L'ECCIDIO DI SANT'ANNA DI STAZZEMA

Monumento ossario di Sant'Anna di Stazzema
Monumento ossario di Sant'Anna di Stazzema

La Versilia in quel periodo costituiva il fronte occidentale della Linea Gotica e un’intera divisione di Waffen-SS era dislocata nel tratto compreso dalla foce del fiume Serchio (ai confini con la provincia di Pisa) alla foce del fiume Magra (ai confini con la provincia di La Spezia).

La popolazione civile, secondo le disposizioni tedesche fatte proprie dai gerarchi fascisti provinciali, avrebbe dovuto evacuare l’intera area per spostarsi a Sala Baganza, un comune al di là dall’Appennino, in provincia di Parma. L’ordine impartito era assurdo e impraticabile essendo impossibile trasferire, senza mezzi di trasporto, una così consistente massa di persone, d’animali e di vettovagliamento. In ogni caso, per la popolazione civile della piana della Vesilia, era necessario sottrarsi ai rischi della battaglia e sfollare in zone apparentemente più sicure.

Fu così che anche il piccolo e nascosto paese di Sant’Anna di Stazzema, raggiungibile solo attraverso mulattiere, dette accoglienza a diverse centinaia di rifugiati.
Provenivano in grabn parte dalla piana della Versilia, ma anche da località più lontane. Fra le vittime, infatti, anche i Tucci da Foligno, i Pavolini da Piombino, i Bonati e gli Scipioni da La Spezia, gli Scalero da Genova, i Cappiello da Napoli, i De Martino da Castellammare di Stabia, i Danesi da Pavia, i Ficini dall’Isola d’Elba e molti altri.
La popolazione, di fatto, quasi si quadruplicò fino ad arrivare a circa 1500 unità.

C’era il problema di trovare un tetto dove rifugiarsi, ma soprattutto c’era il problema di trovare di che sfamarsi, ma c’era lo stesso la speranza di essere al sicuro dalla furia della guerra.
All’alba del 30 luglio 1944 si era verificata una battaglia tra i partigiani della X bis brigata Garibaldi, attestati sul monte Ornato, e le truppe tedesche, terminata con la ritirata dei nazisti e l’attestazione dei partigiani in una zona più interna, in direzione di Lucca.

Il 5 agosto i tedeschi ordinarono lo sfollamento del piccolo paese di Sant’Anna di Stazzema. L’ordine venne annullato pochi giorni dopo, dietro l’assicurazione che nel paese non stazionavano partigiani. Così la vita degli abitanti di Sant’ Anna e degli sfollati riprese il suo ritmo normale. Nulla lasciava presagire lo scatenarsi della furia nazista.

IL MASSACRO

All’alba del 12 agosto, reparti di SS, in tutto alcune centinaia, in assetto di guerra, salirono a Sant’Anna da Vallecchia-Solaio, Ryosina, Mulina di Stazzema e Valdicastello, utilizzando queìali portatori alcuni uomini catturati precedentemente nella piana della Versilia.
Verso le sette il paese era ormai circondato. Gli abitanti non pensavano ad una strage, ma piuttosto ad una normale operazione di rastrellamento. Molti uomini infatti fuggirono, nascondendosi nei boschi.
Troppo tardi si accorsero delle reali intenzioni dei nazisti.

Così lo scrittore Manlio Cancogni narra gli avvenimenti di quella terribile giornata:

« I tedeschi, a Sant’Anna, condussero più di 140 esseri umani, strappati a viva forza dalle case, sulla piazza della chiesa. Li avevano presi quasi dai loro letti; erano mezzi vestiti, avevano le membra ancora intorpidite dal sonno; tutti pensavano che sarebbero stati allontanati da quei luoghi verso altri e guardavano i loro carnefici con meraviglia ma senza timore nè odio.

Li ammassarono prima contro la facciata della chiesa, poi li spinsero nel mezzo della piazza, una piazza non più lunga di venti metri e larga altrettanto una piazza di tenera erba, tra giovani piante di platani, chiusa tra due brevi muriccioli;
e quando puntarono le canne dei mitragliatori contro quei corpi li avevano tanto vicini che potevano leggere negli occhi esterrefatti delle vittime che cadevano sotto i colpi senza avere tempo nemmeno di gridare.

Breve è la giustizia dei mitragliatori; le mani dei carnefici avevano troppo presto finito e già fremevano d’impazienza. Così ammassarono sul mucchio dei corpi ancora tiepidi e forse ancora viventi, le panche della chiesa devastata, i materassi presi dalle case, e appiccarono loro fuoco.

E assistendo insoddisfatti alla consumazione dei corpi spingevano nel braciere altri uomini e donne che esanimi dal terrore erano condotti sul luogo, e che non offrivano alcuna resistenza.

Intanto le case sparse sulle alture, le povere case di montagna, costruite pietra su pietra, senza intonaco, senza armature, povere come la vita degli uomini che ci vivevano erano bloccate.

Gli abitanti erano spinti negli anditi, nelle stanze a pianterreno e ivi mitragliati e, prima che tutti fossero spirati, era dato fuoco alla casa; e le mura, i mobili, i cadaveri, i corpi vivi, le bestie nelle stalle, bruciavano in un’unica fiamma. Poi c’erano quelli che cercavano di fuggire correndo fra i campi, e quelli colpivano a volo con le raffiche delle mitragliatrici, abbattendoli quando con grido d’angoscia di suprema speranza erano già sul limitare del bosco che li avrebbe salvati.

Poi c’erano i bambini, i teneri corpi dei bimbi a eccitare quella libidine pazza di distruzione. Fracassavano loro il capo con il calcio della «pistol-machine », e infilato loro nel ventre un bastone, li appiccicavano ai muri delle case. Sette ne presero e li misero nel forno preparato quella mattina per il pane e ivi li lasciarono cuocere a fuoco lento.
E non avevano ancora finito.

Scesero perciò il sentiero della valle ancora smaniosi di colpire, di distruggere, compiendo nuovi delitti fino a sera.

A mezzogiorno tutte le case del paese erano incendiate; i suoi abitanti fissi e gli sfollati erano stati tutti trucidati. Le vittime superano di gran lunga i cinquecento, ma il numero esatto non si potrà mai sapere.

"Alcuni scampati all’eccidio erano corsi in basso a portare la notizia agli abitanti della pianura raccolti in gran numero nella conca di Valdicastello. La notizia la portavano sui loro volti esterrefatti, nelle parole monche che erano appena capaci di pronunciare e dalle quali chi li incontrava capiva che qualcosa di terribile era accaduto pur senza immaginare le proporzioni. Della verità cominciarono invece a sospettare nelle prime ore del pomeriggio quando le prime squadre di assassini scendendo dalle alture di Sant’Anna, si annunciarono sull’imbocco della vallata a monte del paese.

Li sentivano venir giù precipitosi,accompagnati dal suono di organetti e di canzoni esaltate, e quel ch’è peggio dal rumore di nuovi spari, da nuove grida, che non convinti di aver ben speso quella giornata, i tedeschi la completavano uccidendo quanti incontravano sul sentiero della montagna.

Alcuni che al loro passaggio s’erano nascosti nelle antrosità della roccia vi furono bruciati dentro dal getto del lanciafiamme. Una donna che correva disperata portando in salvo la sua creatura, raggiunta che fu, le strapparono dalle braccia il prezioso fardello, lo scagliarono nella scarpata e lei stessa l’uccisero a colpi di rivoltella nel cranio. Molti altri furono raggiunti dalle raffiche di mitragliatori mentre fuggivano saltando per le balze della montagna, come capre selvatiche contro le quali si esercitava la bravura del cacciatore.

Quando i tedeschi raggiunsero Valdicastello cominciando a rastrellare gli abitanti, il paese era già stretto dall’angoscia; gli abitanti serrati nelle case e nascosti alla meglio; la strada deserta; tutti oppressi da un incubo di morte. Il passaggio dei tedeschi dal paese si chiuse con la discesa del buio sulla valle, dopodichè ottocento uomini erano stati strappati dalle case e condotti via, e un’ultima raffica di mitragliatrice accompagnata da un suono più sguaiato e atroce di organetto, aveva tolto la vita ad altri quattordici infelici, scelti a caso ».


DOPO IL MASSACRO

Nelle prime ore del pomeriggio, gli uomini, tornati dai loro rifugi, e gli altri pochi sopravvissuti, provvederono a soccorrere i feriti, a trasportarli all’ospedale da campo di Valdicastello e a dare sepoltura ai resti, per lo più carbonizzati, dei cadaveri in fosse scavate negli orti.



