AFRICA ORIENTALE ITALIANA

L'Africa Orientale Italiana (acronimo AOI) era una suddivisione amministrativa, relativa ai territori posseduti in Africa orientale, dell'impero italiano, proclamato il 9 maggio 1936 dopo la conquista italiana dell'Etiopia.[1]

L'Africa Orientale Italiana univa all'annesso Impero d'Etiopia, le colonie dell'Eritrea e della Somalia Italiana ed era delimitata ad occidente da una serie di bassure, che partono a nord dalla foce del fiume Barca, seguono la valle di detto fiume, poi quella del suo affluente di sinistra proveniente dalla zona di Càssala, il bassopiano del Sudan, alcune paludi, parte del Lago Rodolfo e arrivano nel Mar Rosso nella regione dell'Oltregiuba, presso alla foce del fiume Tana, poco a nord di Mombasa. L'A.O.I. confinava con il Sudan e il Kenya a occidente e con il Mar Rosso, il golfo di Aden e l'oceano Indiano ad oriente. Tra l'A.O.I. e il golfo di Aden si trovavano Gibuti (francese) e la Somalia Britannica.

Indice

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Storia[modifica]

Le colonie italiane nel Corno d'Africa.

Potenzialmente i possedimenti italiani nel Corno d'Africa costituivano una minaccia gravissima per le vie di collegamento e l'unità economico-militare dell'Impero britannico, dal momento che le forze italiane potevano agilmente interrompere i collegamenti continentali tra Il Cairo a nord e Città del Capo a sud, in particolar modo se le forze italiane fossero riuscite ad occupare Khartum e a realizzare un collegamento con la Cirenaica: tutto ciò avrebbe di fatto accerchiato l'Egitto e la nevralgica zona del Canale di Suez. In realtà una situazione del genere era difficilmente attuabile, dato che nel 1940 l'Africa italiana era di fatto isolata, in quanto impossibilitata a ricevere rifornimenti diretti dall'Italia, e circondata completamente da colonie britanniche.

All'inizio del conflitto le forze italiane presenti ammontavano a circa 90.000 uomini tra Esercito, Marina, Aeronautica e Finanza, e circa 200.000 soldati coloniali (Áscari). Sebbene si trattasse di una forza ragguardevole, le truppe italiane erano distribuite su diversi e sterminati scacchieri operativi, da ciascuno dei quali era impossibile intervenire in aiuto di altri settori in difficoltà a causa della assoluta inesistenza di collegamenti.

Il 27 marzo 1941, dopo la caduta della piazzaforte di Cheren strenuamente difesa del generale Orlando Lorenzini e i suoi uomini, ed in seguito alla resa di Massaua l'8 aprile dello stesso anno, l'Italia di fatto perse i territori eritrei. Il 19 maggio, dopo un tentativo di resistenza sull'Amba Alagi, il viceré Amedeo d'Aosta, si arrese con l'onore delle armi, anche se la guerra si sarebbe definitivamente conclusa soltanto il 28 novembre successivo, con la resa del generale Guglielmo Nasi al comando degli ultimi difensori di Gondar.

Continuarono però operazioni di guerriglia sotto il comando di Amedeo Guillet, perlopiù nella regione costiera. La guerriglia italiana in Etiopia fu appoggiata anche da civili italiani dell'Etiopia italiana, come la dottoressa Rosa Dainelli che compì una azione di sabotaggio ad Addis Abeba nell'estate 1942. Questa guerriglia si esaurì solo nel 1943 nelle montagne del Tigré vicino all'Eritrea italiana.

Forze militari coloniali[modifica]

Francobollo dell'Africa orientale del 7 febbraio 1938.

L'Esercito Italiano nei possedimenti coloniali aveva al suo vertice il duca Amedeo d'Aosta, a capo della 65ª Divisione Granatieri di Savoia, con i reggimenti 10° e 11°. Inoltre vi erano una Divisione Africa e la 40ª Divisione Cacciatori d'Africa, con i reggimenti 210° e 211° di fanteria. A questi si aggiunsero sedici battaglioni non indivisionati, altri dieci gruppi di artiglieria, due compagnie carri celeri (L3), una squadriglia autoblindo ed, infine, ventinove brigate coloniali. Va ricordato che il 10º Reggimento conteneva un Battaglione Bersaglieri, mentre l'11° conteneva il Battaglione Alpini "Uork Amba". In totale si trattava di quasi seimila ufficiali, 68.000 uomini di truppa nazionale e 182.000 uomini di truppa locale.

