BENITO MUSSOLINI : 1914/APRILE 1919

La crisi europea sta peggiorando di giorno in giorno. Mussolini si confida con un suo collega giornalista:

 

Non creiamoci illusioni ... La guerra europea è inevitabile ... L'Internazionale socialista verrà rotta ... Vorrei che il Partito socialista non si chiudesse in un'opposizione aprioristica al governo ... Il partito non dovrebbe negare il suo consenso ad un eventuale intervento a favore della Francia se questa fosse trascinata nel conflitto ... Il nostro scopo ultimo è la rivoluzione sociale e se ci batteremo con coraggio sarà più facile per noi, dopo la guerra, prendere in mano le leve del potere. ( Cfr. PAOLO MONELLLI, Mussolini piccolo borghese, Milano 1959, p. 94.

 

I primi d'agosto l’esplosione europea è una realtà.

Il 26 luglio Mussolini è tornato a Milano e sull l' «Avanti!» esclama la sua necessità di neutralità assoluta: intitola su tutta la pagina: «Abbasso la guerra!». La linea è quella di interrompere la catena che stringe l’Italia agli Imperi Centrali, nella Triplice Alleanza. Nel governo Salandra non c’è un univoco indirizzo ma bensì una difficile azione diplomatica di non facile comprensione, mentre negli ambienti nazionalisti c’è una voglia di affiancarsi all'Austria e alla Germania. Alfredo Rocco scriverà su «Il Dovere nazionale».

Contro la Triplice Intesa e per la Duplice austro-germanica si sono sentiti attratti coloro che ammirano l'energia indomabile della razza germanica, i suoi ordinamenti sociali e militari, e la meravigliosa cultura tedesca ... Una certa propensione verso gli Imperi centrali, specialmente verso la Germania, si è manifestata in coloro che temono il malefico influsso dei vizi francesi sulla vita politica e sociale degli italiani e preferirebbero che la nostra vita si modellasse su quella ben più sana e vigorosa della Germania.

 

 

 

 

Fanteria francese mentre si apprestano a combattere il nemico in avanzata sulla Marna.
Fanteria francese mentre si apprestano a combattere il nemico in avanzata sulla Marna.

Il Partito socialista è per la neutralità assoluta dell'Italia e Mussolini la sostiene sull'«Avanti!». Intanto scoppia la battaglia della Marna e nel paese si avverte già la tensione. In Piazza del Duomo a Milano il 16 settembre si bruciano le bandiere austriache mentre i futuristi con a capo Marinetti gridano «Abbasso l'Austria!» in un teatro.

Il governo Salandra più passa il tempo e più sembra di propendereper l'intervento.

La corrente nazionalista và dalla parte dell’Intesa. E, contro l'Austria, si può organizzare una unione tra il nazionalismo e le correnti democratiche, repubblicane e riformiste, che sostengono dall’inizio che l'Italia deve lottare con le grandi democrazie dell'Occidente. Il 3 dicembre 1914, alla Camera Salandra afferma: «La nostra neutralità non dovrà restare inerte e molle, ma attiva e vigilante, non impotente ma fortemente armata e pronta ad ogni eventualità».

 

Mussolini lancia sull'«Avanti!» una interrogazione : «Volete la pace o la guerra?» ed egli risponde per primo: «Quelli che vi spingono alla guerra vi tradiscono».

Ci sono però alcuni segni di incoerenza da parte di Mussolini come quando Angelica Balabanoff lo sorprende quando dialoga Filippo Naldi, uno dei personaggi più equivoci della vita politica e giornalistica. Ed ancora: un omaggio a Gustavo Hervé, l’antimilitarista francese partito poi volontario per il fronte; un elogio di Marinetti, il futurista focoso. Poi sull' «Avanti!» del 10 settembre scrive: «Solo i pazzi e i morti non cambiano idea. Se domani si determinerà l'avvenimento nuovo, noi decideremo».

 

Filippo Naldi
Filippo Naldi

Ma la sorpresa arriva il 18 ottobre sull'«Avanti!» quando Mussolini scrive un articolo incredibile: Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante. E la conclusione dell’articolo è chiarissimo:

La realtà si muove e con ritmo accelerato. Abbiamo avuto il singolarissimo privilegio di vivere nell'ora più tragica della storia del mondo. Vogliamo essere - come uomini e come socialisti - gli spettatori inerti di questo dramma grandioso? O non vogliamo esserne - in qualche modo o in qualche senso - i protagonisti? Socialisti d'Italia badate! talvolta è accaduto che la lettera uccidesse lo spirito. Non salviamo la lettera del Partito se ciò significa uccidere lo spirito del Socialismo!

E’ qui che inizia l'interventismo di Mussolini e sarà una via senza ritorno.

Il 20 ottobre si trova a Bologna alla riunione della direzione del Partito e il 21 sarà costretto a dimettersi dall' «Avanti!». La povertà ritorna eppure il 14 novembre è in grado di fondare il giornale, «Il Popolo d'Italia», con sottotitolo : quotidiano socialista, suscitando lo sdegno tra i militanti socialisti.