Ricorda don Giuseppe Evangelisti:
« La scena che maggiormente dava sgomento era quella della piazza della chiesa: una massa di cadaveri al centro, con la carne quasi ancora friggente; da una parte il corpo di un bimbo sui tre anni, tutto enfiato e screpolato dal fuoco, con le braccia irrigidite e sollevate come per chiedere aiuto, ed intorno lo scenario delle case che mandavano ancora nell’aria baglIori e scoppiettii, la chiesa con la porta spalancata, lasciava vedere un grande braciere al di dentro, fatto con le panche e i mobili, e nell’aria il solito fetore di carne arrostita che levava quasi il respiro e che si espandeva a tutta la vallata.

La sepoltura di queste salme fu fatta il giorno 14 e vi presero parte una trentina di volontari venuti dalla Culla. Fu un lavoro abbastanza difficile e rischioso, specialmente per i grandi nuvoli di mosche, le cui punture avrebbero potuto causare infezioni mortali. Non avevamo maschere, non avevamo disinfettanti. Avevamo solo una piccola bottiglia di alcool e un po’ di cotone per tamponarci il naso.

Anche qui un episodio che ci commosse tutti: fra quei cadaveri c’era una famiglia numerosa, quella di Antonio Tucci, un ufficiale di marina oriundo di Foligno, ma di stanza a Spezia, che con vari sfollamenti si era ritrovato quassù. La sua famiglia era composta da 8 figli (con età da pochi mesi fino a 15 anni) e la moglie.Mentre si stava apprestando la fossa, ecco arrivare il Tucci correndo e gridando come un forsennato, per buttarsi tra quel groviglio di cadaveri: “Anch’io con loro!» urlava. Bisognò immobilizzarlo finché non si fu calmato. Rimase per qualche giorno come semipazzo.

I cadaveri della piazza della chiesa furono 132, fra cui 32 bambini. Altri 8 cadaveri erano dietro il campanile e pare fossero quelli che i tedeschi avevano prelevato in basso per portare le munizioni ».

Nei giorni immediatamente successivi i sopravvissuti, temendo che i nazisti potessero tornare al paese per completare l’opera di annientamento della piccola comunità, si rifugiarono nei ricoveri di fortuna offerti dagli anfratti delle montagne. Per più di un mese, nascosti in grotte, in piccoli metati, nelle gallerie delle vicine miniere, come bestie ferite, ignari di quanto accadeva in Versilia, accompagnati dallo sgomento delle violenze subite, circa 180 persone sopravvissero fra gli stenti, con ortaggi raccolti durante la notte negli orti abbandonati .

Dopo il mese di settembre, con l’arrivo degli alleati, i superstiti fecero ritorno al paese, nelle poche case rimaste integre, o in quelle ricoperte con la paglia per superare i rigori dell’inverno.
Solo dalla fine del 1945, con la Liberazione e la fine del conflitto, fu possibile avviare la ricostruzione del paese. Si ricavarono le travi necessarie dai castagni, furono riattivate le fornaci per produrre la calce, si recuperarono dalla cava d’ardesia le piastre per ricoprire i tetti.
Per cancellare i segni più evidenti del dramma che si era consumato, vennero stuccati i fori dei proiettili sulla facciate delle case, riverniciato l’interno della chiesa, tolte le canne dell’organo mitragliate dai nazisti. Furono opere dettate dall’esigenza, fortemente sentita dagli abitanti del paese nel periodo immediatamente successivo alla strage, di dimenticare l’accaduto e ricreare le condizioni per una vita normale.
Altrettanto forte fu il desiderio di dare degna sepoltura alle vittime. Nel 1945 il Comune di Stazzema bandì un concorso per onorare, con un Monumento Ossario, i martiri dell’eccidio. Molti dei superstiti premevano affinchè il Monumento fosse eretto sulla piazza della chiesa, teatro di uno degli episodi più efferati della strage. Prevalse però l’esigenza di rendere visibile l’opera dai monti circostanti, dalla valle e perfino dal litorale tirrenico. Fu pertanto scelto il Col di Cava.
Nel 1947 cominciarono i lavori di edificazione del Monumento Ossario, dove vennero traslati i resti delle vittime dalle fosse comuni. Il Monumento venne inaugurato ufficialmente il 12 agosto del 1948, nel IV Anniversario della strage.

IL RUOLO DEI COLLABORAZIONISTI

I fascisti locali le guide delle SS tedesche

All’epoca Sant’Anna era ancora più defilata e di difficile accesso di quanto lo sia oggi; per raggiungerla si dovevano percorre le vecchie mulattiere che da Valdicastello (Pietrasanta) e dal versante di Stazzema vero e proprio raggiungevano il villaggio di Sant’Anna dopo almeno due ore di difficile e faticosa marcia. Fu proprio questa caratteristica che spinse nell’estate del 1944 un migliaio di sfollati a raggiungere questi luoghi ritenuti praticamente inaccessibili.
Eppure il 12 agosto 1944 Sant’Anna venne circondata da quattro colonne SS tedesche.
Le quattro compagnie si mossero dalla zona di Pietrasanta intorno alle tre di notte percorrendo quattro diverse direttrici e raggiungendo verso le sei del mattino la vallata del paese. La salita fu pertanto compiuta durante la notte, e fu quindi essenziale la guida di italiani, per lo più versiliesi, profondi conoscitori dei luoghi, per raggiungere i vari borghi del paese.
Alcuni superstiti dell’eccidio hanno rilasciato precise testimonianze in merito all’operato di questi italiani rinnegati. Individui col volto coperto, che parlavano italiano, addirittura in dialetto versiliese.
Con la partecipazione attiva alle stragi dell’estate 1944, i fascisti scrissero la pagina più infame della loro collaborazione con l’occupante nazista, dopo essersi già macchiati di gravissime colpe, dalla fucilazione di partigiani, alle violenze e ai soprusi commessi ai danni della popolazione.

Dichiarazioni di testimoni oculari, utilizzate durante i processi a carico dei criminali nazifascisti:
“dal punto dove ero nascosto sentivo parlare anche in italiano” (F.B., superstite dell’eccidio).
“Vedi che c’è qui se te sorti! Mi disse un individuo in tuta mimetica che impugnava una pistola, mentre cercavo di uscire dalla casa” ( B.B, superstite dell’eccidio).
“Dai mora! Gridava un milite che trascinava una mucca” (E.M., superstite dell’eccidio)

Enio Mancini , altro superstite, afferma che nel borgo di “Sennari” notò almeno due o tre squallidi personaggi mascherati che parlavano versiliese. “Quando già predisposti al muro di una casa con la mitragliatrice ormai pronta a far fuoco arrivò l’ufficiale nazista che in tedesco impartiva degli ordini per noi incomprensibili uno di questi tradusse in perfetto italiano “via svelti scendete a Valdicastello” ; un altro disse alla nonna che chiedeva di potersi prendere gli zoccoli: “brutta vecchiaccia di ben altro ti devi preoccupare”; un altro, ancora, togliendo la mucca dalla stalla la sollecitò: “dai mora”.”
Le sorelle Alba e Ada Battistini più volte hanno testimoniato il particolare di un bue ferito con un colpo di pistola alla testa, non ancora morto, al quale si avvicinò un uomo esclamando: “brutto mostro ‘un voi morì”.
Alfredo Graziani, il 12 agosto 1945, pubblicò una sua memoria del tragico evento nella quale testualmente riportava: “che vi fossero anche italiani, camuffati sotto la divisa SS, e che non fossero pochi, è stato accertato”.
Graziani riportava nella sua pubblicazione anche un brano pubblicato sulla “Nazione del Popolo” 29/6/45 dallo scrittore Manlio Cancogni che testualmente recitava:
“Dei nomi, uno sopra tutti, girano da tempo sulle bocche degli abitanti dell’intera regione e ci si aspetta, forse invano, che prove definitive confermino la verità del sospetto.
Italiani comunque hanno partecipato a esecuzioni del genere in altre parti d’Italia. La mente recalcitra. Italiani che non si limitarono alla infamia opera di spie, di carcerieri, di aguzzini nelle celle dI tortura e nel campi di concentramento, ma che vollero anche ,macchiarsi del delitto più atroce: la strage degli innocenti. «Vollero» è l’espressione giusta, perché non potevano esservi comandati, e comunque avrebbero potuto facilmente sottrarvisi. “Volero”, alcuni per vera deformità morale, ma i più per criminale vanità, per servile bisogno d’imitazione. Volevano non sentirsi minori dei loro Padroni; dimostrare d’essere capaci di ciò in cui loro eccellevano; dimostrarlo a se stessi e a quanti non lo credevano. Volevano partecipare anch’essi al «gioco» senza preoccuparsi se nella posta vi; erano vite umane e la loro stessa anima. Ma non si trattava ,di vite e di anime per loro, come per i tedeschi, incapaci di commozione e gelati dall’indifferenza.
Ma per gli italiani che parteciparono all’eccidio di Sant’ Anna come si può parlare d’indifferenza? Non erano gente venuta da fuori; la regione non era per essi un luogo qualunque di passaggio, privò di memorie e di affetti. L’indifferenza lamentata per gli altri non possiamo ammetterla nei loro riguardi, sé non a patto di riconoscervi un cinismo ancor più terribile. Quello era pur sempre il paese della loro infanzia. Ne conoscevano certamente tutte le pieghe, le forme, i colori e persino quell’odore che ciascuno porta nel proprio animo dovunque vada per ricordarlo e riconoscerlo, nei momenti di maggiore dolcezza. Era il paese nel quale erano cresciuti e a ogni casa, a ogni sentiero, a ogni albero, a ogni volto umano era legata una parte della loro vita. Era uomini più umani che altrove, quelli sui quali . puntarono le armi omicide, case dense della loro stessa vita quelle a cui appiccarono voluttuosamente le fiamme, tenera erba della loro infanzia, accarezzata dai loro passi, quella che intrisero di sangue.
Su quelle pendici, forse, s’erano trovati in altri tempi durante una passeggiata domenicale. Si erano seduti su quelle balze all’ombra dei castagni e abbandonata liberamente la vista alla vallata avevano anch’essi sentito un attimo di struggente felicità. un amore più tenero per le cose, e un pensiero di gratitudine per i beni della vita s’era forse levato da loro cuore.”

