La Risiera di San Sabba

La Risiera di San Sabba (in sloveno: Rižarna pri Sveti Soboti) è stata un lager nazista, situato nella città di Trieste, utilizzato per il transito, la detenzione e l'eliminazione di un gran numero di detenuti, in prevalenza prigionieri politici ed Ebrei.

Indice

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La Risiera come luogo di sterminio [modifica]

È stato uno dei tanti campi di concentramento in Italia . In esso le autorità tedesche compirono uccisioni, in un primo momento mediante gas (usando i motori diesel degli autocarri)[1][2], in seguito per fucilazione o con colpo di mazza alla nuca. Nel campo di sterminio italiano si contano una camera a gas e un forno crematorio. Questo forno venne ricavato da un essiccatoio in cui veniva asciugato il riso; all'interno di esso potevano morire 1000/1100 persone alla volta a causa dell'elevatissima temperatura interna. Qui i cadaveri bruciavano e diventavano polvere e cenere in meno di un minuto. Oggi la risiera è un vero e proprio museo. Metà del campo venne distrutto dai soldati nazifascisti (l'alleanza fra nazisti e fascisti nella Seconda guerra mondiale).

In seguito all'armistizio di Cassibile dell'8 settembre 1943, le province italiane di Udine, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Lubiana vennero sottoposte al diretto controllo del Terzo Reich con il nome di Zona di operazione dell'Adriatisches Küstenland (OZAK).

Tale zona faceva parte formalmente della Repubblica sociale italiana, ma l'amministrazione del territorio - considerato come zona d'operazione bellica - fu però affidata e sottomessa al controllo dell'Alto Commissario Friedrich Rainer, già Gauleiter della Carinzia.

Il complesso di edifici che costituivano lo stabilimento per la pilatura del riso era stato costruito nel 1913 nel rione di San Sabba (più correttamente san Saba), alla periferia della città e fu trasformato inizialmente in un campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l'8 settembre: venne denominato Stalag 339.

Successivamente, al termine dell'ottobre 1943, il complesso diviene un Polizeihaftlager (Campo di detenzione di polizia), utilizzato come centro di raccolta di detenuti in attesa di essere deportati in Germania ed in Polonia e come deposito dei beni razziati e sequestrati ai deportati ed ai condannati a morte. Nel campo venivano anche detenuti ed eliminati Sloveni, Croati, partigiani, detenuti politici ed ebrei.

Supervisore della Risiera fu l'ufficiale delle SS Odilo Globocnik, triestino di nascita, in precedenza stretto collaboratore di Reinhard Heydrich e responsabile dei campi di sterminio attivati nel Governatorato Generale, nel quadro dell'operazione Reinhard, in cui erano stati uccisi oltre 1,2 milioni di ebrei[3].

Per i cittadini incarcerati nella Risiera, intervenne in molti casi, presso le autorità germaniche, il vescovo di Trieste, monsignor Santin; in alcuni casi con una soluzione positiva (liberazione di Giani Stuparich e famiglia) ma in altri senza successo.

Luogo dove si trovava il forno crematorio

I nazisti, dopo aver utilizzato per le esecuzioni i più svariati metodi, come la morte per gassazione utilizzando automezzi appositamente attrezzati, si servirono all'inizio del 1944 dell'essiccatoio della risiera, prima di trasformarlo definitivamente in un forno crematorio[1][2].

L'impianto venne utilizzato per lo smaltimento dei cadaveri e la sua prima utilizzazione si ebbe il 4 aprile 1944 con la cremazione di una settantina di cadaveri di ostaggi fucilati il giorno precedente in località limitrofe Villa Opicina (Trieste).

Questo luogo è di assoluta importanza in quanto fu l'unico campo di deportazione dell'Europa meridionale. Il forno crematorio e la connessa ciminiera furono abbattuti con esplosivi dai nazisti in fuga nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945, nel tentativo di eliminare le prove dei loro crimini, ma sono stati descritti successivamente dai prigionieri testimoni del campo. Tra le rovine furono ritrovate ossa e ceneri umane[4]. Sul medesimo luogo, a ricordo, sorge oggi una struttura commemorativa costituita da una piastra metallica sul posto dove sorge il forno crematorio e da una stele che ricorda la presenza della ciminiera.

Riguardo alle ipotesi sui metodi di esecuzione, esse sarebbero avvenute o per gassazione attraverso automezzi appositamente attrezzati, o con un colpo di mazza alla nuca (ritrovata e custodita sino al 1977 nel museo della risiera. È stata rubata l'anno successivo, sicuramente su commissione) o per fucilazione. Nel complesso le esecuzioni sarebbero state almeno cinquemila, secondo una stima approssimativa, sebbene non si disponga di dati certi[5].

Il museo e gli edifici [modifica]

Nel campo erano presenti diversi edifici che oggi non esistono più, in seguito alla trasformazione in campo profughi per gli esuli giuliano-dalmati nel 1945 e alla seguente ristrutturazione e trasformazione in "Monumento Nazionale" . Sono visibili:

  • La "cella della morte" dove venivano rinchiusi i prigionieri portati dalle carceri o catturati in rastrellamenti e destinati ad essere uccisi e cremati nel giro di poche ore.
  • Le 17 celle in ciascuna delle quali venivano ristretti fino a sei prigionieri, riservate particolarmente agli Sloveni e Croati, ai partigiani, ai politici, agli ebrei, destinati all'esecuzione a distanza di giorni o di alcune settimane. Le due prime celle venivano usate per la tortura e la raccolta di materiale prelevato ai prigionieri e vi sono stati scoperti, fra l'altro, migliaia di documenti d'identità, sequestrati non solo ai detenuti e ai deportati, ma anche alle persone inviate al lavoro coatto.
  • L'edificio seguente di quattro piani, dove venivano rinchiusi in ampie camerate gli ebrei ed i prigionieri civili e militari destinati per lo più alla deportazione in Germania, uomini e donne di tutte le età e bambini anche di pochi mesi. Da qui finivano a Dachau, Auschwitz, Mauthausen, verso un tragico destino che solo pochi hanno potuto evitare. Nell'edificio centrale, usato come caserma, con il forno crematorio si trova l'interessante Museo.
  • La camera a gas in un sotterraneo vicino alle microcelle.
  • il Forno crematorio con vicino il museo (allora era un obitorio con accanto questo enorme forno).

Con il D.P.R. n. 510 del 15 aprile 1965, il Presidente Giuseppe Saragat dichiarò la risiera di san Sabba Monumento Nazionale, quale "unico esempio di Lager nazista in Italia".

