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L'AFFONDAMENTO

L'affondamento del Roma è stato ed è tutt'ora oggetto di svariate versioni; molte riguardano le effettive intenzioni dell'Ammiraglio Bergamini, le ragioni per le quali la flotta salpò da La Spezia e da Genova con le insegne Italiane non con quelle previste dalle clausole dell'Armistizio (pennello nero a riva e cerchio scuro sulla prua), il perchè si puntò su La Maddalena e non su Bona, ancora come previsto dalle clausole armistiziali. Ipotesi ci sono sul cambiamento delle strisce bianche e rosse dipinte sulla prua delle nostra navi, forse cambiate sul Roma, per differenziarla dalle altre due unità della sua classe.

Ancora non definite rimangono anche la rotta che la flotta tenne uscendo dal Golfo dell'Asinara ed il punto nave dell'affondamento.

Supermarina, con fonogramma delle ore 23.45 dell’8 settembre, ordinò al CC.FF.NN.BB. di salpare per La Maddalena.

L’ammiraglio Bergamini predispose i piani di navigazione e impartì le seguenti disposizioni:

 8a Divisione Navale: partenza da Genova alle ore 02.45 del 9, compresa la torpediniera Libra. Furono comunicate anche le coordinate e l’ora del punto di incontro con le altre unità delle FF.NN.BB., che sarebbero partite dalla Spezia;
7a e 9a Divisione Navale: prepararsi a salpare alle ore 02.30 del 9 ed essere pronti a muovere alle ore 03.00 da punto “C” [fuori della diga foranea];
12a 14a squadriglia CC.TT.: vengono date le stesse disposizioni impartite alla 7a e 9a Divisione
Gruppo Torpediniere: alla torpediniera Pegaso, Capo Gruppo, pronti a partire alle ore 02.00 del 9
Ore 002109Da CC.FF.NN.BB. a Tutti: Attivate. Passate pronti a muovere  
Ore 005209Da CC.FF.NN.BB. a Pegaso, Impetuoso, Ardimentoso, Orione, Orsa. Partire ore 02.00 giorno 9 V. 22 per ancoraggio.  Lat. 42°.36’ N Long. 80°.19’ E A Isola Asinara  
Ore 013809Da CC.FF.NN.BB. a Tutti: Nave Roma passerà ostruzioni ore 03.00 giorno 9 preceduta dai CC. TT. e 7a Divisione seguita Nave Italia Nave V. Veneto

Ore 020009 - il CC.FF.NN.BB. inviò a Supermarina il seguente fonogramma: “COMANDO IN CAPO FORZE NAVALI DA BA7TAGLIA - 15749. Tabella Asti -Previsioni partenza Forze Navali da La Spezia 030009 velocità nodi 24 punto 42°.36’ latitudine 8°.19 longitudine, e 41°.09’ latitudine 8°.19’ longitudine  alt Arrivo La Maddalena ore 14.30 alt Ore 06.09 riunione con 8a Divisione et Torpediniera LIBRA alt Torpediniera PEGASO Torpediniera IMPETUOSO Torpediniera ORSA Torpediniera ORIONE precedono Forza Navale scorta avanzata alt AII Tabella Asti 020009”.

Ore 023009 - Tutte le Unità presenti alla Spezia iniziarono a manovrare per portarsi al punto “C”. Non poterono partire gli incrociatori Bolzano, che si trovava in Arsenale per riparare i danni riportati il 12 agosto 1942 allorché venne silurato da un sommergibile britannico, e il Gorizia, perché il 10 aprile 1943 era stato colpito, alla Maddalena, da bombardieri americani.
Ore 024709 – L’8a Divisione Navale salpò da Genova assumendo Rv 170° e velocità 24 nodi. Non poterono partire i cacciatorpediniere Maestrale e Corazziere perché ai grandi lavori.

Ore 031309 - “Dal CC.FF.NA.BB. a Tutti: Salpate

 
Ore 034009 - uscì per ultima la Vittorio Veneto. Subito dopo il passaggio di questa corazzata si mossero tutte le unità, disponendosi in linea di fila nella seguente formazione: in testa la 12a Squadriglia CC.TT. seguita dalla 14a Squadriglia, dalla 7a e dalla 9a Divisione. La Flotta assunse Rv 218° velocità 24 nodi.

Ore 041109 - Dal CC.FF.NA.BB. a Tutti:isponetevi secondo il dispositivo di marcia n. 11

Le unità pertanto si portarono nella seguente formazione: in testa la 7a Divisione, seguita dalla 9a, cacciatorpediniere in posizione di scorta ravvicinata, la 14a Squadriglia a destra dello schieramento e la 12a Squadriglia sulla sinistra. Rotta e velocità rimasero immutate.

Ore 042709Dal CC.FF.NA.BB. A tutte le unità dipendenti: Attenzione agli aerosiluranti all’alba”

 

Ore 061509 - A nord di Capo Corso avvenne il ricongiungimento tra le unità partite dalla Spezia e l’8a Divisione salpata da Genova.

Ore 063009. “Da CC.FF.NN.BB. a tutti: Disponetevi secondo dispositivo di marcia G.E. 12, 5a colonna

Navigazione verso l'Asinara

Da GE 12 si proseguì con Rv 220° aumentando la velocità a 22 nodi.

L’ammiraglio Bergamini predispose i piani di navigazione e impartì le seguenti disposizioni:

Ore 065009. “Da CC.FF.NN.BB. a Nave Libra. Prendete posto di prora alla mia Corazzata distanza 4.500 m”.

Ore 070709 L’ammiraglio Bergamini richiamò ancora l’attenzione dei Comandanti sulla possibilità di essere sottoposti ad attacchi aerei, inviando il seguente messaggio: 

“A tutte le unità: Massima attenzione agli attacchi aerei”.

Ore 013809Da CC.FF.NN.BB. a Tutti: Nave Roma passerà ostruzioni ore 03.00 giorno 9 preceduta dai CC. TT. e 7a Divisione seguita Nave Italia Nave V. Veneto

re 084009. Congiungimento con il Gruppo torpediniere Pegaso, che si portarono nuovamente in avanguardia lontana

Ore 090009. Arrivati al punto di atterraggio per dirigere verso il golfo dell’Asinara, la formazione accostò a sinistra e assunse la rotta di 180°, la velocità venne ridotta a 20 nodi.

Si procedette zigzagando.

Ore 090009. Avvenne inoltre uno scambio di messaggi tra le FF.NN.BB. e Marina La Maddalena per stabilire le modalità di ormeggio del complesso navale, in quanto la loro sosta sarebbe stata di breve durata:

Ore 090009 “Da Nave Roma per CC.FF.NN.BB. a Marina La Maddalena 37330 Qualora data brevità tempo della sosta [...] 090009” (trasmesso alle ore 09.45.09).

Marina La Maddalena rispose: “Marina La Maddalena a nave Roma per CC.FF.NN.BB. Data brevità sosta propongo ormeggi (boe) grandi navi [...]“.

Ore 090109. Supermarina ritrasmise al CC.FF.NN.BB. il seguente messaggio compilato dall’ammiraglio de Courten alle ore 07.15, appena giunto a Pescara e prima di imbarcare sulla corvetta Baionetta:

Ore 090109.“18333 PAPA [Precedenza Assoluta sulla Precedenza Assoluta - n.d.a.] Supermarina 5a Divisione e CC.FF.NN.BB. alt Esecutivo pro-memoria ordine pubblico n. 1 (uno) Comando Supremo in quanto non contrasta con clausole armistizio alt de Courten 071509”.

Ore 090509. L’ammiraglio Bruno Brivonesi ricevette una nota arrivata per telescrivente da Supermarina nel quale gli venne precisato che le FF.NN.BB. sarebbero arrivate alla Maddalena verso le ore 14.30 e gli fu confermato di consegnare all’ammiraglio Bergamini i documenti ricevuti a Roma; venne altresì disposto di comunicargli di proseguire subito per Bona. In un successivo messaggio inviato da Supermarina all’ammiraglio Brivonesi, in risposta a chiarimenti da lui richiesti, l’ammiraglio Giartosio specificò che le istruzioni dovevano essere date all’ammiraglio Bergamini dopo l’ormeggio della Squadra e non in mare aperto, come riteneva l’ammiraglio Brivonesi

Rotta sulla Maddalena - Avvistamenti aerei

Ore 094109. I ricognitori tedeschi effettuarono a tale ora il primo avvistamento delle FF.NN.BB. L’aereo tedesco, un bimotore “Junker JU 88”, informò il suo Comando che la forza navale italiana era costituita da tre corazzate, sei incrociatori e sei cacciatorpediniere con rotta esterna alla Corsica verso il Golfo dell’Asinara.


 

Lo JU88 fu progettato come bombardiere veloce, bombardiere di alta quota, di picchiata, di volo radente, di ricognizione e come caccia diurno e notturno.
Nei primi mesi del ’39 iniziò la produzione e i primi modelli entrarono in servizio nell’agosto dello stesso anno, tuttavia solo nel ’43 un certo numero di JU88 furono impiegati principalmente come caccia.

Dati tecnici

Apertura Alare mt 18 
Lunghezza mt 14 
Motori   2 Junkers Jumo 211B 12 cilindri 1200 HP 
Peso a Vuoto Kg 7700 
Peso Carico Kg 10300 
Peso Massimo Kg 0
Armamento   4 o 6 mitragliere MG15 da 7,92cmm 
Carico   2500 di bombe 
Autonomia Km 1700 
Velocità Massima Km/h 450 alla quota di 5500 metri 
Velocità di Crocera Km/h 5500 
Quota di Tangenza mt 9800 
Equipaggio uomini

L’avvistamento venne subito comunicato al feldmaresciallo von Richthofen, che era il comandante della 2a Luftflotte, dislocata in Italia, il quale, pur non avendo ricevuto disposizioni particolari in merito, ritenne opportuno attivare immediatamente il piano “Achse”, predisposto dall’Alto Comando della Luftwaffe, il quale, tra l’altro, specificava:

“Le navi da guerra italiane che fuggono o provino a passare dalla parte del nemico devono essere costrette a rientrare in porto o distrutte”

Il comando aereo tedesco che era più vicino alla zona nella quale si trovavano le FF.NN.BB. era la 2a Fliegerdivision   comandata dal generale Peter Fink, che dipendeva direttamente dal generale Hugo Sperrle, comandante della 3a Luftflotte, che aveva giurisdizione sulla Francia e sui Paesi Bassi. Fu pertanto disposto che si tenesse pronto a attaccare la flotta italiana il 100° Stormo da Bombardamento (KG100), comandato dal maggiore pilota Fritz Auffhammer che dipendeva, temporaneamente, dalla 2a Luftflotte.

Il 100° Stormo destinò, per il pronto impiego contro le FF.NN.BB., il 2° Gruppo (II KG100) di base a Cognac e comandato dal capitano pilota Franz Hollweck ed il 3° gruppo (III KG100) di base ad Istres e comandato dal maggiore pilota Bernard Jope; fu inoltre data disposizione al II KG100 di trasferirsi da Cognac a Istres.

