Il carteggio Mussolini-Churchill

 

 

Introduzione

 

Il giornalista e scrittore storico Fabio Andriola ha recentemente pubblicato, con una nuova e arricchita edizione, un pregevole libro sulla questione del famoso e ancor oggi misterioso carteggio o scambio epistolare (e d'intese) intercorso tra Mussolini e Churchill durante la seconda guerra mondiale.[1]

Fiumi d'inchiostro sono stati scritti sull'esistenza e le vicende dei famosi Archivi segreti di Mussolini e soprattutto circa un segreto scambio epistolare (Carteggio) Mussolini-Churchill alla vigilia dell'entrata in guerra dell'Italia.

Quanto è stato scritto e quanto si è potuto venire a sapere in merito ha però risentito degli odi, delle passioni e soprattutto dei condizionamenti politici ed ideologici che hanno fatto seguito alla fine della guerra.

Neppure oggi, ad oltre sessanta anni da quelle vicende, è possibile far pienamente luce su come effettivamente si siano svolti i fatti ed oltretutto gli incartamenti in questione sono stati fatti sparire forse per sempre.

Lo stesso libro dell'Andriola non può portare prove incontrovertibili in merito alla attestazione di questo Carteggio, ma fornisce comunque una serie di testimonianze, di particolari, di situazioni illuminanti, di deduzioni logiche e quant'altro è oggi possibile rintracciare e ricostruire, che non lasciano dubbi in proposito. Egli ricuce e ricostruisce tutto questo in quantità e qualità tale tanto che, di fronte ad una inchiesta del genere, il fronte di coloro, tra storici, ricercatori e giornalisti, che ne negavano l'esistenza, o almeno la sua non particolare importanza, si è oramai notevolmente ridotto.

Del resto lo stesso Andriola è sempre partito da tre supposizioni logiche, di fronte alle quali, c'è poco da obiettare. Egli, infatti, affermava da tempo:

1) Mussolini aveva carte cui annetteva grandissima importanza e fece di tutto per metterle al riparo e per riprodurle. Sempre Mussolini, di cui si può dir tutto tranne che forse un politico del tutto sprovveduto, poi dichiarò svariate volte di avere adeguate "pezze di appoggio" per dimostrare le proprie buone ragioni sia ai suoi nemici che alla Storia.

2) Gli inglesi mostrarono grande interesse per le carte di Mussolini ben prima dell'aprile 1945 e, dopo la morte del dittatore italiano, lasciarono molte tracce della propria attività di Intelligence tesa proprio a recuperare dossier provenienti dagli archivi di Mussolini. Questa attività si protrasse per alcuni anni dopo la guerra.

3) Non solo si parlava a chiare lettere di un carteggio tra Mussolini e Churchill prima dell'aprile 1945 (cosa che smonta le accuse di falso mosse da alcuni storici inglesi a quello che restava dei servizi segreti della RSI nell'immediato dopoguerra) ma dell'esistenza di quel carteggio hanno lasciato testimonianza un po' tutti: fascisti e Mussolini in testa, ovviamente, ma anche partigiani, tedeschi e, in almeno un paio di casi, gli stessi inglesi. Ci troviamo così a dover dominare una massa ingente di decine e decine di testimonianze, di provenienza eterogenea, che conducono nella stessa identica direzione.[2]

Evidentemente certe verità dovevano restare celate, e a quanto pare per sempre, perché altrimenti verrebbe meno tutto un castello di menzogne che sono state montate attorno e su la seconda guerra mondiale. Se così non fosse non si sarebbe arrivati a negare e in questo modo, fino ad oggi, l'esistenza di una corrispondenza segreta tra questi due grandi statisti degli anni '30 e '40.

Mussolini e Churchill sono morti da tempo ed il fascismo è stato sradicato e messo al bando da una guerra tra le più irriducibili e cruente, ma a far da guardia e ancora impegnati nella grande opera per l'edificazione di un Nuovo Ordine Mondiale, ci sono gli uomini, le volontà e le strategie, che non possono, né vogliono assolutamente consentire una revisione storica della seconda guerra mondiale; revisione che potrebbe riabilitare uomini e fatti che si è riusciti a mettere definitivamente al bando della storia.

Tuttavia il tempo non è trascorso invano e pur qualche piccolo spiraglio di verità si incomincia finalmente a intravedere anche perché, oramai, è possibile inquadrare perfettamente le strategie e lo svolgersi degli eventi che portarono alla seconda guerra mondiale. Solo chi ha un inconfessabile interesse personale fa finta di non sapere come sono andate certe cose.

Oggi, dopo sessanta anni, da una storiografia obiettiva di quegli avvenimenti (non da quella ufficiale elaborata per interessi editoriali e di carriera) si evince con ogni evidenza che, al di la degli atteggiamenti contingenti e transitori, che inducevano Mussolini, sotto il peso e la spinta dei rovesci militari e della inevitabile sconfitta della nazione, ad intraprendere manovre tattiche o sondaggi di ogni tipo per uscir fuori da quella tremenda situazione, egli trovò la morte perché, portatore di una geopolitica confacente agli esclusivi interessi reali del nostro paese, si venne a trovare su un crocevia tragico dove passavano diversi ed opposti interessi.

E Mussolini, da politico di razza, su tutto era capace di trattare e di mediare, su ogni situazione riusciva sempre a barcamenarsi, convinto di riuscire, col tempo, a realizzare le sue concezioni ideali, ma mai avrebbe leso gli interessi nazionali, mai avrebbe intrapreso atti o iniziative analoghe a quelle che portarono all'8 settembre.

Per questo Mussolini non ha scampo. Non tanto e non solo perché in possesso di un prezioso Carteggio atto a documentare le verità orribili su chi ha voluto scatenare la carneficina del secondo conflitto mondiale, quanto perché è schiacciato dagli interessi anglo americani che hanno progetti post bellici di colonizzazione di tutta l'Europa e su questi progetti hanno coinvolto anche i sovietici, quindi è spiazzato dal tradimento dell'ala filo occidentale della Germania, incarnata da Himmler e già rappresentata in Italia da Kesserling (che in qualche modo media con i Savoia e gli consente l'8 settembre la possibilità di una ingloriosa fuga) e da Wolff che finisce per conseguire la resa nella quale non poteva non "cedere" la persona del Duce. Ed infine è travolto dall'interesse sovietico a tacitarlo per sempre affinché non possa attestare le intese o le proposte che dagli anni '20 e fino al 1943 intercorsero tra Roma e Mosca.

E tutto il dramma si svolge sul suolo italiano, dove un Re fellone, è nell'incubo che, vivo Mussolini, possa esser chiamato a dar conto delle sue responsabilità nella guerra.

Ed ecco perchè le Special Force inglesi, i sicari di Mosca del PCI, il CVL di Cadorna ed i tedeschi intenti al loro ordinato e concordato ripiegamento (subito dopo li ritroveremo quasi tutti arruolati dall'OSS americano per gli interessi occidentali del dopoguerra) non lasciano scampo al Duce.

Abbiamo così voluto puntualizzare quanto fino ad oggi è venuto alla luce sul problema del cosiddetto Carteggio segreto di Mussolini, perché è un argomento questo di grande importanza per la comprensione della nostra guerra.

Dando infatti per scontata l'esistenza di questo Carteggio, e non potrebbe essere altrimenti vista la mole delle testimonianze ed attestazioni che si riscontrano, ma soprattutto vista la logica dello svolgimento degli eventi e delle politiche, anche militari, verificatesi durante la guerra, ci è stato possibile inquadrare, nel suo contesto storico tutta questa faccenda, tanto da poterne ipotizzarne i possibili contenuti.

Deduzioni e riscontri questi talmente evidenti che, soltanto una palese malafede o condizionamenti politici, hanno impedito fino ad oggi a molti storici e scrittori di arrivare a sostenere quanto è pur evidente e da noi facilmente dedotto.

Tutto questo ci consente altresì di procedere ad una demistificazione delle imposture espresse sulle cause e origini della seconda guerra mondiale in tutti questi anni.

 

 

IL CARTEGGIO MUSSOLINI-CHURCHILL

 

Tanto per cominciare ed al di la di ogni altra considerazione, non si può parlare di questo Carteggio, senza rilevare l'abietto e meschino comportamento di quanti lo ebbero sottomano e lo considerarono niente altro che un elemento di tornaconto politico o personale, praticamente un ricco reperto, tra l'altro trafugato, da utilizzare per un baratto con coloro (gli inglesi) che ne smaniavano di entrarne in possesso ed erano pronti a pagare rilevanti somme o a concedere grossi favori pur di recuperarlo.

È implicito che tra i motivi per cui queste carte si sono così volatilizzate nel nulla e quindi ne è stata stesa una cortina di silenzio e di mistificazioni vi sono non soltanto quelli della razzia compiuta dai servizi inglesi, ma anche il particolare che il contenuto di questi documenti come, seppur con altri termini sostiene Fabio Andriola nella prima edizione del suo Mussolini Churchill carteggio segreto,[3] non faceva comodo a nessuno.

Non tornava utile agli italiani in genere, costretti a rivedere la loro storia fatta nell'ottica dell'antifascismo e, aggiungiamo noi, vergognosi del loro comportamento; né ai vertici della Resistenza oramai assurti al potere e che avrebbero rischiato di tirar fuori fatti e storie non certo edificanti per loro; né ai presunti fascisti che avrebbero dovuto ammettere una tresca sottobanco con gli odiati albionici;[4] né tanto meno agli Alleati, soprattutto gli inglesi, desiderosi di seppellirlo per sempre ed infine neppure a buona parte degli storici che, ideologicamente condizionati, numericamente prevalenti e politicamente ed editorialmente bene introdotti, avrebbero dovuto ribaltare buona parte delle loro certezze.

La poco o nulla considerazione per i destini della propria Patria mostrata da tanti pseudo italiani va oltretutto estesa sia ai governi provvisori del CLN di allora e sia, cosa ancor più grave, a tutti quelli successivi, almeno e soprattutto fino ai governi De Gasperi che, a quanto pare, finirono per consegnare agli inglesi quel poco che mancava del carteggio e che nel frattempo era uscito fuori.[5]

Tutti questi uomini di governo e tutte queste Istituzioni, infischiandosene della possibilità di poter fare di quelle carte un uso a vantaggio degli interessi nazionali, cooperarono con gli inglesi per il loro recupero ed agli stessi vennero poi gentilmente cedute

L'addebito vale anche per i cosiddetti partigiani della resistenza o gruppi di costoro che entrarono in qualche modo in possesso di qualche documento importante e sopratutto per il PCI che razziò più di una documentazione.

Molti documenti di estrema importanza vennero dapprima fotocopiati, e quindi gli originali sembra proprio che furono venduti agli odiati nemici dell' imperialismo capitalista. Neppure le fotocopie (che al tempo erano copie fotografiche) vennero più rese note a dimostrazione di una imposizione esterna e di un loro contenuto non certamente di gradimento per il partito.

Ad esempio, sembra accertato che i primi di maggio del 1945, presso la Fototecnica Ballarate di Como allora in via Indipendenza, il famigerato Dante Gorreri Guglielmo,[6] segretario della federazione comunista di Como. fece eseguire alcune copie fotografiche di questi documenti (quali esattamente non è dato sapere).

Altre ne vennero fatte per il partito comunista, attraverso il giornalista fotografo de "l'Unità" Ugo Arcuno, tutte ad uso e consumo del partito che poi ne smistò probabilmente una parte a Mosca, mentre quella inerente il carteggio con Churchill fu poi rivenduta agli inglesi intorno alla metà di settembre dello stesso anno. Questa almeno è una delle versioni più accreditate anche se altre versioni propendono per una diversa sequenza dei fatti.

A riprova di questo, a partire dal 25 maggio del 1945, il foglio comunista "l'Unità" prese a pubblicare la riproduzione di qualche documento, preavvertendo che si trattava di circa 300 documenti «segreti che il fondatore dell'Impero aveva con sé ...», ma questa pubblicazione venne poi, senza spiegazioni, interrotta improvvisamente e per sempre. Si dice comunque, come vedremo più avanti, che da qualche parte è ancora oggi celata una cassetta con le fotocopie di 62 lettere[7] scambiate tra Mussolini e Churchill. Ma nessuno l'ha ancora tirata fuori.

Il 28 marzo del 1947, inoltre, durante la farsa del comizio comunista alla Basilica di Massenzio a Roma, in cui fu presentato il colonnello Valerio, alias Walter Audisio, questi prendendo la parola fece un esplicito accenno ad una «cartella che racchiudeva la corrispondenza dell'uomo con il sigaro in bocca, il quale scriveva "Caro Mussolini ...».

Dopo di che, almeno a livello ufficiale, calò il sipario, ma soprattutto gli incauti accenni dell'Unità, smentiscono poi i successivi penosi dinieghi del PCI sulla sua estraneità a quel Carteggio.

Ma in definitiva, cosa si vuole da una "Resistenza" che liquidando le Leggi sulla Socializzazione delle Imprese riportò in Italia l'economia libera di mercato di stampo capitalista, riconsegnò le stesse Imprese alle grandi famiglie borghesi del capitalismo italiano ed accettò di collocare il nostro paese agli ordini militari della NATO funzionali agli interessi degli USA e dell'Occidente?

Di uno squallido mercanteggiare, in ogni caso, ci è rimasta una attestazione scritta, relativa al periodo in cui Churchill venne a soggiornare a settembre del '45 sulle sponde del Lago di Como proprio nelle ville e località che avevano avuto un ruolo nei passaggi del carteggio. Fu evidente a tutti che il vecchio statista stava dandosi da fare per recuperare quanto ancora non in suo possesso. Comunque sia, una volta ripartito l'inglese, si ebbe uno strascico nel CLN di Como.

Appena una settimana dopo la sua partenza, infatti, in una seduta del CLN di Como, il comandante della Piazza, Raffaele Pinto "Cremonesi", denunciò il fatto che all'ex Premier britannico erano stati consegnati dei documenti. Per ribadire le sue affermazioni, il 29 settembre 1945, inviò una lettera ad Enrico Stella, il presidente azionista, del locale CLN. In essa vi si può leggere che:

«... Tralasciando altri particolari, vengo immediatamente al fatto più grave, del quale noi del CLN non possiamo scindere le nostre responsabilità. Esistevano, e ciò è notorio, documenti di un carteggio personale fra Mussolini e Churchill e fra Mussolini e Chamberlain (...) Ora si à avuta la notizia incredibile che questi documenti, di una importanza così evidente per la nazione e per la storia, sono stati ritirati da ufficiali inglesi dell'Intelligence Service in occasione della visita di Churchill su lago di Como. Ti ricordo che, nella seduta del 25 corrente, io ho denunciato il fatto, richiedendo immediato provvedimento delle autorità responsabili».[8]

Provvedimento, aggiungiamo noi, che ovviamente non ci fu anche perché, come affermò molti anni dopo Luigi Carissimi-Priori dell'Ufficio Politico alla questura di Como, a nessuno interessava (o meglio voleva interessarsi) di quei scottanti documenti.

 

Churchill e l'hobby della pittura

Con la scusa di prendersi un poco di riposo e della passione per la pittura Wiston Churchill il 1° settembre del 1945, sconfitto nelle elezioni di luglio che lo liquidarono come primo ministro, giunse in Italia in stretto incognito (con il nome di colonnello Warden) per trascorrere, almeno ufficialmente, un periodo di riposo sulle rive del Lario. Lo accompagnava la figlia Sarah, al tempo attrice, il cameriere personale, il sergente Thompson di Scotland Yard ed era vigilato da una ventina di uomini del 4° Reggimento di Ussari della Regina.

Alloggiò a villa Apraxim di Moltrasio del Donegani, industriale affaccendatosi nelle vicende del carteggio, e già sede dei servizi di informazione britannici, dedicandosi alla pittura, ma anche deambulando di qua e di la sulle rive del Lago. Il 7 settembre andò a prendere il tè a Domaso in casa di Ermanno Gibezzi, nuovo direttore della filiale della Cariplo presso la quale erano state depositate per alcuni giorni documenti del Duce requisiti a Dongo. Giorni dopo, con fare indagatore, tornò a Domaso a villa Miglio. Visitò la caserma della Guardia di Finanza di Menaggio nel cortile della quale, mentre era a colloquio con il tenente colonnello Luigi Villani (altro personaggio chiave di quelle vicende), fu anche fotografato.

L'11 settembre così scrisse ermeticamente, ma oggi possiamo ben decifrarne il senso, ad Alexander: «Spero in una forte concentrazione sul fronte coloristico e che i bombardamenti di preparazioni comincino presto (…) attacco finale previsto per il 15-16» (infatti, guarda caso, il giorno 15 sembra che ci fu la famosa vendita dei documenti da parte del partito comunista). Fu inoltre segnalato a Cernobbio, Argegno, Muronico e ad Osteno, sulle sponde italiane del lago di Lugano.

Il 13 settembre pare che passò anche a Venegono (Varese) dove ebbe modo di ringraziare il Donegani.

Meno di quarantotto ore dopo, il per lui lieto evento dell'acquisto e trasbordo dei documenti dalle mani comuniste, ripartì per Londra!

In una lettera privata scrisse: «Nel ritorno ho portato con me 15 quadri, il risultato di questi quindici giorni di sole …» Ma in quel ritorno a Londra aveva sicuramente con sè qualche altra cosa!

Il 28 ottobre del 1945 il settimanale "Voix Ouvrière" di Ginevra uscì con una illustrazione a tutta pagina nella quale si vedeva Churchill seduto davanti a un caminetto intento a gettare delle carte nelle fiamme…

Churchill venne ancora in Italia, fin nel luglio del 1949 quando soggiornò, sul lago di Garda, al Grand Hotel di Gardone Riviera. Visitò a Maderno la Villa Gemma, già residenza del ministro di Mussolini Carlo Alberto Biggini, al quale era stata affidata copia del carteggio.

Tutto questo gran daffare da parte del premier inglese in persona, che fa il paio con l'iper efficienza dei servizi segreti inglesi non deve meravigliare visto che in un rapporto redatto dai servizi segreti inglesi verso la fine della guerra, si diceva chiaramente «Poiché una parte del materiale può essere compromettente per i governi Alleati e alte personalità italiane, è nell'interesse degli Alleati mettere al sicuro gli archivi».

                                        

Emblematiche furono poi alcune faccende che passano sotto il nome di "documenti del camioncino", "documenti nella cavallina" e l'"infame baratto".

Le vogliamo riportare perché sono veramente indicative dello squallore di quei tempi. Facciamone un breve riassunto.

I "documenti del camioncino" erano una selezione di carte eterogenee e molto importanti che, al seguito di Mussolini in viaggio verso Como la sera del 25 aprile 1945, forse a causa di un guasto al mezzo, si perse per strada.

Dunque, alcuni documenti, contenuti pare in un bauletto zincato,  furono presi dai partigiani bianchi della zona di Garbagnate agli ordini dei fratelli Arturo e Carlo Allievi i quali il 2 maggio li consegnarono, assieme al neo sindaco di Garbagnate Vittorio Lamberti-Bocconi, al presidente del CLN milanese avvocato Luigi Meda democristiano. Con il consenso di Meda un gruppo di documenti (riguardanti probabilmente gli aspetti militari e con riferimenti agli inglesi) furono poi consegnati da Arturo Allievi e Lamberti-Bocconi al brigadiere Jeffries della PWB, accompagnato da un collega americano, i quali promisero una ricompensa, come attestò l'ambasciatore inglese Sir Noel Charles. Gli inglesi stessi confermarono in alcune loro comunicazioni l'importanza del materiale, definito, originale, così recuperato.[9][10]

Sembra che vari documenti del bauletto vennero poi gestiti da un altro democristiano, il conte Pier Maria Annoni del CLN regionale lombardo (su delega del presidente, il comunista Emilio Sereni), preposto proprio alla supervisione di queste faccende in quanto Commissario di governo per l'ex ministero degli interni.

Conclusione: i più importanti documenti di questo bauletto sparirono nel nulla, ma sappiamo, da tanto di lettere e riscontri rimasti agli atti, che due di questi eroici partigiani ovvero Arturo Allievi e Vittorio Lamberti-Bocconi stettero a contrattare, anche per iscritto, con gli inglesi per circa due anni (sic!), perchè richiedevano a compenso, al posto di onorificenze varie (arrivate alla fine alla proposta di una elargizione di 100 sterline), un visto per il Lamberti-Bocconi onde poter seguire, per alcuni mesi, dei corsi di specializzazione in medicina negli ospedali inglesi ed una assunzione in una compagnia aerea estera per l'Allievi!

Si pensi al valore che potevano avere quei documenti, che lasciarono in quelle ore a Como Mussolini costernato per la loro perdita, se ministeri, uffici e apparati inglesi si rimpallarono per circa due anni la questione dell'eventuale compenso!

I "documenti nella cavallina" costituivano un'altra parte di importanti documenti in qualche modo attinenti all'archivio di Mussolini, probabilmente quelli sequestrati nei giorni precedenti a Villa Mantero (forse quelli in possesso di donna Rachele) e poi nascosti in una cavallina ginnica. Non è chiaro se ce n'erano anche altri provenienti da Dongo o simili, comunque questo lotto venne nascosto, su brillante disposizione, non si è ben chiarito se del prefetto Virginio Bertinelli (più probabile) o del comandante della Piazza di Como Raffaele Pinto Cremonesi, (essendone a conoscenza anche il questore Davide Grassi ed il vice questore comunista prof. Ferdinando Cappuccio), in un ripostiglio degli attrezzi e più esattamente nell'imbottitura di una cavallina, presso la Società Ginnastica Comense.

Ebbene, il 22 maggio 1945, un ufficiale britannico del Field Security Service, forse il capitano Malcom Smith alias Johnson, piombò nel magazzino, puntò con precisione il gruppo degli attrezzi, sventrò la cavallina e si portò via tutti i documenti, trasferendoli a Moltrasio nella villa Donegani, già Apraxim, sede del comando speciale inglese![11]

L'"infame baratto" è invece la definizione che può tranquillamente attribuirsi, qualora fosse un giorno accertata con sicurezza, per la vendita di importanti documenti agli inglesi. La riportiamo così come è stata ricostruita, non sappiamo con quanta precisione,[12] dai ricercatori e scrittori storici (vedi soprattutto: Giorgio Cavalleri nel suo Ombre sul lago Ed. Piemme, 1995 dal quale abbiamo ripreso l'episodio).

«Pochissime settimane dopo il soggiorno di Wiston sul lago di Como, i primi giornali che iniziarono a fornire ed accreditare le voci del carteggio furono quelli svizzeri che scrissero chiaramente che l'ex Premier britannico era venuto personalmente a Moltrasio per recuperare dei documenti. Il 28 ottobre del 1945 il settimanale "Voix Ouvrière" di Ginevra uscì con una illustrazione a tutta pagina nella quale si vedeva Churchill seduto davanti a un caminetto intento a gettare delle carte nelle fiamme (…) Infatti, precedentemente, il sabato 15 settembre, due esponenti del servizio inglese (uno era forse il solito capitano Malcom Smith, alias Antony Johnson) si incontrarono, nel pomeriggio, alla periferia di Como, forse presso l'allora trattoria "la Pergola", con un individuo (…) L'incontro era stato precedentemente concordato e gli esponenti del Field Security Service ottennero finalmente quanto da tempo cercavano con insistenza. Il loro interlocutore era lo spregiudicato segretario federale del PCI comasco, Dante Gorreri, detto Guglielmo, definito dagli stessi compagni come "il padrone". Egli aveva con sé un pacchetto nel quale si trovavano gli originali di 62 lettere che, prima dello scoppio del conflitto Churchill aveva inviato a Mussolini. Gli ufficiali inglesi ne entrarono in possesso in cambio di duemilioni e cinquecento mila lire che consegnarono all'esponente comunista in un pacco confezionato con carta da giornali. Per ogni evenienza Gorreri aveva cercato di cautelarsi, conservando le copie del carteggio che era stato rinvenuto nelle due borse che il Duce aveva con se il 27 aprile. Il mandante dell'assassinio della "Gianna" (Giuseppina Tuissi) non poteva immaginare che, pochi mesi dopo, qualcuno le avrebbe asportate da quel nascondiglio "super segreto" nel quale le aveva riposte (si riferisce a Carissimi-Priori - N.d.R.)».

Non esenti da critiche, ed in questo caso anche con l'aggravante del tradimento, sono poi coloro che, fascisti o membri della FFAA o servizi della RSI, ebbero l'incarico da parte del Duce o di chi per lui, di mettere al sicuro parte di quel carteggio, ma anni dopo hanno invece finito per barattare e cedere in qualche modo quanto in loro possesso.[13]

Del resto come meravigliarci di questo comportamento, quando quasi tutto il neofascismo italiano, persa e finita la guerra e la guerra civile, subì in pochissimo tempo una profonda trasformazione ideologica e politica in senso filo occidentale, sconfinando addirittura in forme di collaborazionismo attivo e spesso criminale con i servizi segreti americani e sionisti ?

Trasbordo questo, per i neofascisti, di pensiero e di idee i cui prodromi già si erano visti in alcuni ambienti della RSI (in particolare la Decima Mas di Borghese) o in varie personalità di governo repubblicano chiamate alle loro cariche da Mussolini, per necessità di Stato e capacità tecniche e politiche, ma certamente non fascisti in senso stretto. Ma il passaggio diretto, armi e bagagli, all'ex nemico si realizzò immediatamente dopo l'aprile del 1945, ed in qualche caso addirittura prima, quando l'OSS americano arruolò, per diverse utilizzazioni funzionali agli interessi occidentali (tra le quali le operazioni di mafia in Sicilia e le prime strutture clandestine anticomuniste che portarono poi alla famigerata Gladio), alcuni ufficiali e membri della RSI.[14]

Ma la vera trasformazione in senso filo americano e destrista, di tutto l'ambiente neofascista, avvenne alla fine degli anni '40, dapprima con la nascita, di ispirazione massonica e sotto stretta osservanza del governo democristiano di allora, del MSI e poi con la creazione di molti gruppuscoli, cosiddetti extraparlamentari i cui dirigenti erano controllati ed ispirati dal SIFAR-SID o dal Ministero degli Interni e quindi subordinati agli interessi della NATO.

 

Italiani brava gente

D'altronde quello della bassezza morale e civile dell'italiano è un discorso che purtroppo coinvolge l'intero popolo italiano così come coinvolgeva tutti gli italiani, nella comune responsabilità, il tradimento dell'8 settembre.

Lo stesso Mussolini fu buon profeta, anche se non immaginava mai quello che poi sarebbe accaduto nella razzia e nella sparizione dei documenti, quando ebbe a dire per telefono al ministro Paolo Zerbino il 25 marzo 1945 e riferendosi alle carte appena fatte duplicare: «... bisogna in ogni modo impedire che anche una piccola parte possa cadere in mano a gente che abbia grande interesse a distruggerle o a nasconderle. La gente a cui alludo sono i molti italiani che non hanno esitato ad allearsi ai veri nemici dell'Italia, per poter avere buon gioco vent'anni dopo. Figuratevi se questi pensano di fare qualcosa per l'onore delle armi italiane o di muovere un dito per il prestigio nazionale, questi straccioni non hanno fatto altro che tradire nel nostro Paese e all'estero!».

 

Come ebbe giustamente a rilevare Maurizio Lattanzio nella sua analisi del popolo italiano preso in senso generale:[15]

«Gli italiani sono una composita mistione etnica, ovvero il limite degradato raggiunto da un costante processo di decadenza (o "putrefazione" ?) razziale conseguente -sul piano storico- alla scellerata fusione (che evoca un ordine di cause metastoriche ...) intervenuta nel corso dei millenni tra le primordiali razze ario-boreali che fonderanno la civiltà di Roma, e, dall'altra parte, lo strato etnico pre-ario pelasgo-mediterraneo e la razza degli schiavi levantini che, all'epoca del Basso Impero, Roma importerà dall'Oriente. L'informe poltiglia costituita dall'umanità mediterraneo-levantina subirà quindi le periodiche invasioni di razze più forti. Essa reagirà defilandosi e assumendo un atteggiamento di obliquità etnica posta al servizio di materiali ed utilitaristiche esigenze di sopravvivenza. L'italiota furbo è dunque un detrito razziale stratificatosi durante plurisecolari esperienze di scaltro servilismo. Di qui la tortuosità -scrive Adriano Romualdi-, l'arte di mentire e destreggiarsi [cioè] la tipica caratteristica di una razza di sottomessi, il marchio impresso sulla schiena di un'umanità di second'ordine. Il furbo, il trafficante accorto e servile pronto ad umiliarsi e a scansare i pericoli è, nel quadro di una morale aristocratica, il cattivo per eccellenza... Quando il fascismo cercherà di plasmare la Nuova Italia avviando il processo rivoluzionario che avrebbe dovuto condurre alla formazione dell'uomo nuovo, la razza sfuggente si sottrarrà all'impegno, rivelandosi razzialmente inadeguata in rapporto alle alte tensioni, che il Duce tenterà di innescare nell'esangue corpo della società italiana... Il Führer identificherà il dramma interiore del Duce: "L'Italia si era riallacciata alle ambizioni di Roma. Essa ne aveva le ambizioni, ma non le altre caratteristiche - un anima fortemente temprata e la potenza materiale"».

Fin qui il Lattanzio, ma possiamo anche aggiungere gli altri tipici difetti caratteriali degli italiani, difetti comunque un po' comuni a molte nazioni latine: la retorica nel linguaggio, l'uso di frasi roboanti e spavalde, non suffragate da altrettanta decisione e potenza militare, la faciloneria, l'impulsività che porta all'eccessiva esaltazione nei momenti di successo per passare poi all'estremo abbattimento e denigrazione nei momenti di sconfitta, la facilità nel saltare il fosso per salire sul carro dei vincitori, ecc.

Insomma, e non per niente, la nostra cinematografia ci ha reso magnificamente il ritratto dell'italiano tipo, un ritratto nel quale la gran maggioranza della popolazione si è sempre rispecchiata e riconosciuta: quello del Sordi, di Manfredi, del Gassman, in un certo senso anche di Totò, ecc., ovvero quel tipo umano borioso e spaccone con i deboli e umile e servile con i forti; in pratica un pusillanime e un cialtrone, anche se bonaccione, che poi alla fin fine magari si riscatta grazie alle sue doti di buon cuore, o grazie anche ad un gesto impulsivo di eroismo, ma che, tutto sommato, resta per quello che in realtà è sempre stato: un vile ed un voltagabbana.

Certamente ci sono nell'italiano anche esigue minoranze che non si identificano in questo quadro caratteriale ed esistenziale così negativo e sono poi quelle che, proprio nella prima metà del secolo scorso, ci hanno lasciato fulgidi esempi di eroismo e dedizione, ma queste individualità non possono cambiare il quadro d'insieme del nostro popolo.

Così come non possono cambiarlo alcuni lati positivi dell'italiano, resi quasi a compensazione delle sue carenze morali, vedi per esempio, la genialità, la laboriosità, la bravura e l'efficienza manageriale, il saper reagire con vigore quando viene messo alle corde, ecc.

Proprio su queste minoranze e su questi aspetti positivi dell'italiano, Mussolini, aveva fatto conto per elevare l'Italia ad un ruolo ed un rango storico di tutto rispetto, ma purtroppo, come la storia ha dimostrato, esse non furono sufficienti per proseguire in questo duro cammino.

 

Morte Mussolini: la grande impostura

Sorvolando su le palesi bugie e le assurdità presenti nelle relazioni e nelle testimonianze che si riscontrano, nella retorica resistenziale, per l'uccisione di Benito Mussolini e Claretta Petacci, qui non oggetto del presente argomento e, senza quindi entrare in tutte le incongruenze presenti in quella mendace versione, vogliamo evidenziare una osservazione:

È noto che i tre supposti diretti partecipanti, presenti a quella fucilazione (Walter Audisio, "Valerio"; Aldo Lampredi, "Guido"; e Michele Moretti, "Pietro" - N.d.R.), hanno attestato o testimoniato, negli anni, quanto segue:

a) Audisio descrisse un Duce, nell'atto di essere fucilato, tremante, pavido, immobile, incapace di dire e fare alcun chè (tranne, biascicare frasi oltretutto improbabili e senza senso);

b) per Lampredi, invece il Duce, dopo essersi scosso da questa inanità, aprendosi il pastrano, griderebbe: «Mirate al cuore!» e scrive Lampredi (nella sua famosa Relazione al partito del 1972), che di questo ne è al corrente anche Michele Moretti che si impegna a tacerlo);

c) Moretti, invece, molto tempo dopo, negli anni '90, confesserà che vide il Duce non troppo sorpreso di essere fucilato e quindi lo sentì gridare con foga: «viva l'Italia!»).

E si badi bene, questi tre soggetti, sono a pieno titolo all'interno della cosiddetta versione ufficiale di quella morte, sono sempre stati testimoni riconosciuti e gratificati da tutta la storiografia resistenziale!!! [16]

 Puntualizziamo adesso meglio la definizione degli archivi segreti del Duce al fine di chiarificare meglio tutta questa questione.

 

 

Archivi e Carteggio segreto di Mussolini

Come ben sintetizza F. Andriola nella prima edizione del suo libro, con la comune denominazione di "Archivio della Segreteria particolare del Duce", si raggruppavano una immensa mole di documenti che poi si dipartivano in tre sezioni ognuna con una organizzazione a sè stante. Due archivi affatto diversi costituivano l'archivio ordinario e quello riservato. A questi, dal 1934, si era aggiunto l'archivio militare segreto.

In generale trattasi di numerosissimi e svariati documenti, appunti, lettere, rapporti, informative, ricevute, dossier, ecc., di diversa natura: pubblici, privati, personali, politici, economici, militari, ecc., in parte ereditati, ma soprattutto raccolti o conservati nel corso degli anni da Mussolini e a suo tempo ubicati in luoghi differenti.

In questa nostra ricostruzione comunque ci interessano, più precisamente, gli incartamenti relativi a quella diplomazia sotterranea e parallela che intercorse con Churchill al momento dell'entrata in guerra dell'Italia ed eventualmente nel periodo successivo.

Fino al 1941 tutti i dossier della Segreteria del Capo del Governo stavano al Viminale, ma durante i mesi estivi venne fatta una divisione: l'ordinario restò al Viminale (requisito dagli Alleati che presero Roma nel giugno del '44), mentre la parte riservata e soprattutto quella militare fu trasferita a Palazzo Venezia.

Assunto il potere, dopo il 25 luglio del 1943, il governo Badoglio incaricò il Comando Supremo, con un ordine del generale Giuseppe Castellano, di requisire alcune casse dell'archivio segreto e le trasferì a Palazzo Vidoni. In seguito il ministro della Real Casa duca Pietro Acquarone fece prelevare i fascicoli riservati e personali di Casa Savoia.

Dopo l'8 settembre, in ogni caso, anche i tedeschi ebbero modo di entrare in possesso di parecchi documenti di questo archivio.

Durante la RSI fu invece rintracciato, chiuso in casse, alla stazione Centrale di Milano dove è chiaro che si cercava di portarlo all'estero, parte dell'archivio militare segreto.

Infine l'archivio in qualche modo raggruppato fu fatto trasferire al seguito di Mussolini a Villa Feltrinelli a Gargnano sul Garda dove rimase sotto il suo controllo fino alla fine della repubblica.

Quando Mussolini lasciò Gargnano, la sera del 18 aprile, molti documenti furono portati via, in quell'occasione e nei giorni successivi, ma altri restarono sul posto e furono poi presi dagli Alleati. La sera del 25 aprile 1945, durante il trasferimento a Como, una parte importante di questo archivio si perse su di un camioncino al seguito della colonna di Mussolini.

Un altra parte, altrettanto importante, venne requisita a Dongo ed è quella oggetto della nostra ricostruzione storica.

Era portata in almeno 4 borse, ovvero in quella trovata sul camion tedesco con il Duce e in una custodita da Vito Casalinuovo, colonnello della GNR addetto alla persona del Duce. Un altra era nella macchina dei Petacci.

Queste borse requisite a Dongo non vennero dettagliate nel loro contenuto, salvo generici accenni fatti in sporadiche testimonianze. Contenuto che poi ebbe in buona parte a sparire nei giorni successivi. Infatti i documenti, passando per il Comando generale del CVL, furono poi spartiti tra i componenti del CLNAI che provvidero a consegnarli, gentilmente, ai diretti interessati: gli Alleati, specialmente quelli di ordine militare o riguardanti nazioni in guerra (anni dopo ne restituirono una certa parte); casa Savoia, personalità varie, strutture istituzionali interessate, ecc. Anche il PCI, non è ben chiaro come e quando, ma entrò in possesso di una cospicua parte di cui poi fece alcune fotocopie.[17]

Ma, oltre a queste tre borse, quasi sicuramente la parte più piccola, ma più importante del carteggio, forse quella con la corrispondenza segreta con Churchill, era addosso a Mussolini stesso, contenuta in una piccola borsa di pelle marrone, tipo busta, di circa 25 cm.

In questo senso ci sono varie testimonianze, tra cui quelle importantissime e decisive di Pietro Carradori, il suo attendente addetto alla sicurezza, che ne conferma l'esistenza precisando che il Duce non la lasciava mai e soprattutto di Elena Curti che la vide in mano a Mussolini proprio nella famigerata autoblinda ferma a Musso il 27 aprile '45.

In ogni caso, parte di queste documentazioni furono portate a Domaso nella cassaforte della locale filiale della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, ma altre probabilmente sparirono immediatamente e viene naturale additare come responsabili di queste sottrazioni il comandante della 52a Brigata Garibaldi "Luigi Clerici" Pier Bellini delle Stelle Pedro,[18] e il vice commissario Urbano Lazzaro Bill[19] stranamente lacunosi, contraddittori o reticenti nelle loro future relazioni e testimonianze, ed in un momento immediatamente successivo il PCI.

Precedentemente alcuni dossier, non è ben chiaro di quale natura, ma certamente inerenti anche i rapporti con lo statista britannico, erano stati fatti appositamente fotografare e duplicare dal Duce, al fine di utilizzarli, al momento opportuno, per le ragioni del nostro paese e a difesa del suo operato. In parte erano anche stati portati all'estero (come i suoi diari), più che altro in Svizzera, ed altri erano stati affidati in varie mani con l'intento di metterli al sicuro e di renderli pubblici al momento opportuno: cosa che non avvenne, così come sparirono anche i depositi esteri. [20]

Per tutti questi motivi spesso si è costretti a dare la definizione di Carteggio a gruppi o trance di documenti di vario genere e diversa importanza, recuperati in qualche modo ed in vari posti dagli inglesi o spuntati in un secondo momento, frammisti ad un certo numero di falsi, fermo restando il fatto che l'oggetto principale e di estrema importanza storica risiede nei documenti attinenti i rapporti segreti tra Mussolini e Churchill che possono essere costituiti sia dagli originali che dalle fotocopie fatte fare dal Duce o anche da successive copie fotografiche eseguite di seconda mano (per esempio quelle fatte dal partito comunista italiano).

 

L'utilizzo politico degli Archivi riservati

Si sono addossate a Mussolini due accuse tra loro diametralmente opposte: quella morale di aver costituito un archivio riservato, raccolto negli anni, per poterlo utilizzare ricattando ed intimorendo eventuali avversari politici e/o contestatori all'interno del partito e quella di una mancata prassi rivoluzionaria per non aver fatto tabula rasa, procedendo alle necessarie fucilazioni di disfattisti, nemici irriducibili del fascismo e traditori dello stesso.

A parte il fatto che l'uso dell'arma del ricatto e della pressione, attraverso documenti compromettenti per gli avversari è, in politica come negli interessi economici, una consuetudine e, oseremmo dire, una necessità da sempre praticata, le due suddette accuse le abbiamo volute mettere in relazione tra loro proprio perchè si prestano ad una risposta univoca.

Infatti, da questa alternativa non si scappa: o Mussolini, visto il contesto italiano, avrebbe dovuto procedere ad un massacro generalizzato di tutti gli avversari irriducibili e di tutti i traditori che gli si fossero presentati nel corso della sua rivoluzione e durante gli anni di regime dittatoriale (finendo per restare praticamente da solo!) o all'inverso avrebbe dovuto, come in effetti ha fatto, utilizzare ogni altra forma di lotta politica, anche quella costituita da pressioni e intimidazioni, per mantenersi al potere. In Italia la via rivoluzionaria scelta da Mussolini, connaturata alla sua intima natura non sanguinaria, fu evidentemente la seconda, quella politica.

Le leggi della Storia non ammettono debolezze; la dinamica politica dimostra inoltre che quando una componente, in lotta con altre, si indebolisce o è in forti difficoltà, da queste altre viene inevitabilmente fagocitata: nulla resta statico né in equilibrio. Importanti sono il potere delle idee e della convinzione, ma in certi momenti solo la disponibilità della forza, di qualunque natura sia (tra cui a volte, purtroppo, anche la corruzione) può ristabilire i precedenti equilibri o imporne di nuovi.

Chi finge di indignarsi, non solo dovrebbe considerare a come vengono risolti gli attriti e i contrasti irriducibili nei paesi dove vigono vere e spietate dittature, ma anche quello che accade nei paesi democratici, dove oltre alla corruzione più sfrenata, quando non basta, si ricorre alle intimidazioni attraverso gli attentati, allo stragismo fatto con le bombe, ai delitti impuniti e silenziosi o camuffati attraverso i servizi segreti!

Mussolini, adeguandola alla natura dell'Italiano, cioè ad tipo umano dal carattere non certamente irriducibile, si può dire che ha de-cruentizzato la rivoluzione,[21] limitandosi all'uso di qualche manganellata e di qualche anno di confino (oltretutto neppure costituito da dure privazioni) ed appunto al deterrente di essere a conoscenza di tanti squallidi segreti per conoscere i quali venne a suo tempo costituita l'OVRA.[22]

Addirittura ex suoi avversari, che ne avevano attentato la vita, come il massone Tito Zaniboni risultò, dalle documentazioni in archivio, di aver beneficiato di generosi aiuti per la figlia. E non era questo, certamente un episodio isolato, anzi. Come non sono stati episodi sporadici le grazie ed i salvacondotti concessi a molti, troppi, avversari o ex avversari durante la RSI, salvandogli in tal modo la vita.

E quanti noti antifascisti, soprattutto fuoriusciti, finirono per essere confidenti dell'OVRA, tanto che già nella prima riunione del consiglio dei ministri nel dopo liberazione, affrontando questo argomento in via riservata, si pensò bene, tutti d'accordo compresi i comunisti, di non rendere noti gli elenchi dei confidenti.

Non utilizzando il sangue, Mussolini si riservò comunque di utilizzare, all'occorrenze, le carte riservate.

Del resto, diciamola tutta: a nostro avviso, considerando la bassezza morale e caratteriale dell'Italiano, un Mussolini che avesse incarnato in sè stesso le attitudini rivoluzionarie violente e fatte di pochi scrupoli, addirittura di un Hitler e uno Stalin messe insieme, avrebbe praticamente dovuto riempire all'inverosimile i cimiteri di tutta Italia e forse con scarsi risultati. [23]
 

Relazione tra cause della guerra e contenuti del carteggio

Se oggi, a oltre sessanta anni dalla fine della guerra[24] non possiamo ancora fare chiarezza sulle esatte motivazioni che spinsero il nostro paese al conflitto, nonché su gli avvenimenti che lo determinarono, lo dobbiamo anche e soprattutto a coloro che vendettero senza vergogna il carteggio di Mussolini agli inglesi, perchè proprio da quelle carte c'era la possibilità e l'utilità, di conoscere la verità sul nostro intervento in guerra.

È per colmare, fin dove possibile, questa lacuna di conoscenze storiche, che oltretutto sono state stravolte e mistificate da oltre mezzo secolo di menzogne e luoghi comuni, che abbiamo realizzato questo lavoro.

In senso stretto ci riproponiamo quindi di fare chiarezza, in particolare, su i contenuti del carteggio Mussolini-Churchill e su gli scopi e la funzione per le quali Mussolini intendeva servirsene.

Ma cercheremo anche di far luce su le cause ed origini che portarono alla seconda guerra mondiale e soprattutto all'intervento italiano perché, in mancanza di carte scritte, è solo nel quadro storico d'insieme di quel periodo, nel succedersi frenetico degli avvenimenti e nelle strategie geopolitiche e belliche dei contendenti, che è possibile dare una risposta abbastanza veritiera e coerente su i contenuti del carteggio.

Purtroppo, in mancanza di carte scritte, appartenenti al carteggio in oggetto, soltanto inquadrando ed interpretando le vicende storiche che portarono a questo scambio epistolare, a questa diplomazia sotterranea e parallela, tra Mussolini e Churchill, soltanto sottoponendo al vaglio di una logica coerente, i fatti, le testimonianze e le deduzioni degli storici, è possibile avanzare delle concrete ipotesi sul loro contenuto.

E questo anche se, spesso, la ricerca di particolari verità nelle vicende storiche, attraverso l'uso di sillogismi e logiche deduttive può generare, la messa in circolazione di ipotesi campate in aria o inverosimili (soprattutto se interessi di scoop editoriale vi girano attorno).

Renzo De Felice, forse il massimo storico italiano, si dichiarò convinto che i servizi inglesi abbiano spinto, se non incitato, i partigiani a eliminare Mussolini affermando testualmente (ed in questi casi non si pronunciava mai a sproposito o con superficialità):

«La documentazione in mio possesso porta tutta ad una conclusione: Benito Mussolini fu ucciso da un gruppo di partigiani milanesi su sollecitazione dei servizi segreti inglesi. C'era un interesse a far sì che il capo del fascismo non arrivasse mai ad un processo. Ci fu il suggerimento inglese: "fatelo fuori!", mentre le clausole dell'armistizio stabilivano la consegna. Per gli inglesi era molto meglio se Mussolini fosse morto. In gioco c'era l'interesse nazionale legato alle esplosive compromissioni contenute nel carteggio che il premier britannico Churchill avrebbe scambiato con Mussolini prima e durante la guerra».[25]

Precedentemente nel famoso saggio pubblicato, sempre nel 1995 in "Rosso & Nero", il De Felice, dopo aver affermato che la storia della RSI era ancora imperscrutabile perchè inquinata dal lavorio di troppi Servizi Segreti stranieri:

 «C'erano persino gli svizzeri, oltre agli inglesi, ai tedeschi, agli americani …», aggiunse a precisazione: «Fu molto facile per gli inglesi evitare (...) che gli americani mettessero le mani sul Duce. Fecero tutto i partigiani. Ma fu un agente dei servizi inglesi, italiano di origine,[26] che li esortò a far presto a chiudere in fretta la partita».

De Felice aveva anche affermato che gli inglesi avevano praticamente ispirato ed istigato i settori più oltranzisti del CLNAI affinché eliminassero alla svelta Mussolini onde evitare che fosse consegnato vivo agli Alleati come previsto dalle clausole armistiziali.

Lo storico aveva quindi preannunciato un imminente studio in merito.

Di li a non molto, purtroppo, lo scrittore è deceduto e tutto è rimasto incompiuto.

 

Storiografia deduttiva, pregi e difetti: un esempio istruttivo, il 25 luglio

Visto che, in mancanza di documenti ufficiali, in questa nostra ricostruzione storica dovremo spesso fare uso di una certa logica deduttiva per poter spiegare fatti ed eventi apparentemente strani o contraddittori o comunque altrimenti inesplicabili o spiegati in modo mistificatorio, dobbiamo però, come già accennato, avvertire il lettore che questo tipo di indagine storiografica, è valido soltanto se non sconfina in voli di fantasia e sia invece ancorato alla stretta cronaca e logica degli eventi effettivamente accertati.

Non di rado scrittori e giornalisti storici, infatti, si sono spesso divertiti a pubblicare nel corso degli anni, delle ricostruzioni apparentemente logiche, ma in realtà totalmente fantasiose.

Consideriamo per esempio il problema del cosiddetto colpo di Stato del 25 luglio 1943 in cui Mussolini, posto in minoranza dal Gran Consiglio del fascismo, venne praticamente messo in condizioni tali da poter essere liquidato dal Re.

Il fatto che non ci siano molti riscontri effettivi su quegli eventi e ci siano invece molte testimonianze contraddittorie ed incomplete, e soprattutto traspare un apparente strano comportamento del Duce, ha fatto sì, che scrittori in vena di sensazionalismo potessero addirittura avanzare l'ipotesi che il Duce abbia volutamente e sottilmente agevolato il voto contrario del Gran Consiglio (chi dice per defilarsi da una guerra oramai persa, chi dice per aver mano libera a mettere in piedi una strategia di sganciamento dalla Germania, senza eccessivi rischi, ecc.).

Se storici come il De Felice, per fortuna non si sono prestati a questi giochetti, soprattutto perché la logica e gli elementi di riscontro ad oggi accertati escludono a priori ipotesi fantasiose ed hanno, tra l'altro, ben evidenziato che nella seduta del Gran Consiglio Mussolini, seppur in preda a lancinanti dolori addominali, si batte al massimo delle sue possibilità, altri ricercatori storici come ad esempio il Franco Bandini o il Silvio Bertoldi, che pur vantano altri e importanti meriti nella demistificazione storica del nostro recente passato, hanno invece battuto queste strade, dando l'impressione di voler agitare un certo sensazionalismo da rotocalco, più che una seria ricerca storica.

Una cosa comunque è certa: se all'epoca Mussolini avesse veramente deciso di defilarsi dalla guerra, aggirando a sue spese in qualche modo i tedeschi e venendo così incontro ai settori militari, politici e della corona che proprio questo desideravano, non ci sarebbero di certo stati il 25 luglio ed il suo successivo arresto![27]

Ma stante la situazione militare del momento e il punto in cui era arrivata la guerra, soltanto un criminale avrebbe potuto aderire a questo desiderio.[28]

Testimonianze sulla prigionia di Mussolini a Ponza nell'agosto del 1943, riferiscono che il Duce ebbe a dire al maresciallo dei carabinieri Sebastiano Marini quanto segue:

«L'Inghilterra ha già proposto una pace separata, ma io non ho ritenuto conveniente accettarla per il decoro e l'onore della nazione, senza contare la triste situazione in cui avrei messo il popolo italiano, se si pensa che la Germania, dopo il patto d'acciaio, avrebbe rivolto le armi contro di noi».

Questa importante testimonianza ci dimostra, in un colpo solo, non soltanto l'interesse inglese di addivenire ad un accomodamento con l'Italia (che era stata come vedremo praticamente trascinata in guerra), ma probabilmente a spese e responsabilità di un nostro tradimento verso l'alleato, ma anche il corretto agire di Mussolini vista l'impossibilità pratica di perseguire questa strada.

È vero che l'atteggiamento del Duce, quel giorno e i precedenti, a prima vista può sembrare passivo, molle e non adeguato al pericolo di un colpo di stato che pur da più parti gli era stato preavvisato, ma questo risiede nel fatto, semplicissimo ed evidente, che in quelle condizioni e in quel particolare momento il Duce aveva la sola alternativa di far scivolare la riunione e la prevista sedizione del Gran Consiglio nel modo più indolore e silenzioso possibile: ogni sua decisa reazione e peggio ancora l'uso della forza, anche solo minacciata, avrebbe fatto sicuramente precipitare tutta la delicata situazione, consentendo al Re di togliergli immediatamente quella fiducia che, invece il Duce, sbagliando, credeva di avere ancora.

Si consideri che, in quel momento, i rapporti di forza tra Istituzioni, Forze Armate, Servizi, Polizia e Carabinieri da una parte e Milizia e Partito fascista dall'altra (con i tedeschi impossibilitati a prendere parte per ragioni diplomatiche e militari), pendevano sproporzionatamente dalla parte dei primi, ovvero della Corona.

Del resto non è possibile ignorare una serie di fatti e particolari pur storicamente accertati i quali, già da soli, fanno si che la semplice logica dei fatti escluda categoricamente le ipotesi fantasiose di scrittori in vena di sensazionalismo.[29]

Per esempio:

* il colloquio con Farinacci, all'alba del 25 luglio, poco dopo che si era concluso il Consiglio, nel quale il Duce gli preannunciava che forse ci sarebbe stato bisogno di lui «come ai bei tempi». La reazione di forza, al voto contrario del Gran Consiglio, fu poi logicamente scartata da Mussolini che preferì aggirare la faccenda contando sulla razionalità del Re e la sua non convenienza a far precipitare la situazione;

* la telefonata alla Petacci, sempre all'alba ed alla fine del Consiglio, nella quale, costernato, la mise in avviso che tutto è probabilmente finito e quindi sarebbe meglio che lei si mettesse al sicuro;

* il suo muoversi, in quella giornata domenicale del 25 luglio, alla ricerca di ogni appiglio per ribaltare la situazione (come la lettera che gli arriva da Cianetti con il suo ritiro del voto); [30]

* il fatto di contare sulla notizia, pervenutagli in giornata, che il maresciallo Graziani si sarebbe messo eventualmente a disposizione del Duce per un rimpasto allo Stato Maggiore Generale, tutti indizi questi che attestano la volontà di Mussolini di giocarsi ancora certe carte politiche;

* il fatto certo che Mussolini, nonostante il voto contrario del Gran consiglio, optò per chiedere un immediato, seppur rischioso, incontro con il Re, essendo razionalmente convinto che anche sua Maestà si sarebbe reso conto che non era opportuno defenestrarlo al fine di preparare uno sganciamento, impossibile e pericolosissimo, nei confronti della Germania e che quindi solo Mussolini avrebbe potuto trovare una soluzione alla situazione bellica (magari spingendo ancor più verso Hitler e gli alleati per chiudere il fronte russo o forzando la mano agli inglesi per costringerli, probabilmente dietro la minaccia di svelare eventuali intese segrete intercorse con l'Italia al momento della sua entrata in guerra, ad accettare una proposta di ricomposizione della guerra);[31]

ed infine la moglie, donna Rachele, che lo vide arrivare al mattino a villa Torlonia bianco come un lenzuolo.

 

Alcune testimonianze sul carteggio

Per la storiografia ufficiale, testimonianze generiche, quando non suffragate da attestati precisi, non costituiscono prove concrete sia in un senso che nell'altro, la stessa storiografia non può però ignorare l'assurdità manifesta laddove si riscontra, tra i pochi reperti rimasti agli atti dello Stato italiano o restituiti dagli Alleati, in particolare tra le carte sequestrate a Mussolini a Dongo il 27 aprile 1945, la rimanenza di un cernita eterogenea di documenti, tutti privi di una importanza storica veramente significativa. Al contempo, non solo sono evidenti buchi e mancanze tra questi documenti rimasti (in particolare tra i dossier militari e quelli riferiti ai capi di stato esteri, indice di sicure sottrazioni), ma prendendo atto di quel poco che è rimasto agli atti, soprattutto per i documenti definiti "i documenti della borsa" bisognerebbe affermare che Mussolini, da perfetto imbecille, se ne andò gironzolando da Como a Menaggio e quindi fini a Dongo portandosi dietro più che altro ritagli di giornali, persino qualche poesia e lettere e documenti di secondaria importanza e che a nulla potevano servirgli!

In ogni caso non potendo riportare tutta la mole di testimonianze e resoconti forniti, in tempi diversi, sul carteggio in possesso di Mussolini, ne offriamo qui una sintetica panoramica di testimonianze per la quale, comunque, non è possibile attestarne l'effettiva verità raccontata, ma soprattutto è difficile capire quanto esse risentono di speculazioni politiche del momento.

In particolare, mentre da parte partigiana, oltre al fatto che vi si trovano elementi che, di fatto, cedettero o vendettero il carteggio agli inglesi e quindi avevano tutto l'interesse a tacere, c'era anche la tendenza ad esagerare ruoli e avvenimenti di quel periodo e comunque molti diretti interessati risultarono sempre omertosi, se non palesemente mendaci, sulle vicende della morte di Mussolini, sulla razzia del cosiddetto Oro di Dongo e sulla sparizione dei documenti del Duce.

Dall'altra parte invece, per molti cosiddetti ex fascisti,[32] nel dopoguerra trasbordati nella sponda del destrismo atlantico, è difficile discernere quanto, nelle loro testimonianze, risente di un pretestuoso anticomunismo ed anti sovietismo di comodo.

Molti ex fascisti o pseudo tali, infatti, dopo essersi salvati dalla fucilazione, li ritroveremo ben introdotti nell'editoria e nella greppia parlamentare che il sistema democratico offrì loro nel dopoguerra. E questi soggetti, che ebbero la ventura di conoscere il Duce e di partecipare agli avvenimenti della RSI, in perfetta sintonia con la loro conversione para democratica ed occidentale, si trovarono subito a loro agio con la nuova era democratica e nella pratica dell'anticomunismo. Non è peregrino affermare che, nel clima della guerra fredda, all'uopo adattarono molti loro ricordi.[33]

Se a questi, partigiani e/o pseudo fascisti che siano, si aggiunge tutta quella editoria semi scandalistica, sempre in cerca di scoop editoriali, che ebbe il merito, ma anche il demerito, di far emergere testimonianze ed attestati, spesso di dubbia provenienza e verità, vediamo come sia oltremodo difficile, tanto più oggi ad oltre 60 anni da quegli avvenimenti, di poter fare affidamento su quanto è stato relazionato e pubblicato con estrema leggerezza e pressappochismo.

Tante testimonianze e ricordi, infatti, sono purtroppo stati raccolti nel dopoguerra o in periodi successivi, più che altro da giornalisti da rotocalco o ricercatori storici sui generis, senza averle potute approfondire e tra l'altro spesso modificate o ritrattate dagli stessi testimoni. Testimoni, alcuni dei quali, con il tempo risultarono in evidenti contraddizioni.

L'unica cosa che può essere portata a sostegno di molte testimonianze concernenti l'esistenza di un carteggio Mussolini-Churchill, è il fatto che esse si riscontrano e si inquadrano perfettamente con altre attestazioni e conoscenze dei fatti.

Fatta questa avvertenza, comunque, vediamo alcune di queste testimonianze, cominciando da quelle di parte partigiana e sottolineando però anche il fatto che, da altre testimonianze o particolari vari, si riscontra che molti di questi soggetti della resistenza furono al tempo, in un modo o nell'altro, collusi con l'Intelligence Service inglese.[34]

 

Testimonianze della Resistenza

* Urbano Lazzaro, Bill che fu presente al momento del fermo di Mussolini a Dongo, parlando di una borsa di Mussolini, ivi requisita quel pomeriggio del 27 aprile '45, ma sottacendo la ben più importante piccola borsa di pelle "a busta" che probabilmente il Duce teneva con se sotto la giacca, ebbe a raccontare che, mentre si accingeva ad aprirla, Mussolini gli fermò il braccio dicendogli sottovoce: «Guarda che questi documenti sono molto importanti per il futuro dell'Italia». In altro ambito lo stesso ebbe a dettagliare genericamente il contenuto di questa e/o altra borsa da lui fatte custodire nel municipio di Dongo, ed è significativo che non accenni ad un dossier su Churchill. Secondo lui c'erano: «… un fascicolo blu, legato con nastro azzurro, reca la scritta "Affidata a Benito Mussolini. Segreto". Esso contiene, oltre i rapporti sulle attività partigiane in varie zone, documenti sulla situazione di Trieste, ritagli di giornale su un possibile passaggio di famigliari di gerarchi in Svizzera. Quindi un carteggio su Hitler, il processo di Verona ed uno su Umberto di Savoia contenente rapporti segreti su la vita omosessuale di Umberto».

Nei libri da lui in seguito pubblicati però ed anche in successive interviste perorò, con il suo dire e non dire, la versione circa la presenza di un carteggio Mussolini-Churchill non specificando bene dove era detenuto. I comunisti, tirati spesso in causa, circa varie sparizioni e sottrazioni eseguite a Dongo, rimpallarono le accuse su di lui accusandolo di aver sempre mentito in particolare sulla storia delle borse del Duce.

 

* Michele Moretti, Pietro,[35] (considerato dalla mendace versione ufficiale sulla morte di Mussolini, uno dei partecipanti alla fucilazione) in un polemico e violento articolo scritto su "la voce di Como" del 1 luglio 1948, titolato "Falsi e turlupinature", smentì le versioni, relative alle vicende di Dongo ed all'arresto del Duce, rilasciate da Pedro e Bill (Bellini e Lazzaro) da lui definiti avventurieri (tra l'altro i due erano già stati accusati dal Moretti di «far la bella vita, spendendo e spandendo all'albergo Barchetta di piazza Cavour, dove rimasero fino all'estate del 1946 rilasciando interviste da consumate stars»). Il Moretti scrisse anche che i documenti del carteggio Churchill-Mussolini erano stati trasportati a Villa Miglio (a Domaso). Nota era comunque l'omertà del comunista Pietro, che tra l'altro aveva partecipato al traffico dei documenti razziati dal PCI e si rimpallava le accuse e le responsabilità con gli altri partigiani, ma in questa sede quello che interessa è la sua implicita rivelazione sull'esistenza di un carteggio riguardante Churchill.

 

* Il partigiano Lorenzo Bianchi, Renzo, prima asserì e poi in parte ritrattò, di aver visto, dentro le borse di Mussolini requisite a Dongo, una cartellina riguardante il carteggio con Churchill. Egli comunque, in una dichiarazione giurata rilasciata a Como il 10 aprile del 1947, affermò: «Il giorno 28 aprile 1945, intorno alle ore 3 del pomeriggio, il signor Lazzaro Urbano depose su un tavolo presso il quale io stavo seduto, nella Sala degli Specchi del Municipio di Dongo due borse, dicendomi testualmente di "non consegnarle a nessuno all'infuori di me". Si allontanò dalla sala essendo stato chiamato. Nel frattempo io aprii una delle borse e trassi una papeletta rosa legata con un nastro. Su detta papeletta erano scritte varie parole in lingua italiana, forse sei o sette, tra le quali risultava il nome "Churchill" . Le parole tra le quali era il nome "Churchill" non le ricordo. È falso quanto è stato pubblicato da "Milano Sera" che io ho dichiarato che sulla predetta papeletta era scritto: "Carteggio o Documenti Churchill", ovvero "Corrispondenza con Churchill"». Si sostiene che a guerra finita fu premiato mandandolo a lavorare al casinò di Campione d'Italia come crupier pagato in franchi svizzeri. Si dice anche che prima di morire avrebbe lasciato un memoriale da rendere pubblico, ma solo dopo la morte del figlio. Anche una relazione non firmata e non datata, ma probabilmente di fine anno 1945 o del 1946, pervenuta al PCI e resa nota solo nel 1996, attestava il fatto che il Lorenzo Bianchi, assieme al signor Venini di Domaso ebbero modo di vedere, nel municipio Dongo, il 28 aprile '45 due borse di colore diverso e contenenti un fascicolo riguardante Churchill (erano, probabilmente, le borse requisite a Marcello Petacci).

