BENITO MUSSOLINI

1883/1914

Mussolini comincerà la sua Autobiografia scrivendo: «Sono nato il 29 luglio 1883, a Varano dei Costa, vecchio casolare posto su di una piccola altura nel villaggio di Dovia, frazione del comune di Predappio ... in un giorno di domenica alle due del pomeriggio ... » Benito Mussolini nacque in un'Italia non ancora formata trascinata da una pesante eredità di arretratezza e di divisioni regionali. Infatti nel 1882 , del diritto di voto, limitato ai cittadini che possedessero l'istruzione elementare, usufruivano un mi¬lione e mezzo di elettori; dieci anni dopo tre milioni, corrispondenti a neppure il 10% della popolazione. Con un suffragio così ristretto, la classe politica vive separata dal popolo di cui ignora i problemi reali ed ha in sospetto il sentimento religioso, per ostilità al Vaticano; il Papa, dal 1871 - dopo la presa di Porta Pia - vieta ai fedeli di prendere parte alle elezioni. Gli ambienti parlamentari sono piuttosto isolati, condizionati da un sistema clientelare e da una concezione politica che frenano il sorgere di partiti moderni. In questo regno cresce Mussolini.

La mamma di Benito, Rosa Maltoni, è maestra. Il padre, Alessandro, è un fabbro. Chiacchierone e vanitoso, amante del vino e delle donne, Alessandro Mussolini è anche un personaggio della vita politica locale; corrispondente di giornali internazionalisti e repubblicani di Forlì, sui quali si occupa di socialismo e di rivoluzione. In questa Italia in cui circa sette od ottocento persone fanno l'opinione pubblica, il regime sociale e politico è tutt'altro che accettato dalle masse su cui gravano pesanti imposte e i più svariati tributi.

 

 

 

In casa Mussolini far quadrare i conti è sempre un problema, è soprattutto lo stipendio della madre a salvare il ménage familiare. Quando, nel 1905, Rosa Maltoni morirà a soli quarantacinque anni, logorata dal lavoro e dalle cure della casa, Alessandro andrà a fare l'oste a Forlì. Si prenderà in casa, allora, Anna Guidi, la vedova di un contadino impoverito e ridottosi alla condizione di bracciante A Benito il padre legge con fervore gli articoli che scrive per «La Rivendicazione», «Il Sole dell'Avvenire», «La Lotta».

È facile immaginare quale effetto abbiano sul ragazzo forti invettive come queste: «La società, la giustizia borghese, sono edifici mostruosi e destinati a crollare», e ancora: «Dio non è che un espediente borghese».

Alessandro Mussolini, economicamente, è appena un gradino più in su dei miseri «giornalieri». La povertà lo accompagnerà sempre. Basti ricordare che anche nella sua nuova famiglia - Anna Guidi ha cinque figlie - la più giovane delle ragazze, Rachele, nata nel 1892, sarà presto mandata a servizio presso una famiglia di Forlì, per tre lire al giorno.

Benito cresce attaccabrighe, chiuso.

A sei anni - ricorderà - ero un monello irrequieto e manesco. Più volte tornavo a casa con la testa rotta da una sassata. Ma sapevo vendicarmi. Ero un audacissimo ladro campestre. Nei giorni di vacanza mi armavo di un piccolo badile e insieme con mio fratello Arnaldo passavo il mio tempo a lavorare nel fiume ... Ero il capo di una piccola banda di monelli che imperversava lungo le strade, i corsi d'acqua e attraverso i campi. Seguivo le pratiche religiose insieme con mia madre credente ...

I Mussolini abitavano una casa modesta, tre stanze ammobiliate in modo semplice, dove c’era l'essenziale: un letto di ferro, un armadio, un buffet. Una delle stanze, finché visse la madre di Mussolini, serviva da aula scolastica. Rosa Maltoni vegliò sempre teneramente sull'istruzione del figlio.

Nel 1892 il padre lo manda al collegio dei salesiani a Faenza dove c’è molta disparità di trattamento tra gli allievi. Mussolini è litigioso e borioso (aveva detto alla madre: «Un giorno l'Italia mi temerà»), lancia un calamaio in faccia a un professore, tenta di scappare, è ripreso, ferisce con un temperino un compagno di scuola.

La famiglia,quando non poteva più pagare la retta, lo ritira dal collegio. Lo iscrivono allora al collegio di Forlimpopoli ma anche lì il ragazzo è troppo indisciplinato e verrà espulso per un'altra coltellata, così deve seguire le lezioni da allievo esterno, andando a pensione presso una vecchia. Rimane sempre il solito irrequieto, ma rivela anche un'improvvisa passione per la musica.

In Italia ottanta persone su cento sono analfabete nel Mezzogiorno, dove latifondi incolti si affiancano a piccoli poderi insufficienti. Su questi terreni aridi vivono di stenti i contadini per i quali la malaria, la denutrizione, l'usura, l'ignoranza rappresentano le condizioni naturali.

La popolazione della penisola aumenta di quasi undici milioni di abitanti tra il 1871 e il 1914, fino a raggiungere i trentasette milioni.

La spinta demografica peggiora le condizioni di vita al sud, mentre l'economia italiana attraversa invece una fase di crescita nel periodo in cui Mussolini, lasciato il collegio di Forlimpopoli, passa a frequentare le scuole normali. Il culmine dello sviluppo produttivo si avrà il 1900. La Fiat, fondata nel 1899 con un capitale di ottocento mila lire, giungerà nel 1913 ad esportare quattromila automobili; l'industria tessile attraverserà nel settore cotoniero una crisi di sovrapproduzione; l'elettrificazione del paese procede rapida.

 

 

 

Nel periodo 1880-1910, l’Italia è dunque caratterizzata da una profonda disparità tra lo sviluppo industriale del Nord e l'arretratezza del Mezzogiorno.

L’ammassamento capitalistico è a spese dei contadini, su cui pesa principalmente la politica doganale del governo, che protegge l'industria.

