MORTE MUSSOLINI: L'INCREDIBILE GIORNATA DEL 28 APRILE 1945

Quanto riportato dalle testimonianze raccolte in questi sessanta anni e quanto attestato non solo dalla letteratura resistenziale, ma anche dalla storiografia corrente, ci descrive
(tra contraddizioni e palesi bugie) tutta una serie di vicende, di spostamenti, di incarichi e
di avvenimenti concernenti le persone direttamente interessate alla misteriosa morte di Mussolini, in particolare: da una parte i compari Walter Audisio (Valerio) e Aldo Lampredi (Guido) spediti dal Comando generale del CVL a prelevare e fucilare i prigionieri di Dongo e dall’altra il trio delle meraviglie Pier Bellini delle Stelle, Pedro, Luigi Canali, Neri e Michele Moretti, Pietro, cioè i partigiani della 52° Brigata Garibaldi che eseguirono da Dongo
il trasporto notturno di Mussolini e di Claretta Petacci nel nascondiglio di Bonzanigo in casa dei De Maria distante oltre 20 di chilometri.
Dall’esame oggettivo di quegli avvenimenti emergerà, senza ombra di dubbio, l’inverosimiglianza di quanto fino ad oggi riportato e quindi la dimostrazione che la morte di Mussolini è stata ricoperta e contornata da particolari ed episodi inventati di sana pianta o stravolti nel loro effettivo svolgimento, rendendo così tutta la storica versione su quella morte un misto di verità, mezze verità e menzogne atte ad avallare quanto quella vulgata, come
la definì De Felice, ha voluto attestare.

- Iniziamo con l’inattendibile mattinata del 28 aprile 1945 concernente gli spostamenti e quanto si racconta che fecero i trasportatori notturni di Mussolini e della Petacci in casa
De Maria a Bonzanigo, una volta che vi ebbero lasciati i prigionieri.
- Dopo di che passeremo poi a considerare le strabilianti vicende di quella stessa mattinata riguardanti la missione di Walter Audisio e di Aldo Lampredi, partiti alle 7 del mattino da Milano per andare a fucilare Mussolini.
- E per finire in bellezza racconteremo come vennero scelti in, quel di Dongo, i 15 + 1 condannati a morte.
Racconteremo tutto dopo aver attentamente letto le relazioni, le testimonianze, i libri scritti su questi avvenimenti ed aver fatto salti mortali per discernere, con la logica ed un minimo di riscontri oggettivi, tra un testo e l’altro, dove gli stessi avvenimenti, gli orari, i nominativi dei partecipanti a quelle «eroiche» gesta sotto tutti diversi, incongruenti e contraddittori.

28 aprile 1945: gli spostamenti mattutini di Pedro, Pietro, Neri (e Gianna).
In base alle testimonianze ed ai racconti riportati dalla storica versione ufficiale, in merito ai possibili spostamenti di Pedro (Bellini), Pietro (Moretti), Neri (Canali) e Gianna (Tuissi),
in quelle ore mattutine del 28 aprile 1945, considerando poi quanto costoro fecero e soprattutto quanto non fecero ed invece secondo logica avrebbero dovuto fare, si riscontra una serie di incredibili inverosimiglianze e di assurdità che lasciano sconcertati.
Stiamo parlando di importanti partigiani, relativamente a quegli eventi che, tra l’altro si possono definire le massime autorità della 52a Brigata Garibaldi (quella che si era presa il merito di aver catturato il Duce), tutti con storie e posizioni politiche diverse.
Come noto costoro, evidentemente dietro un ordine superiore giunto a Dongo la sera del 27 aprile 1945, trasferirono in piena notte il Duce, oltretutto aggiungendoci la Petacci, dopo un non mai chiarito viaggio da Dongo verso Moltrasio e ritorno verso Azzano-Bonzanigo, nella casa dei De Maria e sotto la costante paura di farsi sequestrare il prigioniero dagli Alleati.
Se il precedente e momentaneo trasferimento del Duce, poche ore prima catturato sulla piazza di Dongo, nella adibita casermetta della Guardia di Finanza della limitrofa Germasino, può essere una iniziativa nata sul posto per esigenze di sicurezza e quindi presa direttamente dal comandante Bellini o dal cosiddetto comandante Neri, il definitivo trasferimento di Mussolini in un nascondiglio più lontano e segreto, quale sarà casa De Maria a Bonzanigo non può che essere derivato da un ordine superiore pervenuto a Dongo da Milano.
In ogni caso questi partigiani, una volta scaricati tra le 4 e le 5 del 28 aprile Mussolini e la Petacci nella casa dei contadini De Maria, li avrebbero abbandonati poi per 11 ore filate nelle mani di due soli stanchissimi partigiani di guardia (Lino e Sandrino), che non dormivano da due giorni e con tutti i pericoli e gli imprevisti possibili e facilmente immaginabili.
Se ne disinteresseranno o si defileranno (tranne il Moretti Pietro che entrerebbe in azione con Valerio nel pomeriggio, mentre per il Canali Neri la versione ufficiale esclude addirittura la sua partecipazione alla fucilazione pomeridiana di villa Belmonte), fino a quando si venne a sapere che i prigionieri erano stati ammazzati da Valerio poco dopo le ore 16.
Perchè tennero questa condotta defilata, a quali ordini e di chi, essi si conformarono?

Tutta la faccenda non quadra, soprattutto per il fatto che questi partigiani avrebbero dovuto ciecamente fidarsi l’uno dell’altro (oltre che degli autisti, non scordiamoci, infatti, gli autisti che guidarono le macchine notturne che trasportavano partigiani e prigionieri) proprio mentre alla persona del Duce erano, per motivi ed esigenze diverse, interessate forze e missioni di ogni genere, ansiose di impossessarsene o ucciderlo sul posto.
Nei profili e nelle storie personali di questi tre partigiani possiamo dire di avere due punti fermi: il Moretti Pietro, risulta seguire una linea di condotta in funzione degli interessi del PCI abbastanza chiara ed evidente (anche se non si capisce come egli possa essere sicuro che in tutte quelle ore qualcuno degli altri, al corrente del nascondiglio di Bonzanigo, non soffi il Duce al partito) e la Tuissi Gianna, una figura molto importante per alcune incombenze che le vengono fatte svolgere in quei frangenti, ma tutto sommato non incisiva nelle decisioni.
Resterebbero quindi da approfondire le storie del Bellini delle Stelle Pedro, figura pittoresca ma alquanto ambigua, divenuto poi negli anni seguenti fantasioso e reticente romanziere e quelle di Luigi Canali il capitano Neri, apparso magicamente a Dongo proprio poche ore dopo la cattura di Mussolini e assassinato in circostanze misteriose meno di 10 giorni dopo l’assassinio del Duce.
Ma per Pedro la faccenda è complicata dal fatto che su questo comandante sui generis non si è mai indagato abbastanza, soprattutto per stabilire a chi doveva esattamente rispondere, magari seguendo una linea che parte da Cadorna a Milano e Sardagna a Como, passa dall’eminenza grigia dell’avvocato Bruno Puccioni residente a Villa Camilla in Domaso e molti asseriscono che finisca o cominci dai servizi segreti inglesi.
Anzi si sono presi per buoni i suoi centellinati e autoincensanti racconti e qualcuno gli ha anche dato una patente di buonismo e di correttezza, visto che la figura pittoresca di questo comandante non comunista faceva comodo all’agiografia della 52a Brigata partigiana. Essendo poi morto nel 1984, a soli 64 anni, non ha neppure avuto il tempo di una sua tardiva confessione.
Soprattutto del Bellini non si spiega il comportamento con il quale, dopo la messa in custodia di Mussolini, in una casa a lui fino a quel momento totalmente sconosciuta e nota invece al Canali Neri (un comunista atipico e per giunta sotto accusa di tradimento ed al quale, dopo che nel mese precedente è stato fatto il vuoto attorno, non si sa con chi potrebbe essere entrato in contatto) esce di scena ritornando a Dongo, dove vi aveva lasciato il vice commissario della 52° Brigata cioè il Lazzaro (Bill) e tutti i prigionieri della colonna Mussolini catturati il giorno precedente.
Qui, convinto e sicuro che nessuno possa prendersi i due prigionieri nascosti a Bonzanigo, non risulta (o comunque non è dimostrato) che avvisi i suoi superiori a Milano o Como del cambiamento di programma notturno sulla detenzione del Duce e i relativi indirizzi (a dar retta alla versione ufficiale il nascondiglio di Bonzanigo venne escogitato sul momento dal Canali, tornando indietro da Moltrasio e cambiando i programmi originali).
Lo ritroviamo poi, dal 29 aprile in avanti, invischiato in polemiche circa la sparizione di svariati documenti del Duce a vantaggio delle Istituzioni e personalità savoiarde e degli Alleati.
Ma questa è un'altra storia.

Il Pier Bellini nei sui racconti, intanto, si era già indebitamente autoappropriato di meriti e furbe manovre per mettere nel sacco i tedeschi ed i fascisti della colonna Mussolini fermata a Musso (lo smentirà più di una volta il commissario politico della Brigata, il comunista Moretti), poi aveva romanzescamente e poco credibilmente raccontato di come fu riconosciuta l’identità della Petacci e perchè fu aggregata a Mussolini nel suo ultimo viaggio, quindi non aveva ben chiarito i suoi veri intenti e la sua esatta posizione, rispetto a Moretti e a Canali, nel gruppetto che scortò i due prigionieri da Dongo a casa De Maria.
Se si considera con attenzione il comportamento di questo pseudo comandante, con nomina non ratificata nella Brigata, si consegue la certezza che egli nascondesse buona parte della verità.
Si rifletta: Pedro, fino al giorno prima, meticoloso e geloso della sua impresa (la cattura del Duce) a cui successivamente, nel trasferimento notturno di Mussolini, si era accollato anche la responsabilità morale e materiale di aver aggiunto una donna (la Petacci) poi, fatto questo e lasciati i prigionieri in quella casa e in condizioni di estrema precarietà detentiva, se ne lavava le mani e si trastullava a Dongo per tutta la mattinata del 28 aprile.
Si occuperà di Mussolini solo per l’arrivo di Valerio al pomeriggio, tra l’altro inaspettato e non gradito, il quale ne pretenderà la consegna.
E se Valerio non fosse arrivato?
Avrebbe continuato a ignorare la delicata prigionia di Mussolini, senza dare almeno una controllatina per vedere se, tante volte, in paese la cosa si fosse risaputa, o addirittura
il prigioniero se lo fossero portato via, avesse tentato di suicidarsi, oppure i due giovani guardiani avessero subito un tentativo di corruzione o avessero avuto bisogno di un cambio?
Ma lui non informa nessuno, si fida ciecamente del comunista Moretti e dell’oramai cane sciolto Canali, del silenzio tombale degli autisti, tali Leone e Mastalli, tornati a casa loro e di quant’altro!
Beata ingenuità.
Anni dopo, forse conscio di queste sue inaudite sconsideratezze ecco indirettamente quali demenziali giustificazioni darà per il fatto di essersi comportato in questo modo: «Li consiglio (a Lino e Sandrino, siamo infatti a casa De Maria, ndr) a non farsi vedere da nessuno, per non insospettire i vicini di casa o gli eventuali passanti, che potrebbero trovare strana la presenza di due uomini armati in una pacifica casa di contadini».
(Prima scusa per giustificare il fatto che nessuno potrà sapere nulla dei prigionieri in quella casa; ma chi gli garantisce che non sono stati notati all’arrivo in piena notte? Ndr).

