DINO GRANDI

Dino Grandi nacque il 4 giugno 1895 a Mordano, in Provincia di Bologna, da una famiglia schiettamente contadina. Il padre amministratore di una grande tenuta, era un ex seminarista divenuto nel tempo anticlericale e liberalmonarchico di stampo risorgimentale; tra le amicizie del padre si annoverava il famoso Andrea Costa, primo socialista ad entrare in Parlamento. Nonostante l'anticlericalismo paterno, Dino Grandi si avvicinò giovanissimo alle strutture ecclesiastiche diventando assiduo frequentatore della parrocchia. Da giovinetto si recò a Ferrara per frequentare il liceo. Quivi conobbe e si entusiasmò degli scritti di D'Annunzio e Marinetti; le sue letture preferite erano Croce e Nietzsche; con la sua educazione religiosa si avvicinò agli ideali del socialismo cristiano di Murri. Finito il liceo nel 1913, indeciso inizialmente tra le facoltà di medicina e di lettere, si risolve alfine per giurisprudenza, a Bologna. Voce principale dell'interventismo rivoluzionario universitario bolognese, il diciannovenne Grandi inizia una intensa attività giornalistica entrando nella redazione del Resto del Carlino, su richiesta di Nello Quilici, amico di Italo Balbo. Il Quilici lo apprezza tanto che lo chiama a Roma come giornalista parlamentare.
Nella capitale è il periodo dei grandi fermenti politici, che affascinano il ventenne Grandi, il quale, rientrato a Ferrara nel 1915, pronuncia un memorabile discorso interventista davanti al monumento di Garibaldi, indossando una camicia rossa garibaldina, e invocando la “guerra di redenzione”. Anche lui come tanti socialisti rivoluzionari, crede che la guerra porterà finalmente alla vera Rivoluzione antiliberale. Conosce per la prima volta Mussolini e come lui parte volontario, lasciando gli studi, arruolandosi nello stesso corpo alpino di Balbo. In guerra dimostra un notevole eroismo e le sue gesta lo portano alla promozione sul campo a capitano ed al conferimento di una medaglia d'argento e due croci di guerra. Dopo la Vittoria si congeda e si trasferisce ad Imola riprendendo gli studi.
Ripresa l'attività politica come socialista rivoluzionario (1918-19), rimane scontento del disfattismo del partito socialista e si risolve di unirsi a Mussolini nella fondazione dei Fasci di Combattimento (1919). Nel frattempo termina i suoi studi con la laurea in legge con una tesi in economia politica, “La Società delle Nazioni e il libero scambio”. Mussolini ne comprende l'abilità organizzativa e lo nomina organizzatore dello squadrismo bolognese. La sua guida porta a questo squadrismo una connotazione agraria marcatamente antisocialista. La sua azione si rivolge soprattutto contro le Camere del Lavoro, accusate di essere la sede della coercizione forzata dei lavoratori: alla violenza socialista perpetrata contro i contadini e gli agrari, Grandi risponde con l'organizzazione degli assalti di difesa dello squadrismo; col “santo manganello” riesce a ristabilire ordine e disciplina nelle campagne bolognesi, così come Balbo riuscì a fare nel ferrarese; diventato un eroe del mondo agrario locale viene eletto Deputato nel maggio del '21; tuttavia non avendo ancora l'età richiesta per l'elezione (30 anni; lui ne ha ancora soltanto 26!), viene sostituito da un collega più vecchio. Continua pertanto ad essere la guida delle organizzazioni sindacali contadine Fasciste con prospettive rivoluzionarie antiborghesi. Accolse freddamente il patto di pacificazione voluto da Mussolini con le forze avverse e depose suo malgrado il "santo di legno": a Mussolini disse: “Con il patto i rossi rialzano la cresta!”. Il giovane Grandi espresse questo suo pensiero in un articolo dell'Assalto il 6 agosto 1921, contestando la nuova linea morbida e ribadendo che l'orda rossa doveva essere piegata ad ogni costo. Mussolini gli risponde tre giorni dopo sul Popolo d'Italia esigendo un chiarimento ed affermando che la Rivoluzione necessitava di un momento di tranquillità che preludesse alla vittoria finale, mettendo in conto anche una eventuale scissione dall'ala oltranzista di Grandi e perfino le dimissioni dal Movimento dei Fasci. Il 16 agosto del 1921 Grandi riunisce l'ala oltranzista a Bologna, che decide all'unanimità di chiedere a Mussolini la rescissione del patto; Mussolini risponde con le dimissioni dalla commissione esecutiva dei Fasci. Di fronte a tale inaspettata crisi Grandi e Balbo si rivolgono a D'Annunzio sperando in un suo intervento pacificatore. Al congresso Fascista di Roma del novembre '21 si paventa una scissione, ma Grandi nel suo discorso si dimostra disponibile al compromesso e propone a Mussolini alcuni punti di accordo, ribadendo però la sua contrarietà al patto di pacificazione. Mussolini risponde accettando le condizioni di Grandi: con la fine del congresso, che si temeva sancisse una scissione, il Fascismo si ritrova unito più che mai e trasformato a grande maggioranza da movimento a Partito, con alla guida, lui, Benito Mussolini, il futuro Duce. Dentro il nuovo partito Grandi emerge subito come inaspettato moderatore dei rivoluzionari romagnoli.
