Galeazzo Ciano

 

Gian Galeazzo Ciano, detto Galeazzo, conte di Cortellazzo e Buccari (Livorno, 18 marzo 1903Verona, 11 gennaio 1944), è stato un diplomatico e politico italiano.

Fu ambasciatore e ministro della Cultura e degli Esteri. Figlio dell'ammiraglio Costanzo Ciano e di Carolina Pini, nel 1930 sposò Edda Mussolini.

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L'ascesa[modifica]

Durante la Prima Guerra mondiale si trasferì con la famiglia a Venezia, dove frequentò il liceo ginnasio Marco Polo; in seguito si trasferì a Genova, dove conseguì la maturità classica. Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza, fu ammesso in diplomazia ed inviato come addetto di ambasciata a Rio de Janeiro. Il 24 aprile 1930 sposò Edda Mussolini, con la quale subito dopo partì per Shanghai come console. Rientrato in Italia, il 1 agosto 1933 venne nominato capo dell'Ufficio stampa da Mussolini (per il controllo e la guida dei mezzi di comunicazioni di massa) con il titolo di sottosegretario alla stampa e alla cultura. Nel 1935 divenne ministro della Cultura popolare, MINCULPOP, quindi partì volontario per la guerra d'Etiopia, ove si distinse come pilota di bombardieri e fu decorato.

Nel 1936 fu nominato Ministro degli Esteri, subentrando, nella carica, allo stesso Mussolini (sottosegretario, dal 1932 al 1936, era stato Fulvio Suvich, che in ossequio alla nuova linea di politica estera del Duce era stato "allontanato" in qualità di ambasciatore a Washington, così come Grandi, quattro anni prima, era stato "spedito" ambasciatore a Londra). Nel 1937, su probabili pressioni del Duce[senza fonte], fu coinvolto nel duplice omicidio dei fratelli Carlo Rosselli e Nello Rosselli, colpevoli d'essere i fondatori del movimento antifascista Giustizia e Libertà (come testimonia lo storico Giordano Bruno Guerri e trucidati in Francia da sicari della Destra estrema, anche se le relative pagine del Diario sono state manomesse).

Galeazzo Ciano e Benito Mussolini passano in rassegna un reparto militare al rientro in Italia di Ciano dall'Africa Orientale Italiana - Brindisi, 17 maggio 1936

Ciano si era guadagnato una certa confidenza da parte di Umberto di Savoia, il figlio di Vittorio Emanuele III, con il quale condivideva una certa mentalità e un notevole charme, anche se Ciano era certamente meno discreto del principe. Divenne il corrispondente preferito tra Umberto (e Maria José) ed il movimento fascista. Questa amicizia era considerata produttiva sia dal re che dal dittatore, poiché i due sarebbero stati i rispettivi eredi della Corona e del governo ed i buoni rapporti fra i futuri eredi rassicuravano i congiunti circa la tenuta futura degli equilibri raggiunti. Il sovrano lo aveva insignito del Collare della Santissima Annunziata, una delle più alte onorificenze regali.

Probabilmente con una qualche approvazione da parte di Umberto, Ciano tenne l'Italia distante dalla Germania hitleriana il più a lungo possibile, con l'aiuto dell'ambasciatore a Berlino, Bernardo Attolico. Ciano percepì chiaramente il pericolo che Hitler rappresentava anche per l'Italia, quando i Nazisti uccisero il Primo Ministro austriaco Dollfuss, che aveva avuto degli stretti legami con la famiglia Mussolini (la moglie di Dollfuss si trovava in vacanza in Italia a casa del Duce quando il marito fu assassinato), e poté scorgere in questa azione di forza un freddo avviso delle intenzioni del Führer.

Poco a poco, in seguito ad una sequela di incontri con Joachim von Ribbentrop e Hitler che portarono il 22 maggio 1939 alla sottoscrizione del Patto d'Acciaio, Ciano (praticamente costretto dal suocero a sottoscriverlo, malgrado i suoi tentativi di temporeggiare, per le informazioni che il Ministro degli Esteri britannico Anthony Eden sollecitato da Dino Grandi, gli aveva fatto pervenire) consolidò i suoi dubbi sulla nazione alleata, ed ebbe diverse divergenze col suocero. Alla fine, come scrisse nei suoi diari, non era sicuro se augurare agli italiani "una vittoria o una sconfitta tedesca".

