OMICIDIO MUSSOLINI: TROPPE VERSIONI DIVERSE

«Una vulgata sta morendo, con buona pace dei suoi superstiti sostenitori ed epigoni, ma se ne sta sostituendo giorno dopo giorno un’altra, in parte diversa, ma altrettanto refrattaria alla verità storica e probabilmente altrettanto perniciosa. Ché se la vecchia tendeva a squalificare e invalidare alcune verità a tutto vantaggio della esaltazione e della legittimazione di una vulgata di comodo, la nuova par di capire tenda a legittimare le une e le altre in funzione di un immobilismo politico e culturale che - come in passato - ignori le esigenze di una società veramente moderna»… (Renzo De Felice)

Presentiamo ora le principali versioni alternative sulla morte di Mussolini, elaborate in tutti questi anni da storici, ricercatori, giornalisti ed ex partigiani, o almeno quelle che hanno riscosso un minimo di credito.
Versioni che, prendendole tutte insieme, hanno portato ad ipotizzare almeno una decina di presunti fucilatori di Mussolini e, modalità e tempi di esecuzione tra le più disparate possibili, ma alla fin fine sono risultate tutte sostanzialmente indimostrabili ed alcune eccessivamente fantasiose.
Proprio la eterogeneità o contraddittorietà delle tante testimonianze divergenti e l’inflazione di ricordi, spuntati da tutte le parti e raccolti alla buona senza una effettiva verifica, proprio i tanti enigmi che si portano appresso svariati episodi di quelle vicende o alcuni personaggi attori o presunti attori e che non si riesce a sciogliere in modo definitivo, proprio i carenti elementi forniti dal verbale autoptico del dottor Cattabeni e le molte perplessità sollevate dalle foto e dai filmati dei cadaveri, hanno lasciato spazio a tutte queste versioni alternative.
Cercando di seguire un minimo di ordine cronologico cerchiamo di sintetizzare al massimo le più importanti tra queste ipotesi per le quali forniremo anche un nostro giudizio di merito, che già premettiamo, è sostanzialmente negativo.
Prima però facciamo una breve e sintetica panoramica sul lungo percorso pluriennale speso alla ricerca della verità.

Il lungo cammino verso la verità. I primi dubbi e i primi avalli alle mistificazioni

Per la cronaca, iniziò Ferruccio Lanfranchi, nell’estate/autunno del 1945 con il suo Corriere d’Informazione, fornendo alcuni particolari che, di fatto, scombussolavano la versione di Valerio del 30 aprile 1945 circa la fucilazione del Duce, a Giulino di Mezzegra alle 16,10.
Si trattò però di particolari molto confusi e spesso inesatti e comunque non decisivi, ma che ebbero il merito di rompere quella accettazione integrale e passiva della versione imposta dalle fonti resistenziali anche se, per altri versi, proprio quei primi resoconti, forse sottilmente ispirati, del Lanfranchi, una fonte cioè non comunista, costituirono un primo avallo al quadro d’insieme di quella versione che implicitamente si contribuiva a divulgare.
Anche Paolo Monelli, nel 1950, sottolineando le contraddizioni che facevano della versione di Valerio un racconto non credibile, introdusse il sospetto che ci si stesse trovando davanti ad una versione addomesticata.

Due mastini della controinformazione

Nei primi anni ‘50 e seguenti, oltre alla efficace ricostruzione storica di Bruno Spampanato con il suo «Contromemoriale», che però sfiorava appena quegli avvenimenti, soprattutto altri due giornalisti portarono sensibili colpi alla «versione ufficiale»: si trattava di Franco Bandini e di Giorgio Pisanò.
Il primo, con le sue inchieste per varie riviste e soprattutto sull’Europeo, raccolte poi nel 1959 nel suo «Le ultime 95 ore di Mussolini», Sugar, 1959, Milano, pur sul canovaccio della versione ufficiale, aveva messo in piedi un certo numero di interessanti ed inediti fatti e rintracciato importanti testimonianze rese da alcuni partecipanti o testimoni di quegli eventi, che però risentivano spesso dei loro limiti «da rotocalco» e spesso risultavano fumose o contraddittorie o comunque non c’erano certezze sulla loro attendibilità.
Il secondo, il Pisanò, condusse varie inchieste e rievocazioni: su Il Meridiano d’Italia, poi su Oggi, su Candido ed infine, anni dopo, sulla sua rivista Secolo XX, per finire con la pregevole «Storia della Guerra Civile in Italia» di metà anni ‘60 che, pur risentendo di alcune forzature politiche e non portando elementi nuovi e probanti sui fatti del 28 aprile 1945, sconvolse tutto il retorico panorama della storia resistenziale.
Ma sarà soprattutto con gli anni successivi che Bandini e Pisanò, come due mastini che non mollano l’osso, pur tra qualche esagerazione, speculazioni politiche, scoop giornalistici e inesattezze varie, assesteranno colpi importanti alla vulgata resistenziale.
Fino agli anni ‘70 però, tutti i ricercatori storici, che prendevano in mano quegli eventi e riscontravano nella versione ufficiale contraddizioni gravi, elevando quindi sensibili dubbi e sospetti, si muovevano però sostanzialmente sul canovaccio della versione ufficiale stessa, dando per scontata una fucilazione di Mussolini a Villa Belmonte alle 16,10.
Questa limitazione, ovviamente, faceva giungere tutte le ricostruzioni di quegli eventi, ad un punto morto.

Il colpo di scena degli anni ‘70 e le reazioni del PCI

In definitiva, fino alla fine degli anni ‘60, non si poteva contare su elementi qualificati per mettere seriamente in dubbio la versione di Valerio e prevalentemente la critica faceva conto su le evidenti e palesi contraddizioni della stessa versione evidenziando qualche sparuta testimonianza contraria alla vulgata ritenuta sufficientemente attendibile, ma sempre rifacendosi al quadro generale di quella versione.
Nel febbraio del 1973 però, proprio il Bandini, scrisse un indimenticabile servizio sul mondadoriano Storia Illustrata numero 183, titolato «Fu fucilato due volte» riportando una sconvolgente ipotesi: la finta fucilazione del Duce davanti al cancello di villa Belmonte.
Questa versione, anche se confusa e non sufficientemente dimostrata, venne poi, dal giornalista storico di origini toscane, puntualizzata nel suo libro del 1978, «Vita e morte segreta di Mussolini», edizioni Mondadori, dove insinuò anche una possibile sostituzione nell’identità di Valerio con Luigi Longo.
In quei primi anni ‘70, vuoi perchè il Bandini aveva effettivamente colto nel segno, o vuoi perchè oramai la misura era colma, l’allora PCI reagì in vari modi, ma soprattutto attraverso il giornalista Candiano Falaschi dell’Unità incaricato di svolgere una efficiente contro inchiesta (vedi anche: Falaschi, C., «Gli ultimi giorni del fascismo», Editori Riuniti, 1973).
L’impatto sconvolgente dell’articolo del Bandini probabilmente non fu dovuto alla sua ricostruzione generale, tra l’altro alquanto inesatta negli orari e nei particolari forniti, quanto al fatto che probabilmente si temette che lo stesso avesse denunciato una effettiva doppia fucilazione¸ più che da una sua ricostruzione degli eventi, magari da una soffiata ricevuta da qualificati ambienti. Questo avrebbe potuto aprire il campo allo svelarsi di tutta la storia ed era necessario reagire per coinvolgere tutti i settori resistenziali nel tener ferma la tesi comune.
Non è un caso che l’anno precedente, Aldo Lampredi aveva sentito la necessità di scrivere (o gli venne commissionata?), la sua Relazione al partito comunista che probabilmente doveva servire per far fronte, in caso di estrema necessità, a rivedere e precisare, senza smentirla nei fatti, la versione di Valerio.
La contro inchiesta di Falaschi, raccolta successivamente in un libretto edito dagli Editori Riuniti, conteneva una cernita di testimonianze dell’epoca, più che altro di fonte comunista e la cui novità, oltre alle solite sciocchezze di rito, erano alcune testimonianze di Lampredi (in linea con la sua relazione) e di Moretti che si discostavano dalla versione di Valerio per alcuni particolari marginali, ma sostanzialmente confermandola in pieno (fatto emblematico è che poco tempo prima il Lampredi aveva appunto scritto quella «Relazione al partito» con il famoso «Mirate al cuore!» di Mussolini, ma questo particolare però non era allora stato ritenuto opportuno renderlo noto).

Nel frattempo, nel 1974, il PCI ispirò anche il mediocre film di Carlo Lizzani (regista notoriamente vicino al partito) «Mussolini ultimo atto», una retorica ricostruzione della fine del Duce, infarcita di luoghi comuni e menzogne (di fatto la versione ufficiale riversata in pellicola), ma che per il carattere di impatto che la filmografia ha sulla popolazione, può definirsi il vero colpo di genio del PCI i cui vertici andarono alla presentazione del film.
Nel 1975 infine, oramai morti Lampredi (aprile ‘73) e Audisio (ottobre ‘73), la Teti, casa editrice utilizzata dal partito comunista, fece uscire il libro postumo di Audisio «In nome del popolo italiano», con il quale si intese o si sperò di mettere la parola fine a tutte le critiche sulle versioni prima di allora pubblicate, facendo finta di ignorare e mantenendo in buona parte segreto che, agli atti del partito, c’era pur sempre una Relazione di Lampredi alquanto difforme e persino polemica con i resoconti dell’Audisio.
Fu questo il testo, per così dire, scolastico della storica versione, ma la sua fama durò poco.

Le telenovele degli anni ‘80/‘90: Valerio/Longo e il Servizio Segreto inglese

Con gli anni ottanta, anche per il ritorno in Italia di Bill Urbano Lazzaro e le sue tardive e sospette certezze (raccolte poi nel 1993 in un libro edito da Mondadori, «Dongo mezzo secolo di menzogne») sul fatto che il Valerio di Dongo e Mezzegra fosse Luigi Longo, come già aveva insinuato Franco Bandini, sulla stampa e sulle riviste storiche dell’epoca, si sviluppò tutta una nuova telenovela su chi si celasse dietro il nome di battaglia del famoso Valerio.
Tante furono le congetture che però rimasero come tali.
Nel frattempo ci si mise anche un certo Giovanni Lonati, ex partigiano, con la sua storia di aver ucciso il Duce, verso le 11 del mattino, per ordine ed in compartecipazione di un ufficiale inglese, tale John.
Era questa, comunque, una testimonianza diretta di un presunto esecutore, vera o falsa che fosse, ed ovviamente fece un certo scalpore.
Come di solito accade in questi casi, la storia di Lonati, ampliata poi con il suo libro «Quel 28 aprile. Mussolini e Claretta la verità», Edizioni Mursia, 1994, per i sui risvolti di intelligence e per l’aggancio con le vicende del famoso carteggio Mussolini/Churchill fu, anche se non dimostrata, quella che più venne pubblicizzata perfino attraverso vari servizi televisivi.
Di questa fantasiosa versione ne abbiamo già parlato in questo sito con il nostro articolo: «Morte Mussolini: I fantomatici killer inglesi».

Un grande della medicina legale

Per alcuni anni sembrò che non dovessero esserci più colpi di scena, ma ecco che verso la fine degli anni ‘80 un medico legale di Ascoli Piceno, Aldo Alessiani, sconvolge di nuovo il panorama storico rendendo noti dei rivoluzionari ed interessanti studi durati anni in cui, con tecniche empiriche alquanto intelligenti e rilievi oggettivi fatti sulle foto dei cadaveri ed il loro vestiario, le gore ematiche apparse sulle salme ed una critica a tutto campo al verbale dell’autopsia di Cattabeni, arrivò ad ipotizzare una morte di Mussolini di molto anticipata rispetto all’orario storicamente noto (le 16,10) ed addirittura durante una fase di lotta e senza il vestiario indosso, probabilmente nella stessa stanza di casa De Maria.
Le tesi di Alessiani, sia pure ipotetiche, ma ben documentate ed esposte, di fronte al silenzio ed alla mediocrità di tanti pseudo colleghi nel campo della tanatologia, meriterebbero di far erigere un monumento a questo medico legale.
Esse fecero un certo scalpore, ma forse per alcune sue forzature nelle sue ipotesi e rilievi (per esempio esagerò la compattezza della rosa di colpi sulla spalla sinistra) o comunque per il fatto che non potevano essere dimostrate con certezza, data la mancanza di perizie precise, la carenza del materiale a sua disposizione, ecc., con il tempo finirono per perdere molto del loro mordente.
E’ un fatto però, che da allora tutti gli addetti a questa storiografia hanno dovuto tenere conto degli studi di Alessiani o comunque non hanno potuto ignorarli del tutto.