 

Tali accadimenti provocano un procedimento di espulsione di Mussolini dal partito che si discute nella sezione socialista di Milano. Gli viene gridato «Giuda» e «venduto». Mussolini tra i rumori del tumulto riesce a dire: «Non crediate che strappandomi la tessera, mi interdirete la fede socialista e m'impedirete di lavorare ancora per la causa socialista e della rivoluzione».

 

Ma cosa era successo a Mussolini? Principalmente , Filippo Naldi garantì a Mussolini le prime sovvenzioni, la carta del giornale, e i contratti con le Messaggerie italiane, per la rivendita, con l'Agenzia Haasestein & Vogler per la pubblicità, e gli garanti la collaborazione con altri servizi d'informazioni collegati col «Resto del Carlino». Nel 1915 l'Associazione lombarda dei giornalisti lo assolve dall'accusa di venalità. Però numerose testimonianze - come quella di Gaetano Salvemini – affermano che una insistono sull'esistenza di un finanziamento arrivata dal governo francese, tramite Julien Luchaire.

Però c’è da dire che Mussolini era direttore dell'«Avanti!», era una figura di primo piano nel partito dopo aver affrontato dure battaglie, per cui non è stato il denaro a farlo cambiare. Piuttosto fu il suo carattere, il suo ambizioso primeggiare e scontrarsi con tutto e tutti compresa la sua veemenza nel parlare a farlo allontanare dal neutralismo. E poi nell'interventismo «rivoluzionario» mancava un condottiere.

Il 5 ottobre alcuni sindacalisti rivoluzionari, De Ambris, Corridoni, Cesare Rossi, lanciarono un appello in nome di «Fascio rivoluzionario di azione interventista» ed è lì che Mussolini trova il suo posto, indirizzato dalle sue idee rivoluzionarie violente, fomentato dalle letture di Sorel e di Blanqui. Così, mentre la guerra si accende sui fronti con le sue tragedie, Mussolini pubblica sul «Popolo d'Italia», in un articolo intitolato Audacia, che così recita:

In un'epoca di liquidazione generale come la presente la propaganda antiguerresca e la propaganda della vigliaccheria la facciano i preti ... i gesuiti ... i borghesi... i monarchici ...

Il compito dei socialisti rivoluzionari non potrebbe essere quello di svegliare le coscienze addormentate delle moltitudini e di gettare palate di calce viva nella faccia ai morti - e sono tanti in Italia - che si ostinano nell'illusione di vivere?

 

E conclude con un proclama:

 

È a voi giovani d'Italia ... è a voi che io lancio il mio grido augurale ... il grido è una parola che non avrei mai pronunciato in tempi normali, e che innalzo invece forte, a voce spiegata, oggi...: una parola paurosa e fascinatrice: guerra.

 

 

 

 

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L'ARTICOLO DI BENITO MUSSOLINI: AUDACIA
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Dall'autunno 1914 i volontari garibaldini combatterono nelle Argonne e gran parte della stampa, dal «Corriere della Sera» al «Messaggero» al «Secolo» di Milano, comincia a sostenere l'intervento.

 

Alcuni gruppi industriali e finanziari, in particolare del settore siderurgico e di quello zuccheriero, finanziano la campagna interventista con in prima linea l'Ansaldo e l'Ilva. Gli interessi finanziari con il Banco di Roma, la Banca di Sconto, vanno nella stessa direzione. Ma anche la prospettiva di consolidare con una politica di forza il predominio traballante dei vecchi ceti e ragioni di politica interna sono le basi della decisione del governo Salandra di avvicinarsi alla guerra, sommata all’esaltazione nazionale per la patria e all’odio antiaustriaco.

Il 14 febbraio Mussolini scrive: Il conflitto «è la prima guerra dell'Italia ... non una guerra di rapina e conquista ma per il diritto e la giustizia». Il suo giornale tira ormai centomila copie, si impegna nella campagna organizzando riunioni di propaganda. Il 13 dicembre 1914 è andato a parlare agli allievi di una scuola per dire loro:

I neutrali non hanno mai dominato gli avvenimenti. Li hanno sempre subiti. È il sangue che dà movimento alla ruota suonante della storia.

 

Il 19 gennaio 1915, gl'interventisti rivoluzionari si riuniscono a Milano, il 25 istituiscono i nuovi Fasci che raggruppano ora cinquemila aderenti. Mussolini chiude un suo discorso in questi termini: «L'inevitabile sarà compiuto. Le forze vecchie della vita politica e sociale d'Italia andranno in frantumi».

 

La corrente interventista si esprime in modo turbolento, è una minoranza e lo stesso Salandra lo riconoscerà. «La guerra - egli scriverà - fu concepita e voluta da un' attiva ma pur sempre esigua minoranza che il governo avrebbe potuto molto facilmente contenere.»

 

 

Giovanni Giolitti
Giovanni Giolitti

Nell’opposta fazione ci sono i contadini, i cattolici sostenuti dal neutralismo della Santa Sede e c'è il movimento operaio socialista, una smisurata maggioranza che ha il suo capo in Giolitti. Il suo pensiero sulla guerra fu che per intervenire ci fosse bisogno di un ampio consenso popolare che non esisteva, temeva inoltre l'impreparazione militare e il caos economico. Giolitti pensava di non spegnere la rivoluzione con la guerra, ma temeva che la guerra avrebbe portato alla rivoluzione.