Il regno d'Albania[modifica]

Ciano con re Zog d'Albania

Nel frattempo, il 7 aprile del 1939, un venerdì santo, l'Italia aveva invaso e poco dopo conquistato il Regno d'Albania.

L'Albania era da tempo nella sfera di influenza italiana e l'impresa, militarmente non impegnativa, e resa non ardua dall'irrisoria resistenza incontrata, consistette in pratica solo dello sbarco di un piccolo contingente di truppe italiane nei quattro principali porti albanesi, e provocò una decina di morti in scontri con bande di malviventi.

Il progetto, già proposto in precedenza, fu prestamente approntato allorché la Germania, nel marzo 1939, inviò le sue truppe in Cecoslovacchia e vi stabilì il protettorato di Boemia e Moravia; all'interno dell'Asse, queste operazioni avevano - ad effetti di opinione pubblica - consolidato l'immagine dei tedeschi ed allo stesso tempo indebolito quella degli italiani, integrando una sorta di gerarchia di fatto. Ciano annotò che Mussolini reagì con stizza alla notizia delle conquiste tedesche, non preventivamente concordate e preannunciategli solo per cenni sommari, e che fu particolarmente urtato dalle entusiastiche comunicazioni che il cancelliere nazista gli trasmise, giudicandole irritanti "partecipazioni". Sotto quindi primariamente un profilo di immagine, le azioni tedesche segnalavano con imbarazzante evidenza una disparità di potenza cui occorreva rimediare, sia per mantenere il consenso in patria, sia per evitare di perdere autorevolezza (e conseguentemente i contatti) con le altre potenze europee.

Di un'espansione verso l'Albania o verso il Regno di Jugoslavia, a Roma si era già discusso a fondo da molto tempo; per quanto riguardava l'Albania, il discorso era stato anzi affrontato proprio con Belgrado, con Stojadinović prima e con Cvektoviĉ poi, ma quest'ultimo aveva declinato l'offerta di una spartizione, anche per l'elevata presenza di albanesi sul territorio jugoslavo, e ne era sortito un trattato (1937) contenente un patto di non aggressione che in realtà era un nulla osta ad un'eventuale azione italiana su Tirana (oltre che un tentativo di re Paolo di tener lontane Italia e Germania). Sebbene anche l'Italia avesse sul proprio suolo molti immigrati albanesi, questa condizione fu interpretata da Ciano come una facilitazione: se era agevole, sostenne, gestirli in patria, forse ancora più agevole, concluse, doveva essere gestirli a casa loro, ed organizzò personalmente l'intera operazione, che sarebbe restata tutta segnata dalla sua impronta.

La Germania, del resto, aveva più volte indicato di non nutrire interessi su queste aree, quindi l'operazione non avrebbe creato imbarazzi con l'alleato; e quantunque l'Italia avesse nel frattempo sviluppato, con Ciano buon protagonista, la più importante attività diplomatica su tutta l'area dei Balcani, la Germania preservava un controllo di fatto sull'intera economia della regione, potendo quindi guardare con una certa indifferenza alle faccende politiche locali.

Il paese, neanche 150 chilometri dalle coste pugliesi, era di fatto fin dalla prima guerra mondiale profondamente influenzato dall'Italia, che aveva accettato nel settembre del 1928 l'auto-proclamazione di re Zog I (Ahmed Bey Zogu), in seguito accusato di essere un tiranno incline all'arricchimento personale ed al nepotismo.

Mentre Zog, all'arrivo degli italiani, riparava in Grecia, la conquista fu perfezionata con l'offerta della corona d'Albania a Vittorio Emanuele III il 16 aprile 1939, con una piccola cerimonia svoltasi al Quirinale.

