IL PIANO MARSHALL TERZA PARTE

 

 

 

I revisionisti


Joyce e Gabriel Kolko sono tra gli storici revisionisti più critici nei confronti della politica americana del dopo guerra, e del piano Marshall. La loro idea sull’ERP è espressa nel libro I limiti della potenza americana, e si basa su considerazioni politiche e economiche che secondo loro dimostrano che il piano Marshall non fu un esempio di generosità, né della volontà americana di cooperare a livello internazionale per la ricostruzione europea. Bensì l’esecuzione poco riuscita, del tentativo del governo degli Stati Uniti di creare un sistema capitalistico mondiale, egemonizzato dal dollaro.-

Subito dopo la guerra, l’obiettivo del governo americano era di ripristinare il sistema di scambi multilaterali che aveva caratterizzato il commercio mondiale fino alla prima guerra mondiale, e nel periodo immediatamente successivo. La politica in favore della concessione dei prestiti era necessaria, allo scopo di sovvenzionare l’acquisto delle eccedenze prodotte in America nei paesi importatori. Ogni singolo dollaro prestato ritornava in patria attraverso la vendita dei prodotti americani all’estero. Questo sistema entrò in crisi dopo la seconda guerra mondiale, perché si era arrivati al punto di rischiare, con la concessione di altre risorse, di finanziare il rimborso dei prestiti precedenti anziché le importazioni di prodotti dagli Stati Uniti.

Secondo i Kolko, Il piano Marshall nasce in questo contesto, come tentativo di creare un sistema economico triangolare formato da Stati Uniti, Europa e terzo mondo, dove a quest’ultimo spettava il ruolo di fornitore di materie prime, e all’Europa quello di realizzare un sistema economico capace di poter pagare, senza ulteriori finanziamenti le importazioni americane. Se l’Europa non fosse rientrata in questo mercato, gli Stati Uniti avrebbero corso il rischio di rimanere commercialmente isolati, cioè senza uno sbocco per le proprie eccedenza di mercato.

Le organizzazioni ONU preposte alla ricostruzione europea, come l’UNRRA o l’ECE non erano strumenti utili alla strategia americana, in quanto non offrivano nessuna garanzia che i fondi erogati fossero utilizzati a favore della loro causa. Per tanto il governo degli Stati Uniti decise di agire in maniera unilaterale.

Riguardo la partecipazione dell’URSS al piano Marshall, i Kolko sostengono che essa non fosse possibile, perché avrebbe comportato l’abbandono dei princìpi della rivoluzione bolscevica, dell’economia statale, e avrebbe portato l’URSS all’interno di un sistema capitalistico dominato dagli USA. Inoltre questi autori rovesciano la teoria tradizionalista secondo la quale i russi non negoziarono in buona fede, sostenendo che: “come era possibile dubitare che dopo la devastazione della guerra, e senza alcun aiuto, l’URSS non stesse dedicandosi con tutte le sue forze alla ricostruzione?”[50]. La partecipazione sovietica era ostacolata, anche da francesi e inglesi, che avevano paura che i cattivi rapporti tra le due super potenze facessero naufragare il programma di aiuti, lasciando l’Europa a se stessa.

I Kolko sostengono che Molotov arrivò a Parigi il 27 di giugno per negoziare un programma di ricostruzione europea, nella speranza che gli americani considerassero necessaria la cooperazione sovietica, ma capì subito che si sbagliava. Infatti nella strategia economica americana l’Unione Sovietica era una variabile secondaria, e al governo degli Stati Uniti sarebbe bastato espandere la propria egemonia sul mercato europeo. Inoltre le divergenze politiche con il l’Unione Sovietica, venivano utilizzate dal governo americano per sostenere la propaganda politica anticomunista, e furono fondamentali per convincere il Congresso ad approvare i finanziamenti dell’ERP.

L’amministrazione Truman utilizzò il colpo di stato in Cecoslovacchia come esempio di quanto fosse grave il pericolo sovietico, e si servì del Pentagono per far circolare notizie sul pericolo immediato di una guerra in Germania, con lo scopo di stimolare il Congresso ad approvare in modo repentino la legge sul piano Marshall. “Il ruolo del Congresso nella definizione della politica estera ha sempre riflesso l’atteggiamento psicologico dei suoi membri per quanto riguarda la politica generale, e gli interessi dei loro elettori più potenti per quanto riguarda i programmi specifici. In linea generale, i membri del Congresso non sono aperti a scelte politiche generali di qualsiasi natura. Il loro è un atteggiamento conservatore e campanilistico, ed essi sono riluttanti a reagire finché non entrino in campo questioni di patriottismo o problemi che interessino i loro elettori. A meno che il programma di aiuti all’Europa non fosse presentato in modo da collegarlo direttamente alla lotta contro una minaccia comunista, e non fosse stato fatto apparire come meno costoso, sia in termini politici che monetari, del riarmo, il Congresso non avrebbe approvato i necessari stanziamenti per un aiuto economico che esso amava indicare come operazione topaia” [51].

Tuttavia la lotta parlamentare per l’approvazione dell’ERP impose numerosi compromessi al governo. Ad esempio nell’ECA è visibile l’ingerenza degli interessi economici delle imprese americane. Infatti essa era composta da abili uomini d’affari che avevano lo scopo di proteggere gli interessi delle compagnie per cui avevano lavorato, e quelli dell’economia degli Stati Uniti. I Kolko citano numerosi altri esempi di ingerenza della politica e degli interessi economici americani che danneggiarono il piano Marshall. Per limitare il rischio di una futura concorrenza nel settore agricolo, il Segretario dell’agricoltura americano Clinton Anderson, ridusse di metà le richieste di trattori della CEEC, affermando che le fattorie europee erano troppo piccole per usare i trattori e che agli europei mancavano le capacità tecniche americane. Le economie dell’Europa occidentale erano generalmente basate su estesi sistemi di trasporto ferroviario, e gli intasamenti nel traffico e la scarsità di petrolio indussero la CEEC a richiedere 47.000 carri merci per i primi quindici mesi.


