IL MASSACRO DI NANCHINO

Il Massacro di Nanchino, conosciuto anche come Stupro di Nanchino, è stato un crimine di guerra perpetrato dall'esercito giapponese a Nanchino, in quel periodo capitale della Repubblica di Cina, dopo che la città il 13 dicembre 1937 era caduta in mano all'esercito imperiale giapponese. La durata del massacro non può ancora essere definita con sicurezza, anche se si sa che le violenze continuarono almeno per le sei settimane successive, fino all'inizio del febbraio 1938.

 

Durante l'occupazione di Nanchino l'esercito nipponico commise numerose atrocità, come stupri, saccheggi, incendi e l'uccisione di prigionieri di guerra e civili. Nonostante le uccisioni fossero iniziate con la giustificazione di eliminare soldati cinesi travestiti da civili, si ritiene che un gran numero di innocenti siano stati intenzionalmente identificati come combattenti nemici e giustiziati man mano che il massacro cominciava a prendere forma. Venne ucciso anche un gran numero di donne e bambini e gli stupri e gli omicidi divennero in breve la norma[1].

 

Secondo le stime del Tribunale Militare Internazionale per l'Estremo Oriente, il numero complessivo di civili e prigionieri di guerra assassinati a Nanchino e nei suoi paraggi, nel corso delle prime sei settimane dell'occupazione giapponese, supererebbe le 200.000 unità. Che tali stime non siano esagerate è confermato dal fatto che le agenzie di pompe funebri e organizzazioni analoghe registrarono la sepoltura di più di 155.000 corpi. La maggior parte venne sepolta con le mani legate dietro la schiena. Queste cifre non tengono poi conto delle persone i cui corpi finirono distrutti dagli incendi, di quelli gettati dentro il fiume Yangtze e di quelli di cui i giapponesi si erano sbarazzati in altri modi[2].

 

Le dimensioni del massacro sono tuttora oggetto di discussione tra Cina e Giappone, con i numeri[3] che variano dalle alcune centinaia di vittime sostenute da alcuni storici giapponesi[4] alla denuncia da parte cinese di 300.000 vittime tra la popolazione non combattente.[5].

 

Un certo numero di ricercatori giapponesi ritiene valida una stima approssimativa che va da 100.000 a 200.000 vittime[6].

 

Nelle altre nazioni generalmente si crede che il conto delle vittime vari tra 150.000 e 300.000[7].

 

La cifra di 300.000 è stata proposta per la prima volta nel gennaio 1938 da Harold Timperley, un giornalista che si trovava in Cina al momento dell'invasione, e che si basava sui racconti di testimoni oculari dell'epoca. Anche altre fonti, tra cui Lo stupro di Nanchino di Iris Chang giungono alla stessa conclusione. Nel dicembre 2007, alcuni documenti del Governo federale degli Stati Uniti resi pubblici, che fino ad allora erano stati segreto di stato, hanno consentito di aumentare la conta a 500.000 considerando anche quanto successo nei dintorni della città prima della sua cattura[8].

 

Oltre al numero delle vittime, alcuni nazionalisti giapponesi hanno anche contestato il fatto che le atrocità siano in realtà mai avvenute[9], mentre il governo nipponico ha riconosciuto la realtà dell'accaduto[10]; alcuni nazionalisti hanno sostenuto, servendosi parzialmente delle dichiarazioni rilasciate dall'esercito imperiale giapponese al Processo di Tokyo, che tutti i morti fossero militari o combattenti e che il massacro di civili non sia mai accaduto. Queste affermazioni sono state criticate da molti, che si affidano invece alle testimonianze di non-cinesi presso lo stesso tribunale, di altri testimoni oculari e a prove di tipo fotografico e archeologico.

 

La condanna del massacro è un punto fondante per il nazionalismo cinese. In Giappone, invece, l'opinione pubblica resta palesemente divisa, ad esempio mentre alcuni commentatori ne parlano riferendosi ai fatti con il termine 'Massacro di Nanchino' (南京大虐殺論争? Nankin daigyakusatsu), altri si servono della più ambigua definizione 'Incidente di Nanchino' (南京事件 Nankin jiken?).

 

Tale definizione può però anche riferirsi ad un diverso Incidente di Nanchino, accaduto nel 1927 durante la presa della città della Spedizione contro il nord, quando vennero attaccati anche gli stranieri che si trovavano in città. Il massacro del 1937 e il modo in cui viene raccontato nei testi scolastici continua ad essere oggetto di polemiche nell'ambito delle relazioni tra Cina e Giappone.