Un prezioso studio riccamente documentato

Un prezioso e dettagliato lavoro dell’avvocato Alessandro Zanella, «L’ora di Dongo», Rusconi, 1993, portò in quegli anni un notevole contributo alla chiarificazione di molti avvenimenti soprattutto perchè si articolava su una numerosa mole di fatti e testimonianze raccolte negli anni (l’autore aveva anche avuto modo di leggere i diari di Bruno Puccioni che apportarono molti elementi nuovi o comunque fino ad allora sconosciuti).
E forni anche tutta una serie di intelligenti intuizioni su di una possibile dinamica dei fatti.
L’opera dello Zanella divenne veramente un testo imprescindibile per ogni ricerca su quell’oscuro periodo.

La «vulgata» si rifà il look

In questo can can dei primi anni ‘90, le istituzioni resistenziali (oramai c’era stato il crollo del muro ed il PCI si era trasformato in PDS) si può dire che reagirono, attraverso il direttore dell’Istituto storico per la Liberazione, poi divenuto Istituto di storia contemporanea di Como, Giusto Perretta che promosse, attraverso la raccolta di vecchie e nuove o inedite testimonianze, come al solito in massima parte di ex comunisti, di Michele Moretti, ecc., varie ricerche atte a ribadire la storica versione.
Lo scopo del Perretta, con il suo «La verità, Dongo 28 aprile 1945» edizioni Actac, Como, 1990 e edizione aggiornata 1997, era probabilmente quello di ripulire e puntellare, la vecchia ed oramai inattendibile versione storica.
E’ in quest’ottica che l’Istituto comasco per la storia del movimento di Liberazione sintetizzò tutta la versione ufficiale con una sua «solenne» dichiarazione sottoscritta anche da alcuni ricercatori storici e da un vecchio partigiano azionista, tale Luigi Carissimi-Priori, da qualche tempo tornato in Italia e quindi una volta (si disse) scovato (?), risultato utile proprio come il cacio sui maccheroni.
E’ sintomatico però che il Perretta nella sua edizione aggiornata del libro del 1997 non dedichi spazio alla testimonianza della signora di Bonzanigo che pur l’anno prima aveva sconvolto il panorama delle testimonianze storiche e neppure un rigo al «Viva l’Italia» che Moretti avrebbe confidato a G. Cavalleri nel 1990 di cui accenniamo qui appresso.
Perchè?
Eppure questi due aspetti, soprattutto il primo, erano fortemente in contrasto con tutta la storica versione!
Molto più efficacemente invece il ricercatore storico Marino Viganò, qualche anno dopo pubblicò su Palomar numero 2 del 2001 un dettagliato e documentato articolo «’Un Istintivo gesto
di riparo’ »: nuovi documenti sull’esecuzione di Mussolini (28 aprile 1945)», cercando, sulla base della raccolta e della verifica di alcune testimonianze anche inedite di fare chiarezza su alcune di quelle vicende.
Il Viganò è molto convincente quando ricostruisce l’attendibilità del fatto che il colonello Valerio fosse proprio W. Audisio, anzi documenta con molta precisione che non possono esserci dubbi in proposito, mentre invece le sue prove, per attestare che effettivamente ci fu una fucilazione su persone «vive» alle 16,10 di fronte al cancello di villa Belmonte, non sono assolutamente sufficienti.

La clamorosa e sofferta ammissione

Negli anni ’90, che non a caso vedevano lo scadere del famoso silenzio cinquantennale, ci fu anche la famosa rivelazione di Michele Moretti, sia pure fatta indirettamente attraverso una intervista a Giorgio Cavalleri, relativamente al «Viva l’Italia!» proferito dal Duce nel momento dell’uccisione, che praticamente ed incredibilmente sconvolse tutto quanto fino a quel momento poteva essere ritenuto acquisito, perchè andava in contraddizione, non solo con gli oramai superati e poco attendibili racconti di Valerio/Audisio, ma anche con la loro ruota di scorta ovvero con la relazione al partito di Lampredi nel 1972 ed il suo «Mirate al cuore» reso noto a gennaio 1996.
Gli storici resistenzialisti rimasero sostanzialmente in silenzio di fronte alla ammissione di Michele Moretti, che a parte l’attestato al Duce che morirebbe gridando «viva l’Italia», era oltretutto in aperta contraddizione con i reiterati e persino recenti racconti dello stesso che insistevano nel dire: «Non è che il Duce fosse morto troppo bene!»
E non ebbero il coraggio di dare del mendace al loro eroico e coccolato beniamino, o al contrario, come sarebbe stato logico, di dare del bugiardo sia ad Audisio che a Lampredi.

Il colpo di scena del 1996: il teste di Bonzanigo


Dopo Bandini ed Alessiani, un altro grosso macigno contro la versione ufficiale, forse quello più decisivo, lo buttò Giorgio Pisanò grazie al recupero della testimonianza di Dorina Mazzola (che presenteremo in un prossimo articolo), una anziana abitante di Bonzanigo che la mattina di quel 28 aprile del 1945 assistette, pur senza sapere di chi si trattava, alla uccisione di Claretta Petacci e ad alcuni precedenti episodi correlati all’uccisione di Mussolini.
Con il libro-testimonianza di Pisanò, «Gli ultimi cinque secondi di Mussolini», edito nel 1996 per il Saggiatore, molto particolareggiato, si giunse quindi ad una svolta storica perchè per la prima volta si era in presenza di una vera e propria testimonianza di un semplice teste dell’epoca, non di parte, che con il suo racconto smentiva radicalmente la versione ufficiale dall’inizio alla fine.
E’ indicativo il fatto che le fonti resistenziali ed anche quelle genericamente e giornalisticamente «di regime» non attaccarono mai direttamente questa nuova testimonianza, ma oltre a qualche velata critica, spesso indiretta, preferirono, non potendola ignorare, di dargli il minor credito possibile.

Il colpo di teatro di Orfeo Landini e di Massimo Caprara

Meritano infine menzione anche un paio di altri colpi di teatro, chissà se verificatisi casualmente, proprio dopo la clamorosa e devastante testimonianza di Dorina Mazzola.
Sarà stata una casualità, questa concomitanza di clamorosi ricordi dopo la scoperta del testi di Bonzanigo, ma si ha come la sensazione che si sia voluto, superare o aggirare il racconto di Dorina Mazzola, una testimonianza che aveva veramente colto nel segno, con altre apparentemente sconvolgenti versioni che, di fatto, la mettevano in ombra.
Acceniamo quindi alla testimonianza proveniente da un diretto attore di quegli avvenimenti, ovvero l’ex partigiano Orfeo Landini.
Raccolta da Fabrizio Bernini nel suo libro del 1998, «Così uccidemmo il Duce», per le edizioni CDL di Pavia, Landini presentò una versione difforme, con orari, luoghi e attori in parte diversi, anche se non molto lontana da quella di Valerio se non fosse per la clamorosa conferma della sceneggiata di una doppia fucilazione e per la interessante informazione di un certo numero di partigiani presenti a Bonzanigo al momento dell’uccisione del Duce.
Nonostante le sue clamorose attestazioni, stranamente, questa nuova versione dei fatti alquanto contraddittoria, oltretutto di un discusso anche se importante ex partigiano, riscosse pochissimo credito tra gli storiografi e nella stampa.
Si avvertiva «a senso» la sua inattendibilià.
Viceversa l’altra novità, ovvero la non troppo clamorosa ammissione di Massimo Caprara dell’estate del 1996 su Storia Illustra (precisata poi in Massimo Caprara: «Quando le Botteghe erano oscure» Il Saggiatore, 1997), circa una confidenza a lui fatta da Palmiro Togliatti, il quale gli avrebbe detto in privato che l’uccisore di Mussolini sarebbe stato Aldo Lampredi, ebbe un gran risalto nella stampa e una certa considerazione dagli addetti a questi avvenimenti.

Entra in ballo la tecnica moderna e la vulgata affonda

Ma con il terzo millennio oramai i giorni della versione ufficiale erano contati ed infatti, nei primi mesi del 2006, vennero rese note alcune risultanze e studi effettuati da una equipe del professor Pierucci all’Università di Pavia su foto e filmini d’epoca che, eseguite con tecniche scientificamente all’avanguardia, smentivano totalmente la storica versione, in tutte le sue varianti.
Si poteva oltretutto constatare che andavano indirettamente a confermare la testimonianza di Dorina Mazzola di dieci anni prima.
Fu la rivista Storia in Rete che a maggio del 2006 pubblicò, con un articolo di Fabio Andriola,
i resoconti degli studi fatti alla Medicina Legale dell’Università di Pavia, con l’unica carenza espositiva di non aver dettagliato tecnicamente i risultati di quella perizia non consentendo così di dare un giudizio professionalmente compiuto.
E vediamo adesso, una per una tutte e 4 queste ipotesi alternative (le più importanti), eccezion fatta per la testimonianza di Dorina Mazzola di Bonzanigo raccolta da Giorgio Pisanò nel 1996 che analizzeremo più dettagliatamente in un prossimo articolo e quella di Giovanni Lonati che abbiamo già confutato in questo sito con l’articolo «I fantomatici killer inglesi».

1. Ipotesi di Franco Bandini


Preannunciata da un servizio pubblicato su Storia Illustrata nel numero 183 del febbraio 1973 questa ipotesi venne poi meglio specificata nel libro dello stesso autore storico «Vita e morte segreta di Mussolini», Mondadori, Milano, 1978.
La sua ricostruzione ruota attorno alla sceneggiata di una doppia fucilazione di Benito Mussolini e Clara Petacci, eseguita alle 16,10 davanti al cancello di villa Belmonte, per nascondere le vere modalità di una morte eseguita invece al mattino.
Visto che questa ipotesi deve poi, per forza ed in qualche modo, essere riproposta da tutti coloro che ipotizzano una fucilazione avvenuta in un orario diverso da quello della versione ufficiale, ecco che la ritroviamo, più o meno con qualche variante, anche in altri scrittori e ricercatori.
L’ipotesi di Franco Bandini, però, specificata meglio solo nel 1978, aggiunse anche un altro interessante elemento, ovvero che a presenziare a questa fucilazione, se non ad eseguirla personalmente, ci sia stato Gallo cioè Luigi Longo, invece notoriamente ritenuto in quell’ora a Milano.
Secondo Bandini, Longo partì da Milano poco dopo Audisio e a sua insaputa.
Giunto a Como, certamente non solo, passò in federazione comunista dove raccolse Mordini e Lampredi (reduci da aver lasciato Audisio intorno alle 10,30) ed assieme a Dante Gorreri Guglielmo, l’autista (il socialista Giuseppe Perotta), più un altra macchina con Aglietto, Ferro ed un altro autista vanno subito a Dongo a prelevare Michele Moretti e Luigi Canali e forse la Gianna Giuseppina Tuissi, al fine di avere le esatte indicazioni e la possibilità di viaggiare spediti, superando tutti i posti di blocco.
Con questa ipotesi ovviamente il Bandini nega che, verso le 11 in Prefettura, Valerio abbia parlato al telefono con lo stesso Longo.
Comunque sia, arrivati a Bonzanigo per una strada secondaria (intende via del Riale), intorno a mezzogiorno, il gruppo dei giustizieri guidato da Longo, porta via in fretta i due prigionieri senza neppure il tempo di prendere il cappotto e la pelliccia.
Una volta arrivati alle macchine: «Riccardo (Mordini) e Longo si avvicinarono velocemente: ebbero un attimo di esitazione vedendo che con Mussolini si trovava anche Claretta, poi fecero fuoco, uno dalla destra e uno dalla sinistra, mentre Moretti e Neri si scostavano in fretta... Mussolini fu stroncato da sette colpi di mitra cecoslovacco calibro 9, Claretta da altrettanti».
Singolare questa indicazione del calibro 9 delle pallottole, ma non si spiega da cosa sia stata dedotta.
L’autore quindi accenna al fatto che, per distogliere l’attenzione della popolazione locale ed effettuare poi la finta fucilazione al pomeriggio, furono da molto tempo prima approntati dei posti di blocco per impedire il transito alle persone e fu anche sparsa la voce del passaggio di Mussolini prigioniero sulla via Regina, dove infatti vi accorsero i circa 50 abitanti di Bonzanigo, e si meraviglia, giustamente, che le tante testimonianze a riguardo siano rimaste per anni ignorate.
Da lontano assistettero alla esecuzione Lampredi, Gorreri e la Tuissi Gianna, oltre Neri e Moretti..
Arrivano quindi di corsa Lino e Sandrino i quali aiutano Mordini e Moretti a caricare i due corpi sulla macchina.
Nell’operazione Claretta perse le scarpe ed a Mussolini si sfilò lo stivale destro.
I cadaveri vennero occultati nel vicino cortiletto di un comunista locale.

