LA GUERRA DI LIBIA

La guerra italo-turca (nota in italiano anche come guerra di Libia o campagna di Libia e in turco come Trablusgarp Savaşı, ossia Guerra di Tripolitania) fu combattuta tra il regno d'Italia e l'impero ottomano per il possesso delle regioni Nordafricane della Tripolitania e della Cirenaica, tra il 29 settembre 1911 e il 18 ottobre 1912.

Le ambizioni coloniali spinsero l'Italia ad impadronirsi delle due province ottomane, che assieme al Fezzan, nel 1934, avrebbero costituito la Libia, dapprima come colonia italiana, in seguito come stato indipendente. Durante il conflitto fu occupato anche l'arcipelago del Dodecaneso, nel Mar Egeo; quest'ultimo avrebbe dovuto essere restituito ai turchi alla fine della guerra[2], ma rimase sotto l'amministrazione provvisoria dell'Italia fino a quando - con la firma del Trattato di Losanna[3] nel 1923 - la Turchia rinunciò ad ogni rivendicazione e riconobbe ufficialmente la sovranità italiana sui territori perduti nel conflitto.

Nel corso della guerra, l'impero ottomano si trovò notevolmente svantaggiato poiché poté rifornire il suo piccolo contingente in Libia solo attraverso il Mediterraneo. La flotta turca non era in grado di competere con la Regia Marina Italiana, e gli Ottomani non riuscirono a inviare rinforzi alle province africane.

Pure se minore, questo evento bellico fu un importante precursore della prima guerra mondiale perché contribuì al risveglio del nazionalismo nei Balcani. Osservando la facilità con cui gli Italiani avevano sconfitto i disorganizzati Turchi ottomani, i membri della Lega Balcanica attaccarono l'impero prima del termine del conflitto con l'Italia.

Durante la guerra, si registrarono numerosi progressi tecnologici nell'arte militare, tra cui, in particolare, l'impiego dell'aeroplano (furono schierati in totale 9 apparecchi[4]) sia come mezzo offensivo che di ricognizione. Il 23 ottobre 1911, un pilota italiano (il capitano Carlo Maria Piazza) sorvolò le linee turche in missione di ricognizione, e il 1º novembre dello stesso anno, l'aviatore Giulio Gavotti lanciò a mano la prima bomba aerea (grande come un'arancia) sulle truppe turche di stanza in Libia. Altrettanto significativo fu l'impiego della radio con l'allestimento del primo servizio regolare di radiotelegrafia campale militare su larga scala organizzato dall'arma del genio sotto la guida del comandante della compagnia R.T. Luigi Sacco e con la collaborazione dello stesso Guglielmo Marconi. Infine, il conflitto libico registrò il primo impiego nella storia di automobili in una guerra, da parte delle truppe italiane dotate di autovetture Fiat Tipo 2 e motociclette SIAMT.

Indice

La valutazione politico diplomatica

Impero Ottomano nel 1911.

Con l'apertura del canale di Suez (1869) il Mediterraneo aveva riacquistato in parte l'importanza strategica che aveva perso nel XV e XVI secolo con l'apertura delle rotte per le Americhe e del capo di Buona Speranza per collegare l'Estremo Oriente con i mercati dell'Europa. Di conseguenza era aumentata anche l'importanza strategica dell'Italia, in quanto potenza in grado d'impedire l'accesso al Mediterraneo Occidentale alle rotte passanti per il canale di Suez. Tuttavia l'unico modo di garantire questa rilevanza strategica era quello di avere il controllo, almeno parziale, dell'Africa Nord-Occidentale.

Quasi tutto il nord Africa era di fatto sotto il controllo di alcuni stati europei. Nel 1881 la Francia si era impadronita della Tunisia, nonostante la presenza su quel territorio di una numerosa collettività italiana, lasciando quindi la diplomazia italiana davanti al fatto compiuto. Pertanto l'unico territorio strategicamente utilizzabile per chiudere il passaggio fra i due bacini (Mediterraneo Occidentale e Mediterraneo Orientale) restava la Libia, dato che l'Egitto era sotto stretto controllo britannico, dopo aver stabilizzato l'area con la definitiva conquista del Sudan. Nel 1911 l'Italia era alleata con Germania e Austria-Ungheria nella Triplice Alleanza, tuttavia manteneva anche ottimi rapporti diplomatici con Gran Bretagna e Russia, mentre le relazioni con la Francia erano oscillanti fra la fraternità latina e le fiammate nazionaliste che, ogni tanto, rendevano tesi i rapporti fra le due potenze. Al contrario la situazione diplomatica della Turchia era molto meno brillante, dato che, in perenne contrasto con la Russia, si stava allontanando dall'alleanza franco-inglese (1909) per allinearsi con gli Imperi Centrali, trovandosi per sua disgrazia "in mezzo al guado".

La situazione politica interna dei due stati rifletteva la diversa situazione diplomatica. In Italia il governo era tenuto da Giovanni Giolitti, politico discusso, ma sicuramente abile, che aveva sfruttato una serie d'incidenti minori per avviare una campagna di stampa ostile alla Turchia, appoggiata dagli ambienti industriali e finanziari. Invece in Turchia stavano cominciando i terremoti politici che avrebbero portato alla fine del sultanato ottomano e all'instaurazione della Repubblica di Kemal Atatürk. La rivoluzione dei Giovani Turchi era avvenuta da soli 2 anni (1908), il regime non era ancora stabilizzato e, soprattutto nei territori esterni alla penisola anatolica (Balcani, Vicino Oriente, Arabia e Nordafrica), erano presenti forti componenti irredentistiche indigene.

Le azioni preliminari

L'interesse italiano per la Libia risaliva al 1881, quando la Francia aveva occupato la Tunisia, approfittando anche della debolezza della posizione diplomatica italiana, dovuta soprattutto all'interesse britannico che le due sponde del canale di Sicilia fossero occupate da due potenze diverse[5]. Il primo studio pratico di un piano per l'occupazione di Tripolitania e Cirenaica fu sviluppato nel 1885, in corrispondenza con l'occupazione di Beilul e Massaua, che avrebbe potuto portare ad uno scontro con la Turchia, tale pianificazione portò, alla fine di tale anno, alla pubblicazione di uno studio del contrammiraglio Lovera, dal titolo "Condizioni militari della Tripolitania"[6] che concludeva con la necessità di una forza di almeno 30000 uomini per occupare tale regione, con i due sbarchi principali presso Tripoli ed a Bomba (Cirenaica). Lo studio sopra indicato presentava anche dei dubbi sulla convenienza puramente economica di una colonizzazione di entrambe le regioni, in considerazione dello scarso sviluppo della regione, che avrebbe richiesto forti spese per interventi pubblici[6]. Questo documento fu seguito nel 1897, in seguito ad una crisi diplomatica con la Francia, da uno studio dello Stato Maggiore della Marina intitolato "Azione offensiva contro la Tripolitania", che partiva da un esame della situazione economica della provincia, in cui le attività più lucrative erano gestite da elementi stranieri[7]. Lo studio proseguiva con un'analisi politica, in cui era evidenziato che la popolazione araba e berbera non era sottomessa agli ottomani, ma solamente "conquistata", quindi esisteva un ampio margine di manovra per accattivarsi le simpatie della popolazione contro il governo turco[7]. La zona di sbarco consigliata per l'occupazione di Tripoli era in prossimità di capo Tajura, la flotta turca avrebbe dovuto essere contrastata con forze navali commisurate alla potenzialità dell'avversario. Le operazioni terrestri avrebbero dovuto essere appoggiate da un bombardamento dei forti che difendevano Tripoli. Nel 1910 il tenente di vascello Zino aveva evidenziato la rilevanza strategica di Tobruch e la fertilità dell'area di Derna, in Cirenaica[8].

Il rinnovo della Triplice Alleanza (1891) prevedeva esplicitamente (articolo IX) che la Germania appoggiasse l'Italia anche in Nord Africa, seppure dopo un esame globale della situazione da cui risultasse impossibile mantenere lo statu quo e con un tentativo di accordo con l'Inghilterra. Con la Francia nel 1900 fu stipulato un accordo segreto, per cui l'Italia, in cambio di un eventuale appoggio diplomatico alla Francia in Marocco, otteneva un dichiarazione di disinteresse della Francia per la Tripolitania[9], seguito, dopo due anni, da una serie di dichiarazioni congiunte in cui si stabiliva che Italia e Francia avrebbero potuto sviluppare la loro influenza rispettivamente in Tripolitania e Marocco quando lo avessero ritenuto opportuno.

Intanto, a partire dal 1890, la bilancia commerciale della Tripolitania si spostava a favore dell'Italia a spese di Malta e dell'Inghilterra, arrivando nell'anno 1905 ad un tonnellaggio italiano in entrata e uscita da Tripoli doppio di quello inglese e quadruplo di quello francese[10].

Le posizioni italiane sulla guerra

Prima dell'inizio della guerra in Italia si manifestarono forti correnti interventiste, con una convergenza di interessi fra la borghesia settentrionale, che vedeva un intervento come un'occasione per allargare i mercati per i prodotti agricoli e, soprattutto, industriali, ed il proletariato agricolo del sud, che vedeva nella Libia, descritta come terra generalmente fertile, un'occasione per ridurre la piaga dell'emigrazione. All'inizio del secolo l'industria italiana aveva avuto una notevole espansione delle esportazioni verso l'Impero Ottomano, tanto che tra il 1907 ed il 1909 era al quarto posto nelle esportazioni verso la Turchia[11], con prevalenza di prodotti tessili, tuttavia tra il 1908 ed il 1911 diversi tentativi imprenditoriali ebbero una netta opposizione politica, che si manifestò anche in una serie azioni di boicottaggio degli interessi italiani sia in Libia sia nel Mar Rosso[11]. Altre spinte all'espansione venivano dall'esposizione della Banca di Roma, che era impegnata dal 1907 in Tripolitania, ma ormai era soggetta all'ostilità delle autorità turche[11].

Dal punto di vista strategico, inoltre, la Libia non era in grado di "fare sistema" con le basi in Italia meridionale e nelle isole, praticamente ottenendo solo il risultato di un aumento sia dell'importanza sia della vulnerabilità dell'Italia[12], come avrebbe successivamente dimostrato l'esperienza della seconda guerra mondiale.

Per l'occasione dell'entrata in guerra fu addirittura scritta una canzone, Tripoli bel suol d'amore[13], che venne cantata in molti teatri italiani dalla cantante Gea della Garisenda, il cui nome d'arte era stato coniato da d'Annunzio, che si presentava sul palcoscenico vestita unicamente del tricolore, suscitando scandalo nella società dell'epoca. Proprio nel 1910 veniva fondato il Partito Nazionalista, con l'appoggio soprattutto dei futuristi, che vedevano la guerra come «sola igiene del mondo»[14], anche sotto la spinta imperialista che soffiava su tutto il mondo europeo e americano. A questa spinta verso la guerra si aggiunsero anche voci precedentemente insospettabili, come il poeta Giovanni Pascoli, che, infiammato dalla propaganda che circolava in Italia, scrisse, parlando dell'Italia al teatro di Barga che «la grande proletaria si è mossa».

