MORTE MUSSOLINI: IL "VERBALE" AUTOPTICO DEL DOTT. COVA VILLORESI

Nel 1994 venne presentato un importante documento, impropriamente chiamato «verbale» e consegnato in quell’anno al Museo del Risorgimento di Milano da un medico, il dottor Pier Luigi Cova Villoresi, un anatomopatologo già assistente radiologo dell’Istituto dei tumori di Milano, che affermava di aver presenziato (anni dopo dirà anche di avervi operato) alla autopsia della salma di Mussolini.
Si disse anche che questa relazione completava il noto verbale autoptico del professor M. C. Cattabeni stilato il 30 aprile del 1945.
Vale la pena di dare uno sguardo a questo documento e trarne le dovute considerazioni, perchè il modo espositivo e «colorito» con il quale questo medico milanese intese riassumere la necroscopia sul cadavere di Mussolini, senza per altro portare contribuiti apprezzabili per colmare le carenze pur presenti nel verbale di Cattabeni, può costituire un elemento alquanto fuorviante per chi vuole cercare di capire come si sono verificate le modalità di quella morte.
Per i riferimenti in merito, consultare: Archivio del Civico Museo del Risorgimento e di Storia contemporanea, Milano, documento numero 49.883, Milano, 30 aprile 1945 «Autopsia di Benito Mussolini eseguita dal dottor Pierluigi Cova».
Ed ancora: Il Corriere della Sera, 24 settembre 1994. «Cova, Un medico nell’anno primo della liberazione. Quella divisa grigio-verde sporca di sangue».
Ampi stralci si trovano anche nei libri di F. Bernini: «Così uccidemmo il Duce», Edizioni C.D.L., 1998; e soprattutto in «Sul selciato di Piazzale Loreto», Grafica MA.RO Editrice, 2001.
In effetti, più che di un «verbale» autoptico si trattava di un ampia «relazione» tanatologica riportata a mano su 22 fogli di una sola facciata l’uno, su carta intestata d’epoca, dell’Istituto Nazionale Vittorio Emanuele III.
In calce al documento il Cova si firma: «Dottor Pierluigi Cova fu Felice, nato a Milano il 4 maggio1911, assistente radiologo all’Università di Milano, all’Istituto del cancro».
Le note di cronaca, i particolari riferiti e soprattutto il carattere stringato di come vennero definite le ferite mortali del Duce (in modo da non consentire troppe illazioni), fecero accogliere questo documento dalla letteratura resistenziale con grande entusiasmo, tanto da considerarlo addirittura più importante dello storico verbale autoptico del professor Cattabeni.
Giorgio Pisanò nel suo «Gli ultimi cinque secondi di Mussolini», Il saggiatore, 1996, ebbe a sostenere invece che, nella migliore delle ipotesi, si trattava tuttalpiù un appunto personale, senza alcun carattere di ufficialità: il Cova, infatti, disse Pisanò, non sembra risultare, dai documenti ufficiali dell’epoca, che rivestì ruoli nella necroscopia di Cattabeni, in quel periodo anch’esso assistente.
Egli asserì in seguito di esser stato richiesto, in qualità di aiuto per le operazioni autoptiche, dal Cattabeni stesso e di aver denudato i cadaveri.
Il medico, molti anni dopo, in altra occasione, ebbe anche a dire che fu proprio lui ad eseguire materialmente buona parte dell’autopsia il che desta forti perplessità perchè appare strano che il professor Cattabeni abbia voluto far mettere le mani in questa operazione ad un medico che al tempo era un radiologo dell’Istituto di Radiologia dell’Università di Milano, ovvero ad un medico diverso dall’Istituto di Medicina Legale.
Ad ogni buon conto, a nostro avviso, quel giorno in sala settoria il Cova Villoresi c’era effettivamente stato.
Dobbiamo quindi considerare questo documento con molta attenzione al fine di poter esprimere un nostro parere.
Intanto, da varie indicazioni riportate nel testo, si può dedurre che la relazione del Cova venne stilata, forse su suoi appunti presi durante la necroscopia, molte ore dopo il termine dell’autopsia, probabilmente la sera, certamente dopo l’edizione de L’Unità dello stesso mattino del 30 aprile ‘45 che riportava la prima sintetica versione sull’uccisione del Duce.
Ma questo non è neppure certo, visto che si potrebbe anche ipotizzare che il Cova potrebbe aver compilato detto verbale in un imprecisato periodo successivo, pur datandolo 30 aprile cioè il giorno della necroscopia di Cattabeni, dove un anonimo «giustiziere» dichiarava: «Da una distanza di tre passi feci partire cinque colpi contro Mussolini, che si accasciò sulle ginocchia con la testa leggermente reclinata sul petto. Poi fu la volta della Petacci. Giustizia era fatta….».
Forse questa relazione, ma è solo una nostra supposizione, doveva tornare utile per sostenere e puntellare la «storica versione ufficiale», ma poi fu ritenuto superfluo presentarla e quindi rimase nel cassetto del Cova Villoresi che la rese nota solo nel 1994 quando la versione di Valerio faceva oramai acqua da tutte le parti.

