IL FASCISMO

Il fascismo è un'ideologia politica sorta in Italia nel XX secolo principalmente per iniziativa di Benito Mussolini alla fine della prima guerra mondiale. È un movimento di carattere nazionalista, autoritario e totalitario, ma tale ideologia è definita ed è interpretata come un movimento allo stesso tempo rivoluzionario[1] e reazionario[2], sebbene la sua natura prevalente sia tuttora oggetto di controversia.

Indice

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Caratteristiche generali[modifica]

Di ispirazione sindacal-corporativa, combattentistica,[3] socialista revisionista[4] e organicista,[5] raggiunse il potere nel 1922 con la Marcia su Roma[6] e si costituì in dittatura nel 1925. Il fascismo descrive sé stesso come una terza via alternativa a capitalismo liberale e comunismo marxista, basata su una visione interclassista, corporativista e totalitaria dello Stato. Radicalmente e violentemente contrapposto al comunismo,[7] pur riconoscendo la proprietà privata, il fascismo rifiuta infatti anche i principi della democrazia liberale. Appare inoltre come un movimento tradizionalista e spiritualista da una parte, ma d'altronde ha una forte origine positivistica e persino post-giacobina.[8]

Secondo l'ideologia fascista, una nazione sarebbe una comunità che richiede dirigenza forte, identità collettiva e la volontà e capacità di esercitare la violenza per mantenersi vitale.[9][10] Per l'ideologia fascista la cultura è creata dalla società nazionale collettiva, dando luogo ad un rifiuto dell'individualismo;[9] il fascismo nega inoltre l'autonomia di gruppi culturali o etnici che non sono considerati parte della nazione fascista e che rifiutano di essere assimilati: questo in tutte le realizzazioni storiche del fascismo è stato applicato nei confronti di minoranze etniche o religiose, in particolare quella ebraica.[11] L'ideologia fascista sostiene l'idea di uno Stato a partito unico[12] e vieta qualunque opposizione al partito stesso.[13]

Nacque principalmente come reazione alla Rivoluzione Bolscevica del 1917 ed alle lotte sindacali, operaie e bracciantili, culminate nel Biennio rosso[14], ma al tempo stesso in parziale polemica con la società liberal-democratica uscita lacerata dall'esperienza della prima guerra mondiale,[15] unendo aspetti ideologici tipici dell'estrema destra (nazionalismo, militarismo, espansionismo) con quelli dell'estrema sinistra (primato del lavoro, rivoluzione sociale e generazionale, sindacalismo rivoluzionario soreliano), inserendovi elementi ideali originali e non, quali l'aristocrazia dei lavoratori e dei combattenti, la concordia fra le classi (organicismo),[16] il primato dei doveri dell'uomo sui diritti (mediato dal pensiero di Giuseppe Mazzini[17]), e il principio gerarchico, assorbito dal fascismo dall'esperienza dei reparti d'assalto volontari della divisione Arditi della Grande Guerra, che lo portarono al culmine dell'obbedienza cieca e pronta al capo.

Si riporta qui la definizione di fascismo data, nel 1921, da colui che ne fu l'ideatore e il capo, Benito Mussolini:

  « Il Fascismo è una grande mobilitazione di forze materiali e morali. Che cosa si propone? Lo diciamo senza false modestie: governare la Nazione. Con quale programma? Col programma necessario ad assicurare la grandezza morale e materiale del popolo italiano. Parliamo schietto: Non importa se il nostro programma concreto, non è antitetico ed è piuttosto convergente con quello dei socialisti, per tutto ciò che riguarda la riorganizzazione tecnica, amministrativa e politica del nostro Paese. Noi agitiamo dei valori morali e tradizionali che il socialismo trascura o disprezza, ma soprattutto lo spirito fascista rifugge da tutto ciò che è ipoteca arbitraria sul misterioso futuro. »
 

Il giornalista, politico ed antifascista Piero Gobetti nel 1922, riconduceva il fascismo alla tendenza all'autoritarismo tipica della cultura italiana, che a suo parere rifugge dal confronto delle idee e predilige invece la disciplina dello Stato forte:

  « il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l'autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi; che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco[18] »

Fra le innumerevoli interpretazioni successive del fascismo si riportano le seguenti di Lelio Basso (1961):

  « Il fascismo è stato un fenomeno più complesso, in cui hanno confluito e si sono incontrate componenti diverse, ciascuna delle quali aveva naturalmente le sue radici nella precedente storia d'Italia per cui è assurdo parlare del fascismo come di una parentesi che bruscamente interrompe il corso della nostra storia, ma neppure si può affermare che esso sia semplicemente il logico punto d'approdo di questo corso precedente. Se il fascismo trova indubbiamente le sue origini nel nostro passato risorgimentale, se le componenti (...) sono venute maturando attraverso il tempo talché si può dire che costituiscano dei filoni ininterrotti tuttavia ciò che determinò il loro incontro in una sintesi nuova fu la guerra mondiale e la crisi del dopoguerra che, virulentando i germi preesistenti, fece esplodere in forma acuta quelle che erano state fin allora delle malattie croniche del nostro organismo. Ci sono quindi nel fascismo elementi di continuità ed elementi di novità e di rottura rispetto alla storia precedente: gli elementi di continuità sono appunto quelle malattie croniche, quegli squilibri tradizionali che in parte affondano le loro radici nei secoli passati e in parte sono un portato del processo risorgimentale, del modo cioè come l'Italia giunse ad essere uno Stato unitario e moderno, mentre l'elemento di novità è la virulentazione sopravvenuta con la guerra e il dopoguerra che, mettendo in crisi i precari equilibri precedenti, fa scoppiare tutte le contraddizioni e precipita la situazione italiana fino al punto di rottura, determinando una sintesi nuova, un equilibrio nuovo, un fenomeno nuovo che appunto s'è chiamato fascismo.[19] »

e quella recente (2002) dello storico Emilio Gentile:

  « un fenomeno politico moderno nazionalista rivoluzionario antiliberale antimarxista organizzato in un partito milizia con una concezione totalitaria della politica e dello Stato con un'ideologia attivistica e antiteoretica, a fondamento mitico, virilistica e antiedonistica, sacralizzata come religione laica, che afferma il primato assoluto della nazione, intesa come comunità organica etnicamente omogenea, gerarchicamente organizzata in uno Stato corporativo, con una vocazione bellicosa alla politica di grandezza, di potenza e di conquista mirante alla creazione di un nuovo ordine e di una nuova civiltà.[20] »

Etimologia del termine[modifica]

Il nome fascismo deriva da Fasci di combattimento fondati nel 1919 da Benito Mussolini[21] origine etimologica dalla parola fascio (in lingua latina: fascis).

Il riferimento era ai fasci usati dagli antichi littori come simbolo del potere legittimo, e poi passati ai movimenti popolari e rivoluzionari come simbolo di unione dei cittadini (per tale motivo, il fascio è tutt'oggi presente nelle panoplie nazionali americana e francese). L'ascia presente nel fascio simboleggiava il supremo potere di ius vitae necisque, diritto di vita o di morte, esercitato solo dalle massime magistrature romane, mentre le verghe erano simbolo dell'ordinaria potestà sanzionatoria, e materialmente usate dai littori per infliggere la pena (non capitale) della verberatio.

Il richiamo ai fasci va inoltre letto come un esempio dell'innegabile fascino che il mito di Roma esercitava sul fascismo, il quale di fatti tentò una restaurazione degli antichi fasti imperiali romani, e giustificò la sua politica espansionistica alla luce di una missione civilizzatrice del popolo italiano, erede di Roma.

Nascita e sviluppo (dalle origini alla dittatura)[modifica]

Il fascismo nacque ufficialmente il 23 marzo 1919 a Milano. Quel giorno a Piazza San Sepolcro, all'interno di Palazzo Castani - sede in quel tempo del Circolo per gli Interessi Industriali, Commerciali e Agricoli della provincia di Milano (attualmente sede della Questura) ed i cui locali erano stati regolarmente presi in affitto e non certo «benevolmente concessi» dai responsabili del Capitalismo lombardo, si radunò un piccolo gruppo di circa 120 ex combattenti, interventisti, arditi e intellettuali, che fondarono i Fasci italiani di combattimento.

Il programma di questo gruppo fu essenzialmente volto alla valorizzazione della vittoria sull'Austria Ungheria, alla rivendicazione dei diritti degli ex-combattenti, al "sabotaggio con ogni mezzo delle candidature dei neutralisti". Seguì quindi un programma economico-sociale che prevedeva - fra l'altro - l'abolizione del Senato, tasse progressive, pensione a 55 anni, giornata lavorativa di otto ore, abolizione dei Vescovati, sostituzione dell'Esercito con una milizia popolare.

Dopo il primo congresso nazionale, tenutosi a Firenze nell'ottobre 1919, Fasci italiani di combattimento si presentarono alle elezioni politiche di quell'anno, nella circoscrizione di Milano, con una lista capeggiata da Benito Mussolini e Filippo Tommaso Marinetti, senza ottenere alcun seggio, avendo raccolto solo 4.795 voti, su circa 370.000.

Un fondamentale contributo alla nascita del fascismo fu dato dal movimento dello Squadrismo, ovvero l'organizzazione di squadre paramilitari con le quali si realizzò una sistematica demolizione di sedi di partito (socialisti, popolari, comunisti) e di giornali, cooperative, case del popolo e la progressiva occupazione - con mezzi legalitari e illegali - di posizioni chiave nelle amministrazioni comunali. Inoltre lo stesso Giovanni Giolitti tenne nei confronti del movimento fascista un atteggiamento benevolo volto ad utilizzarlo nel contrastare la sinistra[22] in quanto era poi intenzionato a "costituzionalizzarlo" dopo essere arrivato al potere. Così facendo si riteneva di esaurirne le potenzialità poiché, essendo venuti meno gli avversari di sinistra, il fascismo avrebbe conseguentemente perso gli appoggi, anche finanziari, di coloro che temevano la "minaccia rossa"[23].

Le squadre, che, a detta di Mussolini, giunsero a raccogliere 300.000 aderenti,[24] fornirono il nerbo della forza eversiva con la quale, il 28 ottobre 1922 il Fascismo marciò su Roma convincendo il sovrano Vittorio Emanuele III a consegnare le redini del governo.

Con il congresso di Roma del 9 novembre 1921 il fascismo si trasformò da movimento in partito. In seguito alla marcia su Roma del 28 ottobre il re Vittorio Emanuele III incaricò Benito Mussolini di formare un nuovo governo. Mussolini si presentò alle Camere con un governo di coalizione formato soprattutto da esponenti liberali, cattolici e da alcuni esponenti moderati dal Partito Fascista, ed ottenne la fiducia. Il programma politico aveva subito una serie di aggiustamenti con l'obiettivo di favorire gli abboccamenti con le forze conservatrici e reazionarie, le quali iniziarono quasi subito a finanziare il movimento.[25]

Con l'arrivo al potere, Mussolini intraprese una politica di riassetto delle casse dello stato, di liberalizzazioni e riduzioni della spesa pubblica. Venne riformata la scuola dietro impulso del filosofo Giovanni Gentile. D'altro canto diede seguito ad una serie di rivendicazioni delle associazioni combattentistiche, e dei sindacati fascisti, garantendo le pensioni e le indennità ai reduci e ai mutilati e rendendo obbligatoria la giornata lavorativa di otto ore agli operai. In politica estera, l'Italia accettò i patti siglati a Locarno con la Jugoslavia, ma ebbe la protezione delle minoranze italiane in Dalmazia e l'autonomia di Fiume (che nel 1924 venne unita all'Italia). Infine ci fu anche la revisione - a favore dell'Italia - dei confini delle colonie (fu rettificato il confine di Tripolitania e Cirenaica ed esteso il Fezzan ad alcune oasi strategiche, e alla Somalia venne annesso l'Oltregiuba).[26]

La presenza tuttavia di un'ala oltranzista nel PNF, rappresentata da elementi estremisti come Italo Balbo e Roberto Farinacci, impedì la "normalizzazione" delle squadre d'azione, che continuarono ad imperversare nel paese spesso fuori da ogni controllo.[27] Ne fecero le spese numerosi antifascisti, il più importante dei quali, Giacomo Matteotti, che accusò in Parlamento Mussolini di aver vinto grazie a brogli elettorali, venne assassinato il 10 giugno 1924 nel corso del suo rapimento da parte di una banda di squadristi capeggiata da Amerigo Dumini.