Premesse storiche

L'invasione della Cina

 

Nell'agosto del 1937, nel mezzo della seconda guerra sino-giapponese, l'Esercito imperiale giapponese incontrò la forte resistenza dell'armata del Kuomintang (Partito Nazionalista Cinese) nel corso della battaglia di Shanghai. La battaglia provocò molte vittime da ambo le parti che avevano ingaggiato un duro combattimento corpo a corpo. Il 6 agosto 1937 l'Imperatore Hirohito ratificò personalmente la scelta del proprio esercito di non rispettare i vincoli imposti dalle convenzioni internazionali per il trattamento dei prigionieri cinesi. La direttiva avvisava inoltre gli ufficiali di smettere di servirsi della definizione "prigioniero di guerra".[11]

 

Lungo la strada da Shanghai a Nanchino i soldati giapponesi si resero responsabili di numerose atrocità, facendo intuire come il massacro di Nanchino non sarebbe stato un incidente isolato[12]. L'episodio più turpe fu la "gara ad uccidere 100 persone con la spada" .[13] Entro la metà di novembre i giapponesi avevano preso Shanghai, grazie al contributo di bombardamenti aerei e navali. Il comando generale in Giappone decise di non ampliare il fronte di guerra, sia a causa delle forti perdite subite che del basso morale delle truppe.

L'avvicinamento a Nanchino

 

Dal momento che l'esercito giapponese si avvicinava a Nanchino, la popolazione civile cinese si riversò in massa in città, mentre l'esercito cinese attuava la strategia della terra bruciata[14] con il proposito di distruggere qualsiasi cosa potesse risultare utile all'esercito invasore. Sia all'interno che all'esterno della città vennero ridotti in cenere gli obiettivi sensibili - caserme, abitazioni private, il Ministero dell'Informazione, boschi e persino interi villaggi - provocando danni per un ammontare stimato in 20/30 milioni di dollari dell'epoca [15][16][17].

 

Il 2 dicembre Hirohito nominò uno dei propri zii, il Principe Asaka Yasuhiko, responsabile dell'esercito di invasione. È difficile stabilire se, come membro della famiglia imperiale, Asaka avesse uno status superiore a quello del generale Iwane Matsui che era ufficialmente il comandante in capo, ma è chiaro che come ufficiale di alto rango poteva esercitare la propria autorità sui comandanti di divisione, i vice-generali Kesago Nakajima e Heisuke Yanagawa.

La zona di sicurezza di Nanchino

 

All'epoca a Nanchino vivevano molti occidentali, che si occupavano di operazioni commerciali o lavoravano nelle missioni religiose. Quando l'esercito giapponese iniziò a bombardare la città tutti, tranne 22 persone, rientrarono nei propri paesi d'origine. Il funzionario della Siemens John Rabe decise di restare e creò un comitato, chiamato Comitato internazionale per la zona di sicurezza di Nanchino. Rabe venne eletto capo del comitato, anche perché era membro del partito nazionalsocialista tedesco ed esisteva il Patto bilaterale Anticomintern nippo-tedesco. Il comitato istituì la zona di sicurezza di Nanchino nel quartiere occidentale della città. Il governo giapponese acconsentì a non attaccare le parti della città dove non si trovava l'esercito cinese e i membri del comitato riuscirono a convincere il governo cinese a spostare tutte le truppe al di fuori di quella zona. Si stima che in questo modo Rabe abbia salvato da 200.000 a 250.000 cinesi[18][19].

 

I giapponesi in linea di massima rispettarono la zona di sicurezza: quella parte della città non venne bombardata per preparare l'ingresso dell'esercito, se si eccettuano alcuni colpi vaganti. Durante il periodo di caos che seguì il momento dell'attacco alcune persone furono uccise anche all'interno della zona, ma secondo tutte le testimonianze le atrocità commesse nel resto della città furono di gran lunga peggiori di quanto accadde lì.

L'assedio della città

Iwane Matsui entra a Nanchino

 

Il 7 dicembre l'esercito giapponese trasmise un dispaccio a tutte le truppe avvisando che, dato che l'occupazione della capitale di una nazione nemica era un avvenimento senza precedenti per le forze armate nipponiche, quei soldati che "avessero commesso qualsiasi atto illegale", "avessero disonorato l'esercito giapponese" "si fossero dati al saccheggio" o "avessero permesso ad un incendio di svilupparsi anche per semplice trascuratezza" sarebbero stati puniti severamente[20]. L'esercito giapponese proseguì nella propria marcia d'avanzamento rompendo le ultime linee di difesa cinesi e pretendendo la resa di Nanchino entro 24 ore[21]