Ore 095509. L’ammiraglio Bergamini, considerando che le sue navi non erano protette da alcuna scorta aerea, e per reagire comunque a un possibile attacco aereo, almeno con i velivoli in dotazione alle FF.NN.BB., dette la seguente disposizione alle corazzate Italia e Vittorio Veneto:  
09.55.09 preparatevi a catapultare RE2000 

Le FF.NN.BB. disponevano infatti a bordo delle tre corazzate di quattro aerei da caccia “Reggiane RE2000” così distribuiti: uno sulla Roma, due sul Vittorio Veneto e uno sull’Italia


Ore 103009. Altro avvistamento: si trattava di un ricognitore tedesco. Venne dato l’allarme aereo e le unità proseguirono zigzagando. Contemporaneamente il Comando in Capo delle FF.NN.BB. ordinò di aumentare la velocità a 27 nodi.

Ore 103009. Supermarina, avendo intercettato i vari messaggi di scoperta relativi alle FF.NN.BB., trasmessi sia dai ricognitori britannici che tedeschi, richiese a Superaereo la possibilità di fornire una adeguata scorta aerea, con aerei da caccia, a protezione delle nostre navi. Il generale Giuseppe Santoro, Sottocapo di Stato Maggiore dell’Aeronautica poté però far decollare dall’aeroporto di Venafiorita (Olbia) solo quattro caccia Macchi “MC202”

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che facevano parte del Gruppo Aereo Caccia, comandato dal colonnello Duilio Fanali.

Infatti i ventidue velivoli efficienti dell’8° Gruppo erano stati trasferiti da Sarzana a Guidonia, per la necessità di concentrare il massimo appoggio nella zona della Capitale, mentre, per lo stesso motivo, i dieci aerei efficienti del 160° Gruppo erano stati inviati da Venafiorita a Littoria. Pertanto fu possibile far alzare in volo solo la squadriglia dei quattro caccia, al comando del capitano pilota Remo Dezzani, che ricercò inutilmente la Squadra nella zona a lui indicata e cioè quella compresa tra la Corsica e la Toscana. Sembra infatti che per un disguido con Supermarina non fosse stata segnalata la nuova rotta della Flotta, che era invece quella esterna alla Corsica.

Ore 103809. Supermarina, in considerazione del fatto che era stata annullata la missione Alti Personaggi, comunicò ai cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi e Antonio Da Noli e per conoscenza al CC.FF.NN.BB. “Modifica mio precedente ordine dirigete subito Isola La Maddalena”.
Ore 103809 Ugolino Vivaldi e Antonio Da Noli e per conoscenza al CC.FF.NN.BB. “Modifica mio precedente ordine dirigete subito Isola La Maddalena”.

Ore 104609. Venne avvistato dalla Roma un aereo riconosciuto per Alleato: fu dato l’allarme aereo e le unità proseguirono zigzagando. Alle ore 11.00 alcune unità aprirono il fuoco con le artiglierie contraeree principali e le mitragliere. Intervenne immediatamente il Comando in Capo che inviò a tutte le unità il seguente messaggio

Ore 105609. Altro avvistamento aereo. Si trattò di un ricognitore inglese.

Ore 110009Non dico non fate fuoco contro velivoli riconosciuti inglesi o americani “.
Ore 112409 - Venne ricevuto il seguente messaggio di Supermarina con classifica PAPA diramato a tutte le unità in mare: “PAPA n. 85982 - Non eseguite eventuali ordini dirottamento se nel testo non figura la parola convenzionale Milano alt Per alti Comandi verranno dati ordini a parte 092609”.

Ore 120009. Avvicinandosi alle coste sarde, il CC.FF.NN.BB. ordinò alla torpediniera Libra di entrare nella formazione del Gruppo Pegaso ed a tale unità di passare, con il Gruppo, in scorta ravvicinata.

Ore 120409. In prossimità dei campi minati, il CC.FF.NN.BB. ordinò a tutti “Assumete il dispositivo di marcia GE11“.

Le unità dovevano procedere in linea di fila, per cui la formazione delle FF.NN.BB. fu la seguente: in testa il Gruppo torpediniere seguito dalla 7a Divisione, dalla 8a e dalla 9a e i cacciatorpediniere in scorta ravvicinata. Ore 121209 - Il CC.FF.NN.BB. dette il seguente ordine al Capogruppo Pegaso: Libertà di manovra per entrare in porto.

Ore 121409 - Il CC.FF.NN.BB. ordinò alla 7a Divisione: “Conducete la navigazione da ora fino a La Maddalena”. La 7a Divisione ricevuto tale ordine accostò di 45° a sinistra, per portarsi sulla rotta di sicurezza che conduceva alle Bocche di Bonifacio.
Ore 121509. L’ammiraglio Bergamini, in previsione dell’incontro che avrebbe avuto a breve scadenza con le autorità navali inglesi nel porto Alleato che gli sarebbe stato comunicato a La Maddalena, incaricò il suo Aiutante di Bandiera, tenente di vascello Ettore Uncini, di prendere informazioni per conoscere i nominativi degli Ufficiali della Roma che avevano una buona padronanza della lingua inglese.
Ore 122509. Alla Maddalena il Comando Marina, la sede protetta, la stazione telegrafica ed i vari semafori furono occupati dai tedeschi.

Alle ore 13.00 il tenente di vascello Venerando Visconti, ufficiale alle comunicazioni di Marisardegna, avvisò Supermarina, tramite la stazione radio del rimorchiatore Nereo, presente nel porto di La Maddalena, “Piazza della Maddalena bloccata dai tedeschi”.

 

Supermarina riesce a mettersi in contatto, mediante telescrivente, con l’ammiraglio Brivonesi il quale comunicò di essere “virtualmente prigioniero dei tedeschi” e pregò l’ammiraglio Sansonetti di “informare subito della situazione l’ammiraglio Bergamini che ormai è con la Flotta nel Golfo dell’Asinara”..

Supermarina pertanto decise che:

  • le FF.NN.BB. dirette a La Maddalena, avrebbero dovuto dirigere su Bona;

  • le torpediniere dirette a La Maddalena, avrebbero fatto rotta per Piombino;

  • CCTT Antonio Da Noli e Ugolino Vivaldi, diretti a La Maddalena, avrebbero dovuto andare a Bona aggregandosi alle FF.NN.BB..

Inoltre Supermarina richiese agli Alleati la possibilità di assicurare la protezione aerea alle FF.NN.BB.. La risposta degli Alleati fu però negativa in quanto la Flotta si trovava in una zona troppo distante dalle loro basi operative.Inoltre Supermarina richiese agli Alleati la possibilità di assicurare la protezione aerea alle FF.NN.BB.. La risposta degli Alleati fu però negativa in quanto la Flotta si trovava in una zona troppo distante dalle loro basi operative.

Ore 132109. Avvistato un aereo tedesco, venne dato l’allarme aereo e si accostò a sinistra con rotta 120°

Ore 133009. La velocità venne ridotta a 20 nodi. La 12a Squadriglia cacciatorpediniere ricevette l’ordine di mettersi di poppa alla Vittorio Veneto. Si accostò quindi a sinistra con rotta 110°

Da questo momento si susseguirono degli importanti fonogrammi tra Supermarina e il CC.FF.NN.BB. e viceversa.

Le difficoltà di mettersi in comunicazione tra la stazione radio di Supermarina e quelle delle FF.NN.BB., e viceversa, facevano sì che tra la preparazione di un messaggio e la sua trasmissione poteva incorrere anche un ritardo di oltre un’ora e mezza. Pertanto, per continuare ad avere una lineare visione cronologica degli eventi, vengono messe in evidenza le ore relative alla consegna di tali messaggi ai destinatari. Infatti solo in quel momento gli Enti interessati venivano a conoscenza delle notizie in essi contenute nonché degli eventuali ordini da eseguire; vengono però indicate anche l’ora di compilazione e di trasmissione. Il sensibile ritardo di tempo compreso tra l’ora di compilazione del messaggio e la sua consegna al destinatario era dovuta alla necessità di effettuare le seguenti operazioni:

  •  loro cifratura in partenza, 

  • possibilità di trasmetterli, 

  • loro decifrazione al momento della ricezione.

Ore 141109. Il CC.FF.NN.BB. ricevette il seguente messaggio: “PAPA Cifr. 9 bis a tutte le unità in navigazione Supermarina 71325 - La Maddalena occupata da forze tedesche nostro Comando sopraffatto alt Unità dipendenti da Silurantisom dirette La Maddalena vadano invece subito Portoferraio salvo quelle aggregate Forze Navali da Battaglia (alt) Milano 132009”. Subito dopo sia il Comando in Capo della Flotta, sia le Divisioni dipendenti, intercettarono il seguente telecifrato inviato da Supermarina ai CC.TT. “Vivaldi e Da Noli. Supermarina 97424 - Proseguite per Bona aggregandovi possibilmente Forza Navale da Battaglia (alt) Milano 13909”.

Ore 142909. Il CC.FF.NN.BB. ordinò alla 14a Squadriglia cacciatorpediniere di prendere posto di poppa alla 12a Squadriglia. Si formò così, per motivi di sicurezza rispetto ai campi minati, una lunga fila, aperta dalle torpediniere, seguite da 7a, 8a e 9a Divisione Navale e dalla 12a e 14a Squadriglia

Ore 143009. Le FF.NN.BB. assunsero la rotta di sicurezza di 65° per arrivare alle Bocche di Bonifacio.

Ore 143309. L’Ugolino Vivaldi e l’Antonio Da Noli ricevettero il seguente fonogramma: “PAPA Cifr. 19 ter da Supermarina a Vivaldi et Da Noli p. c. Roma per FF.NN.BB. Uscite da estuario verso ponente ed affondate tutti i mezzi tedeschi che eseguono traffico Sardegna-Corsica alt Milano 134909”. 

Tuttavia l’ammiraglio Sansonetti riferisce: “Senonché verso le 11.00 del giorno 9, fui chiamato alla telescrivente dall’ammiraglio Brivonesi, e da lui seppi che l’estuario era in mano dei tedeschi. Feci allora immediatamente telegrafare alla Roma di invertire la rotta e procedere senz’altro per Bona”. Tale messaggio viene riportato anche dall’ammiraglio Giuseppe Fioravanzo che scrive “verso le 13.00 Supermarina avvertita che forze germaniche avevano occupato La Maddalena, ordinò alle FF.NN. con radiomessaggio compilato alle 13.16 di dirigere a Bona. Esso fu potuto ricevere sulla Roma alle 14.24”.
Ore 144109. L’ammiraglio Bergamini, a seguito delle disposizioni ricevute con il messaggio di cui sopra, comunicò con onde ultra corte, a tutte le navi dipendenti “Accostate ad un tempo di 180° a sinistra”..