E’ Crispi, garibaldino in gioventù, a guidare questo saccheggio del Sud. Il suo governo dal 1887 al 1896 con alcune interruzioni, approva l'alleanza tra la borghesia intellettuale e agraria del Sud e gli interessi industriali del Nord.

Crispi, artefice di una politica di reazione e di repressione, è il fautore delle direttive contro i partiti dell'Estrema Sinistra. Egli tenta anche un riavvicinamento con il Vaticano, ma il nocciolo della sua politica di autorevolezza confluisce nell' alleanza con la Germania e nell'impresa coloniale di Abissinia. La prima si materializza nella Triplice Alleanza, la seconda conduce al disastro di Adua: cinquemila morti tra cui due generali e trecento ufficiali, con l'artiglieria lasciata nelle mani degli abissini. La politica estera di Crispi ispirerà fondamentalmente il fascismo.

Mussolini a scuola commemora i morti di Adua. La ferita per questa sconfitta è molto dolorosa per gli italiani.

Scoppiano manifestazioni antimilitariste e in qualche paese gruppi di donne si sdraiano sui binari per impedire la partenza dei treni militari. Questo è un segno della forza del nuovo movimento socialista.

Il Partito dei lavoratori italiani nasce a Genova nell' agosto del 1892 ed è una realizzazione di un percorso di strutturazione e di lotte.

Il padre di Benito è stato membro dell'Internazionale e in casa sua avvengono spesso riunioni con i compagni. Lo stesso nome imposto al figlio è un omaggio a Benito Juarez, eroe dell'indipendenza messicana, e, come non bastasse, gli altri due nomi aggiunti al primo sono Amilcare ed Andrea, in onore dei due apostoli del socialismo italiano, Cipriani e Costa. Alessandro fu perciò un rivoluzionario.

Per i socialisti italiani lo sguardo è al marxismo anche se è vigorosa l'ispirazione verso un professore isolato quale Antonio Labriola rispetto a quella essenzialmente democratica, del giovane milanese Filippo Turati che, nel 1891, fonda, con la sua compagna Anna Kuliscioff, la «Critica sociale». Nel 1896, ancora a Milano, Bissolati dà vita all' «Avanti! », il quotidiano del giovane partito che, dal 1912 al 1914, sarà proprio diretto da ... Benito Mussolini.

 

 

 

 

Il giovane Mussolini nel 1897
Il giovane Mussolini nel 1897

Nello scorcio del secolo XIX, gli italiani abbandonano in massa il Paese, spinti lontano dalla miseria. Più di otto milioni emigrano tra il 1876 e il 1914. Dal 1900 al 1914 si registreranno quattrocentomila partenze all'anno.

Nel Veneto, in Romagna, le famiglie contadine vendono i beni per pagarsi il biglietto, accecate dal miraggio della ricchezza americana. Poi, però da lì chiedono aiuto dopo essersi scontrati con una ben diversa realtà.

È dal tempo di Crispi che la politica coloniale italiana pone l'accento sulle necessità di trovare spazi vitali per i proletari. Nasce così il concetto di un «colonialismo di paese povero», di una «Italia proletaria», ispirata dal bisogno e non da quelle prospettive di conquista che spingono invece voraci nazioni imperialiste come la Gran Bretagna e la Francia. Questi saranno gli argomenti polemici del fascismo.

La parola «Fascio», d'altronde, compare nella vita politica italiana in questo periodo, nella Sicilia che tanti emigrati abbandonano.

 

 

Nascono impetuosi e spontanei nel maggio 1892 i «Fasci di lavoratori», prima a Palermo poi in tutta la Sicilia, reclamando la ripartizione delle terre e la riduzione delle imposte.

Moti popolari scoppiano violenti nel 1893 . L'anno dopo Crispi proclama lo stato d'assedio per la Sicilia. Nel Nord si verificano numerosi attentati anarchici. Nel 24 giugno 1893 in Francia, Caserio assassina il presidente Sadi Carnot, ciò significa che il movimento di classe si esprime ancora attraverso l'attentato individuale.

L'ondata di reazione porta allo scioglimento delle sezioni socialiste. Nel 1879 un anarchico, Acciarito, tenta d'assassinare Umberto I.

 

 

 

Una barricata dei Bersaglieri durante i tumulti a Milano nel 1898
Una barricata dei Bersaglieri durante i tumulti a Milano nel 1898

L’agitazione sociale, alimentata anche dagli scandali e dalla corruzione degli ambienti parlamentari, raggiunge il picco a Milano. Al governo c’è il marchese di Rudinì (succeduto a Crispi nel 1896) quando si verificano i tumulti più gravi, il 6 maggio 1898. Nel centro di Milano in stato d’assedio posto dal generale Bava Beccaris avviene una sommossa lanciata dalla povera gente affamata. I giornali l«Avanti! »,1' «Osservatore cattolico» sono sospesi, Turati e don Albertario vengono arrestati e quando attraversano le strade deserte, la rivolta è stata domata al prezzo di centinaia di vittime tra cui donne e bambini.

La repressione provoca gravi ripercussioni: alle elezioni del 3 giugno 1900, i socialisti guadagnano 15 seggi.

Un uomo di cinquantotto anni, un piemontese prudente, ha guidato l'opposizione parla¬mentare a Crispi: è Giovanni Giolitti, nato il27 ottobre 1841 a Mondovì. Laureatosi in giurisprudenza, Giolitti entrò nell' amministrazione dello Stato e iniziò la carriera politica solo nel 1882, con la sua elezione a deputato di Cuneo. Fu ministro con Crispi e divenne presidente del Consiglio, prima nel 1892, e poi nel 1903. Il suo «regno» doveva da allora durare, salvo alcune interruzioni, per più di un decennio.

 

L'attentato a Umberto I in una rappresentazione
L'attentato a Umberto I in una rappresentazione

Prima della salita al potere di Giolitti, Umberto I fu vittima di un attentato. L’autore è l'anarchico Gaetano Bresci, arrivato dagli Stati Uniti per compiere quella «missione» a cui è stato designato, con un sorteggio, dai suoi compagni di anarchia.