 

« L'esercito giapponese, forte di un milione di uomini, ha già conquistato Changshu. Abbiamo circondato la città di Nanchino. L'esercito giapponese non avrà alcuna pietà per chi opporrà resistenza, trattandolo con estrema severità, ma non farà alcun male né ai civili innocenti né al personale militare cinese che si comporterà in maniera non ostile. Il nostro più sincero desiderio è conservare ogni cultura dell'Estremo Oriente. Se le vostre truppe continueranno a combattere la guerra a Nanchino sarà inevitabile. Una cultura millenaria sarà ridotta in cenere e il governo che ha mantenuto il potere nell'ultimo decennio svanirà nell'aria. Questo comandante in capo dà queste disposizioni alle vostre truppe nell'interesse dell'esercito giapponese. Aprite le porte di Nanchino in maniera pacifica e obbedite alle istruzioni che seguiranno.[20] »

 

I giapponesi, quindi, attesero una risposta. Dopo che da parte cinese non era stato inviato alcun comunicato trascorse le 13 del giorno seguente, il generale Iwane Matsui diede l'ordine di prendere Nanchino con la forza. Il 12 dicembre, dopo due giorni di attacchi giapponesi, sotto il fuoco dell'artiglieria pesante e di bombardamenti aerei, il generale cinese Tang Sheng-chi ordinò ai propri uomini di ritirarsi. Quanto accadde in seguito fu semplicemente il caos. Alcuni soldati cinesi rubarono i vestiti ai civili nel disperato tentativo di mimetizzarsi, mentre molti altri furono fucilati alla schiena dai loro stessi commilitoni mentre cercavano di fuggire[15]. Quelli che alla fine riuscirono ad uscire dalle mura della città fuggirono in direzione dello Yangtze, solo per scoprire che non restavano più imbarcazioni che li potessero portare in salvo. Alcuni decisero allora di tuffarsi nelle acque gelide e finirono per affogare.

 

I giapponesi entrarono nella città murata di Nanchino il 13 dicembre, incontrando pochissima resistenza.

Inizia il massacro

Cinque prigionieri cinesi vengono sepolti vivi.

 

Testimonianze dirette affermano che, nel corso delle sei settimane che seguirono la caduta di Nanchino, le truppe giapponesi si abbandonarono a stupri, omicidi e furti e appiccarono incendi. Alcuni dei resoconti provengono dagli stranieri che avevano deciso di restare per proteggere i civili cinesi, come i diari di John Rabe e Minnie Vautrin. Altre sono testimonianze dirette di sopravvissuti al massacro. Altre ancora provengono dai resoconti di giornalisti occidentali e giapponesi, oltre che dai diari di campo di membri del personale militare. Un missionario statunitense, John Magee, riuscì a girare un documentario in 16mm e a scattare fotografie del massacro di Nanchino. Inoltre, anche se solo pochi veterani di guerra giapponesi hanno ammesso di avere partecipato alle brutalità alcuni, tra i più noti Shiro Azuma, hanno confessato il proprio comportamento criminale.

Stupri

(EN)

« It is a horrible story to relate; I know not where to begin nor to end. Never have I heard or read of such brutality. Rape: We estimate at least 1,000 cases a night and many by day. In case of resistance or anything that seems like disapproval there is a bayonet stab or a bullet. »

(IT)

« È una storia orribile da raccontarsi; non so come iniziare né come finire. Non avevo mai sentito o letto di una tale brutalità. Stupri: stimiamo che ce ne siano almeno 1.000 per notte e molti altri durante il giorno. In caso di resistenza o qualsiasi segno di disapprovazione arriva un colpo di baionetta o una pallottola. »

(James McCallum, in una lettera alla famiglia, 19 dicembre 1937)

(EN)

« There probably is no crime that has not been committed in this city today. Thirty girls were taken from the language school last night, and today I have heard scores of heartbreaking stories of girls who were taken from their homes last night—one of the girls was but 12 years old… Tonight a truck passed in which there were eight or ten girls, and as it passed they called out "Jiu ming! Jiu ming!"—save our lives. »

(IT)

« Probabilmente non c'è crimine che non sia stato commesso in questa città oggi. Trenta ragazze sono state catturate nella scuola di lingue la scorsa notte, e oggi ho sentito storie strappacuore di ragazze rapite dalle loro case: una di esse non aveva più di dodici anni. Oggi è passato un camion su cui c'erano 8 - 10 ragazze che ci hanno gridato "Jiu ming! Jiu ming!" - salvateci la vita! »

(Dal diario di Minnie Vautrin, 16 dicembre 1937)

