MORTE DI MUSSOLINI: LA "STORICA VERSIONE"

«Da quarantacinque anni» - scriveva F. Bandini nel 1992 - «a guardia dei misteri d’Italia stanno alcuni molossi di taglia diversa, ma tutti molto allenati nell’avvistare a grande distanza il più piccolo segnale di pericolo. Accanto ai molossi ci sono le centrali della disinformazione nostrana, assai abili a lanciare al momento giusto un certo numero di ‘lepri meccaniche’ per far correre i media di bocca buona, ma anche parecchi storici paludati.
E infine vi sono gli stessi media, quasi tutti troppo giovani per aver vissuto quel periodo, ed anche troppo indaffarati per prestarvi quell’attenzione che d’altra parte sarebbe necessaria, se se ne vuol scrivere. Per cui, nel migliore dei casi, essi preferiscono ignorare che vi sia in giro qualcosa di nuovo».
Con questo articolo, per chi ha lo stomaco forte o è un appassionato di telenovele e vuole anche trarre spunti divertenti da quello che è purtroppo tragico, vogliamo prendere in esame proprio la storica «versione ufficiale» sulla morte di Benito Mussolini e Claretta Petacci resa, più che altro, da alcuni militanti del Partito Comunista Italiano, sedicenti partecipi di quegli eventi e, nel complesso, riassunta nell’inchiesta sulle più ampie vicende di Dongo condotta nell’immediato dopoguerra, tra difficoltà incredibili, soprattutto di natura politica che non consentirono di portarla a compimento, dal generale Leone Zingales giudice inquirente del Tribunale supremo militare di Roma.
Ma in concreto, poi, di quale versione ufficiale si sta parlando se non esiste alcun atto ufficiale che la possa avallare e sostanziare?
«Nessuno di noi ordinò la fucilazione di Claretta Petacci, della quale non sapevamo neppure che fosse con Mussolini in quel momento. Non so nulla delle circostanze della fucilazione del Duce e della sua amante: chi la eseguì, a che ora, in che modo... Il CLNAI non ricevette mai da Longo una relazione su come si erano svolti quegli eventi».
Queste incredibili parole di Leo Valiani, uno dei componenti il Comitato Insurrezionale Antifascista (quello che di fatto decise la soppressione del Duce, per imporre ed organizzare la quale, la sera del 27 aprile 1945, si diede da fare Luigi Longo), anche se forse non veritiere sul fatto che lui personalmente non nè ha mai saputo nulla, sono la dimostrazione più evidente che gli strampalati resoconti che sono passati alla storia come «versione ufficiale» (già denominata versione di Valerio), in pratica non hanno alcuna validità storica.
Resoconti che però sono stati accettati quasi unanimemente da tutta la storiografia resistenziale.
Comunque sia, la sola constatazione del fatto, veramente inaudito, ma sopratutto sospetto, che non venne mai fornita alcuna versione ufficiale, nessun rapporto, niente di niente, nè alle autorità dello Stato, nè al CVL o al CLNAI rappresentante del governo, tanto è vero che ancora oggi non si sa con certezza, chi e su che basi, impartì gli ordini di morte a Valerio, con quali criteri costui doveva regolarsi nello scegliere i prigionieri da condannare a morte, ecc., la sola constatazione di quanto sopra, dicevamo, rende falsa già in partenza tutta questa storica versione.

Ovviamente non sono mancate aspre critiche a questa versione dei fatti, critiche che, con il passare degli anni si sono fatte sempre più convincenti, ma purtroppo anche sempre più confuse, in particolare quando hanno cominciato ad essere elaborate alcune «versioni alternative», basate su evidenti contraddizioni della versione ufficiale o su ambigue testimonianze, ma non su elementi oggettivamente dimostrabili.
In pratica, già a cominciare dall’immediato dopoguerra, oltre alle palesi falsità imposte da questa versione poliforme ed inattendibile, vennero raccolte a latere o in alternativa ad essa, svariate testimonianze (prese qua e là con molta leggerezza) rese da mitomani, presunti testimoni oculari in realtà mendaci e gente in cerca di notorietà a buon mercato o peggio.
Insomma una confusione pazzesca!
Presupponiamo comunque di prendere per buona la «versione ufficiale» e concentriamo le nostre osservazioni, oltre che su alcune implicite illogicità, proprio sulle sue evidenti contraddizioni.
Ne vedremo delle belle e, nonostante la tragicità dell’argomento e la mascalzonata di tutta questa messa in scena, avremo anche occasione di trovare vari passaggi che possono anche destare una sia pur amara ilarità.
Ci dovremo purtroppo sorbire una lettura dove l’illogicità e l’assurdità albergano sovrane, dove ci sembrerà incredibile che, questo pateracchio, a suo tempo architettato dagli artefici della resistenza e poi avallato da scrittori di regime, sia stato fatto passare come un pezzo di storia autentica del nostro Paese.
Occorre, comunque, premettere che sotto la denominazione, alquanto impropria, di versione ufficiale, che in effetti non è solo la versione di Valerio, si condensano una serie di versioni e testimonianze spezzettate e fornite, più o meno autorevolmente, in tempi successivi le quali, nonostante presentino un quadro omogeneo e sostanzialmente similare dei fatti, spesso sono in contraddizione tra loro o comunque, mettendole insieme (ed è necessario metterle insieme!), presentano molte inesattezze e incongruenze.
Siamo praticamente in presenza di un canovaccio poliforme nelle sue diramazioni, ma sostanzialmente univoco, che ha il suo atto di nascita nella versione al tempo imposta con la forza e la presa del potere da parte del CLN e la conseguente necessità di esaltare e magnificare l’evento resistenziale, e che si è poi andato ad incrementare e diversificare con le tante testimonianze, inchieste e relazioni aggiuntesi successivamente.

Canovaccio a cui si sono attenuti o comunque vi si sono adattati, quanti poi sono stati chiamati a fornire testimonianze, versioni o pareri senza voler uscir fuori dagli ambiti della retorica resistenziale.
Come disse il Bandini, per tanti anni si era indagato e fatto domande dando per scontato che, nonostante evidenti incongruenze, alle 16,10 a Villa Belmonte in Giulino di Mezzegra si era fucilato il Duce e la Petacci.
E questo fu l’errore più grande.
Noi comunque abbiamo individuato sei resoconti (anche se ce ne sarebbero altri, come per esempio le testimonianze di Michele Moretti, dei coniugi De Maria, del Geninazza, del Cantoni, ecc.) che possono definirsi i più importanti e caratterizzanti per una presentazione e illustrazione esaustiva della versione ufficiale.
Andiamo a definirli.
Sei resoconti per una (non) «versione ufficiale».
In linea di massima possiamo definire come «versione ufficiale» le seguenti ricostruzioni della morte del Duce, avallate dalla storiografia resistenziale sia pure con la riserva (viene suggerito dai fautori di quella versione) di una implicita carenza di precisione dovuta a quei caotici tempi ed a qualche ricordo confuso (sic!) o alterato per motivi politici:
- 1. Il primo resoconto sintetico dell’Unità del 30 aprile 1945, non firmato ed in cui l’estensore affermava di aver avuto la ventura di parlare con il misterioso esecutore della condanna a morte di Mussolini di cui riporterà il breve raccontino;
- 2. la ricostruzione, più particolareggiata, seguita alcuni mesi dopo, sempre sulle pagine dell’Unità tra il novembre e il dicembre del 1945, ancora non firmata, ma in cui l’esecutore parla ora in prima persona fornendo il solo nome di battaglia di «colonnello Valerio»;
- 3. i sei articoli, nomati «Il Colonnello Valerio racconta», pubblicati ancora sull’Unità a partire dal 25 marzo del 1947 e questa volta firmati da Audisio, ai quali fa seguito la farsa del comizio romano in cui viene presentato visivamente lo stesso Walter Audisio alias colonnello Valerio;
- 4. il libro («In nome del Popolo italiano» Edizioni Teti, casa editrice utilizzata dal PCI) uscito postumo nel 1975, del colonnello Valerio (Walter Audisio, nel frattempo deceduto) che ricalca sostanzialmente la versione del 1947 e costituisce il testo base per le versioni di Valerio;
- 5. la «relazione al Partito, tramite il compagno Cossutta», scritta nel maggio del 1972 da Aldo Lampredi (Guido Conti), il dirigente del PCI che ha accompagnato Walter Audisio nella «missione» a Dongo del 28 aprile 1945, e resa nota integralmente, sulle pagine dell’Unità solo nel gennaio del 1996;
- 6. l’autopsia della salma di Mussolini eseguita dal professor Mario Cattabeni il 30 aprile del 1945 e altri documenti ad essa correlati.
Con questo articolo, per il momento, cercheremo di esporre i primi 4 punti sopra citati, in qualche passaggio integralmente ed in altri riassumendoli, sottolineandone di volta in volta gli aspetti più critici e problematici, anche alla luce di quanto è emerso in questi sessanta anni.
In futuro, in un apposito libro, esporremo anche il resto.
Resta però il problema, non da poco, di stabilire quali, tra tutti questi sei resoconti, deve essere considerato il più decisivo ed attendibile, visto che essi divergono ed anche per particolari di non poco conto, uno dall’altro.
In ogni caso, non potendo sorvolare su uno di questi resoconti o per comodità considerarne soltanto un altro (anche se solo il libro di Audisio e la Relazione di Lampredi risultano espressamente ed impegnativamente sottoscritti e firmati dagli autori), dobbiamo giocoforza prenderli in considerazione tutti, almeno in senso generale, basandoci sul fatto che, più o meno, essi riferiscono una ricostruzione degli avvenimenti seguendo uno stesso canovaccio.
Vedremo quindi come questa «versione ufficiale» (citata, nonostante tutto, al singolare), imperniata sui primi resoconti dell’Unita del 1945 e i racconti dei tre diretti partecipanti agli eventi, ufficialmente riconosciuti dalla storiografia resistenziale, ovvero Audisio, Lampredi e Moretti, fa acqua da tutte le parti e, come detto, presenta alcune sbavature e contraddizioni di estrema gravità che lasciano veramente interdetti e per tutta l’impostazione di bassa retorica denigratoria verso Mussolini fanno ingenerare il fondato sospetto di una vera e propria montatura.

Un revisionismo ipocrita

Dobbiamo comunque accennare al fatto che, con gli anni, anche di fronte alle tante incongruenze e inverosimiglianze che, come vedremo, la versione ufficiale presentava,
la storiografia resistenziale si è fatta più possibilista e, nonostante sia rimasta attaccata agli elementi per lei determinanti come l’orario della fucilazione (le 16,10 o 16,20), il luogo della fucilazione (il cancello di Villa Belmonte a Giulino di Mezzegra) ed il terzetto dei giustizieri (Audisio, Moretti, Lampredi), si mostrò in parte propensa, pur senza affermarlo apertamente, ad accettare che ci possano essere stati due fucilatorti (invece del solo Audisio) e qualche imprevisto o diversivo durante la sparatoria, che rese concitate le fasi della fucilazione. Imprevisto non riportato a suo tempo e sostanzialmente non sconvolgente per la dinamica complessiva della «versione».
Ma sopratutto si è avuto un decisivo ridimensionamento, accantonando e non insistendo più di tanto, su alcune idiozie o frasi ridicole e spregevoli che Valerio aveva riferito o messo in bocca a Mussolini le quali, oltre ad essere palesemente non credibili, oramai dopo tanti anni avevano perso le motivazioni denigratorie e politiche che le avevano generate.
In ogni caso, visto che il quadro d’insieme di questa versione sostanzialmente non cambia, possiamo per ora mettere da parte questo pseudo revisionismo e proseguire nella analisi e nella critica alla storica versione.

L’antefatto


Per la cronaca Mussolini era stato catturato, venerdì 27 aprile forse verso le ore 16,00
(gli orari sono controversi), su di un camion tedesco nella piazza di Dongo.
Diversi partigiani o residenti del posto si arrogarono l’arguzia di averlo scoperto su quel camion, mentre la fase dell’arresto venne attribuita al partigiano Urbano Lazzaro Bill.
Tutto questo episodio, però, descritto con un alone di leggenda e testimonianze contraddittorie non è ben chiaro e risalta anche una probabilissima delazione tedesca.
Il merito del fermo della colonna Mussolini nel vicino e precedente abitato di Musso e quello della cattura del Duce vennero comunque attribuiti alla 52a Brigata Garibaldi «Luigi Clerici», un esiguo numero di partigiani che agiva nell’alto Lario, in particolare sulle montagne del Berlinghera (Sorico) dove si era creato il primo distaccamento Puecher.
Ad aprile del ‘45 ne era comandante, nominale, ma non ratificato, Pier Bellini delle Stelle (Pedro) del 1920 ex sottotenente del Regio Esercito, non comunista, anzi forse di tendenza savoiarda, mentre commissario politico ne era Michele Moretti (Pietro), operaio e fedele comunista e vicecommissisario Urbano Lazzaro (Bill) un ex finanziere.
Fino a pochi mesi prima ne era stato capo indiscusso Luigi Canali (capitano Neri) ex ufficiale valorosamente distintosi in guerra e caduto poi in disgrazia tra i partigiani in seguito a controverse accuse di tradimento che gli valsero una condanna a morte da parte del Comando Regionale Lombardo delle Brigate Garibalidi, condanna nel frattempo rimasta congelata.
Il capitano Neri comunque era riapparso in circolazione e per non alterare i gradi di comando della «Luigi Clerici» gli era stato assegnato l’anomalo grado di Capo di Stato Maggiore.
Appena sceso dal camion Mussolini, tra le ali di una folla urlante, ma non eccessivamente minacciosa, venne portato nel salone del municipio dove ebbe modo di rivedere, salutare ed informarsi su alcuni membri della colonna Mussolini già catturati, compreso i feriti Pavolini e Carradori.
Si trovò comunque subito assediato da vari individui, tra i quali il petulante, ma per fortuna gentiluomo di vecchio stampo e neo sindaco del paese Giuseppe Rubini (un benestante ed ex tenente colonnello degli alpini), che si cimentarono in una specie di processo improvvisato fatto delle più strampalate domande, alle quali il Duce rispose, nei limiti del possibile, con pazienza e tranquillità.
Nel frattempo la notizia del suo arresto arriva a Milano, forse per prima al Comando Regionale Lombardo della Finanza e poco dopo sicuramente al Comando del CVL ed al partito comunista.
Successivamente Mussolini, assieme a Paolo Porta, fu condotto nella vicina e più tranquilla casermetta della Guardia di Finanza di Germasino, nella quale a sera potè mangiare e riposare un poco.
A notte inoltrata (circa l’1,45 o un poco prima) però Mussolini era stato prelevato, evidentemente per precise disposizioni ricevute da Milano, dicesi per essere portato a Moltrasio dove lo avrebbe preso un fantomatico motoscafo mandato da Sardagna per conto del CVL o meglio viceversa, dicesi anche, per essere condotto in una base segreta a Brunate, ma per imprevisti durante il tragitto, mai spiegati chiaramente, anzi attorno a quegli eventi
la confusione regna sovrana, con la scusa del pericolo di farsi sequestrare il prigioniero dagli alleati, l’itinerario (in realtà già prestabilito) si disse che venne cambiato al momento.