Gli americani ridussero questa cifra a 20.000 e li assegnarono tutti alla Germania. Data l’esistenza di altri bisogni urgenti, la scarsità mondiale di petrolio e la situazione primitiva del sistema stradale, la CEEC non richiese autocarri. Tuttavia, nonostante questo, la commissione Harriman insistette per assegnare 65.000 autocarri all’ERP durante i primi quindici mesi. La CEEC non aveva richiesto tabacco, ma nel primo anno gli Stati Uniti ne assegnarono 40.000 tonnellate alla Francia e alla Svizzera, come prodotti di “incentivazione”. Gli europei chiesero frumento e il Congresso stabilì che nel primo anno, un quarto della quantità richiesta dovesse essere fornita sotto forma di farina, disposizione che nel 1948 costò 8 milioni di dollari in più al programma. Nonostante le obiezioni del governo, il Congresso insisté perché gli europei trasportassero almeno il 50% degli aiuti con navi americane, assicurandole presso compagnie americane. Secondo valutazioni ECA questa disposizione assorbì 10 milioni di dollari in più, tra aprile e dicembre del 1948, e 25 milioni nel 1949. Fino alla metà di ottobre del 1948 i costi di trasporto assorbivano il 12% dell’aiuto all’Europa.

Con il piano Marshall i paesi europei potevano comprare i prodotti solo sul mercato americano, anche se questi erano molto più cari che altrove, questo danneggiò i paesi del Terzo Mondo, e gli stessi europei che avrebbero voluto utilizzare per le importazioni monete meno pregiate, risparmiare sugli acquisti, e conservare i pochi dollari a disposizione. Data la scarsità di petrolio ed il costo del prodotto raffinato, gli europei richiesero all’ECA fondi per la costruzione di stabilimenti di raffinazione petrolifera, in modo che da poter risparmiare comprando quel prodotto allo stato grezzo. Tuttavia gli interessi delle compagnie petrolifere americane fecero sì che alla fine del 1949 la ECA non avesse ancora approvato nessun rilascio di fondi per la costruzione di raffinerie. Inoltre la ECA comprava a caro prezzo il petrolio dalle compagnie americane in Medio Oriente (2,65 dollari al barile, mentre il suo costo era di 50 centesimi).

I Kolko sostengono che, l’invenzione dei fondi contropartita fu un altro esempio di quanto il governo americano volesse dirigere la politica dei governi europei. Questo strumento fu utilizzato per questo scopo direttamente dall’ECA. Kolko cita in particolare il caso francese dove contro la minaccia di non rilasciare i fondi contropartita, il governo americano e l’ECA fecero approvare dal governo francese una politica fiscale regressiva, che penalizzava soprattutto gli operai. Il quotidiano Le Monde definì questo sistema fiscale più iniquo di quello che aveva portato alla rivoluzione francese. Inoltre il 5% dei fondi contropartita che avrebbero dovuto essere destinati al pagamento dell’amministrazione dell’ECA vennero utilizzati molto spesso per l’acquisto di materie prime destinate al mercato americano.

Al contrario della propaganda americana a favore del piano Marshall, secondo i Kolko la politica economica dell’ECA non produsse nessun beneficio per la classe lavoratrice. Essa prevedeva: la riduzione della spesa sociale allo scopo di favorire il pareggio dei bilanci statali, stabilità monetaria, alti profitti e bassi salari per diminuire il consumo. Il tenore di vita dei lavoratori era tenuto appositamente basso, allo scopo di favorire la crescita delle esportazioni, e di scongiurare l’aumento delle importazioni, per non squilibrare ulteriormente la bilancia dei pagamenti. Queste politiche deflazionistiche venivano accompagnate da politiche fiscali regressive, che concentrarono la ricchezza sostanzialmente nelle mani di delle persone che rappresentavano la vecchia classe capitalista che si era arricchita durante la guerra. Questa politica raggiunse la sua efficacia maggiore in Germania, dove le politiche economiche americane erano direttamente applicabili in quanto non c’era un governo nazionale. Ad esempio nel caso dell’amministrazione della Rhur, gli americani favorirono la concessione della proprietà delle miniere ai vecchi fiduciari, colpevoli di aver collaborato con il regime nazista.

In Francia come in Italia i governi soffocarono nel sangue, con l’approvazione del governo americano, le maggiori proteste dei sindacati comunisti. Prima delle elezioni italiane del 1948 le pressioni americane contro i partiti del fronte popolare (comunisti e socialisti) arrivarono al punto di rappresentare un’inaccettabile ingerenza nella vita politica di un paese straniero. Tutto questo rese possibile un’insperata vittoria della Democrazia Cristiana.

In un capitolo significativamente intitolato Il fallimento del piano Marshall, i Kolko spiegano come dal secondo anno di funzionamento del piano in poi, fu possibile sostenere politicamente l’ERP esclusivamente, e con grandi difficoltà, attraverso la proposta di un programma di riarmo di supporto, e mediante la propaganda anticomunista. “Meno di un anno dopo che il Congresso, con grande fragore di propaganda e frasi magniloquenti, aveva approvato gli stanziamenti per l’ambizioso programma quadriennale, questo stava già arenandosi” [52].

La recessione che colpì gli Stati Uniti tra la fine del 1948 e l’inizio del 1949 provocò la reazione difensiva dell’economia americana e del Congresso, e le importazioni dall’Europa diminuirono di un terzo nella prima metà del 1949, aggravando la mancanza di dollari di questi paesi. A questo punto gli economisti americani si resero conto che era impossibile colmare il dollar gap durante il periodo dell’ERP. Inoltre “la necessita di insistere nel circolo vizioso di fornire sempre maggiori aiuti per creare un mercato per l’industria e l’agricoltura degli Stati Uniti avrebbe portato presto a scontrarsi con l’insuperabile barriera del Congresso, sempre più riluttante a stanziare dei fondi per la ricostruzione e l’assistenza economica all’Europa. I molti agitati incontri che l’Amministrazione aveva avuto con i congressisti avevano dimostrato che la sola cosa che avrebbe potuto indurre il Congresso a continuare a stanziare fondi per l’estero sarebbe stata un programma anticomunista e di riarmo. Questa era una delle scelte possibili. Infatti lo storico cercherebbe invano di scoprire perché gli Stati Uniti abbiano deciso di puntare sulla creazione dell’organizzazione del trattato del Nord Atlantico (NATO) e sull’invio di armi in Europa a metà del 1949 se non guardasse a questi problemi economici e contemporaneamente all’atteggiamento del Congresso. Il pericolo sovietico era molto meno grave dell’anno precedente. I russi avevano tolto in maggio il blocco a Berlino, ed avevano avviato una delle loro più grandi campagne di pace. In breve, nella primavera e nell’estate del 1949, quando l’Amministrazione presentò al Congresso la legge sulla NATO e chiese lo stanziamento di un miliardo di dollari per gli aiuti militari all’Europa, non c’era alcuna evidente crisi militare o di sicurezza” [53].