La cosiddetta "crisi Matteotti" che ne seguì mise il governo Mussolini di fronte ad un bivio: continuare a governare in modo legalitario, rispettando quantomeno nella forma lo Statuto, oppure imprimere una svolta autoritaria. Mussolini, premuto dai ras dello squadrismo, optò per la seconda scelta. Il fascismo divenne dunque dittatura.[28]

I passaggi successivi con cui il governo Mussolini si trasforma in dittatura sono i seguenti (per approfondire, vedi anche leggi fascistissime):

  • 3 gennaio 1925 - Discorso della "Ceka" (il cosiddetto "mezzo colpo di stato" del 3 gennaio.[28]) Mussolini respinge l'accusa di essere mandante dell'omicidio di Matteotti ma rivendica la "responsabilità politica storica e morale" degli avvenimenti e del clima di violenza di quei mesi. Annuncia provvedimenti straordinari contro la Secessione dell'Aventino e minaccia di usare la Milizia contro le aggressioni dell'opposizione a membri dei Fasci e a militari. Il giorno successivo il ministro degli Interni Federzoni, inoltre, fa diramare telegrammi a tutti i prefetti affinché si proceda alla "chiusura di tutti i circoli e ritrovi sospetti dal punto di vista politico", "lo scioglimento di tutte le organizzazioni "sovversive"", "la vigilanza sui comunisti e gli "antinazionali"".
  • 2 ottobre 1925 - Patto di Palazzo Vidoni (perfezionato con la legge Rocco del 3 aprile 1926) che riduce i sindacati a due, uno per i lavoratori e l'altro per il padronato (entrambi fascisti), abolisce il diritto di sciopero (per gli operai) e di serrata (per il padronato) e riconduce le controversie fra lavoratori e datori di lavoro all'arbitrato dello stato e delle corporazioni.
  • 24 dicembre 1925 - Tutti i poteri vengono affidati a Mussolini: il capo del governo viene dichiarato non più responsabile di fronte al Parlamento, ma solo nei confronti del sovrano.
  • 31 ottobre 1926 - Mussolini subisce un attentato da parte di Anteo Zamboni in seguito al quale vengono abolite la libertà di stampa per l'antifascismo, i partiti e le organizzazioni antifasciste e si dichiarano decaduti i deputati della Secessione dell'Aventino.

Cenni di storia del Fascismo (dalla dittatura alla caduta)[modifica]

In seguito alla crisi del 1924-25 il regime fascista - fino ad allora al governo in maniera statutaria - subirà una svolta autoritaria che porterà all'abolizione delle libertà democratiche e alla realizzazione di una dittatura autoritaria. Il potere relativamente ampio del regime mussoliniano, ottenuto tramite la soppressione poliziesca dell'opposizione politico-partitica e il contemporaneo ottenimento di un vasto consenso interno, consentirà al fascismo di imprimere radicali modificazioni al paese, alla sua società, alla sua cultura e alla sua struttura economica.

Nel corso dei due decenni di governo, detti Ventennio, il fascismo cercherà anche di imporre la propria visione antropologica al popolo italiano attraverso politiche educative, culturali, eugenetiche e infine attraverso una legislazione razzista ed antisemita.

In politica estera, il regime promuoverà prima una blanda revisione dei trattati di pace del 1919 per assicurare contemporaneamente una maggiore forza all'Italia e la stabilità in Europa, ma in seguito al sorgere del nazismo in Germania a metà degli anni trenta, il regime si vedrà costretto ad una spirale di scelte tali che nel suo ultimo quinquennio il fascismo finì col legarsi sempre più al regime nazista, con il quale finirà coinvolto nella seconda guerra mondiale.

L'esperienza bellica sarà disastrosa per il regime e per il paese. Le sconfitte sui fronti d'Africa e Russia con la conseguente invasione alleata delle regioni meridionali italiane portò alla caduta del governo di Mussolini ed al suo arresto e la nomina del generale Badoglio come primo ministro: in una sola giornata venti anni di regime - oramai completamente privato di consenso popolare - vennero spazzati via e quindi ad una divisione della penisola in due tronconi, occupati rispettivamente dalle forze dell'Asse al nord ed Alleati al sud. Questa divisione consentì una temporanea rinascita del fascismo nelle regioni settentrionali, dove esso organizzò uno Stato di fatto (Repubblica Sociale Italiana, RSI) riconosciuto solo dai paesi dell'Asse.

Negli ultimi venti mesi di esistenza il fascismo fu coinvolto nella guerra civile con le formazioni partigiane che fiancheggiavano l'avanzata alleata.

Alla fine di aprile 1945 con il crollo del fronte e l'insurrezione popolare proclamata per il giorno 25 dal Comitato di Liberazione Nazionale, la RSI fu spazzata via. I suoi elementi dirigenti - compreso Mussolini - catturati dai partigiani, furono fucilati fra 28 e 29 aprile 1945. Con la morte di Benito Mussolini l'esperienza fascista può essere considerata conclusa.

Precursori e premesse[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Marcia su Roma.
Alcune camicie nere sfilano davanti al Quirinale, all'epoca residenza reale.

In Italia il fascismo trovò i suoi precursori negli anni precedenti alla prima guerra mondiale, nel movimento artistico del futurismo (il cui ispiratore, Filippo Tommaso Marinetti, aderì successivamente al movimento di Mussolini), e nel decadentismo di Gabriele D'Annunzio e in numerosi altri pensatori ed azionisti politici nazionalisti che si ritrovarono nella rivista Il Regno (Giuseppe Prezzolini, Luigi Federzoni, Giovanni Papini), molti dei quali militarono in seguito nelle file fasciste. Importante fu anche il contributo di correnti di pensiero della sinistra non marxista, quali il sindacalismo rivoluzionario, ispirato alla dottrina del pensatore francese Georges Sorel. Una spinta decisiva alla nascita del fascismo è dovuta anche al fenomeno, conseguenza della prima guerra mondiale, dell'arditismo.

Fu l'indiscussa abilità di politico di Benito Mussolini, ex dirigente del Partito Socialista Italiano, convertito alla causa del nazionalismo e della grande guerra, a fondere la confusa congerie di idee, aspirazioni, frustrazioni degli ex combattenti reduci dalla dura esperienza della guerra di trincea, in un movimento politico che all'inizio ebbe una chiara ispirazione socialista e rivoluzionaria (vedi il programma dei fasci di combattimento del marzo 1919) e che subito si contraddistinse per la violenza dei metodi impiegati contro gli oppositori.

La crisi economica del dopoguerra, la disoccupazione e l'inflazione crescenti, la smobilitazione dell'esercito (che restituì alla vita civile migliaia di persone), i conflitti sociali e gli scioperi nelle fabbriche del nord, l'avanzata del partito socialista divenuto il primo partito alle elezioni del 1919, crearono, negli anni 1919-1922, le condizioni per un grave indebolimento delle strutture statali e per un crescente timore da parte dei ceti agrari e industriali di una rivoluzione comunista in Italia sul modello di quella in corso in Russia.

In questa situazione fluida, Mussolini colse l'occasione e, abbandonando rapidamente il programma socialista e repubblicano, si pose al servizio della causa antisocialista; le milizie fasciste, appoggiate dai ceti possidenti e da buona parte dell'apparato statale che vedeva in lui il restauratore dell'ordine, lanciarono una violenta offensiva contro i sindacati e i partiti di ispirazione socialista (ma anche cattolici), in particolar modo nel centro-nord d'Italia (soprattutto Emilia-Romagna e Toscana), causando numerose vittime nella sostanziale indifferenza delle forze dell'ordine.

Le violenze furono nella gran parte dei casi provocate dagli squadristi fascisti, che sempre più apertamente furono appoggiati da Dino Grandi, l'unico reale competitore di Mussolini per la leadership all'interno del partito, che nel congresso di Roma del 1921 si fece da parte e diede via libera al futuro Duce.

La violenza crebbe considerevolmente negli anni 1920-22 fino alla Marcia su Roma (28 ottobre 1922).

Il fascismo al potere[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Governo Mussolini e Delitto Matteotti.
Il Narodni Dom (Casa del popolo), centro culturale degli sloveni incendiato dai fascisti a Trieste nel 1920
Giacomo Matteotti

Di fronte all'avanzata di mal armate milizie fasciste guidate su Roma, il Re Vittorio Emanuele III di Savoia, preferendo evitare ogni spargimento di sangue e forse meditando di poter sfruttare e controllare gli eventi, ignorò i suggerimenti del Presidente del Consiglio dei ministri in carica Luigi Facta che gli chiedeva di firmare il decreto che proclamasse lo stato d'assedio, e decise invece di consegnare l'incarico di Presidente del Consiglio a Mussolini, che in quel momento aveva in Parlamento non più di 35 deputati (eletti nel 1921).

Vittorio Emanuele mantenne sempre il controllo ufficiale dell'esercito: se avesse voluto, avrebbe potuto senza problemi dichiarare lo stato d'assedio e bandire da Roma Mussolini e le forze fasciste, inferiori in tutto alle guarnigioni di stanza nella capitale; in virtù di tale considerazione, la marcia su Roma non andrebbe considerata un colpo di stato, in quanto Mussolini ottenne, di fatto, l'incarico di formare un nuovo esecutivo, godendo dell'appoggio (quantunque oggetto di molte e profonde critiche) del sovrano. Tale visione è tuttavia non condivisa da alcuni autori che parlano di "rottura della legalità statutaria anche da parte della monarchia"; così da dover parlare di «colpo di Stato monarchico-fascista»"[6]

Da primo ministro, i primi anni di Mussolini (1922-1925) furono caratterizzati da un governo di coalizione, composto da nazionalisti, liberali e popolari, che non assunse fino al delitto Matteotti veri e propri connotati dittatoriali. In politica interna Mussolini favorì la completa restaurazione dell'autorità statale e la soppressione dell'estrema sinistra, con l'inserimento dei fasci di combattimento nell'interno dell'esercito (fondazione nel gennaio 1923 della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale) e la progressiva identificazione del Partito in Stato.

In politica economica e sociale vennero emanati provvedimenti che favorivano i ceti industriali e agrari (privatizzazioni, liberalizzazione degli affitti, smantellamento dei sindacati).

Nel luglio 1923 venne approvata una nuova legge elettorale maggioritaria, che assegnava due terzi dei seggi alla coalizione che avesse ottenuto almeno il 25% dei suffragi, regola puntualmente applicata nelle elezioni del 6 aprile 1924, nelle quali il "listone fascista" ottenne uno straordinario successo, agevolato anche da ingenti brogli, dalle violenze e dalle intimidazioni e rappresaglie contro gli oppositori.

L'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, che aveva chiesto l'annullamento delle elezioni per le gravi irregolarità commesse, provocò una momentanea crisi del governo Mussolini.

Il leader socialista Matteotti fu ucciso perché denunciò alla Camera dei deputati nel 1924 i brogli e le violenze commesse dai fascisti durante la campagna elettorale e i giorni del voto. Il suo assassinio ebbe un'eco vastissima nell'opinione pubblica in cui si diffuse la convinzione che i mandanti fossero i vertici del governo.

L'episodio dimostrava che la "normalizzazione" dello squadrismo annunciata da Mussolini non era riuscita e che un'opposizione legale non era gradita. I partiti d'opposizione reagirono abbandonando il Parlamento: fu la "Secessione aventiniana", così chiamata in analogia con la decisione della plebe dell'antica Roma di ritirarsi sul colle dell'Aventino per protesta contro i soprusi dei patrizi. Contrario a tale scelta fu solamente il Partito Comunista che rimase isolato nel proporre uno sciopero generale dei lavoratori di tutti i comparti.

Gli aventiniani miravano a incrinare l'intesa tra fascisti e la loro coalizione provocando un intervento del re, ma le loro aspettative furono deluse poiché Vittorio Emanuele III, sfruttò la situazione, favorevole alla corona, che faceva prospettare una sovranità monarchica ormai privata del contrappeso parlamentare, e si astenne da ogni iniziativa, avallando di fatto la condotta fascista.

La debole risposta delle opposizioni, incapaci di trasformare il loro gesto in un'azione antifascista di massa, non fu sufficiente ad allontanare le classi dirigenti e la Monarchia da Mussolini che, il 3 gennaio 1925, ruppe gli indugi e, con un noto discorso nel quale assumeva su di sé l'intera responsabilità del delitto Matteotti e delle altre violenze squadriste, di fatto proclamò la dittatura, sopprimendo ogni residua libertà politica e di espressione e completando l'identificazione assoluta del Partito Nazionale Fascista con lo Stato.

Benito Mussolini durante un discorso

La dittatura[modifica]

Per l'effettiva realizzazione di uno stato dittatoriale - ossia per vedere formalmente inserite all'interno dello Stato italiano organizzazioni e istituzioni derivate dal Partito Fascista - occorrerà attendere la costituzionalizzazione del Gran Consiglio del Fascismo, avvenuta il 9 dicembre 1928[29]. Pur potendo essere definito un regime dittatoriale, il regime conservò in vigore lo Statuto del Regno (Statuto Albertino) piegandolo però alle proprie esigenze.

Dal 1925 fino alla metà degli anni trenta il fascismo conobbe solo un'opposizione sotterranea e di carattere cospirativo, guidata in buona parte da anarchici come Errico Malatesta, comunisti come Antonio Gramsci, socialisti come Pietro Nenni, demo-liberali come Giovanni Amendola, liberali come Piero Gobetti, socialisti liberali come Carlo Rosselli, molti dei quali pagarono con la vita, l'esilio, pene detentive o il confino la loro opposizione al regime.

Consenso e propaganda[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Patti Lateranensi.

La maggioranza degli italiani, soprattutto nei ceti medio-alti ma anche quel mondo agricolo vicino al Partito Popolare, trovò un modus vivendi con la nuova situazione, vedendo forse in Mussolini un baluardo contro il materialismo e il socialismo e soprattutto contro il disordine economico successivo alla guerra '15-18.

Tale situazione venne favorita dal riavvicinamento con la Chiesa cattolica, che culminò nel Concordato dell'11 febbraio 1929, con cui si chiudeva l'annosa questione dei rapporti tra Stato e Chiesa aperta nel 1870 dalla Breccia di Porta Pia e che restituiva al cattolicesimo il ruolo di religione di Stato. Con i patti lateranensi firmati il 29 febbraio 1929 ci fu un accordo tra stato italiano e chiesa: la Santa Sede riconobbe lo stato italiano, che a sua volta riconosceva la sovranità sullo stato della Città del Vaticano della Santa Sede stessa; quest'ultima ricevette anche delle indennità per la perdita dello Stato della Chiesa. Con questi patti ci fu un riavvicinamento alla politica della popolazione italiana (in Italia la popolazione era per il 99 per cento cattolica).

