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L'AFFONDAMENTO DELLA CORAZZATA ROMA

Negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale, in base al Trattato di Washington del 1922, vi fu un periodo di « vacanza navale» durante il quale non solo non furono costruite navi da guerra, ma addirittura, sempre in base a tale trattato, si demolirono alcune unità in servizio o in costruzione, come fece l'Italia con le quattro corazzate della classe Caracciolo, di cui una già varata e le altre impostate.

Dopo questo periodo di stasi, quando infine le costruzioni furono riprese si verificò un interessante fenomeno in quanto, anziché costruire nuove corazzate, quasi tutte le Marine procedettero a rimodernare più o meno estesamente quelle costruite negli anni dal 1908-1910 in poi. In generale su tutte queste navi fu cambiato l'apparato motore, modificando conseguentemente i fumaioli e talvolta il numero delle eliche. Su molte fu cambiato l'armamento principale e su quasi tutte quello secondarlo per renderlo più idoneo al compiti antiaerei, con conseguente modifica delle sovrastrutture; su tutte le unità furono installate le moderne centrali per la direzione dei tiro e le catapulte per il lancio di aerei da ricognizione.

LE CORAZZATE CLASSE «VITTORIO VENETO

 

Fu per un universale desiderio di pace, di fratellanza fra i popoli e di giustizia sociale, che l'11 Agosto 1921 si aprì la conferenza di Washington? O fu per convenienza econo­mica che le principali nazioni del mondo si riunirono intorno al tavolo a discutere per la prima volta un accordo che mettesse fine alla corsa agli armamenti? Non è questa la sede adatta per approfondire una tale analisi. Sta di fatto, però, che al termine del primo con­flitto mondiale le economie degli stati che vi avevano partecipato risultavano alquanto dis­sestate. I programmi navali, quindi, ne furono influenzati, anche per il fatto che le se­vere economie finirono per gravare maggiormente sulle spese militari.

Contemporaneamente ci si accorse che l'applicazione delle esperienze di guerra consigliava un nuovo aumento del tonnellaggio delle navi da battaglia, in maniera da potere accoppiare ad una rilevante potenza offensiva un'adeguata protezione, sia contro l'insidia sottomarina che contro l'offesa aerea. Questo però si tra­duceva in un aumento del costo delle nuove unità ed in pesanti oneri, quindi, per tutti, se fosse ricominciata la gara fra le principali potenze marittime.

In particolare il problema stava a cuore all'Inghilterra, che temeva una ripresa dell'emulazione a tutto scapito della propria posizione nei riguardi delle marine concorrenti.

La conferenza di Washington non si chiuse con un bilancio negativo; la convenienza economica, più che la convinzione nella bontà degli accordi, fece sì che si potessero appianare numerose difficoltà tecniche, attraverso la determinazione di tipi di navi i cui requisiti, nati da compromessi, non soddisfecero certo gli ambienti qualificati, ma furono accettati perché tutte le marine si sarebbero trovate sullo stesso piano per quanto concerneva le nuove costruzioni.

Il trattato di Washington decise in particolare l'abbandono dei programmi di costruzione delle navi di linea fino al 1931, la limitazione del dislocamento tipo delle unità di questa categoria in 35.000 tonnellate e quella del calibro delle loro artiglierie principali       in 406 mm.

Si trattò di limitazioni piuttosto severe, che quando fu il momento pesarono notevolmente sulla progettazione delle nuove corazzate, per­ché esse obbligavano i costruttori a sacrificare alcune qualità essenziali delle navi da bat­taglia per potere rimanere nei limiti del dislocamento stabilito.

Abbiamo già visto nei primi due volumetti di questa collana, come l'Italia uscisse favorita dal trattato di Washington, che le assegnava la parità con la Marina Francese in fatto di navi di linea e che le concedeva la possibilità di metterne immediatamente in cantiere per un totale di 70.000 tonnellate. Questa clausola rimase però una platonica vittoria politica e di prestigio, ma di cui non si approfittò. Del resto il periodo di «vacanza navale» che la conferenza di Londra, nel 1930, procrastinò di altri cinque anni, ed il momentaneo prevalere in tutto il mondo del criterio che le grandi navi fossero tramontate e dovessero soprattutto curarsi le costruzioni di incrocia­tori veloci, di naviglio sottile e di sommergibili, fecero sì che il massimo sforzo di rico­struzione della Marina Italiana si orientasse proprio su tali tipi di navi. Del resto la politica navale italiana era rivolta a cercare la parità completa con la Francia, parità che per quanto riguardava le navi da battaglia già teoricamente possedevamo. In questo campo era sufficiente attendere che il naviglio corazzato invecchiasse, per rispondere tonnellata contro tonnellata       ad ogni impostamento di unità nuova.

Per non essere colti alla sprovvista e per mettere a buon frutto gli anni di sosta nella co­struzione di navi di linea, si andò intanto avanti con studi e progetti.

Tralasceremo logicamente di parlare di progetti e realizzazioni nel campo del rimoderna­mento delle vecchie dreadnoughts ancora in servizio, argomento trattato con abbondanza di particolari nei primi due fascicoli della collana, dedicati rispettivamente alle corazzate classi «Conte di Cavour» e «Duilio», men­tre cercheremo di analizzare a fondo gli studi, i programmi e le realizzazioni nel campo delle nuove costruzioni.

La tendenza che si andò facendo strada in tutte le marine europee, nei primi dieci anni di vacanza       navale, portava       a preconizzare l'avvento della corazzata di tonnellaggio medio, nettamente inferiore alle 35.000 tonn. previste dal trattato di Washington.

La clausola che permetteva all'Italia di costruire in qualsiasi momento navi da battaglia per un totale di 70.000 tonn., e la necessità di possederne almeno tre, in modo da consentire la rotazione fra queste ed averne sempre due in armamento, orientarono nel 1928 gli studi del Comitato Progetti Navi su un tipo di corazzata con un dislocamento di 23.000 tonnellate, una velocità di circa 28-29 nodi, una corazzatura massima di 320-330 mm. ed un armamento principale di sei cannoni da 381 mm. disposti in tre torri binate. Mentre si studiavano e si miglioravano con continue modifiche i progetti per tale tipo di navi, non venivano tralasciati studi anche per corazzate del tonnellaggio massimo con armamento di sei cannoni da 406 mm., velocità di 29-30 nodi e corazzatura di circa 350 mm.

Nel 1930 la Conferenza di Londra prolungò fino al 1936 la «vacanza navale», ma con­temporaneamente respinse la proposta inglese di ridurre notevolmente il tonnellaggio limite delle corazzate. Questo fece naturalmente cadere, presso i nostri organi competenti, tutti i progetti fino ad allora elaborati.

Frattanto passavano gli anni ed il momento in cui, sia pure nei limiti dei trattati, le Ma­rine mondiali avrebbero affrontato il proble­ma della ricostruzione delle loro flotte da battaglia si andava avvicinando.

Per l'Italia la decisione maturò con un paio d'anni di anticipo: Infatti, nel 1931, 1a Germania aveva varato la       corazzata tascabile Deutschland, e la Francia, diretta antagonista, aveva risposto nel 1932 impostando la prima delle due Dunkerque e Strasbourg da 26.000 tonn. standard e 8 cannoni da 330 mm. La reazione del nostro governo non si fece atten­dere; in applicazione del principio voluto ed ottenuto a Washington della parità con la Francia, e sotto la spinta della politica di prestigio e di forza perseguita da Mussolini, venne decisa la costruzione del primo nucleo di due navi da battaglia del massimo di­slocamento. Furono le prime due corazzate Washington del mondo.

A queste due, impostate nell'ottobre 1934 con i nomi di Littorio e Vittorio Veneto, se ne affiancarono più tardi altre due: Roma e Im­pero, impostate nel 1938, in seguito al deteriorarsi dei rapporti con Francia e Gran Bre­tagna a causa dell'impresa etiopica e della guerra civile spagnola.

Il nucleo delle navi di linea più belle, riuscite e potenti della nostra Marina Militare dalla sua fondazione ad oggi, cominciò quindi a prendere forma sulla carta nel 1932. Il Comitato Progetti Navi venne infatti incaricato di preparare i piani costruttivi di due grandi corazzate       in cui fossero assommate tutte le qualità migliori di una moderna nave da battaglia, sia per quanto riguardava il con­fronto con unità straniere, sia per quanto ri­guardava la tecnica dei materiali e le concezioni costruttive più progredite.

A quarant'anni di distanza possiamo senz'altro affermare che il lavoro fu portato a ter­mine in modo eccellente, anche perché, per una fortunata coincidenza, raggiungeva in quegli anni il grado di Ispettore Generale del Genio Navale l'ingegner Umberto Pugliese, a cui fu appunto affidata la direzione del progetto. Egli aveva trascorso tutta la sua carriera nel continuo perfezionamento degli studi relativi alle nuove costruzioni navali. Negli Arsenali e negli Uffici Tecnici aveva collaborato alla costruzione del nuovo naviglio militare, ap­portandovi un contributo di studi, quasi sempre accolti ed applicati, sulla robustezza delle strutture, sulla stabilità, sui vari elementi relativi alla efficienza di tutti i servizi di bordo. Già fin dal 1912, destinato al Comitato Pro­getti Navi, aveva collaborato alla risoluzione dei più svariati problemi in merito alla progettazione delle navi da battaglia classe «Ca­racciolo»; le quattro grandi unità la cui costruzione, alla fine del primo conflitto mon­diale, venne interrotta e non più proseguita, anche in relazione al successivo trattato di Washington.

Durante lo stesso conflitto, il maggior merito fu l'avere studiato e messo a punto un sistema di difesa subacquea, che concretizzò successivamente, dopo collaudi e prove su modelli a scala crescente, adottandolo nella co­struzione delle due navi cisterna Brennero (1921) e Tarvisio (1928).

Quando si trattò di trasformare le corazzate classe «Conte di Cavour», la Marina decise di dotarle di protezione subacquea. Furono eseguiti due grandi modelli       strutturali per provarne il comportamento di fronte alla cresciuta potenza di scoppio dei siluri. Uno di questi era di tipo simile a quello adottato dal­le Marine americana ed inglese, con controcarene, l'altro era del tipo «Pugliese», che l'autore stesso adeguò alla maggiorata potenza di offesa ed alle necessità di una nave corazzata. E fu appunto quest'ultima struttura, a cilindro decompressore, che fu riconosciuta e dichiarata come la più efficiente, pur pre­sentando sensibile economia di peso.

Fu con questa quasi trentennale esperienza, che il Generale Pugliese, nel 1932, affrontò la risoluzione del gran numero di nuovi pro­blemi che si ponevano, particolarmente ad una Marina come quella italiana, che da circa venti anni non aveva più costruito grandi unità da battaglia.

Ogni parte del progetto delle «Vittorio Veneto», qualità architettoniche, robustezza strutturale, sistemazioni organiche di protezione, di propulsione, di allestimento, etc., è largamente permeata di innovazioni scrupolosamen­te studiate dal progettista e felicemente applicate.

Analizzeremo quelle di maggior rilievo, nelle pagine che seguono, nel corso della dettaglia­ta descrizione tecnica delle quattro superbe unità.

Per il progetto definitivo occorsero circa due anni di studi ed esperienze.

Una volta stipulati i contratti di costruzione con i Cantieri Navali Ansaldo di Genova Se­stri e C.R.D.A. di Monfalcone, il Comitato Progetti Navi, in seguito a deliberazione del 26-30 luglio 1934, dispose che le due ditte, al fine precipuo di determinare una proficua emulazione per raggiungere i migliori risul­tati, effettuassero ulteriori studi allo scopo di perfezionare le linee di carena da adottare. Premesso che non era possibile, date le qualità richieste, rimanere nel dislocamento limite, indicato dal trattato di Washington in 35.000 tonn., il Sottosegretario alla Marina autorizzava una eccedenza, da mantenere segreta, di circa 3.000 tonn. In effetti gli studi vennero condotti su un dislocamento che raggiungeva le 40.000 tonn.

Furono costruiti modelli in scala da provare alla vasca di Roma. Nelle prove comparative dettero migliore risultato le carene studiate dall'Ansaldo, mentre nelle prove con modello rimorchiato ebbe nettamente la meglio il tipo di carena presentato dai C.R.D.A.

Considerato il problema sotto i diversi punti di vista, il Generale Pugliese, forte anche del parere del Generale del Genio Navale Rota, presidente della Vasca Nazionale di Roma, che aveva seguito con particolare cura le prove delle diverse carene, finì per scegliere proprio quella suggerita dalla Ditta C.R.D.A.

La costruzione delle due grandi unità poteva iniziare.

COSTRUZIONE

 

L'avvio fu rapido; nei due cantieri, a Trieste e a Genova Sestri, l'assemblaggio dei materiali era già cominciato e nel corso di cerimo­nie analoghe e in pari data, 28 ottobre 1934, anniversario della marcia su Roma, venne po­sata la prima lamiera di chiglia.

La costruzione dei due scafi procedette di pari passo. Vi furono immancabili piccoli contrattempi, sempre felicemente risolti, e dovuti in genere a problemi connessi con le particolari grandi dimensioni delle due navi. Tra l'altro sia Vittorio Veneto che Littorio presentavano, a causa della corazzatura, un peso non uniforme, e ciò si ripercuoteva sullo scalo. Si dovettero quindi sostenere le due navi con taccate disposte in maniera nuova ed un po' particolare, disposizione che fu causa di un ritardo di oltre mezz'ora nel varo della Littorio. Una di queste taccate, infatti, la prima di prora a dritta, eccessivamente caricata non si riuscì a demolirla che dopo molti tentativi.

Il problema stesso del varo di due unità di quelle dimensioni, si presentava irto di difficoltà. I Cantieri dovettero lavorare alacre­mente e negli ultimi giorni ininterrottamente anche la notte. Logicamente scesero in mare solo gli scafi vuoti e privi dei pannelli di co­razza laterali; ma si trattava pur sempre di due masse metalliche del peso di circa 10.500 tonn.

Mentre già la costruzione era in fase abba­stanza avanzata, le due unità vennero ufficialmente inscritte nei Quadri del Naviglio Militare       con i nomi di Vittorio Veneto e Littorio, in base a Decreto Reale n. 1869 del 10 ottobre 1935, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, dispensa 38.

La prima ad essere varata fu la Vittorio Veneto, che scese in mare il 25 Maggio 1937 alla presenza dei Reali d'Italia; la Littorio la seguì, con analoga fastosa cerimonia, il 22 Agosto dello stesso anno.

