Il governo Badoglio

Non erano passate che ventiquattr’ore dalla notizia, diffusa dal Giornale Radio alle 22.40 del 25 luglio, della destituzione di Mussolini e della nomina a nuovo Primo Ministro del Maresciallo Pietro Badoglio: la notte del 25 luglio le strade di molte città italiane si erano riempite di folle festanti. La fine politica di Mussolini faceva fare alla popolazione una elementare equazione, che i fatti avrebbero amaramente smentito: se non c’è più il Duce, il dittatore, è tornata la libertà.
E soprattutto, se non c’è più il Duce, che aveva voluto la guerra, è arrivata la pace. Soltanto un’illusione. All’orizzonte ancora la guerra, l’angoscia, le truppe di Hitler pronte a dilagare velocemente sul nostro territorio. E parole inquietanti che filtrano dagli ambienti militari:

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Badoglio con Umberto di Savoia,
erede di Vittorio Emanuele III

“…chiunque, anche isolatamente, compia atti di violenza et ribellione contro le forze armate e di polizia aut insulti le stesse e le istituzioni venga passato immediatamente per le armi; il militare che, impiegato in servizio ordine pubblico, compia il minimo gesto di solidarietà con i perturbatori dell'ordine, aut si ribelli, aut non obbedisca agli ordini, aut vilipenda superiori et istituzioni, venga immediatamente passato per le armi… “
Sono solo alcuni paragrafi, significativi, di una circolare telegrafica inviata ai comandanti territoriali dal Capo di Stato Maggiore dell’esercito, con la quale si specificano le modalità da seguire per mantenere l’ordine pubblico, dopo che la responsabilità di quest’ultimo è stata dal Governo assegnata alle forze armate. Dimenticavamo un particolare non secondario: non stiamo parlando di un esercito sudamericano impegnato in un golpe. Il firmatario della circolare non si chiama Pinochet, o Somoza. Il suo nome è Mario Roatta, capo di Stato Maggiore del Regio Esercito italiano. La circolare è datata 26 luglio 1943; venne trasmessa la sera di quel giorno.

Il sogno di pace è stato soltanto un attimo fuggente. Quelle parole sono chiare, la guerra continua: perché, anche se Mussolini è caduto, il Regno d’Italia è ancora alleato (considerato che non è stato comunicato il contrario) del Reich germanico.
Sì, il sogno di pace è svanito. Gli italiani vivono una lacerante frustrazione, una rabbia inesprimibile. Eppure tre anni prima, a domanda del duce, da tutte le piazze d’Italia questi italiani avevano detto alto e potente il loro sì alla guerra. Ora risuona alto il no. Perché? Volubilità, il tuo nome è Italia? E’ facile parlare di volubilità del popolo italiano e stigmatizzarla. Ma bisogna obiettivamente considerare cos’era la vita del cittadino medio in quel luglio 1943. La guerra (una guerra voluta dal regime, al fianco di un alleato arrogante e prevaricatore) era ormai perduta.
Se non era bastata la tragedia della Russia, il 10 luglio la sconfortante facilità con cui gli alleati erano sbarcati in Sicilia aveva convinto anche i più ottusi. Un popolo stanco di combattere e ridotto alla fame non aspettava altro che la fine, comunque e da chiunque essa venisse. Abbiamo parlato di fame non a caso; il regime di tesseramento degli alimentari consentiva ad un operaio di comprare, in un mese, otto chili di pane, 1.200 grammi di pasta, mezzo chilo di zucchero, un etto di lardo, 120 grammi di burro, 140 di formaggio, un chilo di patate, 160 grammi di carne di maiale, tre etti di salame e mortadella, mezzo chilo di legumi, mezzo chilo di fichi secchi. Si dividano queste cifre per trenta e si vedrà a cos’erano ridotti i pasti quotidiani: a meno di mille calorie al giorno

