IL PIANO MARSHALL

GEORGE MARSHALL
GEORGE MARSHALL

INTRODUZIONE


Il piano Marshall fu uno dei fatti più importanti del secondo dopoguerra. Tale programma contribuì alla ricostruzione europea, tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, risparmiò ulteriori sacrifici a uomini e donne già prostrati dalla guerra, favorì il processo di unificazione europea e cementò l’alleanza fra le due sponde dell’Atlantico.

Il piano Marshall è stato ampiamente dibattuto da storici, ed economisti che lo hanno esaltato come uno dei capitoli più significativi nell’ambito delle relazioni internazionali o degradato a semplice espediente utilizzato dagli americani per aprirsi un mercato sul quale riversare la loro produzione che non trovava sbocco in patria. Fra i due estremi si incontrano molte interpretazioni caratterizzate da varie sfumature.

In questa tesi verranno ricostruite le vicende del piano Marshall a partire dall’eredità della guerra alla quale è dedicato il primo capitolo dove vengono valutati i danni economici e finanziari subiti dall’Europa, e vengono illustrati i primi provvedimenti presi per far fronte alle insufficienze produttive del vecchio continente.
Ne emerge un quadro piuttosto vario imputabile alla diversa quantità di aiuti ricevuti dalle nazioni europee nel periodo tra il 1945 e il 1947.

Le origini del piano Marshall vengono analizzate nel capitolo secondo, “Verso il piano Marshall”. Dopo aver esposto la situazione europea nel 1947 si passerà a considerare la natura del programma che stava maturando nell’amministrazione americana. Per ricordare infine le reazioni che seguirono l’annuncio di Marshall in America, in Europa e in Unione Sovietica.
Nel terzo capitolo, intitolato, “Il piano Marshall”, viene illustrata l’applicazione del programma e i suoi risultati. Si discuterà della quantità dei finanziamenti distribuiti dall’ERP, dei paesi che ne beneficiarono e dei tipi di risorse elargite agli europei. Per quanto riguarda la data di chiusura dell’ERP, ufficialmente viene fatta risalire all’anno 1951, anche se alcuni fanno rientrare nel piano Marshall, anche un miliardo di dollari circa del Mutual Security Program del 1952. Questo fa oscillare il totale degli aiuti del programma tra i 12 e i 13 miliardi di dollari. Per il resto le cifre sono pressoché identiche per ogni volume consultato.

Nelle pagine dedicate agli OBIETTIVI, si analizzano gli scopi originali dell’ERP come furono proclamati all’inizio del programma. Segue poi la trattazione delle istituzioni responsabili dell’applicazione dell’ERP, soffermandosi sui compiti della ECA (Economic Cooperation Administration) e della OECE (Organizzazione Economica per la Cooperazione Europea).
Emergono forti divergenze nelle valutazioni storiche delle politiche dell’ECA nei confronti dei paesi beneficiari del programma, e in particolare sull’utilizzo dei fondi contropartita come strumento per dirigere le politiche monetarie e fiscali, delle nazioni aderenti all’ERP.

L’ultima parte del capitolo è dedicata ai RISULTATI ottenuti dal piano Marshall anche in relazione agli obiettivi prefissati. A livello numerico, sui risultati, non emergono particolari differenze fra gli storici. Tutti per esempio sono d’accordo sul grande sforzo produttivo manifestatosi negli anni dell’ERP e d’altra parte, c’è unanime convinzione nel giudicare come non sufficienti i risultati ottenuti nella riduzione del dollar gap europeo. Nonostante questo, i giudizi definitivi sul piano Marshall non sono per nulla coincidenti.

Di queste differenze si occupa il capitolo quarto, nel quale vengono riassunte le posizioni delle due scuole di pensiero che possiamo definire dei “Revisionisti” e dei “Tradizionalisti”. Gli stessi eventi, vengono spesso giudicati da due punti di vista opposti che danno ovviamente luogo ad interpretazioni molto distanti. Il piano Marshall è giudicato come il frutto della volontà americana di costruire un sistema economico incentrato sul dollaro oppure come la convergenza degli interessi dei governanti delle due sponde dell’Atlantico che permise di salvare l’Europa dalla fame e dal comunismo. Forse il piano Marshall è stato, nello stesso tempo, tutte due le cose. Una serie di successi e di fallimenti non sommabili algebricamente, e di politiche, a volte imposte, a volte condivise dalle nazioni beneficiarie di questa esperienza storica unica ed irripetibile.


L’eredità della guerra - Le distruzioni


I danni provocati dal secondo conflitto mondiale, furono i più gravi mai causati da tutte le guerre fino allora combattute. Solo guardando il numero delle vittime, ci si rende conto della drammaticità del conflitto.

Tabella 1.1

Le perdite umane

Paese

Militari

Civili

Totale

URSS

13.600.000

7.500.000

21.000.000

Germania

4.000.000

3.000.000

7.000.000

Polonia

5.420.000

120.000

5.320.000

Francia

     250.000

360.000

610.000

Italia

     330.000

85.000

415.000

Inghilterra

     350.000

60.000

410.000

 

 

 

 

Fonte: http://www.liberliber.it/biblioteca/g/galassi/la_costituzione_e_le_vicende_politico_istituzionali_ital_etc/html/c_app1.htm 

 

Nella tabella 1.1 sono riportate le nazioni europee che hanno subito le maggiori perdite umane e si deduce che le popolazioni maggiormente colpite, furono quelle dell’Europa orientale ed in particolare di Unione Sovietica e Polonia.

Alle perdite umane vanno aggiunte quelle materiali. Non elencherò tutte le distruzioni provocate dal conflitto, ma solo quelle che hanno compromesso maggiormente la situazione economica dell’Europa.

Il primo settore preso in considerazione è quello agricolo, dove alle conseguenze della guerra, va aggiunto il pessimo raccolto della stagione 1946-47, causato da un inverno insolitamente freddo. Nel primo dopoguerra, il settore agricolo europeo fu colpito da un male comune, la bassa produttività dei terreni, dovuta alla penuria o alla mancanza dei fertilizzanti di origine industriale. La produzione di grano cadde, soprattutto in Francia e Italia, anche la produzione di carne subì un rallentamento (vedi tabelle 1.2 e 1.3).

 

Tabella 1.2

Produzione di grano

(in migliaia di tonnellate)

Paese

Francia

Gran Bretagna

Italia

1938

9.800

1.990

8.184

1945

4.210

2.209

4.177

1946

6.760

1.997

6.126

1947

3.270

1.693

4.702

 

 

 

 

Fonte: B.R. MITCHELL, European Historical Statistic 1750-1975, London 1975, p.209

 

Nella parte occidentale del continente, questa situazione già pessima, era peggiorata dall’incremento della popolazione, causato dagli immigrati provenienti dai paesi dell’Europa orientale. La popolazione europea occidentale e meridionale aumentò rispettivamente da 220 a 233 e da 59 a 66 milioni di abitanti tra il 1938 e il 1948.
Invece, in Europa orientale, diminuì, negli stessi anni, da 281 a 259 milioni [1].
La crisi alimentare che ne derivò ebbe conseguenze disastrose, e costrinse le nazioni più ricche, in particolare gli Stati Uniti, a fare pesanti sacrifici per aiutare quelle regioni dove la malnutrizione della popolazione era più grave.

 

Tabella 1.3

Produzione di carne

(in migliaia di tonnellate)

Paese

Francia

Gran Bretagna

Italia

1934

1.395

1.316

634

1945

   822

934

320

1946

1.293

901

463

1947

1.380

762

382

 

 

 

 

Fonte: B.R. MITCHELL, op. cit., p.350 

 

Nel settembre del 1945 in Francia, le razioni alimentari prevedevano: grassi mezzo chilo al mese, carne 2 etti alla settimana, zucchero mezzo chilo al mese, vino 1 litro alla settimana, patate 2 chili al mese, surrogato di caffè 1 etto alla settimana, latte solo ai bambini, carbone 50 chili per tutto l’inverno e verdura fresca senza limiti [2].

125 milioni di europei vivevano con meno di 2000 calorie al giorno, ed in alcune zone della Germania e dell’Austria si scendeva fino a meno di 1000, un livello molto pericoloso per la salute. Un uomo adulto che lavora consuma mediamente 3000 calorie giornaliere.

Il 6 febbraio 1945, il presidente Truman annunciò un programma d’emergenza che si proponeva di evitare lo spreco di risorse alimentari nel proprio paese, per rendere disponibili maggiori eccedenze da destinare agli aiuti oltre oceano. Purtroppo, queste misure si rivelarono insufficienti, anche per la poca collaborazione dei cittadini americani. Seguirono altri provvedimenti: il 19 aprile 1946, l’amministrazione americana inasprì le misure precedenti e, in più, incentivò la vendita di grano al governo con premi speciali di 30 centesimi di dollaro oltre il prezzo massimo per ogni bushel di granturco.

Il governo USA era molto interessato alle condizioni alimentari delle popolazioni europee, non solo per motivi umanitari. In Germania, dove la situazione era più grave, i Russi usarono le razioni alimentari come arma politica per guadagnare consenso tra la popolazione. A proposito di questo problema, il Generale Lucius Clay affermò: “Noi abbiamo insistito perché nella zona statunitense ci sia un processo democratico, e abbiamo mantenuto una rigorosa neutralità nei confronti dei partiti politici. Di conseguenza il Partito comunista ha fatto pochi danni. Però c’è poco da scegliere tra diventare comunisti con 1500 calorie al giorno e credere nella democrazia con 1000 calorie. Io sono sinceramente convinto che le razioni alimentari che noi intendiamo concedere in Germania non solo determineranno la sconfitta degli obiettivi nell’Europa centrale, ma apriranno anche la strada a un’Europa comunista”[3].

Prima della guerra, per i paesi dell’Europa occidentale, le importazioni di generi alimentari dall’Europa dell’est, costituiva una presenza cospicua del totale. Purtroppo, nel dopoguerra, le tensioni che si erano create est e ovest, tra USA e URSS, rendevano più difficili questi rifornimenti. I nuovi mercati per l’approvvigionamento erano spesso diventati le colonie (o ex colonie) europee. Alcuni di questi paesi approfittarono della scarsità manifestatasi durante la corsa ai generi alimentari del 1945-47 spingendo al rialzo i prezzi.

Già nel novembre 1943, per combattere la fame in Europa, venne istituito dalle Nazioni Unite, l’UNRRA “United Nation Relief and Rehabilitation Administration”, per organizzare gli approvvigionamenti ed i servizi essenziali nei paesi liberati nel periodo tra la fine delle ostilità ed il ripristino alle condizioni “normali” di vita.
Questo organismo, finanziato per il 75% dal governo americano, si occupò dell’Europa orientale e centrale, della Grecia, della Jugoslavia e, nel 1946, anche dell’Italia. Per migliorare il tenore di vita di quelle regioni il governo americano spese 2,5 miliardi di dollari fino alla fine del 1946, quando cessò di finanziare questa organizzazione. Che, secondo
The Economist,, era “Troppo generosa con i governi filosovietici”[4]. L’UNRRA infatti non si occupò dell’Europa occidentale, considerata “nominalmente autosufficiente”, e non riuscì ad avere il controllo sugli aiuti verso la Germania, che finivano inesorabilmente alla parte orientale, cioè sovietica, del paese.

A guerra finita, il 16 ottobre 1945, le Nazioni Unite fondarono la FAO “Food and Agricolture Organization”. Tuttavia il compito di quest’organizzazione era “solo” quello di raccogliere dati, valutare le necessità alimentari dei vari paesi bisognosi e metterle in relazione ai mezzi disponibili per soddisfare queste esigenze. La funzione principalmente informativa di quest’organo non contribuì in maniera sostanziale a diminuire il peso che gravava sul governo americano per la situazione alimentare europea e mondiale.