 

Il Tribunale Militare Internazionale per l'Estremo Oriente ha stabilito che vennero stuprate 20.000 donne tra le quali anche bambine e anziane.[22]

 

Gli stupri durante il giorno spesso avvenivano in pubblico, talvolta di fronte ai mariti o a componenti della famiglia, che venivano immobilizzati e costretti a guardare. Un gran numero di tali atti furono frutto di un'organizzazione sistematica, con i soldati che cercavano le ragazze di casa in casa, catturandole e sottoponendole a stupri di gruppo.[23] Le donne venivano spesso uccise subito dopo lo stupro, spesso infliggendo loro mutilazioni, come la recisione dei seni,[24] o trafiggendole con canne di bambù,[25] baionette, coltelli da macellaio o altri oggetti. Secondo alcune fonti varie donne furono avviate alla prostituzione nei bordelli militari giapponesi, mentre secondo altri le truppe giapponesi costrinsero intere famiglie a compiere atti incestuosi,[26] obbligando figli a stuprare le proprie madri e i padri a stuprare le figlie. Si dice che una donna incinta che subì uno stupro di gruppo da parte dei soldati partorì solo poche ore dopo un bambino in piena salute.[27] Monaci che avevano fatto voto di castità, secondo certe testimonianze, furono costretti a stuprare delle donne per il divertimento dei giapponesi.[26]

Omicidi

Civili cinesi massacrati in un fosso a Xuzhou[28]

 

Diversi stranieri residenti a Nanchino hanno testimoniato su quanto accadeva in città:

(EN)

« The slaughter of civilians is appalling. I could go on for pages telling of cases of rape and brutality almost beyond belief. Two bayoneted corpses are the only survivors of seven street cleaners who were sitting in their headquarters when Japanese soldiers came in without warning or reason and killed five of their number and wounded the two that found their way to the hospital. »

(IT)

« Il massacro di civili è terrificante. Potrei proseguire per intere pagine raccontando casi di stupro e brutalità al limite del credibile. Due uomini trafitti da colpi di baionetta sono i soli sopravvissuti di un gruppo di sette spazzini che erano seduti nei loro uffici quando i giapponesi fecero irruzione senza preavviso e senza motivo, uccidendone cinque e lasciando quei due, feriti, a trascinarsi verso l'ospedale. »

(Robert Wilson , in una lettera alla famiglia, 15 dicembre)

(EN)

« They not only killed every prisoner they could find but also a vast number of ordinary citizens of all ages.... Just the day before yesterday we saw a poor wretch killed very near the house where we are living. »

(IT)

« Non solo hanno ucciso ogni prigioniero che sono riusciti a trovare, ma anche un gran numero di cittadini di tutte le età... Proprio l'altro ieri abbiamo visto un povero infelice assassinato di fianco alla casa in cui viviamo. »

(John Magee, in una lettera alla moglie, 18 dicembre)

(EN)

« They [Japanese soldiers] bayoneted one little boy, killing him, and I spent an hour and a half this morning patching up another little boy of eight who had five bayonet wounds including one that penetrated his stomach, a portion of omentum was outside the abdomen. »

(IT)

« (I soldati giapponesi) hanno trafitto a colpi di baionetta un ragazzino, uccidendolo, e io questa mattina ho passato un'ora e mezza ricucendo un altro bambino di otto anni che aveva cinque ferite da baionetta, una delle quali aveva raggiunto lo stomaco, che gli fuoriusciva dall'addome. »

(Robert Wilson, in una lettera alla famiglia, 18 dicembre)

 

Subito dopo la caduta della città le truppe giapponesi si misero a cercare con determinazione gli ex soldati cinesi, catturando migliaia di giovani uomini. Molti di questi vennero condotti sulla riva dello Yangtze e falciati con raffiche di mitragliatrice in modo che i loro corpi cadessero in acqua. Radunarono anche 1.300 soldati e civili cinesi nei pressi della porta di Taiping e li uccisero tutti facendoli saltare in aria con delle mine per poi bagnare i loro corpi con della benzina a dar loro fuoco. I pochi ancora rimasti in vita dopo questo trattamento furono finiti a colpi di baionetta,[29] mentre altre persone furono picchiate fino alla morte. I giapponesi sottoposero inoltre ad esecuzioni sommarie anche numerosi passanti che si trovavano per la strada, generalmente con il pretesto che avrebbero potuto essere soldati travestiti da civili.