«D’altra parte non mi pareva che la situazione presentasse alcun pericolo, perchè ero convinto che non c’erano da temere sorprese dall’esterno per il fatto che, questa volta, si poteva essere ben sicuri che nessuno sapeva dove fossero i prigionieri; e un loro tentativo di fuga mi sembrava un ipotesi tutt’altro che probabile, sia per le difficoltà pratiche di esecuzione, sia per il loro abbattimento fisico e morale e sia perchè, presumibilmente, ambedue pensavano che quella sistemazione provvisoria era la più sicura per loro, almeno nell’immediato futuro».
(Seconda scusa, resa a posteriori, per giustificare il fatto che poi il Lino e il Sandrino furono tranquillamente abbandonati per 11 ore filate e se non fosse venuto Valerio chissà fino a quando. Tutte scuse inconsistenti con argomentazioni in cui neppure un imbecille vi avrebbe confidato; ndr).
Quello di Pedro che, oltretutto e come al solito, parla come se fosse lui il vero e unico comandante della spedizione di trasferimento dei prigionieri, quando invece le cose non stanno affatto così, è un comportamento irreale ed illogico.
Più illogico di quello di Moretti e Canali, i quali almeno verso le 7 di mattina, sarebbero subito andati a riferire in Federazione comunista di Como (scriverà Aldo Lampredi, nella sua relazione al partito del 1972 che, ai due latori di queste novità, non vennero subito dati degli ordini precisi perchè bisognava prima sentire Milano. Ricordiamocelo).
Qui, semmai, il comportamento irreale e illogico è quello del Partito Comunista (di Como e/o Milano) che riceve queste informazioni e non fa nulla, se ne sta tranquillo ad attendere che un ignaro Valerio, perda tempo in prefettura a Como e neppure lo informa alle 11 dell’avvenuto trasferimento del Duce quando questi telefonerà al Comando generale di Milano.
Eppure sono tutti consci che gli Alleati sono scatenati alla ricerca del prezioso prigioniero!
Il comportamento di Pedro e quello del Partito Comunista ci danno la certezza che le cose non possono essere andate in questa maniera.
Sappiamo bene comunque come andò a finire: poco dopo le 14 arrivò a Dongo Valerio con il suo plotone, suscitando sospetti ed equivoci; quindi, una volta chiaritisi, poco dopo le 15 Valerio, Guido e Pietro si recheranno a Bonzanigo per fucilare Mussolini (in realtà già ammazzato al mattino) ed infine verso le 17 il trio di giustizieri fu di ritorno a Dongo per procedere alle fucilazioni degli altri prigionieri ivi detenuti.
E veniamo al capitano Neri ovvero Luigi Canali un personaggio a parte, il cui ruolo preciso, la sua personalità e soprattutto i suoi contatti, non si sono compresi abbastanza.
Il suo assassinio poi è tutto un mistero.

Egli risulta essere un comunista atipico, un idealista non in linea con l’ortodossia e l’obbedienza staliniana del partito.
Mesi prima, dopo la sua rocambolesca fuga dal carcere fascista dove era rinchiuso, gli venne anche spiccata una condanna a morte da parte del Comando Lombardo delle Brigate Garibaldi.
La condanna rimase in qualche modo sospesa, ma il Canali nei due mesi precedenti questi avvenimenti, si trovò alquanto isolato e visto con sospetto.
E’ in questo periodo che, si dice, ma non è provato, forse entrò in contatto con i servizi segreti inglesi.
Il Canali arrivò a Dongo, assieme alla Tuissi Gianna, proprio a proposito, cioè a cose fatte dopo la cattura del Duce, nel tardo pomeriggio del 27 aprile.
Come sappiamo, lui, il Bellini ed il Moretti, su un evidente ordine ricevuto, predispongono di nascondere Mussolini per la notte (accoppiandogli anche la Petacci) e sarà proprio il Neri colui che, più che altro, coordina e guida queste azioni.
Vedremo quindi come, dopo questi avvenimenti notturni, anche con lui ci troviamo in presenza di altrettanto poco credibili testimonianze e vicissitudini.
Torniamo però ora alla nostra fatidica giornata.
Dunque, come già detto, Mussolini e la Petacci durante la notte tra il 27 ed il 28 aprile del 1945, forse alquanto prima della 5, vengono portati a casa De Maria.
A conoscere l’indirizzo del nascondiglio trovato dal Neri, che in passato aveva usato questo rifugio sono, oltre al Lino (Giuseppe Frangi a lui legato), il giovane Sandrino (Guglielmo Cantoni legato a Bill Urbano Lazzaro e Pietro Michele Moretti), che poi resteranno di guardia in casa.
Inoltre la Gianna (Giuseppina Tuissi amante del Neri), Pedro (Pier Bellini delle Stelle), Pietro (Michele Moretti), ed anche i due autisti Edoardo Leoni e Dante Mastalli che poi, dopo
il ritorno, usciranno di scena.
Dopo un tempo imprecisato, durante il quale si sono trattenuti a casa De Maria, lasciano la casa prigione (si dice verso le 5 o verso le 5,30): dove vanno?
Cosa fanno?
Sembra che si dividano sul silenzioso piazzale e mentre Pedro (ex sottotenente del Regio esercito e comandante della 52a Brigata, uomo legato ad ambienti del CLN non comunisti) torna a Dongo con l’auto guidata dal Mastalli e si defila dagli avvenimenti di Bonzanigo; tutti gli altri invece, con la seconda 1100 guidata dal Leoni, prendono la strada di Como.
Non hanno difficoltà ai posti di blocco essendo ben conosciuti.

Giunti a Como verso le ore 7 (ma probabilmente anche un po’ prima) l’autista Leoni fu sdoganato, mentre Moretti, il Canali (e sicuramente anche la Tuissi) si recano in via Natta al numero 18, dove la Federazione comunista situata nello scantinato sta per essere smontata per traslocare nella nuova sede di palazzo Terragni fino al giorno prima occupato dal PFR.
In Federazione Moretti, incontrati alcuni compagni di partito; sembra che faccia anche nuove conoscenze: l’ex segretario Dante Gorreri (Guglielmo), rientrato il giorno prima dalla Svizzera (torbido personaggio, chiamato il Padrone, ben agganciato con i vertici del Partito Comunista) e quindi Giovanni Aglietto (Remo) che ne era stato il sostituto da gennaio e durante il soggiorno svizzero del Gorreri.
Lo accolgono con entusiasmo, gli fanno asciugare i vestiti, gli offrono da bere, ecc., tra un gran via vai di partigiani e compagni indaffaratissimi.
Del capitano Neri invece si sa poco.
Molti anni dopo il Moretti, alla domanda: «Lasciati casa De Maria, tu e Neri siete andati a Como, per fare cosa?» rispose: «Siamo andati alla Federazione del nostro partito per cercare di spiegare gli ultimi avvenimenti legati all’arresto di Mussolini e dei gerarchi».
Dunque Moretti e Canali portano informazioni circa gli ultimi avvenimenti e sembra che gli sia stato detto che occorrerà aspettare ordini da Milano.
Per la versione ufficiale Moretti e Neri non avrebbero comunicato l’ubicazione di casa De Maria, ma questo è poco credibile per il semplice fatto che avranno pur dovuto dire, per ragioni di sicurezza, che questo indirizzo era comunque noto a ben sei persone, compresi gli autisti!
E queste informazioni, è ovvio, furono inoltrate subito a Milano, dove probabilmente già sapevano del trasferimento in una base segreta e attendevano la conferma del suo buon esito e dell’indirizzo): qualche telefono doveva pur funzionare in quelle ore!
Tale informativa, quindi, deve essere arrivata a Milano tra poco dopo le 7 e le 8,
o probabilmente un po’ prima se facciamo retrocedere l’arrivo di Moretti e Canali in federazione a prima delle 7.
Ma ancor meno credibile sono, sia il fatto che il Moretti ed il Canali, dopo il loro raccontino siano stati lasciati andare tranquillamente per conto loro (finiranno poi a Dongo), e sia il fatto che ricevuta questa preziosa informazione (con l’indirizzo o meno) il PCI non avrebbe fatto niente di niente!
Nonostante l’urgenza, vogliono farci credere che il partito non avrebbe dato disposizioni in Federazione a Como, non fece avvisare Valerio nella sua telefonata delle 11 al Comando del CVL di Milano e, dai racconti di Moretti, concernenti l’arrivo dello strano plotone di Valerio alle 14,10 a Dongo, che suscitò paure e sospetti, si deduce che neppure a lui, Moretti, era stato preavvisato questo arrivo dei giustizieri.
Sarebbe stato ovvio invece, se proprio vogliamo credere alla versione ufficiale, che costoro fossero stati fatti rimanere, o in Federazione o nei pressi, a disposizione di eventuali ordini o arrivi da Milano!
E’ questo un fatto ovvio e logico ed è veramente cretino ed assurdo che, per sostenere una ridicola versione, si attesti il contrario.

Lo spensierato Pietro Moretti


La favoletta resistenziale, invece, recita che, fatta questa relazione in Federazione comunista, Moretti se ne va a Dongo, ma sarebbe passato prima da Tavernola dove sono mesi che non si fa vedere a casa e non vede il figlio ed è anche qualche giorno che non vede la moglie Teresina Tettamanti (in pratica sparisce di scena, allegro e spensierato in un bel quadretto familiare, tanto, penserà lui, il Duce è al sicuro così custodito da due stanchissimi partigiani e nessuno lo potrà sottrarre al PCI!).
Questo è tutto quello che verrà fatto sapere circa la mattinata di Moretti.
Ma siamo sicuri?
Non viene da domandarsi dove andò e cosa fece il Moretti, diciamo da circa le 8 fino alle 11 di quella mattina?

Gli indaffarati Neri Canali e Gianna Tuissi

Neri e Gianna, invece, sempre secondo la storica versione, si dice sarebbero andati da Remo Mentasti, «Andrea», il valigiaio di piazza San Fedele, amico del Neri e noto punto di appoggio per i comunisti in clandestinità e con lui si sarebbero portati tutti dal neo sindaco comunista di Como, tale Armando Marnini al quale, si dice, avrebbero chiesto di andare a Dongo a presiedere uno speciale tribunale del popolo per giudicare Mussolini e gli altri (ma questi non se la sarebbe sentita).
Quindi il Neri, sul cui capo dovrebbe sempre pendere una condanna a morte per tradimento da parte del partito e del Comando Generale delle Brigate Garibaldi, che sembra al momento sospesa, ma non revocata, passa a salutare la mamma (e questa confermerà il particolare)
in via Zezio 53.
Alla mamma Maddalena Zannoni avrebbe, in quell’occasione, anche rivelato un emblematico «di aver fatto quella notte il suo dovere di comunista» e la donna ebbe ad aggiungere, nel 1972, a Franco Bandini (nel corso della stessa intervista) la clamorosa, ma plausibile, rivelazione che gli avrebbe fatto il figlio: «Ho detto ai miei capi dove si trova Mussolini».
Molti anni dopo l’89enne sorella del Neri, Alice Canali, ebbe a rivelare che il fratello, in un altro ultimo incontro con la madre, prima di essere assassinato, gli confidò anche di aver ucciso il Duce e la madre lo implorò di non dirlo.
Ancora una volta la versione ufficiale della morte del Duce andava rivista da cima a fondo!
Al processo di Padova del 1957 Pedro, il Bellini avrebbe detto: «Quando, poco prima di Valerio, giunse a Dongo Guido Aldo Lampredi, fu Nerì che garantì per lui e fu sempre Neri che li guidò da Mussolini, rimanendo presente all’esecuzione sommaria».
Una affermazione questa che si accorderà con i racconti dei familiari del Canali, ma soprattutto con una certa logica in considerazione del fatto che il Canali era pratico di Bonzanigo, mentre Moretti ci era stato una sola volta e per giunta di notte.
Ma come si vede tutto girava sempre attorno al canovaccio della versione ufficiale, mentre quello che nessuno diceva era il fatto che il Canali era andato a Bonzanigo anche al mattino!
Oltretutto giravano anche voci che il Canali, di ritorno dall’esecuzione di Mussolini, aveva raccontato che questi «non è che morì troppo bene» ed aveva invitato i suoi carnefici «a fare presto«.
Un ritornello questo, profuso spesso anche dal Moretti (almeno fino al 1990 quando confessò che il Duce era morto gridando con gran foga «viva l’Italia!») che sembrava proprio fatto apposta come una diceria concordata e da diffondere in giro.
Si dice che il Neri passò anche in Prefettura dal CLN, ma riscontri certi non se ne hanno e in ogni caso arriverà poi a Dongo, intorno alle ore 14, chi dice poco prima, chi dice poco dopo, di Valerio.