L’attentato fu compiuto il 29 luglio 1900, quando il re tornava da Monza dopo aver presenziato ad un concorso ginnico. Gaetano Bresci, sollevato su una sedia gli spara quattro colpi di pistola e lo uccide.

Mentre l'Italia, con l'ini¬zio del secolo nuovo, ha un nuovo re, Vittorio Emanuele II, e un nuovo uomo di Stato, Giolitti, Mussolini ha 17 anni e si diletta a recitare poesie, ottiene brillantemente a Forlimpopoli il diploma di maestro elementare.

 

 

Si è iscritto al Partito socialista nel 1900 e, sfidando lo strazio della madre fervente cattolica, abbandona «le pratiche chiesastiche». È lui: malvestito, pronto a infiammarsi su eroiche letture, fiero di una cultura fresca ma superficiale, fremente ma inoperoso. I maestri elementari sono tanti ma i posti pochi e Mussolini resta un anno intero disoccupato. Cerca d'impiegarsi come segretario del Comune di Predappio, ma il sindaco gli rifiuta il posto. L'amarezza e il sarcasmo pervadono Mussolini, ridotto ai margini della società, declassato. Gli restano l'amore, le avventure. Va a caccia di ragazze, le possiede per le scale, brusco, brutale. È come se cercasse di compensare la mancanza di azione sfogandosi con il desiderio. Ha frequenti risse per storie di donne.

Nel febbraio 1902 il Comune «rosso» di Gualtieri (Reggio Emilia) cerca un supplente per la scuola rurale del paese e sceglie Mussolini. La simpatia politica per il padre e per il figlio ha favorito la scelta. Dal febbraio al giugno Benito insegna, vive la vita monotona del maestro di scuola. È come una forza non utilizzata. Diviene l'amante di una donna sposata, che tiranneggia. La violenza gli lampeggia nello sguardo, persino il suo abbigliamento bizzarro incute sospetto. Manda qualche articolo al giornale di Prampolini «La Giustizia». Prende contatto con i socialisti organizzati nella cooperativa.

Mussolini è deluso dell' ambiente: non c'è aria di rivoluzione ma legalitarismo e mutuo soccorso. Dinanzi a questi uomini maturi, radicati nel loro sodalizio, egli incarna l'uomo dal destino inquieto, 1'intellettualoide insoddisfatto (il suo stipendio è di 56 lire al mese) in cerca di una esistenza movimentata. Pensa di andarsene al Madagascar; poi, in giugno, quando l'anno scolastico è finito e la supplenza scaduta, telegrafa alla madre, riceve un vaglia con i soldi che ha chiesto, quarantacinque lire, e parte per la Svizzera.

 

 

La foto segnaletica in occasione dell'arresto del 19 giugno 1903
La foto segnaletica in occasione dell'arresto del 19 giugno 1903

La Svizzera è il rifugio di tutto il mondo europeo di proscritti, socialisti, rivoluzionari, anarchici. Prevalgono i russi, perseguitati dalla polizia zarista: Plechanov, Axelrod, quella Vera Zassulic che, nel febbraio del 1868, ha sparato al capo della polizia di Pietroburgo. I russi si raccolgono nel quartiere ginevrino di Carouge, frequentano la birreria Landolt. È da Ginevra che partiranno verso la Russia i pacchi dell' «Iskra», il giornale ispirato da Lenin. Del resto, lo stesso Lenin con la sua compagna, la Krupskaja, si stabilirà a Ginevra nell' aprile 1903, un anno (o poco meno) dopo l'arrivo di Mussolini.

Il giovane Mussolini gira in lungo e in largo per questa Svizzera di esuli. Proprio mentre attraversava la frontiera a Chiasso ha saputo dell' arresto del padre, incriminato per aver distrutto, con altri compagni, le urne elettorali di Predappio. Benito in Svizzera è uno sconosciuto che deve affrontare in primo luogo il problema di campare.

Lavora duro come muratore, soffrendo la fame. Il vestito è logoro, sporco. «Una malinconia infinita m'invase - scriverà - ed io mi chiesi sulle rive del Lemano se valesse la pena di vivere un sol giorno di più.» Una notte, si fa un giaciglio con una cassa abbandonata sotto il Grand Pont di Losanna e la mattina, mentre sta uscendo dalla cassa, lo arrestano per vagabondaggio.

Ma il periodo della miseria più nera è breve. Tra gli emigrati politici italiani gli intellettuali sono rari e Mussolini ben presto diventa noto nell' ambiente come un coraggioso ribelle. È di leva, dovrebbe fare il soldato ma non rientra in patria, sicché è dato disertore e condannato a un anno di prigione. Diventa segretario dell' Associazione tra muratori e manovali di Losanna, dà lezioni d'italiano, scrive qualche articolo.

 

 

Angelica Balabanoff
Angelica Balabanoff

Il 18 marzo 1904, nel corso di una riunione a Ginevra, conosce una rivoluzionaria russa, Angelica Balabanoff (o, più correttamente, la Balabanova). È una donna colta e poliglotta. S'interessa di quel giovane trasandato italiano, bestemmiatore, con quella strana aria di capo e la mascella dura. Angelica lo considera un timido, se lo fa amico, gli trova lavoro. Mussolini ogni mattina tira una carretta di bottiglie come garzone d'un vinaio. La donna lo sprona allo studio. Ed egli ne ha bisogno. Anche se porta in tasca una medaglia commemorativa di Carlo Marx, delle sue opere ha letto appena il Manifesto comunista. Sotto il pungolo della Balabanova prende a frequentare l'Università di Losanna, i corsi e la biblioteca; impara il francese e il tedesco. S'accendono le dispute tra gli emigrati: ci sono i polacchi, i russi, e naturalmente gli italiani, e tra loro il socialista ligure Giacinto Menotti Serrati che prende a ben volere Mussolini. Gli si propone un posto a New York, al giornale in lingua italiana «Il Proletario», ma Benito rifiuta: la madre è molto ammalata. In ogni caso, è già uscito dall'anonimato.

In quel miscuglio di uomini e di idee che è la Svizzera ai primi anni del secolo, Mussolini si è liberato dal provincialismo tipico di tanti italiani. È uscito dall'orizzonte ristretto della sua Romagna.