Quindi Mussolini, al quale era stata aggregata, per non ancora chiariti motivi, ma evidenti scopi forse relativi alle documentazioni tanto ricercate, Clara Petacci, era giunto a casa
De Maria, in quel di Bonzanigo, la stessa piovosa notte tra il 27 ed il 28 aprile, forse tra le 3,30 e le 4,30 dopo aver fatto un tragitto le cui modalità, percorrenze e soprattutto vere finalità ed ordini ricevuti sono, come detto, ancora tutte da verificare.
Artefici di questi spostamenti erano stati il capitano Neri, ovvero Luigi Canali, Pier Bellini delle Stelle Pedro, e Michele Moretti Pietro Gatti¸ ma è evidente che questo comando della 52a non avrebbe potuto prendere iniziative di tale peso senza precisi ordini ed istruzioni.
Prigionieri e accompagnatori avevano viaggiato su due macchine: in una, quella di testa, sembra una 1100, guidata da tale Edoardo Leoni con a fianco Lino (Giuseppe Frangi da Villa Guardia), vi entrarono dietro Neri, Pietro Gatti e la Petacci.
Nell’altra auto (sembra fatta portare da Pedro che si sedette dietro) entrò, sempre dietro, Mussolini ed accanto si sedette anche Gianna (Giuseppina Tuissi) appena rientrata a Dongo da uno strano viaggio, mentre davanti, accanto all’autista, Dante Mastalli (che rivelerà alla moglie il fatto che Mussolini non parla, smentendo tutti i romanzati scambi di frasi a lui messi in bocca) si mette il giovane Sandrino-Menefrego (Guglielmo Cantoni).
E da qui inizia il nostro racconto.

Descrizione dei luoghi

E’ opportuno premettere una breve descrizione dei luoghi interessati a quegli eventi (Bonzanigo, Giulino di Mezzegra, Azzano, al tempo facenti parte del comune di Tremezzina.
F. Bandini, A. Zanella e G. Pisanò nei loro celebri lavori sono forse gli scrittori che meglio ci hanno descritto i luoghi di Bonzanigo e Giulino di Mezzegra.
Per quanto riguarda l’ubicazione di casa De Maria si può dire che essa si trova nel bel mezzo di un gruppo di costruzioni delle quali è certo la più importante: un palazzo dalle strutture massicce ed alto tre piani.
Da questa casa si può scendere fino alla statale, in basso, grazie ad una mulattiera, via del Riale, che nel primo tratto dalla casa era stretta, acciottolata e scalinata a gradoni e poi, dopo un altro tratto, una curva ed uno spiazzo erboso, immette sulla via Albana in modo che, percorrendola, si scende fino alla via Regina.
Percorrendo all’inverso, sempre da casa De Maria e quindi risalendo, questo sentiero, invece, sbocca ad angolo retto nella principale via di Bonzanigo.
Questo primo tratto è di una cinquantina di passi: piegando a sinistra sulla via principale, dopo un centinaio di passi si sbocca nella piazza triangolare del Lavatoio, al cui centro vi è una grande fontana a vasche che viene utilizzata dalle poche donne del paese per il lavaggio della biancheria.
Girando nella piazza ad angolo retto, sempre a sinistra, si imbocca un androne di circa sei metri di lunghezza che sbocca sul termine della strada asfaltata.
Questa strada asfaltata, via XXIV Maggio, comincia a scendere, dapprima diritta poi con qualche molle curva, sinchè non arriva al primo ed unico tornante, circa 200-250 metri dal suo inizio.
Qui la strada gira su se stessa e riprende a scendere, accostando ancora a destra.
A circa cinquanta passi, dopo la prima curva, si trova il famoso cancello di villa Belmonte di Giulino di Mezzegra luogo della presunta fucilazione.
Quindi da casa De Maria al cancello di villa Belmonte si devono percorrere circa 350 metri.
Nella foto di casa De Maria come appariva nel 1945 si può osservare, sulla sinistra, la salita della mulattiera, nella parte finale a gradoni, di via del Riale, mentre sulla destra in fondo nella facciata del palazzo si nota la rientranza del fabbricato.
E’ lì che si trova, la finestra della stanza dove furono messi i due prigionieri e sotto ad essa in basso c’è il cortile ed il portone di quella che al tempo era una specie di stalla (foto Vicifori, tratta dal libro di G. Pisanò, «Gli ultimi cinque secondi di Mussolini», Il Saggiatore, 1996).

Per entrare in questa casa, piuttosto povera ed edificata su tre piani, una volta oltrepassato
il cancello, si deve salire una scala esterna alla costruzione, tagliata nel marmo, che porta
al primo piano, dove sta la cucina, mentre per raggiungere le camere da letto, alcune nel sottotetto, ci sono ancora venti gradini interni faticosi.
La camera, dove vi dormivano i figli dei coniugi De Maria, utilizzata per custodire il Duce,
è al secondo piano ed ha una sola finestra, che dà sul prato antistante l’abitazione, a circa sette metri di altezza.
I servizi igenici trovasi all’esterno.

L’arrivo notturno dei prigionieri: Mussolini e Claretta Petacci

Il gruppetto nottambulo dei prigionieri e degli accompagnatori giunsero in quella casa nella tarda e piovosa alba del 28 aprile 1945.
Erano arrivati in auto dalla via Regina ed avevano imboccato la piccola strada (a fianco dell’albergo Milano) di via Albana e quindi raggiunsero lo slargo triangolare, al tempo erboso, dove comincia la viuzza del Riale, che sale stretta e dritta a Bonzanigo, il cui tratto è percorribile solo a piedi a causa dei gradoni del tratto più alto.
Lasciate quindi le auto proseguirono a piedi verso via del Riale, con un muretto a sinistra e campi sulla destra, diretti al borgo con casa De Maria, in alto.

L’arrivo pomeridiano dei «giustizieri» il 28 aprile


Viceversa il gruppetto pomeridiano dei presunti giustizieri (Valerio & Co.) si afferma che arrivò nel pomeriggio del 28 aprile ‘45, proveniente da Dongo, e giunto a Mezzegra si andò a fermare nella piazzetta del Lavatoio dopo aver percorso tutta via XXIV Maggio.
Il percorso a piedi, dalla piazzetta del Lavatoio a casa De Maria, si snoda dapprima lungo via Brentano a un livello costante, ma quando, giunto in piazzetta Rosati, curva a destra per via del Riale e acquista una forte pendenza.
Il cancello d’ingresso di casa De Maria si apre, per chi scende da via del Riale, sulla sinistra, circa quaranta metri dall’inizio della stradina.
Quindi, chi si reca in quella casa, muovendo dalla piazzetta del lavatoio, deve per forza percorrere via del Riale scendendo e viceversa deve risalire nel percorso inverso di uscita.
Arrivando invece dallo slargo triangolare dove comincia la viuzza del Riale, che sale stretta e dritta a Bonzanigo, il tratto è percorribile, in salita e solo a piedi a causa dei gradoni del tratto più alto.

I percorsi

I percorsi, tra Como, Dongo e l’itinerario intermedio di Azzano, possono variare di qualche km. a seconda dei punti di partenza e di arrivo e devono considerarsi i mezzi e le difficoltà stradali dell’epoca, ben diverse da oggi, nonchè i posti di blocco e gli imprevisti che non consentono di ipotizzare una tempistica prevedibilmente oggettiva.
La via Regina, fino a Dongo, era al tempo una lunga fettuccia di circa 48 km.
Per andare da Como centro a Dongo però si percorrono circa 57 km. e circa a metà strada c’è la deviazione per Azzano.

La sedicente «versione ufficiale»

Arriviamo così alla sedicente versione ufficiale che riportiamo brevemente, riprendendola dalla eccellente sintesi fatta da Giorgio Pisanò nel suo ultimo libro: «Gli ultimi cinque secondi di Mussolini» , Il Saggiatore, 1996:
«Essa racconta che il colonnello Valerio, alias Walter Audisio, era arrivato a Dongo da Milano, dopo una sosta di alcune ore a Como, alle 14,10 del 28 aprile 1945. Con lui c’erano Aldo Lampredi (Guido) e una squadra di partigiani dell’Oltrepò Pavese al comando di Alfredo Mordini detto Riccardo. Fattosi riconoscere dai capi partigiani della 52ma Brigata che avevano in custodia Mussolini insieme ad alcuni ministri ed esponenti della Repubblica Sociale, catturati il giorno prima, e imposta la sua volontà quale inviato con pieni poteri dal CLN e dal CVL, Audisio aveva scelto subito quelli da fucilare, cominciando da Mussolini e dalla Petacci. Saputo quindi che non tutti i condannati erano a Dongo, perché alcuni si trovavano a cinque chilometri di distanza, nella caserma della Guardia di Finanza di Germasino, mentre Mussolini e la Petacci erano custoditi a mezz’ora di automobile nella casa dei contadini De Maria a Bonzanigo di Mezzegra, diede ordine di portare tutti sul posto.
Anzi, Mussolini e la Petacci sarebbe andato a prenderli lui stesso. In realtà, sempre secondo la versione ufficiale, aveva già deciso di recarsi rapidamente a Bonzanigo per eseguire subito la sentenza di morte di cui era portatore contro il capo del fascismo. Impartiti poi gli ordini necessari per l’esecuzione che si sarebbe svolta al suo ritorno, Walter Audisio, Valerio, era partito per Bonzanigo alle 15,10, con una automobile e relativo autista requisiti sulla piazza di Dongo. Con lui, Aldo Lampredi e il commissario politico comunista della 52ma brigata Michele Moretti (Pietro) che tanta parte aveva avuto, il giorno precedente, negli avvenimenti relativi al fermo di Mussolini a Musso. Presenza questa indispensabile in quanto Moretti conosceva la strada per casa De Maria e, soprattutto, era conosciuto dai due partigiani Lino e Sandrino lasciati da quella mattina presto a fare la guardia ai due prigionieri. Giunti ad Azzano, vale a dire al bivio tra la costiera via Regina e le strade comunali che portano alle frazioni di Bonzanigo e Giulino di Mezzegra, l’automobile si era diretta verso via XXIV Maggio e l’abitato di Giulino per fermarsi, dopo un sottopasso, nella piazzetta del Lavatoio.
Durante il percorso, Valerio aveva scelto il luogo della fucilazione: il cancello di Villa Belmonte. Giunti al lavatoio, Valerio, Lampredi e Moretti erano andati alla casa De Maria a circa duecento metri di distanza, avevano prelevato Mussolini e la Petacci e li avevano scortati fino all’automobile. Poi li avevano costretti a salire sulla vettura che, guidata dall’autista Geninazza e invertita la direzione di marcia, era ridiscesa lungo via XXIV Maggio. In prossimità del cancello della villa, Valerio aveva fatto scendere i due condannati e li aveva fucilati intorno alle 16,20 circa».
Questa, più o meno, è la sintesi della versione ufficiale, sfrondata di tutta la retorica e di tutta la messa in scena di dialoghi tra i prigionieri e gli esecutori, atte a mostrare un Mussolini tremebondo, vile ed ignobile.
Fingiamo di prenderla per buona, poniamoci di fronte ad essa con spirito critico e andiamo a vedere come stanno le cose.
Per la storia, o meglio sarebbe dire per la retorica resistenziale, i volumi base sono:
Roberto Battaglia, «Storia della Resistenza italiana», Torino, Einaudi, 1964, i cui singoli capitoli sono superati, ma il quadro d’insieme è ancora ritenuto attendibile;
Franco Catalano, «La storia del CLNAI», Bompiani, 1956;
Claudio Pavone, «Una guerra civile», Bollati Boringieri, 1991;
ed ovviamente W. Audisio, «In nome del popolo italiano», Teti, 1975.

Ma il riferimento essenziale per gli avvenimenti specifici e le documentazioni del caso è costituito dagli Istituti regionali e provinciali per la storia della Resistenza e della Liberazione, con le loro innumerevoli pubblicazioni ed in particolare quello di Como, e nel moderno volume di Giusto Perretta «Dongo 28 aprile 1945, La verità», Edizione Actac Como, versione aggiornata, 1997.
E’ emblematico come, a questa versione dei fatti, siano rimasti tenacemente attaccati, oltre a svariati testimoni dell’epoca che però qualcosa di diverso hanno pur fatto trapelare,
soprattutto i tre sedicenti principali partecipanti, tanto da ripeterla simile, ma non uguale, fino ai giorni della loro morte (Audisio e Lampredi deceduti nel 1973 e Moretti nel 1995).
Le pittoresche versioni di Valerio, non fanno eccessiva impressione, tante sono le fanfaronate e le incongruenze che ha detto e scritto (molte delle quali ovviamente gli sono state fatte sostenere) e sintomatiche risultano le confidenze fatte ad amici e conoscenti che lasciano chiaramente intuire una diversa verità, oltre al fatto che per lui, inevitabile, è stato l’emergere di una personalità affatto diversa da quella del famoso e rabbioso giustiziere.
Tutto ciò lo configura, senza ombra di dubbio, come colui che ha sostenuto una parte da altri scritta e diretta!
Ben diversa è invece la figura e la posizione di Lampredi e Moretti.
Costoro, militanti comunisti fino alla fine ed omertosi fino all’incredibile, hanno assolto in pieno il loro ruolo di testimoni diretti della versione ufficiale.

Il primo, Lampredi, nel dopoguerra era rientrato nell’ombra della burocrazia di partito e non rilasciò interviste degne di nota, tranne una prima sommaria relazione nei giorni successivi a quegli avvenimenti.
Ma nel 1972 scrisse, o forse meglio ancora fu invitato a scrivere perchè è assurdo pensare che non abbia mai dettagliato il partito e dopo 27 anni senta il bisogno di farlo, una relazione al Partito con cui, sia pur sinteticamente, mise agli atti un documento di estrema importanza per la conoscenza di quegli eventi.
Il Moretti invece, divenne in vecchiaia un pò più loquace, ma sempre alquanto reticente e ambiguo e rilasciò alcune interviste con le quali lui, umile e fedele esecutore degli ordini di partito, respingeva con forza ogni diversa interpretazione della versione.
Sue tipiche frasi di smentita, soprattutto alle fantasiose ricostruzioni alternative, erano sovente queste: «Fidati di quello che ti ho sempre detto: sono tutte ‘balle’ e basta… Sono elucubrazioni di gente che non ha niente di più serio a cui pensare…».
Il che, se pur poteva essere vero rispetto ad alcune strampalate ipotesi alternative, avallava però nel complesso anche tutta la versione ufficiale.
Il bello è però che, confrontando la relazione di Lampredi ed i ricordi e resoconti di Moretti, che apparentemente con tanta sfrontatezza e naturalezza vorrebbero darci lo stesso quadro complessivo di quel 28 aprile del 1945, si trovano delle contraddizioni tali da rigettare l’accusa di balle ed elucubrazioni ai due stessi personaggi: si confronti, ad esempio, le frasi messe in bocca a Mussolini all’atto della fucilazione: il terrore paralizzante descritto da Valerio, il «mirate al cuore!» di Lampredi ed il gridato con foga «Viva l’Italia» raccontato da Moretti e dite un po’ voi come è possibile farli conciliare!
Ma una volta coinvolte, con il mandato del CVL a Valerio, tutte le componenti del CLN, tanto da poter poi giustificare anche le esecuzioni sommarie di quei giorni, non era successivamente più possibile, a distanza di tempo, tirarsi fuori e mettere in crisi ed in dubbio quella storiografia.

Neppure a distanza di molti decenni si sarebbe potuto smentire, in toto, la versione ufficiale senza creare uno sconquasso politico, un inaudito ribaltamento storico, uno sputtanamento generale di tutta la Resistenza ed in particolare del Partito Comunista Italiano ed un coinvolgimento di uomini, servizi ed istituzioni, molti dei quali decorati con alte onorificenze e la medaglia d’oro.
Ne tanto meno oggi, i vari Istituti di storia resistenziale, sovvenzionati con pubblico denaro, hanno interesse a farsi ridicolizzare.
Ma se tutto questo è vero, nasce pur sempre il problema di come sia potuto accadere che, per cinquanta anni, non sia emersa qualche testimonianza attendibile veramente diversa e decisiva rispetto alla versione ufficiale dei fatti.
E soltanto dopo questo particolare periodo definito quale «impegno a mantenere il segreto» abbiamo avuto la sorprendente rivelazione della signora Dorina Mazzola, sulla quale si è cercato di sorvolare allegramente, ma che in definitiva ha mandato definitivamente a gambe all’aria la storica versione.
Oltre ai tre membri del Partito Comunista, investiti del ruolo di giustizieri: Audisio, Lampredi e Moretti, arroccati nelle loro versioni di comodo, abbiamo infatti il problema dei ricordi di altri sedicenti partecipanti a quegli eventi, in particolare i coniugi De Maria, Guglielmo Cantoni (Sandrino) e l’autista Giovanni Battista Geninazza, che hanno oramai portato il loro segreto nella tomba, lasciando soltanto ricordi confusi, mezze verità e mezze bugie, frasi e testimonianze rese a questo o a quello e più o meno frequentemente rivedute e corrette se non ritrattate.
Ed inoltre, anche se la versione ufficiale non li mette tra i partecipanti diretti alla fucilazione, abbiamo il problema del vice commissario della 52ma brigata, Urbano Lazzaro (Bill) e del partigiano dell’Oltrepò Pavese Orfeo Landini che hanno, però solo molti anni dopo, messo in piedi o fornito una poco credibile, diversa ricostruzione dei fatti.
E che dire poi dei tanti partigiani o cittadini coevi, di Dongo ed in particolare quelli delle vicinanze di Azzano, che pur devono per forza aver visto o sentito qualcosa, ma che in linea di massima e tranne rare eccezioni non hanno voluto poi testimoniare?