Inoltre è proprio a questo periodo che risalgono i notevoli risultati del regime nel campo dei lavori pubblici e delle politiche sociali, che valsero al regime stesso altissimi consensi: sono gli anni, infatti, della bonifica delle paludi pontine, della battaglia del grano (1925) e dell'appoderamento delle vaste aree del latifondo paludoso-malarico a favore delle famiglie degli strati più indigenti tra gli ex combattenti del primo conflitto mondiale, o con iniziative come le colonie estive per combattere il gozzo (allora malattia endemica), gli anni che danno inizio alla politica delle bonifiche e delle fondazioni delle "città nuove", opera del Razionalismo italiano, rurali o coloniali come Latina (allora Littoria), Sabaudia o Portolago, che, oltre al consenso popolare, donarono un'ampia visibilità internazionale al regime.

Oltre alle realizzazioni del Regime, la propaganda è tesa a mettere in luce la personalità di Mussolini, ad esempio richiamandone i luoghi natali: Predappio e Forlì, che diviene nota come la "Città del Duce". Tali luoghi, anche rimodellati con opportuni interventi dagli architetti fascisti, assurgono a mete di pellegrinaggi, tanto spontanei quanto organizzati dal Regime stesso.

La riforma del codice penale[modifica]

A partire dalla metà degli anni venti, il regime iniziò un'opera di rinnovamento della legislazione italiana. Il primo codice ad essere riformato fu quello penale, detto codice Zanardelli, promulgato nel 1889. Il nuovo codice, chiamato codice Rocco dal nome del ministro della Giustizia Alfredo Rocco che promosse la riforma, fu redatto dal giurista Vincenzo Manzini, seguace del tecnicismo giuridico. Questa scuola di pensiero, fondata da Arturo Rocco, fratello maggiore del ministro, teorizzava l'applicazione dei principi del giuspositivismo al diritto penale, affermandone il primato e l'autonomia rispetto alle scienze sociali.[30]

Il tecnicismo giuridico, mettendo da parte ogni valutazione estranea allo studio dell'ordinamento vigente, favoriva un'interpretazione conservatrice del diritto penale, con una certa tendenza all'autoritarismo, sintomatica della profonda crisi che lo Stato liberale stava affrontando all'inizio del XX secolo a causa dell'avanzata dei movimenti socialisti. I caratteri autoritari del tecnicismo si intensificarono nel corso degli anni fino ad affermarsi completamente durante il periodo fascista, fornendo le basi per la stesura del codice Rocco, promulgato nell'ottobre 1930. Tra le principali innovazioni portate dal nuovo codice ci fu la reintroduzione della pena di morte per i delitti comuni, che era stata abolita quarant'anni prima con l'entrata in vigore del codice Zanardelli. Nel 1926, durante i lavori, lo stesso Alfredo Rocco intervenne in favore della pena capitale dalle pagine di Gerarchia, scrivendo che a sostenerne l'utilità ci fosse una

  « schiera di scrittori autorevoli, dal giusnaturalista Filangeri fino al Romagnosi, al Pellegrino Rossi, al Gabba, al Lombroso, al Garofalo, al Manzini, al Rocco, al Massari. Quanto a Cesare Beccaria, campione massimo della teoria abolizionista della pena capitale, gli si fa un torto considerando sua gloria suprema l'aver auspicato la soppressione della pena di morte. L'aureo libro «Dei delitti e delle pene» nonostante l'affermazione nettamente individualistica nel campo del diritto penale, contiene il suo fondamentale titolo di onore nell'avere distrutto la tradizione medioevale e il complesso e barbaro meccanismo delle torture, che ancora simboleggiavano dispoticamente, in base alle ordinanze di Carlo V del 1532 e Francesco I del 1539, la giustizia criminale lombarda nella prima metà del secolo XVIII. »
(Alfredo Rocco, Gerarchia, 1926, vol. VI, p. 691.)

Tuttavia, nonostante le forti tendenze autoritarie, il codice Rocco non abolì principi tipici della scuola penale liberale, affermando nella parte generale il principio di legalità, il divieto di analogia e l'irretroattività della legge penale. L'influenza dell'ideologia fascista si manifestò con maggiore intensità nella parte speciale del codice, istituendo fattispecie dal carattere prettamente politico, tra le quali:

  • Disfattismo politico (art. 265)
  • Disfattismo economico (art. 267)
  • Attività antinazionale del cittadino all'estero (art. 269)
  • Vilipendio della nazione italiana (art. 291)

Diversamente da quanto accadde nella Germania nazista, nell'Italia fascista il diritto penale non assunse mai un carattere totalitario. I giuristi nazisti appartenenti alla scuola di Kiel respinsero la teoria liberale del bene giuridico, indicando come criterio fondamentale per l'individuazione del reato la «violazione del dovere di fedeltà nei confronti dello Stato etico, impersonato dal Führer». In Italia una posizione simile fu assunta dal giurista Giuseppe Maggiore, che contestò la persistenza dei principi liberali nel codice Rocco e propose di modificare l'art. 1 come segue:

  « È reato ogni fatto espressamente previsto dalla legge penale e represso con una pena da essa stabilita. È altresì reato ogni fatto che offende l'autorità dello Stato ed è meritevole di pena secondo lo spirito della rivoluzione fascista e la volontà del Duce unico interprete della volontà del popolo italiano. Tale fatto, ove non sia previsto da una precisa norma penale, è punibile in forza di una disposizione analoga. »
(Giuseppe Maggiore, Diritto penale totalitario nello Stato totalitario, in Rivista italiana di diritto penale, 1939, p. 140.)

La posizione di Maggiore rimasta isolata, e la matrice liberale permise al codice di sopravvivere al fascismo, anche grazie alle importanti novellazioni del 1944 che seguirono il crollo del regime, rimanendo in vigore fino ai giorni nostri seppur tra diverse critiche e periodici propositi di riforma.

Politica economica[modifica]

Il governo mirò principalmente ad aumentare i margini d'azione, e quindi di profitto, all'iniziativa privata.[non chiaro] Vennero inoltre alleggerite le tasse sulle imprese, vennero privatizzati alcuni monopoli di stato, come quello sulle assicurazioni sulla vita e sul servizio telefonico, i cui costi diminuirono sostanzialmente (rimanendo comunque elevati)[31]. Si limitò la spesa pubblica, in parte però con i licenziamenti dei ferrovieri. La politica liberista in economia portò buoni successi, con un aumento della produzione agricola e industriale. Il bilancio statale tornò in pareggio già nel 1925.[32]

Nel settore previdenziale, la Cassa nazionale per le assicurazioni sociali (CNAS), istituita nel 1919, venne trasformata nel 1933 nell'ente di diritto Istituto nazionale fascista per la previdenza sociale (INFPS, attuale INPS) e arrivò ad impiegare 6.000 dipendenti nel 1937."[33] Vennero inoltre disciplinati istituti di diritto del lavoro quali malattia, maternità ed infortuni. Nel 1939 l'età pensionabile venne abbassata a 55 anni per le donne e 60 anni per gli uomini, venendo anche introdotta le reversibilità della pensione.[34] Nel 1942, con la legge n. 22, fu istituito l'Ente Nazionale Previdenza e Assistenza ai dipendenti Statali, oggi confluito nell'INPDAP.

L'autarchia[modifica]

La televisione autarchica (pubblicità da "l'illustrazione italiana")

La politica economica del fascismo fu essenzialmente basata sull'autarchia: la nazione doveva diventare autosufficiente, essenzialmente per poter mantenere la propria indipendenza economica anche nei momenti di crisi.

Questa linea divenne più decisa quando la società delle Nazioni come conseguenza della guerra d'Etiopia applicò le sanzioni economiche, vietando il commercio con l'Italia. Il governo fascista spinse, allora, alla produzione dei prodotti autarchici, come ad esempio la Lanital ed il formaggio italico.

La battaglia del grano
Per raggiungere l'autosufficienza cerealicola nel 1925 venne lanciata la cosiddetta Battaglia del grano, che prevedeva l'aumento della superficie coltivata e l'utilizzo di tecniche più avanzate quali la meccanizzazione e la diffusione di nuove varietà di grano. La "battaglia" portò ad un aumento del 50 per cento della produzione cerealicola e le importazioni si ridussero di un terzo. L'autosufficienza fu raggiunta nel 1933. Negli anni successivi si decise di portare avanti una seconda campagna, che alle "bonifiche integrali" avrebbe dovuto aggiungere una riforma agraria, ma le successive guerre e la resistenza dei latifondisti ostacolarono il programma. Sebbene non venisse intaccata la percentuale di terre dedicate alle colture pregiate, la destinazione degli aiuti di Stato soprattutto al settore del frumento svantaggiò gli altri settori. La meccanizzazione portò ad una riduzione del numero di capi di bestiame allevati, tanto che il Regime dovette successivamente dare sostegno di Stato anche alla zootecnia.
Le bonifiche
In soli tre anni vennero concluse le operazioni di bonifica dell'Agro Pontino, che videro al lavoro migliaia di uomini, soprattutto poveri contadini del centro-nord.[31] Vennero costruite nella nuova fertile pianura 3000 fattorie, da destinarsi, in buona parte, ai contadini che lavorarono alla bonifica. Altre imponenti bonifiche si ebbero nella valle del Po, nelle Matine, nel metapontino, in maremma e nella Piana Reatina per bonificare la quale furono realizzate due dighe, di cui una era a quel tempo la più alta d'Europa con oltre 100 metri, esistenti tuttora e formanti i bacini artificiali del Salto e del Turano in provincia di Rieti.

La riforma Gentile[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Riforma Gentile.

Uno dei primi atti del governo Mussolini fu una radicale riforma scolastica portata avanti dal ministro Giovanni Gentile nel 1923: questa prevedeva un'istruzione classica e un esame ad ogni conclusione di ciclo di studi, mettendo in questo modo sullo stesso piano scuole pubbliche e private. L'analfabetismo ebbe un calo generalizzato, soprattutto l'analfabetismo femminile. La riforma tuttavia non fu mai completata nel senso voluto dal filosofo, ma subì diversi aggiustamenti successivi.

Fra gli scopi fondamentali - in senso fascista - della riforma vi era l'elevazione della scuola dell'obbligo ai 14 anni (per la lotta all'analfabetismo); la preminenza assoluta degli insegnamenti classici, i soli che permettevano l'accesso all'università, una regola che tuttavia subì successivamente modifiche (lo scopo era selezionare un'élite intellettuale per la guida del paese); la realizzazione di una solida istruzione tecnica per tutti coloro i quali invece non avessero avuto le doti per accedere ai gradi superiori d'istruzione (allo scopo di gerarchizzare la società, ma anche di preparare meglio i futuri lavoratori).

Nel complesso si trattò di una riforma all'insegna del tradizionalismo, della gerarchia e della più rigida meritocrazia.

Nel 1939 seguì la riforma Bottai. Accusando la vecchia riforma Gentile di "intellettualismo", Bottai si prefissò di allargare la base d'accesso agli atenei, e propose l'unificazione delle scuole medie (unico provvedimento di questa riforma ad essere sopravvissuto alla catastrofe bellica). La seconda guerra mondiale impedì la completa applicazione della riforma Bottai, che rimase in gran parte sulla carta.

La politica estera[modifica]

Impero italiano nel 1940

In politica estera il fascismo seguì fino alla nomina agli Esteri di Galeazzo Ciano esclusivamente le direttive mussoliniane, dopodiché si trovò a dover agire - sia per la direzione di Ciano degli Esteri, sia per i minori margini di manovra dati dalla situazione internazionale - in maniera sempre meno autonoma e sempre più ideologica.

Dopo l'incidente di Corfù del 1923, Mussolini non si discostò per un lungo periodo dall'obiettivo del mantenimento dello status quo in Europa, seguendo una politica prudente e scevra da avventure militari, nonostante la retorica nazionalista e militarista fossero tra i caratteri distintivi del regime.

L'Italia mantenne buone relazioni con Francia e Regno Unito, collaborò al ritorno della Germania nel sistema delle potenze europee pur nei limiti del Trattato di Versailles (1919), tentando altresì di estendere la sua influenza verso i Paesi sorti dallo sfacelo dell'Impero austro-ungarico (Austria e Ungheria) e nei Balcani (Albania, Grecia) in funzione anti-jugoslava.

L'Italia fu il secondo Paese al mondo, dopo la Gran Bretagna, a stabilire nel 1924 relazioni diplomatiche con l'Unione Sovietica.

Scopo dichiarato della politica estera fascista, fin dai primissimi atti e discorsi politici di Mussolini, era quello di assicurare "ad un popolo di quaranta milioni di individui" un posto di primo piano sulla scena mondiale. Questo significava annettere all'Italia territori coloniali dove "esportare" la propria eccedenza demografica attraverso la valorizzazione delle colonie esistenti e poi - nel 1935 - con la conquista dell'impero d'Abissinia. Contemporaneamente, la politica a breve periodo previde - fin quando possibile - la revisione dei trattati sottoscritti dall'Italia fra il 1918 e il 1922 che "mutilavano" la vittoria nella grande guerra e che portarono l'Italia ad acquisire Fiume nel 1924 e a garantire Zara nonostante la rinunzia al resto della Dalmazia.