 

In febbraio si verificano i primi scontri tra socialisti e interventisti a Milano e a Reggio Emilia dove vengono uccisi due dimostranti. Giolitti fu sommerso di insulti e accusato di essere un servo della Germania per il suo appoggio alla neutralità. Il Parlamento alla fine di marzo provvede a vietare manifestazioni pubbliche. Il ministro degli Esteri Sonnino ha avviato trattative con le potenze dell'Intesa e il 26 aprile firma con la Francia, l'Inghilterra e la Russia il patto segreto di Londra (saranno i bolscevichi nel 1917 a renderne pubbliche le clausole) che accorda, all'Italia, per l'intervento contro l'Austria, la frontiera del Brennero, Trieste, l'Istria, parte della Dalmazia e delle isole, oltre alla promessa di un «legittimo compenso coloniale».

Ma la contropartita è pesante: l'Italia si impegna ad entrare in guerra prima di un mese, dunque prima del 26 maggio e tutto ciò è stato deciso da  Sonnino, Salandra e il re.

 

 

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TESTO INTEGRALE DEL PATTO DI LONDRA DEL 1915
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Il testo non lo conosce neppure Cadorna, capo di Stato Maggiore e Giolitti nega di esserne stato messo al corrente.

I neutralisti vengono posti di fronte ad una Il fatto decisivo è che con la procedura seguita dal governo il neutralismo è posto dinanzi ad una scelta difficilissima: la guerra o una crisi, dal momento che il re è personalmente impegnato a onorare il patto di Londra. Vittorio Emanuele III ha telegrafato il suo consenso al re d'Inghilterra, al Presidente della Repubblica francese e allo Zar. Il governo deve obbligatoriamente formulare una dichiarazione di guerra.

Mussolini il giorno dopo è a Roma, a parlare in Piazza della Fontana di Trevi durante una manifestazione organizzata dal Fascio interventista. Quando ha finito di agitare la moltitudine alcuni poliziotti in borghese lo arrestano.

 

 

L'arresto di Mussolini dopo il comizio in Piazza di Fontana di Trevi dell' 11 aprile 1915
L'arresto di Mussolini dopo il comizio in Piazza di Fontana di Trevi dell' 11 aprile 1915

Mussolini il giorno dopo è a Roma, a parlare in Piazza della Fontana di Trevi durante una manifestazione organizzata dal Fascio interventista. Quando ha finito di agitare la moltitudine alcuni poliziotti in borghese lo arrestano.

Il tre maggio, quando il governo italiano denuncia la Triplice, le manifestazioni si succedono, sullo scoglio di Quarto c’è anche d'Annunzio, venuto dalla Francia, per tenere commemorare la spedizione dei Mille insieme alla famiglia di Garibaldi e a vecchie Camicie rosse. Il poeta legge il discorso dinanzi ad una folla acclamante piena di studenti.( Vedi sotto)

«Beati i giovani che sono affamati e assetati di gloria perché saranno saziati», dice il poeta. La folla grida: «Abbasso l'Austria.».

Alla cerimonia di Quarto il re e i ministri erano assenti. La situazione politica si è aggravata. «La Stampa» aveva scritto che l’Austria aveva riconosciuto grosse garanzie territoriali all'Italia, perché aggredirla? Gli interventisti non sono più di una sessantina, il paese reale né quello legale volevano perciò la guerra. Soltanto le strade erano in balia degli interventisti.

 

 

La manifestazione di Quarto del 5 maggio 1915
La manifestazione di Quarto del 5 maggio 1915

A Roma il 12 maggio, una fiaccolata accompagna D'Annunzio fino alla sua residenza, a due passi dal palazzo della regina madre, Margherita di Savoia, appassionata interventista ora e convinta filofascista poi. Dal balcone dell'albergo, D'Annunzio esclama:

Che la forza e lo sdegno di Roma rovescino alfine i banchi dei barattieri e dei falsari ... L'Italia si arma, e non per la parata burlesca ma per il combattimento severo ...

D'Annunzio lancia alla folla un guanto bianco. Il 13 maggio, si dice che Salandra abbia dato le dimissioni. D'Annunzio dice: «Ascoltatemi, intendetemi, oggi il tradimento è manifesto, si tenta di strangolare la Patria con un capestro prussiano».

La stampa si scatena. Mussolini scrive: «Dobbiamo dunque credere che poche decine di medagliettati tedeschi d'Italia siano capaci di fermare con una miserabile mossa di corridoio il corso dei nostri destini?». Comincia a nascere l'antiparlamentarismo germoglia; D'Annunzio incita: «Spazzate, dunque, spazzate tutte le lordure, ricacciate tutte le putredini nella cloaca!».

