GUIDO PICELLI

Guido Picelli (Parma, 9 ottobre 1889 – Algora, 5 gennaio 1937) è stato un antifascista e politico italiano.

 

 

Gli anni di Parma

 

 In gioventù lavorò come apprendista orologiaio e successivamente divenne attore. Recitò anche con Ermete Zacconi, il più noto attore dell'epoca. Partecipò alla prima guerra mondiale come volontario nelle file della Croce Rossa Italiana ricevendo, per l'eroismo dimostrato nel soccorrere i feriti oltre le linee, la medaglia di bronzo al V.M. e la medaglia di bronzo della Croce Rossa Italiana. Verso la fine della guerra fu inviato dall'esercito all'Accademia militare di Modena dove uscì con il grado di sottotenente. Rientrato a Parma, nel 1919 aderì al Partito Socialista Italiano e fondò la sezione locale della «Lega proletaria mutilati, invalidi, reduci, orfani e vedove di guerra».

 

Nel 1920 fondò la Guardia Rossa e venne incarcerato per aver tentato di impedire con i suoi compagni la partenza di un treno di Granatieri diretti in Albania. Fu scarcerato nel 1921 quando venne eletto deputato in parlamento con il PSI con un plebiscito dei suoi concittadini. Nell'occasione rinunciò al grado di sottotenente.

 

A Parma fondò gli Arditi del Popolo e nell'agosto 1922 organizzò e comandò un fronte unico antifascista (anarchici, comunisti, popolari, repubblicani e socialisti), che difesero vittoriosamente Parma per cinque giorni sconfiggendo migliaia di fascisti comandati da Italo Balbo. Durante la Battaglia di Parma si distinse nella difesa del rione Naviglio l'antifascista anarchico Antonio Cieri, che Picelli aveva nominato vicecomandante degli Arditi del popolo.

 

Picelli mantenne viva la resistenza al fascismo a Parma ben oltre il momento della marcia su Roma. Il 31 ottobre 1922 fu arrestato con quattro Arditi del Popolo con l'accusa di porto abusivo di armi, ma scarcerato per mancata autorizzazione a procedere della Camera.

 

Nel 1923 i fascisti non esercitavano ancora il controllo sui quartieri popolari di Parma. Il 5 maggio 1923 Picelli ed altri trentasei arditi del Popolo vennero arrestati e accusati di organizzazione di banda armata contro i poteri dello Stato. Per Picelli la Camera negò una seconda volta l'autorizzazione a procedere. In quell'anno i fascisti tentarono più volte di assassinarlo. A Parma gli sparono un colpo di pistola bruciapelo che Picelli riuscì fortunosamente ad evitare riportando solo una ferita di striscio alla tempia. A Roma fu scoperto un complotto, ordito da alti gerarchi fascisti e funzionari dello Stato, per rapirlo e assassinarlo.

 

Nel 1923 Picelli uscì dal PSI e nel 1924 venne eletto come deputato indipendente nelle liste del Partito Comunista d'Italia.

 

« Per 15 minuti, il primo maggio 1924, in pieno fascismo, «lo stracciaccio rosso di Mosca» viene issato sul balcone del Parlamento. Il gesto eroico è di Guido Picelli, deputato indipendente comunista, leader degli Arditi del Popolo »

 

Picelli mantenne i collegamenti tra gli antifascisti superstiti nelle varie città italiane organizzando la struttura insurrezionale. Dal 1924 al 1926 fu più volte aggredito fisicamente dalle squadre fasciste ma continuò a girare l'Italia per soccorrere i carcerati antifascisti e per organizzare la resistenza al fascismo. Il 1º maggio 1924, fu arrestato una quinta volta da parlamentare per aver coraggiosamente inalberato dal balcone della Camera dei deputati una grande bandiera rossa per protestare contro l'abolizione mussoliniana della Festa dei lavoratori.

 

Nel novembre 1926 Picelli ed altri parlamentari antifascisti furono dichiarati decaduti dal mandato parlamentare e arrestati. Picelli venne condannato a cinque anni di confino che scontò a Lampedusa e a Lipari, dopo sette mesi di carcere a Siracusa e Milazzo. In tali condizioni il 10 marzo 1927 sposò la sua compagna, Paolina Rocchetti.