 

* Un altro partigiano Aldo Castelli, Pinon affermò che, assieme all'altro partigiano Stefano Tunesi, detto Primula Rossa, ebbero in mano per qualche ora le borse attribuite al Duce e requisite a Dongo, prima del loro trasferimento alla banca di Domaso. Il Castelli scrisse nel suo diario: «Demmo un occhiata a detti documenti di sfuggita e notammo diversi fascicoli su cui era scritto: "Corrispondenza Mussolini-Churchill", "Mussolini Principe di Piemonte", "Entrata in guerra", "Intervento in Spagna", "Processo di Verona". Volevo leggere attentamente tutto, ma non essendo all'altezza di comprendere certe cose tralasciai, dato anche che in quel momento avevo altri compiti più importanti».

 

* Ercole Botta, comandante del distaccamento Borsi della 52a Brigata Garibaldi, vide, almeno in parte, il contenuto delle borse in pelle, considerate del Duce e requisite a Dongo, e lo raccontò al fratello Alberto. Alberto Botta affermò infatti che il fratello gli disse che queste borse custodite da Stefano Tunessi e Urbano Lazzaro Bill, riguardavano un carteggio tra Mussolini e Churchill ed un fascicolo su Umberto di Savoia. In alcune carte ci sarebbe stato un invito di Churchill a Mussolini di attaccare la Francia.

 

* Ed infine, Sandro Pertini, socialista e futuro presidente della Repubblica italiana, anche se non presente a Dongo il 27 aprile '45, ma certamente informato dei fatti, ebbe a raccontare: «Nella borsa che Mussolini teneva con sé con tanta cura si dice che ci fossero lettere di Churchill, che Churchill aveva scritto a Mussolini prima della guerra e durante la guerra, questa è la cosa grave... Ora io credo che questo corrisponda a verità perché poi furono inviati dal governo inglese emissari qui in Italia, penso direttamente da Churchill, per venire in possesso di questa borsa. Anche io fui avvicinato da un uomo del comando inglese che mi chiese se per caso avevo notizia di questa borsa e di quello che conteneva. Io risposi di no perchè in realtà non venni mai in possesso di questa borsa».[36]

 

Testimonianze della RSI e tedesche

* Alfredo Cucco, famoso oculista, al tempo della RSI sottosegretario alla cultura ed Ermanno Amicucci, al tempo direttore del "Corriere della Sera", ebbero a confermare gli incontri di Mussolini con emissari inglesi, pur non essendo precisi sui luoghi e le date d'incontro, ma attestarono, e questo è molto importante, che (per Cucco solo in un secondo momento, mentre per Amicucci da sempre) tali incontri avevano il consenso di Hitler.

 

* George Zachariae, medico tedesco (si badi bene, un tedesco inviato in Italia da Morel il medico di Hitler) ricordò che, forse nel dicembre 1944, Mussolini dopo avergli esposto e riassunto la storia della sua personale conoscenza con Churchill, disse anche: «A lei posso dire: (...) anche durante la guerra io ho reso noto diverse volte al governo tedesco che ero sicuro di poter addivenire ad un accordo ragionevole con l'Inghilterra (…) io ero pronto a intraprendere un simile passo, a farmi promotore di un incontro con Churchill. Hitler non vuole, preferisce dare ascolto a quell'incapace di Ribbentrop, il quale si è sempre opposto ad un mio intervento politico nella seconda fase della guerra. E si che non può davvero andar fiero dei suoi successi!».[37]

 

* Eugenie Dollmann,[38] colonnello delle SS, uno dei più stretti collaboratori del generale delle SS Karl Wolff,[39] impegnato nello spionaggio in Italia, era ben informato circa le carte di Mussolini: «Secondo me Churchill aveva abbastanza ragione di difenderlo (a Mussolini - N.d.R.) e Lui si fidava, questo ho capito. Lui non parlava direttamente, ma diceva: la mia amicizia con Churchill è tanto forte, sappiamo tante cose insieme (...) Ci sono delle lettere firmate "Carissimo amico mio", ecc. ecc.».[40]

 

* Dino Campini, ex segretario particolare del Ministro dell'Educazione Nazionale della RSI Carlo Alberto Biggini (a cui Mussolini aveva consegnato una copia del carteggio affinché il ministro, esperto in questo genere di ricostruzioni storiche, potesse preparare una memoria storica per l'Italia e che poi ovviamente sparì nel nulla[41]), riferì che una lettera del carteggio poteva interpretarsi come un invito all'Italia a scendere in guerra a lato della Germania prima che iniziassero le trattative di pace per le quali l'Inghilterra avrebbe gradito l'appoggio di Mussolini filo inglese più che filo tedesco. Lo stesso Campini in altra occasione ebbe argutamente ad osservare: «Se i fatti consentono interpretazioni, se è valida la catena delle cause e degli effetti, si deve ammettere che l'Italia cominciò la guerra non per farla, ma soltanto per inserirsi in un gioco politico». [42]

 

* Filippo Anfuso, già ambasciatore della RSI a Berlino, ma in quel momento sottosegretario agli esteri, riferì un suo ricordo che va a confermare tanti dettagli che conosciamo in merito al triangolo Mussolini, Hitler, Churchill e le speranze dei primi due, soprattutto Mussolini, per addivenire ad un accordo di tregua. Scrisse Anfuso che alla fine di marzo 1945 un amareggiato Mussolini ebbe a dirgli: «Sino a qualche tempo fa credevo possibile una mia mediazione presso Churchill. Adesso quando si parla ad Hitler dell'Inghilterra pare che venga morso dall'aspide».

 

* Ricorda Nino D'Aroma,[43] al tempo direttore dell'Istituto Luce, che Mussolini a metà febbraio del 1945, gli chiese se fosse possibile eseguire un certo lavoro: «Tra quattro giorni ho più di 200 documenti, riservati, personali, da confidarvi. Bisognerà farli fotografare da gente di sicura discrezione». Sia pure genericamente il Duce ebbe a specificare: «Trattasi di un grosso carteggio con capi di governo e di delicati ed esplosivi documenti che in prossimo avvenire potrebbero essere carte risolutive per il gioco politico internazionale del nostro paese».[44] Di fronte alla constatazione del D'Aroma che, dati i tempi, non era oramai più possibile contare su personale di assoluta fiducia e d'altronde, a richiesta di Mussolini se qualcuno del personale potesse conoscere l'inglese, il D'Aroma aveva risposto che non poteva garantire che almeno uno non lo conoscesse, Mussolini rinunciò a farli fotografare presso l'Istituto Luce, optando per altre soluzioni tra cui, sappiamo con certezza, quella del Ministero degli Interni tenuto da Paolo Zerbino.[45] Successivamente D'Aroma ebbe a rivedere Mussolini che gli disse: «Ho affidato tutto e porterò ogni cosa in Svizzera, a una persona che voi stimate altamente come gentiluomo, come amico nostro e dell'Italia (…) In questi mesi ho studiato molto l'animo di Hidaka, l'ambasciatore del Giappone (…) Ebbene egli è un vero gentiluomo. Mi pare di aver scelto benissimo. Il suo passaggio per la frontiera non desta allarme a nessuno, quale che sia il bagaglio che lui accompagna. A tempo opportuno, superato il periodo di lotta e di persecuzione, queste carte devono assolutamente vedere la luce. Ieri ho comunicato a Biggini le stesse cose che voi sapete. Ancora una terza persona, che è un mio famigliare[46] è al corrente di questo espatrio importantissimo di documenti da me predisposti. Ora mettiamoci una pietra sopra e auguriamo una buona sorte a questa cautela che vuole essere la difesa nostra e dell'Italia, domani».

Ed infatti D'Aroma ricorda che, tempo dopo, incontratosi con l'ambasciatore giapponese, questi ebbe a riferirgli: «Sono stato in Svizzera e sono lieto di dire a voi che siete un suo fido, che egli è stato contento di me. Mi capite?».

Sempre a D'Aroma, ai primi di marzo del '45, riferendosi alla missione affidata ad Hidaka, Mussolini ebbe ad esprimersi così: «Ricordatevi, qualunque cosa avvenga, segreto assoluto fino a quando durerà la tempesta. Poi memoria e decisione …».

Non è possibile stabilire con certezza assoluta dove siano invece andate a finire, a guerra conclusa, queste carte: una cosa è certa: sparirono nel nulla!

 

* Angelo Tarchi[47] ministro dell'Economia Corporativa nella RSI, racconta che a marzo del 1945 Mussolini gli confidò: «Churchill, al quale d'intesa con il Führer, avevo proposto di rivolgere le armi contro la Russia, ponendo al di fuori la mia persona, purché fosse attuato un fronte comune, si è rifiutato (...) Lo sanno benissimo gli inglesi, lo sa soprattutto Churchill perchè sono entrato in guerra. È l'unico che lo sa!».

Sempre a Tarchi e proprio la sera del 25 aprile 1945 sembra che Mussolini fece un ultimo accenno ai documenti in suo possesso: «Ho qui una documentazione della quale, data la sua estrema importanza internazionale, non ho ritenuto fare copia: io devo salvare questa documentazione e specialmente una parte di essa», quindi mostrando al ministro una lettera presa da una cartella aggiunse: «Vedete in questa lettera di Churchill vi è il perchè, il motivo per il quale l'Italia è entrata in guerra, è stato anzi il momento in cui tutto sembrava perduto per l'Inghilterra. Si è sperato che io potessi, nella vittoria dei tedeschi, mitigare lo smisurato potere di Hitler: questo è anche il motivo per il quale nel 1940 non riunii il Gran Consiglio per farlo deliberare sulla guerra, anche se ciò significava violazione dello Statuto» [48]

 

* Pino Romualdi,[49] altro esponente del destrismo missista, al tempo vicesegretario del Partito Fascista Repubblicano ricordò nel 1954, questo aneddoto: «Ero a conoscenza dell'esistenza di un carteggio intercorso tra Mussolini e Churchill fin dall'inizio del 1945 per esserne stato informato da Mussolini stesso, ma non ho mai preso visione direttamente di qualcuna delle lettere pubblicate (Romualdi si riferisce qui alle lettere apparse sulla stampa e fornite da Enrico De Toma, giovanissimo tenente della GNR a Milano al quale Mussolini, si disse, fece affidare una borsa di documenti da mettere al sicuro in Svizzera - N.d.R.). Il vero carteggio, invece quello a cui Mussolini attribuiva il potere di giustificare la condotta della nazione italiana, era di tenore molto diverso. In esso infatti, lo so personalmente, (...) sarebbe risultato che l'entrata in guerra dell'Italia avvenne con un larvato consenso inglese, il quale a conti fatti si era convinto che, stando le cose come stavano nel 1940, la partecipazione italiana avrebbe potuto risolversi a vantaggio dell'Inghilterra, in quanto al tavolo della pace, Mussolini, evidente tutore della latinità, avrebbe potuto mitigare le condizioni imposte dalla Germania».

 

* Anche Vincenzo Costa, commissario federale di Milano, ricorda che il 19 aprile 1945 Mussolini così gli sintetizza la situazione: «Avremo il fronte sul Po e nella Valle Padana si concluderanno le sorti di questa guerra».

Era suo dovere, afferma Costa, valutare eventuali offerte da parte del CLN per un passaggio dei poteri senza altro spargimento di sangue. I fascisti fedeli si sarebbero concentrati in Valtellina. Dalla Valtellina, gli dice Mussolini, il Duce si consegnerà ad un tribunale italiano: «Solo questo ha il diritto di giudicarmi, ma mi si deve garantire che mi si lascerà parlare, perché il popolo italiano deve sapere il perché di questa guerra; poi mi si punisca se mi si riterrà colpevole. Non intendo consegnarmi ai tribunali anglosassoni: mi si impedirebbe di parlare, di dire la verità che a loro brucia». [50]

 

* Vittorio Mussolini il pomeriggio del 25 aprile del 1945 ebbe un ultimo colloquio con il padre, proprio poco prima che questi partisse per Como. Il figlio del Duce riferirà di questo colloquio, alludendo alla borsa di cuoio in cui vi erano i documenti più importanti dell'archivio: «Meno male che i tuoi diari sono al sicuro. Non credi che sarebbe meglio che anche questa tua borsa venisse portata a Berna? Rispose il Duce: "No, desidero tenerla con me, in Valtellina possiamo resistere molti giorni. Tanto, se le cose dovessero volger al peggio, tu potresti passare dall'altra parte, con i documenti". E Vittorio: "E tu?" Mussolini: "Nemmeno morto lascerò l'Italia". Il figlio del Duce fece anche un accenno al possibile contenuto della borsa: "Lettere e documenti del Re, del Principe Umberto, del Papa, di Badoglio, Grandi, Hitler, Churchill, Laval, Dolfuss, Ciano, Franco, Horthy. Inoltre documenti sulle origini della guerra, sui piani strategici italiani, sul comportamento dei tedeschi. Intercettazioni telefoniche, corrispondenza di noti fuoriusciti con la polizia italiana, ricevute di denaro ad alcuni di essi, ecc.»

 

* Donna Rachele, la moglie del Duce, per altro stranamente reticente a lasciare dichiarazioni sul carteggio con Churchill, come se avesse preso impegni o avesse della riconoscenza verso gli inglesi per averla sottratta, con i figli, ai partigiani nell'aprile del 1945, confermò, sia pure a denti stretti, l'esistenza del carteggio allo storico inglese David Irving, ma soprattutto riportò nel suo libro "Mussolini privato", Rusconi 1979, la seguente testimonianza: «So, perchè me lo disse più volte, che il Duce tenne una corrispondenza segreta con Churchill prima e durante la guerra. Ricordo anche che un giorno, verso il 1943, mi assicurò che avrebbe atteso a piè fermo l'arrivo degli Alleati qualora fossero stati vincitori. Mi disse: "Ho abbastanza documenti per provare che hanno spinto l'Italia ad entrare in guerra. Anche quando è cominciata ho cercato di salvare la pace. Ho le prove: nero su bianco"».

 

* Asvero Granelli, già squadrista agli inizi degli anni 20, ora sottocapo di Stato Maggiore della GNR, verso il 21 aprile 1945 si trovava a parlare con il Duce circa le strade per recarsi in Valtellina. Scriverà Granelli che ad un certo punto Mussolini: «portò la mano sinistra alla tasca interna della sua giacca, ne estrasse un pacchetto di carte legate e protendendolo verso di me, esclamò: Granelli, bisogna resistere ancora un mese: ho tanto in mano da vincere la pace».

 

* A Gian Gaetano Gabella direttore del "Popolo di Alessandra", venne concessa un intervista, poi riveduta dallo stesso Mussolini, con l'indicazione di renderla nota in anni successivi ed al momento opportuno. A questa intervista, che naturalmente per essere stata resa nota nel dopoguerra suscitò varie perplessità circa la sua genuinità, venne dato il nome esagerato di "Testamento politico". In essa c'è un passaggio molto interessante: «Ho qui delle tali prove di aver cercato con tutte le mie forze di aver impedito la guerra che mi permettono di essere perfettamente tranquillo e sereno». E nel sostenere questo Mussolini indicò una grande borsa di cuoio giallo tra le tre che aveva accanto.

 

* Elena Curti, probabile figlia naturale del Duce, presente nella famosa autoblinda ferma a Musso assieme a Mussolini, Pavolini, Casalinuovo, ecc., ha rammentato quei drammatici momenti che precedettero la cattura di Mussolini a Dongo. La sua testimonianza, per quanto riguarda l'esistenza di una certa borsa in pelle (a busta) in possesso del Duce, combacia con altrettante testimonianze di Pietro Carradori,[51] l'attendente di Mussolini, anche lui presente nell'autoblinda, che l'aveva vista più volte ed anzi afferma che il Duce non la lasciava mai. Scrive la Curti: «Prima di sedersi (Mussolini era giunto nell'autoblinda - N.d.R.) sistemò ordinatamente il suo bel giubbotto bianco e una "machine-pistole" a canna corta, senza mai abbandonare una busta di pelle di 25-28 cm. per 18 circa che teneva tra le mani. Una volta seduto si mise la busta su le ginocchia, vi appoggiò sopra le mani incrociate con fare possessivo. Mi guardava. "Qui ci sono dei documenti di estrema importanza. Qui c'è la verità di come sono andate le cose e chi sono i veri responsabili della guerra. Il mondo deve saperlo e si sorprenderà" (…) Quando il Duce scese dalla blindo (per recarsi nel camion tedesco - N.d.R.) portava la busta con sé. Le sue dimensioni gli permettevano di nasconderla sotto la giacca».[52]

 

Lo storico inglese David Irving

A proposito di storici di un certo livello, vogliamo accennare all' inglese David Irving uno dei più intelligenti ed obiettivi ricercatori sulla Seconda Guerra Mondiale, tanto da attirarsi le ire e le vendette dell'establishiment storico ufficiale che lo ha accusato di revisionismo, come se il revisionismo, invece di essere un merito nelle ricerche e ricostruzioni storiche, fosse una grave colpa.

Irving, pur avendo compilato una monumentale opera su "Churchill", con la quale ne ha praticamente demolito il mito, non si è prodigato eccessivamente sul problema del carteggio Mussolini-Churchill, pur tuttavia, come ci informa Fabio Andriola, qualche cosa è riuscito a scovare.

In particolare una testimonianza, molto importante, da parte di Sir Edwin Leather, governatore delle Bermuda durante gli anni '70 il quale, a sua volta, aveva ricevuto da un ex ufficiale inglese,[53] una confidenza che parlava di un recupero, nei pressi del lago di Como, di una certa quantità di archivi privati di Mussolini. Fin qui nulla di particolarmente interessante. Il fatto è però che Churchill in persona, dopo aver trascorso un pomeriggio ad esaminarli, ne estrapolò ogni tipo di lettera di Mussolini, a lui indirizzata, e viceversa e con queste se ne andò via.

Ma da parte di Irving si è anche accennato ad una lettera dei primi di aprile del 1945, da lui rintracciata e scritta dal responsabile dell'OSS americano (il predecessore della CIA) Allen Dulles al capo del CVL, generale Raffaele Cadorna, dove si chiedeva di localizzare e catturare al momento opportuno Mussolini in modo da consegnarlo vivo alle forse statunitensi ed al fine di prevenire la sua liquidazione fisica da parte dei settori più estremi del movimento partigiano, controllati ed ispirati dagli inglesi.[54]

 

 

Personaggi eterogenei nelle vicende del Carteggio

Vogliamo adesso anche accennare ad una serie di persone e circostanze che, a nostro avviso, giocarono un certo ruolo, dal 26 aprile '45 in avanti, sia su l'arresto del Duce che su la sparizione dei suoi documenti.

Dobbiamo però, ancora una volta, ricordare e precisare che tra i documenti di Mussolini, requisiti a Dongo, non è ben chiaro dove si trovasse e da chi fu presa la parte che qui più ci interessa ovvero quella con la corrispondenza con Churchill.

Le ipotesi e gli attestati più probanti ci dicono che i documenti di Mussolini, non specificando quali, si trovavano in almeno tre borse ed inoltre, Mussolini stesso, doveva avere con sé un'altra piccola borsa di pelle a busta, probabilmente proprio con le lettere più compromettenti di Churchill.

In generale si trattava probabilmente di copie in originale e forse anche di fotocopie appositamente fatte fare dal Duce.

A questi documenti e per una loro certa importanza, bisognerebbe forse anche aggiungere una parte di documenti requisiti, nei giorni successivi, a donna Rachele Mussolini a Como e altri in posti vari del circondario.

È dal complesso di questi documenti che usci fuori il plico con le lettere, successivamente fotocopiate, che passarono per le mani di Carissimi-Priori e di cui più avanti ne daremo un dettagliato resoconto.

Quel che è certo è che sparì quasi tutto, dopo una serie di vicissitudini, razzie e passaggi che non è mai stato possibile appurare nei loro esatti contorni.

Da quello che si è potuto capire, la parte di documenti riguardante gli inglesi, venne da questi in qualche modo direttamente recuperata o fu loro consegnata o venduta, nei giorni successivi.

Altre documentazioni, sparse per tutto il nord Italia e certamente anche all'estero, più varie copie di questi documenti, sia quelle fatte fare a suo tempo da Mussolini, sia quelle eventualmente fatte successivamente dai loro sequestratori dopo la loro razzia, vennero recuperate a scaglioni dagli inglesi, con strascichi che arrivarono fino alla metà degli anni '50.

A Dongo, comunque, agirono forze ed interessi eterogenei, in particolare alcune di queste erano legate a Cadorna e Sardagna ecc., ovvero alle strutture del CLNAI e del CVL (per esempio il Bellini delle Stelle e Urbano Lazzaro oltre ad elementi della Guardia di Finanza), altre invece erano legate al PCI (in particolare Michele Moretti e successivamente entrò in ballo Dante Gorreri di Como) e dal primo pomeriggio del 28 aprile '45 arrivarono sul posto anche Walter Audisio e Aldo Lampredi, spediti da Milano i quali, sembra, che la sera, dopo la mattanza delle fucilazioni, tornarono a Milano portandosi dietro importanti documenti.

Altri personaggi ancora sono di dubbia collocazione, anche se ufficialmente definiti comunisti, come per esempio il capitano Neri al secolo Luigi Canali, giunto stranamente e veramente a proposito in quel di Dongo il pomeriggio del 27 aprile, giusto per partecipare alla gestione dei fatti successiva all'arresto di Mussolini. Certo è che, come dimostreranno gli avvenimenti successivi, ognuna di queste componenti entrò in possesso o ebbe modo di seguire una parte più o meno cospicua del Carteggio.

Per quanto riguarda l'arresto del Duce del 27 aprile '45 e per una prima immediata gestione della sua persona, successivamente all'arresto, ed anche per quel che riguarda i documenti appena requisiti, occorre accennare ad un soggetto, stranamente rimasto per tanti anni nell'ombra, cioè all'avvocato Bruno Puccioni residente in Villa Camilla.

Fu lo scomparso ricercatore e scrittore Alessandro Zanella a rendere noti molti particolari in proposito, in quanto ebbe modo di visionare i diari del Puccioni.[55] Anche lo storico Renzo De Felice sembra che ne potè prendere visione e su di essi si stava basando per completare le sua monumentale opera su Mussolini nella parte finale inerente la morte del Duce. Come sappiamo il suo volume conclusivo, purtroppo, uscì postumo, ma incompleto proprio per la sopraggiunta morte dello storico.

Allo stato attuale, pur rimanendo queste vicende e testimonianze, al livello più che altro indiziario e di sospetti, se pur di un certo spessore, vale comunque la pena riportarle.

Accenniamo prima alla figura dell'avvocato Bruno Puccioni.

Bruno Puccioni, nato nel 1903, era figlio della sorella di Giotto Dainelli (il grande geografo già podestà di Firenze divenuto presidente dell'Accademia d'Italia dopo l'assassinio di Giovanni Gentile). Suoi nomi di copertura erano Bartolomeo Prosperi oppure Cei. Era stato Consigliere Nazionale della camera dei Fasci e Corporazioni e ufficiale in Africa decorato persino da Rommel, cosa questa che gli valse una serie di amicizie da parte di ufficiali tedeschi.

Arriva dopo la caduta di Firenze ed è ospitato a Villa Camilla a Domaso, nell'Alto Lago, dai conti Sebregondi.

Il suo esser stato un fascista moderato, il porsi ora in una posizione defilata, l'amicizia con i tedeschi e contemporaneamente con i partigiani del luogo e probabilmente anche agganci vari di un certo spessore sia nel CLNAI che tra le autorità della RSI, fecero di lui l'elemento ideale a cui un po' tutte le componenti politiche e militari del momento potessero fare affidamento per i più disparati motivi: i partigiani per ottenere salvacondotti, rifugi e scarcerazioni varie, fascisti e tedeschi per gettare un ponte verso quell'immediato futuro che si annunciava gravido di tragiche conseguenze.

Purtuttavia, caduto in disgrazia, venne arrestato dai fascisti, ma al contempo era anche sospettato dai partigiani di collusioni con questi ed i tedeschi.[56]

Il Puccioni, comunque, ben introdotto con i tedeschi, coordinava anche un gruppetto di partigiani o presunti tali, finanzieri e strani personaggi, tra loro legati e frequentanti Villa Camilla, alloggio dello stesso avvocato dove si ritrovavano le sere. Ed è questa la parte che qui ci interessa.

 

Villa Camilla

Non è forse esagerato definire Villa Camilla, provvisoria residenza di Bruno Piccioni, come una specie di centro strategico dal quale, in qualche modo vennero discretamente coordinati vari avvenimenti di quei giorni di fine aprile.

A Villa Camilla, infatti, c'era un continuo via vai di clandestini che entravano e uscivano, non dalla strada, ma di nascosto dalla parte della montagna, costituendo un facile punto di raccordo per attività di intelligence.

Questo centro ispirativo, coordinato dal Puccioni, costituiva un coacervo di relazioni e/o dipendenze che avevano dell'incredibile, ma non erano inusuali in quei tempi. Esse toccavano, oltre ai partigiani del luogo (per alcuni dei quali il Puccioni si era prodigato nel salvarli dagli arresti), il comando tedesco di Wolff, la guardia di finanza, i comandi della 52a Brigata Garibaldi "Luigi Clerici", (quella che si prese il merito della cattura del Duce), in particolare quelli del pur esiguo distaccamento Puecher, il partito comunista, l'Intelligence Service inglese ed il comando del Corpo Volontari della Libertà (CVL) Cadorna-Sardagna di cui è fortemente sospetta la dipendenza dagli inglesi.

I frequentatori più assidui della Villa sembra che fossero il finanziere Antonio Scappin, Carlo di Gera Lario; l'altro mezzo finanziere Urbano Lazzaro, Bill; quel Pier Bellini delle Stelle, detto Pedro, comandante della 52a Brigata Garibaldi; Stefano Tunesi, detto Primula Rossa; probabilmente vi bazzicava anche la strana figura del capitano Neri, cioè Luigi Canali, assassinato poi il 7 maggio, di cui si dice che dopo le sue ultime vicissitudini seguite alla condanna a morte (dai suoi comandi emessagli a carico nei mesi precedenti) era entrato in contatto con i servizi inglesi (capitò il pomeriggio del 27 aprile a Dongo proprio a proposito); e pare anche quel Michele Moretti, Pietro commissario politico comunista della 52a brigata coinvolto nelle vicende sull'uccisione del Duce e nella sparizione dei valori al seguito della colonna di Mussolini; non poteva poi mancare la strana figura dello svizzero tedesco Alois Hoffman di Domaso su cui non si è mai indagato abbastanza.[57]

Come si vede tutti personaggi di primo piano implicati nella cattura e poi l'uccisione del Duce oltre che nelle vicende dei beni e dei documenti sequestrati a Dongo.

Nei giorni successivi, poi, in merito alla sparizione dei delicati documenti di Mussolini, emersero varie testimonianze che fanno ipotizzare la presenza di un quadrilatero con un lato il trio Bill Urbano Lazzaro, Pedro Pier Bellini delle Stelle, e Carlo Antonio Scappin; dall'altro l'avvocato Puccioni di Firenze; poi un altro lato, a distanza, con Cadorna-Sardagna; ed infine un quarto lato con l'Intelligence Service.

A latere di questo quadrilatero c'era poi la presenza ingombrante ed efficiente del PCI legato a Mosca, ma non insensibile ad agganci con l'Intelligence inglese.

Nel primo pomeriggio del 26 aprile a Villa Camilla, appositamente richiamato dall'avvocato Puccioni arrivò anche, proveniente da Mandello Lario, il tenente colonnello Galdino Pini, comandante della zona del lago di Como e anche sostituto di Luigi Canali nel comando del Raggruppamento Divisioni Garibaldine (tutte cariche queste però più che altro teoriche).[58]

La sua presenza in quelle ore potrebbe mettersi in relazione per una funzione coordinatrice tra le soffiate tedesche circa la presenza del Duce nella colonna proveniente da Menaggio e le iniziative dei partigiani della 52a Brigata.

Molti indizi, quindi, fanno pensare ad un certo ruolo giocato da questo centro strategico di Villa Camilla nella cattura del Duce tra il 26 ed il 27 aprile '45.[59]

A proposito delle ultime vicissitudini di Mussolini non è indifferente considerare che, inchieste di ricercatori storici, hanno segnalato che nella colonna Mussolini in trasferimento da Menaggio c'erano almeno tre elementi in contatto diretto con i servizi segreti Alleati: i due svizzeri Mario Salvadero ed Hans van Rech, ma soprattutto un certo Angelo Zanessi.

In ogni caso la sera del 27 aprile '45, custodito Mussolini ed essere entrati in possesso dei suoi documenti, Bill Urbano Lazzaro passa da Villa Camilla e parla con il Puccioni, ufficialmente a casa con una gamba malata, mettendolo al corrente degli ultimi avvenimenti. È presente anche il Galdino Pini, Pedro il Bellini, Antonio Scappin ed Aldo Castelli.

Non è azzardato affermare che già in quel momento il Puccioni prese a dare consigli e indicazioni su come muoversi nelle ore successive, sia rispetto ai documenti sequestrati o ancora da rintracciare e sia rispetto alla probabile, se non già accertata, presenza della Petacci tra gli arrestati. Si dice anche che egli intendeva, in qualche modo, salvare Mussolini per consegnarlo al CVL, ma non c'è troppo da fidarsi di queste supposizioni.

Qualche giorno dopo, forse la notte tra il 4 ed il 5 maggio, il Lazzaro, con il Bellini e Stefano Tunesi, passano ancora da Villa Camilla e sembra che vi portarono una borsa di documenti (quasi certamente una di quelle che era stata precedentemente depositata nella banca di Domaso e che già aveva subito qualche sottrazione) per esaminarli assieme al competente avvocato.

Il Puccioni preciserà, infatti, che i documenti portati in casa sua non erano tutti quelli requisiti a Dongo, perché altri incartamenti erano stati requisiti al colonnello Vito Casalinuovo ed a Marcello Petacci, ma comunque egli aggiunse che potè ugualmente rendersi conto dei rapporti segreti intercorsi tra Italia ed Inghilterra.

Come si vede è difficile andare dietro e ricollegare tutte queste storie e soprattutto ricostruire l'esatto iter, con le relative sottrazioni, subito dai documenti di Mussolini. Documenti di vario genere ed importanza, presenti un po' dappertutto e sottratti da più di una mano, ma non ci sono dubbi che, al tempo, effettivamente sparirono importantissimi documenti di straordinario interesse per le sorti della Nazione.

 

I casi David, De Toma e Tabasso

Chiudiamo questa rassegna, inerente le vicende e le attestazioni su di un Carteggio tra Mussolini e Churchill riportando anche le storie di tre personaggi che, in qualche modo, legarono le loro avventurose storie al Carteggio.

Si tratta di Tommaso David, di Aristide Tabasso e di un certo Enrico De Toma che a quanto pare ebbero la ventura di entrare in possesso di una parte, anche qui non è ben chiaro quale, del prezioso carteggio.

Ne riassumiamo brevemente e sinteticamente le loro storie, mentre per una più ampia ed esauriente lettura rimandiamo ai due libri sul Carteggio segreto Mussolini-Churchill dello stesso Andriola, già citati.

È opportuno, comunque, riporre in queste storie, piuttosto romanzate, una certa riserva perché non è possibile accertare quanto, a suo tempo, raccontato o ricostruito, possa ritenersi oggettivamente veritiero.

Quella di Tommaso David può essere considerata una vita altamente avventurosa spesa al servizio della Patria, visto che dal 1910 al 1945 scorrazza tra spedizioni in Cina, colonie, Italia e confini orientali, impegnato in imprese e servizi pericolosissimi.

Nato nel 1875 ad Esperia (Frosinone), da giovane consegue varie medaglie e decorazioni militari, si sposa ed avrà 4 figli, partecipa alla rivoluzione fascista e nel 1924 si trasferisce in Istria. Durante la seconda guerra mondiale lo troviamo in Dalmazia nemico acerrimo dei titini.

Il 9 settembre del '43, nonostante l'armistizio, a Zara raccoglie coloro che rifiutano la resa e in camicia nera li presenta ai tedeschi.

Continuerà così a combattere contro gli slavi, infliggendogli soventi sconfitte, ma dovrà a volte scontrarsi anche con i tedeschi propensi a sostenere gli ustascia di Ante Pavelic.

Nel '44 la RSI gli affida, sotto copertura (prenderà anche il nome di Colonnello De Santis), il comando di un Gruppo Speciale Autonomo alle dirette dipendenze del partito fascista repubblicano e del comando tedesco, che comprende anche vario personale della X Mas. Agisce a Roma poi dovrà trasferirsi al Nord a Milano impegnato in vari servizi.

Vede spesso anche Mussolini a Gargnano ed è probabile che il Duce gli affidasse alcuni compiti di sondaggio presso gli Alleati ed in particolare gli inglesi in previsione della conclusione della guerra.

Secondo la figlia Giovanna, il Duce avrebbe anche incaricato il padre di organizzare gli incontri con gli inglesi a Porto Ceresio e ad alcuni di questi incontri avrebbe partecipato anche lui.

È ai primi di aprile del 1945 che sembra gli furono consegnate, direttamente dal Duce, due valigette con importantissimi documenti e lettere (secondo la figlia anche lettere in originale scambiate con Churchill nel 1944 e '45), definite «documenti importanti che serviranno per la Patria». L'ordine è di precedere il Duce a Merano (questa destinazione, raccontò, era la prima intenzione di Mussolini in alternativa alla Valtellina o meglio dopo una resistenza nel ridotto valtellinese).

Gli avvenimenti caotici e repentini di fine aprile bloccarono però Mussolini nei pressi di Como mentre David era già a Merano dove dovrà ben presto occultarsi perchè ricercato accanitamente da slavi ed inglesi.

L'occultamento gli riuscirà bene tanto che, nell'immediato dopoguerra, sotto il nome di Luigi Grossi, diventerà amico del segretario provinciale della Democrazia Cristiana di Merano e tirerà avanti insegnando scherma.

Gli inglesi però riusciranno a rintracciare la figlia Giovanna e la metteranno sotto la loro protezione per oltre un anno, segno indiscutibile di un forte interesse a rintracciare il padre.

La figlia lo rivedrà solo nel 1948 e confermerà che il carteggio era sempre con lui. Anche l'editore Garzanti, avendo avuto sentore dei documenti posseduti dal David e volendo pubblicarli, avrà un contatto con il David stesso, ma nonostante cospicue offerte il David non cederà i documenti all'editore.

Secondo la figlia, infatti, l'intenzione del David era quella di usare le lettere per ottenere dagli inglesi garanzie circa il ritorno dell'Istria e della Dalmazia all'Italia, intento questo che, se pur vero e nobile, non era di facile attuazione vista la situazione internazionale dell'epoca e comunque non poteva certamente essere espletato così semplicemente da un ex agente dei servizi della RSI anche se in possesso di scottante materiale di ricatto verso gli inglesi.

È molto probabile comunque che il David, come tanti altri esponenti militari e para militari della RSI, abbia subito nel dopoguerra la deleteria trasformazione in senso visceralmente, anticomunista e quindi filo occidentale, del suo personale fascismo (in fin dei conti è pur sempre un attivista militare e come tale concepisce l'azione al di fuori dell'ideologia, senza contare il fatto che è stato alle prese con i comunisti titini).

Fatto sta che entrerà in contatto con il governo De Gasperi e saranno imbastite delle trattative sotto banco. Sembra che il David ora, in cambio dei documenti, vorrebbe l'abolizione di alcune leggi speciali contro gli ex fascisti. In ogni caso già si intuisce, in queste giustificazioni, un parziale venir meno dagli scopi per i quali il dossier segreto doveva essere impiegato e reso storicamente di pubblico dominio al momento opportuno.

Ne nasceranno delle controversie, contatti con i servizi e finirà, forse per ritorsione governativa, persino in tribunale nel novembre del 1951 sotto l'accusa di false generalità per vecchie infrazioni tra l'altro sotto amnistia.

Saltiamo a piè pari tante altre vicissitudini ed arriviamo alla conclusione che le lettere in possesso del David finiranno consegnate, secondo la figlia, direttamente a Churchill (forse attraverso l'ambasciata inglese presso la Santa Sede a Roma) che promise un accoglimento delle richieste del David circa la situazione ai nostri confini orientali oppure, secondo altre testimonianze, al governo De Gasperi (che ovviamente le smistò in Inghilterra) e spariranno per sempre.

Come vedesi le fonti e le testimonianze a questo punto sono alquanto divergenti e confuse e si parla anche del fatto che, invece, al David erano stati in qualche modo sottratti i suoi preziosi documenti.

Forse, se rispondesse al vero questa ultima versione, ma ne dubitiamo, potrebbe essere alleggerita la responsabilità del David a riguardo di non aver utilizzato il carteggio per gli scopi che gli erano stati pur accennati da Mussolini. A tal proposito sembra che in uno scambio epistolare con uno strano personaggio, probabilmente dei servizi, il David nel 1953 ebbe a scrivere di essere stato gabbato da un oscuro emissario a cui aveva affidato il carteggio, essendo questo stato consegnato il 12 gennaio del 1953 direttamente a Churchill in America, in una villa di Brooklyn:

«Altra riprova che ho tutto perduto -scrive il David- è che persona di mia fiducia mi ha riportato l'astuccio di telemetro vuoto, astuccio che conteneva tutto (...) Se Iddio mi farà recuperare la salute oserò e farò solo quello che un uomo che ha sofferto come me può fare».

Ma non fece proprio niente e quattro anni dopo ricevette l'incredibile medaglia d'oro della Repubblica democratica italiana e non risulta che fece nulla, tranne promettere genericamente in un articolo che il carteggio era ancora nascosto e a disposizione dei posteri e dell'Italia!

Le ventilate e astruse promesse sull'Istria e la Dalmazia ovviamente si vanificheranno nel nulla, nè è dato sapere se ci furono altri contraccambi, ma resta emblematico il fatto che il David, caso raro di ex fascista, ebbe nel 1957 dalla Repubblica democratica italiana una medaglia d'oro al valor militare!

David morì all'età di 84 anni nel novembre del 1959, e come abbiamo accennato circa due anni prima, ovvero poco dopo aver ricevuto la tanto sospirata onorificenza, scrisse un articolo sul quotidiano "Il Tempo" di Roma assicurando che le lettere scritte da Churchill erano ancora nascoste in mani sicure come dai tempi di Dongo[60] perchè destinate alla funzione che Mussolini gli aveva assegnato.

Da allora sono passati 50 anni, ma questo incarico non è stato ancora adempiuto, nè pensiamo che lo sarà mai!

 

La vicenda di Enrico De Toma è invece abbastanza squallida e riguarda anche e sopratutto documenti compromettenti per personalità dell'allora governo. Essa si snoda però in un intrigo di racconti e con un misto di documenti autentici o contraffatti di difficile comprensione.

Il racconto del triestino Enrico De Toma, diciottenne tenente della GNR in sintesi era questo: come già altri corrieri che dai primi di aprile del '45 lo avevano preceduto, il 23 dello stesso mese egli doveva partire da Milano per portare in Svizzera una borsa di documenti che aveva avuto in consegna, il giorno precedente, dal colonnello Giuseppe Gelormini, comandante provinciale della GNR, e su disposizioni di Mussolini.

In futuro e nel caso che fossero morti il Duce, un altra persona preposta al ritiro della borsa e lo stesso Gelormini, solo allora il De Toma dove recuperare la borsa per utilizzare i documenti negli interessi della patria.

Finita la guerra il De Toma si ritrova perseguitato e senza lavoro, fino a quando nell'estate del '49 si ricorda della famosa borsa. Decide allora di tornare in Svizzera, a Ginevra, dove asserì di aver in qualche modo recuperato i documenti.

A suo dire questi documenti consistevano in un plico per il tenente dei carabinieri Alberto Faiola (quello che aveva in custodia Mussolini prigioniero al Gran Sasso) ed un altro plico indirizzato a Mr. Wiston Churchill. I giornali all'epoca, certamente esagerando, asserirono che De Toma aveva ritrovato lettere tra Churchill e Mussolini, quindi documenti politici, militari e diplomatici di grandissimo interesse riguardanti la guerra d'Africa, quella di Spagna, il riconoscimento britannico della RSI, la Conferenza di Stresa e quella di Monaco.

Depositati i documenti in una cassetta di sicurezza il De Toma si lancia in una serie di iniziativa non certo finalizzate agli interessi della Patria, ma per imbastirci sopra delle evidenti speculazioni. Sembra oltretutto che sia entrato in contatto con un falsario evidentemente al fine di incrementare o alterare i documenti che così arriverebbero a circa 163 in carta filigranata e con firme da molti definite autentiche.

È da questo momento, infatti, che il nostro verrà coinvolto in scandali di cronaca giornalistica e sarà ritenuto un falsario delle lettere che intanto comincerà a tirare fuori ed in particolare su alcune attribuite a De Gasperi durante il periodo del suo nascondiglio a Roma.

In seguito, nel 1954, oltretutto, spunterà fuori anche l'ex colonnello Gelormini, fino ad allora ritenuto morto, il quale smentirà in toto il supposto incarico che egli avrebbe affidato a De Toma.

Nello stesso anno fu intentato anche un processo al direttore de "Il Candido", Giovanni Guareschi, che aveva iniziato a pubblicare alcune di queste lettere di De Gasperi in una delle quali si chiedeva agli Alleati di bombardare Roma.

Guareschi fu condannato per uso di materiale falsificato nonostante che le perizie chimiche e calligrafiche non vennero eseguite. Anzi precedentemente la Mondadori aveva fatto sottoporre ad esame del professor Mario Toscano alcune lettere, tra cui quelle di Churchill, e questi aveva giudicato verosimili le firme ed originali le carte filigranate utilizzate per le lettere stesse, anche se non era convinto (fattore emblematico!) del loro contenuto in netto contrasto con la storia ufficiale.[61]

Tutta questa storia purtroppo risentì delle speculazioni condotte ai fini delle lotte politiche attinenti le elezioni dell’epoca e delle evidenti aggiunte di documenti alterati se non falsificati e pertanto ha finito per essere avvolta da una gran confusione e mistificazione.

Resta però il fatto, altamente significativo, che De Gasperi mentì in tribunale asserendo di non aver mai visto le lettere in questione, mentre invece proprio poche settimane prima dell’inizio del processo, il 15 febbraio del 1954, lui stesso cominciò a intrattenere una corrispondenza epistolare con Churchill, prendendo accordi per far visionare allo statista inglese ed averne un parere su l’autenticità di alcune lettere.

Non bisogna dimenticare poi che i nostri servizi segreti entrarono in svariate trattative, poi abortite, per i documenti e questo conferma, in un certo senso, una parte di veridicità di tutta la storia visto che i servizi segreti difficilmente trattano per lunghi periodi documenti che sanno essere sicuramente falsi.

Infine, sempre nel 1954, il settimanale Oggi di Edilio Rusconi prese a pubblicare una prima puntata, avallata da De Toma, relativamente ai documenti da lui avuti in possesso. L’inchiesta venne però precipitosamente chiusa dopo solo quattro puntate.[62]

De Toma finì in carcere, ma stranamente venne ben presto liberato nonostante avesse ammesso che una parte dei documenti pubblicati erano stati falsificati, al fine di accrescere l’importanza del carteggio.

Al contempo però confermò l’autenticità degli altri documenti (quali?).

Come scrisse Arrigo Petacco,[63] il De Toma riuscì, senza troppa fatica, a procurarsi documenti falsi con i quali raggiunse la Svizzera e poi finì in Francia. Nel novembre del 1954, inoltre, l’uomo chiave del carteggio, si lasciò fotografare mentre, ben fornito di documenti e di denaro, saliva su di un aereo di linea diretto in Brasile da dove non tornerà più.

In entrambe queste storie, comunque, sia quella del David che quella del De Toma che, all’epoca, sconfinarono continuamente tra la cronaca, il sensazionalistico e la speculazione politica, risalta la curiosa e sintomatica presenza dei nostri vecchi servizi segreti e dello stesso governo italiano dell’epoca, presenze queste, neppure troppo discrete e sicuramente molto indaffarate che, ripetiamo, sono di per sè stesse tali da configurare uno strano e sospetto interesse diretto per del materiale definito falso o mendace lasciandoci oltretutto traccia dell’elargizione di onorificenze e ricompense sia pur mascherate.

 

Aristide Tabasso, nato a Taranto il 7 febbraio del 1900, già tecnico minerario e appartenente al Servizio Informazioni e Sicurezza della Marina con il grado di capitano, ma successivamente collaboratore coi servizi segreti alleati, è la classica figura di quegli italiani che ricoprirono ruoli ed incarichi importanti e delicati, e nei quali l’amor patrio, per il quale resero importanti e meritori servigi alla nazione, era subordinato alla loro fede di ferventi monarchici.

Egli, durante la guerra, dopo una serie di vicissitudini ed avventure, al limite dell’incredibile e dopo essersi anche seriamente ammalato, tornò dall’Africa Orientale a Roma, latore di una lettera di Churchill al Re.

In realtà l’Impero italiano era un coacervo di interessi, un formicolare di infidi spioni che imperversano da ogni parte. Lo stesso Tabasso è alle prese con molti italiani che sono al servizio dei franco inglesi, ma anche lui era entrato in contatto con i servizi inglesi, di cui si era conquistato una certa fiducia, dicesi per operare meglio in favore dell’Italia, ma resta difficile stabilire l’esatta portata di questa collaborazione.[64]

Comunque sia si imbarca a novembre del 1942 ed arriva in Italia a Brindisi a gennaio del 1943 con importanti informazioni ed intento ad un'azione di doppio gioco, che dovrebbe essere a danno degli inglesi.

In Italia non trova però orecchie interessate alle sorti della patria (gli ambienti militari e sabaudi sono più che altro intenti a studiare come possono defilarsi dall’alleanza e finire nel campo nemico, i vertici della marina sono da poco in mano all’ammiraglio Maugeri, passato alla storia per aver ricevuto un riconoscimento americano per i suoi servigi).

Le sue informazioni restano con lui o dormono nei cassetti. Evidentemente le proposte contenute nella lettera di Churchill, per una eventuale pace separata, sono oramai superate nei fatti con la formula della resa senza condizioni per tutti che prevale tra gli Alleati e i Sovietici a Casablanca.

Dopo aver invano cercato di trasmettere le sue informazioni allo Stato, finisce per vegetare nella più completa inoperatività e il 2 settembre 1943 finisce addirittura a Regina Coeli proprio durante il governo Badoglio ed alla vigilia dell’8 settembre.

Con l’avvento della RSI resta dentro e passa da un carcere all’altro finendo anche in quello di Verona, praticamente in mani tedesche. Viene comunque rilasciato il 20 luglio del 1944 ed è veramente difficile stabilire che ruolo o che incarichi andò a giocare e per conto di chi, nell’ultimo periodo della repubblica.

Certo è che poi passerà nel campo della polizia partigiana fino a ritrovarsi, al 1 agosto 1945 come capitano ausiliario della pubblica sicurezza di Verona.

Tra il 1945 ed il 1946 si impegna per gli Alleati a trovare i ricercatissimi dossier segreti di Mussolini.  Riceverà, per lettera, riconoscimenti per la sua intelligenza e proficua collaborazione, da parte del Counter Intelligence Corps (CIC) Alleato di Verona.

Pare che riesca a rintracciare importanti documentazioni proprio nei primi mesi del 1946 quando è capitano di pubblica sicurezza e comandante del Battaglione mobile di Polizia di Verona, visto che molte carte, di circa una quarantina di chili, da lui recuperate sarebbero state consegnate personalmente da Tabasso a Umberto II, in quel momento Luogotenente del regno e precedendo gli inglesi nel requisirli.

Ovviamente vennero poi fatte ugualmente sparire e, fino ad oggi, possiamo dire per sempre.

Tabasso venne però insignito dell'onorificenza di commendatore della Corona d'Italia ed oggi, grazie alla conoscenza della sua storia, possiamo dire con una certa concretezza storica che non solo gli inglesi, gli americani e i sovietici furono intenti a fare razzia di documenti di grande importanza per la nostra nazione, ma anche i Savoia (i quali, a nostro avviso, girarono a Churchill le eventuali parti di sua spettanza e trattennero il resto per loro).

Nel gennaio del 1951 Aristide Tabasso scrisse al Re, esule in Portogallo a Cascais, chiedendogli di rendere pubblici i documenti. Per risposta ottenne solo una foto di Umberto con autografo. In seguito ambienti della corona fecero sapere che quei documenti non si trovavano più (sic!).

Non è dato sapere quali e che genere di documenti riuscì a trovare il Tabasso, ma erano sicuramente di estrema importanza.

Il figlio, Franco Tabasso, nel 1957 scrisse un libro ("Su Onda 31 Roma non risponde") con l’intento di spiegare in parte le ragioni e le vicende del padre, ma questo libro ebbe strane vicissitudini editoriali per cui non venne adeguatamente diffuso. Comunque sia è interessante leggere quanto venne riportato nel libro, dove si trova anche una sufficiente descrizione di quelle carte:

«Non è un carteggio ma quasi un archivio di Stato. Si tratta di una raccolta di documenti che si aggira sui 40 kg. e Aristide Tabasso dovette trasportare per parecchio tempo quel peso per essere certo di quello che egli assicurava di aver salvato. Qualche cartella interessa molto da vicino il grande statista inglese (...) Il contenuto di quelle carte è sicuramente in contrasto con quanto l'opinione internazionale ha sempre creduto e crede ancora».

Il figlio di Tabasso ha recentemente anche espresso un'altra importante dichiarazione, quando ebbe a dire: «C’è stato un carteggio Mussolini-Churchill, ma limitato a prima della guerra. Me lo disse mio padre».[65]

Tabasso morì a Verona in ospedale ad agosto del 1951 e qualcuno volle insinuare  che il decesso fu dovuto ad un avvelenamento, ma la cosa non trovò assolutamente riscontri e venne smentita anche dal figlio.

 

 

LA SECONDA GUERRA MONDIALE

 

Prima di entrare nel problema del possibile contenuto del famoso carteggio Mussolini-Churchill ed anche al fine di potere ipotizzare cosa effettivamente presentava di tanto compromettente per lo statista britannico, è necessario spendere qualche parola per tratteggiare, sia pure a grandi linee, le cause ed i nascosti fini che determinarono lo scoppio della seconda guerra mondiale la cui scintilla, come noto, fu innescata quando il primo di settembre del 1939 i tedeschi passarono la frontiera polacca ed invasero il paese.

Di conseguenza occorrerà poi individuare le motivazioni e le necessità storiche, politiche e militari che portarono all'intervento italiano del 10 giugno 1940.

Questa analisi storica è, infatti, tanto più necessaria in mancanza di pezzi di carta facenti parte del carteggio segreto già in possesso di Mussolini, i soli che ci potrebbero illustrare tutta quella diplomazia sotterranea e tutte le manovre in atto in quel periodo, perchè soltanto con una indagine introspettiva negli avvenimenti dell'epoca è possibile inquadrare, nel loro contesto storico, un eventuale contenuto di queste importantissime carte sparite forse per sempre.

È doveroso però aggiungere che la vicenda storica della Seconda Guerra Mondiale non può essere raccontata solo con i semplici canoni della cronologia, della strategia geopolitica e dei rapporti internazionali, ma dovrebbe, anche e soprattutto, essere indagata dietro le quinte degli avvenimenti e dei fatti conosciuti, ovvero occorrerebbe tenere in considerazione quella storia segreta ed occulta che si è svolta dietro le quinte, attraverso l'opera di consorterie e lobby, che hanno manipolato fatti e persone al fine di conseguire determinati obiettivi di lunga e vasta portata.

Questo tipo di indagine però ci condurrebbe troppo lontano e finirebbe, oltretutto, per creare confusione, anzi essendo un tal tipo di analisi, più che altro induttiva ovvero determinata dalla constatazione di avvenimenti e conseguenze storiche particolari, ma sostanzialmente priva di prove documentali, che ovviamente nessuna consorteria segreta lascia dietro di sè, preferiamo soprassedere.

Dovremo quindi accontentarci di una analisi, per così dire storiografica, delle cause ed origini della seconda guerra mondiale, anche se già attraverso questa indagine di tipo convenzionale, emerge chiaramente, dietro quegli avvenimenti, il tessuto di una trama ben più ampia e nascosta.

 

Conflitti bellici, responsabilità e propaganda di guerra

Come è a tutti noto in un conflitto bellico, sfociato oltretutto a dimensioni mondiali, concorrono sempre varie cause e molte componenti tra le quali è difficile e forse futile stabilire quali furono quelle preponderanti e soprattutto quali furono le rispettive responsabilità tra le nazioni belligeranti.

Concorrono poi anche diverse strategie, sia politiche che militari, molte delle quali, come appena detto, elaborate ed imposte dietro le quinte e pertanto rimaste occulte per la storiografia ufficiale: ma non per coloro che sanno o che leggono gli avvenimenti storici scevri da ogni condizionamento e speculazione politica.

Il succedersi degli avvenimenti, sebbene stravolto dalla propaganda di guerra (persino nella sua semplice cronaca), le mire geopolitiche dei contendenti e le strategie in atto, palesi ed occulte, prima, durante e dopo il conflitto, che vengono confermate ed attuate dai vincitori della guerra, sono in ogni caso lì, dietro le vuote parole della propaganda, a darci una chiave di lettura abbastanza esaustiva di quanto accaduto.

Tutto il resto è retorica, teoremi imbastiti dal vincitore (qualunque sia), menzogne ed insinuazioni atte a puntellare le sue ragioni e scusare i suoi comportamenti.

È ben noto che, al termine di un conflitto, mentre gli archivi delle nazioni che hanno vinto la guerra vengono secretati o comunque resi inaccessibili, gli archivi di guerra delle potenze vinte vengono saccheggiati ed inoltre non è particolarmente difficile, al vincitore, raccogliere e farsi rilasciare, da ex governanti e/o militari delle nazioni occupate, tutta una serie di testimonianze e dichiarazioni confacenti alla sua versione addomesticata degli avvenimenti.

È facile quindi, al vincitore, truccare le carte ed accusare il vinto di aggressione, crimini di guerra ed ogni altra ignominia; tutta una pantomima questa oltremodo necessaria per la gestione della vittoria e la pianificazione della pace futura: è la sua storia, la sua verità, quella imposta dal vincitore all'opinione pubblica, sia ad uso interno che internazionale. Pennivendoli e storici di regime (il nuovo regime, quello imposto o filtrato dai vincitori) saranno poi sempre pronti ad avallare e propagare senza vergogna questa versione storica.

È quanto più o meno è sempre accaduto nella storia così come la conosciamo ed in particolare per quella della Seconda Guerra Mondiale! con l'aggravante che, particolari fini ideologici e ben sviluppate strategie di dominio mondiale, tuttora in atto, hanno fatto sì che la già mendace propaganda di guerra degli Alleati, assurta di fatto a Storia immortalata nei libri di scuola, sia stata strenuamente difesa con ogni mezzo e non sia stato ancora possibile liquidarla o ridiscuterla come meriterebbe.

 

Guerra, prosecuzione della politica con altri mezzi

Chi ha pretese e speranze di voler inquadrare esattamente le cause e le origini di un qualsivoglia conflitto bellico, dalla notte dei tempi fino ad oggi, deve trascendere da ogni considerazione morale o di diritto, essendo questi degli aspetti del tutto secondari e fuorvianti, e deve attenersi ad un semplice postulato ben noto a storiografi e ricercatori anche se, interessi di varia natura, li inducono poi a non tenerne conto: nei conflitti bellici, piaccia o non piaccia, quando si parla di Nazioni non ci sono in assoluto i "buoni" e i "cattivi" né, in definitiva, se non in via transitoria e contingente, ci sono gli "aggrediti" o gli "aggressori", perchè lo stato di guerra -e non di pace- è lo stato normale, ricorrente degli esseri umani e quindi di conseguenza dei popoli.

Non è un caso che i buoni e gli aggrediti di oggi, cambiando le condizioni storiche ed i rapporti di forza, spesso divengano i cattivi e gli aggressori di domani.

La guerra, infatti, prosecuzione della politica con altri mezzi, rappresenta le volontà di potenza dei popoli, lo scontro, l'ascesa ed il declino delle civiltà e gli interessi dei rispettivi Stati (i marxisti direbbero: dei gruppi economici).

Le necessità belliche, i contrasti ideologici, gli interessi geopolitici ed economici che portano alla guerra, sono superiori a tutto e trascendono inevitabilmente, piaccia o meno, gli aspetti morali o le ragioni del diritto dei popoli.

Tanto è vero che le configurazioni contingenti, geografiche e geopolitiche, non possono mai ritenersi immutabili per sempre, in base ad un preteso diritto acquisto. Chi detiene certi possedimenti o le stesse entità nazionali che oggi conosciamo come tali sono state, in un tempo più o meno lontano, quasi sempre conquistate con la forza, con le guerre o indirettamente in seguito a sconvolgimenti e baratti di varia natura.

È quanto accade anche oggi, basta portare ad esempio il Vietnam, la Serbia, l'Irak o l'abnorme sviluppo di Israele, ecc., anche se è pur vero che, nei tempi attuali e negli Stati consolidati e moderni lo scontro e la risoluzione dei contrasti è trasposto su di un piano economico e soprattutto finanziario, dove una spietata lotta tra queste entità va a piegare altrui volontà e mira alla conquista di spazi e mercati a danno di altri.

Ed è anche questo uno scontro, seppure impropriamente bellico, altrettanto feroce e violento, anche se di carattere non esplicitamente cruento come una guerra.

Senza dimenticare poi il permanente stato bellico delle organizzazioni criminali, dei servizi segreti, ecc., tutte situazioni attestanti un archetipo umano conformato sull'affermazione di sè, sul dominio, la conquista e il mantenimento del potere, anche e soprattutto attraverso l'uso della violenza di vario genere e natura.[66]

L'affermare "se non si vuol portare le proprie armi si finisce per portare quelle degli altri", non è una frase propagandistica, ma una realtà immutabile dell'uomo.

Certo, il simpatizzare e lo schierarsi con il più debole, con l'aggredito di turno e così via, è una componente positiva ed innata nell'essere umano, e lo sa bene la propaganda di guerra che cerca sempre di presentare, in un contesto di diritto, le proprie "giuste" guerre. La verità oggettiva dei fatti e degli eventi storici però non è riducibile ad un fattore di semplice diritto e del resto la stessa verità non può essere strumentalizzata per consolarsi, assolvere o accusare visto che la guerra trascende in assoluto tutti questi aspetti morali.

 

Cause e origini della seconda guerra mondiale

In questo lavoro non avremo la presunzione di voler imporre, con certezza assoluta, una analisi apodittica del come e del perchè scoppiò la seconda guerra mondiale, ma una chiave di lettura abbastanza verosimile e riscontrabile, per quanto oggi è dato di conoscere, la possiamo senz'altro fornire infischiandocene degli storici di regime che continuano a volerci far credere che la guerra scoppiò per Danzica o che gli Alleati fecero, con i loro bombardamenti aerei terroristici, anche atomici, quell'enorme carneficina tra le popolazioni civili solo per poterle liberare dalla tirannia!

Non è questa però la sede per entrare in particolari, per indicare tutti gli atti e le dimostrazioni oggettive che ci inducono a formulare le nostre deduzioni. In tal caso dovremmo addirittura retrocedere di alcuni secoli, per raccontare di quando si verificarono avvenimenti e sviluppi sotterranei in sede all'ebraismo alla diaspora e nella massoneria, che furono poi il seme da cui prese materialmente corpo il vecchio sogno della restaurazione del regno di Israele e le cui trame occulte e sotterranee ce le ritroviamo presenti prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Dovremmo inoltre ricordare e citare innumerevoli fatti e circostanze storiche, verificatisi nella prima metà del secolo XX, fornendo al contempo la loro dimostrazione oggettiva atta a convalidare quanto andiamo asserendo.

Ma tutto questo, come già accennato, non è qui possibile affrontarlo e sarebbe oltretutto fuorviante. Del resto, già storici di grande caratura, come David Irving, A. Hilldgruber, Alan J. P. Taylor ed altri ancora hanno ricostruito gli avvenimenti che condussero alla seconda guerra mondiale in modo molto più obiettivo rispetto alla storiografia ufficiale, pur senza addentrarsi in ulteriori indagini dietro le quinte.

Per la posizione dell'Italia e del fascismo un certo interesse rivestono anche le ricerche di un storico, sia pur di regime, quale R. De Felice, e le ricerche ed argute osservazioni di un F. Bandini. Ampie possibilità di studio di molti documenti ed atti, soprattutto quelli resisi disponibili dopo la disgregazione dell'ex Russia sovietica, hanno reso oggi possibile l'elaborazione di una più obiettiva chiave di lettura della Seconda Guerra mondiale.

Rimandiamo pertanto il lettore a queste documentazioni anche al fine di trovarvi una conferma più in dettaglio della nostra ricostruzione storica qui esposta per sommi capi.

 

La versione "ufficiale" della IIª guerra mondiale

Semplificando e sintetizzando quanto viene spacciato dalla storiografia ufficiale, quella cioè propinata al grande pubblico, la Seconda Guerra Mondiale sarebbe dipesa dalle velleità di dominio planetario di un esaltato, Hitler che, sostenuto dal militarismo (dapprima titubante, ma poi sempre più convinto dai ricorrenti successi hitleriani) e dalla grande industria tedesca, desiderosa di mercati e di espansione aveva avuto per anni, con la sua spregiudicatezza in politica internazionale, buon gioco sulle nazioni democratiche, grazie anche all'ingenua politica di appeasement degli inglesi negli anni '30.

Ma Hitler, prosegue questa versione addomesticata, inebriato dai successi conseguiti con i suoi colpi di mano (rimilitarizzazione della Renania, anschluss in Austria,[67] Sudeti e occupazione della Cecoslovacchia, ecc.), non riuscendo più a controllarsi nelle sue conquiste ai danni dei paesi limitrofi, arrivò all'invasione della Polonia, invasione che aveva alla fine provocato la legittima reazione armata delle grandi democrazie.

Uno scenario analogo viene disegnato per gli Stati Uniti d'America alle prese, si dice, con i fanatici militaristi che avevano preso il potere in Giappone e che minacciavano i mercati ed i commerci nel sud est asiatico e tendevano ad assoggettare ed occupare le nazioni asiatiche a cominciare dalla Cina.

