Internati Militari Italiani

Internati Militari Italiani (Italienische Militär-Internierten - IMI) fu il nome ufficiale dato dalle autorità tedesche ai soldati italiani catturati, rastrellati e deportati nei territori del Terzo Reich nei giorni immediatamente successivi all'Armistizio di Cassibile (8 settembre 1943). Oggi la denominazione può essere riferita anche ai soldati catturati dall'esercito britannico prima dell'armistizio.

Dopo il disarmo, soldati e ufficiali vennero posti davanti alla scelta di continuare a combattere nelle file dell’esercito tedesco o, in caso contrario, essere inviati in campi di detenzione in Germania. Solo il 10 per cento accettò l’arruolamento. Gli altri vennero considerati “prigionieri di guerra”. In seguito cambiarono status divenendo “internati militari” (per non riconoscere loro le garanzie della Convenzione di Ginevra), ed infine, dall’autunno del 1944 alla fine della guerra, “lavoratori civili”, in modo da essere sottoposti a lavori pesanti senza godere delle tutele della Croce Rossa loro spettanti.

Indice

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L'atteggiamento tedesco [modifica]

Nei documenti tedeschi, il proposito di catturare tutti i militari italiani in caso di defezione dell'alleato si manifesta almeno fin dal 28 luglio 1943. Il proposito è di farne "prigionieri di guerra". Il 20 settembre è proprio Hitler ad intervenire d'arbitrio affinché la condizione giuridica degli italiani sia ridotta da "prigioniero" ad "internato"[1], e questo nonostante l'avvenuta liberazione di Mussolini dalla prigionia su Gran Sasso e la conseguente immediata proclamazione di uno Stato fascista nei territori italiani occupati dalla Wehrmacht.

La derubricazione da "prigionieri" ad "internati" implicava la sottomissione dei deportati ad un regime giuridico non convenzionale secondo gli accordi di Ginevra del 1929, e - sebbene formalmente riconosciuti da altre convenzioni - gli "internati" in realtà venivano a trovarsi in un limbo giuridico legato all'arbitrio totale di Berlino. Il 20 novembre 1943, infatti, il responsabile tedesco respinge le richieste della Croce Rossa Internazionale di poter assistere gli internati perché essi "non erano considerati prigionieri di guerra"[2]

I tedeschi infatti consideravano gli italiani "traditori" per l'armistizio con gli Alleati, annunciato l'8 settembre 1943. Le truppe internate furono spregiativamente definite Badoglio-truppen[3] dai tedeschi e reputate infide [4]. Inoltre non era estranea alle decisioni tedesche anche un fondo di razzismo anti-italiano, come testimonia il diario di Goebbels [5]. Infine Hitler, nonostante la personale amicizia con Mussolini, non intendeva rinunciare a quella che - nei fatti - si rivelava un'ulteriore arma di ricatto verso l'Italia mussoliniana [6]: sostanzialmente si trattava di avere in mano 800.000 ostaggi.

Al momento della proclamazione dell'Armistizio, l'Italia e la Germania non si potevano considerare formalmente in guerra, cosicché i soldati italiani, definiti giuridicamente dai tedeschi "franchi tiratori", furono catturati ed internati sotto un regime legale non convenzionale. Dopo la creazione della RSI - non intendendo riconoscere al Regno d'Italia legittimità nel dichiarare guerra alla Germania, gli internati militari italiani che non prestarono giuramento alla Repubblica Sociale, rimanendo fedeli al giuramento fatto al Re furono lasciati dalle autorità naziste in campi ed installazioni "punitive". In particolare, gli ufficiali superiori ed i generali furono sottoposti a durissime vessazioni e crudeltà, fra le quali si ricorda particolarmente la Marcia dei Generali, una "marcia della morte" costata decine e decine di vittime.

Le autorità del Terzo Reich, inoltre, vedevano nella cattura di centinaia di migliaia di italiani una preziosa risorsa di manodopera sfruttabile a piacere. Per questo motivo ostacolarono ogni tentativo da parte della Repubblica Sociale di riportare in Italia grossi contingenti di internati e sabotarono anche il reclutamento dei volontari, cosicché il loro numero fra gli internati rimase estremamente basso. In tutto, vennero formate quattro divisioni:

  1. Divisione Alpina Monterosa,
  2. Littorio (granatieri),
  3. San Marco (fanteria di marina),
  4. Italia (bersaglieri),

per circa 50.000 effettivi tra truppa ed ufficiali [7][8].