 

In Belgio e in Unione Sovietica

 

Nel marzo 1932 fuggì dall'Italia, aiutato da Soccorso Rosso, un'organizzazione di stampo comunista. La moglie Paolina Rocchetti lo raggiunse in Francia. Qui tenne infuocati comizi tra gli esuli italiani, parlando più volte della resistenza di Parma. Nel luglio 1932 fu arrestato ed espulso dalla Francia.

 

Si rifugiò prima in Belgio e, successivamente, in Unione Sovietica.

 

« L'odissea di Guido Picelli a Mosca, rimasta segreta fino a oggi, è emersa da una serie di documenti riservati che abbiamo trovato nell'Archivio del Comintern (Rgaspi) e in altri due archivi moscoviti. Sono carte che testimoniano dall'interno i meccanismi segreti dello stalinismo e mettono a fuoco il ruolo di Togliatti.

 

In Russia fu incaricato di insegnare "strategia militare" alla scuola Lenista Internazionale, l'università per i rivoluzionari di tutto il mondo. Svolse attività politica per il Cominter, tenne i contatti tra gli esuli italiani e collaborò a riviste politiche. Scrisse anche tre lavori teatrali che vennero rappresentati a Mosca tra i fuoriusciti e nelle fabbriche: "Le barricate di Parma", "Gramsci in carcere" e "La rivolta delle Asturie". Fu deluso dal "comunismo" applicato da Stalin, tra le cui vittime erano anche molti antifascisti italiani, tra i quali Dante Corneli, suo compagno di emigrazione, accusato di trotzkismo e come tale rinchiuso nei campi di lavoro siberiani.

 

« Coinvolto nelle lotte intestine con l'opposizione trotzkista, Picelli è presto un uomo avvilito e deluso. Il 9 gennaio 1935, a pochi giorni dall'arresto di Emilio Guarnaschelli, viene 'verificato' dall'Nkvd, la polizia segreta di Stalin. Il suo destino è segnato e gli costerà la vita due anni dopo: licenziato, gli negano i 'talon' (i buoni) per acquistare alimentari e i soldi per pagare l'affitto. Il 9 marzo scrive a Togliatti una lettera coraggiosa e durissima: "Dopo il licenziamento dalla Scuola leninista avvenuto in modo singolare e quello più recente dal Comintern, sono indotto a pensare che taluno mi ritenga incapace e che l'esperienza di guerra e quella della guerra civile non mi sia servita a nulla". »

 

Stava vivendo il periodo dell'anticamera al gulag:

 

Nella fabbrica Kaganovic dove è stato relegato subisce un processo-purga ma reagisce con dignità e orgoglio

 

« Sa di essere nell'anticamera del gulag.Chiama a raccolta i suoi Arditi del popolo, inviando ai compagni parmensi in esilio a Parigi un articolo sulla battaglia di Parma del 1922 che viene pubblicato da un giornale francese. La strategia riesce: altri giornali francesi sono disposti a pubblicare i suoi scritti. Togliatti capisce che la vicenda Picelli può essere un danno per il partito. »

 

Allo scoppio della guerra civile spagnola (1936), Picelli lasciò fortunosamente la Russia, per recarsi a combattere contro i ribelli franchisti e i nazifascisti che li appoggiavano. Raggiunta Barcellona con l'aiuto di Julian Gorkin del POUM. il partito comunista antistalinista spagnolo, si arruolò dopo qualche giorno nelle file dei volontari delle Brigate Internazionali.