Incominciano gli incidenti: il 13 maggio, Mussolini e Corridoni aizzano la folla in piazza del Duomo, i neutralisti gettano sassi, la forza pubblica risponde col fuoco, un operaio è ucciso e diciotto sono feriti. A Bologna due manifestazioni degli opposti schieramenti, a Firenze sul muro degli Uffizi compare una grande scritta: «Abbasso la guerra!».

La guerra sta arrivando. Il 13 maggio, Mussolini è minaccioso: «Vogliamo la guerra, e se voi Sire, che in base all' articolo 5 dello Statuto potete inviare l'esercito alla frontiera, vi rifiutate, perderete la corona».

 

 

La notizia delle dimissioni di Salandra scatena, appena confermata, la violenza degli interventisti, che assaltano, a Torino e a Napoli, giornali neutralisti, e a Roma innalzano barricate e si raggruppano minacciosi in Piazza Montecitorio, riuscendo a penetrare nel palazzo. Nei corridoi di Montecitorio, alcuni deputati sono malmenati e sputacchiati. La sera D'Annunzio, dal suo palco al teatro Costanzi, dice:

Noi siamo qui adunati per giudicare un delitto di alto tradimento e per denunziare al disprezzo e alla vendetta dei buoni cittadini il colpevole ... Il capo dei malfattori, la cui anima non è se non una gelida menzogna articolata di pieghevoli astuzie ... tradisce il re, tradisce la patria ... Un ministero formato dal signor Bülow sembra non avere l'approvazione del re d'Italia ma i grassi e i magri domestici del signor Bülow non si rassegneranno. Se anche il sangue corre sia benedetto come quello versato nella trincea ...

Questa denigrazione, accuse di tradimento e un antiparlamentarismo acclamato, saranno tutti ereditati dal fascismo. «Il Messaggero» scrive: «La deliberazione reale non può tardare ... o il futuro governo interpreterà fedelmente la coscienza nazionale dichiarando guerra all'Austria oppure il popolo italiano dichiarerà la guerra a coloro che tradiscono la sua fede più pura: guerra o rivoluzione! ».

Vittorio Emanuele III dice a un senatore: «Debbo fare la guerra sennò scoppia la rivoluzione». La sera del 16, convoca Salandra per respingere le sue dimissioni: gli interventisti hanno avuto ragione. Mussolini esulta e, il 17, riferendosi agli incidenti di Montecitorio, scrive: «La irruzione dei cittadini romani nei sacri recinti della Camera è un segno dei tempi. Si deve al puro caso se oggi Montecitorio non è un mucchio di macerie nere ... ».

 

 

Il Parlamento si deve riunire il 20 maggio: i deputati neutralisti per evitare di essere aggrediti passano la notte in un albergo di fronte alla Camera. Dopo aperta la seduta, il più anziano Boselli proclama, con le lacrime agli occhi: «Oh Esercito, oh Marina, voi portate ancora sulle vostre bandiere le insegne di San Marco e di S. Giorgio, che santificano la vostra impresa! ». La dichiarazione di guerra è sancita con 407 voti contro 74!

Tumulti, tensioni e ricatti hanno rovesciato il predominio tra neutralisti e interventisti in una decina giorni.

Mussolini esclama: «Baionette italiane, al vostro acciaio è affidata, col destino d'Italia, quello dei popoli di Europa».

Un ultima manifestazione si accende dagli operai di Torino il 17 maggio, ma non ha un seguito nelle altre città, dopodiché il 24 maggio, l'Italia entra in guerra contro l'Austria.

Il 2 giugno Salandra proclama santa la guerra italiana, i soldati avanzano e in luglio passano l'Isonzo e penetrano nel Trentino.

Si arruolano gli interventisti come Marinetti, in una compagnia ciclisti, D'Annunzio nell’'Aviazione, dove diverrà colonnello ed anche i sindacalisti rivoluzionari si arruolano come Corridoni e Bissolati.

 

 

Mussolini bersagliere
Mussolini bersagliere

Il 31 agosto Mussolini è richiamato al 2° Bersaglieri e dal 2 settembre sarà al fronte come soldato semplice. Gli ufficiali hanno voglia di conoscerlo, lo invitano alla loro mensa. Attraversando l'Isonzo, Mussolini segna sul suo diario di guerra: «L'Isonzo ... (Strano!). Mi sono chinato sull' acqua fredda e ne ho bevuto un sorso con devozione. Fiume sacro!».

Mussolini si distingue in guerra non accontentandosi di restare nelle retrovie e spesso si trova continuamente sotto il fuoco nemico eseguendo la sua specializzazione di trovare le bombe nemiche .

Il teatro di guerra è un fronte lungo 600 chilometri per la maggior parte montagnose che vanno dalle cime del Trentino al Carso pietroso, dove gli austriaci si trovano sulle cime sulla riva sinistra dell'Isonzo con le loro micidiali mitragliatrici. Le trentacinque divisioni italiane si trovano in netta difficoltà, non solo a causa del terreno ma soprattutto per l’equipaggiamento, vecchio e inadatto .