Tuttavia si nota che - con una delle tante improvvise resipiscenze di Hitler - già il 15 ottobre 1943 il führer ordinava di reclutare battaglioni di "milizia" fra gli internati italiani, prima ancora dell'arrivo della missione militare della RSI a Berlino, contemporaneamente disponendo di "isolare" e "mettere al sicuro" coloro i quali facessero propaganda contraria all'arruolamento nelle nuove formazioni [9]

Gli internati furono così impiegati nei campi e nelle fattorie, nelle industrie belliche (alcuni anche nella produzione di V2, incarico nel quale moltissimi persero la vita in condizioni disumane di lavoro), nei servizi antincendio delle città bombardate [3].

Secondo Lutz Klinkhammer il rifiuto di accettare l’aiuto della Croce rossa internazionale per i militari italiani internati in Germania fu basato sul pretesto che la Repubblica Sociale Italiana si era autodichiarata loro "potenza tutelatrice", il che portò ad un netto peggioramento delle loro condizioni. Tale situazione diplomatico-istituzionale condizionò negativamente la vita di centinaia di migliaia di italiani, molti dei quali morirono in prigionia. Secondo Klinkhammer questo episodio, come altri, testimonia la natura collaborazionista e persecutoria della RSI.[10]

I rapporti con la RSI [modifica]

Nonostante poi la creazione della RSI, legata a doppio filo con il Terzo Reich, l'atteggiamento tedesco nei confronti degli internati si mantenne rigido, e ben pochi miglioramenti vennero apportati alle condizioni di vita di questi soldati. Secondo lo Schreiber le condizioni giuridiche e reali degli internati furono tali che essi meriterebbero meglio l'appellativo di "schiavi militari" [1].

Nei fatti, l'azione personale di Mussolini, di suo figlio Vittorio e dell'ambasciatore repubblicano a Berlino Anfuso, si risolse in un mezzo fallimento [11]: la missione militare di Rodolfo Graziani, tesa a convincere la Germania a favorire la costituzione di 25 divisioni italiane coi militari internati riuscì ad ottenere solo il permesso di reclutamento fra gli ufficiali, con criteri insidacabili di scelta. Il 26 ottobre, in uno sfogo telefonico, il generale Canevari, comandante della missione militare RSI in Germania, aveva risposto all'ennesimo rifiuto da parte di Keitel di voler concedere alla RSI di procedere ad arruolamenti volontari, "mi sentirei disonorato se fra tanti internati non si trovassero cinquantamila volontari" [12].

Finalmente, nell'estate del 1944, con l'incontro fra il dittatore tedesco e quello italiano in Germania, Mussolini riuscì ad ottenere da Hitler la conversione degli IMI in "lavoratori civili", mitigandone, almeno sulla carta, le condizioni di vita. Agli ex-IMI tuttavia non fu concesso di rientrare in Italia. La memorialistica dei reduci e le carte dell'ambasciata italiana a Berlino conservate presso la National Archives and Records Administration di College Park (Stati Uniti) dimostrano come stenti, vessazioni e abusi fossero pane quotidiano anche per i soldati che ottennero lo status di "lavoratore militarizzato".

Condizioni di vita e di lavoro [modifica]

I soldati italiani vennero avviati al lavoro coatto nell’industria bellica (35,6%), nell’industria pesante (7,1%), nell’industria mineraria (28,5%), nell’edilizia (5,9%) e nel settore alimentare (14,3%).

Le condizioni di lavoro degli IMI erano estremamente disagevoli. L’orario settimanale nell’industria pesante era in media di 57,4 ore, nelle miniere di 52,1 (circa nove ore giornaliere), ma spesso si aggiungevano turni lavorativi domenicali. Le professionalità più richieste erano gli operai specializzati, gli elettricisti, gli artigiani e i meccanici, mentre molti dei non specializzati erano utilizzati nei lavori agricoli. Il luogo di lavoro poteva distare dal campo di internamento dai due ai sei chilometri, sovente da percorrersi a piedi.