L’amministrazione Truman collegò le spese per il piano Marshall a quelle per il sostegno militare europeo, attraverso la clausola di sostegno alla difesa dove si giustificava, in pratica, ogni stanziamento di fondi anche indirettamente collegati alla sicurezza militare o alla lotta al comunismo.

Nel frattempo in Europa fu necessario convincere la Gran Bretagna a procedere ad un’ulteriore svalutazione, che avrebbe provocato a catena la svalutazione di tutte le altre valute nazionali, allo scopo di far crescere la esportazioni europee e finanziare in questo modo le importazioni. Inoltre si intensificarono le spinte americane per l’Unione Europea o almeno per un mercato unico. Tuttavia mentre Hoffman nel suo discorso del 1949 esortava gli europei ad unirsi per il bene comune, la OECE arrivava a conclusioni opposte. Secondo quest’organizzazione il problema europeo non andava affrontato chiudendosi in un blocco economico unico, ma al contrario espandendo il proprio commercio con il resto del mondo.

I Kolko descrivono in maniera fredda i progressi dell’integrazione europea e senza dar loro alcun merito per la ripresa economica del dopoguerra, ma piuttosto rilevando come sia la UEP sia la CECA siano esempi dell’esecuzione della politica americana e dei suoi obiettivi imposti agli europei, in particolare a Gran Bretagna, Francia e Germania. Tali soluzioni furono accettate solo allo scopo di evitare la completa disintegrazione del commercio europeo.

Inoltre siccome la fine degli aiuti del piano Marshall avrebbe rappresentato una tragedia economica per l’Europa, fu necessario approvare un nuovo programma di aiuti. Si dovette perciò trovare un strategia politica efficace per far accettare al Congresso la concessione di ulteriori dollari. I Kolko descrivono la situazione con queste parole: “Agli inizi del 1950 non c’era più alcun dubbio sulla direzione presa dalle economie americana ed europea, né sul fatto che l’ERP non era riuscito a realizzare gli obiettivi originali che Washigton si era proposti. Minacciava una crisi ancora più seria del 1947 e, come se questo non bastasse, il Congresso stava adottando una linea di ancora maggiore resistenza” [54].

In quel contesto, l’amministrazione Truman trovò ancora una volta nel pericolo comunista l’alleato principale dei suoi scopi politici. Tuttavia secondo i Kolko anche questo ulteriore programma sarebbe naufragato se non fosse scoppiata la guerra di Corea. Questo conflitto e le spese militari che ne derivarono sostennero la politica del governo americano e l’economia occidentale, scongiurando la crisi mondiale derivata dalle fallimentari strategie americane. 

Secondo Alan Milward, alla fine della seconda guerra mondiale gli americani cercarono di incorporare il continente europeo nel sistema previsto dagli accordi di Bretton Woods del 1944. I primi tentativi di aiutare l’Europa vennero perseguiti tramite l’approccio paese per paese che prevedeva la concessione di prestiti condizionati all’acquisto di prodotti americani. Tuttavia questo sistema non ottenne i risultati previsti, le risorse concesse servirono solo a tamponare l’emergenza, e i dollari che arrivarono in Europa furono spesi quasi esclusivamente per i pagamenti delle spese correnti invece che per la ricostruzione dell’economia. Da una parte gli americani sottovalutarono l’entità dei danni provocati del secondo conflitto mondiale in Europa, e dall’altra le nazioni europee (ad eccezione dell’Italia) perseguirono politiche economiche espansionistiche che assecondarono l’inflazione nel tentativo di incentivare la ripresa economica. Questo accadde perché alla fine della guerra questi governi avevano bisogno di consenso e perciò non potevano adottare politiche che prevedessero ulteriori sacrifici per una popolazione affamata e stremata da sei anni di guerra.

Milward sostiene che furono proprio le politiche dei governi europei a provocare la fine del sistema di Bretton Woods, “che fu in gran parte solo un invenzione degli economisti, e che qualora avesse mai funzionato, fu ucciso nel 1947 dai suoi genitori europei. Il sistema di convertibilità monetaria entrato in funzione dal 1958 non era lo stesso perché fondato su realtà storico economiche differenti e su più bassi tassi di crescita dell’economia”.[55]

Inoltre Milward sostiene in primo luogo, che l’Europa non era stata ricostruita soltanto dai danni provocati dalla seconda guerra mondiale, ma anche da quelli provocati dalla crisi economica del 1929-32, a sua volta originata dalla situazione creatasi dopo la prima guerra mondiale.

In secondo luogo è contrario all’idea che la ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale abbia avuto più successo della prima a causa all’omogeneità delle politiche economiche perseguite dai governi europei, resa possibile anche grazie all’aiuto dei trattati internazionali. Di sicuro i comportamenti delle nazioni europee dopo la seconda guerra mondiale furono più omogenei di quelli dopo la conclusione del conflitto del 1914-18, ma ci furono comunque molto differenze, ad esempio tra Italia (politiche deflazionistiche) e Gran Bretagna (politiche sociali).

Milward è contrario all’idea che la crisi del 1947 sia stata causata dalla debolezza economica europea. Al contrario, fu proprio la ripresa europea innescata dall’afflusso di dollari nel continente a provocare gli squilibri finanziari della bilancia dei pagamenti e del dollar shortage. L’autore sostiene che l’aumento delle importazioni in Europa tra il 1945 ed il 47 fu causato dalla ripresa economica a sua volta innescata dagli aiuti americani, e che questo abbia reso più pesante il passivo della bilancia dei pagamenti europea, causando la crisi nel sistema finanziario europeo del 1947. Inoltre la caduta dell’economia tedesca provocò un ulteriore aumento delle importazioni dagli Stati Uniti aggravando dollar gap.

Questo autore sostiene che il piano Marshall non aveva lo scopo di salvare l’Europa dal collasso economico e politico, ma quello di permettere la difesa della politica commerciale americana, e di dare la possibilità ai governi europei di continuare a perseguire le costose politiche di spesa indispensabili per mantenere il consenso popolare. Fu la convergenza di questi due interessi alla base delle origini dell’ERP.