Spartiacque della politica estera fascista fu essenzialmente la prima crisi austriaca del 1934, con il tentativo di Hitler di annettere l'Austria dopo aver fatto assassinare il cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss (amico personale di Mussolini). In quel frangente l'Italia schierò le proprie divisioni al Brennero, minacciando un'azione militare in difesa dell'alleato austriaco, se la Germania avesse varcato le frontiere. Di fronte a questa crisi - tuttavia - le potenze europee rimasero a guardare, ingenerando in Mussolini la penosa sensazione che in caso di guerra fra Italia e Germania, la sua nazione sarebbe stata lasciata sola. Alle dichiarazioni generiche della conferenza di Stresa dell'aprile 1935, con la quale le tre potenze dell'Intesa dichiaravano che non avrebbero consentito ulteriori violazioni revisioniste da parte della Germania, seguirono infatti accomodamenti anglo-tedeschi (come l'accordo navale del giugno dello stesso anno) che fecero comprendere a Mussolini quanto debole poteva diventare la posizione italiana in caso di guerra europea contro la Germania.

Il passo successivo fu dettato dunque dalla convinzione di Mussolini di dover dotare l'Italia di un potente impero coloniale al più presto, come "retrovia" e riserva demografica, industriale, agricola e di materie prime in caso di un nuovo conflitto generalizzato in Europa. Giocoforza, questo impero non poteva che essere cercato in Abissinia, uno dei pochi territori africani ancora indipendente.

La guerra d'Abissinia, lungamente ritardata da Mussolini proprio per trovare con inglesi e francesi un accordo diplomatico che smembrasse l'impero di Haile Selassie senza ricorrere all'invasione, portò alla rottura dei cordiali rapporti finora intrattenuti coi vecchi alleati. L'Italia subì delle sanzioni economiche e i suoi rapporti con le nazioni democratiche si incrinarono definitivamente.

Frattanto, la deflagrazione della guerra civile spagnola iniziò a polarizzare il mondo in due campi avversi legati non da interessi geopolitici ma ideologici, togliendo all'Italia progressivamente spazio di manovra.

La crisi interna del regime negli ultimi anni prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, il logoramento delle forze armate dopo cinque anni di continui impegni militari (Abissinia, Spagna, Albania), l'emergere deciso della Germania come prima potenza militare d'Europa e la sua alleanza con Stalin (Patto Molotov-Ribbentrop), spinsero Mussolini verso una politica doppiogiochista (alleanza dichiarata con la Germania, trattative sotterranee con la Gran Bretagna) che portò l'Italia in guerra.

Durante la prima fase del conflitto la politica estera fascista fu sostanzialmente mossa dal tentativo di svilupparsi parallelamente (e spesso ai danni) di quella tedesca: un tentativo destinato a fallire in seguito ai numerosi rovesci militari subiti dalle forze armate italiane su quasi ogni fronte. Si segnala, in questo periodo, la durezza del contegno italiano verso la Francia, sconfitta dai tedeschi, il quale fu fra i principali motivi per i quali questa nazione non si unì decisamente all'Asse.

Sempre più prigioniera della propria propaganda, la politica estera fascista fu spinta ad azioni dettate più dalle necessità ideologiche che non da quelle pragmatiche, infilando il paese in una spirale di fallimenti della quale si giovarono tanto gli alleati dell'Asse quanto i nemici.

A partire dal 1943, Mussolini cercò continuamente di convincere Hitler della necessità di un accordo con l'Unione Sovietica, per concentrare le forze contro gli angloamericani, mentre, tuttavia, continuavano segretamente i contatti fra il dittatore italiano ed il premier britannico Winston Churchill.

Con la caduta del fascismo, l'armistizio di Cassibile e la nascita della RSI cessa quasi del tutto ogni residuo tentativo di politica estera autonoma del Fascismo, eccezion fatta per le pressioni su Hitler per un accomodamento russo-tedesco e gli sporadici contatti fra Mussolini e Churchill.[35]

L'Etiopia[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce guerra d'Etiopia.
Soldati italiani in partenza per l'Etiopia

La campagna militare italiana per la conquista dell'Abissinia fu conseguenza della decisione di Mussolini di fornire all'Italia un'ampia retrovia coloniale dove attingere materie prime, derrate, uomini e fornire altresì uno sbocco all'emigrazione in vista di un prossimo e probabile conflitto generalizzato in Europa. Come visto, infatti, il crollo repentino del Fronte di Stresa in funzione di contenimento della Germania nazista aveva posto Mussolini di fronte alla prospettiva di un isolamento dell'Italia in caso di guerra con i tedeschi per il mantenimento dello status quo in Europa.

Questo aveva convinto il dittatore italiano che l'Italia poteva fare una politica autonoma solo a patto di ottenere un'autosufficienza alimentare, industriale e demografica che il solo territorio metropolitano e le colonie fino allora acquisite non potevano garantire.[36]

La campagna fu condotta con un imponente dispiegamento di forze e vinta con relativa facilità.

Dal punto di vista propagandistico, essa fu il più grande successo del regime fascista: riuscì a attirare intellettuali e perfino antifascisti attorno ai leitmotiv del posto al sole, della liberazione degli abissini dalla schiavitù e della rinascita dell'Impero Romano[37].

Come conseguenza dell'aggressione all'Etiopia, l'Italia subì la condanna della Società delle Nazioni, che determinò un blocco commerciale del mar Mediterraneo e le sanzioni economiche condotte da 52 nazioni (fra cui tutte le potenze coloniali europee). Ciò favorì l'avvicinamento economico e politico dell'Italia alla Germania nazista (sebbene questa avesse rifornito di armi l'Etiopia in funzione anti-italiana sino a poco prima del conflitto), che era già uscita dalla Società delle Nazioni e aveva denunciato gli accordi di Versailles.

In seguito l'Impero in Africa Orientale fu tuttavia amministrato con pugno di ferro contro le bande di ribelli e lealisti al vecchio governo del Negus, e si preparò una forma di sviluppo separato fra le popolazioni indigene e i nuovi coloni italiani non dissimile dall'apartheid praticato in alcune colonie e dominion britannici come il Sudafrica. Se non altro vennero anche liberate decine di migliaia di schiavi e si tentò di "avanzare l'Abissinia: costruzione di strade, scuole, ospedali, ferrovie (le locomotive "Littorine" sono in uso in Etiopia ancor' oggi), inoltre l'odierna Addis Abeba, capitale dell'Abissinia, o Etiopia, era un villaggio prima che venisse conquistata dall'Italia che ha costruito praticamente la totalità della città odierna.

In seguito, nei vari tentativi di Mussolini di trovare una nuova intesa con la Gran Bretagna, l'Italia propose di risolvere il cosiddetto "problema ebraico" in Europa e Palestina offrendo ai sionisti un piano embrionale di colonizzazione territori nel Goggiam già abitati da secoli da popolazioni abissine di religione israelita, i falascia, con la creazione di uno "stato" federato all'Impero Italiano in AOI. A quanto risulta il piano restò lettera morta.[38]

Crimini italiani in Abissinia[modifica]

La campagna militare in Abissinia fu condotta dall'Italia senza risparmio di forze e mezzi, e fra questi vi fu anche l'impiego di armi chimiche, tra le quali il gas asfissiante fosgene e il gas vescicante iprite[39]. Il suo uso ebbe come pretesto e venne giustificato come rappresaglia per le violazioni abissine della Convenzione di Ginevra (uso di pallottole Dum-dum, atrocità contro i prigionieri ecc.) sostenute da parte italiana.[senza fonte] Ma questo non costituiva giustificazione, in quanto l'uso delle armi chimiche, in base ai trattati ratificati dall'Italia, non era ammissibile neanche in risposta ad analogo attacco nemico.[40] È probabile che l'uso di aggressivi chimici fu autorizzato a Graziani e Badoglio da Mussolini anche per ottenere risultati militari in funzione delle sue trattative politiche[41].

Le forze armate italiane disponevano di granate d'artiglieria e bombe da aeroplano di vario tipo (in gran parte modello C.500T) caricate a iprite, sostanza che - secondo Angelo Del Boca[42] - a volte fu anche dispersa dall'alto su combattenti e villaggi[43].

Fu Mussolini in persona ad autorizzare l'impiego di queste armi:[44]

  • Roma, 27 ottobre '35. A S.E. Graziani. Autorizzato gas come ultima ratio per sopraffare resistenza nemico et in caso di contrattacco.
  • Roma, 28 dicembre '35. A S.E. Badoglio. Dati sistemi nemico autorizzo V.E. all'impiego anche su vasta scala di qualunque gas et dei lanciafiamme. Mussolini.[45]

In seguito alla totale conquista dell'Impero abissino, la persistenza di un movimento di resistenza lealista spinse Mussolini ad impartire altri ordini volti alla repressione senza pietà del movimento di resistenza etiope:

  • Roma, 5 giugno 1936. A S.E. Graziani. Tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi. Mussolini.
  • Roma, 8 luglio 1936. A S.E. Graziani. Autorizzo ancora una volta V.E. a iniziare et condurre sistematicamente politica del terrore et dello sterminio contro i ribelli et le popolazioni complici. Senza la legge del taglione ad decuplo non si sana la piaga in tempo utile. Attendo conferma. Mussolini.

La repressione fu compiuta oltre che con bombe a iprite, tramite l'istituzione di campi di concentramento, forche pubbliche, uccisione di ostaggi, mutilazioni di nemici catturati. Alcuni militari italiani si fecero riprendere dai fotografi accanto ai cadaveri penzolanti dalle forche o accoccolati intorno a ceste piene di teste mozzate. Qualcuno si mostrò sorridente ai fotografi mentre teneva in mano, per i capelli, uno di questi lugubri trofei.[senza fonte]

Un altro sanguinoso episodio dell'occupazione italiana in Etiopia fu la strage di Addis Abeba del febbraio 1937, seguita a un attentato dinamitardo contro Graziani.[46]

Verso la guerra[modifica]

Pochi mesi dopo l'Italia fascista si schierò coi franchisti nella guerra civile spagnola, inviando anche un corpo di spedizione di 20.000 uomini ed attuando un blocco navale per impedire rifornimenti di armi ai repubblicani. Già in questa fase si palesarono le deficienze della macchina bellica italiana, sia dal punto di vista tecnologico che di capacità di comando strategiche e tattiche, che si sarebbero acuite paurosamente pochi anni dopo.

Lungi dal rafforzare economicamente il paese, queste imprese indebolirono il consenso al regime gettando i primi semi del risentimento popolare, e in politica estera lo allontanarono da Francia e Regno Unito spingendolo ad allinearsi in maniera crescente con la Germania nazista (1936: Asse Roma-Berlino, 1937: Patto Anticomintern comprendente anche l'Impero giapponese; 1938: acquiescenza di Mussolini all'annessione dell'Austria; 1939: Patto d'Acciaio in funzione offensiva).

Nel 1938 Mussolini fece promulgare da re Vittorio Emanuele III le leggi razziali antisemite, che non avevano precedenti in Italia. Con la promulgazione di un insieme di provvedimenti legislativi e normativi noto come Provvedimenti per la difesa della razza, secondo autorevoli testimoni quali Galeazzo Ciano redatte in gran parte da Mussolini in persona,[47] il fascismo si dichiarò esplicitamente anche antisemita[48] e, anche se non fu realizzato alcun intento di sterminio fino al 1943 (quando l'Italia venne occupata dall'esercito nazista), gli ebrei furono allontanati dalla vita pubblica, spesso privati del lavoro ed esposti a varie forme di vessazione.

Nel marzo 1939, per motivi di prestigio nei confronti della Germania, Mussolini ordinò l'occupazione dell'Albania già saldamente nella sfera d'influenza italiana, ponendovi come governatore (viceré) un fedelissimo del genero Galeazzo Ciano.

Nonostante le clausole del Patto d'Acciaio (assistenza automatica in caso di guerra), nel settembre 1939 Mussolini si dichiarò non belligerante. Nel marzo del 1940 Mussolini ordinò l'inizio di opere di fortificazione lungo la frontiera alpina italiana, ufficialmente da Ventimiglia a Fiume, in pratica soprattutto lungo il confine altoatesino con la Germania, dove si concentrò oltre metà dello sforzo economico e logistico[49]. Tuttavia nel giugno 1940, contro la volontà di gran parte della corte, degli alti gradi della Regia Marina e dell'Esercito e di alcuni dei maggiori gerarchi fascisti, entrò in guerra contro Francia ed Regno Unito, fidando nella rapida vittoria tedesca. L'impreparazione dell'esercito e l'incapacità dei suoi comandanti condussero a terribili sconfitte su tutti i fronti (Grecia 1940) e alla rapida perdita delle colonie dell'Africa Orientale (1941). Dopo una serie di alterne vicende nel tardo 1941 e nel 1942, le sconfitte in Libia e Tunisia (1943), provocarono uno scollamento fra regime e popolo e il collasso degli apparati militari che aprì le porte all'invasione della Sicilia.