A fronte di un intenso impegno lavorativo non corrispondeva un’alimentazione adeguata. Dai racconti dei reduci si apprende che era prassi comune cercare bucce di patate e rape nelle immondizie, o cacciare piccoli animali come topi, rane e lumache per integrare le magre razioni. Gli internati ricevevano un salario spettante ai prigionieri di guerra sottoposti a lavoro coatto secondo le Convenzioni internazionali. Il potere d’acquisto era basso e limitato a procurarsi prodotti per l’igiene personale negli spacci interni oppure tabacco da usare come merce di scambio con le guardie.

La vita quotidiana era scandita da numerosi controlli e ispezioni e frequenti erano le punizioni anche di carattere corporale con percosse che in alcuni casi provocavano lesioni mortali. Non infrequenti erano le punizioni collettive benché ufficialmente vietate come anche l’inasprimento delle condizioni lavorative o la riduzione del vitto. Gli alloggi consistevano in baracche prive di servizi igienici che ospitavano brande di due o tre piani. Ad ogni internato veniva assegnato un pagliericcio e due coperte corte.

Anche l’abbigliamento era insufficiente, gli internati disponevano perlopiù della divisa con la quale erano stati catturati. Cosicché quelli che provenivano dal fronte greco o balcanico indossavano divise estive, inadatte all’inverno tedesco. La malattia era spesso una conseguenza delle dure condizioni di vita. Le patologie principali erano la tubercolosi, polmonite, pleurite e disturbi gastro-intestinali. In alcuni lager scoppiarono anche epidemie di tifo.

Fra gli IMI si articolò ben presto una rete di resistenza attiva e passiva contro il nazismo e il fascismo. Furono organizzate cellule e perfino delle radio clandestine [13].

Numero degli internati e perdite [modifica]

G. Schreiber calcola il numero degli internati militari italiani in circa 800 000 [14]. Marco Palmieri e Mario Avagliano forniscono dati più dettagliati:[15]

  « In pochi giorni i tedeschi disarmarono e catturarono 1.007.000 militari italiani, su un totale approssimativo di circa 2.000.000 effettivamente sotto le armi. Di questi, 196.000 scamparono alla deportazione dandosi alla fuga o grazie agli accordi presi al momento della capitolazione di Roma. Dei rimanenti 810.000 circa (di cui 58.000 catturati in Francia, 321.000 in Italia e 430.000 nei Balcani), oltre 13.000 persero la vita durante il brutale trasporto dalle isole greche alla terraferma. Altri 94.000, tra cui la quasi totalità delle Camicie Nere della MVSN, decisero immediatamente di accettare l’offerta di passare con i tedeschi. Al netto delle vittime, dei fuggiaschi e degli aderenti della prima ora, nei campi di concentramento del Terzo Reich vennero dunque deportati circa 710.000 militari italiani con lo status di IMI e 20.000 con quello di prigionieri di guerra. Entro la primavera del 1944, altri 103.000 si dichiararono disponibili a prestare servizio per la Germania o la RSI, come combattenti o come ausiliari lavoratori. In totale, quindi, tra i 600.000 e i 650.000 militari rifiutarono di continuare la guerra al fianco dei tedeschi »
   

Non è stato stabilito ufficialmente il numero degli IMI deceduti durante la prigionia. Gli studi in proposito stimano cifre che oscillano tra 37 000 e 50  000. Fra le cause dei decessi vi furono:

  • la durezza e pericolosità del lavoro coatto nei lager (circa 10.000 deceduti);
  • le malattie e la malnutrizione, specialmente negli ultimi mesi di guerra (circa 23.000);
  • le esecuzioni capitali all'interno dei campi (circa 4.600);
  • i bombardamenti alleati sulle installazioni dove gli internati lavoravano e sulle città dove prestavano servizio antincendio (2.700);
  • altri 5-7000 perirono sul fronte orientale.
Navi affondate mentre trasportavano prigionieri italiani

Il ritorno in Patria [modifica]

Alla fine della guerra risultavano 700.000 gli IMI in Germania e in Austria, oltre a 380.000 prigionieri in mano all'esercito britannico.

La maggior parte di essi ritornò in patria tra l'estate del 1945 e il 1946. Almeno 40 centri d'accoglienza furono creati nell'Italia settentrionale.