Spentosi l'eco degli applausi e dei discorsi ufficiali, le due unità iniziarono, fra l'assordante rumore dei           martelli meccanici e lo sferragliare delle grandi gru semoventi, l'allestimento ormeggiate alle apposite banchine di Trieste e di Sampierdarena. In quest'ultima località, proprio per la Littorio, venne ap­positamente istituito lo Stabilimento Allesti­mento Navi dell'Ansaldo, che rimase poi at­tivo per circa quindici anni.

Durante i quasi tre anni di permanenza delle due corazzate sullo scalo di costruzione si erano verificati nel Mediterraneo avvenimenti politici di grande portata per l'Europa intera. La campagna d'Etiopia e l'inizio del conflitto civile spagnolo avevano finito per rompere l'equilibrio navale in questo mare. Gran parte della flotta inglese era venuta a concentrarsi nei porti di Gibilterra, Alessandria d'Egitto e Malta, mentre i rapporti diplomatici fra Italia, Francia e la stessa Gran Bretagna subivano un deciso deterioramento.

Fu a questo punto che, per fare fronte alle direttive della politica italiana di quegli anni, maturò la decisione di rimodernare anche le vecchie corazzate Doria e Duilio, e di costruire altre due unità da 35.000 tonn. I disegni era­no già pronti; bastò infatti apportare soltanto piccole modifiche al progetto della Vittorio Veneto.

Le due nuove corazzate vennero iscritte nei Quadri del Naviglio Militare con i nomi di Impero e Roma, e impostate, la prima il 14 Maggio 1938 nei Cantieri Ansaldo di Genova Sestri e la seconda il 18 Settembre 1938 pres­so i Cantieri C.R.D.A. di Trieste.

Il 10 Giugno 1940, al momento dell'entrata dell'Italia nel conflitto, le quattro unità della classe avevano già tutte lasciato lo scalo di costruzione; l'ultima, infatti, la Roma era sce­sa in mare proprio il giorno prima.

Littorio e Vittorio Veneto, ormai allestite e già consegnate alla Marina, stavano comple­tando a Taranto la messa a punto delle ap­parecchiature e l'addestramento degli equipaggi. Lo scafo dell'Impero, varato il 30 Novembre 1939, si trovava a Brindisi da due giorni. Vi era stato rimorchiato da Genova per sottrarlo agli eventuali possibili bombardamenti aerei francesi. La Roma doveva an­cora iniziare l'allestimento.

Come procedettero gli eventi bellici è ormai cosa nota. La Roma, nelle tranquille acque del porto di Trieste, lontano dal fragore della guerra, poté essere portata a termine in tem­po utile e consegnata alla Marina in data 14 Giugno 1942. Per la corazzata Impero invece le cose andarono diversamente:           spostata a Brindisi per misura precauzionale, avrebbe dovuto rimanervi poco, e cioè per il tempo ne­cessario allo spostamento dei materiali da co­struzione e delle apparecchiature pronte da Genova a Trieste. Sennonché la necessità di naviglio sottile e da scorta profilatasi fin dai primi giorni di ostilità e la difficoltà nell'approvvigionamento dei materiali necessari, fecero sì che i laminati, i profilati, etc. destinati a questa nave venissero impiegati per le nuove costruzioni. Rimase pertanto a Brindisi, praticamente in abbandono, per tutto il 1941. Nel Gennaio 1942, essendosene deciso il completamento, venne rimorchiata a Trieste; ma ancora una volta le difficoltà causate dal cattivo andamento della guerra, e che pesarono anche, come abbiamo visto nel primo volume, sul riallestimento della Conte di Cavour) non consentirono il completamento di questa bel­la unità. L'8 Settembre 1943, alla proclamazione dell'armistizio, venne abbandonata perché inutilizzabile.

Principali caratteristiche tecniche delle navi da battaglia

classe VITTORIO VENETO al momento della loro entrata in servizio

 

VITTORIO VENETO

Cantieri Navali Riuniti dell'Adriatico, Trieste

Impostata           28-10-1934       - varo       25-7-1937 -           in serv. 28-4-1940

radiata 1-2-1948

 

LITTORIO poi           (30-7-1943) ITALIA

Cantieri Ansaldo, Sestri Ponente – Genova

Impostata           28-10-1934       -       varo 22-8-1937           - in           serv. 6-5-1940

radiata 1-6-1948

 

IMPERO

Cantieri Ansaldo, Sestri Ponente - Genova

Impostata 14-5-1938 - varo 15-11-1939 - non completata 

radiata 27-3-1947

 

ROMA

Cantieri Navali Riuniti dell'Adriatico, Trieste

Impostata 18-9-1938 - varo 9-6-1940 - in servizio 14-6-1942

affondata 9-9-1943


 

 

 

Dislocamento

       

Standard - ufficialmente 35.000 tonn.

tipo

Vittorio Veneto

41.167 tonn

 

Littorio

41.377 tonn.

 

Roma

41.650 tonn

c. n.

Vittorio Veneto

43.624 tonn.

 

Littorio

43.835 tonn.

 

Roma

44.050 tonn.

p. c.

Vittorio Veneto

45.752 tonn.

 

Littorio

45.963 tonn.

 

Roma

46.215 tonn.

    

 

Dimensioni

Lunghezza - f.t. m. 237,8           (m. 240,7 Roma)

fra p.p. m. 224,5

Larghezza - f.t. m. 32,9

Immersione - media p. c. m. 10,5

 

Armamento

9 Cannoni da            381/50 mm.

12 Cannoni da            152/55 mm.

12 Cannoni da            90/50 mm. a.a.

4 Cannoni da 120/40 mm. per tiro illuminante

20 mitragliere da 37/54 mm. a.a.

16 mitragliere da 20/65 mm. a.a. (dal           1942 28 mitragliere da 20/65 mm. su Littorio e Roma - 32 su Vittorio Veneto

3 aerei

 

Protezione

verticale al galleggiamento, massima 350 mm. orizzontale a centro nave (nei punti di mag­giore spessore) massima 207 mm.

torri grosso calibro, massima 380 mm. (nella parte frontale)

basamenti torri grosso calibro 350 mm.

torri medio calibro, massima 280 mm. (nella parte frontale)

basamenti torri medio calibro 150 mm. torrione corazzato, massima 260 mm.

 

Apparato Motore

8 Caldaie tipo Yarrow, a tubi d'acqua subverticali con surriscaldatori

4 Gruppi dì turbine Belluzzo con riduttori

4 eliche tripale

 

Potenza

circa 130.000 HP nella normale andatura a tutta forza

circa 140.000 HP ottenuta alle prove

 

Autonomia

4.580 miglia a 16 nodi

3.920 miglia a 20 nodi

1.770 miglia a 30 nodi

 

Combustibile

dotazione normale di nafta - 3.700 tonn.

dotazione massima di nafta - 4.210 tonn.

 

 

Equipaggio

92 Ufficiali

122 Sottufficiali

12 Borghesi

134 Secondi capi e sergenti

1.506 Comuni

 

 

R.N.b. Vittorio Veneto (1943)

 

R.N.b. Italia - ex Littorio (1942)

 

 

 

 

R.N.b. Roma (1942)

IL VARO - Trieste 9 giugno 1940

L'ARMISTIZIO

Missione del Gen. Castellano a Lisbona - 12/10 agosto 1943
 

12 Agosto. Il generale Castellano partì in treno per Lisbona e venne aggregato a un gruppo di funzionari del Ministero degli Esteri, che erano diretti verso tale città per incontrarsi con dei diplomatici italiani che, provenienti dal Cile, rientravano in Italia. Il nome adottato dal generale Castellano, per effettuare tale Missione, fu quello di dott. Raimondi, funzionario del ministero degli Scambi e Valute. In tale missione il generale Castellano fu accompagnato dal console Franco Montanari, che aveva le funzioni di interprete.

Al generale Castellano non furono date disposizioni particolari; egli non fu neppure dotato di apparecchio radio-ricevente e trasmittente né dei cifrari necessari per comunicare con Roma.

Gli fu consegnato solamente un brevissimo biglietto di presentazione compilato dal Ministro inglese Peter Osborne, che era il rappresentante della Gran Bretagna presso la Santa Sede.

15 agosto.  Il generale Castellano, durante il suo viaggio di trasferimento, si fermò a Madrid dove riuscì a incontrare, esibendo il biglietto di presentazione del Ministro Osborne, Sir Samuel Hoare, Ambasciatore della Gran Bretagna presso il Governo spagnolo.

In tale incontro il generale Castellano fece presente quanto appresso:

Secondo le direttive ricevute illustrai al Sig. Hoare la nostra situazione e lo scopo della mia missione […]. Ma non mi limitai a questo. Aggiunsi di mia iniziativa […] che l’Italia non soltanto era decisa a distaccarsi dai Tedeschi, ma anche a combattere contro di loro a fianco degli Alleati. Dire ciò era, secondo me, nella logica delle cose perché non si potevano chiedere aiuti senza chiarire quale sarebbe stato il nostro atteggiamento in seguito. La richiesta sarebbe caduta nel vuoto, sembrandomi inammissibile trovare un consenso senza dare una contropartita, che non poteva essere soltanto quella di cessare le ostilità [...]. Mi appariva necessario non soltanto chiarire il nostro comportamento, ma annunciare il fatto nuovo, quello della inversione del fronte, con il ché avremmo ottenuto più facilmente la collaborazione richiesta e anche, cosa più importante, un trattamento meno duro alla cessazione delle ostilità”. 

L’ambasciatore Hoare rimase favorevolmente colpito dagli argomenti esposti dal generale Castellano e comunicò subito tale notizia a Londra al ministero degli Esteri britannico, che la ritrasmise in Canada a Quebec, dove si trovavano il Premier Winston Churchill (Primo Ministro del Governo della Gran Bretagna) ed il presidente Franklin Delano Roosevelt (Presidente degli Stati Uniti d’America), che apprezzarono quanto esposto dal generale Castellano. Essi quindi inviarono al generale Dwight D. Eisenhower (Comandante in Capo delle Forze Alleate) che si trovava ad Algeri, l’ordine di proseguire fattivamente e celermente le trattative con il generale Castellano

17 agosto Il generale Castellano incontrò Mr. Roland Campbell, Ambasciatore britannico in Portogallo, per informarlo del suo arrivo.

19 agosto Nella tarda serata del giorno 19 agosto, presso l’Ambasciata britannica a Lisbona, avvenne una importante riunione nella quale, così come riferito dal generale Castellano coadiuvato dal console Montanari:

Trovai ad attendermi gli ufficiali alleati, Campbell fece le presentazioni. Avevo di fronte il maggior generale americano Walter Bedell Smith, Capo di Stato Maggiore delle Forze Alleate nel Mediterraneo, il brigadiere generale inglese Kenneth W. Strong, Capo dell’Intelligence di dette Forze e il sig. George F. Kennan, incaricato di affari degli Stati Uniti, in sostituzione dell’Ambasciatore americano, assente da Lisbona”.

Il generale Smith, dopo i reciproci chiarimenti sugli scopi e sui principi della riunione, che doveva considerarsi preliminare e di impostazione alle successive riunioni con le Alte Autorità, consegnò al generale Castellano il testo del cosiddetto Armistizio corto, con allegato il “Memorandum di Quebec. Il generale Smith precisò che con il secondo documento gli Alleati si impegnavano a rivedere le condizioni armistiziali a favore dell’Italia, in funzione della misura in cui il nostro Paese avrebbe collaborato con gli Alleati per liberare il territorio nazionale dall’occupazione tedesca.

Il generale Castellano, al termine della lettura dell’”Armistizio corto” che avvenne nella tarda nottata del 19, si soffermò a esaminare con il generale Smith in particolare l’articolo 4

Riguardo al numero 4 chiedo dove la nostra flotta ed i nostri aerei dovranno andare. Mi si risponde che le località saranno comunicate in seguito. Da queste reticenze arguisco che non saranno porti italiani, suggerisco l’opportunità di radunare la flotta in Sardegna, anche perché, per un viaggio più lungo, non avremmo avuto disponibilità di combustibile (le cose non stavano esattamente così, ma io cercavo di evitare con una piccola bugia l’esodo delle nostre navi dai nostri porti)”.

Il generale Smith replica che il Governo italiano, avendo tutto l’interesse a “conservare le sue navi e i suoi aerei”, dovrà provvedere a questa deficienza. Il colpo non era riuscito e non poteva riuscire, però da questa risposta ho una prima assicurazione su quanto mi sta molto a cuore: le nostre navi ci saranno conservate, questo è un impegno, non scritto, ma preciso di cui mi affretto a prendere mentalmente nota.

La frase “dettagli sul loro disarmo” contenuta nell’articolo 4 è però in contrasto con l’asserzione di cui sopra; ciò mi induce a dichiarare che, se le nostre navi dovessero essere disarmate, se cioè la bandiera italiana dovesse essere ammainata, i marinai d’Italia indubbiamente avrebbero affondato i propri bastimenti. Il generale Smith rimane, a tale affermazione, alquanto turbato e mi risponde dandomi assicurazione che la nostra bandiera avrebbe continuato a sventolare sulle nostre navi e che il trattamento che sarebbe stato fatto alla nostra Marina sarebbe stato in tutto onorevole. Aggiunge sorridendo che, esistendo tra le Marine da guerra delle varie nazioni una specie di massoneria, si poteva essere certi che quella britannica avrebbe usato tutti i riguardi alla nostra.

I fatti hanno dato alle assicurazioni verbali valore di un impegno che le Nazioni Unite hanno mantenuto

Pur risultando essenziale e lodevole l’iniziativa del generale Castellano, si fa rilevare che l’argomento relativo alla Flotta fu trattato senza interpellare il Ministro e Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Raffaele de Courten, che forse al momento non poteva essere consultato.

Inoltre il generale Smith chiari che l’Armistizio sarebbe stato comunicato ufficialmente dagli Alleati in concomitanza con uno sbarco che sarebbe stato effettuato nell’Italia centro-meridionale. Subito dopo doveva seguire il relativo Proclama da parte del Governo italiano.

