LE ULTIME ORE DI VITA DI MUSSOLINI

Un enigma indecifrabile o il segreto di Pulcinella?

Fallite le trattative di resa intavolate con esponenti della resistenza convocati in Arcivescovado dal Cardinale Schuster (A. Fortuna. «Incontri all’Arcivescovado», Sansoni, 1971; I. Schuster,
«Gli ultimi tempi di un regime», NED, 1995), Benito Mussolini e un coacervo di figure minori, inclusa Claretta Petacci (l’amante del Duce stregata dall’orpello che aveva il fascino rugiadoso delle italiane in carne), hanno lasciato la Prefettura di Milano, la sera di un uggioso sabato 25 aprile del 1945, per trasferirsi a Como nel palazzo prefettizio allora abitato dall’inquilino fascista, il prefetto R. Celio (A. Bertotto, «Como. L’ultima Prefettura fascista», Arte & Storia, numero 33, aprile-giugno, 2007).
Alle 4 del 26 aprile il Duce ed il suo entourage hanno abbandonato la città lariana per raggiungere prima Menaggio e poi Grandola da cui sono ridiscesi in serata per far ritorno al paese rivierasco che avevano disertato alle 10 di quello stesso mattino (F. Bandini, «Le ultime 95 ore di Mussolini», Mondadori, 1968; A. Zanella. «L’ora di Dongo», Rusconi, 1993).
Alle 6 del 27 aprile, in compagnia di una poco baldanzosa colonna di soldati della contraerea tedesca, il capo fascista si è messo in cammino per raggiungere l’alto lago e più precisamente
la Valtellina dove si voleva arroccare per consumare il disperato olocausto redentore che il segretario del Partito Fascista Repubblicano e comandante delle Brigate Nere, Alessandro Pavolini, aveva più volte iconizzato a parole (V. Podda, «Morire col sole in faccia», Ritter, 2005).

Giunta a Musso, la «Colonna Mussolini» veniva fermata da uno sparuto gruppo di partigiani mal in arnese appartenenti alla 52° Brigata Garibaldi operante sui monti della Tremezzina.
Alle 3 del pomeriggio del 27 aprile il Duce è stato arrestato sulla piazza di Dongo tra gli avieri del Furher sotto le mentite spoglie di un sottoufficiale della Luftwaffe (U. Lazzaro. «Il compagno Bill», SEI, 1989).
Il tergiversare sulla sponda occidentale del lago di Como per ben 24 ore ha permesso alle forze della resistenza di organizzarsi e di creare le premesse che hanno portato all’arresto del capo del fascismo (P. L. Bellini delle Stelle, U. Lazzaro, «Mussolini. Ultimo atto», Mondadori, 1962). L’apparentemente immotivato andirivieni su e giù per paesi situati in prossimità del confine svizzero ha indotto gli agiografi di Mussolini, e non solo, ad ipotizzare che il comportamento del leader fascista era condizionato dalla necessità di incontrare emissari del governo inglese a cui affidare importanti documenti, tra cui il fantomatico e scottante carteggio Churchill-Mussolini
(F. Andriola, «Mussolini-Churchill. Carteggio segreto», Piemme, 1996; F. Andriola. «Carteggio segreto. Churchill-Mussolini», Sugarco, 2007).

In cambio del maneggio cartaceo Mussolini avrebbe ottenuto dagli alleati le formali garanzie per una pace onorevole.
Ha scritto F. Andriola («Appuntamento sul lago», Sugarco, 1990): «Il dittatore non era un militare, era un politico di razza e come un politico si voleva comportare: utilizzare le armi della diplomazia, del compromesso e, perché no, anche quelle del… ricatto se la situazione lo richiedeva».
Continua l’Andriola: «Ipotizzare un possibile rendez-vous sul lago di Como (incentrato sullo scambio di documenti contro garanzie di un trattamento equo al tavolo della pace) porta necessariamente con sé un ulteriore corollario: passare dallo studio del Mussolini ‘oggetto’ della storia allo studio di Mussolini ‘soggetto’ di storia… Bisogna concentrarsi sugli atti compiuti da un uomo ancora padrone dei propri movimenti, libero di decidere e di seguire la propria strategia».
In realtà questa tesi, che va per la maggiore in certi ambienti che amano il nero, è un volo pindarico inzaffardato di ipocrisia, anche se d’ipocrisia epica, di cui è utopistica la finalità e fievole l’echeggio.
I fiori di queste serre retoriche sono destinati a disseccarsi ancor prima di essere cosparsi sui supposti sentieri della Storia o, per meglio dire, della sua fantasiosa parodia.
Vediamo in dettaglio per quali motivi.