Quindi non ci scandalizza un popolo che, affamato e stremato, festeggia la fine del dittatore che fino al giorno prima era stato, quanto meno, sopportato in silenzio. Erano passati anni luce dai giorni del consenso entusiasta al regime. Una popolazione abituata da un ventennio a “credere, obbedire, combattere”, sollevata comunque dal fastidio di pensare, poi ridotta, come vedevamo, all’indigenza, aveva il diritto di abbandonarsi a facili e illusorie speranze. Chi avrebbe avuto il dovere di guardare in faccia la realtà e saper prendere, con coraggio e risolutezza, i provvedimenti necessari per il bene del Paese, mancò invece alla prova. Parliamo di quella “classe dirigente” che nel dopo – Mussolini palesò tutta la propria pochezza, né probabilmente poteva accadere diversamente, perché si trattava di una classe dirigente formata e cresciuta all’ombra del fascio.
Citavamo in apertura alcuni passi della famosa (e famigerata) “circolare Roatta” perché si tratta dell’esempio più lampante della mentalità dominante in quanti si trovarono, quasi all’improvviso, a gestire quel potere che fino a qualche giorno prima era concentrato nelle mani di Mussolini. Non è azzardato dire che la paura fu il sentimento dominante dei nuovi dirigenti. La paura: il Re temeva per la dinastia, i militari temevano per l’ordine pubblico. Re e militari temevano la possibile reazione tedesca alla caduta di Mussolini, ma non sapevano che misure prendere. Re e militari, tutti pesantemente compromessi con vent’anni di regime fascista, volevano attribuirsi il merito della caduta del regime, per rifarsi un’impossibile verginità politica.

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Vittorio Emanuele III, re d’Italia

Pietro Badoglio, classe 1871, dal 1926 Maresciallo d’Italia, aveva ricoperto numerose (e ben remunerate) cariche, in una carriera politica e militare che non aveva eguali. Marchese del Sabotino e Duca di Addis Abeba, nel 1925 era stato nominato da Mussolini Capo di Stato Maggiore generale, carica che mantenne per quindici anni, fino alla fine del 1940. Nel contempo era stato anche governatore di Libia, conquistatore di Addis Abeba, viceré di Etiopia. Nel 1917, col grado di maggior generale, era stato da non pochi ritenuto uno dei responsabili della rotta di Caporetto. Nel giugno 1940, quando ricopriva ancora la carica di Capo di Stato Maggiore generale (e quindi di massimo responsabile delle forze armate), conscio dell’impreparazione militare italiana, non seppe fermare le intenzioni bellicose di Mussolini, né seppe dare le dimissioni dalla prestigiosa carica.
Si ritirò a vita privata nel dicembre 1940, quando Mussolini, dopo la disastrosa campagna di Grecia, lo sostituì col generale Ugo Cavallero. Riemerse dal volontario esilio nel 1943, divenendo il “punto di riferimento” dei molti generali che, più che tramare, si agitavano, invocando dal Re qualche decisione che consentisse all’Italia di uscire da un conflitto ormai chiaramente perso. Ambrosio, capo di Stato Maggiore Generale e il suo aiutante Castellano, Roatta, capo di Stato Maggiore dell'Esercito, Carboni, responsabile della difesa di Roma, Sorice, sottosegretario alla Guerra, tutti questi signori iniziarono a intensificare i contatti col Re, tramite il Ministro della Real Casa, Acquarone.

Il Re a sua volta si trincerava dietro un legittimismo che mal si conciliava con la drammaticità del momento, sostenendo di non poter agire se non nel rispetto di quello Statuto che vent’anni di regime avevano, col placet della Monarchia stessa, snaturato.
Nel mezzo di questi personaggi, troneggiava l’ormai ingombrante figura del Duce, di cui tutti volevano liberarsi, ma che nessuno aveva il coraggio di affrontare con decisione. I nostri lettori già conoscono le vicende della drammatica seduta del Gran Consiglio del Fascismo, nel corso della quale Mussolini venne messo in minoranza da uno dei suoi più brillanti uomini, Dino Grandi, il cui ordine del giorno, approvato a larga maggioranza, chiedeva appunto al Re di riassumere su sé stesso le prerogative previste dallo Statuto. In altri termini, il fascismo fu eliminato dai fascisti, che offrirono su un piatto d’argento al Re quell’appiglio legale per licenziare Mussolini, assimilando il voto del Gran Consiglio ad una sfiducia parlamentare al Governo.
Nelle sue memorie, pubblicate nel 1983 a cura di Renzo De Felice, Dino Grandi (in ciò confermato anche dalle memorie del generale Zamboni, suo intimo amico) ricordava come egli stesso avesse coscienza del fatto che Mussolini era da esautorare per poter seriamente aprire una trattative con gli alleati, che più volte avevano dichiarato di non fare la guerra al popolo italiano, bensì alla dittatura fascista. Altresì Grandi era cosciente del fatto che nessun fascista avrebbe potuto far parte di un prossimo governo, proprio per mostrare chiaramente agli Alleati la volontà italiana di operare una svolta decisiva.