Nel verbale della, riunione, stilato dagli Alleati, fu riportato che il generale Castellano fece presente che sarebbe stato molto utile conoscere quando e dove l’invasione alleata sarebbe avvenuta. Il generale Smith gli risponde che, come soldato, il generale Castellano poteva capire i motivi che impediscono al Comando alleato di dare in quel momento informazioni dettagliate dei piani. Un accordo verrebbe raggiunto per stabilire un mezzo diretto di comunicazione col Governo italiano e propone che se il maresciallo Badoglio accetta le condizioni dell’armistizio, il generale Eisenhower annuncerebbe la conclusione cinque o sei ore prima dello sbarco principale alleato “in forze”. L’annuncio del generale Eisenhower dovrebbe essere seguito immediatamente da un proclama del maresciallo Badoglio annunciante la cessazione delle ostilità.

Il generale Castellano fa presente che un preavviso di cinque ore non è sufficiente per permettere di condurre a termine i preparativi necessari in previsione di uno sbarco alleato e per permettere una effettiva collaborazione. Egli è del parere che sia necessario un preavviso molto più lungo, preferibilmente due settimane.

Il generale Smith dice che ciò potrebbe essere accordato e promette di consultare il Comandante in Capo allo scopo di poter raggiungere i necessari accordi.

I rappresentanti italiani sono forniti di una copia delle condizioni di armistizio e di un promemoria aggiuntivo relativo alle questioni supplementari contenute nelle direttive avute dai Capi di Stato Maggiore alleati.

La riunione viene quindi disciolta per permettere una discussione dettagliata degli argomenti di carattere militare da parte dei rappresentanti dei due eserciti e per prendere accordi per stabilire i mezzi di comunicazione.

Inoltre fu consegnato al generale Castellano un apparato radio rice-trasmittente nonché l’apposito cifrario, per consentire un rapido e diretto collegamento fra il Comando alleato e quello italiano.

La seduta fu tolta all’alba del giorno 20 agosto.

Dal 25 agosto al 2 settembre
 

25 AGOSTO - PARTENZA PER LISBONA DEL GENERALE ZANUSSI

Intanto a Roma il maresciallo Badoglio e il generale Ambrosio, preoccupati per la mancanza di notizie da parte del generale Castellano, fecero partire per Lisbona il generale Giacomo Zanussi dello Stato Maggiore dell’Esercito, con l’incarico di prendere eventualmente il posto del generale Castellano, in funzione della situazione che avrebbe trovato localmente.

Il generale Zanussi arrivò a Lisbona il 25 agosto

25 AGOSTO - Il generale Castellano era già partito per rientrare in Italia. Egli giunse a Roma il mattino del 27 e si recò subito dal generale Ambrosio, al quale consegnò l’”Armistizio corto”, il “Memorandum di Quebec” e il verbale della riunione, redatto dagli Alleati, relativo ai giorni 19 e 20 agosto. La documentazione portata dal generale Castellano venne esaminata e discussa in diverse riunioni alle quali parteciparono il maresciallo Badoglio, il generale Ambrosio ed il Ministro degli Esteri Raffaele Guariglia.

30 AGOSTO -  Giunge un telegramma da parte del generale Smith, che richiedeva la presenza, in Sicilia, del generale Castellano. Pertanto ne fu decisa la partenza per il giorno 31 agosto.

Al generale Castellano venne consegnato, prima della sua partenza, un promemoria, preparato dal ministro Guariglia, nel quale venivano indicati termini e limiti entro i quali il Governo italiano era pronto a firmare i “‘Armistizio corto”. Inoltre a tale promemoria fu allegato un appunto vergato dal maresciallo Badoglio che prescriveva, fra l’altro, “la Flotta va a La Maddalena; sapere pressappoco l’epoca per prepararsi”. Ancora una volta vennero quindi prese decisioni sulla nostra Flotta senza contattare l’ammiraglio de Courten.

31 AGOSTO - Il generale Castellano, al quale si era aggiunto il generale Zanussi, proveniente da Algeri, si incontrò a Cassibile (paese situato a circa 15 chilometri a sud di Siracusa) con il generale Smith. A quest’ultimo vennero comunicate la risposta e le proposte contenute nei promemoria consegnati a Castellano. La risposta del generale Smith alle proposte del Governo italiano, fu negativa e decisa; l’unica possibilità che il Governo italiano aveva era quella di firmare l’”Armistizio corto” così come era stato predisposto dagli Alleati. Occorreva comunque considerare che il generale Eisenhower aveva i pieni poteri, conferitigli dal “Memorandum di Quebec” di modificare, a favore dell’Italia, le clausole armistiziali in funzione della collaborazione che la nostra Nazione avrebbe fornito agli Alleati per cacciare i Tedeschi dai territori italiani.

Inoltre il generale Smith precisò che alcune delle richieste italiane, contenute nei promemoria, potevano essere accettate, mentre la richiesta di trasferire la Flotta italiana a La Maddalena, anziché in porti sotto il controllo degli Alleati, “per varie ragioni non era accettabile e che la questione del trattamento della flotta era una questione di alta politica”. In definitiva, la situazione relativa ai colloqui e alle controproposte alleate può così sintetizzarsi:

il Governo italiano poteva soltanto accettare o rifiutare le condizioni dell’Armistizio integrate dal “Documento di Quebec” (noto come “Memorandum di Quebec”). Se le avesse accettate esso sarebbe rimasto segreto fino a quando il generale Eisenhower ne avrebbe dato l’annuncio poche ore prima dello sbarco alleato in forze. A questo annuncio avrebbe dovuto far seguito subito un analogo annuncio del maresciallo Badoglio;

·        gli Alleati avrebbero effettuato alcuni sbarchi secondari con cinque o sei divisioni, sbarchi che avrebbero dovuto incontrare l’opposizione delle truppe italiane;

·        una o due settimane dopo, previo annuncio della conclusione dell’Armistizio, sarebbe avvenuto lo sbarco principale Alleato. Questo avrebbe avuto luogo a sud di Roma (ma il più a nord possibile consentito dall’autonomia dei caccia che dovevano assicurare la copertura aerea) e sarebbe stato fatto con forze sufficienti ad aver ragione della prevista resistenza nemica. Lo sbarco non avrebbe dovuto incontrare opposizione da parte delle Forze italiane; avrebbe dovuto trovarne anzi l’appoggio dato che era prevedibile che esse sarebbero state attaccate dalle forze tedesche alla notizia del concluso Armistizio;

·        contemporaneamente allo sbarco principale una divisione aviotrasportata sarebbe atterrata, con la collaborazione italiana, vicino a Roma, inoltre sarebbero stati sbarcati alle Foci del Tevere cento pezzi anticarro.

I generali Castellano e Zanussi rientrarono a Roma la sera del giorno 31, assicurando che entro il 2 settembre avrebbero fatto conoscere la risposta del Governo italiano.

Il Ministro Guariglia così riferisce l’esito della riunione avvenuta il primo settembre a Roma:

Il mattino del 1° settembre ci riunimmo con il maresciallo Badoglio (presenti Ambrosio, Acquarone e il generale Carboni) per udire il resoconto della Missione Castellano.

Dall’esposizione verbale che lo stesso Castellano ci fece, compresi subito che era ormai impossibile far cambiare in alcun modo i piani prestabiliti dagli Alleati. Abbandonai perciò ogni ulteriore resistenza e mi trovai pienamente d’accordo con il generale Ambrosio nel riconoscere che, al punto in cui eravamo giunti, non ci rimaneva altro da fare che accettare tutto quanto ci veniva imposto. In tal senso mi espressi senza esitazione. Sua Maestà il Re, nel pomeriggio, decise la nostra accettazione e venne quindi spedito il noto telegramma: “La risposta è affermativa, ripeto affermativa”. Di conseguenza nota persona arriverà giovedì 2 settembre ora et località stabilite. Prego conferma”.

2 SETTEMBRE - Il generale Castellano, unitamente al console Montanari e al maggiore dell’Esercito Luigi Marchesi, del Comando Supremo, partì in aereo diretto a Cassibile.

3 settembre
 

3 SETTEMBRE - CASSIBILE - La firma dell’Armistizio corto, poté però avvenire solo alle 17.15 del 3 settembre, al momento in cui alle 17.00 di tale giorno giunse un telegramma a firma del maresciallo Badoglio, appositamente richiesto dagli Alleati, nel quale si autorizzava esplicitamente il generale Castellano a firmare.

Cassibile 3 Settembre 1943

Bedell Smith, mentre firma. In piedi da sinistra il Commodoro Inglese Dick, il generale U.S.A. Dwight Eisnhower, Comandante in capo delle forze alleate, il Capitano Inglese Deann, il Generale Castellano e l'interprete Montanari

Erano presenti a tale firma il generale Dwight D. Eisenhower, il generale Walter Bedell Smith, il generale Kenneth Strong, il generale Rooks (del Reparto Operazioni), il commodoro Roger Dick (Capo di Stato Maggiore dell’ammiraglio Andrew B. Cunningham, Comandante in Capo delle Forze navali alleate nel Mediterraneo), il maggiore Luigi Marchesi ed il console Franco Montanari.

L’”Armistizio corto” venne firmato, per la parte italiana, dal generale Castellano delegato alla firma dal maresciallo Badoglio, e per la parte alleata dal generale Smith, delegato alla firma dal generale Eisenhower.

Al nostro rappresentante vennero consegnati i seguenti documenti:

·        l’”Armistizio corto”, firmato, con allegate le condizioni aggiuntive del “Memorandum di Quebec”;

·        una copia dell’”Armistizio lungo” che definiva, in termini più restrittivi, le condizioni contenute nell’”Armistizio corto”;

·        le “Istruzioni per il movimento delle navi da guerra e mercantili italiane” preparate dal commodoro Dick;

·        le “Istruzioni riguardanti l’afflusso degli aerei verso le basi della Sicilia e del Nord Africa” predisposte dal generale dell’ Aviazione dell’Esercito statunitense Conrad Cannon;

·        un promemoria del generale Harold R. Alexander sul comportamento che dovevano tenere le Forze Armate italiane al momento della proclamazione dell’Armistizio;

·        un promemoria per il Servizio Informazioni Militare (SIM);

·        le disposizioni per l’operazione “Giant 2” che prevedeva l’impiego della 82a Divisione aerotrasportata statunitense nella zona di Roma.

Si ricorda che era stato preso reciproco impegno che l’Armistizio sarebbe stato reso di pubblico dominio solo al momento in cui gli Alleati avrebbero effettuato il previsto sbarco nel Centro Italia. Inoltre, come segnale di preavviso per le autorità italiane, Radio Londra avrebbe dovuto trasmettere, tra le 09.00 e le 10.00 (ora di Greenwich) mezz’ora di musica di Verdi, nonché un notiziario di due minuti sulla attività tedesca in Argentina.

L’annuncio dell’Armistizio sarebbe stato dato dal generale Eisenhower, a mezzo radio, cinque o sei ore prima dello sbarco principale alleato; subito dopo doveva seguire il messaggio del maresciallo Badoglio che proclamava anche la cessazione delle ostilità.

Come accennato precedentemente il generale Castellano tentò, per quanto possibile, di conoscere con esattezza la data dello sbarco, considerata l’importanza che questa aveva per il Governo italiano ma, a causa del segreto militare che rivestiva l’operazione, riuscì solo ad ottenere delle notizie vaghe.

Alle 20.30 del 3 ebbe luogo una riunione intesa a stabilire, tra il generale Castellano e gli Alleati, le azioni da adottare per l’applicazione dell’Armistizio.

Tra queste viene riportata qui appresso solo la parte della Relazione di tale seduta che riguarda la Marina italiana. Tale Relazione venne recuperata dalla storica Anna Vailati attraverso l’esame di un microfilm inedito di documenti appartenenti al generale Smith.

Richieste Navali:

·        Il commodoro Dick disse che, in base ai termini d’Armistizio, la Flotta italiana doveva muovere verso i porti del sud, sotto controllo alleato. Ciò era importantissimo per la sua salvezza.

Il generale Castellano domandò se, come indicato prima, parte della Flotta poteva rimanere in porti della Sardegna, per esempio Cagliari.

Il commodoro Dick rispose di no, perché l’ammiraglio Cunningham desiderava che le unità della Spezia andassero nell’area di Bona e quelle di Taranto a Malta.

Il commodoro Dick precisò che al momento in cui le navi italiane si fossero mosse, anche le navi alleate avrebbero preso il mare. Il piano dell’ammiraglio Cunningham aveva lo scopo di evitare che esse si incontrassero e combattessero di notte. “Noi sappiamo da prigionieri tedeschi - egli disse - che i Tedeschi intendono affondare con bombe e siluri le navi italiane piuttosto di lasciare che esse cadano nelle mani degli alleati”.

Il commodoro Dick precisò che all’inizio si dovevano prendere provvedimenti per assumere il controllo di queste unità (da parte alleata).

Il generale Castellano fece presente che egli sperava che la forma sarebbe stata per quanto possibile non offensiva.

Il generale Smith disse che c’era così poco tempo che gli Alleati erano obbligati a seguire la procedura indicata. Vi sarebbe stato poi un processo di assestamento fino a che si fosse potuto stabilire un’azione coordinata. Gli ufficiali ed i marinai italiani non sarebbero stati assoggettati ad alcuni trattamento umiliante.

Il commodoro Dick disse allora che c’erano alcuni punti che, per il momento, potevano essere trattati soltanto genericamente. Egli domandò se poteva essere inviato presso il Comando in Capo Navale del Mediterraneo un Ufficiale di Marina italiano.

Il generale Castellano rispose di sì, aggiungendo che:

 era opportuno evitare un trasferimento via aerea. Egli pensava che il trasferimento potesse effettuarsi con un appuntamento in mare [...].

Il commodoro Dick disse che la data di proclamazione dell’Armistizio era importante e che, salvo disposizione in senso contrario, le navi dovevano essere pronte a muovere la notte della proclamazione, la quale, secondo le previsioni, avrebbe avuto luogo alle 18.30, ora di Roma, del giorno D, poche ore prima dello sbarco alleato principale.

E ancora una volta, argomenti riguardanti la Marina italiana e le relative decisioni, furono trattati senza conoscere preventivamente il parere dell’ammiraglio de Courten.

È tuttavia importante porre in evidenza quale fosse la considerazione nella quale era tenuta la Marina italiana da parte del Premier Churchill, il quale in una sua lettera inviata il 9 settembre 1943 al presidente Roosevelt, così scrive:

 “È da prendersi in esame la questione della bandiera delle navi italiane, nonché un’intesa perché gli Italiani possano comandare queste navi sotto controllo britannico o americano. L’intera questione di come trattare la Marina italiana e di come ottenerne la massima utilizzazione esige un riesame ad alto livello [...]”.