La tattica italiana è l’attacco frontale a ondate d'assalto ma è una tragedia e nei primi mesi di guerra il bilancio è già di sessantaseimila morti e centonovantamila feriti. La tattica italiana è molto criticata anche da Mussolini:

Per tutto il 1915 il soldato italiano ha fatto la guerra in condizioni di assoluta inferiorità. Battaglioni su battaglioni sono andati qualche volta all'assalto, aprendosi il varco nei reticolati, con le vanghette coi fucili e con le mani. Reggimenti su reggimenti sono stati per mesi e mesi aggrappati a costoni di montagne, dove il macigno rotolato dall'alto bastava agli austriaci per la loro difesa.

 

 

Mussolini denuncia sul suo giornale i «sabotatori» e traditori riferendosi al partito socialista che aveva partecipato dal 5 all'8 settembre 1915 a Zimmerwald alla conferenza socialista internazionale a cui aveva partecipato anche Lenin.

E’ promosso caporale per il suo coraggio con la seguente motivazione: «Primo sempre in ogni impresa di lavoro e d'ardimento». Nel dicembre del 1915, si ammala di febbre tifoidea, è ricoverato all' ospedale di Cividale, poi approfitta della licenza di convalescenza per celebrare il matrimonio civile con Rachele. Nasce il primo maschio che chiama Vittorio, «come buon auspicio per la fortuna delle nostre armi».

Attacca di nuovo i neutralisti e il papa, scrive: «Da qualche tempo, sui praticelli fioriti dell'Arcadia panciafichista, brucano insieme le pecore mansuete dell' ovile cattolico e i caproni della congrega social-uffìciale. Benedetto XV ci propina le sue encicliche, i suoi discorsi, i suoi lamenti».

Nel frattempo aumentano le perdite in guerra: dal maggio 1915 all'ottobre 1917, in media muoiono undicimila uomini e ventisettemila feriti. Nel 1916, in tre mesi le perdite italiane in soldati caduti sono quattro volte quelle austriache e in feriti due volte. Il 12 maggio per poco non succede una catastrofe: il maresciallo Conrad von Hötzendorff lancia la Strafexpedition sull'altipiano di Asiago con l’intento di aggirare il fronte italiano ma l'offensiva dei russi in Galizia e la resistenza francese a Verdun bloccano l’avanzata austriaca. Comunque gli italiani hanno perduto 150.000 uomini, un anticipazione alla disfatta di Caporetto.

 

 

Prigionieri austriaci
Prigionieri austriaci

A causa delle sconfitte cade il governo Salandra sostituito da un governo d'unione patriottica presieduto da Boselli, ne fanno parte anche riformisti come Bonomi e Bissolati. Con la guerra aumenta la produzione industriale si inizia una produzione aeronautica ma l’impegno finanziario aumenta così come anche i sacrifici. Il dissenso alla guerra cresce dopo che, liberata Gorizia nell'agosto del 1916 le truppe del generale Capello sono vittime di una controffensiva.

 

Mussolini convalescente all'ospedale militare nel 1917
Mussolini convalescente all'ospedale militare nel 1917

Nel 1917 Mussolini si ferisce con quaranta schegge mentre fa istruzione attorno a un cannoncino lanciabombe mentre esplode. Viene portato in barella a Doberdò poi all'ospedale di Ronchi. Ad agosto esce dall'ospedale con le grucce, per questo viene chiamato «il bersagliere invalido», viene riformato, riprende il suo posto alla direzione del «Popolo d'Italia» con a fianco Margherita Sarfatti. La situazione è difficile con manifestazioni contro la guerra, il primo agosto Papa Benedetto XV ribadisce il suo pensiero sull’«inutilità della strage» e si riaffaccia Giolitti con un discorso a Cuneo che provoca un certo clamore.

Dopo alcuni successi durante 11 offensive ma a prezzo di numerosi morti sull'Isonzo, arriva la disfatta di Caporetto, pochi giorni prima della rivoluzione bolscevica. Il 24 ottobre 1917 una divisione tedesca apre una breccia senza che l’Italia risponda.

La linea dell’Isonzo viene abbandonata anche a causa dei gas asfissianti che causano arretramento delle truppe, in poco tempo si scioglie è un'armata intera, la quarta. La linea dell'Isonzo è abbandonata rovinosamente. Il 25 Cadorna telegrafa al governo: «Vedo profilarsi un disastro».

La debacle militare ha conseguenza la caduta del governo con Orlando che subentra a Boselli mentre Nitti comanda il ministero delle Finanze.

Il re manda un accorato appello: «Italiani, cittadini e soldati! Siete un esercito solo. Ogni viltà è tradimento, ogni discordia è tradimento, ogni recriminazione è tradimento!» Caporetto ha le sue conseguenze: Cadorna, sostituito da Diaz, scrive il 3 novembre a Orlando, affermando «l'insinuante campagna di sciopero militare, il vento di follia venuto da una parte del paese e che ha avvelenato lo spirito di una parte dell'esercito». Vengono messi all'indice i disfattisti trditori, difatti Mussolini sin dal 29 ottobre ha parlato delle «bassure della vita politica parlamentare» e di «Montecitorio e i suoi ciarlatani molesti». Il 9 novembre scrive ancora: «Tutta la nazione dev'essere militarizzata ... non fermiamoci ai diritti della libertà individuale ... L'invasione del territorio è lutto nazionale».