Tuttavia egli stesso si offriva per andare in missione segreta in Spagna e colà prendere contatto con l’ambasciatore britannico, cercando subito di avviare trattative di pace, grazie agli ottimi rapporti da lui coltivati nei lunghi anni passati a Londra, reggendo

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Benito Mussolini, il “condottiero”
della guerra perduta

l’ambasciata italiana. La reciproca stima ed amicizia che lo legavano allo stesso Churchill gli avrebbero permesso quantomeno di “ammorbidire” l’atteggiamento degli Alleati, che prevedevano per l’Italia, come per le altre nazioni dell’Asse, solo la “resa incondizionata”. La missione avrebbe dovuto essere segreta e non ufficiale, proprio per consentire al nuovo Governo di non essere più compromesso con un personaggio fascista, il cui operato poteva, al più, essere sconfessato, presentandolo come “iniziativa personale”.
L’immediato contatto con gli Alleati era in effetti la maggior urgenza per il nuovo Governo, perché poche illusioni ci si poteva fare sulla reazione tedesca. L’inserimento nel proclama di Badoglio dell’infelice frase “la guerra continua” non era certo sufficiente per convincere Hitler circa l’affidabilità del nuovo Governo italiano come alleato, tanto più dopo aver visto come le due principali istituzioni che si sarebbero dovute muovere a difesa di Mussolini, la Milizia e il Partito, non avevano fatto assolutamente nulla. Scorza, ultimo segretario del Partito Nazionale Fascista, aveva barattato la sua libertà con l’impegno a “pacificare” i fascisti e a distoglierli da qualsiasi velleità di restaurazione, che peraltro era ben difficile da vedere.

Il generale Enzo Galbiati, capo di stato Maggiore della Milizia, non aveva davvero intenzioni bellicose; si affrettò a comunicare che "la MVSN … rimane fedele al sacro principio di servire la Patria". Passò poi le consegne al suo successore, il generale di corpo d'armata Quirino Armellini, proveniente dall’Esercito. In Italia si scoprono in molti, quasi tutti , antifascisti; la Milizia non fece eccezione. Il Partito, molto semplicemente, non c’era più e il successivo scioglimento decretato dal Governo Badoglio non fece che dare veste legale ad una situazione di fatto. Come disse Hitler: “cos’era dunque questo fascismo, scioltosi come neve al sole?”
In queste condizioni pensare di poter contemporaneamente tenere a freno i tedeschi e gli Alleati era semplicemente ridicolo. Se Grandi mostrò di essere a sua volta un illuso (ma a quel punto non ricopriva più cariche che gli consentissero di influire sulla conduzione del Governo), immaginando un immediato “cambio di fronte”, con l’esercito italiano che si schierava al fianco degli Alleati contro i tedeschi, Badoglio tuttavia non prese alcuna iniziativa tempestiva per tenere a freno i tedeschi ed avviare subito una trattativa con gli Alleati.
Mentre i tedeschi, poco o niente contrastati dalle nostre autorità, prive di istruzioni in proposito, facevano affluire divisioni dal Brennero, consci del rischio che l’Italia ormai volesse sganciarsi dall’alleanza, mentre gli Alleati attendevano invano che il nuovo Governo italiano si mettesse con loro in contatto, i primissimi provvedimenti di Badoglio furono la proclamazione del coprifuoco, il divieto di costituzione di partiti politici, l’affidamento dell’ordine pubblico all’autorità militare e l’arresto di personaggi di spicco, non solo del regime fascista.

