MORTE DI MUSSOLINI: VALUTAZIONE DELLA BALISTICA AUTOPTICA

Sul sito EFFEDIEFFE.com sono state fatte approfondite riflessioni sulla morte di Mussolini.
E’ stata ribadita la viscerale inattendibilità della versione cosiddetta «ufficiale», come pure quella, altrettanto irrazionale, di certe ricostruzioni alternative (killer inglesi) che prevedono la «doppia fucilazione» del Duce.
Si impongono a questo punto alcune considerazioni di carattere balistico.
Le farò prendendo in esame quello che è disponibile sulla carta stampata: il verbale numero 7241, stilato dal medico settore (dottor C. M. Cattabeni) il 30 settembre 1945 (Giorgio Pisanò «Gli ultimi cinque secondi di Mussolini», Il saggiatore, 2004), e le valutazioni tanatologiche del documento Cattabeni fatte dal medico legale A. Alessiani (Tribunale di Roma) («Il terorema del verbale 7241», www.larchivio.com; cronologia.leonardo.it. reperibili per via telematica), dal professor G. Pierucci (Medicina Legale, Università di Pavia) (Giorgio Pisanò, opera citata) e dal professor P. L. Baima Bollone (Medicina Legale, Università di Torino) («Le ultime ore di Mussolini», Mondadori, 2005).
Se immaginiamo una linea che congiunge il giugulo con la sinfisi pubica, passando per l’ombelico, possiamo dividere il tronco corporeo (collo compreso) in due settori: emisoma destro ed emisoma sinistro.
Considereremo i fori per ciascun emisoma, procedendo dal basso verso l’alto.
Sono valutate solo le ferite con carattere vitale, ossia quelle premortali caratterizzate da un alone periferico ecchimotico (orletto escoriativo-emorragico).
Sul corpo di Mussolini sono stati descritti nove colpi d’arma da fuoco con tali caratteristiche.
Si deve, inoltre, tener presente che concentricamente al foro con escoriazione-emorragia si può avere, se il colpo ha attinto la cute nuda da vicino, una ustione e contusione da gas (3-5 centimetri di distanza), un’affumicatura (fino a 10 centimetri di distanza) e un tatuaggio da particelle incombuste di polvere (fino a 30-40 centimetri di distanza).
Se la pelle è ricoperta da un indumento, l’affumicatura e i residui di particelle sono reperibili sulla superfice del tessuto con cui è stato confezionato il capo di abbigliamento.
Per indumenti tipo i cappotti, i colpi d’arma da fuoco molto ravvicinati causano alterazioni vistose: bruciature a coccarda o a raggiera con margini carbonizzati, se non addirittura squarci indotti dalla pressione gassosa (l’uscita dei gas dalla canna durante lo sparo determinano pressioni elevatissime, più centinaia d’atmosfere) (ferite d’arma da fuoco. gvgiusti.tripod.com; digilander.libero.it. reperibili per via telematica).

Emisoma destro:

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Foro numero 1

Cattabeni: Al fianco destro, poco al di sopra di un livello corrispondente alla spina iliaca superiore, un foro d’entrata cui fa seguito un tramite sottocutaneo sboccante in un foro d’uscita a livello della regione glutea di destra, nel quadrante anterosuperiore.
Alessiani: Foro d’ingresso sul fianco destro, sopra l’osso iliaco, che fuoriesce dalla parte superoesterna del gluteo omolaterale in modo tangenziale, assumendo su una sagoma umana verticale un angolo di 45 gradi.
Si può ragionevolmente supporre che il colpo sia stato sparato dall’alto verso il basso.
Pierucci: Colpo al fianco destro fuoriuscito nel gluteo corrispondente.
Il tramite intracorporeo non è precisato nella sua direzione rispetto ai piani corporei di riferimento, segnatamente rispetto a quello orrizontale.
Stando alle generiche indicazioni topografiche, comunque, sembra che esso fosse pressocchè orizzontale, ovvero lievemente obliquo verso il basso.
Ad ogni modo il colpo al fianco destro è compatibile con l’evenienza di uno sparo fondamentalmente dall’avanti all’indietro, eventualmente con l’arma, a un dipresso, alla stessa altezza della lesione d’entrata.
Bollone: Il proiettile al fianco destro è uscito in corrispondenza del gluteo e quindi era obliquamente diretto dall’avanti all’indietro e dall’alto verso il basso.