Durante i primi tre anni del piano Marshall gli americani desideravano ancora ripristinare il più in fretta possibile la convertibilità delle monete, per dare il via al sistema di Bretton Woods, tuttavia la continua fuga di dollari che si manifestò in Europa in quegli anni portò come conseguenza la modifica degli obiettivi economici dell’ERP verso altri obiettivi di carattere politico, come l’unione politica europea. Il governo americano aveva l’obiettivo di arrivare ad un’unione doganale europea prima della fine del piano Marshall. Questo, secondo l’amministrazione Truman, avrebbe reso possibile l’incremento della produzione e della produttività in Europa occidentale, eliminato il dollar gap, e infine avrebbe agevolato la creazione di un’unione europea con il coinvolgimento anche della Germania occidentale. Tuttavia secondo Milward, quest’obiettivo era irrealizzabile. Di ciò ci si rese conto già durante la conferenza della CEEC a Parigi. Le fondamentali difficoltà all’integrazione europea erano gli interessi politici di Francia e Gran Bretagna. La prima disponeva di un suo programma di ripresa economica conosciuto con il nome di piano Monnet. Tale programma prevedeva lo sfruttamento delle miniere tedesche della Slesia e della Rhur per consentire alla Francia non solo un rapido sviluppo industriale, ma anche di rifornire i mercati che fino al 1938 avevano comprato l’acciaio dal mercato tedesco. Inoltre la Rhur doveva diventare un territorio neutrale amministrato internazionalmente, per proteggere la Francia da ulteriori future minacce di invasione da parte della Germania. I francesi abbandonarono questa politica nei confronti della Germania solo a metà del 1948, in seguito alle forti pressioni americane verso l’integrazione europea nell’ambito di un mercato comune. Da quel momento iniziarono le trattative per una futura unione doganale franco-tedesca che si risolse in un nulla di fatto.

I britannici invece consideravano inammissibile la partecipazione del Regno Unito ad un’unione dell’Europa occidentale, e non accettavano che un trattato internazionale potesse ridurre la sovranità sul proprio territorio.

Milward critica fortemente anche l’azione della OECE a favore dell’integrazione europea, sostenendo che svolse un ruolo di poca importanza a livello politico. Riguardo ai risultati ottenuti dal piano Marshall questo autore pensa che l’aumento della produzione, dell’occupazione e gli alti tassi di crescita del reddito nazionale europeo fino 1950 furono ottenuti non grazie alla collaborazione internazionale, ma per mezzo di autonome, e a volte conflittuali, politiche nazionali.

La chiave di volta dell’ERP fu l’entrata in funzione due organismi che, a suo parere, furono i veri pilastri della ricostruzione europea: la UEP e la CECA. Senza queste due istituzioni il piano Marshall avrebbe solo spostato di qualche anno, dopo la fine degli aiuti americani, i problemi economici europei.

Milward ritiene che il fatto che più di ogni altro portò indusse i governi europei, ad abbracciare la strada dell’integrazione, fu l’aumento del commercio intraeuropeo registrato tra il 1948 ed il 1950. Fu di aiuto anche la fine della pretesa americana secondo la quale l’Unione europea dei pagamenti fosse solo il primo passo verso una futura unione monetaria. Il trattato dell’UEP mise fine ad ogni pretesa dell’ECA in tal senso poiché prevedeva solo un sistema di compensazione dei pagamenti delle transazioni commerciali europee. Infine la costituzione della UEP fu resa possibile, anche grazie alla fine delle pressioni del governo USA sulla Gran Bretagna, perché aderisse ad un’eventuale unione politica dell’Europa occidentale. -

Per quanto riguarda il piano Schuman, Milward ritiene che esso abbia sostituito il piano Monnet, divenuto irrealizzabile nel contesto politico del piano Marshall. Questo cambiamento della strategia francese permise di arrivare alla costituzione della CECA. Questo autore descrive la CECA e la UEP come due accordi che permisero di risolvere il conflitto franco-tedesco e resero possibile una moderata integrazione europea, basata su poche politiche commerciali comuni, e incentrate su alcuni beni chiave. L’autore non sminuisce in questo modo l’operato di queste di istituzioni, ma sottolinea il fatto che esse nacquero per la risoluzione di alcuni specifici problemi comuni a più nazioni europee. Inoltre l’istituzione di queste due organizzazioni, secondo Milward, non si deve a Monnet, Spaak e Sforza, e neanche alle pressioni americane, ma a causa della convenienza politica del momento.

Il fallimento americano nella proporre il sistema di Bretton Woods, e negli sforzi per la costruzione di un mercato unico europeo, portarono secondo Milward, a far sì che l’Europa trovasse da sola il suo assetto politico economico, nonostante questo non fosse quello desiderato dagli Stati Uniti.

La critica revisionista colpisce anche le presunte implicazioni dei successi del piano Marshall, sul boom economico degli anni 50 e 60. Milward sostiene che non c’è giustificazione nel considerare il 1950 come l’anno di partenza della più grande ripresa economica che l’Europa abbia mai conosciuto. Infatti il boom iniziò già nel 1945 e continuò fino al 1967. Nel 1950 ci fu tuttavia un cambiamento di qualità della ripresa economica che gli permise di durare così a lungo. Tale cambiamento riguarda l’incremento della produzione e della vendita dei beni di consumo, ed in particolare di quei beni di nuova tecnologia, e per alcuni paesi la crescita delle esportazioni. Milward non condivide l’opinione secondo la quale il mantenimento del boom era dovuto all’applicazione di politiche di stampo keynesiano. Né sostiene la teoria dei Kolko per cui la spesa militare innescata dalla guerra coreana era stata la causa primaria della ripresa economica. Comunque Milward non nega che tali spese abbiano in qualche modo giovato alle economie delle nazioni occidentali.

L’ultimo revisionista preso in considerazione è un economista che collaborò con il Dipartimento di Stato americano alla nascita del piano Marshall, Harold Van Cleveland. Questo autore ha provato ad ipotizzare cosa sarebbe successo qualora il piano Marshall non fosse stato approvato dal Congresso, o se il governo avesse ritirato la proposta. La domanda a cui Van Cleveland ha cercato una risposta è se l’ERP sia stato una scelta obbligata per avviare la ricostruzione europea e portare il continente verso la ripresa economica.