I riferimenti storici nel documento

La relazione del dottor Pierluigi Cova Villoresi, già anatomopatologo, qualificato dalle fonti resistenziali come assistente del professor Cattabeni, venne pomposamente presentata quale «perizia anatomopatologica» eseguita nel contesto delle operazioni di autopsia e come documento ben più dettagliato del verbale finora noto di Cattabeni perché comprensivo, oltretutto, di uno spaccato storico di quei momenti.
Il fatto che nel documento vi siano alcune imprecisioni, tipiche nelle cronache di quel giorno, come, per esempio, l’errata indicazione, tra le salme di piazzale Loreto, di quelle di Teruzzi e Gelormini; Mussolini che dicesi fucilato il giorno stesso della cattura attesterebbe, secondo gli storici resistenziali, della sua veridicità (per la verità è riportato però anche un diverso peso, rispetto al verbale di Cattabeni, della salma, dato a 67 kg. invece che 72).
Ma tutto il contenuto del documento Cova, che lo stesso afferma di aver depositato nel 1994 al Museo del Risorgimento di Milano, non è in uno stile asettico, professionalmente impersonale, ma è espresso con una fanatica apologia resistenziale.
La data del documento viene pomposamente riportata come «Milano, 30 aprile 1945 I° della liberazione», mentre le frasi utilizzate per descrivere i patrioti che giungevano all’Istituto di Medicina Legale, le torture da alcuni di questi subite, le insinuazioni sulla fuga di Mussolini in Svizzera, ecc., danno l’impressione di attestare, più che un documento di ordine medico,
un compendio coreografico e di illazioni calunniose contro il Duce.
A questo proposito merita spendere qualche parola in più il presunto ritrovamento di un foglietto che lo stesso Cova asserisce di aver trovato nei pantaloni del Duce e di aver poi consegnato al misterioso generale medico partigiano (in seguito volatilizzatosi nel nulla) ed i cui falsi nomi spagnoli ivi riportati, a insinuazione veramente superficiale dell’autore, indicherebbero Mussolini e la Petacci in procinto, sotto falso nome, di fuggire in Spagna, ecc.
I due nomi in spagnolo scatenarono ovviamente la sarabanda delle congetture atte a denigrare il Duce, ma fu una sarabanda che durò poco, perchè agli storici seri apparve subito evidente che quel foglio non poteva attestare una fuga di Mussolini.
Il documento, infatti, era un foglio di carta da lettere intestato al Consolato Spagnolo di Milano e riguardava due coniugi, tali «Isabella y Alonso».
Era posto in una busta intestata al «Fascio Repubblicano Sociale di Dongo».
Era quindi chiaro che forse qualcuno aveva tirato fuori questo foglio a Dongo o al massimo poco prima a Menaggio, ma era estremamente improbabile che a Milano o Como si sia messo il foglio in una busta così intestata.
Ma proprio questa intestazione faceva pensare ad una manipolazione avvenuta nelle traversie subite dal foglio stesso.
L’ipotesi più realistica era quindi quella che quel foglietto riguardava la Petacci e/o il fratello e la moglie e che, magari, quando la donna la notte del 27 aprile fu ricongiunta con Mussolini prigioniero, questa lo passò a Mussolini.
Ma era comunque veramente ridicolo pensare che Mussolini, con fisionomia e popolarità nota e pubblica, poteva farsi preparare e ritenere di utilizzare un documento con un falso nome spagnolo per espatriare!