Vi ritornerà, ma il soggiorno svizzero ha significato per lui un intenso contatto con gli ambienti rivoluzionari europei. S'è fatto una cultura, per superficiale che essa sia; soprattutto ha conosciuto degli uomini, s'è fatto valere dinanzi a loro, in qualche caso in polemica con i più illustri. Ad esempio, in un contraddittorio pubblico, Mussolini ha uno scontro con il socialista belga Vandervelde a proposito della figura di Cristo. È diventato molto anticlericale, il giovane che da ragazzo accompagnava la madre in chiesa.

 

 

Il 7 settembre 1903, il pastore italiano evangelico Taglialatela parla di Dio alla Casa del popolo di Losanna. Mussolini si alza, si fa prestare un orologio e lo pone sul tavolo: «Dio non esiste - dice - Ne volete la prova? Do tempo 5 minuti a Dio di fulminarmi. Se non mi punisce in questo frattempo significa che non esiste.» Passati i cinque minuti, nel silenzio generale, esclama: «Come vedete, Dio non esiste!»

 

Riesce a tal punto a rendersi noto che è espulso dal cantone di Ginevra il 6 aprile 1904, e denunciato al console d'Italia come anarchico. Passa in Francia, resta qualche settimana ad Annemasse, e, a detta di alcuni, diventa un confidente della polizia francese. In Svizzera, un consigliere socialista, il dottor Wyss, rivolge un'interpellanza al Gran Consiglio di Ginevra sul caso del sovversivo italiano espulso e i giornali di Roma riferiscono che «Ginevra si è sbarazzata dell'agitatore socialista Mussolini».

Reso più maturo dal clima rivoluzionario della Ginevra cosmopolita egli rientra in Italia nel novembre 1904. Per la nascita del principe ereditario Umberto è stata concessa un' amnistia, che comprende vari reati minori, compreso il suo, ma Mussolini è ormai schedato dalla polizia come anarchico pericoloso. In verità, non è più soltanto un giovane maestro dalle ambizioni inespresse. Il soggiorno svizzero gli ha dato la coscienza che poteva «arrivare». Ha scritto articoli per giornali stranieri, ha tenuto conferenze, ha fondato con Serrati una biblioteca internazionale di propaganda razionalista. Ha provato la prigione e l'orgoglio di essere indicato come un capo dai compatrioti; è stato l'amante di rivoluzionarie emigrate tra cui una russa che egli ha accompagnato fino alla frontiera francese. E non ha che 21 anni. Rientra in Italia per fare il soldato, ma in Svizzera ha già compiuto il suo tirocinio di rivoluzionario.

 

Quando Mussolini torna in Italia la situazione politica è cambiata. Il movimento socialista, a cui egli aderisce, è cresciuto: nel 1903 i socialisti mandano 33 deputati alla Camera. Tuttavia, la spinta delle masse non fa che rafforzare, nei gruppi dirigenti, la tendenza riformista. il socialismo italiano trova in Giolitti un uomo di Stato che concepisce una politica accorta, di collaborazione. Giolitti sin dal 1903, offre un portafoglio a Turati, il sovversivo del 1898; Turati rifiuta ma il senso del gesto di Giolitti è chiaro: il governo italiano rinuncia al terrore e alla repressione sistematica e assume atteggiamenti accomodanti. La legislazione sociale fa i primi passi, le cooperative operaie ottengono commesse di lavori pubblici, maneggeranno somme importanti, intraprenderanno opere redditizie, ripartiranno gli utili tra i soci. Le leggi sul riposo settimanale, sul lavoro notturno, sui contratti di lavoro, sugli infortuni, miglioreranno la condizione operaia.

Con Giolitti è una nuova Italia borghese che, col favore di strati operai relativamente privilegiati, tenta di affermarsi. Se Giolitti può intraprendere una politica sociale favorevole ad alcuni settori del proletariato, ciò avviene perché lo sviluppo economico glielo consente, dando vita a una aristocrazia ope¬raia sensibile ai vantaggi dell' età giolittiana. Su di essa s'appoggia il gruppo parlamentare socialista guidato da Turati, Bissolati, Treves, Bonomi.

Il giovane Mussolini è agli antipodi di questo socialismo legalitario.

 

 

Dal 1904 al 1906 svolge il servizio militare al 10° bersaglieri di Verona (la madre muore mentre lui è soldato), dopodiché torna a fare il maestro. Fu un buon soldato, nonostante il suo temperamento anarchico. Scrisse: «Perché un buon soldato non potrebbe essere allo stesso tempo un combattente della lotta di classe?»

Beninteso, una volta congedato ricomincia a fare la vita sregolata. Insegna in Carnia, a Tolmezzo, si ubriaca, riprende le relazioni amorose. Alla fine di un brutto anno, nel quale pensa persino di uccidersi – ha contratto la sifilide - parte per la Francia. A Marsiglia organizza operai italiani finché viene espulso e ricondotto dai gendarmi alla frontiera. Vive qualche mese a Predappio, a Bologna, riesce a ottenere un diploma di lingua e letteratura francese e va ad Oneglia a insegnare in un collegio tecnico.

Le segnalazioni di polizia lo precedono e lo raggiungono ovunque. A Oneglia viene qualificato da uno di questi rapporti come «socialista rivoluzionario pericoloso, espulso dalla Svizzera e dalla Francia, organizzatore di manifestazioni insurrezionali in Romagna». Il direttore dell'istituto resiste alle pres¬sioni del prefetto perché Mussolini venga licenziato. Mussolini, che ha incontrato a Oneglia un figlio di Serrati, è introdotto nell' ambiente socialista ligure e scrive sul giornale del collegio elettorale, «La Lima», articoli anticlericali. Il 14 marzo 1908, in occasione del 25° anniversario della morte di Carlo Marx, Mussolini scrive:

 

Non si tratta di interpretare il mondo ma di trasformarlo ... Gli interessi del proletariato sono antagonistici a quelli della borghesia. Nessun accordo è possibile. Uno dei due deve sparire.