Nel settore industriale, la gravità dei danni non impedì comunque una rapida ripresa della produzione. Maddison calcolò la perdita di capitale fisso in alcuni paesi europei nel periodo 1939-45: 25% in URSS, il 13% nella Germania occidentale, il 8% in Francia, il 7% Italia e il 3% Gran Bretagna[5]. Per la difficoltà nella stima dei danni provocati dalla guerra in questo settore questi dati non sono del tutto certi ma essi offrono sicuramente un ordine di grandezza attendibile.

Sulle distruzioni provocate all’industria dal secondo conflitto mondiale, esistono due opinioni diverse: da una parte coloro che come Alan Milward ritengono che i danni provocati dalla guerra non furono troppo gravi; dall’altra Kindleberger e gli storici “tradizionalisti”, credono che si siano verificate gravi perdite di capitale fisso soprattutto in Germania, che era, la prima potenza industriale europea.

Kindleberger, oltre a proporre stime differenti da quelle di Maddison (15-20% di capitale fisso perso durante la guerra, in Europa), ritiene che la stima monetaria delle perdite industriali, non sia sempre utilizzabile per calcolare l’impatto di questa sulla produzione. Secondo l’economista americano, la misura meramente monetaria della perdita di capitale può essere fuorviante, perché esistono macchinari che incidono sulla produzione in proporzione maggiore del loro valore, perciò la mancanza di una macchina fondamentale in una fabbrica potrebbe causare una diminuzione della produzione più significativa del valore nominale del macchinario stesso. Di conseguenza, anche una perdita non eccessiva nel valore monetario del capitale fisso, può causare una notevole diminuzione della produzione qualora coinvolga impianti strategici.

La ripresa dell’industria europea fu in generale abbastanza rapida. Nel 1947, prima dell’avvio del piano Marshall, gli indici di produzione industriale erano già paragonabili a quelli del 1937: in Gran Bretagna (105%), in Italia (91%) e in Francia (89%) [6].

Tuttavia restavano ancora da risolvere gravi problemi. Uno di questi era la produzione di carbone, materia prima fondamentale per numerose fabbriche, che nonostante gli sforzi, rimase per un lungo periodo al di sotto delle necessità, sia per il fabbisogno industriale, che per l'uso domestico, causando numerose difficoltà al funzionamento degli impianti e disagi alla popolazione.

Dalla tabella 1.4, si può vedere che ci fu un evidente calo della produzione di carbone, soprattutto in Germania (i dati dal 45 in poi si riferiscono alla sola Germania occidentale), anche se non sembra che in Francia e Gran Bretagna, il decremento sia stato tale da provocare un vero e proprio allarme. Tuttavia bisogna ricordare che per sostenere una rapida ricostruzione, erano necessarie grandi quantità di carbone. Non solo le risorse erano minori, ma anche il fabbisogno era cresciuto.
Il settore dei trasporti via mare attraversò una grave crisi nell’immediato dopoguerra, dovuta al fatto che le flotte commerciali subirono forti perdite (tabella 1.5). Questo danneggiò soprattutto quei paesi come la Gran Bretagna che dipendevano dai rifornimenti provenienti dalle colonie oltre mare. Milward, sostiene che la flotta mercantile americana, passò dal 17% del tonnellaggio mondiale nel 1938 al 52% nel 1945, a causa della distruzione delle flotte degli altri paesi impegnati nel conflitto, soprattutto di Germania e Italia.

Il trasporto ferroviario subì danni ingenti soprattutto in Germania, dove nella sola parte occidentale venne messo fuori uso il 70% della rete ferroviaria [7]. Invece il trasporto su gomma si riprese in fretta, in seguito alla rapida ripresa industriale delle fabbriche automobilistiche soprattutto in Gran Bretagna.

Alle enormi spese belliche che avevano comportato un parallelo indebitamento, si doveva ora aggiungere quelle della ricostruzione. In particolare era necessario ricorrere ad un’ampia gamma di importazioni – dai generi alimentari alle fonti di energia, dalle materie prime agli impianti – senza disporre di riserve sufficienti per finanziarle, e non potendo contare su esportazioni in grado di pagarle.

 

Tabella 1.4

La produzione di carbone

(in migliaia di tonnellate)

Anno

Francia

Gran Bretagna

Germania

1938

47.562

230.636

381.171

1945

35.017

185.709

59.736

1946

49.289

193.119

105.528

1947

47.309

199.947

129.851

 

 

 

 

Fonte: B.R. MITCHELL, op. cit., p.386-387-389

 

L’aumento delle importazioni era causato dalla bassa produzione, soprattutto quella di agricola e dell’industria estrattiva (in particolare quella del carbone). La pressione sulle importazioni derivava dall’aumento della popolazione.
L’aumento della popolazione dell’Europa occidentale, causato dall’immigrazione dall’est ebbe l’effetto di fare aumentare la domanda interna. Inoltre, dato che gli immigrati erano per la maggioranza vecchi, donne, bambini e mutilati di guerra, il loro contributo alla produzione era minimo.
Dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti erano di gran lunga i maggiori produttori di beni del mondo, e la gran parte dei prodotti necessari in Europa erano acquistabili solo in dollari. Questo fenomeno provocò il dollar shortage, cioè la mancanza di moneta americana, da parte delle nazioni europee, che erano fortemente indebitate a causa dei loro acquisti.

Tabella 1.5

Le flotte mercantili mondiali

(in migliaia di tonnellate)

Paese

1939

1947

Stati Uniti

9.000

38.000

Impero Britannico

         21.000

17.500

Norvegia

4.800

3.400

Germania

4.500

     700

Italia

3.400

     700

Paesi Bassi

3.000

   1.900

Francia

2.900

   1.700

Grecia

1.800

     700

U.R.S.S.

1.300

   1.200

Danimarca

1.200

     700

 

 

 

Fonte: A.S. MILWARD,
The reconstruction of western Europe
, cit., p.331

 

I governi europei, avevano visto assottigliarsi sempre più le loro riserve auree, che insieme ai dollari, permettevano i pagamenti nelle transazioni internazionali. A livello interno erano poi costretti ad emettere più moneta per finanziare la ricostruzione. Questo processo, portava ad un circolo vizioso che aggravava ulteriormente la situazione già drammatica della finanza pubblica. Il risultato era la svalutazione delle monete locali e ulteriore inflazione.

Si ponevano due problemi. Sotto il profilo monetario era necessaria un’opera di risanamento che i diversi paesi europei affrontarono con successo fra il 1945 e il 1950. Sotto il profilo finanziario era invece necessario reperire i dollari per le importazioni essenziali senza le quali sarebbe stato impossibile far fronte ai consumi più ingenti e rimettere in moto rapidamente l’economia.

L’unico paese che poteva venire in soccorso dell’Europa erano gli Stati Uniti che, a differenza del periodo fra le due guerre, si accollarono questo compito.

Per ripristinare l’equilibrio finanziario degli europei, gli Stati Uniti agirono in tre modi: bilateralmente (con la concessione di prestiti ai paesi in difficoltà), multilateralmente (attraverso gli organi internazionali), e in Germania con l’agenzia governativa per gli aiuti e il soccorso dei territori occupati (GARIOA). Nel primo caso, il metodo utilizzato fu quello del prestito condizionato. Dollari prestati contro l’impegno della controparte ad acquistare i prodotti necessari in America. Dato che l’esito del secondo conflitto mondiale lasciò gli Stati Uniti in una posizione di schiacciante superiorità economica, la maggiore necessità del dopoguerra per il governo USA, era quella di mantenere alto lo straordinario livello di produzione raggiunto, e i conseguenti indici di reddito e occupazione. Per questo motivo agli americani risultava conveniente finanziare con fondi pubblici le importazioni di altri paesi che, acquistando i prodotti necessari negli Stati Uniti, mantenevano alto il reddito nazionale americano, evitando così il rischio di una contrazione dell’economia statunitense.

Sull’ammontare dei prestiti concessi all’Europa nel primo dopoguerra, tra gli anni 1945 e 1947, non c’è accordo. Ogni autore cita le proprie fonti e dà i propri numeri. Ad esempio secondo la Fondazione Marshall furono poco meno di 20 miliardi di dollari [8], nelle memorie di Truman si parla di 15 miliardi di dollari, De Luna la riduce a 11 miliardi [9]. Pressoché identiche le stime di Kindleberger 10,1 miliardi di dollari [10] e Milward 10,098 di cui 9,331 per i paesi OECE e 767 per la Germania [11]. Ellwood fornisce cifre ancora più basse: 4,1 per la Gran Bretagna, 1,9 per la Francia, 430 per i paesi del Benelux, 330 per l’Italia e 546 per tutta l’Europa orientale. Anche aggiungendo i prestiti di Grecia (250-300 miliardi) e Turchia (100 miliardi), su cui c’è comune accordo sulle cifre, si arriva a 7,7 miliardi di dollari in tutto.

Durante quel periodo, il prestito di maggiore entità fu concesso alla Gran Bretagna (3,75 miliardi di dollari). I negoziati per ottenere quella somma durarono quasi un anno, dal settembre 1945 a luglio del 1946, a causa delle divergenze tra americani e britannici sulla situazione finanziaria del Regno Unito. Alla fine, il prestito, che fu giudicato insufficiente dal governo britannico, e eccessivo dall’opinione pubblica americana, conteneva una clausola che riguardava il ripristino della conversione della sterlina in dollari, per i non residenti in Gran Bretagna, che non piacque per niente al Regno Unito. Churchill commentò la clausola con queste parole ”E’ una proposta talmente ambigua e pericolosa che possiamo solo sperare che all’atto pratico si sconfigga da sola, e che di fatto sia troppo brutta per essere vera” [12]. Quel provvedimento si rivelò infatti disastroso per le riserve britanniche, la convertibilità venne ripristinata il 15 luglio del 1947, e di nuovo sospesa poco più di un mese dopo, il 20 agosto.

Il prestito alla Francia, secondo in ordine d’importanza, fu di 1,9 miliardi di dollari, e fu concesso senza tanti problemi, anche tramite l’interessamento dell’ambasciatore americano a Parigi Jefferson Caffery. Oltre che al buon lavoro della delegazione francese mandata a Washington nel 1946 e capeggiata dall’ex primo ministro Léon Blum e da Jean Monnet. Tale somma, doveva servire per lanciare il piano di ricostruzione nazionale proposto dallo stesso Monnet. L’ambasciatore Caffery aiutò la causa francese sostenendo davanti al governo americano che il prestito alla Francia era necessario, data la pericolosa situazione in cui versavano l’economia e la società. La contropartita venne stabilita nel libero accesso dei prodotti americani al mercato francese. Il trattato fu firmato poco prima delle elezioni nazionali francesi.

Un uso differente da quello economico, ebbero i prestiti concessi a Grecia e Turchia, 250 e 100 milioni di dollari. Tali somme furono rese disponibili essenzialmente per l’acquisto di materiale bellico, nel quadro del provvedimento divenuto celebre con il nome di “Dottrina Truman”. Questa legge, fortemente voluta dall’amministrazione americana, aveva lo scopo di fronteggiare la guerriglia comunista in Grecia, dopo il ritiro, per motivi di insostenibilità finanziaria, dell’esercito inglese, e di aiutare il governo turco a non cedere alle pressioni sovietiche, riguardanti la firma di un nuovo trattato per lo stretto sui Dardanelli, che avrebbe avvantaggiato strategicamente l’URSS, la quale avrebbe così potuto disporre di uno sbocco sul mar Mediterraneo.