Di Giuseppe Frangi (Lino), Luigi Canale (Neri) e Giuseppina Tuissi (Gianna), altri tre grossi partecipanti a quegli eventi, invece sappiamo oramai che furono assassinati nei giorni seguenti le radiose giornate di maggio e forse proprio in relazione a quegli eventi e rimasero quindi nell’impossibilità di darci una loro precisa testimonianza.
A nostro avviso tutto questo è stato possibile, dapprima ed in generale con una chiara ed evidente (e oggi documentata) coercizione minacciosa, più o meno esercitata o ventilata che ha imposto un silenzio cinquantennale e quindi con ordini di scuderia severamente impartiti ai membri di partito, poi con una serie di circostanze in cui, fedeltà al partito, paura, interessi (anche di lucro), quieto vivere e poca volontà di essere coinvolti in storie troppo più grandi e pericolose, parziale oblio e confusione, impossibilità di ritrattare quanto precedentemente asserito, ecc., hanno finito per stendere un velo di omertà e di inerzia nel voler far uscir fuori la verità.
L’inesorabile scorrere del tempo, che nel frattempo ha portato alla tomba quasi tutti coloro che potevano dire qualcosa di importante, ha fatto il resto.
Non bisogna sottovalutare poi la generale confusione, determinatasi in tutti questi anni, dove inchieste, memoriali, articoli, libri e servizi televisivi, spesso con le più strampalate ed inverosimili ricostruzioni o con le classiche «sensazionali rivelazioni» (quasi mai rivelatesi come tali), hanno contribuito e non poco, con il loro intorbidare le acque, al mantenimento, alla meno peggio, della versione ufficiale dei fatti.
Ma per ora accantoniamo tutto questo e soffermiamoci sul profilo del famoso giustiziere o colonnello Valerio alias Walter Audisio.
Tra tutte le biografie, spesso divergenti e sempre da prendere con le dovute cautele, questa ha la straordinaria particolarità di mostrare quasi tutti i ricordi e le indicazioni sull’uomo e sul carattere di Walter Audisio in concordanza su parecchi aspetti.

Valerio, alias Walter Audisio

audisio.jpgIl colonnello Valerio, alias Walter Audisio, alias Giovanbattista Magnoli, nasce ad Alessandria nel 1909.
Divenuto ragioniere, si impiega alla contabilità della ditta Borsalino.
Risulterà iscritto al partito comunista clandestino.
Nel 1934, dopo una parentesi militare (fu sottotenente di fanteria fino al 1930), il servizio segreto fascista ne scopre l’attività politica.
Arrestato e processato, viene confinato a Ponza dove fece anche una richiesta di grazia a Mussolini (ancor oggi rimasta agli atti).
Nel 1941 si impiegò presso il Calzaturificio Lancar di Alessandria, e verso la fine del febbraio 1943 rappresentò il partito comunista clandestino nel Fronte Nazionale per la provincia di Alessandria.
Durante la resistenza non si segnalano sue particolari benemerenze, ed in effetti prima di essere inserito nell’organico milanese il suo incarico era stato quello di creare centri d’azione partigiana nella Bassa Padana e nel mantovano, con scarsi risultati.
Utilizzava in questo periodo il falso nome di Giovanni Battista Magnoli, tramite una carta d’identità rubata ad un funzionario della mensa della Borletti, ed assunse il nome di battaglia di Valerio.
Alla fine del 1944 per sfuggire ai rastrellamenti invernali riparò a Milano dove, agli inizi del 1945, venne destinato al Comando generale del CVL come aiutante di Longo, non per incarichi d’azione, ma di semplice carattere burocratico organizzativo.
Dal marzo del 1945 il Comando Generale del CVL era strutturato su 12 servizi, diretto ciascuno da un capo servizio controllato, a sua volta, da un delegato del comando.
Audisio risulta quale Capo Servizio Segreteria, sotto il delegato al Comando Italo, che poi è Luigi Longo.
La mattina del 27 aprile, con Milano oramai evacuata dai fascisti, il Comando CVL si trasferì in via del Carmine nel palazzo Cusani, d’angolo con via Brera.
E’ qui che, a sera tarda, Audisio ebbe il famoso incarico relativo alla traduzione
(o soppressione sul posto) del Duce.
Un pò tutti sono concordi nel tratteggiare un Audisio pasticcione e con una personalità piuttosto grigia che mal si adatta con quella decisa e rabbiosa, se non spietata, del colonnello Valerio apparso a Como e a Dongo.
Questi aspetti, in aggiunta a quell’altro che lo vuole assolutamente non pratico di armi, lasciano veramente perplessi.
Che fosse non pratico di armi, per esempio, lo troviamo scritto in una intervista riportata sugli Annali di Storia Pavese, dove il professor Alberto Mario Cavallotti Albero, commissario politico della divisione dell’Oltrepò, che gli consegnò un mitra per la sua storica missione, ha affermato di Audisio: «E non sapeva neanche, pace all’anima sua, adoperare le armi, perché era un gran pasticcione…».

Francesco ovvero Pietro Terzi, comunista, che ebbe modo di incontrarlo a Dongo e responsabile militare di quell’area, dichiererà nel 1990: «Valerio era un mediocre. Lo capii subito. Lampredi invece era un comunista, forte, granitico nelle certezze. Nel dopoguerra divenne Ispettore di partito e si collocò al 4° piano delle Botteghe Oscure alle dipendenze
del responsabile del settore Organizzazione Pietro Secchia».
Si narra che al partito, Audisio «fosse poco più di un manichino inesistente, privo com’era di quel minimo di personalità che poteva solleticare una giovane spugna di sensazioni che allora io ero» (Testimonianza di Massimo Caprara, ex segretario di P. Togliatti, pubblicata in Storia Illustrata nel 1996).
In alcune confidenze fatte da lui stesso, molti anni dopo, fece anche intendere che il ruolo di giustiziere da lui interpretato non fu proprio quello.
Al giornalista Silvio Bertoldi nel 1959, sembra che disse: «Se mi venisse voglia lo farei io, un giorno, un grande colpo giornalistico, di quelli sensazionali. Basterebbe che scrivessi cinque capitoletti come intendo io sulla storia di cui sono stato protagonista, per un rotocalco,… e le assicuro che si raggiungerebbe una tiratura… una tiratura… macché Grand Hotel».
Addirittura sembra che, da parlamentare, in Transatlantico ad un collega senatore disse:
«Ma tu credi proprio che io sia stato un assassino ?», e lo disse con un tono da indurre una ovvia risposta negativa (Scrive G. Cavalleri, nel suo «Ombre sul lago», Piemme, 1995:
«In alcune occasioni lo stesso Walter Audisio ha fatto capire di non aver sparato lui personalmente. […]… Con alcune persone si è anche sbilanciato con versioni contrarie al ‘mito’ appositamente creato per lui… con il collega del Senato, il democristiano Mario Martinelli […], ma anche con il vicino di sedia al consiglio comunale di Casale Monferrato, Sergio Scarpone….»).
Importante anche la testimonianza rilasciata da Aldo Beolchini, uno dei collaboratori di Cadorna e futuro capo del SID negli anni ‘70: «Valerio non è che fosse un killer. Era il classico ragiunatt piemontese, alessandrino. Gli dai un ordine e lui obbedisce».
Celeste Negarville, invece, ebbe a definirlo un «misuratore di teste» (riferendosi al suo impiego alla ditta di cappelli Borsalino) e assolutamente non un «tagliatore di teste».
Così secondo Negarville era sempre stato e più di tanto non sapeva fare.
Questo fu l’uomo, ricordato anche come disgustosamente avaro fino al parossismo che, si sostiene, avrebbe avuto il delicato compito della eliminazione del Duce e dei ministri della RSI!
Risulterà comunque ben gratificato visto che fu eletto deputato, nel 1948, nelle liste del Fronte Popolare per la circoscrizione di Alessandria.
Riconfermato nelle tre successive legislature, nel 1963 optò per il Senato.
Lasciata la politica andò a lavorare all’ENI.
Visse sempre con la paura di subire un attentato vendicativo e dopo il 1959 fu colpito da un primo infarto a cui seguì un secondo che lo fecero ritirare temporaneamente a vita privata.
Morì per infarto a Roma l’11 ottobre del 1973 a 64 anni.
Il suo libro, curato dalla moglie, uscì postumo per le edizioni della Teti la casa editrice vicina al partito comunista.
Una camera ardente fu allestita alla Sezione Comunista di San Lorenzo ed ebbe il picchetto d’onore.
Il 13 ottobre un lungo corteo lo accompagnò al cimitero del Verano.
Ma tutto sommato, stranamente, alla sua morte, non seguì poi molta gloria per l’«eroe» che pur la storiografia resistenziale asseriva avesse eliminato il «tiranno»!
Tanti si sono posti una legittima domanda: come mai il PCI non diede il dovuto spazio di gloria, in pompa magna e tale da restare imperituro nella storia, per l’uomo che «liberò» l’Italia dal «mostro»?

I due resoconti de L’Unità del ‘45

Il primo resoconto de L’Unità del 30 aprile 1945


Come anche riporta Fabio Andriola nel suo «Appuntamento sul lago», SugarCo, 1990 in poche righe (circa 150) del giornale L’Unità (edizione milanese, allora diretta da Giancarlo Pajetta) e quindi direttamente riferibili al Partito Comunista Italiano, il 30 aprile del 1945 (ma l’articolo fu ovviamente elaborato il pomeriggio o la notte precedente) dunque a meno di due giorni dai fatti, in un articolo non firmato, ma nella cui premessa l’estensore si definiva come colui che «aveva avuto la ventura di parlare con l’esecutore della condanna a morte di Mussolini», veniva data una prima frettolosa versione dei fatti, tanto frettolosa da far sospettare la messa insieme di alcuni particolari verosimili con altri inventati al solo fine di dare un primo e sommario resoconto dello storico avvenimento, riportando inoltre l’evento, con fini palesemente e pacchianamente denigratori per la figura del Duce.
L’articolo venne anche letto da Radio Milano libera intorno alle ore 12.
Era anche da valutare il fondato sospetto che L’Unità era stata costretta a raccattare sbrigativamente qualche particolare degli eventi sia in vista dell’autopsia che si sarebbe effettuata al mattino e forse per smentire indirettamente lo stesso foglio socialista l’Avanti!
del giorno precedente il quale, molto imprudentemente, sembra che in una sua edizione, aveva probabilmente ricevuto e pubblicato una soffiata sull’avvenuta esecuzione affermando
«La sentenza è stata eseguita all’alba».
In questa prima versione de L’Unità, comunque, non si fa alcun cenno a possibili partecipanti all’azione, restringendo la sintesi dell’evento a solo tre protagonisti: il misterioso giustiziere, Mussolini e la Petacci (al più lasciando intendere la presenza di un autista) e dove gli intenti denigratori della figura di Mussolini, presentato come un mezzo scemo, sono talmente evidenti da destare ilarità.
L’indicazione di un solo giustiziere, poi, a meno che non fosse stato messo per praticità e sintesi di racconto, poneva il grave dilemma che per entrare in casa senza farsi sparare addosso, o costui era uno dei trasportatori notturni del Duce a casa De Maria (ovvero Bellini, Moretti, Neri, Gianna, gli autisti) oppure era ben conosciuto dai carcerieri: ed invece non era nessuno di costoro!
In ogni caso, Valerio, Walter Audisio, il cui vero nome si seppe tempo dopo, non era assolutamente conosciuto da Lino e Sandrino, i carcerieri del Duce.
Oltretutto, per mettere insieme uno scenario dinamico plausibile, che consentisse l’introduzione di atti e parole finalizzati alla presentazione di un Duce vile, impaurito ed inebetito, l’autore di queste poche righe fa uso di una narrazione da fumetti¸ ma di quei fumetti degli anni ‘40 piuttosto ingenui e grossolani, incorrendo nella assurdità di tracciare un ipotetico liberatore del Duce (un fascista ? Non si sa) che si rivolge a questi dandogli del tu, tra l’altro in un modo quasi insolente e Mussolini, totalmente rimbecillito, non trova nulla di strano!
Ma leggiamo il testo di questa prima e sbrigativa informativa all’opinione pubblica che venne diffusa più o meno mentre si stava eseguendo l’autopsia del cadavere di Mussolini.

L’Unità, 30 aprile 1945, prima pagina, titolo: L’esecuzione di Mussolini.
«Abbiamo avuto l’avventura di parlare con l’esecutore della condanna a morte di Mussolini. Egli ci ha narrato seccamente, con poche parole, la fine ingloriosa di un uomo che ha lasciato alla storia ancora le sue parole vili, la sua paura ed il suo povero attaccamento alla vita, a costo di qualsiasi vergogna. Il comando della 52ma Brigata Luigi Clerici, conscio dell’importanza dei prigionieri catturati, aveva diviso questi ultimi in tre gruppi. Mussolini era stato sistemato con la Petacci in località Giulino di Mezzegra (Tremezzina), provincia di Como, in una casetta di contadini a mezza costa, in una camera senza finestra, guardati da due partigiani. Entrai con il mitra spianato. Mussolini era in piedi vicino al letto: indossava un soprabito nocciola, il berretto della GNR senza fregio, gli stivaloni rotti di dietro.
Lo sguardo era sperduto, gli occhi fuori dell’orbita, il labbro inferiore tremolante: un uomo atterrito».
Facciamo una pausa per constatare la stranezza riportata che Mussolini se ne stesse in camera con il berretto in testa e addirittura con il soprabito, ma comunque è importante l’accenno agli stivaloni rotti di dietro (è lo stivale destro).
Ricordiamoci: qui il giustiziere lo indica già rotto quando Mussolini era ancora nella stanza ed inoltre sarà importante considerare il tipo di rottura, che Valerio descriverà in seguito come sdrucitura, mentre invece è una slabbratura della chiusura lampo che renderebbe impossibile la chiusura degli stivali ed il poterci camminare.
Domanda (non decisiva, ovviamente, ma di una certa importanza): come notò Valerio tutti quei particolari sul Duce in una camera da lui descritta senza finestra (che poi invece c’era)? Per lui c’era forse la luce elettrica o i lumi a petrolio o candele?
E visto che invece la finestra c’era e quindi a quell’ora doveva essere la fonte di luce della stanza, come può Valerio ricordare una stanza senza finestre?