 

 

 

Truppe tedesche catturano numerosi soldati italiani in una trincea durante le fasi iniziali della battaglia di Caporetto.
Truppe tedesche catturano numerosi soldati italiani in una trincea durante le fasi iniziali della battaglia di Caporetto.

Quando sembra che l’Italia capitoli c’è un colpo di coda, gli austriaci vengono fermati sul Piave, l'11 novembre i membri dell'Associazione mutilati chiedono di partire per il fronte, il 14 i deputati interventisti costituiscono il Fascio parlamentare di difesa nazionale; anche i futuristi si raggruppano in fasci mentre vengono arrestati i socialisti Lazzari, Bombacci e Serrati.

Mussolini il 10 dicembre 1917 parlando di Montecitorio, dice: «È cosa grottesca che 40 milioni d'Italiani non siano nulla e 400 deputati siano tutto».

Il 24 febbraio 1918, a Roma, in una sala all' Augusteo, con enfasi dice:

Io chiedo uomini feroci. Chiedo un uomo feroce che abbia dell' energia, l'energia di spezzare, l'inflessibilità di punire, di colpire senza esitazione, e tanto meglio quanto più il colpevole è in alto.

Sul Piave la guerra procede con spietatezza e si raccontano le gesta degli Arditi e favorendo si , si alimenta anche l’enfasi dell'avventura guerresca, coraggiosa e eccessivo, con i suoi simboli (pugnale, fiamma, fez) che verranno ripresi dallo squadrismo del dopoguerra. Il 24 maggio 1918, Mussolini parla al Teatro municipale di Bologna e qui si sentono i primi programmi della propria azione:

Combattenti! Signore! Cittadini! Senza l'occasione della guerra, la virtù del nostro popolo si sarebbe spenta ... Basta col rappresentare l'Italia col berretto della locandiera. Siamo e vogliamo essere un popolo di produttori!

 

 

 

Nel giugno del 1918, con il fallimento dell'ultima offensiva austriaca , un anno dopo Caporetto, a ottobre 1918 l'attacco italiano è vittorioso. IL 1° novembre Mussolini scrive: «È l'esercito italiano che chiude la guerra con un' avanzata trionfale. Così conquistata, la vittoria è bella, è italiana, è nostra».

Il 3 novembre il generale Caviglia chiude l’offensiva l'offensiva a Vittorio Veneto e l'indomani gli austriaci firmano l'armistizio. «È con una vittoria - ha scritto Mussolini - che supera tutte le altre degli altri eserciti che l'Italia vibra il colpo supremo ai nemici del genere umano». La fine della guerra fa nascere i miti del fascismo.

Sul «Popolo d'Italia» gli editoriali di Mussolini si succedono esaltando l'interventismo e secondo lui «È l'Italia che raggiunge la sua unità e pone il sigillo del fatto compiuto al travaglio di molti secoli.» Le truppe italiane, in ossequio al Patto di Londra, occupano una lunga striscia dell'ex-Impero austro-ungarico ed anche Fiume, che non era stata compresa tra i territori italiani nel trattato. Mussolini il 5 novembre commenta la guerra:

La nostra è stata Guerra di Popolo. È stato un cozzo spaventoso fra le forze del passato e quelle dell'avvenire. L'Italia, la nazione dell'avvenire, ha schiantato le forze del passato e, divelte le sbarre della vecchia prigione asburgica, ha liberato i popoli.

L'11 avviene l'armistizio sul fronte francese. Mussolini si mischia agli Arditi per festeggiare la vittoria e nasce qui il rito dell'«A noi!» che i reduci gridano rispondendo agli incitamenti del tribuno. A Milano Mussolini parla davanti al monumento alle Cinque Giornate:

Miei fratelli delle trincee! Cittadini! Ricordatelo, qui tenemmo il primo comizio per la guerra. Qui, con Filippo Corridoni... La bandiera italiana sventola oggi dal Brennero a Trieste, a Fiume e Zara italianissime ... Bisogna che la vittoria realizzi i fini interni di guerra: la redenzione del lavoro.

 

Dopo la guerra si calcolano i danni: le spese sono passate da due miliardi e mezzo di lire nel 1913-14 a trenta miliardi 857 milioni nel 1918-19, il deficit si è centuplicato e la circolazione monetaria decuplicata. Ingente il bilancio dei combattenti: 600.000 morti, 950.000 feriti di cui 250.000 mutilati o invalidi. L'Italia ha l’industria pesante che si basa su la Fiat, l'Ansaldo e l'IIva, dove il capitale industriale va all' attacco delle banche e queste ultime si assicurano il controllo della Banca nazionale di Sconto. Si creano i primi dubbi sulla grande vittoria dell’Italia, soprattutto per l’arricchimento di pochi che si sono approfittati della guerra.

I reduci si uniscono nell'Associazione nazionale dei mutilati e invalidi di guerra, dove vengono invitati a unirsi al di là dei vecchi partiti politici.

