IL BIENNIO ROSSO

Il Biennio rosso (1919-1920) è la locuzione con cui alcuni storici indicano il periodo della storia italiana immediatamente successivo alla prima guerra mondiale, in cui si verificarono soprattutto nel centro-nord della penisola mobilitazioni contadine, tumulti annonari, manifestazioni operaie, occupazioni di terreni e fabbriche con, in alcuni casi, tentativi di autogestione. Le agitazioni si estesero anche alle zone rurali della pianura padana e furono accompagnate da scioperi, picchetti e violenti scontri.

Indice

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Biennio Rosso in Europa[modifica]

Tra il 1919 e il 1920, l'Europa fu toccata da ondate di scioperi ed agitazioni di operai che rivendicavano l'aumento salariale e la giornata lavorativa di 8 ore. Le lotte non si limitarono solo a rivendicazioni sindacali: in molti casi venne utilizzata la violenza ed il potere nelle fabbriche venne sovvertito da consigli operai, nati spontaneamente sul modello dei soviet russi, che si presentavano come i rappresentanti del proletariato nella società comunista.

Béla Kun parla alla folla (1919)

Le lotte operaie ebbero diversi sviluppi in ogni stato europeo: In Germania consigli di operai e soldati occupavano le fabbriche e le sedi dei giornali, partecipavano alla gestione delle aziende e imponevano le loro condizioni allo Stato. Berlino fu per molto tempo segnata da violenti scontri, manifestazioni di piazza, da tentativi rivoluzionari ed insurrezioni. In Austria i comunisti tentarono di spingere il popolo alla rivoluzione, ma senza esito. In Ungheria socialisti e comunisti crearono la Repubblica Ungherese dei Soviet sotto la guida di Béla Kun e chiaramente inspirata dal vicino modello sovietico. Il progetto era di allargare l'esperienza anche all'Austria, ma i comunisti ungheresi si trovarono isolati e fallirono nei loro intenti.

Dopo la rivoluzione bolscevica del 1917, in tutta Europa sorsero i primi timori da parte della borghesia e dei ceti medi nei confronti della diffusione dell'ideologia comunista anche nell'Europa centrale ed occidentale, accresciuto dal fatto che la Russia sovietica era attivamente impegnata nella propaganda internazionale. Fu costituita inoltre un'organizzazione internazionale di tutti i partiti comunisti (Comintern o Internazionale Comunista).

Nel 1920, a Mosca, il II Congresso dell'Internazionale comunista elaborò un documento che stabilì in 21 punti le condizioni per aderire all'Internazionale stessa, che implicavano una totale sottomissione dei comunisti europei al partito sovietico russo. Ciò scatenò una forte contrapposizione tra socialisti riformisti e comunisti, provocando la scissione interna di molti partiti socialisti europei.[senza fonte] Lenin promosse la costituzione di partiti comunisti in tutto il mondo, che avrebbero dovuto prendere le distanze dai socialdemocratici, rifiutare il parlamentarismo e porre le basi per realizzare una rivoluzione di stampo sovietico.[senza fonte]

Biennio Rosso in Italia[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Storia della Cgil.

In Italia l'evento che segnò con forza l'apertura del biennio rosso fu l'ondata di moti contro il carovita (in Toscana ricordati come "Bocci-Bocci") che attraversò tutta la penisola tra la primavera e l'estate del 1919 cui il governo non riuscì a mettere un freno, con l'espansione del movimento contadino con un'estesa e capillare serie di occupazioni delle terre.