La caduta[modifica]

Il 25 luglio 1943 per iniziativa da parte di alcuni importanti gerarchi (Grandi, Bottai e Ciano) con l'appoggio del Re, si tradusse in un famoso Ordine del giorno presentato al Gran Consiglio del Fascismo col quale si chiedeva al Re di riprendere il potere, e portò all'arresto di Mussolini e all'improvviso crollo del fascismo, che si dissolse tra il giubilo di parte della popolazione italiana, stanca del regime e della guerra, cui sperava potesse essere posta fine in breve tempo.

Ma la caduta di Mussolini non preludeva alla conclusione della guerra, che si protrasse per alcune settimane nella crescente ambiguità del nuovo governo Badoglio che sottoscrisse l'armistizio di Cassibile.

Filosofia politica, ideologia e prassi del Fascismo[modifica]

Il fascismo nasce come movimento politico filosoficamente a carattere prettamente idealista,[50] ma anti-ideologico[51] e pragmatico.[52]

Storicamente il fascismo si è estrinsecato in una serie di posizioni, di volta in volta supportate da un'ampia e roboante propaganda, apparentemente contraddittorie - se non incoerenti - fra loro. Per tale motivo, nell'analizzare il fenomeno fascismo occorre scindere il fascismo "ideale" da quello "reale" esattamente come si fa per il marxismo, considerando che il modus operandi del fascismo storico fu dettato dalle circostanze tanto quanto dall'ideologia e dalla filosofia, e che a circostanze diverse la medesima ideologia è stata cambiata e piegata dalla filosofia originaria del movimento.[53]

Il fascismo come idea[modifica]

Il fascismo si percepisce come movimento nazionalista, il cui obiettivo finale è "una più grande Italia".[54] Secondo i pensatori fascisti e lo stesso Mussolini, questo obiettivo si inquadra in una visione della storia di tipo conflittuale, nella quale società a base più o meno nazionale si incontrano, concorrono fra loro e - se necessario - si scontrano. E - per necessità darwiniana - in questo scontro sopravvivono solo le nazioni compatte al proprio interno, da cui discende la necessità di trovare una sintesi hegeliana della lotta di classe e delle esigenze dello stato, tramite l'obbligo per ciascun cittadino (prestatore d'opera o capitalista) a concorrere ad una concordia nazionale nel nome della produzione (industriale, agricola, bellica, etc., fonte di ricchezza per l'intera comunità nazionale e di potenza per lo Stato).

All'origine del movimento vi è l'idea mussoliniana della nascita, nelle trincee della grande guerra e nelle fabbriche della produzione bellica, di una nuova aristocrazia dei combattenti (trincerocrazia) e dei lavoratori che realizzi, appunto, "la sintesi dell'antitesi classe-nazione".

  « Voi oscuri lavoratori del Dalmine, avete aperto l'orizzonte. È il lavoro che parla in voi, non il dogma idiota o la chiesa intollerante, anche se rossa, è il lavoro che ha consacrato nelle trincee il suo diritto a non essere più fatica, miseria o disperazione, perché deve diventare gioia, orgoglio, creazione, conquista di uomini liberi nella patria libera e grande oltre i confini »

La concordia interna al paese viene sostenuta con argomentazioni organiciste e con l'affermazione metafisica che la Nazione è più della somma dei singoli individui che la abitano, bensì "un organismo comprendente la serie indefinita delle generazioni di cui i singoli sono elementi transeunti". Per la qual cosa, i viventi sono impegnati da un obbligo di riconoscenza verso le generazioni che li hanno preceduti e da un obbligo a lasciare un paese migliore alle generazioni che seguiranno.

Cardine fondamentale della filosofia fascista è l'assoluta preminenza dello Stato e tramite questo del partito fascista (che se ne considerava al servizio), in ogni aspetto della vita politica e sociale. In questo senso il fascismo si pone come un movimento politico di stampo neohegeliano propugnando lo stato etico.

Organicismo e stato etico hanno come conclusione logica la proclamazione del totalitarismo, nel IV Congresso del PNF (1925) per voce dello stesso Mussolini. Lo Stato totalitario avoca a sé tutte le prerogative e i diritti e pervade in maniera "totalitaria", appunto, le esistenze dei suoi cittadini.

La concezione fascista dell'uomo prevede la negazione del cosiddetto homo economicus, visione che gli ideologi fascisti sostengono accomuni liberalismo e marxismo, per proporre una visione differente.

  « Noi abbiamo respinto la teoria dell'uomo economico, la teoria liberale, e ci siamo inalberati tutte le volte che abbiamo sentito dire che il lavoro è una merce. L'uomo economico non esiste, esiste l'uomo integrale che è politico, che è economico, che è religioso, che è santo, che è guerriero. »

Il fascismo è filosoficamente debitore di due opposte e differenti correnti di pensiero ottocentesche: da un lato vi è una corrente che si potrebbe definire "di sinistra", che si pretende ispirata a personaggi come Sorel, Proudhon, Corridoni e ai Futuristi, che propugnavano la rivoluzione, il sindacalismo combattente, l'ascesa della violenza come irrazionale ma decisiva soluzione ai problemi e alle aporie della logica e della democrazia liberale.[55]

Dall'altro lato si riallaccia a correnti di pensiero ultraconservatrici, che risalgono al XIX secolo, in generale contraddistinte dalla critica contro il materialismo e l'idea di progresso delle società capitaliste borghesi, ritenute distruttrici dei valori più profondi della civiltà europea. Tali scuole di pensiero tendono a rievocare un'idea romantica, di una mitica società premoderna, armonica e ordinata, nella quale i diversi ceti della società, ciascuno nel suo ambito, collaborano per il bene comune.

Da questo promana la critica alla democrazia liberale e alla società di massa "che avvilisce l'uomo" (il numero contro la qualità), fino a giungere a pensatori che sul finire del XIX secolo e l'inizio del XX secolo ritenevano esaurita la funzione della civiltà occidentale (in particolare Oswald Spengler, autore del famoso saggio Il tramonto dell'Occidente).

Infine, non meno importante, soprattutto in Mussolini, è l'influenza del pensiero di Nietzsche, che - sebbene sommamente impolitico - permea continuamente il modus cogitandi del capo del fascismo.[56]

Il fascismo come ideologia[modifica]

Il culto della personalità di Benito Mussolini, il duce, ebbe fondamentale importanza nell'ideologia e nella mistica fascista

Sebbene il fascismo, come si è visto, si proclamasse anti-ideologico, una "ideologia" del fascismo fu elaborata negli anni venti e successivamente stilata in un articolo scritto da Giovanni Gentile[57] durante il suo incarico di ministro dell'Istruzione e poi siglato da Mussolini, che però venne applicata solo in parte. In particolare essa non fu mai rigidamente codificata, sebbene abbondassero durante tutto il ventennio le "volgarizzazioni" e i "catechismi", che ebbero più che altro funzione propagandistica verso il popolo minuto. In pratica, però, nell'élite dirigente e intellettuale del Regime si dibatté aspramente sui vari indirizzi da dare alla politica italiana, e il fascismo oscillò spesso fra posizioni diversissime e - apparentemente - contraddittorie.[58]

Fra gli aspetti ideologici del fascismo che occorre citare, vi sono i seguenti[59]

  • Il culto di Roma - Il fascismo si propone come ideale rinnovatore dei fasti di Roma antica.
  • Il culto della giovinezza - Il fascismo si considerava innanzitutto una rivoluzione generazionale. Mussolini è stato il più giovane primo ministro dell'Italia unita e attraverso il Futurismo il fascismo ha assorbito il mito della gioventù.
  • Il culto della violenza - Nascendo dagli arditi e dai futuristi e dal sindacalismo rivoluzionario di Sorel il fascismo fa suo ed esalta il culto della violenza.
  • Il "principio del capo" - Anche questo mediato dagli arditi, prevede una concezione gerarchica e piramidale del mondo. Viene dunque esaltata l'obbedienza, anche cieca, irrazionale e totale[60]
  • Il corporativismo, inteso come superamento sindacal-organicista e interclassista del socialismo e del liberalismo.

In particolare quest'ultimo addentellato divenne sempre più importante nel fascismo a partire dalla grande crisi del 1929, tanto da poter essere considerato più un aspetto genetico del fascismo che non semplicemente ideologico.

Il fascismo come dittatura[modifica]

Fondamentalmente il fascismo rifiuta la democrazia, proprio in virtù delle consapevolezze sopra espresse. Il fascismo non si considera una "crociana" esigenza temporanea, ma un sistema politico a se stante a tutti gli effetti: la "Terza via" contrapposta tanto alla destra reazionaria quanto alla sinistra marxista.

  « Nessuno vorrà gabellare per "rivoluzionario" il complesso dei fenomeni sociali che si svolgono sotto i nostri occhi. Non è una rivoluzione quella che si attua, ma è la corsa all'abisso, al caos, alla completa dissoluzione sociale. Io sono reazionario e rivoluzionario, a seconda delle circostanze. Farei meglio a dire -se mi permettete questo termine chimico- che sono un reagente. Se il carro precipita, credo di far bene se cerco di fermarlo; se il popolo corre verso un abisso, non sono reazionario se lo fermo, anche con la violenza. Ma sono certamente rivoluzionario quando vado contro ogni superata rigidezza conservatrice o contro ogni sopraffazione libertaria. I peggiori reazionari in questo momento sono, per il Fascismo e per la storia, coloro che si dicono rivoluzionari, mentre i Fascisti, tacciati cretinamente di "reazionari", sono in realtà, coloro che eviteranno all'Italia la terribile fase di un'autentica reazione. Chiunque in Italia abbia il coraggio di fronteggiare le degenerazioni della sovversione e non, corre il pericolo di essere bollato come reazionario; ma poiché tali degenerazioni esistono e poiché il coraggio di fronteggiarle lo abbiamo dimostrato seminando anche di nostri morti le piazze d'Italia, noi abbiamo la spregiudicata disinvoltura di sorridere se ci chiamano reazionari. Io non ho paura delle parole. Se domani fosse necessario, mi proclamerei il principe dei reazionari. Per me tutte queste terminologie di destra, di sinistra, di conservatori, di aristocrazia o democrazia, sono vacue terminologie scolastiche. Servono per distinguerci qualche volta o per confonderci, spesso »
(Benito Mussolini, dal discorso tenuto al senato il 27 novembre 1922[61])

Il fascismo sostiene che le "autoproclamatesi" democrazie siano in realtà effettivamente regimi plutocratici, sorta di dittature massoniche basate sulla manipolazione della volontà popolare.

  « Il fascismo è un metodo, non un fine; un'autocrazia sulla via della democrazia »
(Benito Mussolini, dall'intervista concessa all'inviato del Sunday Pictorial di Londra il 12 novembre 1926[62])

Questa considerazione viene da un aspetto dell'origine del fascismo, che è riassunta nel famoso discorso di Benito Mussolini nella frase:

  « Noi ci permettiamo di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente. »

Il fascismo secondo il suo fondatore avrebbe dovuto rappresentare una forma di governo al di sopra delle divergenti opinioni dei partiti.

Nella sua fase finale il fascismo cercò di rifarsi una verginità democratica ideando la democrazia organica, che ebbe una sperimentazione parziale solo nella Spagna franchista e nel Portogallo.

Il fascismo "reale"[modifica]

Pochi punti fermi dell'ideologia fascista furono sempre rispettati, cambiando di volta in volta la politica contingente, attraverso una visione pragmatica quando non cinica: fra essi, il principio di "una più grande Italia"; il principio del "primato del Duce"; il principio dei "doveri dell'uomo".

Tutto il resto, dalla politica economica (di volta in volta liberista nel suo primo periodo, statalista dopo la crisi del 1929, infine velleitariamente socializzatrice[63] durante il periodo repubblicano) a quella estera (con le alleanze oscillanti, l'anticomunismo accompagnato dal riconoscimento dell'URSS), a quella militare (militarismo per le masse, accompagnato da una progressiva riduzione delle spese per le Forze Armate[64]), fu di volta in volta determinato dalle direttive mussoliniane.

Il fascismo visse infatti soprattutto della volontà di Mussolini e si limitò a seguire alcuni principi di massima da lui indicati di volta in volta. Inoltre questo portò ad alimentare il culto della personalità, adoperando i mezzi di comunicazione di massa per trasmettere un ideale di uomo forte, deciso e risoluto: un fenomeno che ha preso il nome di "mussolinismo".

  « Il mussolinismo è (...) un risultato assai più grave del fascismo stesso perché ha confermato nel popolo l'abito cortigiano, lo scarso senso della propria responsabilità, il vezzo di attendere dal duce, dal domatore, dal deus ex machina la propria salvezza. »

Fascismo e totalitarismo[modifica]

Il fascismo definiva se stesso un sistema politico totalitario. Sorto originariamente nell'ambito dell'antifascismo, il termine "totalitario" fu in seguito usato da Mussolini in senso apprezzativo e quindi con lo stesso significato dagli esponenti e dagli intellettuali del regime, e con esso si intendeva la volontà del fascismo di controllare totalmente l'esistenza di ogni cittadino italiano, "dalla culla alla tomba". Nella concezione fascista dello Stato, infatti, l'individuo ha libertà e gode di diritti solo quando è pienamente inserito all'interno del corpo sociale gerarchicamente ordinato dello Stato (il cosiddetto Stato etico).

Nelle successive analisi degli storici (a partire dallo studio di Hannah Arendt del 1951) si sono sviluppate sostanzialmente due linee interpretative riguardo al carattere del regime fascista: una che lo considera "totalitario" (ma senza alcuna accezione apprezzativa) e che ha in Emilio Gentile uno dei massimi sostenitori, e un'altra, promossa inizialmente da Hannah Arendt e sviluppata successivamente da diversi autori (fra cui Renzo De Felice) che lo considera come prettamente "autoritario".