LA RICERCA DELLA VERITA'

Le prime indagini sull’eccidio di Sant’Anna furono condotte nell’ottobre del 1944, da una Commissione Militare Americana e, nel 1947, dal Servizio Investigativo Britannico. Esistevano già al tempo elementi precisi per l’identificazione dei responsabili.

Per cinquant’anni, tuttavia, fino al 1994, non si è riusciti a giungere ad una verità definitiva circa il crimine di Sant’Anna. Quell’anno, a Roma, mentre prendeva avvio il procedimento penale contro Eric Priebke innanzi al Tribunale Militare, a Palazzo Cesi, sede della Procura Generale Militare, veniva scoperto un armadio (ribattezzato poi “Armadio della Vergogna”) contenente 695 fascicoli per i quali, a seguito di un’ordinanza del Procuratore Generale Militare, Enrico Santacroce, il 14 gennaio 1960, veniva disposta una “provvisoria archiviazione”. Il Consiglio della magistratura militare deliberava, in data 7 maggio 1996, una indagine conoscitiva sulle ragioni dell’occultamento dei fascicoli. Nel frattempo, due di quei fascicoli, il n. 1976 ed il n. 2163, l’8 marzo 1995 venivano trasmessi alla Procura Militare di La Spezia: erano i fascicoli relativi al massacro perpetrato a S.Anna di Stazzema. Il processo penale, iniziato il 20.04.2004, vedeva inizialmente alla sbarra tre imputati (Sommer, Sonntag e Schönemberg), ciò anche a seguito dell’iniziale proscioglimento di altri tre, con sentenza emessa dal G.U.P., Dott. Rivello, successivamente rinviati a giudizio dalla Corte d’Appello Militare di Roma (Bruss, Rauch e Schendel).

Nuovi e decisivi elementi per giungere all’individuazione dei responsabili sono stati forniti dalla giornalista tedesca Cristiane Kohl che ha pubblicato, sul Suddeutsche Zeitung, i risultati di una lunga ricerca effettuata negli archivi militari tedeschi, in collaborazione con lo storico Carlo Gentile. Nello svolgimento del processo venivano quindi rinviati a giudizio altre quattro ex SS , quali Concina , Gropler, Richter e Göring, quest’ultimo peraltro reo confesso.

Il 22 giugno 2005, alle ore 19.40, il Tribunale Militare di La Spezia, emetteva dispositivo di sentenza, con il quale dichiarava colpevoli tutti i dieci imputati, condannandoli alla pena dell’ergastolo.

Mentre sotto il profilo giudiziario un punto fermo è stato messo, sotto il profilo politico, la Commissione parlamentare d’inchiesta , istituita con la legge n. Legge 15 maggio 2003, n. 107 e la cui attività è stata prorogata con la Legge 25 agosto 2004, n. 232, prosegue le proprie indagini circa le cause dell’archiviazione provvisoria e quelle dell’occultamento dei fascicoli. Gli elementi probatori contenuti nei 695 fascicoli riguardano eccidi che hanno provocato circa 15.000 vittime.


Per quasi cinquant’anni la memoria delle 560 vittime innocenti di Sant’Anna di Stazzema, tra cui moltissime donne e bambini, è stata dimenticata dal nostro Paese.
Eppure, subito dopo la fine della guerra, giunsero a Sant’Anna diverse Commissioni investigative, prima inglesi, poi americane, infine, prima del processo di Bologna, italiane: le nuove autorità ricostituite (polizia e carabinieri) ascoltarono i superstiti, raccolsero informazioni, stilarono rapporti.
Nelle testimonianze rese vennero narrati i fatti ed identificati anche alcuni soggetti coinvolti nella strage, soprattutto collaborazionisti italiani. Ma tutta questa documentazione probatoria sembrò sparire nel nulla.

I parenti delle vittime ed i superstiti manifestarono apertamente ed in molte sedi (come documentato da una serie di telegrammi inviati all’allora Ministero della Guerra ed alle Corti militari alleate, in cui molti superstiti chiedevano di essere ascoltati come testimoni), il proprio disappunto per la quasi totale assenza delle istituzioni, sia per quanto riguardava il supporto materiale e psicologico ai superstiti, sia per la mancanza di risultati nelle indagini condotte.
Molti chiesero fin da principio l’inclusione dell’eccidio del 12 agosto 1944 tra i capi d’accusa contestati al Feldmaresciallo Kesselring, cosa che non avvenne.

Nel 1948, nell’ambito del processo al gen. Max Simon, comandante della XVI Panzergrenadierdivision SS, tenutosi a Padova da un Tribunale militare inglese, alcuni superstiti dell’eccidio di Sant’Anna furono finalmente ascoltati come testimoni. L’eccidio di S.Anna risultava come uno dei sei capi d’imputazione attribuiti a Simon. Per tale crimine, come per tutti gli altri, il Comandante Simon fu riconosciuto colpevole, e condannato a morte per fucilazione; condanna commutata in ergastolo nel 1948. Simon fu infine graziato.
L’Eccidio di S.Anna fu capo d’imputazione anche nel processo, celebrato nel 1951 presso il Tribunale Militare di Bologna, da Corte militare Italiana contro il Maggiore Walter Reder, Comandante del XVI Gruppo Esplorante SS. A differenza degli altri capi d’accusa a lui imputati (Marzabotto, Bardine - S.Terenzo), per il massacro di S.Anna, Reder fu assolto per “ insufficienza di prove” con sentenza emessa il 31 ottobre 1951.

Da allora, dal 1951, la memoria dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema è caduta in una sorta di oblio. Non si seppe che fine avessero fatto le indagini giudiziarie, Gli esecutori materiali non erano stati individuati: per Sant’Anna sembrava non ci fossero colpevoli.
Il paese era ancora del tutto isolato: non c’era strada, non c’era telefono. Per i pochi rimasti a combattere perché si facesse giustizia, era estremamente difficile farsi ascoltare.

Fino alla prima metà degli anni ’90, nessuno parlò più di Sant’Anna di Stazzema. Le motivazioni sono molte e controverse. Sicuramente ebbero un peso decisivo questioni di diplomazia internazionale nel dopoguerra e il timore dei successivi governi di riaprire ed affrontare con trasparenza una delle pagine più buie della storia del nostro paese.

Le prime informazioni sulle responsabilità dell’eccidio emersero nel 1995 quando, su richiesta ufficiale del Comune di Stazzema e dell’Associazione Martiri di Sant’Anna, vennero inviati dall’Archivio di Stato americano, i fascicoli (desecretati dopo 50 anni) relativi alle indagini compiute dalle Commissioni Investigative nel periodo immediatamente successivo all’eccidio.