Badoglio ora deteneva il potere, seppur con un gruppo di ministri impostigli dal Re, che aveva rifiutato la lista preparata dallo stesso Badoglio, sottolineando come il nuovo governo doveva essere “tecnico, militare a apolitico”. Il Maresciallo deteneva il potere e subito volle togliersi una “soddisfazione”: l’arresto di Cavallero, anch’egli Maresciallo d’Italia, suo successore (come vedevamo) nella carica di Capo di Stato Maggiore generale e da quel momento (per Badoglio) suo nemico. Il Re, quando seppe dell’arresto, indignato si affrettò a ordinare la scarcerazione di Cavallero. Badoglio, molto semplicemente, lo fece arrestare di nuovo e rinchiudere a Forte Boccea, dove restò fino all’otto settembre.
La stessa sorte di Cavallero toccò ad altri personaggi, come Bottai, mentre Farinacci ed altri ex gerarchi prendevano la via della Germania tramite l’ambasciata tedesca a Roma. Ma la restaurazione fascista era molto più nelle paure del governo Badoglio che nella realtà dei fatti; per non sbagliare, comunque l’ordine pubblico venne mantenuto col pugno di ferro. Il nuovo capo della polizia, Carmine Senise, impartì al questore di Roma disposizioni analoghe a quelle di Roatta. Il comandante del corpo d’armata territoriale della Capitale, generale Alberto Barbieri, proclamando lo stato d’assedio, vietava le riunioni di più di tre persone, la circolazione delle automobili private, l’affissione di stampati, dichiarava decaduti i permessi di porto d’arma e prescriveva di tenere aperti e illuminati i portoni e chiuse le finestre. Il coprifuoco era fissato dalle 21.30 all’alba.

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Le sofferenze dei civili: a Milano
dopo un bombardamento nemico

Il 26 luglio Badoglio rivolse alla Nazione un secondo proclama: “Dopo l’appello di S.M. il Re Imperatore e il mio proclama, ognuno riprenda il suo posto di responsabilità… non è il momento di abbandonarsi a manifestazioni che non saranno tollerate… sono vietati gli assembramenti e la forza pubblica ha l’ordine di disperderli inesorabilmente”. In apertura abbiamo visto come queste istruzioni furono poi tradotte in ordini operativi ai reparti da parte del generale Roatta.
L’illusione di una pronta libertà politica era durata lo spazio di ventiquattr’ore. Il mattino del 26 luglio in piazza Duomo a Milano avevano tenuto un improvvisato comizio il comunista Giovanni Roveda, e l’azionista Giovan Battista Boeri.
Sempre a Milano una manifestazione davanti S Vittore per chiedere la liberazione dei detenuti politici era sfociata in tumulti tra i “comuni”, sedati dalla truppa (15 feriti). A Torino con un camion veniva sfondato il portone delle Carceri Nuove, mentre a Venezia il conte di Genova, comandante militare marittimo, acconsentiva alla scarcerazione dei detenuti politici. In molte città venivano invase e spesso devastate le Case del Fascio e le sedi di altri organismi fascisti. Ma nel complesso si può affermare che la “rabbia” popolare fu molto contenuta, anche perché, salvo poche e sporadiche eccezioni, non ci furono reazioni da parte di fascisti, che piuttosto si affrettarono ad abbandonare divise e distintivi.

Le drastiche disposizioni di Roatta, applicate in modo particolarmente duro e ottuso, portarono ad episodi gravissimi come quello alle Officine Meccaniche Reggiane, di Reggio Emilia (nove operai morti nel corso dello scioglimento di una manifestazione), mentre a Bari i morti furono ben ventotto e oltre sessanta i feriti, quando l’esercito intervenne per sciogliere una manifestazione di studenti e operai che chiedevano la liberazione dei detenuti politici.
Se questa era la politica per il mantenimento dell’ordine pubblico, in compenso è istruttiva la lettura del Corriere della Sera dal 26 luglio 1943 in poi. Il rigido controllo mantenuto sulla stampa riduceva i giornali a pura cassa di risonanza delle istruzioni governative, e in questo nulla era cambiato dal periodo fascista.
Anzitutto, come ci ricordano Grandi e Zamboni nei due già citati libri di memorie, il popolo italiano fu informato con tre giorni di ritardo sul come e perché Mussolini fu esautorato. Solo il 28 luglio, dopo che Grandi aveva consegnato il testo del suo ordine del giorno all’ambasciatore svizzero a Roma, riusciva ad ottenere che fosse pubblicato dai giornali, che precedentemente lo avevano ignorato, enfatizzando un’iniziativa militare che null’altro era stato che il procedere sulla strada spianata dal voto del Gran Consiglio. Significativamente, l’ordine del giorno che aveva posto fine al regime viene pubblicato con la premessa “benché ormai superato dagli avvenimenti…”