La Regia Marina aveva invece alle sue dipendenze, per i territori coloniali, la III Squadriglia Cacciatorpediniere (Battisti, Manin, Nullo, Sauro), la V Squadriglia Cacciatorpediniere (Leone, Pantera, Tigre), due incrociatori ausiliari tipo RAMB, ed una nave ospedale RAMB IV.

Infine l'Aeronautica dell'Africa Orientale si costituiva innanzitutto di alcuni gruppi da bombardamento terrestri, il 44° di Adis Abeba (S. 79), il 29° di Sciasciamanna (SM. 81), il 4° di Dire Daua (SM. 81), ed il 27° di Dessiè (Ca. 133). Inoltre, vi erano anche alcune squadriglie di caccia, ossia la 410ª di Giggiga (CR. 32), la 211ª di Dire Daua (CR. 32), la 412ª di Gura (CR. 42), e la 413ª di Assab (CR. 42), per un totale di 223 aerei di diversa tipologia ma, tranne per gli S.M.79, tutti obsoleti al tempo della dichiarazione di guerra.

Amministrazione[modifica]

Mogadiscio, sede del Governatore.
I capi abissini, ras Sejum Mangascià, ras Ghetacciù Abaté e ras Kebbedé Guebret ricevuti a Roma da Benito Mussolini il 6 febbraio 1937, prestano atto di obbedienza dopo l'annessione dell'Abissinia all'impero.

L'Africa Orientale Italiana era stata suddivisa in cinque governi con un regio decreto il 1º giugno 1936, al cui vertice vi era comunque la capitale Addis Abeba, sede del Viceré e del governatorato centrale (poi divenuto anch'esso governo con il regio decreto dell'11 novembre 1938, col nome di Scioa).

Reciprocamente le capitali dei governi italiani erano ad Asmara per l'Eritrea, a Gondar per l'Amhara, a Gimma per la Galla-Sidama, ad Harar Jugol per l'Harar, a Mogadiscio per la Somalia. I territori di Amara, Galla-Sidama e Harar formavano all'epoca l'Impero d'Etiopia.

Presso le colonie orientali erano stati istituiti anche un servizio dell'Azienda Autonoma Statale della Strada (Regio decreto n. 1804 del 24 luglio 1936) e gli organi giudiziari italiani (Regio decreto n. 2010 del 21 agosto 1936).

Dopo il Regio decreto dell'11 novembre 1938 che creò il nuovo Governo dello Scioà al posto del Governatorato di Addis Abeba era così suddivisa:

Governo Capoluogo Popolazione Targa  
Amara Gondar 2.000.000 ab. AM Amara.PNG
Eritrea Asmara 1.000.000 ab. ER Eritrea-COA.PNG
Harar Harar 1.300.000 ab. HA Harar.PNG
Galla e Sidama Gimma 1.600.000 ab. GS Stemma GS.jpg
Scioà Addis Abeba 300.000 ab. SC Stemma SC.jpg
Somalia Mogadiscio 1.300.000 ab. SOM Italian Somaliland COA.PNG

Autorità[modifica]

Amedeo di Savoia viceré d'Etiopia
Maggio 1940. Il duca d'Aosta in visita in un villaggio etiopico

Precedentemente alla costituzione dell'Africa Orientale Italiana, l'area era sottoposta al controllo di un alto commissario nominato dal capo del governo italiano, secondo la legge n. 783 dell'11 aprile 1935.

Dal 15 gennaio 1935 venne nominato Emilio De Bono, che mantenne la carica fino al 27 novembre dello stesso anno: a lui viene sostituito Pietro Badoglio. Con la dichiarazione della nascita dell'Impero il 9 maggio del 1936, Badoglio diviene il primo Viceré d'Etiopia e Duca di Addis Abeba, fino a quando, nel giugno, viene designato Rodolfo Graziani. Il 21 dicembre 1937 gli succede Amedeo di Savoia, duca di Aosta, che siede sul trono dell'Etiopia fino alla definitiva perdita dei territori nel 1941. Lo seguono brevemente Pietro Gazzera (dal 23 maggio al 6 luglio) e Guglielmo Nasi (fino al 27 novembre 1941).