LA RISIERA

Il grande complesso di edifici dello stabilimento per la pilatura del riso - costruito nel 1913 nel periferico rione di San Sabba - venne dapprima utilizzato dall'occupatore nazista come campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l'8 settembre 1943 (Stalag 339). Verso la fine di ottobre, esso venne strutturato come Polizeihaftlager (Campo di detenzione di polizia), destinato sia allo smistamento dei deportati in Germania e in Polonia e al deposito dei beni razziati, sia alla detenzione ed eliminazione di ostaggi, partigiani, detenuti politici ed ebrei.
Nel sottopassaggio, il primo stanzone posto alla sinistra di chi entra era chiamato "cella della morte". Qui venivano stipati i prigionieri tradotti dalle carceri o catturati in rastrellamenti e destinati ad essere uccisi e cremati nel giro di poche ore. Secondo testimonianze, spesso venivano a trovarsi assieme a cadaveri destinati alla cremazione.
Proseguendo sempre sulla sinistra, si trovano, al pianterreno dell'edificio a tre piani in cui erano sistemati i laboratori di sartoria e calzoleria, dove venivano impiegati i prigionieri, nonché camerate per gli ufficiali e i militari delle SS, le 17 micro-celle in ciascuna delle quali venivano ristretti fino a sei prigionieri: tali celle erano riservate particolarmente ai partigiani, ai politici, agli ebrei, destinati all'esecuzione a distanza di giorni, talora settimane. Le due prime celle venivano usate a fini di tortura o di raccolta di materiale prelevato ai prigionieri: vi sono stati rinvenuti, fra l'altro, migliaia di documenti d'identità, sequestrati non solo ai detenuti e ai deportati, ma anche ai lavoratori inviati al lavoro coatto (tutti i documenti, prelevati dalle truppe jugoslave che per prime entrarono nella Risiera dopo la fuga dei tedeschi, furono trasferiti a Lubiana, dove sono attualmente conservati presso l'Archivio della Repubblica di Slovenia). Le porte e le pareti di queste anticamere della morte erano ricoperte di graffiti e scritte: l'occupazione dello stabilimento da parte delle truppe alleate, la successiva trasformazione in campo di raccolta di profughi, sia italiani che stranieri, l'umidità, la polvere, l'incuria - in definitiva - degli uomini hanno in gran parte fatto sparire graffiti e scritte. Ne restano a testimonianza i diari dello studioso e collezionista Diego de Henriquez (ora conservati dal Civico Museo di guerra per la pace a lui intitolato), ove se ne trova l'accurata trascrizione; alcune pagine sono riprodotte nel percorso della mostra storica.
Nel successivo edificio a quattro piani venivano rinchiusi, in ampie camerate, gli ebrei e i prigionieri civili e militari destinati per lo più alla deportazione in Germania: uomini e donne di tutte le età e bambini anche di pochi mesi. Da qui finivano a Dachau, Auschwitz, Mauthausen, verso un tragico destino che solo pochi hanno potuto evitare.
A favore di cittadini imprigionati nella Risiera - ed in particolare dei cosiddetti "misti" (ebrei coniugati con cattolici) - intervenne direttamente presso le autorità germaniche il vescovo di Trieste, mons. Santin, in alcuni casi con successo (liberazione di Giani Stuparich e famiglia), ma in altri senza alcun esito (Pia Rimini).
Nel cortile interno, proprio di fronte alle celle, sull'area oggi contrassegnata dalla piastra metallica, c'era l'edificio destinato alle eliminazioni - la cui sagoma è ancora visibile sul fabbricato centrale - con il forno crematorio. L’impianto, al quale si accedeva scendendo una scala, era interrato. Una canale sotterraneo, il cui percorso è pure segnato dalla piastra d’acciaio, univa il forno alla ciminiera. Sull’impronta metallica della ciminiera sorge oggi una simbolica Pietà costituita da tre profilati metallici a segno della spirale di fumo che usciva dal camino.
Dopo essersi serviti, nel periodo gennaio - marzo 1944, dell’impianto del preesistente essicatoio, i nazisti lo trasformarono in forno crematorio, in grado di incenerire un numero maggiore di cadaveri, secondo il progetto dell'"esperto” Erwin Lambert, che già aveva costruito forni crematori in alcuni campi di sterminio nazisti in Polonia. Questa nuova struttura venne collaudata il 4 aprile 1944, con la cremazione di settanta cadaveri di ostaggi fucilati il giorno prima nel poligono di tiro di Opicina.
L’edificio del forno crematorio e la connessa ciminiera vennero distrutti con la dinamite dai nazisti in fuga, nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945, per eliminare le prove dei loro crimini, secondo la prassi seguita in altri campi al momento del loro abbandono. Tra le macerie furono rinvenute ossa e ceneri umane raccolte in tre sacchi di carta, di quelli usati per il cemento. Tra le macerie, fu inoltre rivenuta la mazza la cui copia, realizzata e donata da Giuseppe Novelli nel 2000, è ora esposta nel Museo (l’originale è stato purtroppo trafugato nel 1981).
Sul tipo di esecuzione in uso, le ipotesi sono diverse e probabilmente tutte fondate: gassazione in automezzi appositamente attrezzati, colpo di mazza alla nuca o fucilazione. Non sempre la mazzata uccideva subito, per cui il forno ingoiò anche persone ancora vive. Fragore di motori, latrati di cani appositamente aizzati, musiche, coprivano le grida ed i rumori delle esecuzioni.
Il fabbricato centrale, di sei piani, fungeva da caserma: camerate per i militari SS germanici, ucraini e italiani (questi ultimi impiegati in Risiera per funzioni di sorveglianza) nei piani superiori, cucine e mensa al piano inferiore, ora adattato a Museo.
L’edificio oggi adibito al culto, senza differenziazione di credo religioso, al tempo dell’occupazione serviva da autorimessa per i mezzi delle SS colà di stanza. Qui stazionavano anche i neri furgoni, con lo scarico collegato all’interno, usati probabilmente per la gassazione delle vittime.
All’esterno, a sinistra, il piccolo edificio costituiva il corpo di guardia e abitazione del comandante. A destra, nella zona attualmente sistemata a verde, esisteva un edificio a tre piani con uffici, alloggi per sottufficiali e per le donne ucraine.
Quante sono state le vittime?
Calcoli effettuati sulla scorta delle testimonianze danno una cifra tra le tre e le cinquemila persone soppresse in Risiera. Ma in numero ben maggiore sono stati i prigionieri e i "rastrellati" passati dalla Risiera e da lì smistati nei lager o al lavoro obbligatorio.
Triestini, friulani, istriani, sloveni e croati, militari, ebrei: bruciarono nella Risiera alcuni dei migliori "quadri" della Resistenza e dell’Antifascismo.

 

Fonte: http://www.retecivica.trieste.it

La Risiera di San Sabba, un falso grossolano?

DI CARLO MATTOGNO

 

INTRODUZIONE

Negli ultimi anni la storiografia sterminazionista si è arricchita, di un nuovo «campo di sterminio»: la Risiera di San Sabba. Nel Gennaio 1979 è apparsa una delle opere più importanti dedicate a tale tema: «La Risiera di San Sabba», di Ferruccio Fölkel. (1)

L'Autore intende dimostrare che la Risiera fu un «Vernichtungslager» («campo di sterminio») definizione da lui stesso, usata quattro volte (p. 18, 50, 132 e 157) ovviamente provvisto di forno crematorio e «camera a gas».

Sebbene venga presentata come frutto di «puntigliose ricerche durate oltre tre anni» (p. 2 di sopracoperta), l'opera è di un livello decisamente mediocre.

La descrizione contorta e contraddittoria di forno crematorio e «camera a gas» non occupa complessivamente più di una pagina, sommersa da una marea di disgressioni e di divagazioni che spesso rasentano il pettegolezzo e che non hanno alcuna connessione con lo «sterminio» pretesamente perpetrato, alla Risiera.

Il metodo dimostrativo del Fölkel è superficiale e dilettantesco, sia nel procedimento dimostrativo vero e proprio, arbitrario e infondato, sia nell'uso di testimonianze di seconda mano, sia infine nel riferimento alle fonti, spesso lacunoso o addirittura inesistente. Da tutta l'opera traspare [6] inoltre una crassa ignoranza in tema di storiografia sterminazionista.

Nonostante ciò, l'opera a quanto pare è stata presa sul serio. In una recensione non propriamente oculata, Giuseppe Laras, direttore della rivista La Rassegna Mensile di Israel, la presenta come segue:

«Del tragico luogo di tortura e di morte, noto come la "Risiera di San Sabba", fino a pochi anni fa se ne sapeva ben poco. La rivelazione che la "fabbrica della morte" nazista aveva svolto il suo orribile lavoro anche da noi inquietò profondamente l'opinione pubblica del nostro paese. ...
Il processo penale, tuttavia, ha lasciato troppi interrogativi insoluti e troppi problemi irrisolti. Di gettare maggior luce su tale inquietante vicenda si è incaricato Ferruccio Fölkel, di padre viennese e madre triestina, il quale, attraverso lunghe e minuziose indagini, è riuscito a ricostruire quanto avvenne a San Sabba, a Trieste e nel litorale adriatico durante gli anni crudeli dell'occupazione nazista.
Sulla scorta di testimonianze di ex prigionieri e di documenti inediti, il Fölkel ricostruisce una vicenda angosciosa di morte e di sofferenze, che tutti abbiamo il dovere di non ignorare, oltreché per un insopprimibile moto di riconoscenza e. di pietà verso la memoria delle vittime, per rafforzare in noi il disgusto e il rifiuto della dottrina nazista e di qualsiasi ideologia liberticida» (
2).


In realtà La Risiera di San Sabba, più che opera storica, e un libello pseudoscientifico, come ci accingiamo a dimostrare in questo studio.

I

LA «CAMERA A GAS»

 Riguardo alla «camera a gas» il principale strumento di «sterminio» della Risiera (p. 26) il Fölkel è sorprendentemente laconico. Ecco tutto ciò che si può apprendere al riguardo dal suo libro:

«Proprio lì era stato utilizzato un vano piuttosto ampio, chiamato convenzionalemnte "garage". Da questo garage si passava nel crematorio attraverso una porta mascherata da un vecchio mobile. La camera a gas funzionava in modo rudimentale. Come vi veniva immesso il gas venefico ? È difficile rispondere, ma i tedeschi avevano prelevato anche un grande furgone postale e avevano fatto venire dalla Germania un furgone particolare. Vi era addetto il famoso Lorenz Hackenholt, quello che a Belzec, come sottufficiale delle SS, aveva lavorato nella stessa direzione. I grossi automezzi-mobili della morte venivano chiamati a Belzec "Fondazione Hackenholt". Pare che fosse stato Hackenholt a far impiantare e a impiegare grossi tubi di scarico attraverso i quali il gas veniva immesso nel garage» (p. 26).

Osservazioni

Nel 1945 crematorio, garage e ciminiera furono distrutti [8] con l'esplosivo, per cui non esiste più traccia della «camera a gas»:

«Il forno crematorio, il famoso garage e la ciminiera, sono stati fatti saltare in aria dai tedeschi la notte fra il 29 e il 30 aprile 1945, poco prima di lasciare il campo di San Sabba» (p. 31; cfr. p. 143).

Nessuno dei testimoni citati dal Fölkel menziona la «camera a gas», ad eccezione di Paolo Sereni, che accenna fuggevolmente e per sentito dire ai «gas» (vedi al riguardo p. 21).