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Foro numero 2

Cattabeni: All’avambraccio destro, sul margine ulnare, due fori ravvicinati: uno più esterno di entrata e l’altro più interno e distale con tipico aspetto di foro d’uscita.
Alessiani: Colpo sul margine esterno dell’avambraccio destro che esita (si tenga presente che tutto ciò è descritto su cadavere orizzontale, supino, ed in posizione di attenti) più in basso, all’interno, con breve percorso, senza ledere l’impalcatura ossea (ferita a «pinza»).
L’angolazione di questo colpo è minima, una ventina di gradi se non meno: un percorso non tangenziale per un’inezia.
Pierucci: Foro all’avambraccio destro, esternamente che fuoriesce sullo stesso, internamente.
Il Pierucci prospetta l’ipotesi che questo colpo potrebbe essere conseguenziale a quello che ha provocato la lesione al fianco destro.
In tal caso l’avambraccio destro doveva trovarsi appoggiato al gluteo corrispondente in quanto le mani della vittima erano legate dietro la schiena.
In questo caso i colpi sparati con caratteri vitali sarebbero stati otto e non nove (due fori provocati da un unico proiettile).
Bollone: Colpo all’avambraccio destro.
Nessuna specificazione sul foro d’uscita.

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Foro numero 3

Cattabeni: In sede parasternale destra, foro d’entrata 3 centimetri al di sotto della clavicola destra.
Il corrispondente foro d’uscita è sul dorso in regione sopraspinosa destra.
Alessiani: Colpo in entrata sul margine destro dello sterno (secondo spazio intercostale).
Ha un percorso obliquo perchè esce nella regione del dorso verso la scapola destra: 45 gradi sul piano intratoracico.
Sarà il responsabile della rottura aortica.
Pierucci: Foro d’entrata in regione parasternale destra.
Foro d’uscita in regione scapolare (sopraspinosa) sinistra.
La spiegazione per questa apparente (?) contraddizione non è chiara (traiettoria fortemente obliqua?).
Bollone: Colpo in entrata alla destra dello sterno.
Non ci sono note sul corrispondente foro d’uscita.

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Foro numero 4 (ricostruzione su manichino)

Cattabeni: Foro d’entrata in regione sopraclaveare destra presso la linea mediana.
Foro d’uscita al dorso in regione sopraspinosa destra.
Alessiani: Colpo che trafigge la limitata carnosità superiore della clavicola destra con risparmio di essa: 180 gradi su sagoma eretta.
Nessun cenno sul corrispettivo foro d’uscita.
Pierucci: Foro d’entrata in regione sopraclaveare destra a cui corrisponde un foro d’uscita in sede scapolare (sopraspinosa) sinistra.
Valgono le stesse considerazioni fatte sopra.
Bollone: Foro d’entrata immediatamente al di sopra della clavicola destra.
Nessuna menzione sul corrispettivo foro d’uscita.

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Foro numero 5 (ricostruzione su manichino)

Cattabeni: Foro d’entrata di proiettile in regione sopraioidea, a destra della linea mediana.
Non è evidenziabile il relativo foro d’uscita.
Alessiani: Colpo sotto la parte destra del mento e sul piano compreso tra mento e gola con direttrice dal basso verso l’alto.
Il proiettile non ha un esito esterno come era da attendersi per la volta cranica ed è necessariamente ritenuto nella base cranica (polifratturata nell’esame dei resti).
Novanta gradi perfetti su sagoma eretta.
Pierucci: Colpo d’entrata in regione sopraioidea destra.
Il verbale d’autopsia non documenta un foro d’uscita: il proiettile potrebbe dunque essere «ritenuto» nei resti (non risulta che il cadavere sia stato mai sottoposto ad esame radiografico).
Bollone: Ferita d’ingresso alla faccia anteriore della metà destra del collo subito sopra l’osso ioide. No reperibile il corrispondente foro d’uscita.