E ancora Churchill così si esprime:

 “Desideravo grandemente che la Marina italiana fosse trattata bene”. A Cunningham telegrafai il 10 settembre: ‘Se la Flotta italiana arriverà indenne nei nostri porti, dopo aver scrupolosamente osservato le condizioni di armistizio e sostenuto l’attacco di rappresaglia degli aerei germanici, confido che consulterete il generale Eisenhower, onde sia ricevuta con generosità e cortesia. Sono certo che ciò avverrà in armonia con i vostri sentimenti”..

Specie il tono di questo telegramma illustra chiaramente quale fosse la stima di cui godeva la Marina italiana presso il Premier Churchill ed anche presso l’ammiraglio Cunningham.

Considerazione e stima che i nostri Marinai si erano conquistati presso gli Alleati, nei quaranta mesi di glorioso comportamento dei nostri equipaggi durante il conflitto.

Ed anche in questo caso gli Alleati mantennero fede al loro impegno morale in quanto,  il 29 settembre del 1943 venne firmato a Taranto, tra gli ammiragli de Courten e Cunningham, un “Accordo navale” riguardante la cooperazione della Regia Marina a operazioni belliche a fianco degli Alleati, che poneva la Marina italiana sullo stesso piano di parità morale nei riguardi delle Marine alleate

POMERIGGIO DEL 3 SETTEMBRE - Il maresciallo Badoglio riunì urgentemente al Viminale:

  •  il generale Ambrosio,

  •  il generale Antonio Sorice (Ministro della Guerra),

  •  l’ammiraglio de Courten,

  • il generale Renato Sandalli (Ministro e Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica),

  •  Raffaele Guariglia (Ministro degli Esteri),

  • il Conte Pietro Acquarone (Ministro della Casa Reale).

Il maresciallo Badoglio, dopo aver vincolato i presenti all’impegno del più rigoroso segreto sulle notizie che avrebbe loro comunicato e dopo una succinta esposizione sulle tragiche condizioni nelle quali andavano precipitando la vita economica e sociale della Nazione, nonché l’efficienza delle nostre Forze Armate, informò i presenti che

data questa situazione SM il Re aveva deciso di iniziare trattative per la conclusione di un armistizio: conversazioni erano in atto a Palermo. Nel corso di esse si cercava di ottenere che gli Anglo-americani effettuassero uno sbarco il più vicino possibile a Roma e trasferissero una divisione aviotrasportata nei pressi della Capitale. La riunione fu brevissima e si svolse in forma tale da escludere informazioni e commenti da parte dei presenti”.

Il maresciallo Badoglio comunicò inoltre

 “l’autorizzazione data al generale Castellano per l’accettazione dell’Armistizio, invitando quindi ognuno a predispone, nella propria competenza tutto quanto poteva essere fatto per migliorare la situazione delle nostre Forze Armate, rispetto a quelle tedesche, e secondo le direttive già date dal Capo di Stato Maggiore Generale”.

5 settembre
 

5 SETTEBRE - Il generale Castellano inviò il 5 settembre al generale Ambrosio, tramite il maggiore Marchesi, i documenti ricevuti il giorno 3, nonché gli accordi raggiunti con gli Alleati in merito alle modalità da rispettare per la dichiara­zione ufficiale dell’armistizio. Nella lettera di accompagno scriveva:

 “per quanto abbia fatto l’impossibile per riuscirci, non ho potuto avere alcuna notizia circa la precisa località di sbarco. Circa la data non posso dire nulla di preciso ma da informazioni confidenziali presumo che lo sbarco potrà avvenire tra il 10 ed il 15 settembre, forse il 12”.

A domanda del generale Ambrosio il maggiore Marchesi confermò che anche lui riteneva che la data presumibile per la dichiarazione dell’Armistizio poteva essere intorno al 12. Mise però in evidenza che, su tale argomento, non avevano ottenuto nessuna notizia in merito. Pertanto la data del 12 era puramente ipotetica.

Ciò nonostante il generale Ambrosio ritenne che la data di presumibile annuncio dell’armistizio fosse il 12, e conseguentemente tutte le misure e gli atti per affrontare l’armistizio, sia nei riguardi degli accordi con gli Alleati che per reagire contro eventuali reazioni tedesche, furono impostati come se dovessero essere attuati per tale data.

Nelle prime ore del pomeriggio del 5, i principali documenti vennero immediatamente tradotti, consegnati al generale Ambrosio e inviati al maresciallo Badoglio.

Nel pomeriggio il generale Ambrosio convocò i tre Ministri della Forze Armate:

  •  Sorice,

  • de Courten e

  •  Sandalli,

per metterli genericamente al corrente della situazione e facendo intendere che i documenti ricevuti erano quelli in corso di esame per giungere alla firma dell’armistizio.

Evidenziò tra l’altro:

 “che le condizioni di armistizio apparivano dure ma che nel Documento Aggiuntivo di Quebec tale durezza era mitigata in relazione al nostro concorso avvenire contro i Tedeschi, e che quindi era nostro dovere lavorare in lealtà nell’indirizzo voluto dal Governo”.

Inoltre l’ammiraglio de Courten riferì, nella sua Relazione del 12 febbraio 1944, che:

 “questi mi chiese una motosilurante per portare un gruppo di ufficiali italiani da Gaeta ad Ustica dove, all’alba del 7, si sarebbe trovata una motosilurante inglese, la quale avrebbe ritirato gli ufficiali italiani per portarli a Palermo e consegnato due alti ufficiali anglo-americani, che avrebbero dovuto essere trasportati a Gaeta proseguendo poi per Roma.

Il Capo di Stato Maggiore Generale, confermando e chiarendo una richiesta avanzata la mattina dal Sottoca­po di Stato Maggiore Generale al Sottocapo di Stato Maggiore della Marina, chiese anche, per aggregarlo al gruppo anzidetto, un ufficiale superiore di Marina, il quale fosse bene al corrente della situazione operativa e della dislocazione ed efficienza delle unità della Regia Marina.

Designai per la missione il capitano di vascello Giuriati, del Reparto Operativo di Supermarina, e prospettai la soluzione di inviare una corvetta invece di una motosilurante, per considerazioni di autonomia e di resistenza al mare.

In tale occasione il Capo di Stato Maggiore Generale mi accennò che l’invio di questa missione era in correlazione con la conclusione di un armistizio, la cui notificazione era prevista per uno dei giorni compresi tra il 10 e il 15 settembre, più probabilmente il 12 o il 13. Egli mi comunicò inoltre che, secondo ogni probabilità, la Flotta (il cui grosso era concentrato alla Spezia) avrebbe dovuto dislocarsi a La Maddalena, dove era possibile che il Sovrano volesse recarsi con la Famiglia Reale e una parte del Governo."

 Tra la sera del 5 e la mattina del 6 settembre venne concretata la missione della corvetta Ibis: partenza da Gaeta alle 20.00 del 6, arrivo a Ustica all’alba del 7, ritorno a Gaeta la sera del 7, a notte fatta.

Affinché la missione si svolgesse in forma realmente segreta, non fu impartito per essa alcun ordine scritto, ma fu verbalmente incaricato di condurla il contrammiraglio Maugeri, Capo del Reparto Informazioni dello Stato Maggiore. La missione si svolse regolarmente e la corvetta, appena sbarcati a Gaeta i due ufficiali anglo-americani, fu fatta proseguire per la deserta rada di Porto Conte, in Sardegna, con l’ordine di restarvi in stretta quarantena fino a nuova disposizione

L’ammiraglio de Courten dopo questo colloquio ritenne doveroso esaminare la situazione con l’ammiraglio Luigi Sansonetti, Sottocapo di Stato Maggiore della Marina, giudicando necessario :

metterlo al corrente, anche se in via generica, dell’intendimento del Governo di negoziare un armistizio e delle mie impressioni.

Furono esaminate anche le possibilità di un concentramento della Flotta a La Maddalena, dove spazio e ormeggi disponibili rendevano necessari particolari accorgimenti per consentire la sicura sistemazione di un cospicuo numero di unità navali. Prendemmo in attenta considerazione la situazione derivante, da un lato dall’eventualità di un armistizio, del quale peraltro non risultavano con attendibilità né le prospettive di effettiva conclusione, né il carattere delle clausole, né la data di entrata in vigore, e d’altro lato dalla possibile imminenza di un nuovo attacco nemico, diretto questa volta contro il cuore del territorio nazionale. Convenimmo che, tutto ponderato, i preparativi per contrastare la prevedibile offensiva anglo-americana, non dovessero subire alcuna interruzione”.

7 settembre mattina
 

7 SETTEBRE - Il mattino del 7 l’ammiraglio de Courten si recò al Comando Supremo, per consegnare e illustrare i due promemoria relativi alle Istruzioni del commodoro Dick, dove apprese, con sorpresa, che il generale Ambrosio era partito per Torino per ritirare delle carte importanti e sarebbe rientrato solo l’indomani mattina. Egli trasse quindi la conclusione che

il corso degli avvenimenti doveva avere un ritmo tale da consentire l’allontanamento del generale Ambrosio per 36 ore e non erano quindi prevedibili a breve scadenza di tempo né decisioni, né fatti che potessero avere influenza sulle decisioni”.

Sempre al mattino del 7 settembre l’ammiraglio de Courten ebbe con l’ammiraglio Bergamini, Comandante in Capo delle FF.NN .BB., giunto in macchina dalla Spezia per la riunione convocata per il pomeriggio,

 “un colloquio sullo spirito della Flotta. Ebbi da lui piena ed esplicita assicurazione che la Flotta era pronta a uscire per combattere nelle acque del Tirreno meridionale la sua ultima battaglia. Mi disse che Comandanti ed Ufficiali erano per­fettamente consci della realtà cui sarebbero andati incontro, ma che in tutti era fermissima la decisione di combattere fino all’estremo delle possibilità. Gli equipaggi erano pieni di fede e di entusiasmo. L’addestramento aveva fatto negli ultimi tempi buoni progressi. Gli accordi presi con l’Aeronautica tedesca e quella italiana e le esperienze compiute davano buon affidamento di poter finalmente contare su una discreta cooperazione aeronavale. Egli confermava che, intervenendo a operazione di sbarco appena iniziata e traendo profitto dall’inevitabile crisi di quella delicata fase, sarebbe stato possibile infliggere al nemico gravi danni. Ricordo questo colloquio con commozione perché dalle parole di quest’uomo, vissuto sempre sulle navi e per le navi, emanava senza alcuna iattanza la tranquilla sicurezza di poter chiedere al potente organismo nelle sue mani lo sforzo estremo e il sacrificio totale. Sapendo che le forze subacquee erano già in movimento e che le forze siluranti minori erano pronte ad entrare in azione, non potevo non pensare e non posso non riaffermare oggi che la Marina fu colta dall’Armistizio in piena efficienza materiale e morale"

L’ammiraglio Bergamini, al termine ditale riunione, si incontrò con l’ammiraglio Massimo Girosi, Capo Reparto Operazioni ed Addestramento di Supermarina, per esaminare gli ordini predisposti per l’ormai prossima uscita delle FF.NN.BB., ordini che ebbero la sua approvazione nonché quella degli ammiragli de Courten e Sansonetti. L’ammiraglio Girosi così scrive al riguardo :

Gli ordini di operazione per quella che presumibilmente sarebbe stata l’ultima uscita con il supremo sacrificio di tutte le nostre forze navali, erano stati da me compilati materialmente con il pieno assenso di Tuo padre e del Capo e Sottocapo di Stato Maggiore della Marina. Essi erano così chiari e risoluti che prevedevano anche l’ipotesi di falle o necessità di portare in appropriata posizione le navi in secco e di farle continuare a sparare come batterie fisse, salvo a farle saltare in caso di necessità”.

Il mattino del 7 la ricognizione aerea tedesca avvistò, a nord di Palermo, un rilevante convoglio di mezzi da sbarco (circa ottanta), scortati da unità della Marina alleata. La rotta di tale convoglio era verso levante. Avvistò inoltre nella zona di Bengasi un convoglio navale con rotta verso ponente.

Alle 13.00 fu segnalato, in uscita da Biserta, un altro importante convoglio costituito da trentacinque navi da trasporto, sei petroliere, nove vedette, quat­tro mezzi da sbarco, sette navi da sbarco per carri armati.

Ore 12400 - Il Comando Supremo, pertanto, collegando questi movimenti con quelli del giorno 6, trasmise alle 12.40 del 7 la seguente comunicazione:
Da Comando Supremo n. 42451/OP. Presenza stamane grosso convoglio a Nord di Palermo ed intenso movimento di piroscafi mezzi da sbarco et unità da guerra comprese Npa [portaerei] e contattato ieri allargo Taormina fanno ritenere imminente sbarco in Italia Centromeridionale. Siano prese conseguenti misure. Generale Ambrosio 124007.
7 settembre pomeriggio
 

Alle ore 16.00 del 7 l’ammiraglio de Courten effettuò la riunione prevista con gli Alti Comandi ed alla quale parteciparono:

  • il Sottocapo di Stato Maggiore, ammiraglio Luigi Sansonetti;

  •  il Sottocapo di Stato Maggiore Aggiunto, ammiraglio Carlo Giartosio;

  • il Segretario Generale, ammiraglio Emilio Ferreri;

  •  il Comandante in Capo delle FF.NN.BB., ammiraglio Carlo Bergamini;

  •  il Comandante in Capo delle Forze Navali di protezione del traffico, ammiraglio Edoardo Somigli;

  •  il Comandante in Capo dei Sommergibili, ammiraglio Antonio Legnani;

  •  il Comandante Superiore delle Forze Navali dislocate a Taranto, ammiraglio Alberto Da Zara;

  • il Comandante in Capo del Dipartimento di La Spezia, ammiraglio Giotto Maraghini;

  • il Comandante in Capo del Dipartimento di Napoli, ammiraglio Ferdinando Casardi;

  • il Comandante in Capo del Dipartimento di Taranto, ammiraglio Bruto Brivonesi;

  • il Comandante Militare Marittimo di Venezia, ammiraglio Emilio Bren

L’ammiraglio de Courten lesse e commentò il Promemoria n. 1 del Comando Supremo, ed impartì disposi­zioni ai presenti sulla traccia di un promemoria, preparato in precedenza dall’ammiraglio Sansonetti, relativo ai punti che interessavano la Marina.