Di lì a poco Longo ripartirà per Milano per incontrare sia pure con ritardo, all’inizio di viale Certosa, Moscatelli e le sue formazioni della Valsesia.
Più tardi a Dongo, Lampredi informa Valerio di quanto accaduto ed è questo, per l’autore, il vero motivo del litigio tra i due notato da Pedro.
Ed ecco anche perchè poi Valerio sarà irremovibile sul nome di Claretta tra quelli da fucilare: sa benissimo, infatti, che è già morta!
Il resto è noto: Valerio, Guido e Pietro, con l’autista Geninazza, partono dopo le 15 per Bonzanigo per la recita della storica fucilazione e quindi, mentre Valerio percorre la strada statale fino al Lavatoio, Gianna ed un altro partigiano, raggiungono per la mulattiera (via del Riale) casa De Maria e si travestono da Mussolini e Claretta, indossando la pelliccia, il cappotto, il foulard e la bustina berretto rimasti nella stanza.
Così, acconciati alla bene e meglio, i due scendono verso la piazza del Lavatoio scortati da Lino e Sandrino e Guido, preavvertiti dal colpo sparato in aria da Valerio.
I due attori salgono senza parlare sulla macchina, priva di specchietto retrovisore, e neanche Geninazza si rese conto della sceneggiata.
L’autista del resto ammise di non essersi voltato e Valerio sembra che lo fece fermare prima della curva che porta al cancello di villa Belmonte.
A dimostrazione che vennero sparati dei colpi su dei cadaveri il Bandini afferma che il muretto ha una altezza massima di 1,26 metri nel punto in cui si inserisce e muore nel pilastro del cancello, quindi digrada a mano a mano che se ne allontana, fino a che, nel punto in cui si suppone che fu fucilata la Petacci non supera il metro e venti centimetri.
Visto che le ferite mortali di Mussolini (meno quella al braccio) e quelle della Petacci, colpita alla parte bassa della gola, sono collocabili per una persona in piedi, a non meno di un metro e 40 centimetri dal suolo, di conseguenza le pallottole sparate, oltretutto da un mitra, tenuto più o meno all’altezza della cintura, avrebbero dovuto passare tutte sopra il muro, disperdendosi all’aria.
Quindi a terra non si sarebbero dovute trovare pallottole o al massimo un paio di queste.
Invece se ne ritrovarono almeno sette!
Dopo le scariche, l’automobile del Geninazza discese fino al cancello per prendere Valerio il quale, per non ben precisati motivi, stava raccogliendo bossoli a terra.
Salito in macchina ne regalò cinque a Geninazza e ne tenne per sè una cospicua parte.
L’autista non potè specificare se si trattava solo di bossoli o anche di pallottole.
Secondo Bandini vennero sparati da Valerio alcuni colpi di pistola sui cadaveri, perché gli si era inceppato il mitra americano e quindi sparò Moretti con il suo mitra 7,65.

Dice Bandini che Valerio restituì poi il Thompson, che aveva il grasso originale, con ancora il caricatore pieno, non spiegando però come fece a sparare il precedente colpo di avvertimento sulla piazzetta del Lavatoio.
Sui corpi, con Mussolini già in rigidità cadaverica, in posizione quasi seduta, vennero gettati la pelliccia, i due cappotti, il berretto, le scarpe di Claretta che poi rimasero sul posto.
Infine il Bandini aggiunge i particolari della rigidità cadaverica notato qualche ora più tardi al caricamento dei cadaveri prima in macchina e poi al bivio di Azzano e la strana mancanza dello sporco di sangue in terra dove era avvenuta la fucilazione.
L’autore riporta quindi varie testimonianze da lui raccolte a suo tempo, dagli abitanti del luogo, che attestano strani via vai e spari di partigiani al mattino, blocchi stradali messi in atto prima che arrivasse Valerio, ed infine la testimonianza, però indiretta, del signor Mertz, di cui abbiamo già parlato, che asserisce di aver visto delle persone sparare in aria o su «dei cadaveri morti da un pezzo».
Qualche altra testimonianza la aggiunge per avvalorare la presenza di Longo a Bonzanigo in quelle ore, ma non sono molto convincenti.
Vi aggiunge anche la testimonianza di Zita Ritossa, la compagna di Marcello Petacci, anch’essa fermata a Dongo, la quale dichiara di aver visto entrare nella sua stanza d’albergo, ove era rinchiusa dopo il fermo, nella tarda mattinata del 28 aprile, un uomo in borghese che la fissò a lungo senza parlare, per poi andar via.
In questa persona, la Ritossa, ritiene di aver individuato Luigi Longo ed asserisce anche di possedere una foto di quella mattina, ma di questa decisiva foto non si è mai visto traccia.
Aggiunge, il Bandini, che anche Cesare Tuissi, fratello di Gianna ha attestato questa presenza di Longo ed un certo Pietro Castelli di Domaso ricorda la presenza, in quella mattina e verso le 11, di «una persona vestita fine, venuta da fuori, che parlava con accento lombardo e che nessuno seppe identificare», secondo l’autore si tratterebbe di Longo.
A questo proposito, anche Leo Valiani, avrebbe fatto, molti anni dopo, alcune ammissioni, per la verità alquanto relative, in cui si dichiarava possibilista sulla presenza di Longo in zona d’operazioni in qualche ora del mattino.

Considerazioni: cosa dire di questa ipotesi di Franco Bandini?

Pur non condividendola in pieno, bisogna ammettere che ci sono però molti elementi apprezzabili, che poi, sia pure in un diverso contesto hanno trovato alcune conferme, come l’ipotesi della doppia fucilazione; la presenza a quegli avvenimenti di Neri (Canali), Gianna (Tuissi) e Riccardo (Mordini); l’orario antimeridiano della morte anche alla luce del rigor mortis riscontrato al caricamento dei cadaveri a villa Belmonte ed al bivio di Azzano; la notizia dell’invito alla popolazione del luogo di andare a vedere Mussolini vivo e prigioniero sulla via Regina; il via vai di partigiani e gli spari uditi al mattino in paese, la sceneggiata del travestimento di due partigiani da Duce e Claretta, con la poco o nulla osservazione del Geninazza, ecc.
Ma ci sono anche molte affermazioni non dimostrate e alcune fantasiose, come le testimonianze portate a conferma della presenza sotto mentite spoglie di Valerio/Longo con la sequenza del suo viaggio sui luoghi operativi o ancora, i nomi di chi sparò effettivamente al Duce, nonchè gli orari ed il punto esatto dove avvenne la fucilazione.
Oltretutto, ipotizzare una finta fucilazione alle 16,10 a villa Belmonte, implica anche la conseguenza di spiegare come hanno poi fatto gli sceneggiatori ad occultare e poi trasportare
(a braccia o in auto?) i cadaveri di Mussolini e Claretta, da casa De Maria fino al cancello.
Da casa De Maria al cancello della Villa, infatti, ci sono due possibilità:
la prima, quella della salita di via del Riale fino alla piazzetta Rosati, poi via Brentano, il Lavatoio e quindi in macchina per via XXIV Maggio, obbligava parte del tragitto a piedi con i due cadaveri, attraverso vie non secondarie;
la seconda, scendendo invece per via del Riale fino a viale delle Rimembranze, il bivio di Azzano ed infine a destra su per via XXIV Maggio, imponeva di passare con la macchina al bivio di Azzano dove transitava gente fatta accorrere verso la via Regina con la falsa indicazione che sarebbe passato il Duce prigioniero (questo enigma, come vedremo, lo scioglierà Pisanò solo nel 1996).
E’ forse per tutti questi motivi che lo storico Renzo De Felice ebbe giustamente ad osservare, nel 1985: «Bandini sa molte cose, ma al suo puzzle manca la cornice che tenga uniti i vari pezzi».

2. Ipotesi Urbano Lazzaro (Bill)

Con un servizio su L’Europeo del 22 marzo 1982 venne resa nota dal partigiano Bill, Urbano Lazzaro una sua tardiva ricostruzione della morte del Duce.
A sua scusante il Lazzaro affermò di essere stato molti anni in Brasile per lavoro e quindi di essere rimasto tagliato fuori da quanto, in proposito, si diceva e si scriveva in Italia.
Alcuni anni dopo, nel 1993, il Lazzaro precisò meglio questa sua versione in un libro edito da Mondadori e titolato: «Dongo - mezzo secolo di menzogne» (del quale libro, però, A. Zanella ha giustamente osservato: «seppur pieno di altrettante menzogne»).
Il Lazzaro, che rimarcava la sua non presenza in Giulino di Mezzegra, sposava senz’altro la tesi del Bandini che vuole Luigi Longo (Gallo) presente all’esecuzione di Mussolini al mattino ed anzi ne ampliava la partecipazione complessiva all’azione ritenendo possibile una sua presenza anche il pomeriggio a Dongo.
Da questa versione ne risultava una morte accidentale del Duce (che avrebbe dovuto invece essere condotto a Dongo) causata da una reazione della Petacci.
Ma riassumiamo la versione di Bill.
Intanto egli preciserà in seguito che già nel 1947, quando vide le foto del comizio comunista alla basilica di Massenzio a Roma che ritraevano l’asserito Valerio/Audisio, egli cominciò ad avere dei sospetti che quell’uomo non fosse il Valerio di Dongo.
Nel 1957 poi, al processo di Padova per l’oro di Dongo il dubbio gli aumentò in seguito ad alcuni riferimenti in quella sede forniti da Audisio e secondo il Lazzaro fortemente imprecisi, supportato anche da una mezza conferma a questo dubbio espressagli da Pedro (il Bellini).
Strano e sospetto però che proprio quell’anno mentre sui rotocalchi già si avanzavano dubbi sulla identità di Valerio, il Lazzaro non accennò pubblicamente a questi sospetti.
Aggiunge poi l’autore ex partigiano che, proprio la Lia De Maria indicò, dinanzi ad una foto di Audisio ed un altra di Longo (sottopostele dal Lazzaro stesso e da Duilio Susmel), proprio in quella di Longo, colui che venne in casa sua quel 28 aprile del 1945, asserendo che infatti, questi, non aveva i baffetti.
Il riscontro è però inficiato dal fatto che Audisio in quel periodo non aveva i baffetti come lo si può notare in una famosa foto del 30 aprile ‘45 con Cadorna anche se, in quella stessa foto, si può intravedere una leggera somiglianza proprio con Luigi Longo.
Altro elemento che lascia alquanto perplessi è il fatto che tutta la ricostruzione del Lazzaro viene garantita da testimonianze che lo stesso asserisce di aver raccolto o ricordato direttamente, ma di cui però non fornisce precisi riscontri.
Accenna invece ad alcune frasi scambiate all’epoca con Michele Moretti che, secondo Bill, ad una sua domanda se era vero quanto scriveva l’Unità nel pezzo del 30 aprile 1945, questi gli avrebbe sbrigativamente risposto con un: «più o meno».

Il giorno seguente, afferma poi di aver rivolto la stessa domanda a Sandrino Guglielmo Cantoni, il quale tra l’altro era a lui legato, così come a Moretti, e questi gli rispose con una smorfia: «Beh qualcosa di vero c’è», senza avere però il coraggio di guardarlo negli occhi.
Il Sandrino gli avrebbe poi aggiunto: «Di più non posso dirti Bill, tu mi capisci vero?», ammettendo un precedente giuramento al silenzio.
L’autore sostiene anche, ma essendo tutti questi soggetti oramai morti non lo possono confermare o smentire, di aver posto la stessa domanda a Lino Giuseppe Frangi e qui ebbe una eloquente risposta: «L’avevo già letto. Tutte balle! Te lo dirò io quello che è successo veramente a Bonzanigo. Adesso non posso. Rivediamoci. Ti potrai poi far confermare tutto da Neri che assieme a Gianna ti stimano moltissimo».
Ma il Frangi, come noto, pochi giorni dopo fu ritrovato morto sul greto del fiume Albano che sfocia nel centro di Dongo.
Ricco di questi ricordi, il Lazzaro sostiene anche di aver incontrato la Gianna Giuseppina Tuissi la quale cercava disperatamente di sapere perchè, quando e dove fosse stato eliminato il capitano Neri Luigi Canali, ma lui non poteva aiutarla ed aggiunge: «Gianna continuò a nutrire una totale fiducia in me».
Ci sovviene quindi una domanda: perchè Bill, in quelle occasioni e prima della eliminazione della Gianna (avvenuta il 23 giugno 1945), anche approfittando dello sconcerto provato dalla stessa per il comportamento di tanti suoi compagni, non si è fatto dire per filo e per segno quanto accadde a Bonzanigo?
In ogni caso, simile alla versione del Bandini, questa di Lazzaro ha però anche altri elementi che la distinguono.
Secondo l’autore il fantomatico Valerio/Longo, aveva un progetto preciso: portare Mussolini e gli altri gerarchi a Milano vivi, e lì fucilarli in piazzale Loreto per vendicare i quindici partigiani ivi uccisi il 10 agosto del 1944.
La famosa telefonata di Valerio dalla prefettuta di Como sarebbe stata in realtà una telefonata alla federazione comunista di Como per ordinare a Guido Lampredi, ivi recatosi, di partire per Bonzanigo, mentre lui, Longo, sarebbe giunto di lì a poco.
Quindi praticamente, come si vede, Bill amplia il ruolo svolto da Longo, in funzione di Valerio, in quegli avvenimenti.
Alle 10,30 Guido, Riccardo (il Mordini), Neri Canali, Gianna Tuissi, Pietro Moretti, si dirigono verso Bonzanigo su due auto.
In questa versione non viene spiegato come Valerio ebbe a liberarsi di Giovanni Dessì che, per la versione ufficiale, fu scaricato durante il viaggio, ma in pratica anche dello stesso Cosimo M. De Angelis e del segretario del CLN locale Oscar Sforni, e soprattutto come poi, questi ultimi ricomparvero con Valerio poco dopo le 14 a Dongo, dato che avrebbero dovuto aver fatto la strada da soli e non con Valerio come invece le varie ricostruzioni hanno appurato.