Contrapposti a questi entusiasmi erano sia i dubbi espressi da Salvemini, che definì la Libia «uno scatolone di sabbia» e da Leone Caetani (definito sprezzantemente dai più scalmanati interventisti "il Principe turco"), sia l'opposizione molto più netta di alcune correnti dei socialisti, che rifiutavano la guerra soprattutto per motivi ideologici, capeggiate da Benito Mussolini e dall'ala estrema repubblicana guidata da Pietro Nenni.

Ma l'opposizione più decisa venne dai sindacalisti rivoluzionari che tentarono di bloccare la guerra con le dimostrazioni e con lo sciopero generale. La Confederazione Generale del Lavoro proclamò uno sciopero generale di 24 ore per il giorno 27 settembre 1911. Ma, per le divisioni del movimento rivoluzionario, "il fallimento, in Italia, fu pressoché totale... Soltanto a Forlì lo sciopero riesce"[15]. Tutto lo stato maggiore del movimento fu arrestato. Contrariamente ad un'idea molto diffusa, poche furono le personalità di questo movimento che si dichiararono a favore dell'intervento. Fra queste vi furono Paolo Orano, Arturo Labriola che tuttavia mutò giudizio rapidamente, e Angelo Oliviero Olivetti. Sul piano ideologico e politico, le più approfondite analisi contro la guerra furono fatte da Alceste De Ambris che definì l'invasione italiana "una guerra di brigantaggio" e da Enrico Leone, economista e sindacalista rivoluzionario, che scrisse un libro contro la politica di colonizzazione violenta.

La Libia

Le tre province ottomane dell'attuale Libia (in verde): Tripolitania, Fezzan, Cirenaica

Geograficamente la Libia può essere divisa in tre zone: Tripolitania, che si affaccia sulla costa fra Ben Gardane (che, in realtà, è già in Tunisia) ed El Agheila, un vasto altipiano che si alza a pochi chilometri dalla costa ed è detto Gebel. Proseguendo lungo la costa, fino al passo Halfaya, la zona è denominata Cirenaica (dal nome dell'antica Cirene), e comprende l'altipiano del Barca. Fra i due altipiani (Gebel e Barca) si trova la pianura della Sirte. Il deserto che si estende oltre gli altipiani è detto Fezzan. Il nome di Libia viene dal nome dato dai Romani alla regione, abitata appunto dai Libii (di stirpe berbera). Quando la regione, dopo la caduta dell'Impero romano, fu invasa dagli arabi, questi si mescolarono alle popolazioni preesistenti, tanto che attualmente non è più possibile distinguere la componente protolibica (quella berbera, orgogliosamente attaccata alle sue tradizioni) da quella araba. La Libia era stata elevata a provincia (vilayet) dell'Impero ottomano nel 1835 ed era retta da un governatore (valì) che aveva come sottoposti i funzionari civili (caimacam e mudir). La popolazione libica era concentrata in Tripolitania (650.000 abitanti) e Cirenaica (300.000 abitanti), mentre nelle zone desertiche di Hamda el-Homra (a sud del Gebel) e del Fezzan erano presenti solo poche decine di migliaia di nomadi.

La Libia era il centro dell'azione senussita, che aveva avuto la sua origine nell'oasi di Giarabub. Quest'azione aveva come scopo di recuperare la pretesa purezza della dottrina islamica, aumentando anche l'istruzione dei fedeli. Uno degli effetti più rilevanti fu la trasformazione dei pastori del deserto in agricoltori, che si stabilirono attorno a Giarabub, facendo così fiorire un regno feudale nel deserto governato dai discendenti di Ibn Abi, detti Senussi. Questo regno praticamente costituiva uno Stato semiautonomo (Senussia) nella provincia turca. In seguito all'occupazione inglese di Egitto e Sudan Giarabub venne a trovarsi prossima al confine, quindi la capitale della Senussia fu trasferita all'oasi di Cufra.

Considerando questa situazione politica il governo italiano pensò erroneamente che l'occupazione italiana sarebbe stata appoggiata attivamente, o almeno non contrastata, dalla popolazione araba della Libia. Tale interpretazione politica, rassicurante e desiderabile, ma non corrispondente alla realtà, e quindi foriera di notevoli rischi, era appoggiata attivamente utilizzando la stampa nazionale dalla Banca di Roma, che, in tal modo, cercava di difendere i suoi interessi a Tripoli[16]. Di fronte a questa visione ottimistica non vennero effettuati i passi necessari per attirarsi la simpatia dei capi locali, che avrebbero richiesto l'impiego di risorse finanziarie prima che militari[16].

Le forze contrapposte

Per le operazioni in Libia il Regio Esercito mobilitò un Corpo d'armata (Corpo d'armata Speciale) costituito allo scopo su due divisioni, per un totale 34.000 uomini, al comando del generale Carlo Caneva. Ogni divisione era su due brigate ed ogni brigata era su 2 reggimenti di fanteria (rinforzati da una sezione di mitragliatrici), 2 squadroni di cavalleggeri, 1 reggimento di artiglieria da campagna (4 batterie con pezzi da 75 mm), 1 compagnia zappatori e servizi. Le truppe non indivisionate erano 2 reggimenti di bersaglieri (8° e 11°) (rinforzati da una sezione mitragliatrici), 1 reggimento di artiglieria da montagna (4 batterie), 1 gruppo di artiglieria da fortezza (2 compagnie), 1 battaglione di zappatori (2 compagnie), una compagnia telegrafisti con 4 stazioni radiotelegrafiche. Agli uomini furono consegnate nuove divise più adatte per l'ambiente operativo di quelle normalmente utilizzate sul territorio metropolitano, del colore grigioverde che caratterizzò le uniformi italiane fino alla seconda guerra mondiale. Successivamente le forze terrestri furono aumentate nel corso del conflitto.

La guarnigione turca in Libia era di circa 4000 uomini (42ª divisione autonoma).

  • in Tripolitania: 3 reggimenti di fanteria, 1 battaglione cacciatori (nichandji), 4 squadroni di cavalleria, 1 battaglione di artiglieria da fortezza
  • in Cirenaica; 1 reggimento di fanteria, 1 squadrone di cavalleria, 2 batterie di artiglieria da campagna, 1 batteria di artiglieria da montagna, 2 compagnie da fortezza

Nel corso del conflitto si unirono ai turchi un numero imprecisato di forze arabe organizzate in mehalla, unità tribali di entità variabile a seconda delle popolazione che le sosteneva, inquadrate da ufficiali turchi. Inoltre bisogna considerare i 2.000-3.000 guerriglieri senussiti al comando di Omar al-Mukhtar.

La situazione navale può essere riassunta in breve.

Italia (Forza navale del Mediterraneo, successivamente Forze navali riunite)[17](viceammiraglio Augusto Aubry)
  • 1ª Squadra (viceammiraglio Augusto Aubry)
    • 1ª Divisione (viceammiraglio Augusto Aubry): Corazzate Vittorio Emanuele, Regina Elena, Napoli, Roma
    • 2ª Divisione (contrammiraglio Ernesto Prebitero): Incrociatori Pisa, Amalfi, San Marco, Esploratori Agordat, Partenope
  • 2ª Squadra (viceammiraglio Luigi Faravelli)
    • 1ª Divisione (viceammiraglio Luigi Faravelli): Corazzate Benedetto Brin, Saint Bon, Emanuele Filiberto
    • 2ª Divisione (contrammiraglio Paolo Thaon de Revel): Incrociatori Garibaldi, Varese, Ferruccio, Marco Polo, Esploratori Coatit, Minerva
  • Divisione navi scuola (contrammiraglio Raffaele Borea Ricci) Corazzate Re Umberto, Sardegna, Incrociatore Carlo Alberto
  • Ispettorato siluranti (contrammiraglio Luigi di Savoia) Incrociatori Vettor Pisani, Lombardia e 62 unità leggere (torpediniere e cacciatorpediniere), ripartite operativamente fra l'ispettorato ed il comando in capo delle forze navali[18]

Oltre a queste unità operarono in Mediterraneo gli incrociatori ausiliari Bosnia, Città di Messina, Città di Catania, Città di Palermo, Città di Siracusa, Duca di Genova, Duca degli Abruzzi

Turchia
  • Squadra di Beirut (il grosso della flotta), che, appena iniziate le ostilità, si ritirò nella acque dei Dardanelli, navi da battaglia Barbarossa Haireddin, Turgut Reiss, Megidié, Hamidié, cacciatorpediniere Jadighiari Milet, Nemamehamiet, Morenivetmilié, Samsum, Jarhissar, Thaxos, Bassora, nave appoggio Teirimughian[19]
  • Squadra di Albania 2 incrociatori, 4 torpediniere e 2 cannoniere fluviali
  • Squadra del Mar Rosso 1 cacciatorpediniere, 9 cannoniere, 1 yacht armato e 6 sambuchi
  • Di fronte a Istanbul 2 corazzate e 12 torpediniere

Nella squadra turca di Beirut due delle corazzate (Megidié e Hamidié) erano antiquate, tuttavia le due corazzate più moderne erano di costruzione tedesca (classe Brandenburg) ed i cacciatorpediniere erano moderni e capaci di velocità elevate per l'epoca[20].

L'ultimatum e le prime operazioni belliche

Il giorno 28 settembre l'ambasciatore italiano a Costantinopoli consegnò alla Sublime porta un ultimatum che «fu compilato in modo da non aprire strade a qualunque evasione e non dare appigli ad una lunga discussione che dovevamo ad ogni costo evitare»[21]. Il termine per accettare le condizioni dell'ultimatum che, fra l'altro, imponeva al governo ottomano di dare «gli ordini occorrenti affinché essa (l'occupazione militare della Tripolitania e Cirenaica) non incontri da parte dei rappresentanti ottomani alcuna opposizione»[22], era di sole 24 ore. La risposta turca fu estremamente accomodante, ma giunse con un ritardo di due ore, quando già era avvenuto il primo scontro bellico.

La guerra iniziò alle ore 14 del 29 settembre 1911; dopo pochi minuti il capitano di fregata Guido Biscaretti, che si trovava al comando di un gruppo di cacciatorpediniere, incrociò la torpediniera turca Tocat in veloce allontanamento dal porto di Prevesa (attualmente in Grecia). I cacciatorpediniere Artigliere e Corazziere la presero sotto il fuoco delle loro artiglierie, costringendola ad incagliarsi in fiamme.

Con questo primo combattimento la guerra era iniziata e non esistevano più margini diplomatici per evitarla.

Gli sbarchi in Africa

Già prima della dichiarazione di guerra la marina italiana cercava di intercettare il piroscafo turco Derna che era partito da Salonicco con un carico di fucili Mauser , ma non ebbero la possibilità di bloccarlo, dato che il capitano si protesse sotto la bandiera tedesca[23]. Quando il Derna giunse a Tripoli, fu iniziata l'evacuazione degli italiani dalla città, attuata fra il 28 ed il 30 settembre.

Tobruk

Nonostante la riconosciuta importanza di Tripoli, Tobruk fu la prima città della Libia ad essere occupata, per il suo ottimo porto e l'importante posizione strategica, che impediva ogni movimento costiero da e per l'Egitto. Occupando Tobruk la Regia Marina spostava il punto di partenza della flotta (o, almeno, della squadra più avanzata) di 500 miglia ad est rispetto alla base attuale (Augusta)[24]. La mattina del 4 ottobre una squadra navale italiana (Vittorio Emanuele, Roma, Napoli, Amalfi, Pisa, Lampo[25]) entrò nella rada e, dopo pochi colpi di cannone, iniziò lo sbarco di circa quattrocento uomini, avvenuto senza incontrare resistenza.