L'ARMADIO DELLA VERGOGNA

A Palazzo Cesi, palazzo cinquecentesco in via degli Acquasparta, a Roma, sede della Procura Generale Militare, affluirono, dopo la Liberazione, i fascicoli relativi a centinaia di crimini compiuti dai nazifascisti, nel periodo 1943 – 1945, ai danni di vittime civili.
Su quei fascicoli erano annotati i nomi delle vittime, i nomi degli assassini, le località dei crimini. Un’istruttoria per ogni fascicolo, un processo per ogni istruttoria. Se ne sarebbero dovute occupare le Procure Militari Distrettuali, destinatarie istituzionali di quelle carte.
Tutto invece rimase sepolto in quel palazzo. Non ci furono istruttorie, non si celebrarono processi. Tutto rimase avvolto nel silenzio: prove, testimonianze, nomi.
Nel maggio del 1994, per caso, a Palazzo Cesi, fu ritrovato un armadio, protetto da un cancello, chiuso a chiave, con le ante rivolte verso il muro. Era l’Armadio della Vergogna; conteneva un grande registro, con ben 2273 voci, su cui era annotato tutto quel che conteneva o aveva contenuto: 695 fascicoli; in 415 i nomi dei colpevoli.
Al numero 1 l’eccidio delle Ardeatine, con i nomi di Herber Kappler, Erich Priebke, e altri assassini che, grazie a quell’armadio, godettero di 50 anni di libertà. E così per i nazifascisti di Sant’Anna di Stazzema. Di Marzabotto, di Fivizzano, ecc.
Fu la ragion di Stato ad imporre l’occultamento di quei fascicoli. La motivazione fu quella della guerra fredda. Nel mondo suddiviso in due blocchi, la nuova Germania doveva entrare nella Nato, come baluardo contro l’avanzata sovietica. Si preferì tacere i crimini commessi dal nazismo ed aprire una nuova pagina.
Ma ancora oggi sono troppe le domande rimaste aperte, come ferite profonde nell’intera nazione: chi dette l’ordine dell’occultamento? Chi si assunse quella drammatica responsabilità? Chi chiederà perdono a nome dello Stato per questa colossale ingiustizia?

LE INDAGINI

Le prime indagini sull’eccidio di Sant’Anna furono condotte nell’ottobre 1944, da una Commissione Militare Americana, che raccolse alcune testimonianze, senza però acquisire elementi utili all’identificazione dei responsabili.
Nel febbraio 1947, si levarono vibranti proteste da tutta la Versilia, in occasione dell’apertura del processo a carico del generale Kesselring, in quanto tra le imputazioni a suo carico figurava anche la strage del 12 agosto 1944.
Fu allora che il Servizio Investigativo Britannico inviò in Versilia un ufficiale che acquisì dichiarazioni di superstiti e testimoni, che consentirono di inserire l’eccidio di Sant’Anna tra i capi d’accusa del generale Max Simon, comandante della XVI Divisione SS, processato a Padova da una Corte Militare Alleata nel giugno 1947. Per questo e per altri eccidi commessi in Italia ed in Emilia, gli venne inflitta la condanna a morte, poi commutata in ergastolo; tuttavia, come accadde per molti altri criminali nazisti, Simon venne graziato dopo aver scontato solo pochi anni di carcere.
Durante il processo emersero anche le responsabilità del maggiore Walter Reder, comandante del XVI Battaglione della XVI Divisione SS, il quale, estradato in Italia, fu giudicato dal Tribunale Militare di Bologna nell’ottobre 1951. Il maggiore austriaco fu riconosciuto colpevole delle stragi di Valla, Vinca, Bardine San Terenzo, Marzabotto, ma venne assolto per quella di Sant’Anna di Stazzema. Condannato a morte, sentenza commutata in ergastolo, Reder ha scontato la pena nel carcere militare di Gaeta fino al 1985 quando, graziato dal Governo Italiano, è rientrato in Austria, dove è morto nel 1991.

Nel 1996, grazie anche alle richieste del Comune di Stazzema e del Comitato per le Onoranze ai Martiri di Sant’Anna, la Procura Militare di La Spezia ha riaperto le indagini sull’eccidio.

Nel frattempo, decisivi elementi per giungere all’identificazione dei responsabili, sono stati forniti dalla giornalista Cristiane Kohl, la quale ha pubblicato sul quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung, i risultati di una lunga ricerca effettuata negli archivi militari tedeschi, in collaborazione con lo storico Carlo Gentile. Il servizio giornalistico, comprendente anche l’intervista ad un soldato delle SS presente a Sant’Anna, insieme a tutta la documentazione raccolta, sono passate al vaglio della Procura Militare di La Spezia.

Il casuale rinvenimento di 695 fascicoli relativi alle stragi nazifasciste, conservati in un armadio nei sotterranei della Procura Militare di Roma, “provvisoriamente archiviati” dal governo italiano negli anni ’50, in periodo di piena “guerra fredda”, per motivi di diplomazia internazionale, ha aperto nuove prospettive per l’individuazione dei colpevoli.

Grazie all’azione svolta dal Comitato per la Verità e la Giustizia, costituitosi a Stazzema nel settembre 2000, la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, il 6 marzo 2001, al termine di un’indagine conoscitiva, insediata per discutere sui 695 fascicoli occultati nell’”Armadio della vergogna”, ha concluso i suoi lavori chiedendo l’istituzione di una Commissione Parlamentare di inchiesta, ai sensi dell’art. 82 della Costituzione, al fine di far luce sulle cause che portarono all’occultamento delle prove e all’insabbiamento di tutte le denunce relative ai crimini commessi dai nazifascisti.

Il 22 giugno 2005 si conclude il processo ai responsabili dell’eccidio di Sant’Anna. Il Tribunale Militare di La Spezia emette il dispositivo di sentenza, con il quale dichiara colpevoli tutti i dieci imputati, condannandoli alla pena dell’ergastolo.

IL PROCEDIMENTO PENALE

Il procedimento penale N. 89/02 RGNR e ss, “ SOMMER + ALTRI”, meglio noto come “ Processo sull’Eccidio di S.Anna di Stazzema” ha origini assai lontane.
* * *
E’ il 1946, quando la Procura Generale Militare del Regno d’Italia (Ufficio procedimenti contro criminali di guerra tedeschi per crimini di guerra) presso la cui sede di Roma erano state fatte confluire tutte le denunce avanzate per i crimini di guerra perpetrati tra il 1943 ed il 1945, in attesa di trasferirli presso gli Uffici giudiziari territorialmente competenti, decide di iscrivere un fascicolo per i fatti accaduti a S.Anna di Stazzema:
· contro” ignoti soldati tedeschi delle SS“;
· per i reati “ di violenza ed omicidio per incendio”;
· parti lese : Salvatori Ada, Bertelli Amida , Ghilardini Maria Sole ed altri.
Sempre la Procura Generale Militare di Roma procede inoltre all’iscrizione a noti :
v a carico di : WERTMANN, JANSEN, RECHTER ed altri;
· per il reato di “ violenza in omicidio”;
v a carico di LEIBSLE, SASSE, MUELLER, MAYAR, GRIN, CREMEN, ZILLER ed altri;
· per reato di “ violenza con omicidio con strage art.185 c.p.m.g. , incendio e distruzione ex art.187 c.p.m.g.”
· parti lese : Bertelli Dina ed altri.
In questo fascicolo risultano raccolti inoltre atti di indagini svolte da una Commissione d’inchiesta americana ( la War Crime Commission). Tali atti consistono in :
- quattro testimonianze rese da persone informate sui fatti, raccolte , a Livorno , tra il 15 ed il 16 settembre 1944 ed altre tre , a Valdicastello , l’8 ottobre 1944 ;
- un racconto sul massacro di S.Anna .

Si noti che tutto quanto il contenuto del fascicolo di S.Anna qui riportato e’ stato scoperto soltanto nel 1994, a seguito del ritrovamento di un armadio nascosto in un sottoscala di Palazzo Cesi , a Roma, sede del Tribunale supremo militare, e contenente ben 695 fascicoli relativi a crimini di guerra nazifascisti.

Tra il 1946 ed il 1947 l’Autorità giudiziaria militare prosegue nelle investigazioni:
- concedendo delega al Commissariato di P.S. di Viareggio ( al Vice Commissario di P.S. Vito Majorca);
- acquisendo atti di procedimenti in corso per quei fatti, avanti ad altre Autorità giudiziarie , specie la Corte d’Assise straordinaria di Lucca.

Negli anni ’50 però le attività investigative di ricerca di ulteriori responsabili si interrompono.