Emisoma sinistro:

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Foro numero 6

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Fori numero 7, 8, 9

Cattabeni: All’emitorace sinistro, anteriormente, nella metà superiore, un gruppo di quattro fori ravvicinati compresi tra la linea emiclaveare e l’ascellare anteriore.
All’emitorace di sinistra, posteriormente, nella metà superiore, un gruppo di quattro fori d’uscita compresi nell’area tra la linea mediana e la marginale della scapola.

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Fotografia 8: fori sulla spalla sinistra

Alessiani: Sulla spalla sinistra, verso il limite esterno, un complesso di quattro colpi d’arma da fuoco molto ravvicinati tanto da rammentare un quattro di quadri coricato: 180 gradi sul piano intratoracico per fuoriuscita sul dorso abbastanza in linea.
Nella fotografia 8 si vedono i fori sulla spalle sinistra come li ha collocati l’Alessiani sul suo manichino.
Notare la discrepanza con l’immagine sul cadavere (fotografia 6 e 7).
Non so perchè l’Alessiani ha posizionato in quel modo i fori sul fac simile che ha utilizzato.
Voleva per forza accreditare la sua ipotesi?
Essendo rigoroso, non mi sembra il tipo.
Non so spiegarmi il fatto.
Alcuni dati suggeriscono che fosse un soggetto bizzarro (eccentrico).
Nel 1993 ha suscitato un gran scalpore il tentativo da lui fatto per curare i tumori con una sostanza miracolosa disciolta in acqua (l’acqua dell’Alessiani).
Stando a quanto dice avrebbe salvato sua moglie giudicata inoperabile per carcinosi peritoneale (La mafia del cancro. www.aerrepici.org/km10.htm. Reperibile per via telematica).
Pierucci: Fori d’entrata all’emitorace sinistro anteriore.
I tramiti intracorporei di due di questi colpi denotano una direzione dall’esterno (cioè da sinistra) verso la regione dell’ilo polmonare (al centro).
Essi sembrano confermare l’obliquità delle traiettorie balistiche (avanti-dietro, sinistra-destra) come suggerito dalla foggia ovalare dei corrispondenti fori cutanei d’entrata.
I fori d’uscita sono sull’emitorace posteriore sinistro.
Questi colpi hanno provocato un imponente emotorace che ha concorso a determinare la causa della morte.
A differenza dell’Alessiani, il Pierucci colloca correttamente le ferite sul manichino che ha disegnato per il libro del Pisanò.
Bollone: Quattro fori d’entrata all’emitorace sinistro anteriore al di sotto della clavicola.
Omessa la descrizione dei fori d’uscita sul torace posteriore.

Riporto ora alcune valutazioni fatte dall’Alessiani, dal Pierucci e dal Bollone in base ai loro riscontri:

Alessiani (la morfosintassi dell’Alessiani è stata da me corretta): I colpi premortali testimoniano una chiara polispazialità per angolazioni da inclinazioni diverse per armi sparanti come se il bersaglio fosse estremamente mobile in tempi successivi brevissimi.
Abbiamo così il quadro: cinque colpi isolati tra di loro in polidirezionalità nell’emisoma destro (imputabili ad un arma a colpo singolo: pistola) e quattro nell’emisoma sinistro ravvicinatissimi tra loro attribuibili ad un arma a raffica (mitra) molto a contatto del bersaglio per l’area ristretta realizzatasi.
E’ una caratteristica delle mitragliette la distanzialità dei loro effetti già nel modesto allontanarsi dal bersaglio.
Ciò fa supporre: mobilità del bersaglio se questo è rappresentato da un uomo all’impiedi o mobilità comune del leso e del feritore in fase di collutazione per sottrazione del leso alla intenzionalità del feritore (morte del non consenziente).
Il colpo sotto il mento (sopraioideo), in piena verticalità di tramite, esclude il bersaglio all’impiedi, quello al fianco, che simula addirittura un colpo sparato dall’alto, un’orizzontalità dell’arma.
La soluzione è quella di una collutazione con tentativo di disarmo del soccombente, iniziale.
Vi è un altro comportamento comune quando l’arma ha colpito molto da vicino (sempre questioni di centimetri).
Così a canna perpendicolare, sia l’alone escoriativo, l’ustione, il tatuaggio e soprattutto l’affumicatura, saranno in immagine concentrica rotonda.
Quando l’arma è in inclinazione, l’immagine assumerà figure a cul de sac (piriformi) e dunque eccentriche.
Ciò è visibile per il colpo al mento (arma perpendicolare al piano) rotondo come una grossa moneta per alone di affumicatura, piriforme (con il cul de sac verso il palmo della mano) quello sull’avambraccio destro per arma quasi tangenziale, pressocchè longitudinale all’arto in retro-rotazione per caduta a terra.
La ravvisabilità dell’alone d’affumicatura (detto anche comunemente nero-fumo) nelle fotografie pre-autoptiche caratterizza la dinamica dell’evento: collutazione in soggetto praticamente in nudità con integralità degli indumenti usati per una vestizione post-mortale difficile ed affrettata dettata da circostanze inattese ed imprevedibili.
Detto per inciso, l’Alessiani ha anche messo in evidenza che l’allacciatura anteriore dei mutandoni indossati dal Duce era scompaginata.
Il che, non dovuto ad atti vandalici ascrivibili alla brutalità della folla di piazzale Loreto, potrebbe essere indice di una violenta collutazione, ma anche di trascinamento del cadavere.

Pierucci: Dall’esame delle ferite non è possibile stabilire il calibro dell’arma che ha sparato (professor Pierucci. Comunicazione personale).
Sul sito www.ilduce.net vengono riportati altri studi eseguiti a Pavia (Istituto di Medicina Legale) dal gruppo del professor Pierucci.
In particolare è emerso che sulla maglietta della salute indossata da Mussolini al momento del trapasso erano presenti aloni di polvere incombusta e tracce di microparticelle (residui) (i fori erano mascherati dall’imbrattamento ematico).
Ciò starebbe ad indicare che il colpi, esplosi da una distanza inferiore a 50 centimetri, sarebbero stati inferti su di un corpo vestito con i soli indumenti intimi (maglietta della salute e mutandoni di lana al polpaccio).
I ricercatori pavesi avrebbero anche riscontrato due colpi all’addome (decimo ed undicesimo, periombelicali) non riportati nel verbale Cattabeni (F. Andriola, «La morte di Mussolini: una macabra messa in scena»).
Io ho le foto del cadavere: sull’addome e in zona periombelicale non si vedono fori (fotografia 9 e 10).
E’ improbabile che le lesioni cutanee siano state mascherate dalla grossolana cucitura del taglio verticale autoptico.
Chiesti chiarimenti al professor Pierucci ed al suo assistente dottor G. L. Bello, ognuno mi ha detto di rivolgermi all’altro perchè al momento nessuno dei due sapeva cosa rispondermi.
Se i due fori addominali aggiuntivi ci fossero stati non si capisce il perchè il Cattabeni abbia sentito il bisogno di ometterli.
Nove o undici ferite premortali per lui non cambiavano niente.
Una svista così grossolana è impossibile.
Chi ha divulgato la notizia, Fabio Andriola, non ha successivamente fornito altre delucidazioni.
La segnalazione, di notevole rilevanza storica, è rimasta un fatto isolato.