Il testimone Schiffner dichiara anzi esplicitamente che alla Risiera non esisteva alcuna «camera a gas»:

«Prima del forno crematorio c'era una grande stanza, nella quale venivano condotti gli ebrei. Non ho sentito spari. Per quanto mi ricordi, nella stanza in cui venivano rinchiusi gli ebrei non c'era un impianto a gas. Suppongo che gli ebrei venissero impiccati, perché si potevano sentire talvolta durante la notte le grida» (p. 29-30).

In nota il Fölkel commenta: «Questa grande stanza, come già detto, veniva chiamata "garage" e lì sembra sia stata gassata la maggior parte dei partigiani e delle loro famiglie condannati a morte» (p. 29, nota 3).

Dunque tale stanza, anche se priva di un «impianto a gas», era ugualmente una «camera a gas» in cui «sembra» che siano state effettuate delle «gasazioni» !

A pagina 33 il Fölkel riferisce la seguente testimonianza:

«Mi diceva Wachsberger che nei giorni in cui si doveva procedere agli stermini, la porta del garage rimaneva aperta per l'intero pomeriggio».

Di conseguenza la «camera a gas» della Risiera operava con la porta aperta!

L'affermazione (arbitraria e infondata) del Fölkel secondo cui la «camera a gas» si trovava nel cosiddetto «garage» è contraddetta inoltre dal testimone Paolo Sereni, il quale dichiara: «Il forno era istallato nel luogo adibito a garage» (p. 168).

Incertezza e contraddizione anche riguardo alla data in cui sarebbero iniziate le «gasazioni»:

«È invece universalmente riconosciuto che la data [9] ufficiale dell'inizio dell'attività della (o delle) camera a gas mobile, del «garage» e del crematorio risale al 4 aprile 1944 anche se fonti diverse parlano del 17 o addirittura del 21 giugno». (p. 33).

Il Fölkel asserisce che «quasi tutta la documentazione compromettente» della Risiera è stata bruciata nel crematorio il 28 aprile 1945 (p. 35), per cui tutti i documenti nazisti relativi alla Risiera sono scomparsi, e infatti egli non ne cita neppure uno. Considerato inoltre che i testimoni menzionati dal Fölkel nulla sanno della «camera a gas» della Risiera, come può egli affermare seriamente che «e invece universalmente riconosciuto» che le «gasazioni» iniziarono il 4 Aprile 1944? E come può parlare di «fonti diverse»? Da chi e su quali basi è «universalmente riconosciuto» ? E quali sono queste pretese «fonti diverse»? Mistero impenetrabile.

Un altro mistero impenetrabile è quello relativo alla tecnica di «gasazione». Come funzionava la «camera a gas»?

Esaminiamo la descrizione del Fölkel:

«La camera a gas funzionava in modo rudimentale. Come vi veniva immesso il gas venefico ? È difficile rispondere, ma (!) i tedeschi avevano prelevato anche un grande furgone postale e avevano fatto venire dalla Germania un furgone particolare» (p. 26).

Dunque il Fölkel ignora completamente la tecnica di «gasazione», ma nonostante ciò dichiara che la «camera a gas» funzionava in modo rudimentale!

Qualche riga dopo egli aggiunge:

«I grossi automezzi-mobili della morte venivano chiamati a Belzec "Fondazione Hackenholt". Pare che fosse stato Hackenholt a far impiantare e a impiegare grossi tubi di scarico attraverso i quali il gas veniva immesso nel garage» (p. 26).

Ecco inaspettatamente la risposta alla inquietante domanda cui «è difficile rispondere»: la «camera a gas» funzionava col gas di scarico dei «grossi automezzi-mobili della morte», o del «furgone postale», o del «furgone particolare», o di un normale autocarro, affermazione arbitraria e infondata non suffragata dalla minima prova.

Per quanto concerne le «camere a gas mobili», il Fölkel [10] manifesta la stessa incertezza e confusione. Egli parla una volta di «camera a gas mobile», al singolare (p. 22), un'altra volta di «autofurgoni mobili», al plurale (p. 24) e infine «della (o delle) camera a gas mobile» (p. 33).

Quante erano queste pretese «camere a gas mobili»? Altro mistero impenetrabile.

Ma quali prove ci sono che alla Risiera siano effettivamente state impiegate le «camere a gas mobili» ? Al riguardo in tutto il libro del Fölkel compare soltanto un riferimento ad una lettera del 6.4.1945 proveniente dal carcere del Coroneo che accennerebbe «all'arrivo del "famigerato autotreno a gasogeno", dove venivano fatti salire "i sorteggiati"» (p. 30).

Tale lettera è menzionata nella «prima parte del punto 6 del dispositivo della sentenza della corte di assise presieduta da Domenico Maltese» (p. 28): non è citato né il testo, né l'autore, né il destinatario. Ciò significa che il documento in questione è assolutamente irrilevante. Infatti la storiografia ufficiale nulla sa dell'impiego di «camere a gas mobili» i cosiddetti «Gaswagen» (3) a San Sabba. La «Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltungen» di Ludwigsburg, da noi interpellata in proposito, non ha alcuna conoscenza al riguardo (4) e la più importante ed autorevole opera sterminazionista degli ultimi anni, Nazionalsozialistische Massentötungen durch Giftgas, non ne fa menzione (5).

Del resto non si comprende per quale ragione il fantomatico 'autotreno (!) a gasogeno' sarebbe stato inviato alla Risiera dove pretesamente esisteva già una «camera a gas» e per di più il 6 Aprile 1945, tre settimane prima che il campo fosse evacuato!

Conclusione

Non c'è la minima prova che alla Risiera sia mai esistita una «camera a gas», di cui si ignora dove si trovasse, come funzionasse, da chi e quando sia stata costruita, quando sia entrata in funzione.

II

 IL «FORNO CREMATORIO»

 Anche riguardo al «forno crematorio» il Fölkel fornisce informazioni esigue e contraddittorie.

«Il crematorio era stato predisposto sotto il livello del terreno e, a detta dell'architetto Boico, era lungo 20 metri per 15; lo stesso architetto è convinto che ci fosse il modo di bruciare almeno cinquanta corpi alla volta» (pp. 26-27).

Esso era attiguo alla «camera a gas»:

«Da questo garage si passava nel crematorio attraverso una porta mascherata da un vecchio mobile» (p. 26).

Il testimone Gley fornisce la seguente descrizione:

«Sapevo che nella Risiera di Trieste esisteva un impianto di cremazione. Questo impianto è stato costruito da Lambert, come la maggior parte degli altri dello stesso genere nei campi di sterminio e negli istituti per l'eutanasia. Quale camino era stata adoperata una ciminiera gia esistente nella Risiera. Degli altri particolari tecnici dell'impianto ho solo una vaga idea. Ai piedi del camino c'era un forno aperto di mattoni, della grandezza di circa m. 2 X 2, che aveva una grande graticola di acciaio. Secondo una mia valutazione, di volta in volta potevano essere messe. nel forno 8-12 salme. Il forno e il camino erano aperti. Non c'era una porta di ferro. Era un impianto molto primitivo, che adempiva al suo scopo grazie all'alto camino. C'era un [14] forte risucchio. Questa ciminiera si trovava in un capannone nella parete di fronte» (p. 29).

Riguardo al crematorio, questo è tutto.

Osservazioni

Anzitutto una precisazione. L'espressione «forno crematorio» non deve trarre in inganno: l'istallazione descritta non era un forno crematorio vero e proprio, come quelli che si trovavano nei campi di concentramento tedeschi (6), ma un semplice rogo.

Le dichiarazioni dell'architetto Boico e del testimone Gley sono chiaramente contraddittorie. L'uno parla di un forno di metri 20 X 15 (= 300 metri quadrati), l'altro di un forno di metri 2 X 2 (= 4 metri quadrati)!

Il Fölkel fa risaltare ancora di più la contraddizione commentando così la dichiarazione del testimone Gley:

«In realtà il forno era posto sotto il livello del terreno era cioè interrato ed era lungo, come ha riferito anche l'architetto Boico, circa 20 metri per 15. Forse l'apertura sotterranea era grande circa m. 2 X 2» (p. 29, nota 1).

Tale commento è alquanto oscuro. Il Fölkel intende dire che il forno si trovava in un locale sotterraneo? Oppure che era costituito da una semplice fossa? Ritorneremo tra breve sulla questione.

Le testimonianze citate del Fölkel ingarbugliano ulteriormente la cosa. Come si è visto, il testimone Paolo Sereni dichiara che «il forno era istallato nel luogo adibito a garage» (p. 168), il quale, secondo il Fölkel, era invece la «camera a gas»!

Francesco Sircelj asserisce che il forno era situato in una [15] baracca:

«All'interno infatti la baracca era divisa in due parti. Nell'ambiente più grande c'era una specie di magazzino, nell'altro, al lato, dove all'esterno si ergeva l'alto camino della fabbrica, si trovava invece il fondo del crematorio» (p. 177).

Gottardo Milani fornisce una descrizione più o meno simile:

«Poi ho visto una SS dicevano che fosse un ucraino che nel reparto più piccolo del capannone, dove c'era il forno crematorio, tagliava con una mannaia i cadaveri» (p. 177).