Il governo dell'Albania fu affidato al luogotenente del re Francesco Jacomoni di San Savino, che lo mantenne fino all'8 settembre del 1943; si trattò di un governo di facciata, con ministri albanesi affiancati da consiglieri italiani con poteri di controfirma. Circa il ruolo di Ciano nella vicenda albanese, quantunque non formalmente onorato di alcuna carica specifica diretta, soprattutto nella storiografia anglosassone è comunemente ritenuto il vero "reggente" della colonia, ed anche nella storiografia italiana lo si menziona spesso come "viceré", poiché di fatto come tale ebbe a condursi. L'intitolazione alla moglie di un porto (Porto Edda), ma più ancora la scoperta promozione della soppressione del Ministero degli Esteri e di quello della Difesa di Tirana, ruoli devoluti al governo di Roma con un "trattato" del 3 giugno, indicano la centralità del suo ruolo; anche la costituzione del Partito Fascista Albanese, sollecitata da Achille Starace già dal mese di aprile (quando trionfalmente sbarcò in Albania salutato da 19 salve di cannone), fu sottoposta all'autorizzazione di Ciano, che la concesse solo nel mese di giugno, e che ne permise la formalizzazione solo nel marzo dell'anno successivo ponendovi a capo l'amico personale Tefik Mborja.

Il 13 aprile, Ciano si rivolse subito agli albanesi come gestore diretto della loro Nazione, garantendo loro che le loro aspirazioni nazionali sarebbero state sostenute dall'Italia anche in ordine all'espansione dei confini, questione che in pratica si riferiva al recupero delle zone asseritamente "albanesi" nei territori greco e jugoslavo; essendo i proclami diretti al Ministero degli Esteri albanese (che di lì a poco sarebbe stato soppresso) fonte di inquietudini per i paesi vicinanti, a questi Ciano si affrettò a segnalare (una settimana dopo, a Venezia) il disinteresse italiano per l'argomento e la strumentalità delle dichiarazioni. Ciò nonostante, fece istituire un ufficio speciale per l'irredentismo che fra i suoi compiti non palesi aveva anche quello di preparare un struttura militare clandestina per il momento, ritenuto non lontano, in cui fosse esplosa una crisi in Jugoslavia.

Da molte fonti è stato asserito che in coincidenza temporale con l'annessione, le fortune personali di Ciano siano cresciute in modo oscuro quanto rapido.

La guerra[modifica]

All'inizio della seconda guerra mondiale, quando le sue posizioni anti-tedesche erano oramai note (Hitler avrebbe avvisato Mussolini tempo dopo: Ci sono dei traditori nella tua famiglia), molti osservatori ritengono che sia stata di Ciano la maggiore influenza nella formulazione della "non belligeranza", locuzione ad effetto cui corrispondeva una posizione dell'Italia assolutamente fumosa, per un verso non concorde nell'aggredire, per un altro non discorde con l'aggressore; ma al contempo d'accordo con gli aggressori e solidale con gli aggrediti.

A questa morbida quanto inconcludente situazione si era giunti con una sua intuizione, tradottasi nell'invio di una famosa lettera a Hitler (il quale premeva perché l'Italia aprisse il fuoco) in cui si chiedevano alla Germania una mole incredibile di mezzi ed armamenti (che si calcolò avrebbero richiesto per il solo trasporto ben 11.000 treni), e dinanzi a questa richiesta i nazisti allentarono le pressioni, almeno per un po'. Ciano aveva sommessamente invitato i responsabili militari a non fare, nello stilare la loro lista della spesa, "del criminoso ottimismo".

L'Italia, però, non era in guerra, e questo - considerati i patti - parve comunque un ottimo risultato. Il Patto d'Acciaio prevedeva infatti l'obbligo di prestare immediato ausilio militare (indipendentemente dalle eventuali cause di conflitto):

Art. 3. - Se, malgrado i desideri e le speranze delle Parti contraenti, dovesse accadere che una di esse venisse ad essere impegnata in complicazioni belliche con un'altra o con altre Potenze, l'altra Parte contraente si porrà immediatamente come alleata al suo fianco e la sosterrà con tutte le sue forze militari, per terra, per mare e nell'aria.".