La Dottrina Truman, fu così enunciata dallo stesso Presidente il 12 marzo 1947 “Attualmente nella storia del mondo quasi tutte le nazioni devono scegliere tra modi di vivere alternativi. Troppo spesso questa scelta non è libera. Un modo di vivere è basato sulla volontà della maggioranza, ed è contraddistinto da libere istituzioni, rappresentanti di governo, libere elezioni, garanzie per la libertà individuale, libertà di parola e di religione, e libertà dall’oppressione politica. Il secondo modo di vivere è basato sulla volontà della minoranza imposta con la forza alla maggioranza. Dipende dal terrore e dall’oppressione, dal controllo della stampa e della radio, da false elezioni, e dalla soppressione delle libertà individuali. Io credo che la politica degli Stati Uniti debba essere quella di aiutare i popoli liberi che stanno resistendo al tentativo di conquista di queste minoranze armate, o di pressioni esterne. Io credo che noi dovremmo assistere i popoli liberi che stanno lavorando per la ricerca del loro destino, e della loro strada. Io credo che il nostro aiuto dovrebbe permettere per prima cosa la stabilità economica e l’ordine politico”.

Il governo americano contrastava l’Unione Sovietica non solo perché il regime di Stalin era un pericolo militare e politico, ma anche perché, dal punto di vista economico, l’ideologia comunista era contraria alla politica commerciale americana che puntava su un mercato internazionale aperto, in cui il commercio fra le nazioni (e soprattutto fra gli Stati Uniti e il resto del mondo), fosse intralciato il meno possibile dai governi.

Il modello che avrebbe dovuto regolare il sistema multilaterale del commercio era stato discusso per la prima volta a Bretton Woods, nel 1944, e prevedeva la creazione del Fondo Monetario Internazionale (IMF), che avrebbe dovuto promuovere la cooperazione commerciale internazionale, facilitare l’espansione del commercio, consentire la stabilità dei cambi, dare sostegno ad un sistema multilaterale di pagamenti e della Banca Internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (più nota come “International Bank of Reconstruction and Development” che avrebbe dovuto assistere la ricostruzione economica e lo sviluppo incentivando gli investimenti esteri e integrando gli investimenti privati mediante i propri fondi.

Secondo Alan Milward, la politica estera americana dei prestiti alle nazioni europee in difficoltà, era tesa a far funzionare il più presto possibile il sistema di Bretton Woods, che però rimase sempre solo un’utopia americana.

Un’altra utopia americana fu la creazione dell’”International Trade Organization” (ITO), le ambizioni di quest’organizzazione erano troppo grandi e successivamente, nel 1947, venne rinominato “General Agreement on Tariffs and Trade” (GATT).

Le Nazioni Unite contribuirono al tentativo di ricostruzione europea nel primo dopoguerra, con la “Emergency Economic Commission for Europe”, che venne in seguito divenne, la “Economic Commission for Europe”. In questa organizzazione, i contrasti tra Stati Uniti e Unione Sovietica, impedirono lo sviluppo di progetti adeguati all’emergenza. Gli americani accusarono a più riprese i sovietici di non voler collaborare.

Dal punto di vista politico, Stalin non aveva nessuna convenienza a risollevare l’economia europea. Infatti egli era il principale beneficiario di quella situazione drammatica, dato che ogni fallimento della politica estera americana verso i paesi del vecchio continente, rafforzava i movimenti e i partiti comunisti in Europa. Negli anni del primo dopoguerra, c’era il rischio che le sinistre potessero arrivare al potere, in Europa occidentale, anche senza un colpo di stato, sia in Italia che in Francia.

Nel 1947, la mancanza di risultati ottenuti nei primi due anni di aiuti, e il pericolo comunista, convinse l’amministrazione americana, che il problema della ripresa economica europea, doveva essere affrontato in un’ottica complessiva, e non più paese per paese.

Gli squilibri finanziari del continente europeo erano stati sottovalutati dall’amministrazione Truman. Gli aiuti concessi tramite accordi bilaterali tra USA e i beneficiari europei non erano stati né sufficienti né efficienti. Sarebbe stato possibile aiutare meglio l’Europa, risparmiare dollari e contenere il pericolo comunista, attraverso l’organizzazione di un programma di ripresa economica che prevedesse l’integrazione delle risorse già presenti in Europa e la collaborazione fra le nazioni europee nello sviluppo di programmi finanziati dal governo americano.

Invece, fino a quel momento, la disorganizzazione era stata una costante in ogni piano di ricostruzione. Per esempio, le miniere di Gran Bretagna e Francia erano a corto di manodopera, mentre in Italia vivevano 2 milioni e mezzo di disoccupati. A causa delle deficienze nei trasporti, di paesi come Grecia ed Italia, la frutta e la verdura prodotta in abbondanza non poteva essere esportata nei paesi dove la popolazione soffriva di carenze vitaminiche. I Cechi non potevano permettersi le tariffe imposte dalle autorità di occupazione americane nei porti del nord della Germania, a causa della mancanza di dollari e dovevano perciò ricorrere, a percorsi alternativi, scomodi, per far transitare le loro merci. L’esportazione dei prodotti delle foreste scandinave, erano sotto il livello prebellico, nonostante la grande necessità nel resto d’Europa, a causa della scarsità di carbone, che, costando troppo, non era più un carburante conveniente da utilizzare nei trasporti. Il sistema ferroviario europeo trasportava carbone attraverso il continente, dalle miniere della Slesia alla Francia e alla Rhur, in direzione opposta a Berlino.

Il funzionamento della maggior parte degli accordi commerciali bilaterali fra gli stati europei diminuivano la convenienza di tutti i beni più essenziali. I paesi esportatori di beni non considerati di prima necessità, erano obbligati ad accettare dai paesi acquirenti, condizioni di molto svantaggiose per ottenere le importazioni di cui avevano disperatamente bisogno, piuttosto che condizioni migliori da altri paesi. D’altro canto, le nazioni importatrici, erano obbligate ad accettare beni di cui non avevano bisogno, ma che sarebbero invece stati utili in altri paesi. Le limitate forniture di acciaio tedesco erano utilizzate per fabbricare macchine fotografiche e trenini giocattolo da esportare negli USA, piuttosto che macchine per il latte, che aumentassero la produzione in Danimarca e Olanda, o parti di ricambio per i macchinari industriali.

Ogni paese stava sviluppando, o aveva, uno o più programmi di sviluppo economico, ma nessuno era integrato con quello degli altri paesi. Perciò accadeva ad esempio, che in Francia, Lussemburgo, Cecoslovacchia e Polonia, si richiedessero risorse per sviluppare l’industria dell’acciaio, mentre le autorità d’occupazione americane e inglesi, stavano pianificando una massiccia operazione di esportazione di carbone dalla Rhur verso i paesi citati. Tuttavia il fallimento più importante, era stato il tentativo americano ed inglese di incrementare la produzione in Germania nelle loro zone di competenza, con lo scopo di esportare prodotti in tutta Europa.

Un eventuale programma di ripresa globale per tutta l’Europa sarebbe stata un’occasione anche dal punto di vista della situazione tedesca, perché sarebbe stato possibile sfruttare l’enorme potenziale tedesco mettendolo a disposizione di tutto il continente, integrando l’economia europea, e scongiurando così il rischio di altre guerre tra la Germania e i suoi vicini. Quindi Il recupero della Germania presentava le seguenti opportunità: lo sviluppo della democrazia la quale era importante per la sicurezza futura dell’Europa, un’arma contro l’Unione Sovietica per avere il sostegno del popolo tedesco e per un eventuale accordo con l’URSS che prevedesse la convergenza della loro zona d’influenza tedesca, un contributo alla ripresa economica europea con la conseguenza di una maggiore stabilità del Patto Atlantico, le enormi risorse dell’economia tedesca avrebbero contribuito a diminuire il fardello per gli Stati Uniti nel lavoro della ricostruzione europea.

Tuttavia, per quanto riguarda lo sviluppo di un nuovo programma di aiuti per l’Europa, non sarebbe stato facile convincere l’opinione pubblica americana e soprattutto il Congresso a mettere a disposizione ulteriori finanziamenti. A tale scopo, era necessaria una proposta che definisse nello specifico l’ammontare delle risorse da stanziare, il periodo di durata del programma di ricostruzione e soprattutto porre l’enfasi sul pericolo che l’espansione comunista rappresentava per gli Stati Uniti.


[1] A. MADDISON, Monitoring the World economy 1820-1992, Paris 1995, p.210
[2] D.W. ELLWOOD, L’Europa ricostruita: politica tra Stati Uniti ed Europa occidentale 1945-1955, Bologna 1994, p.49
[3] D.W. ELLWOOD, op. cit., p.78
[4] D.W. ELLWOOD, op. cit., p.53
[5] A.S. MILWARD, Guerra, Economia e Società 1939-1945, Milano 1983, p. 321-322
[6] A.S. MILWARD, The reconstruction of Western Europe 1945-51, London 1984, p.318
[7] B.R. MITCHELL, op. cit., p.624
[8] http://www.marshallfoundation.org/about_gcm/marshall_plan.htm
[9] G. DE LUNA, La ricostruzione in Europa, in, La Storia, Torino 1986, p.585 volume IX
[10] C.P.KINDLEBERGER, The Marshall plan days, Boston 1987, p.256
[11] A.S. MILWARD, The reconstruction of western Europe, cit., p.45
[12] D.W. ELLWOOD, op. cit., p.93

L’Europa nel 1947


Dopo un inverno molto rigido, che pesò negativamente sulla ricostruzione rendendo più pesanti i sacrifici delle popolazioni europee, stremate dalla mancanza di alimenti e fonti d’energia, la primavera del 1947 si presentava sotto molti aspetti come l’ultima occasione per migliorare la situazione prima che questa sfuggisse definitivamente di mano, ai governi occidentali.

In Francia, si era costretti ad utilizzare i crediti americani, anziché per gli investimenti richiesti dal piano di Monnet, per le spese correnti, la cui voce maggiore era rappresentata dalle importazioni dei beni di prima necessità. Non si riusciva ad arrestare, né l’inflazione, né il crescente consenso verso i movimenti comunisti.

In Italia, nonostante la rapida ripresa industriale, i disoccupati erano ancora un milione di persone, cosa che procurava un crescente malcontento e numerose dimostrazioni di massa. Lo stato, che per mancanza di potere non era nella condizione di imporre un razionamento alimentare, reagiva con disperati appelli agli Stati Uniti, perché inviassero in Italia almeno le risorse necessarie ad evitare tragiche conseguenze per la popolazione. L’inflazione era ancora molto alta (50%), e anche questo contribuiva a alimentare la situazione politica del tutto instabile, per lo sviluppo, di pericolose organizzazioni sia di destra (neo fasciste), che di sinistra (comuniste).era entrata in una crisi economica che il governo riusciva ad affrontare con difficoltà. L’inverno, aveva portato ad un disperato bisogno di carbone che veniva sottratto all’uso domestico per riservarlo ai trasporti ferroviari. Ci furono forti limitazioni all’uso della corrente elettrica e come se non bastasse, il fenomeno della disoccupazione stava assumendo una dimensione preoccupante. Anche qui come in Francia, i prestiti americani erano in gran parte destinati al pagamento delle importazioni.

Il problema della ricostruzione europea era stato affrontato in un primo momento dall’UNRRA tra il 1943 ed il 46 con forti motivazioni umanitarie, era poi diventato un problema finanziario, con i prestiti concessi dagli USA a Gran Bretagna, Francia, e altri paesi, e stava ora diventando sempre di più una questione politica.