Si diffuse negli ambienti socialisti l'odio nei confronti dei reduci che furono spesso insultati per strada, soprattutto se ufficiali delle forze armate.[1]. Nell'ottobre 1920 a Torino anche Piero Operti, che era insieme ad altri reduci degenti nel locale ospedale, subì un'aggressione da parte di militanti socialisti. Le medaglie gli furono strappate e, gettate al suolo, gli furono calpestate.[2]

Il 16 novembre 1919, si tennero elezioni che per la prima volta utilizzavano il sistema proporzionale, che videro una forte affermazione del Partito socialista. Il potere politico del Partito socialista italiano aumentò nel 1920, quando la maggior parte delle amministrazioni comunali e provinciali dell'Emilia e della Romagna furono conquistate dai socialisti. Le organizzazioni sindacali socialiste ottennero così il monopolio della gestione del lavoro, il potere di imporre i prezzi delle derrate alimentari tramite le proprie cooperative, la gestione diretta delle imposte comunali (immobili compresi) e la possibilità di concedere in affitto ai propri iscritti i terreni del Comune[3].

All'interno del Partito socialista si delinearono due posizioni, quella dei massimalisti di Giacinto Menotti Serrati che avevano come obiettivo la creazione di una repubblica socialista su modello sovietico[4]. I massimalisti ritenevano che la rivoluzione era comunque inevitabile e l'attendevano[5]. L'estrema sinistra invece, in polemica con i massimalisti, e più coerenti con l'esempio sovietico, ritenevano doveroso impegnarsi per la riuscita di una rivoluzione[6].

I primi scioperi[modifica]

Napoli: il corteo del 1° maggio 1920 è disperso dalle guardie regie

Nel marzo 1920 scoppiano i primi scioperi, in particolare presso la Fiat di Torino, il cosiddetto sciopero delle "lancette" che termina con l'intervento dell'esercito che sgombera le fabbriche. A Fiume, il 20 aprile gli autonomisti di Riccardo Zanella, ostili ai legionari dannunziani, con l'appoggio dei socialisti, proclamarono lo sciopero generale.[7]

Il 13 aprile 1920 iniziò a Torino un nuovo duro sciopero che pochi giorni dopo si estese a tutto il Piemonte. A causa delle defezioni però lo sciopero rientro il 24 senza che i sindacati avessero visto riconosciute le proprie richieste come l'istituzione dei "consigli di fabbrica"[8]. Antonio Gramsci dalla rivista L'Ordine Nuovo ammise la momentanea sconfitta:

  « La classe operaia torinese ha già dimostrato di non essere uscita dalla lotta con la volontà spezzata, con la coscienza disfatta. Continuerà nella lotta: su due fronti. Lotta per la conquista del potere di Stato e del potere industriale; lotta per la conquista delle organizzazioni sindacali e per l'unità proletaria. »
(Antonio Gramsci[9])

Il 1º maggio, in occasione della festa dei lavoratori furono indetti cortei nelle principali città che in alcuni casi furono dispersi dalla polizia come a Torino e a Napoli. Uno nuovo sciopero indetto contro l'aumento del prezzo del pane indebolì il governo Nitti, che si dimise il 9 giugno 1920 per lasciare il posto all'ottantenne Giovanni Giolitti. Manifestazioni e cortei proseguirono ininterrotti per lungo tempo con vittime sia tra i militari sia tra i manifestanti.

Uno degli eventi più significativi di tutto il biennio rosso fu la rivolta dei Bersaglieri che scoppiò ad Ancona nel giugno del 1920. La scintilla che provocò la rivolta fu l'ammutinamento dei bersaglieri di una caserma cittadina che non volevano partire per l'Albania, dove era in corso una occupazione militare decisa dal governo Giolitti. Al contrario di altre manifestazioni del biennio, la Rivolta dei Bersaglieri fu una vera ribellione armata e coinvolse truppe di varie forze che solidarizzarono con i ribelli; da Ancona la rivolta divampò in tutte le Marche, in Romagna e a Terni, in Umbria. Fu indetto uno sciopero da parte del sindacato dei ferrovieri per impedire che ad Ancona arrivassero le guardie regie e infine il moto fu sedato solo grazie all'intervento della marina militare, intervenuta per bombardare la città[10].

