante il prigioniero caso mai i tedeschi avessero tentato di liberarlo (erano gli ordini originali impartiti da Badoglio).
In altre parole, dovevano consegnarglielo sì, ma morto!
Come abbiamo anticipato le decisioni del Senise, prese in accordo con il ministro Ricci, sono poi radicalmente cambiate: bisognava consegnare Mussolini indenne ai suoi liberatori che, nella fattispecie, non potevano essere nient’altro che i nazisti.

Il mattino dell’8 settembre, il tenente Faiola ha presentato al duce il pastore che forniva i latticini per la mensa del prigioniero e per quella dei guardiani.
Mussolini ha scambiato alcune parole con lui.
Il montanaro gli ha detto: «I tedeschi sono già alle porte di Roma. Ci hanno raccontato che eravate scappato in Spagna, che vi avevano ucciso, che eravate morto durante un’operazione in un ospedale di Roma, mentre altri sostenevano che vi avevano fucilato al Forte Boccea».
Mentre il duce discorreva con il pastore, alto in cielo, è comparso un aereo che si attardava sulla zona.
A bordo c’era Skorzeny con due collaboratori i quali fotografavano il sito in cui avrebbero dovuto atterrare gli alianti con i parà incaricati dell’operazione Quercia.
Tutti ritenevano che l’operazione fosse troppo rischiosa o addirittura impossibile.
Dalle fotografie non era emerso il dato forse più importante: il pianoro era zeppo di massi affioranti, ostacoli micidiali per le fragili strutture dei velivoli senza motore.
Poi bisognava tenere conto del fattore altezza: l’aliante aveva bisogno di un cuscino d’aria che lo sostenesse in volo, mentre sul Gran Sasso l’atmosfera era piuttosto rarefatta.
Come avrebbe potuto il velivolo librarsi in cielo?
In pratica se fossero partiti dodici alianti, solo tre o quattro, al massimo, sarebbero atterrati indenni.
Forse anche meno.
E gli altri?
E che ne sarebbe stato degli uomini che li stipavano?
Ma Skorzeny non voleva sentire obiezioni.
Il piano di Student era categorico e, d’altronde, rappresentava l’unica soluzione che risultasse possibile in quel momento.
Occorreva agire senza por tempo di mezzo.
Nonostante i pareri contrari dei «tecnici», Skorzeny ottiene il permesso «di poter provare».
Il 12 settembre, verso le 13, gli aerei tedeschi e i 12 alianti decollano dall’aeroporto di Pratica di Mare, una frazione del comune di Pomezia, situato in provincia di Roma.
Il decollo è stato reso difficoltoso da un bombardamento che aveva ridotto la pista d’atterraggio ad un vero e proprio colabrodo.
Così lo Skorzeny si rivolge ai suoi uomini prima della partenza: «Invero gli esperti ci hanno dato poche probabilità di riuscita anzi dicono che la maggior parte dei nostri uomini andrà perduta prima ancora che si possa combattere. Non so se l’impresa sia effettivamente senza possibilità di successo. Certo le perdite saranno inevitabilmente alte. Naturalmente nessuno è obbligato a partecipare. Chi vuole può riflettere prima di decidersi a venire, chi ha famiglia può ritirarsi, per lui non ci sarà nessuna conseguenze di sorta. Il suo rifiuto sarà completamente ignorato al di fuori della nostra cerchia. Non sarà presente in alcun rapporto, né gli verrà meno il nostro rispetto».
Un discorso del genere è il meno adatto per convincere qualcuno a restarsene al Quartier Generale ad aspettare il ritorno dei compagni.
Ammesso che poi i commilitoni tornino per davvero.
Dopo l’impresa, potrebbero partire direttamente verso la Francia meridionale (da dove erano venuti) o verso la Germania (magari in licenza premio).
Così tutti quelli della divisione SS Friedenthal accettano senza discutere il piano proposto dal loro temerario comandante.
Sono lì per questo e non è certo il caso di tirarsi indietro all’ultimo minuto.
Nel frattempo, invano la radio alleata aveva trasmesso una notizia la cui inconsistenza era palese: aveva annunciato che Mussolini era stata consegnato dagli italiani a una rappresentanza dei Governi angloamericani.