Comunque sia e senza spiegarlo bene, Lazzaro affermò che Valerio/Longo raggiunse i suoi ad Azzano, trasbordando sull’auto nera con Guido e Riccardo, mentre vi scesero Ferro e l’Aglietto.
Quindi Longo si sarebbe diretto subito verso lo slargo di Bonzanigo dove erano in attesa Guido, i conosciuti (dai carcerieri) Pietro, Neri e Gianna ed in più venne qui aggiunto il Mentasti.
Mentre quest’ultimo scendeva per raggiungere Ferro e Aglietto sulla via Regina, il gruppo andava a prelevare i prigionieri.
Allo stesso Bill ed allo scrittore storico Duilio Susmel, la Lia De Maria avrebbe anni dopo confessato che quando vennero a prendere i prigionieri «non erano ancora le due» e Mussolini con la Petacci vennero portati via così senza soprabiti e copricapi.
Longo si approssimò alla porta della camera e bussò energicamente.
Mussolini, in camicia nera, pantaloni alla cavallerizza e stivali gli aprì subito e rimase fermo sulla soglia mentre, dietro di lui, un po’ scarmigliata, si alzò Claretta Petacci.
Mussolini chiese: «Cosa c’è?».
«Deve venire subito con noi» gli rispose Michele Moretti e aggiunse «Dobbiamo condurla in un altro posto», quindi il Lazzaro ci dice che i prigionieri vennero portati via prima delle ore tredici,
a piedi giù per via del Riale fino allo slargo dove iniziavano via Albana e viale delle Rimembranze.
Raggiunte le macchine Valerio/Longo invitava Mussolini a salire sulla seconda vettura e lo obbligava a salire dietro, ma ordinò a Riccardo Mordini di trattenere la donna che si accingeva a salire anche lei: «Tu no, tu rimani qui!».
Ma in questo momento si sarebbe verificato un imprevisto.
Di fronte ad un simile atteggiamento, infatti, Claretta sconvolta urlò a Mussolini, afferrando anche la canna del mitra di Mordini : «Ben, ti vogliono uccidere, ti vogliono uccidere!».
Al che Longo intima a Riccardo (Mordini): «...e spara!».
Ma Mussolini, allora, sceso dalla macchina urlerà a sua volta: «Non commettete simile delitto, non potete, è una donna!».
Intervenne allora il Neri (Canali) che strattonò la donna che però, ancora attaccata alla canna del mitra provocò una breve raffica che prese in pieno Mussolini il quale, portandosi le mani alla gola, cadde in terra rantolante.
Claretta gli si getta addosso urlando: «Non potete ammazzarci così! Non potete!».

Poi, mentre inebetita, singhiozzava disperatamente, Riccardo esclamando «Maledetta puttana» la fulminò con una scarica di mitra (visto che Mordini si esprimeva con una strano dialetto misto di italiano, toscano e francese, si dice che avrebbe esclamato: «Tais-toi, putaine!»).
A questo punto Longo ordinò a Moretti di finire il Duce a colpi di mitra Mas.
Quindi, qui a differenza della versione del Bandini, i due fucilatori, invece che Longo e Mordini, sono Mordini e Moretti ed inoltre, in questa dinamica, abbiamo il mitra, imprecisato di Mordini, ed il solito Mas di Moretti.
Anche l’orario è un poco più avanzato di quello indicato dal Bandini che si attestava verso le ore 12,30, mentre il Lazzaro indica più o meno intorno alle ore 13,00.
Come si vede non si fa cenno a colpi di pistola e sempre contrariamente ad altre versioni, qui si aggiunge anche un Longo infuriato per l’imprevisto che urlerebbe imprecando: «Maledetti, avete rovinato tutto! Chi porto adesso a piazzale Loreto, fregando quei porci di americani ed inglesi?!».
Si decide quindi di occultare i cadaveri nella casa di un amico di Neri e di fucilare subito i gerarchi in quel di Dongo e quindi di allestire una messa in scena successiva per fingere una regolare fucilazione del Duce e di Claretta con modalità più o meno note come quelle raccontate dal Bandini.
Infine, sembra che la versione di Bill, dalle 14 in avanti, faccia entrare in gioco anche Audisio, di cui non si capiscono bene le eventuali mosse in quel momento, come fosse sbucato dal nulla, rendendo confuso tutto il racconto.
E confusa è anche la supposta presenza dello stesso Longo il pomeriggio a Dongo.
Interessante è però annotare quanto afferma Urbano Lazzaro circa una testimonianza del sindaco Ferrero Valsecchi, testimonianza che, comunque, segnala tutti gli strani movimenti di macchine e persone nella mattina del 28 aprile 1945.
Quel giorno verso le 10,30, racconta Lazzaro che, il Valsecchi, quale comandante militare partigiano della zona, insospettitosi per la lunga sosta sull’incrocio di via Regina con la strada di Mezzegra, dell’auto con Guido, Riccardo, Aglietto e Ferro, che aveva preceduto o soppiantato in Como Valerio ed attendeva altra vettura inerpicatasi a Bonzanigo con il capitano Neri, Mentasti, Gianna e Moretti «si fece avanti per esaminare i loro documenti e chiedere spiegazioni. Nel giro di pochi minuti si allontanò soddisfatto!».
Ovviamente, il solito Mario Ferro, molti anni dopo, nel 1998, pur confermando i presenti quel giorno in auto con Lampredi e i vari fermi ai posti di blocco, non confermerà la fermata a questo incrocio (che nel caso sarebbe veramente compromettente per la versione ufficiale).
Ma, versione di Bill a parte, questo episodio conferma il via vai di macchine che pur ci fu in quella tetra mattinata.

Considerazioni: che dire di questa versione di Urbano Lazzaro?

Intanto possiamo dire che valgono molte delle osservazioni già espresse a proposito della precedente ed alquanto simile versione di Franco Bandini, oltre al fatto che non si capisce bene come siano stati ricostruiti tutti questi particolari e scambi di frasi avvenuti in quei momenti, nonchè gli esatti nominativi dei partecipanti agli eventi.
Fu, come asserisce l’autore, una meticolosa raccolta di testimonianze?
Ma da parte di chi?
Non è dato sapere.
Di altre confidenze poi, fattegli da ex partigiani da tempo defunti, come per esempio Lino il Frangi, riportate dall’autore, non è possibile averne conferma.
Alquanto simili, rispetto alla versione di Bandini, ma non uguali, sono anche gli orari in cui sarebbero stati fucilati Mussolini e la Petacci: circa verso 12,15 (?) per il Bandini, verso le tredici circa per il Lazzaro.
Inoltre qui, come detto, il ruolo recitato da Valerio/Longo, è abbastanza ampliato e, fino ad oggi, non ha trovato apprezzabili riscontri, tra coloro che a quel tempo ebbero modo, a Como e Dongo, di vedere Valerio conoscendo anche Longo.
Lazzaro lascia anche intendere che per lunghi tratti Valerio/Audisio e Valerio/Longo agirono assieme, il primo apparendo in pubblico ed il secondo dietro le quinte (e questo è già meno improbabile perchè altrimenti sarebbe inspiegabile il distacco di Audisio dai suoi uomini prima di Dongo).
Nel complesso anche questa versione manca di prove e le stesse poche testimonianze riportate sono molto vaghe e non danno riscontri certi.
Ma oltretutto, leggendo con attenzione il libro, se ne ricava in alcuni punti una trama contraddittoria, non specificata e quindi spesso illogica.
Il libro, edito dalla Mondadori, come tanti altri di questa casa editrice, dà l’impressione di essere stato più che altro impostato come un best seller (visto il richiamo rappresentato dai ricordi dell’autore, noto ex partigiano).
Esso riporta infatti elementi senz’altro eclatanti e nuovi che, oltretutto, possono accontentare un po’ tutti, sia da una parte politica che dall’altra, ma non è certo un apprezzabile contributo alla ricerca della verità: anzi ne aumenta la confusione.
In ogni caso come unica nota positiva, possiamo dire, come diremo più avanti presentando il lavoro di A. Zanella: la ricerca nei luoghi e tra gli ex partecipanti a quegli eventi, pur tra una coltre di silenzi, mistificazioni e devianze (si dice che il Lazzaro interrogò centinaia di persone), fa comunque intravedere, dietro questi racconti, l’eco di un altra ben diversa verità.

3. Ipotesi Alessandro Zanella

Quella di Alessandro Zanella, presentata nel suo libro «L’ora di Dongo», Rusconi, 1993, più che una ipotesi sulle ore finali del Duce è una ricostruzione ragionata formulata anche in base a molti episodi e testimonianze raccolti dall’autore e che, a differenza del libro di U. Lazzaro appena visto, ne da spesso i riferimenti e ne spiega la logica.
La sua ricostruzione parte dal ruolo avuto dalla partigiana Gianna ovvero Giuseppina Tuissi, una degli accompagnatori che portarono i due prigionieri in casa De Maria la notte del 27/28 aprile 1945.
Il dubbio che si pone l’autore (e vedremo più avanti dalla testimonianza decisiva di Dorina Mazzola, l’anziano teste allora abitante a Bonzanigo, quanto questo dubbio sia concreto) è il seguente: dove ha passato la sera tardi del 27 aprile la Gianna (diciamo intorno a mezzanotte)?
La ragazza è poi di sicuro nella spedizione che porta i prigionieri in quella casa, spedizione iniziata a Germasino e assemblata a Dongo forse verso le ore 2 di notte.
Quindi ne consegue che non poteva essersi troppo allontanata prima di quell’ora, nè può essersi trattenuta troppo a lungo fuori del paese di Dongo.
La versione ufficiale (o almeno una delle sue voci) afferma che si era diretta a Milano e quindi è logico dover pensare che partì dal Municipio di Dongo verso sera con un importante fardello da portare al capoluogo lombardo.
Dove esattamente, a chi, perchè, con quale incarico?
Non si sa, ma quel che è certo è il fatto che da qualche parte si è pur recata.
Ad avviso dell’autore, il cui ragionamento non fa una grinza, è questa invece una mezza bugia per tenere nascosto il vero scopo di quel viaggio serale.
Non è credibile infatti che ad una donna sola, senza scorta, possa essere stato affidato un incarico di quella importanza, da Dongo fino a Milano, durante quelle pericolose ore di caos e di sommossa.
Nasce così l’ipotesi che Gianna, verso mezzanotte (l’orario è controverso nelle testimonianze che, comunque, attestano la partenza da Dongo), abbia caricato i bagagli della Petacci e si sia recata molto più vicino, ossia a Bonzanigo, circa mezz’ora di viaggio da Dongo, dagli amici De Maria per avvisarli dell’imminente arrivo dei prigionieri possibilmente dietro la promessa di una ricompensa.
Poi è rientrata a Dongo da Neri e gli altri e si è accodata al gruppo in partenza.
Quindi la Gianna, se è andata a pre-avvertire i De Maria, in quel suo viaggio di mezzanotte, lo ha fatto almeno due ore prima dell’arrivo dei prigionieri.
L’autore allora giustamente si chiede: perchè poi il gruppo di Pedro, Neri, ecc., con il Duce, andarono a Moltrasio e tentarono di attraversare il lago (sempre secondo la versione ufficiale), quando Neri già sapeva la destinazione finale dei prigionieri?
E quindi si da due risposte: o Neri già sapeva a mezzanotte che non si sarebbe più passati a Moltrasio, o finge di aderire a questo progetto, anche per lasciare una serie di riscontri, ma con la riserva di imporre successivamente una nuova irrevocabile strategia (secondo l’autore tutta sua del Canali, ma forse più probabilmente da altre «forze» ispirata.
Comunque può anche darsi, aggiungiamo noi, che alla partenza da Dongo, si fu costretti ad abbandonare il già predisposto nascondiglio di Bonzanigo e poi, durante il viaggio a Moltrasio, causa imprevisti, si dovette ritornare proprio a casa De Maria. nda).

