LEANDRO ARPINATI

Leandro Arpinati (Civitella di Romagna, 29 febbraio 1892Argelato, 22 aprile 1945) è stato un politico italiano.

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Biografia[modifica]

Anteguerra e squadrismo[modifica]

Figlio di un piccolo commerciante socialista, anch'egli si iscrive al PSI. Trasferitosi a Torino come ferroviere prima della Grande Guerra, divenne anarchico individualista e, come il conterraneo Mussolini, di cui era inizialmente amico, collaborò al giornale socialista La lotta di classe.

All'inizio del 1914 si trasferì sempre per lavoro a Bologna, dove militò con l'Unione Sindacale Italiana(USI), all'interno della quale si avvicinò alla forte corrente interventista fin dall'agosto dello stesso anno.

Partecipa all'adunata di Piazza Sansepolcro a Milano, entrando immediatamente dopo nella guardia del corpo di Mussolini, scortandolo a Firenze nell'ottobre 1919 per il Primo Congresso Nazionale Fascista.

Rientrato a Bologna diviene uno dei capi dello squadrismo della città felsinea: riorganizza il Fascio Italiano di Combattimento cittadino e le squadre d'azione di tutta la zona in modo da creare una struttura politico-militare di stampo rivoluzionario.[1]

In questo periodo viene arrestato più volte, spesso soggiornando nelle patrie galere: il 20 settembre capeggia la spedizione al Caffè della Borsa, ritrovo dei socialisti bolognesi (conclusasi con la morte di Guido Tibaldi); il 21 novembre guida una delle squadre che presero parte agli scontri con i socialisti in Piazza Nettuno e Piazza Maggiore a Bologna, episodio ricordato come la Strage di Palazzo d'Accursio[2]; a metà marzo 1921 viene arrestato e portato nel carcere di Ferrara, poi rilasciato dopo pochi giorni; il 18 dicembre si autodenuncia per l'aggressione ai deputati socialisti Genuzio Bentini e Adelmo Niccolai; nel luglio 1922, durante gli scontri di Cesenatico, cade al suo fianco il segretario bolognese del Partito Nazionale Fascista (PNF) Clearco Montanari.[3]

  « Voi fascisti da questo momento siete liberi da ogni vincolo di disciplina; avete anzi l'obbligo di ricordare che ogni esponente dei partiti sovversivi è responsabile di questa situazione; che ogni circolo o bettola cooperativa è un covo ove si meditano e organizzano le imboscate e gli agguati contro di voi. »
 
(Leandro Arpinati, 25 maggio 1922[4])

La conquista del potere ed il declino[modifica]

Nel 1921 divenne deputato (fino al 1934) e, dopo la Marcia su Roma, vice-segretario generale del Partito Nazionale Fascista (PNF).

Nel 1923, contrario alla prosecuzione degli assalti contro gli antifascisti ma anzi per una normalizzazione dopo la presa del potere, si ritira dalla scena.

Tra il 1924 ed il 1929 diventa federale provinciale del PNF di Bologna, Forlì, Rovigo e Treviso.

Nel 1926 divenne vicesegretario generale del PNF e podestà di Bologna, carica che lasciò nel 1929 per diventare sottosegretario agli Interni (fino al 1933) e console della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN).

Ricoprì molti incarichi anche in ambito sportivo: a cavallo tra gli anni venti e trenta fu presidente del CONI e della FIGC, diede il via all'importante riforma del campionato di calcio e ottenne l'organizzazione dei Mondiali del 1934. Per la stagione calcistica 1926-1927, in qualità di presidente della FIGC, decise per la non assegnazione del titolo, vinto sul campo dal Torino, a motivo di un presunto episodio di corruzione di un calciatore della Juventus da parte di un dirigente della squadra granata.[5]

Nei primi anni trenta s'incrinarono però i suoi rapporti con il segretario del PNF Achille Starace, che lo accusò di aver organizzato lui stesso l'attentato verificatosi ai danni di Mussolini il giorno dell'inaugurazione dello stadio Littoriale di Bologna (31 ottobre 1926): il giovane attentatore, Anteo Zamboni, era figlio di un amico di Arpinati. Fu dunque etichettato come nemico del regime e fu prima mandato al confino a Lipari (19 luglio 1934-1937), poi nel borgo di Malacappa, presso Bologna, agli arresti domiciliari nella sua azienda agraria fino al 1940.[6]

Nel 1943 rifiutò l'invito, fattogli da Mussolini in persona, di aderire alla Repubblica Sociale Italiana (RSI), ma anzi nascose nella sua tenuta ex prigionieri alleati ed il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) gli garantì protezione: nonostante questo, il 22 aprile del 1945 fu ucciso da un gruppo di partigiani guidati da Luigi Borghi.[7]

 

Fonte: wikipedia