L'Italia infine, ci illustra ancora questa storiografia mendace, grazie ad un dittatore megalomane e nonostante non fosse in condizioni di sostenere una guerra, fece il classico passo più lungo della gamba, illusa dalle stupefacenti vittorie tedesche e si gettò a capofitto nel baratro del conflitto.

Insomma, da anni, ci viene riproposta niente altro che la vecchia propaganda di guerra Alleata con la solita distinzione tra buoni e cattivi, tra guerrafondai aggressori e smaniosi di dominare il mondo e pacifiche nazioni democratiche aggredite.

Niente di tutto questo, però, corrisponde alla verità ed alla realtà di come sono effettivamente andate le cose, perchè le cause della guerra, gli eventi che la determinarono e la sua dinamica complessiva avevano altre motivazioni e si erano svolte in ben altro modo.

Tanto per rientrare nel nostro argomento, non è un caso che ci si imbatte spesso, tra coloro che ebbero modo di leggere qualche documento del famoso Carteggio in dichiarazioni di perplessità visto che quei documenti esprimevano una storia con conforme a quella notoriamente conosciuta.

Cerchiamo allora di fare chiarezza, puntualizzando, come già abbiamo fatto nella premessa precedente, che non è nostra intenzione di sviluppare una versione atta a sollevare gli uni o criminalizzare gli altri.

 

I presunti sogni di dominio mondiale di Hitler

Senza voler considerare gli assetti postbellici, vessatori e pesantemente iniqui imposti alla Germania con la conferenza di Versailles nel 1919, tali da configurarsi in una vera e propria rapina ai danni del popolo tedesco, i quali già da soli davano il diritto ed il dovere a questo popolo di riprendersi quanto gli era stato derubato e di rifiutare, non appena le forze lo avessero permesso, quanto gli era stato imposto con la prepotenza delle armi (perchè altrimenti sconfineremmo in valutazioni idealistiche qui non pertinenti), occorre senz'altro affermare che già da una semplice, ma esauriente e obiettiva osservazione della struttura militare tedesca (attrezzata con delle forze armate di tipo continentale) e degli obiettivi strategici della sua politica (espansionismo ad est) si riscontra, inequivocabilmente, che non c'era in atto alcun progetto per un possibile dominio mondiale da parte di Hitler.

Il fatto che vengano portati a sostegno di un presunto intento di egemonia mondiale di Hitler alcune sue sporadiche affermazioni, espresse nel suo entourage politico militare, del tipo: «vincendo in Europa e occupati i territori dell'Est praticamente la Germania dominerà il mondo», non ha alcun significo concreto essendo queste, tutto al più, delle considerazioni idealistiche o analisi di carattere geopolitico, ma non attestano un programma concreto di egemonia mondiale che, semmai ed in via ipotetica, avrebbe potuto configurarsi solo molti anni dopo, in diversi scenari internazionali e successivamente alla morte del Führer, ma non era certamente in atto nel 1938-'40.

La visione geopolitica di Hitler, presente fin dal "Main Kampf" e da allora rimasta immutata, era quella di raggiungere la supremazia politica, economica e militare nel continente europeo (dominio del centro Europa) e di conseguire una espansione geografica nei ricchi territori dell' Est (Russia sovietica).

Egli pensava o sperava di poter conseguire e soprattutto mantenere questi obiettivi attraverso un accordo globale con la Gran Bretagna (auspicato in via pacifica, ma risoluto ad imporlo anche con la forza delle armi). Agli inglesi egli avrebbe garantito l'Impero, il cui ruolo geopolitico egli riteneva fosse anche funzionale agli interessi tedeschi.

Al contempo e fino a quando gli Stati Uniti non fossero assurti ad una politica di egemonia e di interesse nel contesto europeo, egli pensava di mantenere un rapporto di reciproco interesse commerciale e reciproco disinteresse politico con questa immensa nazione, disinteressandosi della loro egemonia nel continente latino americano e nel pacifico.

Al di là di quanto a tutt'oggi pur si conosce, su la politica hitleriana e su le relazioni internazionali di quel periodo, tutto questo è altresì indicato inequivocabilmente, proprio dal tipo di riarmo tedesco e dalla conseguente composizione delle sue forze armate di terra, di mare e di cielo, alla vigilia della guerra.

Addirittura non era stato neppure programmato o previsto un adeguato arsenale bellico atto a sostenere una guerra europea su più fronti e di lunga durata, figuriamoci se di portata mondiale.

A meno che Hitler non fosse stato letteralmente pazzo, e con lui completamente folle tutta la classe politica e militare tedesca, sarebbe stato ridicolo e sciagurato parlare e progettare di piani di egemonia mondiale ed al contempo attrezzarsi militarmente per una guerra di stampo continentale e di breve respiro.

La Germania non era, e tanto meno desiderava diventare, una potenza talassocratica e di conseguenza i suoi programmi di riarmo sul mare, presupposto indispensabili per una strategia planetaria, erano limitati ad un contesto locale ed avrebbero potuto essere, tutto al più, incentivati nel futuro per garantire alla Germania il recupero e la gestione delle sue ex colonie sottrattegli con il precedente conflitto, ma del resto una politica coloniale tedesca, neppure era, in quel momento, nei pensieri del Führer.

Fatta questa constatazione e gettato lo sguardo a quanto falsamente è stato invece sostenuto dalla propaganda di guerra Alleata, devesi osservare come si finisca oltretutto nella farsa, perchè chi effettivamente aveva un Impero da sfruttare e difendere ai quattro angoli della terra, e quindi doveva giocoforza muoversi in un ottica di politica mondiale, era proprio la Gran Bretagna, mentre l'altra potenza talassocratica, gli USA, stavano già pensando nel 1939 al varo di un piano di riarmo -sui due oceani- di portata planetaria e con scopi proiettati ad un vero e proprio dominio mondiale.

La stessa Russia sovietica, pur essendo di fatto una forma di iper nazionalismo statalista, mascherato da comunismo, era comunque animata da una ideologia internazionalista e quindi suo presupposto logico era la esportazione del comunismo in ogni angolo della terra e la ricomposizione mondiale di stati e nazioni, conquistati al socialismo e posti sotto la guida della Grande Madre Russa.

Dunque, se idealisticamente e genericamente qualsiasi grande potenza aspira al dominio mondiale, nella realtà in quella fine degli anni '30 le nazioni che già si muovevano in un contesto planetario e con tattiche e strategie finalizzate al dominio mondiale erano proprio e solo l'Inghilterra, gli USA e nel senso appena accennato l'Unione Sovietica, non certo la Germania!

Questa situazione è altresì attestata dalle vicende storiche di quegli anni che ci mostrano una Gran Bretagna, non solo impegnata ad imporre la sue egemonia in Africa, in Medio ed Estremo Oriente oltre che nel Mediterraneo, ma come sempre anche attiva nella sua atavica politica tesa ad impedire il coagularsi nel centro Europa di una entità egemonica, militarmente ed economicamente forte.

Con questi presupposti, nel biennio '34-'35, fu proprio la politica inglese che consentì alla Germania un certo risollevarsi politico e militare. Era quella, allora, un politica mossa dall'ottica inglese di ostacolare o contenere uno sviluppo dell'amica Francia nel centro Europa (Francia che, tanto per ricordarlo, oltretutto aveva vasti possedimenti coloniali ed oltremare).

Solo dopo che, nei fatti, questo tipo di politica britannica, tesa alla divisione del centro Europa, era da considerarsi superata e preso anzi atto delle inaspettate grandi capacità di ripresa tedesca e della forza della politica nazionalsocialista, essa venne ribaltata e dal 1936 in avanti si assistette ad un crescente impegno nel contrastare la rinascita della Germania e ad una lenta ma decisa politica di riarmo inglese.

Come vedesi, quindi, tutta la politica inglese era sempre stata strategicamente di portata planetaria.

Nella seconda metà degli anni '30 Francia ed Inghilterra ripresero a marciare di pari passo e si sarebbe anche voluto utilizzare l'Italia nell'ottica anti tedesca, ma l'Italia aveva progetti nel Mediterraneo e nell'Africa che mal venivano digeriti da questi padroni del mondo.
 

Gli effettivi scenari internazionale nel 1939

Se andiamo ad osservare le cartine dell'Europa, prima e dopo la Grande Guerra, ci si rende conto quale stravolgimento di situazioni geopolitiche, futura e sicura causa di eventi bellici, venne brutalmente imposto in Europa al termine di quel conflitto.

E questi stravolgimenti vennero tutti architettati in esecuzione di un preciso piano, che si dispiegò attraverso varie strategia.

Si riscontra, infatti, da una parte, una piano di natura per così dire massonica, che porta alla creazione della Società delle Nazioni ed ai primi organismi mondialisti quali il CFR, ecc., che si può leggere come anti europeo in senso lato, perchè permeato di un presupposto ideologico mondialista e, dall'altro, una strategia dai classici canoni nazionali, antitedesca in senso stretto perchè tendente ad accerchiare la Germania e impedirne una sua rinascita, grazie ad una serie di nazioni, soprattutto slave, create artificialmente e gonfiate a spese della Germania stessa e dell'ex Russia zarista.[68]

In qualche caso si vuol far passare questi assurdi rimaneggiamenti posti in atto dalla pace di Versailles come l'ingenuità del presidente americano Wilson con le sue utopie pacifiste. Ma a parte il fatto che Wilson era il semplice esecutore in una ben individuata lobby massonica che lo gestiva, le cose non stanno affatto in questo modo, perchè le strategie del 1919 furono attuate con coscienza di causa ed in vista della progettazione di un programma mondialista, transnazionale, teso al superamento ed alla subordinazione degli Stati e delle identità nazionali.[69]

Senza considerare poi le migliaia di Kmq, di colonie e possedimenti vari, rapinati con la guerra agli Imperi Centrali e quello Ottomano oppure estorti, come mandati, da quelle democratiche nazioni che, già in possesso di enormi Imperi, avevano assicurato di essere entrate in guerra, nel 1914 e nel 1917, senza alcun fine di conquiste territoriali!

Se poi andiamo a considerare tanti altri avvenimenti e sviluppi della seconda metà degli anni '30, ci rendiamo anche conto come, la politica di appeasement degli inglesi espletata in quegli anni, lungi dall'essere stata la politica degli ingenui o degli amanti della pace ad ogni costo (gli inglesi, poi, figurarsi!), costituiva invece una opportuna condotta temporizzatrice, dettata dalla necessità di mediare con le varie componenti interne al paese, non tutte schierate su posizioni guerrafondaie ed antitedesche, una politica verso la Germania accettabile da queste componenti, ma sopratutto era necessaria per preparare e conseguire quel riarmo e quella maturazione politica e propagandistica indispensabile per colpire e distruggere una volta per tutte la Germania nazionalsocialista.

Chamberlain e Churchill, in definitiva, rappresentano due diverse facce di una stessa medaglia ed entrambi sono espressione di situazioni storiche, politiche e militari, contingenti affatto diverse, ma entrambi hanno lo stesso fine, da raggiungere seppur in modi diversi e secondo le necessità del momento: la distruzione dell'egemonia tedesca in Europa.

Gli accordi di Monaco (settembre 1938) furono il limite temporale della politica di appeasement: da quel momento in poi, essendo l'Inghilterra sufficientemente in grado di sostenere un conflitto, i suoi atteggiamenti cambiarono improvvisamente direzione e presero a far soffiare, neppure troppo sotto banco, i venti di guerra al fine di conseguire gli obiettivi strategici da tempo prefissatisi.

E qui dobbiamo fare una prima considerazione storica.

 

L'apparente contraddizione della politica inglese

L'evidente bellicismo britannico, a prima vista, si sarebbe potuto inquadrare nella già accennata e secolare prassi inglese, portata inevitabilmente e periodicamente all'intervento militare ogni volta che la vecchia Europa tende a cementarsi e svilupparsi attorno ad una nazione forte e risoluta, se molti indizi non stessero chiaramente a dimostrare che, a differenza dei secoli passati, questa volta non c'erano solo in gioco i classici canoni della geopolitica imperiale inglese: l'Inghilterra contro l'Europa centrale che si va raggruppando sotto la Germania ed, a sud della stessa Europa, l'Italia in espansione in aree di interesse britannico.

Questa volta c'erano in gioco interessi transnazionali, forze e lobby di potere occulto, ma non per questo meno potenti, intese a condizionare ed indirizzare la politica inglese verso uno stravolgimento degli scenari internazionali, preparando la strada ad un futuro dominio mondiale da parte di queste consorterie e, nella contingenza, indirizzato alla aggressione ed alla distruzione della Germania.

Con l'affacciarsi dei grandi colossi quali l'URSS e gli USA, infatti, era chiaro che l'Inghilterra, avrebbe, si conseguito la realizzazione della sua politica di divisione antieuropea, ma questa volta e per la prima volta nella sua storia, al prezzo di veder vanificato il suo Impero e di conseguenza la sua egemonia mondiale.

Eppure, nonostante questa apparente contraddizione, le classi dirigenti britanniche, spinte dalla volontà di Churchill e dagli interessi della City, andarono fino in fondo a dimostrazione che forze transnazionali predominavano sugli effettivi interessi inglesi.

Lo stesso Hitler, ragionando in termini geopolitici e storici non riuscì a rendersi conto del perchè gli inglesi, prima della guerra e soprattutto durante la sua prima fase, decisamente a loro sfavorevole, rifiutassero ostinatamente e contro ogni logica tutte le offerte, oltremodo vantaggiose, per una ricomposizione pacifica del conflitto.

Nel 1945 il Führer dovette convenire che, evidentemente, c'erano state all'opera forze di natura sovranazionale che falsarono il gioco.

 

La Germania verso la guerra

La Germania di Hitler, in ogni caso, aveva voluto con tutte le sue forze un riscatto nazionale dopo le umiliazioni e le privazioni succedute alla Grande Guerra ed ora, assurta di fatto e di diritto, ad una dimensione di grande potenza, coltivava l'obiettivo di un dominio nell'Europa centrale ed il sogno di una sua espansione nei ricchi territori dell'Est sovietico che soli gli avrebbero consentito quella economia autarchica in grado di sostenere e mantenere, anche in futuro, un ruolo di grande potenza dominante e soddisfare le necessità del popolo tedesco.

Se gli inglesi avevano in piedi un vasto impero mondiale, per altro ben accettato da Hitler, che vi trovava un interesse reciproco per una barriera di fronte all'oriente, Impero accumulato e strenuamente difeso nei secoli attraverso guerre, violenza, inganni e stragi; se i francesi possedevano ampie estensioni coloniali e se gli Stati Uniti, già di per sè stessi ricchi di ogni risorsa materiale ed energetica, potevano agire indisturbati nelle due americhe e negli scacchieri oceanici, la Germania si impose e non vi avrebbe rinunciato per nessun motivo al mondo, gli obiettivi geopolitici continentali appena accennati.

Obiettivi da ottenersi, se possibile, in accordo con l'Impero britannico, ma se questo accordo non fosse stato realizzabile, da conseguire comunque, anche con la guerra, cercando però al contempo di evitare uno scontro su vasta scala che, alla lunga, la Germania sapeva di non poter sostenere.

Ma Hitler era anche perfettamente conscio che il fattore tempo giocava un ruolo nefasto contro le aspirazioni tedesche, perchè questo avrebbe entro pochi anni consentito alle nazioni occidentali di raggiungere una superiorità economica e militare schiacciante sui tedeschi, mentre al contempo la stessa Unione Sovietica, colosso indecifrabile e minaccioso mostrava un evidente ed inevitabile espansionismo nell'Europa del nord e nei Balcani se non addirittura un probabile attacco alla Germania.

Per il Führer la scelta era obbligata: o soprassedere e rinunciare all'indispensabile espansionismo ad Est, visti in prospettiva i pericoli militari che questo presentava o tentare il tutto per tutto, correndo il rischio di ritrovarsi, come infatti accadde, in un conflitto su due fronti ed infine di portata planetaria.

Ma in un caso o nell'altro, qualunque fosse stata la sua scelta, in un futuro più o meno prossimo e sicuramente in condizioni più deboli, non avrebbe potuto evitare lo scontro con l'Inghilterra o l'attacco sovietico.

Come sappiamo egli volle correre il rischio di procedere su quegli obiettivi, sperando che la prima fase, quella del conflitto con la Polonia, potesse rimanere localizzata, non considerando invece che ora era interesse degli occidentali spingere le cose fino alla guerra.

Tutti i passi ed i colpi di mano che avevano consentito ad Hitler di recuperare le posizioni ed i territori sottrattigli nel 1919, non avevano potuto essere attaccati propagandisticamente di fronte all'opinione pubblica mondiale perchè erano stati logici e, possiamo dire legittimi. A marzo del 1939 però Hitler, come inevitabile conseguenza degli accordi di Monaco, era entrato a Praga, sia pure dietro un certo accordo estorto al presidente ceco Hácha, annettendosi di fatto quel che restava della Cecoslovacchia.

Il passo successivo fu la richiesta di restituzione ai tedeschi di Memel da parte della Lituania. Adesso quindi tutti sapevano che sarebbe venuto al pettine il problema di Danzica e del suo corridoio. Solo allora, la propaganda occidentale, una volta offerta una subdola garanzia politico militare alla Polonia, incentivandone al contempo il suo carattere già di per se stesso bellicista, ebbe le condizioni favorevoli per fare di tutta un erba un fascio e presentare gli intenti tedeschi su Danzica, forse i più legittimi di tutti, come una usurpazione ed una volontà di conquista indefinita da parte della Germania.

Il fatto che l'Inghilterra fosse ora in grado di affrontare il rischio di uno scontro militare, fece il resto e portò inevitabilmente alla guerra.

 

La falsa neutralità di Roosevelt

Dall'altra parte dell'oceano l'amministrazione americana di Roosevelt, strettamente controllata dalle lobby ebraiche e massoniche (a dimostrazione dei sottili e occulti fili che la riallacciavano alle strategie in atto in Europa), già da allora inaugurava quella politica sporca fatta di propaganda ipocrita e mendace, di falso pacifismo, di ricatti e provocazioni continue, di interventi paramilitari in ogni tempo e luogo (Cina), che doveva portare il paese, per altro psicologicamente restio se non addirittura contrario, ad imbarcarsi in un altra sanguinosa crociata per la difesa del cosiddetto mondo libero contro la barbarie e la tirannide, in una guerra mondiale insomma.

Si dovette alla decisa imposizione di Hitler, alla marina ed alla luftwaffe, di non rispondere alle provocazione statunitensi, anche quando erano spesso costituite da attacchi navali, se gli USA, per entrare in guerra dovettero aspettare il dicembre 1941. Tutti i ricercatori storici che hanno analizzato l'atteggiamento militare degli USA dal 1939 al momento della loro entrata in guerra hanno dovuto prendere atto che, di fatto, gli americani erano già in guerra con l'Asse pur continuando a dichiararsi neutrali.

Ed oggi, dopo quasi settanta anni di altre guerre e massacri, seppur ce ne fosse bisogno, vediamo quanto era falso l'assunto propagandistico che quella sarebbe stata la guerra che, eliminato il male, avrebbe posto fine a tutte le guerre oppure, considerato a come è stato conquistato e spartito mezzo mondo, quanto mendaci e perfidi erano gli enunciati della famosa Carta Atlantica elaborati e promessi da Churchill e Roosevelt nell'agosto 1941 a bordo della Prince of Wales al largo delle coste di Terranova.

Tutti espedienti per giustificare e spingere in guerra contro l'Asse quanti più uomini e paesi possibile.[70]

La fandonia americana, circa la crociata fatta per esportare la democrazia nel mondo, l'avremmo risentita innumerevoli volte, riproposta e replicata in altri scenari, contro altre nazioni e con altri obiettivi, ma sostanzialmente simile ed immutata persino per il solito escamotage di sfruttare, per entrare in guerra dietro un sacrosanto diritto, incidenti e provocazioni, ad arte agevolati se non addirittura segretamente determinati: se Pearl Harbour fece scuola, l'11 settembre 2001 lo ha superato in perfidia e mancanza di scrupoli.

 

L'Italia costretta alla guerra

E veniamo infine all'Italia, vaso di coccio tra vasi di ferro costretta, volente o nolente, a scendere prima o poi in guerra a causa della sua natura geografica, dei suoi minacciati interessi mediterranei ed africani, del suo assetto di regime che, per analogia con quello tedesco, improvvisamente non veniva più tollerato dall'occidente.

L'Italia fu letteralmente trascinata nel conflitto attraverso la chiusura di ogni spazio diplomatico, le minacce ed i ricatti ed infine, come vedremo, invogliata anche dall'inganno inglese.

Del resto Mussolini, fin dalla presa del potere nel 1922 si era riproposto la crescita del nostro paese, notoriamente sottosviluppato e povero di materie prime, tanto da farlo assurgere ad una piccola, ma politicamente grande potenza tesa a risolvere il suo spazio vitale nell'Africa Orientale. Presupposto di questa politica, ed in conseguenza dello scollegamento geografico con l'Impero, era però una certa presenza nel Mediterraneo, tutte situazioni queste che non piacevano affatto all'Inghilterra.

Non è azzardato affermare che se non fosse stato per lo sforzo delle riforme e dei programmi di rinascita del Regime fascista, pur con tutte le loro carenze, contraddizioni e patetiche manifestazioni di retorica, l'Italia sarebbe probabilmente rimasta un paese sottosviluppato e arretrato come certi paesi del sud Europa o dei Balcani.

Il dramma di Mussolini, con una nazione né economicamente, né militarmente in condizione di entrare in guerra, consisteva nel come poter evitare o comunque procrastinare un nostro intervento che pur appariva sempre più inevitabile, proprio nel momento in cui il nostro paese aveva raggiunto, con la conquista dell'Ethiopia gli obiettivi minimi che si era prefisso ed abbisognava di alcuni anni di pace per consolidarli, procedendo al contempo ad un radicale ammodernamento e riarmo militare.

Il vero appunto che può essere elevato al Duce non è quello di averci portato in guerra, perchè come vedremo più avanti questa era inevitabile, ma quello di aver forse preteso troppo da un popolo di spaghettari e mandolinari, aduso da secoli al servilismo verso lo straniero. Ci si chiede infatti se era in grado l'Italiano di sostenere un minimo, neppure troppo elevato, di ambizione politica per la sua patria e di anelito ad una certa indipendenza, affrontando i compiti che questa strada avrebbe presentato, o se invece non fosse stato meglio lasciare tutto il paese ridotto al rango di località turistica, immensa stazione termale di sole e mare, alla servile disposizione dei padroni del mondo, offrendo a costoro 40 milioni di camerieri, prostitute e pulcinella.

Questo a grandi linee era lo scenario complessivo che precedette la Seconda Guerra mondiale ed è da qui che bisogna partire per individuare le singole responsabilità di quella guerra.[71]

 

Le "responsabilità" della guerra

Forse soltanto Mussolini che in quell'estate autunno del 1939, fu spettatore ed in parte attore di avvenimenti che non desiderava e non gli piacevano affatto, poteva tra i tanti attori e comprimari dell'epoca esprimere un giudizio obiettivo su chi effettivamente aveva voluto scatenare l'immane conflitto.

Ebbene, proprio a Mussolini, che lo confidò a Ciano durante i primi anni di guerra e poi lo ebbe a ripetere in qualche altra occasione negli ultimi mesi della Repubblica Sociale, si deve la più esatta interpretazione delle responsabilità (ripetiamo, sempre in senso generico e contingente) che portarono alla Seconda Guerra Mondiale.

Il Duce dichiarò, infatti, che la responsabilità di questo conflitto andava ascritta a pari demerito, ovvero al cinquanta percento per uno, agli inglesi ed ai tedeschi.[72]

Oggi, alla luce di quanto sappiamo, possiamo integrare e precisare meglio questa affermazione, nel senso che la responsabilità tedesca è stata quella di aver innescato, nell'agosto-settembre del 1939, sia pure dietro evidenti e valide ragioni storiche, un processo bellico -ad ogni costo- che è inevitabilmente sfociato nella guerra mondiale, ma con mezzi e fini evidenti e limitati ad un successivo espansionismo verso l'est europeo e con il chiaro intento di tenere fuori gli occidentali dalla guerra o comunque di cercare poi, eventualmente in un secondo momento, un aggiustamento con costoro.

In realtà Hitler considerava Danzica come un passaggio verso l'attuazione dei suoi progetti geopolitici ed è quindi superfluo soffermarsi su le pretese buone intenzioni tedesche nell'offrire ai polacchi, ragionevoli e giuste offerte, perchè in realtà lo scopo del Führer andava al di là del problema di Danzica.

Ma per la Germania non c'era soltanto l'intento di sfruttare un momento storico favorevole per realizzare le sue mire, ma c'era anche la necessità di lottare contro il fattore tempo perchè era evidente, era scontato che in prospettiva, neppure a troppo lungo termine, le democrazie, essendo economicamente, militarmente e geograficamente superiori ad essa, avrebbero raggiunto una decisiva superiorità sulla Germania e quindi l'avrebbero attaccata e distrutta.

Senza contare il problema della Russa Sovietica che avrebbe potuto fare altrettanto in ogni momento e del resto, la politica staliniana, che pur portò agli accordi con la Germania dell'agosto 1939, era fondamentalmente una politica antitedesca e come tale sarebbe sicuramente sfociata nello scontro armato con la Germania.

Era infatti evidente che se Hitler arrivò a conseguire quel genere di accordi con il diavolo rosso, sperando in un loro deterrente atto ad evitare la guerra con l'Inghilterra o viceversa per coprirsi le spalle se questa si fosse verificata, Stalin da parte sua aderì con entusiasmo a quegli accordi, non soltanto per gli evidenti vantaggi espansionistici che i paragrafi segreti sottoscritti tra Molotov e Ribbentrop prevedevano, ma anche nella segreta e fondata speranza che, con tali accordi, il Führer si sarebbe buttato a capofitto nella guerra.

La responsabilità, viceversa, dell'Inghilterra o meglio di tutte quelle forze e consorterie internazionali che condizionavano l'Inghilterra e che avevano il loro centro di potere anche negli Stati Uniti (ci riferiamo in particolare all'ebraismo internazionale),[73] consistette nel cercare, con irriducibile perseveranza e provocandole al momento più opportuno, le condizioni necessarie per scatenare -altrettanto ad ogni costo- una crociata, una guerra di distruzione totale della Germania e del nazionalsocialismo, forte della possibilità di mettere in campo, alla lunga, una coalizione mondiale ed un arsenale bellico enorme!

Esse trovarono il momento propizio, le condizioni adatte, sia politiche che militari, per offrire una garanzia unilaterale alla Polonia, sobillandola ad opporsi ad ogni accordo con i tedeschi, e poi si vide chiaramente come questa non venne minimamente e militarmente sostenuta e neppure venne difesa dall'invasione sovietica, a dimostrazione che la Polonia fu il pretesto, per spingere la Germania alla guerra.

Ma c'era dell'altro e molto di più dietro questa volontà distruttiva degli occidentali: era infatti, la loro, una strategia bellica di portata mondiale (e non come per la Germania di natura strettamente continentale), per la quale, oltretutto, il problema dell'abbattimento del nazismo era importante, ma decisamente secondario, mentre indispensabile e prioritaria era la distruzione e la conseguente divisione irreversibile dell'Europa (divisione che, a suo tempo, nell'assetto postbellico del 1919, non era riuscita attraverso l'accerchiamento della Germania predisposto con l'utilizzo delle neonate nazioni slave e della ricostituita Polonia).[74]

Stabilito questo e sorvolando sulla genesi e sull'evoluzione degli avvenimenti concitati di quei giorni, sugli incontri, i comunicati, gli accordi ed i mancati accordi, le dichiarazioni, le mosse delle singole nazioni, ecc., tutte storie queste che lasciano il tempo che trovano,[75] diamo quindi uno sguardo interno alle strategie belliche dei paesi contendenti.[76]

 

Il Tripartito: ognuno per conto proprio

È un fatto incontestabile che le strategie e gli interessi sia politici che bellici del tripartito Italia, Germania e Giappone, nonostante una sbandierata somiglianza ideologica, andavano politicamente e militarmente assolutamente per conto proprio e spesso in contrasto le une con le altre, creando gravissimi problemi nel corso della guerra e contribuendo in buona parte a determinare la sconfitta di queste nazioni.

Mai, per tutti i sette anni di guerra, fu possibile mettere in piedi uno straccio coerente di strategia comune. È noto che i tedeschi, a parte l'8 settembre, accusano fondatamente gli italiani di aver intrapreso spesso cervellotiche iniziative militari (l'attacco alla Grecia su tutte) o il mancato appoggio, che pur il patto d'acciaio, in linea di massima prevedeva, alle strategie belliche di Hitler (per esempio la mancata disponibilità a scendere eventualmente in guerra il 26 agosto 1939, data questa prevista in un primo momento da Hitler per l'attacco alla Polonia, nella speranza che, anche per la presenza dell'Italia al fianco tedesco gli anglo francesi ci avessero pensato due volte ad intervenire), o comunque ci accusano di aver avuto interessi e mire, soprattutto rispetto ai Balcani e alla Francia, totalmente sconnesse dalle strategie diplomatiche per una guerra in comune nell'Asse e spropositati rispetto ai nostri effettivi mezzi.

Ma è altrettanto vero che anche i tedeschi ed Hitler in particolare, pur riconoscendogli un forte senso di stima e di fedeltà verso il Duce, spesso ebbero a ingannare l'Italia circa determinati fini nascosti dietro certe azioni belliche o dietro la tessitura di svariati rapporti diplomatici nel contesto delle nazioni europee.

È altrettanto ben noto che se l'Inghilterra avesse aderito alle ripetute offerte di pace di Hitler, addivenendo ad una ricomposizione del conflitto sulla base di un ampio trattato di pace, l'Italia, dati i suoi interessi chiaramente in contrasto con quelli inglesi, sarebbe stata in buona parte sacrificata sull'altare di questa pace.

Insomma, è indubbio che queste due nazioni, ebbero una condotta bellica finalizzata esclusivamente ai propri interessi nazionali spesso diversi da quelli dell'altro partner.

* la Germania, per tutto il conflitto, rimase fossilizzata nei suoi obiettivi di conquista territoriale nell'est sovietico e nella vana ricerca di un incontro di ampia portata storica con l'impero inglese;

* l'Italia, che tra l'altro al suo interno vedeva attiva nella criminale opera di sabotaggio una massoneria di origini anglo francesi e la presenza di una monarchia e di una borghesia vili ed opportuniste (ed ovviamente filo inglesi), viceversa pendeva per i suoi interessi prioritari nei Balcani ed in Africa, non vedendo strategie belliche (si far per dire perché, come vedremo, addirittura nei primi mesi di guerra si intrapresero solo limitate iniziative militari di ordine tattico, ma nessuna iniziativa di portata strategica!) al di fuori dello scacchiere mediterraneo e nella perenne paura di un troppo ed eccessivo potere che fosse raggiunto dal partner tedesco. Era insomma una strategia bellica parallela ed a volte addirittura rivale e certamente non univoca con quella tedesca;

* il Giappone, dal canto suo, restò sordo ad ogni interesse geopolitico verso la Russia, dove invece l'inevitabile scontro militare che poteva ivi causarsi avrebbe potuto scardinare le possibilità difensive dei sovietici nel 1941-'42 (ricevendone in cambio di questa ostinata neutralità e per tutto ringraziamento, il proditorio attacco sovietico nel '45, quando oramai il Giappone era in ginocchio) e basarono la loro diplomazia pre bellica nella vana speranza di trovare un impossibile accordo con gli USA.

A guerra con gli americani oramai scoppiata, i giapponesi non si resero mai conto che le vicende belliche in Europa erano strettamente legate a quelle in estremo oriente e che era necessario elaborare una strategia univoca. E questo fino alla catastrofe finale.

Tra le tante e tutte negative conseguenze di queste strategie ed obiettivi così eterogenei del Tripartito, si può constatare come, di fatto, i tedeschi furono un freno per lo scatenamento di una rivoluzione nell'impero inglese, che poteva innescarsi attaccando da una parte l'Impero e sostenendo dall'altra la rivolta dell'India contro la Gran Bretagna, e furono un freno per espletare tentativi, seppur complicati, di trovare un accordo con Stalin e mettere fine alla guerra con la Russia, quando forse questo era ancora possibile, mentre viceversa gli italiani furono, in un primo momento, un freno per intraprendere una rivolta in tutto il mondo islamico e determinarono, per di più, notevoli contrattempi nelle operazioni belliche complessive con lo scriteriato attacco alla Grecia dell'ottobre 1940[77] e la mancata distruzione della base inglese di Malta quando, i primi mesi di guerra, poteva essere tentata con buone possibilità di successo.

L'insensato attacco italiano alla Grecia, infatti, fece il gioco degli Inglesi e determinò l'esplodere dei Balcani, con il conseguente e necessario ulteriore impegno militare tedesco che sottrasse forze e tempo prezioso per l'imminente attacco alla Russia del giungo 1941.

Altro elemento negativo, per le sorti della guerra in comune, fu la politica di conquista e sopraffazione durante l'invasione della Russia che costò all'Asse, dapprima la mancata partecipazione delle popolazioni dell'ex impero zarista alla distruzione del comunismo ed in definitiva al crollo di Stalin e successivamente addirittura la guerriglia partigiana contro i tedeschi (innescata da Stalin con presupposti patriottici).

 

Chi tenne le redini delle strategie belliche Alleate?

Nell'altro campo, quello degli Alleati invece, grazie alle forti posizioni transnazionali di potere dell'ebraismo e della massoneria, che agivano neppure troppo dietro le quinte, si era compiuto il capolavoro di compattare e coniugare brillantemente gli interessi e le strategie geopolitiche e militari di queste nazioni (USA, Russia, Francia, Inghilterra) con i veri e nascosti fini mondialisti inerenti un disegno massonico di lunga portata e teso al dominio mondiale e, per l'allora contingenza, con l'impegno irreversibile di portare avanti la guerra ad ogni costo fino alla vittoria totale e la resa senza condizioni del nemico.

Ed il capolavoro, di questa alchimia politica, diplomatica e militare, fu tanto più stupefacente e difficile nei confronti dell'Inghilterra perché come abbiamo visto mentre, in definitiva, Russia ed America sarebbero comunque uscite con un ingigantimento dei propri ruoli storici vedendosi proiettate a dimensioni mondiali, l'Inghilterra avrebbe invece, sì conseguito la sua ricorrente e atavica necessità di impedire la costituzione di un Europa centrale militarmente, economicamente e politicamente forte, ma questa volta e per la prima volta nella storia, al prezzo di perdere il predominio mondiale e quindi di vanificare persino l'Impero Britannico.

Cosa questa che puntualmente si è verificata.[78]

Non per niente era, infatti, riposta in questa contraddizione geopolitica, cioè nell'inevitabile emergere di grandi potenze planetarie quali la Russia e l'America, la speranza di Hitler che l'Inghilterra, ridimensionando Churchill e scrollandosi di dosso l'influenza ebraica della City, avrebbe potuto venire a patti con la Germania, che offriva una soluzione di compromesso di ampio respiro e oltremodo vantaggiosa.

È comunque oggi evidente che nelle cause che scatenarono la seconda guerra mondiale e successivamente nella sua condotta così pervicace ed irriducibile fino alla sconfitta totale del nemico e l'assetto transitorio quarantacinquennale dell'Europa, imposto con la divisione Est-Ovest e durato fino al 1989 con la caduta del muro di Berlino,[79] agirono sotterranee e forti componenti ideologiche e manovre occulte di vastissima portata, tanto che, forse per la prima volta nella storia umana, le aspirazioni e gli interessi geopolitici delle nazioni furono spesso trascesi da una strategia occulta di carattere mondialista proiettata nel futuro.

Questo fattore, imprevedibile ed a quel tempo non facilmente identificabile, sconvolse tutte le previsioni possibili e tutte le tattiche e strategie politiche e diplomatiche intraprese sia da Mussolini che da Hitler i quali, pur avvertendo la presenza di quelle che chiamavano le massonerie plutocratiche e giudaiche, non arrivarono, fino in fondo e soprattutto il primo, a cogliere la portata e l'effettiva forza di queste manovre.

E torniamo ora alla nostra analisi sulle cause della Seconda Guerra mondiale.

 

Fascismo e Nazionalsocialismo

Quasi la stessa weltanshaung, ma non superavano i propri interessi nazionali.

Italia e Germania, come detto, avevano un substrato ideologico comune ed una similitudine esteriore di regimi, ma politicamente e militarmente avevano interessi diversi.

Oltretutto questo substrato ideologico comune, ad eccezione di alcune correnti di pensiero ed elite di partito, era alquanto superficiale e contraddittorio.

Da una parte, infatti, il Fascismo, tutto sommato nato dall'interventismo antiaustriaco del 1915 (in cui vi aveva avuto un ampio ruolo, di uomini e di pensiero, anche la massoneria internazionale), da Vittorio Veneto e dalle prospettive storiche di un compimento definitivo del risorgimento (che era stato di stampo massonico), si era costituito in Regime inglobando forze e componenti politiche e culturali eterogenee ed aveva finito per dotarsi, per di più, di una conformazione ideologica alquanto sui generis in cui conflitti e contraddizioni erano nascosti dal carisma e dall'azione di governo di Mussolini e dove la componente nazionalista, oramai non più adeguata ai tempi nuovi, predominava su tutto.

Dall'altra, il nazionalsocialismo era ideologicamente ed essenzialmente concepito da Hitler come un mezzo, sia pure conforme ad una certa weltanshaung, per la realizzazione degli interessi e della grandezza del popolo tedesco ed era quindi condizionato dai presupposti politici ed ideologici del pangermanesimo.

Certamente le visioni della vita e del mondo del fascismo e del nazionalsocialismo potevano, pur con le dovute differenze, comprendersi in un quadro unitario e l'Ordine Nuovo che stava nascendo in Europa ne era la dimostrazione.

Il nuovo assetto politico e sociale delle nazioni fasciste con l'importanza data agli elementi e le pecularietà razziali e culturali di questi popoli, con la definitiva liquidazione del sistema democratico sostituito dalla realizzazione di Stati a carattere nazionalpopolare basati su concetti rigidamente gerarchici, ma socialmente giusti ed avanzati, riscuotevano l'entusiastica partecipazione delle popolazioni. Ma presupposto, ancora più importante, in questo ordine nuovo, era quello che si tendeva a tenere l'economia e la finanza subordinate all'etica, alla politica e, soprattutto agli interessi dello Stato.

Probabilmente però i tempi non erano ancora maturi, affinché questi aspetti politici ed ideologici così particolari, si potessero riconoscere, oltre che in una stessa conformazione spirituale, anche in uno stesso nemico comune, sfociando effettivamente in una unità totale di intenti e di strategie europee. A quel tempo, infatti, le politiche governative dei singoli paesi (Russia Sovietica compresa) [80] si configuravano tutte in una prospettiva nazionale perchè, oltre gli aspetti ideologici, ancor più consistenti e determinanti erano gli interessi nazionali e quindi quelli militari dei rispettivi Stati Maggiori.

Ed a Mussolini si poteva chiedere tutto, essendo egli essenzialmente un politico ed un pragmatico, ma certamente non quello di ignorare gli interessi italiani in nome di una ideologia per la quale, oltretutto, identificava il Fascismo stesso nella Patria ed inoltre avvertiva le differenze ed i pericoli della geopolitica tedesca, con tutti i suoi obiettivi, rispetto a quella italiana.

L'Italia, per giunta, impegnata, come detto, strategicamente e militarmente nel Mediterraneo, nei Balcani ed in Africa aveva, di fatto, interessi e nemici (l'Inghilterra) opposti a quelli della Germania, tesa viceversa alla ricerca di un accordo globale con gli inglesi e proiettata verso un espansionismo vitale nell'est europeo.

Soltanto a guerra in corso, quando attraverso il combattimento si forgiarono con la gioventù europea le unità delle Waffen SS e quando prese corpo, soprattutto in Francia, in Italia, in Germania, in Belgio, in Norvegia ed in Romania, tutto un discorso culturale, teso alla realizzazione di quell'Ordine Nuovo Europeo conforme ad una comune visione della vita e del mondo, si cominciò a ragionare in termini non più esclusivamente nazionalistici. Ma oramai era tardi e comunque queste tendenze erano ben lungi dal predominare sulla visione di Hitler della guerra, o sulle ristrette vedute del nazionalismo italiano e soprattutto sui diversi progetti geopolitici delle due nazioni.

Solo a guerra finita, di fronte alle distruzioni morali e materiali, ma soprattutto spirituali e di civiltà in cui fu gettato il vecchio continente, piombato sotto il tallone della cortina di ferro o sotto quello, forse peggiore, della way of life americana, ci si rese conto della sacrosanta giustezza della affermazione del Führer nei suoi ultimi giorni di vita: «Io sono stato l'ultima speranza per l'Europa».

 

E così venne la guerra

Comunque sia, il 1 settembre del 1939, Hitler aveva iniziato la guerra in Europa, attaccando la Polonia, sia pur con la prospettiva di tenere la guerra limitata all'est e soprattutto che, bene o male avesse potuto ottenere, prima o poi, il placet inglese, ricevendo invece, due giorni dopo, il 3 settembre la dichiarazione di guerra alla Germania.[81]

Del resto il Führer, in quella contingenza storica, non poteva fare diversamente, pena il rischio di perdere il momento ancora propizio per iniziare una guerra con la speranza di mantenerla limitata, grazie ad una acquisita e relativa superiorità militare e vista la impossibilità americana di intervenire nel breve o medio periodo. Hitler infatti era conscio dei programmi e del riarmo degli inglesi che non avrebbero tardato l'attacco alla Germania (senza dimenticare il pericolo di un attacco Sovietico sempre possibile ed a lungo termine certo).

È evidente che Hitler, inquadrate perfettamente le intenzioni distruttive degli occidentali, anche se probabilmente sottovalutò l'entità e la vera portata dell'influenza ebraica e massonica in questi paesi, influenza che ne avrebbe imposto e mantenuto con mano ferma le direttive politiche e militari fino alla conclusione della guerra, cercò attraverso il patto con Stalin e quello con Mussolini (il Patto d'acciaio), sia a far cedere la Polonia e sia ad evitare l'intervento anglo-francese giocando, nel contempo d'anticipo, sul piano militare.

Era quindi principalmente un problema di tempo, visto che gli schieramenti ideologici e le volontà distruttive erano oramai ben definite.

Significativamente Hitler ebbe a scrivere, nel febbraio del 1945: «La fatalità di questa guerra consiste nel fatto che essa è cominciata da una parte troppo presto e dall'altra troppo tardi. Dal punto di vista militare era nostro interesse che cominciasse un anno prima. Avrei dovuto prendere l'iniziativa nel 1938, invece di lasciarmela imporre nel 1939; ciò perchè la guerra era comunque ineluttabile. (...) D'altra parte anche se la Provvidenza mi avesse concesso un'esistenza personale così lunga da poter condurre il mio popolo al necessario grado di sviluppo sulla strada del Nazionalsocialismo, è altrettanto certo che i nemici della Germania non l'avrebbero permesso. Essi avrebbero cercato di distruggerci prima che la Germania, cementata da una comune fede nazionalsocialista nel cuore e nello spirito, fosse divenuta invincibile»[82]

Ma Hitler, come detto e come ebbe a riconoscere negli ultimi giorni del conflitto, aveva sottovalutato l'influenza ebraica nella City di Londra e possiamo anche dire, soprattutto quella nell'amministrazione di Roosevelt. Costoro, infatti, miravano ad un solo scopo: intraprendere una guerra totale e distruttiva nei confronti della Germania e l'occasione la ebbero proprio sul problema di Danzica.

Era l'occasione da tempo attesa e preparata: quella di poter attaccare la Germania e scatenare una guerra senza quartiere contro l'Europa e con l'opinione pubblica mondiale fuorviata e parzialmente a favore dopo l'estendersi della presenza tedesca nell'ex Cecoslovacchia avvenuto nel marzo del 1939!

Tutte le centrali di stampa e di comunicazione, tutti i mezzi possibili della propaganda, compreso il cinema e persino i cartoni animati della Walt Disney e della Warner Bross, tutti i sabotaggi e le manovre diplomatiche, tutti i ricatti economici possibili, furono messi in atto per conseguire questo fine.

C'erano in ballo per gli occidentali, come accennato, le grandi strategie mondialiste da sviluppare in Europa, già iniziate con la fine della Grande Guerra ed interrotte a causa dei nuovi imprevisti assetti europei degli anni '30, e c'era anche il problema di liquidare quegli Stati a carattere fascista che, impostati su basi razziali e nazionalpopolari stavano avendo emulazioni dappertutto e costituivano un pericolo evidente per l'ebraismo, la finanza mondiale e le ideologie democratiche.

Il fascismo ed il nazionalsocialismo non erano le solite dittature conservatrici o militari, ma un fattore nuovo nel panorama politico mondiale. Avevano l'appoggio delle masse ed erano ancorati a concetti razziali ed economici e sociali inconciliabili con la libera economia di mercato di stampa liberista, basata sul predominio del fattore economico sulla politica e con l'influenza determinante dell'alta finanza nello Stato.

Non erano poi eliminabili o ridimensionabili attraverso i giochetti elettorali e le libere elezioni democratiche manipolate con i mass media e l'uso del denaro. Andavano decisamente ed inesorabilmente spazzati via!

Anche nei confronti dell'Italia, dove in fin dei conti questa ideologia fascista si era affermata e sviluppata in maniera più soft e comunque era stata stemperata dalla forte presenza di casa Savoia, dall'influenza del cattolicesimo e dai condizionamenti di una industria ed una finanza retaggio di una borghesia liberale sviluppatasi con il risorgimento massonico, la sentenza di morte era stata emessa ed era irreversibile.

Infatti, e per tutti i mesi che andarono dal settembre 1939 al giugno 1940, le diplomazie occidentali cercarono sempre di evitare negoziati impegnativi, nonostante una certa disponibilità italiana al compromesso, sfumando il linguaggio e temporeggiando su qualsiasi decisione al fine di non vincolarsi con L'Italia ed al contempo di ritardare il nostro intervento al momento per loro più propizio e militarmente non troppo pericoloso. Tanto erano interessati alla nostra neutralità che arrivarono perfino ad imporci con i cannoni il ricatto di un blocco del naviglio mercantile!

In realtà l'Italia fascista, con le sue velleità coloniali andava, per il momento, tenuta a bada, ma doveva comunque essere distrutta!

 

L'Italia si mosse nel solo interesse italiano

Per la verità questo conflitto doveva iniziare qualche giorno prima, esattamente il 26 agosto del 1939, data scelta da Hitler per l'attacco alla Polonia, coperto dall'accordo con Stalin e forte del patto d'acciaio che impegnava l'Italia ad appoggiare anche militarmente i tedeschi, sperando di tenere così a freno gli occidentali.

Ma come la Germania, in barba agli impegni che avevano portato alla stipula del patto d'acciaio, aveva ingannato l'Italia circa i tempi per i quali avrebbe cercato una soluzione bellica ai propri problemi (si erano promessi circa tre anni), così l'Italia, con la scusa dell'impreparazione militare e la richiesta di materiali eccessivi ed impossibili, si defilò dal seguire la scelta bellica tedesca dichiarandosi, come effettivamente lo era, non pronta e né propensa a scendere in campo a fianco della Germania.

Ancora una volta gli stretti interessi nazionali prevalevano su di un interesse ed una strategia comune!

Non possiamo sapere se, come prevedeva la strategia di Hitler che considerava l'Italia, pur con tutte le sue debolezze militari, come un deterrente per tenere a freno Francia ed Inghilterra dall'intervenire, una decisione italiana di appoggiare militarmente la Germania in quel momento, avrebbe potuto veramente scongiurare l'attacco dell'occidente, ma temiamo che, nonostante la complicazione italiana, l'Inghilterra probabilmente avrebbe dichiarato ugualmente guerra alla Germania, visto come era stato preparato il momento storico tanto atteso e come sottobanco si era spinta la Polonia a quell'atteggiamento bellicista.

Comunque sia è un fatto che il defilarsi italiano ebbe poi nei mesi successivi tutto un seguito di nostri atteggiamenti politici tesi, di fatto, a prendere le distanze dalla Germania stessa.[83] In definitiva ritornava evidente che Mussolini ed Hitler si muovevano su presupposti ed interessi nazionali unilaterali e particolari e questi presupposti non erano gli stessi per entrambe le nazioni.

Molto probabilmente fu proprio, da una parte, l'impossibilità di restare, per il nostro paese, a lungo neutrali senza correre gravissimi rischi o comunque senza non perdere tutti i vantaggi conseguiti anni addietro dalla politica italiana, e dall'altra dall'incalzare delle stupefacenti vittorie tedesche (senza contare il manifesto intento delle democrazie per l'abbattimento del fascismo), che impedì all'Italia dal tenersi fuori dalla guerra e di seguire la strada della Spagna (dove era al potere la dittatura reazionaria e clericale di Franco, tutto sommato tollerabile per gli occidentali).

L'Italia, ironia della sorte, fu oltretutto volutamente trascinata dagli occidentali in guerra al momento opportuno, aprendogli apparentemente e poi chiudendogli sostanzialmente ogni spiraglio diplomatico e ponendola sotto pressione con il fermo, l'internamento ed il fermo delle sue navi mercantili, in particolare quelle carbonifere, indispensabili alla sopravvivenza dell'industria e del paese.

Non a caso gli inglesi, che rispetto ad altri paesi neutrali che pur commerciavano con la Germania, non presero particolari provvedimenti militari, con l'Italia invece puntarono ben presto alla ostruzione -manu militari- delle nostre importazioni di carbone, con l'evidente duplice scopo di forzare un totale ribaltamento, una defezione dell'alleanza italiana dell'Asse (che avrebbe di fatto liquidato anche il fascismo) o, come alternativa, di costringere comunque ed al momento opportuno l'Italia alla guerra.[84]

Era, quella inglese, una strategia di media portata, con la quale si teneva sulla corda il governo italiano e ci si riservava il momento più conveniente per coinvolgerlo nella guerra. I britannici, fin dal tempo dello schiaffo italiano nell'impresa etiopica (sebbene, sottobanco e a denti stretti, diedero un segreto benestare a Mussolini per intraprendere quella conquista) e nonostante fossero in perfetta sintonia di intenti e di interessi con i Savoia, avevano intuito perfettamente i caratteri devastanti per l'occidente del fascismo e le mire geopolitiche di Mussolini assolutamente in collusione con quelle inglesi.

L'Italia fascista prima o poi doveva morire! e lo evidenzia spesso Churchill nei suoi ricordi, quando afferma che «se Mussolini avesse voluto …», dove quella affermazione nasconde il rammarico che Mussolini, seppur duttile e disponibile ad accordi e trattative di ogni genere, non voleva mai rinunciare agli interessi geopolitici della propria nazione!

Il problema per l'Inghilterra, durante la non belligeranza italiana, era soltanto quello di stabilire "quando" poter sopportare una entrata in guerra dell'Italia che ben si sapeva aveva uno scarso potenziale ed una limitata autonomia bellica, ma poteva pur costituire un certo problema con la sua flotta nel Mediterraneo (soprattutto per Malta) e la sua presenza in Africa, in quel momento particolare di crisi militare inglese.

E questo sopratutto in seguito allo scacco subito in Norvegia, al crollo inaspettato della Francia ed alla inevitabile ritirata da Dunkerque (prima decade di maggio 1940) del corpo di spedizione inglese. Solo il 23 maggio 1940, con il precipitare della situazione militare, arrivò a Roma una spedizione inglese tesa ad informare gli italiani della sospensione del loro blocco navale. Troppo tardi.

In quei mesi ci si trovava, praticamente, in presenza di un balletto di ammiccamenti, lisciamenti alternati ad irrigidimenti e manifesti atti di ostilità nei confronti del nostro paese, tutti comportamenti questi che, potendo prendere visione del carteggio Mussolini-Churchill, si sarebbero potuti spiegare e vedere meglio attraverso gli interventi della diplomazia sotterranea.

Per l'Italia, comunque sia c'era, come vedremo, solo il problema di scegliere il momento adatto per entrare in guerra, nonostante l'impreparazione del nostro esercito e le limitate possibilità economiche di sostenere un lungo conflitto.

E l'entrata in guerra poteva avvenire solo da una parte: a fianco della Germania. Ma la guerra era inevitabile e le cose andarono come era stato stabilito che dovessero andare.[85]

 

L'inevitabilità dell'intervento italiano

Facciamo ora delle considerazioni a tutto campo per dimostrare come, anche a prescindere da ogni considerazione ideologica, l'entrata in guerra dell'Italia era praticamente inevitabile e quindi il nostro paese non avrebbe potuto sottrarsi da un suo impegno bellico senza correre seri rischi di un peggior coinvolgimento o comunque senza ridimensionarsi totalmente da tutte le sue posizioni raggiunte nel contesto europeo, mediterraneo e africano.

Iniziamo con il dire che se, come in quel momento si poteva anche ipotizzare (tarda primavera del 1940 dopo l'offensiva vittoriosa dei tedeschi contro la Francia), gli Inglesi avessero accolto le insistenti e generose offerte di pace dei tedeschi e fossero addivenuti ad un accordo globale e di ampio respiro con la Germania, l'Italia, rimasta estranea al conflitto, sarebbe stata relegata irreversibilmente ad un ruolo subordinato in Europa ed avrebbe senz'altro perso tutte le posizioni di prestigio acquisite nel Mediterraneo ed in Africa, oltre ad essere sbattuta fuori da tutta l'area balcanica

Di conseguenza il suo ridimensionamento da un ruolo, pur se di medio-piccola potenza, non gli avrebbe consentito di mantenere e sviluppare i progetti, già in stato avanzato, nel suo Impero appena consolidato nella lontana e scollegata Africa Orientale.

In pratica l'Italia sarebbe stata calpestata, a destra e manca, nei suoi diritti e nelle sue posizioni acquisite perchè queste acquisizioni non erano gradite e comunque entravano in collisione con gli interessi inglesi.

Se viceversa, proseguendo la guerra, avesse vinto la Germania, come altrettanto in quel momento si pensava (e forse in Italia, incoscientemente, si paventava), nell'assetto futuro dell'Europa, che i tedeschi pur avrebbero dovuto stabilire dopo la vittoria, il nostro paese avrebbe ugualmente vanificato tutti i suoi sacrifici per assurgere a livello di piccola, ma importante potenza ed avrebbe forse messo a rischio anche le sue acquisizioni trentine ed adriatiche conseguite con la Grande Guerra che pur Hitler aveva solennemente promesso di considerare definitive, ma dopo una nostra defezione dalla guerra e la vittoria tedesca tutto sarebbe tornato in alto mare.

Sia nel primo caso che nell'altro, comunque, i tedeschi, tra l'altro indignati per il mancato intervento bellico italiano nell'agosto-settembre del 1939, pur previsto dal patto di acciaio, non avrebbero avuto alcun interesse ad appoggiare le nostre ragioni (che oltretutto, avrebbero potuto, anche in questo caso, essere sacrificate nell'ambito delle condizioni da imporre agli anglo-francesi) e la successiva dinamica dei rapporti internazionali in Europa non ci sarebbe stata, in prospettiva, di certo favorevole.

Se poi avesse vinto l'Inghilterra è inutile dire quale sarebbe stata la fine dell'Italia e del Fascismo perchè le democrazie occidentali, nonostante qualunque tipo di promessa avessero avanzato, in un loro momento di crisi ed al fine di evitare un nostro intervento, non avrebbero potuto tollerare all'infinito l'ideologia e la politica del fascismo in sè stessa e soprattutto, come detto, una forte presenza militare italiana nel Mediterraneo ed in Africa.

Ma ancor più gravi sarebbero stati i rischi per il nostro paese nel caso di un proseguimento e quindi di un probabile estendersi del conflitto che, data la posizione geografica dell'Italia, ci avrebbe esposto ad un attacco proditorio da qualsiasi parte.

Già in piena non-belligeranza, quando la posizione dell'Italia apparve la più defilata possibile, l'Inghilterra fece ben capire che, prima o poi, avrebbe preteso un ribaltamento delle alleanze ed una defezione italiana dall'Asse, a cominciare con una fornitura di armi agli occidentali, cosa questa che avrebbe sicuramente ed immediatamente provocato l'invasione del territorio italiano da parte dei tedeschi (senza alcuna possibilità di essere difeso dagli eserciti anglo-francesi, in pratica una seconda Polonia) e la definitiva fine del fascismo. [86]

Questa e solo questa, ovvero il tradimento verso l'Asse, sarebbe stata la condizione per aprire la diplomazia inglese all'Italia (diplomazia che invece restò ambigua, ma sostanzialmente chiusa): ribaltamento dell'alleanza e fine del fascismo, al massimo tollerato se ridimensionato ad un governo di destra conservatrice sul modello della Spagna di Franco e senza velleità di espansione in aree di influenza anglo francese.

È comunque inutile dilungarci oltremodo su queste considerazioni tanto sono ovvie, come è altrettanto ovvia la verità incontestabile che, nel momento in cui l'Italia si era data decisamente un assetto politico e sociale fascista e nazionalpopolare e, nel contempo, la nazione aveva manifestato il sorgere di una certa volontà di potenza ed aveva conseguito un ruolo ed un sia pur piccolo spazio nell'aree geografiche di esclusiva riserva di caccia inglese, in quel momento aveva decretato la sua condanna a morte: le democrazie occidentali e l'Inghilterra in particolare, l'avrebbero prima o poi ridimensionata attraverso la guerra.

L'Italia non avrebbe potuto mantenere le sue posizioni ed il suo assetto di regime a tempo indefinito e senza una guerra!

Si presti quindi particolare attenzione a quanto appena asserito e che del resto è un fatto incontrovertibile ben conosciuto da qualsiasi storico, ma viene sottaciuto per continuare ad addossare su Mussolini le responsabilità di essere intervenuto nella guerra poi perduta.

Irresponsabile sarebbe stato invece il rimanere ancora alla finestra, nonostante che oggi, alla luce di quanto accaduto con la guerra persa, si possa pensare il contrario.

Sintomatica di tutta la politica di Mussolini, non condizionata da aspetti ideologici, ma volta soprattutto agli esclusivi interessi nazionali, fu una sua frase del gennaio del 1939: «Solo un interesse italiano vale il sangue di un italiano».[87]

Ed infatti nel 1940 Mussolini, che ovviamente in via di principio non era contrario alla guerra, ma lo era in quella contingenza per varie ragioni di opportunità, in alcune occasioni motivò la propria decisione di entrare in guerra basandosi su elementi tattici, strategici e di convenienza, ma non su motivazioni ideologiche! [88]

Nel "Memoriale panoramico al Re" Mussolini scrisse il 31 marzo 1940: «Se si avvererà la più improbabile delle eventualità, cioè una pace negoziata nei prossimi mesi, l'Italia potrà, malgrado la sua non belligeranza, avere voce in capitolo e non essere esclusa dalle negoziazioni: ma se la guerra continua credere che l'Italia possa rimanere estranea fino alla fine. È assurdo e impossibile. L'Italia non è accantonata in un angolo di Europa come la Spagna, non è semiasiatica come la Russia, non è lontana dai teatri di operazione come il Giappone o gli Stati Uniti; l'Italia è in mezzo ai belligeranti, tanto in terra, quanto in mare. Anche se l'Italia cambiasse atteggiamento e passasse armi e bagagli ai franco-inglesi, essa non eviterebbe la guerra immediata con la Germania, guerra che l'Italia dovrebbe sostenere da sola. È solo l'alleanza con la Germania, cioè con uno Stato che non ha ancora bisogno del nostro concorso militare e si contenta dei nostri aiuti economici e della nostra solidarietà morale, che ci permette il nostro attuale stato di non belligeranza (...) L'Italia non può rimanere neutrale per tutta la guerra, senza dimissionare dal suo ruolo, senza squalificarsi, senza ridursi al livello di un Svizzera moltiplicata per dieci. Il problema non è quindi sapere se l'Italia entrerà in guerra o non entrerà in guerra, perchè l'Italia non potrà fare a meno di entrare in guerra. Si tratta soltanto di sapere quando e come: si tratta di ritardare il più a lungo possibile, compatibilmente con l'onore e la dignità, la nostra entrata in guerra: a) per prepararci in modo tale che il nostro intervento determini la decisione; b) perchè l'Italia non può fare una guerra lunga, non può cioè spendere centinaia di miliardi, come sono costretti a fare i paesi attualmente belligeranti».

Inoltre, come confermò ai responsabili delle operazioni militari (Badoglio, Cavagnari, Pricolo, Graziani) il 29 maggio 1940, all'indomani della resa del Belgio e con i franco-inglesi in rotta, Mussolini disse che inizialmente aveva previsto l'ingresso in campo dell'Italia all'incirca per la primavera del 1941, ma poi l'incalzare delle vicende belliche travolse ogni previsione. Infatti i tedeschi avevano in poco tempo vinto in Norvegia e Danimarca (aprile 1940) e Mussolini fu costretto ad anticipare il progettato intervento per il settembre di quello stesso anno, ma adesso: «La situazione attuale non permette ulteriori indugi, perchè altrimenti noi corriamo dei pericoli maggiori di quelli che avrebbero potuto essere provocati con un intervento prematuro (...) D'altra parte se tardassimo due settimane o un mese, non miglioreremmo la nostra situazione, mentre potremmo dare alla Germania l'impressione di arrivare a cose fatte, quando il rischio è minimo ...».

Era questa la famosa riunione, tenuta nella stanza del Duce, in cui si decise ufficialmente la nostra entrata in guerra (che Mussolini aveva comunque già deciso dalla prima decade di marzo). Il resoconto stenografico ci informa anche che non ci furono assolutamente obiezioni di sorta da parte dei generali presenti!

 

10 giugno 1940: L'intervento italiano       

E veniamo quindi al giugno del 1940 quando l'Italia fu, in pratica, costretta, anche per il precipitare degli eventi bellici, ad entrare in guerra in quel momento.