Partendo dall’ipotesi che l’ERP non fosse mai esistito, questo autore prende in considerazione per prima cosa la situazione della Gran Bretagna. Il Regno Unito stava attraversando una grave crisi finanziaria dovuta in parte al tentativo di ripristinare la convertibilità della sterlina, ed in parte a causa del pesante carico dei suoi debiti. Il governo laburista sarebbe caduto, ed al suo posto sarebbe stato eletto Churchill che avrebbe perseguito immediatamente delle politiche di austerità. Non solo, ma come sempre fecero gli inglesi in queste situazioni, avrebbe svalutato la sterlina per far aumentare le esportazioni. Questa misura sarebbe stata accompagnata da una politica di riduzione del credito, e da altri provvedimenti antinflazionistici tipici di queste situazioni. Van Cleveland suppone che a quel punto la ripresa economica sarebbe arrivata piuttosto velocemente. La bilancia dei pagamenti si sarebbe riequilibrata, così come il tasso d cambio, e le politiche contro l’inflazione, come quote alle importazioni e il controllo prezzi, avrebbero completato l’opera. Poi le pressioni della domanda avrebbero portato alla creazione di moneta a bassi tassi d’interesse, e a una consistente spesa pubblica. La quale avrebbe incrementato i consumi e gli investimenti. Secondo Van Cleveland, non c’è ragione per pensare che questo processo non avrebbe portato alla ripresa. A quel punto un prestito di stabilizzazione concesso dagli Stati Uniti di 1,5 miliardi di dollari avrebbe permesso alla Gran Bretagna di avere sufficienti riserve di dollari per guadagnare la credibilità del mercato internazionale.

La reazione francese alla svalutazione della sterlina, come è avvenuto nel 1926, nel 1949, e nel 1959, avrebbe portato ad una svalutazione in proporzione maggiore del franco. A quel punto il ministro delle finanze (ad esempio Rueff), avrebbe varato delle misure di stabilizzazione monetaria come in Gran Bretagna, e successivamente un programma di spesa simile al piano Monnet, ma di dimensioni inferiori. Per finire sarebbe stato necessario anche per i francesi un prestito americano di importo minore rispetto a quello concesso al Regno Unito, 800 milioni di dollari circa. La fase di transizione avrebbe causato l’aumento della disoccupazione, abbassato temporaneamente il tenore di vita, ma successivamente la promessa di una stabilità finanziaria e monetaria avrebbe fatto decollare di nuovo gli investimenti, e l’intera economia francese.

In Germania, secondo Van Cleveland, la sola riforma monetaria sarebbe bastata per rimettere in moto l’economia e rendere possibile il miracolo tedesco. Come nel caso di Gran Bretagna e Francia, gli Stati Uniti avrebbero dovuto concedere anche qui un prestito delle dimensioni di quello francese.

Van Cleveland ammette la debolezza della sua teoria nel caso italiano, dove un programma di stabilizzazione simile a quello dei paesi precedenti sarebbe stato difficile da eseguire. Tuttavia sostiene che, data la presenza al Congresso di una forte lobby italiana, si non ci sarebbero state difficoltà per approvare di un programma di aiuti verso questo paese, della durata di due o tre anni. 

Gli esempi fatti da questo economista revisionista servono per ipotizzare che il ritorno alla convertibilità delle monete, avrebbe reso inutili tutti i tentativi di integrazione del commercio europeo. Le nazioni europee, non più in difficoltà finanziaria, e senza il problema del dollar shortage, avrebbero rimosso tutti gli strumenti a protezione del commercio interno, e dato il via senza pressioni politiche ad un sistema economico integrato.

Van Cleveland come Milward sostiene la teoria per cui fu proprio la smisurata concessione di aiuti all’Europa, a produrre lo squilibrio della bilancia dei pagamenti e il fenomeno del dollar shortage in Europa. Inoltre critica l’approccio microeconomico per la soluzione ai problemi utilizzato nel piano Marshall, così come il concetto di problema strutturale a cui si faceva riferimento, in quel periodo, per definire ogni problema dell’economia europea.

Secondo questo autore, l’approccio macroeconomico da lui descritto avrebbe risolto i problemi economici europei più in fretta e in maniera meno costosa dell’ERP.

Al contrario dei due storici precedentemente esaminati, secondo Van Cleveland il piano Marshall fu comunque uno straordinario successo politico, perché favorì la cooperazione e l’integrazione europea. Tuttavia esso era basato su teorie economiche completamente erronee “Fu un esempio paradossale di come cattive strategie economiche possano a volte produrre buone politiche e buoni rapporti diplomatici” [56].


I tradizionalisti


Gli storici tradizionalisti sono legati dall’idea comune che il piano Marshall sia stato uno strumento economico utilizzato per salvare l’Europa dalla povertà e dalla fame, e politico, per scongiurare la caduta delle istituzioni democratiche europee, e per ostacolare l’avanzata del regime sovietico verso occidente.

Per quanto riguarda la crisi del 1947, gli storici tradizionalisti ne indicano le disastrose conseguenze, ricordando ad esempio la situazione alimentare in Europa, dove milioni di persone erano ridotte alla fame. La crisi finanziaria dei governi, costretti ad importare i beni che non riuscivano a produrre in quantità necessaria, all’interno dei confini nazionali, a causa delle distruzioni provocate dalla guerra. Nel suo libro The Marshall plan days Kindleberger critica la teoria di Milward secondo la quale non c’erano evidenti segni di crisi in Europa nel 1947: ”per prima cosa, Milward rileva indizi di un serio nel 1947, benché noti che il raccolto fu il peggiore del secolo in Europa e che il surplus disponibile precedentemente dall’Europa orientale non fosse più a portata di mano. Egli non dà importanza alle dichiarazioni del Sottosegretario Clayton circa i gravi problemi che portarono alla rottura del rapporto fra città e campagna. Milward trova poco convincenti le prove di questi problemi economici per la Germania occidentale. Il tenore di vita cadde nel 1947 in Francia e Belgio, ma è più probabile che le condizioni fossero peggiorate ovunque nel 1947, rispetto al 1946, ad eccezione dell’Italia. Il consumo alimentare era inferiore a quello della primavera del 1946 in quattro paesi –Danimarca, Francia, Svezia, e Gran Bretagna - benché in quest’ultima mancasse solo la carne, e in Austria, Germania, e Italia l’aumento delle calorie giornaliere non avrebbe potuto essere sostenuto per molto tempo […]. A dispetto di questi fatti, c’erano, nelle sue conclusioni, pochi indicatori di una crisi economica nel 1947” [57].