Una premessa esplicativa

Prima di prendere in esame i contenuti ed il modo espositivo con cui il dottor Cova Villoresi, nella sua relazione, riportò le risultanze della necroscopia di Mussolini ed al fine di far capire perchè questa relazione può risultare alquanto fuorviante per coloro che non sono esperti nelle discipline tanatologiche e medico legali e nella dinamica e balistica delle armi da sparo, dobbiamo fare una premessa.
In genere i comuni lettori non hanno grandi conoscenze tanatologiche (tanatologia: esame del cadavere e delle sue vicende trasformative) e del resto anche delle persone professionalmente preparate, ma che non hanno sottomano o non conoscono perfettamente i rilievi che furono fatti sul cadavere di Mussolini, possono rimanere fuorviati da certe esposizioni non compiutamente esaustive, nel farsi un giudizio sulle modalità della fucilazione del Duce e della Petacci.
Per la letteratura in materia e per l’informativa all’opinione pubblica della storia della morte di Mussolini, quindi, il metodo espositivo con il quale si illustrano e si dettagliano le risultanze necroscopiche ha una grande importanza.
Elidere in parte, sintetizzare al massimo e non illustrare dettagliatamente certi particolari di quella autopsia, può risultare fuorviante.
Il metodo riassuntivo, infatti, pur non costituendo un falso, può confondere le idee a tutto vantaggio proprio di quella «versione di Valerio» che posta sotto un attento esame, in base alle sia pur carenti risultanze autoptiche della necroscopia di Cattabeni, magari integrate da qualche riscontro fotografico, desta molto più di una perplessità.
Alcune descrizioni dell’autopsia, infatti, e quella del dottor Cova è una di queste, spesso non sono chiare nello specificare bene il fatto che sono presenti colpi o ferite pre-mortali letali, e anche non letali, ma comunque sempre inferti ad un soggetto in vita e che vanno quindi ben distinti dai colpi post-mortali cioè quelli sparati su di un cadavere.
Altre volte si parla invece solo di colpi letali, lasciando intendere, pur senza dirlo, che sono gli unici colpi premortali.
Qualche volta poi si genera anche confusione tra «foro» e «colpo», visto che un singolo colpo potrebbe anche causare più di un foro.
E così via.
In particolare alcuni autori di parte resistenziale, nel tentativo di avallare la «versione di Valerio», a volte liquidano la dinamica della morte di Mussolini con affermazioni di questo tipo: «Mussolini fu ucciso da sette (spesso si dice anche quattro o cinque colpi), di cui uno ha tranciato l’aorta, come infatti ha poi accertato l’autopsia eseguita dal professor Cattabeni», ecc., ecc.
In ogni caso, a chi legge un resoconto, nella speranza di trovarvi elementi utili ad un accertamento delle modalità di quella morte, per risalire poi al numero ed al volto degli eventuali esecutori, di certo importa sapere che Mussolini mori per 7, per 5 o per un solo colpo, ma più ancora vuole sapere quanti colpi raggiunsero il Duce in vita e dove lo colpirono e possibilmente con quali armi vennero sparati, quali traiettorie ebbero, se la morte fu istantanea, ecc.
Ma specificare questi altri elementi significa, già di per se stesso, porre un grosso punto interrogativo proprio sulla «versione» raccontata da Valerio o comunque arrampicarsi in successive spiegazioni che non spiegano niente.
Meglio il tagliar corto!
A beneficio quindi di una esposizione più chiara riassumiamo brevemente alcuni particolari dedotti dal verbale autoptico del professor Cattabeni e dallo studio delle foto del cadavere di Mussolini.