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Fotografia 9: addome

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Fotografia 10: zona periombelicale

Bollone: Le ferite d’ingresso del lato destro appaiono più grandi e marcate di quelle a sinistra.
Per quanto dall’aspetto e dalle dimensioni di una ferita cutanea non sia possibile risalire al calibro del proiettile che l’ha prodotta, in molti casi di ferimenti con armi molto diverse sono possibili valutazioni comparative.
Si giustifica così la diffusa opinione (bizzantineggiante motivazione) che le quattro ferite d’ingresso al tronco e quella all’avambraccio destro siano state provocate da proiettili di calibro maggiore delle quattro a sinistra.
Il gruppo di quattro ferite ravvicinate nella parte superiore dell’emitorace sinistro sono ovali.
Di conseguenza sono state provocate da proiettili diretti obliquamente.
Ciò corrisponde a quanto sappiamo dal verbale del Cattabeni dal quale risulta che i «tramiti», vale a dire le corrispondenti ferite interne, sono diretti obliquamente in basso e all’interno.
Ne consegue che le traiettorie di questi proiettili è, rispettivamente al soggetto immaginato al momento dello sparo in posizione eretta davanti a chi fa fuoco, obliqua verso la schiena della vittima, il centro del suo corpo e il basso.
Si è sostenuto che alcune fotografie provano che la cute del cadavere presentava prima dell’autopsia tracce di affumicatura (opinione dell’Alessiani) e che queste siano state asportate da una preliminare incauta detersione.
Si tratta invece di una cattiva interpretazione di aloni emorragici che sono stati registrati da pellicole pancromatiche su cui rimangono impressi particolari che non si vedono ad occhio nudo.
La valutazione della distanza di tiro dipende dalla individuazione o meno delle tracce dei gas,
di fumi o dei residui di polveri che escono dalla bocca dell’arma insieme al proiettile, ma che si disperdono rapidamente.
Sulle fotografie a disposizione non si osserva né sulla giacca, né sui pantaloni, né infine sulla maglietta di Mussolini alcuna traccia di essi, il che è compatibile con la esplosione di colpi a distanza superiore al mezzo metro.

Il professor Bollone, un ermellinato allegorista, non si è accorto che il giaccone del Duce era di foggia borghese e che, pertanto, gli era stato fatto indossare dopo morto (lo stesso dicasi per
i pantaloni).
Non potevano quindi presentare fori, né tantomeno residui di polvere da sparo.
Il Bollone, infatti, dice che i colpi sono stati sparati da una distanza superiore al mezzo metro,
ma poi non rileva i fori sul giaccone e sui pantaloni.
Non solo.
Aggiunge anche che il Duce è morto vestito.
E’ qui l’incongruenza.
Ho chiesto personalmente al Bollone come spiegava questo fatto.
In altre parole gli ho detto come mai non si era accorto che quel giaccone era posticcio.
Mi ha comunicato che tali precisazioni saranno l’oggetto di un articolo o di un libro che scriverà
in futuro.
Bene a sapersi.
I mutandoni del Duce erano insanguinati e perforati (analisi del Verbale Cova Villoresi, un radiologo presente di rincalzo il 30 aprile 1945 nella sala settoria dell’obitorio milanese
di via Ponzio) e sulla parte destra della maglietta erano reperibili, secondo il Bollone, alcuni segni di discontinuità (fori).
In linea con le osservazioni del Pierucci questi ultimi dati fanno supporre che Mussolini è stato fucilato con indosso solo la lingerie intima.
Per fortuna che il Bollone ha trovato fori sulla maglia.
In caso contrario uno deve pensare che Mussolini è morto a causa di proiettili imperforanti, l’ultimo ritrovato della balistica moderna.
Ammalato di protagonismo, il criminologo Baima Bollone è passato dagli «Ultimi giorni di Gesù» alle «Ultime ore di Mussolini», facendo un balzo irriverente di duemila anni.
Con altrettanta irriverenza è passato dal freddo tavolo autoptico al comodo lettino dello psichiatra, mescolando il sacro con il profano: l’odore acuto della formalina con le raziocinanti speculazioni freudiane, il tagliente bisturi anatomico con il sottile «eros trasgender» e l’involontario rigor mortis con l’emotiva sindrome di Stoccolma («La psicologia di Mussolini», Mondadori, 2007).
Nel fare ciò ha dimenticato il tassonomico precetto di Giovanni Battista Morgagni: «Anatomia clavis et clavus medicinae».
Ha detto il filosofo tedesco Martin Heidegger: «Nessuno deve saltare oltre la propria ombra».

