LA SECONDA BATTAGLIA DIFENSIVA DEL DON

Per Seconda battaglia difensiva del Don si definisce nella storiografia italiana l'insieme dei combattimenti sostenuti dall'8ª Armata sul fronte orientale della seconda guerra mondiale dal 11 dicembre 1942 al 31 gennaio 1943[1]. La battaglia difensiva si concluse, dopo fasi drammatiche e sanguinose, con la ritirata e la disfatta dell'armata italiana con perdite elevatissime in morti e dispersi. A causa della gravità della sconfitta il comando tedesco fu costretto a ritirare i superstiti contigenti italiani che furono rimpatriati nel marzo 1943, in condizioni difficili e dopo aver perso gran parte dell'equipaggiamento e la quasi totalità degli armamenti.

Peraltro nella storiografia militare internazionale, che segue generalmente la periodizzazione adottata dalla storiografia sovietica, i combattimenti dell'8ª Armata italiana sono suddivisi nelle due fasi offensive fondamentali sferrate dall'Armata Rossa nel quadro della campagna invernale 1942-1943 nel settore meridionale del Fronte orientale che coinvolsero anche le armate tedesche del Gruppo d'armate B e del Gruppo d'armate Don e i contingenti rumeni e ungheresi:

Indice

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L'8ª Armata sul fronte del Don[modifica]

Il 9 luglio 1942 venne ufficialmente attivata l'8ª Armata italiana in Russia (ARMIR), affidata al comando del generale Italo Gariboldi. Previsto fin dal gennaio 1942, il potenziamento del CSIR, il corpo di spedizione già presente sul fronte orientale, (avversato da molti generali del Comando Supremo), corrispondeva alle esigenze di prestigio di Mussolini ed anche alle richieste precise di Hitler che, dopo il fallimento dell'operazione Barbarossa, aveva richiesto un accresciuto impegno dei contingenti degli alleati del Terzo Reich. Le forze italiane, equipaggiate ed armate con le dotazioni migliori a disposizione del Regio Esercito[3], tuttavia non vennero impegnate accanto alle formazioni mobili tedesche nella grande avanzata dell'estate 1942 verso il Volga e il Caucaso ma dovettero schierarsi sul fiume Don a protezione difensiva del fianco sinistro del Gruppo d'armate B[4].

A partire dal 31 luglio la 3ª Divisione Celere entrò in combattimento per respingere una pericolosa penetrazione sovietica a Serafimovič, e nei giorni seguenti tutta l'8ª Armata, compreso il corpo d'armata alpino di cui era stato inizialmente previsto l'impiego nel Caucaso, si schierò lungo il Don tra Pavlovsk e la confluenza del Khoper. Dal 20 agosto al 1 settembre l'ARMIR dovette combattere la cosiddetta Prima battaglia difensiva del Don che mise in evidenza la vulnerabilità delle posizioni italiane di fronte agli attacchi nemici; inoltre sorsero i primi dissidi tra i comandi italiani e tedeschi sulle capacità di combattimento dell'8ª Armata. Nonostante l'entrata in linea della 3ª Armata rumena sul fianco destro dell'ARMIR, il fronte italiano rimase molto esteso e venne quindi rafforzato, su ordine diretto di Hitler, con una serie di reparti tedeschi[5].

L'andamento disastroso per l'Asse dell'operazione Urano che provocò il crollo del fronte rumeno e l'accerchiamento della 6ª Armata tedesca a Stalingrado, ebbe conseguenze negative anche per 8ª Armata che perse gran parte dei reparti di rinforzo tedeschi (trasferiti più a sud) e quindi divenne ancor più esposta alle possibili offensive sovietiche. Schierata su 230 km di linea lungo il Don, con modeste riserve mobili a disposizione, 8ª Armata italiana venne attaccata dall'Armata Rossa a partire dall'11 dicembre 1942 nel quadro della operazione Piccolo Saturno, la seconda fase dell'offensiva generale sovietica nel settore meridionale del fronte orientale[6].

Ordine di battaglia dell'8ª Armata l'11 dicembre 1942[modifica]

Operazione Piccolo Saturno[modifica]