 

In Spagna

 

Guido Picelli lasciò l'URSS nell'ottobre del 1936 e raggiunse Parigi, dove prese contatto con Julian Gorkin del POUM e Julian Gorkin invitò Guido Picelli a recarsi in Spagna per prendere il comando di un battaglione di miliziani del POUM, ma, d'altro canto, anche molti volontari antifascisti italiani sul fronte di Madrid lo avrebbero voluto fra di loro. Sul finire dell'estate 1936 Picelli giunse a Barcellona. Il carisma di Picelli poteva però essere pericoloso per i dirigenti antifascisti di indirizzo stalinista per cui venne inviato a Barcellona un suo amico, Ottavio Pastore[6], con l'incarico di farlo desistere dall'assumere il comando del battaglione del POUM che gli era stata promesso e di rifiutare pertanto l'offerta di Julian Gorkin[7]. Picelli vide nei volontari internazionali antifascisti la realizzazione del sogno di vedere finalmente combattere un fronte unico antifascista, così invece di accettare l'offerta di Julian Gorkin, pur consapevole dei rischi che correva con gli stalinisti, preferì assumere il comando di un battaglione dei volontari internazionali che poi fu inquadrato come IX battaglione delle Brigate Internazionali, aumentato numericamente fino ad avere in forza 500 miliziani. Ad Albacete Picelli addestrò i volontari per il fronte madrileno, ma il 13 dicembre 1936 il Battaglione "Picelli" per "ordini superiori" fu inglobato nel Battaglione Garibaldi. Picelli fu nominato vicecomandante del battaglione e della prima compagnia della formazione italiana. Il 1º gennaio 1937 al comando dell'intero Battaglione Garibaldi, Picelli conquistò Mirabueno, villaggio strategico sul fronte di Guadalajara, suscitando l'ammirazione del comandante in capo della 12ª Brigata il generale Lukacs (l'ungherese Mate Zalka)

 

Quattro giorni dopo, il 5 gennaio 1937, a 47 anni, Picelli, secondo la versione ufficiale, fu colpito a morte da una raffica di mitragliatrice in combattimento sul fronte di Mirabueno, vicino a Guadalajara. In realtà, come scrisse nelle sue memorie Giorgio Braccialarghe[8] (il comandante degli Arditi della Brigata Garibaldi che recuperò la salma di Picelli in prima linea), indiscutibile testimone oculare dei fatti, "La pallottola che l'ha fulminato, l'ha colpito alle spalle, all'altezza del cuore". La tesi "ufficiale" della raffica di mitragliatrice fu per altro smentita da versioni dei fatti contenute in alcuni documenti segreti del Comintern stesso. Al leggendario comandante antifascista furono celebrati imponenti funerali di stato a Barcellona, Madrid, Valencia. A onor del vero esistono anche altre fonti (Braccialarghe, attivo nel PRI e vicino a Pacciardi, era 'viziato' da un certo anticomunismo 'tout-court') testimoniali dirette che riferirono aver visto cadere Picelli effettivamente in prima linea da fuoco proveniente dalle linee fasciste.

 

È stata appunto avanzata da taluni l'ipotesi che attribuisce la morte di Guido Picelli al procedimento di "pulizia" staliniana che poi colpirà sia molti anarchici che comunisti non stalinisti durante la guerra di Spagna. Tale ipotesi per ora non è però tuttavia suffragata né da documenti né da altre fonti.

La bandiera degli Arditi del Popolo.
La bandiera degli Arditi del Popolo.

di Giancarlo Bocchi, da Repubblica, 22 luglio 2012

 

Nell'estate del 1922 ha trentatré anni. È alto, occhi cerulei, luminosi e magnetici, baffi "all'americana". Veste quasi sempre di scuro, portamento elegante, modi garbati. Da ragazzo Guido Picelli non pensava alla rivoluzione, inseguiva sogni d'artista: recitava sui palcoscenici di provincia, girava l'Italia, a fianco di Ermete Zacconi partecipò a uno dei primi film del cinema muto italiano- si legge nell'articolo che Bocchi ha scritto per edizione cartacea di repubblica-. Ora invece si ritrova capopopolo, uno poco incline ai dibattiti teorici ma che sa combattere con coraggio. Per il pane, il lavoro, la giustizia sociale. E che da tempo ha in testa una parola sola, "unità": "La salvezza del proletariato sta solamente nella valorizzazione delle sue forze effettive, nell'unità" scrive.