L’improvvisato abbandono di Como alla volta di Menaggio è stato imposto Mussolini più che da lui voluto.
Ha affermato P. Caporilli («Crepuscolo di sangue», Edizioni Ardita, 1963): «Ricordo che Mussolini fu letteralmente bombardato dall’allarmismo che, alleato della paura, non poteva generare niente di buono in una situazione già di per se stessa drammatica. La psicosi dei partigiani che stavano calando su Como a battaglioni affiancati ingigantiva sempre più l’aspettazione di tragedia e, ad avvalorarla come ineluttabile, il questore Pozzoli venne in prefettura per mettere Mussolini dinnanzi a questo pericolo; il comandante militare della Piazza avvertì che la città, noto centro ospedaliero, non era militarmente tenibile; Celio dal canto suo, interpretando con aria apocalittica le insistenze del CLN per il trapasso dei poteri, ventilò anche la probabilità di una notte di San Bartolomeo. Balle. Tutte balle che ebbero purtroppo il loro funesto effetto su uomini i cui nervi, sottoposti all’incalzare degli eventi ad uno sforzo sovrumano, non reggevano più. Il resto venne da se».
Così chiosa di rincalzo M. Viganò («Mussolini, i gerarchi e la ‘fuga’ in Svizzera 1944-‘45», Nuova Storia Contemporanea, numero 3, 2001): «In effetti, la sosta a Como anziché prolungata diventa in poche ore momentanea. Le massime autorità, dal capo della provincia al questore, dal comandante provinciale della GNR a quello del distretto, concorrono nel rappresentare la città come luogo indifendibile perchè esposto all’attacco aereo dei nemici e all’assalto dei partigiani. E’ così il commissario federale di Como suggerisce una località di sfollamento, Menaggio, dove fermarsi ed è il locale comandante della Confinaria a consigliare Grandola quale ulteriore posto di tappa».

P. E. Castelli, vicefederale di Menaggio, ha detto: «Il trasferimento di Mussolini e dei ministri a Grandola nella giornata del 26 fu escogitato solo ed esclusivamente da me e dal Maggiore Comandante del Battaglione Confinaria dislocato a Menaggio (Maggiore Guido Fiaccarini) ad evitare eventuali disturbi o danni alla Colonna ed al paese (Menaggio), specie dagli aerei del nemico, data la necessità della sosta (in attesa del ritorno di Pavolini con il grosso) per un periodo allora non stabilito».
Il Maggiore G. Fiaccarini, comandante del II battaglione della GNR di Nobiallo, ha precisato ulteriormente: «Mentre ero a casa Castelli venni avvicinato da Nicola Bombacci che mi disse: ‘Maggiore bisogna cercare di mettere in salvo il Duce, per guadagnare tempo in attesa che si chiarisca la situazione. Risposi che una buona soluzione poteva essere quella di isolare Mussolini dal suo seguito, alloggiandolo nella caserma della Confinaria a Grandola… Protetto dai miei confinari e dagli squadristi della brigata nera locale, Mussolini avrebbe potuto attendere con una certa sicurezza gli sviluppi della situazione. Ma il Duce, in un primo momento, non fu del parere di separarsi dal suo seguito. Fu Bombacci a convincerlo, dicendo, tra l’altro, che alcuni dei suoi ministri volevano tentare di raggiungere la Svizzera. Il Duce, allora, che non voleva saperne di espatriare, decise di trasferirsi altrove per lasciare i suoi collaboratori liberi di scegliere il proprio destino’ » (A. Bertotto, «Le ultime ore del fascismo. La cattura di Mussolini», Rinascita,
14 Gennaio, 2007).