 

Migliaia di persone furono portate via e uccise dopo essere state condotte in una fossa, chiamata "il fosso dei diecimila cadaveri", una specie di trincea lunga circa 300 metri e larga 5. In assenza di conti ufficiali, si stima che il numero delle persone sepolte nella fossa possa essere andato da 4.000 a 20.000. La maggior parte degli storici e degli studiosi tuttavia valuta tale numero superiore alle 12.000 vittime.[30]

 

Donne e bambini non furono risparmiati dagli orrori del massacro. Spesso i soldati giapponesi tagliavano i seni alle donne, le impalavano con le baionette, le sventravano o, se erano in stato interessante, strappavano loro il feto dal ventre; molte donne furono prima brutalmente violentate e poi uccise, mentre dei testimoni ricordano soldati che lanciavano bambini in aria e li riprendevano al volo con la baionetta.[31]

Il testo del telegramma inviato dal corrispondente del Manchester Guardian intercettato dal governo giapponese.

 

Il governo diretto da Fumimaro Konoe era perfettamente a conoscenza di quanto accadeva. Il 17 gennaio il ministro degli Esteri Koki Hirota ricevette un telegramma scritto dal corrispondente del Manchester Guardian H.J. Timperley intercettato dal governo di occupazione a Shanghai. Nel telegramma Timperley aveva scritto:

(EN)

« Since return [to] Shanghai [a] few days ago I investigated reported atrocities committed by Japanese Army in Nanking and elsewhere. Verbal accounts [of] reliable eye-witnesses and letters from individuals whose credibility [is] beyond question afford convincing proof [that] Japanese Army behaved and [is] continuing [to] behave in [a] fashion reminiscent [of] Attila [and] his Huns. [Not] less than three hundred thousand Chinese civilians slaughtered, many cases [in] cold blood.[32] »

(IT)

« Da quando pochi giorni fa sono tornato a Shanghai ho indagato sulle atrocità commesse dall'esercito giapponese a Nanchino e altrove che mi sono state riferite. I racconti di testimoni oculari attendibili e le lettere di persone la cui credibilità è fuori discussione presentano prove convincenti del fatto che l'esercito giapponese si è comportato - e continua a comportarsi - in maniera tale da ricordare Attila e i suoi Unni. Non meno di trecentomila cinesi sono stati massacrati, in molti casi a sangue freddo. »

(H.J. Timperley)

Furti e incendi

 

Circa un terzo della città venne distrutto appiccando il fuoco. Secondo le testimonianze, le truppe giapponesi incendiarono sia i palazzi governativi di nuova costruzione sia le abitazioni di molti civili; venne ampiamente devastata anche le zona esterna alla cerchia di mura. I soldati saccheggiarono indiscriminatamente sia le abitazioni ricche che quelle povere. L'assenza di qualsiasi forma di resistenza da parte delle truppe cinesi e dei civili di Nanchino significò che i giapponesi furono liberi di spartirsi qualsiasi valore trovassero come più piaceva loro.[33]

Le stime sul numero dei morti

 

È tuttora in corso un ampio dibattito sulle dimensioni delle atrocità di guerra commesse dai giapponesi a Nanchino, specialmente per quanto concerne il numero delle vittime. Le controversie riguardano soprattutto la definizione dell'ambito geografico su cui basare tale calcolo e sulla durata complessiva dei fatti.

Ampiezza e durata

 

Il punto di vista dei più moderati considera che l'area geografica in cui si devono ritenere essere accaduti i fatti dovrebbe essere limitata ai pochi chilometri quadrati della zona di sicurezza, dove i civili si erano radunati dopo l'invasione.

 

Diversi storici giapponesi sfruttano il fatto che, secondo quanto dichiarato da John Rabe, durante l'invasione in città c'erano solo da 200.000 a 250.000 persone per dedurre che la stima fatta di 300.000 morti sia ampiamente esagerata. Tuttavia, molti storici ritengono vada considerata un'area più grande che comprenda anche i dintorni della città vera e propria. Includendo il distretto di Xiaguan (la periferia a nord della città, con una superficie di circa 31 km²) e altri sobborghi, la popolazione della Grande Nanchino subito prima dell'occupazione tra civili e soldati poteva andare da 535.000 a 635.000 persone;[34] alcuni storici includono anche sei contee che si trovano attorno a Nanchino, la cosiddetta Municipalità Speciale di Nanchino.