 

Quando arriva il momento di mettere in pratica le sue convinzioni Picelli è pronto. Mussolini ha appena inviato diecimila fascisti alla volta della sua città, Parma, con l'ordine di "metterla a ferro e fuoco". In poco tempo Picelli fa il miracolo. Coalizza forze da sempre antagoniste - socialisti, comunisti, anarchici, popolari e repubblicani - in un fronte unico, gli "Arditi del popolo". La battaglia durerà cinque giorni, dall'1 al 6 agosto, sarà il più importante episodio di opposizione armata al fascismo prima della Resistenza, dimostrerà che il fascismo si poteva fermare militarmente.

 

Picelli era un pacifista convinto. Allo scoppio della Grande guerra si arruola come volontario nella Croce Rossa, meritando due medaglie al valore. Ma è proprio l'aver assistito all'"inutile massacro del proletariato" che lo spinge a fare il corso ufficiali all'Accademia di Modena: vuole imparare a combattere per una società più giusta. Tornato a Parma fonda "Le Guardie rosse", una formazione di autodifesa proletaria. Nel 1920 viene imprigionato per aver impedito la partenza di un treno militare, ma nella primavera del 1921 è il popolo a tirarlo fuori di galera: con ventimila preferenze è eletto deputato per il Partito socialista (che poi abbandonerà) e esce dal carcere. Sulla scheda di accettazione, alla voce "impieghi all'epoca dell'elezione", scrive beffardo: "Carcerato".

 

La notte del primo agosto 1922 le forze squadriste si sono raggruppate alla Stazione di Parma. I carabinieri e le guardie regie sono state ritirate dalle due caserme dell'Oltretorrente, una sorta di via libera ai fascisti. All'alba Picelli decide di mobilitare i suoi. Comandante della spedizione punitiva fascista, almeno diecimila uomini armati con mitragliatrici, bombe e fucili, è Italo Balbo. Picelli può contare su trecento "Arditi", fucili modello 1891, moschetti, pistole. Ma dalla sua parte ha anche, come ricorderà nei suoi scritti, "la popolazione operaia scesa per le strade, impetuosa come le acque di un fiume che straripi, con picconi, badili, spranghe ed ogni sorta di arnesi". Come un Che Guevara d'altri tempi e latitudini, mette in atto un piano di guerriglia urbana mai attuato prima. Fortifica l'Oltretorrente, e i rioni Naviglio e Saffi, con tre-quattro linee di barricate per ogni strada, intervallate da reticolati percorsi da corrente elettrica e da sbarramenti per le autoblindo protetti da mine. Ottavio Pastore, inviato per L'Ordine Nuovo di Gramsci, scrive: "Le donne avevano preparato l'acqua e l'olio bollente... perfino delle boccette di vetriolo".

 

I fascisti attaccano in forze, vengono respinti. Nel rione Naviglio difeso dal vice di Picelli, l'anarchico Antonio Cieri, gli scontri più duri. Colpito da un cecchino cade il più giovane degli Arditi, la vedetta Gino Gazzola, quattordici anni. Anche i comunisti si sono schierati con gli Arditi, ignorando i diktat di Bordiga. E nell'Oltretorrente muore, in mano il suo fuciletto da caccia, Ulisse Corazza, consigliere comunale per il Partito Popolare. Costretti alla fuga, i fascisti non cantano più "Quando in un cantone ci sta un certo Picelli, lo manderemo in Russia, a colpi di bastone". Muti, impauriti. Hanno avuto 39 morti e 150 feriti. Sono allo sbando. "Se Picelli dovesse vincere - annotava Balbo nel suo diario - i sovversivi di tutta Italia rialzerebbero la testa. Sarebbe dimostrato che armando e organizzando le squadre rosse si neutralizza ogni offensiva fascista".