 

 

In effetti ora gli ex soldati costituiscono un nuovo problema. Salandra in testa, della vecchia classe dirigente vorrebbe isolare gli ex-neutralisti tra cui Giolitti che è pronto a presentare un nuovo programma riformatore. Poi ci sono i socialisti dove è prevalente la corrente intransigente o massimalista che parla addirittura di dittatura del proletariato e di socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio. Le forze riformiste, inquadrate intorno alla Cgl promettono la rivoluzione.

Mussolini in questa situazione deve difendere il fronte interventista che si è spaccato tra l'ala democratica di Bissolati, e quella nazionalista, in riferimento alla questione dalmata e alle ricompense territoriali all'Italia ma approva l’ispirazione del nazionalismo che si è fatto più aggressivo ma sta attento ad attirare le simpatie del popolo adottando il suo vecchio linguaggio rivoluzionario.

 

 

Mario Carli
Mario Carli
Marinetti con Ferruccio Vecchi a Fiume nel 1919
Marinetti con Ferruccio Vecchi a Fiume nel 1919

Ad accogliere il suo favore ci pensano Mario Carli, il poeta Marinetti e l'ex-sindacalista Ferruccio Vecchi, i quali il 7 gennaio 1919 fondano la prima Associazione degli Arditi con sede a Milano. Il nero fa già parte della simbologia dell' associazione. In questa associazione, Mussolini rivede la sua passione anarchica giovanile, ma soprattutto un organizzazione con cui egli può agire e utilizzare. E ben presto si avrà la dimostrazione.

Infatti quando Bissolati l’11 gennaio alla Scala tiene un discorso dove contesta i propositi annessionistiche dei nazionalisti, viene duramente contestato dagli Arditi, in particolare da Mussolini dove su un palco gli urla contro scatenando una violenta rissa. Da questo avvenimento la violenza irrompe prepotentemente nella scena politica italiana del dopoguerra ed ha come esponenti gli Arditi che innalzano il loro gagliardetto nero.

Tra gli Arditi aderisce anche D’annunzio che durante la guerra è diventato un eroe leggendario grazie al suo raid su Vienna e par la famosa «beffa di Buccari» dove nella baia lanciò in bottiglie il suo «cartello di sfida» agli austriaci. Per questo Mussolini gli renderà omaggio pubblicando, il 13 gennaio 1919,  sul suo giornale la Lettera ai Dalmati di D'Annunzio.

 

 

 

La situazione economica dell’Italia è grave: i prezzi si sono sestuplicati rispetto al 1914 con la piccola borghesia nella situazione peggiore con i suoi disoccupati ufficiali di complemento reduci dalla guerra.

 

Tra i lavoratori serpeggia la voglia di rivoluzione. I contadini vogliono la terra, gli smobilitati il lavoro. Mussolini, tramite il «Popolo d'Italia» appoggia i reduci, le manifestazioni dei ferrovieri e dei postelegrafonici nonché gli industriali che vogliono il ritorno del liberismo e la cessazione dei controlli dello Stato. Insomma appoggia un po’ tutti mirando a unire nazionalismo e ideale socialista delle masse. Intanto sorge una nuova forza politica dei cattolici guidati da un prete siciliano don Luigi Sturzo che appoggiava i valori cristiani che conterà circa 56.000 iscritti.

 

Anche il gruppo degli ex-com­battenti si rafforza. A Milano, Carli e Vecchi, con l'appoggio di Mussolini, fondano «L'Ardito». Mussolini, con lo scopo di assumerne la guida il 21 marzo 1919 riunisce a Milano una sessantina di fedeli. Tra i presenti, con la prevalenza di Arditi,si costituisce il Fascio milanese di combattimento. Del direttivo fanno parte Mussolini, Ferruccio Vecchi e Michele Bianchi. Nella sera del 23 marzo in piazza S. Sepolcro 9 è convocata l’assemblea generale nella quale si riuniscono in un salone al primo piano del Circolo dell' Alleanza industriale e commer­ciale, 119 persone, tra cui , oltre ai fondatori del fascio, il poeta Marinetti e il giovane Roberto Farinacci. Come presidente vi è Ferruccio Vecchi e all' ordine del giorno viene posta la creazione dei Fasci italiani di combattimento e viene presentata anche la «Carta» del primo fascismo illustra­ta in «tre dichiarazioni», approvate successivamente.

23.03.1919. Mussolini fonda il Fascio Italiano di Combattimento di Milano, P.za San Sepolcro
23.03.1919. Mussolini fonda il Fascio Italiano di Combattimento di Milano, P.za San Sepolcro

L'Assemblea si impegna «a sostenere energicamente le rivendicazioni di ordine materiale e morale che verranno propugnate dalle associazioni dei combattenti»; si oppone all'imperialismo «degli altri popoli a danno dell'Italia e all'eventuale imperialismo italiano a danno di altri popoli» ma aggiunge che «l'Italia deve realizzarsi sulle Alpi e sull'Adriatico con la rivendicazione e annessione di Fiume e della Dalmazia». «Noi diciamo - esclama Mussolini - tutti idealisti o nessuno!» La terra «dichiarazione» suona cosi: «L'adunata del 23 marzo impegna i fascisti a sabotare con tutti i mezzi le candidature dei neutralisti di tutti i partiti».