Tripoli


« Alle ore 15:30 di oggi, 3 ottobre, si ode il primo colpo di cannone della Benedetto Brin, che tira sul molo di Tripoli...La Garibaldi che le sta vicino tira anch'essa coi suoi pezzi da 203. Siamo a 9.500 metri, fuori del tiro dei forti di Tripoli; vediamo la prima granata scoppiare ai piedi del terrapieno del forte Hamidiè. Sentiamo la Brin, la Filiberto, la Carlo Alberto tirare sul molo...verso le 16,15 siamo a 6.500 metri, ed entrano in azione le batterie da 152...il forte Hamidiè è diventato un vulcano in eruzione...alle 17,15 viene segnalato dalla Garibaldi l'ordine di cessate il fuoco...osserviamo con potenti cannocchiali di bordo. I forti fumigano come bracieri... »

(Giuseppe Piazza corrispondenza di guerra del 5 ottobre 1911)

Le operazioni militari contro Tripoli iniziarono il 3 ottobre, dopo una serie di trattative con le autorità turche, che, con chiaro intento dilatorio[26], si riparavano dietro l'impossibilità di contattare il governo per evitare di dare risposte concrete. In conseguenza di ciò, in presenza di opere fortificate organizzate a difesa (anche se carenti di artiglierie), le corazzate italiane dovettero impegnare le guarnigioni con il tiro dei loro cannoni, iniziando il bombardamento alle 15,30. Le truppe turche regolari, composte da circa 2000 uomini[27], avevano già lasciato la città il giorno 2 ottobre per ritirarsi nel campo fortificato di ʿAin Zara, a circa 10 km a sud est di Tripoli. Il bombardamento dei forti Sultanié (ad ovest della città) e Hamidié (ad est della città) durò dalle 15.30 fino a sera, danneggiando gravemente i forti e mettendo a tacere le loro (scarse) artiglierie, senza danneggiare sensibilmente nessuna abitazione civile.

Il giorno 4 ottobre proseguì lo smantellamento delle fortificazioni, contrastato solo da colpi sporadici sparati dal forte Sultanié. Una pattuglia, sbarcata a terra, verificò l'evacuazione del forte Hamidié. Nel frattanto il console tedesco Tilger raggiungeva la Benedetto Brin (nave ammiraglia della 2ª squadra) su una lancia, per richiedere un sollecito sbarco, dato che in città, dopo la partenza della guarnigione turca, erano cominciati episodi di saccheggio.

In seguito a questa situazione fu organizzata una forza di 1732 uomini della marina al comando del Capitano di Vascello Umberto Cagni, che fu fatta sbarcare il giorno 5. La forza era su due reggimenti, entrambi su tre battaglioni, uno era della Divisione Navi Scuola, comandato dal capitano di fregata Mario Grassi (nave Sardegna), l'altro era tratto dalle navi della e della 2ª divisione, al comando del capitano di fregata Enrico Bonelli (nave Re Umberto). Lo sbarco iniziò alle 7,30, con gli uomini della nave Sicilia, seguiti successivamente da quella della Sardegna e da una sezione di artiglieria[28]. Constatata l'assenza di reazione nemica, gli uomini occuparono il forte Sultaniè e si attestarono a difesa. Successivamente sbarcarono gli uomini della Re Umberto con altri quattro pezzi d'artiglieria, ed a mezzogiorno la bandiera italiana fu alzata sul forte Sultaniè[28]. Nello stesso periodo un reparto di guastatori occupava il forte Hamidiè, all'altra estremità della rada, seguiti alle 16,30 da tutto il secondo reggimento, che puntava sulla piazza del mercato, congiungendosi in tale luogo con le unità dell'altro reggimento[28]. Immediatamente il capitano Cagni organizzava una linea di difesa per coprire l'area di sbarco.

Dato che questa era l'unica forza disponibile per tenere la città, e che il convoglio che trasportava le forze di terra, ancora attraccato a Napoli e Palermo, non sarebbe giunto che dopo diversi giorni, la situazione si presentava come critica, poiché un contrattacco delle forze turche, a pochi chilometri dalla città, avrebbe potuto spazzar via la testa di ponte italiana. Il capitano Cagni riuscì a dare l'impressione che la forza sbarcata fosse molto più numerosa di quanto era in realtà, ed in tal modo riuscì a ritardare qualsiasi attacco per una settimana. Intanto il governatore provvisorio cercava di tenere buoni rapporti con i capi arabi della città, che riconobbero l'occupazione senza eccessive difficoltà. La guarnigione turca iniziò la marcia di avvicinamento a Tripoli solo il 10 ottobre. Finalmente il giorno 11 arrivarono a Tripoli i piroscafi America e Verona e l'incrociatore Varese, che, essendo le navi più veloci, si erano staccate dal resto del convoglio. Le navi trasportavano l′84º reggimento fanteria, due battaglioni del 40º reggimento fanteria ed un battaglione dell'11º reggimento bersaglieri, per un totale di 4800 uomini. Il giorno successivo giunse il resto del convoglio, assicurando il controllo della città all'Italia.

Homs

L' 8º Reggimento bersaglieri a Tripoli fu mantenuto sulle navi e, dato che si parlava di Homs come una località tranquilla e già abbandonata dai turchi, alle 7 del mattino del 17 ottobre si presentò al largo di quella località. In realtà la guarnigione turca (300 uomini) era ancora nella città, ma il contrasto maggiore venne dalle pessime condizioni del mare, che costrinsero a ritardare lo sbarco di ben quattro giorni. Immediatamente prima dello sbarco la guarnigione si ritirò sulle alture del Mergheb (quota 176) che dominavano l'abitato.

Due giorni dopo lo sbarco i bersaglieri tentarono di occupare le alture, ma, oltre che dalla guarnigione turca, furono impegnati da circa 1500 irregolari arabi. Dato che il colonnello Carlo Maggiotto (comandante dell'8° bersaglieri) ritenne la posizione raggiunta non difendibile, a sera i bersaglieri si ritirarono in città.

Imbaldanziti da questo successo i turchi il 28 ottobre attaccarono le trincee attorno ad Homs con circa 2000 irregolari. Tuttavia, respinti dai bersaglieri rinforzati da due plotoni di marinai e con il concorso del fuoco del Marco Polo, gli irregolari tornarono ai loro villaggi, senza ulteriormente minacciare la città.

Derna

Il 7 ottobre il reggente il consolato di Derna aveva informato il contrammiraglio Presbitero (che era a Tobruk con la squadra navale), che era rinchiuso, con gli altri italiani, in una casa conosciuta come "casa Aronne" ed erano tenuti praticamente in ostaggio. Presbitero inviò a Derna la Napoli che prese posizione presso l'abitato e, quando i parlamentari inviati a terra su una scialuppa furono accolti dal fuoco nemico, aprì il fuoco con l'armamento secondario (pezzi da 76 mm) e con poche salve da 203 mm, il fuoco nemico cessò alle 11.30 e finalmente la scialuppa poté prendere contatto con le autorità turche. Gli italiani furono liberati e trasferiti a bordo della Napoli la mattina del successivo giorno 9 ottobre[29].

Il 13 ottobre l'ammiraglio Aubry ordinò l'occupazione di Derna con le truppe già presenti a Tobruk. Lo sbarco fu tentato senza successo, anche per le condizioni proibitive del mare e per la violenta reazione da terra, il giorno 16 ottobre. L'occupazione fu effettuata dal I/40° fanteria che, imbarcato a Tobruk sul piroscafo Favignana, la mattina successiva, sbarcò 16 uomini al comando del capitano di fregata Piero Orsini[30]. Nei giorni successivi altri sbarchi portarono la guarnigione italiana a 250 fucili. Lo sbarco terminò solo il 21 ottobre, quando fu messo a terra tutto il battaglione. Il 25 ottobre giunsero, direttamente dall'Italia il 22º reggimento fanteria, il battaglione alpini Saluzzo ed un plotone del genio al comando del colonnello, poi generale, Vittorio Italico Zupelli. Per garantire il rifornimento idrico Zupelli fece occupare e fortificare il ciglione dell'altipiano che si alzava dietro la città, dove si trovava la fonte che la riforniva.

Bengasi

Bengasi era la capitale della Cirenaica ed il centro strategico più importante dopo Tripoli, contava circa 15000 abitanti[31]. La mattina del 18 ottobre una squadra navale partita da Augusta si presentò davanti alla città. Le truppe destinate all'azione erano il ed il 63º reggimento fanteria (circa 4000 uomini) supportati da reparti del genio e da 2 batterie di artiglieria da montagna. La guarnigione turca contava 450 uomini. Il giorno successivo, dato che le intimazioni di resa non avevano avuto esito, le navi aprirono il fuoco alle 7.30, colpendo sia le fortificazioni turche (Berka e Castello) sia la spiaggia della Giuliana che era l'unico tratto di costa adatto ad uno sbarco. Tale spiaggia, lunga circa 1 km, ha un andamento N-S tra punta della Giuliana e punta Buscaiba, a cui seguiva un tratto di dune di circa 500 m, con fortificazioni campali turche, che era chiuso da un'ampia salina, quindi, calcolando la necessità di aggirare la salina, le truppe da sbarco avrebbero dovuto percorre circa 3 km per arrivare a Berka, dove era situata la caserma da cui i turchi controllavano il centro di Bengasi[32]. Prima ancora che terminasse il bombardamento, alle 8.50, i primi uomini prendevano terra al comando del capitano di fregata Angelo Frank, attestandosi su una linea di dune a circa 100 m dalla battigia. Successivamente iniziò lo sbarco delle fanterie, tuttavia, da alcune trincee ben mimetizzate, iniziò il fuoco nemico che arrestò l'avanzata degli uomini di Frank. L'unico punto dominante la spiaggia, cioè l'altura su cui si trovava il cimitero cristiano, era indifeso, quindi fu subito occupato da Frank con due pezzi di artiglieria, protetti da un plotone di marinai. Il primo contrattacco turco, proprio contro la postazione dell'artiglieria, riuscì a prenderla al rovescio e costrinse gli artiglieri a ritirarsi dopo aver tolto gli otturatori ai cannoni, che però furono subito riconquistati da un contrattacco guidato dal Frank, con la copertura del fuoco navale.

Attorno alle 15.30 il grosso del contingente da sbarco era a terra, al comando del generale Ottavio Briccola. Fu deciso di aggirare le difese nemiche con due battaglioni del 4° fanteria, l'assalto ebbe successo, ma le perdite non furono lievi, comprendendo diversi ufficiali fra cui lo stesso Frank. Il mattino seguente fu occupata tutta la città.

La sera stessa, nuclei di irregolari attaccarono gli avamposti difensivi italiani. nei giorni successivi affluirono a Bengasi notevoli rinforzi ( e 68º reggimento fanteria). Il presidio inizialmente si ritirò a El Abia, ma successivamente si riaccostò alla città, occupando Sidi Muftà (Benina). Nel campo di Benina arrivarono ad essere presenti 20000 irregolari[33]. La presenza di questo campo nemico impedì ogni attività offensiva italiana per tutta la durata della guerra.