Gli ambasciatori americani in Francia (Caffery) e Italia (Dunn), sottolineavano insistentemente, la relazione fra povertà e comunismo. In pratica, lo stesso concetto di cui parlò il Generale Clay, riferendosi alla situazione alimentare in Germania. Bastava un secchio di carbone, o un po’ di pane, per comprare le simpatie di una popolazione stremata da anni di sofferenze. Accadeva invece che la perdita di popolarità dei governi europei tra la popolazione, che non vedeva la fine delle sofferenze, alimentava i movimenti di opposizione comunisti, a beneficio dell’URSS.

Gli aiuti post UNRRA erano ridotti a 350 milioni di dollari, una cifra irrisoria se si pensa che i circa 13 miliardi precedentemente concessi attraverso i prestiti condizionati non avevano migliorato la situazione. Questa mancanza di risultati, rendeva improbabile la concessione di ulteriori somme a favore dei governi europei da parte del Congresso.

L’approccio paese per paese con cui gli Stati Uniti avevano affrontato la situazione europea fino al 1947, aveva ormai esaurito la sua credibilità.

Alla fine della guerra, con gli accordi di Potsdam, la Germania venne smembrata in quattro zone: sovietica, americana, britannica e francese. Quel trattato, prevedeva che la Germania fosse amministrata in maniera unitaria, nonostante le zone di appartenenza. Inoltre, livello dell’industria tedesca non doveva superare il 50% di quello del 1938, da questo ne conseguiva, che tutto il materiale industriale in esubero, dovesse essere rimosso dal territorio tedesco.

In realtà tali accordi furono subito disattesi, per due ragioni. La prima, era che i francesi, trascinati dai loro interessi (e dal loro spirito di rivalsa), pretesero e ottennero di dirottare gran parte della produzione di carbone tedesco in Francia, a titolo di riparazioni. Inoltre si rifiutavano di collaborare all’amministrazione unitaria della Germania nel comando alleato (ponendo il veto su numerose questioni), e avanzarono pretese riguardo l’annessione della Slesia (con i suoi giacimenti minerari) e sulla separazione della Renania, e della Rhur dalla Germania. Il comportamento francese, in parte condizionato dal non essere stati invitati alla conferenza di Potsdam, aggravava le condizioni dell’economia tedesca. L’esercito americano faceva notare, che non si poteva estrarre carbone dalle miniere della Rhur, solo per destinarlo alle esportazioni, soprattutto perché la necessità di quel materiale, era forte anche in Germania, come in tutta Europa. Nonostante le proteste del generale Clay, per il comportamento dei francesi, il Dipartimento di Stato americano, non prese alcun provvedimento efficace in merito a questo problema.

La seconda ragione, riguardava il livello dell’industria. Abbiamo già ricordato, che nonostante la sconfitta subita durante la guerra, la Germania era ancora la prima potenza industriale europea. Questo significava che fino a quando non fossero sorte nuove fabbriche da qualche altra parte, quelle tedesche erano indispensabili alla ricostruzione di tutto il continente. Per di più, l’economia tedesca era perfettamente integrata con quella di paesi confinanti come Olanda e Danimarca, che dipendevano per la ripresa economica, da una Germania in buone condizioni di salute. Questo significava, che il limite posto all’espansione dell’industria tedesca, si contrapponeva all’obiettivo della ripresa economica europea. Questo, naturalmente, non spaventava il regime sovietico, che approfittava dell’occupazione della Germania orientale per portar via ogni genere di bene come bottino di guerra. Si calcola che tra il 1948 ed il 1953 furono trasferiti in URSS dalla Germania orientale e dal resto d’Europa dell’est 14 miliardi di dollari in beni di ogni tipo [13].

Concludendo, la situazione tedesca era tale che parte degli obiettivi iniziali erano stati disattesi. Il comando degli alleati a Berlino non permetteva un’amministrazione unitaria delle quattro zone d’occupazione, mentre i russi stavano sempre più radicandosi politicamente nella zona di loro competenza. Inoltre, la riduzione del potere industriale tedesco si era dimostrato un obiettivo non auspicabile.

Era necessario un cambio di strategia nella politica estera americana, un’idea che convincesse il Congresso e servisse a contenere il pericolo comunista in Europa Occidentale. Un’idea, che permettesse di dare alla Germania un ruolo che fosse accettato dagli altri governi europei, in prima fila da quello francese.


 Un programma di ripresa per l’Europa


L’idea dell’abbandono della politica degli aiuti frammentari ai singoli paesi, proveniva, oltre che dalle necessità imposte della situazione, dalla volontà di numerosi ambienti economici e politici americani. E’ difficile dire da dove nascesse, o chi fosse stato il primo a proporre una strategia di ricostruzione economica applicabile all’Europa per intero. E’ certo che questo tipo di approccio era utile anche dal punto di vista psicologico, perché faceva leva su un ideale generalmente molto sentito (a dire il vero più in Usa che in Europa), di un continente europeo unito per uno scopo comune. L’idea arrivava fino all’utopia (per il tempo) di una federazione politica.- 

Una simile soluzione fu ampiamente discussa durante tutto l’inverno del 1946-47 dal Consiglio delle Relazioni Estere americano. Dal marzo 1947 all’interno del Dipartimento di Stato, in modo più sobrio e privo di utopie politiche, si incominciò a lavorare a un progetto di ripresa che coinvolgesse l’intera Europa. I primi sostenitori di quest’idea furono i collaboratori più giovani: Thomas C. Blaisdell Jr., Paul R. Porter e Theodore Geiger del dipartimento degli economisti americani a Londra, Charles P. Kindlegerger e Walt W. Rostow della divisione del settore tedesco e austriaco del Dipartimento di Stato, Harold Van B. Cleveland assistente capo della divisione sugli investimenti e lo sviluppo economico. Questi portarono la questione ai vertici dell’amministrazione Truman, dove i principali responsabili della realizzazione di questo progetto furono, oltre al Segretario di Stato George Marshall. Il Sottosegretario di Stato Dean Acheson, il direttore del dipartimento di programmazione politica George Kennan e il Sottosegretario di Stato per gli affari economici William Clayton.

Il 5 marzo 1947, tre mesi prima del discorso di Marshall ad Harvard, il dipartimento “State War-Navy Coordinating Committee” (SWNCC), iniziò, su richiesta di Acheson, uno studio che si occupava di verificare se in qualche parte nel mondo esistessero paesi che avevano bisogno di un aiuto analogo a quello che sarebbe stato concesso a Grecia e Turchia di lì a poco. Si trattava quindi di uno studio derivato dalla dottrina Truman. Lo studio avrebbe anche dovuto valutare gli obiettivi americani, il sistema di finanziamento, eventuali programmi militari, programmi d’aiuto, impatto sulla sicurezza nazionale, risorse interne disponibili a tale scopo e conseguenze di un possibile fallimento del programma. Il primo rapporto SWNCC è datato 21 aprile 1947: il risultato della ricerca era considerato modesto dagli stessi autori. Il documento era un insieme di osservazioni, raccomandazioni, suggerimenti e conclusioni, che il comitato stesso non considerava affatto un’analisi completa. Erano indicate otto nazioni che avrebbero avuto bisogno d’aiuto entro pochi mesi, tre di queste non dovevano essere incluse nel “European Recovery Plan” (ERP). Otto nazioni che non avevano urgente bisogno d’aiuto, cinque di queste sarebbero state eventualmente incluse nell’ERP.

Il rapporto, per stessa ammissione dello SWNCC, era basato su dati frammentari, ad uso interno al Dipartimento di Stato, e avrebbe dovuto essere rivisto con l’inserimento di ulteriori informazioni. Tuttavia, quei dati furono sufficienti a Acheson per proporre un discorso per i primi di maggio del 1947. “In questo discorso, Acheson elencava i funesti sviluppi che erano avvenuti nel mondo a partire dallo scoppio della guerra, e precisava che nel futuro immediato, i programmi di aiuto esistenti avrebbero colmato soltanto a metà la lacuna tra le importazioni degli Stati Uniti dall’estero, e le loro esportazioni nel resto del mondo. Le esportazioni degli Stati Uniti, si erano quadruplicate dal 1939, diceva Acheson, e avrebbero potuto essere molto più alte, se fosse stato possibile trovare i mezzi per pagarle, nei paesi europei e asiatici più minacciati dal disastro. Questi paesi, avevano un urgente bisogno di soccorsi d’emergenza, per assicurare la stabilità, promuovere la libertà e la democrazia, incoraggiare politiche commerciali più aperte, e rafforzare l’autorità delle Nazioni Unite” [14].

Ulteriori studi portarono al rapporto finale del 3 ottobre 1947, dove si osservava, che la rapida progressione degli eventi, rendeva obsoleti molti dei dati su cui quello stesso documento si basava, e che il rapporto non sarebbe rimasto attuale per molto tempo.

In data 23 maggio 1947 George Kennan e il dipartimento di programmazione politica, produssero un altro documento nel quale si sosteneva che era meglio concentrare l’azione degli Stati Uniti sull’Europa occidentale, ma rimandava ulteriori dettagli ad un secondo rapporto che sarebbe stato pronto per metà estate. Nel frattempo, si giudicava necessaria un’azione dalla forte connotazione psicologica, per fare capire agli europei che gli Stati Uniti stavano finalmente agendo. Quest’operazione poteva, ad esempio, essere un grande sforzo di produzione di carbone, dalle miniere della valle del Reno. Era possibile chiamarlo “Coal for Europe”. La riabilitazione dell’Europa sarebbe avvenuta in due fasi, una di breve periodo, per eliminare le strozzature del mercato e riavviare produzione (di prioritaria importanza), e una di lungo periodo che sarebbe stata lasciata in gran parte all’iniziativa europea. Il problema era di ispirare in qualche modo l’iniziativa europea, senza farla sembrare un’iniziativa americana. Il progetto avrebbe potuto svilupparsi nell’ambito della Commissione Economica Europea (ECE), anche se in questo caso era scontata l’opposizione dei delegati sovietici. Il rapporto consigliava allo SWNCC, di portare avanti i propri studi con gli altri dipartimenti, mentre i delegati USA in Europa, avrebbero dovuto chiedere l’opinione dei governi europei sui problemi principali che la ripresa presentava. Per finire, la strategia precedentemente esposta avrebbe dovuto essere segretamente discussa con il governo britannico.

Il secondo documento del dipartimento per la pianificazione politica, del 23 luglio, esaminava in dettaglio gli interessi americani nella ripresa europea, ma non presentava ulteriori suggerimenti per la realizzazione degli obiettivi di lungo periodo, che sarebbero stati esaminati da un altro rapporto da sviluppare in collaborazione tra Europa e America. Questo piano, proponeva programmi paralleli integrati che si sarebbero dovuti sviluppare allo stesso tempo in USA e Europa per assicurare l’autosufficienza dei partner nell’arco di quattro o cinque anni. Erano previsti anche un piano speciale per la Gran Bretagna, e protezioni contro i possibili sabotaggi comunisti. Gli europei avrebbero dovuto lavorare sulla base di una collaborazione economica interna, e anche con qualche forma di associazione politica regionale. La proposta doveva partire dagli stessi europei ed essere basata su di un accordo tra loro. Sarebbe poi stato chiesto, alle zone alleate di Austria e Germania, di dare il loro contributo alla ripresa.