L’attendente di Mussolini, Pietro Carradori, ha affermato (Luciano Garibaldi, «Vita col Duce» , EFFEDIEFFE, 2001): «Debbo smentire alcuni storici che hannno ipotizzato un rendez-vous mancato, a Grandola, tra il Duce ed emissari di Churchill. Non era in programma alcun incontro del genere, quella mattina. Incontri con agenti britannici, Mussolini ne aveva avuti più d’uno, negli ultimi suoi mesi di vita, ma non ne ebbe in quel frangente».
Anche E. Curti, la figlia naturale del Duce presente a Grandola, ha negato il presunto appuntamento del capo del fascismo con messaggeri inglesi che avrebbero dovuto raggiungerlo, varcando il vicino confine svizzero.
Dice la gentile E. Curti (comunicazione personale; E. Curti, «Il chiodo a tre punte», Gianni Iuculano Editore, 2003): «Buffarini è uscito dall’albergo (di Grandola) e mi ha detto che il Duce era molto preoccupato perché non potevano contattare Pavolini che era a Como (dove si era radunata una rilevante compagine di fascisti in armi). Io gli ho detto che sarei andata ben volentieri a Como per avvisare il Capo delle Camicie Nere e lui mi ha procurato una bicicletta per farlo, facendomi promettere tre volte che sarei tornata indietro per riferire le decisioni del Segretario del Partito (Pavolini). Le sembra questo l’atteggiamento di un governo che aspetta degli emissari inglesi?».
L’esempio paradigmatico di Grandola (si pensi alla bicicletta, la massima preoccupazione per un Governo in crisi «intento» a trescare con gli inglesi) vale anche per le due soste cadenzate a Menaggio.

Ricorda F. Feliciani: «Siamo in 19, nella caserma di Grandola, 10 chilometri dalla frontiera svizzera, quel 26 aprile 1945: Mussolini a capotavola, Fernando Mezzasoma, ministro della Cultura Popolare della Repubblica Sociale e mio amico, altri ministri, e poi Bombacci, Daquanno direttore dell’agenzia Stefani... Militi ne sono rimasti quattro, sono le ausiliarie a preparare il pranzo. ‘Duce, entriamo in Svizzera con un colpo di mano’, insistono i ministri Liverani e Romano. Al che Mussolini risponde: ‘Non vorrei che un giorno, nell’inedia di un campo di concentramento, provassimo pentimento e disperazione per una scelta del genere. Non capite che è tutto finito? Ognuno pensi ai fatti suoi. E anch’io bisogna che pensi ai miei’ » (M. Viganò. opera citata).
Così si è espresso il Ministro A. Tarchi («Teste dure», S. E. L. C., 1967): «Appena partito Vezzalini (da Grandola) e rendendomi conto che occorreva una radicale decisione, investii Porta davanti a Mussolini, dicendogli che era inutile ingannare ancora il Duce; l’unica soluzione era affrontare la Svizzera e passare la frontiera, per finire prigionieri in un campo d’internamento. Liverani e Romano appoggiarono la mia tesi… Il Duce rispose: ‘Può essere che abbiate ragione, ma prima di tutto, Tarchi, chi è che va a vedere se la strada è libera? Come avrete notato, anche il nostro gruppo si assottiglia: il mio autista è scomparso, siamo soli, isolati, e tutto è ormai nelle mani del destino’ ». Se il Duce fosse stato in attesa di qualcuno con cui poter patteggiare una resa condizionata e non umiliante (funzionari britannici) non si sarebbe espresso in questi termini, parlando con alcuni dei suoi fidati subalterni. In realtà si era arreso ormai imbelle alle fatalità contingenti. Stando così le cose, direbbe Dante: ‘Il romagnolo spirito bizzarro in se medesimo si volgea coi denti’».

Partendo da Grandola, il Tarchi e G. Buffarini Guidi (ex Ministro degli Interni) avevano tentato invano di varcare il confine elvetico di Oria (Porlezza).
Una mossa azzardata (gli costerà l’arresto) che non avrebbero sicuramente fatto se c’erano in ballo trattative segrete con gli alleati destinate a concretizzarsi nel breve volgere di poche ore (A. Zanella, opera citata).
A Menaggio Mussolini, con mussulmana indifferenza, ha accondisceso affinchè il Generale Rodolfo Graziani ritornasse nella sede del comando della sua armata Liguria dislocato a Mandello tra Como e Lecco (Rodolfo Graziani, «Una vita per l’Italia», Mursia, 1986).
Cosa che non gli avrebbe mai concesso di fare se ci fossero state le premesse per imminenti e vantaggiose decisioni armistiziali che coinvolgevano le residue forze fasciste.
Ha asserito l’attendente del Duce, Pietro Carradori (Luciano Garibaldi, opera citata): «Dopo il tramonto venne su il Castelli e ci consigliò di ridiscendere a Menaggio perché lassù, a Grandola, non si potevano escludere, specie di notte, colpi di mano da parte dei partigiani».
Un buon motivo per fare marcia indietro e ritornare alla sede di partenza (Menaggio) dove trascorrere la notte in attesa dei bellicosi fascisti guidati da Pavolini.
Le milizie si erano radunate a Como, sede di un precampo, una tappa intermedia prima di raggiungere congiunti la agognata Valtellina, l’ultima Thule del regime littorio in cui «cercar la bella morte», combattendo «con il sole in faccia» (A. Petacco, «Il Superfascista», Mondadori, 1999).