Citiamo lo storico Franco Bandini, che in questo caso è alquanto interessante: «Esiste una speciale continuità tra la politica "non belligerante" di Mussolini e quella che si definisce "bellica", senza che lo sia davvero, posteriore al 10 giugno 1940. Egli entrò in guerra del tutto persuaso che al crollo della Francia sarebbe inevitabilmente seguito quello della Gran Bretagna, o che comunque si sarebbe giunti ad una pace di compromesso, al massimo entro l'agosto-settembre di quello stesso anno. Uniformò la sua condotta politica e militare, interamente su questo presupposto: ma nel farlo sembrò aggirarsi in un perimetro ben definito, il cui aspetto storicamente più curioso è che non venne condotta alcuna azione militare contro le posizioni inglesi, tranne una, e cioè la conquista della Somalia, nell'agosto del 1940. Dovrebbe essere evidente ormai, che fino al settembre 1940 le forze armate italiane vennero cautamente mosse sul presupposto della pace di compromesso, e sulle linee di un programma che era già stato definito. In altre parole occorrerebbe spiegare, se questo non fosse vero, in qual modo e per qual motivo Mussolini avrebbe potuto pretendere qualcosa al tavolo della pace britannica, senza esserselo conquistato, almeno formalmente, con un minimo di sacrifici. Sostenere che egli entrò in guerra per "arraffare la parte di bottino", e non trarre le dovute conseguenze dal fatto, incontestabile, che egli non si mosse per prenderlo, o ne prese uno piccolissimo, significa cadere in una contraddizione di termini, e attribuire a Mussolini un grado di incoerenza eccessivo, almeno per quel periodo».

Ma come e con quali prospettive l'Italia, dunque, entrò in guerra?

A parte il fatto che, già concettualmente, Mussolini decise di prendere le armi con il presupposto di condurre una guerra parallela a quella tedesca, è oramai evidente che nel momento dell'entrata in guerra dell'Italia accadde qualcosa nel campo diplomatico relativo agli accordi segreti.

Molto probabilmente da parte italiana fu accettato una specie di compromesso, proposto dall'Inghilterra, di cui si ignorano l'esatta portata e le condizioni precise, ma che è facilmente distinguibile da tutte le primissime vicende belliche di quei mesi ed i cui contenuti si trovavano certamente nella parte più importante del carteggio Mussolini-Churchill essendo stato evidentemente formalizzato per lettera e/o documento.

Un accordo o meglio una intesa, è bene dirlo subito, non contro la Germania, ma più che altro una specie di reciproco intento anglo-italiano sul come condurre quella prima fase di guerra, di estrema convenienza per il nostro paese costretto comunque a scendere in campo senza grandi mezzi e contro una nazione, l'Inghilterra, che però proponeva, facendo di necessità virtù, la limitazione dei rischi bellici ed altrettante condizioni vantaggiose (a spese della Francia) per l'Italia.

Venne concepito e realizzato, probabilmente negli ultimissimi giorni, attraverso una serie di proposte e controproposte condizionate da una situazione militare in continuo cambiamento, e quindi con una Inghilterra altalenante, ma determinata a giocare carte strategiche di lungo respiro.

Era un modo di iniziare la guerra «senza farsi del male» e nella prospettiva, data per certa ed assicurata anche dagli inglesi, di una pace imminente.

In realtà era, come vedremo, una trappola, ben predisposta da Churchill con tutto il cinismo di cui era capace, ma alla quale Mussolini ben difficilmente avrebbe potuto sottrarsi senza ledere quella che sembrava, ma non era, una realizzazione a basso costo degli interessi italiani e che trovava oltremodo consenziente Vittorio Emanuele III ed ovviamente, con ben altri intenti, quasi tutto l'entourage dello Stato Maggiore Generale che da Badoglio in giù, era il vero punto di forza, il paradiso, della massoneria.[89]

Sarà un caso, ma l'entrata in guerra dell'Italia coincise con la riscossa militare ed in un certo senso politica dell'Inghilterra, la quale riuscì a godere di un certo periodo di insperata incolumità militare, mentre viceversa non portò alcun significativo vantaggio alla condotta bellica dell'Asse.

Ha ancora scritto Franco Bandini:[90] «Chiediamoci quali tresche vennero intrecciate nel periodo della nostra "non belligeranza": soltanto un ingenuo potrebbe credere che non ve ne furono affatto. Generali e gerarchi tedeschi complottarono non meno di sette od otto volte con gli inglesi per sopprimere Hitler e porre termine alla guerra.[91] Vi furono un ala integralista e una conciliante in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, in Francia e persino nella Russia Sovietica, e perchè non in Italia?».

E sempre il Bandini, nel suo "Vita e morte segreta di Mussolini" Mondadori 1978, ci riporta che l'industriale Alberto Pirelli, nel maggio del 1940, commentando con il suo medico, l'endocrinologo milanese prof. Alcide Fraschini, la situazione internazionale che in quel momento vedeva la sconfitta francese oramai quasi definitiva e l'Italia ancora alla finestra, di fronte alle preoccupazioni del medico, Pirelli lo tranquillizzò:

«Niente paura, caro professore! Il "testone" si è già messo d'accordo con Churchill. Qualche mese fa ho fatto io stesso la spola con Londra, come "corriere segreto", e le posso garantire che non succederà nulla. È già tutto stabilito».

Come si vede il lavorio della diplomazia sotterranea nei periodi bellici e prebellici è veramente imponente e frenetico e così è sempre stato anche se la segretazione degli archivi , da parte delle potenze vincitrici, rende arduo risalire ai contenuti ed agli esatti contorni di quella diplomazia.[92]

Riprendiamo ancora, però, dagli ultimi discorsi del Führer alcune interessanti considerazioni.

Per prima cosa Hitler, pur ragionando dal punto di vista tedesco, prende a lamentarsi che l'intervento dell'Italia, nel giugno 1940, avendo sferrato il calcio dell'asino ad una armata francese in liquefazione, aveva ottenuto il solo effetto di offuscare la vittoria tedesca che i francesi vinti avevano in qualche modo accettato sportivamente; quindi passò ad analizzare anche l'impedimento che, la presenza italiana con il suo ruolo in Africa, aveva causato alla Germania, per sviluppare una politica rivoluzionaria nell'Africa del Nord, politica che avrebbe avuto una ripercussione enorme in Egitto e nel Medio Oriente asserviti agli inglesi.[93]

Quindi passò a descrivere gli aspetti più strettamente politici e militari che si determinarono a seguito dell'intervento italiano. Ma lasciamo la parola al Führer:

«L'ingresso dell'Italia in guerra ha consentito quasi immediatamente ai nostri nemici di ottenere le prime vittorie; il che ha permesso a Churchill di ravvivare il coraggio dei suoi compatrioti e di diffondere la speranza presso gli anglofili sparsi in tutto il mondo (...) È la (nella insulsa e non preavvisata campagna italiana contro la Grecia dell'ottobre 1940 - N.d.R.) e non altrove che bisogna ricercare le cause dell'irrigidimento e del voltafaccia degli Jugoslavi nella primavera del 1941. L'evento ci ha costretto, contrariamente ai nostri piani, ad intervenire nei Balcani; di qui un catastrofico ritardo nell'avvio della guerra contro la Russia (...) Ah, se gli italiani fossero rimasti fuori dalla guerra!. Se fossero rimasti in stato di non belligeranza! Gli stessi alleati si sarebbero rallegrati, perchè seppur non avevano un opinione molto elevata della potenza militare dell'Italia, non potevano immaginare una tale debolezza da parte di quest'ultima. Avrebbero considerato un guadagno la neutralizzazione della forza che le attribuivano. Ma siccome non potevano darle fiducia, ciò li avrebbe obbligati a immobilizzare numerose truppe in prossimità dei suoi confini, al fine di evitare il rischio di un intervento sempre minaccioso, sempre possibile, se non probabile.[94] Questo significava, per noi, soldati britannici immobilizzati, i quali non avrebbero fatto né l'esperienza della guerra né quella della vittoria; insomma una sorta di "strana guerra" che si sarebbe prolungata a nostro esclusivo vantaggio. Una guerra giova al nemico nella proporzione in cui gli permette di agguerrirsi (...) Se la guerra fosse rimasta una guerra condotta solo dalla Germania -e non dall'Asse- avremmo potuto attaccare la Russia già dal 15 maggio 1941 (...) Tutto sarebbe cambiato (...) Il mio attaccamento nei confronti del Duce non è mutato, così come non è mutata la mia istintiva amicizia nei confronti del popolo italiano. Ma rimpiango di non aver dato ascolto alla ragione che mi consigliava di stabilire un rapporto d'amicizia brutale con l'Italia. Lo avrei fatto sia nell'interesse del Duce che in quello del suo popolo. So evidentemente che il Duce non mi avrebbe perdonato questo comportamento; so che si sarebbe adombrato. Ma, per la mia indulgenza, sono accaduti eventi che altrimenti non sarebbero accaduti; eventi che non erano fatali. La vita non perdona la debolezza».[95]

I primi di luglio del 1940 Hitler fece convocare, presso l'hotel Dressen di Godesberg l'ambasciatore italiano Alfieri. Qui l'italiano venne investito da una sfuriata irritata del Fűhrer che chiedeva spiegazioni del comportamento militare eccessivamente passivo dell'Italia: «Me lo può spiegare? Non può darmi finalmente una risposta chiara? Così non si può andare avanti!» gridò il Fűhrer.

Ci sarebbe da fare qui alcune considerazioni, per sottolineare che l'Italia si trovò costretta ad entrare in guerra condizionata dai tempi imposti dalla politica tedesca o il fatto che poi anche alcune scelte strategiche e militari del Führer, legate agli stretti interessi germanici, non è che furono così brillanti ne, ostinatamente, fu possibile correggerle in seguito, ma questo è un altro discorso che esula dal presente argomento.

 

Lo strano inizio delle operazioni belliche italiane

Quello che ancora oggi sconcerta ed appare incomprensibile è l'atteggiamento italiano all'inizio delle operazioni belliche, o meglio delle non operazioni, atteggiamento che lascia chiaramente intravedere una sorta di accordo militare in sordina con gli anglo francesi.

Pochi anni addietro è stato ritrovato all'Archivio centrale di Roma, un lungo telegramma di Mussolini al Re che a quanto sembra è quello che si è salvato dopo la razzia dei documenti nelle borse del Duce requisiti a Dongo.[96]

Questo documento era privo di data, ma venne datato dagli americani, per un loro elenco, al 28 agosto 1939 (cioè prima dello scoppio della guerra). In ogni caso, sia che fosse un vecchio abbozzo di intese in caso di conflitto, ovvero che fu poi ripreso e tenuto presente ai primi di giugno 1940, ovvero alla vigilia della nostra entrata in guerra, vi si esprimono delle interessanti situazioni:

 «Desidero Maestà, nell'attesa di mandarvi tutto l'epistolario scambiato con il Führer, anticiparvene le conclusioni. E cioè l'Italia si limiterà almeno nella prima fase del conflitto ad un atteggiamento puramente dimostrativo. Francesi e inglesi ci hanno fatto sapere che faranno altrettanto».

Ecco qui, quindi, il senso concreto dell'intesa che venne concordata e che all'Italia non pareva vero di potersi gettare nella voragine bellica senza correre eccessivi rischi ed in vista di una imminente pace che gli avrebbe consentito di essere presente al tavole delle trattative: «l'Italia si limiterà, almeno nella prima fase del conflitto, ad un atteggiamento puramente dimostrativo. Francesi e inglesi ci hanno fatto sapere che faranno altrettanto»!

In effetti lo stesso Hitler, pur in un certo senso al corrente che l'Italia non si sarebbe subito gettata a capofitto in grossi scontri bellici, commentando con il suo addetto militare a Roma ebbe ad osservare che: «Quando il Duce gli aveva dichiarato di non poter ritardare l'annuncio della sua entrata in guerra a una data posteriore all'11 giugno, lui aveva creduto che l'Italia avesse preparato un'azione fulminea contro la Corsica, Tunisi o Malta e che il segreto militare ne impedisse naturalmente un rinvio. Di conseguenza, dopo il discorso di Piazza Venezia, gli era sembrato logico aspettarsi che accadesse qualcosa. Invece, nessuno si era mosso. Questo, aveva concluso il Führer, gli aveva ricordato ciò che accadeva nel Medio Evo, quando le città si scambiavano messaggi di sfida e tutto finiva lì».[97]

Ma l'impressione di Hitler, che l'atteggiamento attendista italiano fosse strano, era certamente esatta. Oggi sappiamo, infatti, che ci sono state con la Francia intese per evitare ogni scontro bellico di portata strategica, e conosciamo anche i contatti avuti tra Badoglio e l'addetto militare, generale Parisot, suo amico personale, con richieste di non essere attaccati ed accoglimento delle stesse.

Sintomatico l'ordine 28 op. dello Stato Maggiore Generale (il massone e filo francese Badoglio) circa le operazioni contro la Francia: «Se si incontrano forze francesi non essere i primi ad attaccare; non sorvolare il territorio francese; nessun reparto dovrà varcare il confine; restare a 10 km. dal confine».[98]

Stranamente la documentazione, rispetto ad eventuali e simili accordi con l'Inghilterra è, guarda caso, decisamente carente.

Ma se è incompleta o assente la documentazione parlano i fatti.

Per tutta l'estate del 1940 nessuna operazione militare venne messa in atto contro gli inglesi, escludendo l'occupazione effimera della Somalia Britannica, che, come afferma P. Sella nel suo pregevole libro già citato, era comunque stata oggetto di patteggiamenti nei mesi precedenti.

Eppure in quel momento di estrema crisi dell'apparato bellico inglese c'era, nonostante l'inadeguatezza dei mezzi, forse la possibilità di scendere lungo il Nilo, coordinando le operazioni con l'armata libica del generale Graziani.[99]

Uscita la Francia dalla guerra, infatti, e svincolate le nostre truppe al confine tunisino, gli inglesi si erano travati a difendere tutto un enorme distesa di fronte (Kenia, Sudan, Somalia, ecc.) in cui le forze di Wawel erano ridotte all'osso, ma le nostre forze armate al comando di Balbo prima e di Graziani dopo non si mossero per almeno tre mesi.

Certo, date le enormi estensioni geografiche e la penuria di mezzi, si potevano concepire delle operazioni militari di breve durata, ma comunque in quel momento, se decisamente intraprese e con tutto l'appoggio tattico che la marina poteva dare nel Mediterraneo, potevano essere di estrema importanza bellica e soprattutto con ripercussioni enormi nel mondo arabo che anelava a scrollarsi di dosso il gioco inglese.

Scriverà significativamente, anche se forse esagerando un poco l'entità delle nostre forze navali, l'ammiraglio Andrew Cunningham, comandante in capo della flotta britannica nel Mediterraneo: «se la forza italiana avesse agito con maggior decisione ed avesse attaccato le navi inglesi certamente si sarebbe assicurata il dominio del Mediterraneo (…) Sarebbe bastato che alcuni mercantili carichi di cemento o di esplosivo si fossero affondati nel canale di Suez o davanti al porto di Alessandria, per paralizzare le operazioni navali britanniche (…) Ma poi se dopo la disfatta della Francia gli italiani avessero attaccato con le corazzate e con gli incrociatori noi avremmo dovuto ritirarci».

Ancora lo scrittore P. Sella, nel suo "L'Occidente contro l'Europa" ci segnala un episodio marginale, ma significativo, quello del generale di squadra aerea Santoro a cui venne inflitto, dallo Stato Maggiore, un severo monito per aver ordinato, all'inizio delle ostilità, che una grossa formazione di bombardieri attaccasse Malta!

E proprio contro Malta, che gli inglesi in quel momento temevano di perdere, non si fece assolutamente nulla. E questa tregua insperata per l'isola fortezza britannica la pagammo duramente in seguito, in termini di navi affondate, quando dovevamo rifornire le forze dell'Africa Korps di Rommel e quando fece da prezioso punto di appoggio per lo sbarco anglo americano in Sicilia! [100]

Per alcuni mesi le forze dell'Asse avevano l'iniziativa ed una certa superiorità strategica, ma anche di uomini e mezzi rispetto agli avversari.

Ma l'Italia trascurò totalmente l'impiego delle sue forze militari per operazioni di largo respiro. In particolare la marina, che in quel momento pur vantava una buona qualità e consistenza di navi da guerra, fu lasciata tranquillamente a passeggiare nel Mediterraneo, fino a quando non fu seriamente compromessa nella notte di Taranto e fini poi per essere ignominiosamente consegnata al nemico a Malta nel '43. Eppure, almeno per la guerra sul mare, Mussolini cercò di sollecitare qualche iniziativa militare, ma fu un predicare nel deserto.

Certamente le nostre risorse finanziarie e soprattutto i nostri mezzi non erano adeguati, per quantità e qualità, ad una guerra lunga ed intensa, ma in quel frangente un loro deciso e totale impiego avrebbe forse potuto far pendere la bilancia dalla parte dell'Asse.

Ed invece non vennero neppure impiegati quei pochi mezzi disponibili, e neppure la non disprezzabile marina fu utilizzata almeno per un appoggio tattico a qualche operazione. Conseguenza: nel proseguo del conflitto, si esaurirono o vennero distrutti quasi tutti i nostri mezzi, senza possibilità di rimpiazzo!

Oggi sappiamo che, comunque, probabilmente già a luglio del '40 Mussolini, conscio della labilità di queste "intese" finalizzate a limitare i rischi bellici e resosi conto della evidente volontà di Churchill di continuare la guerra (altro che promesse di un tavolo della pace),[101] spinse fortemente per iniziare delle ampie manovre offensive verso il confine egiziano che pur erano state ipotizzate gia nel mese precedente. E del pari desiderava un più attivo ed aggressivo comportamento della marina.

Il Duce infatti aveva sicuramente aderito a questa intesa, a limitare lo scontro bellico nella sua fase iniziale, nell'interesse della nazione e per opportunità tattica, considerandola nel contesto di una pace imminente.

Venuti meno questi presupposti, cercò di spronare le gerarchie militari ad iniziare operazioni belliche di un certo peso.

Di conseguenza ordinò a Supermarina di organizzare una adeguata protezione navale per far giungere in Libia i necessari rifornimenti e dar vita a piani offensivi che pur erano stati studiati anche se rimasti congelati.[102]

Ma ecco che, immediatamente, scattarono ogni sorta di tergiversazioni e vere e proprie operazioni di sabotaggio e di tradimento oggi abbondantemente documentate.

Fu evidente allora che i salotti di corte ed anche parte del fascismo, oltre agli stati maggiori dell'esercito e della marina, sia che ne fossero al corrente o meno, avevano inteso o percepito quegli "accordi" iniziali a non sparare il primo colpo, non come un momento tattico, utile solo transitoriamente ad una nazione costretta precipitosamente alla guerra, ma come un fine strategico per sedersi al tavolo della pace ed arraffare la parte di bottino senza fare la guerra agli inglesi!

Andò a finire come tutti sanno:

* ad ottobre iniziò la scriteriata, sventurata e sabotata campagna di Grecia;

* a novembre ci fu il duro colpo alla nostra marina con la notte di Taranto;

* ed infine, a dicembre, il contrattacco inglese in Africa che travolse la Libia e, successivamente, pose fine per sempre al nostro impero coloniale nell'Africa orientale.

Ebbene, come quasi ad un segnale o momento convenuto, fin da metà autunno andò formandosi spontaneamente e/o artatamente il circolo di coloro (Badoglio, Cavagnari, Caviglia, Ciano, Grandi, per citare i nomi più noti) che già puntavano ad una pace separata gettando a mare Mussolini, mentre la massoneria in svariati ambiti e settori era da tempo operativa nell'opera di sabotaggio di tutta la guerra.

Sembra che proprio dopo questi primi rovesci per le nostre forze armate ed il disastro subito dalla marina con la notte di Taranto, vi furono anche alti gradi della Marina che presero contatto con gli inglesi (tra dicembre '40 e marzo 1941) non solo per impegnarsi a non consegnare la nostra flotta ai tedeschi, ma peggio ancora per vendere le nostre migliori navi ad un prezzo, definito dagli stessi inglesi irrisorio (richiedendo ovviamente anche un salvacondotto per loro e le proprie famiglie).

Non a caso, a fine guerra, gli Alleati pensarono bene di inserire nel trattato di pace, con l'art. 16, l'impunità retroattiva per tutti questi traditori che operarono a favore degli Alleati fin da allora, se non prima!

Oggi, perduta la guerra e venuti alla luce episodi e personaggi che vi giocarono un ruolo sporco, possiamo tracciare un giudizio definitivo su fatti e persone di quel periodo storico. La nostra classe politica, sociale ed istituzionale di quegli anni si può infatti dividere così:

1. in quelli, come Mussolini, che agirono tenendo presente esclusivamente gli interessi della Nazione, anche sacrificando a tal fine, gli aspetti ideologici del fascismo, per altro identificato con i destini della Patria;

2. in quelli che, invece, avevano a cuore solo ed esclusivamente i loro particolari interessi di casta e di bottega (casa Savoia, la grande industria e la finanza, le componenti borghesi del paese e nel partito fascista)[103] e che erano propensi unicamente ad appoggiare azioni sicure, con il vento a favore, non comportanti rischi eccessivi e comunque, in caso di pericolo per i loro privilegi, erano persino disposti a buttare a mare, sicuramente il fascismo, ma persino la Patria: divennero infatti, tutti -senza eccezioni- dei traditori. Non a caso erano in stragrande maggioranza eredi del nostro risorgimento massonico e quindi anglofili e francofili per inclinazione naturale;[104]

3. ed infine in quelli che, ideologicamente, deliberatamente e coscientemente si attivarono, da sempre o in un secondo momento, per operare sabotaggi ed un autentico tradimento ai danni della Patria (massoneria, gerarchie delle FF.AA. vendute agli Alleati, antifascisti, ecc.).

Per comprendere tutto il dramma in cui si trovò Mussolini rimasto solo, dopo i primi rovesci dell'esercito italiano, a difendere gli interessi della nazione, basta leggere quanto egli ebbe a dire ad Hitler nel corso di un loro incontro presso la Tana del Lupo, nell'agosto del 1941 nel pieno dell'offensiva contro la Russia.

In quell'occasione il Duce confidò al Führer che ne rimase sconvolto: «Mi dica cosa farebbe lei se avesse degli ufficiali che hanno dei dubbi sul regime e sulle sue ideologie (…) e che dicono, mentre lei parla della sua ideologia o della ragion di Stato, che loro sono monarchici e che devono lealtà solo al Re?».

 

Come preparammo la guerra alla Francia

Tanto per avere una più ampia veduta generale di quanto accadde nel periodo che precedette la nostra entrata in guerra è altamente istruttivo attingere ad alcuni ricordi del Maresciallo Rodolfo Graziani.

Verso la metà del mese dell'aprile 1940, Graziani allora Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, ebbe incarico, da parte di Mussolini (il quale a sua volta voleva dare corso ad una proposta avanzata dallo Stato Maggiore germanico) di elaborare un progetto strategico altamente efficace.

Il progetto prevedeva che, per il momento in cui i tedeschi avessero investito la linea Maginot, l'esercito italiano, forte da 10 a 15 divisioni, fornite di armi e di mezzi moderni da parte dei tedeschi, si sarebbe radunato alla Porta Burgunda per irrompere nella Valle del Rodano ed aggirare così tutto l'esercito francese, schierato nelle Alpi Occidentali ed ammontante a circa 25 divisioni. Il progetto era dirompente ed, in pratica, ricalcava quello in vigore al tempo della Triplice Alleanza.

In ogni caso, per volere del Duce, ci si sarebbe mossi a guerra con quella che era la strategia politica da tempo indicata: «non per la Germania, né con la Germania, ma a fianco della Germania».

Di conseguenza, Graziani ed il suo entourage, avvantaggiati dal fatto che nei nostri archivi militari già esisteva una traccia di un piano simile, risalente alla Grande Guerra, redassero una Memoria che venne consegnata a Mussolini ed ovviamente al Capo di Stato Maggiore Generale (Badoglio).

Badoglio però, quando gli fu esposto il progetto, ascoltò senza un commento, ed invitò Graziani a non interessarsene più visto che prendeva lui stesso la direzione della cosa!

Tempo dopo Graziani, convocato dal Duce, lo trovò nervoso ed adirato, perché evidentemente a quell'importante progetto non era più stato dato un seguito concreto. Graziani allora espresse dei dubbi circa una condotta dello Stato Maggiore Generale in sintonia con i voleri di Mussolini.

Il Duce in stato d'ira ed a voce alta gridò: «Se Badoglio non si sente di farlo se ne vada, se ne vada. Qui non si tratta di me, ma degli interessi supremi della Patria!». E quindi promise di far conoscere decisioni in merito.

Il 29 maggio però, a Palazzo Venezia, durante il rapporto con il Capo di Stato Maggiore Generale ed i tre capi di Stato Maggiore delle forze armate, Graziani trovò una atmosfera tranquilla e completamente diversa: era evidente che Mussolini aveva soprasseduto nei suoi intenti di costringere Badoglio ad un chiarimento e magari alle dimissioni.

È chiaro che, dati i rapporti tra le nostre FF.AA e le istituzioni, in particolare Casa Savoia, Mussolini non poteva imporre a Badoglio -a viva forza- l'esecutività di un progetto ispirato dai tedeschi e comprensivo di un loro contributo d'armi, e neppure poteva fare a meno del Capo di Stato Maggiore generale proprio nell'imminenza della guerra.

Ma oltretutto, probabilmente, una nostra entrata in guerra era stata ripensata con una condotta bellica, almeno inizialmente, del tutto diversa da quella non molto prima richiesta a Graziani.

Nel corso della riunione Badoglio tenne anche a precisare: «Quindi è inteso che, da oggi, esiste un unico comando operativo, il mio. Attraverso il quale dovrà passare qualsiasi progetto o piano».

«Certamente», sanzionò Mussolini.

Ma se Mussolini aveva soppesato tutti i pro ed i contro ed aveva valutato in questo modo il da farsi (forse anche dietro nuovi sviluppi della diplomazia sotterranea), non aveva però tenuto conto che Badoglio era un traditore già in piena attività e qualunque cosa facesse la faceva a vantaggio dei suoi amici francesi.

La favorevole occasione strategica fu quindi perduta e sappiamo invece quello che accadde: gli italiani, già schierati in posizioni difensive, dovettero poi attaccare, per la fretta che avevano preso gli avvenimenti, in ordine frontale e senza adeguata preparazione offensiva, quelle Alpi Occidentali che nessuno aveva pensato potessero superarsi in tal modo.

L'Attuazione del piano della Porta Burgunda, da Badoglio fatto boicottare, avrebbe invece offerto ben diverse prospettive di successo.

Ricorda ancora Graziani: «Allorché, dopo la conclusione dell'armistizio con la Francia, mi recai a far visita al Sovrano, egli mi disse: "Badoglio non voleva la guerra con la Francia"».

 

Visto che abbiamo cercato di spiegare, sia pure per sommi capi, gli scenari nei quali si configurò la seconda guerra mondiale e le esatte finalità che sottintendevano i rispettivi paesi, possiamo ora affrontare il problema di decodificare il possibile contenuto del carteggio Mussolini-Churchill.

 

 

I CONTENUTI ESPLOSIVI DEL "CARTEGGIO" MUSSOLINI-CHURCHILL

 

L'ipotesi più concreta e forse anche qualcosa di più, sul possibile contenuto del carteggio segreto Mussolini-Churchill è possibile farla, non tanto sulla base delle poche testimoniane, spesso contraddittorie, che ci sono pervenute in merito, ma cercando di inquadrare, al momento dell'entrata in guerra dell'Italia, gli esatti svolgimenti storici all'interno di un realistico quadro geopolitico e strategico nel quale questi eventi si sono verificati.

È un lavoro questo che storici di regime, scrittori o giornalisti impegnati per il grande pubblico, difficilmente si azzardano a fare, senza uscire dagli schemi imposti e consolidati dalla Storiografia ufficiale.

 

Importanza del "carteggio"

Cominciamo con l'affermare che proprio in considerazione della grande importanza del Carteggio in possesso di Mussolini non pochi hanno ipotizzato, da parte di Mussolini stesso, l'intenzione di voler utilizzare il carteggio per scopi personali (la salvezza). Il fatto acclarato che ne fece fare delle copie fotografiche, copie che disseminò in varie direzioni onde garantire che potessero salvarsi, che fino all'ultimo declinò ogni proposta di mettersi in salvo e inesorabilmente finì nella trappola della colonna di Menaggio, attestano viceversa, che le cose non stanno affatto così.

 

Se il Duce avesse voluto salvarsi

Quando dopo il 20 aprile '45, occupata Bologna dagli Alleati, era oramai evidente che i tedeschi praticamente non combattevano più e iniziavano a ritirarsi nei loro acquartieramenti Mussolini, volendo, avrebbe potuto tentare di mettersi in salvo e questo tanto più quando, il pomeriggio del 25 aprile all'Arcivescovado venne ufficialmente a conoscenza che i tedeschi avevano praticamente raggiunto una resa con gli Alleati all'insaputa degli italiani.

I ricercatori storici conoscono bene tutti gli svariati piani di salvataggio del Duce, ideati da autorità della RSI, da settori del partito fascista e da personalità varie del suo entourage e sanno altrettanto bene del totale rifiuto di Mussolini di aderire ad uno qualsiasi di questi progetti che, mano a mano gli veniva proposto, tanto che c'era persino chi pensava di condurlo all'ultimo momento in salvo, con la forza o narcotizzandolo, contro la sua volontà.

Al figlio Vittorio, che proprio negli ultimissimi giorni gli propose di nascondersi in una garçoniere, Mussolini rispose ironicamente: «Non ti pare che le garçoniere servono ad altri scopi?!»

Noto è poi il progetto del generale Bonomi, sottosegretario dell'aviazione RSI, che aveva predisposto sul campo di Ghedi (Brescia), dei trimotori "Savoia Marchetti 79" adatti a raggiungere località come la Spagna (rimasti a disposizione fino ai giorni di Milano) al chè, saputolo, Mussolini osservò con ironia: «È questa di Bonomi la soluzione migliore per risolvere la nostra situazione?»

Ancora il figlio, Vittorio, con Luigi Gatti, segretario del Duce, pensarono di portarlo narcotizzato in Spagna per nasconderlo nella villa della moglie di questi.

Buffarini Guidi,[105] che fino a tutto il 26 aprile cercò insistentemente di convincere Mussolini a riparare in Svizzera, forzandone il passaggio, visto che le autorità elvetiche avevano chiuso la frontiera alle personalità della RSI, aveva avuto addirittura in mente un sommergibile atlantico ancorato a Trieste; Renato Ricci, della GNR, un volo su un piccolo aereo o un MAS, non si capisce se per consegnarlo agli Alleati o per svignarsela nascondendosi nella stessa isola, ecc.

In ogni caso non facile, ma certamente praticabile, sarebbe stata la possibilità di porre in salvo il Duce sia in Spagna, che in Svizzera o in Sud America o anche nasconderlo in una località segreta in Italia, anche se poi alquanto problematico sarebbe stato il "dopo" ovvero il "come" affrontare il dopoguerra, ma oltre 20 anni di segreti di Stato ed un compromettente carteggio con Churchill, gli avrebbero forse concesso la possibilità di salvare la pelle.

Ed invece, sul piano personale, si preoccupò unicamente di porre in salvo i suoi familiari (moglie e figli in Svizzera)[106] e Claretta in Spagna, ecc., cosa che poi, per motivi vari neppure andò in porto mentre egli, con tutte le autorità del governo repubblicano al seguito (alcuni familiari compresi), andò incontro al suo destino.

La ricostruzione degli ultimi tre giorni di vita di Mussolini, ci attesta che questi, dovendo preoccuparsi di quello che stava per accadere con la fine della guerra e nella speranza di salvare il salvabile e soprattutto i fascisti e il personale governativo della RSI da una probabile mattanza (come poi avvenne), cercò di riprendersi una sua autonomia decisionale in merito ad un possibile trapasso dei poteri con le subentranti autorità del CLN.

Nella drammatica riunione del 25 aprile all'Arcivescovado con il cardinale Schuster e alcuni rappresentanti del CLN, infatti, Mussolini aveva chiaramente intenzione di conseguire un trapasso dei poteri per potersi poi ritirare in modo incruento (probabilmente in Valtellina) con i fascisti e tutto il governo della RSI e da lì trattare eventualmente una resa onorevole in base al comportamento dei tedeschi. Il maresciallo Graziani, infatti, a chi tendeva a chiedere di trattare subito una resa militare fece ben presente che questo era impossibile per non ripetere con i tedeschi l'8 settembre.

Resosi conto che in effetti l'intenzione dei membri del CLN era però proprio quella di ottenere una resa militare con la consegna di Mussolini ed essendo per di più venuto a conoscenza della resa tedesca che, praticamente, metteva fuori gioco ed in pericolo le forze fasciste, Mussolini lasciò immediatamente la riunione con la scusa di far avere entro un ora una risposta e tornò in Prefettura. Qui sappiamo della sua alterazione verso i tedeschi, della sua indignazione verso la presunta mediazione di Schuster, ed il violento appunto che fece all'industriale Cella che aveva precedentemente insistito e mediato per quella riunione, da Mussolini ora definita una trappola.

È quindi probabile e normale, ma non accertato che, in questa situazione degli ultimi giorni di aprile del '45 Mussolini abbia avuto o cercato dei contatti con intermediari vari al fine di prevedere una trattativa di resa della RSI nel momento finale. Si parla di incontri con il segretario di prima classe del Consolato spagnolo a Milano, Don Fernando Canthal y Giron al fine di utilizzarlo come intermediario per una proposta di resa agli Alleati. Si sono fatte molte illazioni in proposito, si parla anche di una lettera di Mussolini da recapitare a Berna all'ambasciatore inglese Sir John Clifford Norton e si sostiene che ci fu anche un certo ruolo di Marcello Petacci, che si muoveva con passaporto spagnolo, nella vicenda.[107]

Queste ipotesi potrebbero dare una certa spiegazione a quella perdita di tempo, nel caso finalizzata all'attesa di una risposta inglese o Alleata, che si verificò a Menaggio, ma non sono comunque circostanze accertate e più che riscontri si hanno solo supposizioni.

Per il resto si conosce il caotico susseguirsi di avvenimenti o imprevisti che finirono purtroppo per portarlo cadavere a piazzale Loreto: Mussolini, tornato in Prefettura si riunisce con il suo entourage e prende la decisione di lasciare Milano per evitare la distruzione della città e per non trovarcisi incastrato senza alcuna possibilità di manovra; scioglie i fascisti dal giuramento onde consentire a tutti coloro che lo desiderano di mettersi in salvo; si dirige con il governo RSI e con i fascisti decisi a seguirlo a Como, quale pre-tappa, verso la Valtellina (anche se si rende conto che il progetto Valtellina non è stato adeguatamente approntato), portando con se, quasi tutto l'apparato governativo ed il prezioso carteggio con Churchill e buona parte dell'Archivio segreto. Molti storici sono concordi nel sostenere che probabilmente Mussolini andò incontro al suo destino con la speranza che, comunque andasse, avrebbero per lui parlato le sue preziose carte.

È costretto a subire e portarsi dietro la pattuglia tedesca del tenente Birzer. I tedeschi con la scusa di proteggerlo in realtà hanno la consegna di non perderlo d'occhio anche per poterlo barattare con gli alleati o con i partigiani. Infatti, tanto saranno scatenati ed accaniti nel tallonarlo, tanto saranno poi indifferenti subito prima e dopo la sua cattura.

Lascia Graziani libero di mettersi in contatto con i comandi germanici per il da farsi delle Forze Armate della RSI, indirizzate logicamente a condividere la resa militare con i tedeschi; rimane incerto ed indeterminato nel progetto finale su come chiudere e con quale tipo di trattativa la vicenda del governo RSI e salvare coloro che lo hanno seguito.

Confida evidentemente in una decisione improvvisa dettata dallo svolgersi degli ultimi eventi; lascia Como all'alba ed improvvisamente per il clima di disfattismo e di minaccia (in buona parte artatamente creato in città) che incombeva sul concentramento del governo e che riproponeva gli stessi pericoli di restare incastrati sul posto già corsi a Milano; rifiuta ogni proposta di coloro che vorrebbero forzare un passaggio in Svizzera (Buffarini), visto che in mancanza di ogni altro progetto concreto sarebbe pur sempre una soluzione di salvataggio. Si rende però conto che sarebbe disonorevole.

Prende la strada montuosa verso Menaggio per una evidente ricerca del massimo isolamento al fine di prendere qualche decisione importante e lasciandosi intatta oltretutto la possibilità di proseguire verso la Valtellina; questa decisione però, nella sua carenza di comunicazioni e sottraendo Mussolini dal posto, causa il crollo, psicologico prima e militare poi, delle forze fasciste che mano a mano raggiungevano Como in una situazione tutto attorno di insurrezione e con capi non certo all'altezza. Infatti si scioglieranno come neve al sole ed il solo Pavolini (oltre a Vezzalini e pochi altri) decideranno di seguirlo ben sapendo della fine che li attende.

Dopo un attesa a Menaggio e dintorni che non ha risolto nulla, in mancanza dell'arrivo di consistenti forze fasciste da Como, approfitta del sopraggiungere di una autocolonna della Luftwaffe (puntava su Chiavenna per raggiungere Merano) per aggregarsi a questa per avere una certa sicurezza di passare in Valtellina (anche se oramai privo di ogni prospettiva di una difesa militare del territorio) o di proseguire, se il caso, verso Merano. Purtroppo i tedeschi sono una vera e propria trappola e Mussolini finirà catturato a Dongo.[108]

Se questa nostra ricostruzione, fatta su la cronaca di quegli avvenimenti, può essere opinabile,[109] resta pur sempre il fatto che, in alternativa, nessuno è ancora riuscito a dare una risposta concreta e soprattutto logica al seguente interrogativo: se, come alcuni affermano, Mussolini era così desideroso di conseguire una resa con il CLNAI e/o con gi Alleati, finalizzata a consegnarsi agli Alleati stessi per salvarsi perchè, la sera del 25 aprile 1945 dopo che in Arcivescovado venne a conoscenza che i tedeschi avevano trattato e deciso la resa delle loro forze armate in Italia, invece di avviarsi verso Como e poi proseguire allo sbaraglio verso Menaggio con tutto il seguito di governo e praticamente senza scorta militare, non ebbe un comportamento logico e consequenziale attuando una di queste iniziative, molto più sicure e confacenti ad un progetto di salvezza?:

* pretendere dai tedeschi di condividere la loro resa e concertare con gli stessi le modalità di sicurezza militare per attendere gli Alleati, proprio come andò a fare il maresciallo Graziani per le FFAA della RSI il 26 aprile al comando germanico di Cernobbio da dove, a sera, venne prelevato dalla missione Alleata di Daddario. Quindi Barricarsi dentro Milano o in Como, con le forze fasciste e militari superstiti, in attesa degli Alleati analogamente a quanto stavano facendo i tedeschi che si ritiravano nei loro acquartieramenti.

* In alternativa predisporre una immediata fuga all'estero premettendo queste iniziative: a) parlare alla radio e denunciare il tradimento tedesco e ponendo Wolff in difficoltà rispetto a Berlino dove il Fũhrer era assediato, ma il suo governo ancora legale;

b) lanciare a tutti i fascisti il «si salvi chi può» invitandoli a sciogliersi o ad arrendersi solo agli Alleati;

c) sbarazzarsi immediatamente a Milano (dove Mussolini poteva ancora avere la forza morale e materiale per farlo) della scorta tedesca di Birzer. Dileguarsi da solo (o con Claretta) in Spagna o cercare, grazie a Paolo Porta profondo conoscitore di tutte le strade e gli accessi montuosi del luogo, di forzare il passaggio in Svizzera, eventualmente assieme a gruppi dell'entourage governativo.

Viceversa Mussolini ha avuto una condotta diametralmente opposta a quella che avrebbe dovuto essere una naturale logica di salvezza personale, quindi è ovvio che gli avvenimenti di quelle ore vanno considerati sotto un altra luce.

 

Attestato quanto sopra, si può partire comunque da una certezza assoluta: i documenti facenti parte del carteggio Mussolini-Churchill, oltretutto duplicato in almeno altre tre copie fotografiche, in particolare quelli riguardanti i rapporti con lo statista inglese e, probabilmente, con altri personaggi del gabinetto governativo britannico dell'epoca, tutti spariti nel nulla, rivestono una enorme importanza storica per le ragioni del nostro paese, in rapporto alla sua collocazione nel conflitto mondiale e, di conseguenza, costituiscono un aspetto estremamente compromettente per la posizione inglese visto l'oramai acclarato interesse che le Special Force britanniche e lo stesso statista inglese mostrarono, nell'immediato dopoguerra e fino ai primi anni '50, per rientrarne in possesso.

 

Le fotocopie predisposte dal Duce

È opportuno riassumere il lavoro di fotocopiatura e consegna a persone di fiducia dei documenti predisposto e ordinato da Mussolini e che pur costando tempo, danaro e fatica a Churchill per il loro recupero, purtroppo non servì a molto, visto che tutte le copie sono, almeno fino a questo momento, scomparse.

Alcune di queste copie scelte furono consegnate ad agenti di servizio della RSI perchè le mettessero al sicuro all'estero (in particolare in Svizzera) e, se il caso, le rendessero pubbliche al momento opportuno (mentre invece di questi soggetti, nel dopoguerra non se ne ebbe più notizia o addirittura finirono per barattarle con il governo italiano dell'epoca. Pur tra tanti falsi e dubbi potrebbe rientrare in questa categoria anche quell'Enrico De Toma che occupò le pagine dei rotocalchi degli anni '50).

Quelle affidate al diplomatico giapponese Hidaka sono letteralmente scomparse proprio come i diari di Mussolini che non è ben chiaro se furono solo affidati al figlio del Duce, Vittorio (che riuscì a portarli in Svizzera, ma quando nel dopoguerra la famiglia cercò di ricuperarli erano misteriosamente spariti) o in essi ebbe una certa parte anche l'Hidaka.

Altre copie attinenti il carteggio sembra che vennero affidate a Clara Petacci, che probabilmente doveva portarle in Spagna con la famiglia ed invece fece saltare questo piano del Duce restando a Milano e poi per il desiderio di seguire Mussolini (trascinandosi appresso il fratello Marcello), fino alla cattura e la morte. Sono forse i documenti contenuti in una borsa che i partigiani trovarono nella autovettura di Marcello Petacci fermata con la colonna Mussolini.

Alla moglie del Duce, donna Rachele, rifugiatasi con i figli a villa Mantero dopo che gli fu negato l'accesso in Svizzera, vennero sequestrati altri documenti lasciategli da Mussolini (che sembra ne faccia anche un accenno in un contatto avuto con lei), sia per metterli al sicuro e sia, se necessario, per usarli come salvacondotto.

Ma soprattutto il ministro dell'Educazione Nazionale Carlo Alberto Bigini[110] ebbe l'incarico più delicato dovendo preparare una ricostruzione storica per rendere edotta un giorno tutta l'opinione pubblica mondiale, in pratica una sorta di Storia inedita della nostra guerra. A tal fine Mussolini, che aveva molta fiducia nelle preparazione e nelle qualità umane e culturali del suo ministro, oltretutto ancora giovane in età e che in passato aveva già curato una ricostruzione storica sui Patti Lateranensi, gli fornì parte del materiale scottante del carteggio con le indicazioni sugli eventi storici della nostra entrata in guerra.

Ora Biggini, impossibilitato a raggiungere Mussolini a Como, si rifugiò nella Basilica del Santo a Padova, lasciando tutte le sue carte incustodite a casa, cioè a villa Gemma. A giugno del 1945 poi, il ministro manifestò i sintomi del cancro al pancreas che lo porterà alla tomba in pochissimi mesi. Nonostante che chiedesse disperatamente delle sue carte non fu più possibile rintracciarle.

Neppure il suo segretario particolare Dino Campini, che poi nel dopoguerra si cimentò, spesso con una certa fantasia, nella stesura di alcuni libri ha potuto fornire elementi utili ad un loro recupero.[111]

Infine, dalle intercettazioni più avanti riportate, ci renderemo conto come un certo lavoro di fotocopiatura fu fatto eseguire con successo dal ministro degli Interni Zerbino.

Insomma, da tutto questo, emerge con chiarezza che il piano di Mussolini, nel momento in cui tutto era perduto e si andava incontro agli anni bui della sconfitta militare con conseguente occupazione del nostro paese, era chiaramente quello di utilizzare il carteggio con Churchill per tutelare la situazione dell'Italia e per affermare le ragioni storiche del suo operato.

Se questo, in quel frangente bellico, non fosse stato possibile Mussolini si era comunque premunito affinché il contenuto del carteggio venisse reso di pubblico dominio appena le condizioni lo avessero permesso.

 

Come abbiamo visto, molte sono le rivelazioni, a livello di testimonianze, che attesterebbero l'esistenza di questo carteggio, tutte testimonianze poi sia di parte fascista che antifascista, ma essendo lo stesso irreperibile, la storiografia ufficiale tende ad essere alquanto scettica o comunque dubbiosa.

Viceversa qualcosa di più concreto si può dedurre da alcuni stralci di intercettazioni telefoniche e/o epistolari registrate -si noti bene- nascostamente dai tedeschi, spesso tradotte con errori grammaticali e, cosa molto importante, anche nel periodo degli ultimi mesi di governo della RSI.[112]

Cosa ne abbia fatto poi Wolff (Governatore Militare e Generale delle SS e della Polizia nel nord d'Italia), se le abbia subito trasmesse a Berlino o le abbia conservate per suoi scopi, non è importante ai fini della nostra ricerca storica.

Per ulteriori particolari e per i tanti fatti che attestano, abbastanza concretamente l'esistenza e l'importanza di questo carteggio, rimandiamo al recente libro di Fabio Andriola ("Mussolini-Churchill carteggio segreto", Sugarco 2007), aggiungiamo qui però qualche parola su quella che risulta oggi la testimonianza sul Carteggio più concreta e decisiva, in genere accettata da molti.
 

Una testimonianza sul "Carteggio" ritenuta decisiva

Più o meno a metà anni '90 (guarda caso proprio dopo la scadenza del tanto ipotizzato segreto cinquantennale a cui sarebbero stati obbligati uomini ed istituzioni del periodo della resistenza), uscì fuori la testimonianza, oggi da molti storici anche resistenziali considerata determinante, di Luigi Carissimi Priori di Gonzaga,[113] nel dopo liberazione capo dell'Ufficio Politico alla questura di Como.

Il Carissimi-Priori asserì persino di averlo potuto leggere e fornì tutta una serie di circostanze in merito alla sua scomparsa e ad una presunta conservazione a tutt'oggi di una copia fotografica.

Se il De Felice aveva fatto un fugace accenno alla questione del carteggio, confermandone la sua esistenza, se svariate testimonianze sia di parte resistenziale che fascista non lasciavano, in questo senso, dubbi in proposito, questa volta la testimonianza di un anziano autorevole esponente della resistenza, che pur aveva ricoperto incarichi di un certo rilievo, chiuse in qualche modo tutta la questione, nel senso che mentre per la storiografia tradizionale (ed in mancanza di documentazioni agli atti non poteva essere diversamente) venivano sempre prese in considerazione, più che altro, gli scambi ufficiali e formali tra Churchill e Mussolini nel maggio del 1940, per la ricerca storica si propendeva oramai a dare per acquisita la presenza di ulteriori, segreti e delicati, seppur ancora misteriosi, scambi epistolari tra i due statisti.

Pur avvertendo che il memoriale e le testimonianze di Carissimi-Priori avvennero a pezzi e bocconi e non sono prive di incongruenze, ma soprattutto furono spesso modificate dall'interessato, probabilmente dietro una attenta regia di chi voleva rivelare questi fatti a modo suo, si consiglia di leggere attentamente quanto riferito dall'ex partigiano azionista perché è un racconto estremamente significativo ed indicativo di quanto accadde in quel periodo.

Ebbe a raccontare il Carissimi-Priori:[114] «I documenti del carteggio Churchill-Mussolini esistevano ed esistono (...) Se mi si chiede come siano arrivati a Como, io non lo so, ma ci sono arrivati, e pochi giorni dopo sono state fatte le famose copie fotografiche allo studio Ballarate (...) Ho poi letto che una copia di questi documenti è arrivata fin quasi a Milano, portata da Michele Moretti, ma poi tornò indietro quando sorse qualche dubbio e tutte le autorità ufficiali qui a Como han voluto lavarsene le mani. Atteggiamento che hanno avuto anche gli stessi americani forse per non sentirsi, in un certo qual modo, responsabili di qualcosa che noceva ai loro alleati inglesi. Nessuno ha voluto saperne di quei documenti, quando avrebbero avuto la possibilità di mettervi le mani sopra, perchè si sapeva chi li aveva, accidenti se lo si sapeva! Specie il questore di Como (Luigi Davide Grassi - N.d.R.). (...) Grassi sapeva tutto! E con lui il suo segretario particolare, Antonio Botta. Ma dietro di lui c'erano anche quelli che da Roma premevano per occupare il suo posto. Grassi doveva andarsene e non voleva grane. Poco dopo il mio arrivo a Como, sono stati assassinati da una certa parte politica il capitano Luigi Canali, Neri,[115] e Giuseppina Tuissi, Gianna, (7 maggio e 23 giugno 1945, ai quali seguirono altri delitti particolarmente efferati, maturati nel torbido entourage del partito comunista del luogo, ma attinenti alle vicende della morte di Mussolini e forse alla sparizione del famoso oro di Dongo - N.d.R.). Tutti coloro che sapevano qualcosa, erano in pericolo a causa del segretario provinciale del partito Comunista, il famigerato Dante Gorreri (si riferisce, oltre alla faccenda del carteggio, anche al cosiddetto Oro di Dongo, altra questione questa di poco edificante prestigio per la cosiddetta Resistenza e che ha contribuito ad innescare, omicidi, fiumi di polemiche e false testimonianze, fino a quando una opportuna amnistia non ha potuto seppellire il tutto-  N.d.R.). Io non credo però che sia stata una sua iniziativa personale, ma che abbia agito d'accordo con il partito (...) Così mi sono avvicinato al Partito comunista costretto dalle circostanze. Ma i motivi veri li conoscevano i più fidati, il questore David Luigi Grassi, poi gli altri collaboratori del CLN di Como e gli Alleati. Perché quando io avevo qualcosa di delicato tra le mani, oltre a dirlo al CLNAI, che per questo e per altro mi aveva mandato a Como, io riferivo all'amministrazione alleata o AMG dalla quale avevo avuto credenziali. Io sono rimasto per tutto il 1945 con l'incarico che avevo. Le elezioni amministrative avvennero nel 1946, quindi l'ispezione avvenne quando io avevo già un incarico al comune di Como, altrimenti non avrei potuto avvicinarmi al PCI: se ne va il Gorreri ed arriva il Mazza, tipo ieratico. L'ispettrice, venuta da Roma, Maria Azzale, di Mantova, non venne con credenziali per poter prendere visione di documenti o di quanto combinato alla federazione del partito o di chiarire dei sospetti. Venne in veste di sostegno, vale a dire nella versione ufficiale sarebbe mancato "qualcuno che potesse riordinare documenti o altro". Ma in realtà lei cercava testimonianze e prove contro Gorreri. Le prove, secondo voci, dovevano stare nella cassaforte del partito: vi sarebbero stati nascosti gioielli e altro di provenienza illecita (…) L'Aprimmo con difficoltà e dentro c'erano le prove di quanto supponevamo, cioè dei loschi affari del Gorreri. Per cui la Azzale avrà fatto poi un esposto a Roma.: il fatto è che il Gorreri è stato rimosso. Della cassaforte venne fotografo il contenuto, tranne le carte perché non c'era la possibilità di farlo sul posto; le abbiamo passate al setaccio e da li è nata una polemica durissima, arrivata anche sui giornali, tra me e la federazione del partito con delle minacce chiare (...) Come detto, questi documenti è certo che erano a Dongo, ma non si sa come arrivarono a Como. La "borsa" ad un certo punto sparisce e, secondo una mia ricostruzione, il Gorreri che è in possesso dei documenti ne fa eseguire allo studio Ballarate copia fotografia e rompe i negativi. Lui ne ha una copia ed a questo punto informa ufficialmente il partito di avere i documenti. Il partito manda allora a Como il giornalista comunista Ugo Arcuno il quale ritorna con il Gorreri da Ballarate, che sta zitto, perché deve stare zitto!, e fa eseguire una copia dei documenti come fosse la prima copia. Questa copia parte con Arcuno e va a Milano e forse a Roma. Dopo poco tempo, naturalmente su decisione del partito, quando si presenta l'occasione vengono venduti gli originali dei documenti. Non so come sia capitato, ma secondo la mia opinione è intervenuta una persona di un certo peso che ha fatto da intermediario tra gli inglesi ed il partito comunista, e una persona importante. Non credo che fosse possibile al Gorreri prendere contatto con gli inglesi o che gli inglesi andassero a cercare il Gorreri. Il Partito l'ha si autorizzato, ma il contatto deve averlo stabilito una persona di gran peso che ha fatto da intermediario. Quindi il PCI, a Milano o a Roma ha una copia del carteggio, il Gorreri ne ha un'altra e il partito vende gli originali del cosiddetto carteggio Mussolini / Churchill. Lo scambio deve essere avvenuto, forse a villa Passalacqua di Moltrasio, non al Premier in persona, ma attraverso degli emissari, credo non inglesi, ma polacchi, perché per una faccenda del genere Churchill non si sarebbe fidato di inglesi (...).

Ed ancora confermerà il Carissimi: «La copia fotografica del carteggio Mussolini-Churchill esiste, sono le 62 lettere con firma autografa, recuperate e messe al sicuro in una cassetta chiusa e mai più riaperta (…) I documenti originali del carteggio Mussolini-Churchill, come detto, sono stati restituiti a Churchill: non sono del tutto certo in quale occasione, ma il partito comunista li ha consegnati. Quello che ha fatto Gorreri è di farsene una copia, di tenersene una copia. E questa copia c'è. Esiste ancora, sono appunto le 62 lettere di una corrispondenza intercorsa tra Mussolini e Churchill solo prima, e sottolineo prima, che l'Italia entrasse in guerra il 10 giugno 1940. Non vi sono lettere del periodo successivo. Io so, ho avuto fra le mani quei documenti, li ho letti e dunque so cosa c'era scritto (…) Credo che potessero essere importanti in quel momento, quando l'Italia ha trattato la pace. Perché prima dell'entrata in guerra Churchill, affinché Mussolini non entrasse nel conflitto al fianco della Germania, gli garantiva che poteva avere anche la Corsica, anche Nizza, anche la Tunisia.[116] Questo è certo (...) Alla villa Passalacqua di Moltrasio, della baronessa Nalder, emissari inglesi che erano ufficiali polacchi, hanno trattato la cessione dei documenti. Questi documenti, di sicuro in Inghilterra non esistono, perché Churchill si sarà ben guardato dal lasciarli in giro. Comunque una copia del carteggio però rimase al Gorreri, almeno fino a che non gliela ho sottratta. Non possono ancora essere tirati fuori per una questione di tranquillità (sic.! N.d.A.)».

 

L'altra testimonianza di Massimo Caprara

È bene dire che questa testimonianza di Carissimi-Priori venne successivamente, solo in parte confermata, ma posta in una diversa ricostruzione degli avvenimenti dall'ex parlamentare del PCI Massimo Caparra, già segretario privato di Palmiro Togliatti. È bene quindi riportare anche la testimonianza di Caparra che dicesi frutto di una sua «personale ricerca».

Secondo Caparra, «Togliatti (all'epoca ministro della Giustizia del governo De Gasperi) avrebbe ricevuto le fotolitografie di 62 lettere, tutte autografe di Mussolini e Churchill, grazie a Dante Gorreri, segretario della Federazione comunista di Como. Gorreri avrebbe ottenuto quelle carte scottanti da Luigi Carissimi Priori, della Questura di Como, che comunque se ne fece una seconda copia per conto suo (versione dunque opposta a quella di Carissimi-Priori). E la copia di Carissimi-Priori giunse al presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, tramite il conte Pier Maria Annoni di Gussola».

Sempre secondo Caprarra, «Gorreri consegnò questo carteggio, a Milano, a Pietro Secchia e poi Togliatti avocò a sé tutta la faccenda. Queste lettere mostravano che Churchill, divenuto premier nel 1940, aveva tentato di indurre Mussolini a non entrare nella guerra e tenersi neutrale. In cambio il britannico assicurava all'Italia vantaggi territoriali: Nizza, la Corsica, la Tunisia del nord, il Delfinato, la Dalmazia e l'Istria, il Dodecanneso, oltre al mantenimento dell'Etiopia» (e qui siamo in sintonia con quanto affermato da Carissimi-Priori, dovendosi ritenere che questo dossier era privo delle ultimissime lettere di Churchill, quelle veramente compromettenti, che invitavano Mussolini ad entrare subito in guerra).

A Caprarra, in prima persona, risulta che Togliatti «non consegnò mai le lettere e neppure ne fece copia. Attese il momento di poter farle pesare, e congruamente, presso il diretto interessato (Churchill - N.d.R.). Accadde nel 1946».

Caprara non aveva elementi per indicare cosa Togliatti potesse richiedere in cambio della non divulgazione di quei documenti.

 

Come si vede le ricostruzioni di importanti avvenimenti non sono concordi e devesi pensare che qualcuno evidentemente ha sempre mestato nel torbido.

 

A chiusura di questa importante testimonianza, per la quale abbiamo razionalmente messo in dubbio (e al termine di questo lavoro ancor meglio dimostreremo) che la documentazione visionata dal Carissimi-Priori potesse riguardare soltanto grosse offerte fatte all'Italia per rimanere fuori dal conflitto, bisogna giocoforza attenersi a due eventualità: o il vecchio partigiano azionista se ne è uscito fuori con questa testimonianza a metà degli anni '90, su mandato e per conto di chi voleva chiudere questa storia sul Carteggio ammettendone l'esistenza, ma minimizzandone al contempo il contenuto, oppure il Carissimi a suo tempo ebbe modo di visionare solo una parte, la meno importante, della corrispondenza con Churchill.

Occorre, infatti, ripetere e precisare che probabilmente al momento del fermo di Mussolini a Dongo e delle autovetture della colonna precedentemente fermate a Musso, vennero sequestrati più di un plico relativo a documentazioni di estrema importanza. Visto che poi questi documenti sono stati fatti sparire, attorno ad essi si è creata un gran confusione e contraddittorietà di testimonianze. È quindi oggi impossibile attestare con certezza come e dove siano avvenuti questi ritrovamenti.

Le ipotesi più accreditate dicono che, oltre a qualche altra borsa di documenti di una certa importanza, le più importanti documentazioni, compresi ovviamente i dossier su Churchill e l'Inghilterra erano contenute in almeno 4 borse di differente peso: un paio di borse erano costituite da quella in possesso di Casalinuovo e quella presente sul camion dove fu trovato il Duce (raccontò Carradori di averla gettata lui stesso, trafelato, sul camion in partenza da Musso in quei tragici momenti).

Sono queste le borse requisite immediatamente, sembra da Bill Urbano Lazzaro, quel pomeriggio del 27 aprile '45 e poi portate a sera nella Cassa di Risparmio delle Province Lombarde di Domaso dove furono pesate e sigillate. Di lì a poco subirono vari saccheggi sia probabilmente nella stessa banca che nei giorni successivi, dopo esser state riprese dal Lazzaro, dal Bellini delle Stelle e dallo Scappin, quindi affidate al parroco di Gera Lario Don Gusmeroli,[117] poi riprese di nuovo, manomesse, e così via.

Un'altra borsa venne invece sequestrata a Marcello Petacci e Zita Ritossa forse la sera tardi del 27 aprile o meglio il giorno successivo 28. Si dice che questa borsa (in realtà le borse sequestrate ai Petacci erano due) conteneva dossier su Churchill e dovrebbe quindi ritenersi che era la borsa affidata a Claretta Petacci.

Molto probabilmente però una parte esigua, ma importantissima e decisiva della documentazione con Churchill era addosso a Mussolini stesso che la portava in una piccola borsa di pelle facile a nascondersi dentro o sotto la giacca (sparita anche questa, anzi addirittura sparì anche la giacca della divisa del Duce visto che fu portato cadavere a Piazzale Loreto con la sola camicia nera ed un cappotto di taglia e foggia mai appartenuto al Duce).

Di questa borsa di pelle, vista da Elena Curti nell'autoblinda ferma a Musso con il Duce, stranamente non se ne parla, il che fa pensare che proprio questa era la borsa decisiva e più importante che venne sequestrata (in questo caso molto probabilmente da Pedro il Bellini e da Bill il Lazzaro e fatta subito sparire (ma da chi, quando e come sia stata fatta sparire può essere solo supposto).

Vanno poi aggiunte le famose copie fotografiche fatte fare dal Duce, sparse un po' da per tutto, e che non è ben chiaro dove finirono e quando e come vennero recuperate da Churchill o chi per lui.

Tutto questo per dire che non è escluso che il Carissimi-Priori possa aver visionato a Como le copie fotografiche di una documentazione requisita a Dongo nelle borse di Mussolini, ma tutto sommato priva dello scambio di lettere decisivo, ovvero quello con le intese dell'ultimo momento che portarono il nostro paese in guerra e che sicuramente erano nella piccola borsa portata dal Duce.

In ogni caso, per concludere, attraverso le dichiarazioni di Carissimi-Priori si può ritenere che questa documentazione, attraverso Maria Annoni, venne consegnata a De Gasperi. Qualunque possano essere state le promesse fatte dall'allora presidente del consiglio italiano, possiamo star certi che questi le smistò a Churchill, nonostante si voglia affermare che forse De Gasperi le depositò, a futura memoria, forse in una banca svizzera o qualcosa di simile.

Non a caso fino alla metà degli anni '50 De Gasperi ebbe modo di intrattenere con lo statista inglese vari rapporti su questo argomento e questi rapporti non potevano non essere finalizzati ad aiutare Churchill nel suo desiderio di rientrare in possesso di tutto ciò che lo riguardava.

Ma il Carissimi, sia pure in modo contraddittorio o comunque contraddittoriamente riportato da chi ebbe modo di riceverne le confidenze, fece intendere che da qualche parte nascosta dovrebbe esserci una cassettina con queste lettere (una loro ulteriore copia?, la stessa che venne consegnata a De Gasperi?). In una confidenza rilasciata durante le interviste che concesse allo scrittore giornalista Festorazzi, il Carissimi che probabilmente considerava quei documenti come cosa propria e non patrimonio dello Stato italiano, disse che essi sarebbero finiti presso una importante Istituzione, una Istituzione forte, dotata di prestigio, autorevolezza e credibilità incontestabili.