Le occupazioni delle fabbriche e le violenze[modifica]

1920: fabbriche presidiate dalle Guardie rosse
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Guardie Rosse (Italia).

Nel luglio 1920 la protesta crebbe passando all'occupazione delle fabbriche. Lo scontro si era ora spostato sulla questione degli aumenti di salario e sulla riduzione dell'orario di lavoro. La FIOM (sindacato metalmeccanici) chiese il rinnovo del contratto per ottenere aumenti salariali e altre richieste, che gli industriali accolsero solo in parte. Venne quindi fu proclamato in risposta uno sciopero bianco da parte dei lavoratori, a cui gli industriali controbatterono con una serrata, ovvero la chiusura delle fabbriche. Il 1º settembre iniziarono le occupazioni principalmente a Torino, Milano e Genova e poi in tutta Italia. All'interno delle officine della Società Piemontese Automobili si iniziò anche a produrre bombe a mano[11].

Gli operai organizzarono servizi armati di vigilanza disposti a scendere allo scontro anche con l'esercito che assunsero il nome di Guardie Rosse.[12]. A favore degli scioperanti intervennero spesso i sindacati dei ferrovieri che organizzarono picchetti armati presso i nodi ferroviari per impedire l'intervento delle guardie regie.[13]. Si verificarono durante questo periodo atti di violenza nei confronti dei proprietari terrieri e dei crumiri o di impiegati di diverso orientamento politico, che non volevano aderire agli scioperi.[14].

Nel corso dell'occupazione della FIAT, il 23 settembre, l'impiegato oleggese Mario Sonzini, nazionalista e già volontario di guerra, fu sequestrato dalle Guardie rosse e dopo un processo sommario fu ucciso a pistolettate[15][16], sorte condivisa a poche ore di distanza anche dalla guardia carceraria Costantino Scimula. Dalle seguenti indagini si venne a scoprire che i due uccisi non furono gli unici sequestrati dalle Guardie rosse in quei giorni a Torino[17]

Le occupazioni, intese come l'inizio di un processo rivoluzionario, non riuscirono però a compiere cambiamenti sensibili, soprattutto a causa della mancanza di strategia della classe dirigente socialista e dell'incapacità di diffusione nel resto della società. Giolitti assunse un atteggiamento neutrale, nonostante le pressioni degli industriali per sgomberare le fabbriche con l'esercito sapendo che gli operai, non essendo in grado di gestire le fabbriche, avrebbero prima o poi accettato di trattare.[18]. Nello stesso settembre fu trovato l'accordo tra CGL e industriali, ottenendo gli aumenti salariali richiesti.

Giovanni Giolitti sintetizzò così la sua linea politica nei confronti dell'occupazione delle fabbriche:

  « Ho voluto che gli operai facessero da sè la loro esperienza, perché comprendessero che è un puro sogno voler far funzionare le officine senza l'apporto di capitali, senza tecnici e senza crediti bancari. Faranno la prova, vedranno che è un sogno, e ciò li guarirà da pericolose illusioni. »
(Giovanni Giolitti[19])

Il 27 settembre l'occupazione si poté considerare conclusa e L'Avanti pubblicò un editoriale in cui, oltre ad ammettere la sconfitta degli operai accusò di ciò la dirigenza riformista del Partito socialista[20]. Le fabbriche furono perciò sgombrate pacificamente, sebbene il biennio rosso terminò con il bilancio di 227 morti e 1072 feriti, tra forze dell'ordine e lavoratori.[senza fonte] Ciò non attenuò comunque le tensioni tra lavoratori ed industriali, entrambi fautori di una lotta di classe. Inoltre portò ad una crisi il Partito socialista che si divise tra coloro che ritenevano opportuno continuare la lotta e i dirigenti che avevano accettato l'accordo[21]. Il 15 gennaio 1921 a Livorno si tenne il XVII Congresso Nazionale del Partito socialista che vide la scissione della componente comunista che pochi giorni dopo diede vita al Partito comunista d'Italia. Tra i fuoriusciti vi furono personaggi di spicco messisi in evidenza durante i moti come Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci[22].