Quando l'Italia entrò in guerra fu Ciano, dato il ruolo, a consegnare le dichiarazioni agli ambasciatori di Francia e Regno Unito. Pochi mesi dopo fu l'ideatore della guerra alla Grecia. Forse - è stato ipotizzato - ingannato dalla troppo facile conquista albanese, e considerando che ad Atene, retto dal generale Ioannis Metaxas, vigeva un regime militare non ostile all'Italia (e che anzi mostrava simpatie verso la formula totalitaristica e, in piccolo, cercava di apprendere dall'esperienza italiana), Ciano ritenne che si sarebbe trattato di un'altra operazione facile, ed anzi così la definì nei suoi Diari, "utile e facile". Utile sarebbe stata perché avrebbe completato un arco di influenza sui Balcani che avrebbe costituito l'appoggio meridionale alle espansioni tedesche nella Mitteleuropa. Facile fu considerata perché il paese, ritenuto non ostile, ed effettivamente povero, fu valutato male armato e peggio motivato per poter resistere. Qualcuno ha sostenuto che Ciano abbia utilizzato denaro per corrompere esponenti greci, ma non ve ne sono prove, mentre è certo che partecipò ai primi bombardamenti sulla Grecia nella sua veste di pilota militare.

L'invasione si trasformò in breve tempo in un disastro militare, che vide le truppe italiane ricacciate in Albania, ciò che non era stato messo in conto: infatti i greci ebbero una reazione di orgoglio e, pur se in condizioni di inferiorità tecnologica, reagirono all'attacco con imprevista partecipazione, respingendo gli italiani e causando anche le dimissioni (prontamente accolte) di Pietro Badoglio, su cui ebbero un loro peso anche le scomode ma sincere osservazioni scandalizzate di Roberto Farinacci.

Dinanzi alle difficoltà che invece furono incontrate, registrando le prime avvisaglie di negatività delle vicende belliche, Ciano non tardò a tornare su posizioni più dubitative, esprimendo le sue perplessità sia "in famiglia" che ad altri gerarchi. Anche a causa delle cariche ricoperte, con particolare riguardo ai rapporti con il Regno Unito, una più intensa frequentazione operativa lo condusse ad ispessire il rapporto con Grandi, che, morto Italo Balbo, restava l'esponente più indipendente del vertice del fascismo.

Nel 1942 Vittorio Emanuele III lo nomina Conte di Buccari, in aggiunta al titolo di Conte di Cortellazzo che era stato conferito a suo padre Costanzo dopo la prima guerra mondiale.

Nella primavera del 1943, in occasione di una minirivoluzione delle cariche istituzionali con la quale Mussolini sperava di riaffidare i posti-chiave a uomini di certa fiducia, Ciano venne mandato come ambasciatore in Vaticano. Con la fine dell'incarico di ministro finì anche la stesura dei celebri Diari, terminata l'8 febbraio 1943.

È in questo momento che il suo rapporto con Monsignor Montini - in seguito papa - raggiunse la maggiore intensità, tenendo il fascismo in contatto con tutte le principali potenze internazionali, attraverso la mediazione dell'influente sacerdote. La gestione di questo importantissimo canale diplomatico in questa fase era tutt'altro che un compito secondario: malgrado il Concordato, la Chiesa preservava una pesantissima influenza sull'Italia, che esercitava di fatto condizionando il consenso dei credenti, ed inoltre si muoveva autonomamente per intessere rapporti e relazioni internazionali capaci di salvaguardare i suoi propri interessi. Interlocutore estraneo abitante nella stessa casa, il Vaticano rappresentava per l'Italia un singolarissimo problema: non si poteva porvisi in antagonismo, ma nemmeno se ne potevano condividere le mire, che essenzialmente tendevano a garantire alla Chiesa la preservazione dei suoi privilegi inducendola a preferire quella fazione che, vincendo, più sontuosamente avesse potuto concedergliele, e non si poteva quindi farvi affidamento. Se per un verso la Santa Sede era infatti un ponte non ufficiale verso i paesi avversari, per altro verso era in grado, attraverso questa interposizione, di filtrare (ed opportunamente condizionare) gli eventuali contatti secondo il suo interesse.