Nel 1960 poi la Procura Generale militare adotta per il fascicolo di S.Anna, come per molti altri fascicoli, un provvedimento alquanto anomalo per la procedura penale, con il quale viene disposta la cd. “ Archiviazione provvisoria”.
Tale provvedimento, in data 14 gennaio 1960, porta la firma del Procuratore Generale Militare Dott. Enrico Santacroce.
In realtà i fascicoli relativi a stragi nazifasciste perpetrate tra il 1943 ed il 1945 erano ben più di mille. Il giornalista Franco Giustolisi parla di un registro contenente il riferimento a 2274 fascicoli contenuti nel cosiddetto “Armadio della Vergogna”.
È bene precisare infatti che l’armadio non conteneva soltanto i 695 fascicoli rinvenuti nel 1994; infatti , è certo che tra il 1965 ed il 1968 da quell’armadio uscirono ben 1300 fascicoli trasmessi alle Procure territorialmente competenti.
Cosa avevano di diverso tra di loro i 1300 fascicoli inviati alle Procure ed i 695 fascicoli rinvenuti dopo ben 50 anni?
Semplice. I fascicoli che furono inviati, riguardavano procedimenti “ contro ignoti” o comunque supportati da prove irrilevanti; onde per cui, una volta arrivati alle Procure competenti sarebbero stati naturalmente archiviati.
Invece i 695 fascicoli occultati riportavano i fatti accaduti, i nomi delle parti lese , i nomi dei criminali, atti d’investigazione : insomma tutto quanto è necessario e rilevante , ai fini processuali , per celebrare un processo.
* * *
E per il massacro di S.Anna, il processo che si sta svolgendo a La Spezia , non è il primo poiché:
- Tra il 28 maggio ed il 26 giugno 1947 fu celebrato, a Padova , da una Corte militare inglese, il Processo contro il Generale Max Simon, Comandante della XVI Panzergrenadierdivision SS.
L’eccidio di S.Anna era uno dei sei capi d’imputazione attribuiti a Simon. Per tale crimine, come per tutti gli altri, il Comandante Simon fu riconosciuto colpevole, in quanto responsabile per gli atti compiuti dai vari battaglioni e compagnie sottoposti al suo comando.
Con sentenza emessa il 26.6.1947 Simon fu condannato a morte per fucilazione.
La condanna non fu mai resa esecutiva , in quanto , provvidenzialmente per Simon, subito dopo la sua condanna fu emesso un Ordine d’Armata inglese , il n. 81/1945, il quale, al § 12 , stabiliva che una volta emessa dalla Corte Marziale inglese una sentenza, questa doveva essere confermata dal Segretario di Stato o da un Ufficiale di grado non inferiore a quello di Maggiore, designato dal Segretario stesso, cui veniva attribuito il potere di rimettere, mitigare o commutare la sentenza. Così , dopo che , il 5 novembre 1947, la sentenza di condanna fu confermata, il caso di Simon , fu sottoposto al Segretario di Stato inglese che , in una minuta, esordiva pressappoco così “… Ammetto di aver letto il rapporto e di aver qualche dubbio sulle argomentazioni che riguardano le responsabilità di Simon. Tutto sommato preferisco concedergli il beneficio del dubbio…”.
Il 20 gennaio 1948 la condanna a morte fu commutata in ergastolo dal Segretario di Stato per la guerra; poi , il 3 febbraio 1950 la condanna scese a 21 anni di reclusione, infine “ the earliest release “, il 7 maggio 1959.
L’Eccidio di S.Anna fu capo d’imputazione anche nel processo, celebrato nel 1951presso il Tribunale Militare di Bologna, da Corte militare Italiana contro il Maggiore Walter Reder, Comandante del 16° Gruppo Esplorante SS . A differenza degli altri capi d’accusa a lui imputati ( come ad es. Marzabotto, Bardine - S.Terenzo), per il massacro di S.Anna, Reder fu assolto per “ insufficienza di prove” con sentenza emessa il 31 ottobre 1951.
Seguirono una serie di ricorsi interposti dal Reder al Tribunale Supremo Militare , tutti rigettati ; poi in data 14 luglio 1980, il Tribunale Militare di Bari, con ordinanza, disponeva la liberazione condizionale del condannato ed infine con ordinanza del 24.10.1985, il Tribunale Militare di La Spezia dichiarava estinta la pena all’ergastolo inflitta al Reder dalla sentenza del 1951.
* * *
Il 6 novembre 1995 vengono finalmente trasmessi alla Procura di La Spezia , gli atti relativi all’Eccidio di S.Anna.
Inizialmente vengono iscritti procedimenti n 284/95, 334/95, 149/96 e 301/96 a carico di “ ignoti”.
Quindi , in quegli anni vengono riaperte le indagini che hanno condotto, nel 2002 all’iscrizione del presente procedimento n. 89/02R.G.N.R.
Da queste indagini sono poi scaturite ulteriori indagini da parte delle autorità giudiziarie della Repubblica federale di Germania.
* * *
- Tribunale Militare di La Spezia: Procedimento n. 89/02 e ss . Eccidio di S.Anna di Stazzema.
È il 10 ottobre 2003 , quando il Pm, Dott. Marco De Paolis, presenta richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di :
- BRUSS WERNER;
- RAUCH GEORG;
- SCHENDEL HEINRICH;
- SCHŐENEMBERG ALFRED;
- SOMMER GERHARD;
- SONNTAG HEINRICH.
Viene contestato loro il reato di “CONCORSO IN VIOLENZA CON OMICIDIO CONTRO PRIVATI NEMICI PLURIAGGRAVATA CONTINUATA”.
Ø Il 2 dicembre 2003 viene celebrata la prima udienza preliminare, innanzi al G.U.P , Dott. Roberto Rivello.
Ammesse le costituzioni di Parte Civile, le Difese eccepivano preliminarmente il difetto di giurisdizione del Tribunale militare , sostenendo che ai sensi dell’art. 13 e 185 C.p.m.g., gli appartenenti alle forze armate tedesche non potevano essere qualificati, all’epoca dei fatti, come militari “ nemici”, ed in subordine rilevando la violazione dell’art.103, ultimo comma, della Costituzione. Entrambe le eccezioni sono state disattese dal Giudice con ordinanza motivata in udienza preliminare.
Ø A fronte dell’intervenuto deposito di ulteriori atti suppletivi d’indagine da parte della Pubblica Accusa, su richiesta delle Difese, tenuto conto della pronuncia della Corte Costituzionale operata con sentenza interpretativa di rigetto n. 16 del 3 febbraio 1994, è stato concesso termine alle difese per prendere più compiuta visione dei nuovi atti d’indagine, a garanzia dell’effettività del contraddittorio;
Ø Il 12 gennaio 2004, veniva ammessa l’ulteriore costituzione di parte civile da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri ( autorizzazione a firma On.le Gianni Letta). Venivano inoltre acquisiti agli atti elementi probatori di natura documentale prodotti dalla Difesa di Rauch quali:
- decisione del Tribunale di epurazione del 3 giugno 1947
- decisione di ente assicurativo tedesco in data 30 settembre 1948, con allegate traduzioni in italiano,
Ø Sempre all’udienza del 12 gennaio 2004 , il G.U.P. provvedeva quindi con :
- Decreto che dispone il giudizio nei confronti di :
- SOMMER – SONNTAG – SCHOENEMBERG.
- Sentenza di non luogo a procedere nei confronti di :
- RAUCH e BRUSS.
Per l’imputato SCHENDEL , invece, ritenendo il Giudice l’incompletezza delle prove relative all’arrivo di questa SS, in Italia, nell’anno 1944, disponeva l’acquisizione di prove più consistenti circa la presenza di Schendel a S.Anna , nell’agosto del 1944.
Per tale motivo il G.U.P. disponeva la separazione del procedimento a carico di Schendel , ai sensi dell’art.18 C.P.P.