Un passo indietro per accennare anche al fatto che occorre rivedere e spostare (rispetto alla versione ufficiale) alquanto prima (da dopo la mezzanotte) la sveglia che venne data dai De Maria ai figli, con l’ordine di andare a dormire nella baita di loro proprietà a circa un ora di cammino per lasciare libera la stanza.
Un altra pausa, per accennare già qui alla testimonianza di Dorina Mazzola di Bonzanigo che, asserisce di aver notato, proprio verso mezzanotte, un andirivieni di gente per via del Riale, verso casa De Maria, e che viene qui indirettamente confermata da questa ipotesi dall’autore formulata - è bene sottolinearlo - ben tre anni prima che avvenisse la clamorosa testimonianza Mazzola!
In questo nuovo scenario, che esclude che la decisione di portare i prigionieri a casa De Maria sia stata presa all’improvviso, indicando che invece i proprietari furono precedentemente avvisati e forse i bagagli della Petacci ivi portati, ecco che si innesta tutta la ricostruzione dei successivi eventi ipotizzata da A. Zanella.
A Moltrasio infatti, Bellini, Canali e Moretti avevano avuto la chiara sensazione dell’arrivo degli americani e quindi il pericolo di perdere Mussolini durante i trasbordi (quindi l’autore ipotizza che si scese fino a Moltrasio, ma più che altro fingendo di aderire al progetto dell’appuntamento con la barca che dovrebbe raccogliere i prigionieri.
Neri, oltretutto, non vuol perdere la preziosa preda che gli consentirebbe di riabilitarsi definitivamente di fronte alla Brigata ed al partito.
Quindi verso le 5,30, quando escono da casa De Maria, il Bellini Pedro (che «apparentemente» doveva rappresentare la linea moderata Cadorna-Sardagna-Puccioni) se ne ritorna a Dongo, obbligato al silenzio e oramai fuori gioco (se non consenziente: la sua autorità, di fronte al precipitare degli eventi ed alla volontà degli altri, del resto è cessata definitivamente).
La decisione è presto presa, non ci sono alternative, il tempo che dovrebbero trascorrere i prigionieri in quella casa è troppo aleatorio e foriero di pericoli, e quindi Neri, Pietro e Gianna, tornano indietro e risaliti in casa De Maria spiegano velocemente a Lino e Sandrino il loro cruento programma.
La Lia ed il marito si defilano, non devono ed in fondo non vogliono vedere.
Una osservazione: questo tornare indietro dei tre partigiani non è ben precisato dall’autore, ma è difficile ipotizzare un rientro avvenuto dopo che questi partigiani sono arrivati a Como, ed hanno scaricato l’autista perchè, in tal caso, gli orari si dilaterebbero alquanto ed oltretutto sorge anche il problema di chi avrebbe poi guidato la macchina da quel momento in avanti visto che a quel tempo non tutti ne erano capaci.
D’altronde però l’autore non menziona più l’autista Leoni e quindi non lo da espressamente presente al gran finale: ed allora? (ndr).
Prelevano in fretta i prigionieri, Clara esce così alla bene e meglio e si infila la pelliccia.
Qui notiamo che l’autore omette di dare una spiegazione al particolare della mancanza delle mutandine di Claretta (ndr).
Escono, scendendo per via del Riale: due uomini d’avanti, due dietro e uno al loro fianco, tutti silenziosi, ma pronti ad intervenire.
Più giù è sempre ferma la 1100.

Non si sente un rumore, se non quello della pioggia.
A qualche centinaio di metri si intravede la parte del paese che si estende lungo la via Regina.
Gianna si porta verso l’imbocco della stradina che scende all’albergo Milano, Sandrino invece va su, verso via Mainoni.
Ad un certo punto i partigiani prendono a forza la Petacci e la trascinano via dal Duce.
Lei si divincola come una furia, abbandona borsa e foulard e cerca di ritornare accanto al suo uomo. Si avvinghia ed urla.
«Mussolini non deve morire!».
«Mettiti da parte!» gli viene urlato, ma lei seguita a strillare.
Mussolini invece è come stordito, assente, non pronuncia parole precise, forse solo un:
«Fate presto».
Neri urla di bloccare la donna, qualcuno strilla un «forza che ci scappano, prendi il mitra».
Riescono a staccare Clara, ma lei forsennata riesce a divincolarsi ed ad afferrare il mitra puntato su Mussolini per la canna.
Le cade la pelliccia, perde persino una scarpa.
L’afferrano per le spalle ed uno urla: «e spara anche a lei!».
Mussolini, come destandosi da un incubo, allora urla: «No, no, non potete! E’ un delitto, è una donna!».
Moretti racconterà: «Lui farfugliava qualcosa...».
Neri ha il mitra che non riesce a sparare e quindi grida a Moretti: «passami il tuo!», e fa per puntare, ma Clara, spettinata, ancora una volta si frappone.
Le danno dei pugni e finalmente Neri riesce a far partire i primi colpi.
Il Duce si porta le mani al collo con un rantolo sordo.
Clara strilla: «non potete ammazzarci così, siete dei vigliacchi!».
Le arriva in faccia un colpo tremendo col calcio del mitra.
E’ Lino che la colpisce allo zigomo destro: «Taci puttana!».
Lino, che nel tentativo di domare la donna, si è piegato per terra, riesce a fatica a puntare l’arma dal basso verso l’alto e a far partire una raffica risicata che colpisce la donna e sfiora anche Mussolini il quale sta già cadendo pesantemente sulle ginocchia.
Clara resta fulminata.
I partigiani restano così per qualche minuto attoniti e tremanti.
Moretti guarda il cadavere di Mussolini che è contratto in uno spasimo estremo.
Rantola ancora e lui gli spara un colpo di rivoltella al petto per finirlo.
Qualche lume si accende giù per le case di Azzano, mille occhi sembra che guardino.
Lino ha un’uscita (odiosa): «Và là, và là, Benito, te se cuncià pulito».
L’autore osserva solo che manca poco all’alba, e dovrebbero comunque essere pochi minuti dopo
le 5,30.

Facciamo una pausa, per chiederci ancora una volta: come riesce l’autore a ricostruire, in questa sintesi precisa, tutte le frasi e le azioni che si sono svolte in così poco tempo?
Oltretutto, Moretti è certo che non ha mai riferito queste frasi (la sua confidenza del grido di Mussolini «Viva l’Italia!» venne resa nota solo dopo l’uscita del libro di Zanella e d’altronde l’autore non ne fa cenno), Sandrino, meno che mai, mentre Neri, Lino e Gianna sono morti poco tempo dopo.
Resta solo l’autista della 1100 Leoni, dovendo presupporre che era presente, ma l’autore non lo nomina e più avanti fa capire che non c’è.
Oppure, buttiamo là, l’autore ha raccolto, nel suo giro di testimonianze, qualche racconto di seconda mano a suo tempo riferito da qualcuno dei presenti o da chi aveva sentito qualcosa in merito?
Certo la scena può anche essere stata ricostruita a senso sulla base di particolari che hanno girato un po’ in tutte le versioni e in varie ed incontrollate testimonianze, ma ci sembra che qui si faccia uso di troppa fantasia (ndr).
A Dongo, poco più di venti chilometri di distanza, mezz’ora di auto al massimo, non se lo aspettano di certo, così come a Como o Milano.
Adesso per gli esecutori occorre far presto: Neri torna su casa De Maria e sembra che la Lia, non abbia chiuso occhio ed abbia visto.
Trova un nascondiglio per i cadaveri, giù nel ripostiglio tra attrezzi agricoli e rottami.
Intanto giunto chissà da dove, si è unito al gruppetto una vecchia conoscenza del luogo, certo Martino Caserotti Roma¸ ex carabiniere in Valtellina, tornato dalle sue parti, fedele agli ordini del PCI, ma accompagnato da certi sinistri sospetti, tra cui quello d’una indiretta responsabilità nella morte del capitano Ugo Ricci, il capo della Resistenza caduto nella battaglia di Lenno nell’ottobre del ‘44.
Caserotti guarda e non chiede niente, nel frattempo Lino ha portato la pelliccia di Clara sull’auto dove sono evidenti i fori delle pallottole, finirà (secondo lo Zanella) alla vedova del Paracchini a Dongo, offerta per sostenere le spese di famiglia.
Su richiesta di Moretti, il Caserotti reperisce alla svelta tre partigiani, di cui uno secondo la voce popolare sarebbe il Gumma, Francesco Abbate, un mezzo contrabbandiere.
I cadaveri vengono raccolti e portati nella casa dove trovano Giacomo De Maria e la moglie più spaventati che mai, pare con un ombrello aperto e lei uno scialle in testa.
Riescono con fatica a passare il cancello.
Salutano i padroni di casa e tornano tutti verso l’auto.
Neri ordina a Lino e Sandrino di rimanere ancora di guardia alla casa, gli altri del posto si defilano svelti.
Neri, Moretti e Gianna scendono con la 1100 sulla Regina e vanno verso Como (chi guida?
Non viene specificato, ndr).
Ai posti di blocco pronunciano la parola d’ordine di quella notte «52ma» e passano svelti.
Arrivano a Como verso le 7 forse qualche minuto prima, Neri e Gianna scendono presso la Prefettura, e si danno appuntamento con Moretti dopo un ora e lui, nel frattempo, raggiunge la federazione comunista in via Natta.

Qui spiegherà le ragioni di questa scelta improvvisa, ma necessaria: non tutti sono d’accordo e si presuppone neppure il partito che andrà subito informato.
Decidono allora di aspettare qualcuno da Milano.
Quindi congedano Moretti con l’impegno di rientrare a Dongo e di attendere ordini.
Neri e Gianna invece vanno dal Remo Mentasti e poi di nuovo dal sindaco.
Lo scopo vero, in questo caso, è ovviamente quello di ottenere copertura, per quanto è stato fatto, dalla sua autorità.
Alle 8,30 si ritrovano con Moretti e prendono di nuovo la strada Regina per tornare tutti a Dongo.
Informa poi l’autore: dagli esami autoptici e dai reperti riscontrati nei corpi dei due fucilati, si è rilevata la presenza di colpi calibro 9 e 7,65 (questi ultimi sparati sicuramente dal Mas di Moretti, prelevato dal Neri).
Gli altri colpi sono del mitra di Lino.
Quello o quelli di pistola sono di Moretti.
Anche il Roma, Caserotti dichiarerà successivamente di aver sparato da distanza minima il colpo di grazia con una pistola calibro 9.
Ma non è stato possibile isolarne la presenza tra i reperti.
I buchi nella pelliccia di Clara sembrerebbero sparati alle spalle, ma ciò non si inquadrerebbe con quanto emerso.
Probabilmente, in quella situazione, dove i corpi si affrontavano e divincolavano furiosamente e tutto ha avuto uno sviluppo rapidissimo, in un raggio d’azione di pochi metri, può concludersi che si è sparato alla brava, al buio visto che non erano neppure accesi i fari della 1100.
A questo punto lo Zanella accenna ai riscontri sulla presenza del Neri, che sembrerebbe confermata da quanto si deduce dai racconti di Pedro (Bellini) e Bill (Lazzaro), da quanto riferì Oscar Sforni del CLN di Como, il quale come noto era stato rinchiuso momentaneamente con De Angelis nel Municipio di Dongo, per levarli di mezzo (riferimenti questi, però, riferibili al primo pomeriggio ovvero alla spedizione di Valerio, ndr).
Questa presenza, inoltre, l’ha anche confermata Sandrino, per la verità poi ritrattando, ma ripetendolo poi, anche se ambiguamente, al processo di Padova.
Quindi l’autore osserva il fatto che Lino e Sandrino rimasero in quella casa fino al pomeriggio in quanto c’erano ancora i cadaveri e che se vennero trovati senza le scarpe fu perchè i prigionieri erano già morti.
Ma ben più probante, per accertare la presenza del Neri è la deposizione di Tuissi Cesare, il fratello di Gianna all’autorità giudiziaria il 15 settembre del 1945 e di cui abbiamo già parlato e nella quale deposizione ricordò pure: «Dopo l’arresto, la Gianna prese in consegna tutti gli indumenti personali di Mussolini e del suo seguito. A lei fu regalato l’orologio della Petacci, una borsa di cuoio grasso, una bottiglia di profumo e sei bicchieri di acciaio inossidabile».