Alla vigilia della Rivoluzione del '22, insieme a De Vecchi e Federzoni si reca a Roma per organizzare le squadre e viene nominato da Mussolini Capo di Stato Maggiore dei Quadrumviri. In tale veste è tra gli organizzatori della trionfale Marcia su Roma. Contrario come Bianchi a una coalizione con i popolari, propone in un articolo sul Popolo d'Italia del 12 Gennaio 1923 una soluzione "tecnica" con un gabinetto "apartitico", soluzione però non accettata da gran parte del Partito. Rifiuta perciò di diventare Ministro del nuovo governo. Eletto Deputato del PNF nel 1924, Grandi diventa subito Vicepresidente della Camera, ad appena 29 anni; nello stesso anno si sposa con l'ereditiera Antonietta Brizzi, sua conterranea, che gli porta una cospicua dote. Questa donna, colta e bellissima, sarà un'eccellente moglie, che accompagnerà Grandi nella sua futura attività diplomatica. Con la vicenda del delitto Matteotti del giugno '24, Grandi è tra gli artefici dell'opera di rassicurazione dell'opinione pubblica e degli ambienti moderati. Nel nuovo governo, il Duce gli affida la carica di Sottosegretario agli Interni, e, nel maggio del '25, di Sottosegretario agli Esteri, carica che terrà per quattro anni, in cui tra l'altro, imparerà perfettamente la lingua inglese ed entrerà in contatto col mondo britannico.
Il 12 settembre del 1929 Grandi diventa Ministro degli Esteri in una fase molto delicata, e ancor più delicata quando in ottobre il mondo entra in crisi dopo il ben noto crollo di Wall Street. E' il momento in cui occorre rilanciare l'iniziativa italiana e soprattutto il Fascismo, che ora, con l'America in crisi, l'Inghilterra isolazionista, la Russia nel terrore comunista e la Germania sull'orlo del baratro, è il sistema economico e politico che tutti guardano come modello. Nella sua veste di Ministro degli Esteri, Grandi denota la sua eccezionale abilità diplomatica e contribuisce all'ottima immagine dell'Italia Fascista nel mondo di quegli anni. I rapporti che imposta Grandi con i vari Stati sono ottimi. Riesce addirittura ad imbastire buoni rapporti commerciali nientemeno che con i sovietici. L'obiettivo di Grandi è di puntare al mantenimento e al consolidamento di una pace in Europa, ed è molto realista. Disse una volta, profetico: “una guerra oggi fra le Nazioni d'Europa altro non si risolverebbe se non in una immane catastrofica guerra civile, in un vero e proprio tramonto e suicidio del nostro vecchio e glorioso continente”. Inoltre è realista sull'Italia bellica e sull'Italia politica: “Il Paese è ricco di uomini, ma è povero di risorse, e non può ancora permettersi il lusso di competere con le grandi potenze sulla preparazione bellica”. E ancora: “Bisogna impegnarsi coraggiosamente in una politica di pace, volta al disarmo e alla collaborazione internazionale. L'Italia può conquistare un suo ruolo specifico e decisivo nel contesto europeo e porre così le condizioni per far valere le proprie storiche rivendicazioni (...) fino a condizionare la politica estera non soltanto in Africa o sul Mar Rosso, ma anche su un più vasto terreno internazionale, in Europa e nei rapporti intercorrenti con la Francia e l'Inghilterra. Non dobbiamo parificarci adesso nei loro confronti come grande potenza, nè possiamo imporlo, ma creare le condizioni per arrivare a confrontarci: questo lo possiamo fare. Il problema sarà quello di creare un ruolo stabile nel contesto internazionale, dobbiamo darci delle direttive di fondo e ispirarci all'azione. Una potrebbe essere quella di fare dell'Italia l'arbitro della situazione europea, l'ago della bilancia”. Mai nessun Ministro degli Esteri fu così lungimirante; il 2 ottobre 1930 disse: “La Nazione italiana non è ancora abbastanza potente, politicamente, militarmente ed economicamente, da potersi considerare come una nazione protagonista della vita europea. Ma la Nazione italiana è già tuttavia abbastanza forte per costituire col suo apporto politico e militare il