L'offensiva sovietica in forze ebbe inizio, dopo alcune fasi preliminari a partire dal 11 dicembre che intaccarono le linee dell'8ª Armata ed esaurirono le limitate riserve italiane, il 16 dicembre nel settore del 2° Corpo d'armata contro le divisioni "Cosseria" e "Ravenna" e in quello della Divisione "Pasubio". Le truppe italiane si batterono con onore e il primo e il secondo giorno difesero accanitamente i capisaldi e inflissero dure perdite agli attaccanti, ma a partire dalla sera del 17 dicembre, nonostante il sostegno di vari reparti anticarro tedeschi, le linee italiane iniziarono a cedere e i corpi corazzati sovietici avanzarono in profondità attaccando i centri di retrovia dell'Asse e isolando in grandi sacche le poco mobili fanterie dell'8ª Armata[8]. Per evitare un accerchiamento generale, dopo alcune fasi confuse e drammatiche, le divisioni del 2°, 29° e 35° Corpo d'armata iniziarono dal 19 dicembre la ritirata che si svolse in condizioni climatiche estreme, nella disorganizzazione e sotto il costante attacco del nemico. Dopo aver subito dure perdite a Arbuzovka, Vechne Cirskaja, Kantemirovka, Kalmikov e Certkovo, i resti dei tre corpi d'armata, divisi in due colonne raggiunsero le linee tedesche alla fine dell'anno e, non essendo più in grado di combattere dopo aver perso anche gran parte dell'equipaggiamento e delle armi pesanti, vennero ritirare nelle retrovie[9]. Le unità italiane, durante questa prima fase della battaglia, subirono 43.000 perdite definitive e si contarono 19.300 casi di congelamento[10].

Offensiva Ostrogorzk-Rossoš[modifica]

Il 12 gennaio 1943 le forze sovietiche del Fronte di Voronež diedero inizio ad una nuova offensiva sull'alto Don che coinvolse tragicamente il Corpo d'armata alpino che, dopo la disfatta di dicembre, aveva mantenuto le sue posizioni sul fiume affiancato sulla sinistra dalla debole 2ª Armata ungherese e sulla destra dal precario schieramento del 24° Panzerkorps tedesco. L'attacco sovietico, sferrato con il concorso di un numero molto elevato di unità corazzate, scardinò rapidamente le difese dell'Asse sui fianchi del corpo alpino che quindi venne aggirato. Dopo alcune controversie sulla ritirata, gli alpini iniziarono a ripiegare il 17 gennaio quando già i carri armati sovietici avevano travolto il quartier generale del 24° Panzerkorps e avevano occupato di sorpresa il quartier generale del corpo alpino a Rossoš. Ebbe quindi inizio una nuova drammatica ritirata nell'inverno russo in condizioni difficilissime. Le unità alpine, frammischiate a reparti sbandati ungheresi e ad alcuni reparti tedeschi, si aprirono la strada verso ovest con continui combattimenti che costarono pesanti perdite. Infine i resti della divisione "Tridentina" sfondarono l'ultimo sbarramento nemico a Nikolajevka il 26 gennaio e giunsero in salvo, mentre le altre due divisioni alpine e la divisione "Vicenza" furono accerchiate a Valujki il 27 gennaio e costrette alla resa[11]. Questa seconda fase della battaglia del Don costò oltre 35.000 perdite definitive e 10.000 casi di congelamento e decretò il definitivo ritiro delle residue truppe italiane dal fronte russo[10].

Perdite dell'8ª Armata nella battaglia[12][modifica]

Consistenza organica e perdite dell'8ª armata durante la Seconda battaglia difensiva del Don.
Consistenza organica all'inizio della battaglia caduti o dispersi/ perdite di materiale feriti o congelati percentuale di perdite
PERSONALE
ufficiali: 7.130
truppa: 221. 875
totale: 229.050
3.010
81.920
84.930
1.290
28.400
29.690
60%
49,7%
50%
MEZZI DI TRASPORTO
quadrupedi: 25.000
automezzi: 16.700
motomezzi: 4.470
trattori: 1.130
20.000
13.360
3.800
1.017
  80%
80%
85%
90%
ARMAMENTO
fucili mitragliatori: 2.850
mitragliatrici: 1.800
mortai: 860
pezzi d'artiglieria: 960
pezzi controcarro da 75/46: 52
pezzi controcarro da 47mm: 380
pezzi da 20mm: 225
cannoni semoventi da 47mm: 19
carri armati leggeri L6: 55
2.000
1.420
750
940
40
260
200
19
55
  70%
80%
87%
97%
77%
70%
88%
100%
100%

Conseguenze[modifica]

Il 31 gennaio 1943 venne disattivato il comando dell'8ª Armata e le residue unità italiane, ormai praticamente prive di armi, vennero ritirate dal fronte e radunate nella regione di Gomel'. Ai primi di marzo cominciarono i rimpatrii in disagevoli convogli ferroviari e con scarsi approviggionamenti, mentre ad aprile venne ritirato anche il 2° Corpo d'armata che inizialmente il comando italiano aveva previsto di riequipaggiare e mantenere sul fronte orientale[13]. L'esito disastroso per il Regio Esercito della Seconda battaglia difensiva del Don ebbe importanti ripercussioni politiche, militari e morali.