Poche pagine dopo Kindleberger si oppone alla tesi di Milward (e Van Cleveland) per cui fossero stati gli stessi prestiti ed aiuti americani a incentivare gli investimenti europei, che provocavano poi la fuga di dollari dal continente:”Se la fuga di dollari avesse potuto essere prontamente rallentata in Europa […] tagliando gli investimenti come ritiene Milward, non vedo ostacoli nell’agire in quel modo”[58]. Infine, riguardo della teoria di Van Cleveland per cui il piano Marshall non era stato necessario, Kindleberger scrive: “si può accettare tale analisi per paesi come Belgio, Danimarca, Norvegia e Svezia, e, estenderla persino alla Gran Bretagna e all’Olanda con le loro forti tradizioni democratiche. Ma cosa sarebbe successo in Francia, Italia, e Austria le prime due con dei fragili governi e per quanto tempo gli Stati Uniti avrebbero pazientemente assistito la Germina Ovest, la Grecia, e la Turchia? Mentre la ripresa si faceva attendere cosa sarebbe successo al commercio di paesi come il Belgio che aveva bisogno di incassare i dollari da spendere all’estero? […] E’ facile dire che il piano Marshall non fu sufficiente a salvare l’Europa e il mondo. Trovo l’idea che sia stato, più o meno non necessario, profondamente errata”[59].

Oltre alle pessime condizioni economiche europee, molti autori descrivono con preoccupazione la crescita dei movimenti comunisti avvenuta in quegli anni in tutta l’Europa occidentale, ed in particolare in Italia e Francia, dove c’era il pericolo che le sinistre potessero arrivare al potere anche tramite libere elezioni. Inoltre denunciano il comportamento del regime sovietico in Europa orientale, che portò ad esempio al colpo di stato in Cecoslovacchia all’inizio del 1948.

Il ruolo americano è visto in maniera positiva da questi storici, i quali sottolineano come dalla fine della guerra gli Stati Uniti finanziarono la ripresa europea, tramite la concessione di ingenti risorse, nell’ambito delle organizzazioni internazionali, con prestiti alle singole nazioni in difficoltà, e accollandosi le spese di mantenimento delle zone sotto occupazione in Germania. Gli autori tradizionalisti non negano l’ambizione americana di creare un sistema capitalistico internazionale, ma sostengono che gli interessi del governo degli Stati Uniti coincidevano sostanzialmente con quelli dei governi europei. E furono proprio queste convergenze a rendere possibile la cooperazione fra USA e Europa.

Il regime sovietico invece è descritto come una minaccia di livello mondiale per la democrazia e il mondo libero. La teoria tradizionale lo accusa di non aver mai voluto negoziare in buona fede un trattato di pace con la Germania, né una soluzione valida per la ricostruzione europea. Questa stessa teoria viene usata per accusare Stalin di trarre vantaggio dai problemi economici dei governi europei, poiché la persistenza di quella situazione alimentava la propaganda dei partiti comunisti controllati dall’Unione Sovietica. Nella riunione di Parigi, tra i primi ministri di Francia, Gran Bretagna, e URSS, Molotov non aveva l’intenzione di collaborare per la realizzazione di un programma economico europeo ma, al contrario, era preoccupato solo del fatto che alcuni dei paesi sotto dell’area sovietica accettassero il piano Marshall. Per tale ragione si ritirò dalla conferenza rifiutando il piano Marshall e costringendo Polonia e Cecoslovacchia a fare lo stesso. Non solo, ma in Russia venne istituito un organo specifico per combattere, con la propaganda comunista, il lavoro dell’ERP.

Queste considerazioni si trovano in tutti gli storici tradizionalisti, tra i quali Herbert Feis. Nel suo libro From trust to terror sostiene che già dal secondo giorno della conferenza di Parigi, Molotov insinuò che il governo americano agisse con il proposito di far crescere le proprie esportazioni, per evitare una crisi economica in America. Il 2 luglio accusò Francia e Gran Bretagna di voler usare la proposta del piano Marshall come pretesto per creare una nuova organizzazione, allo scopo di interferire negli affari interni di altri paesi indipendenti, e dirigere il loro sviluppo economico. Infine, il capo della delegazione sovietica dichiarò che “la possibilità, per ogni nazione, di assicurarsi il finanziamento americano, dipende dalla sua docile condotta nei confronti di questa organizzazione”. Feis sostiene che Molotov ignora il fatto che nessun paese fu costretto ad accettare il piano Marshall, ma che ogni governo (ovviamente ad eccezione di quelli sotto il controllo sovietico) fu libero di scegliere se accettare o meno tale proposta[60].

Riguardo all’esecuzione del piano Marshall, i fondi contropartita sono l’argomento più discusso. Gli storici tradizionalisti si dividono tra quelli che elogiano questo strumento come caratteristica fondamentale, senza del quale l’ERP non avrebbe avuto successo, e chi invece sostiene che quel sistema non sia stato efficace per combattere l’inflazione in Europa. Secondo Charles Kindleberger non è stato provato che i fondi contropartita siano stati uno strumento efficace, come si sperava, nel modellare le politiche fiscali dei paesi partecipanti. “In un paese con un’economia sofisticata come la Gran Bretagna, quello strumento non era necessario […]. Al contrario il governo greco aveva bisogno di un provvedimento di maggiore efficacia di quella provvista dal fondo contropartita” [61].

Secondo Price, la conseguenza più interessante dell’uso dei fondi contropartita occorse in Francia, quando nel 1948 quel paese era nel pieno di una crisi finanziaria: “Lavorando a stretto contatto con il governo francese, il capo della sezione francese della ECA David Bruce fu capace di esercitare una notevole influenza sulla situazione. Fu raggiunto un accordo per l’utilizzo dei fondi contropartita per programmi di investimento in vari settori industriali, mentre il governo francese si impegnò ad adottare delle decisive misure di politica fiscale” [62].

Il lavoro dell’ECA è considerato in maniera positiva da tutti gli studiosi tradizionalisti. Questa viene descritta come un’organizzazione composta da persone di assoluta professionalità e capacità, al cui vertice c’era un abile uomo d’affari repubblicano, Paul Hoffman. Nel libro The Marshall plan and its meaning Price elogia il lavoro dell’ECA descrivendolo come il punto di riferimento di tutto il piano Marshall, un organismo che istituì contatti stabili con i più alti livelli delle amministrazioni pubbliche europee. “Il ruolo dell’ECA era senza precedenti nella condotta delle relazioni estere americane in tempo di pace. Si svilupparono contatti tra ciascun paese partecipante molto più ampi di quelli delle tradizionali comunicazioni tra ambasciate. Gli uffici dell’ECA erano in costante contatto con molti dipartimenti di governo (come ministeri delle finanze, dell’economia, dell’agricoltura, e dell’industria) e con un ampio raggio di istituzioni private finanziarie , industriali, agricole. Ogni aspetto degli aiuti americani era soggetto a frequenti consultazioni tra responsabili ufficiali [dell’ECA] e nazionali. Ciò che si sviluppò fu, in effetti, un nuovo e grande modello diplomatico collegato con un massiccio programma economico”[63]

Alcuni storici tradizionalisti non negano la tendenza dell’ECA a fare pressione sui governi europei, affinché venissero varate riforme e leggi che avviassero la ripresa economica in maniera favorevole alla condotta economica desiderata degli Stati Uniti. Tuttavia sostengono che chi sovvenzionava l’ERP, e perciò gli Stati Uniti, avevano il diritto di controllare che l’impresa avvenisse nelle forme a loro convenienti, “He who pays the piper calls the tune” [64]. 