A Dongo vi arrivò in auto con Remo Mentasti, Nino Corti e Dante Cerruti, e dovremmo ritenere anche lui tranquillo e sicuro che i prigionieri, così lontani ed isolati, non li avrebbe scoperti nessuno, nessuna avrebbe avuto voglia di carpirli e comunque non ci sarebbero stati imprevisti di sorta!
Ebbene, come non rilevare intanto il fatto sorprendente che, avendo il Neri comunque gironzolato per Como, prima di recarsi a Dongo, non abbia avuto sentore dell’arrivo di una importante missione in Prefettura (quella di Valerio) con tanto di plotone di partigiani armati e stranamente vestiti, giunta da poco dopo le otto, missione che concerneva proprio il Duce e gli altri prigionieri di Dongo e che, da quell’ora e fino a mezzogiorno, il colonnello Valerio stava incorrendo in diffidenze, polemiche, litigi ed incomprensioni?
Lui che pur avrebbe dovuto essere passato anche dal sindaco Marnini, non sa nulla?
Proprio lui che dalla sera prima e fino all’alba di quel giorno era presente da per tutto e con un certo ruolo dirigente, ora ignorava bellamente che a Como era arrivata tutta quella gente armata?
Quando sarebbe passato in Prefettura, se pur vi passò; quando se ne erano tutti andati?
Vale quindi, per il capitano Neri, la stessa domanda posta per Pietro il Moretti: dove si trovava esattamente, diciamo, tra circa le 8 e le 11?
Dopo queste poche e fumose indicazioni si perdono le tracce di tutti questi compagni, che ritroveremo più tardi a Dongo e si noti che non si conoscono con precisione nè il tempo impiegato, nè le ore in cui fecero effettivamente i loro asseriti spostamenti.
Chi avrebbe forse potuto fornire particolari interessanti sugli spostamenti del Neri poteva essere il valigiaio Remo Mentasti Andrea, ma così non è stato.
Un passo indietro anche per ricordare che, all’alba di quel giorno, gli autisti del trasporto dei prigionieri a Bonzanigo, tali Leoni e Mastalli, erano stati congedati con l’impegno di mantenere il più assoluto riserbo; ma, pur se improbabile, nessuno poteva escludere, sui tempi lunghi, una loro, magari involontaria, confidenza a qualcuno circa il luogo ove era stato portato Mussolini.
E tutti, si dice, erano preoccupati a causa soprattutto delle missioni alleate che stavano dando la caccia proprio a Mussolini.
Questa è la storica versione, da tanti riferita in un quadro apparentemente verosimile, ma non univoco, pregna di particolari di ogni genere, ma di cui nessuno risulta veramente chiarificatore, ricca di ricordi e testimonianze sullo stesso canovaccio dei fatti asseriti, ma quasi tutti incongruenti o scarsamente credibili, ma soprattutto, alzando lo sguardo dai singoli particolari, ne risulta una totale illogicità di fondo, una assurdità di fatti, iniziative e decisioni che lascia veramente sgomenti.

Le domande che non trovano risposta sono queste:
- Come possono Bellini, Canali e Moretti, partigiani con storie e referenti di estrazione diversa, andarsene ognuno per proprio conto, fidandosi l’uno dell’altro e abbandonando tranquillamente il super ricercato prigioniero Mussolini, con due stanchissimi carcerieri, per oltre 11 ore filate ovvero fino al pomeriggio fatidico del 28 aprile (versione ufficiale) e chissà fino a quando se non fosse arrivato Valerio?
- Come potevano escludere di essere stati tutti notati in paese, di eventuali tradimenti, imprevisti quali liti, ribellioni e/o tentativi di suicidio dei prigionieri, corruzioni, arrivo di missioni scatenate alla loro ricerca, e quant’altro ancora?
- Perchè Pedro poi va a Dongo e si defila, incomprensibilmente, da quell’impresa a cui, fino alla notte prima, tanto teneva?
- Perchè Neri e Pietro non furono fatti rimanere ad aspettare in Federazione comunista a Como eventuali ordini da Milano se non anche l’imminente arrivo del colonnello Valerio?
Ma anche ciò che, da quelle cronache, manca e che, invece, avremmo dovuto riscontrare indica la non verità di certe situazioni.
Per esempio:
- Perchè non abbiamo attestati che il 28 aprile (e fino al pomeriggio) al Comando del CVL di Milano, ci mostrino un frenetico affaccendarsi per sapere bene dove trovasi e che fine ha fatto Mussolini, visto che Audisio, ancora alle 11, era bloccato in Prefettura?
- Perchè da parte di Longo, Pertini, ecc., non abbiamo testimonianze che ci dicono la loro preoccupazione che il super ricercato Mussolini ancora non è stato ucciso?
Eppure le ultime notizie, pervenute al Comando CVL da Valerio alle 11 di mattina, lo davano ancora ignaro e inconcludente a Como!
- E, viceversa, se Longo e il PCI a Milano (che forse, fin dalle 7 di mattina, o poco dopo, hanno avuto le preziose informazioni portate in Federazione comunista a Como dal Moretti e al Canali), perchè sembrano non fare nulla?
Non danno ordini in Federazione, non avvertono Valerio alle 11, non si preoccupano, nonostante l’urgenza ed il pericolo che Mussolini gli venga sottratto dalle missioni Alleate (anzi Longo, dopo le 14, va tranquillo a ricevere Moscatelli)!
- Perchè Pedro il Bellini, non si chiede cosa deve fare con il Duce e la Petacci abbandonati a casa De Maria?
Fino a quando avrebbe aspettato gli eventi?
E se Valerio, che nessuno tra l’altro a Dongo si aspettava, non fosse arrivato alle 14, cosa faceva?
Andava avanti così senza chiedere ordini, dare disposizioni?!
Evidentemente siamo in presenza di altri avvenimenti da leggere in un ben diverso scenario, ovvero è accaduto qualcosa che rende superfluo tutto il resto!
E questo qualcosa può essere soltanto la morte del Duce nella mattina del 28 aprile 1945!

28 aprile 1945: la strabiliante mattinata di Valerio e di Guido

Si narra che Walter Audisio alias Valerio la notte del 27 aprile 1945 si recò nell’ufficio di Cadorna lasciandoci, nelle sue memorie, questo suo sintetico ricordo: «Dopo rapidi scambi di opinioni tra questi e tutti gli altri membri del Comando Generale, mi venne affidata dal Comando Generale la missione di organizzare immediatamente una spedizione per recarmi a Dongo al fine di applicare, senza indugio, il decreto del CLNAI contro i responsabili della catastrofe alla quale era stata condotta l’Italia».
Assegnato dunque l’incarico a questo colonello, ragionier Valerio, Longo, Palombo, Cadorna e Audisio stesso (qualcuno dice anche Pertini e Sereni) sembra si misero a discutere
i particolari della missione: in che termini?
Palesemente omicidi, magari sotto metafora, ma sempre per una eliminazione sbrigativa sul posto (cosa più probabile), o mascherati per una missione di sola traduzione dei prigionieri a Milano come, almeno formalmente, sembrava muoversi Cadorna?
Nessuno ha mai sciolto definitivamente questo dilemma.
Ferme restando le intenzioni omicide di Longo e dei tre membri del Comitato Insurrezionale (Valiani, Sereni e Pertini), come sia andata esattamente quella faccenda non è dato sapere.
Insomma non si sa se si giocò a carte scoperte e quindi anche Cadorna, comandante del CVL più di nome che di fatto, ne era coinvolto pur dovendo recitare un certa parte in commedia, oppure quest’ultimo seguiva un suo segreto piano per prelevare il Duce e consegnarlo agli Alleati.
Ma tutte queste congetture non sono poi così importanti e si dipanano in un vortice di testimonianze e ricordi confusi e contraddittori, forse uno più fasullo dell’altro, perchè poi, a cose fatte, dovettero tutti, obbligatoriamente, trovare un minimo comune denominatore e questo consistette nel fatto che, mentre i comunisti si assunsero la paternità dell’uccisione del Duce, Cadorna e altri membri del CVL e del CLNAI si barcamenarono in vari e confusi racconti circa presunti ordini e tentativi di prelevamento di Mussolini e suo trasferimento a Milano, e così via.
In qualche modo, infatti, bisognava fare i conti con le esigenze storiche e politiche e sopratutto con gli impegni sottoscritti dal governo del Sud con gli Alleati i quali prevedevano l’immediata consegna del Duce a questi ultimi.
Quello che però accadde fu che qualcuno da Milano, in piena notte, ideò e spedì via radio al Quartier Generale Alleato di Siena, il famoso radiogramma fuorviante: «CVL ad AGH - spiacenti non potervi consegnare Mussolini che processato Tribunale Popolare è stato fucilato stesso posto ove precedentemente fucilati da nazifasciti quindici patrioti stop».

Si è potuto sapere chi materialmente inviò questo radio ed anche chi a Siena lo ricevette, ma non si è mai appurato chi veramente lo abbia ideato e ordinato.
E’ però evidente che l’invio di questa falsa informazione doveva servire a crearsi un alibi e ad avere un certo lasso di tempo a disposizione per procedere alla sbrigativa eliminazione di Mussolini.
Ma torniamo a Valerio ed al suo incarico appena ricevuto che lo portò a recarsi, assieme a Lampredi, in viale Romagna dove erano accasermate alla bene e meglio le brigate dell’Oltrepò Pavese tra cui doveva essere scelta la scorta da assegnare alla spedizione.
Dopo questa incombenza Valerio tornerà al Comando generale in via Brera e racconterà, descrivendosi pomposamente come un eroe solitario nella notte: «Avevo ricevuto un ordine, dovevo eseguirlo. Erano le 1,20 dopo la mezzanotte, palazzo Brera sede del Comando Generale era silenzioso. Dopo la riunione eravamo rimasti al primo piano solo il compagno Guido ed io nel mio ufficio attiguo a quello di Cadorna ed il colonnello Pieri (il colonnello Vittorio Palombo, ndr), aiutante in prima, nel suo studio... Erano già passate le 4 quando salii al primo piano dal tenente colonnello Pieri.... ‘Ho bisogno delle carte topografiche e di conoscere le ultime notizie della zona di Dongo’».
Si dice che intorno alle 4 Valerio sarebbe andato negli uffici di Cadorna dove vi avrebbe trovato anche il capitano americano Daddario che gli avrebbe firmato il famoso lasciapassare in lingua inglese forse predisposto prima.
Tutti questi orari e questi incontri, comunque, si prendano con il beneficio dell’inventario perchè li si ritrovano in modo difforme da un testo all’altro, da una testimonianza all’altra.
In particolare non è certo che sia proprio alle 4 del mattino l’incontro tra Valerio e Daddario e neppure se questi incontrò effettivamente l’Audisio.
Il colonnello Pieri (Palombo) inoltre gli consegnerà anche un appunto per il colonnello Sardagna in Como: «In relazione alla comunicazione di stanotte alle ore 1,20 circa l’arresto delle personalità fasciste si prega di voler fornire al portatore della presente, membro del Comando Generale del CVL, le ultime notizie conosciute... ed inoltre tutte le indicazioni per raggiungere Dongo in macchina».
In ogni caso la genesi degli avvenimenti futuri e le modalità della morte di Mussolini fanno pensare che la missione di Valerio doveva più che altro essere di facciata, ovvero quella di dare una parvenza ufficiale, politica e militare, alla fucilazione dei ministri a Dongo eseguita da questa missione e indirettamente a quella di Mussolini che però doveva essere eseguita da altri, a latere e in tutta fretta.