Le operazioni in Tripolitania

Schizzo del combattimento di Sciara Sciat (23 ottobre 1911)

In seguito allo sbarco italiano la guarnigione turca di Tripoli si ritirò nei campi di Azizia e di Suarei Ben Adem, dove radunò un numero imprecisato di mehalla (milizie regionali irregolari) per più di 10000 uomini[34]. Il giorno 23 ottobre, non visti dalla ricognizione italiana, che proprio in quell'occasione iniziò ad usare aeroplani[35], gli arabo-turchi impegnarono il perimetro difensivo italiano di Tripoli, dal lato ovest e nella zona centrale. In quel momento il perimetro difensivo della città (circa 13 km di sviluppo) era tenuto da circa 8500 uomini e tre batterie di artiglieria: e 40º reggimento fanteria ad ovest, 82° e 84º reggimento fanteria con fronte sud al centro e 11º Reggimento bersaglieri ad est. Le posizioni dei bersaglieri erano quelle peggio organizzate, in quanto attraversavano la Menscia, quartiere dell'oasi di Tripoli densamente abitato e quindi non potevano essere supportate da artiglieria (per mancanza di campo di tiro) e non erano state approntate a difesa per evitare di danneggiare le proprietà degli abitanti. L'attacco principale fu rivolto proprio contro i bersaglieri che riuscirono a difendersi nella parte più interna, ma che a Sciara Sciat (presso la costa), attaccati alle spalle con colpi provenienti dall'abitato, furono respinti con gravi perdite. In particolare la 4ª e 5ª compagnia furono quasi annientate, avendosi solo 57 superstiti[36]. Sciara Sciat fu rioccupata solo al tramonto da un battaglione dell'82º reggimento fanteria dopo un combattimento casa per casa. Questo combattimento per gli italiani fu il più sanguinoso di tutta la campagna, con 378 morti (di cui 8 ufficiali) e 125 feriti[37]. Il mattino successivo iniziarono le perquisizioni nella zona di Sciara Sciat, finalizzate al sequestro di armi e munizioni, effettuate da un battaglione della marina organizzato dalla Divisione Navi Scuola[37].

L'attacco turco fu reiterato il 26 ottobre, alle 5 del mattino, praticamente con tutte le forze disponibili, impegnando tutto il settore sud est. Nonostante sfondamenti limitati nella zona ovest, la linea italiana riuscì a tenere soprattutto per la copertura dell'artiglieria ed i contrattacchi dei rinforzi provenienti dalla città (durante questi scontri morì, fra gli altri, la medaglia d'oro al V.M. Sottotenente di Vascello Riccardo Grazioli Lante della Rovere). Alle 8 del mattino l'azione turca era conclusa e le forze attaccanti erano in fuga. Un attacco contemporaneo sul fronte orientale della linea di difesa non ebbe miglior esito.

L'unico effetto militare dei combattimenti del 23 e 26 ottobre fu l'accorciamento del perimetro verso est, invece dal punto di vista politico segnarono la fine dell'illusione italiana di poter collaborare con gli arabi per cacciare i turchi. La repressione contro gli arabi fu estremamente dura, inasprita anche dalle crudeltà degli arabi stessi verso i prigionieri[38]. Intanto i turchi impegnavano la guarnigione di Tripoli con azioni di guerriglia, usando cecchini e sparando colpi d'artiglieria isolati con pezzi che venivano spostati immediatamente[39].

Nel corso di novembre furono trasportati dall'Italia 7 battaglioni di fanteria, uno di alpini, uno di granatieri ed una batteria da 75 mm, riuniti nella 3ª divisione speciale[40] (tenente generale Felice De Chaurand). Il 26 novembre l'11° bersaglieri ed il 93° fanteria con due battaglioni di granatieri, rioccuparono totalmente l'oasi e ripresero tutte le posizioni lasciate fra il 27 ed il 28 ottobre, protetti sul fianco sinistro dal 23° e 52º reggimento fanteria da eventuali attacchi provenienti da Ain Zara.

Nel corso dell'inverno le truppe italiane furono falcidiate dal colera, che, già presente a Tripoli fin dal 1910, ebbe la sua prima vittima fra gli italiani il 13 ottobre. L'epidemia imperversò fino a fine dicembre, con 1080 militari colpiti e 333 morti[41]. Le perdite totali nel campo di Ain Zara, dove ugualmente imperversò l'epidemia, non sono mai state rese note, però fra i turchi furono di 42 ufficiali e 200 soldati[42] su poco più di 2000 uomini.

L'occupazione di Ain Zara

Prima di proseguire nell'occupazione della Tripolitania era necessario neutralizzare la minaccia di Ain Zara, a soli 10 km da Tripoli. Ain Zara era tenuta da circa 8000 uomini, con una batteria di 7 cannoni Krupp da 87 mm, fortificata e ben predisposta a difesa. Le azioni iniziarono il 4 dicembre con 12000 uomini, operanti su due colonne separate con una terza colonna pronta in riserva nell'oasi di Tripoli.

La prima colonna (gen. Pecori Giraldi) operò con le due brigate (Giardina e Lequio) separate. La seconda colonna (gen. Rinaldi) su 82° e 84º reggimento fanteria operò direttamente contro le difese turche, sotto il fuoco delle artiglierie, che, però, furono subito sottoposte al tiro di controbatteria dei 149 mm e dei mortai da 210 mm italiani che, per dirigere il tiro, utilizzarono anche osservatori aerei. La terza colonna (col. Amari), su due battaglioni del 52º reggimento fanteria impegnò gli arabi nel villaggio di Amrus, impedendo loro di concorrere alla difesa di Ain Zara, ma senza ottenere guadagni territoriali.

Alle 15, sotto il tiro delle artiglierie italiane e minacciati di aggiramento dalla brigata Giardina, i turchi iniziarono a ritrarsi dalle trincee, abbandonando le artiglierie, senza che le unità italiane tentassero l'inseguimento nel corso della stessa giornata. Il giorno successivo ormai le mehalla arabe si erano sparpagliate nel deserto.

Il risultato della battaglia che, sia pur positivo, aveva mostrato l'incapacità delle truppe italiane di sfruttare il successo, spinse al trasferimento in Libia di unità di ascari dall'Eritrea ed alla costituzione di unità di artiglieria cammellate.

Il trasferimento del principale campo nemico da ʿAin Zara ad Azizia permise agli italiani di completare l'occupazione dell'oasi di Tripoli e di congiungere la posizione fortificata appena conquistata a Tripoli con un tronco ferroviario.

Le operazioni finali in Tripolitania

Dato che la penetrazione nell'interno appariva rischiosa e portava a grossi problemi logistici il comando italiano decise di estendere il controllo lungo la costa, isolando così le forze dell'interno, rifornite fino a quel momento da contrabbandieri attraverso la Tunisia ed il porto di Zuara.

ll 19 dicembre un tentativo di operazione contro l'oasi di Bir Tobras (14 km a sud di ʿAin Zara) si risolse in uno scacco per le forze italiane, che persero l'orientamento nel deserto e rischiarono di essere accerchiate. Dopo una giornata di resistenza precaria, nel corso della notte le unità iniziarono una lenta ritirata in formazione difensiva (quadrato), per rientrare ad Ain Zara solo la sera successiva.

Nel corso di dicembre vennero effettuate diverse operazioni lungo la costa, arrivando (17 dicembre) fino all'oasi di Zanzur (sulla costa, 30 km ad ovest di Tripoli), senza tuttavia occuparla. Nel gennaio 1912 fu occupata Gargaresch (6 km da Tripoli) che fu tenuta dopo un attacco degli arabi il 18 gennaio.

Per occupare Zanzur il 22 dicembre ad Augusta fu imbarcata la 10ª brigata fanteria, che doveva sbarcare nella penisola di Rus-el-Macabez, tuttavia, a causa delle pessime condizioni meteorologiche, lo sbarco fu rinviato fino alla seconda metà di febbraio, tenendo le truppe acquartierate a Catania e Siracusa. Le condizioni del mare si stabilizzarono solo ad aprile. Il convoglio delle truppe, partito da Augusta, giunse davanti alla costa libica il 9 aprile, un'azione diversiva verso Zaura attirò nel villaggio il grosso delle forze turche presenti, ed il 10 aprile iniziò lo sbarco a Macabez della 5ª divisione (gen. Vincenzo Garioni), preceduta da un battaglione ed una batteria da sbarco della marina, la divisione occupò immediatamente il fortino di Bu Chamez e vi creò una base di appoggio[43]. All'operazione parteciparono i due dirigibili P2 e P3 con funzioni di esplorazione[43]. Il 23 aprile tre colonne arabo-turche conversero sul forte di Bu Chamez, ma, accolte da un intenso fuoco dalle truppe italiane, furono costrette a ritirarsi[44].

All'inizio del 1912, approfittando della distruzione delle cannoniere turche a Kunfida, furono trasferite truppe dall'Eritrea (che non poteva più essere minacciata da sbarchi turchi) alla Libia, il primo battaglione eritreo sbarcò a Tripoli il 9 febbraio[45].

Il 1º maggio, con base operativa ad Homs, furono occupati alcuni rilievi argillosi situati oltre il Mergheb detti Montagnole Rosse e le vicine rovine di Lebda (Leptis Magna). Una volta occupata la zona fu stabilita una catena di ridotte che la collegava al Mergheb e ad Homs. Un tentativo di attaccare queste ridotte, effettuato da arabi guidati da ufficiali turchi, nella notte prima del 12 giugno permise l'occupazione di una ridotta con l'eliminazione quasi completa della guarnigione. Tuttavia la mattina successiva gli attaccanti furono sorpresi dalle forze italiani che venivano in rinforzo (3 compagnie, due dell′8º Reggimento bersaglieri e una dell′89º Reggimento fanteria "Salerno") nel letto di un wadi. Praticamente non fu possibile nessuna forma di resistenza da parte dei turco-arabi, che furono quasi tutti eliminati dal fuoco proveniente dall'alto. Alle 14 era finito tutto.

L'8 giugno una forte colonna mosse da Gargesch per Zanzur ed ancora prima del sorgere del sole iniziarono gli scontri, che ben presto impegnarono tutto il fronte. A supporto delle fanterie italiane operavano anche i cannoni di grosso calibro della Carlo Alberto, che provocarono molti morti nelle trincee turche. Alle 13 gli obiettivi italiani erano stati raggiunti ed i contrattacchi turchi erano stati sventati. Tuttavia, invece di inseguire il nemico, le fanterie italiane consolidarono le posizioni dominanti la cittadina.