Tale manovra, immediatamente eseguita, si rese necessaria per ridurre il raggio di evoluzione delle navi e per non finire sui campi minati. La Squadra, avendo invertito a un tempo la rotta sulla sinistra, si trovò sempre in linea di fila ma con in testa la 14a Squadriglia cacciatorpediniere seguita dalla 12a, dalle corazzate della 9a Divisione (Vittorio Veneto, Italia, Roma), dagli incrociatori dell’8a Divisione (Attilio Regolo, Giuseppe Garibaldi e Duca degli Abruzzi), da quelli della 7a Divisione (Raimondo Montecuccoli, Duca d’Aosta, Eugenio di Savoia) e dalle torpediniere. Le navi ammiraglie delle varie Divisioni Navali e quelle delle Squadriglie dei cacciatorpediniere seguivano quindi i loro sezionari.Tale manovra, immediatamente eseguita, si rese necessaria per ridurre il raggio di evoluzione delle navi e per non finire sui campi minati. La Squadra, avendo invertito a un tempo la rotta sulla sinistra, si trovò sempre in linea di fila ma con in testa la 14a Squadriglia cacciatorpediniere seguita dalla 12a, dalle corazzate della 9a Divisione (Vittorio Veneto, Italia, Roma), dagli incrociatori dell’8a Divisione (Attilio Regolo, Giuseppe Garibaldi e Duca degli Abruzzi), da quelli della 7a Divisione (Raimondo Montecuccoli, Duca d’Aosta, Eugenio di Savoia) e dalle torpediniere. Le navi ammiraglie delle varie Divisioni Navali e quelle delle Squadriglie dei cacciatorpediniere seguivano quindi i loro sezionari.

La manovra venne così descritta dall’ammiraglio Biancheri nel suo Rapporto: “La manovra, eseguita a velocità elevata, si compie in maniera brillante che testimonia del perfetto addestramento dei Comandanti”.

Ore 144609. Il CC.FF.NN.BB. ordinò di ridurre la velocità a 18 nodi e di assumere la rotta 285° (come risulta dai Rapporti di Navigazione in Guerra delle unità) che era la rotta di sicurezza necessaria per uscire dal Golfo dell’Asinara e potere poi accostare a sud per Bona.

Ore 144709. Un ricognitore tedesco (avvistato dal cacciatorpediniere Legionario) osservò la manovra e la nuova rotta assunta dalla Flotta e comunicò quindi i relativi dati al suo Comando.

Ore 145009. I tedeschi, appena ricevuto l’avvistamento relativo all’accostata a un tempo della Flotta di 180° a sinistra, e che questa aveva assunto la rotta per uscire dal Golfo dell’Asinara, dettero disposizioni alla 2a Luftflotte di attaccare le FF.NN.BB. Decollarono quindi dall’aeroporto di Istres, in tre ondate, ventotto “DO217”, dei quali undici del II KG 100 (trasferiti da Cognac) e diciassette del III KG 100

Ore 151509. Fu avvistata una formazione aerea e dato l’allarme aereo.

Ore 151609. La formazione aerea, costituita da undici velivoli, venne riconosciuta per tedesca e, dato il rilevante numero di velivoli, il CC.FF.NN.BB. alzò a riva il segnale P.3 che significava “Posto di combattimento pronti ad aprire il fuoco”. 

Ore 153709. I primi cinque aerei tedeschi, che erano comandati dal maggiore Jope, avevano ormai superato il punto fino ad allora previsto per lo sganciamento delle bombe, e quindi dovevano considerarsi in allontanamento (volavano infatti ad una quota superiore a 5.000 m ed erano vicini alla verticale del bersaglio, su di un sito 80° anziché di 60°). Non sussistevano quindi elementi tali da far giudicare il loro volo come “una definita azione ostile”. Ci si trovava pertanto nella impossibilità di aprire preventivamente il fuoco allorché gli aerei sganciarono la prima bomba la cui codetta luminosa, data l’altezza alla quale volavano gli aerei, fu inizialmente scambiata per un segnale di riconoscimento. Subito dopo ci si rese conto che si trattava di una bomba e fu dato ordine alle artiglierie contraeree delle FF.NN.BB di aprire il fuoco e tutte le navi della Flotta entrarono in azione immediatamente. Data però l’elevata quota a cui volavano gli aerei tedeschi i cannoni italiani dovevano sparare alla massima elevazione. Con tale alzo, pur rendendosi difficile la precisione del tiro, si ottenne ugualmente un efficace fuoco di sbarramento.

L’ammiraglio Biancheri, sempre nel suo “Rapporto”, così riferì l’azione di fuoco delle FF.NN.BB.: “L’intera formazione comincia a zigzagare a tutta forza e apre istantaneamente il fuoco contro gli aerei attaccanti. Il volume di fuoco è molto intenso”.

Non poterono però essere catapultati i caccia, sia per la sorpresa dell’attacco degli aerei tedeschi, sia per la rapidità della loro azione.

Una prima bomba cadde 50 m a prora dell’incrociatore Eugenio di Savoia, sede del Comando della 7a Divisione navale, senza provocare danni. Una seconda bomba cadde vicinissima alla poppa della corazzata Italia facendo saltare, in centrale elettrica, i massimi. La nave governò, ma solo per poco tempo, con il timone rimasto alla banda, i massimi furono subito rimessi in funzione e non si verificarono altri danni.

Ore 155209. Mentre la Roma stava effettuando un’accostata di 60° a sinistra, l’aereo pilotato dal sergente Kurt Steinborn, sganciò, sul sito 80° una bomba PC-1400X avendo come obbiettivo tale corazzata. Il puntatore, sergente Eugen Degan, seguì in punteria la bomba che colpì la Roma al centro-prora a sinistra. La bomba si infilò tra il torrione corazzato (dove si trovavano la Plancia Comando, la Plancia Ammiraglio nonché la Direzione di Tiro dei grossi calibri) vicino al fumaiolo di prora, la torre N. 2 dei cannoni di grosso calibro da 381 mm e l’impianto dei cannoni di medio calibro da 152 mm. La bomba scoppiò nelle vicinanze del locale motrice di prora e causò inizialmente una fuga di vapore nonché l’allagamento delle macchine di prora, le cui motrici si bloccarono. La nave quindi proseguì solo per abbrivio. Contemporaneamente deflagrò il deposito munizioni da 152 mm e per “simpatia” (termine usato in Marina per comunicare che la deflagrazione di un deposito munizioni causa la deflagrazione di un altro deposito munizioni posto nelle immediate vicinanze) deflagrò anche il deposito munizioni della Torre n. 2 dei cannoni da 381 che venne lanciata in aria.

In conseguenza della deflagrazione delle munizioni si alzò una densa colonna di fiamme e fumo che raggiunse altezze intorno ai 400 m che avvolsero completamente il torrione corazzato; la nave venne quasi sollevata in aria e ricadde immediatamente iniziando a sbandare sul lato destro. Le riservette delle mitragliere antiaeree (armadi nei quali vengono conservate le munizioni vicino ai singoli pezzi) si incendiarono. Pertanto, i proiettili in esse contenuti prendendo fuoco, vennero lanciati in aria, ferendo gravemente e uccidendo diversi marinai.

Ore 161109. La Roma, così gravemente colpita, si capovolse spezzandosi in due tronconi che affondarono verticalmente.

Secondo la testimonianza del Guardimarina Arturo Catalano Gonzaga il CT Legionario segnalava alle 15.15 un aereo tedesco sullo proprio zenit: doveva probabilmente trattarsi della prima ondata che sorvolò la formazione senza sganciare. Lo stesso Guardiamarina asserisce che alle  15,40 osservò altri 5 aerei "provenienti da poppa. Questa ultima asserzione risulta erronea nella probabile rotta deglia aerei tedeschi: alle 15, 40 infatti, la Roma aveva già iniziato l'accostata a sinistra per 60°, che avrebbe in tal modo offerto la poppa agli aerei ostili.

Alle 15,16 era stato battuto il  "Posto di combattimento - pronti ad aprire il fuoco" e  l'intera formazione iniziò a zizagare a tutta forza aprendo il fuoco (testimonianza Amm. Biancheri).

La seconda ondata infilò il centro della formazione, mirando all'Eugenio di Savoia e all'Italia, che furono mancate di poco. Siamo verso le 15,37. Il Guardiamarina Catalano Gonzaga asserisce che Italia e Roma aprirono quasi contemporaneamente il fuoco.

L'Italia nel frattempo aveva accostato a ditta verso nord, ma rallentava sensibilmante a causa dei danni subiti alla cenrale elettrica, con timone in banda.

Si afferma che il Roma accostò a sinistra per 60°, e la manovra è documentata dalla foto scattata da uno dei DO 217 poco prima de momento dello sgancio dell prima bomba telecomandata denota un'accostata molto più accentuata, di ca. 90°

Si noti anche la forte scia lasciata dalla nave e lo sbandamento a dritta (nettamente visibile nella foto sotto), denota una notevole velocità.

Dall'illuminazione del mare si deduce anche che la nave stia puntando veso i 180° dai 265° di rotta

Sulla destra della fotografia si nota nettamente la scia della bomba razzo in caduta
Sulla destra della fotografia si nota nettamente la scia della bomba razzo in caduta

La Roma fu colpita da una prima bomba PC-1.400X nella parte centrale, sul lato destro, tra la Torre 9 e la Torre 11 delle batterie contraeree da 90 mm. La bomba attraversò l’unità per tutta la sua altezza e scoppiò poco al di sotto della chiglia, provocando l’allagamento del locale caldaie e macchine di poppa. I danni causati immobilizzarono le due motrici relative alle eliche della estrema poppa, riducendo la velocità da 22 a 16 nodi, inutilizzarono gli apparecchi della Punteria Generale per la direzione del tiro contraereo di destra, interruppero i contatti elettrici e telefonici, ivi compresi quelli del tiro contraereo, e si verificò una falla attraverso la quale imbarcò acqua. La nave si inclinò sulla destra e venne controbilanciata allagando a sinistra.

L'aereo pilotato dal sergente Kurt Steinborn, sganciò, sul sito 80° una bomba PC-1400X avendo come obbiettivo tale corazzata. Il puntatore, sergente Eugen Degan, seguì in punteria la bomba che colpì la Roma al centro-prora a sinistra.

Si noti come la velocità della nave sia notevolmente diminuita, ma continui l'abbrivio nell'accostata a sinista: la nave è leggermente sbandata sulla sinistra.

La bomba si infilò tra il torrione corazzato (dove si trovavano la Plancia Comando, la Plancia Ammiraglio nonché la Direzione di Tiro dei grossi calibri) vicino al fumaiolo di prora, la torre N. 2 dei cannoni di grosso calibro da 381 mm e l’impianto dei cannoni di medio calibro da 152 mm. La bomba scoppiò nelle vicinanze del locale motrice di prora e causò inizialmente una fuga di vapore nonché l’allagamento delle macchine di prora, le cui motrici si bloccarono. La nave quindi proseguì solo per abbrivio.

Contemporaneamente deflagrò il deposito munizioni da 152 mm e per “simpatia” (termine usato in Marina per comunicare che la deflagrazione di un deposito munizioni causa la deflagrazione di un altro deposito munizioni posto nelle immediate vicinanze) deflagrò anche il deposito munizioni della Torre n. 2 dei cannoni da 381 che venne lanciata in aria.