 

Il quinto giorno Picelli ha vinto e entra nella leggenda, ma capisce che non c'è tempo per festeggiare. Il nodo politico-militare dell'estate-autunno del 1922 è cruciale. La battaglia da difensiva deve diventare offensiva. Dalle colonne del suo giornale, L'Ardito del popolo, lancia appelli all'unità delle forze antifasciste: "Tutti in piedi come un sol uomo, pronti alla riscossa!". Gira il Nord per costituire "l'Esercito rosso", ma il suo piano trova una forte opposizione nei partiti della sinistra. Dopo che Mussolini diventa capo del governo, Picelli scioglie gli Arditi per fondare "I soldati del popolo", un'organizzazione segreta insurrezionale. Viene pedinato, spiato, arrestato. Nel 1923 i fascisti gli tendono un agguato a Parma. Sfugge anche a un complotto per eliminarlo. Il sicario pentito, Vincenzo Tonti, fa i nomi dei mandanti: il generale Agostini, il generale Sacco, il vicequestore Angelucci. E Italo Balbo. Nel 1924 viene rieletto deputato come indipendente nelle liste del Partito comunista: il Primo maggio entra in Parlamento. Lo fa a modo suo, issando sul pennone di Montecitorio una grande bandiera rossa.

 

Si avvicina sempre di più a Gramsci. Viaggia per organizzare la struttura insurrezionale clandestina del Partito comunista. In un documento segreto del PCd'I viene indicato, insieme a Fortichiari dell'ufficio "I" del Partito, come responsabile delle questioni militari. L'8 novembre del 1926 viene arrestato insieme a tutti i maggiori leader antifascisti. Dopo cinque anni di confino e di galera nel 1932 fugge in Francia, poi in Belgio, infine Mosca. Qui le sue speranze si scontrano con la dura realtà: viene emarginato, perseguitato, processato in una "cista" sulla base di false e futili accuse. L'Nkvd, la polizia segreta, indaga su di lui e solo grazie all'intervento del potente Dimitri Manuilski, che conosce Picelli come grande combattente antifascista, accantona la pratica. Scampato al gulag Picelli parte alla volta della Spagna per combattere i franchisti. Abbandona i comunisti italiani ed entra in contatto con il Poum, il Partito comunista antistalinista spagnolo. A Barcellona Andreu Nin, leader del Poum ed ex segretario di Trotsky, gli propone il comando di un battaglione. Ma alla fine Picelli accetta, pur consapevole dei rischi di una vendetta stalinista, un comando delle Brigate internazionali.

 

Il primo gennaio è al comando del Battaglione Garibaldi. Attacca e conquista Mirabueno, la prima vittoria repubblicana sul Fronte di Madrid. La fine arriva pochi giorni dopo, il 5 gennaio 1937, sull'altura del San Cristobal. "La pallottola che l'ha fulminato, l'ha colpito alle spalle, all'altezza del cuore" scrive l'amico Braccialarghe che è andato a recuperare il corpo abbandonato sul posto. A Picelli vengono tributati tre funerali di Stato. A Madrid, Valencia e Barcellona. A quest'ultimo partecipano più di centomila persone. Sulla lapide, che due anni più tardi i franchisti faranno a pezzi insieme al corpo di Picelli, sta scritto: "All'eroe delle barricate di Parma". A un anno dalla sua morte alti ufficiali degli "Internazionali" propongono di conferire alla sua memoria "l'Ordine di Lenin", la più alta onorificenza sovietica. Alcuni funzionari comunisti italiani, però, stilano un rapporto segreto al Comintern sui contatti tra Picelli e il Poum che di fatto blocca tutto. Non sarà l'ultimo tentativo di far cadere nell'oblio la vita straordinaria del "Che" Guevara italiano.