A questo punto non è difficile trarre le dovute conclusioni: o De Gasperi o questa Istituzione forte ed autorevole (magari sotto egida massonica) una cosa è certa: possiamo dire addio ad ogni possibilità di poter prendere visione di questi 62 fogli!

 

Prima di presentare adesso una straordinaria ed importante rassegna di intercettazioni telefoniche ed epistolari sul Duce, che attestano meglio di ogni altra testimonianza l'importanza e l'esistenza di questo Carteggio, dobbiamo fare un paio di doverose premessa in merito a situazioni sulle quale si è sempre insinuata una certa mistificazione storica:

il cosiddetto oro di Dongo, ed i presunti tentativi di Mussolini per chiudere la guerra con una resa o un trapasso di poteri.

 

L' Oro di Dongo

Oro (o Tesoro) di Dongo, è un termine con il quale si vuol far intendere i fascisti, ministri e Mussolini in fuga dopo aver razziato chissà quali valori, mentre invece siamo in presenza di un vero e proprio trasferimento, sia pure trafelato e caotico e non pianificato e finalizzato nella sua meta, di quello che rimaneva del governo repubblicano. Trattasi quindi e più esattamente:

* di parte dei fondi ministeriali in trasferimento con il governo della RSI;

* di un certo quantitativo di oro, gioielli e valuta pregiata sequestrato nei tempi precedenti dalle autorità repubblicane e fasciste (più che altro ad ebrei) e che lo Stato repubblicano teneva in consegna anche per non farli requisire dai tedeschi; [118]

* di beni e gioie personali delle famiglie che avevano praticamente svuotato le loro case, comprensivi di liquidazioni dei ministri e funzionari (appena riscosse), dei militi e del personale di governo.

Lo stesso Mussolini aveva con se gli assegni da poco ricevuti per la vendita del palazzo e del complesso editoriale del "Popolo d'Italia" e relativa tipografia (esclusa la testata) e poco liquido (si parla di alcune banconote per 160 sterline). I beni del Duce erano anche costituiti dalla recentissima riscossione di alcuni suoi diritti di autore, defalcati da quanto aveva fatto avere alla moglie e ai figli destinati ad andare in Svizzera (questo pacchetto lo portava l'attendente Carradori), più l'orologio d'oro che si dice poi si tolse e regalò e la sua stilografica d'oro che successivamente il boss comunista Dante Gorreri pretese di accaparrarsi («Posso tenerla?» Si dice che chiese, ed il Canali Neri, rispose: «Se la coscienza te lo permette»).

Per i valori e gli oggetti in oro, oltretutto, si venne poi a sapere che all'atto della loro fusione (per procedere ad una successiva rivendita), risultarono essere una lega aurea al 400 per mille e quindi, come confessò molti anni dopo Alfredo Bonelli già Amministratore del Partito Comunista Alta Italia con funzioni di tesoriere ai diretti ordini di Pietro Secchia, di oltre 35 Kg. se ne ottennero circa 15 Kg.

Sembra che erano presenti anche alcuni fondi dei tedeschi.

È accertato che la maggior parte di questo tesoro fu derubata dal Partito Comunista ed in parte servì per l'acquisto e la costruzione delle Botteghe Oscure. e della tipografia de "l'Unità". Un altra parte (si calcola un 20%) finì nelle tasche dei partigiani e di qualche abitante del luogo.

 

Resa o trapasso dei poteri

Nelle ultime vicende di Mussolini, si fa spesso e in malafede, una confusione tra il tentativo di conseguire un trapasso indolore dei poteri,[119] mano a mano che verso la fine di aprile '45 le forze della RSI erano costrette a ritirarsi, e questo anche con l'evidente fine di evitare uno spargimento di sangue e le conseguenti distruzioni (vedi ad esempio l'incontro del 25 aprile all'Arcivescovado), o anche quello di esperire dei sondaggi con gli alleati per verificare le eventuali offerte di una resa che avesse concluso il conflitto con l'Italia e la Germania, ed invece e al contrario, l'intento di conseguire una resa delle forze armate della RSI all'insaputa dei tedeschi ripetendo, in pratica, l'8 settembre (cosa questa che aborriva al Duce).

Tuttavia Mussolini avrebbe potuto ritenersi libero di trattare unilateralmente anche una vera e propria resa dopo che, il 25 aprile del '45, viene a sapere che proprio i tedeschi si erano arresi agli Alleati all'insaputa degli italiani. Ma non lo fece o non potette farlo.

Del resto Mussolini aveva una concezione della guerra di stampo classico, per così dire nazionalista, ovvero quale uno scontro militare e geopolitico tra nazioni, al più fortemente caratterizzato in quel momento dalla presenza ingombrante di mega interessi finanziari ed economici e da ideologie da poco affermatesi con le loro rispettive rivoluzioni (fascismo, nazionalsocialismo e bolscevismo).

Intuiva e conosceva la presenza di forti cointeressenze cosmopolite e massoniche, nonché di un certo ruolo giocato dall'ebraismo internazionale, ma non arrivava ad individuare pienamente, né al tempo era ancora possibile determinarlo con certezza che, queste lobby, in possesso di salde leve di potere su l'asse Londra, Parigi e New York, erano da tempo all'opera, con una propria strategia transnazionale, per realizzare un dominio planetario. Strategia predominante che, per di più, aveva un substrato ideologico per il quale era assolutamente necessario distruggere totalmente ogni forma di fascismo.

Un mondialismo insomma che, oltretutto, nella sua affermazione avrebbe sconvolto i rapporti esistenziali tra gli esseri umani rendendo anacronistico ed impraticabile ogni modello di vita a carattere eroico, aristocratico, austero, idealista, non edonista, insomma fascista.

La carenza di una visione più introspettiva e realistica del suo momento storico, quindi, non lo portava a fanatizzare una guerra totale: la secca alternativa -da fine del mondo- tra vittoria o distruzione, come invece accadeva in Hitler.

Questa carenza strategica delle vere e occulte cause della guerra, oltretutto, gli determinava uno sdegno per essere stato coinvolto in un immane conflitto, causato da altrui volontà e interessi e la speranza di poter dimostrare la sua buona fede e ragioni, gli faceva forse cullare l'idea, senza farsi troppe illusioni, di poter quanto meno difendersi, ed al contempo difendere la nazione, in un ipotetico tribunale internazionale. Le sue parole, atti e movimenti di quei giorni vanno letti in questa prospettiva e non, come si insinua, in una squallida volontà di porsi comunque in salvo (che ben altro sarebbe allora stato il suo agire e non sarebbe finito, allo sbando in quel di Menaggio e poi praticamente solo a Dongo).

Da uomo di stato e da rivoluzionario politico quale soprattutto era, avrebbe senz'altro cercato, entro certi limiti dettati dalla situazione bellica e dal senso dell'onore, soluzioni che potessero in qualche modo aiutare o risolvere gli interessi della Nazione e la vita dei partecipanti alla RSI.

Il suo agire ed il suo modo di pensare, nell'interesse esclusivo della Patria, può aver fatto sorgere il sospetto che Mussolini avesse potuto anche intraprendere trattative di resa alle spalle e contro i tedeschi, ma non c'è nessuna prova che questo sia avvenuto.

Di un sondaggio per una proposta di resa si ha notizia dal figlio del Duce, Vittorio, il quale racconta che ai primi di marzo del 1945 Mussolini, con il precipitare della situazione militare, gli consegnò un abbozzo di testo per una trattativa di resa verso gli Alleati che doveva passare attraverso la Curia di Milano e finalizzata alla salvaguardia di uomini, beni e strutture del paese (in questo sollecitato nel mese precedente proprio dalla Curia, ovvero dal cardinale Ildefonso Schuster). Ma anche in questo caso, se andiamo a leggere il testo di questa proposta, ci accorgiamo che essa prevedeva una ripresa della piena autonomia d'azione della RSI, sganciata dai tedeschi, quando si determinerà la fase finale della guerra e solo e nel caso che questi si ritirino entro i propri confini. Dice infatti il preambolo del testo:[120] «Nel caso che gli avvenimenti bellici e politici costringano le armate di Kesserling a ripiegare entro i propri confini, in quel momento le forze armate della repubblica Sociale, di ogni specialità si raduneranno in località prescelte anticipatamente onde opporre la più strenua resistenza contro il nemico e le forze del disordine e del governo regio, consci che l'odio antifascista non conceda altra via d'uscita se non il combattimento».

Segue quindi la proposta, al fine di evitare nuovi lutti, stragi e la distruzione del patrimonio industriale del paese, di firmare degli accordi preliminari con il Comando supremo Alleato che garantiscano, anche per il dopoguerra, un minimo di sicurezza e continuità di vita civile a quanti, fascisti, soldati o civili hanno prestato giuramento alla RSI. Segue anche una preoccupazione verso i membri di governo ed i loro familiari e quanti hanno avuto funzioni di comando nella RSI, per i quali si richiede di conoscere le intenzioni Alleate (arresti, campi di concentramento, esilio, ecc.).

Ripetiamo: un conto erano i sondaggi (alcuni dei quali, tra l'altro, espletati tenendone al corrente il Führer), con emissari Alleati nel contesto di una soluzione alla guerra ed anche come conoscenza di eventuali condizioni di resa che sarebbero state imposte all'Italia, e lo stesso dicasi per una eventuale trattativa in merito ad un trapasso indolore dei poteri con le nuove autorità subentranti del CLN, ed un conto erano invece vere e proprie trattative per una resa militare alle spalle dei tedeschi!

La storia ci ha insegnato che Mussolini, nella sua visione classica della guerra, si sbagliava: infatti nessuna possibilità gli era concessa di salvare, almeno in parte, la Nazione, anche perchè l'Italia e tutta l'Europa, non si sarebbero ricomposte attraverso pur pesanti trattative di pace tra vinti e vincitori, ma dovevano essere occupate totalmente da Russia e America e quindi divise in sfere di influenza, stravolte nei loro modi di pensare, di produrre e di vivere, e soprattutto nel "mondo nuovo" che sarebbe subentrato dopo la sconfitta non c'era più posto per alcun tipo di fascismo. Ma questo è un senno del poi.

 

Abbiamo spesso accennato, in questo nostro lavoro, ad una strategia ed una ideologia, definita mondialista. Non è questo il luogo dove poter affrontare e sviscerare in tutti i suoi aspetti questa importante questione. Ci limitiamo a darne qui appresso una semplice e sintetica definizione.

 

Il Mondialismo: una strategia planetaria

La storia del XX secolo è molto più complessa e oscura di quanto si voglia far credere e non si può non proiettare l'indagine anche dietro le quinte di questa storia. Occorrerebbe, infatti, svelarla e reinterpretarla, sia allargando l'ambito della controinformazione storiografica e guardando dietro determinati fatti ed avvenimenti apparentemente casuali e sia considerando i suoi aspetti introspettivi che vanno ad investire ambiti ideologici ed esistenziali anche di portata metastorica; tutti argomenti questi, però, che qui non è il caso di affrontare.

Possiamo invece accennare al fatto che le grandi consorterie, le cosiddette forze occulte (il cui ruolo e la cui presenza storica nessuna persona intelligente ed informata può ignorare, ma che in questa sede non possiamo ulteriormente tratteggiare) impegnate, da tempi ancor più antecedenti al secolo scorso, a predisporre e perseguire certe strategie di dominio mondiale, vennero a trovarsi in mano, dopo la Grande Guerra, enormi possibilità realizzative per i loro fini, ma dovettero fronteggiare, nella vecchia Europa, una violenta e naturale reazione da parte dei nascenti regimi fascisti.

Del resto lo stesso processo storico, di portata planetaria, che doveva condurre, in prospettiva futura e attraverso tappe successive, alla ricomposizione (e subordinazione) degli Stati nazionali in un Nuovo Ordine Mondiale era pur sempre soggetto alla natura umana e quindi lento, imprevedibile e contraddittorio. Ce n'era da fare di strada.

Di questo processo storico, che definiremo mondialista, alcune tappe intermedie, sia pur contrastate e discontinue erano state, tra l'altro, il varo di importanti strutture e istituti transnazionali (con la fine della Prima Guerra mondiale venne istituita la Società delle Nazioni e poco dopo l'Istituto degli Affari Internazionali, primitivi organismi questi atti a parodiare una assemblea democratica mondiale o preparare i quadri dirigenti di alto livello e con funzioni transnazionali per veicolare le ideologie mondialiste) e l'uso di situazioni locali aiutate a degenerare in opportune rivoluzioni, devastanti crisi economiche (1929), guerre e quant'altro fosse, in prospettiva, funzionale ad una strategia di dominio mondiale.

Ma altrettante tappe intermedie sono state anche la parentesi storica della seconda guerra mondiale, determinata dalla necessità di annientare gli Stati fascisti, ed il successivo utilizzo del comunismo sovietico nello smembramento dell'Europa. La nuova potenza mondiale sovietica e l'affermata potenza mondiale americana (sui due oceani) consentì una suddivisione del mondo in due sfere di influenza, solo apparentemente contrapposte, ma che, di fatto, hanno ingessato la politica mondiale per circa 45 anni.

Un tempo di circa mezzo secolo, necessario a far lievitare Istituti e Organismi mondialisti, ed a far maturate determinate situazioni nazionali al tempo particolarmente complicate.

A questo si aggiunga poi la necessaria creazione e lo sviluppo di Israele, elemento centrale di tutto il processo mondialista, che ha determinato reazioni ed enormi complicazioni geopolitiche e militari nell'area europea e mediorientale.

E tanto altro ancora che qui tralasciamo di indicare, senza però dimenticare il dispiegarsi ed il propagandarsi nel mondo dell'ideologia mondialista e neoradicale, devastante arma ideologica, propedeutica a questo processo storico e necessaria per lo smantellamento delle consuetudini, tradizioni e religioni, soprattutto della vecchia Europa.

Con la fine del secolo scorso smantellata Yalta, implosa su se stessa e disintegratasi la Russia sovietica e svanito nel nulla il comunismo da tutti i paesi del mondo (eventi questi a cui si era lavorato, sotto traccia, per decenni), hanno preso immediatamente forma nuovi contesti internazionali finalizzati ad un Nuovo Ordine Mondiale.

Le grandi strategie internazionali gestite dietro le quinte da determinate forze occulte, sono oggi evidenti e non possono più creare dubbi nelle loro finalità.

Esse indicano che ci troviamo in presenza di una attuazione concreta dell'"ideologia mondialista" che è di difficile caratterizzazione perché porta con se differenti interpretazioni, ma più che altro affonda le sue radici storiche nell'illuminismo, nell'egualitarismo, nell'universalismo proiettati a livello planetario, attraverso una visione messianica mista di un fanatico pseudo socialismo ed iperliberismo di mercato subordinato alla Finanza.

Da qui ne scaturisce un progetto ed anche una tendenza realizzativa:

* un progetto che lo ritroviamo già aleggiare negli ideali della rivoluzione americana e francese, passando poi per la distruzione dei grandi Imperi Centrali in Europa e il ridimensionamento del potere Cattolico, tutte realtà queste che, in qualche modo, erano di intralcio a quegli ideali mondialisti, quindi la liquidazione degli Stati Fascisti, fino alla creazione ed allo sviluppo di quei grandi Istituti, Organismi e Centri di potere mondiale, come la vecchia Società delle Nazioni poi ONU, il CFR (Council on Foreign Relations, 1921), l'IPR (Institute for Pacific Relations, 1925), il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale (1944), l'UNESCO (1945), il Bildgberg group (1952), la Trilaterale (1973), e tanti altri organismi, politici e finanziari, compresi quelli europei della UE, tutti atti a predisporre le strutture e/o a preparare i quadri per il dominio planetario, ecc.

* una tendenza realizzativa, infine, che, sottointesa a questa ideologia planetaria, la ritroviamo nelle antiche trame massoniche in Europa e negli odierni tentativi di costruzione di un Nuovo Ordine Mondiale o nell'operato di quel "governo ombra", che alcune grandi personalità cosmopolite, generate dalle strutture mondialiste, cercano di tradurre in decisioni, di ispirare leggi, pianificare programmi economici e politici da imporre ai singoli governi delle nazioni.[121]

Il fine ultimo, non si sa fino a che punto umanamente fattibile, ma che fino a poco tempo fa sembrava impossibile da raggiungere e che oggi si palesa concretamente realizzabile, sarebbe quello di arrivare a costituire una vera e propria Repubblica Universale. In tal modo l'ideale da mettere in pratica, in ambito planetario e nei confronti di una umanità letteralmente degenerata nei suoi valori sarebbe, più o meno il seguente:

* un solo assetto monetario centralizzato con una sola moneta spendibile in ogni angolo della terra;

* un linguaggio culturale (ed esistenziale) universale, possibilmente scritto, parlato e percepito da tutti i popoli;

* una sola polizia ed un solo esercito mondiale con ampi poteri di intervento in ogni angolo della terra, confinando le FF.AA. locali a mero controllo dell'ordine pubblico;

* una totale ed intima uguaglianza razziale e sessuale, estesa e generalizzata in ogni angolo del pianeta (eccezion fatta per la razza eletta! fedele alle sue Leggi) e che costituisca il presupposto pratico, ideale e biologico per quel miscuglio interetnico e per quella degenerazione del carattere e di ogni volontà di affermazione, capacità e all'occorrenza ribellione, insita nell'uomo;

* una istruzione massificata, su standard prefissati, ed uguale per tutte le culture;

* così come per tutti, uguale e centralizzata, ogni forma di comunicazione e informazione gestita da una rete di mass-media sotto un controllo simile a quello ipotizzato del "Grande Fratello";

* ed infine una illimitata supremazia della Finanza sulla politica, anzi la finanza stessa che si fa politica! e quindi una globalizzazione totale dell'economia e della forza lavoro, gestita direttamente dal potere finanziario e imperniata su di un sistema consumistico massificato e con desideri indotti e livellati per tutti e a cui tutti devono essere sensibili.

In questa auspicata visione idilliaca che si vorrebbe concretizzare in una Repubblica Universale (ovviamente con capitale a Gerusalemme!), ogni differenziazione umana, ogni cultura, ogni etnia ed ogni tradizione locale -e quindi anche la stessa religione- non dovranno essere altro e niente più, che un fattore endemico, marginale e folcloristico, a mala pena tollerato nelle singole società.

Se qualcuno pensa che tutto questo sia pura e semplice fantasia, se lo tolga dalla testa, perchè ogni giorno che passa si va proprio verso questa realizzazione.


 

INTERCETTAZIONI TELEFONICHE ED EPISTOLARI

 

Presentiamo ora questi importantissimi documenti che attestano perfettamente, e molto di più di tutte le presunte testimonianze in proposito, quanto era in animo di fare da parte del Duce, rivelando al contempo la parziale compartecipazione o conoscenza dei tedeschi e di Hitler in particolare.

Ma ancor più attestano, inequivocabilmente, l'esistenza di un carteggio in mano a Mussolini dai contenuti scottanti per gli inglesi e determinanti per la ricostruzione storica degli eventi che portarono l'Italia in guerra.[122]

Basterebbe soltanto questo per inchiodare alle loro responsabilità tutti gli storici da operetta che fanno finta di niente o sminuiscono l'argomento o addirittura stravolgono la verità storica.

 

* Lettera scritta dal Duce al maresciallo Graziani il 10 settembre 1944:

Mussolini: «... Il Führer mi ha comunicato ieri sera nuovamente il suo fermo proposito di difendere l'Italia del Nord con tutti i mezzi (…) Mi ha promesso anche, esplicitamente, una più grande libertà di azione, autonomia e autorità (…) Ho chiesto in merito un impegno scritto al Führer. Questo per tutte le eventualità. Visto il comportamento dei Savoia, del traditore Badoglio e soci. Cambiano le parole secondo il fabbisogno. Allo scopo di proteggere noi tutti nel futuro, io sto raccogliendo il più possibile impegni e precisazioni scritte. Da tutti un autografo non escludo nemmeno Hitler! Soltanto il carteggio, oramai voluminoso, in caso di bisogno parlerà e spezzerà una lancia puntata verso di noi. Al solo conoscere della esistenza dei miei incartamenti fa paura a troppi, sia Vittorio Emanuele o Badoglio. Ma anche Churchill e Hitler saranno obbligati ad attenersi a una linea veritiera. Anche questo scopo sarà raggiunto».

 

* Lettera inviata dal Duce ad Hitler il 14 novembre 1944:

Mussolini: «... Come già vi ebbi a dire, persino al momento in cui, nel maggio 1940, gli riferivo sulla lettera di Churchill, [Mussolini parla di Vittorio Emanuele III, probabilmente dietro l'indignazione di un discorso del Re a Napoli, di pochi giorni prima, in cui questi, vergognosamente, scaricò solo sul fascismo ogni responsabilità] sulle offerte di trattative di quest'ultimo, fatte di comune accordo con Roosevelt [così nel testo] persino allora dunque si dichiarò d'accordo con me nel declinare ogni offerta anglo-americana. E io gli credetti! Gli eventi prendono il corso voluto dal destino, ma la storia non potrà essere falsificata. Il giorno del rendiconto verrà, E verrà il giorno e l'occasione per porre nella vera luce il Savoia!».

 

* Registrazione telefonica tra Mussolini ed Hitler del 22 novembre '44: [Mussolini ed Hitler parlano della tattica criminale alleata di colpire coi bombardamenti aerei aree civili e monumenti]:

Hitler: «Ma c'è qualcosa da fare: misure di ritorsione! Nel mio scritto sono chiaro, Duce»

Mussolini: «Anch'io non trovo altra via d'uscita. Siamo costretti a farlo. Che pazzi questi anglosassoni! Non comprendono che in questo modo si scavano la fossa, soprattutto gli inglesi. Oppure questi credono di poter, con la loro sperata vittoria, bloccare al canale della Manica il bolscevismo? Ciò sarebbe miopia»

Hitler: «Non miopi, ma ciechi sono gli inglesi! Ma non si accorgono del colosso russo? O non ne possono più?»

Mussolini: «Churchill ha già previsto questo pericolo da anni. Ma (...) Führer, voi lo sapete»

Hitler: "Si lo so, conosco tutte le circostanze. Ma, duce credetemi questa spada taglia da entrambi i lati. E finché è così non dobbiamo trattare. Vi ricordate quanto vi dissi?»

Mussolini: «Lo ricordo e mi continuo ad aspettare la vostra comprensione. Non dobbiamo perdere l'occasione di questo momento. Datemi la vostra fiducia!»

Hitler: «La mia fiducia l'avete, non c'è dubbio. Se io però …» [qui cadde la comunicazione che non fu più ristabilita].

 

* Lettera inviata da Mussolini a Graziani il 9 gennaio 1945:

Mussolini: «Ho una lettera di Hitler, datata 2 gennaio 1945. Il suo comportamento mi convince poco. La sua pretesa di ritirarci in caso di bisogno al Nord, molto al Nord, è un sintomo chiaro. Il suo consiglio di portare con me tutti gli incartamenti della cui esistenza gli feci cenno e che proposi di sfruttare, parlano chiaro. Sono seriamente preoccupato. Le vicende della guerra non mi illudono più. Io non faccio questione della mia persona, ma quello che mi preoccupa è il pensiero di vedere in un prossimo futuro l'Italia interamente occupata dagli anglo-americani.

[Si faccia ora qui attenzione al seguente e successivo passaggio - N.d.R.]

Al momento ritengo di grande importanza portare in salvo questi incartamenti, in primo luogo lo scambio delle lettere e gli accordi con Churchill. Questi saranno i testimoni della malafede inglese. Questi documenti valgono più di una guerra vinta, perchè spiegheranno al mondo le vere, le sole ragioni del nostro intervento a fianco della Germania. Ho bisogno di vedervi. Vi attendo per stasera».

 

Fatti accertati

È importante fare qui una osservazione: già queste poche righe del 9 gennaio 1945 con il loro incalzare degli avvenimenti, dimostrano, da sole, tutta una serie di cose insieme: l'esistenza di un carteggio importantissimo; la decisione di Mussolini di procedere ad una fotocopiatura di oltre 200 documenti in almeno tre copie (come disse a Nino D'Aroma poco tempo dopo); le manovre inglesi che contribuirono all'intervento italiano in guerra; la volontà di Mussolini di mettere al sicuro questi documenti e di utilizzarli nell'esclusivo interesse nazionale.

Molti storici di regime (e da operetta), o dovrebbero avere il coraggio di considerare un falso queste lettere (magari d'epoca) o ci dovrebbero spiegare come possono, in merito a tutto questo, far finta di niente!

 

* Lettera inviata da Mussolini a Hitler in data 28 febbraio 1945:

Mussolini: «Führer! È giunto il momento. Con una semplice mossa possiamo indurre gli inglesi a patti. La proposta nostra deve essere quella del luglio 1943. Churchill non è miope. Lui vede e sente il pericolo. Lui sa che il bolscevismo non si ferma al Canale della Manica. Sa che la valanga rossa un domani irromperà in tutta Europa, senza possibilità di arginarla. Credetelo Führer il momento è propizio.! Il ponte è gettato, ma è un ponte levatoio, possono ancora abbassarlo! Io conosco le vostre reticenze, ma ritengo estremamente necessario rivedere la nostra linea di condotta. Ci costringe una necessità estrema. Abbiamo delle grandi possibilità, abbiamo delle armi formidabili in mano. Voi le conoscete. Churchill non solo le conosce, ma anche le teme. Datemi il vostro consenso. Mettetemi in condizioni di potere agire!

Ecco i quattro punti nei quali si può riassumere la situazione:

1. Gli eventi precipitano.

2. Le prospettive di successo per una presa di contatto e seguenti trattative sono grandi:

 a) perché la Conferenza di Yalta ha creato un abisso tra i punti di vista degli USA edell'URSS;

 b) perché Roosevelt è conscio del pericolo Russo. Le pretese russe di annessione della Polonia e dei Paesi baltici gli hanno aperto gli occhi.

3. L'Inghilterra è fortemente scossa.

4. Le mie relazioni con Churchill sono ancora oggi tali da potere escludere a priori delle difficoltà. E poichè non ho voluto mai accettare le proposte di Churchill di trattare con lui separatamente, rompiamo ora gli indugi, Führer! Evitiamo di perdere l'ultima occasione».[123]

 

L'incomprensione strategica della guerra

Tutta l'incomprensione dei veri fini e presupposti strategici della seconda guerra mondiale è testimoniata da questa lettera del 28 febbraio 1945. È noto infatti che gli accordi di Yalta avevano una portata strategica di ampio respiro e furono voluti soprattutto da quelle correnti mondialiste che tenevano in mano le redini della politica statunitense. Notizie di stampa, in merito ad eventuali dissidi che si verificarono in quella conferenza erano solo una facciata dietro la quale gli americani, rispetto ai sovietici, giocavano a fare i finti ingenui e gli inglesi i meno disponibili. Figuriamoci se Roosevelt aveva timori di un presunto pericolo Russo, quando proprio l'occupazione sovietica, sia pure concordata nei suoi limiti, gli era indispensabile. Gli accordi di Yalta, con la loro spartizione dell'Europa in due sfere di influenza erano indispensabili per la futura occupazione del continente. Eventuali dissidi erano solo di ordine tattico ovvero inerenti la volontà di mantenere l'espansionismo sovietico nei limiti di quanto gli era stato assegnato.

 

* Lettera inviata da Mussolini a Graziani il 7 marzo 1945:

Mussolini: «Caro Maresciallo, i vostri timori sono esagerati. Lasciamo fuori discussione la cricca dei Savoia. Vada come vada, Churchill sa che io ho le cartucce pronte. Solo per questo accetterebbe, indugia . O finge? No! Certamente si mangia le unghie per le sue lettere dell'ottobre 1940, ora che si trova nelle grinfie dell'Orso Russo. E se io agissi? La sua posizione diverrebbe insostenibile, sarebbe la fine, potrebbe avere come conseguenza il suo siluramento! Fine per noi augurabile? No... Per noi è un ponte, è un appiglio in caso di estrema necessità. Minacciare noi? Almeno ancora no. Sebbene il fattore tempo sia suo alleato. Parlare di tutto questo ad Hitler? Guai! Lui agirebbe subito, forse pregiudicando definitivamente tutto, con il suo temperamento, il suo caratteraccio. Si perderebbe con atti inconsulti! Vi ripeto, Maresciallo, queste nostre ultime armi morali devono essere custodite gelosamente. Dovessimo soccombere materialmente, moralmente saremo imbattuti, saremo invulnerabili».

 

I veri timori di Mussolini

Questa lettera dell'ottobre 1940, citata da Mussolini, è estremamente significativa, perché mostra che la sola preoccupazione di Mussolini non è quella che Hitler possa conoscere eventuali tradimenti, ma solo quella che, agendo di impulso, faccia fallire le carte che il Duce ritiene di avere in mano. Interessante è anche l'accenno alle lettere di Churchill dell'ottobre 1940 che è probabilmente in relazione alla campagna di Grecia.

Ora su quella guerra non è mai stata fatta una completa chiarezza anche se abbiamo alcune certezze.

Sappiamo di sicuro che vi brigò moltissimo la massoneria con l'intento di provocarla e poi di sabotarla in ogni modo.

Inoltre sappiamo che Mussolini era incline a rendere la pariglia ad Hitler per non essere stato preavvertito delle precedenti iniziative belliche tedesche, ma soprattutto voleva mantenere una certa indipendenza nella condotta della guerra, attuando strategie militari strettamente conformi agli interessi italiani, fatto questo certamente meritorio, ma non rendendosi conto che invece -quella guerra- esigeva una strategia comune da parte dell'Asse.

Sappiamo anche che Vittorio Emanuele III era sicuramente allettato a puntellare la sua recente corona in Albania, pur rischiando eventualmente qualche contrasto con gli inglesi, presso i quali aveva ingenti interessi finanziari personali, e così via. Insomma, molta carne era al fuoco.

Ma a questo punto, non è peregrino affermare che, anche in questo evento, ci sia stato lo zampino inglese. È molto probabile che gli inglesi abbiano, sottobanco, incoraggiato o dato il consenso all'Italia per intraprendere questa guerra apparentemente anti britannica, che però in realtà avrebbe fatto esplodere i balcani, facendo saltare tutti gli equilibri politici a danno dei tedeschi, creando oltretutto, all'apparato bellico germanico, seri problemi strategici ed estendendo ancor più il conflitto in atto come era nei desideri di Churchill (consapevole, per di più, dei gravi problemi militari in cui avrebbero incorso gli italiani). Anche qui allora si sarebbero potuti sposare due interessi: quello italiano di voler intraprendere quella guerra e quello inglese ad incoraggiarla, magari dietro la scusa di prevenire la politica sovietica nei balcani che proprio in quel periodo si era fatta particolarmente pretenziosa nei confronti della Bulgaria e soprattutto della Romania.

Inoltre sarebbe estremamente interessante conoscere il significato della frase, in riferimento a Churchill: «minacciare noi? almeno ancora no, sebbene il fattore tempo sia suo alleato». Quindi, nel proseguo, il Duce esclude di parlarne ad Hitler in quel momento, ma non perché possa venire a conoscenza di eventuali tradimenti, tali da rivoltarsi contro Mussolini stesso, ma unicamente perché paventa che Hitler agirebbe d'impulso e vanificherebbe ogni possibilità di indurre gli inglesi ad un eventuale accordo.

 

* Lettera inviata da Mussolini a Claretta Petacci il 14 marzo 1945:

Mussolini: «Claretta mia hai ragione. Si avvicina il giorno in cui Hitler si convincerà della necessità di trattative con l'Inghilterra. Lui conosce le mie possibilità, ma... ha paura, io conosco la ragione di questa sua paura (...) La maledico questa mia conoscenza, perchè mi dà l'incubo di essere vile, di non sapermi decidere ad agire, sebbene senta l'assoluta necessità, anzi il dovere di agire finalmente. Però, agire d'accordo con Hitler significa rischiare di correre il pericolo di compromettere la nostra situazione e la nostra possibilità di salvare il salvabile. Agire di nostra iniziativa, da soli ? Non è consigliabile. Non voglio mettermi nella traccia dei Savoia e degli altri traditori! Quale tormento e quale crisi di coscienza! Ma a chi rivolgerci? Mi comprendi?».

 

Un atroce contrasto interiore

Come abbiamo precedentemente osservato questa lettera mostra chiaramente l'atroce contrasto in Mussolini, tra l'essere fedele all'alleanza con la Germania ed alle direttive di Hitler (anche al fine di non mettere a repentaglio l'onore e la sicurezza della nazione e quindi il non poter trattare separatamente con gli inglesi) e la possibilità che, invece, lui ritiene potrebbe eventualmente avere l'Italia di salvarsi, almeno in parte, se trattasse unilateralmente buttando a mare i tedeschi. Resta un vero mistero, invece, capire quale sarebbe stata la "paura" del Führer.

 

* Registrazione tra Mussolini e Claretta Petacci il 22 marzo 1945:

[Mussolini evidentemente parla con Claretta al termine di una riunione in cui ha partecipato anche Pavolini e dove, probabilmente, si è parlato sul da farsi in virtù del precipitare degli eventi, per i quali Pavolini ignora passati avvenimenti storici e quindi l'importanza dello stesso carteggio su Churchill].

Mussolini: «Sarebbe stato meglio se non fosse venuto affatto. È stato di nuovo l'unico ad opporsi»

Claretta: «Hai visto, l'avevo detto»

Mussolini: «Dal suo punto di vista è comprensibile. Se egli sapesse tutto allora …»

Claretta: «Non è necessario!»

Mussolini: «Ma lui non può capire la situazione, non può collaborare. Perciò io devo rispettare il suo punto di vista di parte. Lui non conosce gli avvenimenti accaduti pochi giorni prima della nostra entrata in guerra. Non ne ho parlato con nessuno. E Churchill ancora meno. Bisognerà raccontare una buona volta questa storia. Chi dovrebbe parlarne oggi ? In tutto la conoscono cinque persone!».

 

Riferimenti importantissimi

I riferimenti che si traggono da questa conversazione di Mussolini con Claretta del 22 marzo sono importantissimi.

Primo, si conferma che negli ultimissimi giorni, prima dell'entrata in guerra con l'Inghilterra, accadde qualcosa d'intesa con Churchill.

Secondo, se questo qualcosa fosse risaputo -e per Mussolini dovrà prima o poi essere risaputo- cambierebbe tutta la situazione (infatti, per esempio, se ne fosse a conoscenza Pavolini egli agirebbe in modo diverso da come ha fatto nella riunione).

Terzo, che di quanto accadde al momento dell'entrata in guerra dell'Italia, ne sono informate solo 5 persone (probabilmente, si può ipotizzare, ma con molta incertezza: il Re, l'ex capo di Stato Maggiore generale Badoglio e qualche intermediario del tempo, come ad esempio Roatta, un familiare del Duce, ecc.). Tutti, oltre a Churchill, interessati a tenere la bocca chiusa.

 

* Registrazione tra Mussolini e il ministro Zerbino il 25 marzo 1945:

Zerbino: «Ho fatto eseguire i vostri ordini. Sono già pronte tre fotocopie. Il materiale destinato a quell'uomo in Italia è pronto a partire. Purtroppo la carta per foto non è ben flessibile e, se sforzata, rischia di essere danneggiata».

Mussolini: «Fate il meglio che potete. Mandate subito il materiale a Milano. Le altre copie fatele portare qui, con gli originali. Per le ultime il luogo di destinazione è già scelto. Le altre due copie devono essere conservate in posti diversi. Io stesso terrò poche carte. Non si sa mai a cosa si può andare incontro, e bisogna in ogni modo impedire che anche una piccola parte possa cadere in mano a gente che abbia grande interesse a distruggerle o a nasconderle. La gente a cui alludo sono i molti italiani che non hanno esitato ad allearsi ai veri nemici dell'Italia, per poter avere buon gioco vent'anni dopo. Figuratevi se questi pensano di fare qualcosa per l'onore delle armi italiane o di muovere un dito per il prestigio nazionale, questi straccioni non hanno fatto altro che tradire nel nostro Paese e all'estero!».

 

* Registrazione telefonica tra Mussolini e Pavolini il 25 marzo 1945:

Mussolini: «Ho parlato appena adesso con Zerbino. Viene subito qui con tutti gli atti. Aspetto anche voi»

Pavolini: «Arrivo subito Duce. Duce, ma non avete proprio nessuna buona notizia?»[124]

Mussolini: «No, proprio nessuna. Il modo di comportarsi dei tedeschi mi piace sempre meno. Ne sono seriamente preoccupato... L'esito della guerra non mi illude più. Non faccio questione della mia persona, ma ciò che mi preoccupa è il destino dell'intera Italia (...) Al momento ritengo che il più importante e il più utile sia mettere al sicuro le nostre carte, soprattutto lo scambio di lettere e gli accordi con Churchill. Questi documenti saranno l'esempio ineluttabile della malafede degli inglesi. Questi documenti valgono per l'Italia più di una guerra vinta, perché essi spiegheranno al mondo le vere, ripeto, le vere ragioni del nostro intervento al fianco della Germania. Dunque vi aspetto subito».

 

* Registrazione telefonica tra Mussolini e Claretta Petacci 2 aprile '45:

Claretta [evidentemente al corrente di come stanno le cose]: «I Savoia, Badoglio e soci stanno facendoci un tranello! Tu per loro sei un fuorilegge, un condannato a morte. Ascolta il mio consiglio: stai in guardia! Hanno tutti l'interesse a farti tacere per sempre!

Tu dici: parlano i documenti. Ma loro sanno che i documenti si comperano, si rapinano, si distruggono. Un fatto è sicuro: se tu, se il carteggio, dovesse essere un giorno in loro possesso, le tue ore di vita, nonché quelle del carteggio sarebbero contate».

 

* Lettera inviata da Mussolini a Graziani il 3 aprile 1945:

Mussolini: «... La vostra proposta è assolutamente insensata! Affidare al Savoia i documenti per vincere la pace? Vittorio Emanuele mi ha rinnegato e continuerà a tradire uno dopo l'altro i suoi compari, liquidandoli dopo averli sfruttati (...) Mai il Savoia potrà servirsi delle nostre carte. Se tentasse ne sarà impedito! Il Savoia vuol portare l'Italia alla disfatta, alla capitolazione incondizionata, solo per seppellire il Fascismo».

 

La presunta disponibilità di Casa Savoia

Anche qui dobbiamo fare un altra importante osservazione: dalle parole della Petacci di una delle precedenti lettere, e da questa lettera a Graziani si deduce che probabilmente ambienti di casa Savoia o del governo del Sud avevano preso contatti con Mussolini per proporsi come mediatori. Si noti anche la preveggenza, logica e spietata, di Claretta che preconizza al Duce una brutta fine a lui ed al carteggio.

Con la lettera a Graziani del 3 aprile 1945 (siamo oramai verso la fine della RSI), probabilmente Graziani, da buon militare miope in politica, informato da Mussolini di questi contatti, si dichiara interessato e propenso ad accoglierli, ma il Duce giustamente lo mette in guardia dalla vera natura delle intenzioni dei Savoia. Oltretutto non era un mistero che il governo del sud non aveva la benché minima autonomia, decisionale e politica, ed era totalmente sotto l'egida dell'occupazione anglo americana.

 

* Lettera inviata da Mussolini a Nicola Bombacci il 15 aprile 1945:

Mussolini: «Mio vecchio caro amico (...) allo stato attuale poco mi resta! Solo le nostre carte possono essere la nostra salvezza, morale e materiale. Dovessi perire assassinato o morire in combattimento, sfruttare i documenti: è in gioco l'interesse della nazione. Resta in continuo contatto con Buffarini e Casalinuovo. O uno o l'altro sarà la via giusta. Tieni a portata di mano tutto. Anche le terze copie partiranno stanotte da qui! A domani. Ti abbraccio». [125]

 

Supposte trattative Mussolini-Churchill in un ottica antisovietica

Nelle tante ipotesi formulate, circa i possibili contenuti del carteggio si è spesso avanzata anche quella di una eventuale trattativa sottobanco che fosse intercorsa tra i due statisti e che avrebbe avuto per oggetto una trama antisovietica la quale, una volta rivelata avrebbe potuto mettere in grosse difficoltà con gli Alleati il pur noto antibolscevico Churchill.

Questo filone di indagine è stato poi accoppiato al mistero della morte di Mussolini, per la quale si è adombrato un decisivo intervento dei servizi inglesi, finendo per rendere ancor più ingarbugliata la già di per se stessa assurda e menzognera versione di Valerio alias Walter Audisio. Il tutto senza uno straccio di prova o di documentazione sostanzialmente attendibile.

In ogni caso, oltre ad alcune fumose testimonianze che però storicamente, non attestano molto forse, stando a quel poco che è potuto emergere a livello istituzionale, un certo interesse riveste il discreto intervento governativo (estremamente significativo vista la subordinazione completa di quel governo alle autorità Alleate) che, verso la fine del 1944 a Roma, il presidente del Consiglio del Regno del Sud Ivanoe Bonomi intraprese, affidando sulla parola, all'industriale Gian Riccardo Cella, che stava per rientrare al Nord Italia, una strana missione il cui contenuto però ci è pervenuto solo a livello di testimonianza: [126]

«Per il bene dell'Italia la prego di fare il possibile per far sì che Mussolini venga affidato al governo italiano. Ci interessano, oltre a lui vivo, i documenti segreti relativi alla sua corrispondenza personale con Churchill: dovrebbe possedere una o più lettere con le quali il Premier britannico lo invitava a premere su Hitler affinché dirottasse verso Est, verso la Russia, e non altrove i suoi progetti di conquista (...) Faccia tutto il possibile, dunque, per salvare Mussolini, ma soprattutto per ricuperare questi preziosi documenti».[127]

Si noti, in questa testimonianza di Riccardo Cella, relativa a quanto a suo dire riferitogli dal Presidente Bonomi, come si voleva far credere che la compromettente corrispondenza di Churchill fosse costituita essenzialmente in inviti fatti a Mussolini affinché si adoperasse per dirottare contro la Russia le mire di Hitler.

Alla luce di quanto ora andremo a dimostrare questa non è altro che una penosa scusa per nascondere i veri motivi per i quali interessava il carteggio di Mussolini.

Tuttavia questo leit-motiv di un presunto desiderio dell'anticomunista Churchill di accordarsi con il Duce al fine di trovare il modo di bilanciare l'invadente aumento della presenza sovietica in Europa, ritorna anche sotto altre vesti o motivazioni ed in riferimento a successivi periodi.

Tanto più che, tra il 1944 ed il '45, Mussolini trovandosi nella necessità di cercare una via di uscita alla guerra oramai perduta,[128] probabilmente intraprese dei sondaggi presso gli inglesi o viceversa gli inglesi cercarono contatti con lui (forse in considerazione del carteggio segreto in suo possesso o per convenienze tattiche del momento) aventi per oggetto la possibilità di una tregua bellica dietro la necessità di contenere l'invasione sovietica del sud Europa (ipotesi, come vedremo, del tutto peregrina visto l'interesse Alleato ad utilizzare i sovietici nel controllo e nella spartizione post bellica dell'Europa.

Questi contatti e sondaggi, del resto prassi comune di tutte le diplomazie sotterranee e tra nazioni belligeranti, sono attestati da alcune testimonianze e si possono anche dedurre dalle intercettazioni telefoniche ed epistolari eseguito sul Duce, in particolare, ma non solo, la lettera di Mussolini ad Hitler del 28 febbraio 1945 la quale ci attesta anche il fatto che questi aspettava e perorava il nulla osta da parte del Führer per avventurarsi in vere e proprie intese, ma sappiamo anche che Hitler non ritenne opportuno di portare tali approcci preliminari a conclusione.[129]

Vista poi la natura, squisitamente anticomunista di tutta questa faccenda si può immaginare come la storiella sia gradita a svariati ambienti destristi e para destristi che ne hanno fatto volentieri da cassa di risonanza. [130]

Dobbiamo pertanto fare alcune precisazioni proprio per mettere a punto tutte queste illazioni e cercare di distinguere il vero, dal possibile e dal falso, e sopratutto per evidenziare il fatto che un reale fattore compromettente per Churchill, che trovasi nel carteggio segreto, è esclusivamente riferito al periodo della nostra entrata in guerra nel giugno del 1940.

Oltretutto è bene ricordare che, qualunque possano essere stati i diversivi tattici o gli eventuali sondaggi, espletati da Mussolini sotto l'incalzare di tragici avvenimenti ed in una situazione bellica disastrosa, la visione geopolitica del Duce, fondamentalmente, resta sempre antioccidentale ed anzi, in questa visione, era proprio la Russia proletaria e sovietica e non la Gran Bretagna, confacente ai disegni sperati e previsti da Mussolini.

Per semplificare ed ipotizzare quindi nella loro vera luce eventuali approcci dal carattere antisovietico tra Churchill e Mussolini dobbiamo dividere gli anni di guerra in tre periodi: un primo periodo che parte dal momento in cui Churchill diviene Primo ministro (maggio 1940) ed arriva fino all'attacco tedesco alla Russia (giugno 1941); un secondo periodo che inizia con la crisi militare tedesca dell'inverno 1941 e termina con la fine politica di Mussolini (luglio 1943), un terzo ed ultimo periodo che riguarda il 1944-'45 durante la RSI.

Abbiamo volutamente escluso il periodo della nostra non belligeranza, 1939 - aprile '40 nel quale, non avendo Churchill investimento governativo, quanto eventualmente possa essere intercorso tra i due statisti ha un valore nullo e non può costituire un fattore di responsabilità o compromissione per i rapporti internazionali.[131]

Prima di analizzare questi periodi storici dobbiamo però premettere che escludiamo la possibilità che Churchill, dopo il compromettente scambio epistolare relativo all'intesa sull'entrata in guerra dell'Italia nel 1940 possa aver intavolato con Mussolini altre vere e proprie intese arrivando oltretutto a sottoscriverle attraverso rapporti epistolari.

Tutto al più, durante il periodo bellico, ci saranno (forse) state alcune lettere con suggerimenti, spiegazioni, falsi consigli, mascherati da frasi di convenienza e propaganda, da parte del britannico che forse qualche volta si è spinto troppo oltre, come sicuramente qualcosa avvenne durante la nostra campagna di Grecia, ma siamo ben lungi dal credere che ci siano state vere e proprie lettere compromettenti, a livello di intese, come quelle del maggio/giugno 1940.  [132]

 

Periodo maggio 1940 - giugno 1941

È questo un periodo bellico nel quale, teoricamente, Churchill avrebbe avuto tutto l'interesse a che Hitler commetta l'impudenza di rivolgersi contro i sovietici e quindi si lasci andare con Mussolini, affinché incoraggi Hitler in questo senso.

In ogni caso ci sono però due contraddizioni: la prima di queste esclude che tale eventualità, riferita a quel periodo, possa costituire materia dal contenuto scottante per il britannico e la seconda esclude invece un effettivo interesse o convenienza di Mussolini a spingere Hitler contro la Russia.

Per prima cosa, infatti, occorre tenere presente che risaliamo al tempo in cui era ancora in vigore il patto Molotov-Ribbentrop con le sue implicazioni geografiche a vantaggio dei sovietici (che tra l'altro sostenevano l'economia bellica tedesca), si erano annessi mezza Polonia, avevano emesso una dichiarazione congiunta con la Germania in cui, di fatto, si addossavano le colpe della guerra (ed un suo eventuale proseguimento) agli anglo-francesi stessi, ed oltretutto a fine 1939 avevano attaccato anche la Finlandia.

In questo contesto non ci sembra che un eventuale brigare di Churchill, se pur ci sia stato, dai caratteri antisovietici potesse essergli poi rinfacciata più di tanto. Anzi.

Secondo poi, venendo all'Italia, una volta che questa era entrata in guerra, l'interesse di Mussolini era diametralmente opposto a quello di voler attaccare la Russia.

A questo proposito è bene sapere della preoccupazione che colse Mussolini quando venne a conoscere, senza esserne stato preavvertito dall'alleato, dell'attacco tedesco alla Russia (in un loro incontro ai primi di giugno '41, il Duce era stato informato da Hitler, solo in termini generici, della imminenza di una guerra con i sovietici, al che Mussolini, facendo buon viso a cattivo gioco, promise una sua partecipazione). Ecco, infatti, una conversazione telefonica registrata, alle 15,30 del 22 giugno 1941, con Clara Petacci:

Claretta gli chiede: «Come stai, sei allegro?»

Mussolini: «Altro che allegro, non hai sentito la radio?» (si riferisce alla notizia dell'attacco tedesco alla Russia).

Claretta: «Altro che... non sei contento?»

Mussolini: «E come lo potrei essere… Comincia la parabola discendente perchè i tedeschi sono dei cocciuti che ripetono sempre gli stessi errori. Si allontanano enormemente dalle basi di rifornimento, aprono altri fronti con conseguente divisione delle forze, vincono molte battaglie e finiranno col perdere la guerra».

Detto questo occorre anche aggiungere il fatto, seppur meno pertinente, che Churchill, nel suo primo anno di guerra, se veramente avesse voluto dirottare i tedeschi contro i sovietici, non avrebbe certamente avuto bisogno dell'aiuto di Mussolini.

È noto infatti che, a prescindere da altre motivazioni, anche per forzare dagli inglesi un futuro via libera a Est (che non ebbe mai!) Hitler, il primo settembre del '39, aveva ugualmente invaso la Polonia, coprendosi con il patto con Stalin nella speranza di evitare la guerra ad occidente ed aveva poi insistentemente proposto, fino a tutto il 1940, un accomodamento estremamente vantaggioso per gli inglesi in quel periodo in difficoltà militari. Accomodamento che però fu reiteratamente rifiutato perchè gli scopi ultimi dell'Inghilterra, di Churchill e delle lobby che lo sostenevano, erano quelli dell'allargamento ad ogni costo del conflitto con la distruzione totale ed irreversibile della Germania!

 

Periodo inverno 1941 - luglio 1943

È questo un lungo periodo bellico in cui, nello scontro russo-tedesco, si alternano fasi di gravissima crisi dell'apparato bellico germanico a fasi di ripresa dell'offensiva tedesca e nel corso del quale l'Inghilterra avrebbe potuto temere una richiesta di pace sia da parte di Stalin che di Hitler che, se accolta, avrebbe chiuso quel fronte e spostato centinaia di divisioni tedesche ad ovest (oltre a far saltare tutta la strategia bellica degli alleati).

E questa eventualità di tregua avrebbe potuto verificarsi anche dopo il rovescio tedesco di Stalingrado (tra dicembre '42 e febbraio '43), che pur sensibilmente importante, non fu affatto decisivo per le sorti della guerra in Russia ed oltretutto Stalin si trovò alle prese non solo con successivi ed efficaci contrattacchi tedeschi, ma soprattutto con una situazione di dissanguamento di risorse umane che aveva raggiunto dimensioni apocalittiche.

Durante questo periodo però c'è ben poco da proporre al Duce, sia perchè non si è ancora verificata alcuna invasione sovietica dell'Europa e sia perchè è evidente che l'interesse di Mussolini, ben conscio della gravità di un proseguimento della guerra in Russia, non è quello di volerla proseguire dietro suggerimento (con quale contraccambio poi?) di Churchill, ma risiede esclusivamente e ragionevolmente nel volervi mettere fine, come infatti prenderà a fare dall'inizio primavera del 1943, quando chiese insistentemente al Führer di chiudere la partita con i sovietici. Gli interventi di Mussolini in questo senso sono storicamente documentati.

 

Periodo 1944 - 1945

È in quest'ultimo periodo storico che si fanno risalire eventuali proposte o richieste di accordo con gli inglesi considerando che sarebbero state un mezzo per Mussolini di uscire in qualche modo dalla guerra ritenendo, inoltre, il conservatore Churchill altamente preoccupato di una invasione sovietica dell'Europa.

In questo ulteriore contesto di ipotesi risaltano però fatti controversi e soprattutto una evidente contraddizione strategica:

primo, gli eventuali approcci del Duce non possono essere andati al di là dei semplici sondaggi o contatti tra paesi in stato di guerra, come comunemente accade in ogni conflitto. Alcuni attestano, ma anche qui siamo al semplice livello di testimonianze non comprovate (le più importanti e plausibili delle quali sono forse quelle dell'ex attendente del Duce Pietro Carradori, brigadiere di pubblica sicurezza distaccato presso la sua Segreteria particolare), anche un personale intervento di Mussolini che avrebbe tenuto segreti incontri con emissari inglesi a Porto Ceresio presso Varese vicino al confine svizzero, ma anche se ciò fosse le cose non cambierebbero di molto.[133]

La mancata definizione di queste fantomatiche trattative, oltretutto, priva ogni documentazione in proposito di qualsiasi efficacia;[134]

secondo, nella strategia globale della guerra, finalizzata poi a Yalta, non c'era alcuna possibilità di conseguire ribaltamenti di questo genere e Churchill lo sapeva bene. L'Italia, poi, era stata assegnata all'occidente e, come accadde in Grecia, eventuali dissensi o scontri locali con forze comuniste sarebbero stati soppressi con il placet sovietico;

terzo, e conseguenza del punto secondo, un eventuale e millantato interesse inglese (Churchill) ad un generico contenimento dei sovietici, se pur c'è stato, è stato avanzato sicuramente in malafede e per ben altri motivi.

Per Mussolini giocare la carta del pericolo sovietico, oramai straripante in Europa, poteva essere un mezzo, una speranza (che però oggi ben sappiamo, assolutamente inconsistente ed aleatoria) per cercare una soluzione ad una guerra oramai perduta.

Ed in effetti dalle intercettazioni che sono oggi rimaste agli atti si evince che Mussolini (sbagliando e non immaginando la portata strategica degli accordi di Yalta) contava sul fatto che Churchill, notoriamente anticomunista, potesse essere in qualche modo interessato ad arginare la travolgente invasione sovietica dell'Europa. Con questi presupposti lo proponeva ad Hitler aggiungendovi il fatto di essere in possesso di una documentazione atta a forzare la mano all'inglese affinché addivenisse ad un accordo.

Speranze aleatorie, come si riscontrò nel dopoguerra con gli accordi di Yalta. [135]

 

Il presunto antibolscevismo di Churchill

Tanto per cominciare, i Sovietici erano strategicamente necessari agli Alleati per la condotta bellica della guerra, ma soprattutto erano indispensabili nei disegni futuri inerenti la spartizione ed occupazione dell'Europa.

Questi disegni, che sfociarono poi negli accordi di Yalta, erano presenti già da tempo nelle strategie belliche degli Alleati i quali, anzi, attardarono appositamente alcune loro iniziative belliche in Europa proprio per consentire ai sovietici di arrivare ad occupare per primi le aree di influenza che dovevano poi essergli definitivamente assegnate in futuro.

L'occupazione sovietica dell'Europa era stata quindi voluta e pianificata proprio dagli Alleati, dietro una sottile strategia mondialista di stampo massonico.

Era un mezzo per dividere il mondo in due sfere di influenza e tenerlo in tal modo assoggettato, scompaginando al contempo definitivamente l'Europa che sarebbe stata divisa in due entità, con Stati, governi, popoli e partiti politici, apparentemente opposti (cosiddetto mondo libero e cortina di ferro), ma in realtà dominati dagli USA e dall'URSS perfettamente cooperanti nel mantenimento dello status quo. Non ci sono dubbi in proposito.

Ogni screzio, ogni resistenza apparente che si ebbe a verificare in quella Conferenza di Yalta era solo di ordine tattico o settoriale, così come solo di ordine tattico, ovvero di contenimento delle aree di influenza e di dominio in tal modo assegnate e delimitate, furono i dissidi del dopoguerra che portarono alla guerra fredda.

La strategia bellica dell'ultimo anno di guerra fu come detto, infatti, finalizzata a consentire ai Sovietici di raggiungere per primi Berlino ed i paesi dell'est europeo che gli erano stati assegnati, rallentando al contempo e dove necessario l'avanzata degli Alleati.

Gli americani a Yalta tennero la parte dei finti ingenui che non si rendevano conto del pericolo sovietico, e gli inglesi quella di chi pone una certa resistenza in virtù dei propri interessi nazionali e di un generico anticomunismo, ma le cose stavano ben altrimenti e Churchill, manovrato dalle lobby ebraiche, lo sapeva perfettamente ed era interno a questa strategia, qualunque potesse essere il suo anticomunismo di facciata.

Credere che Churchill sarebbe sceso a patti, perché da antibolscevico e/o per i propri interessi strettamente nazionali (limitazione dell'ingerenza sovietica in Europa), poteva avere una certa logica, ma era completamente inconsistente ed irrealizzabile nel quadro geopolitico che le forze interessate alla definizione della seconda guerra mondiale avevano programmato.

Churchill, qualunque potesse essere il suo pensiero conservatore ed anticomunista, qualunque possano essere stati i suoi atti e dichiarazioni tese a difendere gli interessi britannici o ad affermare la sua visione anticomunista, sostanzialmente stava dentro queste strategie mondialiste, manovrato com'era dalle lobby che, sottotraccia, orchestravano e dirigevano tutta la strategia bellica degli alleati e da Yalta in avanti imposero gli assetti post bellici.

Certamente l'avanzata sovietica in Europa, che si determinò non appena fu rotto il fronte con i tedeschi, era una materia delicata e complessa e quindi è logico che ci furono resistenze, incomprensioni, screzi, persino rischi di scontri tra alleati, ma furono, quando ci furono, solo contrasti di ordine tattico e/o di settore locale (per esempio in Grecia), non furono mai di ordine strategico. Proprio come furono di ordine tattico i contrasti generati nel dopoguerra con la guerra fredda e determinati dalla necessità di contenere le rispettive zone di influenza così come erano state stabilite a Yalta o gli equilibri nel Mediterraneo.

Il vero substrato di Yalta, la sua strategia geopolitica, anche se era intesa per un periodo transitorio (durò circa 45 anni) era la coesistenza pacifica (con le relative intese segrete) USA-URSS e la cooperazione implicita russo americana negli accordi, non certo la distruzione del rivale.

Del resto le lobby che, sottotraccia detenevano con mani ferme tutta la strategia bellica degli alleati erano lì appunto per fare in modo che queste divergenze non travalicassero i confini di ordine tattico o locale. [136]

 

Che in sede di sondaggi con Mussolini, lo statista inglese abbia proposto o acconsentito ad ipotizzare, e ripetiamo solo ad ipotizzare, qualche diversivo tattico, o di contenimento, in un ottica antisovietica, è sempre possibile e forse probabile, soprattutto se questo viene visto come sua manovra politica di natura interna o internazionale o ancora come un espediente per raggirare e frenare Mussolini sulla ben più grave ed importante faccenda del carteggio. Non è neppure da escludere che Churchill, lasciando credere possibile un accordo del genere in funzione antisovietica, prevenisse ogni possibilità di una tregua tra l'Asse e la Russia sovietica.

Non essendoci però le condizioni strategiche di fattibilità (Yalta), per un intesa di questa portata tra alleati e italo-tedeschi, oltre alla nota contrarietà di Hitler, non si può credere che questi approcci tra i due statisti o chi per loro, potessero andare al di là (ed infatti non ci andarono!) dei loro limiti teorici e tattici e quindi hanno una scarsa importanza storica. Né tanto meno può essere ritenuta un arma di ricatto verso gli inglesi, presente nel Carteggio, la pura e semplice discussione, bozza o proposta di un tradimento inglese verso i sovietici (non è pensabile che ci siano state ratificazioni scritte), tra l'altro non concretizzatosi. Di queste proposte, tutte aleatorie, di prammatica e più che altro politiche, ne girarono tante tra gli stati nazionali impegnati in guerra e nell'immediato dopoguerra.

In via teorica non escludiamo che Mussolini, nonostante fosse conscio ed ebbe anche a dirlo che la struttura sovietica della società fosse meno distante da quella della RSI, rispetto all'occidente capitalista, nel tentativo disperato di salvare il salvabile può essersi cullato nell'idea di conseguire un cambiamento del fronte per il quale, le forze armate italo tedesche, si sarebbero poste, assieme a quelle alleate, contro lo straripamento sovietico in Europa. E non è neppure escluso che gli Alleati gli abbiano dato un certo spago in questa prospettiva. Ma questi eventuali sondaggi e indiscrezioni, che ovviamente nel dopoguerra un certo destrismo filo occidentale ed atlantico, nella sua miope ottica anticomunista ebbe interesse ad ingigantire, non costituiscono un elemento sufficiente per affermare che il Carteggio di Mussolini possa ritenersi devastante e compromettente per gli inglesi in quanto presentava documenti in questo senso e con quelle date.[137]

 

Un falso che a tanti faceva comodo non dichiarare come tale

Il rotocalco "Epoca" dell'11 marzo 1957, sotto il titolo "L'ultima lettera di Mussolini a Churchill", pubblicò quella che si affermava essere una copia di una lettera firmata da Mussolini e tirata fuori dal tenente tedesco Franz Spoegler a suo tempo addetto alla persona di Claretta Petacci.

Questo ex tenente affermò di averla ricevuta da Mussolini in persona intorno al 24 aprile 1945 e con l'incarico di consegnarla, tramite il capitano Joseph Voetterl, al consolato inglese di Lugano in Svizzera. In questa lettera veniva evidenziato il fatto che Mussolini, oramai alla disperazione, si rivolgeva a Churchill in persona per farsi mandare un suo fiduciario: «vi interesseranno le documentazioni di cui potrò fornirlo di fronte alla necessità di imporsi al pericolo dell'Oriente».

Il contenuto della lettera evidenziava però una estrema superficialità dei rapporti tra Mussolini e Churchill, come se solo in quel momento il Duce si approcciasse al britannico e gli rendesse note le carte che aveva in mano, tra l'altro dai contenuti prettamente antisovietici, e per questo cercava un contatto e un aiuto.

Una certa perplessità poteva inoltre riscontrarsi nel dubbio che un incarico di questo genere Mussolini lo avesse affidato proprio ai tedeschi.

Nonostante tutto ciò a questa lettera, poi risultata un evidente falso, venne data per anni una certa notorietà, soprattutto tra i neofascisti di destra (negli anni '60 il filo atlantico G. Pisanò la inserì anche nella sua "Storia della guerra civile in Italia"), proprio perché portava acqua al mulino dell'anticomunismo.

Tutto quello che si può supporre in merito è il fatto che questo Spoegler, che sicuramente per il suo ruolo e la sua posizione, aveva seguito eventuali e precedenti sondaggi e traffici della diplomazia segreta circa proposte di ribaltare il fronte contro i sovietici ed inoltre era al corrente di determinate e delicate documentazioni in possesso del Duce, pensò bene di trasferire queste circostanze in una credibile (per via della drammatica situazione in cui si trovò Mussolini il 25 aprile) richiesta di aiuto a Churchill in persona.