Il 25 luglio[modifica]

Il 25 luglio 1943, quando l'opposizione interna guidata da Dino Grandi (che si coordinava con il Quirinale) stava infine per sconfiggere Mussolini, Ciano vi si unì. Al Gran Consiglio del fascismo, infatti, votò l'ordine del giorno di Grandi (insieme ad altri diciotto gerarchi), approvando perciò l'indicazione contenuta nella mozione, volta a che il re riprendesse in mano l'esercito ed il governo della nazione; in pratica, quello di Ciano fu un voto pesantissimo e dalle conseguenze irreversibili contro il suocero. Va notato che questi avrebbe avuto modo di fermare l'azione di questa fronda, invece, rinunziando in un certo senso ad opporsi, la agevolò sia convocando il Gran Consiglio (che non si riuniva da diversi anni e che non era ritenuto da autorevoli giuristi dell'epoca competente a deliberare sul tema dei rapporti istituzionali tra Governo e Monarchia), sia consentendo di mettere ai voti la mozione.

Si è a lungo congetturato sulle reali motivazioni dell'adesione di Ciano alla proposta di Grandi, tenuto conto che al voto sul famoso ordine del giorno, dovrebbe esser giunto dopo averne discusso col Duce, informatone dallo stesso Grandi con qualche giorno di anticipo (ma anche Mussolini, è stato fatto notare, doveva essere ben al corrente dell'adesione del genero). Probabilmente Ciano condivideva con gli altri due gerarchi la considerazione che il tempo del fascismo fosse venuto ad esaurimento, ma magari ritenendosi ancora candidato alla successione, pensava che in una nuova gattopardesca riformulazione poco sarebbe cambiato e che sarebbe rimasto in auge.

Il voto di Ciano fu, sotto un profilo di pubblica immagine, il colpo più grave inferto al prestigio del capo del regime, cui di fatto pareva che nemmeno il genero desse più fiducia. Le previsioni ottimistiche di Ciano, che si prefigurava rimpasti ed aggiustamenti all'italiana dopo questa sorta di golpe (disse infatti a Bottai di attendersi che ci si sarebbe "aggiustati"), naufragarono insieme alla disillusione di Grandi, che credeva di aver operato per consegnare il comando al generale Caviglia e che invece vide salire al potere il poco gradito Badoglio.

Badoglio avrebbe d'un tratto bruciato tutte le aspettative dei gerarchi, schierando una compagine d'apparato tutta "del re" ed iniziando immediatamente la defascistizzazione dello Stato. Se Bottai ne era quasi contento, Grandi ne era sorpreso (ma più che altro del poco nitido atteggiamento del sovrano); Ciano fu invece quello che si trovò maggiormente spiazzato e, a differenza degli altri due, tardò a mettersi in salvo. Nello sconcerto, acuito poco dopo dall'armistizio di Cassibile, cercò invano di organizzare un esilio protetto per la sua famiglia, ma il Vaticano si rifiutò di nasconderli. Apparentemente i tedeschi sembravano intenzionati ad aiutarli a raggiungere la Spagna, ma invece li arrestarono, e spedirono l'ex ministro a Verona, già in territorio della Repubblica Sociale Italiana, dove restò detenuto.

La fine[modifica]

Ciano fu infatti estradato in Italia, sotto esplicita richiesta del neonato Partito Fascista Repubblicano, il 18 ottobre 1943 per essere incarcerato; anche Edda ed i figli vennero rimpatriati (sempre nel territorio della Repubblica di Salò).

Galeazzo Ciano al processo di Verona

Ad opera di Alessandro Pavolini si allestiva infatti il processo ai "traditori" del 25 luglio, ed il voto al Gran Consiglio fu considerato alto tradimento (sebbene si trattasse giuridicamente di una grossolana forzatura, resa peraltro di improbabile giustificabilità procedurale con l'applicazione di norme penali retroattive) e, dopo un drammatico processo pubblico, noto come il processo di Verona, Ciano venne riconosciuto colpevole insieme a Marinelli, Gottardi, Pareschi ed al vecchio Maresciallo Emilio De Bono (oltre che a molti altri gerarchi contumaci). L'11 gennaio 1944 avvenne la sua esecuzione al poligono di tiro di Verona, insieme agli altri quattro ex-gerarchi. La morte fu affrontata dal genero del Duce con grande fermezza d'animo e dignità. Ciano non venne ucciso immediatamente, fu necessario il colpo di grazia con due proiettili alla testa. Un cineoperatore tedesco realizzò dell'esecuzione un crudo filmato, che scomparso nel nulla durante i primi governi De Gasperi, è stato ritrovato grazie a Renzo De Felice.