William Clayton scrisse due “memoranda” in cui illustrava la sua opinione sulla questione dell’ERP. Il primo è del 5 marzo 1947, esattamente il giorno in cui iniziarono i lavori dello SWNCC. Clayton, come tutto il Dipartimento di Stato, era preoccupato per gli sviluppi della crisi in Grecia e Turchia, e pensava che la caduta in mano sovietica di uno di questi governi, oppure l’arrivo al potere dei comunisti tramite un colpo di stato, o con libere elezioni, avrebbe causato in Europa, quella che venne poi chiamata, la Domino thesis. La caduta di una zona fondamentale dello scacchiere europeo, avrebbe portato alla capitolazione conseguente di tutte le altre. Clayton era preoccupato anche perché l’Inghilterra stava perdendo il suo status di potenza mondiale, e non avrebbe potuto colmare il vuoto di potere creatosi in Europa. Questo sarebbe stato riempito in futuro dagli USA o dall’URSS. In quest’ultimo caso entro dieci anni era da prevedersi una terza guerra mondiale. Per evitare quest’ipotesi, gli Stati Uniti dovevano supportare l’Europa, finanziariamente e tecnicamente, con almeno 5 miliardi di dollari, e creare un Consiglio Nazionale per la Difesa.

Il secondo memorandum di Clayton, uscì a fine maggio, (la data è incerta tra il 27 e il 31). Clayton, di ritorno dal suo soggiorno in Europa, si era convinto che il continente fosse sull’orlo della disgregazione economica, sociale e politica. Lo preoccupavano la situazione produttiva, la possibilità che andasse male il raccolto di grano in Francia dove gli avevano rivelato che continuava l’attività del mercato nero. Clayton era anche convinto che la situazione sarebbe peggiorata. Per salvare dalla fame e dal caos le nazioni europee, erano necessari ulteriori aiuti massicci e en amministrati. Uno dei concetti più importanti del suo rapporto, inserito anche nel discorso di Harvard, riguardava la rottura del cosiddetto rapporto tra città e campagna. Tale fenomeno consisteva nell’interruzione della vendita diretta da parte dei coltivatori dei prodotti agricoli alle città. Questo succedeva perché la moneta con cui venivano ripagati era sempre più inutile. Inoltre, un ulteriore motivo di preoccupazione, riguardava da vicino gli USA. La scomparsa dei mercati europei per le loro eccedenze, avrebbe portato maggior disoccupazione, depressione economica e avrebbe aggravato le condizioni finanziare di un bilancio statale, squilibrato da un debito di guerra gigantesco.

Clayton, si oppose all’approccio di Kennan sull’iniziativa europea. Al contrario, richiedeva un approccio dove fosse esplicito che gli americani stavano salvando l’Europa. Riteneva che il presidente Truman avrebbe dovuto fare appello al popolo americano perché si sacrificasse per questa causa. Dai 5 miliardi di dollari in aiuti Clayton passò a una richiesta di 6-7 miliardi in tre anni. Per finire, il memorandum scartava l’idea di utilizzare la ECE per sviluppare l’ERP, perché il rischio era quello di trovarsi nelle stesse condizioni del precedente programma UNRRA, dove gli americani fornivano il 75% delle risorse, e l’allocazione degli aiuti era decisa da 17 differenti paesi, senza che gli interessi del maggior finanziatore fossero garantiti.

Dopo la conferenza dei ministri degli esteri di Mosca della primavera del 1947, dove fallirono i negoziati per trovare un trattato di pace accettabile con Germania e Austria, Marshall, che rientrò dalla Russia a fine aprile, rimase disgustato dal comportamento dei sovietici. Li chiamò “Troublemakers” e affermò che c’era da parte loro la volontà non di negoziare in buona fede. Qualcosa doveva essere fatto subito ”Il paziente muore mentre il dottore discute”.

Marshall, decise di fare un annuncio il 24 maggio 1947 all’Università del Wisconsin, ma in quell’occasione il sottosegretario Clayton sarebbe stato fuori dal paese, e comunque la data era troppo vicina per organizzare lo staff del Dipartimento per la programmazione politica. La successiva opportunità era all’Amhest College, il 15 di giugno ma come scrive Kindleberger, quella data era troppo lontana, e gli Stati Uniti non potevano aspettare così a lungo. Quindi Marshall decise di accettare una laurea ad honorem ad Harvard, più volte rifiutata, a causa dei suoi numerosi impegni.

Il discorso che avrebbe annunciato l’ERP fu dunque fissato per il 5 giugno 1947. Cosa avrebbe dovuto dire Marshall in quell’occasione, e quale sarebbe stato lo scopo di quell’annuncio? Prima di quel giorno, il Dipartimento di Stato, e gli uffici collegati avevano predisposto i seguenti documenti:

* quello dello SWNCC del 21 aprile (che per stessa ammissione dello SWNCC non era esaustivo né preciso);
* quello dell’ufficio per la programmazione politica di Kennan del 23 maggio 1947 (che per il poco tempo avuto a disposizione, era poco più di un piano per svilupparne un altro);
* i due memoranda di Clayton del 5 marzo e 31 aprile (che tra le altre cose contrastavano con l’approccio di Kennan).

Marshall, non aveva un progetto dettagliato da illustrare. Il piano non esisteva ancora, e il suo discorso fu un compromesso tra le idee di Kennan e quelle di Clayton. L’annuncio doveva essere ”una via di mezzo tra un suggerimento appena accennato e un’esortazione”[15]. Il luogo e l’occasione giusti erano quelli di Harvard, perché non era un appuntamento troppo importante, e non era troppo sotto i riflettori della politica. Questo permetteva a Marshall di parlare più liberamente, anche se avrebbe comunque dovuto tenere un atteggiamento di basso profilo, per non rischiare di attirarsi le critiche degli oppositori del governo, né quelle del regime sovietico. Allo stesso modo, avrebbe dovuto convincere i governi europei, che quella proposta era differente da tutte le altre.

Il Segretario di Stato iniziò il discorso ringraziando, come era consuetudine, l’università di Harvard, per il riconoscimento offertogli. Subito dopo continuò affermando che la situazione mondiale era molto seria, ma difficile da spiegare all’uomo comune americano raggiunto dalle notizie di radio e stampa, ma molto lontano da quelle zone del pianeta distrutte dalla guerra. A questo punto del discorso, Marshall, parlò dei danni provocati dalla guerra, sostenendo che, sebbene quelli materiali fossero stati ben calcolati, altri tipi di distruzioni si erano rivelate più importanti ”Considerate le richieste fatte dai governi, per la riabilitazione Europea dai danni fisici, come le perdite umane, le distruzioni delle città, fabbriche, miniere e ferrovie, i danni materiali erano correttamente stimati, ma è diventato palese a tutti, durante i recenti mesi, che le distruzioni visibili, erano probabilmente meno serie dei danni subiti dall’intero sistema economico europeo.
Per dieci anni, le condizioni sono state completamente anormali. L’attività febbrile della preparazione alla guerra, e quella più febbrile del mantenimento dello sforzo bellico, hanno inghiottito tutti gli aspetti delle economie nazionali.
I macchinari sono caduti in rovina o diventati completamente obsoleti.
Sotto le regole arbitrarie e distruttive del regime nazista, ogni impresa che fosse possibile sfruttare, è stata utilizzata per la macchina da guerra tedesca.
I rapporti commerciali, le istituzioni private, le banche, le compagnie di assicurazioni e di trasporti, sono scomparse a causa della perdita del capitale, assorbite attraverso la nazionalizzazione, o semplicemente distrutte.
In molti paesi, la fiducia nella moneta locale è severamente compromessa. Durante la guerra, il crollo della struttura degli affari europea è stato completo”.

Continuando descrisse la rottura della divisione del lavoro tra città e campagna, citata da Clayton nel suo secondo rapporto:
“C’è un punto di questa faccenda che è insieme interessante e serio.
I contadini, hanno sempre prodotto gli alimenti per gli abitanti delle città, scambiandoli con le altre necessità della vita. Questa divisione del lavoro, è la base della civiltà moderna. Attualmente, questo sistema è minacciato dal crollo della struttura economica. Le città e le industrie, non stanno producendo i beni adeguati allo scambio con gli alimenti prodotti dai contadini. Materie prime e carburante sono forniti solo in minima parte. I macchinari scarseggiano o sono assenti. Così i contadini non trovano in vendita le merci che desidererebbero comprare. Perciò la vendita dei prodotti in cambio di moneta, non utilizzabile, ai contadini, sembra uno scambio non conveniente. Per questo motivo (i contadini), hanno eliminato molti campi dalla coltivazione del raccolto, per utilizzarli nell’attività di pascolo. Inoltre destinano più grano alle provviste, in modo da aumentare la scorta di cibo per se stessi, e per la propria famiglia, pur sapendo che potrebbero rimanere a corto di vestiti, e di altri beni essenziali della civiltà.
Nel frattempo, la gente nelle città è a corto di cibo e di carburante. Perciò i governi sono obbligati ad usare la moneta straniera, e i prestiti, per procurarsi queste necessità all’estero. Questo processo, esaurisce le risorse che sono urgentemente necessarie per la ricostruzione”.

Di seguito Marshall, accennò agli effetti della crisi europea sugli Stati Uniti (già presenti nel secondo rapporto di Clayton), e al ruolo di responsabilità dell’America: “A parte l’effetto demoralizzante sul mondo e sulla possibilità di crescenti disturbi, come risultato della disperazione della popolazioni in questione, le conseguenze per l’economia degli Stati Uniti sono ovvie per tutti. E’ logico che gli Stati Uniti, dovrebbero fare qualunque cosa sia in loro potere, per assistere il ritorno alle normali condizioni di salute del mondo. Senza le quali non ci può essere stabilità politica, né pace assicurata”.

A quel punto Marshall passò a una parte fondamentale del discorso, dove dichiarò che la politica degli Stati Uniti non è rivolta contro nessuno, e avvertì l’Unione Sovietica di non ostacolare la ripresa europea. Era fondamentale, in quella situazione, dichiarare delle buone intenzioni, e nello stesso tempo far capire che per il governo Usa era giunta l’ora di agire:
”La nostra politica non è diretta contro nessun paese o dottrina ma contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos. Il suo proposito dovrebbe essere, rianimare il sistema economico nel mondo, così da permettere alle emergenze della politica e sociali, le condizioni nel quale possano esistere libere istituzioni.
Tale assistenza, sono convinto, non deve essere basata su di un compromesso. Qualsiasi assistenza che questo governo potrebbe dare in futuro, dovrebbe essere una cura piuttosto che un mero palliativo.
Qualsiasi governo che voglia contribuire al compito della ripresa, troverà la piena collaborazione, io sono convinto, da parte del governo degli Stati Uniti. Qualsiasi governo che manovrasse per bloccare la ripresa di altri paesi, non si aspetti aiuto da noi. Inoltre, governi, partiti politici, o gruppi i quali cercano di perseguire la miseria umana, in modo da approfittare di questa situazione politica, incontreranno l’opposizione degli Stati Uniti”.

Per finire, Marshall risolse i dissidi interni al Dipartimento di Stato fra Kennan e Clayton, dichiarando, come prima cosa, che l’iniziativa per quanto riguarda il programma avrebbe dovuto essere presa in Europa, aggiungendo poi che gli Stati Uniti avrebbero dovuto partecipare insieme agli europei alla stesura del piano “E’ già evidente che, prima che il governo degli Stati Uniti possa procedere in ulteriori sforzi per alleviare la situazione, e aiutare a ricostruire il mondo europeo sulla via della ripresa, ci debba essere un accordo fra i paesi dell’Europa, sulle necessità e sulla situazione, e parte di questi paesi stessi, dovranno fare in modo di dare effetto a qualsiasi azione che possa essere intrapresa da questo governo. Non sarebbe né adatto né efficace, per questo governo, proporre un programma unilaterale progettato per rimettere in piedi l’economia europea. Questo è un affare degli europei. L’iniziativa, io penso, deve venire dell’Europa.Il ruolo di questo paese, dovrebbe consistere in aiuto amichevole nella stesura di un programma europeo, e dopo supportare tale programma tanto quanto fosse possibile fare nella pratica. Il programma dovrebbe essere una collaborazione fra un certo numero, se non tutte, le nazioni europee”.