Per porre termine al contrabbando di armi via mare era necessario occupare l'ultimo porto della Tripolitania ancora sotto controllo dei Turchi, cioè quello di Misurata, all'imbocco del Golfo della Sirte. Dato che la città distava diversi chilometri dalla costa, lo sbarco fu effettuato a Ras Zarrug, il giorno 16 giugno. Le forze che dovevano effettuare lo sbarco, provenienti da Tripoli, Homs, Bengasi, Derna e Rodi[46] erano 7 battaglioni di fanteria, 2 di alpini, 1 squadrone di cavalleria, 1 compagnia eritrea e 5 batterie con il relativi servizi, lo sbarco avvenne regolarmente ed il contrasto turco fu controbattuto dalle artiglierie navali, il giorno 22 era terminato anche lo sbarco di tutto il materiale logistico. Tuttavia, invece di marciare direttamente sulla città, gli italiani cercarono di fortificare la testa di ponte, per cui, quando finalmente furono abbastanza sicuri per muoversi, la guarnigione turco araba era stata portata a 4000 uomini[47]. Constatata la situazione il comandante delle truppe italiane chiese altri rinforzi per poter investire la città, quindi l'attacco fu procrastinato fino all'8 luglio. Il perno delle difese arabe era a Zurug, villaggio dove si intersecavano le due piste carovaniere che portavano a Misurata. Sebbene arabi e turchi fossero trincerati in fortificazioni campali, l'ala sinistra italiana riuscì ad avvolgere lo schieramento avversario e penetrare entro Zurug, costringendo tutto il fronte turco a ritirarsi oltre Misurata, nell'oasi di Gheran. il 20 luglio un'incursione italiana costrinse i turchi a ritirarsi anche da questa posizione.

Intanto, partendo da Bu Chamez, il 28 giugno una colonna occupò, con l'appoggio dell'navi Carlo Alberto, Iride e Ardea, la posizione di Sidi Said in cui si erano raccolte forze arabe e turche[44].

Le operazioni in Cirenaica

Enver Bey

Le operazioni in Cirenaica furono estremamente limitate per tutta la durata della guerra, anche in considerazione del fatto che fra gli arabi l'ostilità verso gli italiani era più diffusa, anche per la maggiore influenza senussita nella regione. Inoltre il comandante delle truppe turche nella regione, colonnello Enver Bey, essendo genero del Califfo (massima autorità spirituale mussulmana) ebbe buon gioco a convincere gli arabi ad appoggiarlo.

Il 17 novembre truppe regolari turche e beduini attaccarono la ridotta all'estrema destra dello schieramento italiano che copriva Derna, senza riuscire ad ottenere alcun risultato. Una ricognizione effettuata il 24 novembre per individuare le basi di partenza dei turchi si risolse in un aspro combattimento nel uadi di Derna e le truppe italiane, chiuse dalle pareti estremamente scoscese del vallone, riuscirono a ripiegare solo con grandi difficoltà. In seguito a questa situazione fu costruita una linea di fortificazioni, imperniata su due fortini (Lombardia e Piemonte) posti sul ciglio dell'altipiano che sovrastava la città.

Nella zona di Tobruch si ebbe un solo scontro, il 22 novembre, fra una compagnia del 20º reggimento fanteria che stava costruendo fortificazioni campali e truppe arabe con ufficiali turchi. Alcune fonti[48] indicano la presenza fra gli ufficiali turchi di Kemal Atatürk.

Il 27 dicembre uscì da Derna una ricognizione in forze su tre colonne, la colonna di destra alle 9 avvistò un accampamento nemico, ma, attaccata ed aggirata dai turchi, fu in parte messa in rotta e quindi anche il resto della truppa dovette ripiegare. Mentre la colonna centrale non subì molestie, la colonna di sinistra (separata dalle altre dal letto del wadi) fu costretta a ripiegare su terreno rotto, abbandonando le mitragliatrici.

Nella zona di Bengasi si ebbero solo scontri di pattuglie fino al 25 dicembre, quando le opere fortificate italiane furono investite su un vasto fronte, con risultati pressoché nulli fino alla sera. Al tramonto le forze turche si ritirarono senza essere inseguite.

In prossimità di Derna il 3 marzo 1912 circa 1500 fra turchi e arabi impegnarono le truppe che stavano proteggendo i lavori della ridotta Lombardia, a nord ovest della città. I pochi fanti del I/26º reggimento fanteria tennero la posizione, grazie alla loro superiorità di fuoco, dall'alba fino alle 11.35, quando affluirono sul luogo del combattimento tutte le truppe presenti in città. Il disordine nell'affluenza dei rinforzi (che, essendo di reparti diversi, non avevano una catena di comando univoca) e l'intervento dell'artiglieria turca misero in crisi tutto lo schieramento italiano, tanto che alle 13.40 venivano richiesti ulteriori rinforzi. Gli arabi, guidati da ufficiali turchi, operavano sfruttando la copertura offerta dal terreno e tentando l'avvolgimento dello schieramento italiano, tanto che in alcune occasioni dovettero essere respinti alla baionetta. Attorno ad una sezione di due pezzi da montagna schierati a difesa del fronte italiano si combatté duramente fino alle 14.30, con la perdita di quasi tutti gli artiglieri. La situazione fu stabilizzata solo alle 15 ed a sera i turchi ruppero il contatto.

L'unico combattimento di un certa rilevanza nella zona di Bengasi avvenne nell'oasi di Suani Abd el Rani (chiamata dai soldati l'Oasi delle due palme), circa 8 km a sud est della città il 12 marzo, conclusasi con la vittoria italiana dopo circa quattro ore di combattimenti.

Nella seconda metà di luglio giunsero nel campo turco sopra Derna 4 cannoni con i serventi dell'artiglieria turca, iniziando subito il bombardamento delle difese e dell'abitato. Per far cessare questi attacchi il comandante della piazza il 14 settembre mosse verso il campo arabo-turco con tre colonne. La prima colonna doveva partire dalla ridotta Lombardia per attaccare in direzione ovest, un'azione diversiva che si risolse in scaramucce isolate. Le altre due colonne avevano il compito dell'attacco principale dalla ridotta Piemonte verso sud. Le truppe, dopo aver superato la resistenza iniziale, si attestarono a difesa sul bordo dell'altipiano, dominando le linee di rifornimento dei turchi. Il 17 settembre il comandante turco Enver Bey contrattaccò le posizioni difese dagli italiani lungo tutto lo schieramento. I turchi e gli arabi furono ricacciati dal fuoco proveniente dalle posizioni difensive nel letto del wadi Bu Rues (un affluente del wadi Derna) dove vennero intrappolati e decimati da un battaglione di alpini che aveva aggirato il fianco del nemico. Un nuovo attacco, tentato la sera dello stesso giorno, si risolse in un nuovo disastro per i turchi, inseguiti e massacrati dagli ascari eritrei.

Dopo questa azione il settore della Cirenaica non fu più minacciato dalle attività turche. L'ultima azione bellica su quel fronte avvenne l'8 ottobre, pochi giorni prima della firma della pace.

Il fronte dell'Egeo

All'inizio del 1912 le potenze europee si attivarono per conoscere le condizioni in base alle quali Italia e Turchia avrebbero potuto portare avanti trattative di pace, ovviamente l'Italia intendeva trattare solo sulla base del decreto del 5 novembre 1911, con cui stabiliva l'annessione della Libia, base di trattativa ovviamente inaccettabile per la Turchia. Per forzare la Turchia alla trattativa il governo italiano decise di portare la guerra presso il territorio metropolitano del nemico, e fu decisa l'apertura di un secondo fronte nel Mar Egeo, proprio allo sbocco dell'arteria vitale per l'Impero Ottomano, cioè lo stretto dei Dardanelli. Essendo escluso un intervento sulle Sporadi settentrionali a causa dei possibili attriti che sarebbero sorti con Austria e Russia (interessate all'area dei Balcani) e con Gran Bretagna (decisamente ostile a permettere un insediamento allo sbocco degli stretti) ed un intervento sulla costa anatolica o siriana (che avrebbe richiesto risorse superiori a quelle disponibili) la scelta cadde su una serie di azioni nell'Egeo meridionale[49].

L'attività diplomatica tesa ad aprire il nuovo fronte fu avviata con una nota alle cancellerie del 7 marzo. Le operazioni effettive ebbero inizio nella notte fra il 17 ed il 18 aprile, quando navi italiane tagliarono i cavi telegrafici che univano le isole di Imbro e Lemno al continente asiatico. Il giorno 28 fu occupata Stampalia, con l'obiettivo di occupare tutte le Sporadi meridionali. L'isola più importante sia dal punto di vista politico che di quello strategico è Rodi, popolata all'epoca da 27.000 abitanti e difesa da una guarnigione di 13.000 uomini dell'esercito regolare turco.

Il primo sbarco a Rodi avvenne il 4 maggio, quando 8.000 uomini (34° e 57º reggimento fanteria, 4º Reggimento bersaglieri, un battaglione alpini e reparti di genio, cavalleria e artiglieria) presero terra nella baia di Kalitea (a circa 10 km dalla capitale Rodi). Verso sera il corpo di invasione era alle porte della capitale, che nella notte venne evacuata dalla guarnigione turca e la mattina seguente si arrese. La popolazione greca accolse amichevolmente le truppe italiane, mentre la popolazione turca rimase più riservata, anche se non palesemente ostile[50]

La guarnigione turca (circa 1300 uomini[51]) si era ritirata a Psithos, un villaggio che dominava la costa occidentale dell'isola, e che, essendo in una regione impervia e praticamente priva di strade, era difficilmente raggiungibile anche senza l'opposizione nemica. Per evitare che le forze turche rompessero il contatto per riprendere la lotta da una zona altrettanto disagevole il comandante italiano (generale Ameglio) il 15 maggio fece muovere tre colonne sul villaggio da tre direzioni diverse (da Rodi, Kalavarda e Malona), le ultime due colonne furono portate sulle basi di partenza con le navi della flotta. Le tre colonne giunsero in vista del campo nemico quasi contemporaneamente, ed il 17 maggio il campo turco era completamente circondato, le forze turche cercarono di attaccare la colonna proveniente da Kalopetra (la seconda). A sera i turchi, senza essere riusciti ad aprirsi la strada, si sbandarono e si dispersero in gruppetti nelle gole e forre del monte, senza essere inseguiti dalle forze italiane. Le truppe turche, avendo lasciato gran parte dei viveri e dell'equipaggiamento a Psithos chiesero ed ottennero la resa con l'onore delle armi il giorno successivo.

Caduta Rodi proseguì l'occupazione delle Sporadi meridionali: Calchi 8 maggio, Scarpanto, Caso, Nisiro, Piscopi, Calino, Lero e Patmo il 12 maggio. A quel punto l'Italia aveva il controllo del Mar Egeo.

Le azioni della Regia Marina

La Regia Marina non ebbe ordini specifici in preparazione del conflitto, sebbene il governo avesse deciso già l'entrata in guerra ed il 17 settembre Giolitti avesse già avvisato il re di tale decisione[52]. Comunque, considerando che i capi militari avevano comunque un'idea generale della situazione, la Marina aveva accelerato i lavori di allestimento delle navi per poterle adunare nella rada di Augusta. L'allerta alla flotta giunse nella sera del 20 settembre, con un telegramma del ministro Leonardi Cattolica, lo stesso ministro il 24 ordinava l'adunata delle navi ad Augusta.

L'uscita della squadra turca da Beirut il 28 settembre spinse la flotta italiana ad attuare una serie di missioni di ricognizione nel Mediterraneo orientale, per intercettare un'eventuale azione verso ovest della squadra turca che, invece, si era ritirata nei Dardanelli[53]. A tal fine il contrammiraglio Presbitero fu inviato con la sua divisione a Bengasi, con l'ordine di ripiegare su Tripoli, davanti a si stava concentrando tutta la 2ª squadra, nel caso della comparsa di forze nemiche preponderanti[54].