Si consideri inoltre che a Milano devono per forza sapere del trasferimento notturno di Mussolini in luogo segreto, se non lo hanno ordinato proprio da qui.
E’ logico che lo sappia il PCI e, come noto, Sardagna da Como in collegamento sia con Milano che con Dongo cercò di organizzare il prelevamento, finto, vero o poi abortito che sia, di Mussolini a Moltrasio.
Audisio e compagni, ufficialmente devono recarsi a Dongo, passando per Como, onde recuperare Mussolini e gli altri gerarchi e portarli a Milano (oppure, come anche dicesi, fucilarli sul posto a seguito di un altro ordine segreto).
A tal fine, come detto, Valerio, che ha informato Cadorna dell’incarico ricevuto, è in pratica investito da un ordine del CVL, giustificato nelle sue palesi o segrete finalità omicide, in base ad una interpretazione forzata di un decreto del CLNAI (l’articolo 5 del Secondo Decreto, quello sull’amministrazione della giustizia), emesso il 25 aprile ‘45, che citava: «I membri del Governo fascista e i gerarchi del fascismo, colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, di aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromessa e tradita la sorte del Paese, e d’averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte!».
Ma dell’esatta origine e soprattutto finalità dell’ordine del CVL e del suo orario di emanazione, gli storici hanno sempre dato una diversa configurazione.
Anche perchè, oltretutto, si è sempre sorvolato sul fatto che in ottemperanza a quanto sopra, solo un tribunale straordinario di guerra, seguendo le condizioni e le indicazioni stabilite dal CLNAI avrebbe dovuto stabilire e accertare la qualifica, le responsabilità ed il tipo di pena (condanna a morte o meno) del condannato.
Invece si manda a Dongo Audisio con l’incarico di fucilare (o di tradurre a Milano per essere fucilate) delle persone senza neppure uno straccio di processo sommario, tanto che andò a finire che Audisio a Dongo, nella sua bestiale foga giustizialista passò per le armi anche persone che assolutamente non erano condannabili a morte.
Comunque verso le ore 8 di quella mattina del 28 aprile, si mise in moto anche un altra cortina fumogena al fine di predisporre una veste legale a quanto si stava per compiere: Leo Valiani del Comitato Insurrezionale, infatti, si recò da Cadorna con un ordine di fucilazione di Mussolini a nome del CLNAI.
Quest’ordine, alquanto fantomatico, fu fatto poi passare alla Storia come l’effettiva decisione del CLN, ma in realtà sembra più una messa in scena ed una convalida solo a posteriori e a cose fatte e persino ridicola.
Il giorno dopo poi il CLNAI, volente o nolente, si assunse la responsabilità dell’uccisione di Mussolini e delle fucilazioni di Dongo.

Una cosa è certa: al di la di qualche distinguo, Mussolini, morto ammazzato sul posto, faceva comodo a tutti: al PCI per evidenti motivi; ai sovietici interessati a nascondere i tanti accordi con il regime fascista fin dagli anni ‘20 (accordi che preservarono l’Italia da attentati delle cellule comuniste) oltre alle mediazioni con Stalin del ‘43 per un armistizio con
i tedeschi; agli inglesi per la storia del carteggio con Churchill; a Vittorio Emanuele III che vivo Mussolini, questi l’avrebbe potuto chiamare in causa sulle responsabilità della guerra; alla Massoneria, sua nemica giurata e trasversalmente presente dappertutto, ecc.
Torniamo a Valerio e Guido, che come sappiamo saranno scortati da un gruppo di 12 partigiani (più due comandanti) delle brigate dell’Oltrepò Pavese arrivate nel pomeriggio a Milano nelle scuole di viale Romagna e scelti tra quelli delle Brigate Crespi e Capettini e del Servizio Informazioni Politiche.
Hanno tutti divise americane color caki, nuove fiammanti, berretti a bustina e sono armati di mitra Sten o Beretta.
Nonostante le coccarde tricolori del CVL, più che partigiani, sembrano dei soldati di un qualche strano esercito ed infatti spesso sollevarono dubbi e perplessità quando li si vede apparire a Como e a Dongo.
I due comandanti del plotone, sono: Alfredo Mordini (Riccardo), uomo privo di cultura e di pochi scrupoli, ma benvoluto dai suoi uomini e già miliziano delle brigate internazionali di Spagna e quindi con una certa esperienza militare; e Orfeo Giovanni Landini (Piero) un altro elemento, definito impulsivo e sanguinario, ma anch’egli militarmente esperto.
In ogni caso tutto dimostra che Valerio parta con il presupposto che Mussolini sia ancora a Dongo o nei pressi e queste sono le indicazioni che quella notte gli fornisce Pieri,
il colonnello Palombo (aiutante in prima di Cadorna), il che è alquanto strano considerando che, come detto, al Partito Comunista e/o al Comando del CVL si doveva essere almeno a conoscenza che era stato attuato uno spostamento di Mussolini in un rifugio segreto (spostamento che i comandi della 52a Brigata Garibaldi a Dongo: Bellini, Canali e Moretti non potevano mettere in atto, senza i dovuti ordini, o almeno informandone, sia pure a grandi linee, chi di dovere).
Quindi logica avrebbe voluto che Valerio si fosse recato, per prima cosa a Como a cercare il barone Sardagna che qualcosa in proposito avrebbe dovuto sicuramente sapere.
Inoltre, attorno alle 7 della mattina del 28 aprile, poi doveva anche essere arrivata la giusta informazione dalla Federazione comunista di Como dove, poco prima, erano giunti Moretti e Canali con le notizie degli ultimi avvenimenti sulla traduzione di Mussolini in casa De Maria a Bonzanigo.
Il PCI quindi in nottata sicuramente sapeva del trasferimento di Mussolini da Dongo ed in prima mattinata sapeva anche della perfetta riuscita dell’operazione e forse anche dell’indirizzo di Bonzanigo.

Se il prigioniero più importante ed in situazione più delicata e critica è Mussolini, perchè Valerio viene fatto partire da Milano senza precise informazioni, almeno sul fatto che in piena notte il Duce è stato nascosto (e da chi), lontano da Dongo e che la sua sicurezza di detenzione potrebbe non essere sicura?
Possibile che l’iniziativa di questa traduzione di Mussolini in luogo segreto e lontano da Dongo, non era a conoscenza di alcuno in quel di Milano?
Nè da Cadorna, in contatto a Como con Sardagna, nè dal PCI, nonostante che il Bellini, il Canali ed il Moretti hanno riferimenti sia nel CVL che nel PCI?
Non è possibile!
E invece niente di tutto questo; Audisio partirà verso le 7 di mattina con destinazione Dongo, previa sosta alle autorità di Como, ignaro di tutto.
L’unico aiuto che il colonnello Palombo gli ha fornito è il biglietto che, in caso di un incontro con Sardagna a Como gli consenta di chiedere le ultime notizie conosciute; ma come vedremo, Valerio neppure andrà da Sardagna.
Se la sua missione avesse avuto al primo posto Mussolini, avrebbe dovuto cercare ad ogni costo proprio Sardagna!
E invece sosterà ben 4 ore nella Prefettura di Como!
Eppure lo stesso Longo durante la preparazione di quella spedizione ebbe a dire a Cavallotti (Albero): «Fate in fretta perchè ci stanno andando gli americani della missione Daddario»!
Detto questo non possiamo non rimarcare il fatto curioso e assurdo allo stesso tempo che, mentre da una parte avrebbe dovuto esserci una maledetta urgenza di raggiungere Mussolini, Audisio che fu informato di questo incarico forse verso le 23 del 27 aprile, finì poi per partire solo verso le 7 di mattina del 28: è un indizio chiaro che la sua missione, Valerio lo sapesse o meno, consisteva in qualcosa di diverso da quello che poi si volle far credere.
Alcune versioni, tra cui quella di Valerio, asseriscono che questi si mosse solo dopo le 5,30 per andare a prendere la scorta alle scuole di viale Romagna, per il fatto di aver lasciato dormire gli uomini scelti del plotone che non riposavano da tempo.
Oltretutto poi si dice che nel frattempo la scorta si era già avviata incontro a lui e quindi, non incontrandolo, perse altro tempo in giro per Milano tanto che Valerio imprecò e protestò asserendo di essere stato boicottato.
Ma è un po’ difficile da credere che con l’urgenza che avrebbe - e sottolineiamo avrebbe - dovuto esserci di raggiungere il Duce prima degli Alleati, si fosse fatto fare un sonnellino agli uomini del plotone (anche se, ovviamente, anni dopo lo confermò uno di loro, (Dick) Oreste Alpegiani) e questa scorta poi, presa dalla fretta sarebbe anche uscita prima del tempo senza incontrare Valerio.
Tutto è possibile, ma ci sembrano, più che altro, aggiustamenti per rendere credibile ciò che invece è alquanto improbabile.

A nostro avviso, invece, questo ritardo dipese forse dal fatto che dovevano ancora arrivare certe informazioni dalle località comasche dove, infatti, era in atto la farsa notturna del trasporto dei prigionieri da Dongo a Moltrasio e successiva deviazione indietro, dicesi improvvisata (???), a Bonzanigo in casa De Maria.
Se Valerio, che aveva atteso impaziente tutta la notte, si avviò solo dopo le 5,30 del mattino alle scuole elementari di viale Romagna per prendere la scorta e partire poi per Como verso le ore 7, probabilmente è perchè solo a quell’ora era stata prevista la partenza per la sua missione che in realtà prescindeva dal raggiungere subito il Duce.
Considerando ora che intorno alle ore 7 del 28 aprile, al Partito Comunista di Milano era certamente giunta, dalla Federazione comunista di Como, almeno la notizia del buon esito del trasferimento segreto di Mussolini a Bonzanigo, è a quell’ora quindi che si diede anche
il segnale di via a quant’altro era già stato predisposto: un’altra spedizione omicida, sbrigativa e segreta, per Mussolini, partita da Milano o incaricata sul posto (Como) che agisse a latere della missione ufficiale e di paravento costituita da Audisio (uomo, tra l’altro, non indicato con compiti di sparatore o da commandos anche se, sostenuto da Lampredi, uomo di più alto spessore, soprattutto politico, e dal plotone dei 12 partigiani fucilatori comandati da due efficienti elementi come Mordini e Landini).
Insomma, quella di Valerio era una spedizione, se non propriamente idonea a raggiungere subito il Duce ed ucciderlo sul posto, però necessaria, efficientissima e rappresentativa per interpretare ed imporre a Como e a Dongo la giustizia ciellenista e procedere a fucilare
i ministri e i fascisti ivi tranquillamente detenuti.
E proprio questa duplice necessità - fretta per una uccisione immediata del Duce (tra l’altro diversamente locato) e dover agire politicamente e legalmente passando prima dalle autorità locali di Como e Dongo - creerà già da ora, volenti o nolenti, le premesse per una futura finta seconda fucilazione del Duce formalmente giustificativa.
Fatto sta che, finalmente, Valerio parte verso le sette di mattina su un camioncino scoperto Fiat 121 a nafta, requisito alla società Ovesticino, guidato dal giovane partigiano Barba ed una 1100 targata BN8840 guidata dal socialista Giuseppe Perotta.
Dopo un viaggio di circa un’ora e sotto una pioggia a dirotto, il sinistro plotone arrivò a Como intorno alle ore 8, infilandosi pochi minuti dopo nella Prefettura (Valerio scrisse: alle ore 8,30).
Valerio, per la sua grande occasione della vita aveva indossato una giacca a vento militare grigia, pantaloni grigio verde e si era anche pomposamente addobbato con una sciarpa trasversale tricolore (oltre alla coccarda del CVL), cinturone e pistola, mentre Guido (Lampredi) era in borghese con tanto di impermeabile bianco, forse un basco in testa ed era armato di una pistola Beretta modello 34 celata in tasca.