Marshall, aveva realizzato il proposito per cui si era impegnato al ritorno dalla conferenza dei ministri degli esteri a Mosca, ovvero di agire rapidamente. Le reazioni al suo discorso non si fecero attendere, negli Stati Uniti e nel mondo.


  La reazione americana


Come già detto, al momento del discorso di Marshall ad Harvard, non esisteva ancora alcun piano preciso. Quasi tutto era da fare. Qualcuno aveva proposto l’idea di chiamarlo piano Truman, ma il presidente non voleva che si confondesse con l’omonima dottrina, e quindi accettò che al piano venisse presentato con il nome del generale e Segretario di Stato George Marshall. Il problema più grande era far passare la legge sui finanziamenti dal Congresso, e per questa battaglia si trovarono di fronte due schieramenti opposti: gli “isolazionisti” (in genere, contrari alla proposta del governo) e gli “internazionalisti” (favorevoli).

Nel Dipartimento di Stato, la preparazione del piano Marshall continuò con l’organizzazione del “Recovery Committee”, chiamato anche “Board of Directors” e nel dipartimento responsabile della programmazione politica di Kennan. Il “Recovery Committee” era presieduto da Willard Thorp, assistente segretario per gli affari economici e composto da rappresentanti di tutti gli uffici che si occupavano dell’ERP. Tra i membri c’era accordo sul bisogno di integrare le economie delle nazioni europee e sul periodo di durata del programma, tre o quattro anni. Per il resto, il “Board of Directors” si divise tra Planners e Traders. I secondi volevano sostituire le monete non convertibili, e gli accordi commerciali bilaterali, con un modello basato su di una “Clearing Union”, cioè con dei cambi fissi tra le monete europee, un’istituzione che si occupasse delle compensazioni fra i pagamenti, e persino un’unione doganale. I Planners invece, sostenevano che prima di ogni altra cosa era indispensabile riavviare la produzione. Il compromesso che ne risultò avvantaggiò l’approccio dei Planners, con un piano internazionale di mercato che incentivava l’integrazione e incrementava la produzione.

Il 22 giugno 1947, il presidente Truman istituì tre comitati per analizzare la fattibilità della proposta di Marshall. Il più importante, era quello di Averell Harriman e fu chiamato con il suo nome. Questo era un comitato bipartitico composto di 18 membri appartenenti al partito democratico e a quello repubblicano. Lo scopo era di dare un giudizio in merito all’assistenza economica verso l’Europa. Le conclusioni furono: la speranza per l’Europa dipende dalla capacità produttiva industriale e dal comportamento della popolazione, che non deve cedere alla propaganda dei partiti comunisti rivoluzionari. Gli Stati Uniti avevano un interesse molteplice, umanitario, economico, strategico e politico, nell’aiutare l’Europa, l’ERP avrebbe comportato un certo sacrificio per la nazione. Gli aiuti avrebbero dovuto raggiungere la cifra di 5,75 miliardi di dollari per il primo anno, e consigliava un approccio alla ripresa attento al pericolo dell’inflazione.

Il 21 luglio 1947 anche il Congresso creò un proprio comitato bipartitico lo “Herter Committee”. Avrebbe dovuto studiare la situazione economico sociale europea, e riferirne poi al Congresso. Lo scopo del Congresso, era di informarsi sulla situazione europea e su di un eventuale programma americano a favore di quella regione. I membri di questo comitato si imbarcarono su una nave diretta in Europa, il 28 agosto, e visitarono tutto il continente ad eccezione di Russia, Iugoslavia e Albania. Lo “Herter Committee”, era diviso in sottocomitati che lavorarono in tutta l’Europa, e raccolsero informazioni non solo da personalità politiche di governo, ma anche da privati cittadini.

Nel novembre 1947 venne prodotto il documento conclusivo che constava di 883 pagine, e con sorpresa le divergenze che si verificarono tra i membri furono poche e lievi. C’era un piena unanimità di vedute sul fatto che si notavano evidenti segni di pericolo dell’espansione del comunismo in Europa, e molti erano convinti della necessità di un programma di aiuti controllato dagli USA. Un membro del comitato dichiarò, che bisognava aiutare l’Europa “wheter we like or not” [16]. Tra i più importanti suggerimenti dello “Herter Commettee” c’era il meccanismo dei “Fondi della controparte” (somme di denaro in valuta del paese aiutato, depositati e utilizzabili solo con l’autorizzazione di un’apposita organizzazione internazionale). Paul G. Hoffman, amministratore a Washigton dell’ECA “Economic Cooperation Administration”, disse che senza l’apporto del comitato Herter non sarebbe mai stato possibile far approvare dal Congresso il piano Marshall.

Per la divulgazione degli obiettivi e della necessità dell’ERP fu creato un comitato a favore del Piano Marshall, di cui facevano parte più di trecento illustri cittadini di ogni parte degli Stati Uniti. Lo scopo di quest’organizzazione era di promuovere attraverso la stampa e la televisione la causa dell’ERP. I risultati ottenuti furono i seguenti: in soli 4 mesi la percentuale di chi non aveva mai sentito parlare del piano Marshall passò dal 51% al 36%, e i favorevoli al piano toccarono la percentuale del 56% contro il solo 17% dei contrari.[17]

Coloro che si opponevano al piano Marshall, vennero chiamati, forse erroneamente, “isolazionisti”. Erano presenti sia nel partito Democratico che in quello Repubblicano. Questo impedì loro un’unità d’azione nella protesta. Tra di essi c’erano persone di grande importanza e prestigio come il senatore Robert A.Taft, l’economista Henry Hazlitt, l’ex vice presidente Wallace. Anche il partito laburista e numerose altre associazioni americane, si schierarono contro l’ERP.

Il giornalista William S.White scrisse sul New York Times ”Ostilità latenti al piano Marshall sono un fatto reale nel paese benchè nei comizi politici sia generalmente supportato” [18].

Gli oppositori di sinistra (del partito Democratico), come Henry Wallace, vedevano l’ERP come una proposta imperialista e monopolista, che cercava di promuovere gli interessi nazionali e internazionali americani, a scapito della giustizia sociale e della pace mondiale. Wallace sosteneva che la proposta del governo non mirava a ricostruire l’Europa bensì, in pratica, a colonizzarla. Era contrario ai fondi contropartita, che a suo parere, avrebbero violato la sovranità dei paesi europei, bloccando i provvedimenti per il benessere sociale, il controllo governativo sul commercio, e le nazionalizzazioni, che Wallace riteneva essenziali per la ricostruzione europea. Inoltre, sosteneva che il piano Marshall, avrebbe contribuito a dividere l’Europa, impedendo il commercio tra l’est e l’ovest, e ad aumentare la tensione internazionale. Per finire, l’ERP sarebbe stato dannoso anche per l’economia americana, perché avrebbe creato carenze di beni, inflazione, provocando così una reazione governativa, che si sarebbe manifestata con politiche anti inflazionistiche (basate sull’aumento delle tasse), che avrebbero pesato sui lavoratori e sugli uomini d’affari americani.

Wallace proponeva un programma molto più costoso dell’ERP, 50 miliardi di dollari, amministrati dalle Nazioni Unite. Gli aiuti di questo programma avrebbero dovuto essere destinati a tutte le vittime del nazismo, anche nell’Europa orientale, allo scopo di prevenire la pericolosa bipolarizzazione dell’atlante geopolitico mondiale.

Al contrario di Wallace e dei Democratici, i repubblicani, con un gran numero di emendamenti, proposero senza successo di ridurre gli stanziamenti per l’ERP, salvaguardare l’economia americana, prevenire la crescita del socialismo in Europa.

L’ex presidente Herbert Hoover voleva accentuare il compito dell’ERP di contenere i sovietici, “A dam against Russian aggression” [19]. Enfatizzava il compito che gli aiuti avrebbero dovuto avere nello sforzo produttivo, e nell’integrazione dell’economia europea, necessaria per renderla indipendente dagli aiuti americani.

Il senatore Taft criticava la teoria, sostenuta dal governo, secondo cui le esportazioni sotto forma di aiuti, avrebbero permesso di sostenere l’economia americana. Al contrario il senatore sosteneva la tesi che il governo avrebbe creato, in questo modo, una falsa prosperità, che non si sarebbe potuta mantenere in futuro con la fine del programma. Sia Taft che Hoover pensavano che il piano Marshall avrebbe imposto una dura tassazione ai cittadini americani, che avrebbe causato l’aumento dei prezzi e la penuria di alcuni prodotti.

L’economista e commentatore del Newsweek, Henry Hazlitt, elaborò una critica all’ERP, che convergeva con quella di Taft e Hoover per quanto riguardava l’inflazione. Inoltre denunciava quella serie di comportamenti dei governi europei, rivolti alla nazionalizzazione delle industrie, al controllo dei prezzi e alle misure di welfare, che rallentavano la produzione, generavano inflazione e peggioravano le condizioni della bilancia dei pagamenti, soprattutto per la parte di deficit dovuta al commercio con le nazioni appartenenti all’area del dollaro. Secondo Hazlitt la ripresa europea doveva partire dalla ricostruzione dell’impresa privata. Gli europei dovevano eliminare quei provvedimenti economici che comportavano spese che non potevano permettersi di sostenere, stabilizzare la loro situazione finanziaria, porre fine alle quote sulle importazioni, e a tutte quelle misure che sfavorivano il commercio internazionale. Gli aiuti dell’ERP avrebbero dovuto essere la metà di quelli concessi dall’amministrazione Truman. Per il resto i governi europei avrebbero dovuto ricorrere al finanziamento concesso dalle banche private americane.

Le critiche degli oppositori al piano Marshall, erano numerose e ma non c’era una visione unanime degli “isolazionisti”, i quali erano convinti di una sola cosa: l’ERP avrebbe portato sulla strada della rovina gli Stati Uniti.

L’unico documento approvato da un’ampia rappresentanza di oppositori, fu quello firmato da Hazlitt, Wallace, e da altri esponenti sia Democratici che Repubblicani. Tale rapporto, avendo controllato tutte le risorse americane disponibili, proponeva un adeguato programma di ripresa europea, senza che questo costasse troppo alle tasche dei contribuenti americani. Il programma previsto sarebbe stato della durata di due anni. Il governo avrebbe dovuto intervenire sul sistema dei prezzi, prevenendo il manifestarsi dell’inflazione. Il progetto non avrebbe dovuto essere sovvenzionato con l’indebitamento dello stato, ma mantenendo il bilancio in pareggio. Ciò avrebbe spinto i governi europei a seguire l’esempio americano, e non avrebbe provocato un aumento delle tasse per i cittadini USA. Questo documento, che era un compromesso tra oppositori Democratici e Repubblicani, non ebbe grande successo al Congresso. Le commissioni parlamentari che avrebbero dovuto discutere la fattibilità del piano Marshall iniziarono i lavori l’8 gennaio 1948, e si ritrovarono davanti alle migliaia di pagine scritte dai tre comitati istituiti dal presidente Truman sull’argomento. I problemi di cui discutere erano: il tipo di aiuti da concedere ai richiedenti (donazioni o prestiti), se del piano Marshall si sarebbe dovuto occupare un’apposita agenzia e eventualmente, stabilire le sue competenze e le relazioni con il Dipartimento di Stato.