Il piroscafo Derna

Già prima della dichiarazione di guerra era noto allo stato maggiore italiano che il piroscafo Derna era sotto carico nel Bosforo, per trasportare a Tripoli armi e truppe. Il Derna salpò da Costantinopoli il 21 settembre[55] con un carico di fucili Mauser[56]. Il 23, conoscendo la natura del carico del piroscafo, il ministro segnalava al comandante della flotta la "necessità assoluta" di impedire al Derna di arrivare alla meta. L'ammiraglio Aubry ordinò al Varese di incrociare davanti a Tripoli, fuori vista dalla costa, in attesa di rinforzi (corazzate Roma e Napoli). L'ordine comunque non permetteva di ingaggiare navi battenti bandiera diversa da quella ottomana e, per di più, non forniva le indicazioni necessarie all'identificazione del Derna[57]. La notte sul 25 settembre la Roma intercettò un mercantile che, illuminato con i proiettori, presentava il nome Hamitaz. La mattina successiva il Derna gettava l'ancora tranquillamente nel porto di Tripoli. Successivamente affondato e in seguito recuperato dagli italiani, si vide che la scritta originale era "Derna Hamburg" (sovrapposti), in quanto quello era il porto di armamento, e che, cancellato "Derna", "Hamburg" era stato modificato in "Hamitaz"[57]. Non si sa se il Derna navigasse sotto bandiera turca o tedesca[58], comunque le regole di ingaggio in vigore non potevano essere disattese da parte dei comandanti in mare.

Mare Adriatico e Mar Ionio

Le operazioni in Adriatico portarono ad attriti diplomatici con l'Austria-Ungheria, che riteneva un intervento italiano nelle acque territoriali e sulle coste albanesi come un prodromo di un'ingerenza nell'area balcanica, ingerenza osteggiata e assolutamente inaccettabile dal punto di vista di Vienna[53]. Il 28 settembre le siluranti italiane avevano messo sotto controllo l'area marittima di fronte a Prevesa, principalmente per controllare il piroscafo Sahah, che aveva la missione di trasportare truppe partendo da San Giovanni di Medua, il giorno successivo giunse in zona anche l'incrociatore Marco Polo, distaccato dalla 2ª Divisione.

Come già detto le prime azioni della Regia Marina avvennero in Adriatico, appena due ore dopo la scadenza dell'ultimatum. La mattina successiva il cacciatorpediniere Artigliere impegnava a fuoco al largo di Gomenizza il cacciatorpediniere turco Tajar, che finì per incagliarsi e venne distrutto dal fuoco congiunto con quello del sopraggiunto Corazziere, mentre la torpediniera Antalia, sopraggiunta in soccorso del Tajar, fu colpita a sua volta e devastata da un colpo del Corazziere che aveva fatto esplodere uno dei siluri a bordo della torpediniera[59]. Essendosi portati a circa 600 m dalla costa i cacciatorpediniere scambiarono cannonate con le postazioni difensive turche a terra ed inviarono imbarcazioni armate per cattuare il panfilo armato Tarabulus, che fu rimorchiato a Taranto dal Corazziere. Nella stessa mattinata il cacciatorpediniere Alpino catturava davanti a Prevesa il piroscafo Newa, proveniente da San Giovanni di Medua, che trasportava un carico bellico verso i Dardanelli[60].

Queste operazioni dovettero essere sospese il 2 ottobre, a causa delle vivaci reazioni dell'Austria, che non gradiva la presenza della flotta italiana in assetto di guerra di fronte alle basi principali della sua marina, pertanto aveva dislocato a Cattaro la 1ª divisione della flotta (corazzate Zrinyi, Radetzki e Erzherhog Franz Ferdinand)[61]. In tale data un telegramma del ministro della marina imponeva alle navi di mantenersi a sud del Canale d'Otranto per «convenienza politica» ed un successivo proibiva di aprire il fuoco contro le postazioni a terra del nemico.[61].

Contrariamente agli ordini del ministero il giorno 5 ottobre, di fronte a San Giovanni Medua, il cacciatorpediniere Artigliere impegnò le postazioni turche a terra che avevano aperto il fuoco contro una lancia a remi inviata a terra con bandiera bianca per raccogliere informazioni. Fra i feriti vi fu anche il comandante della nave (comandante Biscaretti), ma la lancia fu recuperata senza che gli occupanti subissero danni[62]. In seguito alle proteste austriache (San Giovanni Medua era prossima al confine fra l'Impero Austriaco e l'Albania) il ministro Leonardi Cattolica inviò due telegrammi al Duca degli Abruzzi, il 5 ed il 6 ottobre con cui ribadiva che il governo aveva preso l'impegno di non effettuare ulteriori operazioni in Adriatico.

Le operazioni di appoggio agli sbarchi

Il 29 settembre l'ammiraglio Aubry ricevette dal ministero l'ordine di presentarsi davanti a Tripoli, evitando comunque di essere ingaggiato dalle difese costiere sia di artiglieria sia di campi minati, ed intimare la resa alla piazza minacciandone il bombardamento. Nel bombardamento era necessario operare contro le fortificazioni, evitando comunque danni alla città[63]. Davanti a Tripoli fu schierata tutta la 2ª squadra, al comando dell'ammiraglio Faravelli, che, dopo una serie di trattative inconcludenti con le autorità civili della città, alle 15,30 del 3 ottobre iniziò il bombardamento, prima impegnando i forti da 7000 m con le artiglierie principali e, successivamente, da distanze inferiori con tutte le artiglierie disponibili[64]. La 2ª divisione (Thaon de Revel) occupava il settore orientale (forte Hamidié), mentre la Divisione Navi Scuola (Borea) occupava il settore occidentale (forte Sultaniè e fortino B), al centro la 1ª divisione (Faravelli) bombardava il porto (bastione nord-est e batteria del faro)[64]. A sera le difese apparivano debellate, tuttavia il bombardamento fu ripreso la mattina successiva, con una durata di solo mezz'ora, una ricognizione della torpediniera Albatros confermò la completa distruzione delle fortificazioni e l'abbandono della linea di difesa costiera da parte delle forze turche. Il giorno 5 il primo contingente di marinai sbarcava a Tripoli.

Appena ebbe ricevuto l'ordine di iniziare le operazioni Aubry dirottò Presbitero su Derna, dove Pisa e Amalfi distrussero la stazione radiotelegrafica e successivamente proseguirono per Bengasi dove si ancorarono di fronte alla rada.

Le operazioni contro il contrabbando in Mediterraneo

Nel gennaio 1912 sul piroscafo Odessa, partito da Sfax e fermato prima che arrivasse nella acque libiche, fu trovato abbondante materiale per usi militari[65], pertanto la Regia Marina fu costretta ad organizzare crociere per intercettare imbarcazioni che trasportavano contrabbando in Libia. Agli inizi di gennaio la Marina era stata informata che sul piroscafo francese Carthage, in partenza da Marsiglia erano imbarcati un aviatore ed un aereo che avrebbero dovuto operare al servizio dei turchi in Libia. In seguito a questa segnalazione l'incrociatore Agordat intercettò il Carthage e, di fronte al rifiuto del comandante di consegnare l'aereo, lo scortò a Cagliari, dove il piroscafo fu trattenuto fino al 20 gennaio. Mentre era in corso questa operazione, che aveva portato quasi all'incidente diplomatico con la Francia, fu segnalata la presenza di ufficiali turchi con una notevole somma in oro, destinati ad organizzare il contrabbando in Tunisia, sotto la copertura di medici della Mezzaluna Rossa sul piroscafo Manouba. Il piroscafo, intercettato dall'Agordat il 18 gennaio, venne perquisito e su 29 passeggeri turchi solo 11 erano identificati come membri della Mezzaluna Rossa, pertanto anche quel piroscafo fu dirottato a Cagliari. Le due navi ripartirono da Cagliari (ma gli ufficiali turchi furono trattenuti dalle autorità italiane), ma solo al 26 gennaio si arrivò ad un accordo fra Italia e Francia di portare la quiestione alla Corte di arbitrato dell'Aja, i passeggeri turchi sarebbero stati consegnati al console francese a Caglari, che li avrebbe riportati a Marsiglia e che il governo francese avrebbe preso la responsabilità di controllare che essi non si imbarcassero nuovamente per la Tunisia o il teatro di operazioni[66]. Le conseguenze finali dell'incidente furono che il ministro Leonardi Cattolica proibì di controllare navi francesi che non si trovassero nelle acque della Tripolitania o Cirenaica[67].

Mar Egeo

Già dal 23 ottobre le due squadre principali della flotta italiana, rientrate ad Augusta dalla Libia, erano state spostate a Taranto per essere in grado di operare nel Mar Egeo, tuttavia il governo italiano frenava qualsiasi tentativo di azione militare marittima fuori dalle acque già controllare dalla Regia Marina[68].

Il contrammiraglio Paolo Emilio Thaon di Revel, comandante della squadra dell'Egeo

Il 20 febbraio il comandante della squadra dell'Egeo (contrammiraglio Thaon de Revel) ricevette l'ordine di catturare e distruggere le unità turche Avani Illah (cannoniera) e Angora (torpediniera) di base a Beirut, la squadra (incrociatori Garibaldi e Ferruccio) si presentò il 24 febbraio davanti al porto di Beirut e, dopo aver intimato la resa senza ricevere risposta, alle 9 aprì il fuoco affondando entrambe le navi turche. Sebbene le navi italiane avessero ricevuto l'ordine di evitare colpi sulla città, alcuni colpi lunghi arrivarono a terra, uccidendo 2 gendarmi e 52 civili[69].

Nella seconda metà di marzo la flotta effettuò una serie di missioni di singole navi sulle coste di Samo (bombardamento di una caserma), di Lemno (taglio dei cavi telegrafici sottomarini) ed un tentativo abortito di forzamento dei Dardanelli da parte di siluranti. Un tentativo effettuato il 18 aprile di far uscire la squadra turca dagli stretti presentandosi con la 2ª divisione (Brin, Saint Bon, Emanuele Filiberto, Regina Margherita[70]) a 10 km dalla costa pendolando all'imbocco degli stretti, con le altre divisioni fuori vista dietro a Imbro, senza ottenere risultati a parte un duello di artiglieria di circa 2 ore con i forti posti all'imbocco degli stretti[71].