Questo per dire come occorre diffidare o comunque ridimensionare ai suoi esatti contorni di semplici approcci e sondaggi, di questa aleatoria e presunta trattativa per un cambiamento repentino di fronte in funzione antisovietica da parte degli inglesi e degli italo-tedeschi.

L'importanza del carteggio segreto Mussolini-Churchill, non ci sono dubbi in proposito, risiede essenzialmente ed esclusivamente su eventuali intese tra Mussolini e Churchill nel maggio-giugno del 1940!

Nessun storico serio potrebbe mai credere che Churchill avesse messo per iscritto e mandato per lettera eventuali intese dopo lo scoppio della guerra con l'Italia, cioè qualcosa di simile a quanto accadde tra maggio e giugno 1940 in condizioni di necessità bellica particolari.

Ed è già difficile pensare che abbia mandato a Mussolini delle lettere compromettenti nell'ottobre del 1940, come attesta la lettera a Graziani del 17 marzo 1945, ma pensare che oltre a sondaggi, scambio di vedute ed altro, ci siano stati accordi sottoscritti a guerra in corso non è veramente credibile.

Non è un caso che le poche, ma significative testimonianze, di chi ebbe modo di sbirciare qualcosa nelle carte di Mussolini attestano che esse si riferivano ad un periodo temporale che arrivava fino al momento della nostra entrata in guerra.

A questo proposito abbiamo la testimonianza di Carissimi-Priori il quale, anche se non è ben chiaro quale lotto di lettere ebbe modo leggere, attestò decisamente che esse non andavano oltre quel periodo, ma anche la testimonianza di Carlo Silvestri il quale non soltanto ebbe in visione da parte di Mussolini il dossier su Matteotti, ma potè anche leggere qualcosa del carteggio su Churchill. Silvestri, in una sua lettera del 21 maggio 1953 a l'allora presidente del consiglio Alcide De Gasperi precisò che la corrispondenza tra Churchill e Mussolini non andò oltre l'entrata in guerra dell'Italia. [138]
 

Winston Churchill

Precisiamo che, per la cronologia storica, è interessante notare che Sir Winston Leonard Spencer-Churchill (Woodstock, 30 novembre 1874 - Londra, 24 gennaio 1965), quando dopo il marzo 1939 era al culmine della popolarità (sostenuto dalle lobby che volevano imporre una guerra ad oltranza alla Germania) venne portato da Chamberlain nel Governo e fatto entrare nel gabinetto di guerra (War Gabinet), nominandolo Primo Lord dell'Ammiragliato.

In effetti Churchill fino a quel momento era da tempo che non aveva più detenuto incarichi politici di un certo rilievo ed ancor più, negli anni precedenti, egli risultava alquanto screditato presso il suo stesso partito, i conservatori che pur erano al potere. Ma fu proprio verso quest'uomo che si focalizzarono e si appuntarono le strategie delle lobby occidentali risolute ad una guerra ad oltranza. Esse trovarono in lui, evidentemente, quegli elementi idonei a strumentalizzarlo per i propri fini. Anzi, nella delicatezza della politica britannica, con vaste e forti realtà sicuramente avverse ad una nuova guerra contro i tedeschi, proprio le sue doti di cocciutaggine, ostinazione, impulsività e stravaganza, unite al fatto che da tempo aveva indossato la vesta di contestatore della politica di appeasement del governo, costituivano le condizioni favorevoli ad investire su di lui. Forti pressioni, attuate dietro interessi trasversali, a cui Churchill non era insensibile, avrebbero inoltre consentito di condizionarlo nonostante il suo carattere da cane sciolto

Dall'aprile del 1940, quindi a guerra in corso, Churchill presiedette il Comitato di Coordinamento militare che comprendeva i capi di Stato Maggiore.

In questa veste fu anche responsabile dell'insuccesso militare dell'intervento inglese abortito in Norvegia, ma nonostante questo infortunio, tanto erano forti le correnti che lo sostenevano e puntavano su di lui, che il suo prestigio venne scosso, ma non intaccato.

Il 10 maggio del 1940, infine, diventò Primo Ministro.

Tutto questo per sottolineare come, anche prima di diventare capo del governo, Churchill era in grado, se non di trattare, almeno di intercedere attraverso una diplomazia sotterranea con l'Italia, fin dallo scoppio della guerra (1-3 settembre 1939) e durante il periodo della nostra non belligeranza.

È ovvio però che possono costituire oggetto di trattativa concreta e forte compromissione, con implicazioni di portata internazionale, solo le eventuali proposte e soprattutto gli impegni da lui presi ed effettivamente sottoscritti dal momento in cui divenne Premier.

Quindi, nella fattispecie, il problema di quando poterono iniziare eventuali scambi epistolari segreti con il nostro paese è relativo, essendo evidente che rivestono una certa importanza solo le intese intercorse nel periodo della nostra entrata in guerra, mese di maggio - prima decade di giugno 1940 ed eventuali lettere successive con consigli, suggerimenti, proposte, ma ben difficilmente con intese sottoscritte.

In ogni caso è indubbio che Churchill ebbe in mano le leve di potere dell'Impero britannico proprio in uno dei suoi momenti più difficili e delicati.

Giova solo ricordare:

a maggio c'era stata Dunkerque con l'abbandono del vecchio continente da parte delle forze inglesi;

con la prima settimana di giugno 1940, mentre la Francia è oramai avviata verso la capitolazione, gli inglesi anche in Norvegia furono costretti a reimbarcarsi a seguito del fallimento delle loro operazioni militari;

l'8 giugno avviene, a largo di Narvik, il non indifferente affondamento della portaerei Glorius;

il 10 giugno entra in guerra l'Italia ponendo, nonostante le discrete intese tra le due nazioni a non intraprendere serie iniziative militari, il Mediterraneo e l'Africa sotto pressione ed in una delicata situazione (come, per altri versi, sotto pressione vanno anche il medio e l'estremo oriente);

a luglio, infine, si comincia a parlare e temere di una possibile invasione dell'isola britannica da parte dei tedeschi.

È chiaro che, in una situazione drammatica come questa, Churchill non si facesse di certo alcuno scrupolo ad intraprendere ogni più spregiudicata, ignobile e rischiosa operazione che tornasse utile alla salvezza dell'Inghilterra ed agli obiettivi strategici finalizzati al proseguimento della guerra ad ogni costo.

Altamente contraddittorie e variegate furono le voci che si levarono dal mondo della politica inglese in quel tragico maggio del 1940. Sembra comunque che con la drammatica riunione del gabinetto di guerra, tenuta nel pomeriggio del 28 maggio '40, Churchill riuscì definitivamente ad imporre la sua strategia che in quel momento prevedeva di separare i destini inglesi da quelli francesi e di rigettare ogni profferta di pace da parte tedesca. È da quel momento in poi che Churchill ebbe mano libera per giocare le carte più spregiudicate della sua strategia bellica che prevedeva l'allargamento del conflitto con il coinvolgimento dell'Italia.

Come noto la storiografia ufficiale, in mancanza di attestazioni documentarie, tende ad essere scettica su eventuali intese e scambio di lettere segrete tra i due statisti.

Un parte di questa storiografia, sempre politicamente corretta, ed una vasta schiera di ricercatori e critici storici, visto che orami non può più ignorare l'esistenza stessa e l'importanza di un certo Carteggio compromettente tra Mussolini e Churchill, tende per lo più a sostenere, ed implicitamente a minimizzare, che questo carteggio potesse contenere:

* delle favolose offerte, più che altro di natura geografica e territoriale, fatte da Churchill all'Italia e tutte a spese della Francia, in un momento di estrema crisi militare per gli inglesi, affinchè Mussolini tenesse il nostro paese fuori dal conflitto, ed inoltre,

* un desiderio inglese di avere l'Italia in guerra, seppur come nemica, ma considerandola quale elemento moderatore rispetto ai tedeschi, ad un futuro tavolo di una fantomatica ed imminente pace.

Vediamo, dapprima, queste ipotesi separatamente.

 

1. Contenuti del carteggio secondo gli storici di regime:

«Le favolose offerte fatte all'Italia a spese della Francia»

Che sia nel periodo precedente, ma soprattutto verso la fine della primavera del '40, trovandosi in gravi difficoltà militari Churchill, come lui stesso ebbe a dire «feci del mio meglio per tenere l'Italia fuori dal conflitto» è da tutti dato per acquisito e rientra nella logica delle cose e del resto le stesse comunicazioni ufficiali tra Italia e Inghilterra lo attestano.

Incoerentemente però, i negatori, specialmente di parte inglese di un carteggio segreto, a latere di questo invito, non ne traggono le dovuto conseguenze, ovvero il fatto che per rendere concreta la richiesta di continuare la nostra non belligeranza, il britannico avrà pur dovuto fare delle laute offerte visto che invece Mussolini, per gli interessi italiani, riteneva più opportuno e necessario, pur correndo dei rischi, lo scendere in campo.

Meno noto è però il fatto che questa richiesta di proseguire la nostra neutralità e le eventuali ricompense, fu eventualmente transitoria, da facciata e non è poi così storicamente importante, tanto che viene attestata, tranne le offerte di territori francesi, anche in alcune lettere ufficiali dell'epoca, mentre ben altre e diverse richieste, come vedremo più avanti, ebbero ad essere avanzate, di lì a poco, da Churchill.

Ma andiamo per ordine ed analizziamo intanto la possibilità che il carteggio segreto possa contenere l'invito fatto all'Italia a tenersi fuori dalla guerra.

Secondo le interpretazioni più accreditate e sostenute da testimonianze di chi afferma di aver potuto sbirciare in quei documenti (in particolare Carissimi-Priori di Gonzaga), Churchill ad un certo punto avrebbe buttato a mare la Francia, quando ancora non si era arresa ed avrebbe addirittura offerto all'Italia l'intera Dalmazia e l'Istria, il possesso definitivo delle isole del Dodecaneso, la Tunisia, la Corsica, Nizza, e quant'altro pur di evitare questo tanto paventato intervento italiano.

Logico quindi, affermano i sostenitori di questa tesi, che non volesse far conoscere la natura delle proposte di baratto che poi, in definitiva, non si concretizzarono neppure, nonostante le favolose offerte, proprio in virtù del fatto che l'Italia scese, nonostante tutto, in guerra.

È difficile dare una risposta definitiva in merito all'esistenza di queste spropositate concessioni, anche se noi riteniamo che effettivamente ci siano state, ma per dirla subito fuori dai denti è evidente che in questo carteggio non potevano esserci principalmente e soltanto delle lettere con le quali Churchill offriva a Mussolini, affinché tenesse l'Italia fuori dal conflitto, favolose offerte di bottino a spese dell'alleato francese militarmente in ginocchio, ed inoltre bisogna risolvere il problema del quando effettivamente furono avanzate. Cerchiamo di spiegarci.

Tanto per cominciare, non è credibile che Churchill possa aver concretamente avanzato offerte di questa natura e compensi di questo genere quando non era ancora entrato a far parte del Comitato di Coordinamento militare (ovvero prima di aprile 1940).

È vero che in quel periodo, per gli inglesi, poteva essere conveniente evitare una entrata in guerra dell'Italia, ma in effetti l'Inghilterra era pur convinta di una relativa resistenza del fronte francese e quindi delle possibilità di controffensiva militare non appena ne fossero maturate le condizioni.

In quella contingenza, tutto al più, si può parlare di generici e propagandistici inviti alla neutralità, da parte del governo di sua Maestà britannica, all'Italia, che lasciano però il tempo che trovano.

E questo è anche attestato, in quel periodo, dall'atteggiamento di chiusura della diplomazia inglese nei confronti di quella italiana e dal comportamento aggressivo della marina britannica verso i nostri traffici mercantili: chi persegue effettivamente l'obiettivo essenziale di escludere l'Italia dalla guerra, si muove ed agisce diversamente!

Più credibile sarebbe invece sostenere che si sia potuto trattare tra Italia e Inghilterra su queste basi, nei primi giorni in cui Churchill divenne Premier (inizi di maggio 1940), quando delineandosi il crollo della Francia la situazione si fece critica per gli inglesi e poteva quindi esserci una effettiva necessità a procrastinare la neutralità italiana.

Resta però il fatto che, sia nel primo caso che nell'altro (più probabile), è estremamente complicato credere alla finalizzazione di vere e proprie trattative con una posta di ricompensa così esagerata, e questo per il semplice motivo che, non vediamo come avrebbe poi potuto l'Italia, restando fuori dal conflitto, impinguarsi in quel modo a spese della Francia.

Non è pensabile infatti che l'Italia, per incassare quelle spropositate promesse, avesse dovuto aspettare e sperare in una vittoria (tra l'altro in quel momento ritenuta improbabile, dell'Inghilterra),[139] né la Germania gli avrebbe consentito, in caso di una sua solitaria vittoria, di annettersi quei territori.

È noto che i tedeschi al momento delle trattative di pace con la Francia (che tra l'altro non videro quelle tremende imposizioni e spoliazioni che si temeva), attesero si, in segno di rispetto, che anche l'Italia fosse pronta per sedersi al tavolo dei negoziati, ma agirono risolutamente da freno verso le richieste italiane. E questo sia per motivi di opportunità politica verso i francesi e sia perchè non ritenevano l'Italia degna di avanzare eccessive pretese dato il limitato apporto alla guerra.

Con la creazione del governo di Vichy e gli obblighi germanici ad esso correlati, i tedeschi rispettarono tutti gli accordi ed i trattati stipulati e non c'era quindi spazio per eventuali ed ulteriori rivendicazioni italiane verso la Francia e questo nonostante che l'Italia era comunque scesa in guerra: figuriamoci se fosse rimasta fuori dal conflitto!

La faccenda, se la si osserva bene, avrebbe assunto i contorni del ridicolo perchè, in pratica, Mussolini a guerra conclusa avrebbe dovuto "affacciarsi" al tavolo delle trattative di pace con un discorso di questo genere: «cari camerati germanici, mentre vi facciamo i complimenti per aver concluso vittoriosamente la guerra, noi italiani, che non abbiamo potuto aiutarvi per via di una intesa con i vostri nemici, siamo qui per intascare, senza aver mosso un dito, quanto dagli inglesi ci venne promesso e sottoscritto!»

Ogni ulteriore commento è superfluo.

È molto più probabile invece che, come vedremo nei successivi paragrafi, offerte di questo tipo, da parte di Churchill, non generiche, ma concrete, possano esserci state proprio nell'imminenza dell'entrata in guerra dell'Italia (primi di giugno 1940) in quanto, per una audace e spregiudicata strategia bellica dell'ultimora (che più oltre spiegheremo), questo intervento fu probabilmente anche sollecitato proprio dagli inglesi e quindi le offerte vanno viste adesso non come ricompensa a stare fuori dal conflitto, ma come incentivo per entrarci e per addivenire ad una intesa reciproca sul come comportarsi militarmente nella fase di inizio bellico in vista di una millantata pace imminente.

In questo caso e solo in questo caso, le offerte di Churchill forse sarebbero state un domani esigibili ed inoltre, essendo veramente scottanti, se fossero venute alla luce avrebbero messo in grosse difficoltà lo statista inglese.

Il solo e semplice mercanteggiare, infatti, attraverso offerte allettanti all'Italia, a spese delle Francia, perchè resti neutrale è sempre possibile che ci sia stato ai primi di maggio '40 nel momento del crollo della Francia, ma è oltretutto pressoché ininfluente per l'importanza del carteggio rispetto a gravi responsabilità e colpe da addossare agli inglesi. Oltretutto è molto probabile e logico che il premier inglese sapeva di poter fare certe offerte anche con il consenso di una Francia alla disperazione, tanto che, come abbiamo visto nella testimonianza di Carissimi-Priori si ebbe modo di affermare che: «la rilevanza della partita a spese della Francia, dimostra che Churchill garantiva personalmente per l'atteggiamento favorevole di Parigi».

È decisiva, infatti, la constatazione che se anche il contenuto di queste offerte così poco gentili per la Francia, fatte per tenerci fuori dal conflitto, fosse venuto a conoscenza dell'opinione pubblica e della diplomazia internazionale, Churchill a guerra finita (e vinta!), anche se con una certa vergogna, si sarebbe difeso brillantemente adducendo la ragion di stato ed il momento di pericolo che correva l'Inghilterra in quel periodo e che lo costringeva a gettare a mare la Francia per evitare l'intervento dell'Italia.

D'altronde poi, questo genere di accusa, avrebbe lasciato il tempo che trova in quanto, di fatto, non si era concretizzata alcuna cessione di territorio francese, né l'Italia si era astenuta dall'intervenire e Churchill stesso avrebbe anche potuto sostenere di aver fatto verso Mussolini niente più che un bluff firmando una cambiale che mai avrebbe onorato!

Non ebbe forse Churchill un atteggiamento cinico e spregiudicato anche ai primi di luglio del 1940, quando affondò la flotta francese a Mers-el-Kebir procurando quasi 1.300 morti e centinaia di feriti tra i suoi ex-alleati? E questo sia per impedire che potesse finire nelle mani tedesche (cosa molto improbabile visti gli accordi con il governo di Vichy e la carenza tedesca di una adeguata flotta intercettatrice), ma soprattutto per mandare un chiaro messaggio (all'interno del suo paese ed alla Germania) di guerra ad oltranza, in risposta alle offerte di pace di Hitler.

E come si difese Churchill, nelle sue memorie, riportando questo ignobile gesto?

«Fu una decisione odiosa -egli scrisse- la più inumana, la più penosa che mi sia capitato di condividere. Ancora il giorno prima i francesi erano nostri carissimi alleati (…) ma la nostra esistenza nazionale e la sopravvivenza della nostra causa erano in gioco».

Ebbene, rispetto, a questi avvenimenti, come è possibile ipotizzare che delle proposte di offerte territoriali, a spese della Francia (forse addirittura consenziente), mai concretizzatisi, potevano costituire per lo statista inglese, causa di estrema preoccupazione?!

Ma oltretutto poi, lo ripetiamo ancora una volta, non si comprende come Mussolini ed il Re, nonostante qualsiasi tipo di garanzia fosse stata fornita all'Italia e a meno che non fossero dei perfetti idioti, potevano fidarsi di un impegno del genere e di come potesse essere eventualmente onorato, visto che una vittoria dell'Inghilterra era in quel momento ritenuta improbabile e se pur si fosse verificata mai gli inglesi avrebbero pagato un tale prezzo, mentre nel caso di una pace o di una vittoria tedesca, sarebbe stato impossibile per l'Italia, senza aver combattuto, potersi impinguare a spese della Francia!

In ogni caso, e questa è una ulteriore osservazione decisiva, a cosa poteva servire una documentazione di questo genere a Mussolini, se essa pur attestando favolose offerte all'Italia a spese della Francia aveva, nonostante questo, spinto il Duce ad entrare in guerra?

Questo, anzi, pur essendo un relativo sputtanamento per il britannico, era un aggravante per l'Italia ed un chiaro esempio di inettitudine di Mussolini!

Altro che materiale pregno di possibilità da giocarsi al tavolo della pace!

È talmente evidente che se il Duce, per difendersi di fronte ad un ipotetico tribunale internazionale, avesse tirato fuori la sola offerta di Churchill di grosse promesse territoriali per star fuori dalla guerra, avrebbe peggiorato la sua situazione, non avrebbe recato alcun vantaggio alla propria nazione e tutto al più avrebbe gettato un certo discredito sul premier inglese, il quale, come abbiamo appena visto, si sarebbe difeso con una certa facilità!

Quindi in quel famigerato carteggio c'era ben altro che delle sia pur onerose offerte di bottino per star fuori dalla guerra!

Non bisogna fermarsi a qualche indiscrezione, qualche rigo di lettera dove si possono esprimere queste proposte, perché quello che conta è la sostanza di ciò che viene poi ratificato non quello che si discute e si propone in via interlocutoria.

E quello che eventualmente può trasformarsi in effettiva intesa non può assolutamente essere ciò che non ha possibilità alcuna di poter poi essere effettivamente intascato.

Ma oltretutto siamo logici: se per esempio l'attestazione di Carissimi-Priori fosse veritiera, ovvero che egli lesse e fece tradurre le famose 62 lettere o fogli con la corrispondenza Mussolini-Churchill, ed in esse riscontrò unicamente offerte a spese della Francia, fatte all'Italia per rimanere neutrale (offerte che poi non servirono a nulla), è già esagerato constatare che per riavere questo genere di carteggio, non eccessivamente compromettente, Churchill si sia dannato l'anima, ma è totalmente assurdo che una sua copia fotografica sia stata nascosta, anche dopo i fatidici 50 anni, agli storici!

Non vi era alcuna necessità politica e neppure storica nell'impedire con tanto accanimento che l'opinione pubblica, dopo tanti anni, potesse prendere atto di fatti e circostanze comunque già supposte ed ipotizzate da tutti.

È ovvio quindi che le lettere viste dal Carissimi avevano anche altre proposte e quindi il vecchio partigiano azionista ha mentito, oppure è anche possibile che egli vide un plico in cui mancavano le altre lettere, cioè quelle decisive e con ben diverse intese tra Mussolini e Churchill, ma nonostante questa lacuna questo plico è stato ugualmente nascosto agli storici probabilmente perchè consentiva comunque di comprendere tutto il contesto della situazione.

Mussolini, non a caso, nei suoi ultimi tempi assegnò una grande importanza ai documenti in suo possesso e, come abbiamo visto dalle intercettazioni fatte dai tedesche, gli uomini del suo entourage che ne sono al corrente e con i quali ne parla spesso mostrano chiaramente di condividere questa importanza.

Inoltre cerca di fare in modo di metterlo al sicuro, lo fotocopia ed esplicitamente, afferma che: quelle carte attestano le «vere ragioni per le quali l'Italia è entrata in guerra» quindi -si badi bene- non del perché non è entrata in guerra!

Questa affermazione, in ogni caso, lascia inequivocabilmente intravedere molto, ma molto di più di semplici offerte di bottino per restare neutrali, come per esempio le stesse offerte, ma fatte per invitare l'Italia a scendere in guerra!

Proprio perchè consci di una evidente assurdità nel sostenere questa tesi, riguardo le favolose offerte a spese della Francia affinché l'Italia si astenga ad entrare in guerra, che alcuni storici aggiungono, a questa labile ipotesi, anche l'altra mezza verità qui appresso presentata ed analizzata, quella cioè di un ipotetico desiderio inglese ad avere una partecipazione italiana in un possibile ed imminente tavolo della pace, ipotesi questa che di fatto tende ad attenuare moralmente per gli occidentali la gravità di aver chiesto all'Italia di scendere in guerra.

Vediamola.

 

2. Contenuti del carteggio secondo gli storici di regime:

«L'Italia in guerra per averla al tavolo della pace»

Una mezza verità. Un altra interpretazione, a fronte ad alcune testimonianze in merito, ammette la possibilità che Churchill possa avere, all'ultimo momento e perso per perso, invitato l'Italia a scendere in guerra per poter usufruire di un suo servigio moderatore, nei confronti dei tedeschi, al tavolo di una pace che si pensava imminente.[140] Alcuni aggiungono a questo invito fatto all'Italia anche le offerte di bottino a spese della Francia, altri no.

In ogni caso possiamo già dire che ci stiamo avvicinando alla verità su quanto effettivamente accadde, anche se ne siamo ancora lontani.

Cominciamo con il dire di non credere assolutamente, nonostante che lo possa aver espresso nelle sue lettere a Mussolini, che Churchill poteva essere veramente interessato ad avere la presenza moderatrice dell'Italia ad un futuro tavolo della pace. Soltanto degli storici in mala fede possono fingere di crederlo.

Certamente, in un dato momento bellico, per i motivi che più avanti vedremo, Churchill poteva essere effettivamente interessato al coinvolgimento dell'Italia nel conflitto, sia pure come nemica, ma non certo come futuro elemento moderatore ad un inesistente e mai voluto tavolo di pace!

Partiamo intanto dal presupposto, ampiamente accertato, che Churchill non pensava minimante di addivenire a nessun tipo di tregua bellica (che, tra l'altro, avrebbe potuto ottenere in qualsiasi momento da Hitler e ad ottime condizioni!), anzi lui e le forze che lo sotto intendevano e che avevano operato per scatenare la guerra contro la Germania, operavano adesso per un all'allargamento del conflitto in virtù della preparazione dell'intervento americano (ancora lontano) e con il presupposto implicito di annullare qualsiasi tendenza che si potesse manifestare, a causa della crisi militare, all'interno della nazione e favorevole ad un armistizio o ad una pace.[141]

La ferma strategia di queste lobby, operanti sia a Londra che a Washington, era la prosecuzione irriducibile della guerra fino alla sconfitta totale della Germania, altro che tavolo della pace! L'occasione tanto attesa e che Hitler gli aveva offerto attaccando comunque la Polonia aveva messo in moto un meccanismo che doveva arrivare al suo sbocco finale: la distruzione totale della Germania, l'eliminazione di ogni forma di fascismo o anche di semplice entità nazional popolare e la divisione dell'Europa.

Tutta l'azione di governo di Churchill e tutte le sue manovre militari di quel periodo attestano con evidenza questa volontà (del resto neppure negata dallo stesso primo ministro inglese). È certo anche che, nel caso improbabile di una invasione dell'isola, il governo inglese si sarebbe trasferito nel Commonwealth (probabilmente nel Canada) e da lì avrebbe continuato la guerra ad oltranza con il sostegno degli USA.

La sincerità di questa presunta richiesta di Churchill, ovvero desiderare un Italia moderata al tavolo della pace è, alla luce delle evidenze storiche, completamente campata in aria, e tutto al più può essere stata inserita dall'inglese in malafede ed a latere di ben altre richieste, per un atto di ruffianeria.

Oltretutto, ad un eventuale tavolo della pace, il ruolo moderatore sarebbe stato proprio quello della Germania, che tutto sommato non aveva soverchie richieste rispetto alle posizioni anglo francesi (essendo le sue mire strategiche e geopolitiche rivolte ad Est) e non quello dell'Italia che invece aveva tutti i suoi interessi in collisione proprio con gli anglo francesi!

Gli storici ben conoscono questa situazione e molti di loro l'hanno evidenziata, ma altri fingono di credere, a questo implicito distinguo tra italiani buoni e moderatori e tedeschi cattivi desiderosi di occupare mezzo mondo.

Tirando quindi le conclusioni, in base a quanto su esposto, possiamo intanto stabilire alcuni punti fermi circa il contenuto e l'importanza veramente determinante per gli interessi italiani (e compromettente per Churchill) di questo Carteggio.

 

1. Eventuali favolose offerte fatte all'Italia ed a spese della Francia unicamente perchè si tenesse fuori dal conflitto, messe nero su bianco in termini concreti (quindi non come generiche promesse) sono molto improbabili o comunque limitate ad un momento transitorio, perchè sono in contraddizione con la loro effettiva esecutività e con la strategia di allargamento della guerra a cui Churchill si attenne con irresoluta fermezza.
In ogni caso trattative di questo tipo, oltretutto non concretizzatesi, non avrebbero costituito un grave elemento compromettente per Churchill e sarebbero state addirittura un elemento negativo per Mussolini.

Crediamo quindi di non di sbagliarci se per un determinato periodo possono assumere una certa credibilità unicamente gli scambi epistolari e gli appelli ufficiali, dal carattere propagandistico, fatti all'Italia per restare fuori della guerra e che lasciano ovviamente il tempo che trovano.

 

2. Viceversa queste offerte assumono un carattere completamente diverso se vengono viste, al momento della nostra entrata in guerra, come allettamento all'Italia invitata a scendere in campo ed a concordare un intesa per non farsi subito male.
E questo in virtù di una occulta e spregiudicata strategia di Churchill per allargare e complicare il conflitto visto che, comunque, era logico che l'Italia sarebbe sicuramente scesa in guerra.

Solo in questo caso (ricompense per aderire all'invito ad entrare in guerra, tra l'altro verificatosi con l'effettivo intervento italiano,) le lettere del Carteggio sarebbero state dirompenti per gli equilibri internazionali e per una revisione storica.


3. Considerando infine il fantomatico desiderio inglese di avere l'Italia in guerra, per averla poi, come elemento moderatore, al tavolo di una futura e imminente pace (pace tra l'altro non prevista né voluta dall'Inghilterra), trattasi di una favoletta e/o di una completa malafede di Churchill, eventualmente avanzata al solo fine di condire in qualche modo le sue proposte.


 

IL VERO CONTENUTO DEL CARTEGGIO:

 

«L'invito fatto all'Italia a scendere in guerra!»

 Mentre le due precedenti eventualità, che alcuni storici di regime sono al massimo disposti ad ammettere, ovvero le offerte di bottino a spese della Francia, fatte affinchè l'Italia non entrasse in guerra e viceversa l'invito di Churchill di farla entrare all'ultimo momento in guerra per averla ad un ipotetico tavolo della pace quale elemento moderatore, non stanno né in cielo né in terra, se poste nei termini come vengono descritte da questi pseudo storici, può assumere invece ben altro significato un invito fatto all'Italia, proprio negli ultimi suoi giorni prebellici e magari aggiungendoci le offerte territoriali a spese della Francia, affinchè entrasse in guerra ed attaccasse la Francia stessa, purché questo invito venga visto in una diversa ottica.

Per comprendere bene tutta questa complicata situazione bisogna di nuovo considerare attentamente la posizione strategica in cui veniva a trovarsi l'Italia a giugno 1940.

 

L'inevitabilità dell'intervento italiano

Lo abbiamo già detto, ma lo ripetiamo, tanto è importante.

Se nel maggio 1940, come si poteva ipotizzare, gli Inglesi avessero accolto le generose offerte di pace dei tedeschi e fossero addivenuti ad un accordo globale e di ampio respiro con la Germania, l'Italia, rimasta estranea al conflitto, sarebbe stata relegata ad un ruolo subordinato in Europa. Di conseguenza il suo ridimensionamento non gli avrebbe consentito di mantenere e sviluppare l'Impero appena consolidato nella lontana e scollegata Africa Orientale.

Se viceversa proseguendo il corso della guerra avesse vinto la Germania, come altrettanto in quel momento si pensava, nell'assetto futuro dell'Europa, che i tedeschi pur avrebbero dovuto stabilire dopo la vittoria, il nostro paese avrebbe ugualmente vanificato tutti i suoi sacrifici per assurgere a livello di piccola, ma importante potenza.

Sia nel primo caso che nell'altro, infatti, i tedeschi, non avrebbero avuto alcun interesse ad appoggiare le nostre ragioni (che oltretutto, addirittura, avrebbero potuto, anche in questo caso, essere sacrificate nell'ambito del trattato di pace) e la successiva dinamica dei rapporti internazionali in Europa non ci sarebbe stata, in prospettiva, di certo favorevole.

Se poi avesse vinto l'Inghilterra sarebbe stata la fine sicura dell'Italia e del Fascismo perchè le democrazie occidentali non avrebbero potuto tollerare all'infinito l'ideologia e la politica del fascismo e la presenza militare italiana nel Mediterraneo ed in Africa.

Ma ancor più gravi sarebbero stati i rischi per il nostro paese nel caso di un proseguimento e quindi di un probabile estendersi del conflitto che, data la posizione geografica dell'Italia, ci avrebbe esposto ad un attacco proditorio da qualsiasi parte.

L'Italia non avrebbe potuto mantenere le sue posizioni ed il suo assetto di regime a tempo indefinito e senza una guerra!

Tutto questo Churchill lo sapeva bene.

L'evoluzione dei rapporti tra Mussolini e Churchill va comunque vista per tappe e per differenti momenti temporali, laddove le situazioni, le necessità e le strategie andavano a cambiare in pochissimi giorni.

In questo delicato contesto, quindi, è probabile che Churchill, dopo aver per un certo tempo, brigato con offerte varie, per tenere l'Italia fuori dal conflitto e considerata poi, nel precipitare degli eventi bellici, l'inevitabile necessità italiana di dover prima o poi scendere comunque in campo, spronò, all'ultimo momento (primi di giugno 1940) l'Italia ad entrare guerra, assicurando l'intento inglese ad una pace imminente. Egli aveva invece il nascosto scopo di estendere il conflitto, trattando magari una intesa con gli italiani a non farsi militarmente troppo male in questa fase transitoria verso la millantata pace (ed infatti, subito dopo l'entrata in guerra dell'Italia non ci furono importanti iniziative belliche!).

Torna allora plausibile che, per di più, Churchill vi abbia aggiunto le promesse di un ricco bottino territoriale a spese della Francia, che con la partecipazione alla guerra dell'Italia, teoricamente erano credibili e potevano forse divenire di effettiva esigibilità in un futuro accordo di pace e con il consenso inglese.

È anche implicito che il britannico abbia motivato, in malafede, questo invito a scendere in guerra con il desiderio di avere l'Italia al tavolo della pace.

In quel momento, infatti, Churchill aveva tutto l'interesse ad una complicazione bellica, seppur rischiosa, perché in tal modo, nonostante la crisi militare, si sarebbe cementata la coalizione antifascista e chiusa la porta ad ogni compromesso.

Questo, sempre ben inteso, che si potesse, al contempo, evitare un impiego a tutto campo delle FF.AA. italiane, in particolare della marina, attraverso una intesa sottobanco e facendo credere che anche l'Inghilterra fosse sul punto di voler chiudere il conflitto, altrimenti l'Italia difficilmente vi avrebbe aderito.[142]

Ripetiamo: Churchill, essendo comunque l'entrata in guerra dell'Italia non evitabile, con pochissimi rischi, vista l'impreparazione militare del nostro paese, il controllo indiretto esercitato in tutto il territorio italiano ed in tutti i settori militari, attraverso innumerevoli collusioni massoniche e la vasta rete di simpatie anglofile,[143] e contando soprattutto sull'intesa a non farsi subito male così conseguita, poteva, in quel momento di crisi per l'Inghilterra, allargare il conflitto come desiderava, creare complicazioni politiche e militari e renderlo effettivamente irreversibile in attesa dell'intervento americano.[144]

Era questa, per il britannico, una strategia logica, naturale e neppure troppo complicata visto che era evidente che Churchill aveva una impellente necessità sia di allargare il conflitto e sia di renderlo irreversibile, proprio per evitare che, all'interno della nazione e sotto l'onda delle sconfitte subite in quel periodo, prendessero corpo e consistenza quelle forze che potevano operare verso una soluzione di compromesso con la Germania.

Non a caso l'Inghilterra fu la prima ad intraprendere i bombardamenti terroristici su obiettivi civili nelle grandi città ed è noto come Churchill si augurasse, con il suo entourage, che ugualmente facessero i tedeschi!

Ma oltretutto e soprattutto limitava, con questa intesa ed in un momento di crisi, un immediato impegno bellico italiano di ampia portata, essendo comunque inevitabile l'intervento italiano in guerra.

Come poi abbiamo visto quando poi Mussolini si rese conto della patacca inglese (forse già a luglio del 1940) e tentò disperatamente di spronare i nostri Stati Maggiori almeno a qualche azione di guerra più impegnativa (i cui piani operativi erano da tempo già previsti, in Africa soprattutto), trovò davanti a sé un ostruzionismo diffuso ed un boicottaggio evidente.

Importanti settori politici, istituzionali e militari, nonché i vertici del regime fascista, pur se ignari di eventuali accordi segreti, avevano infatti intuito e gradito quelle intese, concependole unicamente come un desiderio ed una volontà di non fare la guerra agli inglesi! Di entrare in guerra senza combattere, visto che oltretutto la pace era imminente. Tanto che neppure avevano dato seguito alla volontà di Mussolini che, nonostante eventuali intese segrete, richiedeva, dal momento dell'entrata in guerra, almeno una certa iniziativa militare da parte della nostra marina.

 

Una ignobile trappola di tipico stampo inglese

Era una vera e propria trappola per il nostro paese, altro che desiderare di avere l'Italia ad un fantomatico tavolo della pace!

Di lì a pochi mesi, infatti, superato il momento di crisi, Churchill non mantenne (ed oltretutto neppure avrebbe potuto mantenere) i patti e scatenò tutto il suo apparato militare contro l'Italia, manifestando al contempo e in ogni modo alla Germania ed al mondo intero, la sua volontà di proseguire la lotta con irriducibile accanimento.

Ovviamente per l'Italia, dato il suo stato di impreparazione militare e debolezza economica, era estremamente conveniente entrare in guerra con questo genere di accordo, e Mussolini non poteva esimersi dal tenerne conto, tanto più che, sbagliando, credeva veramente imminente la pace, ma questo solo a patto che Churchill avesse giocato pulito.

Oggi sappiamo invece che Churchill era in mala fede ed abbindolò probabilmente Mussolini, non tanto con la scusa della richiesta di un suo eventuale appoggio nelle imminenti trattative di pace o con la promessa di grosse ricompense, ma più che altro con l'assicurazione che il conflitto si sarebbe in poco tempo concluso, che nel frattempo non era opportuno per nessuno avere uno scontro militare serio ed era inoltre vantaggio reciproco sedersi tutti ad un tavolo di trattative.[145]

Invece realizzati i suoi scopi lasciò il nostro paese nel baratro della guerra!

La richiesta di Churchill all'Italia per invitarla ad entrare in guerra, fatta con i presupposti illustrati, è molto più di una ipotesi, oltre ad essere attestata, come abbiamo visto, da tutto l'incomprensibile sviluppo bellico anglo-italiano di quell'inizio estate 1940.

Ma essa giustifica persino l'entusiastica adesione alla guerra da parte dell'ambiguo ed opportunista Vittorio Emanuele III, che pur aveva, proprio a Londra, ingenti interessi finanziari.

Ecco perchè Mussolini annetteva estrema importanza durante la RSI, e lo garantiva anche ad Hitler,[146] per una eventuale trattativa con le nazioni vincitrici, allo scambio di corrispondenza avuto con Churchill al momento dell'entrata in guerra dell'Italia!

Ed ecco perchè l'inglese fece carte false, scatenò tutti i suoi servizi segreti e pagò ingenti somme per riavere indietro le sue lettere.

Infatti, una volta venuta fuori questa verità, sarebbe stato estremamente difficile o comunque impopolare addossare all'Italia una responsabilità nella guerra ed imporgli delle pesanti clausole di pace, visto che lo stesso Churchill ne aveva chiesto l'intervento e che l'Italia poi aveva rispettato questi patti senza intraprendere serie iniziative belliche nei primi mesi di guerra.

Ma oltretutto si sarebbe reso, già da allora evidente, il gioco degli occidentali che avevano programmato ed intrapreso una guerra di distruzione contro l'Europa!

              

           

L'«ingenuità» di Mussolini

Da quanto abbiamo esposto e soprattutto in chi non conosce affatto la visione geopolitica di Mussolini nella guerra, potrebbe risaltare una certa ingenuità diplomatica e politica di Mussolini, tenuto al laccio dall'inglese, blandito e poi gabbato (e per finire in bellezza, forse addirittura fatto uccidere il 28 aprile 1945 affinché venisse tacitato per sempre ed ovviamente derubato del Carteggio).

A questo proposito è noto come Churchill era propenso all'eliminazione immediata dei capi delle coalizioni nemiche considerati responsabili della guerra: «Personalmente sono sempre stato incline a fucilarli non appena accertata la loro identità» propose ad americani e sovietici a Yalta nel febbraio del 1945.

Roosevelt, ovviamente, in via di principio era d'accordo, mentre Stalin sembra che preferisse un bel processo pubblico di staliniana memoria prima di ammazzarli. Come noto fu poi concordato il turpe e meschino spettacolo di Norimberga, ma intanto, guarda caso, proprio Mussolini venne ucciso sbrigativamente senza tanti preamboli.[147]

Tornando alla presunta ingenuità di Mussolini e considerando retrospettivamente e globalmente tutti gli avvenimenti storici di quel periodo, anche alla luce di quanto oggi si è potuto meglio accertare, non ci sentiamo di addossargli questa responsabilità.

È questo essenzialmente per almeno due buoni motivi:

Primo, Mussolini avrebbe dovuto, comunque ed in ogni caso, portare l'Italia in guerra e questa decisione già programmata dal marzo del 1940, non fu certo determinata dall'«intesa» con Churchill.[148] Quell'intesa fu semmai un di più, doveva essere una ulteriore, ma transitoria carta offerta all'Italia per evitare grossi rischi di guerra, in vista di una millantata imminente pace e che Mussolini ovviamente colse al volo (né avrebbe potuto fare diversamente), ma non ne condizionò la decisione finale di scendere in campo (decisione che, ripetiamo, era comunque inevitabile). Né, oltretutto, avrebbe condizionato la possibilità di iniziare vere operazioni belliche di portata strategica, come Mussolini all'incirca almeno da luglio avrebbe voluto, se non ci fosse stata l'opera di sabotaggio da parte dello Stato Maggiore Generale che intese quegli accordi in senso definitivo e strategico, non avendo alcuna intenzione di fare la guerra agli anglo francesi. Ne condizionò però pesantemente la politica militare nel primo mese di guerra e di conseguenza, per tutto il periodo successivo e questo forse, come abbiamo visto, con gravi danni per le possibilità di vittoria dell'Asse.[149]

Secondo, come già accennato, non era a quel tempo ancora possibile intuire e svelare fino in fondo le strategie e le forze occulte che condizionavano o meglio indirizzavano le politiche e le scelte militari delle grandi potenze (in particolare i sottili fili che univano per la vita e per la morte USA ed Inghilterra). Non si erano ancora verificati quegli eventi e tutte quelle realizzazioni mondialiste che poi abbiamo visto espandersi e divenire preponderanti dal dopoguerra in avanti, rendendo in tal modo evidenti gli intenti, gli scopi e le motivazioni per i quali erano state occultamente progettate (la guerra irriducibile e a oltranza contro l'Asse e lo sviluppo della prospettiva mondialista).

Ancora negli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale, gli uomini di Stato, i Governi e le Diplomazie si muovevano con una certa libertà di manovra e di iniziative e gli interessi Nazionali e di Stato avevano un minimo di sopravvento rispetto a determinate influenze sotterranee che pur tendevano a condizionarli.

Gli interessi geopolitici prevalevano su ogni altro aspetto divergente.

Ma questo, per quanto concerneva nazioni come l'Inghilterra e gli Stati Uniti, era vero solo in apparenza, perchè in questi paradisi massonici influenze extranazionali erano, già all'epoca, predominanti.

È logico quindi che Mussolini e sia pure in parte minore anche Hitler, non potevano valutare in pieno la portata e la consistenza di questi condizionamenti e quindi la stesura delle loro strategie politiche e militari e la conseguente condotta della guerra non potevano che essere influenzate, in buona parte, dai canoni classici, da secoli consueti, della geopolitica, della politica di Stato e da quelli della diplomazia. [150]


In definitiva, non è forse vero che, ancora ai giorni nostri, non tutti gli uomini di stato ed i politici avvertono le sottili manovre, le trame ed i nascosti fini che stanno dietro ad avvenimenti di politica mondiale, apparentemente distaccati tra loro?! Quante scelte politiche, in questi decenni, sono state condizionate dal presupposto che vi fosse un reale spartiacque Est-Ovest, una contrapposizione irriducibile tra la NATO ed il Patto di Varsavia, e che tutto potesse ridursi, in definitiva, ad una scelta di campo tra l'occidente o cosiddetto mondo libero ed il comunismo? Quando invece, come oggi ci rendiamo conto, questa era solo l'apparenza esteriore, la nomenklatura, ma il vero motore che ha determinato la storia planetaria di questi decenni e sta conducendo tutta l'umanità al Nuovo Ordine Mondiale è ben altro.


Se ancora oggi molti ignorano pur evidenti meccanismi mondialisti, figuriamoci negli anni '30 e '40!

Sarebbe stato idealmente bello e oltremodo produttivo per la condotta bellica e per la purezza dell'ideale se Hitler e Mussolini, superata ogni barriera nazionale ed ogni interesse particolaristico avessero agito, pur nelle specifiche diversità, in conformità alla concezione ideologica del fascismo e del nazionalsocialismo, proiettando a livello europeo le loro nuove ed emergenti prospettive politiche e sociali.

Se questi due grandi statisti avessero trovato, nel comune mortale pericolo che li minacciava, una univoca strategia militare contro le democrazie occidentali ed avessero potuto esattamente individuare e valutare l'esatta portata delle forze che agivano dietro le quinte delle democrazie, forse le cose sarebbero andate diversamente.[151]

Ma come era possibile che si realizzasse questa saldatura ideale, pur necessaria per l'Europa, se l'Italia si muoveva nella sua ottica nazionale e la Germania in quella del pangermanesimo, determinando così inevitabili collisioni di intenti e di prospettive?

Un giorno Hitler, nel 1941, ebbe a sottolineare come le alleanze in atto erano più che altro alleanze di convenienza ed aggiunse:

«Il popolo tedesco sa che la nostra alleanza con l'Italia è solo un alleanza tra me e Mussolini. Noi tedeschi abbiamo simpatie solo per la Finlandia. Potremmo trovare qualche simpatia per la Svezia e naturalmente per la Gran Bretagna. Un alleanza tedesco britannica sarebbe un alleanza tra due popoli! La Gran Bretagna dovrebbe soltanto tener giù le mani dall'Europa, potrebbe tenersi il suo Impero, e se lo vuole tutto il mondo».

A fine agosto del 1939, proprio mentre Hitler cercava di sfruttare il Patto di acciaio, per richiedere all'Italia di affiancarsi alla Germania in vista del progettato attacco alla Polonia del 26 agosto, poi spostato e verificatosi il 1 settembre, e questo nell'evidente intento di coinvolgere e sfruttare il nostro paese come deterrente che frenasse gli anglo francesi dall'attaccare la Germania, in Italia si venne a conoscenza di segrete offerte tedesche a Londra, ovviamente a nostra insaputa e con prevedibili gravi implicazioni per le nostre mire e strategie geopolitiche. Scrisse Ciano nel suo Diario:[152]

«… gli inglesi ci comunicano il testo delle proposte tedesche a Londra, delle quali si fa un gran parlare, ma che noi ignoriamo al cento per cento. Cose grosse: Hitler propone agli inglesi un'alleanza o quasi. E naturalmente a nostra insaputa. Io mi indigno e lo dico: il Duce si indigna, ma non lo mostra».

Stante così le cose, come può essere criticato Mussolini se, costretto a prendere le armi in una guerra i cui tempi erano stati da altri (Inghilterra e Germania) dettati, in una conflagrazione che giustamente avvertiva deleteria per il nostro paese, approfittò di "intese" transitorie atte a salvaguardare gli interessi italiani?

Nell'ottica del puro interesse italiano e prescindendo da ogni ideologia, a Mussolini poteva fregare di meno di Danzica o delle necessità strategiche tedesche di espandersi ad Est anche a costo di scatenare una guerra.

Forse un po' di più poteva riguardargli il fatto che gli occidentali, decisi a gettare tutto il mondo in una spaventosa conflagrazione, volevano a tutti i costi distruggere la Germania nazionalsocialista e di conseguenza ne avvertiva i pericoli di una futura similitudine con il suo regime, ma comunque sia non era ancora stato direttamente chiamato in causa.

Ma c'è di più: le differenze di prospettiva geopolitica tra Italia e Germania, prescindendo dal piano ideologico, portavano queste due nazioni ad una naturale diversificazione degli obiettivi strategici e tanto più questa diversificazione si accentuava dietro i risvolti dei rovesci militari. Non è un mistero che mentre Hitler utilizzava l'alleanza nell'Asse in funzione delle proprie esigenze militari e mire geopolitiche, puntando decisamente al predominio in Europa, alla conquista dell'Est e ad un accordo globale con gli inglesi, Mussolini da par suo e ragionando nell'esclusivo interesse nazionale, desiderava il mantenimento degli equilibri nel vecchio continente con un bilanciamento delle opposte forze.

Essendo conscio della irreversibile debolezza economica e militare dell'Italia egli, entro certi limiti, si augurava che né gli inglesi, né i tedeschi potessero prevalere militarmente. Vittorie dell'Inghilterra avrebbero allontanato le speranze di attuare i nostri progetti in Africa e nel Mediterraneo, ma anche vittorie dei tedeschi avrebbero accentuato il dominio tedesco in Europa e, nonostante l'alleanza, relegato l'Italia ad un ruolo sicuramente subalterno.[153]

È consequenziale che, in questa situazione, non determinata da interessi o volontà italiane, fosse naturale e logico che il Duce si barcamenasse come meglio poteva.

La storia di queste due nazioni, l'Italia ed il Reich tedesco, e di queste due ideologie, il nazionalsocialismo ed il fascismo, non potevano non avere delle similitudini e per contro delle diversità, ma decisamente diversi erano i fini geopolitici della loro politica.

Ma quantunque diversi fossero questi fini geopolitici e gli obiettivi specifici e nazionali da raggiungere, possiamo dire oggi, sia pure a posteriori, che mai sarebbe stato possibile conseguirli se -prima di tutto e soprattutto- non si fossero sconfitte le democrazie occidentali, il vero nemico dell'uomo.

Questa consapevolezza avrebbe dovuto far superare certe barriere ideologiche e gli stessi interessi strettamente nazionali. Non è stato così.


 

APPENDICE

Per meglio comprendere certi avvenimenti che si verificarono durante la seconda guerra mondiale, crediamo sia opportuno tracciare un profilo, sia pur generico e sintetico, delle personalità di Benito Mussolini ed Adolf Hitler.

 

Hitler e Mussolini

Con poche e sintetiche parole e senza addentrarci troppo in valutazioni ideologiche, [154] vorremmo tratteggiare le diversità umane e politiche, nonchè i rispettivi atteggiamenti di Hitler e di Mussolini di fronte alla guerra, alla sconfitta inevitabile e quindi alla loro fine.

Questo ci consente di capire meglio ed inquadrare nella giusta luce molti comportamenti e decisioni che vennero prese nel corso della guerra.

Alcuni accenni, come per esempio quelli su la visione della guerra da parte di Mussolini, li abbiamo già dati, altri è necessario ora completarli.

Tanto per cominciare si deve considerare che stiamo parlando di due uomini dai comportamenti affatto diversi e spesso condizionati dalle contingenze e dalle diverse realtà nazionali e geopolitiche del loro tempo.

Con il senno del poi, e conoscendo oggi i retroscena occulti che stavano dietro alla guerra, possiamo sinceramente dire che, a conti fatti, anche se perdente, fu senz'altro più opportuna e lineare la condotta estrema e l'agire irresoluto del Fũhrer, ma altrettanto rispettabile fu quella del Duce.

Sia Hitler che Mussolini furono dei rivoluzionari in senso completo, in quanto elaborarono, partendo quasi dal nulla, una politica ed una ideologia affatto originali. Intrapresero quindi e portarono avanti, in proprio nome e sfruttando ogni genere di appoggio contingente, una rivoluzione tesa alla conquista del potere ed infine, conquistato il potere, lo gestirono da statisti e uomini di governo attraverso il loro operato e incisive riforme legislative.[155]

Entrambi profondi conoscitori dell'animo umano e di coloro che li circondavano, intuendone immediatamente i loro pregi, le loro debolezze ed i loro difetti. Hitler, però, oltre a sfruttare abilmente queste valutazioni, ne traeva subito le dovute conclusioni; Mussolini invece ci passava sopra, pensando che comunque avrebbe potuto utilizzare certa qualità umane (specialmente se di alto livello tecnico) tenendone sotto controllo i difetti e le magagne.

Hitler grande organizzatore di partito, nonchè eccellente stratega militare e attento conoscitore degli armamenti bellici, Mussolini polemista e giornalista di razza, profondo pensatore e trascinatore impareggiabile, ma carente nella competenza militare tanto che non fu difficile, da parte dei generali massoni e badogliani, di ingannarlo come e quando volevano. Entrambi grandi oratori capaci di affascinare le folle ed i seguaci: Hitler con una secca logica, impetuosa e violenta, Mussolini con una verbosità passionale ed a volte retorica, ma capace di una sintesi e di una comprensione straordinaria del discorso.

Tutti e due avevano contrastato con violenza il comunismo e lo avevano sconfitto, ma mentre per Hitler, il bolscevismo era un evidente strumento in mano all'ebraismo, per Mussolini era più che altro una degenerazione del socialismo, quel socialismo dal volto umano, ricondotto ad una dimensione nazionale, a cui rimase sempre legato.

Hitler, infatti, avvertiva il problema ebraico essenzialmente come una cospirazione mondiale tesa alla conquista di un biblico potere su tutto il genere umano; ne valutava perfettamente le deleterie responsabilità nella storia tedesca e ne avvertiva i pericoli degenerativi per le popolazioni di razza ariana.

In conseguenza di tutto questo e ritenendo gli ebrei oltretutto responsabili dello scatenamento del conflitto mondiale, era estremamente deciso a cacciarli da tutta Europa ed in questo senso agì, con inevitabili e cruente conseguenze, per tutto il corso della guerra. È anche indubbio che la visione razzista in Hitler risentiva, almeno in parte, degli influssi di un certo darwinismo.

Mussolini, pur condividendo le accuse verso le cospirazioni ebraiche, ne avvertiva solo in parte i pericoli esistenziali e degenerativi, forse anche per la diversa situazione del suo paese rispetto alla presenza ed invadenza giudaica. In questo era più che altro Romano, nel senso che gli bastava togliere agli ebrei le possibilità di speculazione e di manovra, riassumendoli poi in qualche modo nella nazione e subordinandoli agli interessi ed alla vita dello Stato.[156]

Dal punto di vista razziale poi, anche in considerazione dell'eterogeneità del composito razziale degli italiani e forte della presenza di uno Stato etico ed autoritario, Mussolini tendeva ad annettere meno importanza ai fattori biologici esaltando invece gli aspetti spirituali ed etici degli individui.[157]

Ma vediamo, più da vicino le altre loro peculiarità e differenze.

Hitler era un rivoluzionario assoluto, come forse mai si era visto apparire nella storia, ed il suo agire era drastico e cruento, ma sostanzialmente e rivoluzionariamente giusto. Questo suo carattere spietato lo si era visto chiaramente all'opera nel 1934 con la "notte dei lunghi coltelli", di fronte alla defezione interna delle SA,[158] ma anche dopo il violento repulisti seguito all'attentato del 20 luglio 1944 nel quale si configurava oltretutto un vile tradimento verso la patria in guerra.

Utilizzava l'arte politica come un mezzo, uno strumento per la conquista e la gestione del potere, ma la aborriva sinceramente. Ogni suo compromesso, ogni suo accordo che aveva dovuto giocoforza conseguire, non lo distoglievano mai dagli obiettivi che si era proposto ed egli usava questi compromessi (con l'industria, con le forze armate, con l'aristocrazia tedesca, con la borghesia, con lo stesso partito, ecc.), al solo fine di raggiungere, per altre vie, l'obiettivo di una rivoluzione finalizzata alla edificazione di una grande Germania nazionalsocialista.

Mai, però, i compromessi che pur aveva dovuto praticare, lo deviavano dai suoi obiettivi. In questo fu un rivoluzionario totale e forse, come detto, mai si era visto nella storia, un uomo così risoluto, coerente e caparbio, fino all'incredibile, nel raggiungere determinati obiettivi.

Tutti coloro che, stringendoci accordi, che offrendogli delle mediazioni pensavano di averlo in qualche modo limitato, controllato o stemperato nei suoi fini, ne rimasero poi smentiti e sopraffati, proprio perchè il Führer, quale fosse stato il compromesso subito, non rinunciò mai alla realizzazione dei suoi piani.

Egli aveva concepito il nazionalsocialismo come una alternativa politica radicale e confacente alla natura ed agli interessi del popolo tedesco, popolo da riunire in un Grande Reich.

Intese la guerra, conscio della posta in gioco, come un tutto o niente in un ordine di cause, oseremmo dire, metastoriche. Da qui i suoi ordini di distruzione e di resistenza ad oltranza fino all'ultimo uomo onde far trovare terra bruciata all'avanzata del nemico.

Aveva infatti, giustamente, valutato che non poteva esserci alcun futuro, di nessun tipo, dopo la sconfitta, né per il nazionalsocialismo, né per la nazione tedesca così come lui l'aveva concepita e neppure per una libera Germania.[159]

La guerra, nella sua configurazione mondiale, gli era stata subdolamente imposta dagli avversari che miravano alla distruzione della Germania ed all'occupazione dell'Europa, ma in un certo senso l'aveva anche voluta, o meglio accelerata in quel settembre del '39, sia per non perdere l'occasione storica irripetibile di conseguire gli irrinunciabili obiettivi geopolitici nell'Est Europa e sia per non farsela imporre successivamente e in condizioni di manifesta inferiorità. Con questi presupposti e in quelle condizioni, l'unica decisione consequenziale e coerente, anche per evitare di cadere vivo nelle mani del nemico (lo avrebbero ridotto ad un pagliaccio prima di ucciderlo), era quella che prese: barricarsi dentro Berlino per l'ultima battaglia e togliersi la vita.

Mussolini era, invece, essenzialmente un rivoluzionario squisitamente politico, dove la politica è l'arte del possibile ed aveva, inoltre, quella particolare indole interiore che lo faceva sentire uno statista al servizio totale della nazione.

Aveva concepito il fascismo come unica possibilità di attuare un socialismo effettivamente praticabile e di inquadrare, in un corpus di leggi innovative e di iniziative sociali rivoluzionarie per l'epoca, tutto l'apparato dello Stato e la vita della Nazione. Nazione, intesa come Patria, in cui il fascismo ne doveva costituire, appunto, l'ossatura ed il volano per indirizzarla verso grandi traguardi. Imprese queste non da poco, se solo si considera che tutta la struttura economica e finanziaria della nazione erano retaggio del risorgimento massonico e quindi inquinate da profondi ed antichi legami finanziari e massonici di natura anche internazionale.

All'occorrenza usava la violenza come mezzo, ma aborriva il sangue e le vendette, preferendo risolvere i contrasti ed i rapporti di potere politicamente: gli bastava che gli avversari fossero posti fuori gioco ed invece di eliminarli fisicamente preferiva controllarli e spesso finanziarli come fece per buona parte del fuoriuscitismo italiano.[160] Col tempo era incline a perdonare e recuperare persino irriducibili avversari.[161]

Alla notizia che in Germania c'era stata la sanguinosa "notte dei lunghi coltelli", ne restò inorridito affermando: «È come se io facessi uccidere Balbo, Grandi, Farinacci, ecc.». Le grazie che concesse, ai condannati a morte durante la guerra civile non si contano.

Essendo un politico, per giunta pragmatico, i compromessi erano per lui un arma essenziale ed in questo era un maestro nel gestirli, convinto che l'importante era, comunque, tenere in mano il potere per attuare cambiamenti rivoluzionari fatti di lente tappe riformatrici ed attraverso l'opera legislativa del suo governo.

E questo anche perchè era conscio di condividere un potere in diarchia con la Monarchia e condizionato da molte forze non proprio amiche (finanza, industria, militari, Vaticano) che, per la nostra storia nazionale, ma anche per lo scarso materiale umano a disposizione, era conscio che non sarebbe riuscito a soggiogare completamente.

Di fatto però e alla lunga, spesso i tergiversamenti ed i compromessi lo distoglievano dagli obiettivi rivoluzionari che pur avrebbe dovuto attuare, lasciando le cose come stavano con gravi implicazioni future per il fascismo (e per la guerra).

Creò il fascismo nel marzo del 1919 sulla scia dell'interventismo e della difesa e valorizzazione di Vittorio Veneto (quindi con un certo fardello di reminiscenze risorgimentali antiaustriache di stampo massonico, ma volenti o nolenti era quella la nostra storia)[162] e sull'intuizione della composizione tra il sociale e il nazionale (in pratica un socialismo nazionale), ma anche come reazione ad un possibile avvento rivoluzionario del bolscevismo italiano. Consequenziale alla sua storia di socialista, massimalista prima e nazionale poi, ne impiantò il programma originario su dettami prettamente di sinistra. Questo primogenito fascismo di sinistra, per altro sconfitto alle elezioni del novembre del 1919, si rivelò ben presto inadeguato nel processo rivoluzionario.

La necessità di far avanzare il movimento fascista e di provare a prendere il potere portò quindi Mussolini, già dal maggio del 1920, a rettificare a destra le posizioni politiche del fascismo arrivando ad utilizzare gli appoggi di agrari e capitalisti vari spaventati dalle violenze dei rossi. Al contempo, inevitabilmente, le file fasciste si riempirono con gli elementi di più disparata origine ed estrazione ideale. Il congresso fascista di Roma del 1921 sancì una svolta a destra, già da tempo in atto, del fascismo stesso e portò all'avvento di personalità come Dino Grandi, ecc.

In ogni caso i sovvenzionamenti e gli appoggi (compresi quelli di origine massonica) furono per Mussolini sempre e solo un mezzo per la rivoluzione.

È falso, infatti, che il fascismo sia nato come una espressione del capitalismo e degli agrari o dei massoni, tutti sia pure in qualche modo interessati e partecipi, ma esso nacque essenzialmente dalla enorme e prorompente vitalità e originalità idealistica e politica di Mussolini.

Assunse il potere nel 1922 con la marcia su Roma, ma con il consenso della corona e iniziò gestendolo con una politica economica e nazionale di destra del resto opportuna, in quel periodo, per rilanciare il potenziale industriale ed economico, assai misero, della nazione, ma non tralasciò mai la possibilità di introdurre profonde riforme sociali, come per esempio lo Stato del Lavoro e le Corporazioni che però non poterono essere portate alle loro conseguenze naturali a seguito delle resistenze borghesi e di classe.

Dalla presa del potere in poi, comunque, Mussolini, spiazzando tutti coloro che lo avevano ritenuto gestibile e manipolabile o comunque un fenomeno transitorio, dimostrò grandi doti di statista e di abile politico cercando, in una situazione piena di ostacoli e resistenze, di subordinare ogni decisione e gli stessi aspetti ideologici del fascismo, agli interessi dello Stato ed alla realizzazione di una moderna e grande Nazione italiana. [163]

In questa ottica di valorizzazione di ogni peculiarità nazionale e di proiezione del paese verso grandi compiti, rientra anche l'abile accordo sulla Conciliazione tra Stato e Chiesa del 1929, che gli attirò ancor di più gli odi massonici.

Egli spese ogni sua energia alla elevazione morale e materiale del popolo italiano, arrivando a costruirgli un Impero coloniale che potesse risolvere il problema dell'esuberanza popolare della nazione non bilanciata da risorse e ricchezze naturali. È comunque indubbio che senza il grande impulso del fascismo, nel campo delle riforme e delle grandi costruzioni e realizzazioni delle infrastrutture in ogni angolo della penisola, l'Italia sarebbe rimasta un paese estremamente arretrato al pari di analoghe nazioni balcaniche o del sud Europa.