Si noti il progressivo immobilizzo della nave.
Si noti il progressivo immobilizzo della nave.

Una deflagrazione è un'esplosione relativamente lenta, che genera un'onda d'urto subsonica. Questo tipo di esplosione è normalmente prodotto da una veloce reazione di combustione, per esempio dalla polvere nera in un'arma da fuoco, oppure dal combustibile in un motore a combustione interna. Si contrappone alla detonazione dove l'onda d'urto è supersonica.

Le deflagrazioni sono più facili da controllare delle detonazioni, e più adatte quando lo scopo è quello di spostare un oggetto (una pallottola in una pistola od un pistone in un motore) con la forza espansiva del gas.

Operazioni di salvataggio naufraghi
 
Ore 160109. L’ammiraglio Oliva, Comandante la 7a Divisione navale e imbarcato sull’Eugenio di Savoia, trovandosi in coda alla formazione e controsole - non avendo quindi la possibilità di vedere se e quale nave, in testa alla formazione, fosse stata colpita - inviò con onde corte, all’ammiraglio Accorretti, alle ore 16.01, il seguente messaggio: “Da comando 7a Divisione a Nave Veneto. Qual è la nave colpita?

 

Ore 160709. L’ammiraglio Biancheri (Duca degli Abruzzi), rendendosi conto della tragica situazione in cui si trovava la corazzata Roma dette disposizione ai cacciatorpediniere della 12a Squadriglia, Mitragliere, Fuciliere e Carabiniere, di “dare soccorso al CC.FF.NN.BB.”
Ore 161009. L’ammiraglio Accorretti (Vittorio Veneto), Comandante della 9a Divisione navale, resosi conto che la Roma era stata colpita mortalmente ed avendo intercettato i messaggi inviati da Supermarina, così rispose, con onde ultra corte, all’ammiraglio Oliva: “Da Vittorio Veneto a Comando 7a Divisione navale - Credo nave Roma Colpita. Propongo mandare due CT salvare gente Alt Da intercettati sembra dobbiamo andare Bona 161009”.
Ore 161109. La Roma, così gravemente colpita, si capovolse spezzandosi in due tronconi che affondarono verticalmente.
I naufraghi della Roma, recuperati dalle unità navali inviate in loro soccorso furono seicentoventidue, e di questi cinquecentotre furono recuperati dai cacciatorpediniere Mitragliere, Fuciliere e Carabiniere, diciassette dall’incrociatore Attilio Regolo e centodue dalle torpediniere Pegaso, Impetuoso e Orsa. Dei seicentoventidue uomini salvati, nove decedettero a bordo delle nostre navi, sedici all’Ospedale di porto Mahon, ed uno a Caldes de Malavella per incidente automobilistico. I superstiti della Roma furono quindi cinquecentonovantasei.

l capitano di vascello Marini, imbarcato sul Mitragliere e Comandante la 12a Squadriglia Cacciatorpediniere così scrive al punto 8 del suo rapporto speciale, compilato il 28 e 29 settembre 1943: Sono l’ultimo degli 8 C. T. che in ordine inverso precedono le Corazzate. Sono quindi il più vicino alle Corazzate. Appena noto l’enorme fiammata sul torrione della Roma, mi rendo conto che la Corazzata è fatalmente condannata, inverto senza ordini la rotta per recarmi il più presto possibile al suo soccorso. La Roma è ancora notevolmente abbrivata e sono infatti costretto ad assumere all’incirca rotta di collisione per avvicinarmi al più presto e non scadere sottovento ove la visibilità oltre la Roma è nulla per l’enorme produzione di fumo che si sviluppa dal torrione.

Le unità inviate in soccorso erano, lo si ricorda, l’incrociatore Attilio Regolo, i cacciatorpediniere Mitragliere, Fuciliere e Carabiniere, le torpediniere Pegaso, Impetuoso e Orsa.

Le torpediniere del Gruppo Pegaso si distaccarono dai caccia e dall’Attilio Regolo, sia perché rimasero impegnate in combattimento contro aerei tedeschi, sia perché avevano caratteristiche di velocità e di manovra diverse dai cacciatorpediniere.

Si formarono quindi, tra le unità soccorritrici, due gruppi:

·        il capitano di vascello Marini, come ufficiale più anziano, assunse il comando del gruppo formato dai cacciatorpediniere e dall’incrociatore Attilio Regolo;

·        il capitano di fregata Imperiali rimase al comando del gruppo torpediniere.

Ambedue i gruppi si trovarono nelle stesse condizioni operative:

·        impossibilità di mettersi in contatto con la 7a Divisione e con Supermarina, non ricevendo risposta ai loro messaggi;

·        intercettazione dei messaggi di Supermarina che dimostravano la impossibilità di rientrare in porti italiani per sbarcare i feriti che avevano urgente bisogno di cure ospedaliere;

·        necessità di raggiungere le coste neutrali più vicine per lo sbarco dei feriti perché, date le loro gravi condizioni, non era possibile curarli a bordo;

·        riduzione delle scorte di nafta e quindi della propria autonomia.

Pertanto sia il capitano di vascello Marini che il capitano di fregata Imperiali decisero autonomamente ed indipendentemente di dirigere in Spagna, verso le Baleari.

Inoltre, considerato che la Spagna era un Paese neutrale, si sperava che avrebbe consentito lo sbarco dei feriti e forniti i necessari rifornimenti di carburante e acqua potabile, senza procedere all’internamento delle navi.

Il capitano di vascello Marini quindi alle 07.10 del 10 inviò un messaggio alla 7a Divisione Navale per informarla che egli dirigeva su Porto Mahon, sede di una importante base navale e con una efficiente organizzazione sanitaria militare, per sbarcare i feriti gravi.

Attraccò alle ore 08.30, con le unità da lui dipendenti, alle banchine di Porto Mahon.

Quali istruzioni e ordini aveva dato l'Ammiraglio Bergamini?
 

Vi è stata, e talvolta sussiste ancora, una discussione fra storici ed alcuni dei uperstiti e/o studiosi, su quali fossero le intenzioni di Bergamini una volta appreso che La Maddalena era stata occupata dai tedeschi. Anche vi sono state varie ipotesi su cosa accadde a bordo della Roma poco prima dell'affondamento.

Purtuttavia, per una serena ricostruzione dei fatti, non possiamo che basarci sugli effettivi riscontri storici derivanti dala documentazione esaminata dal Comandante Pier Paolo Bergamini, figlio dell'Ammiraglio, editi  dalla Rivista Marittima nella 2° edizione del suo libro "Le Forze Navali da Battaglia e l'Armistizio" il 9 settembre 2003, in occasione della commemorazione avvenuta nelle acque dell'Asinara, del 60° anniversario dell'affondamento del Roma. E tali fatti dimostrano inequivocabilmente il profondo senso del dovere che dimostrò la Marina e il suo Comandante in Capo delle FF.NN .BB in quei tragici fragenti.

Al mattino del 7 settembre ebbi con l’ammiraglio Bergamini,( Comandante in Capo delle FF.NN .BB., giunto in macchina dalla Spezia per la riunione convocata per il pomeriggio) “un colloquio sullo spirito della Flotta. Ebbi da lui piena ed esplicita assicurazione che la Flotta era pronta a uscire per combattere nelle acque del Tirreno meridionale la sua ultima battaglia. Mi disse che Comandanti ed Ufficiali erano perfettamente consci della realtà cui sarebbero andati incontro, ma che in tutti era fermissima la decisione di combatte­re fino all’estremo delle possibilità. Gli equipaggi erano pieni di fede e di entusiasmo. L’addestramento aveva fatto negli ultimi tempi buoni progressi. Gli accordi presi con l’Aeronautica tedesca e quella italiana e le esperienze compiute davano buon affidamento di poter finalmente contare su una discreta cooperazione aeronavale. Egli confermava che, intervenendo a operazione di sbarco appena iniziata e traendo profitto dall’inevitabile crisi di quella delicata fase, sarebbe stato possibile infliggere al nemico gravi danni. Ricordo questo colloquio con commozione perché dalle parole di quest’uomo, vissuto sempre sulle navi e per le navi, emanava senza alcuna iattanza la tranquilla sicurezza di poter chiedere al potente organismo nelle sue mani lo sforzo estremo e il sacrificio totale. Sapendo che le forze subacquee erano già in movimento e che le forze siluranti minori erano pronte ad entrare in azione, non potevo non pensare e non posso non riaffermare oggi che la Marina fu colta dall’Armistizio in piena efficienza materiale e morale”.

L’ammiraglio Bergamini, al termine ditale riunione, si incontrò con l’ammiraglio Massimo Girosi, Capo Reparto Operazioni ed Addestramento di Supermarina, per esaminare gli ordini predisposti per l’ormai prossima uscita delle FF.NN.BB., ordini che ebbero la sua approvazione nonché quella degli ammiragli de Courten e Sansonetti. L’ammiraglio Girosi così scrive al riguardo al comandante Pier Paolo Bergamini: “A conferma di quanto tu mi hai scritto ti dirò che gli ordini di operazione per quella che presumibilmente sarebbe stata l’ultima uscita con il supremo sacrificio di tutte le nostre forze navali, erano stati da me compilati materialmente con il pieno assenso di Tuo padre e del Capo e Sottocapo di Stato Maggiore della Marina. Essi erano così chiari e risoluti che prevedevano anche l’ipotesi di falle o necessità di portare in appropriata posizione le navi in secco e di farle continuare a sparare come batterie fisse, salvo a farle saltare in caso di necessità”.

Dunque la ferma convinzione, il 7 settembre, era quello dell'atto di supremo scarificio della flotta nel contrastare il tentativo di sbarco alleato in Sud Italia.

Alle 19.00 circa l’ammiraglio de Courten ebbe un nuovo colloquio con l’ammiraglio Bergamini: “Sebbene le restrizioni impostemi non mi consentissero di metterlo esattamente al corrente di quanto avevo finora saputo circa il problema dell’armistizio, gli manifestai le mie preoccupazioni per l’evidente evoluzione della situazione naziona­le verso una soluzione definitiva imposta dalle condizioni generali del Paese, sicché poteva anche attendersi, a breve scadenza di tempo, che ci si trovasse di fronte a fatti compiuti. Tenni anche a mettergli in evidenza la mia opinione che, in questa difficile e complessa fase, l’esistenza della Flotta, che era organismo compatto e di forte capacità offensiva, costituisse elemento preminente, in grado di esercitare una influenza proporzionata al suo valo­re assoluto e relativo. Esaminai poi con lui l’eventualità che, di fronte a una azione offensiva tedesca, le navi della Flotta riuscissero a sottrarsi ad ogni minaccia uscendo dai porti, ma si trovassero nella situazione imbarazzante di non sapere dove dirigere, per non rimanere in zone controllate dai Tedeschi e per non passare in zone controllate dagli Anglo-Americani. Passammo in rassegna tutte le alternative convenendo che, in questo caso estremo, avrebbe potuto essere presa in considerazione la decisione di autoaffondare in alti fondali tutte le unità navali, impiegando per il salvataggio degli equipaggi il naviglio sottile, che poi si sarebbe distrutto in alto mare o in costa. E, con questa opprimente conclusione, la quale tuttavia non appariva, al momento, di urgente attualità, ci accomiatammo”.