Riprendiamo il racconto del «misterioso esecutore»: «Le ultime parole che pronunciò furono ‘che cosa c’è?’. Avevo progettato di eseguire la sentenza nei pressi della casa. Per portarlo fin là in un luogo poco distante dovetti ricorrere a uno stratagemma. Risposi: ‘Sono venuto a liberarti’. ‘Davvero?’. ‘Presto, presto, bisogna fare presto!... C’è poco tempo da perdere…’. ‘Dove si va?’. ‘Sei armato?’, con il tono di offrirgli un arma. Rispose: ‘No, io non ho armi’, con il tono di aver compreso la domanda. Mussolini fece l’atto di uscire. Io lo fermai: ‘Prima Lei’. La Petacci non riusciva a rendersi conto di che cosa avvenisse e si affrettò affannosamente a caricare i suoi oggetti personali. ‘Fa’ presto, sbrigati!...’. A questo punto Mussolini fece l’atto di uscire perché non stava più nella pelle. E in realtà uscì prima della Petacci. Una volta all’aperto Mussolini si trasfigurò e, voltandosi verso di me, mi disse:
‘Ti offrirò un Impero’. Eravamo ancora sulla soglia della camera. Invece di rispondere a lui dissi alla Petacci: ‘Avanti, avanti’ e la tirai per un braccio. La Petacci si affiancò a Mussolini. Seguiti da me fecero la mulattiera che scende dalla mezza costa fino al punto in cui era ferma la macchina. Durante il tragitto Mussolini si voltò una volta sola con lo sguardo riconoscente. A questo punto gli sussurrai: ‘Ho liberato anche tuo figlio Vittorio’.
‘Grazie di cuore. E Zerbino e Mezzasoma dove sono?’ domandò. Risposi: ‘Stiamo liberando anche loro’. ‘Ah!’ e non si voltò più. Giunti alla macchina Mussolini sembrava convinto di essere un uomo libero. Feci il gesto di dare la precedenza alla Petacci, ma gli dissi: ‘Vai tu là. Sei più coperto. Ma con quel berretto di fascista è un po’ una grana’. Mussolini se lo tolse e, battendosi la mano sulla ‘pelata’ disse: ‘E questa qui?..’. ‘Calcati molto la visiera sugli occhi allora…’ ».

Facciamo un altra pausa e sottolineamo il fatto che, le parole del racconto, così stringato, non indicano alcun altro personaggio di scorta, oltre a Valerio anche se, più avanti, si evince indirettamente la presenza di un autista, così come si evincerà che, avendo precedentemente scelto il posto per la fucilazione, Valerio deve essere arrivato da via XXIV Maggio dove trovasi il cancello di villa Belmonte.
Inoltre, senza vergogna, oltre ad un impossibile dare del «tu» che nessun fascista o esponente della RSI avrebbe mai usato, l’estensore aggiunge il particolare del berretto e della pelata prendendo, con la sua ottica di smitizzazione del Duce, due piccioni con una fava; infatti sotto intende: il Duce se ne frega del berretto fascista essendo disposto, per salvare la pelle, a buttarlo via e quindi si rimarca la sua paura ossessiva di essere comunque scoperto.
Riprendiamo questo ridicolo racconto: «Si partì. Giunti al posto precedentemente da me scelto (quella curva della strada in una specie di piazzetta) feci fermare la macchina, facendo segno a Mussolini con la mano di non parlare. E sottovoce, accostandomi allo sportello gli sussurrai: ‘Ho sentito del rumore… vado a vedere’. Scesi e mi portai fino alla curva. Poi tornai e dissi ancora: ‘Svelti, mettetevi in quell’angolo’. Mussolini, pur obbedendo celermente, non apparve più sicuro, ma tuttavia obbediente. Si mise con la schiena al muro, al posto indicato, con la Petacci al fianco. Silenzio. Improvviso, pronunciai la sentenza di condanna contro il criminale di guerra: ‘Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano’. Mussolini apparve annientato. La Petacci gli buttò le braccia sulle spalle e disse: ‘Non deve morire’. ‘Mettiti al tuo posto se non vuoi morire anche tu…’. La donna tornò, con un salto, al suo posto. Da una distanza di tre passi feci partire cinque colpi contro Mussolini, che si accasciò sulle ginocchia con la testa leggermente reclinata sul petto. Poi fu la volta della Petacci. Giustizia era fatta…».
E questo è tutto.

In ogni caso, come si vede, in questa primogenita versione non c’è alcun accenno all’inceppamento delle armi utilizzate per l’esecuzione, particolare questo, molto importante e sempre riportato invece nelle versioni successive.
Fatto ancor più problematico è quello che l’ignoto narratore parla di cinque colpi sparati, colpi che, non collimano con una attenta lettura dell’autopsia e diverranno, forse proprio per adeguarsi al verbale autoptico, di lì a qualche mese, nella successiva versione, dieci.
Questa prima e sintetica ricostruzione di un giustiziere solitario, forse accompagnato da un autista, presenta però alcune grossolane incongruenze come quella della camera dei prigionieri indicata senza finestre, mentre invece ne aveva una.
Ma soprattutto, pur mancando l’indicazione esplicita di dove sia arrivato Valerio per accedere a casa De Maria, la strada di ritorno viene definita mulattiera e descritta in discesa, quindi, per chi conosce quei posti, si è indotti a pensare che Valerio dovrebbe essere venuto e poi andato via per la stessa strada, fatta la notte precedente, da coloro che portarono Mussolini a casa De Maria.
Ma questa coerenza topografica non venne rispettata.

Infatti, la versione ufficiale, elaborata anche nelle successive stesure di Valerio stesso, indicherà chiaramente, come vedremo, che Valerio è venuto (e riandato via con i prigionieri) dalla piazzetta del Lavatoio (provenienza dal Lavatoio questa, fatta in coerenza con la percorrenza dell’arrivo di Valerio in auto da via XXIV Maggio e l’asserita scelta sul momento del luogo dell’esecuzione): quindi, in questo caso, la strada percorsa è un’altra che non quella della notte precedente e doveva essere, all’andata e nel suo tratto finale, in discesa, ed all’uscita di ritorno da casa in salita!
Infine, è bene sottolinearlo, perché il particolare lo riprenderemo in seguito, l’uccisione della Petacci è sbrigativamente descritta con parole che lasciano, sia pure in parte, intendere chiaramente una intenzionalità e non una accidentalità, anche se contraddetta dall’avviso datogli da Valerio di «mettersi al suo posto»: infatti, se la stessa si era premunita, con un salto, di scostarsi dal Duce, perché invece si asserisce seccamente che: «… poi fu la volta della Petacci, giustizia era fatta» ?!
Dopo questo breve e sintetico resoconto i lettori del giornale e l’opinione pubblica si posero solo alcuni di questi interrogativi dato che, al momento, non tutte le incongruenze furono o potettero essere colte, ma soprattutto si ingenerò la curiosità di scoprire l’identità misteriosa di questo solitario giustiziere.

La seconda versione dell’Unità in 24 articoli tra il novembre/dicembre 1945.
Prima di affrontare questa serie di articoli pubblicati da L’Unità dopo quasi sette mesi, verso la fine del ‘45, occorre accennare ad un precedente di cronaca editoriale.
L’inchiesta Lanfranchi e Francesca De Tomasi.
Il redattore del Corriere d’Informazione (in pratica il Corriere della Sera momentaneamente epurato) Ferruccio Lanfranchi iniziò, dal maggio del 1945, una inchiesta giornalistica, poi successivamente evolutasi in un servizio di 11 puntate pubblicate dal 20 ottobre al
2 novembre dello stesso anno.
Si dice che il Lanfranchi sia stato avvicinato dalla partigiana Gianna (Giuseppina Tuissi) desiderosa di vendicarsi dell’assassinio del capitano Neri (Luigi Canali) suo amante, prima che venisse anche lei assassinata, in circostanze misteriose, il mese successivo.
Ma se così fosse non è che l’ex amante del Capitano Neri gli abbia fornito elementi molto attendibili.
Ma sembra, soprattutto, che il Lanfranchi avrebbe avuto da una tal signorina Francesca De Tomasi, ex dattilografa del CVL e sembra figlia di una cugina di Walter Audisio, notizie del primo rapporto di Valerio sui fatti di Dongo, da lei battuto a macchina sotto dettatura.
Anni dopo, nel 1962, al giornalista Franco Serra, la stessa De Tomasi ebbe a confessare che, nel momento in cui scriveva a macchina il rapporto di Valerio, ebbe la netta e precisa impressione che Audisio e Lampredi lo stessero in qualche modo concordando ed aggiustando, con il Lampredi nella parte del suggeritore: «In certi momenti, mentre Audisio si rivolgeva a lui per l’approvazione di un particolare, Lampredi pareva perfino divertito. Quando si venne al punto dell’esecuzione di Mussolini dalla loro conversazione mi sembrò di capire che contro Mussolini aveva sparato Lampredi con una rivoltella e non Audisio e che poi Mussolini era stato raggiunto da una raffica di mitra. Quando il lavoro fu concluso Lampredi si avvicinò ad Audisio e battendogli una mano sulle spalle gli disse: ‘Da questo momento la parte dell’eroe la sopporti tu’. E poi rivolto a me: ‘Questa è la versione che dovrà essere rimandata alla storia, per sempre. Chiaro?’ ».

Sono queste della De Tomasi comunque delle indiscrezioni vacue ed incontrollabili e tra l’altro alquanto sospette.
Al tempo poi, del contatto della De Tomasi con il Lanfranchi, non è assolutamente credibile che questa giovane partigiana, ben conosciuta da Longo, abbia potuto tradire il partito. Francesca De Tomasi sembra chefosse una ex impiegata della Borletti di Milano, punto strategico dei GAP.
Longo l’aveva chiamata al comando Generale per fare la dattilografa al servizio suo e di Cadorna.
Fatto sta che già a fine maggio Lanfranchi sapeva di Valerio in riferimento al giustiziere del Duce e ne pubblicò una inchiesta ad ottobre «Il colonnello Valerio racconta» simile, ma con molte imprecisioni e diversità da quella che poi L’Unità andò a pubblicare, a nome Valerio,
a novembre.

Si dice che il Lanfranchi avesse avuto, a maggio del ‘45, dalla De Tomasi, anche una copia fotografica del fantomatico «rapporto» steso da Valerio il 29 aprile, rapporto di cui si parla, ma il cui documento originale mai è stato mostrato.
Questo rapporto però presentava una nutrita serie di inesattezze e fa anche nascere il fondato sospetto che, tale fuga di notizie, sia stata in qualche modo pilotata, proprio per saggiare
il terreno ad una successiva attestazione e puntualizzazione della versione di Valerio, con un successivo resoconto de L’Unità (novembre ‘45).
Non è peregrino, infatti, considerare le indiscrezioni di questa De Tomasi nel 1945 come un sottile metodo, ufficioso ed indiretto, da parte del Partito Comunista per attestare in qualche modo le prime e sintetiche notizie de L’Unità del 30 aprile che, nel loro anonimato espositivo e sintetico dei fatti avevano destato più di una perplessità.
Volente o nolente quindi il Lanfranchi fu il primo divulgatore dei particolari, sia pure inesatti e stravolti, di quella versione.
Risultato: in qualche modo ed in più ambienti, i fatti, i luoghi, le modalità e gli orari della versione ufficiale, quelli che veramente importavano, non venivano toccati ed anzi erano comunque indirettamente confermati e rafforzati da queste stesse indiscrezioni sia pure alterate.
Tutti venivano fatti contenti e canzonati.
Oggi si tende a considerare il Lanfranchi un precursore della messa in dubbio della versione di Valerio, ma a noi sembra, più che altro, un mestatore nel torbido, che introdusse, o gli vennero fatti introdurre, i primi elementi di comodo proprio per quella storica versione.
Tanto più che poi il Lanfranchi abbandonò (o meglio, come fu detto dal Bandini al tempo suo cronista, qualcuno, appartenente ad una comune società segreta, gli consigliò di abbandonare), tutta l’inchiesta quando questa cominciava a farsi interessante.
La sua inchiesta costituiva, in definitiva e specialmente nelle prime notizie da lui raccattate a maggio ‘45, un compendio di gravi inesattezze (come ad esempio il fatto che lui, Valerio, si era recato a casa De Maria con un camioncino, qui aveva approcciato i carcerieri con una parola d’ordine, poi che fece sedere Mussolini e la Petacci su una inesistente panca di pietra, quindi il fatto di aver trascinato a mano i cadaveri alla macchina, ecc.) tuttavia, come osservarono Bandini e successivamente anche Andriola), trattasi di falsi riferiti però ad uno scenario che sappiamo vero: quindi chi ha scritto quel rapporto è giocoforza entrato in contatto con quei luoghi o con chi partecipò all’azione!
Ma nel miscuglio di particolari riportati, il Lanfranchi ci metterà poi anche il fatto che, come logica avrebbe voluto, visto che era l’unico a conoscere perfettamente l’ubicazione di casa
De Maria, questo Valerio era accompagnato dal Canali il capitano Neri, e questo non fece certo piacere al PCI visto che, oltretutto, sembra che il giornalista contattò anche la madre del Neri.
E’ proprio questa commistione di elementi veritieri, ma deformati, altri falsi e quant’altro che ci induce a soffermarci sull’inchiesta Lanfranchi dalla cui genesi si comprende benissimo come, in quei mesi del 1945, cruciali per far emergere la verità, tutta la vicenda della morte di Mussolini fu invece avvolta in una infinità di mistificazioni e falsità che la segnarono per tutti gli anni a venire.
In una puntata chiave del 24/25 ottobre 1945 del Corriere d’Informazione, sotto il titolo «Come il colonnello Valerio giustiziò Mussolini», vennero narrati molti particolari, questa volta più in linea con la versione ufficiale, che iniziavano dal soggiorno dei prigionieri a casa De Maria, ma senza informare da chi e come erano stati narrati, aggiungendovi quindi brani della sedicente «relazione Valerio».

Lo ripetiamo, si trattava di un racconto semi romanzato, indiretto, molto impreciso e quasi totalmente falso e soprattutto non da parte del partito che si era arrogato il merito dell’eroica impresa, ma è necessario leggerlo per tenere a mente alcuni particolari che, nei mesi e negli anni seguenti, vennero poi da altre fonti riproposti anche in una diversa forma e contenuto.
Si inizia, questo fantomatico racconto, con il Duce chiuso in camera: «... Le ore del pomeriggio trascorrevano lente, Lino e Sandrino erano sempre più stanchi... Il villaggio sonnecchiava e le sue stradicciuole erano deserte, tuttavia qualcuno vide fermarsi al limite della carrozzabile una automobile nera, una Fiat 1100 targata Roma. Ne scese un gruppetto di persone che subito si inoltrò nel dedalo delle tortuose viuzze guidato da persona esperta, era infatti il Capitano Neri. Era con lui il commissario politico della 52° Brigata garibaldina Pietro Gatti, essi accompagnavano un ufficiale superiore dei partigiani il Colonnello Valerio.
Entrarono nella stanza in cui si trovavano Mussolini e la Petacci ed il colonnello Valerio fu udito esclamare: ‘Siamo venuti a liberarti’. ... ‘Troppo gentili!’ Questa scena ci è stata ricostruita da Lia De Maria nel maggio scorso nel corso della nostra prima inchiesta.
Abbiamo ora chiesto a Sandrino [il Cantoni ndr] una conferma, ma questi non rammenta il particolare... La Petacci aveva o non aveva la pelliccia? Sandrino ci ha assicurato di si, che la teneva su un braccio quando la scarica la abbattè, tanto è vero che venne forata da qualche pallottola. Altrì invece escludono che la Petacci quando era arrivata a Bonzanigo avesse la pelliccia. Il partigiano Sandrino ci ha fatto il suo racconto in presenza del suo compagno Ivan (Duilio Copes di Sorico)... La piccola comitiva infilò via del Riale seguendo poi la via Mainoni d’Intignano, a metà di questa via Mussolini sostò un attimo come preso da un capogiro... Ma poi l’ex Duce si riprese subito e proseguì speditamente per via XXIV Maggio raggiungendo il ponte dal quale si accede all’abitato di Bonzanigo. Qui la comitiva fu scorta da più persone, tra cui alcune donne intente a lavare dei panni ad un pubblico lavatoio. Tutti salirono in macchina, questa proseguì per la via XXIV Maggio fermandosi davanti al cancello della villa Belmonte al numero 14 ove la strada fa gomito... A sinistra, guardando il cancello, Mussolini e la Petacci furono giustiziati. Da chi? Certamente dal colonnello Valerio. Sandrino afferma aver visto il colonnello sparare due colpi di rivoltella che raggiunsero il Duce ad un fianco. Ma non cadde, allora Pietro Gatti che stava presso Valerio spianò la pistola mitragliatrice di cui era armato abbattendo contemporaneamente con la stessa scarica Mussolini e Claretta. Mussolini cadde su un ginocchio appoggiando un gomito a terra. Sandrino ci mostrò esattamente la postura imitandolo».
In questo servizio, il Lanfranchi, riportò anche quella che lui definiva la relazione di Valerio, simile alla versione sintetica e anonima pubblicata dall’Unità del 30 aprile ‘45, ma che in molti particolari divergeva da quel racconto e soprattutto vi aggiungeva fatti e notizie che poi non furono confermate.
Se quindi l’Unità ufficializzò il nome di Valerio a novembre (ma già l’11 settembre aveva pubblicato una lettera firmata «colonnello Valerio» con la quale, sia pur indirettamente, costui dava le matrici del mitra MAS usato per uccidere Mussolini), possiamo dire che, ufficiosamente, Lanfranchi ne fu un precursore.
E veniamo ora a considerare il secondo resoconto, attribuito a Valerio, di cui infatti si fece il solo nome di battaglia, considerato invece una fonte ufficiale (anche se, anni dopo, Audisio, intese affermare che quel servizio non era stato da lui firmato).
Vedremo così come gli accompagnatori di Valerio, a poco a poco, si moltiplicheranno come i pani ed i pesci, scambiandosi persino di identità.