In altri termini, andava ignorato il fatto che il fascismo fosse morto per mano degli stessi fascisti; questo consentiva di ascrivere meriti non guadagnati a Badoglio e al suo staff, peraltro tutti ampiamente compromessi col fascismo, sotto il quale avevano svolto le loro brillanti carriere. Altro episodio oscuro, e questa volta tragico, fu la fine di Ettore Muti, pluridecorato, “testa calda” del fascismo, tenente colonnello di aviazione e per un anno (dall’ottobre 1939 all’ottobre 1940) segretario del Partito Nazionale Fascista. Nella notte fra il 23 e il 24 agosto 1943 un gruppo di carabinieri si recò ad arrestarlo nella sua villa a Fregene. La versione ufficiale fu che Muti, che stava complottando per una restaurazione fascista con l’appoggio tedesco, aveva tentato la fuga e i carabinieri lo avevano dovuto fermare con un colpo di moschetto, uccidendolo.
Appariva peraltro poco credibile il complotto, visto che lo stesso Muti, disilluso della politica fascista, aveva addirittura manifestato il proposito di “eliminare Mussolini” e si era dichiarato solidale con Grandi e con gli altri firmatari dell’ordine del giorno. Gli stessi eventi di quella notte a Fregene ebbero poi troppe versioni e troppe testimonianze contraddittorie tra loro, per non legittimare il sospetto che, quantomeno, la fine di Muti fosse stata causata da qualcosa di assimilabile alla messicana “ley de fuga”…
Un governo così preso dalle faide interne, dall’ossessione dell’ordine pubblico, ebbe poco o punto tempo per occuparsi in modo serio e concreto del problema che si presentava come il più urgente: stabilire il contatto con gli Alleati, per far cessare l’inutile martirio della guerra.

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Dopo la caduta del duce l’Italia
esulta: a Milano…

L’idea di Grandi (la missione segreta e non ufficiale di cui parlavamo) non fu nemmeno presa in considerazione dal governo Badoglio. In attesa che il nuovo ministro degli Esteri, Raffaele Guariglia, ambasciatore ad Ankara, rientrasse a Roma, il governo tentennò in iniziative diplomatiche pasticciate, che si intrecciavano tra di loro, dando agli Alleati la sensazione della confusione e il sospetto del doppio gioco da parte di Badoglio. Due missioni diplomatiche “esplorative” affidate ai consoli Blasco Lanza (che si recò a Lisbona) e Alberto Berio (che andò a Tangeri) furono seccamente respinte dagli angloamericani che ribadirono che non di trattativa si doveva parlare se si voleva giungere ad un armistizi, bensì solo di accettazione della resa, e quindi attendevano la visita di un plenipotenziario militare e non diplomatico.
Solo il 12 agosto (erano passate quasi tre settimane dalla caduta di Mussolini!) il generale Castellano, in rappresentanza dello Stato Maggiore, partì per Lisbona per incontrarvi, il 19 agosto, i rappresentati del generale Eisenhower, i generali Bedell Smith (americano) e Strong (britannico). E qui iniziò un altro incredibile balletto, con Castellano che si rese conto che non c’era alcuno spazio per trattative e che un’eventuale attenuazione delle clausole della resa incondizionata sarebbe derivata solo dalla collaborazione che l’Italia avesse prestato agli Alleati. Ma poiché Castellano tardava a far avere notizie a Roma, Roatta, di sua iniziativa, mandò a Lisbona un suo rappresentante, il generale Giacomo Zanussi, che piombò nella capitale portoghese in aereo poco dopo la partenza di Castellano, che l’aveva appena lasciata in treno.