Nulla di più assurdo e Skorzeny lo sapeva bene.
Dal Gran Sasso non era partito proprio nessuno e da quelle parti non c’era stato alcun movimento che avesse potuto far pensare ad un’eventualità del genere.
Quell’annuncio era una vera manciata di sabbia negli occhi, un diversivo per confondere le idee.
E non solo: qualora i tedeschi fossero riusciti nel loro intento di liberare Mussolini, la «figuraccia» fatta dagli alleati sarebbe stata doppia.
Oltre al danno, anche la beffa.
I piani tedeschi per impossessarsi del duce sono tre, tra loro alternativi e tutti operanti.
Il primo prevedeva l’occupazione del campo di aviazione dell’Aquila dove sarebbero giunti e da cui sarebbero partiti tre aerei tedeschi: uno per Mussolini e gli altri due per scortarlo ed impegnare il nemico in caso di attacco dal cielo.
Il secondo disponeva che un aereo da ricognizione Fieseler Storch («Cicogna») avrebbe raggiunto un pianoro prossimo alla stazione di base della funivia di Campo Imperatore: sarebbe servito per allontanare il capo fascista, una volta giunto al fondo valle, se le circostanze lo avessero imposto.
Il terzo avrebbe stabilito che Heinrich Gerlach, il pilota personale di Student ed asso dell’aviazione germanica, avesse tentato di atterrare con la «Cicogna» sull’altipiano sottostante l’albergo di Campo Imperatore.
Ecco come era stata preventivata l’azione dei paracadutisti tedeschi (in precedenza, per non lasciarli inattivi, erano stati utilizzati per disarmare la divisione italiana Piacenza).

E’ lo stesso maggiore Mors, il comandante trentaduenne dei parà catapultati sul Gran Sasso, che ce la spiega, ribadendo quanto aveva già detto allo scrittore e giornalista Luigi Romersa e fornendo ulteriori dettagli: «La migliore compagnia di cui dispongo, quella agli ordini del tenente von Berlepsch, sarà trasportata con alianti che arriveranno direttamente davanti all’albergo di Campo Imperatore. L’ordine è di liberare subito Mussolini e di proteggerlo fino all’arrivo dei rinforzi. Al tempo stesso, sarà opportuno occupare la stazione della funicolare (non esistendo strada di sorta per raggiungere l’albergo) onde utilizzarla per l’invio dei rinforzi. Il grosso del battaglione (due compagnie di paracadutisti motorizzati, una compagnia anticarro e una parte della compagnia pesante) raggiungerà, sotto il mio comando, la valle di Assergi occupando la stazione inferiore della funivia. Se la situazione lo richiederà, questa forza potrà appoggiare l’azione di von Berlepsch. Terminata la missione, il battaglione riunito si aprirà un varco per ritornare a Roma. Mussolini viaggerà a bordo di una delle nostre autoblinde che resterà sempre al centro della formazione per essere opportunamente difesa in caso di attacco nemico».
Come sappiamo, il generale Student ha approvato il piano propostogli dal Mors, apportandovi un variante.
Ha detto il generale tedesco: «Mussolini raggiungerà Pratica di Mare in aereo. Invierò sul Gran Sasso il mio pilota personale, il capitano Heinrich Gerlach. E’ un asso della Luftwaffe, sarebbe capace di atterrare su di un fazzoletto. Non intendo mettere in pericolo la vita del Duce in un viaggio di duecento chilometri attraverso un territorio che dobbiamo considerare almeno ostile».
Nel frattempo a Student si è presentato il capitano Skorzeny e gli ha richiesto di partecipare all’impresa: «La liberazione del Duce è ormai diventato lo scopo della mia vita. Vi sarò molto grato se mi consentirete di prendervi parte al fianco dei vostri valorosi paracadutisti».
Il generale ha comunque tenuto a precisare per iscritto quanto segue: «Maggiore Mors, vi informo che il capitano delle SS Otto Skorzeny parteciperà all’azione affidata al vostro comando in qualità di ospite. Egli potrà prendere posto con alcuni dei suoi uomini a bordo di uno dei nostri alianti. Vi preciso inoltre che, in virtù del suo rango nelle SS, non possiamo porre il capitano Skorzeny agli ordini del tenente von Berlepsch. Di conseguenza, egli partecipa all’azione senza alcun diritto di comando ed è a lei, maggiore Mors, che sarà direttamente subordinato in qualità, per così dire, di consigliere di Polizia».