La «Relazione di Valerio» su L’Unità (Novembre/Dicembre ‘45)

Forse per far scattare la predisposta strategia, tesa a divulgare a trance una convincente versione dei fatti, e quindi precisare o smentire quanto riportato poco prima dal Corriere d’Informazione (in particolare la presenza del capitano Neri ed il ruolo di co-sparatore di Pietro Gatti ) tra il 18 novembre ed il 24 dicembre del 1945 L’Unità, questa volta nella sua edizione romana, pubblicò in 24 articoli un’altra e più particolareggiata versione di quegli eventi comprendente anche gli antecedenti avvenimenti accaduti prima dell’esecuzione.
Anche questi articoli (nell’introdurli Luigi Longo, con una breve presentazione, gli diede una certa ufficialità ed autorevolezza precisando però, al contempo, che trattasi di loro racconti), non sono firmati, ma risultano ora forniti direttamente dallo stesso esecutore che spesso parla in prima persona e fornisce il solo nome di battaglia «Valerio», fatto questo che, successivamente e per mesi, scatenerà la caccia alla identificazione del personaggio.
Anni dopo Walter Audisio volle furbescamente precisare che lui personalmente non li aveva firmati e quindi non li riconosceva in pieno (si disse poi che li aveva concertati con un giornalista).
Particolare però estremamente importante, viene anche dato il nome di battaglia di Guido (che risulterà poi Aldo Lampredi) all’altro accompagnatore, già citato dal rapporto Lanfranchi, ed in più si aggiunge anche un autista ed un terzo accompagnatore, risolvendo così il problema di accedere ad una casa dove i prigionieri sono custoditi e guardati a vista (evidentemente ci si era resi conto dell’assurdità di presentare un solo giustiziere sconosciuto ai carcerieri). Apparentemente tutto sembrava andare a posto, ma non è così.
Infatti, viene affermato, che della spedizione fa parte anche Bill, Urbano Lazzaro, vicecommissario della 52ma Brigata Garibaldi L. Clerici (conosciuto dai carcerieri, ndr), messo a disposizione, si afferma nel testo, dal suo comandante Pedro, ovvero Pier Bellini delle Stelle.
Era noto che Bill il Lazzaro aveva per altro avuto, fino ad allora, un suo ruolo (più che altro abusato) nel fermo di Mussolini e nei fatti di Dongo, ma risultava adesso clamoroso vederlo citato per la prima e ultima volta nel terzetto dei giustizieri.
In questa nuova versione che, a rigor di logica, dovrebbe essere la più importante perchè ponderata a distanza di mesi, oltre a confermare e a precisare il particolare dello stivale destro del Duce, sdrucito di dietro, viene ora introdotto anche il particolare della Petacci senza le mutandine.
Sembra una ulteriore denigrazione della coppia che, si lascia intendere ha avuto, nonostante tutto, una notte d’amore, ma il particolare, vero nella sostanza (così infatti fu portata e vista a piazzale Loreto dove, una volta appesa, gli si dovette legare la gonna alle gambe), potrebbe anche nascondere altre verità.
Si noti che la padrona di casa, Lia De Maria, aveva raccontato (altri affermano che lo aveva riportato il marito che da lei lo aveva saputo) che la Petacci era in periodo mestruale e venne accompagnata ai servizi che si trovavano all’esterno.
Comunque sia, come vedremo, le frasi di Valerio, così insultanti, contrastano con la sua recita di «liberatore» e si comprende come vennero aggiunte appositamente per condire la versione con insulti volgari.
Ma a proposito della Petacci adesso, a differenza della prima versione, si lascia intendere che l’esecuzione non era voluta (vedi l’avvertimento di Valerio a mettersi al suo posto) e quindi fu accidentale, ma ora sorge un’altra domanda: se la Petacci non doveva essere uccisa perché la si porta fino al muretto attaccata a Mussolini («mettiti al tuo posto!» vuol pur sempre dire mettiti vicino alla scarica mortale)? e perché poco prima Valerio a Dongo aveva invece espressamente indicato e annunciato, tra i fascisti da lui scelti per essere fucilati, anche la Petacci?
Ma, ancor di più, si aggiunge il particolare sconcertante di Claretta Petacci, colpita a morte, che cade sull’erba umida quando invece, davanti al cancello di Villa Belmonte, l’erba non c’è!
Le contraddizioni, come si vede, non mancano.
Compaiono adesso anche i famosi inceppamenti del mitra di Valerio e si parla dell’inceppamento di una pistola di Valerio stesso; inoltre variano, rispetto alla prima versione, il numero dei colpi sparati essendo qui, invece che solo cinque, ben dieci: 5 + 4 + 1 di grazia.
Anche le frasi, scambiate con le vittime, seppur similari alla precedente versione, assumono ora una certa diversità.
Leggiamo quindi quest’altra puntata della telenovela di fine anno ‘45.

L’Unità, 19a puntata, dicembre 1945 Titolo: «Come giustiziai Mussolini»


«…. Alle 15,10 Valerio parte in automobile verso la casa di Bonzanigo dove si trovano Mussolini e la Petacci. Lo accompagnano Guido ed il vice commissario della 52a Brigata Garibaldi, Bill, che il comandante Pedro aveva messo a sua disposizione.
Il tempo era sempre minaccioso, ma non pioveva. La strada vicinale per la quale l’automobile si inerpicava a fatica era stretta e deserta. Una curva, un cancello su un frutteto, sullo sfondo una casa palesemente deserta: è questo il posto. La località, a circa un chilometro da Bonzanigo, si chiama Giulino di Mezzegra… La casetta era a mezza costa guardata all’esterno da due partigiani. L’automobile non può arrivare fin lassù. Valerio scende ed entra, solo nella stanza con il mitra spianato. La Petacci era a letto; Mussolini in piedi, vicino al letto, indossava un soprabito color nocciola, il berretto della GNR senza fregi, gli stivaloni neri di cui uno, il destro, era sdrucito di dietro… La Petacci non riusciva a rendersi conto di quel che stava accadendo… Ma ai miei sguardi sollecitatori si affrettò a cercare i suoi oggetti personali, attardandosi a cercare le mutandine che non riusciva a scovare. ‘Fa presto, sbrigati…’. E lei: ‘Ma non trovo le mutandine!’. ‘Tira via, non pensarci... (nelle versioni estrapolate fantasiosamente dal fantomatico rapporto sembra che aveva anche aggiunto: ‘tanto non sei mai stata vestita completamente’…). ‘Appena all’aperto l’ex Duce si trasfigurò e, voltandosi a me, disse con riconquistato tono di ‘primo maresciallo’: ‘Ti offro un impero!’. La Petacci si affiancò a Mussolini. I due erano seguiti da me e da Guido; Bill ci precedeva tutti. Ci avviammo per la mulattiera che scende dalla mezza costa fino al punto in cui era ferma l’automobile. Claretta saltellava incerta per la via scoscesa impacciata dai tacchi alti delle scarpette di cuoio nero. Il Duce, più Duce che mai, camminava spedito, sicuro…».
Sottolineando l’assurdità che mentre per la Petacci viene constatata la difficoltà di camminare per la via scoscesa, dati i tacchi alti, di Mussolini, che pur si è detto ha uno stivale rotto nel retro (risulterà poi avere la cerniera rotta ed era inutilizzabile), viene asserito, che «camminava spedito, sicuro», arriviamo cosi alla puntata del 13 dicembre:

«Mussolini si mise obbediente con la schiena al muro, al posto indicato, con la Petacci al fianco destro. Improvvisamente pronuncio la sentenza di condanna contro il criminale di guerra: ‘Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano’. Mussolini appare annientato. La Petacci gli butta le braccia sulle spalle e dice: ‘non deve morire’. ‘Mettiti al tuo posto se non vuoi morire anche tu’, dico. La donna torna con un salto al suo posto, palesando con lo sguardo che bene aveva compreso il significato di quell’ ‘anche’. Avevo per precauzione provato il mio mitra pochi minuti prima, sicché con tutta la tranquillità mi misi a tre passi di distanza in posizione di sparo. Faccio scattare il grilletto ma i colpi non partono. Il mitra era inceppato. Manovro l’otturatore, ritento il tiro, ma l’arma del ‘regime’ decisamente non voleva sparare.
Cedo allora il mitra al compagno Guido, estraggo la pistola, punto per il tiro ma, sembra una fatalità, la pistola non spara. Mussolini non sembra essersene accorto. Non si accorge ormai più di niente. Passo la pistola a Guido, impugno il mitra per la canna, pronto a servirmene come di una clava e chiamo a gran voce Bill che mi porti il suo MAS. Il vice commissario della 52ª, scende di corsa e di corsa risale, dopo che abbiamo scambiato i mitra, a una decina di passi da Mussolini, che non avevo perduto di vista un istante e che tremava sempre.
Erano intanto trascorsi alcuni minuti, che qualunque condannato a morte avrebbe sfruttato per tentare anche una fuga disperata o comunque una reazione di lotta. Invece colui che doveva vivere come un ‘leone’ era un povero cencio tremolante e disfatto, incapace di muoversi. Nel breve spazio di tempo che Bill aveva impiegato a portarmi il suo mitra, mi ero trovato veramente solo con Mussolini. Come avevo sognato. C’era Guido, ma era freddo e distante, quasi non fosse un uomo ma un testimonio impassibile; c’era la Petacci, al fianco di ‘lui’ che quasi lo toccava col gomito, ma non contava. C’eravamo lui ed io, lui che doveva morire e io che dovevo ucciderlo. Quando mi fui di nuovo piantato davanti a lui con il MAS in mano, scaricai cinque colpi al cuore del criminale di guerra numero 2 che si afflosciò sulle ginocchia, appoggiato al muro, con la testa leggermente reclinata sul petto. Non era morto.
Tirai ancora una sventagliata rabbiosa di quattro colpi. La Petacci che gli stava al fianco impietrita e che nel frattempo aveva perso ogni nozione di sé, cadde anche lei di quarto a terra, rigida come un legno, e rimase stecchita sull’erba umida. Resto per un paio di minuti accanto ai due giustiziati, per constatare che il loro trapasso fosse definitivo. Mussolini respirava ancora e gli diressi un sesto colpo dritto al cuore. L’autopsia constatò più tardi che l’ultima pallottola gli aveva reciso netto l’aorta. Erano le 16,10 del 28 aprile 1945».

Quest’altro resoconto de L’Unità che avrebbe dovuto fare chiarezza su tutta la vicenda finì invece per ingarbugliare ancor di più le cose e proprio da queste ulteriori disinformazioni cominciarono a prendere corpo critiche e contestazioni di una certa rilevanze sulla fantomatica versione di Valerio.
In particolare reca sconcerto la citazione della presenza di Bill Urbano Lazzaro che, come già accennato e meglio vedremo in seguito, fu successivamente sostituita, dalla stessa fonte, con quella di Michele Moretti (Pietro).
In questo caso non regge la scusa della confusione ovvero di aver scambiato il vicecommissario Urbano Lazzaro per il commissario, affermando poi che si intendeva effettivamente il Moretti, perché Bill, per giunta partigiano non comunista!, è citato con il suo nome reiteratamente, ed è esplicitamente detto che è stato messo a disposizione di Valerio dal comandante cioè da Pedro (Pier Bellini delle Stelle).
Inoltre, visto che il Moretti non essendo vice commissario, ma commissario, il vice si addice più a Bill cioè al Lazzaro.
E’ evidente quindi che si è mentito e questo frammischiare elementi veritieri con altri falsificati doveva avere delle precisi ragioni.
Si tengano a mente, comunque, anche altri particolari importanti di cui abbiamo già accennato, perché alcuni dovremo riprenderli in seguito, in particolare la descrizione palesemente imprecisa della vista di casa De Maria.
La strada percorsa per arrivare e poi uscire da casa De Maria dovrebbe attestare che il gruppetto proveniva dalla piazzetta del Lavatoio in coerenza con la percorrenza di via XXIV Maggio dove dicesi che venne scelto il cancello per la fucilazione (come attesterà sempre la versione ufficiale).

Tutte queste indicazioni però sono confuse: «La strada vicinale per la quale l’automobile si inerpicava a fatica era stretta e deserta. Una curva, un cancello su un frutteto, sullo sfondo una casa palesemente deserta: è questo il posto».
A cosa si riferisce?
Esclusa l’indicazione del cancello sul frutteto, queste indicazioni si addicono più alla percorrenza di via Albana che di via XXIV Maggio.
Provenendo dalla piazzetta del Lavatoio, oltretutto, le indicazioni date di salita e discesa, per accedere a piedi e poi uscire dalla casa, sono errate: «L’automobile non può arrivare fin lassù» e più avanti al ritorno: «Ci avviammo per la mulattiera che scende a mezza costa».
Se si è arrivati per la via Albana e poi il tratto di via del Riale dopo lo spiazzo erboso, è giusto.
Ma visto che Valerio dicesi proveniente dal Lavatoio, è l’esatto contrario!
Si afferma che Valerio sarebbe entrato da solo nella camera dei prigionieri, quando poi si attesterà sempre, ed in particolare lo affermerà Moretti, che non entrò Valerio da solo ed anzi il primo ad entrare fu proprio lui, Moretti Pietro.
La sentenza di morte che, come nella prima sintetica versione si afferma che fu improvvisamente pronunciata: «Improvvisamente pronuncio la sentenza di condanna contro il criminale»; mentre, come vedremo più avanti, nella terza versione, confermata poi nel libro, affermerà che: «Improvvisamente incomincio a leggere la condanna a morte».
La pistola che si inceppa è implicitamente descritta in questa seconda versione come appartenente a Valerio stesso («estraggo la pistola»);
nella terza versione, anticipiamo, sarà forse ancora la sua, ma in modo indefinito, scriverà infatti: («passo il mitra a Guido, impugno la pistola»);
mentre, nell’ultima versione del suo libro del 1975, poi accettata dalla versione ufficiale definitiva, la pistola inceppata sarà indicata chiaramente appartenente a Guido ed è lui che la impugna e prova a sparare.
Valerio che prova il mitra pochi minuti prima di utilizzarlo e questi funziona normalmente, ma addirittura questo buontempone, o chi per lui, nella sua foga denigratoria, non saprebbe neppure che il suo mitra non è un arma di «regime», ma l’ha avuto da Cavallotti (Albero):
un arma americana nuova (sembra un Thompson piena di grasso) arrivata con aviolancio.
La sequenza degli inceppamenti, il nome del partigiano all’occorrenza chiamato a gran voce da Valerio (qui è Bill), il numero dei colpi sparati (10);
Il particolare (inesistente nella realtà) dell’erba umida di fronte al cancello di Villa Belmonte ove sarebbe caduta la Petacci colpita a morte.
In quel punto, tutt’al più, ma difficilmente ad aprile, si può avere qualche rado ciuffetto d’erba sporgente nell’angolo tra il muro di cinta ed il suolo, ma niente di niente c’è sullo spiazzo antistante il cancello.
Questo accenno fuori luogo dell’erba umida potrebbe esser fatto passare come una imprecisa nota coreografica, ma come vedremo, una delle più realistiche versioni alternative,
ci indicherà, guarda caso, che la Petacci fu uccisa, in altro luogo e cadde proprio sull’erba umida!
Come si vede, anche questo resoconto che doveva far chiarezza e doveva essere una verità finalmente rivelata, steso dopo circa sette mesi dagli eventi e quindi con molta più ponderatezza, contribuì invece a sollevare altre domande ed ancor più complesse.
E la faccenda non finì qui perché, come vedremo, dopo poco più di un anno, L’Unità fu costretta a tornare sull’argomento dando altri particolari e facendo altri nomi, ma non risolvendo affatto, anzi lo aggravò, il problema delle incongruenze e delle contraddizioni.