Il timore per ulteriori tumulti sociali ed una eventuale rivoluzione proletaria (propagandata dai socialisti) cominciò a diffondersi, favorendo la richiesta di una soluzione anti-socialista e autoritaria.

Note[modifica]

  1. ^ Enzo Biagi, Storia del Fascismo, Firenze, Sadea Della Volpe Editori, 1964, pag 12: "Nelle città italiane c'è gente che insulta gli ufficiali. "Siete stati voi a volere la guerra, voi siete i responsabili di tutto questo. Nascono frequenti e gravi incidenti"
  2. ^ Piero Operti in Lettera aperta a Benedetto Croce riportata in Pino Rauti-Rutilio Sermonti, Storia del Fascismo, verso il Governo, Centro Editoriale Nazionale, Roma, p. 107: "Inermi e mancanti chi del braccio, chi della gamba, eravamo nell'impossibilità di opporre qualsiasi reazione: ci strapparono le medaglie; le calpestarono; non fecero di più, soddisfatti del gesto o spenta l'ira dalla nostra passività, e si scostarono. Noi raccogliemmo dalla polvere le nostre medaglie e tornammo all'Ospedale"
  3. ^ Sven Reichardt, Camicie nere, camicie brune, 2003, Società Editrice Il Mulino, Bologna, 2009, p. 174: "Potevano disporre del ricavato di imposte localmente stabilite sugli immobili, sulle attività produttive e a carico delle famiglie, potevano concedere in affitto i terreni comunali, esercitare la sorveglianza sulle attività produttive, e avevano competenza in materia di piani regolatori e di assistenza sociale."
  4. ^ G. Sabbatucci e V. Vidotto, Storia contemporanea, il novecento, Bari, Edizioni Laterza, 2008, p. 70: "I massimalisti (...) si ponevano come obiettivo immediato l'instaurazione della repubblica socialista fondata sulla dittatura del proletriato e si dichiaravano ammiratori entusiasti della rivoluzione bolscevica"
  5. ^ G. Sabbatucci e V. Vidotto, Storia contemporanea, il novecento, Bari, Edizioni Laterza, 2008, p. 71: "Più che preparare la rivoluzione la aspettavano, ritenendola comunque inevitabile."
  6. ^ G. Sabbatucci e V. Vidotto, Storia contemporanea, il novecento, Bari, Edizioni Laterza, 2008, p. 71: "In polemica con questa impostazione, si formarono nel Psi gruppi di estrema sinistra, composti per lo più da giovani, che si battevano per un più coerente impegno rivoluzionario e per una più stretta adesione all'esempio russo."
  7. ^ Mimmo Franzinelli e Paolo Cavassini, Fiume, l'ultima impresa di D'Annunzio, Le scie Mondadori, 2009 Milano, p. 218
  8. ^ Enzo Biagi, Storia del Fascismo, Firenze, Sadea Della Volpe Editori, 1964, p. 108: "Il 24 aprile le organizzazioni sindacali ordinano la ripresa del lavoro senza aver ottenuto il riconoscimento delle commissioni interne (i "consigli di fabbrica")."
  9. ^ Battista Santhià, Con Gramsci all'Ordine Nuovo, Firenze, Editori Riuniti, giugno 1956, p. 86
  10. ^ Ruggero Giacomini, La rivolta dei bersaglieri e le giornate rosse. I moti di Ancona dell'estate 1920 e l'indipendenza dell'Albania, Ancona, Assemblea legislativa delle Marche/ Centro culturale "La Città futura", 2010.
  11. ^ Battista Santhià, Con Gramsci all'Ordine Nuovo, Firenze, Editori Riuniti, giugno 1956, p. 99: "Finalmente si giunse ad una decisione: costruire bonmbe. Sapevamo dove reperire gelatina, balistite, capsule e miccia in quantità. Avevamo tutto il necessario, mancavano però i tecnici. Ma con buona volontà e l'energia tutto fu risolto."