 


Chi ha tradito Guido Picelli? Un giallo dagli archivi spagnoli

La scoperta ad Avila, nell'archivio dei servizi segreti di Franco. Il regista Giancarlo Bocchi: "Potrebbero essere collegati alla morte del comandante". L'ipotesi di una spia all'interno della prima compagnia. Nell'elenco anche i nomi di altri tre parmensi. I documenti rivelano anche che con Picelli combatteva nella prima compagnia l’unico antifascista africano: Ahmed Dui Joseph

di Raffaele Castagno

(03 gennaio 2010)

 

La storia di Guido Picelli, leggendario protagonista delle Barricate di Parma si arricchisce di un capitolo inedito e importante. In occasione dell’anniversario della morte, il regista Giancarlo Bocchi svela le ultime importanti novità, frutto di un’a pprofondita ricerca storica, in corso da oltre due anni, tra gli archivi italiani, spagnoli, francesi e russi, che ha permesso di “ rettificare molti errori, omissioni e di svelare parti sconosciute della biografia dell’eroe parmigiano”. Particolare attenzione merita la recente scoperta fatta da Bocchi tra le carte dei servizi segreti del dittatore spagnolo Francisco Franco, nell’Archivio general militar di Avila, in Spagna. “È un documento, intitolato Relaciones nominales de miembros del Batallon Garibaldi composto da 11 pagine, che ho trovato nel fondo dei servizi segreti di Franco, il Sim – spiega Bocchi – redatto nella caserma del Pardo di Madrid il 28 dicembre 1936. In poche parole è un elenco dei membri che componevano la prima compagnia del battaglione Garibaldi, quella per l’appunto di cui Picelli era il comandante. È composto da due parti: una scritta a mano, presumibilmente da un addetto garibaldino, e la trascrizione del manoscritto, con la macchina da scrivere, fatta dai servizi segreti di Franco”.

 

Perché si tratta di documenti così importanti? “ Prima di tutto – spiega Bocchi – parliamo di documenti compilati poco prima della morte di Picelli e giunti ai servizi segreti di Franco qualche giorno dopo. Una concomitanza che fa molto pensare. Poi colpisce il fatto che questi documenti riguardino la sola compagnia di Picelli e non l’intero battaglione Garibaldi che ne contava in tutto 4. Un fatto che apre diversi scenari: sto anche cercando di capire se questi documenti siano collegati in qualche modo con le circostanze della morte di Picelli.

 

Chi ha fornito i documenti sulla compagnia di Picelli ai servizi segreti di Franco? “Al momento, in attesa di ulteriori approfondimenti, si possono fare varie ipotesi. Può darsi che all’interno della prima compagnia vi fosse una spia, italiana o tra i traduttori spagnoli, che rubò il documento per poi consegnarlo al Sim. Che Picelli fosse oggetto di grande attenzione è noto”. L’eroe della Barricate, così come il suo vice Antonio Cieri, racconta Bocchi, “furono tra le persone più spiate del fascismo". Durante le ricerche Bocchi ha scoperto altro: “Nel periodo 1926-31 fu certamente tradito da due persone amiche, di Parma” commenta. “I nomi li pubblicherò presto insieme ad altri sospettati ancora da verificare”. L’Ovra (la polizia segreta fascista) aveva per altro spie sia a Madrid che a Barcellona, ma Bocchi pensa che non fosse coinvolta in modo diretto nei documenti ritrovati da poco: “Siamo di fronte a una documentazione interna ai servizi spagnoli” dice.

 

Il regista non esclude la possibilità che l’elenco sia stato perso accidentalmente o sottratto a chi lo custodiva: “È in ottimo stato – spiega – forse fu smarrito nella confusione della battaglia o qualcuno a Madrid, ma più probabilmente a Mirabueno, estraneo alla prima compagnia, potrebbe averlo rubato”. Infine che il documento “ possa essere stato passato alla controparte da qualcuno che nutriva astio politico nei confronti di Picelli, in un tentativo di intossicazione, ossia di gettare discredito sul comandante parmigiano.

 

Ci sono altri elementi importanti contenuti in questi documenti? “Le carte inedite fanno luce anche su altri aspetti della biografia di Picelli. In passato alcuni storici locali accreditarono la storia che l’eroe delle Barricate in Spagna fosse circondato da antifascisti parmigiani. Stando al documento invece nella sua compagnia vi erano solo tre parmensi”. L’elenco reca i nomi di Massimo Marini di Salso, Francesco Ollari di Calestano e Ascenzio Scatola da Neviano degli Arduini.