Banca per l'Africa Orientale[modifica]

La Banca, conosciuta anche con l'acronimo BAO, fu il primo tentativo di stabilire un moderno sistema bancario nel Corno d'Africa, quando sia l'Eritrea che la Somalia facevano parte delle colonie italiane. Nel 1917 la Banca Italiana di Sconto promuove la creazione a Roma della Banca per l'Africa Orientale come società anonima con sede principale a Massaua e con sede distaccata a Mogadiscio, e l'anno successivo inizia la propria attività. Tuttavia, nel 1923, la Banca viene liquidata in seguito al fallimento della Banca Italiana di Sconto.

Organizzazione bancaria[modifica]

Banconota per uso esclusivo nell'Africa Orientale.

Nel 1940, prima della guerra l'organizzazione bancaria in A.O.I. era la seguente

  • Banca d'Italia (12) ad Asmara, Massaua, Assab, Cheren, Gondar, Dessiè, Addis Abeba, Dire Daua, Gimma, Harar, Mogadiscio, Merca, Chisimaio.
  • Banco di Roma (19) ad Asmara, Massaua, Assab, Gondar, Dessiè, Debra Marcos, Addis Abeba, Lechemti, Gambela, Gimma, Gore, Dembi Dollo, Dire Daua, Harar, Mogadiscio, Combolcià, Otiè, Giggiga.
  • Banco di Napoli (4) ad Asmara, Decamerè, Massaua, Mogadiscio
  • Banca Nazionale del Lavoro (4) ad Asmara, Massaua, Addis Abeba, Decamerè.
  • Cassa di Credito Agrario e Minerario (1) a Addis Abeba.
  • Società Nazionale d'Etiopia (1) a Addis Abeba.

In totale 42 filiali così distribuite per regione: Amara (6), Eritrea (13); Galla e Sidama (6), Harar (5), Scioa (7), Somalia (5).

Valuta[modifica]

Francobolli dell'Africa Orientale Italiana

Fino al 1° luglio 1925 in Somalia la valuta ufficiale era la rupia italiana d'argento, divisa in 100 bese di bronzo, che fino al 1° luglio 1927 poteva essere cambiata in 8 lire.

Nell'A.O.I. era anche in circolazione il Tallero di Maria Teresa.

La lira dell'Africa Orientale Italiana, abbreviata in £ AOI, era la valuta (legge n. 260 del 11/01/1937) dell'area tra il 1936 e il 1941, ed era equivalente alla lira italiana e vi circolava assieme con lo stesso cambio. Le prime banconote furono stampate nel 1938, col valore di 50, 100, 500 e 1000 lire. Erano uguali alle banconote circolanti in Italia, ma riportavano la dicitura "Serie Speciale Africa Orientale Italiana". In Etiopia, la lira dell'Africa Orientale Italiana sostituì il birr e in Eritrea il tallero locale, ed anche brevemente lo scellino nella Somalia Britannica (tra il 1940 e il 1941. Le valute precedenti vennero ristabilite dagli inglesi quando occuparono l'Africa Orientale Italiana, istituendo in alcuni casi lo scellino dell'Africa Orientale, con cambio pari a 24 lire dell'Africa Orientale Italiana. Come residuo dell'uso della lira italo-africana, fino alla fine degli anni sessanta in Somalia veniva usata l'affermazione "lix lira" (cioè, "sei lire") per indicare i venticinque centesimi di scellino somalo.

Nel 1938 furono stampate anche le prime banconote

Unità di misura in A.O.I.[modifica]

Oltre al sistema decimale erano utilizzate:[2]