Fin dall'inizio della guerra la Regia Marina aveva sviluppato piani per il forzamento dei Dardanelli, in modo da costringere la flotta turca (più debole di quella italiana) ad una battaglia risolutiva, tuttavia le analisi avevano mostrato che il forzamento effettuato con le navi maggiori (corazzate e incrociatori) avrebbe comunque comportato gravi danni alle navi e perdite stimate di circa 2000 uomini, quindi il piano era stato sospeso. Nel luglio 1912 le trattative diplomatiche stavano languendo, quindi la Regia Marina decise un'azione dimostrativa forzando gli stretti, azione che, sia che avesse portato al siluramento della navi maggiori turche, sia che si fosse risolta in una semplice azione dimostrativa, avrebbe avuto comunque conseguenze sul piano politico[72]. Si decise di forzare gli stretti con naviglio leggero, scegliendo per condurre l'azione le torpediniere della 3ª squadriglia (Spica, Centauro, Perseo, Astore, Climene) agli ordini del Capitano di Vascello Enrico Millo. Le decisioni ed i piani furono elasborati da Millo a Roma, mentre in Egeo gli unici a conoscere la natura della missione erano gli ammiragli Viale e Corsi[72]. L'isola di Strati fu scelta come base logistica per l'azione, l'appoggio indiretto (tenendosi comunque fuori dalle acque dello stretto) sarebbe stato fornito dall'incrociatore Vettor Pisani e dai cacciatorpediniere Borea e Nembo. Le torpediniere si portarono all'imbocco dello stretto il giorno 18 luglio alle 22:30, navigando in linea di fila a 12 nodi, con Millo imbarcato sulla Spica, che era anche la nave in testa alla fila. Fino alle 24:40 le navi non ebbero problemi, ma a quel punto il proiettore di Capo Helles sulla costa europea inquadrò la torpediniera Astore, iniziando il cannoneggiamento e dando l'allarme. Le torpediniere riuscirono ad eludere i tiri di artiglieria dei turchi, manovrando prima a 20 e successivamente a 23 nodi, ed arrivarono in vista della baia di Chanak, dove si trovava la flotta turca. A quel punto la Spica fu bloccata presso Kilid Bar da un cavo di acciaio (probabilmente una rete parasiluri) danneggiando le eliche. Dopo diversi tentativi, quando già Millo stava per dare l'ordine di abbandonare la nave, la Spica riuscì a disincagliarsi, ma, a quel punto le probabilità di successo erano molto ridotte, quindi la missione venne interrotta e, dopo aver percorso a ritroso i 20 km dello stretto, le torpediniere superarono anche l'imbocco sotto il fuoco dei forti di Capo Helles e Kum Kalé, operando a tutta forza ed in formazione completamente aperta. Superati i forti le toprdiniere si ricongiunsero con le navi di appoggio, senza aver subito altri danni. I danni riportati della torpedioniere nell'azione, secondo la relazione di Millo[73] furono: Spica - colpi al fumaiolo (uno da 70 mm), Astore - un colpo da 57 mm nelle sovrastrutture e due colpi di piccolo calibro nello scafo, Perseo - una decina di colpi da 25 mm in coperta e nello scafo.

Mar Rosso

La flotta italiana del Mar Rosso aveva base in Eritrea dove erano dislocate quattro unità minori: incrociatore Aretusa, ariete-torpediniere Puglia, cannoniera Volturno e avviso (trasformato in nave idrografica) Staffetta[74], a cui, nel corso della guerra, si aggiunsero: incrociatori Calabria e Piemonte, cacciatorpediniere Artigliere, Garibaldino, Elba, Liguria, Governolo, Caprera, Granatiere e Bersagliere, queste unità erano sotto il comando del Capitano di Vascello Cerrina Ferroni. Le prime azioni di guerra portarono alla distruzione di due cannoniere e di undici sambuchi ottomani, probabilmente destinati a uno sbarco in Eritrea per aprire un fronte diversivo contro l'Italia. Dal canto suo l'Italia forniva aiuti allo sceicco Assir Said Idris, che combatteva i turchi nella penisola araba.

Nell'ambito delle azioni concordate con i ribelli arabi le navi italiane bombardarono fortificazioni ed accampamenti turchi in Arabia e bloccarono i porti della penisola, in modo tale che i turchi non potessero trasferire rinforzi se non per via terra. In queste attività si inquadra la crociera di Puglia e Calabria (1 gennaio 1912), contro Djabana[75].

L'episodio più rilevante fu uno scontro, noto in Italia come battaglia di Kunfida, avvenuto il 7 gennaio 1912 in prossimità della costa dell'attuale Arabia Saudita fra le navi italiane Puglia, Piemonte, Calabria, Artigliere e Garibaldino e sette cannoniere (Autah, Ordon, Costamuni, Refakie, Moka, Bafra e Quenkeche[76]) e un panfilo armato (Shipka già francese Fauvette) turchi. Mentre Calabria e Puglia bombardavano i forti di Medi e Loheia, le altre unità furono impegnate dalle unità turche nei pressi di Kunfida, nel giro di tre ore le cannoniere erano state affondate o costrette all'incaglio, e il panfilo era stato catturato. Quest'ultimo, ribattezzato appunto Kunfida, entrò in servizio nella Regia Marina. Questa azione, fu utile anche ai ribelli arabi, dato che cancellò l'appoggio tattico marittimo ed un efficace collegamento alle forze terrestri turche operanti conto di loro[77].

Dopo questo episodio la Regia Marina continuò le sue azioni di controllo sul contrabbando marittimo e di appoggio dal mare ad Idris, senza più possibilità di contrasto da parte della marina turca[78].

Nel corso dei restanti mesi del conflitto la Regia Marina bloccò almeno tre navi mercantili britanniche ed una dozzina di sambuchi che tarsportavano merce di contrabbando[79] ed effettuò bombardamenti a Bab el Mandeb, Gebhana,Medi e Loheia, oltre ad azioni di appoggio diretto a favore dei ribelli di Idris[80]. In particolare un'azione "chirurgica" contro Hodeida fu effettuata il 27 luglio dal Piemonte e dal Caprera, che distrussero il forte della città, senza danneggiare l'adiacente ospedale, ed un accampamento turco con il relativo deposito di munizioni[81].

Il contributo dell'aeronautica alla guerra

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Aeronautica nella guerra italo-turca e Radiotelegrafia nella guerra italo-turca.

La pace

La speranza del governo italiano, quando iniziò la guerra, era quella di risolvere tutto in pochi mesi, tanto che già il 5 novembre 1911 (quindi in una situazione militare tutt'altro che chiara) emanava il decreto di annessione della Tripolitania e della Cirenaica. Il decreto fu emanato per fini sostanzialmente politici, cioè per mettere le potenze europee davanti a quello che si sperava un "fatto compiuto" e tentando di trasformare tutta la guerra in un "evento interno" italiano. Il fatto che la Turchia non accettò mai questo decreto rimise in discussione la politica italiana e le sue tendenze espansionistiche. L'Italia diplomaticamente era appoggiata da Gran Bretagna e Russia. La Francia teneva un basso profilo, tendendo comunque più ad appoggiare che a contrastare l'Italia, comunque chiudendo un occhio sul contrabbando di armi turco attraverso la Tunisia[82]. La Germania appoggiava il governo turco con armi e consiglieri militari, mentre l'Austria teneva una posizione sostanzialmente ostile all'Italia.

Le delegazioni italiana e turca a Losanna

I primi contatti non ufficiali furono avviati dal Commendatore Giuseppe Volpi, che nei primi anni del secolo aveva creato una forte organizzazione per il commercio nei Balcani e nella Penisola Anatolica, la Società Commerciale d'Oriente, con sede a Costantinopoli. Naturalmente, per avere quella potenza economica, Volpi doveva avere anche contatti politici, che sfruttò abilmente per chiarirsi la situazione, cioè il fatto che il governo turco ormai (primavera 1912) considerava compromesso l'esito della guerra, pur cercando di limitare al minimo le ripercussioni politiche dell'esito del conflitto. Su questa base il 12 luglio 1912 iniziarono colloqui a Losanna fra una delegazione italiana (Volpi, on. Bertolini, on. Fusinato) ed una delegazione turca (principe Salid Halim Pascià). Questa fase delle trattative fu interrotta il 24 luglio, a causa di una crisi politica del governo turco.

Le trattative riprese ben presto, il 13 agosto, a Caux, con la delegazione italiana immutata e la delegazione turca in cui due diplomatici (Naby Bey e Freddin Bey) affiancavano Salid Halim. Mentre venivano portate avanti le trattative la situazione interna turca peggiorò sensibilmente, con diserzioni di molti reggimenti in Turchia e in Tracia[83]. I colloqui furono trasferiti a Ouchy il 3 settembre, senza che tuttavia si avessero progressi significativi. A ottobre la situazione per la Turchia precipitò, con la mobilitazione di Serbia, Montenegro, Grecia e Bulgaria contro la Turchia. In questa situazione Giolitti il 3 ottobre fece sapere che, se la Turchia non avesse accettato la pace, l'Italia avrebbe impedito il trasporto di truppe turche via mare. Di fronte a questa minaccia, che avrebbe impedito alla Turchia di difendere efficacemente i suoi territori europei, la Sublime Porta dovette cedere ed accettare la pace. Il trattato di pace fu firmato il 18 ottobre, dopo che tre giorni prima erano stati firmati i preliminari di pace e che nei due giorni seguenti i governi italiano e turco avevano emanato i decreti attuativi della convenzione.

Le condizioni di pace

Nel trattato di pace veniva disposto:

  • cessazione delle ostilità con il ripristino dello status quo ante e lo scambio dei prigionieri,
  • autonomia della Tripolitania e della Cirenaica dall'Impero Ottomano
  • richiamo dei funzionari militari e civili dalla Libia (Turchia) e dalle isole dell'Egeo (Italia)
  • amnistia per le popolazioni arabe che avevano partecipato alle ostilità
  • l'Italia si impegnava a versare annualmente alla Turchia una somma corrispondente alla media delle somme introitate dalle province negli ultimi tre anni prima della guerra
  • l'Italia garantiva nelle due province la presenza di un rappresentante religioso del Califfo

La restituzione delle isole dell'Egeo era subordinata al ritiro delle truppe ottomane dalla Libia, quindi non venne attuata; di fatto, l'occupazione delle isole proseguì fino alla Seconda guerra mondiale.

Nei giorni successivi la sovranità italiana sulla Libia fu riconosciuta da Russia, Austria, Germania, Regno Unito e Francia, cioè da tutte le maggiori potenze europee.

Il dopoguerra

Alcuni ribelli libici impiccati nel 1928

Le guarnigioni turche in Tripolitania si arresero all'atto della pace e furono rimpatriate in parte da Tripoli ed in parte attraverso la Tunisia. Invece le guarnigioni della Cirenaica, guidate dal bellicoso Enver Bey, che aveva giurato di continuare la guerra anche contro i decreti del governo centrale, tergiversarono e furono mantenute in loco per tutto il perdurare della guerra balcanica.

Le popolazioni arabe della Cirenaica non si rassegnarono al fatto compiuto, e proseguirono azioni di guerriglia contro gli italiani, azioni che, anche a causa dello scoppio della Prima guerra mondiale che obbligò l'Italia a ridurre notevolmente la presenza militare oltremare, costrinsero negli anni successivi alla guerra a un'operazione di ripristino della sovranità italiana che durò per tutti gli anni venti. Il controllo italiano sul territorio rimase circoscritto sino ai tardi anni venti, quando le truppe al comando del generale Pietro Badoglio e di Graziani intrapresero una serie di campagne volte alla pacificazione dell'area che divennero presto una repressione brutale e sanguinosa. La resistenza libica fu soffocata definitivamente solo dopo l'esecuzione del capo dei ribelli Omar al-Mukhtar il 15 settembre 1931.

Il 4 gennaio 1932, ad Ankara, fu firmata la convenzione fra Italia e Turchia per regolare la sovranità di alcune isole dell'Egeo.