I due resoconti firmati da Audisio


Terza versione dell’Unità del 25 marzo 1947 firmata: Walter Audisio «Valerio».
I colpi di scena del marzo ‘47
In pochi giorni, nel marzo del 1947, si hanno una serie di colpi di scena: ai primi di marzo, nella sede romana de L’Unità, il ragionier Walter Audisio di Alessandria, dirigente del Partito Comunista Italiano sembra che dichiarò, in una strana e mai appurata intervista (di cui però si venne a sapere solo alcuni anni dopo perchè, pare per motivi politici, quella intervista non venne pubblicata o trasmessa) al giornalista John Pasetti corrispondente da Roma di Radio Losanna: «Si, io, il ragionier Walter Audisio, sono il colonnello Valerio. Sono io che ho fucilato personalmente Mussolini».
Dal 6 al 16 marzo, quindi, sotto il titolo «Il mistero di Dongo è crollato. Il colonnello Valerio è Walter Audisio» il quotidiano romano Il Tempo pubblicò un servizio in otto puntate del giornalista Alberto Rossi.
Il 22 marzo 1945 con un comunicato, la segreteria del PCI confermò che Valerio e Audisio erano la stessa persona chiedendo per lui la più alta onorificenza militare.
Terza versione sull’Unità
Il giorno dopo, 23 marzo, L’Unità di Roma pubblicò la biografia di Walter Audisio con il titolo: «Colui che fece giustizia per tutti. L’uomo Valerio».
Lo stesso Audisio poi iniziò, dal 25 marzo, una serie di sei articoli, da lui firmati, sotto forma di memoriale dal titolo «Il colonnello Valerio racconta» - «Missione a Dongo».
Ed ancora, a completare il quadro, nella speranza risultata poi vana di aver messo fine a tutte le illazioni e le dicerie fino ad allora sorte sui fatti di Dongo e l’uccisione del Duce,
il 31 marzo Audisio, presentato da Pietro Secchia, fu fatto apparire pubblicamente ad un comizio alla Basilica di Massenzio a Roma.
Si presentò con basco nero ed impermeabile chiaro (chissà, forse voleva adeguarsi ai resoconti che parlavano spesso dell’uccisore del Duce come un uomo con impermeabile chiaro, abbigliamento che, forse, quel giorno portava Aldo Lampredi) e qualche foglietto di appunti.
Ovviamente seguirono successivamente le fotografie di rito con tanto di divisa partigiana nuova fiammante e fazzoletto al collo, che consentirono a L’Unità di tramandare l’agiografia di questo giustiziere del popolo.
Con questa terza versione l’Unità, dietro il nome del colonnello Valerio/Audisio e a quasi due anni dagli eventi e dai tanti dubbi sollevati, cercò di correggere la mira presentando una volta ancora alcune correzioni ed aggiustamenti, rispetto ai testi precedenti.
Quest’ultima versione venne, comunque, sostanzialmente tenuta presente nella stesura del libro postumo di Audisio «In nome del popolo italiano» del 1975, come vedremo, anche perchè erano le sole due versioni firmate direttamente da Audisio.
Diamo qui solo un riassunto di questa terza versione, in quanto più avanti riporteremo la relativa parte, certamente meglio precisata, del libro di Valerio che sostanzialmente la ricalca.
In questi sei articoli di Audisio, per cominciare, la casetta dei De Maria resta sempre definita una casetta, cosa alquanto strana vista l’imponenza della costruzione, e la scala veniva ora indicata come «tagliata nel sasso vivo» mentre in precedenza, nelle fantasiose ricostruzioni dei suoi racconti tratte dal suo presunto e fantomatico rapporto, era stata anche clamorosamente indicata in legno!

Audisio precisa che il trucco della liberazione, propinato a Mussolini, «rientrò nell’organizzazione della missione… così era più facile portarlo via» e rendendosi conto della esagerazione e del ridicolo costituito dalla frase «ti offrirò un impero» messa in bocca a Mussolini, non potendo rimangiarsela e per renderla credibile rincara la dose, asserendo:
«eppure l’ha detta, con decisione anzi, con il suo ben noto piglio volitivo dell’uomo che non manca alle promesse» (cosa potesse ancora promettere Mussolini, ridotto in quelle condizioni, solo Valerio lo sa!).
Il tutto viene anche arricchito da una filippica di Valerio «sull’uomo del balcone», ed inoltre, senza accorgersi di strafare, vi introduce un altro aneddoto, tutto nuovo, atto a squalificare il Duce: si dice infatti che al momento di rendersi conto di venir fucilato, Mussolini balbettando avrebbe profferito un « ma… ma…signor colonnello», frase questa escogitata dall’estensore dell’articolo senza troppo riflettere in quanto non si capisce come Mussolini possa aver intuito che Valerio era un colonnello (e poi di che: della RSI o di altre formazioni?), visto che costui gli si era presentato solo come un liberatore e non è ben chiaro se ostentava gradi ben individuabili sulla giacca e se poi Mussolini conosceva questi gradi estemporanei del CVL!
Inoltre, con una disinvolta e sfacciata correzione, viene tolto il vice al commissario della 52a, che in tal modo diverrà il commissario, ovvero Pietro alias Michele Moretti e tale da ora in poi resterà sempre presente all’evento storico e nella versione ufficiale.
Lasciati andare i due partigiani di guardia, il gruppo con i prigionieri si avvia verso la macchina.
«Sull’auto, (racconta Audisio) lo feci sedere a destra, la Petacci si mise a sinistra. Io presi posto sul parafango in faccia a lui. Non volevo perderlo di vista un solo istante. La macchina iniziò la discesa lentamente. Io solo conoscevo il luogo prescelto e non appena arrivammo presso il cancello ordinai l’alt». Mandai il commissario della Brigata e l’autista nelle due direzioni, di guardia, a circa cento metri di distanza» (con tale distanza ed anche ammesso che Valerio voglia intendere l’intera distanza tra i due, non si capisce come poi costoro potessero aver ben visto e ben ascoltato qualcosa. ndr).
Con Valerio sarebbe restato Guido, definito però «freddo e distante» ed i due prigionieri sarebbero stati posti tra il pilastro ed il cancello, e quindi: «… Improvvisamente cominciai a leggere il testo della condanna a morte del criminale di guerra Mussolini Benito: ‘Per ordine del Comando Generale del Corpo volontari della Libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano’ ».
Ci sarebbe da ridere se tutta la faccenda non fosse tragica: a parte il fatto che quelle poche parole non erano certo il testo di una sentenza; è difficile pensare che il giustiziere abbia avuto la necessità di doversi scrivere una frase di appena 18 parole.
Perché adesso, Audisio, sentiva la necessità di dire che questa frase se l’era scritta, ha una sola spiegazione: come acutamente osservò Paolo Monelli già nel 1950, «il particolare della lettura di una sentenza serve a dar veste legale all’assassinio».
Arriviamo quindi al momento delle esecuzioni.
E’ evidente che l’implicito assassinio della Petacci, di cui nessuno aveva emesso una sentenza di morte, deducibile dalla prima versione («poi fu la volta della Petacci»), pesava enormemente verso l’opinione pubblica tanto che, già nella seconda versione, l’uccisione venne invece descritta come praticamente inevitabile, visto che la donna stava al fianco
di Mussolini impietrita e nonostante l’invito a scansarsi ed il «salto», aveva nel frattempo perso ogni nozione di sé.

Adesso in questa terza versione viene ancor più precisata come un incidente.
Infatti, la donna figura quasi gettatasi essa stessa nel raggio dei colpi: «La Petacci, fuori di sé, stordita, si mosse confusamente, fu colpita e cadde di quarto a terra».
Praticamente durante le tre versioni si passa da un sottointeso omicidio intenzionale, ad un evento colposo per poi divenire un mezzo suicidio!, rimanendo sempre però inspiegabile il perché la Petacci non sia stata tenuta lontano dal luogo dell’esecuzione.
Particolare non secondario, adesso non si parla più dell’erba umida davanti al cancello: ci si era accorti che in quel punto l’erba non c’era ?!
In questa terza versione, sempre contraddittorio, resta comunque il racconto dell’uccisione del Duce, anche se viene modificata la dinamica e cambiano i personaggi (Pietro al posto di Bill) che gli sono attorno e che Valerio chiama o gli passano le armi: infatti, nella prima versione, ricordate?, Mussolini è ucciso con 5 colpi sparati dall’esecutore (senza nome) e da una distanza di tre passi; nella seconda versione i colpi di Valerio, dopo gli inceppamenti, invece di 5 diventarono 10 (5 + 4 + 1 di grazia), l’ultimo dei quali stranamente al petto invece che alla testa è definito, testualmente, «tirai un sesto colpo»; ora in questa terza versione i colpi, pur rimanendo 10 hanno una diversa dinamica che viene descritta in modo più asciutto forse per non destare perplessità come nella versione precedente: «Faccio scattare il grilletto, ma i colpi non partono. Il mitra si era inceppato. Manovro l’otturatore, ritento il tiro, ma l’arma non spara. Passo il mitra a Guido, impugno la pistola: anche la pistola si inceppa. Passo a Guido la rivoltella, afferro il mitra per la canna, chiamo a voce il commissario della 52ma, che viene di corsa a portarmi il suo MAS… Scarico 5 colpi. Il criminale si afflosciò sulle ginocchia, appoggiato al muro, con la testa reclinata sul petto. Non era ancora morto.
Gli tirai una sesta raffica di 4 colpi. Mussolini respirava ancora e gli diressi sempre con il MAS un ultimo colpo al cuore. L’autopsia constatò più tardi che l’ultima pallottola gli aveva reciso netto l’aorta».
Quindi viene anche data l’ora: «Erano le 16,10 del 28 aprile 1945».
In tutto questo guazzabuglio di correzioni e aggiustamenti vari, circa le modalità di una esecuzione, stranamente eseguita davanti e non alla schiena come avvenne poco dopo per
i fucilati di Dongo ¬e come sarebbe stato ancor più logico trattandosi del Duce (non si dimentichi che, poche ore dopo, in pubblico, alla richiesta disperata dei condannati a morte a Dongo, di non essere tirati alla schiena, Valerio si opporrà con rabbia e veemenza!), non possiamo fare a meno di non riportare quanto ebbe a sottolineare negli anni ‘50 Bruno Spampanato nel suo Contromemoriale (Editore CEN, 1974): «La prima volta (prima versione) tutto procede regolarmente ed il colonnello, a tre passi, con i suoi bravi 5 colpi liquida il bersaglio. La seconda volta una vera sequenza da western: il colonnello vuole sparare, non spara, lascia il mitra, prende la pistola, lascia la pistola, prende il MAS, tira 5 colpi e poi 4 colpi e poi un ultimo colpo che sarebbe il decimo e lui dice che è il sesto; e chi gli ha portato il MAS che funziona è il vicecommissario, che poi è il commissario e si chiama Bill e invece si chiama Pietro Gatti, cioè Moretti; e quel Guido, il più importante di tutti, che resta ‘freddo… impassibile…’ e che sta a raccattare le armi che non vanno come il ragazzo che regge le mazze da golf… La terza volta, Valerio ha chiamato che gli si portasse il MAS ‘a voce alta’: troppo poco a 100 metri di distanza; nel secondo racconto aveva chiamato a ‘gran voce’ ».

L’assurdità di tutta questa pantomima, tra l’altro male ed in fretta architettata, che Spampanato mise bene in burletta, è ormai chiaro che venne elaborata e continuamente adeguata per occultare una modalità ed una dinamica dell’esecuzione profondamente diversa.
Ma terminiamo con l’analisi succinta di questa terza versione accennando al fatto che Villa Belmonte (segnata con il numero 14 a via XXIV Maggio), luogo scelto per l’esecuzione, veniva data come «palesemente deserta» quando invece, ed è accertato, che vi erano sia alcune persone, che poi testimoniarono alcuni particolari osservati (anche se nessuno assistette alla uccisione dei prigionieri, tranne una testimonianza incontrollata a cui parve di veder sparare su dei cadaveri) e sia il fatto che, sembra, gli stessi partigiani intimarono a questi di ritirarsi (avvenimenti questi che Audisio non poteva ignorare).
Ma oltretutto sorge sempre il legittimo dubbio del perché si volle fare una esecuzione esemplare del Duce di nascosto, quando a Dongo per ministri e gerarchi venne invece ostentata volutamente sulla pubblica piazza e contro il parere di chi non voleva sottoporre la popolazione alla vista di una simile mattanza.
E venne eseguita a Dongo, nonostante la reazione dei condannati, spietatamente alla schiena così come si fa con i traditori, mentre invece per il capo, per il responsabile massimo di questi traditori la si esegue alla svelta e frontalmente!
Che davanti a villa Belmonte (al tempo di proprietà dell’ingegner Bernardo Bellini presente in casa con altri sfollati) si volle invece eseguire una fucilazione lontano da occhi indiscreti è anche confermato dal fatto, molto importante, venuto fuori però da testimonianze successive, che quel pomeriggio si erano prefissati dei posti di blocco dove alcuni partigiani vietavano l’accesso da quelle parti a gente del posto ed ancor più la popolazione del luogo era stata invitata (invogliata) a recarsi al bivio di Azzano, sfollando così il borgo, dove si diceva sarebbe passato, sulla via Regina, Mussolini prigioniero.
Poco dopo le ore 16, invece, con tanta gente in attesa per strada si venne a sapere che davanti a Villa Belmonte c’erano dei cadaveri.
Ma le contraddizioni non finiscono qui perchè, infatti, pur volendo eseguire l’atto della fucilazione di nascosto (si cacciarono anche via, con intimazioni tipo: «via, via, aria!» i pochi abitanti della villa che si avvicinarono) non venne però scelto un luogo più appropriato del cancello di villa Belmonte, come per esempio sarebbe stato molto più discreto e comodo uno dei tanti punti sotto casa De Maria.
Ed inoltre per una missione del genere ci si portò appresso un autista sconosciuto, quando Valerio, nel suo plotone dell’Oltrepò, ne aveva almeno due.
Ed infine si preferì fare la famosa passeggiatina con i prigionieri usciti da casa De Maria e fino alla macchina nella piazzetta del Lavatoio e da qui fino al cancello della villa si procedette poi al massimo per altri cinque minuti di percorrenza in auto.
Perché tutti questi controsensi e tutta questa pantomima?