Le disposizioni che riguardavano in particolare le FF.NN.BB. erano le seguenti:

1) Porre in stato di difesa tutte le unità navali, rifornendo al completo di nafta, acqua e viveri quelle che erano in condizione di muovere;

2) Porre in stato di difesa tutte le opere a terra, rifornendole di viveri e di munizioni [...];

6) Predisporre la partenza delle navi da guerra italiane per le seguenti destinazioni:

  •  unità dell’Alto Tirreno: Sardegna, Corsica, Elba;

  •  unità dell’Alto Adriatico: Sebenico, Cattaro, Valona (completando d’urgenza la corazzata Giulio Cesare del per­sonale necessario per navigare);

  •  le unità di Taranto dovevano rimanere sul posto, concentrandosi in Mar Grande [...];

8) In caso di attacco tedesco:

  • disporre per l’affondamento del naviglio militare e mercantile non in condizioni di muoversi per lavori o altre ragioni;

  • liberare i prigionieri inglesi (eccetto quelli di colore), eventualmente presenti nel territorio;

  • considerare nemici gli aerei tedeschi in volo sul cielo delle Forze navali e delle Basi e non agire contro aerei anglo-americani [...].

L’ammiraglio de Courten mise i presenti al corrente degli avvistamenti dei giorni 6 e 7 relativi ai convogli alleati, costituiti da unità da sbarco scortate da unità da guerra.

Diede inoltre disposizione al Comandante in Capo delle FF.NN. di protezione al traffico, ammiraglio Somigli di far partire subito per La Spezia gli ammiragli sottordine Amedeo Nomis di Pollone e Federico Martinengo, inca­ricandoli di assumere direttamente, il primo il comando delle siluranti, ed il secondo il comando dei mezzi antisom­mergibili (corvette, VAS, motosiluranti, MAS, ecc.).

La riunione terminò alle 19.00 circa

Subito dopo l’ammiraglio de Courten ebbe un nuovo colloquio con l’ammiraglio Bergamini:
Sebbene le restrizioni impostemi non mi consentissero di metterlo esattamente al corrente di quanto avevo finora saputo circa il problema dell’armistizio, gli manifestai le mie preoccupazioni per l’evidente evoluzione della situazione naziona­le verso una soluzione definitiva imposta dalle condizioni generali del Paese, sicché poteva anche attendersi, a breve scadenza di tempo, che ci si trovasse di fronte a fatti compiuti. Tenni anche a mettergli in evidenza la mia opinione che, in questa difficile e complessa fase, l’esistenza della Flotta, che era organismo compatto e di forte capacità offensiva, costituisse elemento preminente, in grado di esercitare una influenza proporzionata al suo valo­re assoluto e relativo. Esaminai poi con lui l’eventualità che, di fronte a una azione offensiva tedesca, le navi della Flotta riuscissero a sottrarsi ad ogni minaccia uscendo dai porti, ma si trovassero nella situazione imbarazzante di non sapere dove dirigere, per non rimanere in zone controllate dai Tedeschi e per non passare in zone controllate dagli Anglo-Americani. Passammo in rassegna tutte le alternative convenendo che, in questo caso estremo, avrebbe potuto essere presa in considerazione la decisione di autoaffondare in alti fondali tutte le unità navali, impiegando per il salvataggio degli equipaggi il naviglio sottile, che poi si sarebbe distrutto in alto mare o in costa. E, con questa opprimente conclusione, la quale tuttavia non appariva, al momento, di urgente attualità, ci accomiatammo”.
7 settembre notte
 
Ore 19,45 - Supermarina, constatando che ormai doveva essere prossimo il tentativo di sbarco degli Alleati a Salerno, trasmise il seguente messaggio
Supermarina - 68502 - Destinatari nave Italia per FF.NN.BB. et per conoscenza Marina La Spezia - Marina Napoli (alt) Tabella Pisa (alt) Disponete CT Vivaldi et Da Noli si trasferiscano subito relitto (in codice Civitavecchia), restandovi pronti in 6 ore (alt) Tabella Pisa (alt) 194507.
Ore 20.00 - Supermarina inviò il seguente messaggio a Marina Napoli
“Supermarina 67403 - Destinatari Marina Napoli (alt) Avvistamento ore 17.00 convoglio mezzi da sbarco presso Ustica Rv 45 (rotta vera), fa ritenere possibile tentativo sbarco fra Sapri e S. Eufemia alba 8. 200007."

ore 21.00 - Supermarina trasmise l’Avviso Segreto-Riservato personale n. 12981, inviato per conoscenza a Superaereo, e allo Oberhafenslehrer Sud (OBS), tramite l’Ufficio di Collegamento della 2a Luftflotte presso Supermarina, nel quale si faceva il punto dei convogli Alleati diretti verso l’Italia e si formulavano due ipotesi:

  • “[...] il convoglio avvistato davanti a Palermo dirige per la zona calabra dove sbarca in prossimità della zona di operazioni. In questo caso la prevista operazione importante a largo raggio non sarebbe imminente ma dovrebbe ritenersi ritardata fino a quando rientrino alle basi i mezzi da sbarco di cui sopra;
  • il convoglio avvistato davanti a Palermo è destinato ad operare in accordo con gli altri mezzi che ieri sera erano ancora a Biserta e con quelli in arrivo con il convoglio proveniente da Orano. In questo caso l’operazione importante potrebbe aver luogo la notte sul nove”.

Ore 22.00 - Frattanto gli eventi relativi all’armistizio e alla sua proclamazione stavano precipitando.Giunsero a Roma, a Palazzo Caprara (sede dello Stato Maggiore dell’Esercito), provenienti da Gaeta, dove erano stati sbarcati dalla corvetta Ibis, il generale Taylor ed il colonnello Gardiner, ambedue americani. I due ufficiali dovevano coordinare con le Forze Armate italiane le operazioni relative allo sbarco che avrebbero dovuto effettuare i paracadutisti americani negli aeroporti di Cerveteri e di Furbara, vicino a Roma, (operazione chiamata in codice “Giant 2”), nonché la proclamazione dell’Armistizio, notizia che doveva essere collegata con l’ormai imminente sbarco alleato sulle coste tirreniche dell’Italia centrale. I due alti ufficiali americani richiesero di parlare con il Capo del Governo o con i vertici militari; furono però spiacevolmente sorpresi nel constatare che questi, pur essendo al corrente del loro arrivo e dello scopo della loro missione, non erano pronti ad incontrarli. Infatti il maresciallo Badoglio si era reso indisponibile data l’ora tarda, il generale Ambrosio era a Torino, il generale Mario Roatta, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, non era reperibile; poterono incontrare solo il generale Carboni.

Il generale Taylor comunicò al generale Carboni che, come convenuto a Cassibile il 3 settembre, il giorno X, relativo alla proclamazione dell’armistizio, sarebbe stato l’indomani 8 settembre, comunicazione che veniva fatta con ventiquattro ore di anticipo rispetto allo sbarco delle truppe anglo-americane nella zona di Salerno. Il generale Carboni ritenne impossibile, per il Governo italiano, di poter proclamare l’Armistizio il giorno 8 settembre e pertanto fece presente, forzandola, una situazione allarmante sullo stato di approntamento delle Forze Armate italiane dislocate a Roma, ed in particolare sul rifornimento di carburanti che erano stoccati in tale città. Egli riferì che, al momento, le vie di accesso ai depositi erano state presidiate dai tedeschi, si era quindi nell’impossibilità di fornire quell’aiuto tattico e logistico necessario per assicurare il successo alla missione delle truppe americane aviotrasportate. Occorreva pertanto rinviare di qualche giorno la proclamazione dell’armistizio per consentire di approntare al meglio uomini, mezzi e rifornimenti. Gli ufficiali americani rimasero notevolmente interdetti da tale risposta e chiesero quindi di parlare con il maresciallo Badoglio che, svegliato, li ricevette alle 01.00 del giorno 8.
Ore 22.25 - il contrammiraglio Ludovico Borgatti di Supermarina telefonò all’ammiraglio Stanislao Caraciotti, Capo di Stato Maggiore delle FF.NN.BB., per avere notizie in merito all’approntamento dell’Ugolino Vivaldi e dell’Antonio Da Noli”. L’ammiraglio Caraciotti comunicò che non vi erano problemi per quest’ultimo cacciatorpediniere, che si trovava a La Spezia, mentre sarebbe stato preciso più tardi per il primo, che era a Genova per lavori ai motori diesel. Comunque era già stata sollecitata Genova per avere disponibile la nave il più presto possibile.
Ore 23.15 - l’ammiraglio Borgatti richiamò l’ammiraglio Caraciotti per comunicargli che l’ammiraglio Sansonetti richiedeva che le due unità fossero a Civitavecchia il 9 mattina, dove dovevano rimanere pronte a muovere in quattro ore.
8 settembre alba
 

Nella riunione del maresciallo Badoglio con il generale Taylor ed il colonnello Gardiner, questi confermò le notizie riferite dal generale Carboni. Era quindi necessario rinviare di qualche giorno tutte le operazioni, e conseguentemente la proclamazione dell’armistizio.

Il colloquio fu molto burrascoso e terminò verso le ore 02.00.

Subito dopo il maresciallo Badoglio inviò al generale Castellano un messaggio per illustrargli lo svolgimento e l’esito del colloquio avuto con i due ufficiali americani e con l’ordine di far presente al Comando in Capo alleato la impossibilità per il Governo italiano di proclamare il giorno 8 la notizia dell’armistizio. Precisò anche che il generale Taylor era pronto a rientrare in Sicilia, unitamente al generale Francesco Rossi, Sottocapo di Stato Maggiore, al quale fu dato un promemoria, predisposto dal generale Roatta, da consegnare al generale Eisenhower, dal quale dipendevano tutte le decisioni operative alleate. In tale promemoria si evidenziava quale era la situazione della occupazione, da parte delle truppe tedesche, dei più importanti punti strategici di Roma e si avanzava quindi la richiesta di posporre, almeno fino al giorno 12 settembre, lo sbarco sulle coste tirreniche centro-meridionali, nonché l’occupazione degli aeroporti di Cerveteri e di Furbara da parte dei paracadutisti americani. Veniva inoltre richiesto di esaminare la possibilità di effettuare un altro sbarco nelle coste laziali e si rinnovava, ancora una volta, la richiesta di trasferire le FF.NN.BB. alla Maddalena.

Lo stesso generale Taylor inviò, con la radio in suo possesso, un messaggio al generale Eisenhower per metterlo al corrente dell’esito dei colloqui.

Successivamente Taylor e Rossi partirono per recarsi a Tunisi.

Intanto, nella notte sull’8, e alle prime luci dell’alba, ulteriori avvistamenti dei convogli diretti verso il Golfo di Salerno, dettero certezza all’ammiraglio de Courten che era da attendersi, a breve scadenza, una operazione di sbarco degli Alleati verso le coste italiane centro-meridionali. Pertanto. Partendo a tale ora la Flotta si sarebbe trovata nelle acque del Tirreno meridionale nelle prime ore del giorno 9 potendo quindi intervenire nella fase critica dell’inizio dello sbarco, così come concordato con l’ammiraglio Bergamini.

Furono anche impartite disposizioni per la messa in atto della prevista cooperazione aeronavale.

 “dopo aver interpellato il Comando Supremo, che diede il suo assenso, alle ore 08 .00 fu trasmesso alla Flotta l’ordine di tenersi pronti a muovere alle ore 14.00 dell’8”

“[...] Fu disposto che sei torpediniere (Libra, Pegaso, Orsa, Orione, Impetuoso ed Ardimentoso) fossero messe a disposizione della Flotta per rafforzare la sua scorta navale, che due cisterne d’acqua fossero inviate rispettivamente a La Maddalena ed a Piombino, che la nave ospedale Toscana, in porto a Gaeta, fosse pronta a muovere, che i Comandi Militari Marittimi interessati effettuassero i previsti servizi di vigilanza antimine e antisommergibile davanti alle nostre basi e lungo le probabili rotte della Flotta”.

In merito alla cooperazione aeronavale, Superaereo, ricevuta la richiesta da Supermarina, con messaggio I.E./8763 dette disposizione alla III Aerosquadra di effettuare la scorta aerea alle FF.NN.BB. In tale messaggio era tra l’altro previsto “Flotta Italiana uscirà dalla Spezia questa notte con tempi e rotte presumibili indicate in colore marrone nella cartina di cui all’allegato n. 1 “. Tale messaggio e la relativa cartina furono inviati per conoscenza anche a Supermarina. In tali documenti la rotta che avrebbe dovuto seguire la Flotta, era quella necessaria per dirigere verso il basso Tirreno ed era pertanto quella interna compresa fra la Corsica e la costa della Toscana e, successivamente, tra la Sardegna e il Lazio.
L’ammiraglio de Courten si recò al mattino presto dell’8 settembre dal generale Ambrosio per riferirgli l’esito della “Missione Ibis” (che si era conclusa con lo sbarco a Gaeta del generale Taylor e del colonnello Gardiner), per consegnargli i due promemoria riguardanti le “Istruzioni Dick” e per comunicargli gli ordini impartiti per l’imminente partenza delle FF.NN.BB. per il Tirreno meridionale

mettendo in evidenza le disponibilità dei mezzi e le prospettive del risultato, il carattere dell’impegno”.

Il generale Ambrosio, che appariva particolarmente cupo e preoccupato, comunicò allora all’ammiraglio de Courten che gli anglo-americani avevano respinto la proposta di riunire le FF.NN.BB. alla Maddalena, ma che comunque egli stava insistendo per l’accoglimento della richiesta italiana con la speranza di riuscire a ottenere qualche cosa. Gli Alleati concordavano invece sul trasferimento del Re a La Maddalena consentendo però di lasciare, a disposizione del Re e del suo seguito, soltanto un incrociatore e quattro cacciatorpediniere di scorta.

Per quanto riguarda i movimenti delle FF.NN.BB. era opportuno attendere il suo “via”; venne però deciso di passare allo stato di approntamento in due ore e di far passare le navi agli ormeggi in rada, mentre l’8a Divisione Navale doveva restare pronta in due ore a Genova. Tali disposizioni furono trasmesse alle ore 10.00 al Comando in Capo delle FF.NN.BB.. L’ammiraglio de Courten, alle ore 12.00, in considerazione anche dell’atteggiamento tenuto dal generale Ambrosio nella riunione del mattino si preoccupò di non aver ancora ricevuto sue disposizioni in merito alla partenza delle FF.NN.BB. per Salerno.