Considerazioni conclusive:

L’ipotesi dell’Alessiani che ha sparare siano state due armi diverse (mitra e pistola) viene ridimensionata dall’esame sulle ferite documentate sul cadavere di Mussolini.
A sinistra i fori sono ravvicinati, ma non hanno di certo la dislocazione di un quattro di quadri rovesciato.
Si deve, peraltro, sottolineare che chi è salito in camera di casa De Maria dopo le 16 del 28 aprile 1945 non ha notato i segni dell’avvenuta mattanza mattutina ipotizzata dall’Alessiani (muri sbrecciati, schizzi di sangue sui lenzuoli o sui muri).
Ha potuto, anzi, vedere quello che era un quasi intatto parco asciolvere contadino (latte, pane, salame e polenta).
A detta della padrona di casa, i reclusi lo avrebbero consumato verso le dodici (sicuramente un indizio depistante).
La tesi che oggi va per la maggiore prevede che il Duce, dopo essere stato ferito al braccio ed al fianco destro nella camera che lo ospitava in casa De Maria, sia stato finito da sette colpi sparati mentre era accostato alla porta della stalla situata nel cortile del cascinale di Bonzanigo (si dice che fosse stato addirittura legato al catenaccio).
In tale evenienza è improbabile che i proiettili siano stati esplosi a bruciapelo.
Se a sparare sia stato un mitra o una pistola è difficile da stabilirsi.
I conti fatti dal Pisanò, in base ai racconti della testimone oculare Dorina Mazzola (troppo minuziosi in quanto ad orari e a conteggio del numero dei colpi), tornano perchè i sette sparati davanti alla stalla si sommano ai due eslposi in camera (come abbia fatto la Mazzola, distante cento metri in linea d’aria, a distinguere i colpi sparati all’esterno della casa da quelli esplosi in camera da letto resta un mistero. Doveva avere un orecchio sopraffino).
Io ho fatto sparare nella soffitta con finestra di una casa in campagna alcuni colpi di pistola (Ruger calibro 38).
Posizionatomi in fondo al giardino, a centoventi passi di distanza, non ho sentito niente.
Nessuno mi ha mai detto che soffro di ipoacusia.
Il Pisanò ha fatto in loco un esperimento analogo.
Secondo lui quello che ha detto la Mazzola era attendibile.
Non ha però specificato se ha fatto esplodere alcuni colpi a salve di pistola anche all’interno dell’edificio di casa De Maria.

Per ascoltarli si era trasferito in casa Mazzola.
Parla di generici colpi esplosi da casa De Maria (interno ed esterno o solo esterno?).
La Mazzola ha detto di aver sentito il rumore di due colpi di pistola provenire dall’interno della casa posizionata sopra la sua.
Ha asserito che successivamente ha percepito il botto di sette colpi che sarebbero stati sparati sul cortile (davanti la stalla).
Il poterli contare distintamente significa che erano anche loro dei colpi di pistola.
La Beretta calibro nove ha un caricatore di sette colpi.
Ciò significa che due pistole hanno sparato al Duce o che una è stata ricaricata.
Il che fa presumere anche che i proiettili della seconda (un intero caricatore) siano andati tutti a segno (vedi le considerazioni balistiche fatte a seguire).
Al Bollone fa comodo il fatto che a sparare siano state due armi diverse.
Il tanatologo di Torino prevede, infatti, che davanti al cancello di villa Belmonte a Giulino di Mezzegra i killer comunisti siano stati due, uno armato di mitra e l’altro di pistola (versione fornita da Sandrino, Guglielmo Cantoni, al giornalista Ferruccio Lanfranchi).
Peccato che il Cantoni, nel tempo, abbia rilasciato tre ricostruzioni dei fatti una diversa dall’altra
(al Lanfranchi, al Pisanò, alla moglie ed ad un tale Vannotti).
Al Pisanò, forse, ha detto il vero: avrebbe visto Valerio sparare su due cadaveri davanti al cancello di villa Belmonte.
Questa testimonianza prezzolata lo ha costretto a fuggire in Svizzera per un anno.
I comunisti volevano fargli la pelle.
Ciò è la miglior conferma del fatto che quanto aveva detto al deputato missino (il Pisanò) era la vera verità (Mixer, «Indagare Mussolini», Rai-due, 1993).
Si intuisce che i commenti sul verbale autoptico fatti dall’Alessiani e dal Bollone tendano ad avvalorare le rispettive teorie sulla morte del Duce.