Cercò quindi di sollecitare ogni energia psica e morale ed ogni volontà di potenza nell'Italiano, al fine di poterlo adattare a grandi compiti.

Acconsentì quindi ad irrigimentare ed inquadrare tutto il popolo in uno stile guerriero e dinamico, ottenendone quasi sempre però, per le poche attitudini di questo stesso popolo e l'inadeguatezza dei gerarchi (Starace), una penosa e ridicola caricatura (vedi i gerarchi in stivali con pancetta costretti, per fare carriera, a correre e saltare nelle parate oppure i retorici «A noi!» spesso proferiti a vanvera da qualunque imbecille o pusillanime).

E proprio questa contraffazione ridicola delle qualità rivoluzionarie e dello stile di vita di cui il fascismo era portatore, che mostra come fu proprio l'italiano, inteso come razza, come sostanza caratteriale ed attitudine psicologica di un popolo, ad agire negativamente verso il fascismo e non il contrario!

Come si vede, dal 1919 al 1943, era stata la sua una politica essenzialmente pragmatica con la quale aveva sempre adeguato l'ideologia fascista agli interessi preminenti della nazione e nel presupposto che il fascismo, come stile di vita, riforme sociali e programmi politici, si sarebbe potuto attuare, silenziosamente ed automaticamente solo attraverso il mantenimento del potere.

In tal modo trascorse il cosiddetto Ventennio, dove però si accumularono tutte le carenze, i compromessi, le debolezze caratteriali del popolo e le deficienze del fascismo stesso il quale, sottoposto alla prova della guerra, crollò miseramente portando Mussolini ed il fascismo al 25 luglio.

Con la RSI, libero da legami plutocratici e borghesi, era finalmente riuscito ad attuare il suo vecchio sogno socialista per la realizzazione massima di una grande riforma di giustizia sociale, per di più scrollando di dosso alla nazione una Corona da sempre parassita e vigliacca. Mussolini avrebbe voluto lasciare almeno questa eredità al popolo italiano, ma non gli fu possibile.

L'infamia, moralmente e storicamente incalcolabile, dell'8 settembre ed il conseguente sfascio di tutta la Nazione, lo costrinsero a privilegiare una ricostruzione ed affermazione dello Stato e dell'esercito italiano ed in questo senso dovette utilizzare e chiamare a partecipare alla RSI uomini e personalità di grande carisma e capacità tecniche, ma essenzialmente moderati e certamente poco o niente fascisti. Furono, in massima parte, proprio costoro che, a guerra finita, riabbracciando conservatori ed ex pseudo fascisti del ventennio, trasformarono il fascismo in un neofascismo subordinato agli interessi atlantici.

La guerra l'aveva subita, non la voleva, non per principio, ma per il semplice motivo che sapeva di non essere in condizioni di intraprenderla, ma la logica delle cose lo avevano obbligato a farla ugualmente.

E una volta dentro cercò disperatamente di condurla nell'esclusivo interesse della nazione incarnando una visione geopolitica confacente a questo interesse. Una visione geopolitica che contrastava decisamente con l'occidente anglo americano e doveva fare i conti con i Savoia e gli ambienti militari che invece erano in sintonia con gli interessi inglesi con i quali vi si trovano contro solo per situazioni contingenti e transitorie.

Una geopolitica che non poteva altresì essere diversa da quella della Germania. Il dramma del Duce era rappresentato dal fatto che, pur incarnando questa visione geopolitica di altissimo valore per il nostro paese, non riusciva poi ad estrinsecarla ed attuarla per la manifesta inferiorità del nostro potenziale bellico.[164]

Era conscio che il fascismo era stato aggredito da una coalizione mondiale senza scrupoli, impersonata dai grandi parassiti e speculatori finanziari ed economici, e lo disse anche,[165] ma non ne traeva in pieno le stesse deduzioni circa una cospirazione planetaria in atto, prevalente su ogni altro aspetto storico e politico e quindi le irriducibili conseguenze che ne traeva Hitler.

Come già detto non arrivò a concepire una guerra totale del tutto o niente e dai caratteri metastorici.

Da rivoluzionario, essenzialmente politico, sperava sempre di trovare la strada per risolvere i problemi, anche quelli di natura bellica.[166]

Era comunque conscio, dell'inganno inglese nella nostra guerra, e della volontà altrui di scatenare, senza scrupoli, una carneficina mondiale. Dovendo subire le conseguenze dell'8 settembre ed il pesante condizionamento che i tedeschi imponevano alla RSI, ne soffriva per l'impotenza a non poter riprendere la piena autonomia militare e dello Stato ed oltretutto detestava istintivamente il modo di comportarsi e di agire dei tedeschi stessi sul suolo italiano.

Con una autorità statale, di fatto in condizioni pietose, troppo fece per l'autonomia del governo repubblicano. Avrebbe voluto difendere il suo operato ed al contempo difendere l'Italia di fronte a tutto il mondo, anche perché in possesso di documenti tali che non avrebbero lasciato dubbi in proposito.

L'amore per l'Italia e per il popolo italiano e la sua natura di statista al servizio della nazione lo portavano ad un distinguo tra il fascismo inteso come rivoluzione ed ideologia e la vita ed il futuro della Patria, con la quale il fascismo stesso si doveva identificare, specialmente dopo lo sfacelo dell'8 settembre.

Questo lo spinse, durante il governo della RSI, ad agire accantonando gli aspetti ideologici per privilegiare ogni possibilità di ricostruzione allora indispensabile dello Stato, al recupero dell'onore della nazione alla utilizzazione, come detto, di personaggi di valore, ma essenzialmente a-fascisti ed alla salvaguardia dei beni e delle strutture del paese evitando altri lutti.

Ma nonostante tutto questo e nonostante lo scarso apporto bellico della RSI, traspare ugualmente come la RSI ed il fascismo repubblicano incarnino, sempre e comunque, quella visione geopolitica di Mussolini che si scontra con gli interessi britannici e che non coincide con quelli tedeschi.

Firmava ogni grazia che gli venisse sottoposta, anche a nemici che poi lo avrebbero vigliaccamente colpito, conscio che era oramai inutile ogni altro spargimento di sangue e che comunque il fascismo sarebbe finito con la guerra e l'occupazione Alleata.

Di qui i suoi tentennamenti sul da farsi; il disperato illusorio tentativo di indurre Churchill ad un accordo (considerando anche la presenza della Germania, come dimostrano le intercettazioni telefoniche ed epistolari), che potesse limitare i danni della sconfitta;[167] la speranza finale di cercare un trapasso indolore dei poteri; il desiderio di lasciare le riforme sociali della RSI ai socialisti; gli spostamenti alla cieca del 25 e 26 aprile che, anche a seguito della resa tedesca lo condussero, prima ad evitare un arroccamento catastrofico dentro Milano e poi a peregrinare tra Como, Menaggio e verso il miraggio della Valtellina.

Mussolini, in pratica, andò incontro al suo destino, conscio della sua buona fede e convinto che la Storia ed i documenti avrebbero parlato per lui.[168]

Purtroppo tutto questo lo portò ad essere arrestato, sicuramente anche per delazione tedesca, da un pugno di cialtroni, abbandonato quasi da tutti ed infine ucciso vigliaccamente, assieme ad una donna, in modalità -che probabilmente per la loro bassezza e per i secondi fini che nascondevano- non sono mai state rese note.

Marzio di Belmonte 


Note:

 

[1] Fabio Andriola: "Mussolini-Churchill, carteggio segreto", Sugarco 2007, al quale rimandiamo per particolari, notizie e resoconti qui sorvolati o appena accennati. Fabio Andriola, nato a Brescia nel 1963, è un giornalista professionista, direttore del mensile "Storia in Rete" e dell'omonimo sito www.storiainrete.com. Oltre a questo libro sul Carteggio, già preceduto nel 1996 da un altro simile per le edizioni Piemme, che può considerarsi una prima edizione, ha tra gli altri pubblicato "Appuntamento sul lago", Sugarco 1990, un resoconto sulla morte e le ultime ore di Mussolini.

 

[2] Stralcio di un intervento di Andriola riportato su "Dèbris" nel 2003

 

[3] Fabio Andriola, "Mussolini.Churchill, carteggio segreto" prima edizione, Piemme 1996.

 

[4] In realtà, come vedremo, lo scambio epistolare Mussolini-Churchill non riguarda accordi di pace separata alle spalle dell'Alleato tedesco, ma più che altro intese per entrare in una guerra inevitabile, contro gli anglo francesi, senza farsi troppo male e in vista di una millantata pace imminente. In definitiva, come del resto fece Hitler per il suo paese, Mussolini agì sempre ed esclusivamente nell'interesse supremo dell'Italia ed in questa ottica era suo dovere espletare ogni possibilità che evitasse ad una Italia costretta inevitabilmente a scendere in guerra, rischi eccessivi. Successivamente, durante la RSI, ci furono probabilmente dei contatti per sondare le varie possibilità su come arrivare ad una possibile resa, ma sempre considerando i tedeschi, mentre eventuali sondaggi per una pace separata non furono mai portati a conclusione proprio per non agire autonomamente e ripetere l'8 settembre. Del resto, incontri, sondaggi e richieste di trattative segrete tra delegazioni di paesi in guerra sono sempre state una normale prassi nella vita degli Stati e delle Nazioni, ma non vanno confusi con le trattative di pace unilaterale che potrebbero essere condotte alle spalle di un alleato (come ad esempio fu l'8 settembre e come fecero le forze armate tedesche in Italia il 25 aprile 1945 quando si arresero segretamente agli Alleati). Mussolini, per il ruolo istituzionale che ricopriva durante la guerra, per la ragion di Stato e per il suo senso del dovere nei confronti degli italiani, subordinò ogni sua azione e strategia politica e militare in funzione degli stretti interessi della Nazione. Nulla gli può essere imputato in questo senso.

 

[5] Qualcuno sostiene che forse, nella restituzione, seppur mai ufficialmente ammessa, di questi documenti a Churchill ottenne in cambio qualche vantaggio nell'aggiustamento di alcune condizioni imposte all'Italia, in particolare su lo stato di Trieste, ma ci sembrano inconsistenti giustificazioni.

 

 [6]Dante Gorreri "Guglielmo", nato a Parma nel maggio 1900 da famiglia proletaria ed ex idraulico lattoniere. Dal 1920 partecipa a Parma alla Guardia Rossa e poi diviene capo settore degli Arditi del popolo. Dopo la scissione di Livorno entra nel PCd'I. Durante il ventennio fascista finisce in galera ed al confino. Nell'aprile del 1944 è inviato a Como dove diviene segretario della locale federazione del partito comunista. Arrestato dai militi fascisti nel gennaio del 1945 viene incarcerato e sembra che abbia fatto delle delazioni. Fatto sta che l'1 febbraio viene prelevato per essere fucilato, ma stranamente è fatto fuggire in Svizzera, dicesi dopo un patteggiamento con il tenente Giovanni Tucci, alias Emilio Poggi, uomo di fiducia dell'ambiguo prefetto della RSI Renato Celio, nel quadro di future protezioni e di losche attività trasversali che, a quel tempo, erano frequenti tra ambienti partigiani e pseudo fascisti (il Poggi sarà successivamente esecutato dagli stessi fascisti). In un primo momento è accomunato con il capitano Neri Luigi Canali, nella stessa accusa di tradimento e quindi condannato a morte, ma questa condanna, si vanificherà ben presto. Trascorre tre mesi in Svizzera come rifugiato politico dove sembra si specializzi nelle operazioni di traffico di capitali, attività che poi tornerà utile al partito per la gestione dell'oro di Dongo, e rientrerà in Italia il 27 aprile 1945. Poco dopo i fatti di Dongo, sembra che ebbe una violenta lite con il capitano Neri, sembra per via della gestione del tesoro di Dongo e venne da questi accusato apertamente di essere stato un delatore. Nel dopoguerra, coinvolto anche nelle vicende della sparizione dei valori ministeriali e personali della colonna Mussolini verrà anche arrestato sotto le imputazioni di peculato ed omicidio, ma coperto dal partito fu fatto eleggere deputato in varie tornate elettorali e quindi scarcerato dopo qualche anno di detenzione. L'ultima volta fu rieletto nel 1968 a dimostrazione dei forti appoggi che godeva all'interno del partito, nonostante le accuse che pendevano su di lui. Morì a Parma a giugno del 1987.

 

[7] Molto più probabilmente dovrebbe trattarsi di 62 fogli costituenti un certo numero imprecisato di lettere.

 

[8] Vedi G. Cavalleri: "Ombre sul lago", ed. Piemme, 1995.

 

[9] Per conoscere, grosso modo, il contenuto dei documenti del camioncino possiamo contare su di un verbale stilato all'epoca dei fatti da una certa signorina Broggi. Successivamente il "Corriere della Sera" del 6 marzo 1947 riportò altre notizie su questi documenti ed infine Gianfranco Bianchi e Fernando Mezzetti (in "Mussolini 25 Aprile l'epilogo", Editoriale Nuova Novara, 1985) ricostruirono tutta la faccenda: vi erano vari fascicoli, tra i quali quelli sulle nostre vicende militari tra il 1939 ed il 1943; altri riguardanti l'affaire Matteotti; quindi su Cesare Rossi (ex fascista massone, implicato nel delitto Matteotti); sul processo di Verona; un quaderno-diario di Vittorio Ambrosio capo di Stato Maggiore Generale durante l'armistizio; ecc.

 

[11] Forse per attutire questo scandalo, fu sostenuto che i britannici si erano portati a trattoria il Cappuccio e lo avevano fatto ubriacare estorcendogli così le informazioni. La faccenda però suona più che altro come giustificazione a posteriori di una ben più grave avvenuta delazione, dovendosi altrimenti supporre che o gli inglesi furono fortunatissimi nell'incappare in questa informazione durante una allegra bisboccia, oppure sapevano perfettamente che il Cappuccio era al corrente di importanti segreti sul carteggio. In ogni caso è difficile credere che una alzata di gomito poteva essere sufficiente ad estorcere queste delicate informazioni, senza essere accompagnata da sostanziose promesse.

 

[12]Per esempio, tra l'altro, c'è una certa incertezza circa il luogo esatto dove avvenne la trattativa di scambio (la trattoria "la Pergola" o la villa Passalacqua di Moltrasio) ed anche su l'artefice inglese dello scambio che non è così certo che sia il noto Malcom Smith.

 

[13] Come noto, le carte più importanti e delicate, furono fatte riprodurre da Mussolini in più fotocopie (almeno tre) e consegnate a persone di fiducia o militi della RSI, proprio per avere la certezza che non andassero perdute e quindi renderle utilizzabili in futuro per gli interessi dell'Italia oltre per una riabilitazione storica dell'operato del suo governo.

 

[14] Sembra perfino, da elementi emersi ultimamente, che alcuni di questi ufficiali erano in progetto di essere utilizzati (non si sa poi fino a che punto questi progetti andarono a compimento) per essere impiegati in operazioni di supporto durante la nascita dello stato di Israele.

 

[15] Introduzione di M. Lattanzio a: "Hitler: Ultimi discorsi", Ed. di Ar 1988.

 

[16] A quanto a tutt'oggi è possibile dedurre da un riscontro su alcuni elementi cine-fotografici, testimonianze attendibili e contraddizioni (e assurdità) della versione ufficiale sulla morte del Duce, pur non potendosi emettere una precisa ipotesi alternativa, una cosa appare però certa: Mussolini e Clara Petacci non furono uccisi alle ore 16,10 davanti al cancello di Villa Belmonte da Valerio (alias Walter Audisio), con l'ausilio di Guido (alias Aldo Lampredi) e dell'altro comunista Pietro (alias Micheli Moretti)! Questo assassinio, in realtà, per quanto oggi è possibile intravedere con una sufficiente certezza, si verificò in un altro luogo, sia pure nei pressi, in un'altra ora e gli esecutori materiali, al di la di altri partecipanti, furono almeno due ancora non identificati.

 

[17] Che il PCI ricevette una importante parte del carteggio Mussolini-Churchill non è oramai messo dubbio ed anche qui ne diamo ampie indicazioni. È interessante però sapere che l'ex deputato del PCI Massimo Caprara, già segretario di Palmiro Togliatti, ha rivelato che una copia del carteggio tra Benito Mussolini e Winston Churchill, per il periodo 1936-40, andò nelle mani di Togliatti, nell'estate del 1945. Lo disse Togliatti stesso a Churchill, in quel momento ex-premier britannico, nel 1946 nel corso di un incontro segreto in Italia. Togliatti, si dice, utilizzò quel carteggio per fare non specificate pressioni di natura politica internazionale. È bene ricordare che un'altra versione asserisce che nel settembre del 1945 il PCI aveva già venduto agli inglesi quel gruppo di lettere che passò anche tra le mani di Carissimi-Priori a Como. Se queste testimonianze sono vere, non è chiaro l'esatto svolgersi di quegli avvenimenti, a meno che non siamo in presenza di eventuali ulteriori copie litografiche o di ulteriori e diversi documenti.

 

[18] Pier Bellini delle Stelle, Pedro, comandante sui generis della 52a Brigata Garibaldi, nobile senese, nato nel 1920 e morto nel 1984. Rimase orfano ad otto anni della madre Elena Fiumi. Secondo lui fu spinto ad entrare nella resistenza alla vista di soldati ed ebrei deportati in Germania. Venne presentato dalla sorella Eleonora al tenente Allemagna di Dongo. Figura al tempo coreografica (amava farsi fotografare in pose ed abbigliamenti guerriglieri), ha poi riferito in modo romanzato e spesso non veritiero le ultime vicende che lo videro protagonista. Voci lo danno colluso con l'Intelligence Service, e sembra anche che vanti parentele con anglosassoni. Gli si imputa di avere avuto un certo ruolo nella sparizione di alcuni dossier requisiti a Mussolini a Dongo, in particolare quelli di interesse sabaudo, ma altri aggiungono che operò in questo senso anche con altri e ben importanti documenti. Come già Walter Audisio (Valerio) finì nel dopoguerra a lavorare all'ENI.

 

[19] Bill, alias Urbano Lazzaro, alias Karol Urbaniec, classe 1924, entra nel gennaio 1943 nella Guardia di Finanza, Decimo battaglione mobilitato in Jugoslavia. L'8 settembre '43, nei pressi di Trieste viene preso dai tedeschi, ma riesce a fuggire. Nell'aprile '44 per non aderire alla RSI fugge in Svizzera, ma rientra in Italia nel settembre 1944 aggregandosi alla 52ª Brigata Garibaldi operante sul lago di Como. Nel marzo 1945 ne diviene vicecommissario politico. A Dongo, assieme al comandante della brigata, il mezzo badogliano Pier Bellini delle Stelle "Pedro", recita un ruolo determinante, ma ancora non ben chiarito nell'arresto di Mussolini (secondo una testimonianza di Michele Moretti, se fosse stato per lui, probabilmente Mussolini non sarebbe neppure stato preso). Fu tra i primi ad avere in mano le borse appartenute a Mussolini ed anche di lui si dice che ebbe una sua parte nella sparizione dei documenti rimpallandosi poi le responsabilità con altri partigiani. Nel dopoguerra si trasferisce per molti anni in Brasile e viene il sospetto che lo abbia fatto per una sua sicurezza personale. Comunque non disdegnerà mai una certa popolarità e negli anni '80, sulla scia delle ipotesi di Franco Bandini, circa una doppia fucilazione del Duce e la presenza in loco di Luigi Longo, Bill contribuirà ad ampliare e diffondere questa versione che però, su l'eccessivo ruolo attribuito a L. Longo, non convince per niente, come non hanno mai convinto molte sue testimonianze. Morirà nel gennaio del 2006.

 

[20] Questa dei diari di Mussolini, numerosi e spariti nel nulla, è una vicenda veramente emblematica sulla volontà di non far conoscere agli italiani la verità sul quel periodo storico. Essa fa il paio con la cartellina riguardante il dossier ricostruito da Mussolini sull'assassinio Matteotti. È certo che se in questi documenti ci fosse stata, una sia pur minima prova dell'operato insensato e criminale che gli si addossa, riguardo alla guerra o sue responsabilità sul delitto del parlamentare socialista, ne avremmo avuto la denuncia pubblica con stampa e ristampa in tutte le possibili vesti editoriali. Viceversa sono letteralmente scomparsi! Non è un caso che lo storico Renzo De Felice accusò direttamente Palmiro Togliatti, segretario del PCI, supponendo che questi facesse distruggere i documenti su Matteotti.

 

[21] In un testo la cui autenticità è però da alcuni messa in dubbio, ma che comunque è nello stile di Mussolini ed oltretutto, in questo caso, rende perfettamente l'idea di una indiscutibile realtà storica, si possono leggere queste sue parole: «La politica è un'arte difficilissima tra le difficili perchè lavora la materia inafferrabile, più oscillante, più incerta. La politica lavora sullo spirito degli uomini, che è una entità assai difficile da definirsi, perchè è mutevole. Mutevolissimo è lo spirito degli italiani. Quando io non ci sarò più, sono sicuro che gli storici e gli psicologi si chiederanno come un uomo abbia potuto trascinarsi dietro per vent'anni un popolo come l'italiano. Se non avessi fatto altro basterebbe questo capolavoro per non essere seppellito nell'oblio. Altri forse potrà dominare col ferro e col fuoco, non col consenso come ho fatto io. (...) Tutti i dittatori hanno sempre fatto strage dei loro nemici. Io sono il solo passivo: tremila morti (tra le camice nere - N.d.R.) contro qualche centinaio. Credo di aver nobilitato la dittatura. Forse l'ho svirilizzata, ma le ho strappato gli strumenti di tortura. Stalin è seduto sopra una montagna di ossa umane. È male? Io non mi pento di avere fatto tutto il bene che ho potuto anche agli avversari, anche nemici, che complottavano contro la mia vita, sia con l'inviare loro dei sussidi che per la frequenza diventavano degli stipendi, sia strappandoli alla morte. Ma se domani togliessero la vita ai miei uomini, quale responsabilità avrei assunto salvandoli? Stalin è in piedi e vince, io cado e perdo. La storia si occupa solamente dei vincitori e del volume delle loro conquiste ed il trionfo giustifica tutto. La rivoluzione francese è considerata per i suoi risultati, mentre i ghigliottinati sono confinati nella cronaca nera».

 

[22] Di fatto documenti scandalistici sugli avversari politici di Mussolini non vennero mai pubblicati, dovendosi ritenere che Mussolini se ne serviva, più che altro come deterrente. È noto che Pavolini chiese al Duce di utilizzare i dossier compromettenti, visto che gli antifascisti non si facevano scrupoli nell'attaccare il fascismo, al che Mussolini gli rispose: «Combatto gli avversari, ma non li aggredisco proditoriamente, anche quando il loro comportamento è indegno».

 

[23] Mussolini era un maestro nel gestire e risolvere politicamente, utilizzando all'occorrenza qualsiasi arma di pressione, uomini del suo partito, delle istituzioni o gli stessi avversari politici. Non era nella sua indole la risoluzione cruenta dei contrasti politici. Alla notizia che in Germania c'era stata la sanguinosa "notte dei lunghi coltelli" (giugno 1934), ne restò inorridito affermando: «È come se io facessi uccidere Balbo, Grandi, Farinacci, ecc.».

 

[24] Guerra perduta e che quindi non consente di saccheggiare e ispezionare gli archivi delle potenze vincitrici, così come invece è stato fatto per i vinti.

 

[25] Cfr. P. Panza, "De Felice: I servizi inglesi dietro la morte del duce" in "Corriere della Sera" del 19 novembre 1995 e "la Nazione" dello stesso giorno.

 

[26] De Felice si riferiva a Max Salvadori ovvero Massimo Salvadori-Paleotti di famiglia marchigiana, nato a Londra nel 1908 e laureatosi a Roma. Era stato inviato al confino risultando un aderente alla massonica Giustizia e Libertà, ma riuscì ad espatriare. Durante la guerra arrivò a Milano come tenente colonnello dell'esercito britannico, e dal 4 febbraio '45 è ufficiale di collegamento tra il Comando Alleato ed il CLNAI. Nella riunione del CLNAI, che si svolse nella biblioteca del Collegio dei Salesiani di via Copernico 9 proprio il 25 aprile '45, il Salvadori fece opportunamente notare che il CLNAI aveva praticamente piena autorità fino all'insediamento delle autorità Alleate. Di fatto ispirò e diede mano libera a procedere alla svelta ad eliminare Mussolini. Viene spontaneo considerare che il filo di raccordo tra gli inglesi, i vertici della resistenza e gli esecutori comunisti, che praticamente portò alla sbrigativa eliminazione del Duce, passava per mani massoniche. Anche per questo motivo quella morte è rimasta a tutt'oggi misteriosa.

 

[27] Sembra che prima del 25 luglio 1943 si progettarono ben altri due tentativi finalizzati a mettere fuori gioco Mussolini. Lo attestò proprio Dino Grandi, colui che prestò il suo nome e la sua perfidia per attuare effettivamente il colpo di stato. Questo dimostra come la presenza ingombrante del Duce ed ovviamente il deterrente rappresentato da una eventuale reazione tedesca, impediva ad uomini ed ambienti senza scrupoli (fascisti opportunisti, traditori e collusi con la massoneria, industriali, alte sfere militari, con la marina in prima fila, tutta la corona, il vaticano ed ovviamente gli antifascisti) di salvare le loro posizioni anche a costo di gettare il paese ed il popolo italiano nel disonore e nella tragedia. I rapporti amichevoli di Grandi, ex ministro degli esteri ed ex ambasciatore a Londra, con gli inglesi e con lo stesso Churchill nel dopoguerra, inducono a sospettare che questo individuo il 25 luglio agì anche dietro l'influenza anglosassone.

 

 [28] Con gli alleati sbarcati a Casablanca e poi ai primi di luglio addirittura in Sicilia, per nessun motivo i tedeschi avrebbero potuto accettare un disimpegno bellico italiano, con conseguente sicura occupazione alleata del nostro territorio ed il Reich minacciato da Sud, mentre il nostro paese avrebbe funzionato da scalo per bombardare la Germania. Senza considerare poi il tracollo politico che avrebbe subito la Germania e le gravi ripercussioni negli schieramenti delle nazioni europee. Lo avrebbe capito anche un bambino ed è per questo che Mussolini, non essendo un incosciente, non ha ritenuto opportuno proporre ai tedeschi l'uscita dell'Italia dalla guerra. Oltretutto la formula della «resa a discrezione», più che un disimpegno (anche se a caro prezzo), avrebbe consentito soltanto una vera e propria capitolazione, aggravando tutta la situazione.  Che il Duce si sia barcamenato per trovare una soluzione per uscire da una guerra oramai insostenibile è plausibile, così come che ci siano stati sondaggi in questo senso, ma la realtà concreta dei fatti è quella che attesta un Mussolini non portato a seguire quella che poi fu la via scelta da Badoglio. Indirettamente, il riconoscimento maggiore, dato a Mussolini per il fatto di non aver intrapreso trattative di pace unilaterali, lo dobbiamo proprio a Churchill quando, nella sua monumentale opera sulla Seconda Guerra Mondiale, ebbe a scrivere queste parole sibilline, ma significative: «Persino quando le sorti del conflitto erano ormai decise Mussolini sarebbe stato bene accolto dagli Alleati. Avrebbe potuto fare molto: abbreviare la durata della guerra scegliendo con calma e cautela il momento opportuno».

 

[29] Ad esempio: il fatto che ci fossero dei piani, predisposti da certi ambienti militari (generale Carboni), per eliminare fisicamente Mussolini (eventualità plausibile in quel periodo, ma che questi generali pusillanimi difficilmente avrebbero attuato per il terrore di una reazione di Hitler); il fatto che Mussolini stesse cercando di coalizzare i paesi dell'Asse per forzare Hitler a un disimpegno dal fronte russo (cosa vera e logica nella ricerca di una soluzione alla crisi bellica, ma certamente di non sconvolgente impatto per Hitler); il fatto che i tedeschi avessero pronta una strategia militare di intervento per occupare immediatamente l'Italia in caso di defezione (operazione Alarico, del tutto ovvia se si considera che i tedeschi, soprattutto dopo lo sbarco anglo-americano in Sicilia, paventavano il collasso militare italiano; del resto operazioni simili erano previste anche per la Francia di Petain); ed infine la constatazione che Mussolini non fece praticamente nulla dopo che venne arrestato dai carabinieri (nè d'altronde nulla avrebbe potuto fare); tutti questi particolari hanno addirittura fatto viaggiare di fantasia certi scrittori (per esempio Silvio Bertoldi), ipotizzando che il Re (alleggerendo così anche la sua ributtante posizione di fronte alla storia), sostituì il Duce con Badoglio e lo fece arrestare (consenziente all'ultimo momento anche Mussolini) per non farlo assassinare dai militari ed in considerazione che i tedeschi stessero per invadere l'Italia per bloccare le trame diplomatiche di Mussolini.

Come si vede bastano alcune coincidenze, tra l'altro slegate tra loro, perchè si possano dare in pasto alla stampa le ipotesi più inverosimili anche se, tra l'altro, non ci sia alcun indizio, quando invece si sarebbero dovuti trovare molti riscontri, almeno nei rapporti e nei movimenti di Hitler in quel luglio '43 (oltretutto si dovrebbe credere che il Re, così preveggente e prudente, per evitare la reazione tedesca sostituisca Mussolini con Badoglio avendo però in mente, un prossimo e ben peggior tradimento!).

 

[30] Affrontando la sua ultima giornata di governo, Mussolini ricevette l'ambasciatore giapponese Hidaka che fu incaricato di trasmettere a Tokio l'invito a intercedere presso Hitler per chiudere la guerra con la Russia. Segno evidente che il Duce, dopo aver fallito fin dal marzo precedente i suoi tentativi nello stesso senso e conscio che non c'era alcuna possibilità di sganciarsi autonomamente dalla guerra, voleva riproporre ora e con più decisione (anche in considerazione del precipitare della situazione militare del paese) la stessa strategia tesa a concludere una pace con i sovietici al fine di rivolgere tutte le forze dell'Asse contro gli anglo americani. Questo attesta anche una volontà da parte di Mussolini di non mollare nonostante il voto contrario del Gran Consiglio.

 

[31] Come vedremo più avanti c'e l'intercettazione di una Lettera inviata da Mussolini a Hitler in data 28 febbraio 1945 dove il Duce suggerisce: «Führer! È giunto il momento. Con una semplice mossa possiamo indurre gli inglesi a patti. La proposta nostra deve essere quella del luglio 1943. Churchill non è miope». È difficile stabilire, senza documentazioni alla mano, i contenuti di questa proposta, ma risalta che Mussolini, anche se alquanto prima del 25 luglio, aveva o pensava di avere delle carte in mano, tanto da poter avanzare proposte agli inglesi. Come vedesi era ben lungi dal pensare di gettare la spugna.

 

[32] La patente di ex-repubblichini e fascisti è stata affibbiata a quasi tutti i partecipanti alla RSI. Ma in effetti, tra i cosiddetti 800 mila partecipanti alla RSI, i veri fascisti furono una minoranza e non molti di costoro sopravvissero alle guerra ed alle radiose giornate.

Molti erano stati chiamati da Mussolini nelle strutture repubblicane e nelle forze armate, specialmente se in possesso di particolari requisiti e capacità tecniche o in possesso di doti morali e attitudini moderate. E questo per ragioni di stato, per rimettere in piedi un esercito disintegrato dalla disfatta e dal disonore dell'8 settembre, oltre che per porre un freno al dilagare della guerra civile. La grande maggioranza di costoro però non erano certamente fascisti e comunque, non andavano oltre ad un generico partecipare alla RSI per l'onore dell'Italia. Senza contare quelli che furono in qualche modo costretti a partecipare alla repubblica solo perché si trovarono da questa parte della penisola e non se la sentivano di andare alla macchia o entrare nella resistenza partigiana. Nel clima del dopoguerra, dopo che già l'OSS americano ebbe modo di arruolarne molti nelle sue fila e successivamente, specialmente dopo l'involuzione attuata dal MSI che subdolamente trasbordò il fascismo repubblicano nella sponda conservatrice e filo atlantica, si ritrovarono insieme, a destra, tanti bei borghesi eterogenei del ventennio, che si erano ben guardati dall'aderire alla RSI e persino alcuni 25 luglisti ed ovviamente quei partecipanti alla RSI poco o nulla fascisti, ma più che altro reazionari ed anticomunisti di cui abbiamo appena detto. E tutti costoro furono ben felici di inserirsi a pieno nella nuova democratica repubblica. Si pensi quindi quale genere di testimonianza possono costoro fornire sugli atti e sul pensiero di Mussolini e sul fascismo repubblicano.

 

[33] Non è stato del resto difficile alterare atti e pensieri di Mussolini durante il periodo della RSI. È noto infatti che il Duce, interventista nel 1914 e particolarmente legato all'apologia di Vittorio Veneto, sotto molti aspetti detestava i tedeschi, in particolare per il loro modo di comportarsi ed oltretutto ne soffriva le privazioni e le imposizioni da questi imposte, anche nei confronti della RSI. Nè certamente approvava o condivideva le sanguinose rappresaglie verso i civili, pur nella applicazione delle leggi di guerra, che i tedeschi attuarono nel nostro paese. Oltretutto la politica del Duce nei 600 giorni della repubblica fu particolarmente finalizzata ad evitare ogni spargimento di sangue tra italiani. Ma da qui ad estendere queste situazioni, del tutto legittime e comprensibili, fino ad arrivare a stravolgere la posizione del fascismo nei confronti dell'occidente, facendo passare la guerra contro gli anglo americani come un fatto transitorio ed accidentale ed a ridurre il fascismo su posizioni di esclusivo anticomunismo, in modo da farlo rientrare nello schieramento filo occidentale, ce ne corre.

 

[34] Merita (se vera) molta attenzione una confessione, riferita da Michele Moretti e che gli avrebbe fatto Bill, Urbano Lazzaro, secondo la quale lo stesso Bill e Pedro cioè il Bellini, nonché il comandante della piazza di Como Riccardo, alias Oreste Gementi, erano al servizio dell'Intelligence Service. Era comunque anche noto che il colonnello Harnold (ovvero John S. Arnold, colonnello USA), responsabile militare di Como, regalò a Bill e Pedro un orologio svizzero costosissimo. Quando Churchill nel dopoguerra venne da quelle parti, per una sua evidente affannosa ricerca di documenti, passò anche dalla villa abitata da Bill, nella considerazione di battere tutti i luoghi in cui quei documenti erano passati.

 

[35] Michele Moretti, Pietro, figlio di un ferroviere socialista, nacque a Como il 26 marzo del 1908. Soldato di leva nel 1928, lavorò alla cartiera Burgo come elettricista-idraulico. Vanta un passato di calciatore, essendo stato un discreto terzino nel Como, allora chiamato Comense. Chiuse la carriera di calciatore in Svizzera nel Chiasso. Sposa nel 1936 Teresina, la futura staffetta partigiana Ada Piffaretti ed avrà un figlio. Tra il marzo e l'aprile del 1944, in seguito ad uno sciopero allo stabilimento Folla, doveva essere trasferito in territorio austriaco a lavorare in una cartiera collegata al gruppo della Burgo. Riuscì invece a fuggire e si nascose a Milano, poi a Como dove visse in clandestinità. Divenuto commissario politico (comunista) della 52ª Brigata Garibaldi "Luigi Clerici" partecipò, con un ruolo importante e determinante, prima alla cattura di Mussolini e poi alle vicende di Dongo. Molti partigiani di quelle parti lo indicano come il vero uccisore del Duce a cui però non venne data eccessiva notorietà proprio per il coinvolgimento in altre faccende meno nobili, come l'uccisione proditoria della Petacci e la sparizione dei valori requisiti a Dongo. Lui del resto, omertoso fino alla morte per carità di partito, pur non confermando tali voci ha sempre lasciato un margine di ambiguità in proposito. Resta il fatto comunque che tutta la versione ufficiale o para ufficiale sulla morte di Mussolini è falsa dalla prima all'ultima riga. Finita la guerra si stabilisce a Como in qualità di comandante della seconda compagnia della famigerata Polizia del Popolo e sebbene la sua squadra non venne indicata come artefice di particolari nefandezze è altrettanto vero che le altre squadre, ivi esistenti, si ricoprirono di ogni genere di delitti, che non potevano essere poi venuti a conoscenza del Moretti, il quale però non disse mai una parola in proposito. Venne coinvolto nella sparizione del cosiddetto tesoro di Dongo e a causa di un mandato di cattura, dovette riparare, coperto dal partito, dal novembre 1945 al giugno 1946 a Lubiana in Slovenia. Nel 1957, al processo di Padova, viene chiamato a rispondere a varie accuse. Con l'aiuto del partito ne uscì comunque non molto male (tranne che per la sparizione del tesoro, inglobato però in effetti dal partito (si insinuò poi che il Moretti avesse girato ad una sua presunta amante qualche piccolo monile) e la successiva amnistia lo disimpegnò del tutto da ogni problema giudiziario. Morì in vecchiaia, un po' deluso dal partito e da tanti compagni, il 5 marzo del 1995.

 

[36] Vedi "Il Borghese" del 3 settembre 1998. Pertini, in una trasmissione televisiva, parlando della famosa borsa, ebbe a fare anche quest'altra dichiarazione: «Mussolini la custodiva molto gelosamente. Ma non c'era valuta pregiata. La valuta, ossia il cosiddetto oro di Dongo, era nell'autoblindo di Pavolini. Nella borsa c'erano documenti. Forse lo stesso carteggio Churchill-Mussolini, di cui tanto si è parlato. Chissà».

 

[37] Cfr. G. Zachariae, "Mussolini si confessa", Garzanti 1948. Queste dichiarazioni del medico di Mussolini confermano i vari tentativi fatti da Mussolini per indurre gli inglesi ad un accordo. Tentativi a conoscenza di Hitler. Ma ancor più confermano i contenuti delle intercettazioni telefoniche ed epistolari ed in particolare la intercettazione telefonica del 22 novembre 1944 che potremo leggere più avanti.

 

[38] Eugene Dollmann, colonnello delle SS e perfetto conoscitore della lingua italiana, in pratica agiva da ufficiale di collegamento tra Wolff e von Wietinghoff (comandante dell'esercito tedesco in Italia). Visse a Roma e in Italia dal 1933 al 1945, ricoprendo un ruolo importante nelle vicende che coinvolsero il nostro paese con la Germania. Le memorie di Dollmann costituiscono un inedito punto di vista per alcune situazioni che si verificarono nell'ultima guerra. Eminenza grigia, nei rapporti tra italiani e tedeschi e stretto collaboratore di Wolff, si venne a sapere, nel dopoguerra, che era anche in contatto (da quando non è chiaro, ma certamente da lunga data) con gli Alleati facendo il doppio gioco.

 

[39] Karl Friedrich Otto Wolff, nato il 13 maggio 1900 raggiunse il grado di SS-Obergruppenführer e Generale delle Waffen-SS. Venne inviato in Italia, dove rimase dal febbraio all'ottobre del 1943, in qualità di Governatore Militare e di Comandante supremo delle SS e della Polizia nel nord d'Italia. Wolff, all'insaputa del governo della RSI, negoziò la resa con gli Alleati di tutte le forze tedesche operanti in Italia, determinando di fatto la triste fine dei fascisti e del governo repubblicano. Si sospetta che promise la consegna di Mussolini ai partigiani, ma operò, da Cernobbio e dintorni, da dietro le quinte, per non apparire un traditore. Del resto il comportamento ambiguo dei tedeschi in Italia risale fin al periodo dell'8 settembre. Sarebbe interessante, in relazione alle sorti del Carteggio, oltre che per la cattura di Mussolini, tracciare il profilo degli ufficiali tedeschi che ruotarono, in ruoli chiave, attorno a Wolff in quei giorni dell'aprile '45, ma non è qui il caso. Basti accennare al comandante delle SS di frontiera di Cernobbio Joseph Voetterl (si disse anche che era mezzo ebreo) di cui viene dato per certo un suo connubio con l'OSS (il servizio segreto americano), oppure al tenente Zimmer, capo del controspionaggio tedesco di Milano che ebbe una notevole parte nelle trattative di resa con gli Alleati; o il tenente colonnello di cavalleria Gherard Pretzell di un servizio di informazione tedesco di Cernobbio che, oltre ad operare in posizioni strategiche, negli ultimi tempi andò proprio ad abitare sulla Lariana di Lecco a nord di Blevio e di fronte a Moltrasio, o ancora un tale Bayerlee (figlio di un tedesco e di una italiana), segretario particolare del generale Leyers, capo del RUK (Rustung Und Kriegsproduktion), ritenuto in connubio con il CLN comasco. Come noto, a guerra finita tantissimi ufficiali, già appartenenti alle forze armate tedesche ed in particolare ai servizi di sicurezza vennero arruolati dagli americani per i loro servizi informativi e di intelligence. Wolff, al termine della guerra, venne condannato a quattro anni di prigione, ma in realtà vi trascorse una sola settimana. Nel 1962 nuovamente processato per aver preso parte alle deportazioni di ebrei e condannato a quindici anni di prigione fu rilasciato dopo sei anni per motivi di salute. Dopo la scarcerazione, Wolff continuò a vivere nella Germania Federale, dove morì nel 1984. Ha periodicamente rilasciato, dietro lauti pagamenti, varie e dubbie testimonianze.

 

[40] Dichiarazione di Dollmann rilasciata a G. Bisiach per una trasmissione TV durante gli anni '90.

 

[41] In merito a questa ennesima e misteriosa sparizione, quel che si è ipotizzato è che probabilmente le carte di Biggini finirono in Vaticano, attraverso padre Agostino Gemelli, oppure consegnate al conte Vittorio Cini, grande benefattore veneziano della basilica. Sopratutto la famiglia Cini è molto sospetta essendo legata ad alte cointeressenze finanziarie e massoniche d'oltreoceano. Il conte Cini, uno dei finanzieri più ricchi per l'epoca, fu ritenuto un massone ministro dei trasporti di Mussolini nel febbraio del 1943.

 

[42] Cfr. D. Campini, "Piazzale Loreto", Il Conciliatore, '72.

 

[43] D'Aroma, già fascista delle prime ore, aveva precedentemente fotografato i documenti relativi al processo di Verona.

 

[44] Vedere anche: Nino D'Aroma, "Churchill e Mussolini", C.E.N. 1962.

 

[45] Paolo Zerbino nacque a Carpaneto il 21 giugno 1905. Fascista prima e dopo il 25 luglio del 1943 quando aderì alla Repubblica Sociale Italiana, di cui fu commissario speciale a Roma e poi, dopo l'occupazione alleata del giugno 1944, sottosegretario agli Interni dal 7 maggio 1944 al 1945. Da settembre 1944 fu commissario per il Piemonte. Il 12 febbraio del 1945 venne nominato Ministro dell'Interno al posto di Guido Buffarini Guidi. Seguì il duce fino a Dongo dove fu catturato e fucilato dai partigiani il 28 aprile 1945.

 

[46] Il familiare è sicuramente Vittorio Mussolini, il figlio del Duce, che sembra portò o inviò, forse anche tramite l'ambasciatore giapponese Hidaka i diari del padre in Svizzera (pare che furono appoggiati anche presso un sacerdote). La famiglia di Mussolini, nel dopoguerra, cercò inutilmente di rientrarne in possesso: erano spariti.

 

[47] Angelo Tarchi nato a Borgo San Lorenzo nel 1897. Combattente nella Prima Guerra Mondiale, decorato al valor militare, ingegnere chimico, si dice che il 23 marzo 1919 partecipò con Mussolini a Milano alla costituzione dei Fasci di Combattimento. Deputato, occupò incarichi direttivi in industrie chimiche e accademie scientifiche. Durante la Repubblica Sociale Italiana, nel dicembre 1943, divenne ministro dell'Economia Corporativa sostituendo Silvio Gay. Sembra che, assieme ad Alessandro Pavolini e Nicola Bombacci, abbia contribuito alla stesura del Manifesto con i 18 punti di Verona, poi rivisti da Mussolini. Come ministro dell'economia corporativa ed assieme a Domenico Pellegrini-Giampietro ministro delle finanze, avrà il merito, su disposizioni di Mussolini, di salvaguardare e difendere, dal depauperamento tedesco le industrie del nord e le finanze della RSI. Il 26 aprile '45 a Menaggio abbandonò la colonna del Duce e si mise in salvo. Nel dopoguerra usufruì dell'amnistia e ricoprì incarichi nelle industrie chimiche.

Fu consigliere comunale di Milano come membro del Movimento Sociale Italiano.Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Tarchi_%28politico%29"

 

[48] Cfr. A. Tarchi, " Teste dure", Selc ed. Milano 1967.

 

[49] Pino Romualdi nasce a Predappio nel 1913, località questa che determinerà la disgustosa leggenda che fosse figlio naturale di Mussolini. Partecipa alla guerra d'Africa e diviene vicesegretario del PNF in Etiopia. Nel 1940 dirige il forlivese "Il Popolo di Romagna". Partecipa alla Guerra contro la Grecia. Aderisce alla RSI e dirige "La Gazzetta di Parma". Diviene vice-segretario nazionale del PFR.

A Como il 27 aprile 1945 tratta una frettolosa resa delle forze fasciste ivi presenti determinando, di fatto, il vuoto, dietro i ministri che si trovavano a Menaggio.

Nell'immediato dopoguerra, condannato a morte, è latitante, ma in seguito sconterà alcuni mesi di galera. Nel dicembre del 1946 Romualdi, con quell'Almirante stranamente mai condannato a morte, è tra i principali fondatori del MSI e tra i massimi responsabili della involuzione di destra e filo atlantica del neofascismo. Fin dagli anni '50 risulterà sempre eletto al parlamento nelle liste del MSI, partito in cui, già demenzialmente collocato su posizioni reazionarie, Romualdi ne incarnerà una politica anche ideologicamente di destra. Muore nel 1988,

Recenti ricerche sembrano indicare che Romualdi era in contatto con l'OSS americano fin da prima della conclusione della guerra. Il suo operato nella costituzione del MSI negli anni del dopoguerra, ovvero di un partito filo occidentale ed ultra atlantico al servizio degli USA, a nostro avviso, conferma indirettamente, se pur ce ne fosse bisogno, quelle ricerche. A tal proposito interessante è il libro di Giuseppe Parlato "Fascisti senza Mussolini", Ed. Il Mulino 2006.

 

[50] I ricordi di Tarchi e di Amicucci, (che oltretutto, come per esempio Buffarini Guidi, si defilarono da Menaggio, abbandonando il Duce), ecc., sono sempre da prendere con molte riserve. La stessa cosa la si può affermare per i "ricordi", palesemente distorti ad uso e consumo di un destrismo viscerale anticomunista e filo occidentale, di Pino Romualdi, Giorgio Almirante, Franz Turchi, Valerio Borghese, Vincenzo Costa, Giorgio Pisanò, Pietro Caporilli e tanti altri. Molti ex fascisti, infatti, dopo essersi salvati, li ritroveremo ben introdotti nel sistema parlamentare che il sistema democratico elettorale offrì loro nel dopoguerra oppure impegnati in una editoria di destra e filo americana. E molti soggetti, che ebbero la ventura di conoscere il Duce e di partecipare agli avvenimenti della RSI, in perfetta sintonia con la loro conversione para democratica ed occidentale, si trovarono subito a loro agio con la nuova era democratica e con il clima della guerra fredda.

 

[51] Pietro Carradori, testimone diretto e presente vicino al Duce fino all'ultimo, vide spesso una piccola borsa di pelle gialla con cerniera ed affermò anche che, proprio negli ultimi giorni, il Duce indicandogli questa borsa da cui non si separava mai, affermò: «Conservatela bene. Contiene i destini d'Italia. Tutto potete abbandonare, ma non questa!».

 

[52] Elena Curti, "Il chiodo a tre punte", Juculano editore Pavia 2003.

 

[53] Forse un ufficiale del MMFA (un organismo anglo-americano che si occupava della ricerca dei documenti). Tutte informazioni queste fornite da Fabio Andriola nel suo Carteggio segreto già citato, prima e seconda edizione.

 

[54] È sintomatico notare, come ha fatto G. Cavalleri, che stranamente, gli inglesi non avevano ufficialmente in atto alcuna squadra di intervento per prelevare Mussolini il 27 aprile, mentre gli americani avevano alcuni commandos appositamente all'opera. Però guarda caso gli inglesi avevano svariate missioni speciali preposte alla caccia ed al vaglio dei documenti! A nostro avviso comunque gli inglesi, se avessero messo le mani su Mussolini, non lo avrebbero ucciso immediatamente, almeno non prima di aver appreso da lui la situazione e l'ubicazione dei documenti che gli interessavano. Lo attesta una certa reazione di Churchill che, adirato, voleva conoscere i particolari di quella uccisione proditoria, compresa la Petacci. Dato che, per un altro verso, risulta che Churchill fu entusiasta di apprendere che il bestione era morto, evidentemente questa reazione la si doveva alla complicazione che si era creata con la morte fulminea di Mussolini senza aver prima recuperato i documenti compromettenti.

 

[55] Vedere A. Zanella, "L'ora di Dongo", Rusconi 1993.

 

[56] Michele Moretti, molti anni dopo, protestò ed ebbe a lamentarsi del fatto che al Puccioni, definito nota spia fascista di Firenze, fosse stato concesso, dopo la Liberazione, un "attestato di innocenza".

 

[57] Alois Hoffman, cittadino svizzero (era nato a Wegis nel cantone di Lucerna nel 1909), fu sempre presente, come il prezzemolo, dal fermo della colonna di Mussolini a Musso in avanti. In Italia dal 1937, questo Hoffman aveva sposato la figlia di un industriale di Como, fratello di Eugenio Rosacco sindaco di Como durante il periodo badogliano. Aveva un magazzino di import-export a Milano. Abitava a Domaso (e Gravedona) nella villa La Palazzera. Figura ambigua, durante la guerra aveva rapporti sia con partigiani che con i tedeschi di Gravedona. Negli ultimi tempi finì anche in carcere per sospette collusioni con i Servizi Segreti inglesi, tanto da essere chiamato mister sterlina. Interessante sapere che a Gennaio del 1945, dopo il suo arresto a Domaso da parte della polizia politica, venne liberato dal carcere dall'ambiguo prefetto Celio, sotto forte interessamento del console svizzero. Pedro Bellini e Bill Lazzaro andavano spesso a dormire a casa degli Hoffman. I suoi contatti ed il suo ruolo svolto in quei giorni non sono mai stati indagati adeguatamente, ma ce lo ritroviamo onnipresente dal momento del fermo della colonna Mussolini, fino ai giorni successivi inerenti la gestione dei valori e dei documenti sequestrati.

 

[58] Il Pini, a suo tempo, aveva avuto il comando di una temutissima formazione di alpini ed è un altra importante figura nel clan dell'avvocato Puccioni, il quale si era adoperato in varie mediazioni tra il Pini stesso e le autorità della RSI facendolo anche scarcerare un paio di volte.

 

[59] Ambiguo fu il comportamento del tenente Birzer (Waffen SS) ultima "scorta" assegnata al Duce, tanto ossessivo e iper protettivo fino alla cattura di Mussolini, quanto improvvisamente inerte e passivo in quel drammatico frangente a Dongo. Ma occorre anche considerare il Kriminal Polizei del Duce, tenente Otto Kisnatt (dell'SD) che, guarda caso, era sparito da Milano il 25 aprile '45 per riapparire poi, secondo le sue memorie, il pomeriggio del 26 a Grandola (dove Mussolini si era portato momentaneamente, da Menaggio), mentre attendibili versioni asseriscono invece che il Kisnatt venne fermato dai partigiani il tardo pomeriggio del 26 aprile e, portato a Domaso, non si sa bene cosa disse, dove finì e che gioco dovette recitare; addirittura sembra, ma non è certo, che poi i partigiani lo portarono a Musso a partecipare alle trattative (se così possono chiamarsi) per il passaggio della colonna tedesca.

 

[60] Da questo passaggio ed altri precedenti accenni alcuni ne hanno dedotto che le lettere furono, al tempo, affidate in custodia a qualche personaggio di Dongo e dintorni.

 

[61] Spesso nel giudicare l'autenticità di documenti di particolare delicatezza, come quelli per esempio del carteggio Mussolini-Churchill, si sente ripetere questa perplessità, nel dare una patente di autenticità a tali documenti, per il fatto che non sono in linea con la storia così come è ufficialmente e notoriamente conosciuta. È questo un indice della comune acquiescenza ad una versione storica imposta dai vincitori, tanto che chi si azzarda a metterla in dubbio viene tacciato di revisionismo, dando a questa rispettabile ricerca critica ed indagine storica un senso negativo.

 

[62] Successivamente Rusconi confesserà di non aver previsto l'interferenza di potenti personaggi della Democrazia Cristiana.

 

[63] Cfr. Arrigo Petacco, "Dear Benito, Caro Winston", Mondadori Milano 1985.

 

[64] Il padre di Tabasso, Francesco, sembra che nel corso della Prima Guerra Mondiale sia stato un agente segreto collaboratore degli inglesi.

 

[65] Dichiarazione di Franco Tabasso alla trasmissione "Voyager" di Rai2 del 7 ottobre 2003.

 

[66] È stato fatto osservare che la divisione del mondo stabilita ad Yalta, con i suoi stati di crisi permanente e la necessità russo-americana di mantenere in vita quella spartizione geopolitica per circa 45 anni, ha in definitiva evitato le inevitabili e periodiche conflittualità tra nazioni, in pratica le guerre, e questo al prezzo di un numero relativamente contenuto (rispetto ad un guerra) di morti ammazzati nelle lotte tra servizi segreti, stragi, attentati e provocazioni funzionali a questi scopi.

 

[67] È clamoroso constatare come, una propaganda miope e di parte, abbia fatto passare interventi militari ed azioni sacrosante da parte della Germania, come ad esempio la riconquistata egemonia sulla Renania, la difesa delle popolazioni isolate e vessate fuori dei confini, in conseguenza del dicktat del 1919, e persino l'unificazione con l'Austria voluta dalla stragrande maggioranza del popolo austriaco ed addirittura implicita nella cosiddetta autodeterminazione dei popoli teorizzata nel primo dopoguerra, come atti inconsulti e criminali. Non entriamo nella considerazione morale o di diritto se era giusto o meno che la Germania tendesse a riconsiderare le imposizioni della pace di Versailles attraverso la forza. È però indubbio che, così come quel dicktat era conseguenza di una sconfitta militare, altrettanto legittimo poteva essere il suo ribaltamento attraverso l'uso della forza.

 

[68]A prescindere dalla assurda composizione etnica di queste nazioni, in particolare la Jugoslavia e la Cecoslovacchia, nate da una cervellotica ripartizione di etnie, culture, religioni e sopratutto territori altrui, così come la forzata riesumazione della Polonia, era chiaro che queste nazioni, oltretutto non autosufficienti, avrebbero potuto mantenere quanto a loro arbitrariamente assegnato, solo e fintanto che, le nazioni uscite disastrate dalla guerra (sopratutto la Germania e la Russia) non si fossero risollevate.

 

[69] Progetto mondialista che dopo aver subito un freno a causa dell'affermarsi degli stati cosiddetti Fascisti, è stato rilanciato alla grande con la conclusione della seconda guerra mondiale e la creazione di Istituti, Organismi e Banche mondiali. Funzionale a questo progetto è stata anche la momentanea (circa 45 anni) e strategica divisione del mondo in due sfere di influenza russo-americana. Yalta era transitoriamente necessaria per impedire ogni rinascita europea, dividendone i popoli ed i governi in due schieramenti solo apparentemente contrapposti. Ma è solo dopo la liquidazione dell'URSS e quindi di Yalta e con il contemporaneo affermarsi delle grandi strutture mondialiste oramai egemoni sugli stati nazionali (Banca Mondiale e Fondo Monetario su tutti), che ha preso corpo il progetto di un Nuovo Ordine Mondiale premessa di una Repubblica Universale, multirazziale in cui è indiscutibilmente la Finanza che predomina su ogni aspetto umano e politico. Si comprende allora come il fenomeno degli stati Fascisti, a carattere nazional popolare, interferiva sostanzialmente e profondamente su questi progetti mondialisti. Le Nazioni Fasciste erano impostate non su la democrazia, ma su le differenziazioni gerarchiche, la difesa e la valorizzazione dei propri caratteri culturali e razziali, e si spingevano ad ardite riforme sociali e popolari. In essi l'interesse del popolo e dello Stato, nonché gli aspetti di natura politica ed etica, predominavano indiscutibilmente su ogni aspetto o interesse economico e finanziario. Dovevano essere annientati!

 

[70] Ci sarebbe da ridere a crepapelle, se non ci fosse da piangere, leggendo i paragrafi di questa spudorata Carta Atlantica alla luce di quanto poi venne invece rapinato, diviso, spartito e sottoposto a pulizia etnica dai vincitori della guerra e senza chiedere alcun ché alle popolazioni in tal modo defraudate e devastate. Ecco due di questi paragrafi, ogni commento è superfluo:

- «La guerra viene combattuta senza mirare ad alcun ingrandimento territoriale e si esclude qualsiasi cambia­mento che non sia in accordo con la volontà liberamente espressa dai popoli interessati».

- «Sarà rispettato il diritto di tutti i popoli a scegliersi la forma di governo sotto la quale vivere e si ristabilirà l'autogoverno nelle nazioni che ne sono state private con la forza».

 

[71] Parliamo di responsabilità in senso generico perché, come in tutte le guerre, la ricerca delle responsabilità è sempre un esercizio futile. Come detto, solitamente è il vincitore che addossa tutte le responsabilità al vinto, proseguendo in questo la sua propaganda di guerra. Ma la guerra, in definitiva, non è altro che la «prosecuzione della politica con altri mezzi» e, più in generale rientra, come tale, negli archetipi immutabili dell'uomo.

 

[72] Purtroppo a Mussolini sfuggiva il fatto che comunque la guerra era inevitabile, non fosse altro per la irriducibile decisione anglo americana, sotto ispirazione dell'ebraismo internazionale e delle grandi massonerie, di distruggere una volta per tutte la Germania nazionalsocialista e disintegrare l'Europa.

 

[73] Con la denominazione di «ebraismo internazionale» si è spesso fatto della dietrologia o comunque si sono sviluppate poco convincenti ricostruzioni storiche ad uso e consumo di un certo tradizionalismo cattolico. Ma altrettanto, il non dare la giusta importanza all'influenza di questa componente storica, è indice sicuro di ingenuità o malafede. Noi non abbiamo alcuna intenzione di esagerare l'importanza dell'ebraismo, ma non possiamo non costatare la sua presenza, spesso decisiva nelle vicende della seconda guerra mondiale. Comunque sia, con il termine di ebraismo internazionale si identifica un ben qualificato e omogeneo, anche se in buona parte occulto, centro di potere animato da una atavica volontà di potenza, ed attorno al quale ruotano e vi partecipano, comunità israelitiche alla diaspora, personaggi e strutture di altissimo potere, in particolare, finanziario ed economico (di conseguenza anche politico), potentissime lobby cosmopolite vecchie di secoli, nonché agenzie di stampa e di comunicazione di livello mondiale, in proprietà all'ebraismo o da questi controllate.

Oggi come oggi, passo dopo passo, questo centro di potere è riuscito a realizzare lo Stato di Israele (terza o quarta forza nucleare nel mondo), non solo come aspirazione messianica del popolo eletto, ma quale punto di riferimento strategico per il potere mondiale, e ad egemonizzare, con un controllo onnipervadende il tessuto sociale degli Stati Uniti e la stessa amministrazione governativa americana, quindi ad impossessarsi della proprietà di tutti i più importanti mass media del pianeta ed a controllare totalmente la grande finanza mondiale: non si raggiungono questi traguardi e soprattutto non si mantengono nel tempo senza un effettivo potere mondiale alle spalle.

 

[74] Per gli occidentali la liberazione della Germania dal nazismo era implicita e scontata, ma tutto sommato secondaria rispetto ai piani strategici di dominio mondiale. Lo attesta chiaramente il mancato appoggio alle varie correnti della Resistenza tedesca. Questi, in definitiva dei traditori, non furono mai pienamente appoggiati dagli Alleati ed erano considerati quantomeno inopportuni, proprio perchè i fini veri della guerra erano, non tanto e non solo la cancellazione del nazismo, quanto l'occupazione e la divisione dell'Europa e quindi nessun avanzo nazionale di Germania, neppure di una Germania antinazista, rientrava in questi piani.

 

[75] Ad esempio, mentre pubblicamente il presidente americano Roosevelt, ad uso e consumo dell'opinione pubblica, non perdeva occasione per inviti alla ricerca della pace e della moderazione delle nazioni, sottobanco la sua diplomazia, i suoi servizi, le potentissime lobby di potere che lo sostenevano, brigavano e ricattavano in ogni modo ed in ogni luogo per innescare dei casus belli, in particolare nella Polonia del 1939 e nell'area della Cina.

 

[76] In una sua sottolineatura a matita, come era uso fare, di un discorso di Churchill ai Comuni del maggio 1944, Mussolini evidenziò quanto segue: «La giustizia dovrà essere fatta ed il castigo cadrà sui malvagi e sui crudeli. Gli sciagurati che hanno macchinato per soggiogare prima l'Europa e quindi il Mondo devono essere puniti. Così dovranno esserlo anche i loro agenti che in tante nazioni hanno perpetrato orribili delitti. Essi devono essere condotti ad affrontare il giudizio delle popolazioni che hanno oltraggiato, sulle stesse scene delle loro atrocità».

 

[77] Non ci sono più dubbi che la sconsiderata iniziativa italiana contro la Grecia fu caldeggiata, nell'animo del Duce, da forze e componenti massoniche, tutte impegnate a sabotare in ogni modo la nostra guerra. Il gioco, che da una parte si appoggiava al capo di Stato Maggiore Generale, ovvero Badoglio e faceva leva anche sulla dabbenaggine del ministro Ciano, ottusamente antitedesco, riuscì in pieno, anche perché se Mussolini aveva una carenza, era proprio sulla competenza militare e sulla conoscenza tecnica degli armamenti, cosa questa che rendeva alquanto facile ingannarlo. Del resto Mussolini era desideroso di condurre una guerra italiana, di natura antibritannica e parallela a quella tedesca, al fine di mantenere una certa autonomia di movimento, ma anche per rendere la pariglia ad Hitler per i tanti colpi di mano, non preavvertiti, che misero spesso l'Italia di fronte al fatto compiuto.