Definitiva versione di Walter Audisio («In nome del Popolo italiano», Edizioni Teti, 1975)

Nel 1975 per le edizioni Teti di Milano uscì postumo e finito di essere curato dalla moglie Ernestina Ceriana, il libro di Walter Audisio alias colonnello Valerio, nel frattempo deceduto, «In nome del popolo italiano» ovviamente ben ponderato e valutato visto che, oramai erano trascorsi quasi una trentina d’anni tra dubbi e polemiche e si erano potuti studiare meglio tutti i luoghi e le incongruenze di quegli avvenimenti.
Audisio, oltretutto, vantava di avere interi quaderni di appunti e quindi non avrebbero dovuto esserci errori o contestazioni e, per quel che ne sappiamo, ben si diede da fare per cercare di concordare, in particolare con Lampredi, una versione comune o almeno non contraddittoria.
A ben vedere questo libro andrebbe preso così com’è e buttato via, solo per il semplice fatto che presenta troppe difformità sostanziali rispetto alle due prime versioni del 1945, dando in tal modo chiaramente a vedere che venne scritto proprio per correggere e superare (senza riuscirvi) contraddizioni e incongruenze di quelle versioni.
Essendo però le due versioni del ‘45 attribuite, ma non firmate da Valerio, mentre questo libro è direttamente firmato da Audisio, occorre chiudersi il naso e prenderlo in considerazione, anzi è questa la versione che deve essere considerata definitiva da parte di questo tristemente famoso giustiziere.
Il libro, pur nella sua infantile prosa, è un capolavoro di sforzo letterario tutto teso a denigrare definitivamente la figura di Mussolini.
In pochi passaggi, incredibilmente, con frasi messe in bocca al Duce o con considerazioni ed osservazioni di Audisio stesso, viene concentrato tutto lo scibile denigratorio a disposizione dell’autore: la paura, il terrore, l’indifferenza a tutto il resto, alla sua donna, al pensiero dei suoi familiari, le implorazioni, l’incapacità a reagire e persino una certa demenza mentale.
Audisio, tutto teso nel suo intento oltraggioso e denigratorio, perde ogni misura ed ogni decenza, e non si rende conto di essere assurdo e poco credibile, ma oramai la traccia era già stata segnata fin dal tempo della sua prima relazione e l’unica maniera per non sconfessarsi in pieno era solo quello di continuare a percorrerla, ma qui certamente si esagera oltre ogni misura.
Come detto Valerio e chi a suo tempo lo aveva assistito a compilare il libro, sicuramente ebbero modo di soppesare bene quanto doveva essere precisato e corretto, rispetto alle precedenti relazioni, al fine di chiudere la faccenda una volta per tutte.
Ma anche questa volta le cose non andarono così, anzi.
Nel suo libro, Audisio, partito da Dongo con la 1100 nera requisita sulla piazza (accompagnato dall’autista Geninazza, Moretti e Lampredi) individua durante il percorso
il luogo dell’esecuzione (di fronte al cancello di Villa Belmonte che presenta un certo slargo).
A proposito della figura del ruolo dell’autista Giovanbattista Geninazza, di Tremezzo, poco più che ventenne, c’è da dire che rimarrà sempre alquanto problematica, nonostante alcune sue successive testimonianze non pienamente attendibili e lascia pensare che nei momenti decisivi di quel pomeriggio fu tenuto alquanto in disparte.
Da lui nel dopoguerra trasparì anche un evidente timore nell’esporsi troppo rispetto al canovaccio della versione ufficiale.
Raggiunta Bonzanigo, i tre si dirigono verso casa De Maria a piedi.
Strada facendo Audisio prova anche, sparando un colpo, il mitra che porta con sé.
L’autista Geninazza rimane accanto alla macchina.

Audisio si precipita nella stanza dove si trovano Mussolini e la Petacci ai quali racconta di essere venuto a liberarli.
Stranamente il libro sorvola la storia delle mutandine della Petacci, che pur aveva sollevato molti dubbi e polemiche, ed è questa una mancanza che lascia a pensare.
I due, con un Mussolini baldanzoso, tanto da esclamare, frasi come: «Lo sapevo che non mi avrebbero abbandonato», «Ti offro un impero!», vengono portati fuori e fatti salire sul sedile posteriore della macchina: l’autista e Lampredi davanti, Audisio sul parafango posteriore, spalle alla strada e rivolto verso Mussolini, e Moretti sul predellino davanti; seguono a piedi Lino e Sandrino che però si attardano.
Apriamo una parentesi per accennare al fatto che per giustificare l’attardarsi di Lino e Sandrino venne addomesticata dal PCI la storiella che i due si erano tolti le scarpe senza slacciarle e quindi persero tempo a rimettersele.
Per due carcerieri, in quei pericolosi momenti ed in quella situazione, questa storiella è ben difficile da digerire.
Non è escluso però che, questo fatto, nasconda forse un altro retroscena: quello che, venuti a sapere che la storia delle scarpe di Lino e Sandrino, era venuta comunque fuori, si cercò di adattarla al ritardato arrivo dei due partigiani, mentre invece è probabile che, essendo Mussolini e la Petacci già stati uccisi al mattino e quindi i cadaveri nascosti da qualche parte,
i due guardiani, stanchissimi (non dormivano quasi da due giorni), rimasti a casa De Maria,
si erano tolti le scarpe per riposare in attesa dell’arrivo al pomeriggio di Valerio.
In poco più di un minuto quindi, prigionieri e accompagnatori arrivano a Villa Belmonte
(la distanza si aggira su circa 350 metri) dove possono procedere alla fucilazione.
Resta incomprensibile capire il perché, visto che oltretutto si cercava un minimo di discrezione, mentre nei pressi di Villa Belmonte poteva esserci gente, non si fosse scelto un punto più vicino alla casa.
Giunti sul posto comunque, Audisio, prima di compiere una breve perlustrazione, avrebbe sussurrato a Mussolini «ho sentito dei rumori sospetti, vado a vedere».
Anche qui non si comprende questo ennesimo inganno perpretato ad un prigioniero oramai inerme ed alla completa mercé dei giustizieri: siamo praticamente alla farsa più completa.
Audisio, constatato che il cancelletto che conduceva al praticello sottostante il piano stradale era chiuso, fece addossare Mussolini al muretto vicino al cancello di Villa Belmonte.
Moretti e l’autista furono inviati a circa 50 - 60 metri l’uno dall’altro, mentre la Petacci scese dall’auto per andare a mettersi a fianco di Mussolini.
Qui, rispetto alla precedente versione c’è una razionale precisazione della distanza (100 metri diventano 50/60 metri l’uno dall’altro) che consentirà poi di chiamarli a voce, ma poco dopo si introduce un altro geniale cambiamento: Guido sempre descritto come freddo e distante, diventa ora improvvisamente attento e partecipe (chissà, forse gli screzi tra Audisio e Lampredi avevano indotto Audisio a questa correzione).

Audisio quindi legge la sentenza di condanna a morte ad un Mussolini completamente inebetito e terrorizzato, mentre la Petacci tendeva ad agitarsi abbracciando il dittatore e fu invitata a togliersi per non morire assieme al Duce (si rimarca quindi la volontà di non ucciderla in contrasto con una prassi che invece la espone a questo rischio e sorvolando o meglio ignorando quelle testimonianze che asserivano evidenti frasi di condanna a morte per la Petacci, pronunciate proprio da Valerio in quel di Dongo prima di recarsi a Bonzanigo).
La donna momentaneamente ubbidì.
Arriviamo così alla solita storia degli inceppamenti delle armi che però qui nel libro, molto più opportunamente, viene alquanto stringata, compreso anche il particolare dei colpi sparati. E’ evidente l’intento di non offrire il fianco ad ulteriori contraddizioni, lasciando la possibilità ai critici di giustificare in qualche modo quella dinamica, soprattutto per l’uccisione della Petacci.
Il mitra di Audisio si inceppa (ma non lo aveva provato?), allora ci prova Lampredi con la sua pistola (guarda caso, ora la pistola è assegnata a Guido¸ ed anche questo è gia più logico rispetto alle precedenti versioni).
Allora Audisio chiama Moretti che giunge di corsa e a dieci passi dai condannati cambia la sua arma con quella inceppata e ritorna al suo posto.
Audisio si dilunga in una filippica contro il Duce (la Storia ha le sue esigenze!), tremante e paralizzato dalla paura.
Dal mitra del colonnello partono infine 5 colpi, che uccidono Mussolini e la Petacci la quale. «… fuori di sé, stordita, si era mossa confusamente, fu colpita anche lei, e cadde di quarto a terra» (definitivamente, non c’è più il particolare dell’erba umida, ma ancora una volta non si spiega con quali e quanti colpi fu uccisa questa donna, inducendo chi legge a presupporre un trapasso degli stessi colpi sparati a Mussolini che attinsero anche la Petacci).
Il racconto. pur abbondando della solita retorica atta a denigrare Mussolini, nella dinamica dell’esecuzione è furbescamente sintetizzato (sorvolando anche sulla storia dei colpi di grazia) nella speranza di non prestare più il fianco a incongruenze e contraddizioni.
Dopo il film di Lizzani (1974) che ricalcava questo canovaccio ed il libro postumo di Audisio, si può dire che le fonti resistenziali, e quelle del PCI in particolare, ritennero chiuso l’argomento e non si ebbero più ulteriori versioni.

Ed ecco ora alcuni stralci, tratti direttamente dal libro di Walter Audisio, Edizioni Teti, 1975
«In nome del Popolo italiano»:
«Partimmo dunque in macchina da Dongo alle 15,10 precise. Con l’autista eravamo in quattro a bordo (Geninazza, Audisio, Lampredi e Moretti, ndr) […]. Il tempo era minaccioso, ma non pioveva. Lasciata la strada del lungolago, dopo Mezzegra, la strada vicinale per la quale la macchina si inerpicava a fatica, stretta e deserta, ci conduceva a Bonzanigo.
Lungo questo percorso scelsi il luogo dell’esecuzione: una curva, un cancello chiuso,
un frutteto, la casa sul fondo palesemente deserta. La località, a circa un chilometro da Bonzanigo, si chiamava Giulino di Mezzegra. Ma questo particolare lo appresi da ‘Pietro’ dopo eseguita la sentenza, perchè in quel momento quella scelta l’avevo compiuta mentalmente, senza farne parola a Guido, nè agli altri due.
Poco più avanti feci fermare la macchina e, sceso a terra, tolsi la sicura al mitra facendo partire un colpo per provare l’arma. Funzionava. Andammo avanti a piedi, prima Pietro seguito da me e da Guido; all’autista avevo dato ordine di non muoversi fino al nostro ritorno. Durante la breve camminata mi voltai e dissi a Guido: ‘Sai cosa mi è venuto in mente? Gli dirò che siamo venuti a liberarlo’. ‘Non è un imbecille, osservò Guido, come vuoi che se la beva ?’. ‘Vedrai che berrà, insistei’. […] La casetta dei contadini De Maria era a mezza costa, incastonata nella montagna. I due partigiani di guardia (Lino e Sandrino, ndr) erano in piedi sul pianerottolo presso la porta in cima alla scaletta tagliata nel sasso vivo.
Il commissario Pietro parlò brevemente ai due partigiani e poi rivoltò a me, esclamò: ‘viene avanti’. Uno degli uomini di guardia tirò il paletto, la porta si aprì ed io entrai nella stanza, solo fermandomi appena al di là della soglia. Tutti gli altri erano silenziosi e fermi sul pianerottolo. Mussolini era in piedi nella stanza alla destra del letto (guardando) in divisa e con un soprabito color nocciola. La Petacci era a letto, sotto le coperte vestita. Lui mi guardò spaurito e bisbigliò: ‘che c’è’? Io lo guardavo diritto in faccia: il suo labbro inferiore tremava. […] Adesso eravamo invece a tu per tu. Credevo fosse quella per lui un’occasione preziosa per dimostrare a un nemico d’essere un uomo. […]... No: quell’uomo tremava di paura. Stando fermo presso la porta esclamai: ‘Sono venuto a liberarti’ e continuai a guardarlo. Alle mie parole l’espressione del suo viso cambiò: ‘Davvero?’ bofonchiò subito. ‘Presto occorre far presto, non c’è tempo da perdere’ aggiunsi. Intanto egli riprendeva la sua baldanza. […]... ‘Dove si va?’ chiese già sicuro del fatto suo. Invece di rispondergli gli chiesi: ‘Sei armato?’ ‘No, non ho armi’ rispose. E adesso all’improvviso non c’era più né terrore né spavalderia in lui, ma era sopraggiunta la fretta. […] ... ‘Andiamo disse’. Aveva dimenticato completamente la donna nel letto e glielo rammentai io. ‘Prima lei, la donna’ dissi. E rivolgendomi alla Petacci, la sollecitai con lo sguardo. Essa non riusciva a rendersi esatto conto di quello che stesse accadendo […] ... si affrettò affannosamente a radunare i suoi oggetti personali. A questo punto, Mussolini fece di nuovo l’atto di uscire e io lasciai che mi passasse avanti prima della Petacci. In quell’istante trasfigurato in volto, volgendo la testa verso di me, disse, con il riconquistato tono di primo maresciallo: ‘Ti offro un impero!’. So che molta gente non ha creduto che quella frase sia stata veramente pronunciata: ed è realmente incredibile in apparenza. Eppure l’ha detta con decisione, anzi con il ben noto piglio volitivo dell’uomo che non sarebbe mancato alla promessa. Bisogna tener conto che, per lui, io ero il liberatore e quindi uno dei suoi fanatici o prezzolati che fossero. […]
... Era lo stesso uomo quello di Bonzanigo che offriva un impero a me e quello delle storiche promesse dal balcone di palazzo Venezia. Eravamo ancora sulla soglia di casa, invece di rispondere a lui, sollecitai la Petacci: ‘Avanti, avanti!’ mormorai e La Petacci si affiancò così a Mussolini. I due erano seguiti da me e da Guido, Pietro ci precedeva tutti. Ci avviammo per la mulattiera che scendeva dalla mezza costa fino al punto in cui era rimasta ferma la nostra 1100 nera. La Petacci saltellava incerta per la via scoscesa, impacciata dai tacchi alti delle scarpette di camoscio nero. Lui, più Duce che mai, camminava spedito, sicuro, con un’aria tra il soldato che marcia e l’uomo che ha fretta. […] ... Giunti alla macchina Mussolini sembrava convinto di essere un uomo libero. Fece il gesto di dare la precedenza alla Petacci, ma io gli dissi: ‘Vai tu, là, sei più coperto, ma quel berretto da fascista è un po’ una grana, levatelo’. E se lo tolse infatti, ma poi si passò una mano sulla testa pelata. ‘E questa ?’ domandò’. Allora rimettiti il berretto e calcati molto la visiera sugli occhi’. […] Si partì.