Nell’approvazione della legge sull’ERP fu di grande aiuto l’intervento del senatore Vandenberg, un ex isolazionista che in un celebre discorso al Congresso difese il piano Marshall. La legge sul piano Marshall affermava che qualunque paese che avesse firmato il documento di impegno della CEEC si assicurava il diritto a essere parte dell’ERP. In questa maniera fu possibile accettare la partecipazione della Germania occidentale che come paese occupato, non aveva avuto la possibilità di partecipare alla riunione della CEEC a Parigi.

Si decise di concludere accordi bilaterali con ogni paese aiutato, dove il governo di quest’ultimo si impegnava ad aumentare la produzione per raggiungere la stabilità finanziaria, e a cooperare per l’eliminazione delle barriere commerciali.

Il contributo del primo anno fu fissato a 5,3 miliardi di dollari.

Il Congresso decise anche due misure protettive nell’interesse nazionale: il 50% degli aiuti doveva essere trasportato da navi USA, il 25% di tutto il grano fornito dagli Stati Uniti doveva essere sotto forma di farina.

Si stabilì che, ad occuparsi del piano Marshall da parte americana, sarebbe stata la ECA, presieduta di Paul Hoffman a Washington e con un distaccamento in Europa. Il compito di quest’istituzione sarebbe stato di controllare, ed approvare, i programmi di sviluppo dei paesi aderenti al piano, e provvedere alla loro efficiente esecuzione.

Della gestione finanziaria dell’ERP, si sarebbe occupato il “National Advisory Council on International Monetary and Financial Problems” (NAC). Il “Public Advisory Board” composto di 12 membri con esperienza sulle questioni di pubblico interesse, avrebbe svolto la funzione di controllo sul Piano, e diventò noto come il “Watchdog committee”.

Riguardo alle relazioni tra ECA e Dipartimento di Stato, si concluse che l’amministratore dell’ECA era da considerarsi come qualsiasi altro membro dell’esecutivo, e dunque sarebbe stato responsabile solo verso il Presidente, ma che il Dipartimento di Stato sarebbe stato informato in maniera continuativa, della situazione del programma, dei risultati e delle prospettive.

La legge sul piano Marshall fu approvata al Senato con 69 voti a favore contro 17, al Congresso 329 contro 74 e anche da parte Repubblicana il contributo all’approvazione fu notevole. La proposta diventò finalmente legge il 3 aprile 1948[20]. Senza dubbio, a questo successo parlamentare, contribuì la paura del regime sovietico cresciuta d’intensità dopo il colpo di stato comunista in Cecoslovacchia all’inizio del 1948.


 La reazione europea


Le precarie condizioni economiche del continente europeo, ed il bisogno degli aiuti americani, fecero sì che le nazioni dell’Europa occidentale rispondessero rapidamente alla proposta di Marshall. I primi ad agire furono inglesi e francesi.

Il primo ministro britannico Ernest Bevin volò a Parigi per discutere con il collega francese Georges Bidault della nuova proposta americana, ed insieme organizzarono una riunione che si sarebbe tenuta a Parigi durante l’estate.

Tuttavia la proposta di Marshall non era la soluzione del problema economico europeo, ma solo la volontà americana di finanziare uno sforzo organizzativo, e ideativo, che gli stessi europei avrebbero dovuto avere, e per il quale si sarebbero dovuti accordare. In Europa c’erano ancora molte ragioni di disaccordo tra le nazioni. Nessuno, ed in particolare il Regno Unito, desiderava che l’integrazione europea avesse una ricaduta sulla sovranità nazionale dei governi. I francesi volevano ancora essere arbitri della ripresa della Germania, e non accettavano di modificare il piano di Monnet, per la ricostruzione della Francia, in funzione delle necessità dell’ERP. I paesi scandinavi volevano che ad occuparsi del programma fossero le Nazioni Unite. Per finire, l’Europa era divisa tra est ed ovest, tra due superpotenze straniere, in due rispettive aree d’influenza o d’occupazione.

Alla conferenza dei ministri tra Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, a Parigi, fu invitato anche il ministro degli esteri sovietico. Molotov accusò gli americani di non voler effettivamente discutere liberamente di un programma di ripresa, ma di voler solo imporre il proprio. Molotov e la sua delegazione, abbandonarono Parigi pochi giorni dopo il loro arrivo, escludendo l’URSS dal piano Marshall.

La proposta americana fu estesa anche ai paesi dell’Europa dell’est, ma non alla Spagna, a causa della dittatura di Franco, né alla Iugoslavia, il cui esercito aveva abbattuto tre aerei americani nel 1946. Polonia e Cecoslovacchia dimostrarono di essere interessate al piano Marshall ma furono costrette a rinunciare dopo il no russo. Alla fine, sedici nazioni crearono un Comitato per la Cooperazione Economica Europea (CEEC), che avrebbe preparato una lista di priorità per la ricostruzione dell’Europa, si sarebbe occupato delle richieste americane sull’integrazione e la liberalizzazione del commercio. I partecipanti erano: Austria, Belgio, Lussemburgo, Danimarca, Francia, Germania occidentale, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Olanda, Norvegia, Portogallo, Svezia, Turchia, Regno Unito. A quel punto, la divisione dell’Europa e della Germania diventarono un dato acquisito.

Il 12 luglio, la CEEC si riunì a Parigi. La riunione andò avanti tutta l’estate tra mille difficoltà. A molti paesi partecipanti mancavano i collaboratori, le statistiche o la mentalità per un compito di quel genere, e il fatto che si dovesse mettere a punto un piano comune, che tenesse conto delle necessità e delle risorse di tutti, rendeva la situazione ancora più complicata. Inoltre, la Germania, nonostante avesse un ruolo di primo piano nella ricostruzione europea, a Parigi, non era rappresentata perché era ancora un paese occupato.

Invece di collaborare insieme alla preparazione di un programma integrato, i delegati europei prepararono una serie di richieste nazionali. La CEEC non conosceva l’ammontare della somma che gli americani avrebbero concesso al finanziamento del programma. La prima richiesta, che fu calcolata sottraendo la produzione reale al consumo ed agli investimenti, fu di 29 miliardi di dollari. Tuttavia, il Dipartimento di Stato americano, fece sapere, che tale richiesta era troppo elevata, e che la proposta della CEEC non possedeva i requisiti essenziali richiesti dagli Stati Uniti riguardanti l’integrazione europea. Le negoziazioni andarono avanti per tutta l’estate. Gli americani dovettero intervenire più volte, e sempre più pesantemente, per arrivare ad una proposta che rispecchiasse le loro richieste iniziali.

I lavori della CEEC finirono a settembre, e si risolsero in un compromesso poco chiaro, in cui le nazioni europee si impegnavano a istituire dei comitati per studiare le proposte relative all’integrazione europea (che portarono all’istituzione dell’OECE). Sulla difficile questione tedesca, nel documento finale, la CEEC si limitò a dichiarare che la Germania era di fondamentale importanza per la ripresa europea e che le sue risorse sarebbero state attentamente protette nel reciproco interesse. Inoltre, i partecipanti si accordarono per la cooperazione nello sviluppo dell’energia idroelettrica, la standarizzazione di certi tipi di macchinari, stabilirono degli obiettivi comuni per la ricostruzione della flotta navale, si impegnarono riportare al livello prebellico la produzione agricola, ad incrementare la produzione di fertilizzanti e macchine agricole, a raggiungere una produzione compresa tra il 33% e il 250% di carbone, elettricità, petrolio raffinato e acciaio. La richiesta del comitato CEEC, riguardante i finanziamenti americani, si ridusse a 19 miliardi di dollari, di cui 8,3 per il primo anno.

Con la conferenza di Parigi, e con la creazione dell’ OECE, erano stati mossi solo i primi passi di un lungo cammino verso la ripresa economica europea, e di un altro, molto più lungo, verso l’integrazione europea. Nel frattempo, un altro inverno era alle porte, e paesi come l’Italia e la Francia avrebbero potuto superarlo solo con altri aiuti americani.

Secondo i rappresentanti europei, c’era sicuramente da parte di Marshall e del Dipartimento di Stato americano, la volontà di venire in soccorso delle popolazioni europee e confermò Lord Franks presidente della CEEC a Parigi con queste parole: “Io penso che gli americani lo abbiano fatto in buona parte per motivi umanitari. Il generale Marshall era profondamente impietosito dai milioni di individui che dalla Germania orientale si erano rifugiati nella Germania occidentale e vi si affannano disperatamente, privi di mezzi di sostentamento, sopravvivendo grazie ai viveri acquistati con dollari dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti; era profondamente spaventato dalla tragica situazione delle popolazioni dell’Europa occidentale. Nella primavera del 1947, i contadini francesi e quelli italiani avevano cominciato ad accumulare il loro grano invece di mandarlo alle città, e lo usavano per nutrire il bestiame […]. Ricordatevi che nel novembre del 1947 in Italia i cereali per alimentazione umana erano ormai finiti; in Francia finirono nel marzo o aprile del 1948. Scoppiò una crisi. Questa era la situazione in cui intervennero gli Stati Uniti. E intervennero sia per salvare gli europei, sia per assicurare che l’Europa occidentale continuasse a essere una terra di popolazioni democratiche e amanti delle libertà, prosperose e amiche degli Stati Uniti. Fu a questo punto, secondo me, che l’impegno degli americani nei confronti dell’Europa venne deciso” [21].

Tuttavia, negli Stati Uniti, i motivi che spinsero i parlamentari americani all’approvazione dell’ERP, furono soprattutto quelli che riguardavano le implicazioni politiche, piuttosto che umanitarie. Questa dichiarazione di Acheson conferma questa ipotesi: “Quello che i cittadini e i deputati nel congresso volevano sempre sapere, in ultima analisi, era in che modo gli aiuti del piano Marshall agissero per bloccare l’espansione del potere sovietico e per impedire l’adesione al sistema economico e all’allineamento politico comunista” [22].


La reazione sovietica


Quali fossero le reali intenzioni americane nella proposta del piano Marshall, e perché sovietici la rifiutarono, è ancora oggi argomento di discussione fra gli storici. Sembra certo, che l’amministrazione americana, non vedesse di buon occhio la partecipazione russa all’ERP, anche se nel suo discorso ad Harvard, Marshall aveva affermato che l’iniziativa non era rivolta contro nessun governo e nessuna ideologia.

Il discorso di Harvard fu scritto attingendo ai rapporti di Kennan e Clayton, e uno dei più accesi punti di discussione tra i due era stato come organizzare la distribuzione degli aiuti concessi dal Piano Marshall.

Il precedente programma di aiuti dell’ UNRRA, che venne pagato al 75% dagli Stati Uniti, era gestito da 17 paesi (tra cui gli USA), che su base maggioritaria decidevano la destinazione degli stessi. Gli americani, si lamentarono a più riprese che le risorse concesse dall’UNRRA, finivano troppo spesso a paesi appartenenti all’area di influenza sovietica. Questo il motivo principale del fallimento di quell’iniziativa. Gli americani, ed in particolare Clayton, non volevano certamente che l’ERP, riproponesse una soluzione tale per cui i principali finanziatori del programma non potessero poi gestire secondo le loro volontà e la loro convenienza le risorse offerte.

La paura americana, nel caso che i sovietici fossero entrati a far parte del piano Marshall, era che lo sabotassero dall’interno. Questo timore derivava dalla constatazione che Stalin traeva vantaggio dall’inefficacia degli aiuti americani. La debolezza economica e politica europea, rafforzava i partiti comunisti, in particolare Italia e Francia. Questa era anche la tesi che sostenne Marshall, al ritorno dall’ultima conferenza dei ministri degli esteri a Mosca nella primavera del 1947.