Il tenente delle SS Karl Radl, parlando con il suo superiore (lo Skorzeny), gli ha fatto conoscere quale era il suo pensiero per ovviare ad una serie di inconvenienti che la vigilanza armata sul Gran Sasso avrebbe potuto creare: «Capitano Skorzeny, per scongiurare ogni pericolo non c’è che un mezzo. Carichiamo a bordo un alto ufficiale italiano: arrivati, lo faremo scendere per primo; la sua apparizione sconcerterà sicuramente i Carabinieri di guardia».
A Roma, alle ore 7,45 del 12 Settembre 1943, un reggimento della seconda divisione paracadutisti comandato dal generale Marcantonio Bragadin ha occupato il palazzo del Viminale.
Un accordo italo-germanico prevedeva solo di mettere sotto controllo il centralino telefonico interurbano situato all’interno dell’edificio.
In realtà, lo scopo vero dell’occupazione era quello di prelevare il generale Fernando Soleti, comandante il corpo degli agenti di Polizia dell’Africa Orientale, per poi condurlo sotto scorta a Pratica di Mare.
Qui il generale Student e il capitano Skorzeny gli chiedeno a nome di Hitler «di prestare la sua opera per evitare per quanto possibile uno spargimento di sangue, partecipando alla liberazione del Duce».
Questo ostaggio di alto rango sarebbe stato imbarcato sull’aliante che aveva il compito di planare per primo sul pianoro di Campo Imperatore.
Appena atterrato sullo spiazzo a disposizione e aperto il portello dell’aliante, l’ostaggio, spinto fuori dal velivolo senza motore, doveva gridare, con quanto fiato aveva in gola, di non sparare.
L’invito in italiano non avrebbe mancato di disorientare gli uomini della guarnigione.
Guadagnato tempo prezioso i paracadutisti, dopo aver circondato l’albergo, avrebbero potuto così disarmare il presidio posto a guardia del duce senza colpo ferire e quindi procedere alla liberazione dell’illustre prigioniero.
L’idea era indubbiamente buona, ma c’erano dei punti interrogativi: il primo consisteva nel comportamento dell’ostaggio: avrebbe effettivamente obbedito?
Poteva gridare: «non sparate!», ma anche rischiare la vita, sacrificandosi per far fallire l’impresa.
E i Carabinieri?
Dopo il primo momento di incertezza, avrebbero potuto premere il grilletto delle loro armi, mettendo fuori uso i vulnerabilissimi alianti costruiti con materiale leggero (legno e tela) e facendo strage dei loro occupanti.
Non solo, ma quanti alianti, date le condizioni climatico-geografiche e lo scarsissimo spazio per manovrare, sarebbero arrivati indenni sul suolo?
Il pianoro sul quale avrebbero dovuto atterrare era in realtà un sottile triangolo di terra in forte pendenza.
Insomma più un modesto campo da sci che non una zona adatta per un atterraggio planato.
Indubbiamente bisognava mettere in conto che la voce perdite di uomini e mezzi sarebbe stata assai elevata.
A Campo Imperatore Mussolini aveva espresso al tenente Faloia alcuni suoi non infondati timori e cioè l’assillante preoccupazione di cadere vivo nelle mani degli alleati: «La sera del 9 settembre, ascoltando la radio, il Duce apprese che fra le clausole dell’armistizio era compresa la consegna della sua persona al nemico. Ne rimase impressionato e, chiamatomi nella notte, esternò a me, che sapeva reduce dalla prigionia inglese, tutta l’apprensione che gli causava tale notizia, dicendomi, anche, che avrebbe preferito darsi la morte piuttosto che subire una simile onta. Ritenni mio dovere non solo rassicurarlo che nessun ordine al riguardo era a noi pervenuto, ma di promettergli, anzi di giurargli che, di fronte a simile eventualità, io lo avrei guidato e protetto in una fuga attraverso le montagne: ‘Fatto prigioniero a Tobruk, testimone delle crudeltà britanniche sugli italiani, io non consegnerò mai un italiano agli inglesi’. Soltanto dopo questo mio così solenne impegno, egli consentì a coricarsi e potei lasciarlo veramente tranquillizzato».

Ha scritto il Duce in quei momenti: «Pare che i dittatori non abbiano scelta, non possono perché devono cadere. Però è una caduta che non suscita ilarità. Anche quando non sono più temuti continuano ad essere odiati o viceversa ancora amati».
In un’altra circostanza il Faiola ha scritto: «Tutti i miei atti nei riguardi del Duce sono stati dettati, tengo a dichiarare, dalla precisa volontà di agevolarlo in tutto e per tutto, e mai, per nessuna ragione, avrei fatto uso delle armi».
La reazione di Mussolini all’annuncio dell’armistizio lo porta a presagire l’invasione da parte dei tedeschi del territorio nazionale e l’inizio delle loro feroci rappresaglie.
Ha detto infatti: «Questo è un gran brutto giorno per l’Italia. Vedrete ora i tedeschi cosa faranno. Non tollereranno mai questo tradimento».
Ha scritto il Baima Bollone: «In Mussolini prigioniero al Gran Sasso esisteva la tendenza a scacciare i ricordi spiacevoli del suo crollo politico e a evitare ciò che poteva rammentarglielo, l’incapacità di riflettere lucidamente sulla propria posizione come avrebbe fatto in passato, la spinta ad irritarsi e a manifestare risposte clamorose di fronte alla prospettiva, che irrazionalmente rifiutava, di essere consegnato agli angloamericani. Tutti questi elementi confermano la diagnosi di disturbo postraumatico da stress».
Altre considerazioni del Baima Bollone meritano di essere riportate: «C’è da chiedersi quali possano essere state le ragioni del generale favore, per non dire addirittura benevolenza, dimostrati dalla maggior parte dei carcerieri nei confronti di quello che, in fondo, non era altro che un tiranno despota, e sorgono interrogativi anche sulle motivazioni sottostanti all’atteggiamento psicologico che Mussolini, a sua volta, ha tenuto apertamente nei loro confronti. In quei momenti non è più né il Duce, né l’uomo di un tempo. La realtà è che Mussolini ha sempre avuto costituzionalmente la capacità di coinvolgere dal punto di vista emotivo chi sta intorno a lui».
Lo stesso Gueli, affascinato dal comportamento remissivo e ammiccante del duce, è preso da un dubbio più che legittimo.
Rivolgendosi all’ex dittatore ha, infatti, avuto uno sfogo millenaristico: «Non so se sono io il prigioniero, oppure quello siete Voi».