 

La durata dei fatti naturalmente è strettamente correlata alla questione geografica: quanto prima i giapponesi sono penetrati nella zona, più lunga è la durata. La battaglia di Nanchino terminò il 13 dicembre, quando le divisioni dell'esercito giapponese entrarono nella città murata. Il Tribunale di Tokyo per i crimini di guerra ha definito il periodo in cui si è svolto il massacro da quel momento per le sei settimane successive. Stime più prudenti valutano che il massacro sia iniziato il 14 dicembre, quando le truppe entrarono nella zona di sicurezza, e che durò per sei settimane. Gli storici che invece considerano che il Massacro di Nanchino sia iniziato nel momento in cui i giapponesi entrarono nella provincia dello Jiangsu, ne anticipano la data d'inizio a circa la metà di novembre - inizi di dicembre (Suzhou cadde il 19 novembre), e ne ritardano il termine fino alla fine del marzo 1938; naturalmente, il numero di vittime proposto da questi storici è di gran lunga maggiore delle stime più prudenti.

Le diverse stime

 

Il Tribunale Militare Internazionale per l'Estremo Oriente in due (apparentemente contraddittorie) relazioni valuta che nel corso delle prime sei settimane di occupazione siano stati assassinati "più di 200.000" civili e prigionieri di guerra. Tale cifra fu basata sulla registrazione delle sepolture presentata dalle organizzazioni caritative, tra cui la Svastica Rossa e la Tsung Shan Tong, sulle ricerche effettuate da Smythe e sulle stime fornite dai sopravvissuti.

 

Nel 1947, presso il Tribunale per i crimini di guerra di Nanchino, la sentenza nei confronti del vice-generale Hisao Tani, il comandante della 6ª divisione, parlò di più di 300.000 morti. Anche questa stima si basava sulle sepolture e sulle testimonianze oculari. Le conclusioni furono che circa 190.000 persone furono giustiziate illegalmente in varie riprese, mentre 150.000 furono uccise singolarmente. La conta finale di 300.000 morti è la stima ufficiale incisa sul muro all'entrata del Memoriale per i compatrioti vittime dell'esercito giapponese nel massacro di Nanchino costruito in città.

 

Gli storici giapponesi, a seconda di come valutano l'estensione geografica e la durata dei fatti, fanno variare le loro stime sui civili uccisi da alcune centinaia fino a 200.000;[35] altre fonti cinesi tendono a parlare di un numero di civili massacrati superiore a 200.000[35].

 

Un documentario, prodotto nel 1995 nella Repubblica di Cina, intitolato "Un pollice di sangue per un pollice di terra",[36] (一寸河山一寸血) sostiene che a Nanchino morirono 340.000 civili per l'effetto dell'invasione giapponese, 150.000 per i bombardamenti e per colpi d'arma da fuoco nel corso dei 5 giorni di battaglia e 190.000 durante il successivo massacro; questi dati sono basati sulle prove presentate al Processo di Tokyo.

Il Principe Yasuhiko Asaka

Le sentenze

 

Tra le prove presentate al Processo di Tokyo ci fu il cosiddetto filmato di Magee, una ripresa inclusa nel film statunitense La battaglia di Cina, oltre alle testimonianze orali e scritte di persone residenti nella zona internazionale.

 

Sulla base delle prove delle atrocità di massa avvenute, il generale Iwane Matsui venne processato dal tribunale di Tokyo per crimini contro l'umanità. Nel corso del processo Matsui tentò di proteggere il principe Asaka scaricando le colpe sui comandanti di divisione di rango inferiore;[37] fu poi condannato a morte e giustiziato nel 1948. I generali Hisao Tani e Rensuke Isogai vennero condannati a morte dal Tribunale di Nanchino per i crimini di guerra.[38]

 

In conseguenza del patto stipulato tra il Generale MacArthur e l'Imperatore Hirohito, quest'ultimo e tutti i membri della famiglia imperiale non vennero accusati dei crimini. Il principe Yasuhiko Asaka, che era stato l'ufficiale di grado più elevato presente a Nanchino nel momento in cui il massacro era al culmine, si limitò a rilasciare una deposizione alla sezione internazionale del tribunale di Tokyo il 1º maggio 1946. Asaka negò che fosse avvenuto alcun massacro di cinesi e sostenne di non aver mai ricevuto alcuna lamentela riguardo al comportamento delle sue truppe.[39] Il principe Kotohito Kan'in, che era il capo dello stato maggiore dell'esercito al momento del massacro, morì prima della fine della guerra, nel maggio 1945.

La storiografia e le interpretazioni moderne

 

Cina e Giappone hanno entrambe riconosciuto il fatto che atrocità di guerra hanno avuto luogo, tuttavia l'inquadramento storico di tali eventi continua tuttora a provocare tensioni nelle relazioni tra i due paesi.