Dinamiche di sparo, armi traiettorie e calibri nella morte di Mussolini

Tutte le traiettorie degli 8 o 9 colpi che attinsero il Duce hanno una distribuzione da un lato all’altro del corpo e vanno dal fianco (il colpo più basso) per arrivare fin sotto il mento (quello più alto).
Per il calibro si suppone, ma si suppone solo, che i colpi di mitra siano di un 7,65 L., mentre quelli a colpo singolo siano di calibro 9.
Ma ovviamente nessuno ha potuto misurare le pallottole o le ferite sul cadavere del Duce ed il solo riscontro fotografico che sembra mostrare fori più grandi sull’emisoma destro è alquanto relativo. Questa presunta difformità dimensionale, unita alla distribuzione dispersiva, alle angolazioni dei colpi e alla rosa sulla spalla sinistra fanno ipotizzare, con una certa fondatezza, l’uso di due armi diverse, mitra appunto e automatica a colpi singoli, ma nessuno può escludere con certezza assoluta una sventagliata di una sola arma in movimento, in due tempi e da sinistra a destra.
Bisogna quindi rimarcare che non ci sono perizie oggettive e rilievi autoptici di tipo balistico ed osservazioni sugli indumenti e sul cadavere fatti all’atto dell’autopsia, tali da indicare con sufficiente certezza calibro, traiettorie, esatta inclinazione, distanza di sparo, ecc., ma più che altro studi e congetture fatte a posteriori sulle indicazioni del verbale autoptico e sulla osservazione delle ferite e del vestiario solo attraverso foto e filmati.
Ne consegue quindi che non è possibile - e ripetiamo il non è possibile - dare certezze assolute, anche se, con cautela, possono avanzarsi ipotesi abbastanza reali e concrete.
Questa precarietà e insufficienza di riscontri oggettivi, quindi, autorizza a sostenere o ad avanzare più di una dinamica di sparo.
Omettendo tanti altri piccoli particolari e sottigliezze le deduzioni, sia pure ipotetiche, più pertinenti e realistiche sono:
- dalla distribuzione dei colpi, sui due lati del corpo e certe loro inclinazioni, sembrerebbe che gli sparatori fossero due e possibilmente con due armi diverse mitra e automatica a colpo singolo.
Le ferite al fianco e forse al braccio farebbero anche pensare ad un ferimento di poco precedente la morte;
- un altra convergenza di pareri si ha anche nell’osservazione fotografica delle ferite, alcune delle quali sembrano mostrare una conformazione ovale (non c’è però lo stesso metro di giudizio su tutte le ferite) e fanno presumere corpi in movimento, inclinazioni varie e traiettorie oblique.
Nonostante l’assenza di dati precisi, quindi, si tende a teorizzare, sempre con estrema cautela, varie dinamiche di esecuzione, con possibili cadute, torsioni e scarti improvvisi dei fucilati e fucilatori e magari un ferimento (braccio? fianco?) durante una precedente fase concitata di lotta, ecc;
- da un paio di aloni di affumicatura (riscontrabili nelle foto, ma sui quali occorre una certa cautela per via di possibili effetti ottici di una pellicola pancromatica) e dalla rosa non troppo dispersiva sulla spalla sinistra, si presume che la distanza di sparo fosse molto ravvicinata (poco superiore al mezzo metro e in qualche caso anche meno).

Il colpo al braccio e quello al fianco

Alcuni studi sull’autopsia di Cattabeni, ipotizzano che il colpo all’avambraccio destro, premortale e non letale, con fori di entrata e di uscita (dopo una breve traiettoria quasi tangenziale e non trapassante da parte a parte), potrebbe poi essere penetrato nel torace per un tentativo di schermo con la mano (gesto però psicologicamente molto improbabile in una fucilazione), oppure nel fianco (ipotizzando un momento di lotta).
Si ipotizza anche che il braccio forse fu attinto nel momento in cui il Duce si aprì il bavero del cappotto pronunciando il famoso «mirate al cuore!» come scrisse Aldo Lampredi nella sua relazione, se questo particolare non ponesse seri dubbi nella sua autenticità se non altro per il fatto che non sembra proprio che Mussolini venne fucilato con indosso quello strano giaccone che, visibile sul suo cadavere a Piazzale Loreto, risultava privo di fori o strappi esiti di una fucilazione.
Un’altra interpretazione, dopo attento studio dell’autopsia, ha preso in considerazione il fatto che la balistica di questo colpo all’avambraccio destro, possa essere al contrario: ovvero si ipotizza il fatto che il Duce avesse la mano destra legata dietro e quindi il colpo al fianco, fuoriuscito dal gluteo, ha attinto ed è uscito anche dal braccio.
Una ipotesi quest’ultima che però appare un pò forzata.
In ogni caso l’alone di sparo sul braccio potrebbe indicare una distanza di sparo ravvicinatissima.
Il foro al braccio, ed uno di quelli al torace o al fianco, come detto, potrebbero quindi far parte di un solo colpo, riducendo il totale (nove) dei colpi premortali (letali o meno che siano) ad otto.
Il colpo al fianco destro, uscito in corrispondenza del gluteo è obliquamente diretto dall’avanti all’indietro e dall’alto verso il basso.
Il colpo sotto il mento: inclinazione e possibile sua non fuoriuscita.
Il colpo sotto al mento (sopraioideo), non presenta certezze per il foro di uscita alla nuca. Stranamente nel suo verbale il Cattabeni non menziona questo foro di uscita, mentre poi invece nel Resoconto su «Clinica Nuova» di agosto ‘45 afferma «a tutti i fori d’entrata del tronco corrispondevano posteriormente fori di uscita» forse dal tronco, non correttamente, il Cattabeni vi escludeva il collo?).
Questo colpo poi ha una ferita che, in foto, sembra mostrare una inclinazione del colpo dal basso verso l’alto.
A voler cavillare si potrebbe obiettare che la lassità della pelle sottomentoniera in un individuo di oltre sessant’anni, dal cadavere manipolato in vari modi, potrebbe anche falsare l’immagine fotografica della ferita.
Tuttavia, seppur con cautela, questo rilievo resta pertinente e come sappiamo le interpretazioni della letteratura resistenziale hanno asserito che certe inclinazioni dal basso verso l’alto, anche per alcuni colpi fuoriusciti dalla schiena, possono essersi verificate per via che il punto di fronte al muretto del cancello di Villa Belmonte, dove erano addossati i «fucilandi», era, al tempo, un poco più alto rispetto al piano stradale dove si trovava il fucilatore.
Spiegazione logica, ma che però andava in contrasto con il colpo al fianco che ha una inclinazione opposta (dall’alto verso il basso).