Furono le stazioni ferroviarie, e i centri d'accoglienza ad esse collegati, di Modena, Bologna e Firenze, a smistare la gran massa dei rientranti. Il rientro avvenne su treni merci sovraccarichi. Il 6 giugno fu riaperta la ferrovia del Brennero, da cui cominciarono a defluire 3.000 italiani al giorno, numero che aumentò a 4.500 a partire da agosto. Nello stesso periodo furono riaperti i varchi svizzeri del San Gottardo e del Sempione, da cui defluirono molti altri ex internati.

Nel complesso, tra maggio e settembre 1945 furono rimpatriati 850.000 ex prigionieri italiani. Le autorità considerarono completo il rimpatrio di massa degli internati italiani alla fine di settembre 1945. A quella data circa l'80% degli IMI erano rientrati in Italia [16].

Alcune migliaia di ex IMI finirono nelle mani degli eserciti russo e jugoslavo e, anziché essere liberati, continuarono la prigionia per alcuni mesi dopo la fine della guerra. Le autorità sovietiche, in particolare, rilasciarono i prigionieri italiani solo a partire da settembre 1945. In quel mese ritornarono in patria 10.000 italiani, cui si aggiunsero altri 52.000 che partirono nel mese di ottobre.

Onorificenze [modifica]

Medaglia d'oro al valor militare all’ “Internato Ignoto” - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro al valor militare all’ “Internato Ignoto”
  «Militare fatto prigioniero o civile perseguitato per ragioni politiche o razziali, internato in campi di concentramento in condizioni di vita inumane, sottoposto a torture di ogni sorta, a lusinghe per convincerlo a collaborare con il nemico, non cedette mai, non ebbe incertezze, non scese a compromesso alcuno; per rimanere fedele all'onore di militare e di uomo, scelse eroicamente la terribile lenta agonia di fame, di stenti, di inenarrabili sofferenze fisiche e soprattutto morali. Mai vinto e sempre coraggiosamente determinato, non venne meno ai suoi doveri nella consapevolezza che solo così la sua Patria un giorno avrebbe riacquistato la propria dignità di nazione libera. A memoria di tutti gli internati il cui nome si è dissolto, ma il cui valore ancora oggi è esempio di redenzione per l'Italia.»
— 19 novembre 1997

Internati diventati poi personaggi pubblici [modifica]

Tra gli IMI si annoverano alcune tra le maggiori personalità della cultura e della politica italiana del dopoguerra:

Gli italiani nei lager

Una storia ignorata:

 

GLI INTERNATI MILITARI ITALIANI (I.M.I)   nei Lager nazisti - (1943-1945)

 

C'è una pagina importante della nostra storia, affossata da più di mezzo secolo, che riguarda la schiavitù nei Lager nazisti dopo l’8 settembre 1943, di 716.000 militari italiani, 33.000 deportati politici (militari e civili) e 9.000 zingari e ebrei d’Italia e dell'Egeo, gettando nell'angoscia, in Italia, 7.000.000 di familiari e amici, come ammise anche Mussolini!

Ma in patria i reduci si ammutolirono e gli altri non vollero sapere!

Dopo una guerra di aggressione impreparata e non sentita, male armata e guidata - ma combattuta con indiscusso valore dal soldato italiano - e dopo le batoste d'Africa, l'infelice campagna di Grecia, la tragica ritirata di Russia dell’ARMIR, lo sbarco alleato in Sicilia, i 600.000 prigionieri degli Alleati, il crollo del fascismo il 25 luglio 1943, seguito dai “45 giorni di Badoglio” senza una democrazia, gli italiani furono travolti dall'armistizio segreto dell8 settembre” con gli Alleati. L'esercito Italiano, colto di sorpresa e allo sbando, si trovò alla mercé della rabbia tedesca. Hitler si aspettava il nostro voltafaccia e fin dal 26 luglio aveva calato in Italia altre 17 divisioni per occuparla, disarmare e sostituire le nostre truppe ed attuare il piano, studiato dalla primavera, di deportare nel Reich, alla prima occasione, i nostri soldati come braccia da lavoro!