 

I primi a portare il mondo a conoscenza delle atrocità commesse dai Giapponesi a Nanchino furono gli occidentali che erano rimasti nella zona di sicurezza, come il corrispondente del Manchester Guardian Harold Timperley. I drammatici resoconti delle brutalità contro i cinesi inviati dai giornalisti statunitensi, insieme all'incidente di Panay avvenuto poco prima dell'occupazione di Nanchino, contribuirono ad orientare l'opinione pubblica statunitense contro il Giappone. In parte questo contribuì anche a dare il via alla serie di eventi che culminarono nella dichiarazione di guerra al Giappone da parte degli Stati Uniti dopo l'attacco di Pearl Harbor.

L'interesse in Giappone dopo il 1972

Un giornale giapponese dell'epoca. Il titolo in grassetto recita: "'Incredibile Record' nella gara ad uccidere 100 cinesi con la spada: Mukai 106 – Noda 105 / I due sottotenenti vanno ai tempi supplementari".

 

L'interesse riguardo al massacro di Nanchino scemò fino a far cadere i fatti sostanzialmente nell'oblio fino al 1972, l'anno in cui Cina e Giappone normalizzarono le proprie relazioni diplomatiche. In Cina, per favorire la ritrovata amicizia con il Giappone, la Repubblica popolare cinese guidata da Mao Zedong eliminò ogni riferimento al massacro dai discorsi pubblici e dai media, che erano sotto il diretto controllo del partito comunista. Di conseguenza negli anni settanta l'intero dibattito riguardo al massacro ebbe luogo in Giappone. Per celebrare la normalizzazione dei rapporti tra i due paesi uno dei più importanti quotidiani giapponesi, l'Asahi Shimbun preparò una serie di articoli intitolati "Viaggi in Cina" (中国の旅 chūgoku no tabi?), scritti dal giornalista Katsuichi Honda. Gli articoli raccontarono in dettaglio le malefatte dell'esercito giapponese in Cina, massacro di Nanchino incluso. Honda fece anche menzione di un episodio in cui due ufficiali fecero una gara tra di loro a chi fosse riuscito per primo ad uccidere 100 persone con la propria spada. Che tale episodio sia effettivamente accaduto è oggetto di vive discussioni, e alcuni critici hanno approfittato di tale episodio per insinuare che oltre ad esso fosse stato ampiamente falsificato anche il resoconto del massacro. Il dibattito scatenato dagli articoli è considerato il punto d'inizio delle dispute sul massacro di Nanchino in Giappone.

 

La discussione sulla reale portata delle uccisioni e degli stupri ha avuto luogo principalmente negli anni settanta. Le dichiarazioni del governo cinese riguardo ai fatti in quell'epoca furono duramente attaccate, perché si ritenne che facessero eccessivo affidamento sulle testimonianze personali e su prove aneddotiche. Furono contestati anche i registri delle sepolture e le fotografie presentati al processo di Tokyo, definiti come menzogne create dal governo cinese, documenti falsificati ad arte o comunque erroneamente messi in relazione con il massacro di Nanchino.

L'incidente del libro di testo di Ienaga

 

Le polemiche scoppiarono nuovamente nel 1982, quando venne diffusa la notizia che il Ministero della pubblica istruzione giapponese aveva fatto censurare ogni accenno al massacro di Nanchino in un libro di testo per la scuola superiore.[40] In seguito in Giappone divenne chiaro che la notizia era stata originata da un servizio mandato in onda per errore dal network televisivo commerciale NTV.[40]

 

Al ministero si pensava che il massacro di Nanchino fosse un evento storico il cui svolgimento non era ancora stato definito con certezza. Il 12 giugno 1965, uno degli autori del libro di testo, il professor Saburō Ienaga, aveva citato in giudizio il Ministero della pubblica istruzione:[41] sosteneva che il sistema governativo di approvazione dei libri di testo lo aveva costretto a cambiare il contenuto del suo libro, violando la sua libertà di espressione. Il caso venne alla luce nella sentenza favorevole a Ienaga pubblicata nel 1997.[41]

 

Un certo numero di membri del governo giapponese, oltre a politici di alto rango, hanno esternato commenti che negano la realtà delle atrocità commesse dall'esercito giapponese nel corso della seconda guerra mondiale. Il sindaco di Tokyo Shintaro Ishihara ha affermato: "La gente dice che i giapponesi hanno commesso un olocausto, ma non è vero. È una montatura dei cinesi. Ha infangato la reputazione del Giappone, ma è una menzogna";[42] alcuni di essi, in seguito alle proteste della Cina e della Corea del sud, hanno dovuto dimettersi. Come risposta a simili incidenti, alcuni giornalisti e storici giapponesi hanno creato il Nankin Jiken Chōsa Kenkyūkai (it. Gruppo di ricerca sull'incidente di Nanchino); il gruppo ha radunato una grande quantità di materiale d'archivio e testimonianze, di provenienza sia cinese che giapponese.