C'era dunque un locale, in una «baracca» o in un «capannone», diviso in due parti: in quella più grande era sistemato un magazzino, in quella più piccola si trovava il forno.

La piantina della Risiera durante l'occupazione nazista presentata fuori testo del Fölkel (7) genera una confusione ancora maggiore. Dalla scala risulta che il «forno crematorio» (locale E) misurava all'incirca metri 10,5 X 9,5 ed aveva perciò una superficie di circa 99,75 metri quadrati. Siccome il locale era diviso in due parti, nella più piccola delle quali era istallato il forno, il locale di incinerazione aveva una superficie necessariamente inferiore a 50 metri quadrati. Come è possibile allora che il «forno crematorio» avesse una superficie di 300 metri quadrati?

Per quanto concerne la collocazione del forno, cioè del rogo, e assolutamente ridicolo che esso fosse stato costruito in un locale sotterraneo, senza contare che, in tale assurda eventualità, quand'anche fosse stato distrutto coll'esplosivo, sarebbero rimasti dei resti ben visibili: un locale sotterraneo di 300 metri quadrati non può sparire nel nulla. Eppure lo stato architettonico della Risiera è tale che si ignora persino dove fosse la ciminiera:

«"Oggi non sappiamo nemmeno dove esattamente sorgeva il camino" mi ha spiegato l'architetto Boico» (p. 143).

Anche una fossa di cremazione di 300 metri quadrati avrebbe lasciato nel secondo cortile della Risiera tracce [16] evidenti, che i Tedeschi non avrebbero potuto cancellare, perchè fuggirono subito dopo aver fatto saltare forno, garage e ciminiera (p. 31).

Dunque il forno non era situato né in un locale sotterraneo né in una fossa. Dov'era affora? Evidentemente in superficie. Ma collocare un forno di tal fatta, cioè un rogo, in una baracca o in un capannone accanto a un magazzino era certamente il modo migliore per far incendiare tutta la Risiera. Infatti la cremazione di un cadavere in un forno crematorio a combustione diretta richiede 100-150 kg di fascine (8). Ciò significa che per cremare cinquanta cadaveri in un forno aperto non tenendo conto della maggiore dispersione del calore sono necessari 50-75 quintali di fascine. È evidente che l'arsione di tale enorme quantità di legna in un locale così piccolo (meno di 50 metri quadrati) sarebbe stato un vero suicidio.

Bisogna inoltre notare la singolarità di questo forno, che, pur avendo una superficie di incinerazione di 300 metri quadrati, poteva cremare solo cinquanta cadaveri alla volta. Ciò significa che vi veniva collocato un cadavere ogni 6 metri quadrati! La capacità di cremazione indicata dal Boico dunque doppiamente ridicola.

Un altro, problema è quello relativo alla evacuazione del fumo. Dalla piantina precedentemente menzionata risulta che il «forno crematorio» era collegato al «camino» (la ciminiera della fabbrica) da un condotto lungo circa nove metri e mezzo. Come poteva essere evacuato il furno senza un potente impianto di tiraggio (9) ?

Conclusione

Del crematorio non si sa con certezza neppure dove [17] fosse istallato. Una cosa sola è certa: esso non poteva avere se mai è esistito le dimensioni, la capaciti di cremazione e la collocazione indicate dall'architetto Boico.

 

III

IL NUMERO DELLE VITTIME

Nella valutazione del numero delle vittime della Risiera il Fölkel distingue due periodi: il primo va dall'Ottobre 1943 al Marzo 1944, il secondo dal Marzo 1944 all'Aprile 1945:

«Molto spesso ci si chiede anche se a San Sabba avvennero esecuzioni fra l'ottobre 1943, data di insediamento del campo militare, e il febbraio-marzo 1944, quando entrarono in funzione almeno parzialmente gli strumenti di morte tradizionali dei campi di sterminio nazisti. Non ho dubbi nel dare una risposta tristemente positiva. Ma come avvenivano le esecuzioni, "prima"? E quali furono i mezzi di morte, "dopo" ? Nemmeno il giudice Serbo, in base alla deposizione di decine di testimoni, è stato in grado di dare risposte assolutamente sicure. O, meglio, le testimonianze sono diverse e molte volte contraddittorie» (p. 23).

Qualche pagina dopo, il Fölkel scrive:

«Ci si è chiesti molte volte quanti prigionieri venivano uccisi al giorno; sarebbe stato così possibile dare una cifra attendibile sul numero delle vittime della Risiera di San Sabba. La risposta, anzi, le risposte che oggi possiamo proporre sono le seguenti: non siamo in grado di dire se non con notevole approssimazione quante persone furono uccise nel periodo che va dalla fine di ottobre - 1943 al [20] febbraio-marzo del 1944, quando il forno cominciò a funzionare. Poichè il campo, all'inizio, era un campo militare, si può pensare che i primi prigionieri, combattenti della Resistenza jugoslava e italiani che non avevano voluto aderire alla RSI, giunsero alla Risiera per essere eliminati non prima del novembre 1943. Nessun testimone vivente, nessun superstite vivente per meglio dire , perché di testimoni, tedeschi e italiani, ce ne sarebbero, ci ha mai parlato di quel periodo con cognizione di causa. Tutti, dal Gionechetti al Wachsberger al Sereni (e di tutti il più preciso, il più lucido, il più informato rimane il Wachsberger), sono giunti al campo di sterminio DOPO il febbraio 1944. Probabilmente i prigionieri uccisi PRIMA, comunque sotto il comando di Wirth, devono essere alcune centinaia»(p. 32).

Ricapitoliarno. Per il periodo compreso, tra l'Ottobre 1943 e il Marzo 1944 ci sono «decine di testimoni» e in pari tempo «nessun testimone vivente, nessun superstite vivente»; queste «decine di testimoni» inesistenti hanno rilasciato testimonianze «diverse» e «molte volte contraddittorie». Sulla base di testimonianze contraddittorie di testimoni inesistenti il Fölkel dichiara di non aver dubbi riguardo al fatto che siano state effettuate esecuzioni nel periodo in questione e valuta che «probabilmente» le vittime «devono essere alcune centinaia»!

Veniamo al secondo periodo. L'argomentazione è talmente assurda che merità una citazione per esteso:

«Nonostante la testimonianza della signora Giulia Pincherle Spadaro, è probabile che il forno non venisse usato quotidianamente. Si può obiettare che si poteva gassare o uccidere i prigionieri negli altri modi descritti e poi non bruciare i loro corpi nello stesso giorno. Anche questa è un'ipotesi. È pero più probabile l'ipotesi secondo la quale la gassazione e la cremazione, o comunque l'uccisione e la cremazione dei cadaveri, avessero luogo di solito dalle due alle tre volte alla settimana. Il forno era stato attrezzato per cremare un massimo di cinquanta-sessanta cadaveri alla volta. Secondo le testimonianze degli abitanti in quella zona di San Sabba e di Servola (infatti dal versante orientale della collina di Servola si riesce a vedere il comprensorio del [21] campo), la ciminiera eruttava un furno giallognolo la sera, grosso modo dalle 21 alle 24, e di solito, nei giorni centrali della settimana. Alcuni testimoni oculari hanno detto che ciò succedeva soltanto il martedì e il giovedì. Wachsberger parla del venerdì come giornata di gran lavoro, non escludendo però le altre giornate della settimana. Mi diceva Wachsberger che nei giorni in cui si doveva procedere agli stermini, la porta del garage rimaneva aperta per l'intero pomeriggio.

Tutte queste notizie sono utili per dare una risposta al quesito che più ci interessa: quanti detenuti sono stati complessivamente bruciati nel forno del Lambert a parte altri prigionieri stranamenti "spariti" nella Risiera?

Io non accetterei riduttivamente il 21 giugno 1944 (Carlo Schiffrer) come data di inizio dell'"operazione cremazione"; sono però tentato di farlo allo scopo di rendere quanto più verosimile possibile il numero degli assassinati. Dal 21 giugno 1944 al 26-27 aprile 1945 i tedeschi hanno avuto a disposizione circa 300 giorni. Se però i giorni di utilizzo erano due o anche tre alla settimana, riduttivamente noi ricaviamo cento giorni effettivi di attiviti, con una media giornaliera di cinquanta persone trucidate e quindi circa cinquanta cadaveri da cremare. Moltiplicando la cifra di cinquanta salme per cento giornate, si raggiunge una somma di cinquemila persone assassinate» (pp. 33-34).

 Questo procedimento argomentativo è assolutamente ridicolo perché si basa da un lato sulla falsa capacità di cremazione di cinquanta cadaveri alla volta, dall'altro sull'IPOTESI che le «esecuzioni» siano avvenute regolarmente due-tre volte alla settimana per dieci mesi. ,

Tale ipotesi del resto è contraddetta dal testimone Paolo Sereni, che dichiara: «Un giorno alla settimana (non ricordo quale) era destinato alle esecuzioni e cremazioni» (p. 168). Alle «esecuzioni e cremazioni» di quante persone? Paolo Sereni non lo dice.