Mussolini nei giorni dell’epilogo più che un abile statista pronto ad intavolare una proficua mercatura surrettizia dei carteggi era un uomo in balia di un destino ineluttabile.
Il modo in cui si è comportato non aveva niente di premeditato e non era l’espressione del tentativo di porre in atto un astuto piano politico che aveva architettato, con oculato tatticismo, prima di partire da Milano.
I precedenti tentativi da lui fatti per contattare i fiduciari degli inglesi in Svizzera, utilizzando il tenente delle SS F. Spoegler ed il console spagnolo F. Canthal y Giron, erano, infatti, falliti il 24 aprile del 1945 (F. Andriola, opera citata).
Anche se ciò che sto per dire non farà piacere ad alcuni, dal 25 aprile fino al giorno in cui è morto (il 28), il Duce non è stato un artefice del suo «prometeico» destino, ma un semplice segnavento esposto sia al freddo vento d’Aquilone che a quello tiepido di Ostro (A. Bertotto, «L’attonito Mussolini di Gargnano. Storia del Novecento», in corso di stampa).
Un comportamento già prospettato nel 1985 da F. Bandini («Appuntamento al lago», Il Tempo,
26, 27 Aprile) da sempre poco tenero nei confronti del capo del fascismo perché dedito al suo vetrioleggiamento caricaturale.

Anche sulla morte del capo fascista si è passati dai cupolini dei teatrini di provincia (la fucilazione davanti al cancello di villa Belmonte ad opera di W. Audisio) («In nome del poplo italiano», Edizioni Teti, 1975; P. L. Baima Bollone, «Le ultime ore di Mussolini», Mondadori, 2005) alle coturnate controscene eschilee (il Duce che muore lottando eroicamente per difendere la Petacci vittima di uno stupro) (R. Putignani, «Caccia ai vinti», Iniziative Editoriali, 2004).
In altri casi, impavidi agenti segreti inglesi avrebbero fatto la parte del leone, lasciando alle iene rosse il privilegio di divorare una preda uccisa dai giustizieri di W. Churchill (B. G. Lonati, «Quel 28 aprile: la verità», Mursia, 1994; L. Garibaldi, «La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci?», Ares, 2002).
In altri ancora, L. Longo, numero due del Partito Comunista Italiano dopo Togliatti, sarebbe stato il vindice encomiastico della Patria oppressa dalla tirannide nazifascista (F. Bandini, «Vita e morte segreta di Mussolini», Mondadori, 1987; U. Lazzaro, «Dongo. Mezzo secolo di vergogne», Mondadori, 1997; G. Pisanò, «Gli ultimi cinque secondi di Mussolini», Il Saggiatore, 2004; P. Tompkins, «Dalle carte segrete del Duce», Il Saggiatore, 2004).
A questi inaspettati accostamenti di senso, a cotanto sbalorditivo trasporto di significati e a tropi così audaci non si erano cimentati nemmeno i più tronfi dei secentisti, cioè gli autori de «La pulce» e de «Le lettere alle bestie» (E. Ardissino, «Storia della letteratura italiana. Il Seicento», Il Mulino, 2005).

In realtà non è ancora dato di sapere come effettivamente sia morto il Duce.
Una testimone oculare a lungo reticente (G. Pisanò, opera citata) ha dato una intrigante versione dei fatti che non è stata confermata da controlli incrociati, non ha cioè avuto corali e tenorili consensi.
E non mi si venga a dire che anche San Giovanni pontificava da solo nel deserto.
«Il crimine è comune, la logica è rara. E’ dunque sulla logica più che sul crimine che bisogna soffermarsi» (H. C. Doyle).