Arrivati dunque in Prefettura, i nostri, incontrarono subito una serie di problemi e diffidenze, nonostante il CLN locale sembra fosse stato preavvisato telefonicamente da Milano.
La prima autorità che Valerio incontra è il neoprefetto Gino Bertinelli al quale presentò le sue credenziali.
Poco presi in considerazione il suo certificato del Comitato e la carta d’identità, ebbe la fortuna di farsi accettare il lasciapassare firmato dal Daddario, la cui firma il Bertinelli conosceva molto bene.
Valerio trascorse quindi circa un’ora per aspettare e conoscere le decisioni del CLN locale. Perse poi altro tempo, più che altro litigando, per farsi assegnare quanto gli occorreva (un grosso camion) e per un evidente sabotaggio operato ai sui danni dalle autorità locali non certo contente di vedersi sottrarre il prezioso prigioniero e gli altri gerarchi (avevano evidentemente immaginato e sognato una consegna del Duce agli Alleati, con tanto di corteo, musica e fanfare!).
In ogni caso Valerio, andando e fermandosi dal CLN locale in Prefettura, scavalca ed ignora completamente il colonnello Sardagna, massima autorità sul posto per il CVL dal quale dovrebbe dipendere in ordine gerarchico e per il quale ha pure una commendatizia per avere informazioni aggiornate.
Infatti Sardagna se, come si dice, aveva predisposto un piano di consegna del Duce agli Alleati, avrebbe dovuto avere notizie, sia pur non dell’ultimora, circa gli spostamenti notturni.
Si dice che il Sardagna fosse in quei momenti irreperibile e che Valerio dopo aver chiesto di lui non avrebbe insistito.
Qualcuno scriverà che lo incontrò verso le 12 (ma, se è vero questo tardivo incontro, perchè allora il Sardagna non lo mise al corrente del fatto che il Duce era stato trasferito chissà dove?).
Quindi tutta la storia non è convincente e attesta il poco interesse di Valerio per Sardagna e quindi una diversa configurazione della missione, con Valerio che proseguirà per Dongo senza sapere dove nel frattempo potesse essere finito Mussolini.
Verso le 10 arrivarono in Prefettura il responsabile militare del CLN di Como, il maggiore Cosimo Maria De Angelis e poi il neo segretario del CLN, cioè il commendator Oscar Sforni con altri (dodici in tutto ne ricorda Valerio).
La situazione però, per Valerio non si sblocca.
Arrivano quindi alle 11 circa, ora in cui si dice che Valerio, in evidenti difficoltà e per sapere se l’ordine ricevuto fosse superiore a qualsiasi decisione locale, fece la famosa telefonata al Comando CVL a Milano dove, si dice sempre, dall’altra parte del telefono c’era Longo in persona che, minacciosamente: («O fate fuori lui, o sarete fatti fuori voi!»), gli confermava d’autorità il fatto di avere carta bianca.

C’è chi, invece, dice che è in questo frangente che Longo o chi per lui gli rivelò il vero scopo della missione, ovvero l’uccisione di Mussolini e dei gerarchi, ma vengono fatte anche altre ipotesi (oltretutto si mette in dubbio che all’apparecchio ci fosse Longo in persona).
E’ comunque clamoroso che con questa telefonata, a metà mattinata, Longo o non Longo all’apparecchio, ancora non venisse detto a Valerio che Mussolini non si trovava a Dongo e che, lì vicino, in Federazione comunista c’erano informazioni aggiornate.
Questo dimostra che la missione di Valerio aveva scopi diversi che prescindevano dal raggiungere in fretta Mussolini!
Finalmente Valerio riuscirà ad imporsi ed avere soddisfazione in Prefettura in base all’accordo che avrebbe firmato una ricevuta di scarico dei prigionieri e sarebbe stato accompagnato nella missione dai due rappresentanti del CLN: De Angelis e Oscar Sforni (in un primo momento si era accodato anche il capitano di fregata Giovanni Dessì uomo di collegamento con gli Alleati).
Vari e pittoreschi sono gli aneddoti tramandatici per quelle ore su di un irascibile Valerio in Prefettura, ma hanno poca importanza e quindi li tralasciamo.

A questo punto, dopo aver atteso e cercato invano Guido, giunto con lui in Prefettura e poi sparito senza preavvisarlo o, dicesi, con la scusa di andare a fare una telefonata, Valerio parte per Dongo alcuni minuti dopo le 12 (dirà alle 12,05) portandosi dietro, come da accordi, il maggiore Cosimo Maria De Angelis in rappresentanza del comando militare di Como ed il segretario del CLN locale cioè il repubblicano Oscar Sforni (questi verranno con la loro Aprilia nera targata RM001 [Regia Marina]).
Saranno utili a Valerio per i posti di blocco.
In ogni caso Guido, il Lampredi, alla chetichella, e all’insaputa di Valerio, era improvvisamente scomparso e non si riesce, ancora oggi, a sapere con certezza a che ora.
Alcuni affermano, con una certa logica, intorno alle ore 9 (quindi dopo più di mezz’ora che vi soggiornava), perchè un prolungato trattenimento in Prefettura con evidente perdita di tempo era assurdo per chi aveva l’incarico di arrivare al più presto a Mussolini o comunque cooperare per quello scopo o forse, ancora meglio, per coordinare la missione di Valerio con «l’altra» missione omicida incaricata di andare ad ammazzare il Duce sul posto.
Altri, basandosi su alcune, sempre discutibili, testimonianze spostano questa ora alle 10 circa (prolungando così però l’assurda permanenza di Guido in Prefettura di un’altra ora).
Lo stesso Lampredi, nella sua relazione al partito comunista del 1972, perfettamente conscio della gravità di questa incongruenza, che negli anni precedenti aveva sollevato più di un dubbio, spostò la sua uscita dalla Prefettura addirittura verso le ore 11 e questo ci pare veramente un insulto alla logica delle cose.

Oltretutto, ragionando con la logica della versione ufficiale, dovendo il Lampredi rintracciare al più presto Mussolini, che tra l’altro non è a Dongo e a quanto sembra lui non avrebbe dovuto neppure sapere dove esattamente fosse, cosa gli potevano interessare i litigi ed i problemi di Valerio in Prefettura?
Già il comportamento di Valerio, con il tipo di incarico che lo investiva e che stranamente era partito tardi da Milano e che ora perdeva ancora ben 4 ore di tempo in inutili, ma lui dirà purtroppo necessari e inevitabili, battibecchi e litigi in Prefettura (o alla ricerca poi per strada di un camion), è un po’ difficile da accettare, ma quello di Lampredi è addirittura assurdo, come sarà anche assurda, a sentire lui, la sua successiva e ulteriore prolungata permanenza in Federazione comunista (a far che?), e comunque non è assolutamente credibile.
A meno che la missione di Lampredi, come quella di Valerio, non fosse di tutt’altro genere, obiettivi e finalità.
Allora si che si spiegherebbe tutto!
Infatti, guardate un po’ cosa avrebbe fatto Guido: egli aveva abbandonato Valerio alla Prefettura di Como portandosi via, per giunta, l’automobile, l’autista Perotta e soprattutto il capo scorta Alfredo Mordini (Riccardo)!
Un comportamento questo, evidentemente, reso necessario ed impellente per il disbrigo di più importanti e urgenti incarichi.
E questa sortita, a dire di Lampredi stesso, sarebbe invece avvenuta per recarsi alla Federazione comunista di Como, appena trasferitasi in palazzo Terragni, alla ricerca di dirigenti che potessero aiutarli in quella situazione ingarbugliata (!?).
Fatto sta che comunque Lampredi neppure tornerà più in Prefettura (dirà con faccia tosta di non ricordare se vi ripassarono oppure seppero per telefono che Valerio era già partito) e partirà invece, dice lui, per Dongo.
Ma l’incredibile serie di colpi di scena non è ancora finita.
Mentre Valerio con il resto della scorta, rimasta sotto la responsabilità di Piero Orfeo Landini, partirà finalmente dalla Prefettura, dicesi intorno alle 12,05 e arriverà a Dongo, dicesi intorno alle 14,10, anche a causa della ricerca di un camion più adatto di quello che gli avevano appena rimediato dopo tanti litigi e soprattutto di alcuni posti di blocco incontrati strada facendo, Guido Aldo Lampredi con l’inseparabile Alfredo Mordini e l’autista Giuseppe Perotta, ed altri compagni raccolti nella Federazione comunista come Giovanni Aglietto, Mario Ferro, e forse altri ancora, e che, stando alla cronologia da alcuni di loro stessi indicata (eccezion fatta per Lampredi), erano partiti prima (Mario Ferro, dirà significativamente, ma incredibilmente: «non più tardi delle 10»), giungeranno invece a Dongo qualche minuto dopo di Valerio!
Ma che il gruppo Lampredi fosse partito per Dongo prima o dopo di Valerio, è clamoroso che non si siano, neppure per caso, incontrati per strada o, almeno, che il gruppo di Valerio oppure quello dello stesso Guido abbiano saputo, da qualche posto di blocco, del passaggio degli altri!

La via Regina, da Como a Dongo, era a quel tempo una lunga fettuccia priva di traffico e sicuramente sotto controllo di vari blocchi partigiani.
Lampredi nella sua relazione del 1972 riferì che arrivò a Dongo quando «Valerio era già sul posto» e Mario Ferro (della Federazione comunista di Como e nello stesso gruppo di Guido) dichiarerà che giunsero a Dongo una mezz’ora dopo di Valerio (orario questo che, in ogni caso, aggrava la domanda su cosa abbiano fatto in circa 4,30 ore, dalle 10 a dopo le 14,30).
Bill, Urbano Lazzaro, riferirà il racconto di un suo garibaldino che gli dirà che i due gruppi, invece, erano arrivati assieme in macchina.
Ma la confusione continua: per De Angelis, giunto a Dongo con Sforni e Valerio, Lampredi arrivò prima di Valerio stesso e la stessa cosa affermerà Michele Moretti ed anche Bellini.
Pazzesco!
Scrisse però giustamente Franco Bandini: «Valerio e la sua scorta giunsero sulla piazza di Dongo alle 14,10, impiegando un ora e mezza per percorrere i 57 chilometri (fino a Dongo, ndr)… dieci minuti dopo vi arrivarono anche due macchine con Guido, Riccardo, Aglietto, Ferro, Gorreri (e Longo, ipotizzerà Bandini, ndr)… La comitiva era partita da Como non alle 12,30 come Valerio, ma almeno due ore prima, verso le 10,30. … Poiché Valerio non superò nessuna auto, durante il percorso resta da chiedersi dove furono e cosa fecero Guido e gli altri in quelle cinque ore misteriose».
E’ quindi veramente improbabile, anche in relazione al fatto che tutti confermarono di esser stati fermati da più di un posto di blocco! e considerando poi che gli elementi comunisti in macchina con Lampredi erano tutti importanti partigiani conosciuti in quei posti, che il gruppo di Valerio e quello di Lampredi, separatisi e persisi da ore, fossero transitati ignorandosi a vicenda, anzi teoricamente Valerio, secondo chi asserisce che fosse partito per Dongo dopo di Lampredi, avrebbe addirittura dovuto sorpassarlo, in quanto poi arrivò prima!
Ecco, in riassunto, come Aldo Lampredi, nella sua relazione al partito del 1972 cercherà di aggiustare le cose e gli orari.
Anticipiamo che dirà di aver lasciato Valerio in Prefettura verso le 11 e che poi si mosse dalla Federazione comunista per Dongo quando Valerio era già partito dalla Prefettura (dopo le 12 ndr): ne consegue quindi che, nonostante la fretta, Lampredi si gingillò con i compagni della federazione per quasi un ora e mezza: incredibile!