Per quanto concerne l'attività del forno, le testimonianze riferite dal Fölkel sono veramente straordinarie:

«Secondo le testimonianze degh abitanti in quella zona di San Sabba e di Servola (infatti dal versante orientale della [22] collina di Servola si riesce a vedere il comprensorio del Campo), la ciminiera eruttava un fumo giallognolo la sera, grosso modo dalle 21 alle 24, e di solito nei giorni centrali della settimana- (p. 33). Come hanno potuto questi «testimoni oculari» vedere un «fumo giallognolo» uscire in piena notte da una ciminiera alta «circa quaranta metri» ? (p. 9).

La valutazione del numero delle vittime della Risiera proposta dal Fölkel è dunque assolutamente infondata e arbitraria. Nonostante cio' egli dichiara:

«Se è difficilmente contestabile la cifra di 5.000 persone soppresse dai nazisti alla Risiera di San Sabba, è più difficile verificare quante persone sono transitate dal Campo di San Sabba. Gli jugoslavi sostengono di avere in proposito una serie di documenti ineccepibili. Certo si tratta soltanto in parte di documenti nazisti. Infatti gran parte dei libri-mastri dove gli uffici amministrativi di Oberhauser registravano il nome e cognome dei detenuti in transito è stata fatta sparire dai tedeschi alla fine di aprile, cosi come quasi tutta la documentazione compromettente è stata bruciata nel crematorio il 28 aprile 1945.

Eppure sembra che un TOTENBUCH, un libro dei decessi, sia finito in mano jugoslava. Bubnic^ stesso mi accennava a una cifra piuttosto alta: 25.000 persone transitate: complessivamente, in circa diciotto mesi di esistenza, il Campo di San Sabba avrebbe ospitato circa 25.000 persone. La cifra mi sembra assai alta sia in rapporto alla struttura iniziale del Campo ottobre-dicembre 1943, quando esso era essenzialmente una base di appoggio militare sia in rapporto alle capacità del Campo di contenere, sia pure in varie riprese, un numero cosi elevato di persone. Forse la cifra va ridotta di un 15-20%» (pp. 34-35).

 Dunque la cifra di 5.000 vittime, calcolata con un procedimento arbitrario quanto ridicolo, diventa un fatto «difficilmente contestabile»! Tanto più che, per ammissione del Fölkel, non esiste alcun documento nazista da cui si possa desumere il numero non diciamo delle vittime ma neppure dei detenuti passati per la Risiera.

Quanto al fantomatico «Totenbuch», esso registrerebbe i detenuti in transito ma non quelli morti, il che per un [23] «libro dei decessi» è alquanto singolare. Ma quand'anche tale «Totenbuch» esistesse realmente e da esso risultasse un totale di 25.000 persone transitate, dimostrerebbe appunto che la Risiera era un Campo di transito, non già un «Campo di sterminio».

Infatti a quale scopo sarebbero stati inviati da Trieste ad Auschwitz 22 convogli di deportati dal 9 Ottobre 1943 al 1· Novembre 1944 (p. 135) se a San Sabba esisteva un «Campo di sterminio»?

Conclusione

È impossibile accertare sia pure approssimativamente il numero delle «vittime» della Risiera. Il calcolo e la cifra presentati dal Fölkel sono assolutamente arbitrari e infondati.

IV

LE TESTIMONIANZE

Nelle «Appendici» il Fölkel riporta stralci di dichiarazioni di 19 testimoni: 1) Paolo Sereni (p. 168); 2) Pino Karis (p. 175); 3) Giuseppe Gionechetti (p. 175); 4) Branka Maric^ic^ (p. 176); 5) Francesco Sircelj (p. 176);, 6) Giovanni Millo (p. 177); 7) Gottardo Milani (p. 177); 8) Giovanni Haimi Wachsberger (p. 178); 9) Magda Rupena (p. 178); 10) Cristina Sluga (p. 179); 11) Anonimo (p. 179); 12) Albina Skabar (p. 180); 13) Giordano Basile (p. 180); 14) Dara Virag (p. 180); 15) Bruno Piazza (p. 180); 16) Antonietta Carretta (p. 18 1); 17) Ante Peloza (p. 18 1); 18) Carlo Skrinjar (p. 181); 19) Luigi Jerman (p. 182).

Nel testo dell'opera appaiono inoltre stralci delle testimonianze di: 20) Giulia Pincherle Spadaro (p. 23); 21) Nerina Levi e Nori Levi in Viviani (pp. 128-129); 22) Giuseppe Gionechetti (p. 27); 23) Haimi Wachsberger (pp. 135-146 e passim); 24) Bruno Piazza (p. 24).

L'esame delle fonti è particolarmente istruttivo. Infatti tali testimonianze non solo non sono dichiarazioni giurate, ma sono addirittura quasi tutte di seconda mano!

Ecco le fonti delle varie testimonianze:

Testimoni: Karis, Maric^ic^, Sircelj, Milani, Sluga, Peloza. Fonte: «Testimonianza raccolta da Albin Bubnic^».

Testimoni: Gionechetti, Millo, Basile, Carretta, Jerman. [26]

Fonte: «Testimonianza raccolta da Giovanni Postogna ».

Testimoni: Rupena, Skabar, Virag, Skrinjar. Fonte: «Testimonianza raccolta da Albin Bubnic^ e Ricciotti Lazzero».

Testimone Wachsberger (n. 8). Fonte: «Testimonianza raccolta da Ricciotti Lazzero».

Testimone Anonimo (n. 11). Fonte: «Testimonianza raccolta dal prof. Carlo Schiffrer di Trieste dall'interrogatorio di un amico superstite». (Carlo Schiffrer, "La Risiera", Trieste, 1961) (10).

Testimone Piazza (n. 15 e 24). Fonte: Dal libro Perché gli altri dimenticano di Bruno Piazza (Feltrinelli, Milano 1956).

Testimone Sereni. Fonte: «Dichiarazione (in carta libera per gli usi consentiti dalla legge»>. Venezia, 30 Maggio 1966.

Testimone Pincherle Spadaro. Fonte: non indicata.

Testimoni Nerina e Nori Levi. Fonte: «Si tratta di una delle testimonianze raccolte da Giuseppe Fano, zio dello scrittore Giorgio Voghera, e controfirmate dal notaio Dandri». Il Fölkel precisa che questa è una o«testimonianza indiretta» (p. 128).

Testimone Gionechetti (n. 22). Fonte: «Ci sono in proposito molte testimonianze indirette. Perciò mi sembra utile riportare alcuni passi tratti dall'opuscolo LA RISIERA pubblicato nel 1969 a cura di Schiffrer, testimonianza poi ripresa dall'Associazione nazionale famiglie caduti e dispersi in guerra Sezione provinciale di Trieste» (p. 27).

Testimone Wachsberger (n. 23). Fonte: intervista del Fölkel.

Conclusione

Nessuna dichiarazione giurata; nessuna testimonianza di prima mano tranne quella di Paolo Sereni.

Quale valore si può attribuire a testimonianze di tal fatta ?

 * * *

Come abbiamo già rilevato, nessun testimone dichiara che alla Risiera sia mai esistita una «camera a gas». Soltanto nella testimonianza di Paolo Sereni appare un fugace accenno ai «gas»:

«Il forno era istallato nel luogo adibito a garage: si diceva che a volte fossero usati i gas di scarico degli automezzi per le uccisioni, ma si sentivano frequentemente spari e quindi più verosimilmente i motori degli automezzi venivano accesi per sovrastare le grida e gli spari» (p. 168).

Si tratta evidentemente di una diceria che non ha alcun valore probativo.

 * * *

A giudizio di Fölkel, di tutti i testimoni della Risiera «il più preciso , il più lucido, il più informato rimane il Wachsberger» (p. 32). Esamineremo dunque da presso solo le dichiarazioni di questo testimone.

«(Fölkel) Ma come uccidevano, queste SS»?

«(Wachsberger) non glielo so dire. Uccidevano. Posso raccontarle soltanto quello che sentivamo dal nostro camerone: le grida disperate dei condannati a morte, le invocazioni di pietà, di misericordia. In particolare io ricordo perfettamente il rumore di un sibilo che proveniva dal garage».

«Secondo lei si trattava di gas venefico»?

«È possibile» dice Wachsberger (p. 138).

Ma a pagina 178 Wachsberger dichiara:

«Per coprire le urla. i tedeschi alzavano il volume degli apparecchi radio, accendevano i motori degli autocarri, aizzavano i cani da guardia affinché latrassero».

Ciò significa che era impossibile udire il preteso sibilo, il [28] quale, del resto, non può avere nessuna relazione con il «gas venefico».

«Le vittime venivano uccise nel garage» (p. 178).

«Mi diceva Wachsberger che nei giorni in cui si doveva procedere agli stermini, la porta del garage rimaneva aperta per l'intero pomeriggio» (p. 33).

Dunque è impossibile che il garage da cui proveniva il preteso sibilo fosse una «camera a gas».

