AUGUSTO TURATI

Augusto Turati (Parma, 16 aprile 1888Roma, 27 agosto 1955) è stato un politico, dirigente sportivo e giornalista italiano.

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[modifica] Biografia

[modifica] L'esperienza bresciana

Nato da famiglia con forti tradizioni anticlericali e garibaldine, si trasferì giovanissimo a Brescia[1], intraprendendo la carriera giornalistica, quale redattore alla "Provincia di Brescia", giornale di ispirazione liberal-democratica. Nel contempo inizia gli studi in legge, portati avanti in maniera discontinua. Attivo interventista prende parte alla Prima guerra mondiale con il grado di capitano e viene decorato. Al termine del conflitto riprende a lavorare per "La Provincia di Brescia", in qualità di capo redattore.

Nel 1920 aderisce ai Fasci di Combattimento e, nel 1921, al Partito nazionale fascista. Nell'ambito dell'organizzazione del partito si dedica all'attività sindacale e diviene poi segretario della federazione bresciana.

Quale segretario provinciale, Turati si dimostrò particolarmente intransigente nell'applicazione dei patti agrari fascisti, nei confronti delle organizzazioni sindacali anarco-socialiste, di quelle cattoliche e persino dei latifondisti. Dopo aver le azioni squadristiche degli anni precedenti volte a combattere le leghe sindacali socialiste e anarchiche, nel 1923 rivolse le sue attenzioni verso le leghe cattoliche, pretendendo la rimozione dell'agronomo Antonio Bianchi - ideatore del "lodo di Soresina"[2] che metteva in discussione la dottrina sindacale fascista in materia di patti agrari - causando un notevole imbarazzo a Mussolini che, in quei mesi, governava con l'appoggio dei Popolari. Non meno inflessibile si mostrò nei confronti degli proprietari terrieri, organizzando un severo e capillare controllo circa il rispetto nelle nuove normative. Durante una di queste ispezioni si verificarono numerosi scontri, culminati con l'uccisione di un latifondista che si rifiutava di applicare le normative. In quell'occasione Turati difese pubblicamente l'operato della squadra fascista, dichiarando che la disciplina nazionale valeva per tutti, ma in particolar modo per coloro che a suo tempo avevano ottenuto il sostegno delle squadre d'azione contro le leghe contadine.[3]

[modifica] La segreteria del PNF

In seguito alla crisi politica e morale, determinata dal delitto Matteotti e allo scopo di fronteggiare il rassismo che ne era responsabile, nel 1926 Mussolini incaricò Turati di sostituire Roberto Farinacci come segretario nazionale del PNF, affidandogli il difficile compito di rendere maggiormente disciplinato il partito, epurando gli elementi più estremisti.[4]

Turati svolse la sua opera moderatrice e moralizzatrice nel partito con estremo rigore e grande determinazione, riuscendo nell'intento, ma inimicandosi una folta schiera di gerarchi nazionali e locali, primi fra tutti Farinacci, Ciano, De Vecchi, Giunta, Balbo e Ricci, che dalle direttive di Turati erano stati fortemente colpiti negli interessi politici ed economici. Il prestigio e il potere di Turati aumentarono smisuratamente in pochi anni, anche supportati dalla creazione di un apparato di polizia a lui fedele ed esaltati dalla sua abilità oratoria, così da divenire una potenziale minaccia per lo stesso Mussolini.

Nel contempo Turati svolge anche attività di dirigente sportivo: già campione di scherma è dirigente federale della FIS, poi presidente della FIT, successivamente della FIDAL ed infine, dal 1928 al 1930, del CONI. A livello internazionale è membro del CIO dal 1930 al 1931.

[modifica] La campagna scandalistica

Nell'ottobre del 1929, Farinacci diede inizio a una pesante campagna scandalistica contro Turati, basata sulle equivoche confidenze fattegli dalla maîtresse Paola Marcellino, che gestiva la lussuosa casa d'appuntamenti della quale erano entrambi clienti. Nei primi mesi del 1930 Turati inviò le proprie dimissioni a Mussolini, che le respinse.