Sentiamo ancora cosa dice il Baima Bollone: «Gli indizi più significativi del coinvolgimento emotivo dei carcerieri da parte di Mussolini sono contenuti in un lungo articolo in quattro puntate che il maresciallo Osvaldo Antichi pubblica quindici anni più tardi su un diffusissimo settimanale italiano. L’Antichi è rimasto con il Duce per oltre quarantacinque giorni. Al suo arrivo lo trova distrutto dagli eventi, un uomo finito. I rapporti sono dapprima difficili e solo più tardi Mussolini gli ‘parla apertamente’».
A poco a poco Mussolini prende confidenza con lui.
Passano i giorni e Antichi si accorge che è intervenuto un cambiamento e che ormai Mussolini
«si fida».
E’ il momento in cui si scioglie e parla liberamente, tanto da metterlo a parte di alcuni «segreti». Alla Maddalena Mussolini si lascia andare «senza più prevenzioni», fino al punto di sviluppare una sorta di amicizia.
A metà agosto Antichi si ammala e Mussolini va a trovarlo tre volte.
Si siede premurosamente sul bordo del letto, gli chiede della sua famiglia, della moglie e della carriera.
Antichi lo sente «vicino», «sinceramente interessato».
Il coinvolgimento diventa totale.
Antichi ricorda che «qualche volta goicammo a carte insieme. Soprattutto a scopone, gioco di cui Mussolini si mostrava appassionato».
Al Gran Sasso il legame si stringe ulteriormente.
Mussolini colpisce Antichi con il suo atteggiamento.
Il maresciallo ricorda di averlo visto socchiudere gli occhi quasi a bearsi di quegli attimi di tranquillità.
Mussolini parla ed il maresciallo sente di «poter affrontare con lui qualsiasi argomento».

Un giorno, continua il racconto, «lo vidi alzare lo sguardo verso di me. ‘Caro Antichi, gli dice, bisognerebbe poter vivere due volte’. Detto questo, gli posa una mano sulla spalla, con un gesto sinceramente affettuoso. Antichi chiude così: ‘Mi sentii allora incoraggiato a parlare e quasi mi sfogai. Fu un pomeriggio che ricorderò sempre’ ».
Tutto questo porta il Baima Bollone a dire una cosa che non sta né in cielo, né in terra se si affronta il problema dei rapporti interpersonali dal punto di vista psichiatrico.
Dice, infatti, il medico torinese: «Questa lettura degli avvenimenti porta a concludere che nei confronti del maresciallo Antichi, del tenente Alberto Faiola, dell’ispettore generale Giuseppe Gueli Mussolini sviluppa sentimenti positivi alla base di un rapporto non molto diverso da quello che oggi conosciamo come sindrome di Stoccolma».
Per inciso e per meglio capire quali erano le reali relazioni tra l’ostaggio e i suoi carcerieri, va detto che sia il Gueli che il Faiola, per espresso ordine di Mussolini, non hanno subito alcun fastidio da parte della Polizia durante i seicento giorni di Salò, quelli cioè della Repubblica Sociale Italiana governata dal duce.
Il Gueli è stato anzi utilizzato per svolgere importanti funzioni di polizia nella neonata Repubblica Sociale.
Molti psichiatri di mia conoscenza hanno letto il libro del Bollone intitolato «La psicologia di Mussolini».
Tutti si sono espressi in temini poco lusinghieri.
Il Bollone è un insigne medico legale.
Chi conosce bene un’arte deve farne tesoro e non deve azzardarsi a sconfinare in campi psichiatrici che non sono di sua competenza.
Rimedia solo delle figuracce che ne compromettono la credibilità anche in quei settori dove, invece, la sua parola fa sicuramente testo (non sempre).
Mussolini ha emotivamente coinvolto i suoi custodi per il semplice fatto che era in una posizione difficile, costretto com’era, lui sempre poco disposto nei confronti di un vivere coercitivamente coatto, a subire misure restrittive che tutto sommato erano giustificate solo se si tiene presente la minaccia teutonica.
Lui stesso ai suoi carcerieri ha sempre detto che avrebbe voluto essere liberato dagli italiani e non dai tedeschi.
I suoi guardiani, inoltre, erano militari e non potevano giudicare senza acrimonia il comportamento del re e di Badoglio, ossia il voltafaccia nei confronti dell’alleanza con la Germania nazista.
Quando hanno visto i paracadutisti tedeschi, i Carabinieri non hanno nemmeno accennato a sparare.
Hanno fatto finta di voler opporsi con le armi.
Gli alianti di Hitler in atterraggio potevano essere facilmente sforacchiati dalle mitragliatrici dei difensori.
Loro stessi avevano preventivato una resa incruenta ed in pectore non erano ostili ad un redde rationem che si fosse verificato senza spargimento di sangue.
In quella circostanza, simpatizzare con Mussolini ed essere ricambiati è stato un fatto conseguenziale del tutto spontaneo e naturale.