L'esercito italiano, con 2.000.000 di combattenti e territoriali presenti, si dissolse nell'illusione del “tutti a casa!”, senza piani, ordini e mezzi, piantato allo sbaraglio dal re, Badoglio e 200 generali in fuga e nell'indifferenza degli Alleati. Sopraffate alcune nostre eroiche resistenze a Roma, nelle isole greche (Cefalonia, Corfù, Lero...) e nei Balcani, la Wehrmacht disarmò con l'inganno 1.007.000 nostri militari, ne catturò 810.000 e ne transitò in 284 Lager d’Europa i 716.000 (l’88%, con 27.000 ufficiali) che si rifiutarono di collaborare per coscienza, onore, lealtà, dignità, stanchezza della guerra e convinzione del “la va' a pochi!”, rinunciando a un ritorno a casa disonorevole!

Derisi dagli stranieri come spaghettari, mandolinisti e via dicendo ed usi ad autodenigrarci, dobbiamo essere fieri della nostra italianità, dalle qualità nascoste che emergono da questo "NO!" di ciascuno e di tutti, coraggioso e spontaneo, non condizionato da partiti e colonnelli, reiterato nei Lager per venti mesi di violenze e morti e sbattuto ai tedeschi perfino da analfabeti della Barbagia, delle Madonne e dell’Aspromonte usi da secoli al "sissignore"!

E se questa marea di renitenti avesse dato il sostegno politico e militare a Hitler e Mussolini? Quanti sarebbero stati i partigiani e con quali armi e prospettive? Certamente si sarebbe scritta una storia diversa e una ritardata vittoria alleata, come riconobbero autorevoli capi partigiani come Boldrini e Taviani!

I militari italiani, catturati con l'inganno e senza quasi resistenza, vennero subito defraudati dai tedeschi del loro status naturale di "prigionieri di guerra" (KGF) e delle conseguenti tutele e vennero marcati come “internati militari” (IMI, una qualifica arbitraria non prevista dalle convenzioni internazionali) e considerati falsamente come "disertori badogliani” e potenziali "soldati del duce” in attesa di ravvedimento e impiego!

Poi in 20 mesi, si ebbe uno stillicidio di 103.000 (14%) collaboratori dei tedeschi arruolati “per fame” nelle Waffen-SS (23.000 nell'autunno del ‘43), nelle “divisioni di Graziani” fasciste (19.000 a tutto il giugno del ’44) e negli ausiliari lavoratori della Wehrmacht e della Luftwaffe (61.000 fino al gennaio del ‘45). I 613.000 IMI irriducibili vennero sfruttati come schiavi, anzi subumani o pezzi numerati di magazzino – come li definivano i nazisti - in miniere, fabbriche e campi o a scavare macerie e trincee, sempre sotto minaccia delle armi, violenze, degrado, fame, malattie non curate e i bombardamenti alleati! Le loro speranze di vita erano di pochi mesi lavorando 70-100 ore alla settimana con un consumo giornaliero di 2300/3300 calorie non compensato dalla dieta di 900-1700 calorie. La sopravvivenza degli IMI si deve a qualche pacco da casa, un po’ di riso e gallette del SAI fascista e soprattutto a furti di patate, svendite del poco non rapinato nelle perquisizioni e bruciando anche 35 kg di risorse corporee!

I soldati (e poi gli ufficiali) costretti a lavorare, dopo l’accordo Mussolini-Hitler del 20 luglio 1944 vennero arbitrariamente “civilizzati”in finti “lavoratori liberi”, mentre gli irriducibili finirono coatti come “nemici dell’Europa” negli Straflager (AEL) della Gestapo dipendenti dai campi di sterminio (KZ)!

La resistenza degli IMI, nota come "l'altra resistenza” (o senz'armi... silenziosa... bianca...) si attuò a rischio di morte col sabotaggio, la non collaborazione e il lavoro
rallentato fino anche a metà o un terzo della norma dell’operaio tedesco e, indirettamente, consumando risorse e distogliendo in venti mesi dai fronti, per custodia, più di 60.000 soldati tedeschi. La resistenza degli IMI non fu inerme, nè moralmente meno eroica di quella armata!

Dal 1933 al 1945, gli schiavi di Hitler di 28 paesi, deportati in oltre 30.000 Lager, dipendenze e comandi di lavoro (AK), furono in tutto 24 milioni, con 16 milioni di morti! I prigionieri di guerra (KGF) dovevano lavorare: gli alleati venivano trattati secondo le convenzioni, nutriti, curati, pagati, tutelati da uno stato neutrale ed assistiti dalla Croce Rossa; i russi erano sfruttati senza tutele, affamati e malati; i deportati politici, razziali, asociali o tarati erano trattati anche peggio, destinati all’eliminazione con le armi, il gas, le malattie non curate e il lavoro duro con la fame!