JOHN RABE

John H. D. Rabe (Amburgo, 23 novembre 1882 – Berlino, 5 gennaio 1950) è stato un uomo d'affari tedesco, conosciuto per i suoi meriti umanitari nella seconda guerra mondiale durante il Massacro di Nanchino nel 1937/38. John Rabe ideò l'istituzione della zona di sicurezza di Nanchino per offrire alla popolazione cinese rifugio contro i militari giapponesi. Si salvarono così oltre 250.000 persone.

Indice

 

1 Biografia

2 Impatto

3 Bibliografia

4 Cinematografia

5 Note

6 Altri progetti

7 Collegamenti esterni

 

Biografia

 

Rabe nasce nel 1882 ad Amburgo. Nel 1908, dopo aver ricevuto un'educazione nel ramo mercantile e aver vissuto alcuni anni in Africa, andò in Cina dove lavorò dal 1911 al 1938 per Siemens China Co, una società controllata dal complesso industriale Siemens AG. Dal 1931 Rabe fu rappresentante della sua azienda a Nanchino.

 

Il 22 novembre 1937, quando l'esercito giapponese avanzò verso Nanchino, Rabe e altri stranieri costituirono il Comitato internazionale per la zona di sicurezza di Nanchino e impostarono l'area di protezione di Nanchino per offrire ai fuggitivi cinesi alimenti e rifugio contro i militari giapponesi. John Rabe fu eletto presidente del comitato internazionale, perché si sperò che lui, essendo tedesco e soprattutto membro del Partito Nazista, potesse influenzare i militari giapponesi. Non ebbe però molto successo. 250.000 persone poterono alloggiare solo brevemente entro un'area sicura di 4 km². Le aree si trovarono in tutte le ambasciate estere e nell'Università. Rabe personalmente alloggiò più di 600 persone nel suo terreno.

 

Il 12 dicembre 1937, pochi mesi dopo lo scoppio della seconda guerra sino-giapponese, la città fu occupata da divisioni giapponesi, che in seguito provocarono il Massacro di Nanchino. Per più di otto settimane esecuzioni di massa furono eseguite e circa 20.000 donne furono violentate durante stupri sistematici. Le stime parlano di un numero compreso tra le 200.000 e le 350.000 vittime.

 

Dopo aver abbandonato Nanchino nel febbraio del 1938 per ordine di Siemens China Co, John Rabe richiama l'attenzione sui crimini di guerra dei giapponesi attraverso conferenze a Berlino. Quando scrisse un rapporto ad Adolf Hitler, chiedendo a lui di influire sui giapponesi a cessare le atrocità, fu arrestato temporaneamente dalla Gestapo. Intanto le sue fotografie e riprese cinematografiche del massacro di Nanchino furono distrutte.

 

Dopo la guerra fu denunciato a causa della sua appartenenza al Partito Nazista. La sua richiesta di denazificazione fu rifiutata. Dopo un ricorso in appello nel giugno 1946 venne denazificato ("entnazifiziert") formalmente dagli alleati grazie ai suoi meriti umanitari durante il massacro di Nanchino.

 

Impoverito, Rabe morì nel 1950 a Berlino a causa di un'apoplessia.

Impatto

 

Nel dicembre 1996 il suo diario esteso sul Massacro di Nanchino fu pubblicato e venne considerato come fonte testuale importante. Fu pubblicato in Germania, Cina, Giappone e Stati Uniti d'America.

 

Nel 1997 la sua lapide fu trasportata dai cinesi in un luogo commemorativo del Massacro di Nanchino. Durante un viaggio del Presidente della Germania Johannes Rau in Cina, la statua di John Rabe ricevette ufficialmente l'omaggio anche dallo stato tedesco. Il 13 agosto 2005 un busto commemorativo di Rabe è stato esposto nel John Rabe Communication Centre a Heidelberg.

 

Nel 2005 la residenza di John Rabe a Nanchino fu restaurata grazie a una convenzione tra l'Università di Nanchino e il consolato tedesco a Shanghai. La parte tedesca accordò 2,25 milioni di Yuan all'Università di Nanchino per il restauro della residenza, per la costruzione di una sala commemorativa di John Rabe e dell'area di protezione di Nanchino nonché per erigere il "centro John Rabe della pace". Il Servizio austriaco all'estero è stato invitato a mandare un servitore della pace.