Il «verbale Cova»

E veniamo ora ad analizzare questo «verbale» del dottor Cova Villoresi.
Il medico indica, come orario del termine dell’autopsia: «le ore 8,30 essendo una magnifica giornata di sole ed essendo la giornata d’ingresso trionfale degli americani a Milano avvenuta alle 16,30».
Il fatto che indichi appena un’ora, quale periodo di durata dell’autopsia, a meno che non sia un errore di trascrizione, lascia veramente sconcertati, tanto più che pare accertata una durata della stessa, coerentemente con un tempo razionalmente necessario, che dovette aggirarsi tra le 3 e le 4 ore circa (con inizio alle ore 7,30 ore legale del 30 aprile 1945).
Stranamente il Cova, quasi a presagire (o per parare a posteriori?) future fughe di notizie, su quanto avvenne in sala settoria, dopo aver minuziosamente descritto tutti i presenti: «Il professor dottor Mario Cattabeni…, aiuto universitario alla cattedra di Medicina Legale qui a Milano che esegue l’autopsia …; il professor dottor Scolari, direttore dell’Istituto di Clinica Dermosifilopatica dell’Università di Milano; il professor D’Alessandro, libero professionista neurologo; un generale partigiano, medico, membro del CLN e incaricato ora della Direzione della Sanità Militare;
il necroforo ed io», descrive anche le persone estranee (per lo più partigiani e curiosi) che entrano nella sala anatomica, sia durante che dopo l’autopsia, come il dottor Pricolo Vittorio ed un altro necroforo, quindi un laureando in medicina accompagnato da un amico (tutti arrivati alla fine dell’autopsia).
Aggiunge poi esplicitamente: «Nessun altro individuo ha assistito all’autopsia e quindi altre descrizioni che possano esser fatte al di fuori degli individui sopra citati debbono essere considerate false. Un giornalista che tenta di introdursi nella sala anatomica viene subito fatto uscire».
E’ ovvio che viene da chiedersi il perchè, questo medico, risultando poi prolifico di descrizioni ed illazioni di carattere non medico e per altri versi carente (sia che gli spettasse o meno il farlo) per non aver riportato elementi utili sullo stato in cui si presentava il cadavere, in particolare rispetto alla subìta fucilazione, abbia invece ritenuto opportuno indicare meticolosamente le presenze in sala settoria e puntualizzare che ogni altra attestazione di presenza deve ritenersi falsa.
Questa precisazione, non richiesta, suona quanto meno strana e potrebbe far pensare che, già da allora, si paventava il timore che qualcun altro, in futuro, potesse mettere in dubbio l’esame autoptico.
In ogni caso ci si chiede dove sarebbero finiti i non menzionati americani che pur è noto assistettero all’autopsia e fecero anche delle riprese cinematografiche di cui, alcuni spezzoni riferentesi ai momenti della necroscopia appena conclusa, abbiamo potuto tutti vedere nella serie video «Combat film».
Diciamo che trattasi di una dimenticanza espositiva e andiamo avanti.
E’ alquanto strano, però, che questo assistente, così puntiglioso e prodigo nelle sue note di colore, tranne pochi accenni irrilevanti, non abbia invece inteso segnalare elementi veramente importanti sullo stato del cadavere, sul rigor mortis, rispetto alle ferite ed al vestiario, così come gli
si presentava, prima di essere preparato e spugnato (e sappiamo quanto questo sarebbe stato importante!).
Accennò appena ai pantaloni sporchi di sangue e fango e lacerati ed ai mutandoni lunghi di lana crivellati da qualche proiettile e insanguinati.