  « È necessario, Duce, che qualcuno dia questo esempio: andarsene senza chiedere nessun'altra poltrona e nessuna pensione, dicendovi grazie per avermi consentito di servire e dato più di quanto io meritassi per le mie qualità. »
 
(Dalla prima lettera di dimissioni del 1930, Indro Montanelli, Ecco chi era veramente Augusto Turati, Corriere della Sera, 20 gennaio 2000, pag. 41)

[modifica] Il ritiro dalla vita politica

Dopo un intero anno di campagna scandalistica, Turati rassegnò nuovamente le dimissioni, questa volta accettate, tornando al giornalismo, prima come inviato del Corriere della Sera e poi come direttore de La Stampa. L'abbandono del potere lo espose ancor più alle azioni degli avversari che non si placarono e, anzi, vennero rafforzate dagli ex collaboratori come Achille Starace, uno dei quattro vice segretari del PNF, cui Turati non aveva mai risparmiato critiche per la sua pochezza[5], che divenne il suo implacabile persecutore.

  « La voce pubblica, agitata da Roberto Farinacci, venne catapultata su Turati, che, dal punto di vista dei rapporti con l'altro sesso, non era e non è un cherubino. Finché guidò le sorti del partito lo sostenni. Farinacci, da anni, attendeva il momento per sistemarlo, una volta per sempre. Voi mi dite, Yvon, che Turati fu sommerso dalla calunnia, e che la sua omosessualità fu una fosca favola inventata dall'uomo di Cremona ai suoi danni. Ma, in Italia, quando la voce pubblica, comunque organizzata, colpisce, nulla è possibile per renderla inoperante. »
 
(Dichiarazione di Benito Mussolini riportata da Yvon De Begnac in Taccuini Mussoliniani, Il Mulino, Bologna, 1990, pag. 472)

Nonostante la strenua difesa in suo favore esercitata da Giovanni Agnelli e Aldo Borelli direttamente su Mussolini, Turati fu destituito dalla direzione de La Stampa, arrestato e rinchiuso nel manicomio di sant'Agnese a Roma, per poi essere trasferito in una casa di cura a Ramiolo, in provincia di Parma [6].

Radiato dal partito, nel 1933 venne confinato a Rodi e, dopo un breve soggiorno in Etiopia, rientrò in patria nel 1938.

Abbandonata l'attività politica, si dedicò alla professione di consulente legale. Nonostante si manifestasse contrario all'ingresso dell'Italia nella Seconda guerra mondiale e al costituirsi della Repubblica Sociale Italiana, nel dopoguerra viene processato e condannato.

Amnistiato nel 1946, morì a Roma nel 1955.

[modifica] Note

  1. ^ Salvatore Lupo, Il fascismo: la politica in un regime totalitario, Donzelli, Roma, 2005
  2. ^ Anna Giulia Argentieri, Gli agronomi in Lombardia: dalle cattedre ambulanti ad oggi, FrancoAngeli, Milano, 2006, pag.116
  3. ^ Paolo Corsini, Il feudo di Augusto Turati. Fascismo e lotta politica a Brescia 1922-26, FrancoAngeli, Milano, 1988, pag. 48
  4. ^ Fabio Bertini, Risorse, conflitti, continenti e nazioni: dalla rivoluzione industriale alle guerre irachene, dal Risorgimento alla conferma della Costituzione repubblicana, University Press, Firenze, 2006, pag.291
  5. ^ Indro Montanelli, Ecco chi era veramente Augusto Turati, Corriere della Sera, 20 gennaio 2000, pag. 41
  6. ^ Lorenzo Benadusi, Il nemico dell'uomo nuovo, Feltrinelli, Milano, 2005, pag. 248

 

Fonte: wikipedia