Che poi si parlasse da più parti come del capitano Neri, quale esecutore lo troviamo anche nel quotidiano romano Libera Stampa del 25 settembre 1945, foglio nel quale venne definito «giustiziere di Mussolini».
Arrivati a questo punto l’autore introduce il racconto del dopo, del che fare dei corpi di Mussolini e la Petacci.
Descrive la scena in cui Bill a Dongo si vede escluso da una riunione privata tra Pedro e Valerio, per la qual storia l’autore afferma senz’altro riguardare il problema dell’uccisione di Mussolini.
Essi sanno bene che sul Neri pende una condanna a morte come spia e poi ha agito senza il loro benestare, sottraendo al partito l’occasione di una bella esecuzione in piazza.
In conclusione il Neri e la Gianna non devono apparire come esecutori e quindi occorre inventare in qualche modo una fucilazione ufficiale.
Visto che ha sparato anche Pietro (da maramaldo, annoterà il generale Zingales), è bene che il trio resti fuori dall’uscio della riunione ed aspetti le decisioni.
Il resto è assai simile ad altre ricostruzioni: Valerio, con Neri, la Gianna, Pietro e Guido (Lampredi) partono da Dongo con la 1100 nera guidata da Geninazza (probabilmente non tutti insieme con la stessa macchina) intorno alle 15,15/15,30.
Vanno verso casa De Maria e per prima cosa pensano a dare, alla stanza dove hanno soggiornato Mussolini e la Petacci per pochissimo tempo, un aspetto più vissuto.
Poi la Gianna mette un vestito e la pelliccia della Petacci, mentre Neri si imbacucca travestendosi da Duce.
Il gruppo, scortato da partigiani con il mitra puntato, percorre tutta via Mainoni d’Intignano, passa davanti a casa Peruzzi e a palazzo Brentano.
Arrivano al centro di Bonzanigo dove c’è il Lavatoio e a destra parte la strada per visitare i reperti archeologici di Prà de la Teca, cercando di farsi vedere più che possono.
Sembra che vennero scorti da alcune donne lì al lavatoio.
Passati sotto il voltone che segna l’ingresso nel paese salgono subito nella macchina di Geninazza che era in attesa.
Dopo poche centinaia di metri raggiungono il cancello di Villa Belmonte, in via XXIV Maggio, dove ad attenderli c’è un auto, quella che ha accompagnato precedentemente a Dongo Valerio, Mordini, Landini e il Barba (un partigiano del plotone dell’Oltrepò ndr), con i cadaveri a bordo di Mussolini e di Clara prelevati dal magazzino di casa De Maria.
I corpi oramai rigidi vengono scaricati: la Petacci agevolmente, mentre il Duce per le molte ore passate rannicchiato nel magazzino pare quasi seduto sulle gambe.

Li appoggiano in quella posa gelida alla colonna sinistra del cancello.
Piove.
Sparano qualche raffica di mitra, in alto, che colpisce la parte posteriore della cappellina dedicata alla Madonna del Rosario, alle spalle del cancello stesso.
Quindi disseminano intorno alcuni oggetti della donna: la borsetta, le scarpe, il soprabito, per dare un tono di verità alla scena.
Lasciati soli Lino e Sandrino di guardia ai cadaveri se ne tornano tutti a Dongo ad eseguire le altre fucilazioni, sicuri di non essere stati notati nella messa in scena.
Arrivati a Dongo si narra che Valerio avrebbe detto «Giustizia è fatta!», mentre Moretti, ostentando il suo mitra, «Questo mitra ha ucciso il tiranno!».
Quanto ai De Maria, per non destare sospetti nei vicini, hanno aperto la porta del magazzino e poi sono scesi anche loro sulla via Regina per vedere, a quanto si dice, Mussolini da vivo che dovrebbe passare prigioniero.

Considerazioni: Anche in questo caso, come giudicare la ricostruzione dello Zanella?

A nostro avviso il libro è ben documentato e pieno di particolari, con molte testimonianze, come detto raccolte o ritrovate in miriadi di pubblicazioni dall’autore e questo depone a suo favore.
L’opera dello Zanella è senza dubbio una delle più serie ed obiettive in circolazione, ma
non convince del tutto la ricostruzione delle fasi della morte del Duce, anche perchè, come già Urbano Lazzaro non è in grado di dimostrare che c’era Longo mentre veniva ucciso Mussolini, così Zanella non può dimostrare che fu Canali Neri uno dei giustizieri.
Lascia poi perplessi il fatto che il Neri Canali, pur essendo possibile che ultimamente era entrato in collusione con i servizi segreti inglesi, abbia voluto trascinare una donna, la Petacci, in quelle fasi che poi, nonostante i suoi tentativi per tenerla lontana, la coinvolsero in una morte bestiale.
Questa storia della presenza del Canali a Bonzanigo, già intuita da F. Lanfranchi nel 1945, ed in bocca a molti ricercatori, non deve però essere sottovalutata anche alla luce di una tardiva testimonianza della sorella del Canali stesso che si aggiunge a quelle della madre del Neri.
Ad 89 anni anni, infatti, Alice Canali ebbe a rivelare che il fratello, nel famoso ultimo incontro con la madre Maddalena Zannoni si sentì dire da costei: «Non dirlo, Luigi, non dirlo!».
Che cosa non doveva dire di così grave e pericoloso, il capitano Neri?
Che era stato lui ad abbattere il Duce!
Alice Canali, di due anni più giovane del fratello Luigi, aggiunse: «La sua partecipazione al plotone di Giulino di Mezzegra è stata una delle cause della sua morte violenta, ad opera di sicari del Partito comunista».
Se questa tardiva testimonianza risponde al vero si avvalorerebbero le tesi che vogliono il Canali operare forse in funzione inglese e quindi lo spiazzamento e la successiva messa in scena del PCI a villa Belmonte e probabilmente anche la sua eliminazione, ma non è escluso che possa esserci stato anche un connubio tra gli inglesi ed il PCI, con un ruolo non ben chiarito del Neri che poi, elemento inaffidabile per il partito, venne eliminato.
Nella sua ricostruzione, però, lo Zanella non convince perchè sembra impossibile che il Canali, il Bellini ed il Moretti possano aver autonomamente deciso e condiviso di eliminare il Duce.
Considerando il fatto che, nelle sue affannose ricerche, l’autore ha sicuramente raccolto elementi e confidenze veritieri, ma deformati, di una realtà da anni travisata e li compariamo alle vere circostanze della morte del Duce (avvenuta al mattino), che ricostruiremo nell’ultimo capitolo, ci accorgiamo che, sia pure con modalità diverse, alcuni importanti particolari possono quasi corrispondere: il ruolo da uccisore o meno, ma sicuramente da attore, giocato dal Canali e già descritto; la morte del Duce vicino casa de Maria (invece che, come vedremo, nel cortile della casa); l’esecuzione all’alba (invece che intorno alle ore 9); i cadaveri parcheggiati nel ripostiglio attrezzi di casa, che dovrebbe essere la mezza stalla davanti alla quale è stato ucciso il Duce e lì lasciato per un certo tempo (invece che nell’albergo Milano giù alla via Albana); la messa in scena al cancello di villa Belmonte, ecc.

Eccellente inoltre l’intuito dell’autore, anche se non originale, di considerare già preordinata dalla sera tarda del 27 aprile la prigione in casa De Maria, con Gianna che vi si reca, preventivamente, con alcuni bagagli e quindi, la messa in dubbio di tutta la vicenda dei giretti notturni a Moltrasio e ritorno durante il trasferimento dei prigionieri.
Giustamente, osservò lo Zanella, è assurdo pensare che una giovane donna fosse stata mandata, in quelle caotiche ore, così lontano.
Quindi il viaggio deve essere per forza stato più vicino e, aggiungiamo noi, visto che lo si è dovuto mistificare con Milano una ragione deve esserci: la Tuissi andò a casa De Maria, su mandato del Canali, portando alcuni bagagli della Petacci (altri itinerari non hanno senso e comunque non sarebbero stati nascosti).
Tanto è vero che il giorno dopo, ad esecuzione consumata, scapparono fuori, da casa De Maria, alcuni vestiti, cappotto, pelliccia, borsette, scarpe ed oggetti vari di Claretta che è difficile pensare che la stessa se li sia portati appresso quando fu messa in macchina con il Duce.
Viceversa è troppo romanzata la vicenda dell’esecuzione (non è possibile che l’autore abbia avuto tutte quelle frasi e tutti quei particolari); analogamente è mal spiegato lo spostamento dell’autista Leoni e come, il terzetto, abbia guidato la 1100 per tornare a Como.
L’orario dell’uccisione è in linea con gli studi del dottor Alessiani, le modalità della morte non tanto.
Il lavoro di Zanella, purtroppo prematuramente scomparso, lo ripetiamo, fa comunque intuire come il vaglio di testimonianze, in massima parte cercate nei luoghi e tra i superstiti di quegli eventi, che pur un altra verità, per quanto si vuole distorta, aleggia nell’aria, ma il cammino per decodificarla e farla uscir fuori del tutto è ancora molto lungo e faticoso.

4. La «confessione» di G. Landini (tramite F. Bernini)

Questa di Fabrizio Bernini, giornalista e scrittore storico di Voghera non può propriamente definirsi una ipotesi, essendo infatti una ricostruzione dei fatti sulla base di una testimonianza di chi asserisce di «esserci stato».
Il Bernini l’ha resa nota, attraverso il suo libro «Così uccidemmo il Duce» Edizioni C.D.L., 1998, con il vantaggio di poterla adattare in confutazione alle versioni ed ipotesi pubblicate negli anni precedenti, le principali delle quali abbiamo poco prima riportato.
L’autore ha anche riproposto questa versione in un altro suo successivo libro del 2000, «Sul selciato di piazzale Loreto».
Per la verità dobbiamo però dire che il Bernini lascia intravedere nei suoi testi un certo possibilismo che i fatti si siano anche svolti diversamente dalla versione di Landini, come altre testimonianze e versioni alternative attestano, ma non si comprende bene fino a che punto egli condivida a pieno la versione del Landini.
Questa nuova versione resa nota dal Bernini si basa dunque sulla testimonianza tardiva di Orfeo Landini Piero, uno dei due comandanti dell’Oltrepò giunti a Dongo con Valerio.
Testimonianza che probabilmente poteva garantire anche qualche diritto di autore all’anziano partigiano, ma tardiva perchè lo stesso Landini ebbe modo, nel lontano 1945, di fornire già alcune testimonianze su quei fatti, pubblicate allora in R. Salvadori: «Nemesi. Dal 25 al 28 aprile 1945. Documenti e testimonianze sulle ultime ore di Mussolini», Milano, 1945, e la stessa cosa fece anni dopo, anche con Franco Bandini, ma sempre con un alto grado di imprecisioni.
Soltanto nel 1998, dunque il Piero, oramai ottantacinquenne, rese finalmente questa nuova testimonianza, nella quale ammise, per la prima volta, di essere stato partecipe di quegli eventi (fino ad allora si credeva invece che il Landini, nel pomeriggio del 28 aprile, era rimasto a Dongo con il plotone del’Oltrepò).
L’autore del libro supporta questa testimonianza clamorosa con qualche altra tardiva ammissione di alcuni ex componenti del plotone dell’Oltrepò e quindi, pur senza confutarle apertamente, cerca di superare tutte le precedenti versioni e testimonianze alternative.
Il fatto è che la stessa testimonianza del Landini, oltre a non convincere molto per alcuni suoi particolari alquanto improbabili, contiene anche qualche contraddizione ed inoltre l’autore stesso, nel suo libro, volendo riportare a sostegno di questa rivelazione stralci di altre testimonianze, finisce spesso per fare confusione.
Comunque sia, nonostante questa testimonianza dovesse avere del clamoroso, dati gli argomenti ed il nome del partigiano referente, ha finito per non avere molto credito, nè molto spazio sulla stampa e per via della conferma di una «doppia fucilazione» è stata ovviamente rigettata anche dagli storici legati alla versione ufficiale.
Il Bernini inizia con l’indicare il capitano Neri (Canali) come presente alla morte di Mussolini, ricordando le testimonianze che lo vogliano in quei posti a quell’ora ed, oltre a quella di Pedro il Bellini, in particolare quella della madre del Canali Maddalena Zannoni-Canali che confidò, secondo Cavalleri, che «Mussolini avrebbe sollecitato i suoi carnefici a fare presto».