Ma le parti che più lasciano perplessi di questo documento (il Cova si presentò anche nel 1995 in televisione a commentare alcuni particolari dell’esame autoptico) sono evidentemente quelle che danno l’impressione di tendere a far coincidere la stringata versione de L’Unità del 30 aprile, che parlava di una esecuzione tramite 5 colpi, con gli esiti dell’autopsia, elidendo e sintetizzando al massimo il verbale di Cattabeni e non facendo oltretutto alcun cenno allo stato del rigor mortis!
Egli infatti, per quanto riguarda i colpi premortali, rilevati sul cadavere del Duce, tende a sintetizzare ed elidere parti del verbale di Cattabeni riportando, a nostro avviso, in modo seppur corretto, ma non organicamente espositivo, quanto segue: «Sul torace nella metà superiore, quasi sottoclaviare e più precisamente nell’ambito del piccolo pettorale quattro fori con alone emorragico, che puntano nel cavo toracico e che vengono riconosciuti come fori d’entrata che hanno il loro corrispettivo foro d’uscita sulla regione dorsale, sempre nella metà più alta (…) due fori premortali sulla faccia posteriore dell’arto superiore destro: uno d’entrata a livello del IV superiore dell’avambraccio, l’altro di uscita al IV inferiore del braccio»; e qui, ovviamente, aggiunge subito - ma guarda un po! - il sospetto di un gesto di schermo con il braccio piegato, di fronte alla fucilazione, anticipando, ma siamo sicuri della datazione di questo documento?,
l’analoga osservazione che farà Cattabeni in Clinica Nuova ad agosto ‘45.
Più avanti riporterà anche: «… Si conclude che la pallottola che attraversò il torace mediamente al polmone sinistro, al di sopra dell’ilo (che in parte risulta lacerato) abbia incontrato lacerandola l’aorta all’arco e che quindi ne sia seguito un emotorace a sinistra: la morte deve essere stata rapidissima e questa per l’unico colpo mortale dato che gli altri tre furono così suddivisi: 2 all’apice del lobo superiore sinistro del polmone; l’altro al braccio destro».
Anche qui, guarda caso, proprio in sintonia con la prima versione dell’Unità che, a differenza delle successive, non parlava del colpo di grazia (perchè il Duce rantolava, ma non era morto! dirà in seguito Valerio ndr).
Il Cova poi descriverà un non rilevante colpo postmortale al fianco: «A livello della spina iliaca anteriore superiore di destra, mediale a questa un foro d’entrata e foro d’uscita dal lato gluteo: pure questi postmortali».
Ma letto questo, si nota subito la mancanza del riscontro dell’importantissimo foro premortale al fianco, con fuoriuscita al gluteo, pur descritto da Cattabeni, che infatti aveva scritto nel suo verbale:
«Al fianco destro, poco al disopra di un livello corrispondente alla spina iliaca superiore, un foro d’entrata con ampio alone escoriativo emorragico, cui fa seguito un tramite sottocutaneo sboccante in un foro di uscita al livello della regione glutea di destra nel quadrante anterosuperiore (Cattabeni verbale 7241)».
E per i colpi premortali questo è tutto, con un resoconto che si può ben far adattare alla prima versione del misterioso e solitario uccisore di Mussolini, che proprio quel mattino del 30 aprile ‘45, come abbiamo visto, su L’Unità aveva scritto: «Da una distanza di tre passi feci partire cinque colpi contro Mussolini...».
Ma addirittura nella trasmissione RAI del ‘95, prima menzionata, il Cova, a domanda rispose: «Mussolini morì per l’unico colpo, dei quattro che lo raggiunsero, che gli tranciò l’aorta» lasciando perplessi per questo suo modo espositivo che non menzionava tutti gli altri colpi.