«Accadde, per esempio, che una sera di giugno, dieci uomini erano già stati spogliati nudi (infatti, stranamente, non si sono trovate macchie sugli indumenti dei prigionieri uccisi nel garage) e nove di essi erano già stati gassati, o comunque uccisi, quando improvvisamente suona l'allarme aereo. I tedeschi perdevano letteralmente la testa quando suonava l'allarme; e la perdettero anche in quella circostanza. Ebbene, al cessato allarme, quell'uomo non venne gassato anzi fu dimenticato, e addirittura liberato» (p. 138).

Questa storia è contraddittoria e ridicola. Infatti il testimone dichiara: «Eravamo troppo vicini per non renderci conto di ciò che stava succedendo, ma non riuscimmo mai a sapere come quei disgraziati venissero uccisi» (p. 178).

Il Wachsberger ignora dunque come venissero uccise le vittime: ma allora come può parlare di «gasazione»?

Se ciò è contraddittorio, il fatto di «gasare» le vittime una per volta è decisamente ridicolo. O forse la «camera a gas» della Risiera poteva contenere solo nove persone?

La scena finale à addirittura comica: il superstite, il testimone oculare della «camera a gas», viene rimesso in libertà !

Non meno sorprendente è ciò che accadde al Wachsberger e agli altri detenuti che avevano prestato servizio alla Risiera:

«Allora Joseph Oberhauser ci accompagnò alla grande porta dalle grate sormontate da filo spinato vicino al villino dove abitava, il tremendo portone guardato sempre a vista da gente armata fino ai denti. Mi accorsi che i battenti erano aperti. A uno a uno il nazista ci dette la mano e ci augurò buona fortuna» (p. 145).

Dunque il 29 aprile 1945 Joseph Oberhauser lascia [29] liberi i «testimoni oculari» dello «sterminio» perpetrato alla Risiera stringendo, loro la mano e augurando loro buona fortuna, dopo di che, nel corso, della notte, per cancellare le tracce dei suoi crimini, si affretta a far «saltare in aria il camino, il garage, il cremiatorio»! (p. 143).

Quale attendibilità si può attribuire a un simile testimone?

V

ERRORI E FALSIFICAZIONI

 Il libro La Risiera di San Sabba rivela inoltre la grossolana ignoranza del Fölkel riguardo alla storiografia ufficiale relativa ai «campi di sterminio» nazisti.

Riferiamo anzitutto gli errori più significativi.

Treblinka viene definito «il tristernente famoso campo di sterminio del distretto di Lublino» (p. 17), il che è errato, perché tale campo si trovava nel distretto di Varsavia (11).

A pagina 99 il Fölkel scrive:

«Secondo i risultati delle commissioni d'inchiesta del governo polacco, a Treblinka persero invece la vita 731.000 persone. Contrariamente ad Auschwitz, le camere a gas erano soltanto due e funzionavano a ossido di carbonio. Furono poi costruite altre dieci carnere che funzionavano con cianuro d'idrogeno».

Anche ciò è errato. Secondo la storiografia ufficiale, il vecchio impianto di «gasazione» comprendeva tre «camere a gas», non due, mentre nel nuovo impianto non fu mai usato «cianuro di idrogeno», ma sempre ossido di carbonio (12).`

«I grossi automezzi-mobili della morte venivano chiamati a Belzec "Fondazione Hackenholt"» (p. 26).

«Come già detto, l'autotreno a gasogeno era uno dei marchingegni della Fondazione Hackenholt"» (p. 30, nota).

Il Fölkel si riferisce ai cosiddetti «Gaswagen», che però non hanno nulla a che vedere né con Belzec né con Hackenholt.

Egli confonde Belzec con Chelmno, in cui sarebbero stati usati i suddetti «Gaswagen» (13).

L'espressione «Fondazione Hackenholt» deriva dal documento PS-1553 (14) dove designa un impianto di «gasazione» fisso:

«Davanti a noi una casa come uno stabilimento balneare, a destra e a sinistra grandi vasi di cemento con gerani o altri fiori. Dopo aver salito una scaletta, a destra e a sinistra, tre e tre camere come garages, di metri 4 x 5, 1,90 d'altezza. Nella parte posteriore, non visibili, uscite di legno. Sul tetto, la stella di David in rame. Davanti all'edificio la scritta: Fondazione Heckenholt» (15)

Nel documento T-1310 appare la definizione «Heckenholt-Stiftung» (16).

Il Fölkel aggiunge che «le 'Stiftingen' (17), cioè le "fondazioni", derivavano il nome dalle "fondazioni di pubblica [33] utilita". Per esempio, in Polonia, Wirth e il suo gruppo si fregiavano del nome "Fondazione Wirth "» (p. 139, nota 1).

In realtà non è mai esistita una «Fondazione Wirth». Il Fölkel fraintende il seguente passo di Gerald Reitlinger:

«Il nome di Wirth non ricorre in alcuno dei documenti ufficiali riguardanti l'eutanasia salvatisi dalla distruzione, ma ciò dipende dal fatto che l'ultima fase dell'operazione fu sottratta a Tiergartenstrasse 4 e affidata invece a un ente fittizio, la «Gemeinnützige Stiftung für Anstaltspflege», o «fondazione di utiliti pubblica per le cure sanatoriali» È impressionante il fatto, notato da Kurt Gerstein, che, quando in Polonia erano in piena attività i campi di sterminio, Wirth e compagni si fregiavano ancora del nome di «fondazione (Stiftung)» (18).

Reitlinger si riferisce alla «Fondazione Heckenholt» del PS-1553, come risulta dal richiamo a Kurt Gerstein.

Il Fölkel, nella sua sorprendente ignoranza, sdoppia questo Kurt Gerstein in un «ingegner Gersten» (p. 96) (19) e in una fantomatica «ditta Gestein»:

«A parte gli esperimenti "medici ", ad Auschwitz fu implegato con grande successo il Ziklon-B (K.C.N.), cioè il cianuro di potassio. La ditta fornitrice era la Kurt Gestein» (p. 99).! "Firma",Ditta!BW5a)

(Fantastica! Cianuro di potassio invece di Acido cianidrico imbibito su  un supporto inerte! In aggiunta il Gerstein diventa una "ditta"! Il poverino deve aver memorizzato le 12 fatture che il Gerstein allegò al suo "rapporto"...!BW5a)

Kurt Gerstein era un SS-Obersturmführer pretesamente antinazista che nell'Agosto 1942 avrebbe assistito ad una «gasazione» nel «campo di sterminio» di Belzec. Di tale pretesa esperienza egli ha lasciato otto relazioni pullulanti di contraddizioni interne ed esterne, assurdità, falsificazioni storiche ed errori che rendono la «testimonianza oculare» di questo personaggio assolutamente inattendibile, come abbiamo dimostrato nella nostra opera Il rapporto Gerstein. Anatomia di un falso. (20)

Kurt Gerstein ricopriva la carica di capo del servizio [34] tecnico di disinfezione presso l'SS-Führungshauptamt, Amtsgruppe D, Sanitätswesen der Waffen-SS, e in tale qualità nel 1944 ordinò alla ditta DEGESCH (21) 2.370 Kg di Zyklon-B a fine di disinfezione per i campi di concentramento di Oranienburg (1.185 kg) e di Auschwitz (1.185 kg).

Egli allegò al summenzionato rapporto del 26 Aprile 1945 (PS-1553) le 12 fatture della DEGESCH relative alle ordinazioni in questione. Da queste fatture indirizzate all'Obersturmführer Kurt Gerstein risulta la spedizione da parte della DEGESCH delle suddette quantità di Zyklon-B alla «Abt. Entweseung und Entseuchung» (sezione disinfestazione e disinfezione) dei «Konzentrationslager» di Oranienburg e di Auschwitz (22).

Quanto allo Zyklon-B, esso non era «cianuro di potassio» (KCN), come crede il Fölkel, ma «acido cianidrico, liquido (HCN) assorbito in un coibente poroso, ad es. in farina fossile bruciata (Diagries) o in una sostanza sintetica gessosa (Erco) o in dischi di cellulosa» (23).

A pagina 100 il Fölkel dichiara:

«Appunto in base a queste nuove direttive, e con l'alta supervisione di Eichmann, si operò nel gruppo dei campi di sterminio in Polonia comandati da Globocnik: Sobibor, Belzec, Treblinka, Chemno, Majdanek».

Secondo la storiografia ufficiale, i campi dell'«Aktion Reinhard» comandati da Globocnik erano Belzec, Sobibor e Treblinka (24). Il campo di Chelmno, di cui il Fölkel non conosce neppure la grafia esatta (25), era sotto la giurisdizione dello Höhere SS-und Polizeiführer Wilhelm Koppe (26), mentre il campo di Majdanek dipendeva dal WVHA [35] (Wirtschafts-und Verwaltungshauptamt: ufficio centrale economico e amministrativo delle SS) (27). Inoltre i «campi di sterminio» polacchi non erano sotto «l'alta supervisione di Eichmann», perchè Globocnik riceveva gli ordini relativi direttamente dalla Cancelleria del Führer e dal Reichsführer-SS (28).

A pagina 33 il Fölkel parla dei «grandi campi di sterminio nazisti di Germania e di Polonia» e a pagina 79 attribuisce la qualifica di «campo di sterminio» a Buchenwald.