Si è molto discusso se questa conclusione significò che Mussolini non volle proteggere il suo congiunto, o semplicemente che non poté. Molti osservatori fanno notare che se Mussolini avesse commutato la condanna a morte di Ciano, lui stesso avrebbe perso ogni residua credibilità (tuttavia fu proprio Alessandro Pavolini ad impedire che al Duce fossero inoltrate le domande di grazia, la notte precedente l'esecuzione). È noto che quando venne informata, Edda, sinceramente innamorata di Ciano, attraversò mezza Italia con mezzi di fortuna per raggiungere il quartier generale della RSI e quindi la prigione, ma tutti i suoi tentativi di soccorso, comprese le intuibili drammatiche suppliche al padre (che pure la teneva per figlia prediletta), furono vani.

Ad ogni modo, dopo l'esecuzione Edda fuggì in Svizzera portando con sé i diari del marito, nascosti sotto la camicetta. Il corrispondente di guerra Paul Ghali del Chicago Daily News apprese del suo segreto internamento in un convento svizzero ed organizzò la pubblicazione dei diari. Essi rivelano la storia segreta del regime fascista dal 1939 al 1943 e sono considerati una fonte storica primaria (i diari sono strettamente politici e contengono poco della vita privata di Ciano).

I diari[modifica]

I diari che Ciano scrisse nel periodo in cui fu Ministro degli Esteri, nella loro minuziosità rappresentano una fonte storica di primaria importanza.

Considerati in genere (a partire dallo studio di Mario Toscano) come vergati con una certa sincerità di fondo, descrivono la fase storica più critica del Novecento italiano, disvelando ragioni e motivi di molti fatti che ebbero capitale importanza. Grazie a questi dati è oggi possibile ricostruire (intanto con massima utilità cronologica) gli avvenimenti del periodo visti dall'interno dell'apparato del regime.

Va detto però che, quasi ovviamente, diversi approfondimenti hanno cercato di indagare la fedeltà storica di quanto narratovi. A partire da una banale confusione di nomi fra Roma e Rommel (il generale tedesco), che conteneva in sé un anacronismo foriero di più di qualche dubbio. La circostanza, precisamente, riguarda il racconto del notissimo telegramma inviato a Mussolini dal generale Rodolfo Graziani dall'Africa, e si legge il nome di Rommel al 12 dicembre del 1940 (peraltro erroneamente indicato al giorno 13), ma il generale non ebbe a che fare con materie italiane (escluse le vicende di Caporetto della prima guerra mondiale) se non con il suo arrivo in Africa nella primavera del 1941 ed il testo si riferiva evidentemente a Roma.

La discrepanza fu scoperta da Andreas Hillgruber e portò David Irving a negare l'attendibilità addirittura dell'intera opera, ma anche a ritenere responsabile dell'errore Renzo De Felice, curatore di un'edizione abbastanza nota ed in posizione quantomeno isolata rispetto alle tendenze storiografiche del tempo.

Si era raccolta l'informazione - rilasciata da parte di persone del suo entourage - che Ciano, dopo la rimozione dal Ministero (febbraio '43), avesse dedicato molto tempo alla riscrittura di alcuni brani e l'ipotesi (che al tempo riscosse numerosi conforti testimoniali) allarmò gli storici, i quali appena possibile effettuarono confronti fra le copie che erano state microfilmate da Allen Dulles dalle agende di Edda; si scoprirono in effetti diverse manipolazioni apportate dallo stesso Ciano, che alla grossa aveva cancellato un certo numero di date, ma proprio la grossolanità delle cancellazioni portò ad escludere che si fosse dedicato ad una riscrittura integrale (che, si desunse, non avrebbe lasciato evidenze).