Per completare questi punti che s'ispirano all'interventismo nazionalista, viene definito un programma molto avanzato che rivendica: 1) una Costituente; 2) la Repubblica; 3, 4,5) l'abolizione del Senato, dei titoli nobiliari, del servizio militare obbligatorio; 10, 12) censimento e falcidia delle ricchezze personali, la terra affidata ai contadini, la gestione delle industrie dei trasporti e dei servizi pubblici affidata a sindacati tecnici e di lavoratori; 13) l'abolizione della diplomazia segreta ...

 

Manifesto dei Fasci Italiani di Combattimento pubblicato su "Il Popolo d'Italia"
Manifesto dei Fasci Italiani di Combattimento pubblicato su "Il Popolo d'Italia"

Mussolini scrive sul «Il Popolo d'Italia» del giorno stesso:

 

Noi ci permettiamo il lusso di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo, d'ambiente nelle quali siamo costretti a vivere e ad agire.

 

È l’opportunismo che risalta in queste parole.

In realtà, nell’assemblea di San Sepolcro dove regna la confusione e la superficialità viene sottoscritto il programma da 54 persone.

Benito ha consapevolezza della fondamentale importanza che aveva l’assemblea del 23 marzi, difatti dichiara: «Ho l'impressione che in Italia la successione al regime attuale sia aperta». I Fasci si moltiplicano, ma ancora non riescono a conquistare le masse come operai e contadini che ancora seguono il Partito socialista o il giovane Partito popolare. Così attacca:

 

Bisogna mettersi in mente, credere e far credere che l'unico partito che oggi sia reazionario in Italia è il Partito socialista ufficiale ... Ostilità dunque, al Partito socialista ufficiale ... ma nessuna ostilità contro le masse lavoratrici delle quali riconosciamo i postulati e per le quali siamo disposti a lottare.

 

 

 

 

La parola rivoluzione è spesso presente nelle sue parole:«La Rivoluzione europea è dunque una diretta e innegabile conseguenza dell'intervento italiano ... Siamo noi che, avendo incominciato nel 1915, abbiamo il diritto e il dovere di concludere nel 1919.» («Popolo d'Italia» 28.3.1919).

Ciò però non basta al movimento fascista per entrare tra le grandi correnti politiche, senonché il 13 aprile, a Milano si contrappongono la truppa e i manifestanti socialisti con un morto e alcuni feriti. Il giorno 15 viene proclamato lo sciopero generale e la cronaca è molto ricca:

 

i fascisti si sono ritrovati presso la sede del «Popolo d'Italia» protetti alle finestre e sui tetti si sono appostati gli Arditi con pistole e bombe a mano. Nel pomeriggio 100.000 operai in sciopero affollano un comizio all' Arena. I fascisti sono pronti. Il tenente Chiesa ha radunato trecento allievi ufficiali che sfilano per Corso Venezia e raggiungono indisturbati Piazza del Duomo. Qui stazionano già altri gruppi di fascisti armati con Marinetti, Vecchi e il poeta Pinna. Si susseguono i discorsi, i canti, gli «A noi! », e un corteo riparte per Piazza della Scala. Esso si scontra con quello degli scioperanti in via dei Mercanti. I fascisti sparano, si vedono i manganelli.

 

 

I fascisti si recano davanti alla sede dell' «Avanti! ». Le truppe - noterà Marinetti - non oppongono resistenza. Davanti al giornale i soldati hanno però l'ordine di impedire un assalto.

Avviene un vero e proprio assalto del palazzo con mobili e macchine gettate dalle finestre, vengono distrutte le linotype, l'archivio viene brucuato e l'intero edificio va a fuoco. Il corteo riparte al grido di «L'Avanti non c'è più!»

La massa arriva in via Paolo da Cannobio, applaude Mussolini, infine si disperde.

Quel 15 aprile 1919 è stato un giorno in realtà importante e veniva celebrata dai fascisti come una vittoria, con il primo martire fascista. Marinetti riferì che addirittura il generale Caviglia, il vincitore di Vittorio Veneto e ministro della Guerra, si sarebbe congratulato con lui per l'impresa, dicendogli «La vostra battaglia di ieri in Piazza Mercanti fu, secondo me, decisiva». Anche le autorità di polizia avrebbero manifestato simpatia e Mussolini, con l’acutezza che lo contraddistingueva,avrebbe usato come valore propagandistico i fatti del 15 aprile

In una intervista concessa al «Giornale d'Italia», il 18 aprile afferma:

Tutto quello che avvenne all'«Avanti!» fu spontaneo, assolutamente spontaneo. Movimento di folla, movimento di combattenti, di popolo, stufi del ricatto leninista ... Noi dei Fasci non abbiamo preparato l'attacco al giornale socialista, ma sentiamo tutta la responsabilità morale dell'episodio.

L’idea di Mussolini era di tramutare l'assalto all’Avanti come un azione spontanea popolare con l’appoggio delle autorità, una sorta di impresa gloriosa, tutti argomenti che sembravano adeguati al nuovo movimento.