Interpretazione totalitaria

Tale interpretazione è soprattutto da riferirsi al concetto, promosso da Emilio Gentile, di:

  « totalitarismo inteso come metodo; metodo di conquista e gestione monopolistica del potere da parte di un partito unico, al fine di trasformare radicalmente la natura umana attraverso lo Stato e la politica, e tramite l'imposizione di una concezione integralistica del mondo. »

e ancora:

  « il totalitarismo - libero dallo sterminio di massa - è una tecnica politica che può essere applicata continuamente in una società di massa. [...] Una tecnica che punta a uniformare l'individuo e le masse in un pensiero unico, usando il controllo dell'informazione. »

In tale contesto interpretativo, assumono carattere totalitario sia le leggi che hanno provveduto ad eliminare (o "fascistizzare") le libertà liberali quali quelle di associazione, di stampa, di espressione etc., sia le leggi c.d. "fascistissime", ossia:

  • legge 24 dicembre 1925: tutti i poteri vengono attribuiti al duce;
  • legge 31 gennaio 1926: al potere esecutivo viene data la facoltà di emanare norme giuridiche;
  • legge 5 novembre 1926: viene creato il "tribunale speciale" (e, fra l'altro, ripristinata la pena di morte);
  • legge 9 dicembre 1928: il Gran Consiglio del Fascismo diventa, da vertice gerarchico del partito, organo dello Stato, sovrapposto ai poteri e agli istituti designati dallo Statuto;
  • Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del 6 maggio 1926: viene ripristinato il confino di polizia, rivolto in particolare agli oppositori politici.

Queste leggi - altrimenti tipiche di qualunque autoritarismo - considerate nel contesto organico dello sviluppo del fascismo, permettono di approfondire ulteriormente i caratteri totalitari del fascismo, ovvero:

  • un'ideologia ufficiale improntata da una filosofia assolutistica che prevede l'identificazione dell'individuo con lo Stato e la subordinazione dell'individuo allo Stato in tutti gli aspetti della vita (e per questo è legittimata la repressione nei confronti di qualsiasi opposizione)
  • Un sistema politico atto a sfruttare e sviluppare i caratteri della società di massa, dominato da un partito unico i cui vertici si identificano con le massime cariche del legislativo e dell'esecutivo
  • L'organizzazione capillare delle forze di polizia a fini di controllo della vita privata dei cittadini e di repressione del dissenso in ogni sua forma (e, conseguente a ciò, un'ampia discrezionalità di tali forze nel fermare, imprigionare, interrogare qualsiasi cittadino da esse ritenuto sospetto di devianza politica nonché collusione palese tra polizia e magistratura nel trattamento giuridico e penitenziario di esponenti, veri o presunti tali, dell'opposizione)

Altro aspetto totalitario del regime si trova nella volontà appunto "totalitaria" di costringere ogni cittadino nell'ambito di un organismo collettivo (il c.d. "Armonico Collettivo"); l'individuo viene così inserito forzatamente, a prescindere dalla sua volontà, all'interno di strutture di partito le quali si occupano di "intergrarlo" e inquadrarlo "dalla culla alla tomba" in formazioni educative, paramilitari, politiche, culturali, sindacali, corporative e assistenziali.

Accanto alle organizzazioni di partito, il fascismo intese anche dominare i mezzi di comunicazione di massa, avendo intuito Mussolini che il controllo capillare di stampa, radio e cinema era "l'arma più forte" per facilitare la trasmutazione fascista della società italiana; vi fu quindi un controllo rigoroso della circolazione delle informazioni sia attraverso il monopolio statale dei mezzi di informazione di massa (giornali, cinegiornali e radio), sia attraverso il controllo e l'uso della censura preventiva sugli altri mezzi di comunicazione di massa (teatro, cinema, canzonetta, fumetti) culminato nel 1939 con l'estensione del visto di censura preventivo anche per le opere musicali.

Ulteriore carattere totalitario del regime fu il costante uso della violenza e della repressione - oltre che il costante richiamo all'odio, al disprezzo e alla denigrazione - verso i partiti e i movimenti antifascisti o antinazionali (comunisti, neutralisti, bolscevichi, pacifisti, democratici)[65], teso ad imporre l'idea fascista su quelle dei suoi nemici (fin dall'inizio), nonché (dal 1938) verso gli ebrei, tramite l'approvazione dei provvedimenti di segregazione razziale.

Alla luce di questi elementi, il fascismo inteso come forma di stato "totalitaria" si contraddistingue per la presenza di un partito unico che pervade la società in ogni suo aspetto, tramite un'incisiva e mirata propaganda tesa ad imporre il volere del partito unico ad ogni individuo, e tramite l'uso delle forze di polizia e della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale[66] atte a scoraggiare qualsiasi atto contrario al regime, nonché con l'identificazione di un "nemico" da additare al popolo (comunisti, partiti antifascisti, democratici, pacifisti, e dal 1938 anche ebrei).

Interpretazione autoritaria

Tale interpretazione si basa in gran parte sull'idea, proposta da Hannah Arendt, di considerare il terrore come "la vera essenza" della forma totalitaria di governo; in tal senso, il regime fascista non può considerarsi "prettamente" totalitario in quanto mancò, a differenza di altri regimi quale quello nazista e quello stalinista, uno "sterminio di massa" ed un uso costante del "terrore di massa".

Mancò inoltre, un completo controllo della comunicazione e dell'informazione[67].

Inoltre, sempre secondo questa interpretazione, lo stato autoritario ha limiti prevedibili all'esercizio del potere, ovvero è possibile "vivere tranquilli" e non incorrere nella vendetta dello Stato se si seguono alcune regole di comportamento, e non si fa opera di militanza e propaganda politica[68], mentre nello stato totalitario i limiti all'esercizio del potere sono mal definiti e incerti.

Infine, a sostegno di questa tesi, vi è anche il fatto che il fascismo (a differenza di nazismo e comunismo sovietico) fu obbligato a convivere (spesso anche trovando un comune accordo[69]) con i poteri della Monarchia e della Santa Sede, i quali, nonostante una progressiva erosione delle proprie prerogative, mantennero la propria autonomia (spesso più formale che sostanziale).[70].

Il problema del "totalitarismo imperfetto"

Posizione intermedia fra le due precedentemente citate, il concetto di "totalitarismo imperfetto", coniato dallo storico Giovanni Sabbatucci, riconosce nel fascismo una chiara matrice ed una volontà totalitaria, resa però inane dalla presenza di altri poteri (Chiesa e Monarchia), dal suo eccessivo gradualismo e dalla politica mussoliniana di lasciare sempre qualche "valvola di sfogo" a personaggi afascisti o fascisti non "ortodossi" (come ad es. il caso di Nicola Bombacci)[71].

Sono assenti o solo embrionali nel totalitarismo fascista i seguenti attributi caratteristici del caso nazista:

  • la supremazia del partito rispetto allo Stato
  • i campi di sterminio di massa (Vernichtungslager)
  • un'ideologia sterminazionista nei confronti di nemici "di razza"

Mentre rispetto alla dittatura sovietica vi è una sostanziale differenza in termini di estensione ed efficacia della repressione del dissenso.

Riepilogo
attributi del totalitarismo fascista
  « Per non parlare delle dittature militari di questi ultimi due decenni in Grecia, Cile, Argentina, che pure tanto spesso sono state e vengono definite fasciste. Oggi, in sede scientifica, pressoché nessuno ha più dubbi sul fatto che tali regimi non debbano essere annoverati tra quelli fascisti, ma considerati classici regimi conservatori e autoritari »
(Renzo De Felice[72])
  • monopolio dei mezzi di comunicazione
  • presenza di un'ideologia organica, propagandata con i mezzi di comunicazione di massa, cui l'individuo è tenuto ad aderire fideisticamente
  • presenza di un partito unico, portatore di questo di questa ideologia, che esercita un'autorità assoluta sotto la guida di un capo e di un ristretto numero di persone
  • abbattimento di ogni forza antagonista[73]
  • ricorso sistematico alla mobilitazione delle masse, mediante il partito, l'uso della stampa, della radio, del cinema, delle grandi manifestazioni scenografiche, ecc.
  • controllo e repressione di tutte le opposizioni (in particolare quella comunista)
  • presenza di una polizia politica segreta (OVRA) che controlla l'effettiva "fascistizzazione" degli individui
  • sacralizzazione della politica e del capo
  • programma di costruzione di un "uomo nuovo"
  • affermazione del dirigismo politico in ambito economico

Razzismo e antisemitismo[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Razzismo, Leggi razziali fasciste e Fascismo e questione ebraica.

Alla fine degli anni trenta il fascismo iniziò ad elaborare una serie di teorie razziste ed antisemite, in parte ad imitazione di ciò che stava avvenendo parallelamente in Germania. In seguito ad una feroce campagna di stampa (in parte pagata segretamente da agenti tedeschi incaricati da Goebbels)[74] si giunse ad approvare in fasi successive delle leggi discriminatorie nei confronti degli ebrei e delle popolazioni non indoeuropee delle colonie. In queste ultime si puntò alla realizzazione di una sorta di sviluppo separato (apartheid) del genere praticato in quel periodo già in alcune colonie britanniche e negli stati del sud degli Stati Uniti. In seguito i provvedimenti discriminatori[75] si estesero anche ai cittadini italiani e libici di religione israelita, con un progressivo allontanamento della maggioranza di essi dalla vita pubblica italiana.

Venne anche promulgato un Manifesto della razza, nella stesura del quale oltre a nomi dell'accademia italiana vi era anche la mano di Mussolini.

Nel 1938 Benito Mussolini espose il suo pensiero circa la questione razziale in questa maniera:

  « Questo principio razzista introdotto per la prima volta nella storia del popolo italiano è di un'importanza incalcolabile, perché anche qui eravamo di fronte ad un complesso di inferiorità. Anche qui ci eravamo convinti di non essere un popolo, ma un miscuglio di razze per cui c'era motivo di dire, negli Stati Uniti: “Ci sono due razze in Italia: quella della valle del Po, e quella meridionale.” Queste discriminazioni si facevano nei certificati, negli attestati, ecc. Bisogna mettersi in mente che noi non siamo camiti, che non siamo semiti, che non siamo mongoli. E, allora, se non siamo nessuna di queste razze, siamo evidente­mente ariani e siamo venuti dalle Alpi, dal nord. Quindi siamo ariani di tipo mediterraneo, puri.(...).  »

Mussolini, in merito all'insorgere di una questione ebraica per il fascismo, poi, così proseguiva:

  « Il problema di carattere generale lo si pone in queste linee: che l'ebreo è il popolo più razziale dell'universo. È meraviglioso come si mantengano puri nel corso dei secoli, poiché la religione coincide con la razza e la razza con la religione (...) Non vi è dubbio che l'ebraismo mondiale è stato contro il fascismo; non vi è dubbio che durante le sanzioni tutte le manovre furono tracciate dagli ebrei; non vi è dubbio che nel 1924 i manifesti antifascisti erano costellati di nomi di ebrei (...) E a tutti coloro che hanno il cuore dolce - troppo dolce - e si commuovono occorre domandare: "Signori, quale sarebbe stata la sorte di 70.000 cristiani in una tribù di 44 milioni di ebrei?".  »

Il razzismo fascista prese varie forme, nel tentativo di distinguersi da quello nazista[76], e in esso convissero sia la convinzione del razzismo biologico che quella del razzismo spirituale[77], invece generalmente assente nei razzismi nazista e in quelli di altri paesi. Un importante contributo all'antisemitismo fascista venne anche da taluni ambienti cattolici, sebbene il Vaticano non abbia mai né approvato, né appoggiato ufficialmente i provvedimenti antisemiti. Nessun documento proverebbe invece pressioni ufficiali e dirette da parte tedesca[78] durante la genesi dei provvedimenti razziali.

A differenza degli altri razzismi del suo tempo, quello fascista è solo tangente alle politiche eugenetiche condotte dal regime, che erano fondamentalmente razziste nella Germania nazista e invece assenti nei razzismi coloniali e post-schiavisti rispettivamente britannico e statunitense. Infatti sebbene i provvedimenti per la difesa della razza prevedessero l'apartheid degli ebrei e dei non-indoeuropei rispetto agli italiani ariani, tutte le provvigioni e le iniziative a carattere eugenetico (ginnastica, colonie per l'infanzia, sanatori, Opera Maternità e Infanzia etc.) proposte e imposte dal regime continuarono ad applicarsi anche ai sudditi di cittadinanza libica e a quelli dell'AOI, almeno fino al 1942[79].

Fascismo e nazismo[modifica]

Il nazionalsocialismo si presenta, soprattutto dal punto di vista ideologico, come una particolare forma di "socialismo fascista". Nei fatti tuttavia l'aspetto "socialista" del regime tedesco era fondamentalmente una trovata propagandistica. L'interpretazione più diffusa è che il nazismo fu anch'esso una forma di fascismo; il regime tedesco si ispirava apertamente a Mussolini e condivide col fascismo italiano impostazione economica, politica e sociale, nonché la politica estera aggressiva e i tratti ideologici caratteristici del fascismo fattosi regime.