peso determinante alla vittoria dell'uno o dell'altro dei protagonisti del dramma europeo, che prima o dopo esploderà. Posizione quindi di forza e di prestigio, posizione aperta a tutte le possibilità nel futuro a condizione beninteso che l'Italia rimanga libera di scegliere il proprio posto in caso di conflitto a seconda di quelli che essa giudicherà al momento opportuno essere esclusivamente i suoi vitali interessi nazionali”. Durante una riunione della Società delle Nazioni, il 31 agosto del 1930, già aveva scritto un appunto ancor più determinato al Duce, citando Machiavelli: “Il tempo lavora per noi. Noi saremo arbitri della guerra. Ma dobbiamo prendere più alta quota possibile nella politica continentale europea. Fare della diplomazia e dell'intrigo, applicare Machiavelli un po' più di quello che non abbiamo fatto finora. Il Trattato di Locarno è un pezzo di carta inventato dalla democrazia, può diventare nelle nostre mani la biscia che morde il ciarlatano. Con tutti e contro tutti...". Grandi ripeterà le stesse cose nell'ottobre del 1931 al Gran Consiglio. Eppure molti lo accuseranno di pacifismo e disarmismo. Nella sua azione, Grandi cerca di mettere in difficoltà la Francia, che da tempo è arrogante e si crede egemone in Europa; "Se riusciamo a far questo sarà la stessa Francia a cercare accordi con noi". Ed è per questo che Grandi insiste sulla rivalutazione della Società delle Nazioni; lui mira a farla diventare una comunità di eguali che si misurano unicamente sul prestigio e sulla forza politica. Operando così, Grandi spiazzò tutti gli antifascisti che accusavano il Fascismo, aprioristicamente e in malafede, di essere bellicista. Inoltre questa politica di Grandi rafforzò le già buone relazioni con la Gran Bretagna. Non solo, ma dagli stessi Stati Uniti, quando Grandi nel novembre del '31 volò a incontrare il presidente Hoover, ricevette molti apprezzamenti e la politica del Fascismo in Europa e nel mondo iniziò ad avere un credito universale. Sebbene Grandi operi diplomaticamente con queste idee costruttive, la Francia non demorde, e anche se lo stesso Grandi ha smascherato a Londra la scarsa volontà della Francia al disarmo, ottiene solo una moratoria nella costruzione di nuove armi per un anno; ma il fastidio e le ostilità di fondo rimangono. La Francia rimane ostile all'Italia a prescindere da tutto, poiché troppo la infastidisce avere un vicino potente.
Intanto si affaccia sulla scena la Germania di Hitler, assurto al potere nel '33, con le sue richieste di annullamento delle riparazioni di guerra e di riscossa dalle umiliazioni subite a Versaglia. Di fronte a un riarmo improvviso di Francia e Germania, sfuma così il sogno di disarmo di Grandi. Quando Mussolini inizia a guardare con interesse alla Germania, lo fa, di concerto con Grandi, con lo scopo di rendere l'Italia il famoso ago della bilancia. A questo punto Grandi, dimessosi da Ministro degli Esteri, viene inviato come Ambasciatore a Londra, dove resterà per sette anni, mantenendo ottimi rapporti con gli inglesi, alternandosi fra mondanità e politica. Sette anni eccellenti in quanto a diplomazia, nonostante l'impresa dell'Italia in Etiopia, malvista e boicottata dai britannici, nonostante le inique Sanzioni e la guerra civile spagnola. Grandi fa il possibile perché Albione ragioni e “non faccia il vile gioco della Francia”, ma l'attrito cresce di anno in anno. Questo immenso sforzo diplomatico gli viene riconosciuto dal Duce e dal Re, che lo crea nel 1939 Conte di Mordano. Con la Firma del Patto d'Acciaio, che Grandi definì assurdo, inizia un grave attrito con Mussolini e Ciano. Grandi continua una diplomazia ormai sterile con Gran Bretagna, Russia e Francia. Essendo ormai rotti i rapporti con la Gran Bretagna, Grandi viene nel Luglio del 1939 richiamato dal Re in Italia e viene nominato Ministro della Giustizia, Guardasigilli e Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni (la quarta carica del Regno).