Non c’è bisogno di scomodare la psichiatria per spiegare comportamenti che rientrano in un ambito di assoluta normalità.
Sono stati degli atteggiamenti condizionati da fenomeni che erano al di fuori della norma per
i luoghi, per i tempi e per le circostanze imprevedibili che si erano verificate.
Il Bollone, nel momento in cui ha finito di scrivere il suo libro, deve essere stato contento come
i pitagorici quando hanno dimostrato che la radice quadrata di due era un numero irrazionale.
O, forse, più semplicemente, ha il grande merito di aver «scoperto l’acqua calda».
Per il Bollone il duce aveva un serie di patologie psichiatriche tali che quelle di un folle da manicomio se le sogna: distrurbo narcisistico di personalità, malattia bipolare, disturbi ansiosi, depressione maggiore e turbe di tipo ossessivo-compulsivo, oltre alla menzionata sindrome di Stoccolma e a pulsioni erotiche (psicopatogene) nei confronti della sua progenie femminile.
Manca solo l’omosessualità: allora sì che il quadro sarebbe stato completo.
Il duce, secondo Bollone e fatti i debiti conti, avrebbe dovuto ingurgitare, ogni giorno, almeno venti tipi diversi di farmaci antipsicotici.
Senza contare eventuali elettroshock, bagni in acque caldo-fredde, come prevedeva la scuola nordica, shock insulinici e sedute fiume psicoterapeutiche che incominciavano solo allora ad andar di gran moda.
Il Baima Bollone ha forato una gomma quando ha dato la sua interpretazione sulla morte di Mussolini.
Ne ha forata un’altra, ancor più platealmente, quando si è azzardato ad interpretare la fisionomia psicologica di un personaggio che ha dimostrato di non saper analizzare per il fatto che gli mancava la specifica competenza necessaria, ossia quella psichiatrica.
«Non bisogna mai saltare oltre la propria ombra», ha detto il filosofo tedesco Martin Heiddegger.
Prima della notte tra l’11 e il 12 settembre, la cameriera di Mussolini, Lisetta Moscardi, stava preparandogli il letto.
Alla vista del prigioniero gli ha sorriso, dicendogli: «Già a letto stasera?».
Mussolini non le ha risposto subito.
Si è fermato in mezzo alla stanza ed ha osservato a lungo ed in silenzio la ragazza come se stesse meditando qualcosa di molto importante.
Quindi le ha detto: «Le mie disgrazie non sono ancora finite. Ho l’impressione che verrà il peggio. Pensate: si sta tramando per consegnarmi, a tradimento, agli inglesi! Ebbene vi giuro Lisetta che non cadrò mai vivo in mano loro».
Presa d’acchito, nel vortice della Storia, Lisetta non ha saputo che mormorare: «Ha ragione… Se ha stabilito così, ha proprio ragione!».
Questi lugubri presentimenti hanno indotto il duce a scrivere una lettera al tenente Faiola che Duilio Susmel ha così ricostruito: «Ore 3 del 12 settembre 1943. Caro tenente credo di avere in voi un buon amico. Sono certo di essere consegnato agli inglesi da un momento all’altro. Il fatto che non siano ancora pervenuti ordini in tal senso non esclude che possano giungere da un minuto all’altro.
Voi siete un soldato e perciò vi rendete conto ancora meglio di me di quel che significa cadere in mani nemiche. Non voglio sottomettermi a simile umiliazione e vi prego quindi di farmi pervenire una pistola. Grazie ed addio. Mussolini».
Ha detto il Romersa: «Mussolini, spesso durante quella notte, si alzò, camminò a lungo per la stanza e accese e spense più volte al luce, a dimostrazione di un nervosismo incalzante che non gli dava pace».