 

“Con molta pazienza – aggiunge Bocchi - sono anche riuscito a completare la lista dei parmigiani che parteciparono alla guerra di Spagna dalla parte della Repubblica, che fino ad ora era incompleta. Furono quasi 50 i parmigiani che combatterono il fascismo in Spagna. Picelli e altri 11 morirono per la causa. Era doveroso ricostruire le storie di questi uomini coraggiosi che si opposero al fascismo spagnolo e italiano. In altre città italiane sono stati pubblicati vari libri sui volontari internazionali in Spagna, mentre a Parma, malgrado le forti tradizioni antifasciste, sono completamente dimenticati ”.

Foto trovata negli archivi di Mosca. È una delle due immagini esisitenti di Guido Picelli in Spagna. Si tratta di una riunione del battaglione Garibaldi alla caserma del Pardo a Madrid nel dicembre 1936. Sul muro tra le due finestre a destra sono appoggiati Guido Picelli (con berretto nero) e il parmense Amedeo Azzi (con berretto a punta) commissario politico del battaglone. Nella foto si riconoscono Andre Marty (Commissario delle brigate internazionali) che sta scrivendo appoggiato al davanzale della prima finestra e Randolfo Pacciardi (comandante del Garibaldi) vicino al tavolo al centro della stanza - Archivio International Media Productions

I documenti ritrovati rivelano anche che con Picelli combatteva nella prima compagnia l’unico antifascista africano. “Si trattava dell’etiopico Ahmed Dui Joseph che svolgeva le funzioni di mitragliere”. Un fatto molto curioso. Bocchi ravvisa un ulteriore elemento di attenzione nella “sorprendente” ascesa, rivelata nei documenti ritrovati, di Alcide Leonardi di Ciano d’Enza, legato all’ uomo del Comintern e Commissario politico del battaglione, Antonio Roasio: “Da semplice milite, Leonardi divenne in pochi giorni Commissario politico della prima compagnia di Picelli. Una carriera rapida e impressionante, a cui si aggiunge, come ho potuto verificare in documenti trovati in Russia anche un successivo viaggio premio di alcuni mesi in Urss”. Ha trovato altri documenti inediti? “Una lettera di Paolina Picelli, la moglie di Guido, a “Gallo”, cioè Luigi Longo, all’epoca Commissario generale delle brigate internazionali (e nel dopoguerra segretario politico del Pci) nella quale si parla della maschera e si determina la data esatta di consegna dell’oggetto al familiare”

 

E nella missiva di Paolina Picelli si parla anche di una valigia trafugata? “Nella lettera la moglie di Picelli chiede la riconsegna della valigia del marito. Posso dire, sulla base di altri documenti che ho trovato, che la valigia di Picelli non fu mai ritrovata. Ma per evitare fraintendimenti e speculazioni devo precisare, per quanto ora a mia conoscenza che non c’è alcun mistero dietro la sparizione degli effetti personali di Picelli. Mi disse infatti il garibaldino Antonio Eletto che tutte le valigie depositate alla caserma di Albacete scomparvero, non solo quella di Picelli”.

 

A che punto è la ricerca storica su Picelli? “In questi due anni e mezzo ho portato avanti le ricerche su Picelli parallelamente ad altri lavori: una sceneggiatura cinematografica, un libro di memorie sull’arte, il documentario “Guerre” che ho girato in Afghanistan, Palestina e Somalia, che uscirà tra poco. La ricerca su Picelli è autofinanziata e indipendente. Ho trovato molti altri documenti inediti su periodi meno noti della sua vita, dal periodo della Prima guerra mondiale, al suo lavoro giovanile di attore, al periodo pre-insurrezionale dal 1924 al 1926” afferma.

 

“Oltre a questo - continua - posso dire di aver trovato, insieme a molte foto inedite, anche due importanti filmati sconosciuti che riguardano Guido Picelli. Come regista questa è la scoperta che mi ha fatto più piacere. Ma quello che emerge da tutti questi documenti è che Picelli era un personaggio di primo piano dell’a ntifascismo internazionale e che il suo vero ruolo nel dopoguerra fu misconosciuto”.

 

FONTE: http://parma.repubblica.it