Dal punto di vista militare le perdite di uomini, le più elevate di tutte le battaglie combattute dalle truppe italiane nella seconda guerra mondiale, e di equipaggiamenti moderni, indebolì ancor di più le forze armate già impegnate in Nord Africa e con la prospettiva di doversi difendere da una invasione del territorio nazionale[14]. Dal punto di vista politico, Mussolini, allarmato dal crollo all'est e dalle possibili ripercussioni in patria, fece inutilmente pressione su Hitler, come aveva già fatto Galeazzo Ciano il 18 dicembre a Rastenburg, a favore della ricerca di un compromesso con Stalin per chiudere il fronte orientale e trasferire il centro di gravità dell'Asse nel Teatro del Mediterraneo. Il fermo rifiuto di Hitler accentuò la divaricazione tra gli obiettivi di guerra dei due dittatori e incrementò il risentimento del Duce[15].

Inoltre le circostanze della disfatta, la mancanza di "fraternità d'armi" tra le truppe alleate (anche se non mancarono episodi di ottima ed efficace collaborazione), gli atteggiamenti sprezzanti e non camerateschi di una parte delle truppe tedesche, i contrasti violenti tra i soldati durante la ritirata, oltre alla scarsa considerazione ed alle pesanti critiche all'apparato militare italiano da parte degli alti comandi tedeschi, minarono i rapporti italo-tedeschi, indebolendo ancor di più la già precaria coesione dell'Asse[16]. Paradossalmente le tragiche vicende delle battaglie sul Don trasformarono, nella memoria collettiva dei sopravvissuti, i tedeschi nei veri nemici, mentre venne ricordata l'amicizia delle popolazioni civili locali e il coraggio e la dura combattività degli avversari russi, difensori della loro terra[17].

In Italia le autorità militari e la propaganda del regime cercarono di minimizzare la portata del disastro e di limitare i contatti dei superstiti con la popolazione civile, ma si diffusero ugualmente voci sulla sorte dei soldati e sulla gravità della disfatta, provocando viva inquietudine nell'opinione pubblica e nelle famiglie all'oscuro di notizie, contribuendo anche ad indebolire la credibilità e l'autorità del regime fascista[18]. La corte invece apparentemente diede prova di scarsa capacità di apprezzare l'importanza del disastro e le dimensioni del dramma umano; nel suo diario il maresciallo Ugo Cavallero, capo di Stato maggiore generale, riportò che il Re Vittorio Emanuele, durante un incontro con lui: "manifesta particolare interesse per il fronte russo, ma ha mostrato di non sopravvalutare le perdite dell'8ª Armata[19]".

Tragica fu infine la sorte dei soldati italiani caduti prigionieri dei sovietici durante la battaglia sul Don. Dei circa 68.000 prigionieri, circa 20.000 perirono già durante le durissime marce a piedi verso i campi di detenzione per le carenze logistiche e organizzative sovietiche e per il brutale trattamento subito. Altri 27.000 morirono nei campi a causa di malattie e delle scadenti condizioni di detenzione; solo circa 21.000 fecero ritorno in patria nel periodo 1945-1947[20].

Da questi fatti alcuni scrittori italiani hanno tratto alcuni libri che descrivono la ritirata del corpo d'armata alpino; tra questi, Giulio Bedeschi con Centomila gavette di ghiaccio e Nikolajewka: c'ero anch'io, e Mario Rigoni Stern con Il sergente nella neve.

Note[modifica]

  1. ^ Scotoni 2007,  pp. 16 e 227.
  2. ^ Scotoni 2007,  pp. 220-231 e 428-443.
  3. ^ Rochat 2005,  pp. 378-383.
  4. ^ Schlemmer 2009,  pp. 120-121.
  5. ^ Schlemmer 2009,  pp. 122-123.
  6. ^ Schlemmer 2009,  pp. 124-126.
  7. ^ Scotoni 2007,  pp. 298-302.
  8. ^ Glantz 1991,  pp. 47-53.
  9. ^ Scotoni 2007,  pp. 226-331; Valori 1951,  pp. 536-650
  10. ^ a b Scotoni 2007,  p. 576.
  11. ^ Scotoni 2007,  pp. 397-554; Valori 1951,  pp. 665-736.
  12. ^ Scotoni 2007,  p. 575
  13. ^ Schlemmer 2009, pp. 153-154
  14. ^ Rochat 2005, pp. 403 e 442
  15. ^ Deakin 1990, pp. 115-138 e 243-276
  16. ^ Schlemmer 2009, pp. 141-152
  17. ^ Schlemmer 2009, pp. 152-156
  18. ^ Bocca 1997, pp. 454-456
  19. ^ Bocca 1997, p. 454.
  20. ^ Scotoni 2007, p. 574. I dati sono quelli disponibili nei documenti ufficiali di archivio sovietici. Peraltro dai dati ufficiali italiani del 1958 il numero dei soldati italiani ritornati dalla prigionia risulta molto più basso: solo 10.000 uomini.

 

Fonte: Wikipedia