Gli IMI erano trattati come i russi, ma - caso unico! – potevano scegliere in ogni istante tra la "libertà con disonore” e il "Lager con dolore”: scelsero la schiavitù, coerenti coi valori e la coscienza in una scelta continua ossessionante più della fame e reiterata per 600 giorni, come dire 50 milioni di secondi, cifre presto scritte ma eterne a viverle!

Gli IMI pagarono la loro scelta con 51.000 caduti (l’8%, di cui 23.000 per fame e gli altri per malattie, violenze e fatti di guerra) che venivano a sommarsi ai 29.000 della prima resistenza armata (come a Cefalonia...), ai 31.000 deportati politici militari e civili e agli 8.000 ebrei e zingari che non fecero ritorno dai campi di sterminio (KZ). I morti furono in tutto 120.000 e coi 60.000 partigiani e civili caduti in Italia e nei Balcani, le vittime italiane dei nazisti furono 180.000!

A guerra finita i 560.000 IMI superstiti (il 91%), “civilizzati” e militari, (compresi 11.000 prigionieri (KGF) dei tedeschi e poi dei russi), testimoni imbarazzati dell’”8 settembre”, furono accolti con diffidenza o indifferenza dagli italiani freschi della propaganda fascista che camuffava gli IMI come cooperatori! “Ma chi sono - si chiedeva il governo - fascisti o comunisti da rieducare…repubblicani…? E come voteranno?” - in una monarchia traballante che aveva abbandonato gli IMI allo sbaraglio - "E che cosa mai rivendicheranno? Ma, insomma, chi glielo ha fatto fare a non lavorare...se firmavano mangiavano!”. Pregiudizi avvilenti per gli IMI e ispirati dal ricordo dei reduci della grande guerra che presero parte attiva alla “marcia su Roma” e all’”impresa di Fiume” !

Tutto questo avveniva nell'incomprensione, ingratitudine e disinteresse degli italiani: gli IMI erano troppi, si sommavano ad altrettanti prigionieri degli Alleati e non facevano notizia come i partigiani, l’olocausto e l'ARMIR! Così il rimpatrio degli IMI non venne sollecitato nel ’45 e si svolse in parte per iniziative del Vaticano o individuali.

Poi ci fu la “guerra fredda” e per decenni i nostri governi imbavagliarono la storia perché non riaffiorassero le colpe dei tedeschi, ora nostri partner nella Nato e in Europa e, nel primo dopoguerra, meta di nostri emigranti!

Così dal 1946, traumatizzati, delusi e offesi, gli IMI si rinchiusero in sé stessi anche in famiglia e nove su dieci rimossero la memoria dei Lager e della loro scelta... forse inutile o sbagliata! Più di 5000 diari clandestini, per lo più annotati a futura memoria da ufficiali e rischiosamente salvati, ingiallirono nei cassetti dei ricordi rifiutati dalla editoria commerciale. Se si prescinde dai "bestseller” autobiografici di Giovannino Guareschi e Primo Levi e antologici di Giulio Bedeschi, venduti in libreria a un vasto pubblico, dal 1945 sono state pubblicate solo 400 memorie e antologie di testimonianze di reduci, per lo più edite in proprio e fuori commercio, con tirature modeste (300 – 2000 copie per titolo) e oggi di difficile reperimento. Coi 300 saggi storici, per lo più tardivi e anche questi a tiratura limitata e considerando gli invenduti e gli acquisti di terzi, i libri sull’internamento in mano ai reduci non raggiungono il loro numero: meno di un libro a testa, che poi non è detto che fosse letto! Sempre per via della “rimozione”, solo 65.000 reduci (il 9%) si iscrissero nelle associazioni in quasi 60 anni!

Questa, in breve, è la storia misconosciuta degli IMI, “schiavi di Hitler”, "traditi, disprezzati, dimenticati…” come li definì lo storico tedesco Gerhard Schreiber ed oggi nuovamente beffati dal governo tedesco che, dopo averli illusi in questi ultimi anni, nega pretestuosamente il simbolico riconoscimento della loro schiavitù e sono pure trascurati dallo stato italiano, salvo tardivi attestati di “patrioti”, “combattenti per la libertà”, ecc. ai sempre meno numerosi viventi!