Interessante è quello che c’è scritto su Il Corriere della Sera del 16-17 settembre del 1943:

«I primi particolari sulle intenzioni che gli alleati avevano in animo verso Mussolini prigioniero si apprendono dalla Berliner Borse Zettung di giovedì mattina per tramite del suo corrispondente di Lisbona: ‘La liberazione di Mussolini è avvenuta tre, quattro ore prima che il Duce dovesse venir consegnato agli Stati Uniti. Da fonte degna di fede ho appreso i seguenti particolari sul progetto di consegna di Mussolini agli alleati, consegna che faceva parte essenziale delle clausole d’armistizio sottoscritto da Badoglio. Pochi giorni dopo il 25 luglio allorchè il re Vittorio Emanuele III e Badoglio avevano imprigionato Mussolini, apparve a Lisbona, a bordo di un aereo postale, il generale Castiglione che si mise in contatto con l’ambasciata inglese e con la legazione degli Stati Uniti. La conversazione decisiva fra l’italiano e gli angloamericani ebbe luogo in un albergo a Manfra a circa 30 chilometri da Lisbona. Alcuni giorni più tardi Castiglione ricevette l’invito di consegnare Mussolini agli Stati Uniti entro un termine stabilito da Roosevelt. La consegna, secondo il piano elaborato personalmente dal presidente americano doveva costituire un grosso colpo di scena politico simboleggiante la vittoria degli USA sul fascismo ed in pari tempo un trionfo capitale nella propaganda elettorale di Roosevelt (era imminente la votazione per eleggere il nuovo presidente USA, ndr). Una missione militare statunitense avrebbe preso sotto la sua protezione Mussolini alla presenza di operatori cinematografici, fotografi, radiocorrispondenti e giornalisti. Mussolini doveva essere trasportato in aereo, dopo una sosta in Sicilia ed a Gibilterra, direttamente a Nuova York e di là a Washington. Roosevelt intendeva accogliere Mussolini come prigioniero alla Casa Bianca ed alla presenza di Churchill, in questa occasione, avrebbe fatto un radiodiscorso. L’arrivo del Duce a Nuova York era previsto per il 16 settembre. L’organizzazione di questo progetto richiese più tempo del previsto. Stimando erroneamente il valore delle contromisure tedesche di fronte alla capitolazione di Badoglio, non si diede alcuna importanza decisiva al fattore tempo. Insomma la manovra è fallita perchè gli americani sono stati preceduti dai tedeschi».

Che il Duce fosse veramente angosciato per la sua situazione contingente lo testimonia un fatto: sul Gran Sasso, la notte tra il 10 e l’11 settembre, ha tentato di suicidarsi, tagliandosi le vene dei polsi con una lametta da barba.
Vediamo il breve racconto della cameriera Lisetta Moscardi: «Entrai in camera del Duce per ragioni di servizio e vidi con spavento che i polsi di lui, seduto sul letto, erano macchiati di sangue. Mandai un grido, accorsero l’attendente, il maresciallo Antichi e poco dopo il tenente Faiola. Il loro pronto intervento evitò che Mussolini portasse a termine il tentativo di suicidio».
Fra i primi ad accorrere è stato il maresciallo maggiore Osvaldo Antichi, addetto alla sorveglianza del prigioniero.
Così racconta quello che lui ha visto, entrando nella stanza del duce: «Lo trovai seduto sulla sponda del letto con le braccia abbandonate e gli occhi sbarrati. Dai polsi, gli scendeva un rigagnolo di sangue. Sul comodino c’era una lametta da barba e, aperto, il rasoio Gillette. Erano accorsi altri Carabinieri e il tenente Faiola. Con dello spago gli legai strettissimi gli avambracci per bloccare l’emorragia. Perdonatemi, disse il Duce, perdonatemi e non volle aggiungere altro. Io gli dissi: ‘Non ha pensato a quello che toccherebbe a noi se la trovassero morto?’. Sembrava inebetito. La stanza era ormai piena di gente. Era ritornata anche Lisetta che singhiozzava a dirotto. Medicandolo, ricordo che lo rimproverai e lui ascoltava abbandonato, sfinito, distrutto dal pensiero di quel tentativo di suicidio che doveva ora umiliarlo. Mi ricordo che gli battei anche la mano sulla spalla per rincuorarlo. Lui mormorava qualcosa che francamente non ho capito; lo facemmo sdraiare e lui, preso sotto le ascelle, lasciò fare. Pareva che non si accorgesse nemmeno di noi. La sera dell’11 settembre, prima del disperato tentativo autolesionista, l’ex dittatore aveva scritto nei suoi appunti: ‘Una strana atmosfera di incertezza regnava sul Gran Sasso. I capi della scorta sembravano imbarazzati, come davanti all’obbligo di dare esecuzione ad un compito particolarmente ingrato».