In realtà  de Courten, ancora il 7 settembre non era al corrente della firma dell'Armistizio

Nella notte sull’8, e alle prime luci dell’alba, ulteriori avvistamenti dei convogli diretti verso il Golfo di Salerno, dettero certezza all’ammiraglio de Courten che era da attendersi, a breve scadenza, una operazione di sbarco degli Alleati verso le coste italiane centro-meridionali. Pertanto “dopo aver interpellato il Comando Supremo, che diede il suo assenso, alle ore 08 .00 fu trasmesso alla Flotta l’ordine di tenersi pronti a muovere alle ore 14.00 dell’8”. Partendo a tale ora la Flotta si sarebbe trovata nelle acque del Tirreno meridionale nelle prime ore del giorno 9 potendo quindi intervenire nella fase critica dell’inizio dello sbarco, così come concordato con l’ammiraglio Bergamini.

L’ammiraglio de Courten si recò al mattino presto dell’8 settembre dal generale Ambrosio per riferirgli l’esito della “Missione Ibis” (che si era conclusa con lo sbarco a Gaeta del generale Taylor e del colonnello Gardiner), per consegnargli i due promemoria riguardanti le “Istruzioni Dick” e per comunicargli gli ordini impartiti per l’imminente partenza delle FF.NN.BB. per il Tirreno meridionale “mettendo in evidenza le disponibilità dei mezzi e le prospettive del risultato, il carattere dell’impegno”.

Il generale Ambrosio, che appariva particolarmente cupo e preoccupato, comunicò allora all’ammiraglio de Courten che gli anglo-americani avevano respinto la proposta di riunire le FF.NN.BB. alla Maddalena, ma che comunque egli stava insistendo per l’accoglimento della richiesta italiana con la speranza di riuscire a ottenere qualche cosa. Gli Alleati concordavano invece sul trasferimento del Re a La Maddalena consentendo però di lasciare, a disposizione del Re e del suo seguito, soltanto un incrociatore e quattro cacciatorpediniere di scorta.

Per quanto riguarda i movimenti delle FF.NN.BB. era opportuno attendere il suo “via”; venne però deciso di passare allo stato di approntamento in due ore e di far passare le navi agli ormeggi in rada, mentre l’8a Divisione Navale doveva restare pronta in due ore a Genova. Tali disposizioni furono trasmesse alle ore 10.00 al Comando in Capo delle FF.NN.BB.. L’ammiraglio de Courten, alle ore 12.00, in considerazione anche dell’atteggiamento tenuto dal generale Ambrosio nella riunione del mattino si preoccupò di non aver ancora ricevuto sue disposizioni in merito alla partenza delle FF.NN.BB. per Salerno.

Così egli riferisce nelle sue Memorie: “A mezzogiorno, non avendomi il generale Ambrosio fatta nessuna comunicazione, le mie preoccupazioni si fecero più gravi. Ebbi la sensazione che potesse divenire realtà l’eventualità presa in considerazione il giorno prima, con l’ammiraglio Bergamini, quella di trovarsi in stato di ostilità con le due parti, senza sapere dove appoggiare la Flotta”.

E ancora appresso così si esprime in merito all’autoaffondamento: “L’orientamento di questa presa di posizione era largamente influenzata dalla circostanza che il persistente silenzio del generale Ambrosio, irraggiungibile, lasciava molto perplessi sul significato di questo atteggiamento, che appariva ambiguo e suscettibile di qualsiasi interpretazione”.

Egli pertanto decise, qualora non gli fossero pervenute in tempo utile le opportune disposizioni in merito alla partenza per Salerno delle FF.NN.BB. di:

·        considerare annullata la missione delle FF.NN.BB. a Salerno;

·        prevedere comunque il trasferimento della Flotta a La Maddalena;

·        predisporre anche le opportune disposizioni per l’eventuale autoaffondamento delle unità navali.

L’ammiraglio de Courten, verso le 12.30, ebbe un incontro con l’ammiraglio Bruno Brivonesi, Comandante Militare Marittimo Autonomo della Sardegna, da lui convocato e giunto in aereo da La Maddalena.

L’ammiraglio Brivonesi gli riferì che il generale Antonio Basso, Comandante delle Forze Armate della Sardegna (i Comandi Militari Marittimi dipendevano operativamente per la parte a terra dagli Alti Comandi dell’Esercito) gli aveva già comunicato le direttive ricevute dal Comando Supremo in caso di attacco tedesco. Vennero inoltre esaminate le disposizioni da attuare il giorno seguente in caso di attraccaggio della Flotta a La Maddalena, nonché la eventuale sistemazione della Famiglia Reale e di parte del Governo qualora ne venisse confermato il trasferimento a La Maddalena.       Dopo tale colloquio l’ammiraglio Brivonesi si recò dall’ammiraglio Sansonetti il quale, tra l’altro, gli affidò un plico che conteneva dei documenti da consegnare all’ammiraglio Bergamini al suo arrivo a La Maddalena, che comprendeva probabilmente anche le “Istruzioni” del commodoro Dick, e rientrò immediatamente in aereo in sede

L'8 settembre, l’ammiraglio de Courten, poco dopo le ore 17.30, ricevette al ministero della Marina una telefonata urgente con l’ordine di trovarsi verso le 18.00 al Quirinale. Analoga generica comunicazione urgente, verso la stessa ora, fu ricevuta dai partecipanti alla riunione, così come risulta dalle loro Relazioni.

Alla riunione al Quirinale erano presenti il maresciallo Badoglio, il generale Ambrosio, i ministri Guariglia e Sorice, l’ammiraglio de Courten, il generale Sandalli, il generale Roatta, il generale Giuseppe de Stefanis, Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito e il generale Carboni. Badoglio, Guariglia e Ambrosio furono fatti entrare immediatamente alla presenza del Re, poco dopo furono introdotte anche le altre autorità convocate.

Il Re disse: “Il generale Eisenhower ha comunicato che questa sera stessa egli farà alla Radio la notificazione dell’Armistizio, mentre questo avrebbe dovuto avvenire solo fra qualche giorno. Ho voluto riunire Lor signori per conoscere la loro opinione su questa improvvisa ed imprevista modifica della situazione”.

L’ammiraglio de Courten espresse al ministro Guariglia, vicino di posto, la sua sorpresa non essendo al corrente della firma di un armistizio e delle relative clausole.

Il Re, notando lo scambio di parole tra de Courten e Guariglia si rivolse a de Courten: “Lei Ammiraglio che ne pensa? Rispondo. Non ho conoscenza che sia stato concluso un armistizio, né le sue clausole, né di una data fissata per la sua notificazione, non mi sento quindi di esprimere un parere su una questione della quale ignoro gli esatti termini “.

Il generale Sandalli fece presente che era nelle stesse condizioni dell’ammiraglio de Courten.

Il Re invitò allora il generale Ambrosio ad illustrare la situazione che risultò la seguente:

·        i primi contatti fattivi con gli anglo-americani per giungere alla firma di un armistizio risalivano ai primi di Agosto;

·        l’armistizio era stato firmato a Cassibile il 3 settembre (lo stesso giorno in cui il maresciallo Badoglio aveva comunicato a de Courten “che SM il Re aveva deciso di iniziare trattative per la conclusione di un armistizio”);

·        si era insistito per definire la data di notifica tenendo conto delle reciproche esigenze;

·        la data presumibile indicata dai negoziatori era tra il 12 ed il 13 settembre;

·        improvvisamente il generale Eisenhower aveva comunicato che alle ore 18.30 di oggi avrebbe reso nota la firma di un armistizio e la sospensione delle ostilità;

·        tale anticipo creava situazioni gravissime anche tenendo presente la prevedibile reazione tedesca;

·        il generale Rossi, Sottocapo di Stato Maggiore Generale, era partito in volo per Palermo insieme con il generale americano Taylor per persuadere Eisenhower a rinviare di qualche giorno l’annuncio;

·        si sperava che le nostre buone ragioni venissero accolte, ma l’Agenzia Reuter aveva già trasmesso delle indiscrezioni in merito.

Venne fatto entrare il maggiore Marchesi, che aveva partecipato alle trattative armistiziali e alla firma dell’”Armistizio corto” avvenuta a Cassibile il 3 settembre, il quale illustrò sia lo svolgimento delle trattative che la figura del generale Castellano, firmatario dell’Armistizio.

La riunione assunse dei toni vivaci ed i presenti espressero la loro indignazione nei confronti del maresciallo Badoglio e del generale Ambrosio per non averli tenuti al corrente dell’effettivo svolgimento delle trattative armistiziali, che avrebbe loro consentito di prendere in tempo gli opportuni provvedimenti di sicurezza.

Furono inoltre avanzate alcune ipotesi sulle azioni da intraprendere, ma tutte vennero scartate.

Alle ore 18.30 entrò il generale Paolo Puntoni, Aiutante di Campo del Re, per far presente che il generale Eisenhower stava per comunicare da Radio Algeri l’avvenuta firma dell’Armistizio con il Governo italiano.

Il Re, che aveva attentamente seguito gli scambi di vedute, le recriminazioni, le critiche, le varie proposte, chiese di essere lasciato solo per breve tempo per poter riflettere serenamente sulla situazione. Dopo poco chiamò il maresciallo Badoglio e gli comunicò di aver deciso la completa e leale applicazione delle clausole armistiziali ordinando che il Governo, ed in particolare tutte le Forze Armate, dovevano eseguire fedelmente quanto previsto dall’Armistizio.

Il Maresciallo riferì agli altri intervenuti alla riunione, quanto disposto e ordinato dal Re. Badoglio quindi si recò alla sede dell’EIAR per comunicare al popolo italiano la notizia dell’Armistizio.

La riunione del Consiglio della Corona terminò verso le ore 19.00. Il proclama del maresciallo Badoglio venne trasmesso alle ore 19.45.

Su tale riunione si riporta anche quanto scritto in merito dall’ammiraglio (CM) Giovanni Bernardi, attento studioso degli avvenimenti del 1943:

Le descrizioni che abbiamo della seduta, conclusasi con la decisione del Re di procedere alla dichiarazione dell’armistizio, coincidono nelle loro linee generali, se non nei particolari, dandoci un’idea del clima di smarrimento in cui si svolse. E ciò non solo per il dramma che si abbatteva sulla Nazione, ma anche perché esso giungeva improvviso sia per gli “iniziati”, quali Badoglio e Ambrosio (che avevano creduto sino all‘ultimo che Eisenhower avrebbe rinviata di alcuni giorni, come richiesto, la dichiarazione dell’armistizio), sia, e ancora più, per gli altri che, come ha scritto Guariglia, “poco o poco di preciso sapevano di quanto era accaduto nei giorni precedenti”. Nella riunione emerse infatti che i tre Ministri militari (due dei quali anche Capi di SM), benché fossero stati informati il 3 settembre che era stato deciso d’iniziare trattative per un armistizio, nulla avevano saputo sullo svolgere di questo e tantomeno dell’avvenuta firma, e che il generale Puntoni, quantunque Primo Aiutante di Campo del Re, era stato tenuto all’oscuro di tutto”.