Ma "les jeux sont faits, rien ne va plus!" e la storia verrà approfondita col poco che è stato archiviato. La storia vera la conosce Dio, l'altra la scrivono i vincitori, la revisionano i perdenti, la rimuovono i protagonisti, la costruiscono gli storici e la ignora la gente e la scuola. Soltanto da vent'anni i nostri istituti di storia contemporanea, universitari o del “movimento di liberazione” hanno scoperto questo filone di ricerche e solo loro possono salvare, chiosare e tramandare alle future generazioni le testimonianze sempre più scarse e vacillanti dei reduci superstiti, oggi ottuagenari, ridotti a un quinto ed in rapido esaurimento!

Ma i giovani devono sapere perché e come i nonni, “volontari nei Lager”, si siano battuti ed a quale prezzo per dare anche a loro la libertà e perché alla famiglia privilegiarono la patria, “famiglia delle famiglie”, ma sfrondata dalla retorica fascista. L’”8 settembre" non segnò, tanto più per gli IMI e i patrioti, la morte della patria ma solo quella dello stato autoritario che si polverizzò in una repubblica fantoccia sotto il tallone nazista, due governatorati nord-orientali del Reich, un “regno del sud” sotto controllo alleato e poi un mosaico saltuario di 17 repubbliche autonome partigiane. Ma l’identità della Patria era sempre quella dei secoli passati, anche se non più intesa come una “patria imperialista”!

La Costituzione Repubblicana, dei cui principi discutevano già nei Lager il ”bianco” Lazzati, il “rosso” Natta, “verdi” repubblicani e “azzurri” monarchici, sancì lo stato democratico e riaffermò l’unità d’Italia da difendere! Anche l’europeismo nacque nei Lager dall’incontro dei prigionieri di tutte le nazioni!

Se ne discute, ma la Resistenza fu solo marginalmente una guerra civile tra italiani: nel settembre del ’43 a Cefalonia, nelle montagne d’Italia e dei Balcani e nei Lager, gli italiani non si contrapposero a italiani ma all’invasore tedesco e solo dopo, di riflesso, anche al vassallo fascista. La Resistenza fu soprattutto una lotta di liberazione che rinsaldava la continuità rinnovata della patria!

E dobbiamo riflettere anche sul perdono, di cui oggi ancora si discute non senza retorica. Il perdono è più che una doverosa rinuncia all'odio e alla vendetta né può ridursi a un colpo di spugna o all’oblio, ma è un atto sublime e individuale che non si può esercitare senza deleghe e in nome dei morti! Per la pietas latina e cristiana i morti sono uguali ma erano diversi da vivi!

Per i cattolici la remissione della colpa presuppone il ricordo, senza il quale non si saprebbe cosa e chi perdonare, un pentimento, dei buoni propositi e un'espiazione, condizioni sempre meno attuali non essendoci quasi più vittime e colpevoli in vita. Di pentiti la storia ne ha incontrati pochi, né possiamo perdonare figli e nipoti dei criminali, perché estranei ai misfatti, né possiamo perdonare Hitler e i suoi due milioni e passa di attivi collaboratori fanatici od opportunisti, per i genocidi commessi, reati che non cadono mai in prescrizione!

I capi di stato però, in nome dei propri popoli e della pace, possono chiedere perdono o perdonare - ed è bene lo facciano – altri popoli già conniventi coi dittatori!

Ricordare? Dimenticare? Certo dimenticare è più comodo ma non è lecito perché apre la porta al revisionismo di parte e impedisce quello storico obbiettivo. Il futuro è già scritto nel passato, per questo dobbiamo ricordare anche se l'insegnamento della storia sembra quello… di non insegnare. Ciò che è stato si ripete, sia pure con differenze, da più di mezzo secolo, in ogni parte del mondo e sotto i nostri occhi che non voglio vedere: 250 conflitti in 115 paesi, migliaia di campi minati, migliaia di campi di concentramento, ben oltre 27 milioni di morti, 20 di feriti e prigionieri, 50 di profughi, rifugiati e sfollati, 27 di schiavi, un miliardo di affamati e sottoalimentati, sempre più poveri e ammalati, con altri milioni di morti e sempre milioni di bambini che pagano le colpe dei grandi!