Così egli riferisce nelle sue Memorie:

A mezzogiorno, non avendomi il generale Ambrosio fatta nessuna comunicazione, le mie preoccupazioni si fecero più gravi. Ebbi la sensazione che potesse divenire realtà l’eventualità presa in considerazione il giorno prima, con l’ammiraglio Bergamini, quella di trovarsi in stato di ostilità con le due parti, senza sapere dove appoggiare la Flotta”.
E ancora appresso così si esprime in merito all’autoaffondamento:
L’orientamento di questa presa di posizione era largamente influenzata dalla circostanza che il persistente silenzio del generale Ambrosio, irraggiungibile, lasciava molto perplessi sul significato di questo atteggiamento, che appariva ambiguo e suscettibile di qualsiasi interpretazione.

Ore 12,30 - L’ammiraglio de Courten pertanto decise, qualora non gli fossero pervenute in tempo utile le opportune disposizioni in merito alla partenza per Salerno delle FF.NN.BB. di:

  •  considerare annullata la missione delle FF.NN.BB. a Salerno

  • prevedere comunque il trasferimento della Flotta a La Maddalena;

  • predisporre anche le opportune disposizioni per l’eventuale autoaffondamento delle unità navali.

 Ebbe un incontro con l’ammiraglio Bruno Brivonesi, Comandante Militare Marittimo Autonomo della Sardegna, da lui convocato e giunto in aereo da La Maddalena.

L’ammiraglio Brivonesi gli riferì che il generale Antonio Basso, Comandante delle Forze Armate della Sardegna (i Comandi Militari Marittimi dipendevano operativamente per la parte a terra dagli Alti Comandi dell’Esercito) gli aveva già comunicato le direttive ricevute dal Comando Supremo in caso di attacco tedesco. Vennero inoltre esaminate le disposizioni da attuare il giorno seguente in caso di attraccaggio della Flotta a La Maddalena, nonché la eventuale sistemazione della Famiglia Reale e di parte del Governo qualora ne venisse confermato il trasferimento a La Maddalena.  Dopo tale colloquio l’ammiraglio Brivonesi si recò dall’ammiraglio Sansonetti il quale, tra l’altro, gli affidò un plico che conteneva dei documenti da consegnare all’ammiraglio Bergamini al suo arrivo a La Maddalena, che comprendeva probabilmente anche le “Istruzioni” del commodoro Dick, e rientrò immediatamente in aereo in sede

8 settembre Pomeriggio - La Spezia
 

ore 13.00 - L’ammiraglio Bergamini, giunto a La Spezia  provenendo da Roma, si recò subito sulla corazzata Roma dove dal mattino del giorno 8 era stato trasferito il Comando della flotta, che precedentemente si trovava sull’Italia. Giunto a bordo fu messo al corrente degli ordini ricevuti da Supermarina in merito all’ approntamento delle FF.NN.BB.

Ore 13,30 - L’ammiraglio Bergamini chiamò Supermarina per avere delucidazioni al riguardo.

Così riferisce de Courten la telefonata intercorsa fra Bergamini e l’ammiraglio Sansonetti:

Gli rispose da Santa Rosa, in mia presenza, l’ammiraglio Sansonetti sulla base di un appunto da me vergato valendosi delle comunicazioni telefoniche in armonica, che assicuravano un largo grado di segretezza

Pur avvenendo la telefonata in armonica, l’ammiraglio de Courten si preoccupò di preparare l’appunto in maniera tale che solo l’ammiraglio Bergamini potesse comprendere la effettiva situazione e gli ordini che venivano conseguentemente impartiti.

I tedeschi invece, qualora fossero riusciti ad intercettare la conversazione, avrebbero dovuto ritenere che le FF.NN.BB. sarebbero regolarmente partite per andare a contrastare il prevedibile sbarco che gli Alleati avrebbero tentato di effettuare nel Golfo di Salerno.

Si tenga inoltre presente che, nella mattinata dell’8, l’ammiraglio de Courten aveva inviato il capitano di fregata Francesco Ruta a Frascati, dove era situata la sede dell’OBS (alto comando militare tedesco) per richiedere al feldmaresciallo Albert Kesselring (Comandante in Capo delle Forze Armate tedesche in Italia) un potenziamento della scorta aerea tedesca da destinare a protezione delle FF.NN.BB. per la prevista azione di contrasto dello sbarco alleato.

 Nel successivo colloquio che il comandante Ruta ebbe con il feldmaresciallo Wolfram Von Richthofen (responsabile della Luftwaffe per l’Italia e il Mediterraneo), venne deciso che la scorta sarebbe stata costituita da trenta aerei e, di questi, venti dovevano essere tedeschi e dieci italiani. Venne anche definito quali erano gli aeroporti, dislocati lungo la rotta che avrebbe seguito la Flotta, nei quali far affluire gli aerei necessari per assicurare la costante copertura delle FF.NN.BB.

Il testo dell’appunto redatto dall’ammiraglio de Courten, unitamente alle ulteriori raccomandazioni era il seguente:

1)  Vuoi sapere se l’ordine che abbiamo dato è in relazione a ieri. L’ordine è dato in relazione agli avvistamenti, ma nella sostanza in relazione a ieri.

2)  Biancheri rimanga a Genova.

3)  Cosa potrebbe essere imminente.

4)  Scorte aeree promesse più grandi: 20 germanici - 10 italiani.

5)  Potrebbe presentarsi necessità di applicare estrema misura di cui si è parlato ieri pertanto l’ordine verrebbe dato così: Raccomando massimo riserbo la seconda parola è quella del nome di battesimo del comune amico che ha nome = cognome.

Ore 13,30 - Comunicazioni fatte all’ammiraglio Bergamini

“Raccomando massimo riserbo”

Ricevendo questa comunicazione ordinare a tutte le navi di uscire in mare e autoaffondarsi in alti fondali. Se impossibilitate a uscire si autoaffondino in porto”.

L’ammiraglio de Courten così riporta nelle sue Memorie la parte del colloquio nella quale l’ammiraglio Sansonetti precisò all’ammiraglio Bergamini quale sarebbe stato il segnale convenzionale cui attenersi nel caso in cui venisse impartito l’ordine di autoaffondare le navi.
 “Egli aggiunse che però la situazione poteva evolvere rapidamente verso l’eventualità, formulata in via ipotetica nel pomeriggio precedente, aggiungendo testualmente: Potrebbe presentarsi la necessità di applicare la misura estrema della quale si è parlato ieri; l’ordine verrebbe trasmesso con il segnale convenzionale Raccomando... riserbo. A quest’ordine tutte le navi dovranno attuare quanto concordato. La seconda parola del messaggio convenzionale, che era massimo, fu resa nota attraverso una specifica indicazione, che poteva essere interpretata solo dal Capo di Stato Maggiore della Flotta, ammiraglio Caraciotti, avendo riferimento a un’amicizia confidenziale comune all’ammiraglio Sansonetti ed a lui”. Si trattava del cardinale Massimo Massimi.

L’ammiraglio Bergamini rilevò, con amarezza, che nelle notizie comunicategli dall’ammiraglio Sansonetti vi erano due particolari riferimenti in base ai quali comprese che, così come aveva previsto nella tarda serata del 7, la situazione stava precipitando e difficilmente si sarebbe potuta attuare la desiderata azione per contrastare lo sbarco alleato a Salerno. Potevano invece divenire operative le misure in funzione antitedesca nonché quelle relative all’ autoaffondamento.

Queste considerazioni derivarono dai seguenti motivi:

·        la disposizione che prevedeva “l’ammiraglio Biancheri rimanga a Genova” significava che la Flotta non avrebbe più mosso per recarsi a Salerno, in quanto non poteva essere privata dell’apporto, particolarmente valido, dell’8a Divisione Navale;

·        la frase “Raccomando massimo riserbo” significava che poteva divenire di probabile attualità l’autoaffondamento delle navi.

Ore 15.00 - L’ammiraglio Bergamini dette quindi disposizione di indire sulla Roma una riunione degli ammiragli sottordini e dei comandanti delle navi da lui dipendenti, presenti a La Spezia. Chiamò subito a rapporto il suo Stato Maggiore, al quale riferì le notizie avute dall’ammiraglio Sansonetti; i suoi ufficiali appresero con costernata reazione il mutamento degli avvenimenti. E infatti l’ammiraglio Franco Garofalo (all’epoca capitano di vascello e Comandante delle squadriglie dei cacciatorpediniere di scorta alle FF.NN.BB.) nel ricordare quei momenti così scrive:

[...] ma l’ansia di sapere è troppo grande perché io possa attendere e un‘ora prima sono a bordo della nave ammiraglia dove, nella Sala del Consiglio, incontro il Capo di Stato Maggiore contrammiraglio Caraciotti, e i due Sottocapi di Stato Maggiore, capitano di vascello Luigi Liannazza e capitano di fregata Manlio Petroni. La loro espressione è molto grave [...].Mi rivolgo al comandante Petroni e gli chiedo “che c’è di nuovo?” ed egli mi guarda con due occhi che non dimenticherò mai “Le sembra che la mia faccia sia quella di uno che va finalmente a combattere?” [...]

L’ammiraglio Bergamini prese poi contatto con l’ammiraglio Biancheri per riferirgli la situazione e dargli i relativi ordini. Inviò in aereo a Genova un Ufficiale (si ritiene che fosse il capitano di vascello Nicola Bedeschi, Comandante del cacciatorpediniere FR21 - ex francese Lion, che non era in condizioni di partire - n.d.a), per fornirgli tutte le precisazioni ed i dettagli del caso. Così riferisce in proposito l’ammiraglio Garofalo:
 “Entro nello studio del Comandante in Capo senza nemmeno farmi annunciare. L’ammiraglio Bergamini sta dando delle istruzioni a un ufficiale che parte in aereo per Genova [...]“.

L’ammiraglio Bergamini chiamò poi al telefono l’ammiraglio Maraghini per dargli le opportune disposizioni per la distruzione o l’autoaffondamento delle navi che erano ai lavori in bacino o comunque in condizioni di non poter muovere, come riportato, sempre dall’ ammiraglio Garofalo.

La riunione, fissata per le ore 15.00, ebbe in effetti luogo alle 15.30 e terminò verso le ore 16.30.

In merito a tale riunione, il capitano di vascello Giuseppe Marini, Comandante del cacciatorpediniere Mitragliere e della 12a Squadriglia dei cacciatorpediniere così riferisce:
  • ·        [L’ammiraglio Bergamini] premette che non potrà comunicare tutto quanto ha saputo al Ministero della Marina;

  • ·        gravissime decisioni sono in vista da parte del Governo, delle Forze Armate e del popolo italiano, non è rimasta che una sola forza ordinata e compatta: la Regia Marina;

  • ·        nessuna Regia Nave deve cadere in mano né degli alleati né dei tedeschi. Piuttosto autoaffondarsi. Al telegramma convenzionale “Raccomando massimo riserbo” dar corso senz’altro all’autoaffondamento; se non arriva tale telegramma, regolarsi di propria iniziativa in base agli ordini predetti; tener presente che il telegramma può non arrivare perché l’Autorità Superiore può trovarsi nelle condizioni di non poterlo trasmettere. In ogni caso, nessuna Regia Nave deve cadere in mano né degli alleati né dei tedeschi;

  • ·        dovendo procedere all’autoaffondamento fare di tutto per effettuarlo in alti fondali, in prossimità di coste. Se in bassi fondali, autoaffondare le navi mettendo in atto anche i mezzi di autodistruzione, se le navi minacciano di cadere in mano alleata; autoaffondare senza distruzioni, se minacciano di cadere in mano dei tedeschi;

  • ·        la Maestà del Re ha dato l’ordine che in tali contingenze non deve essere sacrificata alcuna vita umana;

  • ·        previsto anche un altro telegramma convenzionale “Attuate misure ordine pubblico Promemoria n. 1 - Firmato Comando Supremo”. A tale ordine catturare i tedeschi che si trovano a bordo ed attuare “l’allarme speciale” e cioè mettere le navi in stato di allarme e di difesa contro eventuali colpi di mano dall’esterno;

  • ·        conferma del comandante Valdambrini che per Antonio Da Noli e Ugolino Vivaldi è prevista la speciale missione con alti personaggi.

Ore 18.00 - L’ammiraglio Bergamini, ebbe una riunione con il capitano di fregata Riccardo Imperiali, Comandante della torpediniera Pegaso e responsabile del nuovo Gruppo Torpediniere destinate dall’ammiraglio de Courten a rafforzare la scorta delle FF.NN.BB. Vennero esaminati i compiti da affidare a tali unità, precisando che, data la diversa velocità delle torpediniere rispetto alle unità delle FF.NN.BB. era prevedibile che il “Gruppo Pegaso” partisse un’ora prima della Squadra con il compito di scorta avanzata e di controllo della zona di mare che sarebbe poi stata attraversata dalla Flotta. Gli comunicò inoltre quanto aveva riferito nella riunione delle ore 15.30. L’incontro terminò alle ore 18.30.

8 settembre Pomeriggio - Roma
 
Ore 12.30 - Il generale Castellano aveva risposto con un telegramma al maresciallo Badoglio, nel quale faceva presente che era assolutamente necessario che venissero rispettati gli accordi a suo tempo stabiliti, che il generale Eisenhower avrebbe annunciato l’Armistizio alle ore 18.30 e che un’ora dopo doveva seguire l’annuncio del Governo Italiano. Il telegramma terminava precisando che
il Comandante in Capo dichiara che il mancato annuncio potrebbe avere conseguenze disastrose per l’avvenire dell’Italia”.

Ore 15,00 - Il generale Eisenhower, da cui dipendevano le decisioni operative, era a Biserta, dove lo raggiunsero i testi dei vari fonogrammi e convocò  in tale porto il generale Castellano. Con parole molto dure gli precisò che non era assolutamente possibile fermare la complessa macchina bellica messa in movimento e in particolare i consistenti convogli navali che erano ormai vicini alle coste italiane, quindi, in accordo con gli altri alleati, era stato deciso di confermare per le ore 18.00 l’annuncio dell’Armistizio; inoltre le disposizioni prese dagli Alleati, in merito alla proclamazione dell’Armistizio, rispondevano a quanto stabilito negli accordi firmati il 3 settembre a Cassibile. Unica operazione che poteva essere annullata era la partenza delle truppe aviotrasportate.

Conseguentemente il generale Eisenhower inviò un fermo e duro messaggio al maresciallo Badoglio, richiamandolo agli accordi presi, e alla necessità che egli, dopo il suo messaggio delle 18.30, facesse subito seguire il proclama del Governo al popolo italiano. Gli chiese anche di predisporre che il generale Taylor andasse a Biserta anziché a Tunisi.