Il generale Ambrosio convocò quindi i tre Capi di Stato Maggiore (de Courten, Roatta e Sandalli) a Palazzo Vidoni.

Egli lesse il testo dell’”Armistizio corto” firmato il 3 settembre che, per la Marina, prevedeva all’articolo 4 quanto appresso: “Trasferimento immediato della Flotta e degli Aerei italiani nelle località, che potranno essere indicate dal Comandante in Capo Alleato, unitamente alle disposizioni dettagliate sul loro disarmo che saranno da lui stabilite”.

La reazione dell’ammiraglio de Courten, nell’apprendere per la prima volta questa notizia, fu particolarmente dura, perché non era stato informato di tale clausola e concluse dicendo: “Avete fatto olocausto della Flotta, che era l’unica forza rimasta salda nel Paese, ma non meritate che essa si sacrifichi, darò ordine che essa si auto-affondi questa sera stessa“.

A questo punto il generale Ambrosio consegnò a de Courten il “Memorandum di Quebec” che così iniziava:

Le presenti condizioni non contemplano un’assistenza attiva da parte dell’Italia nel combattere i tedeschi. La misura in cui le condizioni saranno modificate a favore dell’Italia dipenderà da quanto verrà effettivamente fatto dal Governo e dal popolo italiano per aiutare le Nazioni alleate contro la Germania durante il resto della guerra”.

Il generale Ambrosio aggiunse: “in ogni modo gli Alleati hanno assicurato che rispetteranno l’onore della Flotta.

A bordo della corazzata Roma, alle 18.30, il Comando in Capo delle FF.NN.BB. intercettava la comunicazione di Radio Algeri con la quale il generale Eisenhower annunciava l’avvenuto Armistizio tra l’Italia e gli Alleati. L’ammiraglio Bergamini apprendeva così inaspettatamente via radio, l’avvenuta firma di un Armistizio.

L’ammiraglio Bergamini riunì immediatamente l’ammiraglio Caraciotti e il suo Stato Maggiore per l’esame della situazione e per prendere le relative decisioni, che furono orientate verso l’autoaffondamento

Alle 19.45, poco dopo il termine di tale riunione, egli sentì alla radio il proclama del maresciallo Badoglio. Stabilì pertanto di recarsi sulla Vittorio Veneto (unica unità che aveva appositamente lasciato ormeggiata alle boe della diga foranea, perché consentivano di mantenere il collegamento telefonico con la terra), per parlare con l’ammiraglio de Courten. Dispose inoltre affinché venisse indetta una riunione degli ammiragli e dei comandanti dipendenti da tenersi alle ore 22.00 sulla Vittorio Veneto

alle 20.30 l’ammiraglio de Courten così riferisce nelle sue “Memorie”: “Mentre cercavo di prendere contatto telefonico con l’ammiraglio Bergamini, egli, che all’annuncio dell’Armistizio ricevuto dalla radio si era portato sulla corazzata Vittorio Veneto, sede del Comando della 9a Divisione, mi stava chiamando”.

L’ammiraglio Bergamini inizialmente esternò la sua indignazione per non essere stato informato il giorno prima della avvenuta conclusione dell’Armistizio, considerando tale atteggiamento come una mancanza di fiducia nei suoi riguardi. Chiedeva quindi di essere esonerato dal Comando in Capo delle FF.NN.BB. Fece comunque presente che non era sua intenzione condurre nei porti alleati le sue navi e che il suo intendimento, nonché quello del suo Stato Maggiore, era di autoaffondare le navi, così come previsto da Supermarina

Gli illustrai la situazione, quale era stata rilevata anche a me nella sua crudezza, ponendomi di fronte al fatto compiuto che prima mi era noto solo in parte, col vincolo del segreto. Gli esposi l’andamento della riunione svoltasi presso il Sovrano, la quale si era chiusa con l’ordine del Comandante Supremo delle Forze Armate [il Re] di eseguire lealmente le dure clausole armistiziali, ordine che certamente era costato al di Lui cuore almeno quanto pesava sul nostro. Gli accennai al successivo incontro con il Capo di Stato Maggiore Generale ed all’esistenza di un documento, da questi comunicatomi [il documento di Quebec], dal quale risultava essere questa la via per dare in avvenire possibilità di vita e di ripresa al popolo italiano, con una certa garanzia da parte dei capi della coalizione anglo-americana. Erano queste le considerazioni che mi inducevano a ritenere necessaria la leale esecuzione delle clausole concordate ed accettate. Gli accennai pure in via generica che l’Armistizio prevedeva il trasferimento della Flotta in zone controllate dagli anglo-americani oltre Bona, con misure precauzionali di sicurezza, ma con il rispetto dell’onore militare. Aggiunsi che conveniva sottrarre a/più presto le navi, non solo al pericolo di un intervento tedesco, che poteva manifestarsi da un momento all’altro, ma anche alla influenza deleteria dell’ambiente di terra ed alle ripercussioni di contatti e discussioni fra Stati Maggiori ed equipaggi di unità diverse. Poiché l’ora avanzata non avrebbe ormai consentito di lasciare le basi navali se non dopo la mezzanotte (e quindi non avrebbe permesso di seguire la procedura del Documento Dick, la quale prevedeva l’arrivo in ore diurne nelle acque di Bona), gli dissi di prepararsi a partire non appena possibile per La Maddalena, dove era già stato predisposto per l’ormeggio e dove gli avrei fatto trovare il testo esatto delle clausole armistiziali e dei documenti connessi, nonché le istruzioni di dettaglio per gli ulteriori movimenti.

Alle 21.30 l’ammiraglio de Courten decise di recarsi a casa del Grande Ammiraglio Paolo Thaon di Revel, che godeva di una profonda stima presso la Marina ed era considerato un “esempio del sentimento dell’onore militare” per esporgli la situazione e avere la sua opinione. L’ammiraglio Thaon di Revel ascoltò attentamente de Courten, si raccolse per qualche minuto in silenziosa meditazione e poi si rivolse a de Courten con queste parole: “La Marina deve eseguire gli ordini di Sua Maestà”. Riuscì piuttosto difficile a Bergamini accettare la necessità di ottenere questo amarissimo sacrificio dai suoi dipendenti, e neanche la prospettiva di un futuro ammorbidimento delle clausole armistiziali poté indurlo a imporre agli equipaggi un atteggiamento che essi consideravano contrario all’onore militare

L’ammiraglio Bergamini, dopo profonda riflessione sui contenuti e sulle argomentazioni esposte dagli ammiragli de Courten e Sansonetti decise di “obbedire al più amaro degli ordini”.

La riunione dell’ammiraglio Bergamini sulla Vittorio Veneto ebbe luogo, come previsto, alle ore 22.00.

Fu fatto un rapido commento sul comunicato dell’Armistizio trasmesso dalla Radio, raccomandò ai Comandanti che non l’avessero già fatto, di riunire gli equipaggi e spiegarne il significato.

Quindi comunicò che le unità delle F.N. in grado di muovere, dovevano, all’ordine che si attendeva dal Centro, trasferirsi alla Maddalena, e che prima di partire occorreva rifornirsi di viveri dalla sussistenza nella maggiore quantità possibile.

Non dette altre comunicazioni in merito alla dislocazione delle navi [in quanto a lui non nota perché gli sarebbe stata comunicata alla Maddalena]. Poi, forse per togliere ogni eventuale dubbio dalla mente dei presenti, parlò della necessità che la forza della Marina rimanesse compatta nello spirito e nella decisione, in quanto essa poteva costituire il più saldo elemento per la ricostruzione della Patria e concluse pronunciando all’incirca le seguenti parole: E’ dovere di ognuno di noi di ubbidire ciecamente agli ordini delle Autorità centrali in quanto esse sole posseggono gli elementi per giudicare la situazione che si è determinata e scegliere la giusta strada da seguire. Noi tutti dobbiamo essere pronti a compiere ogni sacrificio, anche se esso dovesse andare al di là delle nostre vite.

Infine, in risposta ad una domanda rivoltagli da qualche Comandante o di propria iniziativa, disse che non si poteva escludere che le navi fossero attaccate tanto dai tedeschi che dagli alleati e che pertanto bisognava essere pronti a reagire ad ogni offesa, da chiunque fosse pervenuta

Successivamente chiamò l’ammiraglio de Courten che così riporta il colloquio: “Poco prima delle 23.00 il campanello del telefono trillava di nuovo. Era l’ammiraglio Bergamini che mi dava la risposta tanto attesa. Egli concluse e riassunse nel breve dialogo - nel corso del quale gli confermai l’urgenza di lasciare al più presto le acque di La Spezia e l’impegno alleato di rispettare l’onore e la dignità della Marina ed il concordante giudizio del Grande Ammiraglio - con queste semplici parole: “Stai tranquillo, fra poche ore tutta la Squadra partirà per compiere interamente il proprio dovere; tutte le navi in grado di muovere, anche con una sola elica, partiranno con me”.

Alla Spezia l’ammiraglio Bergamini, rientrato sulla Roma fece riunire nuovamente il personale dipendente dal Comando in Capo per informarlo sugli ultimi avvenimenti e sulla decisione da lui presa di “obbedire” agli ordini di attenersi alle disposizioni armistiziali; comunicò che entro breve tempo le Forze Navali sarebbero salpate dalla Spezia dirette temporaneamente alla Maddalena, dove gli sarebbe stato precisato il porto di destinazione finale.

Nel frattempo Supermarina, con fonogramma delle ore 23.45 dell’8 settembre, ordinò al CC.FF.NN.BB. di salpare per La Maddalena.

9 settembre

Ore 143709. Fu consegnato all’ammiraglio Bergamini un messaggio compilato alle ore 13.16 da Supermarina nel quale venne comunicato che La Maddalena era stata occupata dai tedeschi, ordinandogli di invertire la rotta e di andare a Bona. Di tale messaggio l’E.C. indica solamente: “Prot. 348 ora di trasmissione 14.24: ora compilazione 13.16 PAPA Cifrato 16 ter C. Supermarina a CC.FF.NN. Indecifrabile perché manca la chiave C;”. Tuttavia l’ammiraglio Sansonetti riferisce: “Senonché verso le 11.00 del giorno 9, fui chiamato alla telescrivente dall’ammiraglio Brivonesi, e da lui seppi che l’estuario era in mano dei tedeschi. Feci allora immediatamente telegrafare alla Roma di invertire la rotta e procedere senz’altro per Bona”. Tale messaggio viene riportato anche dall’ammiraglio Giuseppe Fioravanzo che scrive “verso le 13.00 Supermarina avvertita che forze germaniche avevano occupato La Maddalena, ordinò alle FF.NN. con radiomessaggio compilato alle 13.16 di dirigere a Bona. Esso fu potuto ricevere sulla Roma alle 14.24

Ore 145509. Il CC.FF.NN.BB compilò il messaggio PAPA n. 06992 indirizzato a Supermarina e per conoscenza alla 7a, 8a e 9a Divisione, comunicando che aveva effettuato il dirottamento e che dirigeva su Bona. Tuttavia, l’unico testo rintracciato relativo a tale messaggio è quello solo parzialmente decifrato all’epoca in cui fu compilato l’”Elenco cronologico dei messaggi”, perché alcune sue parti risultavano illeggibili. Il testo riportato sull’”Elenco cronologico” è il seguente: “PAPA Cifrato Tabella A LODI da Comando FF.NN.BB. a Supermarina 06992 Tabella LODI (alt) Assicuro risposta messaggio 12286 gruppo orario [...] data notte 49 stagno chiedendo conferma [...] Dirottamento, fatto (alt) Tabella LODI 145509”.