La rigidità cadaverica


Dal verbale autoptico di Cattabeni, è bene ricordare che il medico aveva parlato di una rigidità risolta alla mandibola e persistente agli arti, cosa questa che non sarà confermata da alcune testimonianze rese da chi aveva maneggiato precedentemente i cadaveri e dalla osservazione delle foto dei cadaveri stessi nei corridoi dell’obitorio, dove si notava una avanzata risoluzione del rigor mortis.
Anche se questi riscontri indiretti, per così dire «virtuali», non potevano essere «oggettivi» e neppure definitivi, si veniva a mettere in dubbio una morte che si diceva risalente a poco più di 39 ore prima dell’autopsia ovvero alle 16,10 del 28 aprile 1945.
Risalendo infatti, ai riscontri testimoniali e fotografici, fatti molto prima dell’autopsia, ci si trovava in presenza di un arco di tempo troppo ristretto per un completarsi della rigidità cadaverica ed un inizio avanzato della sua risoluzione, pur considerando il trattamento traumatico subito dal cadavere in piazzale Loreto, le modalità della morte ed altri elementi fisiologici.
Si poteva quindi pensare, anche se quella della rigidità cadaverica è una materia complessa e soggetta a molte eccezioni, che l’annotazione del Cattabeni non era veritiera.
Infine, altra sintetica osservazione del Cattabeni, era stata quella di aver riscontrato uno stomaco vuoto con poco liquido torbido bilioso, indice questo di un digiuno risalente a molte ore prima della morte.
Nella sua relazione il Cova, invece, significativamente elise tutto questo; non integrò, non precisò, non segnalò niente, sorvolò su tutto, ma per altri versi attestò: «In bocca mancano parecchi denti e tutti i superiori di destra» senza dare ulteriori particolari, e quindi non avendo menzionato i resti di una traumatica avulsione delle radici (ben visibile), da imputare allo scempio di piazzale Loreto, si sarebbe indotti a pensare che Mussolini portasse una protesi all’arcata superiore destra.
Inoltre segnalò il fatto che la testa del cadavere del Duce, totalmente mobile, ha una frattura traumatica della colonna cervicale.
Il Cova, en passant, racconterà che a piazzale Loreto furono scaricati colpi di rivoltella contro qualche cadavere, in particolare quello del Duce, il cui viso e cranio, prima indenni, ne vennero sfigurati.
Aggiungerà anche che vi sono numerosi fori d’uscita da proiettili nella regione nucale, tutti post mortali.
Resta il fatto, però, che un foro sulla nuca, visibile sul cadavere nelle foto prima dell’appendimento, quando il Duce al suolo ha il capo appoggiato sul petto della Petacci, difficilmente potrebbe essere stato causato a piazzale Loreto, visto la difficoltà e pericolosità di sparare ad altezza del terreno e si potrebbe configurare invece come un precedente e mistificatorio «finto colpo di grazia» su di un cadavere, sparato da chi non è al corrente che è molto facile, per un medico, stabilire se un colpo è stato attinto da vivo oppure da morto.
Il Cova ci informerà poi che l’encefalo viene conservato in formalina e di questo si prelevano dei pezzi per studio.

Le successive precisazioni di Cova Villoresi

Spostiamoci ora di molti anni in avanti dove troveremo delle drastiche affermazioni rilasciate dal Cova, in merito alle voci che insinuavano e lui lo negava che, a Cattabeni con i suoi assistenti ed al necroforo, abbia assistito all’autopsia anche il professor Alberto Mario Cavallotti, «Albero» (medico pediatra in quel momento responsabile della Polizia a Milano) e tanto meno il professor Pietro Bucalossi «Guido» che ben conosceva, sollevandoli così dal sospetto, da alcuni avanzato, che sia stato uno di loro quel «Guido» generale medico che supervisionò l’autopsia e che si dice sconsigliò di farla sulla salma della Petacci.
Un generale medico che poi risultò misterioso ed introvabile.
Peccato però, che nel caso del Cavallotti, c’è una sua testimonianza del 1983, resa al professor Guderzo, che fa sorgere il dilemma: o mente Albero, o mente il Cova (non si può parlare di svista perchè il Cova è stato categorico nell’escludere la presenza di Cavallotti).
Infatti ecco cosa disse Cavallotti al professor Guderzo, ammettendo in pratica di aver assistito all’autopsia, a meno che non parlasse in termini impersonali e generici (vogliamo essere possibilisti all’eccesso e quindi, in questo caso assolvere l’attestazione del Cova): «L’autopsia fu eseguita dal professor Cattabeni, e non trovammo traccia della famosa ulcera di cui si era tanto parlato. C’erano naturalmente le traiettorie delle pallottole».
Il Cova, oramai anziano, essendo del 1911, come detto, ebbe a ripetere alcune di queste asserzioni anche in televisione, aggiungendovi ambiguamente (e questa sua asserzione sollevò in seguito alcune proteste), la giustificazione che la mancata autopsia di Clara Petacci avvenne per il semplice fatto che: «non fu ritenuta necessaria» visto che, tra l’altro, la Petacci non rivestiva una particolare importanza storica.
Quindi, come vedesi, riviene di nuovo il sospetto che ci troviamo ancora in presenza di un tentativo di puntellare la versione ufficiale, giustificando in qualche modo anche il mancato esame necroscopico della Petacci (con tutti i risvolti che esso comportava).
A questo proposito, però e’ risibile l’affermazione che sia stata «ritenuta non necessaria» l’autopsia della Petacci, fucilata assieme al Duce e le cui risultanze erano quindi di estremo interesse per integrare l’altra autopsia perchè, bene o male, il personaggio (a differenza delle centinaia di cadaveri quel giorno purtroppo in deposito) rivestiva un certo rilievo storico ed infine era stata comunque uccisa assieme a Mussolini e con lui portata all’obitorio rientrando, tra l’altro, la sua autopsia nei doveri dei medici legali in virtù dell’allora vigente regolamento di polizia mortuaria circa le morti violente.
Solo un gravissimo motivo, riguardante la certezza che sarebbe sicuramente emerso un totalmente diverso, aspetto delle cose la poteva impedire.
Come accennato, da più parti viene asserito che l’autopsia sul cadavere del Duce ed il diniego di eseguirla su quello della Petacci, erano stati ordinati da questo misterioso comandante generale della Sanità del CVL, che viene anche indicato in firma a margine del verbale con il nome di battaglia di «Guido», il quale presenziò a tutta l’operazione.
Di questo comandante medico non si saprà più nulla!
Dietro questo nome di battaglia, tra gli altri, si celava il professor Pietro Bucalossi (che però negò decisamente di essere stato lui a firmare il documento), così come pure lo negò tale Achille De Simone, altro «Guido», sanitario delle Brigate Garibaldi, il quale ultimo lo rimandò ad un certo Italo Busetto che pur non ne sapeva niente.
Molti hanno avanzato la plausibile ipotesi che questo «Guido» possa essere stato proprio Aldo Lampredi, ma siamo sempre nel campo delle ipotesi anche se in questo caso, nonostante
il Lampredi non fosse medico, ciò possa essere possibile: infatti, questo pseudo sanitario dovendo probabilmente attendere a che non uscissero fuori particolari compromettenti per la versione ufficiale doveva pur essere molto bene al corrente di come erano andate le cose e quindi il Lampredi risponderebbe a questo requisito.
E’ di estremo interesse invece notare, come disse Franco Bandini, che pur qualcuno ordinò e firmò, non per capriccio, ma per evidente ordine ricevuto, e quindi si è dissolto nell’aria!
Perchè?
Quale grave necessità c’era per questa sparizione?
Ma tutti tacciono!