 

E’ la linea dottrinale che Mussolini ha contro il riformismo. Ma l'importante è altrove: difatti esprime i sentimenti di vasti gruppi operai e contadini italiani. Oltre ciò v’è da dire che i benefici del giolittismo sono andati solo da una parte del proletariato. Hanno interessato unicamente l'Italia setten¬trionale e il settore industriale in espansione grazie alla protezione doganale che consentono salari più alti. Tra il 1900 e il 1914, il proletariato rurale aumenta del 50% e Gaetano Salvemini scrive nel 1904:

 

Per noi meridionali la legislazione sociale è parola quasi vuota di senso perché ignoriamo quei rapporti sociali e economici che la legislazione sociale ha l'intenzione di disciplinare. Il nostro proletariato invece di essere protetto dallo sfruttamento ha bisogno ancora di essere sfruttato ( GAETANO SALVEMINI, I socialisti meridionali, in Movimento socialista e questione meridionale, Milano 1963, p. 316)

 

 

 

 

Per opporsi al sistema giolittiano ci fu lo sciopero generale del 1904 proclamato dagli intransigenti e dai «sindacalisti rivoluzionari» (di origine meridionale) i quali ritennero che fosse l’unica arma delle masse per la conquista del potere. E, quando, dopo numerosi uccisioni, un minatore fu ucciso a Buggeru in Sardegna dalla forza pubblica, la Camera del Lavoro di Milano, dominata dai sindacalisti rivoluzionari del Sud, proclama lo sciopero generale di protesta. Vi partecipano 150.000 lavoratori.

Gli operai paralizzano intere città e i ferrovieri la rete dei trasporti. Giolitti si guarda bene dall'intervenire con la forza: gli basta fare occupare dall'esercito i punti strategici a Milano e in altri centri del Nord, lasciando che lo sciopero si spenga da sé. Difatti lo sciopero generale fallisce.

Nel 1908 Mussolini torna a Predappio, da Oneglia. Prima di partire ha indirizzato una lettera aperta alle autorità locali, dalle colonne della «Lima»:

 

Tra qualche giorno me ne andrò: affinché voi possiate segnalarmi vi lascio il mio indirizzo esatto: casa sita sulla strada provinciale di Rabbi, al 15°Km, frazione di Dovia, comune di Predappio, provincia di Forlì. Prendetene atto e rifletteteci sopra, forse mi caccerete anche di casa .....

 

In giugno lui arriva in Romagna in piena crisi agraria, con i braccianti in lotta contro i mezzadri. Più di metà degli italiani vive di agricoltura, ma vi sono soltanto 5 milioni di proprietari, nove decimi dei quali posseggono meno di un ettaro, il che significa che meno di tre milioni di ettari sono ripartiti tra ventidue milioni di coltivatori. Per vivere l'immensa maggioranza dei contadini si trasformano in salariati agricoli oppure prende in colonia (nelle varie forme) la terra appartenente ai medi o grandi proprietari. La condizione dei braccianti è più grave come nella pianura padana, nel Piemonte, nel Veneto, e nell'Emilia, che vivono soltanto delle loro braccia.

La lotta tra i due gruppi sociali contrapposti è aspra. La «libertà di lavoro» significa per i proprietari e per gli stessi mezzadri poter disporre della riserva dei disoccupati per fissare un basso salario. I braccianti rivendicano la forza della manodopera attraverso le Leghe contadine, che ripartiscano equamente il lavoro lungo tutto il corso dell'anno, e fissino salari più equi. Si lotta per le trebbiatrici che gli agrari si rifiutano di affittare ai contadini, per la misura del salario, per la garanzia dell' occupazione.

Nel 1905 Mussolini arriva a Predappio in piena trambusto agrario: i contadini fronteggiano i «gialli», i crumiri, e la lotta è violenta. Mussolini minaccia col bastone un crumiro e il tribunale lo condanna a tre mesi di reclusione, ma dopo quindici giorni è rilasciato in libertà provvisoria. Intanto, ha di nuovo attirato l'attenzione su di sé. E i giornali socialisti lo colmano di lodi.

 

 

 

 

Uscito di prigione, Mussolini torna a Forlì. Benito per qualche mese serve i clienti nella trattoria «Al Bersagliere» aperta dal padre e dalla vedova Guidi in via Mazzini, di fronte alla stazione, s'innamora di Rachele, la più piccola delle ragazze di Anna Lombardi. Rachele ha sedici anni, è bionda, graziosa; si racconta che sia figlia adulterina di Anna e del padre di Benito, ma quest'ultimo non se ne dà peso. Quando sta per lasciare Forlì, Benito indice una festa insieme alla famiglia nella quale confida a Rachele di aspettarlo. Al suo ritorno lei sarà la sua compagna.

Questa volta se ne va in Trentino. La regione fa ancora parte del Tirolo, provincia dell'Impero austro-ungari¬co, e Mussolini s'installa a Trento, che conta 70.000 abitanti di cui 38.000 italiani insofferenti della tutela austriaca. Collabora al «Popolo» e poi all' «Avvenire del Lavoratore». Il direttore del «Popolo» è Cesare Battisti, socialista e irredentista. Musso¬lini che si distingue per il suo anticlericalismo - entra infatti in polemica con Alcide De Gasperi, direttore del giornale cattolico «Il Trentino» - non ha invece alcuna propensione per l'irredentismo.

I suoi articoli, raccolti in opuscolo con il titolo «Il Trentino veduto da un socialista», saranno oggetto di violenti attacchi dei circoli nazionalisti italiani. (Più tardi Mussolini, diventato Duce, farà sparire dalla circolazione, e ignorare dalle biografie ufficiali, questi testi eretici.) Ma la sua posizione politica sulla questione nazionale fa esserlo un sorvegliato speciale dalla polizia austriaca la quale lo caccia in prigione dopo una manifestazione operaia. Benito fa lo sciopero della fame. I lavoratori per solidarietà verso di lui proclamano uno sciopero generale a Trento, ma, nonostante ciò, egli viene espulso.