In settembre scoppia la guerra in Polonia: Grandi affronta Mussolini e lo consiglia di denunciare il Patto d'Acciaio e di riprendere contatti con la Gran Bretagna. Egli teme che l'Italia, intervenendo a fianco della Germania, cadrà nel baratro. Grandi è soddisfatto quando Mussolini si risolve per la non belligeranza. Tuttavia non riesce ad evitare la dichiarazione di guerra del 1940. Per evitare comunque che nasca subito una divisione politica, il Presidente Grandi pronuncia alla Camera un discorso dai toni aggressivi e bellofili. All'apertura del fronte greco, Grandi decide di partire volontario (caso unico per un Presidente della Camera) e tocca con mano la totale impreparazione militare non solo di mezzi ed è costretto a vedere nei comandi tanta superficialità e tante accuse reciproche. Intelligente com'è, Grandi forse è l'unico a rendersi conto pienamente della gravità della situazione. Dirà in seguito nelle sue lunghe memorie suddivise in due libri (“25 luglio, quarant'anni dopo” e “Il mio Paese”): “i fatti erano quelli e piuttosto chiari”, ammettendo di aver meditato ed abbozzato già allora il famoso ordine del giorno del 25 luglio 1943. I tedeschi chiamati in aiuto salvarono momentaneamente la situazione in Grecia, ma quando Grandi rientrò a Roma nell'aprile del 1941 era totalmente scoraggiato e scrisse all’incirca: “ne ho viste tante in sei mesi: la nostra totale impreparazione, l'arroganza tedesca; vidi liquidare Badoglio come capro espiatorio da un impreparato come Farinacci, che pur avendo tante responsabilità, non era certo l'unico colpevole”. Grandi decide di esprimere tali e tante perplessità al Duce stesso, che però non gli presta ascolto, e al Re, che gli confida semplicemente di non sapere che fare.
Dopo un mese c'è l'invasione tedesca alla Russia e Grandi decide di dedicarsi al suo compito di Ministro della Giustizia: in tale veste, avvalendosi della collaborazione dei maggiori esperti di diritto procede alla riforma dei codici di Procedura Civile, del Codice di Navigazione e del Codice Civile, ultimato brillantemente nel 1942; contrario alle leggi razziali sin dal ‘38, ottiene che non siano inserite nel Codice Civile, ma restino nella legislazione transitoria ordinaria. Viene insignito nel marzo del 1943 del Collare della SS. Annunziata. Precipitando gli eventi, si risolve all'azione: ormai deluso da un Mussolini, a suo giudizio ormai privo di volontà e succubo di Hitler, redige l'ordine del giorno che determina la caduta del Regime nel luglio del 1943; nel caos generale che ne segue si rifugia all'estero (Portogallo, Brasile, Spagna), presso i numerosi Ambasciatori che aveva conosciuto nella sua lunga attività diplomatica, rifiutando di partecipare a qualunque governo. Condannato a morte in contumacia prima dal tribunale di Verona del 1944 e in seguito dai tribunali partigiani gappisti, torna in Italia dopo l'amnistia nel 1946.
Nei quarant'anni che seguirono si dedicò privatamente al giornalismo e alla scrittura di libri di memorie, difendendo il suo operato dagli attacchi da un lato dei rossi, dall'altro dei reduci Repubblichini, proclamando di aver agito sempre secondo coscienza per il bene dell'Italia. Gli fu anche proposto di ricandidarsi alla Camera, ma rifiutò costantemente.
Morì a Bologna il 21 maggio 1988 vicino alla ragguardevole età di 93 anni.

 

Fonte: ilduce.net