 

[78] Significativa fu, nel 1993, l'osservazione di John Charmley il quale nel suo "Churchill la fine della guerra", esprimendo una osservazione di carattere strategico e non tattico, disse esplicitamente che se l'Inghilterra avesse evitato la guerra con la Germania, oppure successivamente avesse accettato le offerte di pace di Hitler, non avrebbe perduto il suo impero.

 

[79] Dopo questa data hanno preso ad attuarsi più direttamente i piani di sviluppo per un Nuovo Ordine Mondiale.

 

[80] Anche nella Russia di Stalin, seppur nata dal leninismo, la stessa rivoluzione comunista mondiale era, di fatto e di principio, subordinata alla premessa della realizzazione di una Grande Russia. Di conseguenza l'internazionalismo comunista divenne, di fatto, uno strumento subordinato agli interessi nazionali sovietici. Durante la guerra poi venne addirittura fatto appello a tematiche patriottiche per spingere il popolo russo alla resistenza.

 

[81] La sorpresa e la costernazione che colse Hitler, all'annuncio dell'ultimatum inglese mostra, più di ogni altra documentazione in proposito, gli effettivi proponimenti bellici del Führer.

 

[82] "Adolf Hitler: Ultimi discorsi", op. cit. L'autenticità di questa raccolta degli ultimi discorsi di Hitler è stata da alcuni storici messa in dubbio. Non possiamo sapere come esattamente stanno le cose, ma il contenuto di questi scritti ci sembra perfettamente in ordine in merito alle vicende storiche dell'ultima guerra e comunque ampiamente chiarificatore degli scopi e degli intenti del Führer.

 

[83] Si veda la frenetica costruzione, proprio in quel periodo, del Vallo Alpino ai confini tra l'Italia ed il Reich germanico, di fatto, in funzione antitedesca (mentre al contempo i lavori per il Vallo al confine francese erano pressoché abbandonati); la politica di equidistanza dettata da Mussolini in quei primi mesi di guerra e che culminò, a dicembre '39, nel famoso discorso di Ciano alla Camera, condiviso dal Duce e sostanzialmente di certo non filo tedesco. Era, in tutto questo, il venire al pettine di situazioni geopolitiche ed obiettivi divergenti tra l'Italia e la Germania che, pur nell'interesse comune, non consentivano di trovare un punto di incontro strategico, ma erano anche, almeno per l'Italia, una conseguenza della nostra storia nazionale, con il suo retaggio di stampo massonico, pregna di timore (in parte non infondato) nei confronti dei tedeschi.

 

[84] Il filo occidentale e antitedesco Ciano, che nei mesi precedenti aveva sperato in un ribaltamento delle alleanze, tanto da imprecare contro le prove notturne di coprifuoco che si esercitavano nel paese e che vedeva come un ostacolo ad un riavvicinamento con Francia e Inghilterra, rimase costernato dall'atteggiamento inglese contro le nostre navi che, di fatto, spingeva l'Italia in guerra. Il 2 marzo del '40 scrisse nel proprio diario,: «Ricevo Sir Noel Charles. Colgo l'occasione per dirgli che il controllo sul carbone appartiene a quella categoria di decisioni che spingono l'Italia nelle braccia della Germania».

 

[85] Fatto sta che però, come apparve ben chiaro in seguito, lo Stato Maggiore, i comandi dell'esercito e di Supermarina erano abbondantemente infiltrati di spie e collusioni di ogni genere con il nemico, le meno eclatanti della quali, ma non per questo meno pericolose, erano i molti ed ambigui rapporti di parentela familiare con francesi ed inglesi.

 

[86]A dimostrazione di una posizione ambigua dell'Italia o, ad esser buoni, di un ultra speculazione a favore dei propri interessi economici, proprio in quel periodo ci fu una vendita, sia pure relativa, di forniture belliche alla Francia, tanto che i tedeschi si attivarono per indagare e chiedere spiegazioni.

 

[87] Ebbe a dirla nel corso di un udienza a Bruno Spampanato.

 

[88] In effetti non venne neppure convocato, come pur doveva essere, il Gran Consiglio del Fascismo. Tra le altre cose, evidentemente, si sperava anche in una imminente pace e quindi ci si riservava i più ampi margini di manovra al di fuori di irrigidimenti ideologici.

 

[89] Massoneria che, si badi bene, uscita dal conveniente sonno che l'aveva caratterizzata negli anni precedenti, aveva immediatamente risposto alla chiamata alle armi e si era subito mobilita contro il fascismo e per il sabotaggio della guerra.

 

[90]F. Bandini: "Appuntamento sul lago", in "il Tempo" 26 aprile 1985.

 

[91] Ma anche da parte del governo tedesco, più che altro attraverso Goering e con il larvato consenso di Hitler, in particolare nel 1939 e 1940, ci furono vari tentativi (attraverso l'uomo di affari svedese Birger Dahlerus) di addivenire ad un accordo con l'Inghilterra, obiettivo questo, tra l'altro, essenziale per tutta le politica tedesca. Senza contare poi il disperato tentativo di Rudolf Hess, finito come sappiamo e che forse non aveva il consenso di Hitler, ma comunque corrispondeva perfettamente ai suoi desideri. Il 30 agosto del 1944, poi, il ministro degli esteri Ribbentrop aveva presentato ad Hitler un appunto per iniziare tentativi di dare una soluzione politica alla guerra. Hitler, in quell'occasione almeno, sembra che diede il suo benestare per iniziare dei sondaggi segreti con gli anglo americani a Stoccolma, ma ovviamente questa strada non era percorribile e fu ben presto abbandonata. I tentativi di Himmler, all'insaputa di Hitler, per una pace separata che presero corpo già nella seconda metà del 1944, e a quanto sembra toccarono anche Churchill, sono noti per essere qui ricordati. Insomma durante la seconda guerra mondiale tutti trattarono con tutti, senza alcuna esclusione.

 

[92] Dopo aver dato per scontati i contatti discreti e segreti tra nazioni, scrive giustamente F. Andriola nel suo "Carteggio segreto": «Non è facile ovviamente ripercorrere la storia del passato nell'ottica della diplomazia segreta: infatti, da sempre, i contatti diplomatici, fuori dai canali ufficiali servono proprio a non lasciare troppe tracce».

 

[93] Ci sarebbe da osservare però, come abbiamo già fatto, che analogamente, le remore di Hitler di portare un attacco globale all'Impero Britannico, impedirono altresì il varo di una politica rivoluzionaria in India, come altresì il suo disegno geopolitico rispetto alla Russia che impedì quell'accordo di tregua con i Sovietici, al quale Mussolini puntava moltissimo per consentire l'impiego di tutte le forze dell'Asse contro l'occidente. A questo proposito, oltre a varie testimonianze, è rimasta agli atti, nell'Archivio di Stato anche una lettera di Mussolini ad Hitler dell'aprile del 1943, (lettera nella quale il Duce rimprovera Hitler «... mi avete dato l'annuncio solo poche ore prima che le vostre truppe varcassero il confine» ed in cui, dopo un escursus sui problemi della guerra con i sovietici, consiglia il Führer di chiuderla «con una pace se possibile, ed io la ritengo possibile», per poi piombare a tergo degli anglo americani «attraverso la Spagna e il Marocco spagnolo».

 

[94] Proprio queste considerazioni, oltre ad altre di carattere strategico circa l'utilità di un allargamento del conflitto, come vedremo, dovette aver fatto Churchill quando ben conscio che, comunque l'Italia non sarebbe potuta restare fuori dal conflitto, all'ultimo momento reputò utile farla entrare in guerra, attraverso però un intesa che evitasse il varo immediato di attacchi strategici di ampia portata.

 

[95] "A. Hitler: Ultimi discorsi", Ed. di Ar 1988.

 

[96] È bene notare che il Re, in quel periodo, condivise in pieno e senza riserve ogni iniziativa di Mussolini, probabilmente perchè al corrente delle intese per limitare i rischi bellici in vista di una pace imminente e quindi convinto di escludere uno scontro irriducibile e senza quartiere con la Francia e l'Inghilterra che, ovviamente, non avrebbe condiviso.

 

[97] Vedi: Corvaja S. "Mussolini nella tana del lupo", Ed. Dall'Oglio, 1982.

 

[98] Vedi: P. Sella, "L'Occidente contro l'Europa", Ed. Uomo Libero, 1984

 

[99] Paradossale la situazione tattica al confine libico: nonostante una nostra iniziale superiorità militare, Badoglio, allora capo di Stato Maggiore, schierò dieci delle undici divisioni disponibili verso la Tunisia, dove non c'era nessuno da fronteggiare e non verso l'Egitto che avrebbe dovuto essere il naturale obiettivo strategico delle forze italiane (vedi: P. Sella, op. cit.).

 

[100] Tullio Cianetti ha lasciato scritto (in "Diario", Rizzoli 1946): «A quei tempi (estate del 1940 - N.d.R.) mi sono chiesto più volte se il governo centrale lavorasse veramente per la guerra o la stesse sottilmente sabotando».

 

[101] Non solo erano state respinte dagli inglesi le offerte di ricomposizione del conflitto e furono chiuse tutte le porte per eventuali sondaggi in tal senso, ma il 3 luglio 1940 Churchill ordinò l'affondamento della flotta dell'ex alleato francese. Un chiaro annuncio trasversale di proseguire la guerra fino alla fine.

 

[102] Graziani si attirò l'ira ed il disprezzo di Mussolini per il suo procrastinare l'attacco, ma chi lo sabotava deliberatamente era lo Stato Maggiore Generale da Roma che ignorò ripetutamente la richiesta di invio di mezzi motorizzati accampando scuse di ogni genere.

 

[103] Non escludiamo neppure l'ambiente cattolico ed il Vaticano che, sebbene mostrasse riservatezza ed equidistanza, era più in sintonia con l'Occidente che non con la Germania nazionalsocialista, tanto è vero che divenne ben presto un covo di spionaggio esclusivamente a vantaggio degli Alleati.

 

[104] È rimasta, emblematica la frase di Ciano che paragonò il modello di vita tedesco, ovviamente per lui disgustoso, quando invece, almeno in un certo senso, per i suoi atteggiamenti e presupposti marziali e combattentistici avrebbe dovuto essere apprezzato da un fascista, con quello, invidiato e desiderato, proprio degli inglesi «con il loro whisky, la vita comoda ed il golf», cioè l'antitesi del fascismo!

 

[105] Buffarini, ex ministro degli interni della RSI, sostituito poi da Paolo Zerbino, era un abile maneggione molto affezionato al Duce a cui restò fedele il 25 luglio 1943 ed ebbe poi un importante ruolo nella ricostruzione dello Stato repubblicano di Mussolini. Era però anche incline a traffici ed interessi personali di ogni genere e natura, in particolare con la Svizzera. Il prefetto Celio della RSI a Como era una sua creatura. Falliti i suoi tentativi per convincere Mussolini a riparare in Svizzera, il 26 aprile si svicolò dal Duce a Menaggio con la scusa di andare a vedere se il passo di frontiera fosse libero, ma in realtà con intenti di riparare in Svizzera. Catturato dai finanzieri e partigiani locali, verrà fucilato (in stato di coma perché aveva attuato un estremo tentativo di suicidio), nel giugno successivo. Quel che non si è ben indagato in profondità è il fatto che si dice cercò fino all'ultimo di barattare la sua salvezza promettendo la consegna dei documenti del Duce. Non a caso Mussolini ebbe a scrivere a Nicola Bombacci il 15 aprile 1945: «Dovessi perire assassinato o morire in combattimento, sfruttare i documenti: è in gioco l'interesse della Nazione. Resta in continuo contatto con Buffarini e Casalinuovo. O uno o l'altro sarà la via giusta. Tieni a portata di mano tutto. Anche le terze copie partiranno stanotte da qui!».

 

[106] Secondo una versione, di cui però non ci sono probanti riscontri pare che Mussolini in un ultimo colloquio avuto con la moglie gli dicesse: «Per voi lascio quello che tu sai, che è il miglior salvacondotto del mondo. Se vi volessero fare del male chiedi di essere messa a confronto con gli Inglesi». E proprio questo sembra che fece donna Rachele dopo essersi consegnata alle autorità del CLN, e quindi presa in consegna dagli Alleati, ottenendo sicuramente un trattamento di riguardo (gli furono anche restituiti i suoi averi). En passant si può osservare come il Duce che aveva sperato di mandare la moglie con i figli in Svizzera, per sottrarli all'evidente pericolo incombente che sarebbe seguito al crollo della RSI, nei suoi ultimi contatti con lei, si congeda da lei e dai figli, parla di tutto, anche di essere praticamente rimasto solo, ma non accenna a rivedersi magari all'estero; altro segno evidente, questo, che Mussolini era oramai rassegnato a finire la sua avventura in Italia, come in effetti avvenne.

 

[107] Sappiamo comunque che Mussolini il 20 aprile del '45 ordinò a Clara Petacci di partire il giorno successivo per la Spagna con la sua famiglia tramite il predisposto aereo S81 con contrassegni croati pronto alla Malpensa. È molto probabile che la Petacci abbia con sé un plico, da mettere al sicuro in Spagna, con una parte importantissima del carteggio che invece finirà a Dongo nelle mani partigiane, in quanto Claretta non obbedirà e testardamente vorrà seguire Mussolini nel suo ultimo viaggio portandosi appresso il fratello.

 

[108] Giustamente ebbe a rilevare il tenente Mariani dell'Ufficio Informazioni RSI della Rodini: «È mia convinzione che una delle promesse di Wolff (generale comandante delle SS in Italia - N.d.R.) al CLN sia stata quella di fare in modo che Mussolini cadesse nelle loro mani».

Del resto il comportamento dei tedeschi fu oltremodo sospetto: il comandante della colonna in ritirata sparì per alcune ore per andare a parlamentare con i capi partigiani, mentre il tenente Birzer, preposto alla sicurezza ed al controllo del Duce e fino a poche ore prima accanito e deciso a tutto per stargli alle costole, divenne poi completamente indifferente al momento della sua cattura.

 

[109] C'è però da notare che ultimamente quasi tutti gli storici seri hanno escluso tentativi o intenzioni di Mussolini di fuggire all'ultimo momento in Svizzera. Per esempio Marino Viganò, un ricercatore storico sicuramente non incline a tesi indulgenti verso il Duce, ha recentemente smentito attraverso un suo accurato studio, queste ipotesi di fuga. Se Mussolini avesse voluto veramente sconfinare in territorio elvetico non avrebbe di certo aspettato l'ultimo minuto.

 

[110] Biggini può definirsi una delle autorità più qualificate della RSI. Nato a Sarzana il 9 dicembre 1902, avanguardista nel 1920 a Genova, si laureerà in giurisprudenza e scienze politiche, sempre con 110 e lode. Si iscrive però al PNF solo nel maggio del 1928 e diventa un entusiasta del sistema corporativo. Durante la sua carriera conseguirà una enormità di incarichi e riconoscimenti nel campo del diritto e dell'insegnamento universitario. Si sposa nel 1930 ed avrà un figlio, Carlo. Diverrà rettore magnifico dell'Università di Pisa nell'ottobre 1941. Deputato nel 1934, dal 1938 al gennaio 1940 sarà anche Podestà di Sarzana.

Parteciperà alla campagna d'Africa (Capitano per meriti di guerra nel 1937), ed a giugno 1940 partecipa all'occupazione di Mentone mentre nel 1941 è volontario in Grecia, decorato al valore. Nel 1939 riceve da Mussolini i carteggi della Conciliazione con i quali nel febbraio 1942 pubblicherà la "Storia inedita della Conciliazione". Il 5 febbraio 1943, in un rimpasto di governo, è nominato Ministro dell'Educazione Nazionale, ma anche membro del Gran Consiglio del Fascismo e del direttorio nazionale del Partito.

Nella famigerata seduta del 25 luglio 1943 rifiuta di firmare l'O.d.G. Grandi, e voterà contro. Dopo l'8 settembre, su pressioni di Mussolini che lo stima moltissimo, accetta di diventare Ministro dell'Educazione Nazionale della RSI e, a luglio 1944, si trasferisce con la famiglia a villa Gemma, tra Gardone e Maderno. Nel maggio 1944 salva 44 professori antifascisti dell'Università di Genova; nell'agosto 1944 presenta Edmondo Cione a Mussolini e lo farà autorizzare a creare un partito di opposizione costruttiva, il Raggruppamento nazionale repubblicano socialista e nel settembre 1944 ottiene l'arresto della "banda Koch". Nel gennaio '45 si adopera verso Mussolini per la salvezza di Egidio Meneghetti, capo del CLN del Veneto. Nel febbraio 1945 tratta, per il governo, con il Gauleiter di Trieste Friedrich Rainer e raggiunge un importante accordo.

Nell'aprile 1945 rifugiatosi nella basilica di Sant'Antonio a Padova, si salva con l'aiuto di autorevoli antifascisti che egli ha contribuito a salvare. Gravemente ammalato viene trasferito ad agosto alla Clinica San Camillo a Milano sotto il falso nome di Mario De Carli. Morirà il 19 novembre 1945 costernato per non aver potuto recuperare il carteggio datogli da Mussolini e rimasto a villa Gemma e poi scomparso. Sul Biggini, elemento decisamente moderato (preparerà anche un canovaccio di Costituzione, per la definitiva edificazione istituzionale della RSI) non è stato però attentamente considerato il fatto che, pur se persona onesta e di estrema fiducia per Mussolini, si afferma che, fosse in massoneria. Se così fosse è allora evidente che, pur non volendo, dovette subire evidenti raggiri.

 

[111] Quel che si è ipotizzato è che probabilmente le carte di Biggini finirono in Vaticano, attraverso padre Agostino Gemelli, oppure consegnate al conte Vittorio Cini, grande benefattore veneziano della basilica. Sopratutto la famiglia Cini è molto sospetta essendo legata ad alte cointeressenze finanziarie e massoniche d'oltreoceano. Il conte Cini, uno dei finanzieri più ricchi per l'epoca, fu un massone ministro dei trasporti di Mussolini nel febbraio del 1943.

 

[112]Tra l'altro i tedeschi, oltre le intercettazioni telefoniche ed epistolari di cui parleremo più avanti, tra il settembre e l'ottobre '43, erano venuti in possesso di moltissime carte dell'archivio di Mussolini, e successivamente dai loro rapporti si potè dedurre un certo corteggiamento inglese all'Italia nei mesi precedenti la sua entrata in guerra.

 

[113] Luigi Carissimi-Priori è nato a Milano nel 1914 e morto a Como nell'agosto del 2002.

Detto Cappuccetto Rosso, già basista nel 1944 di una radio dell'Organizzazione della Resistenza Italiana (la ORI, interfaccia dell'OSS americano) in stretto contatto con i comandi Alleati in Svizzera, fu un uomo vicino al Partito d'Azione e quindi inevitabilmente a tutto l'ambiente massonico ad esso inerente.

Era oltretutto un esponente del ramo cadetto della famiglia Gonzaga e membro del Sovrano ordine dei Cavalieri di Malta. Arrestato nell'agosto del '44 assieme alla moglie finì prima nelle carceri comasche ed infine a San Vittore. Nelle carceri comasche fu compagno di cella di Pier Maria Annoni da Gussola, dirigente della DC dell'alta Italia e futuro elemento istituzionalmente preposto al recupero di materiali e documenti delicati in qualità di vicecommissario conservatore dei beni e dei documenti della RSI.

Giunse a Como cinque giorni dopo la liberazione, inviato dai vertici non comunisti del CLN (in particolare Parri) su richiesta del nuovo questore di Como Davide Grassi. Come copertura gli venne ufficialmente affidato il ruolo di capo dell'ufficio politico della questura. In questa veste condusse una pseudo inchiesta, o meglio una raccolta di informazioni e confidenze, sulle modalità della morte del Duce e della Petacci, ma soprattutto riuscì ad entrare in possesso, sottraendola a Dante Gorreri, federale comunista di Como, di una riproduzione fotografica del carteggio Mussolini-Churchill (la vicenda però non è chiara e restano i dubbi sulle effettive modalità di come il Carissimi entrò in possesso di queste copie fotografiche). Il Carissimi era un uomo estremamente prudente tanto che, al tempo del suo mandato alla questura di Como e sotto evidenti minacce, entrò come indipendente nelle liste del partito comunista pur non essendo affatto comunista (continuando a riferire ed a appoggiarsi alla amministrazione Alleata o AMG) e venne eletto nel consiglio comunale di Como. In qualità di giudice istruttore nei processi contro alcuni fascisti di Comò contribuì pure alla comminazione di alcune condanne a morte.

Ha vissuto molto tempo in Spagna, dove negli anni '50 venne raccomandato direttamente al generale Franco dal Vaticano e per lui si mossero anche le autorità governative italiane, onde aiutarlo ad impiantare lucrose attività di ingegneristica imprenditoriale (sembra a compenso dei servigi resi per il famoso carteggio Mussolini-Churchill, consegnato tramite Pier Maria Annoni, a De Gasperi). Anche qui però ci sono diverse incongruenze per il fatto che il Carissimi ha poi mantenuto, fino all'ultimo, un certo astio contro il nostro paese da lui accusato di averlo trattato a pesci in faccia.

Ha asserito più volte, però fornendo spesso versioni diverse, che da qualche parte dovrebbe ancora esserci nascosta una cassettina con le copie fotografiche delle famose lettere da lui viste nel 1945.

A nostro avviso, comunque, il Carissimi non può non essere stato sotto controllo massonico e quindi ben difficilmente, se pur esiste, potremo vedere questa famosa cassettina.

Non è forse un caso che questo personaggio sia stato chiamato in causa, a metà degli anni 90, quando si stava praticamente sgretolando tutta la messa in scena della morte del Duce per mano di Walter Audisio. Con le sue testimonianze, del resto indirette perché egli non era certamente presente a Giulino di Mezzegra, fu possibile, da parte dell'Istituto Storico della Liberazione di Como, avallare un certo revisionismo su la storica e mendace versione di Valerio rendendola così meno assurda.

 

[114] Per le vicende e le testimonianze di Carissimi-Priori si veda: "Nuova Storia Contemporanea" N. 1 Gennaio/Febbraio 2000, ed anche R. Festorazzi "Mussolini-Churchill. Le carte segrete", Datanews 1998.

 

[115] Luigi Canali, nome di battaglia Capitano Neri, proveniva da una famiglia comunista di Como; ufficiale del Genio, già combattente in Africa e reduce dal fronte russo. Poco dopo l'armistizio dell'8 settembre entra nella resistenza ed è tra i fondatori della 52a Brigata Garibaldi. È un comandante idealista, intelligente e con alte doti di coraggio e prestanza fisica, ma non molto in sintonia con la prassi stalinista del partito. Nel settembre del '44 viene affiancato da Giuseppina Tuissi, Gianna staffetta partigiana, operaia di ventun'anni, milanese. Ne nasce una appassionata relazione con il Neri che tra l'altro è sposato ed ha una figlia. Nel gennaio del '45 "Neri" e "Gianna" vengono arrestati e torturati. Nel carcere fascista si trova anche il segretario comunista di Como Dante Gorreri. Tuttavia il Neri riuscì ad evadere ed il Gorreri fu poi rilasciato. A seguito di successivi arresti nelle file della resistenza, da Milano parte una strana voce: hanno tradito. Viene emessa una sentenza di morte, ma a Como e dintorni nessuno crede al tradimento, tanto che Canali gira indisturbato. Appare stranamente a Dongo il pomeriggio del 27 aprile (gireranno voci di contatti degli ultimissimi tempi, tra il Neri e i servizi inglesi). I primi di maggio ha un violento scontro con il Gorreri che ha ripreso il suo posto di segretario alla Federazione comunista di Como. Il 7 maggio scompare ed il corpo resterà introvabile. Si suppone che venne eliminato per le vicende del famoso Oro di Dongo, ma forse più probabilmente per la misteriosa morte di Mussolini in cui ebbe sicuramente una parte rilevante. Aveva 33 anni.

 

[116] Qui il Carissimi è a nostro avviso certamente reticente (a meno che non abbia visionato una documentazione incompleta, cosa molto probabile), perché se veramente ha letto queste lettere e come anche dimostreremo più avanti, il loro contenuto non poteva, nella sua parte più importante, essere solo quello delle offerte inglesi all'Italia per star fuori dalla guerra. Questo tipo di offerte, non erano infatti incassabili per l'Italia restando fuori dal conflitto (anzi poi è entrata in guerra) ed oltretutto, per quanto delicate e pesanti nei confronti dei francesi, non potevano certamente costituire per Churchill un problema così grave da impegnare tempo, denaro, servizi segreti e quant'altro per recuperarle. Anzi si noti che nel suo racconto il Carissimi ebbe anche modo di sottolineare che «la rilevanza della partita a spese della Francia, dimostra che Churchill garantiva personalmente per l'atteggiamento favorevole di Parigi». Ma soprattutto il Carissimi avrebbe dovuto spiegare e giustificare perché, a tutt'oggi, anche dopo 50 anni, il contenuto di queste lettere, dal contenuto non certo devastante, è stato pervicacemente tenuto nascosto agli storici.

 

[117] Le contraddizioni e la divergenza di versioni dello Scappin, del Moretti e del parroco stesso, nonché le reticenze del Bellini e del Lazzaro, la dice lunga su quanto accadde ai documenti passati dalla banca di Domaso e arrivati alla parrocchia di Gera Lario e poi ripresi.

 

[118] Il fatto che quest'oro, in gioielli vari e verghe, impacchettato con indicazioni del contenuto (oro, ma anche valuta in franchi svizzeri e sterline) e con indicata la provenienza dalle varie province del territorio RSI, non fosse stato occultato a Gargnano, Milano o altri luoghi, dimostra che era considerato in deposito presso le autorità repubblicane e non che Mussolini se lo volesse rubare. Lo stesso segretario Gatti la notte del 23 aprile ne fece una elencazione dei valori. Non è improbabile che Mussolini aveva in mente la consegna di questo tesoro al momento della imminente fine della guerra. Circa la supposizione che trattasi di ingenti valori di provenienza ebraica è possibile, ma bisogna prendere con le molle questo tipo di nuove scoperte dei ricercatori storici, vista la gran mole di invenzioni o di esagerazioni (e successive speculazioni) che ruotano attorno alle vicende ebraiche. Per anni si sostenne anche che c'erano molte fedi d'oro provenienti dalla famosa raccolta al tempo delle sanzioni, ma è stato poi accertato che c'erano si delle fedi d'oro, ma erano quelle requisite nelle varie province dalle autorità repubblicane.

 

[119] Mussolini, conscio che con la fine della guerra tutto sarebbe finito per lui e per il fascismo, cullava l'idea di lasciare in eredità le realizzazioni sociali della RSI ai socialisti ed al limite di poter contrattare un passaggio dei poteri con le nuove autorità onde risparmiare distruzioni e tutelare vita e beni di coloro che avevano partecipato alla RSI. Non avendo però molte possibilità di attuare tutto questo si muoveva un po' alla cieca. A Carlo Silvestri, Il 23 aprile '45, ebbe a dettare alcune proposte di ordine pratico e politico: «Della mia sorte non mi importa proprio nulla. Morire in un modo piuttosto che nell'altro è per me la stessa identica cosa. Sul lago ho aspettato con ansia tutto questo tempo la bomba liberatrice (È noto, infatti, come, sul Garda Mussolini rifiutava ogni invito a scendere nei rifugi durante gli allarmi - N.d.A.). Se il partito socialista e il CLNAI non mi faranno fucilare subito, fucilato o impiccato non sarò più perché il processo che mi intenterebbero gli alleati non potrebbe concludersi con una mia condanna a morte senza suscitare la rivolta dell'opinione pubblica mondiale finalmente illuminata».

 

[120] Se consideriamo il periodo (fine febbraio - primi di marzo) in cui venne formulata questa proposta di resa ci accorgiamo che è lo stesso periodo in cui Mussolini premeva presso Hitler per avere il consenso a costringere gli inglesi ad intraprendere una trattativa in Italia (vedi, più avanti, la lettera di Mussolini ad Hitler del 28 febbraio 1945). Proprio il fatto che, allo stesso tempo, ipotizzasse la possibilità di una futura trattativa autonoma solo e nel caso di una ritirata dall'Italia dei tedeschi, quindi alla fine della guerra, esclude eventuali intenzioni del Duce di voler intavolare trattative di pace unilaterali ed alle spalle dei tedeschi, fino a che non si fossero verificate quelle estreme condizioni.

 

[121] La personalità che meglio incarna la tipologia del "mondialista cosmopolita" è l'ebreo polacco Zbigniew Brzezinski il primo direttore della Trilateral Commission, alto funzionario del CFR ex consigliere alla sicurezza nell'Amministrazione americana, il teorizzatore della destabilizzazione di tutti i paesi che vanno dal vicino all'estremo oriente tramite conflitti etnico-religiosi o dispute territoriali. Dotato di enormi poteri a tutti i livelli, costui è il prototipo degli uomini transnazionali del mondialismo, in grado di ricoprire, contemporaneamente cariche sopranazionali e nazionali non solo negli USA, volando e occupando posti di potere da uno Stato all'altro e da una Istituzione all'altra.

 

[122] I testi di queste intercettazioni sono stati pubblicati in varie opere, ma in particolare si ritrovano in R. Lazzero, "Il sacco d'Italia", Mondatori 1940.

 

[123] In questa lettera vi è un riferimento ad un situazione del luglio del 1943, ma non si comprende bene quale possa essere stata la proposta al tempo in essere. In quel periodo Mussolini premeva presso Hitler per un disimpegno dal fronte Russo e quindi l'unica idea che viene in mente è quella di minacciare gli inglesi di chiudere la guerra con i sovietici e utilizzare le parti compromettenti del carteggio per costringerli a venire a patti onde prevenire l'avanzata sovietica in Europa. Ma il mistero permane.

 

[124] Anche Pavolini che precedentemente sembrava ancora all'oscuro dei veri contenuti del carteggio è quindi stato messo al corrente. Si deduce anche che Mussolini comincia ad avere sentore che è in atto una defezione dei tedeschi (Wolff infatti sta trattando con gli Alleati e all'insaputa di Hitler, sia attraverso il Vaticano, ma soprattutto direttamente in Svizzera, una resa delle forze armate tedesche in Italia).

 

[125] Nicola Bombacci nasce a Civitella di Romagna (FC) il 24 ottobre 1879. Iniziò la vita politica nel PSI nel 1903 e successivamente si schiererà con l'ala più intransigente del partito. Al congresso socialista del settembre 1918, a Roma, Nicola Bombacci viene eletto segretario del partito e sarà riconfermato nei primi mesi del 1919. Nel 1920 fece parte della prima delegazione parlamentare che si recò, con vari sindacalisti, in URSS, mentre nel 1921 a Livorno, è tra i fondatori del Partito Comunista d'Italia. Nel 1924 guidò a Mosca la delegazione dei comunisti italiani ai funerali di Lenin. Ma già da quando l'Italia di Mussolini fu la prima Nazione a riconoscere l'Unione Sovietica e ad avviare accordi commerciali (1923), Bombacci, al tempo molto vicino ai sovietici, si dimostrò collaborativo. Nel 1927, dopo un lungo braccio di ferro con l'Internazionale che ne sosteneva la riabilitazione venne definitivamente espulso dal PCd'I. Allontanatosi anche dallo stalinismo restò un "sovversivo" isolato e cadde in miseria. Mussolini, segretamente, cercò di proteggerlo e di procurargli un lavoro, come responsabile delle importazioni alimentari dalla Russia. Comunque sia Bombacci guardò sempre con interesse al fascismo di sinistra e in quello spirito Mussolini gli permise, dal 1936, una sua rivista mensile di politica, "La Verità". Si interessò di Gramsci, quando quest'ultimo fu arrestato, sollecitando il Duce a tutelarne la salute. Nell'ottobre 1943, da poco nata la RSI, ritroviamo uno scritto di Bombacci a Mussolini: «Duce, già scrissi in "la Verità" nel novembre scorso, avendo avuto una prima sensazione di ciò che massoneria, plutocrazia e monarchia stavano tramando contro di Voi, sono oggi più di ieri con Voi. Il lurido tradimento del re e di Badoglio, che ha trascinato purtroppo nella rovina e nel disonore l'Italia, vi ha però liberato di tutti i componenti di una destra pluto-monarchica del '22». Nella RSI Bombacci fu un entusiasta della Socializzazione. A fine marzo 1945, a Genova, in Piazza De Ferrari, di fronte a trentamila operai Bombacci, grande trascinatore, espresse il suo entusiasmo per il Duce recuperato al socialismo. Mussolini lo volle vicino negli ultimi giorni della RSI e Bombacci costituì forse uno dei pochissimi amici veri umanamente sentiti dal Duce. Seguirà Mussolini fino alla cattura e verrà fucilato a Dongo. A suo carico non potevano certo esserci accuse tali da poterlo condannare a morte, ma a parte l'odio dei comunisti per il loro ex compagno, c'era forse stata anche l'intenzione di tacitare un elemento che, per conto di Mussolini, aveva avuto contatti con i Sovietici, fin degli anni '20 ed inoltre era al corrente (assieme a Luigi Gatti) dei segreti sul delitto Matteotti.

 

[126] Il Cella è l'industriale faccendiere che si diede da fare per organizzare la famosa riunione del 25 aprile 1945 all'Arcivescovado ed è lo stesso che acquistò in quei giorni, da Mussolini, i moderni macchinari de "Il Popolo d'Italia"

 

[127] Cfr. Arrigo Petacco, "Dear Benito, Caro Winston", Mondadori Milano 1985.

 

[128] Riferisce il Ministro dell'Economia Corporativa Angelo Tarchi, nel suo "Teste dure", Selc Ed. Milano 1967, una conversazione con il Duce nel gennaio del 1945. Mussolini: «Da quando voi mi parlaste dell'impossibilità dell'impiego delle armi segrete, dopo il vostro colloquio con Schieber, il quale confermò che la loro preparazione poteva essere effettuata solo se gli Alleati non avessero varcato il Reno, è logico che l'unica arma segreta sarebbe una soluzione politica del conflitto, e su ciò non ho mancato di agire inutilmente con lo stesso Churchill. Anche Anfuso è stato dello stesso parere».

 

[129] Devesi, in ogni caso, escludere, anche perché non ci sono prove storiche, ogni illazione su un presunto tentativo del Duce di cercare unilateralmente una pace separata, che è ovvio avrebbe ripetuto, in peggio, una violenta reazione tedesca nel territorio del nord Italia come avvenne dopo l'8 settembre.

Mussolini, attraverso sondaggi vari, ne può aver discusso con eventuali delegazioni alleate, ne possono essere stati anche analizzati i dettagli per ogni evenienza futura, ma non avrebbe certamente mai portato a termine un tentativo del genere senza concordarlo con i tedeschi o alle loro spalle.

 

[130] Ma anche alcuni scrittori, come ad esempio Luciano Garibaldi ("La pista inglese: chi uccise Mussolini e la Petacci?", Ed. Ares 2002), hanno ampliato la consistenza di eventuali intese antisovietiche con Churchill, aggiungendole ai documenti segreti risalenti al 1940 e mettendole anche in relazione alla uccisione del Duce. In tutti questi casi, a nostro avviso si è fatta una certa confusione, un certo miscuglio, tra elementi concreti e veritieri ed altri completamente fuori luogo o palesemente falsi.

 

[131] Durante la non belligeranza dell'Italia, Mussolini ebbe più volte modo di esprimere ad Hitler il disappunto per gli accordi intercorsi tra tedeschi e sovietici il 23 agosto 1939 che, in effetti, mutavano anche lo scenario strategico italiano e, andando oltre il dovuto, mettevano in crisi la sfera ideologica della lotta del fascismo contro il bolscevismo (come d'altro canto misero in crisi i partiti comunisti d'Europa). È probabile che Churchill, conscio di questo e desideroso di una crisi russo-tedesca, abbia consigliato il Duce di spingere presso Hitler per farlo desistere dalle intese con i sovietici. Questo genere di proposte, però, oltretutto di un Churchill non Primo ministro, non sarebbero mai state così tanto gravi da metterlo in crisi a guerra conclusa.

 

[132] In una lettera di Mussolini a Hitler del 7 marzo del 1945, il Duce cita alcune lettere dell'ottobre del 1940 estremamente compromettenti per Churchill. Trattasi probabilmente di consigli, di suggerimenti o peggio di un benestare che l'inglese scrisse a Mussolini in merito all'attacco italiano alla Grecia. Pur non essendoci veri e propri accordi sottoscritti tra belligeranti, in questo caso, tali lettere costituiscono effettivamente una esposizione compromettente per la politica internazionale dell'Inghilterra.

 

[133] Quello che lascia perplessi nelle testimonianze rilasciate, relativamente a questi incontri, è il fatto che Mussolini, praticamente senza scorta ed accompagnato da un paio persone (e qui si fa confusione perché si citano ora Casalinuovo, ora Barrracu, ora Bombacci, ora un alto magistrato, ecc.), si possa essere recato in incognito in ville alquanto isolate. Come avrebbe potuto escludere che gli Alleati non gli tendessero una trappola e lo uccidessero sul posto con estrema facilità? Del resto l'unico che avrebbe potuto raccontarci particolari sul servizio di sicurezza del Duce era il questore di Brescia competente per quei territori ed istituzionalmente responsabile della sicurezza di Mussolini, Manlio Candrilli. Stranamente, gli inglesi spinsero affinché Candrilli, catturato dopo il 25 aprile 1945, fosse condannato a morte. «Perché gli inglesi (si chiede F. Andriola, nel suo libro citato) si accanirono contro un solo questore in tutta l'Italia del Nord? E per di più contro uno dei funzionari più corretti ed umani?».

 

[134] Varie testimonianze asseriscono anche una partecipazione dei tedeschi ad alcuni incontri con delegazioni Alleate. Alessandro Zanella nel suo "L'ora di Dongo", Rusconi, Milano 1993, ci parla di incontri, nei pressi di Brescia (Montecupolino verso la fine del 1944) dove si ebbero riunioni tra rappresentanti italiani, tedeschi e Alleati. Anche Sergio Nesi, nel suo "Decima, flottiglia nostra…", Mursia, Milano 1986, parla di incontri con alti ufficiali Alleati a cui parteciparono addirittura l'ambasciatore tedesco in Italia Rahn ed il generale delle SS Karl Wolff.

 

[135] Se Mussolini poteva illudersi sperando in un seppur larvato interesse inglese a voler acconsentire ad un eventuale accordo in funzione di un contenimento sovietico, ancor più ingenuo, se non folle, fu il goffo tentativo di Himmler di trattare una resa con gli angloamericani (oltretutto proprio lui che la propaganda di guerra aveva additato come il principale responsabile nelle persecuzioni agli ebrei). Stessa cosa potrebbe dirsi di analoghi tentativi che Goering, in quelle ultime ore di guerra, avrebbe voluto intraprendere. Questo dimostra come, in definitiva, non si era percepito bene (tranne forse Hitler) che, una coalizione mondiale, gestita dalla grande massoneria internazionale e dall'ebraismo aveva progettato e stava eseguendo la distruzione totale della Germania, l'eliminazione di ogni forma di fascismo e la divisione dell'Europa, utilizzando a tal fine i Sovietici. Ed oltretutto, che ancor più in prospettiva, c'erano in atto progetti di vero e proprio dominio mondiale.

 

[136] Ma a prescindere da tutto questo, la strategia bellica e geopolitica di Churchill era solo apparentemente e formalmente anticomunista, ma non sostanzialmente. Quando poi nel 1941 l'Unione Sovietica entrò in guerra i rapporti tra gli inglesi ed i sovietici si strinsero particolarmente in quella che egli stesso definì la "Grande alleanza". Vennero quindi scaricati in Jugoslavia i partigiani antititini e filomonarchici di Mihajlovič, a Yalta venne concordata, per la fine della guerra, la consegna ai sovietici dei soldati ucraini e degli ex militari russi anticomunisti; dall'altra parte in Grecia non furono sostenuti dai sovietici i comunisti in rivolta e in Italia a Togliatti fu imposta la svolta di Salerno (del resto gradita ai dirigenti comunisti italiani), ecc. Tutto fu previsto e ratificato negli accordi di Yalta del febbraio '45.

Noti sono, in ogni caso, gli accordi informali con l'amministrazione Roosevelt intercorsi prima della guerra e fino alla missione militare ad altissimo livello e semi segreta mandata nel luglio 1940 in Inghilterra. In seguito si giunse alla stesura della Carta Atlantica, del 14 luglio 1941 e firmata dai sovietici il mese dopo. Dietro a tutto questo, e a prescindere dalle esigenze belliche, c'erano antichi connubi tra uomini del mondialismo e/o dell'alta finanza cosmopolita con i sovietici: vedi ad esempio i Ginzburg, Jacob Schiff, l'asse Warburg-Kuhn-Loeb ecc, o Armand Hammer, ecc. Connubi che andavano avanti da decenni e nel dopoguerra portarono alla gentile concessione della bomba atomica a Stalin (oltretutto, nel 1937, anche l'URSS si allineò, in materia monetaria, agli stati occidentali privatizzando la Banca Centrale di Emissione, Gosbank, nel cui consiglio di amministrazione fu chiamato quell'Armand Hammer, finanziere ebreo di origine russa, che successivamente giocò, assieme all'agente personale dei Rockefeller presso l'Amministrazione americana Harry Opkins, un ruolo decisivo nei rapporti di cooperazione USA-URSS)!

 

[137] Non vogliamo tornare qui sul fatto che questa ipotesi, antisovietica, vista la strategia mondialista che sottintendeva agli obiettivi della guerra mondiale, era del tutto campata in aria ed impossibile ad attuarsi, ma vogliamo sottolineare come questa disperata e deprecabile prospettiva, che comunque avrebbe relegato il fascismo nella unica e subalterna funzione anticomunista, poteva al limite e ripetiamo al limite, essere giustificata in Mussolini che agiva come capo di Stato di una nazione in guerra e nel tentativo di uscir fuori da una situazione bellica disastrosa. Oltretutto Mussolini non conosceva ancora nei suoi esatti termini la divisione dell'Europa, pur già stabilita a Yalta, che avrebbe gettato mezza Europa sotto il tallone sovietico e l'altra metà sarebbe stata colonizzata e disintegrata dal modernismo e dalla way of life americana. Viceversa il neofascismo destrista, che fin da subito, si mise al servizio dell'occidente divenendo il servo dell'atlantismo, non aveva alcuna giustificazione accettando, tra l'altro, di porsi al servizio di chi aveva occupato l'Italia, imposto le sue condizioni e l'aveva colonizzata. Sono due situazioni ben distinte e diverse.

 

[138]Vedi: F. Andriola, "Carteggio segreto", Sugarco 2007

 

[139] Teoricamente solo una vittoria dell'Inghilterra avrebbe forse potuto consentire, ad un Italia, rimasta ossequiosamente neutrale, di intascare qualcosa. Ma Mussolini sapeva perfettamente, perchè oltretutto lo attestava la logica della geopolitica, che una vittoria dell'Inghilterra avrebbe necessariamente ridimensionato il ruolo italiano nel Mediterraneo ed in Africa, e questo nonostante qualsiasi genere di accordi o promesse potessero essere state fatte all'Italia dal Premier inglese.

 

[140]Per la cronaca è interessante sapere che da ambienti dell'ex Casa Savoia, sono ultimamente filtrate indiscrezioni anche su di un invito francese, fatto a Vittorio Emanuele III affinché nel giugno del 1940 attaccasse la Francia e quindi entrasse nelle future trattative di pace, con la solita speranza che l'Italia agisca come freno moderatore nei confronti dei tedeschi. Questa ipotesi, dell'Italia moderatrice, ovviamente è sempre piaciuta anche a quei settori moderati dell'ex RSI e del neofascismo del dopoguerra. Con essa, infatti, si mette implicitamente in risalto un ruolo, tutto sommato, democratico e moderato del fascismo ed, al contempo, viene condivisa la storiografia dei vincitori rispetto al loro tratteggio di una Germania guerrafondaia tesa al dominio del mondo. Un allegra carnevalata del destrismo italiano.

 

[141] Qualunque siano i riscontri più o meno ufficiali, raccattabili nelle documentazioni dell'epoca, tra l'altro quelle ovviamente non segretate, nonostante le dichiarazioni ed i ricordi di vario tipo e di varia fonte che sono stati resi pubblici, compresi quelli dello stesso Churchill, tutte documentazioni che ovviamente presentano sfaccettature contraddittorie e risentono, in quelle contingente, delle necessità tattiche e delle opportunità politiche, la sostanza delle cose non cambia: Churchill aveva in testa e la perseguiva con irriducibile ostinazione, solo la prosecuzione e l'allargamento della guerra ad ogni costo.

 

[142] Quindi le vere e compromissorie offerte di bottino a spese della Francia, assumono un ruolo effettivamente compromettente soltanto se considerate in questo ambito.

 

[143] È noto che molti incarichi delicati vennero assunti da ufficiali che vantavano di conoscere la lingua inglese o quella francese; ma questo indiscutibile vantaggio aveva spesso un substrato di situazioni personali equivoche. Taluni ufficiali portavano nomi stranieri, altri avevano rapporti di parentela con sudditi nemici, erano addirittura sposati con donne inglesi od americane, ecc.

Grazie a questo ed alla diffusa anglofilia massonica nel paese, gli inglesi non avevano neppure bisogno di loro costose spie operative. Bastavano ed avanzavano costoro!

 

[144] Non si dimentichi che la vera carta vincente di riserva per Churchill era il sicuro intervento americano, promesso da Roosevelt e predisposto dalle lobby di potere d'oltreoceano, ma che abbisognava di un certo periodo di tempo per concretizzarsi (furono infatti necessari circa un anno e quattro mesi) e che l'estendersi del conflitto in Europa avrebbe reso certamente di più facile e precoce realizzazione.

 

[145] Non sappiamo se Mussolini credette o meno a queste proposte, visto che comunque, non potendo fare diversamente, era interessato ad entrare in guerra, meglio se dietro un patto con gli inglesi che ne limitasse almeno gli iniziali rischi. A luglio poi, capito come stavano le cose, pretese (e non ottenne), delle operazioni belliche italiane di ampio respiro verso l'Egitto. È indubbio che questa specie di intesa anglo italiana, alla fine, danneggiò l'economia complessiva della guerra, ma intese del genere non erano certamente un fatto isolato da parte delle nazioni in guerra.

È forse da escludere che la visione strategica della guerra, da parte di Hitler, non influì sulla mancata distruzione dell'esercito inglese a Dunkerque e sulla mancata invasione dell'Inghilterra nell'estate del 1940? Del resto, precedentemente, anche sul fronte occidentale, per tutto l'inverno del 1939/'40, quella strana guerra-non guerra come fu allora definita, non attestava di un implicito accordo, sia pure in questo caso di ordine locale e settoriale e non segreto, tra tedeschi ed anglo francesi a non farsi troppo del male? E gli stessi accordi con Stalin dell'agosto 1939, con tutte le loro clausole segrete di enorme incidenza nel contesto geopolitico europeo, non furono presi unilateralmente nella sola ottica delle necessità diplomatiche e militari della Germania?

Il fatto è che, spesso, opportunità di ordine politico e/o militare inducono le nazioni ad agire secondo un proprio specifico interesse.

 

[146] Si aggiunga a questi fini anche altre lettere compromettenti di Churchill in occasione della campagna di Grecia e vediamo che l'importanza del carteggio assume un carattere enorme.

 

[147] Si racconta che Churchill, mentre era nella sua residenza di campagna a Chequers e venne a sapere dell'avvenuta uccisione di Mussolini, si affrettò nella sala degli ospiti per la cena e annunciò a gran voce: «Quel maledetto bestione è morto!».

 

[148] In aggiunta a tutti i riferimenti storici che si conoscono abbiamo anche una intercettazione telefonica del 10 marzo 1940, tra Mussolini e Clara Petacci, in cui Mussolini, reduce da un incontro con Johchim Ribbentrop, alle 23,55 confidò ad una spaventata Claretta che oramai la decisione di entrare in guerra era presa ed era inevitabile: «non sarà una cosa imminentissima, ma oramai il dado è tratto». Il Duce affermò anche di essere certo di una vittoria tedesca.

 

[149] In ogni caso, Badoglio vero responsabile delle operazioni militari, lo stesso Stato Maggiore dell'Esercito e Supermarina, tutti sotto l'egida monarchica e inquinati dalla massoneria, ben difficilmente, in mancanza di accordi, avrebbero messo in atto operazioni e strategie belliche contro gli Anglo francesi. Le uniche operazioni, dal carattere tattico e locale furono, come noto, quelle al confine montuoso con la Francia. Eppure era chiaro che la seconda guerra mondiale, dato il dislivello industriale, geografico e finanziario delle nazioni in campo, col tempo sarebbe certamente stata persa e l'unica possibilità di vittoria era quella di colpire a fondo il nemico e con tutti i mezzi a disposizione nel 1940.

 

[150] È noto come Hitler, in parte conscio del carattere universale ed irriducibile della guerra che gli era stata scatenata contro, più di una volta riprese ed accusò i generali di voler condurre la guerra con gli stessi canoni ed atteggiamenti cavallereschi delle guerre precedenti, definiti fuori luogo e altamente pericolosi per la nazione.

 

[151] Non si dimentichi che, per esempio, considerazioni di utilità politica e militare indussero Hitler ad appoggiare Mussolini nella campagna d'Ethiopia, ma al contempo l'utilità di un prolungamento di questa guerra, per scopi di politica internazionale, gli faceva sottobanco vendere armi per gli abissini. Lo stesso intervento nella guerra civile spagnola fu da Hitler più che altro inteso come un mezzo di preparazione militare ed una utile complicazione nella politica internazionale dell'epoca. Ma tanti altri esempi ci sarebbero in proposito, tutti ad attestare il vecchio detto che: anche in tempo di pace, in amicizia ed in accordo, due nazioni distinte e quantunque amiche, sono sempre due Stati Maggiori che si fronteggiano!

 

[152]Molto spesso storici e scrittori citano passi del diario di Ciano, ma occorre sapere che è oramai accertato che Ciano riscrisse appositamente alcune parti del suo diario, in particolare quelle relative al periodo della non belligeranza e della nostra entrata in guerra, a giustificazione della sua posizione.

 

[153] Non sorprende quindi che i ricercatori storici si siano imbattuti in qualche confidenza di Mussolini che ebbe a rallegrarsi per alcuni insuccessi militari dei tedeschi.

 

[154] Il fascismo ed il nazionalsocialismo, possono anche essere considerati, da un punto di vista non solo politico e ideologico, un tentativo (forse l'ultimo) in atto nella Storia per una affermazione tradizionale eroica conforme ai tempi ultimi ovvero un ritorno, nell'affermarsi di certi valori atemporali, adattandoli a quello che è stato chiamato il secolo delle masse. Quello che però in questa sede ci interessa sono gli aspetti propriamente politici che caratterizzarono queste due rivoluzioni.

 

[155] Tanto per avere un idea e fare un paragone, si consideri che Lenin e Stalin, altri due grandi rivoluzionari, non vantano però questa completezza ideologica e rivoluzionaria presente invece in Hitler e Mussolini. Lenin si ritrovò, già da tempo presente, la concezione marxiana della società per la quale, tutto al più, teorizzò e perseguì la condotta e la prassi rivoluzionaria; Stalin addirittura, partecipò, ma non teorizzò l'ideologia di partito. A questo devesi aggiungere la complicazione storica che Hitler e Mussolini si trovarono anche ad agire ed operare, quali portatori di un etica e di certi valori dal carattere tradizionale, in un contesto umano già in stato degenerativo di "modernismo" avanzato.

 

[156] Alquanto importante era stata, tra l'altro, la partecipazione di elementi di razza ebraica alla rivoluzione fascista (si è calcolato che circa 250 parteciparono alla marcia su Roma, 5 se ne contano alla fondazione del 23 marzo del '19, 4 saranno sciarpe littorio, Enrico Rocca fondò il fascio di Roma e non fu il solo, alcuni come Finzi entrarono nell'entourage governativo, circa 50 diverranno podestà) ed oltretutto le proprietà ebraiche e le loro partecipazioni azionarie nella finanza e nell'industria, non avevano subito alcuna repressioni da parte della dittatura fascista. Ovviamente con l'avvento di uno Stato autoritario, l'operato di governo e le innovazioni legislative e sociali del fascismo, tesi a privilegiare gli aspetti etici e politici, rispetto a quelli economici, per l'ebraismo finanziario cosmopolita e speculativo le cose si mettevano male, ma in sostanza, almeno fino alle leggi razziali del 1937-'38 la popolazione ebraica italiana rimase abbastanza estranea a forme di contestazione.

 

[157] Pur non essendoci poi stato un concreto seguito (anche per certe resistenze cattoliche e nello stesso partito fascista) Mussolini, distinguendosi oltretutto dal razzismo di stampo tedesco, tendeva a condividere quel razzismo a carattere spirituale, proposto da J. Evola (vedi i libri di Evola "Il mito del sangue" e la "Dottrina della razza" della Hoepli) dove gli aspetti biologici del razzismo erano subordinati e secondari rispetto a quelli psicologici, etici e soprattutto spirituali. La forza delle cose, invece, fece sì che il fascismo, con il suo manifesto della razza del 1938, attuò una brutta scopiazzatura, senza capo ne coda, del razzismo tedesco.

 

[158]Gli eccessi che si verificarono nel giugno/luglio del 1934 a seguito della repressione di Röhm e delle SA, furono più che altro dovuti ad iniziative non dipendenti da Hitler. Ma è estremamente interessante sottolineare, per capire l'ideologia del Führer, come egli di fronte alle spinte idealistiche, ma inconcludenti, interne al partito ed alla SA che tendevano al compimento ideologico, politico e sociale, con una seconda rivoluzione, Hitler scelse la strada della collaborazione con le forze armate, subordinando ogni aspetto ideologico agli interessi della Nazione, ovvero alla possibilità di ricostruire una grande Germania che era il vero obiettivo ideologico e strategico della sua politica.

 

[159] Se si considera la pervicace volontà del mondialismo, massonico ed ebraico, di conseguire un dominio mondiale totalitario e se si considera la contemporanea invadenza, irreversibile, di uno stile di vita modernista e degenerato che hanno ridotto tutto il pianeta ad una poltiglia umana informe, multirazziale, priva di ogni senso della vita e di qualsivoglia valore, dobbiamo oggi dedurre che Hitler, nella sua visione assoluta e totalitaria del tutto o niente, nella sua visione metastorica della guerra, aveva ragione.

 

[160] I fratelli Rosselli, uccisi in Francia, lo furono per opera trasversale del Comintern.

 

[161] Nel 1943 si sarebbe anche accontentato di aver messo in galera Ciano e compagni e se gli fosse stato possibile li avrebbe sicuramente salvati dalla condanna a morte. Questo suo aspetto umano lasciò sgomento Hitler, quando lo intuì, dopo il loro incontro a seguito della liberazione dal Gran Sasso.

 

[162] La massoneria aveva avuto un decisivo ruolo nell'interventismo italiano del 1914 (con l'evidente scopo di portare l'Italia in guerra contro gli Imperi Centrali) ed anche negli appoggi a Mussolini ed al Popolo d'Italia che nacque proprio in quel contesto ed, in questo caso, con gli stessi intenti.

A quel tempo ritroviamo massoni in ogni partito e ad ogni angolo del paese, tra gli irridentisti, in particolare nel contendere città come Trento e Trieste all'Austria poi, nel dopoguerra, alla fondazione del fascismo, soprattutto nell'impresa dannunziana di Fiume, ecc. L'abilità politica di Mussolini, il suo forte pragmatismo politico, la difesa della vittoria mutilata, il successo sempre crescente del movimento fascista, indussero evidentemente i massoni a puntare su di lui per poterne fare un piccolo e locale Napoleone.

Ma come accadde poi con gli appoggi ed i finanziamenti degli agrari, Mussolini riuscì sempre a tenersi abbastanza indipendente tanto da poter determinare scelte e provvedimenti, ostici alla massoneria e tali da impedire a questa di prendere in mano il fascismo pur potendo contare, al suo interno, su tanti massoni.

Mano a mano che il fascismo si dava una sua ideologia divenendo al contempo anche partito di governo, affermando quindi il senso dello Stato gerarchico e la sua autorità, l'etica nell'economia, ecc., la massoneria che aveva considerato il fascismo come un fenomeno da utilizzare transitoriamente prese (a cominciare dal Grande Oriente del gran maestro Torregiani) a rivoltarsi contro il fascismo stesso e sopratutto contro Mussolini. Questo portò a feroci contrasti tanto che Mussolini, come già aveva fatto nel PSI, al tempo in cui era socialista, finì per imporre l'incompatibilità tra il fascismo e questa setta. Molti gerarchi e capi fascisti dovettero scegliere, se stare con la massoneria o con il fascismo, ma mentre alcuni (vedi Farinacci) avevano da tempo già scelto il fascismo con convinzione, altri lo fecero solo per opportunismo. Note sono le vendette massoniche verso Mussolini, sia nei vari attentati da lui subiti, che al tempo del delitto Matteotti, ed in questo rientrano anche strani attentati terroristici come quelli alla Fiera di Milano nel 1928.

 

[163] Significativo quanto accadde dal 1922 al 1924 quando la massoneria e l'Alta Banca speculativa (in primis la Banca Commerciale di Toeplitz), che aveva finanziato ed appoggiato la fase cruciale della presa del potere di Mussolini con l'intento di ipotecarne futuri benefici, riuscì ad introdurre o sistemare suoi personaggi e trafficanti non solo dentro il fascismo e nei giornali, ma anche nella Presidenza del Consiglio, formando una lobby criminale di stampo finanziario e massonico con la quale intraprendere tutta una serie di accaparramenti e speculazioni all'ombra del potere. Noti sono i nomi di coloro che si trovarono implicati in traffici e maneggi di dubbia finalità: Aldo Finsi, Cesare Rossi, Max Bondi, Filippo Naldi, Massimo Rocca, Filippo Filippelli, Carlo Bazzi, ecc. Ebbene, nonostante gli appoggi avuti ed il condizionamento in atto, laddove buona parte delle strutture statali e dello stesso fascismo erano piene zeppe di affiliati alla setta massonica, Mussolini, miracolosamente, riuscì ugualmente a muoversi nell'interesse dello Stato (vedi il diniego alla legalizzazione di casinò con gioco d'azzardo, lo scontro con la Standard Oil di Rockefeller sul petrolio, ecc.) tentando di affermare un carattere dirigistico all'economia del paese, conciliando l'etica con gli affari, tanto che questi ambienti finanziari e speculativi progettarono di defenestrarlo dal potere arrivando, per questo fine, all'Assassinio di Matteotti (elemento che era oltretutto in grado di denunciarli) e persino ad un progetto per eliminare fisicamente Mussolini.

Dopo l'ulteriore colpo ricevuto con la Conciliazione, la massoneria italiana entrò apparentemente in sonno, per poi risvegliarsi con la nostra entrata in guerra in modo da poterla ferocemente sabotare.

 

[164] Storici e giornalisti ingenui, male informati o in mala fede, spesso rifacendosi alla politica di Mussolini degli anni '20 e '30, vista con occhi superficiali, e riscontrando in lui la sua insofferenza verso i teutonici, identificano in Mussolini una politica internazionale filo occidentale ed antitedesca, cosa che li porta poi a definire il Duce, anche negli anni '40 più filo britannico che filo tedesco. A parte che quella politica internazionale, da Locarno a Stresa, era per Mussolini una politica di equilibrio tra potenze, atta a dare all'Italia il tempo di crescere, proprio giù in quella politica e nel suo riconoscimento dell'Unione Sovietica, già si intravede come il Duce persegua una visione geopolitica esclusivamente confacente agli interessi italiani e quindi, in definitiva antibritannica per eccellenza ed al contempo equidistante da quella tedesca. Solo l'estrema debolezza della nazione e il substrato filo occidentale della monarchia e dell'industria italiana gli impedirono di perseguire sempre e concretamente la sua visione geopolitica.

 

[165] In un ultimo suo scritto, da alcuni però messo in dubbio, ma comunque rispondente allo stile ed al pensiero di Mussolini, si può leggere: «Tra le cause principali del tracollo del fascismo io pongo la lotta sorda ed implacabile di taluni gruppi industriali e finanziari, che nel loro folle egoismo temevano ed odiano il fascismo come il peggior nemico dei loro inumani interessi. Devo dire per ragioni di giustizia che il capitale italiano, quello legittimo, che si regge con la capacità delle sue imprese, ha sempre compreso le esigenze sociali, anche quando doveva allungare il collo per far fronte ai nuovi patti di lavoro».

 

[166] Ed in questo si sbagliava, perchè la coalizione nemica aveva fini ideologici e strategie di dominio planetario irriducibili, per le quali il fascismo, i suoi valori o anche una semplice struttura di Stato nazionalpopolare dovevano essere banditi per sempre.

 

[167]In questo senso qualcosa in più gli sarebbe forse riuscita se, privo di scrupoli, avesse buttato a mare la Germania, l'onore e la sicurezza dell'Italia del Nord, ed ogni prerogativa fascista, trattando unilateralmente con gli Alleati e cercando di salvarsi la pelle in cambio di una specie di esilio. Mai è poi mai, infatti, alla Germania sarebbe stata evitata la distruzione totale, scopo vero di tutta la guerra. Non per nulla la resistenza tedesca al nazismo, che pur condusse all'attentato ad Hitler del 20 luglio, non trovò mai appoggi tra gli Alleati, proprio perchè questi non volevano essere poi obbligati ad accettare forme libere di rinascita nazionale tedesca anche se democratiche e di natura anti nazionalsocialista.

 

[168] In una sua sottolineatura a matita, come era uso fare, di un discorso di Churchill ai Comuni del maggio 1944, Mussolini evidenziò quanto segue: «La giustizia dovrà essere fatta ed il castigo cadrà sui malvagi e sui crudeli. Gli sciagurati che hanno macchinato per soggiogare prima l'Europa e quindi il Mondo devono essere puniti. Così dovranno esserlo anche i loro agenti che in tante nazioni hanno perpretato orribili delitti. Essi devono essere condotti ad affrontare il giudizio delle popolazioni che hanno oltraggiato, sulle stesse scene delle loro atrocità».

 

Fonte: http://fncrsi.altervista.org