Ø Il 10 maggio 2004, quindi :
- mentre , ai sensi dell’art. 17 C.P.P. , si procedeva alla riunione tra il processo a carico di SOMMER, SONNTAG E SCHOENEMBERG con quello a carico di CONCINA, GROPLER E RICHTER;
- all’esito della discussione , relativamente alla posizione di SCHENDEL, il Pm concludeva con la richiesta di rinvio a giudizio , mentre la difesa Schendel, concludeva con richiesta di sentenza di non luogo a procedere.
( nei confronti di BRUSS, RAUCH e SCHENDEL, è stato fatto ricorso presso la Corte d’appello militare di Roma che in data 15 marzo 2005 ha autorizzato il rinvio a giudizio anche di questi ultimi tre ex SS. All’udienza del 17 maggio 2005 è stata accolta la richiesta avanzata dal PM, circa la riunione di quest’ultimo procedimento ai precedenti : attualmente gli imputati per il crimine di guerra perpetrato a S.Anna sono 10).
Ø In data 20 aprile 2004, si apriva la fase dibattimentale , con una serie di atti introduttivi alla fase dibattimentale.
La Corte è composta dai Dott. :
- Francesco Ufilugelli ( Presidente);
- Enrico Lussu;
- G.M. Enrico Zanone.
- Pubblico Ministero : Dott. MARCO DE PAOLIS ed il Sostituto Dr. GRILLO
Per l’occasione sono presenti parecchi superstiti e parenti delle vittime che nonostante fossero soltanto persone offese da reato , non costituitesi parte civile nel processo, che hanno mostrato alla Corte il muro umano della Memoria che non vuol dimenticare.
Si susseguono tutta una serie di udienze ( 29- 30 giugno ; 14 luglio) :
Ø il 6 ottobre 2004 , a seguito di rinvio a giudizio immediato , richiesto a suo tempo ( 22.06.04) dal PM e disposto dal G.I.P. Dott.ssa Simoncelli, nei confronti di LUDWIG GÖRING, in udienza si procedeva all’ulteriore riunione del procedimento SOMMER + 5 al procedimento N. 135/04 R.G.N.R. a carico di L. Göring .
A differenza di tutti gli altri imputati Göring, caporalmaggiore della 6^ Compagnia del II Battaglione , 35° Regg. , XVI Div.SS, non solo ha ammesso di essere stato a S.Anna il 12 agosto 1944, ma di aver contribuito alla materiale realizzazione del crimine. Göring , ha ammesso che quel giorno , a S.Anna , attorno alle ore 10.00 del mattino , in località presumibilmente Coletti ( frazione in cui fu uccisa Anna Pardini) uccideva tra le 15 e le 25 donne , sparando con una mitragliatrice tipo “ MG”, appositamente collocata in un punto prestabilito.
Ø Alle successive udienze del 12 – 13 ottobre , quelle del 3-4-9-10-11 novembre ha inizio una lunga serie di deposizioni:
- Inizia il Ten. Col. Roberto D’Elia , coordinatore del “ pool” investigativo cd. “ altoatesino” composto, inizialmente, oltre che dal Ten. Col. , anche dal Brigadiere Franz Stuppner e dal Vice brigadiere Sandro Romano. Solo tre elementi per un lavoro d’investigazione immane, lunghi interrogatori in Germania, consultazioni presso i vari archivi , sia militari che di Stato, di Berlino, Friburgo, Coblenza. Ultimamente si sono aggiunti altri elementi tra cui il vice brigadiere Alessandro Tripodi.
Ø Le dichiarazioni del Col. D’Elia si sono concentrate su un’attenta analisi dello stato dei luoghi oltre che su una specifica ricostruzione della dinamica del massacro, e della strategia utilizzata quel giorno dai militari tedeschi .
Ø A conforto delle sue conclusioni si sono aggiunte le dichiarazione rese da un esperto di strategia militare tedesca durante la II GM. Il Dott. Alessandro Politi , analista strategico, autore del saggio “ Le dottrine tedesche di controguerriglia “,ha definito la strategia utilizzata a S.Anna come “ variante di battuta circolare” , che in gergo strategico sta per accerchiamento simultaneo e attacco sistematico della zona da epurare : le Compagnie disposte sulle cime delle montagne di S.Anna , scendevano concentricamente , uccidendo qualsiasi cosa avessero incontrato. Questo tipo di strategia secondo il teste veniva utilizzata quando erano presenti sul luogo soltanto dei civili , quindi , le compagini militari tedesche non hanno trovato alcun ostacolo costituito da forze militari avversarie, Considerati anche la brevità dei tempi con cui una operazione così impegnativa fu eseguita entrambi gli esperti concordano nel affermare che l’eccidio di S.Anna fu un’azione pianificata nei minimi dettagli, che prevedeva l’attacco ad una zona priva di qualsiasi difesa.
Ø Di grande importanza, ai fini della celebrazione di questo processo, è stata l’accurata perizia svolta dal Prof. Carlo Gentile dell’Università di Colonia il quale dopo un’attenta analisi della documentazione rinvenuta negli archivi tedeschi ha concluso che :
- il Battaglione che ha ucciso a S.Anna era il II BTG. 35° Regg, XVI Div.SS, anche noto come “ Battaglione Galler ”;
- ha identificato, in maniera scientifica,gli appartenenti a quel battaglione, dando finalmente un nome, un volto alle SS di S.Anna;
Ø Ulteriore perizia è stata quella del Prof. Paolo Pezzino dell’Università di Pisa, il quale è stato incaricato di rispondere ad una serie di quesiti afferenti soprattutto le possibili cause dell’eccidio . A tale proposito il Pezzino ha ipotizzato:
- il mancato sfollamento del paese ;
- la vendetta di alcune famiglie di fascisti;
- una strategia terroristica voluta ed adottata dalle truppe tedesche in ritirata. Quest’ultima pare la più accreditata.
Ø Alle deposizioni dei periti e degli esperti , hanno fatto seguito le commoventi testimonianze dei superstiti.
Il PM, per questo processo aveva presentato una lista di testimoni che prevedeva all’incirca una trentina di testimoni tedeschi. Al processo se ne sono presentati soltanto due : Wilhelm Heidbuchel , la cui testimonianza , a parte il fatto di essere durata all’incirca cinque ore , è stata pressoché inconsistente e Adolf Beckert , che invece , anche se le sue dichiarazioni processualmente non sono state particolarmente determinanti, ha reso un omaggio a S.Anna, donandole la memoria di un episodio sconosciuto ai superstiti, poiché privo di testimoni : i fatti della Piazza della Chiesa. Ha rivissuto in aula il momento in cui a quelle 150 persone, prelevate dalle loro case e riunite sulla piazza della Chiesa vennero dati 15 minuti di tempo per dichiarare dove erano nascosti gli uomini . Quindici minuti di silenziosa agonia in cui D. I. Lazzeri discusse animatamente con l’Ufficiale SS presente sulla Piazza, il quale si preparava ad eseguire l’ordine di massacrare ricevuto da una comunicazione inviatagli via radio. Scaduto il termine quelle 150 persone , tra cui parecchi bambini di pochi anni, con estrema dignità seppero morire : conosciuta la loro condanna , in silenzio si inginocchiarono e cominciarono a pregare mentre venivano falciati dalle raffiche di mitra.
Ø All’udienza del 17 maggio 2005 , a seguito di decreto che dispone il giudizio pronunciato nel giudizio di impugnazione presso la Corte d’Appello Militare di Roma, prendeva avvio la trattazione del processo a carico di BRUSS WERNER, RAUCH GEORG e SCHENDEL HEINRICH e su concorde accordi tra le parti veniva disposta la riunione di questo al processo presente n. 89/02 .
Ø Con l’udienza del 09.06.2005 avevano inizio le precisazioni delle conclusioni delle parti. Iniziava la propria requisitoria il Pm De Paolis che chiedeva , per tutti e dieci gli imputati , la condanna all’ergastolo e il risarcimento dei danni per i reati a loro ascritti;
Ø Nella successiva udienza del 14 giugno 2005 rassegnavano le proprie conclusioni tutte le parti civili costituitesi. Si procedeva inoltre con le richieste delle difese. Prendeva per primo la parola la difesa di SONNTAG, che chiedeva l’assoluzione del medesimo per non aver commesso il fatto.
Ø L’udienza del 16 giugno 2005 vedeva rassegnate le conclusioni delle difese GOERING, BRUSS, RICHTER E SCHENDEL . Mentre la difesa Goering, avendo il proprio assistito confessato di aver commesso il fatto, chiedeva per il proprio assistito , l’assoluzione , trattandosi di persona non punibile per aver agito in stato di necessità, tutti gli altri chiedevano assoluzione con formula piena. La difesa CONCINA,al termine delle proprie conclusioni chiedeva l’assoluzione perché il fatto non costituisce reato.
Ø All’udienza del 21 giugno 2005 concludevano le difese di GROPLER , RAUCH, SCHOENBERG, SOMMER che chiedevano per i propri patrocinati l’assoluzione per non aver commesso il fatto.

Il processo terminava dunque mercoledì 22 giugno 2005.
L’udienza prendeva avvio con le repliche del PM De Paolis , cui seguivano le repliche di tutte le parti civili e delle difese. Intorno alle ore 13.30 il Presidente del Collegio , dichiarava chiuso il dibattimento.
Alle ore 19.38, in una affollatissima sala delle udienze, il Tribunale militare di La Spezia condannava tutti gli imputati alla pena dell’ergastolo.
Quello stesso giorno, Enrico Pieri, superstite della strage e attuale Presidente dell’Associazione “ S.Anna di Stazzema – 12 agosto 1944”, consegnava nelle mani dell’Avv. GABRIELE HEINECKE, avvocato appartenente all’Associazione “DISTOMO“ di Amburgo, Associazione composta da intellettuali che si pone come scopo il perseguimento di una Giustizia contro i crimini di guerra compiuti durante la seconda guerra mondiale dal nazionalsocialismo, la procura legale per avviare e sollecitare , presso la Procura di Stoccarda , l’avvio di un procedimento penale contro i responsabili dell’eccidio di S.Anna anche in Germania.
La Procura di Stoccarda, nonostante , prima dell’esito del processo di La Spezia , avesse confermato ai superstiti , un avvio di procedimento penale , anche in Germania, subito dopo la sentenza di La Spezia, tutto oggi, novembre 2005, temporeggia e proroga l’inizio di un processo tedesco, avanzando le più disparate giustificazioni tra le quali , ad esempioi, il fatto che gli imputati siano ormai troppo anziani per subire un processo.
Il Procuratore tedesco dovrebbe sapere che i crimini di guerra , soprattutto gli omicidi contro la popolazione civile inerme, sono delitti imprescrittibili e come tali prescindono dall’età dei presunti colpevoli !
In questo mese di novembre 2005 intanto, sette dei 10 condannati all’ergastolo , in primo grado, si sono costituiti per procedere all’impugnazione della sentenza di giugno, presso la Corte d’Appello Militare di Roma.
Le SS che si sono costituite, sono : CONCINA, SONNTAG, GROPLER, SCHOENEMBERG, RICHTER, SOMMER e RAUCH.