Considerazioni sulla guerra

I risultati militari della Guerra italo-turca fecero sottovalutare le forze armate turche all'inizio della Prima guerra mondiale, quando le forze dell'Intesa tentarono prima di forzare i Dardanelli (ma usando corazzate invece di torpediniere) e successivamente si buttarono nell'impresa dello sbarco a Gallipoli. In quella campagna le forze armate turche adottarono una strategia simile a quella già usata in Libia, evitando di contendere le spiagge (soggette al tiro delle artiglierie navali) ed attendendo gli attaccanti nelle zone interne. La presenza dei consiglieri militari tedeschi (ed in particolare Otto Liman von Sanders) e la diversa orografia del terreno fecero sì che il risultato fosse nettamente differente, con le forze attaccanti costrette a reimbarcarsi dopo 8 mesi di sanguinosi combattimenti.

Invece la considerazione militare della guerra mostra chiaramente che gli ufficiali italiani mancarono per tutta la guerra di spirito di iniziativa. Se è vero che «..in qualsiasi situazione, certo è che, senza inseguimento, nessuna vittoria può avere grandi conseguenze e che il suo slancio, per quanto breve possa essere deve sempre condurre al di là del primo passo dell'inseguimento»[84] troppe volte le truppe italiane, dopo aver ottenuto sul campo una vittoria tattica, mancarono completamente per quanto riguarda lo sfruttamento della vittoria stessa, cioè l'inseguimento del nemico. Anche se, in alcuni casi, si può parlare di sopraggiungere della notte o di mancanza di cavalleria, un atteggiamento così generalizzato non può essere attributo solo a circostanze fortuite, ma ad una mancanza intrinseca nell'acculturamento degli ufficiali italiani.

Infine le reazioni italiane a quello che considerarono un "tradimento" degli arabi, schieratisi con i turchi, furono assolutamente sproporzionate. Effettivamente gli italiani pensavano di essere accolti dagli arabi come "liberatori" e questa idea (sbagliata) rimase nelle truppe fino ai combattimenti del 23 ottobre, in cui i libici mostrarono chiaramente che fra uno straniero della stessa religione ed uno straniero di religione diversa preferivano il primo. Queste reazioni portarono alla lunga guerriglia ed alle operazioni di rappresaglia effettuate successivamente nel corso della rioccupazione dopo la prima guerra mondiale.

Note

  1. ^ M. Gabriele, op. cit., pag 201, i morti per malattia furono dovuti in massima parte all'epidemia di colera del novembre 1922
  2. ^ Trattato di Ouchy (1912), sintesi.
  3. ^ Trattato di Losanna (1923), testo completo.
  4. ^ La spedizione italiana comprendeva 9 aeroplani, 9 hangar prefabbricati e 10 piloti; dei piloti 5 erano effettivi, con brevetto superiore, e 5 di riserva, con brevetto semplice. Le forze aeree schieravano inoltre anche un contingente di palloni frenati da osservazione del tipo Draken. Fonte: Vincenzo Lioy, L'Italia in Africa, l'opera dell'Aeronautica, Roma, 1964.
  5. ^ «Meglio che la Francia si stabilisse a Tunisi in luogo dell'Italia, perché questa, tenendo le due coste del canale di Sicilia, avrebbe potuto sbarrare a sua volta il Mediterraneo e la rotta di Suez, una rotta divenuta essenziale per l'impero britannico» J. Ganiage, Les origines du Protectorat français en Tunisie (1861-1881), Paris, Presses Universitaires de France, 1959, pp. 410 e 507-517, citato da M. Gabriele, op. cit., p. 9
  6. ^ a b M. Gabriele, op. cit., p. 13
  7. ^ a b M. Gabriele, op. cit., p. 19
  8. ^ AUSMM, cartella 201, fascicolo 4, citato da M. Gabriele, op. cit., p. 28
  9. ^ M. Gabriele, op. cit., p. 22
  10. ^ M. Gabriele, op. cit., p. 17
  11. ^ a b c M. Gabriele, op. cit., p. 24
  12. ^ M. Gabriele, op. cit., p. 25
  13. ^ In realtà il titolo corretto è A Tripoli!, ma è maggiormente conosciuta con questo verso, che è l'inizio della strofe, la canzone fu cantata per la prima volta a Torino al teatro Balbo l'8 settembre del 1911
  14. ^ Citato da I. Montanelli, op. cit., p. 404
  15. ^ Mussolini e la settimana rossa
  16. ^ a b M. Gabriele, op. cit., p. 28
  17. ^ M. Gabriele, op. cit., p. 32
  18. ^ M. Gabriele op. cit. pag 33
  19. ^ Cosi M. Gabriele, op. cit., p. 42, Gramellini, op. cit., p. 24 indica la squadra come composta da 2 corazzate, 2 incrociatori protetti, 7 cacciatorpediniere e torpediniere, una nave appoggio, indicando anche il nome (p. 25) degli incrociatori Abdul Medjid e Assari Tewfik probabilmente Gabriele ha accorpato gli incrociatori protetti alle corazzate e definito tutto il naviglio sottile "cacciatorpediniere", vedi anche p. 34
  20. ^ M. Gabriele, op. cit., p. 42 e nota 13 a p. 46
  21. ^ Giovanni Giolitti nelle sue memorie, citato da F. Gramellini, op. cit., p. 15
  22. ^ F. Gramellini, op. cit., p. 14
  23. ^ F. Gramellini, op. cit., p. 22
  24. ^ M. Gabriele, op. cit. pag 72
  25. ^ M. Gabriele, op. cit. pag 73
  26. ^ M. Gabriele, op. cit., p. 51
  27. ^ M. Gabriele, op. cit., p. 50
  28. ^ a b c M. Gabriele, op. cit., p. 54
  29. ^ M. Gabriele, op. cit. pag 76
  30. ^ M. Gabriele, op. cit. pag 79
  31. ^ F. Gramellini, op. cit., p. 48
  32. ^ M. Gabriele, op. cit. pag 64
  33. ^ F. Gramellini, op. cit., p. 53
  34. ^ F. Gramellini, op. cit., p. 71
  35. ^ Un Blériot e un Nieuport, con ai comandi gli Ufficiali piloti Carlo Piazza (capitano e comandante della squadriglia) e Riccardo Moizo, che in realtà non effettuarono una vera ricognizione aerea ma si limitarono a prove di efficienza in volo dei motori degli stessi velivoli con un semplice sorvolo dell'Oasi di Tripoli.
  36. ^ F. Gramellini, op. cit., p. 68
  37. ^ a b M. Gabriele, op. cit., p. 64
  38. ^ F. Gramellini, op. cit., pp. 80-81 e 94-95
  39. ^ M. Gabriele, op. cit., p. 66
  40. ^ Sebbene non sia detto esplicitamente, sia l'organico sia la numerazione indicano chiaramente che questa divisione era stata mobilitata in aggiunta al Corpo d'armata speciale
  41. ^ F. Gramellini, op. cit., p. 98
  42. ^ F. Gramellini, op. cit., p. 99
  43. ^ a b M. Gabriele, op. cit. pag 150
  44. ^ a b M. Gabriele op. cit. pag 151
  45. ^ M. Gabriele., op. cit. pag 120
  46. ^ M. Gabriele, op. cit. pag 175
  47. ^ Prigionieri catturati il primo giorno dello sbarco avevano dato una consistenza della guarnigione turca di 20 uomini (F. Gramellini, op. cit., p. 185), anche ammettendo che i prigionieri avessero voluto diminuire la cifra dei difensori per far cadere le truppe italiane in un'imboscata, è difficile pensare che in realtà a Misurata fossero disponibili più di 100 uomini. Secondo F. Gramellini op. cit. pag 186 i rinforzi, circa 4000 arabi e 100 turchi, provenivano da Homs e da Orfella
  48. ^ P. Maltese, art. cit.
  49. ^ M. Gabriele, op. cit. pag 155 e 156
  50. ^ F. Gramellini, op. cit., p. 164
  51. ^ M. Gabriele, op. cit. pag 163
  52. ^ M. Gabriele, op. cit., p. 31
  53. ^ a b M. Gabriele, op. cit., p. 34
  54. ^ M. Gabriele, op. cit., p. 43
  55. ^ Così Gabriele, op. cit., p. 40, Gramellini, op. cit., p. 22, indica come porto di partenza Salonicco, senza indicare la data
  56. ^ Carico costituito da 20.000 o 50.000 fucili, a seconda delle diverse fonti, e due milioni di relative munizioni.
  57. ^ a b M. Gabriele, op. cit., p. 41
  58. ^ L'ipotesi che il Derna utilizzasse la bandiera tedesca è data come fatto accertato in Gramellini, op. cit., p. 22
  59. ^ Gabriele, op. cit., p. 10 colloca l'episodio dell'affondamento dell'Antalia immediatamente successivo a quello della Tocat e quindi presso Prevesa, mentre Gabriele, op. cit., p. 36, si limita ad osservare che, nel corso del combattimento di fronte a Prevesa, «una seconda silurante turca che si era affacciata al mare aperto rientrava precipitosamente alla base»
  60. ^ M. Gabriele, op. cit., p. 36
  61. ^ a b M. Gabriele, op. cit. p. 37
  62. ^ M. Gabriele, op. cit., p. 38
  63. ^ Telegramma del ministro della Marina ad Aubry, ore 15,30 del 29 settembre, citato da M. Gabriele, op. cit., p. 47 (fra l'altro nel telegramma è un «raccomando non sprecare munizioni» (sic) estremamente significativo di come vedevano le operazioni a Roma
  64. ^ a b M. Gabriele, op. cit., p. 52
  65. ^ 24 pezzi d'artiglieria, mitragliatrici, fucili Mauser, munizioni, granate e materiale radiotelegrafico, M. Gabriele op. cit. pag 132
  66. ^ M. Gabriele, op. cit. pag 136
  67. ^ M. Gabriele, op. cit. pag 137
  68. ^ M. Gabriele, op. cit. pag 101-105
  69. ^ M. Gabriele, op. cit. pag 140
  70. ^ M. Gabriele, op. cit. pag 158
  71. ^ M. Gabriele, op. cit. pag 159
  72. ^ a b M. Gabriele, op. cit. pag 182
  73. ^ M. Gabriele, op. cit. pag 183-186
  74. ^ M.Gabriele, op. cit. pag 111 Nota 1
  75. ^ M.Gabriele, op. cit. pag 117
  76. ^ Di tonnellaggio fra le 500 e le 200 t, con artiglierie leggere (37 o 47 mm) e mitragliere, M. Gabriele, op. cit. pag 119
  77. ^ M. Gabriele, op. cit. pag 119
  78. ^ M. Gabriele, op. cit. pag 120
  79. ^ M. Gabriele, op. cit. pag 120-122
  80. ^ M. Gabriele, op. cit. pag 122-123
  81. ^ M. Gabriele, op. cit. pag 126
  82. ^ F. Gramellini, op. cit., pp. 159-160
  83. ^ F. Gramellini, op. cit., p. 221
  84. ^ Karl von Clausewitz, Vom Kriege (Della Guerra, traduzione a cura dello Stato Maggiore Esercito (1942), Milano, Oscar Mondadori, 1970, p. 303