Il colpo di scena del Cova nel 2003


Ma del Cova ecco il colpo di scena finale che gli storici e giornalisti resistenziali si sono ben guardati dal commentare.
Nel dicembre del 2003, il dottor Pierluigi Cova Villoresi rese al giornalista Augusto Fontana, una straordinaria intervista, che il Fontana pubblicò nella rivista mensile da lui diretta «Italia Tricolore per la Terza Repubblica» con servizi dall’aprile 2005 a maggio 2006.
In questa intervista, infatti, il vecchio medico di sicura fede antifascista, oramai oltre i 90 anni, seppur non diede ulteriori novità sulla famosa autopsia, fece delle interessanti affermazioni, che probabilmente scaturivano da qualcosa che aveva pur sentito o dedotto.
Intanto il Cova smentì di essere lui quel fantomatico medico che in una presunta, ma mai accertata trasmissione radiofonica, si spacciò come presente all’autopsia, raccontando di aver riscontrato mutilazioni, sevizie e orribili traumi inferti a Mussolini e alla Petacci da vivi (particolari assurdi totalmente inventati) e quindi ribadì, per sua conoscenza diretta dell’autopsia, la falsità di queste voci.
Arrivando però ad una domanda dell’intervistatore, circa gli eventi correlati all’esecuzione di Mussolini, ebbe a precisare: «Li avevano rinchiusi nell’albergo vicino al posto dove poi sono stati fucilati».
«Ah quindi non nella camera da letto dei De Maria?» chiese l’intervistatore riferendosi alle note ipotesi di una uccisione dentro la stanza.
Cova: «No, no, no, fuori!... erano fuori... Lì c’è una specie di terrazzo dal lato stradale col limite in ferro tra la strada e il lago e c’è una piazzetta... «.
E sulla Petacci, parlando del cancello di Villa Belmonte ebbe a precisare: «... quel cancello lì è sbagliato, perchè dove l’hanno uccisa è sulla curva di una stradina che parte dal lago, parte dalla strada, c’è la strada che praticamente è parallela al margine del lago».
Si faccia attenzione: i cadaveri rinchiusi nell’albergo (evidentemente il Milano sulla via Albana), l’uccisione fuori di casa, ma nei pressi, di Mussolini e quella della Petacci avvenuta da un altra parte sulla curva di una stradina, tutti particolari molto simili alla testimonianza di Dorina Mazzola riportata dal Pisanò.
Ed è interessante notare che il Cova disse espressamente di non conoscere le versioni di Pisanò.
Certamente, questi da lui riferiti, non potevano essere particolari direttamente vissuti dal Medico, ma li aveva comunque sentiti e gli aveva dato un evidente credito, proprio lui che poteva, sia pure indirettamente, definirsi il massimo assertore della versione di Valerio.
Chissà se da allora gli storici resistenziali portano ancora in palmo di mano il Cova Villoresi.

Maurizio Barozzi

 

Fonte: http://firewolfdossier.blogspot.it/2008/08/morte-di-mussolini-il-verbale-autoptico.html