LA COMMISSIONE

Legge 15 maggio 2003, n. 107

“Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti”
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 113 del 17 maggio 2003

Art.1.


1. È istituita, ai sensi dell’articolo 82 della Costituzione, una Commissione parlamentare di inchiesta, per indagare sulle anomale archiviazioni «provvisorie» e sull’occultamento dei 695 fascicoli ritrovati nel 1994 a Palazzo Cesi, sede della Procura generale militare, contenenti denunzie di crimini nazifascisti, commessi nel corso della seconda guerra mondiale e riguardanti circa 15.000 vittime.

2. La Commissione ha il compito di indagare su:

a) le cause delle archiviazioni «provvisorie» di cui al comma 1, il contenuto dei fascicoli e le ragioni per cui essi sono stati ritrovati a Palazzo Cesi, anziché nell’archivio degli atti dei tribunali di guerra soppressi e del Tribunale speciale per la difesa dello Stato;

b) le cause che avrebbero portato all’occultamento dei fascicoli e le eventuali responsabilità;

c) le cause della eventuale mancata individuazione o del mancato perseguimento dei responsabili di atti e di comportamenti contrari al diritto nazionale e internazionale.

Art. 2.
1. La Commissione è composta da quindici senatori e da quindici deputati nominati rispettivamente dal Presidente del Senato della Repubblica e dal Presidente della Camera dei deputati, in modo che siano rappresentati tutti i Gruppi costituiti in almeno un ramo del Parlamento, in proporzione della loro consistenza numerica.

2. Con gli stessi criteri e la stessa procedura di cui al comma 1 si provvede alle eventuali sostituzioni in caso di dimissioni o di cessazione del mandato parlamentare dei membri della Commissione.

3. L’Ufficio di presidenza, composto dal presidente, da due vicepresidenti e da due segretari, è eletto a scrutinio segreto dalla Commissione tra i suoi componenti. Nella elezione del presidente, se nessuno riporta la maggioranza assoluta dei voti, si procede al ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto il maggior numero di voti. In caso di parità di voti, è proclamato eletto o entra in ballottaggio il più anziano di età.

4. La Commissione conclude i propri lavori entro un anno dalla sua costituzione, con la presentazione di una relazione finale sulle risultanze delle indagini svolte. (1)

Art. 3.

1. La Commissione procede alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria. Per le testimonianze rese davanti alla Commissione si applicano le disposizioni degli articoli da 366 a 371 e da372 a 384 del codice penale.

2. La Commissione può ottenere, anche in deroga a quanto stabilito dall’articolo 329 del codice di procedura penale, copie di atti o documenti relativi a procedimenti o inchieste in corso presso l’autorità giudiziaria. L’autorità giudiziaria provvede tempestivamente e può ritardare con decreto motivato, solo per ragioni di natura istruttoria, la trasmissione di copie degli atti e documenti richiesti. Il decreto ha efficacia per trenta giorni e può essere rinnovato. Quando tali ragioni vengono meno, l’autorità giudiziaria provvede senza ritardo a trasmettere quanto richiesto.

3. Alla Commissione, limitatamente all’oggetto dell’indagine di sua competenza, non può essere opposto il segreto di Stato, d’ufficio e professionale. Tuttavia i documenti trasmessi dal Governo sotto il vincolo del segreto possono essere declassificati solo previo accordo tra il Governo e la Commissione. È sempre opponibile il segreto tra il difensore e il proprio assistito nell’àmbito del mandato professionale.

Art. 4.

1. L’attività e il funzionamento della Commissione sono disciplinati da un regolamento interno approvato dalla Commissione stessa prima dell’inizio dei lavori. Ciascun componente può proporre la modifica delle norme regolamentari.

2. Per l’espletamento delle sue funzioni la Commissione fruisce di personale, locali e strumenti operativi messi a disposizione dai Presidenti delle Camere, di intesa tra loro e può avvalersi, a sua scelta, dell’opera e della collaborazione di agenti e ufficiali di polizia giudiziaria nonché di qualsiasi altro pubblico dipendente, di consulenti e di esperti.

Art. 5

1. La Commissione delibera di volta in volta quali sedute o parti di esse sono pubbliche e se e quali documenti possono essere pubblicati nel corso dei lavori, anche in relazione ad esigenze attinenti ad altri procedimenti o inchieste in corso.

2. Al di fuori delle ipotesi di cui al comma 1, i membri della Commissione, i funzionari addetti all’ufficio di segreteria e ogni altra persona che collabori con la Commissione stessa o compia o concorra a compiere atti di inchiesta o ne abbia comunque conoscenza sono obbligati al segreto per tutto ciò che riguarda gli atti medesimi e i documenti acquisiti. Devono in ogni caso essere coperti dal segreto gli atti e i documenti attinenti a procedimenti giudiziari nella fase delle indagini preliminari.

3. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, la violazione del segreto di cui al comma 2 è punita ai sensi dell’articolo 326 del codice penale.

Art. 6.

1. Le spese per il funzionamento della Commissione sono poste per metà a carico del bilancio interno del Senato della Repubblica e per metà a carico del bilancio interno della Camera dei deputati.

Art. 7.

1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.



(1) Il termine previsto dall’articolo 2, comma 4, della legge 15 maggio 2003, n. 107, entro il quale la Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti deve concludere i propri lavori, è stato prorogato fino al termine della XIV legislatura dall’ articolo 1 della legge 25 agosto 2004, n. 232.

IL PROCESSO

Il 22 giugno 2005 il Tribunale Militare di La Spezia, dopo 61 anni dall’eccidio, davanti a decine di superstiti, in un’atmosfera di forte tensione emotiva, ha emesso la sentenza di condanna all’ergastolo per le SS colpevoli del massacro.
La sentenza è stata confermata dlla Corte di Appello Militare di Roma il 21 novembre 2006 e ratificata definitivamente dalla Prima Sezione penale della Cassazione l’8 novembre 2007.

Di seguito il dispositivo di sentenza:


REPUBBLICA ITALIANA

TRIBUNALE MILITARE DI LA SPEZIA

- Dispositivo di sentenza-

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO



Il Tribunale Militare di La Spezia all’odierna pubblica udienza ha pronunziato e pubblicato, mediante lettura del dispositivo, la seguente

SENTENZA


* * *

DICHIARA

BRUSS Werner, CONCINA Alfred, GÖRING Ludwig, GROPLER Karl, RAUCH Georg, RICHTER Horst, SCHENDEL Heinrich, SCHÖNEMBERG Alfred, SOMMER Gerhard e SONNTAG Heinrich, tutti contumaci,
COLPEVOLI DEL REATO LORO RISPETTIVAMENTE ASCRITTO
e, ritenute sussistenti per tutti le circostanze aggravanti contestate, con esclusione di quella di cui all’art. 47 c.p.m.p. e, per il solo Göring anche di quella di cui all’art. 58, comma 1, c.p.m.p., li

CONDANNA

ALLA PENA DELL’ERGASTOLO

nonché in solido tra loro, al pagamento delle spese processuali, con le conseguenze di legge […]

La Spezia, 22 giugno 2005

 

Il Presidente
Dr. Francesco UFILUGELLI

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SENTENZA DEL PROCEDIMENTO PENALE NEI CONFRONTI DEI RESPONSABILI DELLA STRAGE
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STRAGE DI SANT'ANNA DI STAZZEMA, NIENTE PROCESSO PER GLI EX GERARCHI DELLE SS


La Procura di Stoccarda ha archiviato l'inchiesta per la strage nazista del paesino toscano: il 12 agosto 1944 furono massacrati 560 civili. Per i magistrati tedeschi non ci sono abbastanza prove che il massacro fu compiuto dai militari della Reichsfuehrer SS

 

 

La Germania sbatte di nuovo contro un muro l’armadio della vergogna. La Procura di Stoccarda, dopo un’inchiesta di 10 anni, ha deciso che gli otto ex membri delle SS sospettati di aver preso parte al massacro di Sant’Anna di Stazzema dove il 12 agosto 1944 morirono 560 persone, 116 dei quali ragazzi e bambini: il più piccolo aveva 20 giorni. Secondo la magistratura tedesca non ci sono prove che ciascun imputato abbia partecipato alla strage, tra le pagine più infami dell’occupazione nazista in Italia. Il processo agli otto ex componenti ancora vivi della 16esima divisione corazzata “Reichsfuehrer SS” (il grado più alto tra le Schutz Staffeln e tra i reparti, se possibile, più sanguinari) si era invece concluso con condanne all’ergastolo in Italia. La decisione dei giudici tedeschi ha provocato lo sdegno – oltre che l’incredulità – dei sopravvissuti, del sindaco di Stazzema, di molti esponenti del centrosinistra.