Ma secondo, la storiografia ufficiale in Germania non è esistito alcun «campo di sterminio».

In una lettera inviata al giornale tedesco Die Zeit il 19 Agosto 1960, il dott. Martin Broszat, allora membro e Attualmente direttore dell'Institut für Zeitgeschichte München (Istituto di Storia Contemporanea di Monaco), dichiarò:

«Né a Dachau né a Bergen-Belsen né a Buchenwald sono stati gasati Ebrei o altri detenuti». E ancora: «Lo sterminio in massa degli Ebrei mediante gasazione iniziò nel 1941-1942 ed ebbe luogo esclusivamente (ausschliesslich) in pochi luoghi appositamente scelti e forniti di adeguate istallazioni tecniche, soprattutto nel territorio polacco occupato (ma in nessun modo nel Vecchio Reich): ad Auschwitz-Birkenau, a Sobibor, a Treblinka, a Chelmno e a Belzec» (29).

 * * *

Le citazioni di documenti nazisti riportate dal Fölkel quasi sempre prive di riferimento alla fonte sono spesso interpolate o falsificate.

Anche a questo riguardo segnaliamo gli esempi più importanti.

«Comunque a Ludwigsburg è conservato un documento significativo. In esso (si tratta di una lettera inviata a Trieste) il capo supremo delle SS Himmler si rivolge al [36] generale Globoc^nik: "Lieber Globus", così incomincia la breve missiva,

 "Caro Globus, lei si è comportato mirabilmente nèl .Litorale Adriatico, lei che guida l'Aktion Reinhard ha fatto un ottimo lavoro e la ringrazio." Prosegua senz'altro nella sua azione di sterminio, Heil Hitler» (pp. 121-122).

 Il dott. Adalbert Rückerl, dal 1966 direttore della «Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltunge» di Ludwigsburg, nei cui archivi sarebbe conservata la lettera di Himmler citata dal Fölkel, dedica la prima parte del libro «NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse» ai «Campi di sterminio dell'Aktion Reinhard» (pp. 37-242). In essa tuttavia non compare il minimo accenno alla lettera in questione. Infatti tale documento, come è riportato dal Fölkel, non esiste negli archivi della «Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltungen» di Ludwigsburg (30) né altrove, perchè è la falsificazione del documento NO-058. Si tratta di una lettera del 20 Novembre 1943 inviata a Globocnik da Himmler. Ecco il testo:

«Caro Globus,
Confermo la ricevuta della Sua lettera del 4/ 11/ 1943 e della Sua comunicazione relativa alla conclusione dell'Azione Reinhard.
La ringrazio per la cartella che mi ha inviato.
Le esprimo il mio ringraziamento e la mia riconoscenza per i Suoi grandi ed eccezionali meriti che Lei si è acquisiti per tutto il popolo tedesco nell'esecuzione dell'Azione Reinhard.
Heil Hitler» (31).

Questo documento è incluso anche nella serie di [37] documenti relativi all'azione Reinhard classificata PS-4024 e con tale riferimento è citato da Rückerl (32).

Alle pagine 93-94 il Fölkel menziona un altro documento fantasma:

«Cito Orianenburg perché al processo di Norimberga contro i nazisti fu esibito un documento ufficiale che, appunto, proveniva da questo lager; in esso si calcolava il reddito medio ricavabile da ogni detenuto. La tariffa media di noleggio del detenuto alle industrie era di marchi 6 giornalieri. Detrazioni per vitto, marchi 0,60; durata media della vita «attiva» di ciascun detenuto, mesi 9. Ne risultava un reddito medio di circa 1.400 marchi ricavati dall'«utilizzazione razionale dei cadaveri». E in particolare da a) oro dentario; b) vestiario; c) oggetti di valore; d) denaro, specialmente valuta svizzera, inglese e statunitense; e) utilizzazione delle ossa e delle ceneri».

In realtà non si tratta affatto di un «documento ufficiale» proveniente dal campo di concentramento di Oranienburg, bensì di una semplice nota pubblicata nel 1946 da Eugen Kogon senza alcun riferimento, il che rende fortemente dubbia la sua autenticità.

Infatti essa è

priva di intestazione dell'ufficio di provenienza,

di indicazione di luogo d'origine,

di destinatario,

di data e

di firma! (33).

Contrariamente a quanto asserisce il Fölkel, questo preteso documento naturalmente non è mai stato esibito al processo di Norimberga (34).

Un'altra dimostrazione della crassa ignoranza storica del Fölkel appare a pagina 128:

«Al processo Eichmann è stato riportato il brano di una allocuzione ufficiale di Globus: "Se in Germania crescerà [38] una generazione incapace di comprendere il nostro lavoro, allora il nazional-socialismo sara' stato vano. Credo che i .centri di sterminio dovrebbero essere immortalati con targhe di bronzo, su cui dovrebbe apparire la scritta: 'Noi SS abbiamo avuto il coraggio di compiere questa grande opera' ". "Parole anche profetiche"».

In realtà questa citazione non è tratta da una «allocuzione ufficiale» di Globocnik, ma dai rapporti Gerstein del 26 Aprile 1945 (PS-1553) e del 4 Maggio 1945, i quali furono presentati al processo Eichmann di Gerusalemme come documenti d'accusa T-1309 e T-1310. Ecco i testi originali:

«Alors Globocnek: Mais messieurs, si jamais, après nous, il y aurait une génération si lâche, si carieuse, qu'elle ne comprenne pas notre oeuvre si bon, si nécessaire, alors messieurs tout le Nationalsocialisme était pour rien. Mais, au contraire, il faudrait enterrer des tables de bronce, aux quels il est inscrit, que c'étions nous, nous, qui avons eu le courage de réalizer cet oeuvre gigantique! (35).

«Allora Globocnek: "Ma signori, se dopo di noi, vi sarà mai una generazione cosi fiacca e smidollata (36) da non comprendere la nostra opera così buona, così necessaria, allora signori tutto il nazionalsocialismo sarà esistito invano. Ma, al contrario, bisognerebbe seppellire delle tavole di bronzo nelle quali fosse scritto che fummo noi, noi ad avere avuto il coraggio di realizzare quest'opera gigantesca!».

«Darauf Glb.: Meine Herren, wenn je nach uns eine Generation kommen sollte, die so schlapp und so knochenweich ist, dass sie unsere grosse Aufgabe nicht versteht, dann allerdings ist der ganze Nationalsozialismus umsonst gewesen. Ich bin im Gegenteil der Ansicht, daß man Bronzetafeln versenken sollte, auf denen festgehalten ist, [39] daß wir, wir den Mut gehabt haben, dieses grosse und so notwendige Werk durchzuführen» (37).

"Allora Globocnik: "Signori, se dopo di noi dovesse mai venire una generazione che fosse così fiacca e così smidollata da non comprendere il nostro grande compito, allora certamente tutto il nazionalsocialismo sarebbe stato vano. Io sono al contrario del parere che bisognerebbe sotterrare delle tavole di bronzo sulle quali fosse fissato per iscritto che noi, noi abbiamo avuto il coraggio di realizzare questa grande e così necessaria opera"».

 Pertanto il Fölkel non solo ha fornito il falso riferimento della «allocuzione ufficiale» di Globocnik, ma ha anche storpiato la citazione. Ma non è tutto. Nei due documenti surnmenzionati Kurt Gerstein racconta che Globocnik gli riferì il 17 Agosto 1942 che due giorni prima il 15 Agosto Hitler e Himmler gli avevano reso visita a Lublino. In tale occasione Globocnik aveva fatto il discorso citato, ricevendo, l'approvazione del Führer (38). In realtà il 15 Agosto 1943 Hitler non era a Lublino (39) per cui il discorso di Globocnik è pura invenzione, come riconosce Gerald Reitlinger:

«Fu detto loro che si trattava di un ordine di Hitler, il quale poco tempo prima aveva visitato Lublino e aveva pranzato con Globocnik. A tavola il dott. Herbert Linden aveva richiamato l'attenzione di Hitler sul pericolo che in avvenire si scoprissero le fosse comuni e in proposito Globocnik aveva deliziato Hitler dicendo che gli sarebbe piaciuto "seppellire (in quelle fosse) delle targhe di bronzo, che lo proclamassero autore dell'impresa". Tutto questo era pura invenzione di Globocnik, perché Hiteler non aveva affatto lasciato il suo quartier generale.» (40)

Altre citazioni interpolate e deformate appaiono a pagina 59 e 16:

«A questi pseudoproblemi, grosse tare della psiche, [40] poeva far cenno solo un ragioniere frustrato e disgustoso come Himmler; nell'ottobre 1943 in un discorso tenuto a Poznan ai gerarchi delle SS costui disse: "... che le nazioni vivano in prosperità o muoiano di fame come bestie, a me importa solo nella misura in cui avremo bisogno degli appartenenti ad esse come schiavi per la nostra KULTUR, altrimenti per me sono prive di ogni interesse "» (p. 59).