Il fonogramma 06992 fu tuttavia regolarmente ricevuto e decrittato da Supermarina, così come risulta dal messaggio 57847 che tale Ente inviò alle ore 17.38 del 9 all’ammiraglio Oliva - subentrato nel Comando all’ammiraglio Bergamini, scomparso in mare con l’affondamento della Roma - in risposta alle sue richieste di istruzioni.

Il testo del messaggio di Supermarina era il seguente: “PAPA Cifrato 16 ter Onda AC. Da Supermarina 57847 a 7a Divisione, 8a Divisione, e 9a Divisione Confermo ordine Bona, ripeto Bona, precedentemente trasmesso (alt) Riferimento 06992 odierno del Comando Navale da Battaglia destinato Comando 7A Divisione per Forza Navale da Battaglia e p. c. Comando 8a Divisione e p. c. 9a Divisione”.

Pertanto da tale messaggio risulta incontrovertibilmente che l’ammiraglio Bergamini aveva indirizzato il fonogramma 06992 a Supermarina, e per conoscenza alle Divisioni dipendenti, per comunicare che non solo aveva effettuato il “dirottamento” ma anche che la nuova destinazione era Bona. Occorre altresì rilevare che l’”Elenco cronologico” riporta che il CC.FF.NN.BB. poté trasmettere a Supermarina il fonogramma 06992 solo alle ore 15.45, quando la Roma era già stata colpita dalla prima bomba. Si ritiene quindi che dato il tragico incalzare dell’azione offensiva degli aerei tedeschi la stazione radio del CC.FF.NN.BB. non fece in tempo a trasmettere il 06992 alle Divisioni dipendenti prima del suo affondamento. Infatti risulta che tale messaggio sia pervenuto solo a Supermarina (che lo cita) e non agli altri destinatari.

Dov'è affondato il Roma?

L’ammiraglio Oliva assunse il Comando della Flotta quale ammiraglio più anziano nel grado alle ore 16,22, inviando a tutte le unità, su onda tattica, il seguente messaggio: “Assumo comando Forza Navale 162209” ed ordinò alle unità che non erano impegnate nel recupero dei naufraghi della Roma, di riordinare la formazione e proseguì la rotta verso ponente.

Ore 170009 - Solo a tale ora l’ammiraglio Oliva riuscì ad inviare a Supermarina il seguente messaggio con cifra ordinaria: “Da Comando 7a Divisione a Supermarina Nave Roma gravemente colpita ed incendiata da bombe aereo Lat 41°.10’ N Long 08°.40’ successivamente affondata (Alt) Assumo comando Forza Navale (Alt) Prego istruzioni 162009”.

Poco differenti le coordinate indicate dall'Eugenio di Savoia: Lat 41°.08’ N Long 08°.39

Tuttavia, dalle foto scattae durante il bombardamento, si nota che il Roma accostò a forte velocità (probabilmente oltre i 22 nodi) di ca. 90° se non di più prima di incassare il primo colpo (ore 15,42). In seguito ai danni subiti, la nave rallentò a 16 nodi a causa del danneggiamento di entrambe le eliche dellestrema poppa. Solo circa dieci minuti dopo (ore 15,52), all'incasso della seconda bomba, si nota che la nave rimane praticamente ferma. Alcuni testimoni, asseriscono di aver visto la nave molto vicino alla costa prima di affondare.

E' quindi presumibile che le coordinate fornite dai due comandanti, anche in base alla rotta che la formazione teneva, si riferiscano ad un momento non coincidente all'effetivo affondamento della nave. In base alle osservazioni, si potrebbe supporre che il Roma abbia definitivamente abbandonato la superficie del mare nel riquadro in rosso della mappa

I CADUTI

 

        Scomparvero in mare in tale evento, o decedettero nell’ospedale di Porto Mahon, 1.393 persone; numero che è convalidato dall’Ufficio Storico della Marina Militare.

       Questo libro è stato realizzato per rendere il dovuto omaggio ai nostri Caduti.  I nominativi sono stati tratti dalla documentazione esistente presso l’’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare.

Comando in Capo delle FF.NN.BB.

Grado Presenti a bordo l'8 settembre 1943 caduti o deceduti superstiti %Caduti su presento
Ufficiali 28 28 - 100
Sottuff. 62 60 2 97
Serg. Sott. e Comu. 138 112 26 81
Totale 228 200 28 88

 

 

Nave da Battaglia Roma

Grado Presenti a bordo l'8 settembre 1943 caduti o deceduti superstiti %Caduti su presenti
Ufficiali 87 57 30 66
Sottuff. 217 171 46 79
Serg. Sott. e Comu. 1.489 965 524 65
Totale 1.793 1.193 600 67

 

 

 

 

Riepilogo

Grado Presenti a bordo l'8 settembre 1943 caduti o deceduti superstiti %Caduti su presenti
FF.NN.BB. 228 200 28 88
Roma 1.793 1.193 600 67
Totale 2.021 1.393 628 69

 

 

Nota: le abbreviazioni relative a gradi e categorie sono quelle in vigore presso la Regia Marina nel 1943 e tuttora vigenti presso la Marina Militare Italiana.

INTERVISTA A BERNHARD JOPE, COMANDANTE DEL TERZO GRUPPO DEL 100^ STORMO DELLA LUFTWAFFE CHE BOMBARDO' LA CORAZZATA ROMA

AFFONDARE LA ROMA? NIENTE DI SPECIALE

Abbiamo rintracciato in Germania il protagonista dell'episodio. Ha 59 anni, vive a Maibach, di professione è pilota civile. Quando bombardò la Flotta italiana comandava il Terzo Gruppo del 100° stormo della Luftwaffe.

Bernhard Jope, l'affondatore della Roma, ha quasi sessant'anni: dieci li ha passati nella Luftwaffe, prima come pilota e poi alla guida di un Gruppo di aerei da bombardamento, da altri diciotto vola con il grado di comandante della Lufthansa, sulle rotte transcontinentali. Ha percorso in aereo centinaia di migliaia di chilometri, eppure confessa sinceramente che gli dispiacerà molto abbandonare i Boeing 707 con cui vola regolarmente a Karaci, Bombay, in Australia o in Canada.

E nato nel 1914 a Lipsia, vive a Maibach, un paesino di poco più di duecento abitanti a circa sessanta chilometri da Francoforte. Da pochi anni si è sposato per la seconda volta. Nella città dove è nato e ha trascorso la prima giovinezza, a Lipsia, non è più tornato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, perché la città è rimasta compresa nel territorio della Germania Est.

Sul terrazzo della sua villa circondata da un piccolo prato all'inglese, Jope racconta di essere entrato nell'aviazione della Germania nazista nel 1935, e di avere combattuto per tutta la durata della guerra prima in Polonia, poi in Francia, in Norvegia, di nuovo in Francia dove nel 1945 fu catturato dai francesi. Era soltanto un soldato, uno dei tanti che avevano combattuto in difesa del Terzo Reich. Fu liberato dopo poche settimane di detenzione e, in luglio poté rientrare in patria.

La guerra era finita, la Germania sconfitta non aveva più aviazione, né militare né civile. Jope non conosceva che un mestiere, pilotare aerei: dovette ritornare a scuola, prendere la laurea in ingegneria, e come ingegnere lavorare alcuni anni nell'edilizia. Nel 1955, rispondendo a un invito della ricostruita Lufthansa ritornò a volare, pilotando gli aerei destinati alle rotte transoceaniche. Per cinque anni è vissuto in Sud America, volando dal Cile a New York, e di qui in Brasile. Nel 1971 è rientrato in Germania, l'anno prossimo andrà in pensione per raggiunti limiti di età, e sarà costretto a lasciare l'aviazione.

Dal giorno lontano in cui guidò un gruppo di bombardieri sulla Flotta italiana che da La Maddalena dirigeva a Minorca sono passati trent'anni. Alto, stempiato, il corpo un po' appesantito dall'età, Bernhard Jope dice di ricordare bene l'azione. Affabile, sicuro di sé, risponde cortesemente alle nostre domande.



D.: Come e da chi fu comunicato l'ordine di bombardare le navi italiane?

Jope: il 6 o 7 settembre 1943 fui chiamato al Comando di Gruppo, e il comandante, che credo fosse il generale Richtofen, mi ordinò di preparare l'azione contro la Flotta italiana, dandomi tutte le istruzioni del caso. Fu però soltanto due ore prima dell'attacco che, come comandante di Gruppo, ricevetti l'ordine di levarmi in volo, e con me gli aerei del Gruppo che comandavo.



D.: Che cosa sapeva della"bomba FX 1400? L'aveva già usata nel corso di altri bombardamenti?

Jope: Della bomba, che dalle iniziali del suo nome in codice avevamo soprannominata Fritz, conoscevamo soltanto gli effetti teorici, e il metodo di puntamento radio-guidato mediante un piccolo congegno sistemato nella coda dell'ordigno, che serviva a dirigere la bomba stessa fino al bersaglio, con una certa approssimazione. L'FX 1400 era un'arma segreta, che prima era stata sperimentata in Germania, e che veniva usata per la prima volta contro un nemico proprio in occasione del bombardamento della Flotta italiana. Il Gruppo di aerei che comandavo era il solo a esserne armato. A Istres-Marsiglia c'era un altro Gruppo di bombardieri che aveva in dotazione un'altra arma segreta, una bomba razzo radioguidata chiamata Henschel 293, ma l'FX 1400 era in dotazione solo agli aerei del mio Gruppo,



D.: Perché proprio lei con il suo Gruppo foste prescelti per quella missione? C'era qualche motivo particolare?

Jope: Date le caratteristiche del bersaglio, navi da guerra pesantemente corazzate, il Comando della Luftwaffe ritenne che solo con l'FX 1400 sì avesse buone possibilità di fare centro. Fu scelto il mio Gruppo perché era il solo armato con quel tipo di bomba, che doveva essere sganciato da grande altezza. Avrebbe potuto toccare a qualsiasi altro comandante di Gruppo, se si fosse trattato di una azione normale, ma in quel caso specifico l'ordine fu invece dato a noi.



D.: Che tipo di aerei c'erano, nel suo Gruppo, e quanti?