Sul sedile posteriore dell’auto stavano seduti Mussolini e la Petacci; davanti l’autista e Guido. Pietro si era messo in piedi sul predellino dalla parte della donna. Io mi ero seduto sul parafango posteriore di destra, con le spalle alla strada ed il viso rivolto verso Mussolini. Così non lo perdevo di vista un solo istante. La macchina iniziò la discesa lentamente. Io solo conoscevo il luogo prescelto e, non appena arrivammo presso il cancello, ordinai l’alt, facendo segno a Mussolini di non parlare. E, sottovoce, accostandomi allo sportello, gli sussurrai: ‘Ho sentito dei rumori sospetti, vado a vedere’. E mi mossi a guardare lungo la strada per accertarmi che nessuno venisse verso di noi. Quando tornai sui miei passi, la faccia di Mussolini era cambiata: portava i segni della paura. Guido mi riferì di avergli già detto che ‘la cuccagna era finita’. Ero certo, tuttavia, guardandolo attentamente, che per Mussolini si trattasse ancora di un sospetto. Mandai il commissario Pietro e l’autista nelle due direzioni della strada, di guardia a circa 50-60 metri di distanza l’uno dall’altro. Poi feci scendere Mussolini dalla macchina e gli dissi di portarsi tra il muro e il pilastro del cancello. Obbedì docile come un agnello. Non credeva ancora di dover morire, non si rendeva conto della realtà. Gli uomini come lui temono sempre la realtà. Preferiscono ignorarla, a loro basta fino all’ultimo un inganno per se stessi. Adesso era ridiventato stanco, vecchio, esitante. Camminava pesantemente, strascinandosi un po’ la gamba destra. Era visibile la sdrucitura di uno stivale. Poi la Petacci scese anch’essa dalla macchina e si portò di sua iniziativa, svelta al fianco di lui che, ubbidiente, raggiunse il punto indicato con la schiena volta al muretto. Fu un attimo: improvvisamente cominciai a leggere il testo della sentenza di condanna a morte del criminale di guerra Mussolini Benito: ‘Per ordine del comando generale del Corpo volontari della libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano’. Credo che Mussolini non abbia nemmeno capito quelle parole: guardava, esterrefatto, con gli occhi sbarrati il mitra che puntavo su di lui. La Petacci gli buttò le braccia sulle spalle. E io:‘Togliti di lì se non vuoi morire anche tu’. La donna capì subito il significato di quell’ ‘anche’ e si staccò dal condannato. Quanto a lui, non disse una sola parola umana: non il nome di un figlio, non quello della madre, della moglie, non un grido, nulla. Tremava, livido di terrore e balbettava con quelle grosse labbra in convulsione: ‘Ma, ma, ma... signor colonnello... ma, ma, ma... signor colonnello!’. Nemmeno a quella donna che gli saltellava vicino, che si muoveva di qua e di là, palesando con lo sguardo uno smarrimento infinito, disse una sola parola. No, si raccomandava, nel modo più vile, per quel suo grosso corpo tremante; solo a quello pensava, a quel grosso corpo che aveva appoggiato al muretto. Ho detto che, per precauzione, avevo provato il mio mitra pochi minuti prima di entrare nella casa dei De Maria; ebbene, feci scattare il grilletto, ma i colpi non partirono.
Il mitra si era inceppato. Manovrai l’otturatore, ritentai il tiro, ma l’arma non sparò. Guido impugnò la pistola puntò per il tiro, ma sembrava una fatalità, la pistola era inceppata.
Mussolini non sembrava essersene accorto. Non si accorgeva, ormai, più di niente.
Ripresi il mitra, afferrandolo per la canna, pronto a servirmene come una clava, aspettandomi - malgrado tutto - una qualunque reazione. Ogni uomo normale avrebbe pensato a difendersi, ma Mussolini era al di sotto di ogni uomo normale e continuava a balbettare, a tremare, immobile, con la bocca sempre semiaperta e le braccia penzoloni. Chiamai a voce alta il commissario della 52a Brigata, che venne di corsa a portarmi il suo mitra. Pietro scambiò la sua arma con la mia, a dieci passi da Mussolini, e di corsa risalì al suo posto di guardia.

Erano intanto trascorsi alcuni minuti che qualunque condannato a morte avrebbe sfruttato per tentare una fuga disperata, o comunque, una reazione di lotta. Invece, colui che doveva vivere come un ‘leone’ era un povero cencio tremolante e disfatto, incapace di muoversi. Nel breve spazio di tempo che Pietro aveva impiegato a portarmi il suo mitra, avevo avuto la sensazione di essere veramente solo con Mussolini. C’era Guido, attento e partecipe.
C’era la Petacci al fianco di ‘lui’, che quasi lo toccava con il gomito, ma non contava.
C’eravamo ‘lui’ e io. Nell’aria umida il silenzio era greve. Si avvertiva nettamente l’ansito breve del condannato. Di là dal cancello, tra la massa verde del frutteto, appariva in uno squarcio la facciata bianca della casa. Nello sfondo, la montagna. Se fosse stato in condizione di guardare e vedere, Mussolini avrebbe visto, di scorcio, il lago. Ma non guardava, tremava. Non c’era in lui più niente di umano. L’umanità si era soltanto rivelata in quell’uomo nella burbanzosa iattanza del trionfo, nel freddo disprezzo verso i deboli e i vinti. Ora non c’erano più le squadracce, non c’era più la corte dei gerarchi e dei marescialli, non c’erano più i moschettieri. Dal suo viso sconvolto appariva soltanto la paura, la paura animale davanti all’ineluttabile. L’inceppamento del mitra non aveva dato certamente nessun barlume di speranza a Mussolini, egli sentiva ormai che avrebbe dovuto morire. E in questo sentimento stava rinchiuso come in un velo d’incoscienza che lo proteggeva dal dolore. Non avvertiva nemmeno la presenza di quella che era stata la sua donna. In me non c’era più neanche l’odio: c’era il senso della giustizia inesorabile di mille e mille morti, dei milioni di affamati e traditi. Non avevo l’impressione di dover uccidere un uomo. Quando mi fui di nuovo piantato di fronte a lui, con il mitra in mano, scaricai cinque colpi su quel corpo tremante. Il criminale di guerra si afflosciò sulle ginocchia, appoggiato al muro, con la testa reclinata sul petto. La Petacci, fuori di sè, stordita, si era mossa confusamente, fu colpita anche lei e cadde di quarto a terra. Erano le 16.10 del 28 aprile 1945. L’arma portava i seguenti contrassegni: calibro 7,65 L. MAS modello 1938 - F.20830 e aveva un nastrino rosso legato all’estremità della canna».

Come si vede, le contraddizioni e le incongruenze, oramai non si contano più: ogni versione, rispetto all’altra, toglie o aggiunge o modifica qualcosa, trasformando tutta
la vicenda in una confusione indescrivibile.
Gli stessi colpi sparati dal mitra di Valerio, per prudenza, ora sono sintetizzati e dai 10, esplicitati nella versione precedente, ridiventano di nuovo solo 5: o forse si è voluto lasciare intendere che poi ci furono altri colpi, magari di pistola onde totalizzare tutti i colpi riscontrati dall’autopsia di Cattabeni?
Vai a sapere cosa hanno pensato gli estensori del libro.
Al colmo della presa in giro poi, quel Guido che nelle precedenti versioni «era freddo e distante, quasi non fosse un uomo, ma un testimonio impassibile», diventa ora: «C’era Guido, attento e partecipe».
Roba da matti!!
Viene anche il fondato sospetto che sono state raccattate e messe insieme notizie e particolari solo in parte verosimili, ma non veritieri, e soprattutto sembra come se Valerio, non si fosse mai recato a casa De Maria, ma tutto al più, lui o altri non meglio identificati, sono passati in quei luoghi, chi nel pomeriggio e chi al mattino, con motivazioni, disbrighi e dinamiche del tutto diverse dalla versione ufficiale.
Appare chiaro infatti che queste strampalate versioni, che vanno poi a formare, bene o male, la versione ufficiale, sono state scritte a più mani ed aggiustando tutto, mano a mano e a posteriori, per occultare quanto effettivamente accadde e giustificare così la versione di comodo.
Non è neppure possibile spiegare con fondatezza il perchè delle versioni fornite a più riprese e dalle quali ne è addirittura venuta fuori una descrizione dei luoghi e delle percorrenze assolutamente non corretta.
Sia, infatti, presupponendo assurdamente che la versione ufficiale fosse veritiera e sia invece considerando molto più realisticamente, come vedremo in seguito, che Mussolini fu ucciso in luoghi, orari e circostanze del tutto diverse da quelle raccontate e quindi i cadaveri vennero tenuti nascosti fino al momento della sceneggiata pomeridiana di villa Belmonte, i misteriosi esecutori del mattino o questo Valerio del pomeriggio o chi per lui, saranno pur dovuti passare in quei luoghi, al mattino o al pomeriggio appunto, per eseguire o recitare la parte che gli era stata affidata.
Perché allora tutte queste inesattezze ?
Chi effettivamente è pur stato in quei luoghi, possibile che non li abbia poi descritti, all’estensore delle relazioni, in modo appropriato?
Si tratta solo di superficialità e pressappochismo o di cattiva memoria?
Dobbiamo quindi pensare che furono fornite solo alcune generiche indicazioni, più il canovaccio della vicenda e si lasciò poi, con superficialità, libero l’estensore delle relazioni di mettere in piedi tutta la storiella?
Oppure ci sono altre circostanze e situazioni al momento inimmaginabili?
Sembra quasi, per tutte le dinamiche che sono state descritte e soprattutto per la percorrenza del tragitto di arrivo e ritorno da casa De Maria, che ne escono fuori almeno due Valerio.

Le incongruenze stradali

Giustamente Giorgio Pisano («Gli ultimi cinque secondi di Mussolini» opera citata), molti anni dopo ebbe a scrivere: «Fu proprio confrontando i due racconti con la cosiddetta versione ufficiale dei fatti (l’autore intende la prima e la seconda relazione di Valerio in rapporto alla versione ufficiale complessiva ndr) che realizzai una prima, sbalorditiva constatazione:
il colonnello Valerio, quando era arrivato a Mezzegra ed era sceso dall’automobile per raggiungere a piedi casa De Maria, doveva essersi sdoppiato perché aveva percorso due itinerari diversi nel medesimo tempo. Una contraddizione che dimostrava come i resoconti attribuiti a Valerio, circa la meccanica dei fatti che l’avevano portato a prelevare Mussolini e la Petacci per fucilarli davanti a Villa Belmonte, fossero stati completamente inventati e scritti in aperta contraddizione gli uni con gli altri […]…
In poche parole: chi si reca in quella casa muovendo dalla piazzetta del Lavatoio, deve per forza percorrere via del Riale scendendo. E chi compie invece il percorso contrario deve inevitabilmente salire».
Valerio invece, spiega Pisanò «Con descrizioni molto chiare racconta di avere affrontato una salita…, mentre per quanto riguarda l’uscita dall’edificio descriveva un percorso in netta discesa.... Esattamente il contrario di quanto avrebbe dovuto fare arrivando dal Lavatoio dove, secondo la versione ufficiale, aveva lasciato l’automobile…. Quindi: … I due Valerio (uno che lascia l’automobile al lavatoio e scende in via del Riale a casa De Maria, l’altro che sale dopo essere uscito dalla macchina posteggiata a valle dell’edificio) non erano mai esistiti. E la versione ufficiale, nonché i resoconti attribuiti a Valerio, erano stati costruiti per occultare con un falso storico…».
Ma non basta… emergeva anche un altro particolare che confermava la totale inattendibilità di tutta la leggenda del Valerio-giustiziere…
Il particolare riguardava la casa De Maria così descritta: «una casetta di contadini a mezza costa...’, ed in una terza versione, …’ a mezza costa incastonata nella montagna».
Tutte descrizioni queste, spiegò Pisanò, assolutamente non corrispondenti al vero.
E più avanti Pisanò ebbe a ricordare le frasi scritte da Valerio su l’Unità nelle sue tre versioni:
- 30 aprile ‘45 l’Unità: (uscita dalla casa) «la Petacci si affiancò a Mussolini seguiti da me, fecero la mulattiera che scende alla mezza costa fino al punto in cui era ferma la macchina» [errato se la direzione è la piazzetta del Lavatorio; sarebbe giusto se si uscisse all’opposto cioè verso lo slargo di via del Riale, imboccando poi la via Albana, ndr].
- 9 dicembre ‘45 l’Unità: (arrivo in auto) «La strada vicinale per la quale l’automobile si inerpicava a fatica era stretta e deserta… La casetta era a mezza costa… l’automobile non può arrivare fin lassù….» [errato: arrivando dal Lavatoio occorre scendere; sarebbe giusto se ci si fosse fermati allo slargo di via del Riale, salendo la quale si arriva a casa De Maria].
Ed infine: (uscita dalla casa) «ci avviammo per la mulattiera che scende dalla mezza costa fino al punto in cui era ferma l’automobile». [idem come prima].
- Nel libro del ‘75, «In nome del popolo italiano»: (arrivo in auto) «Lasciata la strada del lungolago, dopo Mezzegra, la strada vicinale per la quale la macchina si inerpicava a fatica, stretta e deserta, ci conduceva a Bonzanigo… Lungo questo percorso scelsi il luogo dell’esecuzione: una curva, un cancello chiuso su un frutteto, la casa sul fondo palesemente deserta ... La casa dei De Maria era a mezza costa incastonata nella montagna …».
E poi: (uscita dalla casa) «E la Petacci si affiancò così a Mussolini… Ci avviammo per la mulattiera che scendeva dalla mezza costa fino al punto in cui era rimasta ferma la nostra 1100 nera».

In base a tutto questo, concludeva Pisanò, ma c’è da dire che queste incongruenze topografiche erano già state rilevate a suo tempo da Franco Bandini: «In queste poche righe, scritte tra l’altro da qualcuno che a Mezzegra e specialmente a Bonzanigo e Giulino, non era mai stato (impossibile raggiungere Giulino e villa Belmonte salendo verso Bonzanigo), c’era il resoconto, sia pure malamente riportato e distorto, di un ‘Valerio giustiziere’ che a Bonzanigo era arrivato davvero per uccidere Mussolini e che aveva voluto descrivere il percorso effettuato per raggiungere casa De Maria. Era esatto infatti il riferimento: ‘Lasciata la strada del lungolago, dopo Mezzegra, la strada vicinale per la quale la macchina si inerpicava a fatica, stretta e deserta, ci conduceva a Bonzanigo’. Infatti, dopo il bivio di Azzano, chi arriva da Milano sulla via Regina deve percorrere nemmeno duecento metri e, sulla sinistra, trova la via Albana che si inerpica stretta e deserta verso Bonzanigo.
Una strada che terminava all’altezza della casa della famiglia, là dove inizia, con uno slargo, oggi asfaltato, ma allora erboso, la via del Riale che conduce alla casa De Maria con l’ultimo tratto a gradoni. E in quello slargo le automobili provenienti da via Albana o dal parallelo viale delle Rimembranze, dovevano necessariamente fermarsi perché via del Riale, cinquanta anni addietro, era una mulattiera che saliva tra i prati verso Bonzanigo. Lì, in quello slargo, accanto a casa Mazzola, il vero ‘Valerio giustiziere’ chiunque fosse, aveva dovuto lasciare l’automobile e salire alla casa De Maria, per poi ridiscendere verso lo stesso slargo».
E’ molto probabile quindi, aggiungiamo noi, che il Valerio Audisio, o chi per lui, dovendo almanaccare il 30 aprile ‘45 su due piedi una versione, comprensiva della finta fucilazione a villa Belmonte ed il passaggio dei prigionieri vivi dal lavatoio (in modo che qualcuno li potesse sbirciare) o qualcosa di simile, ecc. e dovendosi anche basare sulle poche indicazioni del vero «Valerio giustiziere» o dei suoi accoliti, o di chi sa chi, incorse in queste evidenti discrasie topografiche che poi non fu più possibile, né necessario correggere, anche perché per molti anni nessuno se ne era accorto in modo evidente.
Abbiamo fin qui potuto leggere le incongruenti versioni primogenite di Valerio, che all’epoca furono ovviamente trasferite sui testi sacri della resistenza e vennero anche recepite, con molta superficialità e subordinazione alla vulgata imposta a tutta la nazione, anche nei libri di scuola.

E’ veramente incredibile come sia stato possibile a molti storici o giornalisti, di dar credito a questa pluriennale messa in scena dove, oltretutto, non c’è neppure una testimonianza veramente accertabile di un teste estraneo al trio giustiziere e presente all’esecuzione (l’autista Geninazza portato da Valerio risulterà sempre alquanto lacunoso e inattendibile ed è quasi certo che pochi gli fecero vedere, dovendo inscenare una finta fucilazione a Villa Belmonte).
Per di più è stata anche fatta sparire l’arma o le armi utilizzate e ci ritroviamo con una autopsia priva di riscontri precisi sulle modalità e le dinamiche della morte e del resto neppure troppo in linea con questi pseudo resoconti di Valerio.

Professor Maurizio barozzi
Fonte: http://firewolfdossier.blogspot.it/2008/05/morte-di-mussolini-la-storica-versione.html