Se poi si considera che, molto più probabilmente, egli era uscito dalla Prefettura ancor prima delle 11, la cosa diviene addirittura irreale.
Da quanto si deduce da queste versioni, alle ore 11 del 28 aprile il Partito Comunista a Como sembra come se non avesse alcun ordine o disposizione dalla direzione di Milano circa la situazione di Mussolini; dovendosi quindi pensare che verso le 7 di mattina, arrivati il Canali ed il Neri con le notizie su Mussolini, queste notizie urgenti, determinanti e importantissime erano rimaste a giacere in Federazione comunista, dove il suo dirigente Dante Gorreri perdeva tempo in altre faccende.
Premetterà comunque di riferire solo i fatti essenziali, trascurando quelli resi noti da Audisio (evidentemente in contrasto) sui quali dice: «Ci sarebbe assai da dire».
Preciserà anche (a scanso di eventuali contestazioni aggiungiamo noi), che potrebbe aver dimenticato molti particolari.
Nel complesso cercherà di fornire giustificazioni a posteriori lamentandosi che a suo tempo il partito non lo fece.
Scrisse Lampredi: «Siamo arrivati a Como poco dopo le otto e siamo andati in Prefettura...
Malgrado l’autorità ufficiale che Audisio cercava di far valere onde ottenere un camion e l’aiuto per arrivare ai gerarchi catturati, il tempo passava senza giungere ad una conclusione. Fu allora che mi resi conto che per superare le difficoltà che stavamo incontrando in Prefettura e quelle che avremmo incontrato a Dongo, abbisognava l’aiuto del partito. Intanto era necessario che almeno il nostro rappresentante nel CLN facilitasse il nostro compito e cessasse di solidarizzare in pieno con gli altri membri. Non ricordo come individuai il nostro compagno, professor Renato Scionti, ma appena mi fu noto lo invitai a venire in Federazione per discutere la questione. Mi pare di essere andato via dalla Prefettura verso le 11 quando Valerio cercava di telefonare a Longo a Milano...
[quindi tanta era la fretta, poi sparita! che non gli interessò neppure sapere cosa potesse dire Longo! (nda)].
Giunto in Federazione incontrai il compagno Mario Ferro che mi conosceva bene....
[(quindi non dovrebbe aver avuto problemi per farsi riconoscere ed accettare (nda)]. Ferro mi garantì a Dante Gorreri che stava riprendendo in mano la Federazione e a Giovanni Aglietto che ne era stato dirigente durante la sua assenza. Discutemmo più di quanto avessi previsto (excusatio non petita, nda) perchè, in certa misura i compagni erano stati influenzati dal programma elaborato dal CLN ma, alla fine, riconobbero la giustezza della posizione del partito e fu discusso il modo migliore per superare gli ostacoli... Qui venimmo a conoscenza che il commissario della Brigata, Michele Moretti, un bravo compagno, tra l’altro sapeva dove erano stati trasportati in nottata Mussolini e la Petacci e che lo sapeva anche Neri, Luigi Canali, capo di Stato Maggiore della Brigata, perchè l’aveva indicato lui. Costoro infatti, la mattina presto, erano venuti in Federazione (vecchia sede) per informare di questo e chiedere istruzioni, che non furono date perchè si disse che occorreva sentire Milano».

Facciamo un passo indietro per evidenziare da questo racconto due cose: primo, il poco credibile orario delle 11, indicato da Lampredi, come uscita alla chetichella dalla Prefettura (la stessa Unità del novembre ‘45 aveva genericamente indicato un’ora prima), ed il fatto che, in un modo o nell’altro, egli non torna a risolvere i problemi di Valerio, motivo da lui addotto per svicolare al partito; secondo, è poco credibile che Moretti e Canali, arrivati la mattina presto in Federazione comunista non abbiano rivelato ai dirigenti anche il luogo dove era nascosto Mussolini e quindi Guido appena arrivato e fattosi presentare ne venne certamente a conoscenza!
Ma c’è anche da considerare la quasi certezza, che questa ubicazione era stata immediatamente, verso le 7, già riferita al partito a Milano.
Qui si dice infatti che, da Como dovevano sentire Milano: ebbene cosa dissero e cosa avevano immediatamente ordinato da Milano?
Non verrà mai detto.
E come non pensare che Moretti e Canali, dovevano essere stati invitati a rimanere a disposizione, lì nei pressi, perchè i soli in grado di arrivare, essere riconosciuti da due guardiani Lino e Sandrino, ed entrare in quella casa di Bonzanigo?
Se così non fosse stato si dovrebbe pensare che il partito a Milano, avuta la urgente e preziosa informazione, non avesse fatto niente, non avesse dato ordini, non avesse informato neppure Audisio qualche ora dopo?
Nè si può pensare che forse avesse almeno spedito Moretti a Dongo in attesa dell’arrivo della spedizione di Valerio, perchè allora sarebbe stato logico che Moretti fosse stato invitato ad attendere Valerio a Como, visto che questi vi doveva arrivare poco dopo le ore 8 e, del resto, Moretti dalle sue testimonianze, fece trasparire chiaramente che nulla sapeva dell’arrivo del plotone di Valerio, e ora qui, Lampredi disse che in Federazione «discutemmo più di quanto previsto», per riconoscere la giustezza della posizione del partito, attestando indirettamente che il partito a Como non aveva avuto disposizioni!
E’ tutto irreale.

Si osservi poi il comportamento di Longo: la sera e la notte del giorno precedente, il 27, tutto teso ad organizzare l’uccisione sbrigativa e in sordina di Mussolini; poi di lui si sa poco e nulla e quindi, partito Valerio al mattino presto, se ne perdono le tracce.
Sembra sparito; c’è chi dice si sia trattenuto al Comando generale e che poi sia andato agli stabilimenti dell’ex Il Popolo d’Italia dove doveva preparare le edizioni de L’Unità, e incontrò Moscatelli in arrivo con le sue divisione della Valsesia; Audisio dirà di aver parlato con lui alle ore 11 per telefono quando lo chiamò al Comando (e la cosa è messa in forte dubbio), ma comunque non abbiamo attestazioni che Longo si sia dannato l’anima e si sia affaccendato per sapere dove è stato portato il Duce, informarne Valerio ed essere sicuro della sua immediata eliminazione.
Ma vi pare che se Longo e il Partito Comunista, la mattina del 28 aprile non avessero avuto la certezza di sapere dove e con chi si trovava il Duce ed essere certi che non sarebbero successi colpi di mano o imprevisti che lo avessero sottratto alla morte, non avremmo avuto riscontri dei loro atti e del loro agitarsi in proposito?
Ed allora, come mai la versione ufficiale ci vuol far credere che il non aver dato disposizioni ed informazioni precise a Valerio, nè alla partenza da Milano alle 7, nè a Como per telefono alle 11, ma lasciatolo andare semplicemente a Dongo, via Como, sia un fatto normale?
Eppure secondo questa versione quella di Valerio doveva essere l’unica ed autorizzata spedizione inviata a fucilare il Duce!
E’ possibile che il partito, ancora la mattina del 28 aprile, non sapeva dove fosse finito Mussolini e quindi, non informando Valerio, avesse corso il rischio di farselo soffiare via o che altro?
E’ credibile che Lampredi e Valerio dovessero andare a prendere notizie sul Duce a Dongo?
E’ credibile che Lampredi fosse partito da Como con gli altri dirigenti della Federazione comunista e fosse andato diritto a Dongo senza deviare per Azzano, che è a mezza strada e dove, in base a quanto appena osservato e dedotto, avrebbero invece dovuto essere a conoscenza che li vicino c’era il Duce?
Ma andiamo avanti con la «Relazione» di Lampredi: «... A conclusione della discussione fu deciso che Giovanni Aglietto sarebbe venuto con me per presentarmi e garantirmi a Moretti... a noi si aggiunse Mario Ferro e quindi nella macchina dovemmo trovarci in cinque: io, Mordini, Aglietto, Ferro e l’autista. Non ricordo se passammo dalla Prefettura, oppure se sapemmo per telefono che Audisio era già partito».

Ancora una pausa per notare che forse il Lampredi, per evitare incongruenze, non dice a che ora avrebbero cercato Valerio e a che ora partirono per Dongo, ma l’indicazione che «Valerio era già partito» è chiara .
Continuiamo: «Allora prendemmo la strada per Dongo e durante il viaggio fummo fermati alcune volte da posti di blocco partigiani che ci fecero perdere abbastanza tempo. Arrivammo a Dongo quando Audisio era già sul posto. L’incontro avvenne sulla piazza e fu burrascoso...».
Proseguiamo con Lampredi: «Mi pare che Aglietto mi presentò a Moretti prima della riunione che Audisio ed io facemmo con Pedro (Pier Bellini) comandate della brigata per informarlo della nostra missione e per esaminare la lista dei gerarchi catturati. A Moretti parlai a nome del partito sullo scopo della nostra presenza a Dongo ed in particolare sul modo di raggiungere il posto dove si trovava Mussolini, ottenendo da lui l’assicurazione che ci avrebbe accompagnati a destinazione. Successivamente fui presentato a ‘Neri’ ed anche a lui dissi del nostro compito, senza far cenno agli accordi presi con Moretti per la fine di Mussolini e questo perchè mi era stato detto che su ‘Neri’ vi erano delle forti riserve circa il suo comportamento durante un arresto. Alla riunione dove furono scelti i gerarchi da fucilare, partecipò in un primo momento il solo Pedro, poi Moretti e Bill (Lazzaro)».
La sottile ricostruzione di Lampredi, lasciando intendere una partenza per Dongo successiva a quella di Valerio, risolve l’incongruenza di esserci arrivato dopo di questi e quella ancora più grave di non essere tornato da lui o di non averlo informato di quanto fatto e appreso in Federazione comunista.
Peccato che tale escamotage non sia ugualmente plausibile per il fatto che bisognerebbe credere, a sentire lui, ad una sua assurda permanenza in Prefettura di quasi 3 ore! (cioè da poco dopo le 8 e fino alle 11) e poi di circa un altra ora e mezza in Federazione comunista (diciamo fin verso le 12,30?) quando Valerio era già partito, e quest’altra permanenza per non certo complicate presentazioni ai compagni (tra cui c’è Mario Ferro che lo conosce bene) e sbrigative richieste di informazioni e di aiuto!
Oltretutto, stando anche al suo racconto, che attesta che alle 7 in Federazione comunista avevano detto a Moretti che bisognava sentire Milano, avrebbe pur dovuto trovare a quell’ora (dopo le 11), cioè dopo oltre 4 ore dalle 7 del mattino, precise disposizioni da Milano!
Ed invece no, nessuno sa niente, vanno tutti verso la Mecca, cioè a Dongo dove ci sono appunto gli informatissimi Moretti e il Canali!
Ma chi lo può credere?
Arrivati a Dongo, come sappiamo, ci fu il ricongiungimento burrascoso tra Valerio e Guido, quindi la riunione segreta con Pedro a porte chiuse.