Si rimarca quindi la testimonianza della stessa al processo di Padova, dove rispose a domanda, decisamente: «Mio figlio mi disse che era presente».
Ma Neri, si dice, non salì a Bonzanigo con Valerio bensì, con tutta probabilità ed anticipandolo di poco, con Riccardo (Mordini) e due partigiani dell’Oltrepò pavese stranamente non indicati nei nomi.
Quindi, grazie alla perfetta conoscenza di quei luoghi si precipitò a casa De Maria giungendovi prima del colonnello Valerio.
Secondo il Landini, Neri utilizzerà la Lancia Aprilia di Oscar Sforni e De Angelis rinchiusi in Municipio a Dongo.
Chi salì invece con Valerio (sembra con lui, anche se in auto c’erano già Moretti e Lampredi, o forse, non è bene specificato, con altra auto) fu proprio lui, il commissario Piero, che fino ad oggi avrebbe taciuto per amor di parte e per imposizione del PCI tramite giuramento fatto in via filodrammatici all’ex compagno di cella Marenzi, come accenniamo in altra parte.
Considerando che poi il Landini attesterà anche la presenza di Bill il Lazzaro, al momento dell’uccisione del Duce, dobbiamo dedurne che, da Dongo, partì una bella carovana di personaggi.
Con sorpresa, afferma il Bernini confermando questo racconto, nel 1998 in Zavattarello, uno dell’Oltrepò, l’Arturo (Giacomo Bruni), componente la spedizione sulla piazza di Dongo con funzioni di autista, ebbe a raccontargli: «Dopo essere arrivati sulla piazza di Dongo, mentre stavamo mangiando qualcosa, Valerio e Piero ci dissero che si sarebbero allontanati per qualche minuto. Poi seppi che Piero era andato su da Mussolini».
Anche il Moretti Pietro, ricorda poi l’autore, fece qualche ammissione sulla presenza di Landini a Bonzanigo, per esempio a domanda del professor Guderzo: «Te lo ricordi Piero, il mio
commissario?», sembra che il Moretti rispose: «Oh Piero, era su anche lui. Era il più scalmanato lui!».
Una domanda simile, fatta da Domenico Mezzadra nel 1983, con in risposta una affermazione analoga, si ebbe anche riguardo alla presenza del Mordini (Riccardo), (ndr).
Il vero problema però non sarebbe tanto la presenza di Mordini al pomeriggio, quanto invece alla mattina!
E le risposte del Moretti, apparentemente non in linea con la versione ufficiale, non sono esaustive, (ndr).
Finalmente l’autore, dopo aver ricordato che ancora Arturo Giacomo Bruni disse di aver saputo, sulla piazza di Dongo, che Valerio e Landini erano andati a Bonzanigo, prende a raccontare la confessione del Piero, partendo dal fatto che già egli si fece scappare una frase rivelatrice:
«Io Mussolini in Dongo l’ho visto due volte, l’una vivo e l’altra morto» senza rendersi conto, dice il Bernini, di aver detto una mezza bugia ed una mezza verità, visto che lui in quella piazza c’era arrivato solo il pomeriggio del 28 aprile mentre il Duce stava in casa De Maria e fu poi raccolto morto al bivio di Azzano la sera.
Quindi, incalzato dall’autore, il Piero in un pomeriggio di primavera si sarebbe aperto ad un racconto inedito.

Il racconto di Piero, l’autore lo fa iniziare prendendo lo spunto dalla dichiarazione di Valerio riportata nel suo libro «In nome del popolo italiano» già citato, dove afferma che partì da Dongo alle 15,10 precise e che con l’autista erano in quattro, ma solo grazie a Pietro evitarono le soste ai posti di blocco, scrisse infatti Audisio: «Lasciata la strada del lungolago dopo Mezzegra, la strada vicinale per la quale la macchina si inerpicava a fatica, stretta e deserta, ci conduceva a Bonzanigo. Lungo il percorso scelsi il luogo della fucilazione, una curva, un cancello, ecc.».
Corregge invece il Landini: «La strada stretta terminava poco prima di casa De Maria dove si trovava uno slargo, allora erboso, che notai occupato da una seconda autovettura che identificai per l’Aprilia nera di Sforni».
Subito una osservazione: al tempo di quel racconto l’autore e il Landini avevano sicuramente letto il libro di G. Pisanò («Gli ultimi cinque secondi di Mussolini», Il Saggiatore, Milano, 1996) con la confutazione del percorso asserito da Valerio per andare e uscire da casa De Maria e le precise indicazioni dello slargo allora erboso, non si può escludere pertanto che proprio da questi elementi, certamente già conosciuti, ma di certo non particolarmente noti, sia venuto lo spunto per fornire queste precisazioni.
Infatti ci pare strano che Piero rammenti, dopo tutti questi anni, un percorso fatto una sola volta in circostanze eccezionali e perfino con il particolare ed importante ricordo dello slargo erboso, del quale sa anche (!) che così era allora, ma non più oggi!
Comunque sia l’arrivo di questi giustizieri collocato su via del Riale allo slargo erboso e non dalla parte opposta del Lavatoio è corretto, ma riveste la sua veridicità se considerato in un altra dimensione di tempo (al mattino ndr).
A questo punto, l’autore accenna a Bill (Urbano Lazzaro) il quale, pur non ammettendo la sua presenza nel gruppo dei giustizieri, dicendosi in quell’ora impegnato alla identificazione del sedicente console spagnolo (Marcello Petacci), descrisse poi alcuni particolari in casa De Maria e nella stanza di Mussolini («che portava camicia nera, pantaloni alla cavallerizza e stivali»), asserendo il Lazzaro che, questi particolari, li avrebbe avuti successivamente dalla Gianna (Giuseppina Tuissi).
Per l’autore e per il Landini, invece, anche Bill faceva parte di quella spedizione, ma non viene spiegato con chi e con quale macchina vi arrivò.
Poi accenna a Riccardo (Mordini), asserendo che fu uno dei pochissimi che mai fece parola su quei fatti e non rilasciò interviste, ne memoriali e neppure confidenze, tranne forse una con gli ex compagni di lotta.
Infatti Angelo Cassinera, così afferma, ma per la verità non va molto in là con il discorso e quindi questo aneddoto serve a poco: «Riccardo viveva in due angusti locali concessigli dalla federazione comunista milanese. Messo in disparte dal partito era stato assunto dall’istituto Vendite Giudiziarie di Milano e faceva le consegne per la città su di un triciclo... Nel 1951, epoca calda per il partito, (durante un viaggio con Cavallotti, Albero e Mordini), Mordini si lasciò andare ai ricordi e si spinse a raccontare quanto accadde in Dongo e lassù a Bonzanigo» (ma qui l’autore non riporta quanto effettivamente fu raccontato, ndr).

Facciamo un inciso per notare come tutto questo affaccendarsi di numerosi partigiani citati, ci sembra un mischiare, da parte del Landini, una parte di vero, di verosimile e di assurdo, ovvero di episodi del mattino (uccisione del Duce) e del pomeriggio (sceneggiata a villa Belmonte).
Ma torniamo al racconto del Landini, reso all’autore del libro: «Poco dopo vidi scendere il Duce e la Petacci, seguiti dal gruppo di partigiani armati. Mussolini pareva una larva d’uomo. Non c’era più. Preceduti dai due prigionieri, percorremmo alcuni metri e quindi imboccammo a destra un viottolo che ci occultava da sguardi indiscreti. Di guardia... ponemmo i due partigiani dell’Oltrepò che avevano scortato Mordini... (chi siano costoro il Landini non sa dire e questo è assurdo e sospetto visto che trattasi di due suoi uomini che dovevano sicuramente rimanergli a mente o almeno uno ndr). Il Duce camminava spedito. Non pareva sospettoso. Indossava la giacca dell’uniforme ed era però senza cappotto, mentre la Petacci era vestita con un taileur e portava un cappotto al braccio. Nessuno parlava... i pochi abitanti del luogo se ne erano tutti andati sulla via Regina già da tempo, richiamati dalla falsa notizia che vi sarebbe transitato Mussolini prigioniero.
I due furono portati presso un muretto, forse venti o trenta metri oltre l’inizio del viottolo.
Del nostro gruppo alcuni avevano il mitra altri la pistola. Ricordo che Valerio aveva un Thompson e Mordini un’arma spagnola, una pistola a canna lunga di cui mi sfugge il tipo e sicuramente pure la pistola, una Beretta calibro nove. Io avevo, invece, una Machine-pistole tedesca. Valerio li fece fermare ed addossare al muretto, quindi pronunciò quella frase che teneva scritta o impressa nella mente... Moretti per primo tolse la sicura dall’arma e per primo fece fuoco sul Duce, che per la breve distanza che tenevamo dai giustiziandi, in considerazione della scarsa larghezza del viottolo, cercò con un comprensibile gesto di difesa, di abbassare la canna, ma il colpo partì e si conficcò sull’avambraccio destro di Mussolini; poi ne partì un secondo che ugualmente andò a segno sullo stesso braccio».
Facciamo una pausa e consideriamo un paio di particolari:
primo: che fine ha fatto la giacca dell’uniforme vista dal Landini sul Duce?
secondo: possibile che il Landini, anche se, come lui afferma, presente al fatto, potè dedurre in quei brevi concitati frangenti, che i due primi spari (di mitra) avevano colpito il braccio destro del Duce? O non lo venne per caso a sapere dalla nota autopsia?
L’autopsia però parla di due buchi al braccio, ma trattasi di un solo colpo, perchè uno è di uscita;
lui invece ci viene a raccontare di due distinti colpi che non hanno assolutamente alcun riscontro.
Ma andiamo avanti.

«Prima che Moretti, facilitato dallo smarrimento del fucilando, esplodesse ancora altri tre colpi che andarono a segno nella parte alta del corpo, la Petacci, gridando che Mussolini non doveva morire, afferrò l’arma di Mordini che vedeva puntata su di lei. Per liberarsi Mordini finì per colpire con il calcio dell’arma la donna al volto. La stessa rivoltasi verso il Duce, gli fece scudo col suo corpo mostrando al plotone la schiena che fu quindi trafitta nella parte delle spalle da quattro colpi del mitra di Mordini. Gli stessi colpi trapassarono Mussolini nella parte alta del torace».
Particolare anche se poco importante: Mordini viene descritto con un mitra, mentre poco prima era stato descritto con due pistole, una Beretta ed una a canna lunga spagnola (evidentemente per quest’ultima intendeva una mitraglietta ndr).
Ancor poco importante, ma alquanto sorprendente (anche se possibile, considerando una diversa balistica) è il fatto che, essendo molto probabile che Mussolini venne attinto da due armi diverse:
un mitra appunto ed un arma automatica tipo una pistola, dal racconto del Landini, invece, dovendo dare per scontato che Moretti ha un mitra e, da come dice l’autore, anche Mordini spara raffiche di mitra, si deduce che Mussolini sarebbe stato colpito da proiettili sparati da due mitra diversi.
Con questa versione il Landini, pensa inoltre di risolvere il problema (insoluto per la versione ufficiale) della Petacci colpita alle spalle, ma stranamente non la descrive con la pelliccia (più avanti il Bernini cercherà di aggiustare la mancanza, spiegando anche i buchi nella pelliccia ndr), e asserisce, introducendo un’altra grave incongruenza, che gli stessi 4 colpi di mitra che la raggiunsero alle spalle attinsero poi anche Mussolini.
Ora se questi 4 colpi del mitra di Mordini, che afferma il Landini: «trapassarono Mussolini nella parte alta del torace», fossero gli stessi che, arrivati quasi sulla spalla sinistra, gli uscirono dall’altra parte formando quasi un quattro di quadri, è alquanto improbabile che, avendo prima attinto la Petacci colpirono poi Mussolini mantenendo questa rosa così ristretta.
Viceversa è difficile pensare che il Landini poteva riferirsi ai colpi che attinsero l’emisoma destro visto che sono tre (e del resto aveva prima detto che appunto il Duce venne colpito precedentemente da altri tre colpi di Moretti «alla parte alta del corpo», dopo i due gia sparati al braccio).
Di questi tre colpi, però, uno andò sotto il mento ed il più basso di loro causò la rottura dell’aorta e la morte immediata del Duce con il suo sicuro crollo al suolo.
Come vedesi il Landini, nella sua presunzione di voler attestare una completa e precisa sequenza e dinamica di spari, crea una ricostruzione altamente improbabile.
Continua quindi Landini: «In quel frangente, sia io che gli altri restanti del gruppo sparammo colpi» (quanti? A chi? E cosa colpirono? Non lo dice, ndr), «meno Valerio a cui si inceppò il mitra. Non so chi prese l’iniziativa in quei momenti per l’esecuzione a quel muretto del viottolo».
(Un imbecille! Aggiungiamo noi, visto che dopo meno di mezz’ora si dovette poi ripeterla su due cadaveri, quindi un atto incomprensibile, ndr), «Fino ad allora ricordo che non si era deciso nulla. Forse l’idea fu di Moretti e Guido, i due veri deux ex machina della vicenda, con il capitano Neri che però non partecipò pur essendo presente. Neri non fece fuoco in quella zona perchè lì era conosciutissimo ed era diventato un personaggio simbolo. Erano le prime ore del pomeriggio, prima delle sedici».