L’integrazione europea è vista da questi storici come un fattore necessario al mantenimento delle condizioni di ripresa economica, dopo la fine degli aiuti del piano Marshall. In particolare, nelle loro opere viene spesso citato il discorso di Hoffman del 1949, come esempio dell’impegno americano in tal senso. I risultati ottenuti, la UEP e la CECA, sono visti come conseguenza delle pressioni del governo americano e dell’ECA nei confronti delle le nazioni europee. Inoltre viene giudicato positivamente il lavoro degli uomini politici europei favorevoli all’integrazione del continente, soprattutto di Monnet e Schuman. 

Per quanto riguarda i risultati economici, la visione unanime è che ci sia effettivamente stato un forte incremento della produzione, e che questo fosse l’obiettivo principale dell’ERP. In particolare vengono citati alcuni fatti, come ad esempio la crescita del PIL o della produzione industriale, come esempi della riuscita del piano Marshall. Essi sostengono che un tale sforzo produttivo non sarebbe mai stato possibile senza l’ERP.

Imanuel Wexler è forse il più critico tra gli economisti e gli storici tradizionalisti. Nella sua opera The Marshall plan revisited, spiega che l’aumento della produzione verificatosi in seguito al piano Marshall, non fu molto omogeneo. A tale scopo Wexler cita una dichiarazione fatta da un ufficiale dell’ECA poco dopo la fine dell’ERP: “La nostra conclusione generale a proposito del piano Marshall è che noi abbiamo accentuato l’obiettivo della produzione (e in generale abbiamo avuto successo) ma senza porre abbastanza attenzione alla sua composizione” [65]. Le conclusioni di questo autore sull’andamento della produzione in Europa durante il piano Marshall sono che essa fu un obiettivo perseguito e misurato essenzialmente in termini quantitativi: “Come originalmente concepito l’obiettivo primario della ripresa europea era infatti un aumento della produzione. Il Congresso americano chiese risultati concreti, e questi potevano essere dimostrati meglio in aggregati quantitativi piuttosto che qualitativamente”. Tuttavia i volumi delle produzioni obiettivo dell’OECE furono raggiunti o sorpassati alla fine del programma, e perciò secondo Wexler, questo obiettivo è da ritenersi raggiunto.

Per quanto riguarda gli altri obiettivi, i tradizionalisti ritengono favorevole l’aumento del commercio intraeuropeo, e i risultati del processo d’integrazione avvenuti nel periodo del piano Marshall grazie alle istituzioni della UEP, e della CECA. In particolare ritengono si debba opportuno giudicare positivamente l’ERP, anche per i risultati ottenuti nei decenni successivi alla fine del programma, cioè quelli che portarono al boom economico degli anni 60, e agli ulteriori processi d’integrazione come i trattati di Roma del 1957. Questi storici sostengono che i risultati raggiunti durante i tre (o quattro) anni del piano Marshall abbiano condizionato favorevolmente tutto il periodo successivo.

Per quanto riguarda la stabilità finanziaria e il dollar gap, i tradizionalisti sostengono che questi obiettivi, pur citati esplicitamente come tali all’inizio del programma, non fossero alla portata del piano Marshall, e che fosse impossibile raggiungerli nell’arco di soli quattro anni, senza l’imposizione sacrifici ritenuti non sostenibili per la popolazione europea. Inoltre ritengono che molti dei risultati ottenuti nei primi anni furono cancellati dall’aumento della spesa militare causato dallo scoppio della guerra in Corea, e dalla fine anticipata dell’ERP, che nel suo ultimo anno si trasformò nel Mutual Security Program. 

Wexler afferma che alla fine del piano Marshall, in Europa continuava a persistere un forte squilibrio della bilancia dei pagamenti, né venne risolto il problema dell’inflazione. E che gli sforzi per ripristinare la stabilità finanziaria e monetaria diedero i suoi frutti all’inizio del 1950, ma che i risultati ottenuti furono subito distrutti dalle spese necessarie al riarmo che comportò l’espansione dei budget relativi alla difesa specialmente dopo lo scoppio della guerra di Corea, l’aumento delle importazioni, gli alti costi delle materie prime, e la destinazione di crescenti risorse alla produzione militare. Tutto questo contribuì a provocare ulteriori pressioni inflazionistiche che provocarono l’accelerazione dei prezzi al consumo dalla metà del 1950 in poi. Secondo Wexler, alla fine del 1951 tutti i risultati ottenuti nella guerra all’inflazione dal piano Marshall erano andati perduti. Alla fine del 1951, l’Europa dipendeva dal resto del mondo ancora per il 30% degli alimenti, e dagli Stati Uniti, per il carbone, l’acciaio, e altri impianti industriali. Inoltre alla fine del 1951 non si era verificato nessun reale progresso verso un ampio processo d’integrazione economica europea, e ancor meno verso l’unificazione politica. Fatta eccezione per l’unione doganale del Benelux e la CECA, la cooperazione economica regionale era ancora limitata alle consultazioni intergovernative e alle trattative nell’ambito OECE. La struttura del modello economico e politico europeo rimase, in altre parole, essenzialmente quella in vigore prima dell’ERP.