Ecco come ha commentato il tentato suicidio il Petacco: «C’era in giro, dunque, più commozione che allarme o sconcerto. Doveva essere una curiosa scena: uno che ostentava un suicidio mancato e gli altri che, per compiacerlo, fingevano di crederci. Alberto Faiola, il più turbato di tutti, si ritenne in dovere di tranquillizzarlo definitivamente, e disse con solennità: ‘Io vi giuro sulla testa dei miei figli che non consegnerò mai un italiano agli inglesi’. Mussolini ringraziò con un timido sorriso, Probabilmente, da tutto quell’armeggio, si aspettava solo questa promessa».
Angelo De Nicola ha scritto: « ‘Il Duce disse che piuttosto che finire in mano agli inglesi si sarebbe ammazzato. Sì, Mussolini tentò il suicidio in quel settembre del 1943. Si tagliò le vene dei polsi nel bagno della camera dell’albergo a Campo Imperatore. Fu salvato appena in tempo dal tenente Faiola. Non mi guardi così: sono vecchia, forse Gesù mi si sta prendendo, ma ragiono ancora’. Elisa (Lisetta o Lisé) Moscardi, nonostante gli 88 anni, i capelli candidi come il cotone ed un femore rotto, mostra ancora l’antica bellezza diventata leggenda tra i vecchi montanari del Gran Sasso. Gli occhi celesti hanno ancora lo stesso fascino di quando, in quel settembre 1943, la bella montanara conquistò addirittura Benito Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, nell’albergo Amedeo di Savoia, a duemila metri di quota. ‘Noo, noo, non sono stata la cameriera del Duce, ma la sua dama di compagnia’ dice ‘Bambina’, usando il temine con il quale la chiamava Mussolini. Parliamo del Duce: perché venne scelta proprio lei per fare la cameriera? ‘Le ripeto: dama di compagnia’, dice Lisetta mentre gli occhi tornano ad illuminarsi ed il celeste riprende il posto delle lacrime, ‘le cameriere rifanno i letti. Io, invece, facevo compagnia a sua Eccellenza’. Sì, ma perché proprio lei? ‘Ero la guardarobiera dell’albergo a Campo Imperatore. Piangevo: non ci volevo andare. ‘Vai, vai, tu passerai alla Storia’ mi disse l’avvocato Gustavo Marinucci (il direttore dell’albergo, ndr). ‘E’ stata la più bella settimana della mia vita’. Dicono anche che il Duce si invaghì di lei? ‘Dicono tante balle questi giornalisti. Anche Maurizio Costanzo mi faceva tante domande: che bello quando andai al teatro Parioli!’».

«Ed il Duce che le diceva? skorzeny.jpg

Mussolini sentiva che la giornata sarebbe stata decisiva per la sua sorte.
Verso mezzogiorno, ha detto che «il sole aveva stracciato le nubi e tutto il cielo apparviva luminoso nella sua chiarità settembrina».
Erano esattamente le 14.
Mussolini stava con le braccia incrociate davanti alla finestra aperta della sua stanza nell’albergo, quando un aliante si è posato a cento metri di distanza dal¬l’edificio.
Ne sono usciti quattro o cinque uomini in kaki i quali hanno posizionato rapidamente due mitragliatrici per poi avanzare senza indugi.
Dopo pochi secondi altri alianti sono atterrati nelle immediate vicinanze e gli uomini che ne sono discesi hanno ripetuto le stesse mosse.
Al duce non è venuto in mente il fatto che potessero essere inglesi.
Per prelevarlo e condurlo a Salerno non avevano bisogno di ricorrere a una così rischiosa impresa.
Mentre i Carabinieri e gli agenti di custodia si sono precipitati con le armi in pugno fuori dal portone del rifugio, schie¬randosi contro gli assalitori, il tenente Faiola è entrato a precipizio nella stanza del duce intimandogli: «Chiudete la finestra e non muovetevi!».
Mussolini, rimasto alla finestra con i vetri chiusi, ha visto che un altro più folto gruppo di tedeschi, dopo aver neutralizzato i militari italiani che presidiavano la stazione base della funivia situata ad Assergi, era salito e dal piazzale di arrivo del mezzo semiaereo di trasporto marciava compatto e deciso verso l’albergo.
La stazione di Assergi della funivia era stata preventivamente occupata dagli uomini del maggiore Harald Mors che agivano in perfetto sincronismo con le manovre effettuate dagli alianti (i pattini dei velivoli erano stati avvolti con del filo spinato per aumentare l’attrito dell’aliante al momento dell’atterraggio al suolo) su cui viaggiavano Skorzeny ed i paracadutisti destinati a svolgere il ruolo degli assalitori di punta.