La fonte, non indicata dal Fölkel, è il documento PS-1919. Questa volta il Fölkel si è limitato a interpolare l'espressione «come bestie». Ecco il testo originale del passo:

«Ob die anderen Völker in Wohlstand leben oder ob sie verrecken vor Hunger, das interessiert mich nur soweit, als wir sie als Sklaven für unsere Kultur brauchen, anders interessiert mich das nicht.» (41)

«Se gli altri popoli vivono nella prosperità o crepano di fame, ciò mi interessa solo nella misura in cui ne abbiamo bisogno come schiavi per la nostra civiltà, altrimenti non mi interessa».

«Poi, nell'ottobre 1943 fra il 16 e il 29 , sbarcarono a Trieste i primi novantadue «specialisti» dell'Einsatzkommando Reinhard, come testimoniò a Norimberga Konrad Georg Morgen, Obersturmbannführer delle SS Morgen aggiunse: "Il Kommando Reinhard dovette porre termine alla sua attività nell'autunno del 1943 e distruggere sino alle fondamenta i campi di sterminio orientali. Esso fu impiegato quindi compattamente per garantire la sicurezza delle strade nel territorio partigiano sul Carso e in Istria» (p. 16).

 Il primo riferimento è inventato, mentre la citazione è deformata. INFATTI Morgen dichiarò che, quando fece la sua seconda visita a Lublino, Wirth non c'era più: «Accertai che Wirth nel frattempo aveva inaspettatamente ricevuto l'ordine di distruggere dalle fondamenta i suoi campi di sterminio. Egli era stato richiamato con tutto il suo Kommando in Istria, dove garantiva la sicurezza delle strade ed è morto nel Maggio 1944» (42).

Conclusione generale

Il libro La Risiera di San Sabba, di Ferruccio Fölkel è un semplice libello pseudostorico e pseudoscientifico.

 

APPENDICE

La piantina della Risiera durante l'occupazione nazista: Da Ferrucio Fölkel, La Risiera de San Sabba, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1979 (fuori testo).

 


Note:

1 / Ferruccio Fölkel, La Risiera di San Sabba, Arnoldo Mondadori, Editore, Milano 1979.
2 /
LaRassegna Mensile di Israel, Aprile-Maggio 1979, p.202.
3 / Sui pretesi «Gaswagen» vedi: F. P. Berg, "The Diesel Gas Chambers: Myth Within A Myth"
. The Journal of Historical Review, Spring 1980, pp. 38-40 (The Gaswagons); Udo Walendy, "NS-Bewältigung", Historische Tatsache Nr. 5, Historical Review Press, 1979, pp. 29-31.
4 / Comunicazione della «Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltungen» all'Autore. 1· Febbraio 1985.
5 /
Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas. herausgegeben von Eugen Kogon, Hermann Langbein, Adalbert Rückerl u.a., Frankfurt am Main 1983, cap. IV, "Tötung in Gaswagen hinter der Front", pp. 81-109.
6 / Vedi ad esempio i documenti NO-4401, NO--445 e NO-4448 relativi al crematorio di Buchenwald. Il documento NO-4448 contiene la descrizione di «un forno crematorio Topf a doppia muffola riscaldato a olio o a coke con impianto di aria compressa e impianto di rafforzarnento del tiraggio». I forni della ditta «Topf und Söhne» erano istallati anche nei crernatori di Birkenau. Vedi le fotografie pubblicate in:
KL Auschwitz. Fotografie dokumentalne. Kraiowa Agencia Wydawnicza Warszawa 1980, pp. 64, 65, 66 e 162.
7 / Riportiarno tale piantina nell'Appendice.
8 /
Enciclopedia italiana, Roma 1949. vol. XI, voce Cremazione, p. 825.
9 / I forni crematori della ditta Topf und Söhne erano forniti di un Saugzug-Anlage (impianto di tiraggio indotto): NO-4448. Vedi anche:
KL Auschwitz. Fotografie dokumentalne, op. cit., p. 62: sezione trasversale nord-sud del crematorio II; al centro, accanto al camino, l'impianto di tiraggio indotto.
10 / Carlo Schiffrer non dichiara di aver interrogato l'amico anonimo, la cui testimonianza egli introduce con le seguenti parole: «Ma il particolare più raccapricciante me lo ha raccontato un amico che vi fu rinchiuso per alcuni giorni a causa di una sua presunta appartenenza alla "razza ebraica"» (Carlo Schiffrer,
La Risiera; in: Trieste, Luglio-Agosto 1961).
11 / Central Commission for the investigation of German Crimes in Poland.
German Crimes in Poland, Warsaw 1947, vol. I, The Treblinka Extermination. Camp p. 95.
12 / Adalbert Rückerl,
NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, München 1979, pp. 203-204; Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas, op. cit., p. 163 e 184; German Crimes in Poland, op. cit., vol. I, p. 98.
13 /
Nationalsozialistische Massentötungen durch Gifgas, op. cit., cap. V: «In Kulmhof Stationierte Gaswagen», pp. 110- 145.
14 / Si tratta del cosiddetto rapporto-Gestein del 26 Aprile 1945.
15 / PS-1553, p. 5. Il documento è redatto in un francese alquanto scorretto. Riportiamo il passo citato come appare nell'originale: «Avant nous une maison comme institut de bain, A droite et à gauche grand pot de beton avec geranium ou autre fleurs. Aprês avoir monté un petit escalier, à droite et à gauche, trois et trois chambres comme de garages, 4 x 5 mètres, 1,90 mètre d'altitude. Au retour, pas visibles, sorties de bois. Au toît, l'étoile David en cuivre. Avant le Bâtiment, inscription: Fondation Heckenholt».
16 / T-1310, p. II. Si tratta del cosiddetto rapporto-Gerstein del 4 Maggio 1945 già pubblicato con alcune espunzioni da Hans Rothfels nel 1953 sulla rivista
Vierteljahreshefte für Zeitgeschichte.
17 / Leggi «Stiftungen».
18 /Gerald Reitlinger,
La soluzione finale, Milano 1965, pp. 161-162.
19 / Anche nell'Indice Analitico compaiono i nomi «Gerstein, Kurt, ditta» e «Gesten, ingegnere» (p. 191).
20 /In pubblicazione presso la casa editrice Sentinella d'Italia.
21 /Deutsche Gesellschaft für Schädlingsbekämpfung, Società tedesca per la lotta antiparassitaria.
22 / PS-1553, pp. 15-26.
23 /NI-9098, p. 35.
24 /
NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op. cit., p. 13.
25 / Nell'Indice Analitico appare la grafia «Chemmo» (p. 190). La località in questione si chiama Chelmno in polacco e Kulmhof in tedesco.
26 /
NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op. cit., p. 245; R. Hilberg, The Destruction of the European Jews, Chicago 1961, p. 572.
27 /
The Destruction of the European Jews, op. cit., p. 572.
28 /
NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op. cit., p. 349.
29 /
Die Zeit, Nr. 34, Freitag, den. 19. August 1960, p. 16.
30 Comunicazione della «Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltungen» all'Autore. 1·Febbraio 1985 .

31 «Lieber Globus! Ich bestätige Ihren Brief vom 4.11.43 und Ihre Meldung über den Abschluß der Aktion Reinhardt. Ebenso danke ich Ihnen für die mir übersandte Mappe. Ich spreche Ihnen für Ihre grossen und einmaligen Verduebste, die Sie sich bei der Durchführung der Aktion Reinhardt für das ganze deutsche Volk erworben haben, meinen Dank und meine Anerkennung aus. Heil Hider». NO-058 .
32
NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op. cit., p. 131 .
33
NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op. cit., p. 131. 32, Eugen Kogon, Der SS-Staat, Verlag Karl Alber, München 1946, pp. 296-297.Circa la fonte del pretesto documento, l'Autore si limita a scrivere che esso «è stato redatto dalle SS» (p. 297), ma di ciò non fornisce alcuna prova.
34
Der Prozeß gegen die Haiptkriegsverbrecher vor dem internationalen Militärgerichtshof, Nürnberg 14. November 1945 - I. Oktober 1946, Veröffentlicht in Nünrnberg, Deitschland, 1949, vol. XXIII (Indice), p. 62. (utilizzazione dei cadaveri).
35 T-1309 = PS-1553, p. 5 .36 L'aggettivo "carieuse" non esiste in francese; lo traduciarno secondo il
senso dd'aggettivo tedesco corrispondente nel docurnento T-1310
knochenweich .
37 T-1310, p. 9.
38 T-1309 = PS-1553, p. 5; T-1310, p. 9 .

39 Vierteljahreshefte für Zeitgechichte, 1953, p. 189, nota 3 9 a .
40
La soluzione finale, op. cit., p. 184 .

  1. Der Prozess gegen die Hauptkriegsverbrecher vor dem internationalen Militärgerichtshof, Nürnberg 14. November 1945-1. Oktober 1946. Veröffentlicht in Nürnberg, Deutschland, 1948. Vol. XXIX, p. 123 .
    42 La fonte, non indicata dal Fölkel, è: Der Prozess gegen die Hauptkriegsverbrecher vor dem internationalen Militärgerichtshof, op. cit., Vol. XX, p. 555