Ore 17.00 - Il generale Alexander rispose al maresciallo Badoglio che era pronto a ricevere a Tunisi, alle ore 19.00, sia il generale Rossi che il generale Taylor.

Il maresciallo Badoglio e il generale Ambrosio dopo aver ricevuto tale telegramma, ritennero che vi fossero buone speranze per una dilazione della proclamazione dell’armistizio.

Ore 17.30 - L'ultimatum del generale Eisenhower giunge al maresciallo Badoglio e gli tolse ogni speranza sulla possibilità di ottenere una dilazione in merito alla dichiarazione dell’Armistizio. Fu quindi deciso di convocare per le ore 18.00 il “Consiglio della Corona”, per informare i capi militari ed il Ministro degli Esteri della situazione.

Ore 18,00 - Alla riunione al Quirinale erano presenti il maresciallo Badoglio, il generale Ambrosio, i ministri Guariglia e Sorice, l’ammiraglio de Courten, il generale Sandalli, il generale Roatta, il generale Giuseppe de Stefanis, Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito e il generale Carboni. Badoglio, Guariglia e Ambrosio furono fatti entrare immediatamente alla presenza del Re, poco dopo furono introdotte anche le altre autorità convocate.

Il Re disse:

Il generale Eisenhower ha comunicato che questa sera stessa egli farà alla Radio la notificazione dell’Armistizio, mentre questo avrebbe dovuto avvenire solo fra qualche giorno. Ho voluto riunire Lor signori per conoscere la loro opinione su questa improvvisa ed imprevista modifica della situazione

L’ammiraglio de Courten espresse al ministro Guariglia, vicino di posto, la sua sorpresa non essendo al corrente della firma di un armistizio e delle relative clausole.

Il Re, notando lo scambio di parole tra de Courten e Guariglia si rivolse a de Courten:

Lei Ammiraglio che ne pensa?"
L’ammiraglio de Courten risponde:
"Non ho conoscenza che sia stato concluso un armistizio, né le sue clausole, né di una data fissata per la sua notificazione, non mi sento quindi di esprimere un parere su una questione della quale ignoro gli esatti termini

Il generale Sandalli fece presente che era nelle stesse condizioni dell’ammiraglio de Courten.

Il Re invitò allora il generale Ambrosio ad illustrare la situazione che risultò la seguente:

  • ·     i primi contatti fattivi con gli anglo-americani per giungere alla firma di un armistizio risalivano ai primi di Agosto;

  • ·     l’armistizio era stato firmato a Cassibile il 3 settembre (lo stesso giorno in cui il maresciallo Badoglio aveva comunicato a de Courten “che SM il Re aveva deciso di iniziare trattative per la conclusione di un armistizio”);

  • ·     si era insistito per definire la data di notifica tenendo conto delle reciproche esigenze;

  • ·     la data presumibile indicata dai negoziatori era tra il 12 ed il 13 settembre;

  • ·     improvvisamente il generale Eisenhower aveva comunicato che alle ore 18.30 di oggi avrebbe reso nota la firma di un armistizio e la sospensione delle ostilità;

  • ·     tale anticipo creava situazioni gravissime anche tenendo presente la prevedibile reazione tedesca;

  • ·     il generale Rossi, Sottocapo di Stato Maggiore Generale, era partito in volo per Palermo insieme con il generale americano Taylor per persuadere Eisenhower a rinviare di qualche giorno l’annuncio;

  • ·     si sperava che le nostre buone ragioni venissero accolte, ma l’Agenzia Reuter aveva già trasmesso delle indiscrezioni in merito.

Venne fatto entrare il maggiore Marchesi, che aveva partecipato alle trattative armistiziali e alla firma dell’”Armistizio corto” avvenuta a Cassibile il 3 settembre, il quale illustrò sia lo svolgimento delle trattative che la figura del generale Castellano, firmatario dell’Armistizio.

La riunione assunse dei toni vivaci ed i presenti espressero la loro indignazione nei confronti del maresciallo Badoglio e del generale Ambrosio per non averli tenuti al corrente dell’effettivo svolgimento delle trattative armistiziali, che avrebbe loro consentito di prendere in tempo gli opportuni provvedimenti di sicurezza.

Furono inoltre avanzate alcune ipotesi sulle azioni da intraprendere, ma tutte vennero scartate.

Ore 18.30 - Entrò il generale Paolo Puntoni, Aiutante di Campo del Re, per far presente che il generale Eisenhower stava per comunicare da Radio Algeri l’avvenuta firma dell’Armistizio con il Governo italiano.

Il Re, che aveva attentamente seguito gli scambi di vedute, le recriminazioni, le critiche, le varie proposte, chiese di essere lasciato solo per breve tempo per poter riflettere serenamente sulla situazione. Dopo poco chiamò il maresciallo Badoglio e gli comunicò di aver deciso la completa e leale applicazione delle clausole armistiziali ordinando che il Governo, ed in particolare tutte le Forze Armate, dovevano eseguire fedelmente quanto previsto dall’Armistizio.

La riunione del Consiglio della Corona terminò verso le ore 19.00

Su (tale riunione si riporta anche quanto scritto in merito dall’ammiraglio (CM) Giovanni Bernardi, attento studioso degli avvenimenti del 1943)

Il Maresciallo riferì agli altri intervenuti alla riunione, quanto disposto e ordinato dal Re. Badoglio quindi si recò alla sede dell’EIAR per comunicare al popolo italiano la notizia dell’Armistizio. Il proclama del maresciallo Badoglio venne trasmesso alle ore 19.45.

Il generale Ambrosio convocò quindi i tre Capi di Stato Maggiore (de Courten, Roatta e Sandalli) a Palazzo Vidoni.

Egli lesse il testo dell’”Armistizio corto” firmato il 3 settembre.

La reazione dell’ammiraglio de Courten, nell’apprendere per la prima volta questa notizia, fu particolarmente dura, dicendo:

Avete fatto olocausto della Flotta, che era l’unica forza rimasta salda nel Paese, ma non meritate che essa si sacrifichi, darò ordine che essa si auto-affondi questa sera stessa“.

A questo punto il generale Ambrosio consegnò a de Courten il “Memorandum di Quebec” che così iniziava:

Il generale Ambrosio aggiunse:

in ogni modo gli Alleati hanno assicurato che rispetteranno l’onore della Flotta”.

L’ammiraglio de Courten dette una rapida scorsa al documento e comprese che l’avvenire dell’Italia era riposto essenzialmente sulla nostra Flotta, in quanto era l’unico complesso armato a essere rimasto compatto, unito e immediatamente operativo. Richiese quindi che gli venisse inviata al più presto copia integrale del protocollo di armistizio.

Verso le ore 20.00 l’ammiraglio si congedò rapidamente dal generale Ambrosio precisandogli che quanto prima gli avrebbe fatto conoscere le sue decisioni.

8 settembre Sera - La Spezia
 
Ore 18.30- Corazzata Roma - Il Comando in Capo delle FF.NN.BB. intercettava la comunicazione di Radio Algeri con la quale il generale Eisenhower annunciava l’avvenuto Armistizio tra l’Italia e gli Alleati. L’ammiraglio Bergamini apprendeva così inaspettatamente via radio, l’avvenuta firma di un Armistizio.

L’ammiraglio Bergamini riunì immediatamente l’ammiraglio Caraciotti e il suo Stato Maggiore per l’esame della situazione e per prendere le relative decisioni, che furono orientate verso l’autoaffondamento, tenendo presente anche quanto comunicato da Supermarina alle 13.30

Ore  19,45  - Poco dopo il termine di tale riunione, egli sentì alla radio il proclama del maresciallo Badoglio. Stabilì pertanto di recarsi sulla Vittorio Veneto (unica unità che aveva appositamente lasciato ormeggiata alle boe della diga foranea, perché consentivano di mantenere il collegamento telefonico con la terra), per parlare con l’ammiraglio de Courten. Dispose inoltre affinché venisse indetta una riunione degli ammiragli e dei comandanti dipendenti da tenersi alle ore 22.00 sulla Vittorio Veneto. Si recò quindi su tale unità.

Il colloquio con l’ammiraglio de Courten poté avvenire solo alle 20.30.

L’ammiraglio de Courten così riferisce nelle sue “Memorie

 “Mentre cercavo di prendere contatto telefonico con l’ammiraglio Bergamini, egli, che all’annuncio dell’Armistizio ricevuto dalla radio si era portato sulla corazzata Vittorio Veneto, sede del Comando della 9a Divisione, mi stava chiamando”.

L’ammiraglio Bergamini inizialmente esternò la sua indignazione per non essere stato informato il giorno prima della avvenuta conclusione dell’Armistizio, considerando tale atteggiamento come una mancanza di fiducia nei suoi riguardi. Chiedeva quindi di essere esonerato dal Comando in Capo delle FF.NN.BB. Fece comunque presente che non era sua intenzione condurre nei porti alleati le sue navi e che il suo intendimento, nonché quello del suo Stato Maggiore, era di autoaffondare le navi, così come previsto da Supermarina. Egli aveva inoltre convocato a rapporto, alle ore 22.00 sulla Vittorio Veneto, gli ammiragli sottordini ed i comandanti delle Unità Navali dipendenti, per valutare le decisioni da prendere; riteneva che anche i suoi ammiragli e comandanti fossero orientati verso l’ipotesi dell’autoaffondamento.

Scrive de Courten:

Gli illustrai la situazione, quale era stata rilevata anche a me nella sua crudezza, ponendomi di fronte al fatto compiuto che prima mi era noto solo in parte, col vincolo del segreto. Gli esposi l’andamento della riunione svoltasi presso il Sovrano, la quale si era chiusa con l’ordine del Comandante Supremo delle Forze Armate [il Re] di eseguire lealmente le dure clausole armistiziali, ordine che certamente era costato al di Lui cuore almeno quanto pesava sul nostro. Gli accennai al successivo incontro con il Capo di Stato Maggiore Generale ed all’esistenza di un documento, da questi comunicatomi [il documento di Quebec], dal quale risultava essere questa la via per dare in avvenire possibilità di vita e di ripresa al popolo italiano, con una certa garanzia da parte dei capi della coalizione anglo-americana. Erano queste le considerazioni che mi inducevano a ritenere necessaria la leale esecuzione delle clausole concordate ed accettate. Gli accennai pure in via generica che l’Armistizio prevedeva il trasferimento della Flotta in zone controllate dagli anglo-americani oltre Bona, con misure precauzionali di sicurezza, ma con il rispetto dell’onore militare. Aggiunsi che conveniva sottrarre a/più presto le navi, non solo al pericolo di un intervento tedesco, che poteva manifestarsi da un momento all’altro, ma anche alla influenza deleteria dell’ambiente di terra ed alle ripercussioni di contatti e discussioni fra Stati Maggiori ed equipaggi di unità diverse. Poiché l’ora avanzata non avrebbe ormai consentito di lasciare le basi navali se non dopo la mezzanotte (e quindi non avrebbe permesso di seguire la procedura del Documento Dick, la quale prevedeva l’arrivo in ore diurne nelle acque di Bona), gli dissi di prepararsi a partire non appena possibile per La Maddalena, dove era già stato predisposto per l’ormeggio e dove gli avrei fatto trovare il testo esatto delle clausole armistiziali e dei documenti connessi, nonché le istruzioni di dettaglio per gli ulteriori movimenti.

Con quella prontezza di percezione e di decisione che gli erano caratteristiche, l’ammiraglio Bergamini entrò subito nello spirito delle argomentazioni che gli avevo diffusamente esposto e mi rispose che comprendeva l’intimo significato ed il profondo valore, condividendo le conclusioni alle quali ero giunto, nonostante i durissimi sacrifici per tutti che erano in esse impliciti. Egli mi assicurò che entro breve termine mi avrebbe riferito sui risultati della riunione da lui convocata, affermando che avrebbe svolto la propria opera per convincere tutti sulla necessità di attenersi agli ordini del Sovrano.

Questo breve e drammatico colloquio, svoltosi tra le 20.30 e le 21.00 mi diede un certo senso di tranquillità”.

Ore 21.30 - L’ammiraglio de Courten decise di recarsi a casa del Grande Ammiraglio Paolo Thaon di Revel, che godeva di una profonda stima presso la Marina ed era considerato un “esempio del sentimento dell’onore militare” per esporgli la situazione e avere la sua opinione. L’ammiraglio Thaon di Revel ascoltò attentamente de Courten, si raccolse per qualche minuto in silenziosa meditazione e poi si rivolse a de Courten con queste parole:

"La Marina deve eseguire gli ordini di Sua Maestà"

Testimonianza  dell’ammiraglio Angelo Iachino, che all’epoca era il Presidente del Comitato Superiore tecnico del Ministero della Marina
Testimonianza  dell’ammiraglio Giartosio
Ore 22.00 - Vittorio Veneto - Il capitano di vascello Carlo Tallarigo, comandante dell’incrociatore Eugenio di Savoia, così riferisce sulla riunione:

[...] L’ammiraglio Bergamini, fatto un rapido commento sul comunicato dell’Armistizio trasmesso dalla Radio, raccomandò ai Comandanti che non l’avessero già fatto, di riunire gli equipaggi e spiegarne il significato.

Quindi comunicò che le unità delle F.N. in grado di muovere, dovevano, all’ordine che si attendeva dal Centro, trasferirsi alla Maddalena, e che prima di partire occorreva rifornirsi di viveri dalla sussistenza nella maggiore quantità possibile.

Non dette altre comunicazioni in merito alla dislocazione delle navi [in quanto a lui non nota perché gli sarebbe stata comunicata alla Maddalena]. Poi, forse per togliere ogni eventuale dubbio dalla mente dei presenti, parlò della necessità che la forza della Marina rimanesse compatta nello spirito e nella decisione, in quanto essa poteva costituire il più saldo elemento per la ricostruzione della Patria e concluse pronunciando all’incirca le seguenti parole: E’ dovere di ognuno di noi di ubbidire ciecamente agli ordini delle Autorità centrali in quanto esse sole posseggono gli elementi per giudicare la situazione che si è determinata e scegliere la giusta strada da seguire. Noi tutti dobbiamo essere pronti a compiere ogni sacrificio, anche se esso dovesse andare al di là delle nostre vite.