Professor Alberto Bertotto

 

Fonte:http://firewolfdossier.blogspot.it/2008/05/le-ultime-ore-di-vita-di-mussolini.html

Mussolini non aveva piani di fuga. Da un dossier dei servizi Usa nuova luce sulla fine del Duce

Benito Mussolini, il 27 aprile 1945, quando fu fermato dai partigiani a Dongo, non stava portando avanti nessun piano di fuga prestabilito. ‘’Il Duce stava improvvisando'’. A smentire un possibile progetto di espatrio in Svizzera oppure in Spagna, come anche l’estremo tentativo di dar vita al ‘’ridotto della Valtellina'’, è un rapporto dei servizi segreti americani rimasto nascosto per 64 anni. Si tratta del dossier del colonnello Valerian Lada Mocarski, ufficiale dell’Oss (antesignano della Cia), ritrovato recentemente tra le carte del grande storico del fascismo Renzo De Felice (1929-1996), depositate presso l’Archivio Centrale dello Stato a Roma.
Una sintesi del documento top-secret apparirà sul prossimo fascicolo della rivista ‘’Nuova Storia Contemporanea'’ (Le Lettere editrice), diretta dal professor Francesco Perfetti, accompagnato da un saggio di Micaela Sapio, dottore di ricerca dell’Università del Molise, che ha rinvenuto la testimonianza storica.
Al termine della sua ricerca sugli ultimi giorni di vita di Mussolini (redatta nel tardo autunno del 1945), il colonnello dell’Oss Mocarski arrivò alla conclusione che ‘’nessuna prova circa le intenzioni e i piani di Mussolini è stata raggiunta durante l’indagine e forse non esisteva alcun piano definito'’, ritenendo, anzi, ovvio che ‘’i movimenti del Duce fossero il risultato di improvvisazioni non appena le condizioni di fatto cambiavano'’.
Dalle 500 pagine del rapporto dell’Oss emerge l’estrema incertezza degli americani circa la sorte di Mussolini nel caso in cui fosse stato catturato dai partigiani. Nel maggio 1945, pochi giorni dopo l’uccisione del dittatore fascista, risultava già agli agenti segreti che erano ben poche le persone realmente a conoscenza dei fatti e che avevano preso parte o assistito alla vicenda finale del duce. Il colonnello Mocarski, vice presidente della G. Henry Schroder Banking Corporation a New York, a partire dal 1941 fu inviato come agente segreto in Italia, Medio Oriente e Francia.

Al momento della cattura di Mussolini Mocarski si trovava in Svizzera. Nel giorno di piazzale Loreto (29 aprile 1945) si trasferì nel Nord Italia, dove cominciò un lavoro di investigazione durato sei mesi: intervistò l’arcivescovo di Milano Ildefonso Schuster, che aveva promosso l’incontro del 25 aprile tra Mussolini e i rappresentanti della Resistenza, il generale Raffaele Cadorna, comandante del Corpo volontari della libertà, il leader azionista Leo Valiani, il partigiano “Pedro”, a capo del gruppo che fermò la colonna in cui si nascondeva il capo del fascismo travestito da tedesco, il prefetto di Como e tanti altri testimoni.

Gli unici che Mocarski non riuscì a intervistare furono i quattro partigiani direttamente coinvolti nell’esecuzione il pomeriggio del 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra: Giuseppe Frangi, detto “Lino”, coinvolto pochi giorni dopo in un fatale ‘’accidente'’; Luigi Canali, detto “Neri”, scomparso misteriosamente; gli altri due, Walter Audisio (”Valerio”) e Aldo Lampredi (”Guido”) si rifiutarono di collaborare. Nel rapporto all’Oss, Lada Mocarski evidenzia infatti che l’esecuzione di Mussolini era stata commessa e testimoniata da tre o massimo quattro persone.

Una di questa si imbatè’ in un fatale ‘’accidente'’ (si trattava del partigiano ‘’Lino'’); un’altra scomparve in strane circostanze, e costui era probabilmente il ben noto ‘’Neri'’; gli altri due infine si resero irreperibili e il diligente agente americano non poté intervistarli (erano il ‘’Pietro'’ e il ben noto colonnello ‘’Valerio'’).

Si osserva nel rapporto consegnato all’Oss che ‘’ad eccezione dei dieci minuti che trascorsero dal momento in cui Valerio prelevò Mussolini e la Petacci dalla casa in Bonzanigo di Mezzegra a quello in cui essi furono uccisi sulla strada fuori dal paesino, tutto il racconto può essere considerato affidabile. Per il breve periodo di tempo in esame, la dichiarazione resa da Valerio, in persona, e pubblicata sul quotidiano del Partito Comunista “L’Unità” 24 ore dopo l’esecuzione, può essere nell’insieme considerata corretta, in quanto ha ricevuto diretto o indiretto riscontro da altre testimonianze'’.

 

Fonte: http://firewolfdossier.blogspot.it/2009/02/mussolini-non-aveva-piani-di-fuga-da-un.html