La situazione politica di allora non permetteva, nel discorso di Harvard, un atteggiamento aggressivo nei confronti dell’URSS. Questo avrebbe reso più esplosiva una situazione mondiale gia molto calda, e inoltre avrebbe offerto molti argomenti di propaganda negativa all’ERP e a favore delle fazioni politiche comuniste. La situazione desiderata era quella di un cordiale invito a tutti, ed un successivo rifiuto da parte sovietica.

George Kennan scrive nelle sue memorie che il nuovo approccio americano al problema prevedeva che sarebbe toccato agli europei proporre una soluzione. Se non fossero stati capaci di farlo, gli Stati Uniti non avrebbero potuto fare niente per aiutarli. Se i russi avessero accettato questa soluzione, gli americani avrebbero testato la loro reale volontà di collaborazione. Nel caso che l’Unione Sovietica non avesse collaborato secondo gli accordi, sarebbe stata esclusa di fatto. In nessun caso gli Stati Uniti per primi, avrebbero dovuto rifiutare la cooperazione con i russi.

L’incontro di Parigi tra gli americani, Bidault, Bevin e Molotov, che portò al ritiro della delegazione russa dall’ERP, è descritto da Acheson con questa frase che denota da una parte la soddisfazione americana per il rifiuto russo, e dall’altra la sorpresa nel constatare che tutto fosse andato, quasi per caso, nel verso giusto: “Ancora una volta le decisioni del Generale Marshall e la fortuna insieme hanno prodotto il risultato desiderato”[23].

Infatti non occorse molto tempo, per “convincere” i russi a rinunciare a partecipare al piano Marshall.

C’è anche chi sostiene che l’invito a tutte le nazioni fosse in qualche modo sincero anche verso i sovietici, e che una loro reale collaborazione era considerata possibile. Nelle sue memorie Harry Truman scrive: “Anche la reazione della Russia fu immediata. Per un certo tempo parve che la proposta di Marshall potesse condurre non solo a una ricostruzione economica, ma anche a un’apertura della Cortina di ferro” [24].
Ma nonostante le parole di Truman difficilmente si può immaginare che per Stalin, sarebbe stato possibile accettare di fare parte di un programma come quello dell’ERP le cui soluzioni proposte per l’economia europea, miravano tra l’altro, a contenere l’avanzata dei comunisti in Europa.

Analizzando la questione da parte russa, Molotov si ritirò dalla conferenza di Parigi pochi giorni dopo l’inizio della stessa, ufficialmente a causa dei già citati motivi propagandistici ideologici che dividevano l’oriente dall’occidente. Il ministro degli esteri russo, respingeva il piano Marshall, perché esso prevedeva un bilancio unificato delle nazioni europee, cioè un ingerenza negli affari interni delle nazioni. Perché il piano non teneva conto della separazione fra nazioni alleate, neutrali, e nemiche (Germania). Perché, secondo Molotov, il problema tedesco, si sarebbe dovuto risolvere in un consiglio dei ministri separato da quello in corso che riguardava invece il resto dell’Europa.

Molotov stesso, aveva presentato al suo arrivo una proposta dove si chiedeva a ciascun paese europeo di fare delle richieste dettagliate, di aiuti, da sottoporre poi ad una speciale organizzazione che avrebbe chiesto i finanziamenti agli americani. Questa proposta non era naturalmente accettabile dagli Stati Uniti. In primo luogo, non teneva conto della richiesta di cooperazione tra stati europei, che oltre a rendere l’Europa più forte economicamente, avrebbe ridotto la spesa americana nel programma. Inoltre, il programma proposto da Molotov, era molto simile a quello dell’UNRRA che, come già detto, non si adattava alla volontà americane di avere il controllo sull’allocazione degli aiuti.. Questa volta, gli americani fecero sapere che “He who pays the piper calls the tune” [25]. Dunque, chi era disposto a pagare per l’impresa, guadagnava il diritto di decidere su come questa doveva essere attuata.

Kindleberger ritiene che la collaborazione russa fu la causa del malfunzionamento di molti programmi di aiuto del primo dopoguerra. A sostegno della sua tesi, porta l’esempio la ECE (Economic Commission for Europe), dove l’atteggiamento sovietico non era collaborativo. Questo rendeva difficile la progettazione e l’implementazione di qualsiasi tentativo di aiuto. Anche se le parole di Kindlebeger, sono da prendersi come quelle di una delle parti in causa, è ovvio che le opinioni di USA e URSS, erano sempre diverse su qualsiasi questione riguardante il nuovo assetto europeo, e per tale ragione la loro partecipazione a qualsiasi organizzazione rendeva praticamente impossibile ogni azione costruttiva. 

Truman, descrisse così il comportamento di Molotov a Parigi: “L’ambasciatore Bedell Smith ci avvertì giustamente da Mosca che Molotov non aveva alcuna intenzione di prender parte ad alcuna impresa costruttiva. Egli cercava soltanto di sfruttare la situazione per gli scopi propagandistici della Russia. Tentò di indurre Bevin e Bidault a chiedere agli Stati Uniti di fissare in una cifra in dollari e cents l’ammontare totale dell’aiuto che l’Europa poteva aspettarsi. Naturalmente il Dipartimento di Stato si sarebbe trovato costretto a rispendere che noi non potevamo impegnarci in una forma simile, e i sovietici avrebbero potuto proclamare al mondo che noi cercavamo di evitare ogni promessa concreta è […] Molotov non desidera che questa faccenda abbia successo, ma d’altra parte i suoi satelliti affamati su leccano le labbra nella speranza di ricevere un po’ di denaro. E naturalmente non sanno come cavarsela” [26].

In effetti, Polonia e Cecoslovacchia si erano dichiarate disponibili alle trattative sul piano Marshall, e questo rischiava di mettere in difficoltà la politica sovietica in due importanti paesi dell’area d’influenza russa. Era chiaro che l’URSS non poteva concedere a due paesi satelliti di partecipare ad un’operazione che si muoveva in direzione opposta alla strategia comunista.

Sull’improvvisa ritirata della delegazione russa da Parigi, Aga Rossi e Victor Zaslavsky, scrivono: “Fino all’apertura degli archivi sovietici le ragioni di questo improvviso ripensamento rimanevano incomprensibili. La nuova documentazione rende ora possibile ricostruire questo passaggio mancante del processo decisionale sovietico. Alla mattina del 30 giugno Molotov ricevette da Mosca un telegramma cifrato in cui i servizi segreti riferivano l’informazione dell’agente Donald Maclean, membro del gruppo dei "cinque di Cambridge", primo segretario dell’ambasciata britannica a Washington. Secondo Maclean, gli aiuti del piano Marshall dovevano sostituire le gravose riparazioni tedesche all’Urss richieste da Stalin. Dal punto di vista sovietico, inoltre, il controllo internazionale cui sarebbero stati soggetti gli aiuti americani "era assolutamente inaccettabile perché avrebbe impedito il consolidamento del controllo nell’Europa orientale [...] dove i partiti comunisti sarebbero stati privati delle leve economiche del potere" [27]. Ciò inaspriva sicuramente il disaccordo tra Stati Uniti e Unione Sovietica su due punti già ricordati: la separazione fra il problema tedesco e quello europeo, e la distinzione nell’ERP fra paesi alleati, neutrali e nemici.

L’Unione Sovietica non aderì al piano Marshall e convinse, o costrinse, Polonia e Cecoslovacchia a fare lo stesso. Inoltre, nell’ottobre del 1947, Stalin istituì il COMINFORM, un’organizzazione che aveva il compito di controllare i partiti comunisti dei paesi satelliti, e di diffondere e di sostenere la propaganda comunista anche in occidente.

 

[13] www.marshallfoundation.org/about_gcm/marshall_plan.htm
[14] D.W. ELLWOOD, op. cit., p.111
[15] D.W. ELLWOOD, op. cit., p.119
[16] H.B. PRICE, The Marshall Plan and its meaning , Ithaca (N.Y.) 1955, p.53
[17] H.B. PRICE, op. cit., p.60
[18] H.B. PRICE, op. cit., p.58
[19] M.J. HOGAN, The Marshall plan, Cambridge 1987, p.95
[20] H.B. PRICE, op. cit., p.70
[21] D.W. ELLWOOD, op. cit., p.127
[22] D.W. ELLWOOD, op. cit., p.127
[23] C.P. KINDLEBERGER, op. cit., p. 92
[24] H.S. TRUMAN, Memorie di Harry S. Truman, Milano 1956, p.138 volume 2
[25] C.P. KINDLEBERGER, op. cit., p.100
[26] H.S. TRUMAN, op. cit., volume 2, p.138
[27] http://www.ideazione.com/Rivista/1998/marzo_aprile_1998/agarossi_zaslavski_2_98.htm

Il 3 aprile 1948 dopo l’approvazione da parte del Congresso, gli aiuti del piano Marshall amministrati dall’”Economic Cooperation Administration” prima, e dal “Mutual Security Program” (MSP) poi, contribuirono per quattro anni a risollevare l’Europa occidentale dai danni provocati dalla seconda guerra mondiale.

E’ difficile stabilire se il piano Marshall sia stato la causa o l’effetto della divisione politica tra Europa occidentale e orientale. Di sicuro da quel momento, e per più di quarant’anni, l’Europa fu attraversata dalla cortina di ferro evocata da Churchill nel celebre discorso del 5 marzo 1946.

L’ERP non fu esclusivamente un programma economico: insieme ai dollari venne esportata anche la mentalità americana. Questo portò a numerosi cambiamenti nella società europea che si manifestarono, ad esempio, nei modelli organizzativi delle aziende, nel modo di vestire, di mangiare, di bere, e in molti altri aspetti della vita quotidiana.

 

 

Gli italiani possono ora trovare nelle pasticcerie il chewing gum


L’importazione del modello americano rappresentò un mutamento di lungo periodo nelle abitudini della popolazione europea e tali cambiamenti culturali sono presenti ancora oggi a molti anni di distanza.

Una parte del documento programmatico dell’ERP sottoscritto da ogni paese partecipante, conteneva un paragrafo intitolato “Pubblicità”. Esso si occupava di autorizzare “l’ampia divulgazione di informazioni sull’andamento del programma […] atta a sviluppare quel sentimento di sforzo comune e di aiuto reciproco che è essenziale per il raggiungimento dei traguardi del programma” [28].

Questo compito era ritenuto di particolare importanza in Italia, Francia e nella Bizona tedesca. Altri paesi facevano parte di un secondo gruppo, dove la strategia propagandistica sarebbe stata attuata con minore intensità: Grecia, Turchia, Austria, Trieste e Germania francese. Un terzo gruppo era formato da Gran Bretagna e Svezia. Infine per ultime erano comprese le alte nazioni OECE mancanti in questo elenco.

L’amministratore ECA in Europa, Averell Harriman, definì questo compito come “Funzione antincendio”. Il suo scopo era di contrastare la propaganda comunista del COMIFORM promuovendo l’ERP e lo sforzo americano, incentivando la nascita di sindacati non comunisti, illustrando la via americana al benessere comune ed al progresso, e riportando la speranza nel futuro tra la popolazione europea. A tale scopo furono prodotti “Decine di documentari, centinaia di programmi radio, migliaia di spettacoli cinematografici mobili, milioni di opuscoli dell’ERP” [29]. Tramite questi mezzi si tentò di far comprendere agli abitanti del vecchio continente i concetti di dollar gap, fondi contropartita, produttività, integrazione europea, e di spiegare come e perché i governi occidentali stessero collaborando insieme per permettere all’Europa di raggiungere in pochi anni un tenore di vita più alto, di ridurre la disoccupazione, e di aumentare la produzione.

La nazione nel quale questa campagna informativa raggiunse il livello di massima intensità fu l’Italia.


 

 

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