Autorità italiane del Trentino lo accompagnano alla frontiera con grandi strette di mano sui confini dell'Impero asburgico. Sui giornali italiani circola nuovamente il nome di Mussolini.

 

 

L'irredentismo non si è mai spento dopo il Risorgimento, anzi si è trasformato all'inizio del secolo, in nazionalismo, che gli dà nuovo slancio. Così nasce nel 1903 l'associazione «Trento e Trieste» con numerosi comitati locali sparsi per per l’Italia, presenti in tutte le manifestazioni. Le idee del nazionalismo hanno avuto il loro inizio nel periodo di Crispi attraverso la sua politica di grandezza nazionale; la novità risiede nel fatto che se ne fanno rappresentanti e divulgatori gruppi di intellettuali che aprono riviste, animano circoli letterari e creano le basi di un'ideologia nazionalista senza cui non sarebbero concepibili né l'intervento del 1915 né lo stesso fascismo. Quest'ideologia è il trait d’union che porta da Crispi a Mussolini.

Il concetto dell'ideologia nazionalista sono semplici, atti a conquistare una piccola borghesia che ha ricavato dall' eredità classica il mito della grandezza romana, e dal Risorgimento l'esaltazione di singoli eroi. Essa possiede, in altri termini, una concezione idealizzata e aristocratica della storia. Gabriele D'Annunzio, con il suo piacere teatrale e solenne della parola, della scenografia, imprime al nazionalismo italiano uno stile che preannuncia il «comportamento» mussoliniano, le parate, l'enfasi degli aspetti più ridicoli del regime.

I personaggi di D'Annunzio sono superuomini, posti al di sopra delle leggi, strumenti del destino, «capi... pionieri di vie ignote, scopritori di nuove stelle». Argomenti che Mussolini e il movimento fascista erediteranno da un pioniere destinato a divenire sostenitore.

 

 

Ciò si rivive nel romanzo di Enrico Corradini del 1902 “Giulio Cesare” e poi nella rivista «Il Regno». Poi ci sono Papini e Prezzolini che nei gruppi letterari promulgano le stesse idee. Tutti si proclamano imperialisti e sostengono la necessità della guerra.

E una massima a cui s'aggiungeranno altre come queste che il fascismo si servirà, prendendola dal Corradini: «Noi non diverremo mai una nazione senza la guerra». Oppure: «Il carattere inviolabile della vita umana e il pacifismo vanno relegati tra i vecchi idoli del bagaglio idealistico e sentimentale degli uomini del passato». Ciò per la verità non è uno sviluppo di idee solo italiano ma, alla vigilia della prima guerra mondiale, si esprimerà da Parigi a Milano nel futurismo e nei suoi manifesti.

Marinetti, che sarà alleato fascista di Mussolini, dichiara di «cantare l'amore del pericolo, l'abitudine dell'energia e della temerarietà ... glorificare la guerra, sola igiene nel mondo, il militarismo, il patriottismo». E continua ancora:

 

Il sangue, sappiatelo, non ha valore né bellezza se non quando è liberato col ferro e col fuoco dalla prigione delle arterie! E noi insegneremo a tutti gli armati della terra come il sangue va versato.

 

Il 15febbraio 1910 avvenne al Teatro Lirico, a Milano, la prima serata futurista dove la sala urla: «Viva la guerra, abbasso l'Austria! ».

Nel 1910 ci fu il primo Convegno nazionalisti a Firenze in cui nacque L'Associazione nazionalistica italiana nella quale vi parteciparono come dirigenti Corradini, Luigi Federzoni, Francesco Coppola, in futuro a fianco di Mussolini. (Federzoni diverrà ministro delle Colonie e presidente del Senato durante il regime fascista.) Questo movimento aveva un settimanale «L'Idea nazionale» il quale si faceva rappresentante dell'imperialismo, insieme ad un risvolto di nazionalfascismo: una concezione totalitaria che pone l'individuo in subordine alla nazione considerata la Completezza.

 

 

Corradini, che come Mussolini ha subito l'ascendente di Georges Sorel, scrive: «Nel pensiero e nell' azione il nazionalismo fu sempre antiliberale, antidemocratico, antiparlamentare, antimassonico» (ENRICO CORRADINI, Il libro d'Italia, Milano 1929, p. 19.)

Il fine è quello di esaltare «la morale dell'uomo soldato» e di instaurare in Italia «il culto della morale guerresca». Imperialismo e guerra implicano pure la dittatura all'interno. Sarà il corollario che il fascismo farà suo.

Nel 1911 il nazionalismo è all’opposto rispetto alle idee e al pensiero politico di Mussolini. Lui è socialista più internazionale e antimilitarista. Benito, dopo l'espulsione dal Trentino, è tornato a casa del padre a Forlì ritrovando Rachele, donna di servizio molto corteggiata. L’ha chiesta in sposa un giovane geometra di Ravenna, Mussolini geloso costringe Rachele a non servire più in trattoria; poi, con un gesto teatrale a lui congeniale, una sera per convincere i rispettivi genitori, si presenta ad Alessandro e ad Anna con una pistola e grida: «Ci sono sei colpi. Uno per Rachele e cinque per me!».

Alessandro ed Anna debbono arrendersi permettendo ai due ragazzi di convivere insieme in un piccolo appartamento senza niente di lusso.

Il 18 settembre 1910, nasce Edda, la futura sposa di Galeazzo Ciano, e poco tempo dopo muore Alessandro Mussolini. Mentre convive con Rachele, Benito fa un po’ di tutto nel giornale socialista di Forlì, «La Lotta di Classe». Scrive articoli violenti, anticlericali e antiriformisti. «Il socialismo - gli scrive nel primo numero - è forse il più grande dramma che abbia agitato la collettività umana.»

 

 

Mussolini prende partito nelle lotte agrarie in Romagna; condanna coloro che «da rappresentanti del partito socialista sono divenuti gli avvocatucci di qualche piccola clientela e che, per poter perorare quelle cause nei ministeri ... tacciono alla Camera. È la dura verità - aggiunge - ma la verità. All'impotenza si unisce la viltà».