Anche una lettura contenutistica, del resto, fa escludere che possa aver operato riscritture di comodo: nel '43 era già assai imbarazzante la sua notissima affermazione del 12 ottobre 1940, quando definiva "utile e facile" la guerra alla Grecia che stava per cominciare, ma la frase non fu rimossa (così come altre ugualmente rivelatesi infelici) e questo contrasterebbe almeno col carattere dell'autore, reputato vanitoso da diversi critici. Pare invece alquanto probabile che abbia riscritto le pagine relative al 26, 27 e 28 ottobre 1940.

Una figura controversa[modifica]

La figura di Ciano è tra le più controverse dell'intero regime. Considerato da molti un fatuo enfant gâté, uno snob, un uomo con poco spessore, aperto alla corruzione ed alla crudeltà (il suo comportamento in Albania venne sempre considerato come tale), fu anche visto come un traditore (e morì per questo); secondo altri, invece, sarebbe stato l'unico a combattere seriamente la pericolosa alleanza tra Italia e Germania. Si è detto[senza fonte] che abbia forse mostrato un certo coraggio nel votare contro il suo parente, esponendosi ad un isolamento quasi certo.

Uomo di indubbia intelligenza, che visse le proprie idee a volte coerentemente, a volte in maniera pusillanime, ma seppe avere una certa dignità specialmente dal crollo del regime in poi; gli fu attribuita la capacità di una visione politica più acuta di quella del Duce e di un coraggio personale maggiore di quello del Re. Fu però, indubbiamente, l'uomo più odiato del fascismo fino alla sua morte; il Duce riceveva settimanalmente lettere anonime e non, di protesta sulla sua condotta scellerata di spendaccione e viveur, e sul suo nepotismo senza freni, eppure nei suoi diari egli svicola su tutto ciò quasi fosse una nota a margine, parte di un gioco umano più ampio dove tutto, in vista del fine ultimo, è giustificato.

Galeazzo Ciano fu un ragazzo allevato tra miti più grandi di lui e in posizioni di eccezionale rilevanza non proprio meritate, ma crebbe tutto a un colpo alla fine della sua vita diventando infine, nell'ora più triste, quello che aveva immaginato di essere.

Eredi[modifica]

Galeazzo ed Edda Mussolini ebbero tre figli:

  • Fabrizio Ciano, 3º conte di Cortellazzo e Buccari (Shanghai, 1 ottobre 1931 - San José, Costa Rica, 8 aprile 2008), sposò Beatriz Uzcategui Jahn, senza eredi.
  • Raimonda Ciano (Roma, 12 dicembre 1933 - Roma, 24 maggio 1998), sposata al nobile Alessandro Giunta (1929 -), figlio di Francesco Giunta (Piero, 1887 - 1971) e di sua moglie (m. Roma, 1924) Zenaida del Gallo Marchesa di Roccagiovine (Roma, 1902 - São Paulo, 1988)
  • Marzio Ciano, (Roma, 18 dicembre 1937 - 11 aprile 1974), sposò Gloria Lucchesi e da essa ebbe Pietro Francesco, 4 conte di Cortelazzo e Buccari (18 luglio 1962 -) e Lorenzo (15 marzo 1965 -)
  • Pietro Francesco Ciano da Alessandra Monzini ha avuto due gemelli Carlo e Marzio (Roma, 21 novembre 2009 - ) questi sono gli ultimi eredi di Galeazzo Ciano

Onorificenze[modifica]

Onorificenze italiane[modifica]

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata
  — 1939
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  — 1939
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia
  — 1939
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Besa - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Besa
   
Commendatore con Placca dell'Ordine di Pio IX - nastrino per uniforme ordinaria Commendatore con Placca dell'Ordine di Pio IX
   
Medaglia d'argento al valore militare (2 volte) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al valore militare (2 volte)
   
Medaglia commemorativa delle operazioni militari in Africa orientale - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa delle operazioni militari in Africa orientale
   
Medaglia commemorativa della Marcia su Roma - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa della Marcia su Roma
   

Onorificenze straniere[modifica]

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dell'Aquila Tedesca - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dell'Aquila Tedesca
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme
   

Fonte:wikipedia