Questa visione è respinta da alcuni storici che vedono nelle dittature italiana e tedesca due fenomeni distinti. Stanis Ruinas per esempio sostiene che il nazismo nasce come ideologia gemella al fascismo italiano, e tale rimane solo fino al 29-30 giugno 1934, quando con la "Notte dei lunghi coltelli" la corrente "di destra" facente capo ad Hitler elimina la corrente "di sinistra" facente capo a Ernst Röhm. Da quel momento il nazismo abbraccia implicitamente il capitalismo e si prefigura come un'ideologia prettamente di destra, abbandonando ogni ipotesi rivoluzionaria e quindi rimanendo "socialista" solo nel nome. Questo come pegno ai poteri economici internazionali che l'avevano sostenuto finanziariamente nell'ascesa al potere.

Secondo Ruinas da quel momento il paragone tra fascismo e nazismo è quindi unicamente fittizio ed artificialmente mantenuto dal nazismo per motivi propagandistici di immagine pubblica. Questa analisi si basa sull'osservazione che nel fascismo italiano la componente "di sinistra" continuò ad esistere, sebbene piuttosto emarginata per molti anni, ed anzi nella RSI tornò maggioritaria.[80]

Secondo altre analisi, tuttavia, il passaggio dal cosiddetto "fascismo-movimento" (con slogan talvolta socialisteggianti) al "fascismo-regime" (con tratti più nettamente conservatori) fu un processo analogo, sebbene meno cruento e drastico, a quanto avvenuto in seguito in Germania in forma più convulsa durante la Notte dei lunghi coltelli. La spiegazione sociologica di questa "frattura" in entrambi i fascismi è dovuta al ruolo particolare (e caratterizzante del fascismo rispetto a generiche dittature di destra) che ha la mobilitazione dei ceti medi, rovinati dalla crisi economica in Germania o frustrati dalla fine della guerra e dallo scoppio delle lotte sociali in Italia; la mobilitazione di questi gruppi sociali è resa possibile specialmente dalla fraseologia rivoluzionaria e movimentista propria tanto dello squadrismo quanto delle SA, ma diventa successivamente un ostacolo al consolidamento della dittatura e richiede quindi l'eliminazione o l'emarginazione di quell'ala in un momento successivo. Con la RSI la necessità di mobilitare nuovamente ampie masse nella guerra civile spinse Mussolini a recuperare elementi dello squadrismo delle origini che erano stati messi in ombra negli anni precedenti.

L'idea di Impero (neoghibellinismo)[modifica]

Il continuo ritorno ad un'idea di romanità portò come logica conseguenza l'affermarsi di teorie filosofiche neo-ghibelline, ovvero propugnanti la ricostituzione di un Sacro Romano Impero che si ricongiungesse in qualche misura con una mistica tradizione ancestrale, e alla fine proponesse il superamento del fascismo in una forma di nuovo imperialismo spirituale e supernazionale, a carattere essenzialmente anticristiano.

Alfiere di queste tesi fu Julius Evola, il quale rimase tuttavia alquanto isolato nell'ambito del dibattito culturale e filosofico fascista, dominato invece da logiche nazionaliste e da forti correnti cattoliche che poco spazio intendevano lasciare al cosiddetto imperialismo pagano propugnato dal filosofo.

Questa idea trovò in seguito sponda e nuovi argomenti in alcuni ambienti nazionalsocialisti e si diffuse soprattutto nel dopoguerra fra i movimenti neofascisti e tradizionalisti.

Secondo la teoria di Julius Evola, il fascismo si configurerebbe come una delle tante manifestazioni storiche del concetto più ampio di Tradizione, ovvero di una società basata sui valori di gerarchia, militarismo e misticismo. In quest'ottica diverrebbero forme di Fascismo in senso lato le più disparate esperienze storiche: da Sparta e Roma alle società celtiche, nordiche e germaniche, al Sacro Romano Impero[81].

La creazione dell'uomo nuovo[modifica]

Fin dal suo inizio il fascismo sentì il bisogno di farsi interprete del famoso adagio "Fatta l'Italia occorre ora fare gli italiani". Fin nel suo inno, Giovinezza[82] si canta degli italiani "ricreati"

  « Dell'Italia nei confini
furon fatti gli italiani,
li ha rifatti Mussolini
per la guerra di domani (...) »

Peraltro, in un'altra versione dell'inno fascista, il quarto verso è sostituito da "con la fede nel domani", sottolineando dunque un atteggiamento fideista e la necessità per l'Italiano di credere nel fascismo per il proprio rinnovamento spirituale.

A questa esigenza storica nel pensiero fascista si aggiunge il superomismo nietzeschiano, così come si era diffuso nella cultura europea a cavallo fra otto e novecento, con le sue contraddizioni, volgarizzazioni ed equivoci.

Il progetto fascista - anche questo mai davvero codificato rigidamente - si basava su un aspetto mitico (quello del superuomo) e un aspetto pratico (quello di portare il popolo italiano ad uno standard qualitativo ritenuto superiore). Per questo secondo aspetto, di volta in volta il fascismo individuò alcuni modelli, il primissimo del quale, per ovvi motivi cronologici e ideologici, fu il trincerista, l'uomo proveniente dal fronte della grande guerra, esaltato da Mussolini come prototipo di una nuova realtà ideale - ma anche biologica - del popolo italiano. In un secondo momento si aggiunse e sovrappose al primo quello del popolano, in particolare il popolano trasteverino.[83]

L'uomo nuovo immaginato dai pensatori fascisti era essenzialmente un modello anti-borghese: giovanile, vigoroso, rude, pragmatico, strafottente, disciplinato. Legato alla tradizione e contemporaneamente proiettato nell'epoca della macchina. Un misto di legionario e colono romano e di aviatore futurista.

Il fascismo si propose di realizzare la mutazione antropologica del popolo italiano in questa direzione attraverso un'educazione intellettuale - basata sull'esposizione continua di modelli storici e mitologici che fossero di esempio (Balilla, Cincinnato, Muzio Scevola, Ettore Fieramosca, Cesare Battisti etc.) e un assiduo martellamento propagandistico a base di slogan eroici (Osare, durare, vincere; noi ce ne freghiamo e tireremo diritti). Fisicamente si intendeva riformare eugeneticamente il popolo, spingendolo (e costringendolo) ad una vita sportiva e spartana, nella quale la figura e l'esempio del Duce - così come veniva rappresentato dalla propaganda - doveva essere considerato come l'obbiettivo finale di ciascun italiano e fascista.

In questo quadro si inseriscono le - talvolta maldestre - campagne volute da Achille Starace, quale l'abolizione della stretta di mano, il sabato fascista, le esibizioni ginniche cui erano obbligati a partecipare i membri del partito, con "gare di ardimento". E anche in questo senso va inserito uno dei motivi scatenanti del razzismo fascista, secondo l'intenzione mussoliniana di sferrare un cazzotto allo stomaco del popolo italiano per costringerlo ad assumere l'atteggiamento e la volontà di "razza padrona".[84]

In sostanza il fascismo tentò - senza alcun successo - di "raffinare" il popolo italiano di quegli aspetti che secondo la propria filosofia erano negativi, raffinando e facendo trionfare invece quelle che erano ritenute - sempre secondo il punto di vista fascista - virtù italiane.

François Furet riscontra un'affinità - mutatis mutandis - con il bolscevismo: "Le passioni suscitate dal militante fascista non sono le stesse che invoca il bolscevismo, ma sono della stessa natura. Al posto dell'uguaglianza sociale c'è la patria reinventata come un'utopia comunitaria... Quanto ai mezzi, quelli consigliati o adoperati dal movimento fascista sono già presenti nell'arsenale bolscevico: se servono alla causa, sono tutti buoni"[85].

Il mito del Sangue contro l'Oro[modifica]

Originariamente nato come slogan propagandistico per giustificare l'inferiorità di mezzi italiana rispetto a quella dei suoi nemici sui fronti della seconda guerra mondiale, questa parola d'ordine acquisterà via via sempre più importanza nell'immaginario collettivo dei fascisti, colorandosi di antisemitismo[86].

Grande diffusione a questa parola d'ordine verrà con la canzone Battaglioni M di Auro d'Alba e M. Pellegrino del 1942, che recita

  « contro Giuda, contro l'oro
sarà il sangue a far la storia »

dove per "giuda" si intende tanto il traditore per eccellenza (già in alcuni ambienti fascisti si sentiva "puzza di tradimento" e di sabotaggio dello sforzo bellico italiano)[87] quanto l'israelita, identificato dalla propaganda razzista come fonte d'ogni male e corruttore - tramite appunto l'oro, le mollezze, e le blandizie - di una sana, spartana e virile razza italiana.[88]

Da "parola d'ordine" a pilastro ideologico del fascismo nel suo legame con l'Asse, il mito del "Sangue contro l'Oro" sarà uno dei principali deragliamenti dell'originaria linea fascista - pragmatica, anti-ideologica ed idealista - nel regno di una visione del tutto ideologica, e pertanto necessariamente avulsa dalla realtà, del mondo.

L'oro diventa infatti simbolo della prevalenza delle armi alleate su quelle dell'Asse sui fronti bellici[senza fonte], tanto perché con esso si comprano i mezzi con cui le truppe italotedesche venivano respinte a partire dalla fine del 1942, quanto perché con esso si compravano i traditori che "pugnalavano alla schiena" lo sforzo bellico dell'Asse. In questo senso assume le coloriture di una giustificazione della disfatta, causata - appunto - non dagli errori dei capi dell'Asse o dal valore del nemico ma da una "sleale" preponderanza di mezzi materiali, che sono riusciti a schiacciare la "superiorità spirituale" dei popoli dell'Asse.

Con la sconfitta della primavera 1945[89] il mito del "sangue contro l'oro" sarà fra i principali leitmotiv consolatori dei reduci fascisti e porterà ad una serie di ricostruzioni storiche ex post basate su una dicotomia manichea fra "nazioni proletarie e povere dell'Asse" - forti solo dei loro buoni diritti e dell'eroismo delle loro truppe - contro le "nazioni plutocratiche, giudaiche e comuniste" - che invece trionfano grazie all'inganno, al tradimento, alla superiorità numerica e, soprattutto, all'oro con cui avrebbero "comprato" in varie misure la vittoria finale.

Queste tesi si sposano poi con la convinzione che le nazioni dell'Asse fossero portatrici di valori spirituali ("il sangue") alieni a quelle Alleate, invece rappresentanti di un mondo materialista, capitalista e\o marxista ("l'oro"). Essendo quindi il capitalismo finanziario e speculativo visto come massimamente dominato da elementi ebraici (il "grande capitale giudaico") e il marxismo-leninismo un'ideologia concepita e sviluppata da pensatori di origine ebraica (Carlo Marx, Lev Trotsky, Rosa Luxemburg), il tutto veniva ad essere interpretato in chiave antisemita, come uno sforzo del "complotto mondiale giudaico" contro "l'Europa Ariana".

L'Era fascista[modifica]

La volontà del fascismo di incidere nella storia si manifestò anche con l'istituzione della cosiddetta Era fascista, ossia una particolare numerazione degli anni che faceva riferimento al giorno successivo alla Marcia su Roma. Il primo anno dell'Era fascista comincia quindi il 29 ottobre 1922 e termina il 28 ottobre 1923. Il riferimento diretto era al nuovo calendario istituito dalla Rivoluzione francese[90], della quale la Rivoluzione fascista era teorizzata, dagli intellettuali radicali fascisti, come una moderna evoluzione.[91]

Il calendario in uso rimaneva quello gregoriano, mentre venivano indicati in maniera diversa solo gli anni. In genere, era adottata una doppia numerazione: in cifre arabe l'anno secondo l'Era cristiana e in cifre romane quello secondo l'Era fascista. L'anno cristiano continuava a far data dal 1º gennaio, mentre l'anno fascista partiva dal 29 ottobre, ad esempio: 27 ottobre 1933 - XI E.F., oppure 30 ottobre 1933 - XII E.F..

L'Era fascista fu istituita il 25 dicembre 1926 e il suo uso diventò obbligatorio negli atti pubblici dal 29 ottobre 1927 (primo giorno dell'anno VI dell'Era fascista); questa doppia datazione rimase in vigore durante tutto il governo Mussolini e, nella Repubblica sociale italiana, fino all'aprile del 1945.

Durante il periodo di maggiore consenso del regime, si osserva l'uso della datazione fascista anche in alcuni casi di corrispondenza personale e in alcuni portali di private abitazioni, al posto dell'abituale datazione gregoriana che si usava apporre sull'edificio, all'epoca, per indicare l'anno di completamento dell'edificio.