Nel frattempo Pietro Moretti, che non sa nulla di questi arrivi, si tranquillizza perchè Aglietto gli fa capire che questi strani partigiani del plotone dell’Oltrepò sono dei loro; poi la riunione generale con tutto il comando della 52a, ecc.
Infine si andò a far visita ai prigionieri catturati il giorno prima e ivi detenuti.
Quando esattamente furono messi al corrente Valerio e Guido che Mussolini (e la Petacci) si trovavano a Bonzanigo non è dato sapere (sempre ovviamente credendo alla versione ufficiale da cui si dovrebbe evincere che non lo sapevano).
Piero Orfeo Landini, uno dei comandanti del plotone dell’Oltrepò giunto con Valerio, ricorda i momenti della visita ai prigionieri: «Alcuni dei prigionieri apparivano alquanto depressi, altri meno, e tra questi Pavolini che aveva un braccio al collo, evidentemente ferito.
Ci domandammo dove fosse stato portato Mussolini: non sapevamo ancora che era stato trasferito a Bonzanigo».

Le incongruenze e le domande senza risposta


Abbiamo voluto dare un certo spazio a questi episodi, per rimarcare l’inconsistenza e la poca credibilità di svariate testimonianze, in particolare sugli orari e le finalità degli ordini, elargite a più mani e tutte difformi l’una dall’altra.
La domanda che purtroppo rimarrà senza risposta è questa: cosa fece e dove andò esattamente Lampredi (con Mordini) una volta che uscì alla chetichella dalla Prefettura?
Ma soprattutto a che ora esattamente vi uscì?
Una volta passati in Federazione comunista a Como e raccolti i dirigenti comunisti locali, conosciutissimi in zona, essi si trovavano a circa tre quarti d’ora di distanza (per quei tempi) da Bonzanigo.
Quello che hanno tutti, più o meno dichiarato, è che i due, Lampredi e Mordini, più l’autista Perotta, partirono con i compagni locali Ferro e Aglietto (e forse Gorreri), quindi non tornarono da Valerio in Prefettura per aiutarlo nella sua missione che si sarebbe svolta a Dongo, si assentarono per alcune ore e arrivarono a Dongo solo dopo le 14.
La logica vorrebbe che, se Valerio e Guido fossero arrivati alla Prefettura di Como poco dopo le ore 8 il Lampredi, conscio dell’incarico ricevuto (che forse non è solo quello di assistere Valerio) e del problema di fare in fretta, non aveva alcuna necessità di trattenersi in Prefettura e quindi, probabilmente, se l’era svignata quasi subito ovvero entro le ore 9, praticamente dopo una permanenza in Federazione di circa 30 minuti.
In tal caso ha avuto, considerando anche il tempo per il salto e gli incontri in Federazione comunista (dove forse era addirittura aspettato), a disposizione circa cinque ore e un quarto per deviare di strada e recarsi ad Azzano (Bonzanigo) e quindi poi proseguire per Dongo dove giunse poco dopo le 14!
Non conoscendo però l’esatta ora in cui fu ucciso Mussolini (forse poco dopo le 9 o poco prima delle 10, secondo il racconto di Dorina Mazzola di Bonzanigo che all’epoca, a 19 anni, ebbe modo di vedere e sentire, dalla sua casa non molto distante da quella dei contadini De Maria, alcune fasi dell’uccisione di Mussolini) non è dato sapere se arrivò in tempo per partecipare alla mattanza, anzi è probabile che vi arrivò a cose fatte.
Si può anche ipotizzare invece, attenendoci agli orari (difformi) forniti dai vari attori di quegli eventi, che Lampredi arrivasse in Federazione tra le 10 e le 11,30, qui raccolse i dirigenti del PCI e andò a Bonzanigo.
E’ quasi certo che i dirigenti comunisti di Como (con Moretti e il Canali) a Bonzanigo c’erano già stati al mattino presto quando Mussolini fu ammazzato.
E’ quindi ipotizzabile, che poi Lampredi e compagni dovettero tornare a Bonzanigo per incaricarsi di organizzare la messa in scena del pomeriggio a villa Belmonte.
Comunque sia, il Lampredi una sua parte in commedia l’ha certamente avuta.

28 aprile 1945: la scelta dei «fucilandi» a Dongo

Urbano Lazzaro Bill, al tempo vice commissario della 52° Brigata Garibaldi, nel suo poco attendibile «Dongo, mezzo secolo di menzogne», ha però riassunto con molta maestria
i momenti salienti in cui a Dongo il colonnello Valerio (chiunque egli fosse), nello stanzone al piano terreno del Comune, si accinse ad imporre, ai partigiani della 52° Brigata Garibaldi, quelli che asseriva essere gli ordini da lui ricevuti dal CVL per selezionare e fucilare, da una lista di 31 nominativi già compilata in loco, 15 condannati a morte più Mussolini (questo conteggio non lo disse, ma risulterà evidente).
Di fatto quindi finì per attuare una evidente ritorsione all’eccidio dei partigiani fucilati in piazzale Loreto (poi piazza dei XV Martiri) nel 1944, anche se a suo tempo, le fonti resistenziali e gli autori di quell’impresa hanno negato questa intenzione.
La ricostruzione di Urbano Lazzaro è determinante anche perchè attesta, senza ombra di dubbio, che Valerio impose, seppur fuori numero, la fucilazione di Claretta Petacci in quanto, evidentemente, la sapeva già morta e bene o male era obbligato a includerla nel conto.
Per sopraggiunti imprevisti, infatti, si era ritrovato (dal mattino) il cadavere di Claretta ovviamente non contabilizzabile nella vendetta e poi venne anche a ritrovarsi l’imprevisto cadavere del fratello, cioè quello di Marcello Petacci, totalizzando così, con il Duce, 18 cadaveri.
Ma procediamo con calma prendendo spunto anche dalla bellissima sintesi che su questo argomento venne fatta a suo tempo dal giornalista Luciano Garibaldi.
Prima però è opportuno premettere il ricordo del tragico episodio del 1944 che evidentemente si voleva vendicare con un atto di giustizia sommaria portando, per di più, i cadaveri dei fucilati allo scempio di Piazzale Loreto.

L’eccidio dei partigiani dell’agosto del 1944

L’8 agosto del 1944, mentre un camion tedesco stava distribuendo, in viale Abruzzi, derrate alimentari alla popolazione (cosa che avveniva di frequente), intorno alle 8,15 lì dove l’arteria sfocia in piazzale Loreto, esplose una bomba che uccise alcuni soldati germanici (sembra 5) ed alcuni cittadini.
Fu un attentato vile e per il particolare evento anche odioso e prevedibile (se non voluto) nel suo scatenare la volontà tedesca di attuare una rappresaglia.
Fu così che i tedeschi ordinarono l’uccisione e la conseguente esposizione in pubblico su piazzale Loreto di 15 partigiani presi dalle galere dove erano detenuti.
Pretesero anche che all’esecuzione contribuissero i fascisti e quindi un plotone di militi della Ettore Muti, partecipò alla fucilazione ed al servizio di guardia ai cadaveri esposti.
Ma non tutti sanno che lo stesso Mussolini, una volta informato (con ritardo) dell’accaduto, ebbe un terribile attacco d’ira che travolse il ministro della Cultura Popolare Fernando Mezzasoma, in quel momento presente.
Appreso che l’ordine era partito dai tedeschi che si erano rivolti al comandante della Muti (Franco Colombo, ndr), Mussolini sempre più adirato esclamò: «E Colombo ha accettato? Voglio che Colombo si giustifichi con me immediatamente! Cos’è questo sconcio, da quando in qua i tedeschi danno ordini ai fascisti senza che io non ne sappia nulla? E il prefetto Parini perchè non mi ha avvertito?».
Mezzasoma rispose che nessuno era stato informato in tempo utile per poter scongiurare la fucilazione.
Mussolini quindi si mise in contatto con il comando tedesco a Milano, sfogandosi in tedesco con chi venne a rispondere al telefono.
Sfinito mormorò poi: «Sono dei pazzi!».
Stessa protesta fu da Mussolini rivolta al comandante della Muti, Colombo.
In seguito a quell’episodio si dimise anche il prefetto Parini lamentando infatti il mancato ed esposto avviso prima della fucilazione, cosa che aveva impedito alle autorità repubblicane di intervenire.
In ogni caso quelle proteste così veementi e la dissociazione di Mussolini a nome della Repubblica Sociale, da quel tipo di rappresaglie, sortirono l’effetto di impedire la fucilazione di altri 20 ostaggi decisa dai tedeschi per l’uccisione a Milano di una loro crocerossina.
Questa la cronaca di quella tragica vicenda.

I criteri di giustizia del colonnello Valerio

Anche ammesso che il famigerato ordine del CVL, che autorizzava Valerio a procedere a quelle esecuzioni, poteva essere fatto scaturire dal decreto numero 5 del CLNAI, quello che condannava a morte i «membri del Governo fascista e i gerarchi del fascismo, colpevoli di ... ecc.», era implicito che quanto meno un tribunale straordinario di guerra, seguendo le altre indicazioni e norme peraltro stabilite dal CLNAI, avrebbe dovuto accertare l’identità,
la qualifica, le responsabilità ed il tipo di pena (condanna a morte o meno) del condannato.
Non è facile capire invece con quali sinistri criteri di giustizia egli abbia incluso o escluso le persone da uccidere, fatto sta che, come vedremo, iniziando con Mussolini che poteva pur essere logico, proseguì con la Petacci, la quale oltre a non essere presente nella lista che aveva in mano (ma sapendola già morta, doveva pur includerla in una pseudo sentenza di giustizia), non rientrava neppure in particolari colpe per essere fucilata, è pressoché impossibile che ne avesse dato l’ordine di morte il CVL, e scatenò una veemente reazione (almeno così si dice) da parte dei partigiani di Dongo (e forse una sceneggiata per coloro che, parimenti, sapevano che la poveretta era già stata uccisa al mattino).
Tra proteste e resistenze varie, il colonnello Valerio proseguì quindi ad apporre le sue sinistre crocette di morte accanto ad alcuni degli altri 30 nominativi seguendo un suo personale criterio.
Scriverà giustamente il giornalista Luciano Garibaldi: «Per esempio, tra un colonnello ed un aviere, scelse un colonnello; tra un giornalista ed un autista, scelse il giornalista; tra un professore ed un motociclista, scelse il professore. C’era una logica. Fece una sola eccezione. Dovendo per forza raggiungere il numero di 15 ‘fucilandi’ (così li chiamò prima di fucilarli) e poichè nella lista non c’era più neppure un sottotenente o un giornalista anche solo praticante, prese a casaccio un nome: Mario Nudi, un poveraccio impiegato della Confederazione fascista dell’Agricoltura e distaccato alla (ma Valerio non lo sapeva) segreteria del Duce».
Arrivò così a totalizzare i fatidici 15 condannati, che tra l’altro essendoci di mezzo il soprannumero di Claretta Petacci (o anche considerando il Duce) avrebbe potuto ridurre di una o due unità, risparmiando magari Calistri che si era trovato nel gruppo per un passaggio e/o Nudi che non era certamente da giustiziare, ma non fregandogliene niente pensava che Mussolini e Claretta, morti altrove, non facessero parte del gruppo.
Lui sa solo che dovrà fucilare i prescritti 15 e poi recarsi a Giulino di Mezzegra per recitare la sceneggiata ed aggiungere, a latere, il Capo di questi «malfattori» (più Claretta che però come donna è gia abnorme averla ammazzata e non può certo contarla nel mucchio).
Sorvola così sul cadavere imprevisto della Petacci che gli guasta il numero perfetto, ma qualcuno (un commerciante di legnami di Dongo, fotografo dilettante certo Luca Schenini) gli sussurra, e se lo porterà per sempre nella coscienza, che tra i prigionieri c’è anche il figlio di Mussolini, Vittorio, che invece è Marcello Petacci sotto le mentite spoglie di un diplomatico spagnolo.