 

Tra le posizioni archiviate anche quella dell’Untersturmführer della divisione Gerhard Sommer, oggi novantunenne, tra i condannati in via definitiva dalla Corte di Cassazione nel 2007. Ma la Germania ha sempre rifiutato l’estradizione, come fa di norma con qualunque cittadino in possesso del passaporto tedesco. Sommer vive attualmente in una casa di riposo ad Amburgo.

 

I magistrati: “Abbiamo fatto tutto il possibile, ma non ci sono prove”

L’archiviazione della Procura di Stoccarda è stata decisa innanzitutto perché, secondo i magistrati, non è più possibile stabilire il numero esatto delle vittime: nella regione si trovavano anche numerosi rifugiati di guerra provenienti da altre zone. I reati di omicidio e concorso in omicidio, per l’eccidio del paesino in provincia di Lucca, non sono prescritti. Tuttavia per la Procura tedesca era necessario per l’emissione di un atto di accusa che venisse comprovata per ogni singolo imputato la sua partecipazione alla strage. E questo per gli inquirenti tedeschi non è stato possibile.

 

Non è possibile, insomma, accertare con sicurezza che la strage sia stata un atto programmato ed un’azione di rappresaglia nei confronti della popolazione civile. non solo: secondo la Procura è anche possibile che l’obiettivo perseguito dalle truppe tedesche fosse la lotta ai partigiani presenti nella zona e la cattura di uomini da deportare in Germania per compiere lavori forzati. La fucilazione dei civili avrebbe potuto essere stata decisa solo dopo la constatazione che gli obiettivi originari dell’azione militare tedesca non erano stati raggiunti. La Procura sottolinea nella sentenza il fatto che la mera appartenenza di un militare alle unità delle Waffen-SS non basta da sola a dimostrare l’effettiva colpa individuale nell’esecuzione della strage.

 

Il procuratore capo di Stoccarda, che ha coordinato le indagini, Claudia Krauth assicura: “Mi sento di assicurare ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime che la procura di Stoccarda ha fatto tutto il possibile”. “Anche qui sentiamo il peso della nostra responsabilità”, ha aggiunto Krauth, e “abbiamo investigato con grande interesse e impegno”.

 

Tre ore per trucidare 560 vecchi, donne e bambini

In realtà in quel periodo la zona di Stazzema era definita “bianca”: cioè accoglieva sfollati. Ecco perché c’erano più persone rispetto al solito. I tedeschi stavano risalendo l’Italia, dopo che gli Alleati erano riusciti a sfondare la linea Gustav, tra il basso Lazio e l’Abruzzo. Ma secondo quasi tutte le fonti storiche i partigiani avevano già abbandonato l’area senza aver mai messo in piedi azioni militari significative contro le truppe naziste. Eppure all’alba del 12 agosto 1944 tre reparti di SS salirono a Sant’Anna. Un quarto chiuse ogni via di fuga a valle. Alle sette il paese era circondato, la popolazione in trappola: Sant’Anna era ormai destinata a rimanere una frazione senza . I tedeschi ci erano arrivati grazie ai fascisti che ancora erano rimasti al fianco dei soldati del Reich. Gli uomini del paese fuggirono nei boschi per non farsi deportare. Rimasero gli anziani, le donne e i bambini. Erano inermi e erano sicuri che i nazisti non avrebbero avuto ragione per provocare quell’inferno che di lì a poco si sarebbe scatenato.

 

Le truppe con la croce uncinata agirono in poco più di tre ore. Secondo il tribunale militare di La Spezia non fu una rappresaglia: non fu un atto di guerra. Fu un atto di terrorismo. Un’azione premeditata e curata nel dettaglio. L”obiettivo era terrorizzare i civili, i paesi vicini e i partigiani. Un avvertimento. Un avvertimento che costò la vita a 560 donne, vecchi e bambini disarmati e che non avevano mai reagito alla divisione Reichsfuhrer. Cinquecentosessanta vite trucidate a colpi di mitra e bombe a mano e poi fatte sparire nel nulla, perché bruciate in un incendio appiccato dagli stessi tedeschi. Per i reparti SS, d’altronde, non era la prima volta: avevano appena ucciso, alcune settimane prima, 68 civili a Forno (in provincia di Massa) anche grazie a uomini della X Mas. Poi la scia di sangue era proseguita in altri paesi della zona tra le province di Massa Carrara e Lucca: uccisero oltre 340 persone armati di mitragliette, ma anche mediante impiccagione e perfino con dei lanciafiamme. Per i reparti SS, però, quella di Sant’Anna non fu l’ultima tappa del loro percorso di terrore e morte: ancora decine di vittime. E il massacro di Marzabotto doveva ancora venire.

 

I superstiti: “Non ci credo”, “Una decisione senza logica”

Incredulità, rabbia, convinzione di aver subito, ancora una volta, una profonda ingiustizia: così la gente del paesino di Sant’Anna di Stazzema e soprattutto i pochi superstiti e i familiari delle vittime del massacro nazista si sono ribellati alla decisione dei giudici tedeschi. Cesira Pardini ai tempi dell’eccidio aveva 18 anni. E’ stata premiata con la medaglia d’oro per avere salvato due sorelle e un bambino di un anno. In quelle tragedia ha perso la mamma e due sorelle. Quando testimoniò in tribunale le chiesero se avrebbe perdonato, la sua risposta fu: “Eventualmente a perdonare devono essere mia mamma e le mie sorelle che non ci sono più, non certo io”. Oggi, alle notizie che arrivano dalla Germania, Cesira non riesce a trattenere rabbia e disappunto. “Non è giusto tutto questo – dice – E’ una decisione che non ha nessuna logica”. Rincara la dose il figlio Bruno Pellegrini che le sta vicino: “Come si fa a comprendere tutto questo? E’ un’offesa per tutte le vittime, non è giustificabile. A Sant’Anna hanno perso la vita innocenti, tra questi donne, mamme, bambini sotto la ferocia di questi soldati ed ora dalla Germania arriva la notizia che non li vogliono neppure processare, è una cosa assurda”.

 

Enrico Pieri, uno dei superstiti della strage, non riesce a darsi una spiegazione per la decisione dei giudici tedeschi: “Non ci credo, che abbiano deciso una cosa del genere, non è possibile, è una offesa per tutte le 560 vittime e tra queste bambini e donne innocenti, non si può accettare un verdetto del genere”.

 

Il sindaco di Stazzema: “Una notizia che ci offende”

Il sindaco di Stazzema, Michele Silicani, ha commentato incredulo le notizie giunte dalla Germania: “In questo caso si disconosce anche il lavoro di un tribunale militare italiano che nel corso degli anni ha svolto un lavoro importante su quanto accaduto; quello che mi lascia interdetto è che tra i gerarchi delle ex SS tedesche c’è anche un reo confesso che ha dichiarato che ha considerato donne e bambini, come fossero alla pari degli adulti e che si è reso responsabile di questo crimine di guerra. Sono stati discolpati i soldati, ma gli ufficiali e i sottufficiali sono ritenuti responsabili di quanto accaduto quel lontano agosto. E’ una notizia che ci ha profondamente offesi e addolorati”.

 

Anna Finocchiaro: “Il massacro di oltre 500 persone non può restare impunito”

Si dice sbalordita Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato: “Esiste una verità storica documentata e nota – dice – Esistono sentenze della giustizia italiana. Il massacro di oltre 500 persone non può rimanere impunito. Sono sinceramente sbalordita dalla sentenza tedesca che archivia l’inchiesta sulla strage di Stazzema per mancanza di prove sufficienti a fronte di sentenze italiane che hanno individuato i colpevoli. Io mi auguro che il nostro Governo faccia ogni sforzo affinché sia rispettata la giustizia italiana e sia rispettata la memoria storica. Lo dobbiamo ala gente di Stazzema, lo dobbiamo agli italiani”.

 

Enrico Rossi: “C’erano dei rei confessi”

E’ una decisione che lascia sconcertati, secondo il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi: “Anche perché tra gli indagati c’erano rei confessi, che pubblicamente hanno raccontato di aver sparato con la mitragliatrice su donne inermi”. “La presenza lo scorso agosto a Sant’Anna del presidente del Parlamento europeo Schulz, che ha deciso di partecipare alla commemorazione della strage – sottolinea Rossi – aveva sancito in modo solenne che il dolore di quella comunità è parte di una nuova cittadinanza europea: un’Europa unita non con il dominio ma con il diritto e la giustizia. La decisione ora del tribunale di Stoccarda ci fa fare un brutto passo indietro. Nessuno cerca vendetta: un massacro come quello di Sant’Anna reclama giustizia. Questo verdetto ora la nega”.

 

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 1 ottobre 2012