 

Questa severità ammalia i compagni socialisti di Romagna.

 

Mussolini non si tiene mai indietro. È corrispondente dell'«Avanti!» e tiene molte conferenze: sedici nel solo primo trimestre del 1910. A poco a poco, con questa completa abnegazione riesce ad affermarsi, sorretto dalla sua ambizione di primeggiare. Al congresso nazionale del Partito socialista, indetto a Milano nell'ottobre del 1910, la Federazione della Romagna lo elegge come suo rappresentante. Fa una bella figura con i suoi protagonismi ma ritorna a Forlì deluso dei risultati congressuali e, in base al suo rapporto, la Federazione romagnola si proclama autonoma per rompere col riformismo e i compromessi dei socialisti.

 

La divisione scopre le ambizioni di Mussolini, sin da ora deciso a crearsi un mezzo da comandare. Il gesto politico è favorito dagli eventi come la guerra di Libia. La Libia è l’illusione coloniale dell'Italia. Il pretesto arriva quando una nave con 10.000 fucili nella stiva lascia Costantinopoli alla volta di Tripoli, l'ambasciatore italiano il 28 settembre 1911 trasmette l'ultimatum alla Turchia. Ed è la guerra.( Vedi La Guerra di Libia)

 

Giolitti vuole ingraziarsi i nazionalisti sostenendo la colonizzazione della Tripolitania, i quali ritengono l’espansione in Africa come presupposto essenziale per una potenza che vuole essere grande nonché anche come sfogo ai disoccupati del sud e ai braccianti padani dove troverebbero lavoro e ricchezza. Il nazionalismo è riuscito a farsi ascoltare; congegnò una propaganda rivolta alle ricchezze della Tripolitania i quali credettero persino uomini politici della Estrema, come i socialisti Bissolati e Bonomi e sindacalisti rivoluzionari come Arturo Labriola. Ma ciò provocò anche una reazione fra i dirigenti del partito socialista i quali furono ostili all'impresa libica. 

Primo fra tutti la Federazione socialista di Forlì comandata da Mussolini forte sostenitore contro l'intervento. Successero disordini e Mussolini lancia la parola d'ordine: «Purché ci si batta!». Anche la Confederazione generale del lavoro, proclamando uno sciopero lancia lo slogan: «Né un uomo, né un soldo per la Libia!».

Mussolini comanda il proletariato di Forlì all'attacco della stazione per fermare le tradotte militari. Al suo fianco c’è un giovane segretario della sezione repubblicana, Pietro Nenni.

 

Forlì è posta in stato d'assedio. Il 14 agosto 1911, Mussolini è arrestato mentre sta bevendo un cappuccino al Caffè Garibaldi. Anche Nenni è arrestato, lo stesso giorno.

Benito è trasferito al carcere di San Giovanni in Monte, a Bologna, con imputazioni come incitamento allo scio¬pero insurrezionale, violenza alla forza pubblica, sabotaggio ecc. Un mese dopo al processo a Forlì si difenderà con abilità pronunciando dichiarazioni politiche come la volontà di costruire un'Italia che non si basi sulle conquiste imperiali, «un'Italia prospera, libera e ricca».

Nenni è condannato a un anno e quindici giorni di prigione. Mussolini a un anno ridotto in appello a sei mesi, che sconta a Forlì.

Ormai Mussolini ha l’attenzione su di lui rappresentando il socialista estremista,inflessibile. Vuole essere un leader: al congresso del partito socialista nel luglio del 1912 a Reggio Emilia si occupa di reinserire la federazione di Forlì nel partito.

Arringa contro i riformisti e tutti coloro che hanno acconsentito l'impresa libica. Accusa Bissolati sia per l’approvazione per Giolitti.

Mussolini colpisce per la sua dialettica, così a Reggio Emilia Mussolini diventa l'avversario del socialismo dei piccoli passi.

 

 

 

Cartolina pubblicitaria dell’“Avanti!” del 1912, quando Mussolini era direttore
Cartolina pubblicitaria dell’“Avanti!” del 1912, quando Mussolini era direttore

I giovani sono per lui. Bissolati e Bonomi sono espulsi dal partito e daranno origine al partito socialista riformista. Altri come Turati, Treves, Modigliani, perdono il controllo della direzione e del quotidiano del partito, affidato a Bacci. Mussolini ha raggiunto i suoi scopi. Dopo il congresso lo nomineranno ben presto direttore dell'«Avanti!», salendo definitivamente alla ribalta.. È il dicembre 1912.

Con l' «Avanti!» Mussolini possiede un potere reale e lo rafforzerà. Licenzia i vecchi collaboratori come Claudio Treves: la stessa Angelica Balabanoff, è co¬stretta ad andarsene; Mussolini non sembra gratitudine.

Trasforma il giornale nell’impostazione grafica e nell’espressione degli articoli. Ciò ha i sui risultati: l'«Avanti!» passa da 20.000 lettori a 100.000, diventando uno dei grandi quotidiani italiani.

 

 

Rachele con Edda lo raggiungono a Milano. Abitano in un piccolo appartamento in via Castel Morrone, vivendo decentemente. I suoi impetuosi editoriali gli costano anche un processo - da cui uscirà assolto - quando parla dei «classici eccidi italiani», compiuti da carabinieri e soldati che sparano su una folla disarmata.

Nel 1912 Giolitti fa approvare la riforma elettorale che permette di votare a tutti i cittadini di sesso maschile che abbiano compiuto il servizio militare o che posseggano l'istruzione elementare (gli altri devono raggiungere i trent'anni).Il numero degli elettori passa da tre milioni e cinquecento a otto milioni, allargando alle masse popolari la partecipazione alla disputa elettorale. Nel 1913 si noterà questo cambiamento.