Ovviamente gli Alleati, già diffidenti, lo divennero ulteriormente: chi era l’emissario realmente fornito di poteri: il primo o il secondo generale? E se a Roma Guariglia, Badoglio e il Re faticavano a convincersi che non c’era spazio per la trattativa, ma che bisognava rassegnarsi ad accettare un diktat, intanto gli Alleati proseguivano nel loro “programma” di bombardamenti sulle città italiane. Tra il 7 e il 16 agosto furono duramente colpite le città di Genova, Torino e Milano. Quest’ultima fu la città più martoriata, con due ondate di bombardamenti notturni che causarono oltre cinquecento morti e lasciarono 70.000 famiglie senza tetto.
Finalmente, in seguito alle pressioni alleate, Castellano fu fornito di credenziali totali ed autorizzato a firmare la resa incondizionata. Il 2 settembre 1943 decollò per Termini Imerese, dove fu preso in consegna dai generali Bedell Smith e Strong e condotto a Cassibile. Qui il 3 settembre fu finalmente firmato l’atto di resa. Gi Alleati furono però irremovibili nel non voler rivelare le date che si erano prefissati per il “grande sbarco” in Italia: erano fatti loro, né si fidavano ancora fino in fondo di questo governo Badoglio, che aveva tenuto un comportamento ambiguo e che nicchiava sull’altra ed essenziale richiesta americana: se gli italiani volevano che le dure condizioni della resa fossero ammorbidite, il governo Badoglio doveva decidersi a dichiarare guerra alla Germania. Se il governo Badoglio tentennava, i tedeschi si muovevano e avevano completato il loro schieramento in Italia.

E a questo proposito, l’ultimo episodio, grottesco nella sostanza, ma tragico nelle conseguenze, non poteva mancare: proprio in previsione delle reazioni tedesche alla notizia dell’armistizio, due ufficiali americani, il generale Taylor e il colonnello Gardiner, la sera del 7 settembre attraversarono Roma, celati in un’autoambulanza, per concordare col generale Carboni, responsabile della difesa di Roma e col Maresciallo Badoglio, le modalità di lancio e sbarco di truppe della 82esima divisione aerotrasportata, che avrebbe dovuto, nei piani americani, collaborare con le truppe italiane alla difesa di Roma.
Come ricorderà in seguito il generale Taylor, il generale Carboni dipinse un quadro così fosco della situazione (che si traduceva nella scelta di non combattere se i tedeschi avessero attaccato Roma) da indurre anche Badoglio, che "appariva stanco e frastornato” a sposare le tesi del suo sottoposto. I due ufficiali americani se ne andarono, convinti a non effettuare l’ipotizzato sbarco e anche sollevati perché “non valeva la pena rischiare le loro truppe per generali di quel tipo”.

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… e a Roma, come
in molte altre città d’Italia

Ancora la mattina dell’otto settembre fu convocato un Consiglio della Corona, nel corso del quale il Re, stanco e stizzito, dovette finalmente rendersi conto che non c’era più nulla da fare che arrendersi. Nella giornata il generale Eisenhower, stanco dei tentennamenti di Badoglio, diede l’annuncio da Radio Tangeri dell’avvenuto armistizio.

Badoglio, dai microfoni dell’EIAR (l’odierna RAI) confermò la notizia alle 19.30. Le truppe italiane dovevano cessare qualsiasi atto di ostilità contro gli Alleati. Nondimeno, avrebbero risposto con le armi a qualsiasi atto ostile, “di qualsiasi provenienza”. Erano trascorsi quarantacinque giorni dal giorno della nomina a Primo Ministro del Maresciallo Badoglio. Il giorno successivo Il Re con la famiglia reale, con Badoglio e con una cinquantina tra generali e funzionari, lasciò la capitale fuggendo a Brindisi. I reparti italiani sul territorio metropolitano nonché quelli dislocati all’estero restarono senza istruzioni, tanto precipitosa fu la fuga, nel timore di essere arrestati dai tedeschi, inferociti dal voltafaccia italiano.
Incominciava un altro capitolo tragico di Storia, quello che avrebbe visto l’Italia spaccata in due e che avrebbe visto il martirio di tanti soldati italiani, abbandonati senza ordini alla reazione tedesca. Il governo Badoglio resterà formalmente in carica fino al 14 aprile 1944. Ma furono i “quarantacinque giorni” che gettarono i semi del caos. L’improvvisazione, l’incoscienza che caratterizzarono quel breve periodo furono tali da mutare, in peggio, il corso della Storia. Nulla fu fatto per bloccare i tedeschi; pochissimo fu fatto per accattivarsi gli Alleati con comportamenti coerenti e coraggiosi. Una sola cosa restava indiscutibile: la infausta frase del primo proclama di Badoglio: “la guerra continua”. Continuò infatti, e furono due anni di guerra fratricida, che aprì ferite che a tutt’oggi stentano a rimarginarsi.