Il ruralismo fascista[modifica]

1938: "Donne rurali italiane", in costume tipico regionale, offrono spighe di grano e una forma di pane a Mussolini durante una manifestazione propagandistica del regime in un'area rurale

L'uomo rurale venne esaltato come l'ideale forma di mascolinità da parte del governo fascista. È tradizionale, ed è anti-moderno. Ardengo Soffici descrive tale ideale mascolinità evidente nelle zone rurali d'Italia:

  « ...con la loro sobrietà, la forza delle loro braccia nude, abbronzato dal sole, e la loro feroce resistenza al lavoro e alle fatiche, rappresenta ... una solenne lezione di virilità[92] »

In antitesi alla borghesia, questa figura è stata iconica nella suggestione che il governo fascista indica come il suo modo di essere, quando nella società del primo Novecento iniziò a venir meno il culto della mascolinità. È importante ricordare che il ruralismo fascista richiede esplicitamente il ripristino di un tradizionale, pre-moderno e rigidamente gerarchico ordine morale. In altre parole, il regime fascista ha utilizzato la figura del ruralismo come un mezzo attraverso il quale ha tentato di trasformare il modernismo in tradizionalismo. A questo proposito, la gioventù contadina che ha cercato di lasciare il villaggio e trasferirsi in città è stata dipinta come fatta di individui mettenti il destino della nazione a rischio attraverso il loro comportamento:

  « Le varie fasi del processo di malattia e morte sono precisamente dimostrate, e portano un nome che li riassume tutti: urbanismo e metropolitanismo, come spiega l'autore .... La metropoli cresce, attirando persone dalla campagna, che, tuttavia, non appena esse sono urbanizzate, diventano - come la pre-esistente popolazione - sterili. I campi tornano a deserto, ma quando le abbandonate e bruciate regioni si diffondono, la metropoli è catturata alla gola: né la sua attività, né le sue industrie, né i suoi oceani di pietra e cemento armato possono ristabilire l'equilibrio che ormai è irrimediabilmente rotto: si tratta di una catastrofe[93] »

Il modernismo, un fenomeno che include il trasferimento di giovani dai villaggi verso le città, è visto in luce negativa dal governo fascista, perché crea un sotto-tipo di mascolinità italiana che è più abile nel vivere all'interno di un'area metropolitana, assumendo meno responsabilità verso la collettività. In altre parole, la gioventù italiana non è più attiva nel coltivare i terreni agricoli, ma, invece, si disinteressa della collettività e quindi di se stessi, rendendo l'intero paese italiano meno fertile. Metaforicamente, ciò significa che essi smettendo di coltivare la loro mascolinità egemonica globalmente, e fisicamente, smettono di contribuire allo stato, perché quelli che si muovono in città di solito hanno meno figli e si sposano con una frequenza minore. Inoltre, l'ambiente sicuro della metropoli impedisce al "nuovo italiano" di godere il suo contatto con la natura, e gli ha impedito di contemplare profondamente sulle sfide morali, nessuna delle quali è messa a sua prova, come un risultato dell'artificiale, "materialista" atmosfera metropolitana che è priva di pericoli e avversità.

Il termine "fascismo" nel mondo[modifica]

Il fascismo in senso stretto[modifica]

Nell'ambito storiografico italiano il termine "fascismo" è usato soprattutto in riferimento al regime di governo e all'ideologia promossi e attuati da Benito Mussolini tra il 23 marzo 1919 ed il 28 aprile 1945. Tale posizione è sostenuta anche da numerosi storici di formazione non-angloamericana.

Alcuni storici ritengono improprio l'utilizzo del termine "fascista" in riferimento alla Germania nazionalsocialista ed ai regimi autoritari formatisi in Europa negli anni trenta e quaranta, considerati derivazioni del caso nazista più che di quello fascista (se si eccettuano il Portogallo di António de Oliveira Salazar, la Grecia di Ioannis Metaxas e il cosiddetto Austrofascismo, che tuttavia presentano somiglianze più che altro superficiali col fascismo italiano) o casi a sé stanti (come per la Spagna di Francisco Franco, il cui movimento e regime sono definiti Franchismo per distinguerli da fascismo e nazismo).

In tal senso, anche il termine "nazifascismo" è considerato scorretto da chi sostiene la specificità del fascismo italiano, perché non consentirebbe di cogliere le differenze avutesi tra i due movimenti. Questi studiosi contestano l'utilizzo del medesimo termine in riferimento a regimi autoritari post-bellici, uso che peraltro risulta essere effettuato in modo incoerente e, talora, con funzione di mero insulto (il termine "fascista" è usato, in tale accezione impropria, col significato astoriografico di "inumano, crudele, oppressivo"): in tal modo "fascista" è stato utilizzato tanto per indicare spregiativamente regimi quali quello di Augusto Pinochet in Cile (privo di una reale base ideologica), nonché regimi di segno ideologico opposto (quali quello comunista cinese e russo) o perfino la democrazia americana.

Il punto di vista anglo-americano[modifica]

Nei paesi anglofoni il termine è tradotto con Fascism.

Questo termine viene usato:

  • per definire propriamente il regime fascista italiano
  • per definire i regimi autoritari di destra sorti ad imitazione del fascismo italiano (nazismo, franchismo etc.)
  • per indicare i movimenti simpatizzanti per il fascismo sorti nel Regno Unito (British Union of Fascists) e negli U.S.A. (Legione d'argento d'America)
  • genericamente ogni regime di tipo militarista, conservatore o reazionario, con accezione spregiativa
  • sempre con accezione di epiteto, come sinonimo di "prepotente"

Nel corso della seconda guerra mondiale, la propaganda alleata tendeva ad utilizzare indistintamente il termine fascist per definire tutti i paesi dell'Asse.

L'intellettuale Noam Chomsky parla di regimi "sub-fascisti" per indicare regimi militari sostenuti dalla CIA e dal Pentagono quali quello di Augusto Pinochet in Cile o altri dittatori del Sud America che utilizzando sistemi violenti e anti democratici (tortura, negazione dei diritti civili, repressione con la violenza di ogni forma di opposizione, uccisione di civili innocenti) hanno garantito agli Stati Uniti il controllo commerciale del mercato dei paesi sud americani e il saccheggio sistematico delle risorse di questi paesi.[94]. Questa interpretazione è contestata in ambito accademico classico, poiché secondo Renzo De Felice "in sede scientifica nessuno ha più dubbi sul fatto che tali regimi non debbano essere annoverati fra quelli fascisti, ma considerati classici regimi conservatori ed autoritari"[95], mentre viene considerata da politologi, come Paul H. Lewis, che vedono il possibile riconoscimento di un movimento autoritario e dittatoriale, di stampo fascista[96] almeno per quanto riguarda le dittature di Mussolini, Franco, Salazar, Stroessner, Pinochet ed altri dittatori minori che hanno governato in Sud America.

Il punto di vista marxista e socialista[modifica]

A sinistra, il termine "fascista" è talvolta usato per indicare qualsiasi regime autoritario di destra, specie quelli alleati dell'Asse durante la seconda guerra mondiale, come il regime militarista giapponese o il franchismo spagnolo, o più spesso i loro seguaci. Addirittura, per alcuni anni, Stalin e la III Internazionale definirono i socialdemocratici come "socialfascisti" (una posizione abbandonata nel 1935).

Dal punto di vista di molte scuole interpretative marxiste, tuttavia, il fascismo vero e proprio è quello dell'Italia e della Germania: un "regime reazionario di massa" secondo la definizione di Palmiro Togliatti, accettata anche dal trotskismo internazionale e in qualche modo vicina alla definizione gramsciana di "rivoluzione passiva". In questo senso, non vengono fatte distinzioni di rilievo fra il regime hitleriano e quello di Mussolini, che vengono invece fatte rispetto a dittature prive di una base di mobilitazione di massa (come quella portoghese di Salazar o quella cilena di Pinochet). Il caso spagnolo è ambiguo, perché se pure esisteva un forte movimento fascista dal lato franchista, Franco non ne faceva parte e anzi si adoperò affinché venissero "riassorbite" in un generico "movimento nazionale" le forze che più apertamente si ispiravano a Hitler o a Mussolini (come la Falange Spagnola).

In generale, il termine è tuttora usato presso l'area culturale marxista o post-marxista come epiteto dispregiativo nei confronti della destra e in generale degli avversari politici. Un caso recente è stato quello del presidente venezuelano Chávez, che ha descritto il primo ministro spagnolo Aznar come "un fascista"[97].

Le derivazioni del caso italiano[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Fascismi nel mondo.

Quando in Italia il partito fascista giunse al potere, nel resto dell'Europa (comprese Francia e Regno Unito) e del mondo non si guardò ad esso con sfavore, soprattutto per il suo impegno come argine al bolscevismo sovietico e l'eversione. In seguito, durante il periodo di massimo splendore del regime, fra 1925 e 1935, il miglioramento dell'immagine dell'Italia nel mondo portò perfino diverse personalità del pensiero democratico (fra cui Winston Churchill e il Mahatma Gandhi) a esprimere simpatia per Mussolini ed il suo regime. D'altro canto l'esperienza fascista non mancò di provocare in Europa (e non solo) movimenti fascisti e filofascisti di emulazione, per lo più ideologica ed di immagine.

Nella maggioranza di questi casi, infatti, la somiglianza col fascismo italiano è solo epidermica, legata a certi stilemi (saluto romano, colore scuro delle camicie, manifestazioni di massa etc.), al culto del capo e della violenza, e ad un feroce anticomunismo. In altri casi si verificarono anche "gemellaggi" con la dottrina sociale, filosofica e politica vera e propria.

Il più famoso dei movimenti para-fascisti fu il NSDAP (NationalSozialistische Deutsche ArbeiterPartei-partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori) di Adolf Hitler.

Nel resto d'Europa, come già detto, furono molti i movimenti fascisti e filofascisti che si svilupparono e, soprattutto nell'Europa orientale, salirono anche al potere.

La Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.)[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Repubblica Sociale Italiana.

Dopo la caduta del regime il 25 luglio 1943, il fascismo crollò in tutta Italia e non vi fu alcuna reazione negativa all'arresto di Mussolini degna di nota, né da parte del Partito (che fu messo fuori legge), né della Milizia. Il segretario del PNF Scorza, anzi, scrisse prontamente una lettera di sottomissione a Badoglio, mentre nel Paese si moltiplicavano grandi manifestazioni contro la guerra e di gioia per la caduta del regime, duramente represse per ordine di Badoglio. Il fascismo si riorganizzò solo grazie all'occupazione tedesca nel centro-nord del Paese in seguito all'armistizio di Cassibile, dopo l'8 settembre 1943.

La rinascita di uno stato fascista nel centro-nord Italia ebbe carattere di discontinuità col precedente regime, tale che alcuni autori - prevalentemente di estrazione fascista -[98] hanno inteso separare radicalmente il fascismo del Ventennio da quello repubblicano.

La Repubblica Sociale Italiana si diede una propria base ideologica con il Congresso di Verona, dove esponenti partito fascista, e in particolare quelli di estrazione ex squadristica, si riunirono per ricreare il partito messo fuori legge dopo il 26 luglio 1943. Il Congresso richiese l'istituzione di un Tribunale straordinario speciale per processare i gerarchi che il 25 luglio si erano schierati contro Mussolini; approvò un manifesto programmatico che delineò la struttura del nuovo stato; proclamò la nascita della Repubblica sociale e prevedeva la convocazione di un'Assemblea Costituente, riaffermando l'alleanza con la Germania nazista.

La Repubblica si fondò sui principi della Carta di Verona riaffermando allo stesso tempo soprattutto i principi del primo fascismo, sino alla Marcia su Roma, persi, secondo degli estensori della Carta stessa, durante il successivo ventennio del regime fascista. Tra tali principi primeggiava, per originalità, una politica economica tendente alla socializzazione delle fabbriche. Un segno di continuità col Fascismo della seconda parte del ventennio fu invece l'affermazione nei punti di Verona di una componente antisemita, sotto forma di dichiarazione di decaduta cittadinanza italiana per gli ebrei, considerati "di nazionalità nemica per la durata della guerra".

La Repubblica Sociale si dotò anche di Forze Armate, spesso male armate ed equipaggiate, composte da forti nuclei di volontari ma anche da un gran numero di coscritti, il cui richiamo coi vari bandi (pena di morte per i renitenti) provocò un forte fenomeno di sottrazione alla leva che fornì non poche leve al movimento partigiano. Secondo i rapporti della Guardia Nazionale Repubblicana, formata in prevalenza da ex appartenenti alla MVSN, la coscrizione condusse anche alla fuga molti giovani che non rispondevano alla chiamata alle armi o abbandonavano i reparti appena raggiunti, parte dei quali riuscirono a riparare in Svizzera, mentre altri avrebbero finito per contribuire al formarsi (o l'ingrossarsi) di bande di malviventi[99].

Il dibattito interno alla dirigenza fascista repubblicana fra un esercito di soli volontari (Borghese, Pavolini) e un esercito di coscritti (Graziani) fu uno dei principali motivi di discussione nell'ambito della gerarchia fascista repubblicana e provocò non pochi problemi al funzionamento delle Forze Armate. Mussolini inizialmente era favorevole ad un esercito di volontari e da reclutarsi fra i militari italiani internati in Germania. In seguito al duro e diffidente atteggiamento tedesco verso gli internati e soprattutto verso la popolazione maschile italiana atta alle armi o al lavoro, mutò opinione, autorizzando Graziani alla promulgazione dei bandi d'arruolamento di coscrizione. Mussolini[100].

Queste forze armate repubblicane tuttavia non godettero mai della fiducia dei comandi tedeschi e di Hitler, mentre i diversi ambienti politici del Reich le vedevano come una possibile minaccia ai loro obbiettivi di "satellizzazione" o addirittura di mutilazione dell'Italia in caso di vittoria dell'Asse. Per questo motivo, nonostante ogni pressione da parte del governo repubblicano e le prove di combattimento relativamente buone date in ogni (sporadico) impiego ai fronti, tali truppe furono usate principalmente per contrastare il crescente movimento della Resistenza che si stava sviluppando nelle regioni d'Italia occupate dall'esercito tedesco.

 

 

I QUADRIUMVIRI

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