Ha detto Mussolini: «Sul pianoro antistante l’albergo scesero altri alianti, una decina in tutto. Mentre da essi uscivano uomini armati, nell’interno dell’albergo si creò un gran frastuono. Sentivo ordini impartiti in italiano e in tedesco; a un certo punto capii che altri militari germanici, saliti fino all’albergo con la funivia, prendevano parte all’operazione dei loro commilitoni che io vedevo dalla finestra. I gruppi tedeschi avanzavano così rapidamente che i Carabinieri non ebbero il tempo di reagire, ammesso che questa fosse la loro volontà. Ora sento all’interno dell’albergo, gli scatti dei caricatori che vengono armati. Da un momento all’altro, penso, i fucili cominceranno a sparare».
In un altro suo appunto il Duce ha annotato: «C’era nell’aria limpida attorno all’imponente cima del monte una specie d’aspettazione. Erano le 14 quando vidi atterrare il primo aliante; poi successivamente altri; poi squadre di uomini avanzavano verso il rifugio e vidi cessare ogni resistenza. Dalle guardie che mi custodivano nessun colpo partì. Tutto era durato cinque minuti».
Alla testa del questo gruppo proveniente dalla stazione della funivia c’era Skorzeny che era appena sceso dal primo aliante atterrato e si era affrettato a radunare i paracadutisti risaliti da Assergi.
I Carabinieri avevano già le armi in posizione di sparo, quando Mussolini ha scorto, nel gruppo comandato da Skorzeny, un ufficiale italiano.
Giunto più vicino lo ha riconosciuto: era il generale Fernando Soleti del corpo della Polizia dell’Africa Italiana.
Nel silenzio che stava per precedere di pochi secondi il fuoco, Mussolini, dopo aver aperto la finestra, ha gridato: « ‘Che fate? Non vedete? C’è un generale italiano. Non sparate! Tutto è in ordine!’ ».

Alla vista del generale sabaudo che veniva avanti tremebondo col gruppo tedesco, le armi si si sono abbassate.
Le cose erano andate così.
Come sappiamo, il generale Soleti era stato prelevato al mattino da Skorzeny.
Non gli era stato detto nulla circa il motivo e gli scopi di quel suo reclutamento.
Gli era stata tolta la pistola con cui aveva minacciato di suicidarsi (era terrorizzato per quell’inaspettata incombenza) ed era partito, pallido e preoccupato, per l’ignota destinazione.
Quando nel momento dell’irruzione ha intuito di che si trattava, ne è stato lieto.
Si è dichiarato felice di avere contribuito alla liberazione di Mussolini e di avere forse, con la sua presenza, evitato una sanguinosa sparatoria.
Ha detto al duce che non era consigliabile tornare immediatamente a Roma dove c’era una «atmosfera di guerra civile» e ha dato a Mussolini qualche notizia sulla fuga ignominiosa del governo e del re a Brindisi.
Ringraziato dal capitano Skorzeny, al Soleti è stata riconsegnata la sua pistola ed è stato accolto il desiderio da lui espresso di seguire Mussolini dovunque egli avesse voluto recarsi.
Come anzidetto il generale Soleti, al momento della partenza, ha tentato di suicidarsi perchè riteneva che quella missione era destinata ad un sicuro fallimento.
Lo hanno dovuto legare per trattenerlo a bordo dell’aliante che trasportava Skorzeny e i suoi commandos.
Ha riferito lo Skorzeny: «All’interno dell’aliante i calore ci soffoca. Il generale italiano impallidisce a vista d’occhio, e ben presto il colore del viso diventa simile al grigioverde dell’uniforme».
A dire il vero il Soleti non è stato reclutato a caso.
Due giorni prima aveva detto all’SS Herbert Kappler che Mussolini era all’Hotel Imperatore sul Gran Sasso.
Lui stesso aveva dato disposizioni affinchè fossero inviate in quella sede le necessarie provvigioni.
Parlando con il generale Student, il filobadogliano Soleti aveva addirittura prospettato che Mussolini non si trovasse più a Campo Imperatore.

 

Fonte: http://firewolfdossier.blogspot.it/2008/08/la-liberazione-di-mussolini-sul-gran_27.html

 

                                                                              SECONDA PARTE --------------->>>>>>>>>>>>