Unità di misura di peso
Nome Note Equivalenza Nelle unità moderne
ochia o ochèt   peso di un tallero 28,3 gr
rotolo o ratl   30 ochèt 849 gr
frasla o farasula   20 ratl 16,980 kg
netr o natr   peso di 12 talleri 339,6 gr
guandò per miele e burro   circa 15 kg
tonnellata inglese long ton   1016 kg
oncia per oro e zibetto   28,08 gr
aladà   ½ oncia 14,04 gr
mutagàlla   ¼ oncia 7,02 gr
casm   1/8 oncia 3,51 gr
Unità di misura di lunghezza
Nome Note Equivalenza Nelle unità moderne
chend   lunghezza del braccio dal gomito alla punta del dito medio  
sinzèr   distanza tra la punta del pollice e quella del medio  
gat   larghezza delle 4 ultime dita della mano distesa  
tat   larghezza dell'indice  
cubì   braccio a pugno chiuso 0,32 m.
emmèt o deràh braccio   0,46 m.
top   4 yards 3,92 m.
Unità di misura di volume
Nome Note Equivalenza Nelle unità moderne
dergò per aridi   1,047 litri
cunnà   4 dergò 4,880 litri
ladàn     60,160 litri
Menelìc bicchiere di ferro smaltato, per liquidi   circa 1 litro
massè     1,5 litri
cabahò     6 litri
ghebetà     24 litri
tánica latta da petrolio   18 litri
Unità di misura di area
Nome Note Equivalenza Nelle unità moderne
daràb     8000 m²
Unità di misura varie
Nome Note Equivalenza Nelle unità moderne
córgia   20 pelli  

Infrastrutture e grandi opere[modifica]

Negli anni venti e trenta furono realizzate numerose opere stradali dando vita ad una rete di circa 18.000 km di strade fra principali e secondarie, fra le quali la strada Asmara-Addis Abeba, e opere ferroviarie, come la ferrovia Asmara-Biscia. Anche le opere di colonizzazione furono notevoli: fra esse si possono menzionare quelle di Tessenei in Eritrea e quelle, in Somalia, di Villabruzzi e di Genale sul fiume Uebi Scebeli, mentre nel campo minerario si possono ricordare le grandi saline di Dante in Migiurtinia, considerate all'epoca le più grandi del mondo.

La protezione della fauna in A.O.I.[modifica]

Già nel 1938[3] esisteva una protezione per certi animali, di cui era vietata la caccia in A.O.I.
Per cacciare occorreva avere una licenza (c'erano 6 tipi di licenze) e si potevano usare solo armi lunghe da fuoco a canna liscia o rigata o piccole carabine calibro 22. Erano invece vietate le armi da guerra in dotazione all'esercito, le carabine dello stesso calibro e le armi a ripetizione. Erano proibite pure le trappole di ogni genere, i veleni, l'uso di fari abbaglianti, la caccia da autoveicoli; la caccia da aerei a meno di 300 m di quota se si trattava di branchi o di mandrie. Non si potevano raccogliere o danneggiare uova o nidi. Non si poteva cacciare nei terreni privati.

Le specie protette (non potevano essere molestate in nessun modo) comprendevano elefanti con zanne di peso inferiore ai 15 kg, rinoceronti, asini selvatici, nyala di monte, stambecco del Semièn o ualià, stambecco nubiano, muflone africano, protele, dugongo, gelada, pangolino, garze bianche di ogni specie, marabù, bucorvo d'Abissinia o abbagumbà, avvoltoi di ogni specie, serpentario, becco a scarpa. Queste specie non potevano essere cacciate nemmeno dalle popolazioni locali. Divieti supplementari erano in vigore per le femmine di animali di diverse specie e per le giraffe.

Veniva inoltre prevista la costituzione di bandite naturali integrali, parchi nazionali, riserve assolute, riserve semplici, riserve parziali. Ogni tipo di riserva aveva le sue regole. In caso di uccisione di un animale protetto per difesa propria, il fatto doveva essere denunciato e le autorità provvedevano a ritirarne le spoglie.

Ulteriori regole o leggi rendevano la giurisdizione in merito abbastanza completa e piuttosto complessa. Alcune trattavano anche l'esportazione di trofei, avorio, oggetti in avorio, ecc. Le pene in caso di reato prevedevano ammende, ritiro della licenza, confisca delle armi, a seconda dei casi. Non risulta fossero previste pene detentive.

Note[modifica]

  1. ^ Guida dell'Africa Orientale Italiana, Consociazione Turistica Italiana, Milano, 1938
  2. ^ Guida dell'Africa Orientale Italiana, Consociazione Turistica Italiana, Milano, 1938, p.28
  3. ^ Guida dell'Africa Orientale Italiana, Consociazione Turistica Italiana, Milano, 1938, p.24

 

Fonte: Wikipedia