Vorrebbe mandarlo a far fucilare subito da Bill Urbano Lazzaro, ma il Lazzaro preso dai dubbi sulla identità di costui lo riporterà indietro.
Ma quando i condannati saranno portati davanti al parapetto del lago sul luogo d’esecuzione, vi verrà condotto anche il Petacci.
Valerio aggiungerà quindi anche quest’altro poveraccio, traffichino ed intrigante, ma certamente non condannabile a morte il quale, per la reazione dei condannati che non lo volevano a morire tra loro, sarà mezzo linciato dalla folla e ucciso dai partigiani durante il suo disperato tentativo di fuga a nuoto nel lago e sotto gli occhi dei figli piccoli rimasti alla finestra in albergo.
Essendo il Petacci un fuori numero, Valerio non lo avrebbe voluto neppure ripescare e caricare sul camion con i cadaveri da scaricare a piazzale Loreto, ma sarà costretto a portarselo via per l’insistenza non si sa bene se di Michele Moretti (più probabile) o del Pier Bellini Pedro.
E’ così che i due fratelli Petacci, ai fini della storica vendetta, risulteranno due imbarazzanti ingombri, ai quali si aggiungeranno 5 ministri (Pavolini, Liverani, Romano, Mezzasoma e Zerbino), 1 sottosegretario (Barracu), 2 cosiddetti gerarchi del PFR (Porta e Utimpergher), 2 tra segretari e addetti a Mussolini (Gatti e Casalinuovo) e 5 sventurati (Bombacci, Calistri, Coppola, Daquanno, Nudi), più Mussolini ammazzato come un cane.
Comunque sia, tutta la sua precedente sceneggiata di fronte al comando della 52a brigata, in cui sembra che, oltre a Guido il Lampredi, c’erano Neri il Canali, Pietro il Moretti, e Bill il Lazzaro, in cui Valerio esordì con il famoso «sono venuto a fucilare Mussolini ed i gerarchi», dimostra:
primo: che doveva assolutamente racimolare un certo numero di fucilandi (termine con il quale li aveva chiamati Valerio) a prescindere dalle loro responsabilità, altrimenti non si spiega la sua ottusità nel selezionarli nè, per la maggior parte di costoro, nel voler rabbiosamente ignorare la mancanza di imputazioni gravi per condannarli a morte;
secondo: che sapeva benissimo che a quell’ora la Petacci e Mussolini erano già morti
(è probabile che anche Pedro sapeva che Mussolini era morto o doveva essere ucciso al mattino, mentre forse non sapeva che anche Claretta era morta).

L’esperienza ci dice di non credere troppo alle testimonianze e ale rievocazioni del Lazzaro, per non parlare di quelle del suo compagno Pier Bellini Pedro, le cui storie sono spesso romanzate ed edulcorate, ed inattendibili quando si parla del momento dell’arresto del Duce oppure della sparizione dei documenti sequestrati per i quali i nostri ebbero una loro losca parte.
Qui però l’argomento esula da faccende in cui il Lazzaro venne poi chiamato a vantarsi o a rispondere per cui, tolta qualche coloritura ed una certa tendenza a dipingere i Garibaldini della 52a come impavidi, buoni e immacolati guerriglieri crediamo, soprattutto per altri riscontri similari, che il testo sia attendibile.
Eccolo: «Pedro si rivolse a Valerio e gli disse […] che all’esecuzione non un solo garibaldino della 52a avrebbe preso parte [ed invece alcuni, sembra 5, vi presero parte! Ndr]. Valerio ascoltava attentamente Pedro e il suo volto veniva, man mano che Pedro parlava, assumendo un espressione contrariata e adirata. ‘Va bene!’rispose con ira. ‘Guardiamo ora questo elenco dei prigionieri!’ Lesse forte ‘Benito Mussolini’, aggiunse subito, ‘a morte!’, e tracciò una croce accanto al nome di Mussolini. Pedro e Guido tacevano. C’era nell’ufficio un senso di soffocamento, come se l’aria fosse diventata irrespirabile. Valerio continuò: ‘Claretta Petacci: a morte!’. Ma nell’elenco dei 31 prigionieri datomi la sera prima da Pietro e che io restituii a Pedro quando egli tornò da solo a Dongo la mattina del 28 aprile, il nome della Petacci non c’era. Mussolini era il 30° della lista». Se è accettabile che Valerio abbia letto per primo il nome di Mussolini, segnando una crocetta accanto a quel nome, non altrettanto poteva fare con il nome di Claretta Petacci, perché non compariva in quell’elenco (è evidente che lo segnalò perchè essendo stata già uccisa andava giustificata in qualche modo questa odiosa uccisione; ndr). A quel punto Pedro si sentì di intervenire e lo fece con prontezza e decisione: ‘Valerio’ disse ‘non trovo giusto che tu condanni a morte una donna pel solo fatto che è stata l’amante del Duce!’. Valerio lo guardò con disprezzo e con ira ‘Io solo’ esclamò «decido chi deve e chi non deve essere fucilato! Barracu: a morte!». Altra croce.

«‘Ma Barracu è un soldato, una medaglia d’oro del 1915, non lo puoi fucilare. E poi non mi risulta che abbia fatto del male!’ Scattò Pedro. ‘Era sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri della Repubblica e questo basta per cancellare il più puro e valoroso passato!’, rispose Valerio. ‘Liverani, a morte! Coppola, a morte! Utimpergher, a morte! Daquanno, a morte! Capitano Calistri, a morte! Mario Nudi...’. ‘Un momento’ intervenne Pedro, ‘ti faccio notare che il capitano Calistri non è stato da noi catturato sulla colonna o sull’autoblinda, ma si è presentato spontaneamente a noi chiedendo lui stesso che fosse esaminata attentamente la sua posizione. E poi non faceva parte del Governo di Salò!’.
‘Era sulla colonna e questo basta’, rispose bruscamente ‘Valerio’. ‘Pedro’ a quelle parole s’alzò in piedi adirato ed esplose: ‘Ma allora fucila anche gli autisti, le donne, i bambini, le mogli dei ministri, pel solo fatto che erano nella colonna. E’ inconcepibile tutto questo!’.
Mai ‘Pedro’ aveva perso il controllo di sè, ma di fronte alle assurdità di ‘Valerio’ non seppe trattenersi. ‘Valerio’, alle parole veementi di ‘Pedro’, s’alzò lui pure in piedi pallido d’ira e, picchiando un pugno sul tavolo urlò: ‘Ti ripeto che solo io decido qui’! ‘E basta con queste intromissioni e osservazioni! Non voglio più sentire una parola: compreso?’. Pedro lo guadava con aria di commiserazione domandandosi come il Comando generale avesse potuto affidare un così importante e delicatissimo incarico a un simile individuo.
[...]
‘Mario Nudi: a morte!’, proseguiva intanto ‘Valerio’. ‘Pavolini: a morte! Mezzasoma: a morte! Paolo Porta: a morte!’. E accanto a ogni nome tracciava una croce con una matita nera. La voce di ‘Valerio’ era ringhiosa e aveva un leggero timbro di soddisfazione: sembrava invaso dalla mania di giustizia. A ‘Pedro’ sembrava di vivere le giornate del terrore della Rivoluzione Francese. E non si dava pace. Ma capiva che non poteva fare nulla.
‘Valerio’ disse a un tratto: ‘Questi sono tutti da fucilare: radunali tutti e preparati a consegnarmeli immediatamente!
[...] Sbrigati prima possibile. Poi andremo insieme a prendere Mussolini e la Petacci’».

Il gran finale

Come si vede qui in foto i condannati vennero rabbiosamente messi davanti al muretto del lungolago, negandogli rabbiosamente una fucilazione frontale che, colmo delle incongruenze e idiozie profuse dalla versione ufficiale, sarà invece concessa al loro Duce, e quindi il plotone di fucilatori, formato dai partigiani del plotone dell’Oltrepò venuti con Valerio e integrati da 5 partigiani della 52° Brigata Garibaldi, comandato da Alfredo Mordini «Riccardo», procedette all’esecuzione.

fucilazione.jpg

Alle 17,48 circa, la scarica mortale raggiunse i 15 giustiziati ai quali poco dopo si aggiungerà Marcello Petacci massacrato sul posto dalla folla.
Alcune testimonianze ed in particolare quella del giornalista G. Pellegrini e del partigiano donghese Osvaldo Gobetti, ci hanno lasciato il ricordo della fucilazione: «Fanno tutti insieme il saluto romano e per tre volte gridano: ‘Viva l’Italia!, viva il Duce’».
Valerio, irosamente, dalla piazza risponde: «Quale Italia?» - «La nostra, Italia», ribattono i morituri che aggiungono, ‘non la vostra di traditori’».
Alcuni dicono che Bombacci abbia gridato: «Viva Mussolini, viva il socialismo»; fermo e dignitoso l’atteggiamento di Pavolini, benchè ferito, che griderà: «Viva l’Italia! Viva il Fascismo!».
Altri sommari ricordi attestano frasi più o meno simili.
Uno spezzone di film, di questa esecuzione, già sequestrato sul posto, fu anni dopo reso pubblico, ma mostrava gli evidenti tagli al fine di evitare ogni possibile riconoscimento dei partigiani dell’Oltrepò su quei momenti.
Da Dongo si telefonerà al direttore de L’Ordine di Como, don Peppino Brusadelli e gli si riferirà: «Sono morti tutti in maniera superba ed in particolare Pavolini e Mezzasoma».
Scriverà A. Zanella, nel suo «L’ora di Dongo» Rusconi, 1993, che intorno alle 18, ci fu la ignobile tecnica del caricamento dei cadaveri, descritta dal capitano David Barbieri:
«Poi quando li hanno caricati tutti ci stendono sopra un telone e ci si siedono sopra. Ci sono atti di sciacallaggio: a Barracu viene presa la medaglia d’oro, a Daquanno l’orologio».
Questi particolari però, molti anni dopo, vennero poi smentiti da un paio di risentiti, partigiani dell’Oltrepò.
Alle 19 circa, al bivio di Azzano, vennero caricati sul camion sopraggiunto da Dongo
i cadaveri di Mussolini e di Claretta Petacci raccolti poco prima dal cancello di Villa Belmonte dove alle 16,10 erano stati portati per la sceneggiata della seconda finta fucilazione. Fu così che Valerio portò il suo macabro «bottino» a Milano scaricandolo in Piazzale Loreto, mettendo fine a quel maledetto sabato 28 aprile 1945.

Professor Maurizio Barozzi

 

Fonte:http://firewolfdossier.blogspot.it/2008/05/morte-di-mussolini-lincredibile.html