Anche il Pierucci non si tira indietro: larvatamente accredita la versione fornita dal Pisanò che l’aveva nominato suo perito medico-legale (mani legate dietro la schiena).
Legare un sessantenne ferito al catenaccio della porta di una stalla prima di ammazzarlo mi sembra assurdo.
Casa De Maria è stata acquistata da amici del Pisanò, i coniugi Nastri che non potevano non sapere (almeno per sentito dire) quello che era successo in quella rustica cascina (non solo la custodia,
ma anche l’avvenuta morte del dittatore).
Per renderla più confortevole gli acquirenti hanno ristrutturato l’abitazione rurale (primi anni settanta).
La porta della stalla è stata sostituita.
I Nastri non l’avrebbero buttata via se la porta avesse conservato le pallotole conficcate nel legno che hanno ucciso Mussolini.
Era un cimelio storico di tutto rispetto.
Unitamente alla testimonianza della Mazzola, i proiettili sulla porta potevano sconfessare definitivamente la vulgata dei partigiani con il fazzoletto rosso al collo (dal recupero del proiettile
si poteva risalire al calibro ed al tipo di arma che ha sparato).
Per risolvere questo dilemma ho telefonato al gentilissimo e collaborante Giannetto Bordin, a colui, cioè, che ha accompagnato Giorgio Pisanò quando sono andati a fare i sopraluoghi in casa
De Maria.
Il cortese signor Bordin mi ha detto che hanno esaminato le porte vecchie (quelle originali del 1945)
anche con un metal detector, ma purtroppo non hanno trovato niente.
Si vede che i proiettili che hanno colpito il Duce sono rimasti all’interno del suo corpo.
In tal caso, però, durante l’autopsia avrebbero dovuto trovarli, non dico tutti, ma perlomeno uno. Inoltre all’autopsia a tutti i fori d’entrata anteriori, ad eccezione di uno (il colpo sopraioideo), corrispondeva un foro d’uscita posteriore.
La versione Mazzola subisce un brutto colpo.
Da cinque metri ho sparato con la mia Ruger calibro 38 ad un sacco di patate appoggiato ad un tronco.
Ho puntualmente ritrovato i proiettili conficcati nel fusto ad una profondità di uno-due centimetri.
Ho fatto vedere la documentazione fotografica e quella cartacea scritta dal Cattabeni, dall’Alessiani, dal Pierucci e dal Bollone ad un esperto di balistica.

Pur con estrema cautela lui ha sostenuto che le ferite ovalari di sinistra siano imputabili a proiettili con direzione obliqua (sinistra-destra, dall’alto in basso) sparati da un’arma a raffica,
ma non a bruciapelo (distanza dell’arma superiore a 50 centimetri).
La dispersione delle lesioni cutanee di destra fa pensare ad un’arma a colpo singolo (anche il colpo al fianco è stato indirizzato dall’alto in basso).
Non si può, tuttavia, escludere che i nove colpi appartengano ad un’unica scarica di mitra sventagliata da sinistra a destra e dall’alto in basso.
In questo caso lo sparatore e/o la vittima, posti su piani altimetrici diversi, ma impossibili da quantizzare, dovevano essere in movimento.
L’amico Maurizio Barozzi, dopo aver aver letto i risultati della perizia balistica fotografica fatta fare da me, ha detto una cosa intelligente.
A differenza degli altri, il colpo sopraioideo ha colpito Mussolini dal basso verso l’alto.
Il Barozzi ha giustamente imputato il fatto ad una retropulsione del capo della vittima quando questa era già stata raggiunta da altri proiettili (movimento spontaneo in un soggetto che sta per accasciarsi al suolo, essendo stato vulnerato dai antecedenti colpi d’arma da fuoco).
Non bisogna, però, trascurare un fatto.
La lassità della pelle sottomentoniera in un individuo di sessant’anni (cute flaccida).
Quando il corpo viene disteso sul tavolo autoptico (testa in linea con il tronco per estensione del capo non sorretto da un poggia testa) si ha una tensione della cute in eccesso che potrebbe simulare una falsata angolazione del colpo sotto al mento.
Da notare che questo colpo «trattenuto» potrebbe essere reperito tra i resti mortali mussoliniani tumulati al cimitero San Cassiano di Predappio (esumazione della salma).
E’ impensabile che non lo sappia Guido Mussolini, il nipote del Duce impegnato legalmente, con scarsi risultati procedurali, per stabilire com’è morto suo nonno.
L’ipotesi di un esecutore singolo armato di mitra davanti al cancello di villa Belmonte è altamente improbabile (versione Valerio originale).