 

 

 [Esplora il significato del termine: Locandina elettorale di Mussolini candidato socialista a Forlì nel 1913] Locandina elettorale di Mussolini candidato socialista a Forlì nel 1913
[Esplora il significato del termine: Locandina elettorale di Mussolini candidato socialista a Forlì nel 1913] Locandina elettorale di Mussolini candidato socialista a Forlì nel 1913

Mussolini è candidato della circoscrizione di Forlì. Guida una forte campagna antimilitarista ma non riesce ad essere eletto tranne a Predappio. Il partito socialista invece ottiene un gran successo con cinquantadue deputati che entrano nella nuova Camera, con una possente corrente cattolica che si affianca a Giolitti e con l'apparizione dei deputati nazionalisti. Federzoni viene eletto a Roma, Bevione a Torino. Avviene inoltre una estremizzazione della lotta politico-sociale che sfocia ad esempio con scioperi di metallurgici a Milano - diretti dagli anarcosindacalisti – insieme a manifestazioni di tutta la massa operaia cittadina, ricevendo l'incoraggiamento e l’appoggio di Mussolini.

 

Articolo di Mussolini sull'Avanti del 11 giugno 1914
Articolo di Mussolini sull'Avanti del 11 giugno 1914

Il 7 giugno ad Ancona vi si svolge una manifestazione antimilitarista, a favore della liberazione di un soldato che ha ferito in Libia un colonnello. La polizia spara a tre operai che muoiono e quindici sono i feriti. In Romagna e nelle Marche si svolge lo sciopero generale. A Ravenna un generale è prigioniero e alcuni ufficiali sono picchiati. Divampa la Settimana Rossa. Nenni progetta l'azione, firma buoni di requisizione del grano, sancisce il calmiere dei prezzi. Le manifestazioni popolari sono molto cruente. Mussolini vi prende parte a Milano rischiando di essere ferito dalla cavalleria. I suoi articoli sull'Avanti!» sono particolarmente accesi: «Cento morti ad Ancona e tutta l'Italia sarà in fiamme!». Ad Ancona sbarcano i marinai ma sono accolti da uno spiegamento di donne e ragazze. Ma la Confederazione del lavoro, contraria al prolungamento delle manifestazioni ordina la ripresa del lavoro, così da costringere Mussolini intitolare il suo articolo del 12 giugno 1914, Tregua d’armi, scrivendo:

 

Noi lo constatiamo con un po' di quella gioia legittima con la quale l'artefice contempla la sua creazione. Se il proletariato d'Italia oggi va formandosi una nuova psicologia ... se si presenta sulla scena politica con una nuova individualità più libera e insofferente ... lo si deve - non è peccato d'orgoglio affermarlo - a questo nostro giornale ...

 

La Settimana Rossa si è chiusa con un insuccesso ma ha smosso le coscienze delle classi dirigenti verso una possibile rivoluzione. L'equilibrio del governo Giolitti è definitivamente colpito e l'uomo a capo del governo nel marzo 1914, Antonio Salandra, un liberale di destra, adotta una politica molto diversa da quella di Giolitti. La sua è di impianto conservatore, se non apertamente reazionaria. Nelle elezioni municipali del 1914 si verifica una frammentazione dei raggruppamenti. In molti Comuni vincono i nazionalisti conservatori ma anche i socialisti si espandono, con-quistando la maggioranza a Milano, Bologna, Mantova, Cremona e in molte altre località. Molti conflitti hanno luogo tra nazionalisti e socialisti.

 

 

 

 


I DIARI DI MUSSOLINI - VERI O FALSI?


I DISCORSI DI MUSSOLINI


IL RAPPORTO TRA HITLER E MUSSOLINI


L'ATTENTATO A MUSSOLINI DA PARTE DI VIOLET GIBSON

Violet Albina Gibson (Dublino, 1876Northampton, 2 maggio 1956) figlia di Edward Gibson, primo Barone di Ashbourne e Lord Cancelliere d'Irlanda, è stata la donna che il 7 aprile 1926 attentò alla vita di Benito Mussolini a Roma.

Mussolini con un vistoso cerotto sul naso nei giorni successivi all'attentato
La scheda segnaletica composta in Questura dopo l'attentato; come motivo dell'arresto si indica "Attentato al Primo Ministro d'Italia"

Mussolini era appena uscito dal palazzo del Campidoglio, dove aveva inaugurato un congresso di chirurgia, quando la Gibson gli sparò un colpo di pistola, ferendolo di striscio al naso. Secondo Arrigo Petacco ed altri studiosi, a salvarlo sarebbe stato un saluto romano che porgeva proprio nel momento dello sparo: tirando indietro il capo irrigidendosi come sua abitudine nel saluto, avrebbe inconsapevolmente portato la testa fuori traiettoria[1].

La Gibson, faticosamente sottratta ad un tentativo di linciaggio, fu condotta in questura; interrogata, non rivelò la ragione dell'attentato. Romano Mussolini, figlio del Duce, ebbe a raccontare che il padre, subito soccorso da decine di chirurghi che erano appunto sul posto per il congresso, disse di essersi preoccupato davvero soltanto quando vide questi avvicinarsi[2].

Si è supposto che la donna, allora cinquantenne, fosse mentalmente squilibrata all'epoca dei fatti e che potesse essere stata indotta a commettere il gesto da qualche istigatore sconosciuto. In tal senso furono sollevati pesanti sospetti all'indirizzo di Giovanni Antonio Colonna di Cesarò. L'attentatrice non fu incriminata per volontà dello stesso Mussolini e fu espulsa dall'Italia verso l'Inghilterra. Rimase per trent'anni ricoverata in una clinica psichiatrica, il St, Andrew's Hospital a Northampton, ove morì.

Il giorno dopo l'attentato[3], Mussolini compì un viaggio in Libia e si mostrò a Tripoli con un vistoso cerotto sul naso, come testimoniano le foto dell'epoca.

Secondo Bruno Vespa ed altri studiosi, fu in quella occasione che Claretta Petacci scrisse al Duce la lettera di felicitazioni per lo scampato pericolo con cui egli la notò e volle conoscerla, legandola in seguito al suo destino[4]. Anche il papa Pio XI scrisse una lettera di analoga congratulazione, ma lo sviluppo delle relazioni con il pontefice prese una piega diversa.

MUSSOLINI RACCONTATO DAL FIGLIO VITTORIO