  12. ^ Enzo Biagi, Storia del Fascismo, Firenze, Sadea Della Volpe Editori, 1964, p. 100: "Vengono quindi istituiti dei corpi di volontari che si impegnano a difendere anche con le armi gli stabilimenti occupati. Nasce "la Guardia Rossa", organizzata, armata, decisa anche allo scontro con le truppe"
  13. ^ Enzo Biagi, Storia del Fascismo, Firenze, Sadea Della Volpe Editori, 1964, p. 107: "Nel 1920, in tutti i nodi ferroviari della penisola, si potevano trovare, durante i grandi scioperi e le occupazioni delle fabbriche, i picchetti armati di ferrovieri."
  14. ^ Giuseppe Maione, Il biennio rosso. Autonomia e spontaneità operaia nel 1919-1920, Bologna, Il Mulino, 1975
  15. ^ http://books.google.it/books?id=VqSPkbSqErsC&pg=PA26&dq=mario+sonzini+Fiat+guardie+rosse&hl=it&ei=S9_5TbugDMOA-wa74uXeAw&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=2&ved=0CDYQ6AEwAQ#v=onepage&q=mario%20sonzini%20Fiat%20guardie%20rosse&f=false
  16. ^ http://circoloccidente.blogspot.com/2009/05/italia-1919-1921-la-guerra-civile.html
  17. ^ http://www.archiviolastampa.it/component/option,com_lastampa/task,search/action,page/id,1176_01_1920_0243_0003_24859581&s=e3fd52a0e9315f860a50043ad3adfe3b "Dall'arresto di due commissari della Ditta Nebiolo per stabilire in quali precise circostanze era stato formalo e giudicato il Sonzini. da documenti rinvenuti, risultò che in quella tragica sera lo Scimula ed il» Sonzini non furono" i due soli individui arrestati da- ! gli arditi rossi, ma vi furono altresì l'ufficiale Idi artiglieria pesante Giuseppe Ghersi ed un vecchio signore svizzero, certo Zweifel Giovanni"
  18. ^ Enzo Biagi, Storia del Fascismo, Firenze, Sadea Della Volpe Editori, 1964, pag 100
  19. ^ Enzo Biagi, Storia del Fascismo, Firenze, Sadea Della Volpe Editori, 1964, p. 108
  20. ^ Battista Santhià, Con Gramsci all'Ordine Nuovo, Firenze, Editori Riuniti, giugno 1956, p. 128: "Il 27 l'Avanti pubblicò un comunicato in cui apertamente si riconosceva che la lotta era finita con la sconfitta degli operai per colpa dei dirigenti riformisti."
  21. ^ Enzo Biagi, Storia del Fascismo, Firenze, Sadea Della Volpe Editori, 1964, p. 100: "Ma i socialisti, di fronte al compromesso, si trovano inevitabilmente divisi. Metà degli iscritti al Partito sono convinti che l'accordo con gli industriali non sia soddisfaciente e accusano la direzione del Partito e le organizzazioni sindacali di aver provocato il fallimento di quel moto che avrebbe potuto condurre la classe operaia alla conquista del potere."
  22. ^ La storia del Biennio Rosso iniziò a Torino il 13 settembre 1919 con la pubblicazione sulla rivista Ordine Nuovo del manifesto Ai commissari di reparto delle officine Fiat Centro e Brevetti, nel quale si ufficializzava l'esistenza e il ruolo dei Consigli di fabbrica quali nuclei di gestione autonoma delle industrie da parte degli operai. Già tre mesi prima Antonio Gramsci e Togliatti avevano affrontato il problema, sempre sulla stessa rivista, in un articolo chiamato Democrazia operaia. da storiaxxisecolo

Fonte: Wikipedia