Più realistica è l’ipotesi che prevede due killer impugnanti armi diverse (una pistola ed un mitra) (versione Audisio revisionata. Alterco e rivalità tra giustizieri).
Il consulente a cui mi sono rivolto ha specificato che mettere a segno cinque colpi con una pistola Beretta calibro 9 (il cui caricatore contiene sette cartucce) è difficile (anche a una distanza di tre o quattro metri).
L’arma è molto funzionale, ma altrettanto imprecisa perchè ha un violento rinculo, una canna molto corta, un grilletto con grande escursione ed una impugnatura poco anatomica.
Solo un vero professionista la sa usare profittevolmente.
Gli incursori della X MAS del comandante Junio Valerio Borghese si disfavano della loro Beretta d’ordinanza.
Preferivano usare pistole di fabbricazione tedesca.
Oltre a queste considerazioni avrei da farne altre, ma non voglio togliere al lettore la soddisfazione di poterle leggere in dettaglio sul mio libro che, penso, a luglio sarà su gli scaffali delle librerie
(«La morte di Benito Mussolini: una storia da riscrivere»).
Per non lasciare chi legge questo articolo a bocca asciutta posso solo dire che il Duce in limine mortis per una causa ben precisa che condizionava movimenti inconsulti ed afinalistici (ecco spiegata la polidirezionalità e la poliangolazione dei colpi) è stato esecutato in déshabillée fuori dalla camera di casa De Maria.
Per farlo uscire, essendo in stato semicomatoso, i partigiani l’avrebbero trascinato per i mutandoni, slabbrandone l’allacciatura anteriore.
Ha scritto Renzo De Felice con l’autorità che gli compete: «Una vulgata sta morendo, con buona pace dei suoi superstiti sostenitori ed epigoni, ma se ne sta sostituendo giorno per giorno un’altra. in parte diversa, ma altrettanto refrattaria alla verità storica e probabilmente altrettanto perniciosa. Ché se la vecchia tendeva a squalificare ed invalidare alcune verità a tutto vantaggio della esaltazione e delle legittimazione di una vulgata di comodo, la nuova par di capire tenda a legittimare le une e le altre in funzione di un immobilismo politico e culturale che, come in passato, ignori le esigenze di una società veramente moderna».
E’ per questo che mi son dato da fare per scrivere un libro.
E devo dir grazie ha chi mi ha permesso di farlo, il signor Athos Agostini di Genova.
Un ringraziamento lo devo fare anche alla gentile signora Elena Curti, una figlia naturale di Mussolini.
Ha voluto fornirmi preziose informazioni che convalidano l’ipotesi da me formulata.
Altre intriganti notizie le ho avute dagli USA dove hanno analizzato il cervello del Duce.

Professor Alberto Bertotto

I fotogrammi sono stati presi dalla cassetta Combat Film e dalla trasmissione di Rai-due Mixer del 1993 («Indagare Mussolini», condotta da Gianni Minoli).
Fonte:http://firewolfdossier.blogspot.it/2008/05/la-morte-di-mussolini-valutazione-della.html