Ed infine conclude Landini: «Prendemmo i cadaveri in due per ogni corpo, l’uno afferrandolo sotto le ascelle e l’altro per le gambe. Caricati quindi sull’Aprilia furono portati al cancello di Villa Belmonte, favoriti dalla ricordata assenza della popolazione... (precedentemente invitata ad andare sulla statale a veder passare il Duce prigioniero, ndr). Scaricati i cadaveri, posti leggermente addossati al muretto, forse anche Bill fece fuoco con Guido e Riccardo sui corpi già privi di vita.
Io mi posi poco lontano. Quindi ce ne andammo lasciando Lino e Sandrino di guardia».
L’autore quindi aggiunge una testimonianza di Moretti, raccolta dallo scrittore storico resistenzialista Giusto Perretta, ma da questi riferita alla versione ufficiale e cioè alla asserita fucilazione delle 16,10 (ndr), che così la riportò: «Erano appena le sedici. Essi raccolsero i bossoli e Moretti andò a chiamare Sandrino e Lino che, attardandosi, aveva perduti di vista. Alla fine li rintracciò sullo stradone principale proprio dove comincia la mulattiera e li condusse sul posto dove era avvenuta l’esecuzione affinchè rimanessero di guardia».
Il Bernini conclude: «Accanto ai cadaveri lavati da una provvidenziale forte pioggia che cancellò il sangue ed altre tracce, furono lasciati sui corpi il cappotto dell’uno e dell’altra oltre la pelliccia di visone che Claretta aveva portato con sè, trapassata da colpi d’arma da fuoco, essendole stata posta sulla schiena durante la sceneggiata».
A nostro avviso viene il sospetto che questa aggiunta della pelliccia, da parte dell’autore, visto che non la menziona nel precedente racconto del Landini, è probabilmente un espediente per giustificare la presenza della pelliccia sforacchiata dai colpi.
Successivamente il Bernini riporta un paio di testimonianze di partigiani del plotone dell’Oltrepò, che aiutarono intorno alle 19 a caricare i cadaveri di Mussolini e della Petacci sul camion giunto da Azzano.
I due, e in particolare «Codaro» Renato R. Codara, sembra che, incredibilmente ebbero a sostenere che i cadaveri erano ancora caldi (dopo circa 3 ore all’aperto e sotto la pioggia!).
Il Bernini, ovviamente, si appoggia proprio su queste testimonianze, tra l’altro smentite da altre testimonianze di gente del posto, per dare convalida al racconto del Landini.
Considerazione: cosa dire di questa «eccezionale rivelazione» del Landini, riportata da Fabrizio Bernini?
Diciamo subito che non ci crediamo per nulla, oltre che per i motivi da noi di tanto in tanto già intercalati al testo, ma anche per il fatto che vengono ad essere completamente ignorati i rilievi e le osservazioni fatte sulle foto che mostrano i reperti di vestiario indossati dal cadavere di Mussolini privi di colpi.

In ogni caso:
1. Se Bill Urbano Lazzaro fosse stato presente al momento della uccisione del Duce, non si capisce perchè poi avrebbe pur scritto un libro con una sua ipotesi alternativa nascondendosi dietro confidenze del Frangi e della Tuissi.
Tanto valeva, per lui e per la credibilità del libro, ammettere sia pur tardivamente quella presenza.
2. Se dopo pochi minuti bisognava fare il replay della fucilazione a Villa Belmonte, perchè allora anticipare volutamente l’esecuzione in quel viottolo?
A che scopo?
Oppure fu un atto inconsulto, ma perchè?
Perchè complicare tutto con una successiva sceneggiata?
Questa, infatti, avrebbe avuto un senso solo se Mussolini e la Petacci fossero stati uccisi molto prima ed in circostanze diverse, magari impreviste.
3. Come si spiegherebbe il fatto sorprendente che, secondo il Landini, Mussolini sarebbe stato colpito due volte al braccio e poi ucciso con due mitra?
E in tanta precisione di ricordi che fine fa il colpo al fianco uscito dal gluteo?
E la incongruenza che i 4 colpi che attinsero la Petacci alla schiena, dicesi raggiunsero Mussolini alla parte alta del torace (e sappiamo che poi uscirono dalla schiena con una rosa non troppo allungata che solo una raffica ravvicinata poteva formare) come si può spiegare?
Dobbiamo definirle delle semplici e alterate rimembranze del partigiano, che magari ha voluto strafare?
4. Come risolsero poi questi esagitati fucilatori, in quattro e quattr’otto il problema di portare i due cadaveri, dicesi messi in macchina, davanti a villa Belmonte?
E quando scelsero questo posto?
A meno che i cadaveri non furono insaccati nel portabagagli avrebbero dovuto pur sempre passare nei pressi del bivio di Azzano dove, a quell’ora, transitava gente verso la via Regina per «vedere» il Duce prigioniero secondo la falsa indicazione sparsa nel paese (che qui il Landini direttamente conferma).
5. Nella fretta, l’autore e il relatore hanno dimenticato la figura dell’autista Geninazza: dove lo mettiamo?
Qui ora, per questa doppia fucilazione, non c’era certo il tempo di organizzare un finto arrivo di due partigiani addobbati da Duce e Petacci per ingannare sia lui che casuali abitanti del borgo.
E se è pur presente Valerio è grave che non è stata considerata anche la presenza dell’autista Geninazza (magari lasciato da qualche parte), durante la sceneggiata.
Dimenticanza?
Oppure dobbiamo non considerare tutte le testimonianze, compreso il Geninazza, che attestano un arrivo di Valerio sulla piazzetta del Lavatoio?
La cosa ci sembra alquanto problematica.
6. Con i particolari riferiti ai momenti successivi (alcuni li abbiamo riportati, parlando del caricamento dei cadaveri al bivio di Azzano), vediamo che, per avallare l’orario della morte (quasi le 16 circa), con la storia dei corpi caldi, si incorre in troppe contraddizioni e del resto come credere che i cadaveri erano ancora caldi (oltretutto come dice il racconto riportato dall’autore, «lavàti da una provvidenziale forte pioggia»), dopo circa tre ore che erano rimasti all’aperto?
Si badi bene, i due partigiani del plotone dell’Oltrepò, in particolare il Codaro, sono la sola convalida di questa assurda testimonianza (smentita da altre persone del luogo non di parte), ma se consideriamo che quasi certamente, la loro asserzione che i due cadaveri erano ancora caldi non può essere corretta ed è anche di parte, crolla anche buona parte della testimonianza del Landini.
7. Inoltre un rilievo non da poco: ma se a quell’ora di pomeriggio, sia Mordini che Landini, che erano i comandanti del plotone dell’Oltrepò, si trovavano a Bonzanigo, chi c’era rimasto a comandare i restanti partigiani dell’Oltrepò in attesa a Dongo?
Non è più logico, come d’altronde era stato in passato dallo stesso Landini asserito, che lui era rimasto a Dongo con i partigiani del plotone?
Un certa credibilità in più il Landini l’avrebbe avuta se avesse spostato la morte del Duce al mattino, ma non poteva farlo perchè quel mattino a Como lui e Valerio erano stati abbandonati da Lampredi e Mordini.
8. Infine non si può non rilevare come l’autore, il Bernini, abbia pubblicato questa testimonianza, di fatto avallandola (anche se non in modo esplicito) come «verità», meno di due anni dopo che si era conosciuta la testimonianza di Dorina Mazzola raccolta da Pisanò.
Ma la testimonianza di Mazzola non viene confutata apertamente, ne comparata, come avrebbe dovuto essere, visto che era in netto contrasto con la versione di Landini.
L’autore, invece, su la testimonianza Mazzola vi sorvola allegramente o in qualche passaggio vi lascia aperta una futura attestazione di veridicità, oppure cerca di indicarla quasi come se fosse una «versione di Pisanò»; anzi nel suo secondo libro del 2000 («Sul selciato di piazzale Loreto») la cita varie volte e, non volendola o potendola smentire, dà l’impressione di volerne utilizzare alcuni particolari come un avallo alla testimonianza di Landini che, viceversa, è completamente difforme sia nelle modalità che negli orari indicati.

Una osservazione

Ancora una volta, in barba a chi ritiene attendibili le fonti partigiane e resistenziali, dobbiamo rilevare invece la loro attitudine a mistificare seguendo proprio il canovaccio della versione ufficiale, anche se qui il Landini sostenendo una doppia fucilazione, vi scantona poi decisamente.
E questo per la semplice constatazione che, a parte le evidenti contraddizioni insite nella sua testimonianza, si prospetta in questo caso, una inevitabile alternativa per la quale, o mente lui, o mentono tutti gli altri testi partigiani di quelle vicende!
E stiamo parlando di partigiani di un certo rilievo!
A parte, infatti, il trio Valerio, Pietro,Guido, con la loro incredibile contraddizione reciproca sull’atteggiamento di Mussolini al momento di essere ucciso e di cui abbiamo più volte parlato, non è forse vero che se, al tempo nel lontano 1956, non fosse intervenuto il partito, le rivelazioni ben remunerate, ma false di Sandrino il Cantoni al settimanale Oggi sarebbero state date per storicamente acquisite?
Anzi, quella falsa testimonianza del Cantoni, ai giorni nostri, sarebbe forse stata accettata anche dallo stesso moderno «revisionismo resistenziale» visto che rimarcava la storica versione e non era in evidente contraddizione circa un ruolo, oggi accettato come ipotesi, di Valerio & Moretti sparatori?
Resta comunque veramente inspiegabile perchè Orfeo Landini, in tarda età si sia deciso a rilasciare questa testimonianza.
Egli probabilmente era rimasto a Dongo quel pomeriggio ed a differenza di Mordini (che svicolò da Como con il Lampredi) devesi anche escludere una sua salita a Bonzanigo al mattino, ma certamente ebbe modo di conoscere molti particolari di quella vicenda, tra cui quello importantissimo della finta fucilazione.
In qualche modo, sia pure distorto, ha voluto, renderli noti.
E’ per questo che pur nella sua estrema incongruenza questa testimonianza del Landini rimane importante in quanto consente di scorgere, sia pure confusamente e da lontano, qualche altro elemento verso il raggiungimento della verità.

L’ipotesi di un tentato suicidio di Mussolini considerata dal professor Alberto Bertotto
Vogliamo infine accennare ad una ipotisi, circa la morte di Mussolini, alla quale sta da tempo lavorando il professor Bertotto di Perugia.
Il professore, come attestato da alcuni suoi notevoli articoli apparsi su varie pubblicazioni, compreso questo sito, parte dalla nostra stessa convinzione, che poi in realtà è qualcosa di più di una convizione soggettiva: ovvero dal fatto che il Duce venne ucciso al mattino e quindi al cancello di Villa Belmonte quel pomeriggio venne semplicemente eseguita una seconda finta fucilazione.
Ma egli va anche oltre, perchè forte di alcune confidenze e testimonianze, di alcuni riscontri in Italia e negli Stati Uniti e della attenta valutazione, anche medico legale, delle modalità di quella morte, arriva ad ipotizzare che Mussolini quel mattino tentò il suicidio infrangendo fra i denti una capsula di cianuro nascosta in una protesi dentaria.
Come tutti sanno il cianuro non sempre attiva immediati effetti mortali ed in questo caso rese il Duce agonizzante e in preda a spasmi incontrollati.
Di conseguenza venne in poco tempo finito a colpi di mitra, probabilmente da Lino il Giuseppe Frangi anche perchè i comunisti non volevano farsi soffiare questa «impresa» dal «cianuro di Mussolini».
Successivamente fu necessario uccidere anche la Petacci (testimone scomodo).
Non possiamo pronunciarci in merito, nè portare altri elementi per illustrare questa ipotesi del professor Bertotto perchè egli l’ha soltanto accennata in alcuni articoli e quindi dobbiamo attendere l’uscita del suo libro, prevista per questa estate dove saranno resi noti più ampi e dettagliati elementi.

Professor Maurizio Barozzi

 

Fonte: http://firewolfdossier.blogspot.it/2008/06/omicidio-di-mussolini-troppe-versioni.html