Ora più che mai, il retaggio dei reduci alle nuove generazioni è il loro motto: “mai più guerre, mai più reticolati!”.

Ragazzi, datevi da fare oggi, come allora i vostri nonni, per voi e i vostri figli, anche se la pace a volte può sembrare un miraggio o un'utopia!

 

 

Fonte : Claudio Sommaruga

 

 

 

 

LA GALASSIA CONCENTRAZIONARIA NAZISTA

DATI QUANTITATIVI
SULL'INTERNAMENTO IN GERMANIA

 

di Claudio Sommaruga

 

DIASPORA DELL’ESERCITO ITALIANO

(dopo l’8 settembre 1943)

(1938)
A. ATESINI
185.000

 

PRESENTI:
1.990.000

Comb. 1.520.000
Terr. 470.000

 

(‘43/'45)
Internati
Svizzera
e Romania
21/29.000
 

 

 

 

 

DISARMATI
1.007.000

 

NON DISARMATI
983.000

 

SBANDATI
650.000

 

 

 

Al posto

42.000

CATTURATI
810.000

armati
CONTRO L'ASSE
335.000

Collaboratori vol
197.000
 

INTERNATI
716.000

 

col RE e ALLEATI
240.000

coi PARTIGIANI
(Balcani) 44.000

Combatt. (KWI)
60.000

coi PARTIGIANI
(Italia)

AUSILIARI (HIWl)
140.000

"RESISTENTI"
613.000

 

Forza internata

Generali

200

Ufficiali Superiori e Anziani

3.000

Ufficiali Inferiori

23.000

Sottoufficiali

16.000

Graduati e soldati

594.000

Civili militarizzati (in parte detenuti con gli ufficiali)

3.000

Totale

640.000

 

IMI: caduti e dispersi (situazione finale - maggio 1945)

Nei lager

Per malattia, inedia

23.300

 

Bombardamenti aerei

2.700

 

Uccisi

4.600

Fuori Lager

Lavoratori liberi

10.000

Dispersi

Cause belliche

5.400

 

Possibili (in fosse comuni,ecc..)

4.000

Totale

50.000

 

Cappellani, sanitari (medici, infermieri,...)

Totale

1.000

 

Lavoratori e non

ex-Imi "Lavoratori liberi" e "ospedalizzati"

495.000

ex-Imi "Coatti" (Ael, Kz, Straf. - e militari carcerati)

5.000

Imi militarizzati (Arb. Btl - e ordinanze, ecc.)

28.000

Imi/Kfg militarizzati e volontari

11.000

Imi precettabili (ufficiali nei lager)

8.000

Imi esonerati (generali, anziani, inabili e inaffidabili)

1.000

Totale

548.000

 

Opzioni militari (escluse quelle alla cattura)

Optanti per il Reich '43 (di cui 1500 ufficiali)

23.000

Optanti per la Rsi '43/'44 (di cui 6500 ufficiali)

19.000

Totale

42.000

   

TOTALE IMI + EX IMI

640.000

 

Situazione lavoratori e non

Ufficiali

 

Prima del 20.08.44

Imi lavoratori volontari

2.300

 

Imi coatti

463

Totale

2.763

   

Dopo il 20.08.44

ex Imi lavoratori volontari

5.400

 

ex Imi precettati

2.300

 

ex Imi coatti sotto scorta

358

Totale ex Imi lavoratori

8.058

   

Imi precettabili (nei lager: Wietzendorf, ecc...)

8.000

Esonerati (generali, anziani, inabili, inaffidabili)

1.000

Sanitari (medic, infermieri, in lager o AK)

770

Cappellani miliatari (nei lager e fuori)

230

Totale Imi non lavoratori

10.000

   

Sottoufficiali e soldati

 

Prima del 20.08.44

Imi lavoratori obbligati

600.000

 

Imi militarizzati

100.000

Totale

700.000

     

Dopo il 20.08.44

ex-Imi lavoratori liberi

495.000

 

Militarizzati Arb.Btl.

28.000

 

Militarizzati Btl Imi/Kgf

11.000

 

Coatti e puniti

5.000

Totale

539.000

 

 

 

 

Fonte: http://www.schiavidihitler.it