Jope: Erano bimotori Dornier del tipo 217 K. A Istres-Marsiglia ogni Gruppo era composto da 80 o 100 aerei, ma all'azione contro la Flotta italiana, ai miei ordini, non parteciparono che 10 o 12 aerei in tutto.



D.: Riteneva possibile incontrare aerei italiani a difesa delle navi da guerra?

Jope: Era forse possibile che ci fossero aerei italiani, ma nessuno mi aveva detto nulla in proposito, e personalmente non lo ritenevo probabile.



D.: Ricorda come si svolse l'azione, quando furono avvistate le navi, e che cosa fecero gli aerei del Gruppo durante l'attacco?

Jope: Ricordo benissimo l'insieme delle navi, quattro o cinque da battaglia, e intorno le altre più piccole, un convoglio di venti o venticinque navi in tutto. Venivamo da Est, volavamo da circa un'ora e mezza. Erano le prime ore del pomeriggio quando avvistammo la squadra, e quando fummo sicuri che si trattava proprio della Flotta italiana ciascuno di noi si preparò a fare quello che gli era stato ordinato. Con tutti gli aerei a poca distanza gli uni dagli altri, sorvolammo l'obiettivo, e cercammo una buona posizione di attacco. Ciascun pilota scelse il proprio bersaglio, ma come avevamo fatto per tutto il volo senza usare troppo le comunicazioni radio, perché altrimenti il nemico, gli italiani - dico - avrebbero potuto intercettarle, e sarebbe mancata la sorpresa. Poi il primo che avrebbe iniziato il bombardamento comunicò agli altri che iniziava il bombardamento, e ciascun aereo incominciò a sganciare le bombe, cercando poi di dirigerle con la radioguida sul bersaglio prescelto.



D.: Temeva che qualcuno degli aerei del Gruppo potesse essere colpito dalle artiglierie delle navi italiane?

Jope: No. Non conoscevo i calibri della contraerea italiana, ma sapevo che potevano sparare a una distanza di circa 4.000 metri. E il mio aereo, e quelli del mio Gruppo, volavano a circa 5.000 metri perché quella era l'altitudine ottimale per poter dirigere via radio la bomba. Quindi avevamo un buon margine di sicurezza. Ricordo di aver visto molti proiettili esplodere al di sotto di noi, ma sempre a una notevole distanza, e naturalmente senza procurarci alcun danno.



D.: Riteneva legittimo il bombardamento?

Jope: Era una normale azione di guerra, non credo di essermi mai posto il problema se fosse giusto o meno. D'altra parte gli italiani erano diventati nostri nemici, e avevo ricevuto l'ordine di bombardarli. Non c'era nient'altro da fare.



D.: Fu la bomba sganciata dal suo aereo a colpire la Roma o l'Italia?

Jope: No, non sono stato io. Furono altri due piloti del mio Gruppo, dei quali adesso non ricordo neppure il nome.



D.: Sapeva che molti uomini sarebbero morti per causa sua, o a causa delle bombe lanciate dagli aerei del suo Gruppo. Che cosa ne pensava?

Jope: Non mi sono mai posto il problema, e credo neanche gli altri piloti. Era un'azione di bombardamento, con un bersaglio speciale, per il quale eravamo stati prescelti proprio perché i nostri aerei erano armati di bombe speciali, adatte allo scopo. Tutto qui.



D.: Che cosa vide, dopo aver sganciato la bomba?

Jope: Non ci accorgemmo subito di avere colpito le due navi italiane. Non potevamo rimanere sul posto molto tempo, né potevamo vedere con esattezza quanto succedeva, data l'altezza a cui volavamo. Dovevamo ritornare immediatamente a Istres-Marsiglia, e poi ciascuno di noi aveva l'impressione d'avere colpito il proprio bersaglio.



D.: Era molto difficile, con i mezzi di puntamento in dotazione alla Luftwaffe, essere sicuri di avere centrato l'obiettivo?

Jope: Dipendeva dall'altezza da cui era effettuato il bombardamento. È vero che avevamo in dotazione delle bombe speciali, un'arma segreta che avrebbe dovuto essere radioguidata fino al bersaglio, ma era la prima volta che veniva impiegata in azione, e i risultati non furono quelli che ci eravamo aspettati.



D.: Che cosa fece al suo ritorno a Istres-Marsiglia, e quando seppe che aveva affondato la Roma?

Jope: Prima impiegammo un'altra ora e mezza di volo per raggiungere la base, e immediatamente una parte degli aerei del Gruppo ripartì per un'altra azione di bombardamento sulla Flotta italiana. Non c'ero più io, con questo secondo Gruppo, io partecipai soltanto al primo bombardamento. Non mi pare di ricordare che ci fosse uno speciale nome in codice per l'azione, e non ricordo nemmeno il nome di chi guidava questo secondo Gruppo di aerei. Quando anche i piloti di questo Gruppo furono ritornati a Istres-Marsiglia dissero che dallo schieramento mancavano due navi, e così sapemmo che le avevamo colpite, ma senza sapere che navi fossero, e neppure senza essere sicuri di averle affondate.



D.: Quanti erano gli aerei del secondo Gruppo, e che cosa ottennero con il loro bombardamento?

Jope: Mi pare che vi abbiano partecipato soltanto cinque aerei. I piloti sganciarono le loro bombe, una per ciascun aereo come tutti quelli del Gruppo, ma non colpirono nessuna nave.



D.: Ha mai avuto contatti con i sopravvissuti della Roma, e dell'Italia?

Jope: No, mai. Né durante la guerra, né al termine della guerra.



D.: Aveva già compiuto bombardamenti del genere?

Jope: Nel febbraio 1940 avevo affondato una nave da trasporto inglese, di circa 42.000 tonnellate, senza naturalmente impiegare bombe come I'FX 1400. Quello fu il mio miglior successo personale, per il quale fui decorato con la Croce di Ferro di Prima Classe.



D.: E per l'affondamento della Roma ricevette un'altra decorazione?

Jope: No. Ottenni la Croce di Ferro di Seconda Classe con le Fronde di Quercia verso la fine della guerra, nel 1944, per i successi che avevo ottenuto personalmente, e per tutti quelli conseguiti dal Gruppo che comandavo. Per tutta la durata della guerra ho partecipato, con il grado di maggiore, a circa 300 azioni di bombardamento contro il nemico.



D.: Ha ricevuto lettere di congratulazioni dai comandanti della Luftwaffe che si riferiscano al bombardamento della Roma, o documenti ufficiali che ne parlino?

Jope: No, non ho nulla, e non ricordo di averne mai ricevuto. Si era trattato di un'azione del tutto normale, e come tale fu sempre considerata da tutti.

Storia Illustrata, settembre 1973


RITROVATO IL RELITTO DELLA CORAZZATA ROMA!!!!

28 GIUGNO 2012

Il relitto della Corazzata Roma - affondata il 9 settembre del 1943 da due razzi tedeschi, il giorno dopo l'armistizio - è stato individuato al largo del Golfo dell'Asinara. Nella foto, uno dei 12 cannoni della Corazzata Roma.
Il relitto della Corazzata Roma - affondata il 9 settembre del 1943 da due razzi tedeschi, il giorno dopo l'armistizio - è stato individuato al largo del Golfo dell'Asinara. Nella foto, uno dei 12 cannoni della Corazzata Roma.

Sardegna, ritrovato il relitto della corazzata "Roma

Sardegna, ritrovato il relitto della corazzata "Roma"

Dopo 69 anni i "cacciatori di relitti" hanno ritrovato la grande nave da guerra a 1000 metri di profondità nel Golfo dell'Asinara. Fu colpita da due bombe-razzo lanciate da aerei della Luftwaffe il 9 settembre 1943, dopo l'armistizio



Dopo 69 anni la ricerca del relitto della corazzata Roma è finita. I "cacciatori" degli abissi sono riusciti a identificare il luogo dell’affondamento dell’ammiraglia della flotta italiana colata a picco il 9 settembre 1943 dalle bombe lanciate da un aereo tedesco.
Le prove fotografiche sono inequivocabili: una parte del relitto è stata identificata nel Golfo dell’Asinara, nel nord della Sardegna, a 1.000 metri di profondità e a circa 16 miglia dalla costa sarda. Sono stati ritrovati 5 pezzi di artiglieria antiarea che erano sul fianco della grande nave da battaglia. La notizia è stata resa nota dalla Marina Militare.

Le prime esclusive immagini del relitto sono state riprese dall’ingegner Guido Gay titolare della società Gaymarine che da molti anni conduce in zona sperimentazioni di innovative apparecchiature di esplorazione subacquea da lui ideate e costruite. Grazie al sofisticato robot subacqueo “Pluto Palla, e ad altri esclusivi strumenti imbarcati a bordo del catamarano Daedalus di proprietà dello stesso ingegnere, il sito è stato individuato e "visitato". Il personale della Marina Militare, imbarcato sul Daedalus su invito dell’ingegner Gay, ha verificato la inequivocabile coerenza delle immagini, riprese per la prima volta il 17 giugno scorso e poi ripetute il 28 giugno, di pezzi di artiglieria contraerea imbarcata sulla Roma.

Così, dopo decenni di inutili ricerche è stato possibile assegnare la corretta posizione a quello che la Marina Militare ritiene uno dei più importanti Sacrari del mare: nell’azione infatti morirono 1352 marinai, insieme al comandante delle forze navali da battaglia della Regia Marina, l’ammiraglio di squadra Carlo Bergamini. Solo 622 furono i sopravvissuti.



La Gaymarine.



spiega ancora la nota della Marina militare, è una società specializzata nella progettazione e produzione di veicoli e apparecchiature subacquee ad alta tecnologia ed in particolare dei veicoli denominati Pluto, che sono stati costruiti in centinaia di unità e sono in uso in Italia anche sui cacciamine della Marina e in numerosi paesi esteri.

I dettagli della scoperta verranno presentati a La Maddalena all’inizio della prossima settimana: l’isola è stata per decenni un’importante base navale della Marina (e prima ancora piazzaforte della marina Sabauda) ed ospita la Scuola Sottofficiali intitolata alla medaglia d’oro al valor militare Domenico Bastianini e nella vicina isola di Santo Stefano un cippo, eretto su uno scoglio, ricorda la il tragico affondamento.

La corazzata Roma è stata una delle navi simbolo della Marina Militare, e uno dei relitti più ricercati del Mediterraneo. Era un gigante del mare, il terzo esemplare delle corazzate classe Littorio: 44mila tonnellate, lunga 240 metri e larga 32, velocità massima 30 nodi, 1.920 uomini di equipaggio. Completata nel 1942, era considerata la migliore unità in servizio alla Regia Marina. Era armata con 9 cannoni da 381 mm, 12 cannoni da 152 mm, 12 cannoni antiaerei da 90/50 mm e 4 da 120/40, 20 mitragliere antiaeree da 37/54 mm, 14 mitragliare antiaeree da 20 mm. Ma questo gioiello non fece in tempo a partecipare ad alcuna missione di guerra.