Sempre secondo Wexler, l’inizio del 1952 confermò le iniziali previsioni dell’OECE per cui quell’anno non sarebbe stato la fine del processo di ripresa economica bensì solo un punto su una retta crescente. Con il senno di poi è possibile dire che gli obiettivi fissati dal Congresso per il piano Marshall erano praticamente irraggiungibili. In quelle circostanze l’Europa non avrebbe potuto raggiungere la stabilità economica nel periodo di quattro anni. Per gli obiettivi definiti dall’amministrazione Truman e dal Congresso, erano necessari il soddisfacimento di due condizioni: il raggiungimento di un equilibrio sostenibile della bilancia dei pagamenti, e il mantenimento un adeguato reddito reale medio conseguibile attraverso un elevato livello di produzione interna. Data la situazione europea del 1947-1948, nessuna di queste due condizioni avrebbero potuto essere raggiunte entro il 1952 senza l’applicazione di provvedimenti drastici, e quindi politicamente inaccettabili sacrifici del tenore di vita della popolazione. La percezione dell’importanza politica della situazione economica europea impose agli americani di sacrificarsi mettendo a disposizione ingenti risorse a favore del piano Marshall. Tuttavia il dibattito congressuale per l’approvazione dell’ERP pose dei limiti che contribuirono al fallimento del difficile compito di ottenere simultaneamente in Europa, un adeguato equilibrio finanziario, e una buona crescita economica, in un periodo di tempo relativamente breve. Altre situazioni crearono ulteriori difficoltà al raggiungimento degli obiettivi, come l’aumento della spesa militare in seguito allo scoppio della guerra in Corea.

Tuttavia anche se il piano Marshall non rese possibile il raggiungimento della stabilità economica in Europa entro il 1952, ha certamente contribuito a formare una base, tramite le nazioni appartenenti all’OECE, che ha potuto generare da sola le fasi successive della ripresa. A dispetto delle difficoltà nella bilancia dei pagamenti e alla continua dipendenza dagli Stati Uniti, la maggior parte delle economie europee raggiunsero un punto di crescita stabile quando terminarono gli aiuti dell’ERP. La crescita continuò attraverso i decenni 1950 e 1960. Fu accompagnata da una graduale apertura del commercio intraeuropeo e dalla liberalizzazione del commercio in tutto il mondo. Alla fine del 1958, la convertibilità delle monete fu restaurata in quasi tutte le nazioni OECE. Un anno e mezzo prima, sei paesi dell’OECE crearono la Comunità Economica Europea che entrò in vigore nel 1958, e che fu ampliata negli anni 70 con l’entrata di altri tre paesi ai quali, negli anni successivi, se ne aggiunsero altri sei. Nel 1961, la OECE venne trasformata in Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Europeo (OCSE) che incluse fin dall’inizio, oltre ai paesi OECE, Stati Uniti, Canada, e Giappone. Ma questa è un’altra storia.

Guardando a questi sviluppi, si potrebbe affermare che il piano Marshall deve essere giudicato più che per i suoi risultati economici a breve termine, da ciò che l’Europa fu in grado di raggiungere durante il primo decennio che seguì la sua fine. Il piano Marshall dovrebbe perciò essere visto in una prospettiva più ampia di quella dettata dalle linee ufficiali del programma. Sicuramente, in origine, l’ERP non fu inteso come un programma di sviluppo di lungo periodo. Fu creato per realizzare uno specifica e immediata soluzione ai problemi economici, e fornire le risorse finanziare necessarie per produrre un intenso sforzo nel breve periodo. I suoi creatori si aspettavano il raggiungimento di certi obiettivi economici. Confrontando queste aspettative con la difficile realtà europea del 1952, il piano Marshall come programma economico, deve essere giudicato solo per aver ottenuto alcuni parziali successi. D’altra parte, conclude Wexler, guardando oltre il 1952 e misurando la distanza percorsa in termini economici dall’Europa occidentale in meno di dieci anni dalla fine dell’ERP, si può sostenere che il piano Marshall fu uno dei più grandi successi della storia moderna. 

Nell’opera di Price si trovano considerazioni molto simili a quelle di Wexler. In The Marshall plan and its meaning [66]. Price ritiene, a differenza di Wexler, che durante il periodo dell’ERP siano stati fatti passi importanti verso l’integrazione europea, anche se aggiunge che molto rimaneva ancora da fare. Inoltre nelle pagine successive sono presenti alcune alcuni giudizi di carattere politico, sulla sconfitta della minaccia comunista in Europa occidentale, e sul fatto che tale pericolo rimanesse in altre importanti aree del mondo.

Un programma complesso e messo in piedi rapidamente come il piano Marshall non poteva non presentare pecche, contraddizioni, inefficienze, tanto più che l’amministrazione statunitense doveva fare i conti con il Congresso molto restio ad allentare i cordoni della borsa. Per i critici era abbastanza facile trovare bersagli sui quali sparare. Ma non può non colpire l’angustia di vedute dei Kolko e soprattutto di Alan Milward che riduce tutto agli aspetti strettamente economici senza tener conto del contesto più ampio che serve in ogni caso a spiegare anche l’economia.

La storiografia tradizionale non rifugge dal mettere in luce i limiti del piano Marshall, la sproporzione tra fini e mezzi, la costante attenzione degli americani per i propri interessi (ma c’è da sorprendersi?). Tuttavia il suo giudizio complessivo sembra più equilibrato perché proietta l’esperienza di quei quattro anni in un orizzonte temporale più ampio. Se c’è stata un’esperienza storica che ha influenzato il corso degli eventi oltre gli anni nei quali è stata ben visibile, questa è il piano Marshall.

[50] J. KOLKO e G. KOLKO, I limiti della potenza americana, gli Stati Uniti nel mondo dal 1945 al 1954, Torino 1975, p.449
[51] J. KOLKO e G. KOLKO, op. cit., p. 466
[52] J. KOLKO e G. KOLKO, op. cit., p.561
[53] J. KOLKO e G. KPOLKO, op. cit., p.563
[54] J. KOLKO E G. KOLKO, op. cit., p.582
[55] A.S. MILWARD, The reconstruction of western Europe, cit., p.466
[56] C. MAIER e S. HOFFMANN, The Marshall plan, a restrospective, London 1984, p.64
[57] C. KINDLEBERGER, op. cit., p. 251
[58] C. KINLDEBERGER, op. cit., p. 255
[59] C. KINDLEBERGER, op. cit., p. 262
[60] H. FEIS, From trust to terror, the onset of the cold war 1945-1950, London 1971, p.247-248
[61] C. KINDLEBERGER, op. cit., p.78
[62] H.B. PRICE, op. cit., p. 106
[63] H.B. PRICE, op. cit., p. 106
[64] C. KINDLEBERGER, op. cit. , p. 100
[65] I. WEXLER, op. cit., p.95
[66] Si veda in particolare il paragrafo Outlook in June 1952

 

 

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