Infine, in risposta ad una domanda rivoltagli da qualche Comandante o di propria iniziativa, disse che non si poteva escludere che le navi fossero attaccate tanto dai tedeschi che dagli alleati e che pertanto bisognava essere pronti a reagire ad ogni offesa, da chiunque fosse pervenuta [...]“.

E così riferisce, su tale riunione, il capitano di fregata Marco Notarbartolo di Sciara, comandante dell’incrociatore Attilio Regolo
“1...] Sul Vittorio Veneto trovo già gli ammiragli e parte dei comandanti. Alle 22.30 circa, arriva l’amm. Bergamini che ha l’aria commossa. Ci dice che, mentre devono cessare le ostilità con gli anglosassoni, è imminente che si inizi un gravissimo contrasto con la Germania. La Marina italiana in 40 mesi di guerra, ha fatto tutto il suo dovere: nessuna delle FFAA. ha obbedito e dato quanto la R. Marina. E necessario che anche in questo periodo di transizione la Marina continui a mantenere elevate le sue tradizioni e a servire il Paese. Gli equipaggi sono stati sino ad ora esempio di sacrificio e di dovere. Tutti hanno sempre dato, in ogni momento e in ogni luogo, il massimo delle proprie possibilità, fino all’estremo sacrificio per il bene della Patria. L’unica risorsa è mantenere intatto lo spirito delle Forze Armate, specie della Marina, che in questi 40 mesi di lotta ha dato 12.000 morti e circa 40.000 dispersi. Solo così facendo si potranno, un giorno, ricostruire su queste basi rimaste intatte, le novelle fortune dell’Italia. L’amm. Bergamini ci informa, inoltre, che era in attesa di una comunicazione telefonica da Roma e che ci avrebbe riuniti il giorno successivo per ulteriori comunicazioni”.
Sempre sulla stessa riunione il capitano di vascello Marini, comandante del cacciatorpediniere Mitragliere e della 12a Squadriglia cacciatorpediniere così riporta:
  • informa che i tedeschi delle navi sono stati ordinatamente sbarcati;

  •  conferma le istruzioni impartite nel pomeriggio;

  • informa che non sa ancora quali ordini saranno impartiti per le FF.NN.BB. di partenza o meno, per trasferirsi eventualmente in Sardegna o altrove;

  •  informa che il ministro della Marina, ammiraglio de Courten è stato convocato alle 22.00 dal maresciallo Badoglio per istruzioni; che egli, ammiraglio Bergamini, parlerà successivamente per telefono con l’ammiraglio de Courten, e, nella riunione dell’indomani mattina trasmetterà ai Comandanti eventuali nuove comunicazioni”.

Il capitano di fregata Antonio Raffai, comandante del cacciatorpediniere Velite così riferisce

“[...] L’ammiraglio Bergamini riunì nella Sala Consiglio tutti i comandanti insieme ai componenti del suo Stato Maggiore. Comunicò a tutti gli ordini di Sua Maestà, trasmessigli dall’ammiraglio de Courten, sottolineando l’importanza e la gravità delle decisioni da prendere.

Ricordo che l’ammiraglio Bergamini disse che non si trattava di una resa e che la Bandiera non sarebbe stata ammainata sulle navi [...]“.

Ore 23,00 - Bergamini contattò l’Arsenale ed i Comandanti delle navi che pur essendo ai lavori potevano però “essere approntabili rapidamente” come da ordini ricevuti da Supermarina. Stabilì quindi che le due unità che potevano partire con lui erano l’incrociatore Attilio Regolo - che doveva terminare i lavori il 25 settembre, ma che aveva già fatto un’uscita in mare di tre ore il 4 precedente per prove progressive dell’apparato motore - nonché il cacciatorpediniere Artigliere, che era uscito l’8 pomeriggio dal Bacino dove aveva fatto lavori di carenaggio, anche se doveva effettuare ancora dei piccoli lavori.

Successivamente chiamò l’ammiraglio de Courten che così riporta il colloquio

 “Poco prima delle 23.00 il campanello del telefono trillava di nuovo. Era l’ammiraglio Bergamini che mi dava la risposta tanto attesa. Egli concluse e riassunse nel breve dialogo - nel corso del quale gli confermai l’urgenza di lasciare al più presto le acque di La Spezia e l’impegno alleato di rispettare l’onore e la dignità della Marina ed il concordante giudizio del Grande Ammiraglio - con queste semplici parole: “Stai tranquillo, fra poche ore tutta la Squadra partirà per compiere interamente il proprio dovere; tutte le navi in grado di muovere, anche con una sola elica, partiranno con me. Erano le ultime parole che dovevo udire dalle labbra di quella nobile ed alta figura che, dopo aver animato e potenziato con le parole e con l’esempio tutte le organizzazioni affidate alla sua multiforme attività, dopo aver lasciato un’impronta incancellabile della sua personalità, del suo cuore buono e generoso, della sua semplice dedizione al bene comune, era destinato a chiudere, poche ore dopo, la sua giornata terrena, immolandosi con fedele devozione a quegli alti ideali di italianità e di senso del dovere e del sacrificio, che avevano ispirato tutta la sua vita. La comunicazione dell’ammiraglio Bergamini fu accolta con un senso di sollievo anche dai miei più vicini collaboratori, che continuavano a svolgere, dal mio ufficio del Ministero, la loro fervida opera
Ore 00.30 - L’ammiraglio Bergamini si premurò di telefonare nuovamente all’ammiraglio Biancheri a Genova, il quale così riferisce tale telefonata:
 “Ultima telefonata con Bergamini alle ore 00.30; è anche Egli amareggiato, però obbedisce e mi dice che mi parlerà a lungo alla Maddalena”.
8 settembre Sera - Roma
 
Ore 20.10 - L’ammiraglio de Courten giunse al Ministero verso le 20.10 e vi trovò gli ammiragli Sansonetti, Ferreri e il Capo di Gabinetto, capitano di vascello Giovanni Aliprandi, che erano in ansiosa attesa del suo ritorno avendo inoltre udito alla radio sia l’annuncio del generale Eisenhower che il proclama del maresciallo Badoglio.

Li mise al corrente dello svolgimento della riunione tenutasi al Quirinale, nonché di quella successiva al Comando Supremo.

Il compito che si presentava agli ammiragli de Courten e Sansonetti era arduo e difficile, anche perché non sarebbe stato facile convincere ammiragli e comandanti che era necessario recarsi con le loro navi nei porti indicati dagli Alleati; particolarmente quegli Ufficiali che fin alla mattina dell’8 erano stati preparati per andare a effettuare il loro ultimo combattimento per contrastare l’imminente sbarco anglo-americano nella zona del Golfo di Salerno. Per quanto riguarda le FF.NN.BB., gli ammiragli de Courten e Sansonetti presero la non facile decisione di farle comunque partire per La Maddalena, anche se il generale Ambrosio, nel colloquio avuto il mattino dell’8 con l’ammiraglio de Courten, gli aveva comunicato che gli anglo-americani avevano respinto la proposta di riunire le FF.NN.BB. a La Maddalena, aggiungendo tuttavia

che stava insistendo con gli Alleati con la speranza di ottenere qualcosa.

A rendere ancora più complessa la decisione adottata occorre considerare che le norme contenute nel “Promemoria Dick” (note solamente agli ammiragli de Courten e Sansonetti) ed in particolare i commi 3, 5 e 6.

Si fa rilevare che:

·        l’Armistizio fu ufficialmente comunicato dal maresciallo Badoglio alle ore 19.45 dell’8;

·        l’ammiraglio de Courten conobbe le condizioni contenute nell’”Armistizio corto” solo nella riunione convocata dal generale Ambrosio (ore 19.15-19.50) al termine della riunione della Corona;

·        l’ammiraglio de Courten prese rapidamente la difficile decisione di attenersi alle clausole armistiziali e la comunicò agli ammiragli Sansonetti e Ferreri, appena rientrato al ministero della Marina;

·        gli ammiragli de Courten e Sansonetti considerarono che le caratteristiche del porto della Spezia erano tali da facilitare eventuali colpi di mano da parte dei tedeschi contro le nostre navi: era quindi necessario che le FF.NN.BB. lasciassero quanto prima tale porto. Ritennero altresì che l’unico sorgitore verso il quale dirigere la nostra Flotta fosse quello della Maddalena, per i seguenti motivi:

o       gli Alleati erano concordi con il Governo Italiano sul trasferimento della Famiglia Reale e di parte del Governo alla Maddalena;

o       il generale Ambrosio aveva promesso, l’8 mattina, che avrebbe insistito presso gli Alleati per avere il loro consenso sul trasferimento delle FF.NN.BB. alla Maddalena. La presenza del Re e del Governo in tale città poteva costituire un valido argomento per ottenere il parere positivo per il trasferimento delle FF.NN.BB. alla Maddalena, parere che si sperava potesse giungere quanto prima possibile;

o       l’ammiraglio Bruno Brivonesi aveva già avuto disposizioni per accogliere alla Maddalena, anche se per breve tempo, le unità della Flotta;

o       all’ammiraglio Brivonesi erano stati consegnati i documenti riservati da dare all’ammiraglio Bergamini al suo arrivo a La Maddalena.

Conseguentemente fu deciso, così come riporta l’ammiraglio Sansonetti nella sua Relazione del 28 dicembre 1943

“[...] Ma secondo le clausole dell’Armistizio essa (le FF.NN.BB.- n.d.a) avrebbe dovuto partire al tramonto del giorno 8, navigare la notte a tutta velocità e arrivare all’alba in prossimità della costa nordafricana, a distanza tale da poter ricevere l’appoggio della caccia aerea inglese. Ma poiché l’Armistizio fu improvvisamente dichiarato nella tarda serata dell’8, non era stato possibile seguire strettamente queste norme, tanto più che dovevano partire non solo le navi effettivamente pronte, ma anche quelle non pronte ma approntabili rapidamente. Per conseguenza era stato deciso di far sostare la Squadra alla Maddalena nel pomeriggio del 9 e di farla partire di lì a notte”.
Purtroppo la speranza di ottenere il consenso degli Alleati di inviare temporaneamente le FF.NN.BB. alla Maddalena non poté realizzarsi in quanto tale richiesta faceva parte degli incarichi, affidati al generale Rossi, negli incontri che avrebbe avuto a Biserta con il generale Eisenhower. Richiesta che non poté essere avanzata, in quanto l’evolversi degli avvenimenti costrinse (?) Badoglio, nella nottata dell’8, a cambiare il programma previsto per il trasferimento del Re e del Governo, decidendo che, invece di La Maddalena, si recassero a Pescara e di lì a Brindisi.
L'abbandono di Roma

Subito dopo l’ammiraglio de Courten si recò al Ministero della Guerra, dove si trovavano la Famiglia Reale e le più Alte Autorità del Comando Supremo. L’Ammiraglio ricevette copia dei documenti relativi all’Armistizio e che erano di suo interesse. Non gli fu possibile ottenere il “Documento di Quebec”, al momento introvabile, e che fu inviato al Ministero della Marina con lettera di accompagno del 1° Reparto del Comando Supremo solo nella tarda mattinata del giorno 9.

L’ammiraglio de Courten rientrò subito al Ministero per comunicare agli ammiragli Sansonetti e Ferreri la parte sostanziale delle clausole armistiziali.

Alle ore 04.12 del 9 il generale Ambrosio così telefonò a de Courten: “In considerazione della situazione militare che si sta delineando intorno a Roma, dove grossi reparti tedeschi convergono verso la capitale, Sua Maestà ha stabilito di partire immediatamente per Pescara ed ha dato l’ordine che i capi militari lo raggiungano al più presto”.

All’osservazione dell’ammiraglio de Courten che era necessaria la sua presenza a Roma, per perfezionare e seguire le disposizioni date per l’applicazione dell’Armistizio, il generale Ambrosio confermò l’ordine del Re e aggiunse: “Gli organi centrali di comando dovranno rimanere al loro posto e ad essi dovrà essere affidato il compito di provvedere ad ogni incombenza. Raccomando però di lasciare Roma non più tardi delle ore 06.00 per la via Tiburtina”.

L’ammiraglio de Courten convocò gli ammiragli Sansonetti e Ferreri, nonché il comandante Aliprandi.

Gli ammiragli Sansonetti e Ferreri mi diedero le più recenti notizie circa lo stadio a cui era giunta la diramazione degli ordini [...]. Tutto sembrava procedere con regolarità, senza particolari difficoltà. Fu presa in esame la procedura da seguire per le ultime comunicazioni a navi e sommergibili rimanendo intesi che non appena la Flotta, sul far del giorno, fosse stata sicuramente in rotta verso la Sardegna, le sarebbero state trasmesse tutte le preannunciate indicazioni di dettaglio per l’integrale applicazione dell’Armistizio “.

L’ammiraglio de Courten diede quindi disposizione:

  • all’ammiraglio Sansonetti di assumere la responsabilità del funzionamento di Supermarina,

  • all’ammiraglio Ferreri la responsabilità del funzionamento del ministero

  • ed al comandante Aliprandi di proseguire nella sua opera di Capo di Gabinetto.

  • Dispose che l’incrociatore leggero Scipione l’Africano da Taranto, una corvetta da Brindisi e una da Pola si recassero, alla massima velocità, verso Pescara.

  • Inoltre, predispose per la trasmissione in chiaro a tutte le navi e comandi della Marina il seguente messaggio:

Marinai d’Italia, durante 40 mesi di durissima guerra avete tenuto testa alla più potente Marina del Mondo, compiendo eroismi che rimarranno scritti a lettere d’oro nella nostra Storia ed affrontando sacrifici di sangue che vi hanno meritato l’ammirazione della Patria ed il rispetto del nemico.

Avreste meritato di poter compiere il vostro dovere fino all’ultimo, combattendo ad armi pari le forze navali nemiche. Il Destino ha voluto diversamente: le gravi condizioni materiali nelle quali versa la Patria ci costringono a deporre le armi.

E’ possibile che altri doveri ci siano riservati, imponendovi sacrifici morali, rispetto ai quali quello del sangue appare secondario. Occorre che voi dimostriate in questo momento che la saldezza del vostro animo è pari al vostro eroismo e che nulla vi sembra insopportabile quando i futuri destini della Patria sono in gioco. Sono certo che in ogni circostanza saprete essere all’altezza delle vostre tradizioni nell’assolvimento dei vostri doveri.

Potrete comunque guardare fieramente negli occhi gli avversari di 40 mesi di lotta, perché il vostro passato di guerra ve ne dà pieno diritto.

 de Courten.

 

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